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la ricomposizione dell`unità del sapere

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la ricomposizione dell`unità del sapere
Les enjeux de la connaissance scientifique
Pontifical Academy of Sciences, Extra Series 11, Vatican City 2001
www.pas.va/content/dam/accademia/pdf/es11/es11-blasi.pdf
LA CONOSCENZA SCIENTIFICA E L’UOMO:
LA RICOMPOSIZIONE DELL’UNITÀ DEL SAPERE
PAOLO BLASI
Desidero prima di tutto esprimere il mio apprezzamento per le
interessanti iniziative culturali promosse dall’Ambasciata di Francia
presso la Santa Sede in occasione del Giubileo, iniziative finalizzate
ad una riflessione sulle sfide del nostro tempo: la giornata odierna, in
particolare, riguarda le sfide della conoscenza scientifica per l’uomo
contemporaneo. Desidero ringraziare M. Jean-Dominique Durand
per l’invito a partecipare a questo incontro che sarà ricco di stimoli e
dal quale sono certo usciremo arricchiti nello spirito e nell’intelletto.
In questo mio intervento esprimerò alcune personali riflessioni sul rapporto tra cultura scientifica e uomo, ed in particolare
sulla esigenza oggi sempre più diffusa e manifesta di una ricomposizione dell’unità del sapere – problema attuale soprattutto nel
mondo occidentale.
Se si intende come cultura il modo di porsi nei confronti della
realtà, degli altri e di noi stessi, e come sapere la ricchezza di conoscenza e di esperienza che nasce da questi rapporti e che diventa disponibile per l’individuo, si può affermare che la ricerca dell’unità del
sapere è una costante nella storia dell’uomo.
Nel mondo classico l’unità del sapere è fondata sul concetto di
natura percepita come insieme ordinato (cosmos) secondo forme e
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idee che appartengono alla sfera divina, natura da cui tutto proviene e a cui tutto ritorna.
Nel Medioevo l’unità del sapere nasce da una visione teocentrica dell’universo: tutto è stato creato da Dio e proviene da Lui.
Pertanto la teologia è la maestra di tutte le scienze.
In questo contesto, da una parte si tenta di raccogliere il sapere
in Summae (la Summa Teologica di San Tommaso d’Aquino e la
Divina Commedia di Dante Alighieri), dall’altra nascono le
Università come luoghi specifici nei quali l’unità del sapere si deve
realizzare: ‘ad unum vertere’.
Le facoltà sono quattro: la prima, delle Arti Liberali, è propedeutica alle altre che riguardano i rapporti dell’uomo con il suo
corpo, quella di Medicina, con i suoi simili, quella di Diritto, con
Dio, quella Teologica. Coerentemente a questa impostazione teocentrica l’accreditamento degli studi universitari è fatto dalla
Chiesa.
Nei secoli XIV e XV lo sviluppo dell’Umanesimo riporta l’uomo
al centro dell’universo. L’universo è creato per l’uomo, l’uomo lo
deve conoscere e governare per rendere gloria a Dio creatore. Si sviluppano le arti e le scienze, si studiano nuove e più complesse macchine, si organizzano spedizioni per conoscere la terra, ma soprattutto si sviluppano nuove metodologie conoscitive che prescindono
dai canoni filosofici e teologici.
Machiavelli afferma che per studiare a fondo la politica bisogna prescindere dall’etica, Galileo insegna che per scoprire e comprendere le leggi che regolano la natura non è necessario fare riferimento né alla filosofia né alla teologia e definisce un nuovo
metodo d’indagine: il metodo sperimentale. L’uso delle nuove
metodologie nello studio della natura provoca un rapido sviluppo
delle conoscenze con importanti ricadute sul piano tecnologico: si
fanno passi decisivi per affrancare l’uomo dalla secolare schiavitù
della fatica fisica.
Si creano però anche le prime divaricazioni nell’unità del sapere, divaricazioni che rapidamente si accentuano via via che si sviluppano le conoscenze scientifiche e l’uomo aumenta la sua fiducia
nella ragione e nelle nuove scienze.
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In particolare, è la dimensione metafisica e religiosa dell’uomo
che viene gradualmente emarginata a seguito dello sviluppo delle
scienze fisiche e della tecnologia che rivoluziona i modi di produzione e moltiplica i beni disponibili per l’uomo.
Si cerca comunque di ricomporre una unità del sapere, prima
durante l’Illuminismo attraverso l’Enciclopedia concepita come
contenitore di tutto il conosciuto (quindi una unità fisica del sapere
esterna all’uomo), poi con la filosofia (Cartesio tenta l’unità nel
metodo e Kant nello Spirito e nella Ragione).
La fine del XIX secolo vede il trionfo della scienza e della tecnologia, l’uomo pensa di poter con esse risolvere i suoi problemi e
rispondere a tutte le proprie domande esistenziali comprese quelle
di senso. Dio viene relegato sempre più ai margini della vita dell’uomo come entità ininfluente su di essa, mentre si afferma con Marx
la rilevanza della dimensione economica e della divisione della
società in classi.
In Francia il 15 settembre 1793, in piena rivoluzione, vengono
chiuse tutte le ventidue Università, considerate strutture élitarie. Solo
Napoleone (il 10 maggio 1806) riaprirà le Università ma trasformate
in facoltà di una Università centrale e statale senza più autonomia. In
Italia si attua una statalizzazione simile e nel 1882 si aboliscono le
facoltà di teologia, così come era avvenuto in Spagna nel 1873. Si
attua così nei paesi latini una rottura col passato e la dimensione religiosa viene marginalizzata anche nella formazione superiore.
Scienza, politica ed economia si separano così sempre più dall’etica e ciò porterà al dominio dell’uomo sull’uomo. Il prezzo che
l’umanità pagherà per questa separazione sarà infatti nel corso del
XX secolo molto alto. La politica, l’economia, la scienza si rivolteranno contro l’uomo stesso attraverso l’affermarsi di ideologie e di
comportamenti che mortificano la dignità della persona umana:
guerre, sopraffazioni, regimi totalitari, distribuzione iniqua delle
risorse, distruzione dell’ambiente, ecc., ma soprattutto una profonda crisi dell’uomo occidentale, crisi nei valori fondamentali,
nella organizzazione sociale.
Oggi l’individualismo esasperato, la disgregazione della famiglia, la perdita di autorevolezza delle istituzioni, favoriscono l’in-
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comunicabilità, impediscono il dialogo, rendono inefficaci i processi educativi. I giovani, davanti ad un futuro incerto, educati in
un clima di comodo permissivismo a non avere limiti né regole, si
sentono da una parte onnipotenti e dall’altra sono fragili, incapaci
di accettare un insuccesso e quindi portati ad eludere le sfide della
vita. Molti sono ostili alla scienza che sentono lontana e di difficile comprensione e alla quale fanno risalire la colpa del degrado
dell’ambiente e molti non accettano la realtà se non è coerente con
la loro ideologia.
Negli ultimi decenni del secolo appena concluso le ideologie
ottocentesche, nonché il positivismo e neopositivismo, sono andati
in crisi. Emerge dai fatti che non si può più considerare l’uomo
proiettato in una sola delle dimensioni che lo costituiscono, sia essa
quella economica sia quella conoscitiva-scientifica, così come oggi
non si può ridurre l’uomo solo alla dimensione comunicativa. È
sempre più chiaro a tutti che la crisi dell’uomo moderno è una crisi
culturale ed ha la sua radice profonda nella frantumazione del suo
essere e nella pretesa che esso possa realizzarsi anche solo su una
dimensione, senza integrazione con le altre.
Da qui l’esigenza e la consapevolezza sempre più diffusa che per
contrastare e superare la crisi sia necessario elaborare una nuova
proposta culturale, capace di ricomporre l’unità dell’essere come
condizione necessaria per una crescita armonica della persona
umana e perché essa ritrovi così il valore e il senso della propria vita.
L’unità dell’essere richiede l’unità del sapere, infatti la parcellizzazione del sapere porta all’incomunicabilità dei saperi e quindi alla
frantumazione esistenziale della persona umana con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi non è solo l’esigenza di superare la crisi dell’uomo occidentale che spinge verso la ricomposizione unitaria del sapere:
tutti i principali problemi che l’umanità ha davanti a sé come quello energetico, quello ambientale, ecologico, bioetico, ecc., tutti
richiedono di essere affrontati in modo multidisciplinare in un
contesto di unità della conoscenza. È quindi anche l’unità della
realtà con i problemi nuovi che pone all’uomo di oggi che spinge
verso l’unità del sapere e verso lo sviluppo integrale dell’uomo in
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tutte le sue dimensioni (del conoscere, del fare, del comunicare,
del credere).
Ma come può ricostruirsi l’unità del sapere, su quali fondamenta, in quali luoghi, e la cultura scientifica che ruolo può giocare in
questo processo?
Non credo, o almeno non sono a conoscenza dell’esistenza di
modelli precostituiti atti a ricomporre oggi l’unità del sapere.
Certo non è percorribile la strada dell’Enciclopedia: riunire in una
banca dati tutte le conoscenze acquisite è un’impresa quasi impossibile e per di più tali informazioni andrebbero continuamente
integrate a causa della rapidità con cui si sviluppano nuove conoscenze. Sembra che ogni cinque anni si raddoppi il patrimonio
conoscitivo dell’uomo e comunque non è questa l’unità di cui si
sente il bisogno.
L’unità del sapere non può infatti consistere in una somma di
conoscenze, non può avere una dimensione solo quantitativa. Per
altro ritengo che la conoscenza, bene rinnovabile e inesauribile,
rimarrà anche in futuro articolata in discipline con metodi e contenuti diversificati.
L’unità del sapere non va quindi realizzata su un supporto fisico
che contenga tutte le conoscenze quale nuova Enciclopedia, ma va
costruita dentro la persona umana, dentro ciascun uomo; essa deve
consistere in quello che Samek Lodovici ha recentemente (1993)
definito un ‘habitus’, cioè una disponibilità all’ascolto, alla riflessione, al dialogo, alla valorizzazione di ogni aspetto della conoscenza e
dell’esperienza umana.
L’unità del sapere che ciascuno è chiamato a realizzare non
dipende quindi a mio parere né dalla quantità né dal tipo di conoscenze che posseggo, ma piuttosto da come so metterle in relazione
tra loro e con le ragioni del mio vivere e dal modo con cui sono capace di utilizzare le conoscenze e le esperienze acquisite per dare
risposte a tutte le domande che mi pongo incluse quelle di senso.
L’unità del sapere, quindi, lungi dall’essere una realtà estrinseca
formalmente organizzata e coerente, è piuttosto uno status che si
attua in ogni persona in modo unico ed irripetibile nella misura
nella quale si integrano in essa conoscenze, esperienze, comporta-
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menti, sentimenti che sono specifici di ognuno di noi: è il soggetto
quindi che realizza in modo personale l’unità del sapere, riconquistando il centro interiore della propria coscienza col quale far dialogare tutti i diversi settori del sapere stesso.
Il soggetto diventa così uomo colto ma soprattutto uomo saggio.
Per il cristiano poi, il sapere così ricomposto sulla base dell’unità del reale che viene da Dio, non solo lo rende più aperto al
tema della verità, ma anche al tema di Dio, il Dio creatore al quale
fa risalire il significato della sua vita, significato al quale si avvicina attraverso la sintesi delle sue esperienze e conoscenze e l’unità
del proprio essere.
Rinunciare a perseguire questo fine e cioè l’unità del sapere nell’unità del proprio essere, vuol dire rimanere divisi dentro e quindi
facili a perdersi nella complessità della società globale.
Afferma in modo molto efficace Giuseppe Tanzanella Nitti:
«Rassegnarsi ad un sapere frammentato e incomponibile finisce col
frammentare l’uomo, procurandogli un disagio tanto più acuto quanto più esistenzialmente importanti sono i contributi del sapere che egli
omette o trascura di integrare».1
Una persona che si abbandoni ad una simile situazione «rischia
di perdere la nozione stessa del proprio essere, il senso pieno e completo della propria esistenza, e conseguentemente di agire in lacerante
disaccordo con la propria peculiare identità» (Giovanni Paolo II, ai
partecipanti al Congresso Università 80, 1° aprile 1980, Roma).
Ma come si raggiunge in ciascuno di noi questa unità del sapere, questa sintesi vitale per esempio tra cultura scientifica e umanistica, tra scienza e teologia, tra fede e ragione?
Essa si ottiene sviluppando una cultura aperta al dialogo e alla
trascendenza.
Parlando all’Università cattolica di Montevideo il 7 maggio 1988
il Papa così presenta tale cultura: «La cultura, che è frutto dell’apertura universale del pensiero, si crea e si sviluppa come un dialogo
mantenuto a diversi livelli. È un dialogo col mondo inanimato che
viene osservato con i metodi propri della scienza per riconoscere e por1
Passione per la verità e responsabilità del sapere (pag. 206), Edizioni Piemme.
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tare le sue potenzialità al servizio dell’umanità […]. La cultura è inoltre dialogo tra persone e gruppi e da qui la sua dimensione sociale e
comunitaria […]. In questo difficile compito di ricerca e interscambio,
l’uomo di cultura ha bisogno di mantenere un fecondo dialogo con sé
stesso. Da lui si esigono autenticità e onestà, per comunicare agli altri
il vero, il nobile, il bello, ciò che può essere sostenuto da una retta
coscienza […]. Nell’apertura alla totalità dell’esistenza, la cultura
implica disponibilità al dialogo con Dio nelle diverse maniere in cui si
può esprimere il rapporto con la trascendenza».
Abbiamo espresso la convinzione che l’unità del sapere è un
habitus che si realizza nella persona ricomponendo nell’unità del
suo essere le diverse dimensioni esistenziali che la caratterizzano:
è quindi importante il processo di formazione della persona che si
attua nella famiglia, nella scuola e in particolare nell’Università.
Perciò la ricerca di unità e coerenza tra le varie fonti del sapere
deve rappresentare un obiettivo importante nella formazione universitaria.
L’Università oggi come nel passato è il luogo istituzionale proprio per sviluppare l’unità della conoscenza: non solo perché in essa
sono presenti tutte le discipline, non solo perché vi vivono insieme
docenti e studenti, ma anche perché l’Università è sede primaria di
ricerca libera ed è proprio anche da essa che oggi emergono esigenze di unificazione del sapere.
Le interazioni sempre più frequenti tra discipline, l’applicazione
di modelli o ragionamenti – nati in un settore – ad altri settori della
conoscenza, la nascita di nuove discipline, lo sviluppo di ricerche
multidisciplinari, tutto ciò avviene oggi negli Atenei e rappresenta
una dinamica importante per favorire l’integrazione delle conoscenze. Perché questi processi possano ulteriormente svilupparsi è
necessario garantire agli Atenei autonomia da condizionamenti
impropri, sia da parte dello Stato che del mondo produttivo.
L’Università è chiamata oggi più di ieri ad una funzione educativa e formativa che coinvolge un numero sempre maggiore di studenti. Essa deve dare allo studente la capacità di imparare e di
comunicare, la consapevolezza di ciò che sta facendo, una adeguata tensione verso la verità, una matura capacità critica anche verso
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se stesso, nonché una buona capacità di iniziativa e molta tenacia
nello studio e nella ricerca.
La formazione così impostata promuove e consolida nello studente virtù che lo rendono intellettualmente maturo cioè colto e
quindi capace di svolgere poi qualunque lavoro indipendentemente
dalla sua specificità.
Nelle nostre Università per altro è oggi in atto un processo
organizzativo di riduzione delle aree scientifiche che dalle 12-14
del passato sono ormai ridotte a 5 (scientifica, biomedica, tecnologica, umanistica, delle scienze sociali); ad esse si riconducono
anche le attività didattiche con una consistente riduzione del
numero delle discipline: ci si avvicina all’architettura dell’Università
medioevale, anche se permangono più numerose le facoltà e i corsi
di studio. In questo contesto sono state istituite 41 classi per la laurea e 104 per la laurea specialistica. La loro articolazione è proiettata al futuro anche se risente in parte degli schemi disciplinari
passati e in parte delle mode del momento (ben 7 classi specialistiche in comunicazione!). Nel complesso l’autonomia didattica
prevede un rafforzamento della preparazione di carattere generale nel primo triennio, favorendo l’integrazione tra varie discipline
(è questa la nuova professionalità richiesta anche dal mondo del
lavoro) e rinviando al biennio successivo una maggiore specializzazione.
Mentre si apre la possibilità di sviluppare all’interno di ogni classe corsi interfacoltà con l’obbiettivo di una formazione più completa, e quindi non destinata a rapida absolescenza, si deve prendere
atto con rammarico che non vi è ancora la possibilità per gli studenti di seguire discipline riguardanti la teologia, la metafisica e
altri aspetti delle scienze religiose, salvo nell’unica classe specialistica ‘Scienza delle religioni’.
Ciò conferma il ritardo culturale del nostro paese relativamente al resto d’Europa nel campo dei ‘Religious Studies’ già presenti
in molti e prestigiosi atenei europei. Nel nostro paese si ritiene
ancora oggi che la religione sia riducibile all’etica e pertanto le si
nega quel valore conoscitivo e formativo che le è invece universalmente riconosciuto.
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Tra l’altro nel caso del nostro paese l’allontanamento culturale
dalla tradizione cristiana e l’ignoranza crescente dei contenuti della
religione renderanno incomprensibili ai giovani di oggi e agli uomini di domani la gran parte del patrimonio artistico e letterario italiano ed europeo.
Mi auguro quindi che presto l’Università possa anche in Italia
introdurre tra le proprie discipline quelle religiose per completare
l’offerta didattica in una prospettiva di formazione globale della persona umana.
La cultura scientifica può svolgere in questa fase di ricomposizione dell’unità del sapere un importante ruolo di catalizzatore. Non
dobbiamo dimenticarci che è proprio nel mondo scientifico che
sono nate le prime critiche al positivismo, allo scientismo e alla pretesa di ricondurre tutta la conoscenza alla scienza sperimentale. Per
altro sono stati gli uomini di scienza a riconoscere per primi i limiti della scienza e il valore conoscitivo di altre discipline. Nessuno
oggi pensa di spiegare il bello e il buono con la scienza né tanto
meno di usarla a fini apologetici.
Tuttavia la cultura scientifica, ancora pochissimo diffusa a mio
avviso nel nostro paese, è portatrice di valori importanti, oggi particolarmente attuali, quali per esempio l’aderenza alla realtà e il
metodo critico (concretezza), la cultura del limite e l’importanza
del dubbio (umiltà), la cultura della valutazione e il valore del confronto (impegno), il carattere universale così come il linguaggio
unificato che le ha permesso di creare una sola comunità internazionale al di là di ogni differenza etnica o religiosa. Molti di questi
valori sono stati ignorati o sviliti dalle ideologie che hanno caratterizzato l’ultimo secolo con risultati tragici nella vita sociale e personale di molti uomini. Ripristinare tali valori e diffonderli attraverso la valorizzazione della cultura scientifica contribuirà certamente ad educare al rispetto della persona umana indipendentemente dalla sua cultura, etnia, religione. L’umiltà e la capacità di
ascolto che caratterizzano lo scienziato nello studio della natura
sono virtù fondamentali anche nei rapporti tra gli uomini e necessarie per instaurare un clima di rispetto e di comprensione reciproca, per superare il concetto egocentrico ed eurocentrico di tol-
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leranza, per rendere l’unità del sapere compatibile con la diversità
delle persone e dei popoli.
La cultura scientifica integra la cultura umanistica: i valori del
bello, del buono, dei sentimenti umani non possono che trarre arricchimento dalla conoscenza scientifica e dai valori di metodo e di
comportamento che essa comporta.
Ecco perché ritengo che il dualismo tra cultura scientifica e
cultura umanistica non sia oggi più attuale ma anzi debba essere
superato anche sul piano pedagogico per ripristinare quella unità
del sapere che ha caratterizzato la storia dell’uomo fino alla metà
del millennio passato: dobbiamo quindi promuovere un nuovo
vero umanesimo.
Le sfide culturali che ci attendono all’inizio di questo terzo
millennio sono perciò veramente epocali e dobbiamo ritenerci
tutti dei privilegiati perché ci è concesso di viverle direttamente in
prima persona. All’Ambasciata Francese, presso la Santa Sede che
in occasione del Giubileo ci ha chiamato a riflettere su queste
sfide, rinnovo quindi il mio grazie.
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