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Sapere per saper essere

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Sapere per saper essere
Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
Segreteria Nazionale
Settore formazione
Via IV Novembre, 98 - 00187 Roma
Tel. 0669770325
E-mail: [email protected] Sito web: www.libera.it
sapere per saper essere
appunti per percorsi educativi su mafie, diritti, cittadinanza
INDICE
Indice
Premessa
pag. 3
Il progetto
5
Introduzione ai percorsi
7
Alcune tecniche per la conduzione
9
I percorsi didattici:
Pace e giustizia marciano insieme
15
Denaro: quanto mi costi!
29
Libera la Natura
47
Le radici della Mafia
49
Le relazione tra Mafia, potere e denaro
61
Ecomafie
73
Adotta una vittima di mafia
91
La Mafia attraverso il cinema
96
Dal bene al meglio! Lo sviluppo sociale ed economico di un territorio
attraverso il riutilizzo sociale dei beni confiscati
109
Gli approfondimenti
139
Bibliografia ragionata
163
Filmografia tematica
174
1
PREMESSA
La scelta di realizzare questo libretto si fonda sulla necessità di mettere a disposizione di molti, strumenti di supporto ed accompagnamento concreti, per i percorsi di educazione alla legalità ed alla cittadinanza attiva nati in relazione alle attività dell’Associazione Libera.
Due sono le istanze che hanno mosso la progettazione:
•affermare con i fatti che attraverso l’impegno collettivo e la pratica di alcuni strumenti messi a disposizione dalla legislazione italiana, è possibile dare vita a reali
processi di trasformazione dei territori e delle vite delle persone che li abitano;
•proporre alcuni percorsi e strumenti formativi, attraverso i quali non solo agire
in senso formativo, ma fondare le basi di un serio e strutturato impegno per la
giustizia, la legalità e lo sviluppo equo dei territori.
In questo senso la formazione civile contro le mafie si rivolge in particolare alle
scuole secondarie di primo e secondo grado, promuovendo percorsi connessi alla
conoscenza critica delle mafie e del fenomeno mafioso; agli strumenti e alle esperienze di impegno nel contrasto alla presenza criminale; allo strumento dell’uso
sociale dei beni confiscati alle organizzazioni criminali.
Riutilizzare un bene confiscato secondo i bisogni del territorio vuol dire promuovere sviluppo, lavoro e giustizia sociale. Avvicinare il mondo della scuola ad esperienze territoriali di riutilizzo di beni confiscati, contribuisce alla promozione della
cultura di legalità e dell’impegno civile in terra ad alta presenza di mafia.
Attraverso l’attivazione e l’utilizzo di questi strumenti non ci si ferma ad un semplice approccio teorico ma si pongono i presupposti per azioni che lascino il segno
di un cambiamento di atteggiamento da parte dei giovani nei confronti della
mafia.
I ragazzi prima conoscono le problematiche legate alla mafia e poi
sperimentano e discutono sugli
aspetti che si contrappongono alla
illegalità.
Il ruolo della scuola
La scuola è un’Istituzione indispensabile allo sviluppo di pratiche di legalità, in quanto è il
luogo nel quale, quotidianamente,
si trasmettono e si sperimentano i valori all’interno del rapporto tra le generazioni, con l’intento di facilitare la crescita di “soggetti sociali”: individui capaci di rife3
PREMESSA
rirsi alle norme sociali condivise, ai riferimenti etici e valoriali; ma nello stesso
momento, di vivere la propria vita nel pieno delle personali capacità istruenti.
Individui che non solo rispettano le regole del vivere comune, ma contribuiscono
a “istruire”, far crescere e realizzare, una società diversa, più giusta.
Tutto ciò è possibile attraverso la pratica e cura di quattro principi di riferimento:
•la responsabilità;
•la connessione stretta tra diritti e doveri;
•la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato;
•la tutela dei diritti per le generazioni che verranno.
Una scuola, dunque, che si mette pienamente in gioco nella realizzazione di questa sfida centrale.
Una scuola che si attiva non in solitudine, ma all’interno di un significativo tessuto di relazioni locali e nazionali, attraverso le quali sostenere, arricchire e implementare il proprio agire.
Una scuola che si impegna “come scuola”: non solo l’impegno fondamentale di
singoli insegnanti che permettono ai loro studenti di vivere un’esperienza formativa e pratica eccezionale; ma interi Istituti che investono energie e risorse per
divenire riferimenti di un territorio che intende costruire processi seri e duraturi
di lotta alla criminalità organizzata ed alla cultura mafiosa.
Una scuola che accetta anche, di ridiscutere alcuni processi interni per connotarli
di giustizia e legalità: pensare ai criteri di formazione delle classi; alle logiche di punizione e gratificazione; alla capacità di includere o produrre esclusione, e tanto altro
ancora.
Allora, una scuola che è luogo essenziale per l’educazione alla legalità, nella continua connessione tra l’utilizzo di alcuni strumenti formativi e una continua opera
di riflessione sui propri meccanismi e dispositivi pedagogici.
4
PROGETTO
Finalità generale
Obiettivo del progetto è educare alla legalità democratica e alla cittadinanza attiva su tutto il territorio nazionale. Il presente progetto mira a:
A. fornire strumenti di lettura e analisi critica della realtà territoriale in cui la
scuola è inserita;
B. contribuire alla formazione di cittadini informati, responsabili e capaci di pensiero critico e propositivo;
C. favorire l’acquisizione del concetto di cittadinanza, di giustizia sociale e di legalità nelle sue accezioni profonde.
Obiettivi
1. Costruire percorsi di conoscenza del proprio territorio: analisi delle potenzialità e delle problematiche.
2. Analizzare, attraverso le modalità della Ricerca–Azione, il fenomeno della criminalità organizzata nelle sue varie manifestazioni.
3. Cogliere gli elementi contraddittori della criminalità mafiosa, raffrontando con
senso critico i messaggi apparentemente accattivanti e rassicuranti, che attirano
con le finalità e le modalità violente proprie del sistema mafioso, limitando la
libertà personale e lo sviluppo sociale.
4. Mettere in luce i valori che fondano le azioni propositive della società civile
nella difesa dei diritti che la presenza criminale mette in crisi.
5. Individuare gli elementi e le azioni nelle quali la società civile svolge un ruolo
propositivo ed efficace contro la violenza criminale.
6. Conoscere le leggi che difendono i diritti dell’eguaglianza sociale dei cittadini e
le Istituzioni che ne garantiscono la pratica e la difesa.
7. Acquisire il concetto di legalità intesa come costruzione e condivisione di
norme, in difesa dei diritti di tutti e del benessere sociale.
Argomenti affrontati
•I pregiudizi, le paure, le diffidenze
•La violenza e le implicazioni nello sviluppo di un territorio
•L’omertà e la collaborazione
•L’obbedienza, la limitazione della libertà personale
•Le risposte della società civile
•Lo sviluppo del territorio
•La solidarietà e il rapporto di cooperazione in un territorio
•La partecipazione e la corresponsabilità civile
5
PROGETTO
•L’utilizzo sociale dei beni confiscati alla criminalità
•La dignità di tutti i cittadini
•I patti di convivenza sociale, le norme condivise
•Il rapporto tra giustizia e mafie
•L’uso responsabile del denaro e l’usura
Contenuti didattici
- I valori democratici e i principi della Costituzione italiana
- Il significato di “bene comune”
- Gli elementi storico–sociali che hanno portato allo sviluppo della criminalità
organizzata
- La storia e i percorsi dell’antimafia
- L’economia criminale
- Le forme di economia legale
- La Legge 109/96
- Sviluppo/regressione – cooperazione/individualismo – rispetto/violazione
dei diritti
- Il valore della memoria
Destinatari
Studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado..
Gli strumenti
Sono diversi gli strumenti che insegnanti e studenti possono utilizzare all’interno
di percorsi di educazione alla legalità e alla cittadinanza attiva.
Si tratta di dispositivi pensati con finalità articolate: da un lato permettono, attraverso l’utilizzo di linguaggi comunicativi differenti, un più facile utilizzo e un’immediata comprensione, da parte di vari destinatari; dall’altro, utilizzati in sequenza, mostrano la molteplicità e la complessità dei fattori connessi al fenomeno delle
mafie, della criminalità organizzata e dell’impegno civile nella promozione della
legalità, della giustizia sociale e della cittadinanza.
Dopo aver scelto il percorso la scuola potrà comunicarlo a Libera, al fine di ricevere eventuali materiali ulteriori utili per l’approfondimento.
Tra i materiali i documentari “Onda Libera, “Italia Nostra Cosa”, “Niente di personale”, il film “La memoria ha un costo”, il testo “Beni confiscati alle mafie: il
potere dei segni” e il manuale “L’uso sociale dei beni confiscati”.
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INTRODUZIONE AI PERCORSI
Tipologie
In questa sezione vengono presentati alcuni percorsi didattici per l’analisi approfondita del fenomeno delle mafie e la conoscenza delle risposte legislative promosse dallo Stato e dalla società civile.
Ogni percorso è introdotto da una spiegazione che aiuta il conduttore ad orientarsi nella scelta; vengono esplicitate le finalità, gli obiettivi di lavoro e la metodologia da adottare per lo sviluppo delle numerose attività. Il conduttore troverà
quindi gli strumenti per condurre il percorso in classe attraverso tappe di lavoro
che permettono un approccio graduale dell’argomento preso in esame.
Destinatari
I percorsi possono essere presentati ad un gruppo classe della scuola secondaria di
primo e secondo grado. Allo stesso modo possono essere diretti a un gruppo informale.
Modalità di lavoro
L’approccio metodologico presentato permette ai ragazzi di compiere un percorso di interiorizzazione del fenomeno partendo dalle preconoscenze, ovvero da
quello che è lo stereotipo interiorizzato. È necessario che il docente, durante le
prime fasi di lavoro, permetta ai ragazzi di esprimere idee e ipotesi anche se parziali o incongruenti. Questa fase di lavoro permetterà all’insegnante di calibrare il
percorso, sottolineando maggiormente alcune attività e mettendone in secondo
piano altre.
Durante lo svolgimento del laboratorio, l’insegnante guiderà la classe a raggiungere una conoscenza il più possibile obiettiva del fenomeno studiato attraverso
l’analisi di fonti e documenti di vario tipo.
Come utilizzare il materiale, le tecniche e gli approfondimenti
Questo strumento non vuole essere esaustivo, ma presentare alcuni esempi di
approfondimento della criminalità organizzata nelle scuole.
Un insegnante/educatore può seguire per intero la proposta metodologica di un
percorso oppure modificarne o integrarne tappe e documenti, pur mantenendo
intatte le caratteristiche dell’intervento.
A ogni percorso seguono degli allegati che possono essere fotocopiati e dati in
visione agli allievi per i lavori di gruppo. Si consiglia di presentare sempre molte
fonti, non soltanto un testo relativo ad un argomento, per favorire l’analisi di
diverse prospettive, il confronto e lo sviluppo della capacità critica.
7
INTRODUZIONE AI PERCORSI
I percorsi possono essere affrontati in modo progressivo, uno di seguito all’altro,
anche in più anni scolastici, oppure essere scelti in base ad un interesse specifico,
in collegamento a situazioni proprie del territorio di appartenenza.
8
ALCUNE TECNICHE PER LA CONDUZIONE
Appunti per un laboratorio
Il laboratorio è un efficace strumento per sviluppare responsabilità e abilità per
una cittadinanza attiva. L’utilizzo di metodologie che coinvolgono in prima persona i destinatari dell’intervento educativo, permette ai ragazzi di sperimentarsi da
protagonisti su argomenti e questioni delicate come la legalità, l’uso responsabile
del denaro, la conoscenza delle mafie e l’impegno civile nel loro contrasto.
Tali strategie, si praticano attraverso l’utilizzo di tecniche e strumenti quali:
- il lavoro in piccoli gruppi;
- il role playing;
- le discussioni aperte;
- le esercitazioni;
- il brainstorming;
- la costruzione partecipata di questionari;
- le simulazioni.
Nell’ottica del learning by doing, ogni laboratorio è soprattutto un grande cantiere
didattico in cui i partecipanti sentono, comprendono, parlano, realizzano. Per una
reale acquisizione di pratiche democratiche nella vita quotidiana è necessario attivare un processo di condivisione e di interiorizzazione delle regole, che non sono
più imposte dall’alto ma diventano forme di tutela dei propri diritti e di quelli
altrui. Da un punto di vista formativo l’apprendimento esperienziale risulta essere la metodologia più idonea a questo tipo di obiettivi.
Le esperienze concrete sono un “linguaggio” che tutti possono afferrare e permettono di incidere più in profondità rispetto a quelli trasmessi a parole.
A fini educativi l’esperienza si divide in quattro diverse fasi strettamente connesse:
- Il contatto con l’esperienza: ascoltare, cominciare a prendere confidenza con l’argomento, in un certo senso sperimentare, essere catturati a tal punto da cogliere
gli aspetti di interesse del tema trattato. Questo atteggiamento è l’inizio di un
processo di coinvolgimento attivo.
- L’espressione: l’azione diventa esperienza nel momento in cui si esprime attraverso linguaggi diversi.
- L’elaborazione: all’espressione attraverso linguaggi diversi segue la necessità di elaborare. Attraverso una base di dati, di visioni critiche, propri valori e proprie
convinzioni, la persona è in grado di attivare una fase di elaborazione critica e
matura.
- Il cambiamento: la quarta fase apre definitivamente alla possibilità di progettare e di
vedere come possibile l’evoluzione dell’esperienza a tal punto da poterla trasformare.
9
ALCUNE TECNICHE PER LA CONDUZIONE
Il lavoro di gruppo
Le persone lavorano insieme, combinano le loro abilità e i diversi talenti, basandosi sulla forza vicendevole per portare a termine un compito.
Il lavoro di gruppo:
- Incoraggia la responsabilità. Quando le persone si sentono di possedere quello
che stanno facendo, solitamente si impegnano per la riuscita e perché vi siano
buoni risultati.
- Sviluppa competenze di comunicazione. Le persone vengono aiutate ad ascoltare, a capire che cosa dicono gli altri, ad essere responsabili delle proprie idee e
ad essere capaci di esporre i propri pensieri.
- Sviluppa la cooperazione. Le persone imparano presto che quando si lavora
verso obiettivi comuni, questi si raggiungono meglio cooperando che essendo in
competizione l’uno con l’altro.
- Si dota di un orientamento al compito. Il lavoro di gruppo deve essere orientato a un obiettivo. Ci deve essere una domanda chiara che ha bisogno di una
risposta o un problema chiaramente definito che richiede una soluzione.
- Richiede la capacità di prendere decisioni consensuali. Le persone vengono aiutate a comprendere come trovare il modo migliore per prendere decisioni, considerando tutte le informazioni disponibili e provando a trovare una soluzione
che soddisfi tutti. Chi si sente tagliato fuori dal processo decisionale può ostacolare il lavoro di gruppo non rispettando le decisioni che sono state prese dal
resto del gruppo.
Le tecniche del lavoro di gruppo
I l b r a i n s t o r m i n g - è un modo di presentare un nuovo tema, incoraggiando la
creatività per generare tante idee molto rapidamente. Può essere usato per risolvere un problema specifico o per rispondere ad una domanda. Il “brainstorming”
permette, durante il primo incontro, di mettere in evidenza i temi fondamentali
di tutto il percorso. Il brainstorming si presta per diverse fasi del progetto: nella
fase di pianificazione per raccogliere idee e proposte; nella fase di realizzazione,
quando il lavoro quotidiano prende il sopravvento e non lascia spazio a idee
nuove; nella fase conclusiva per allestire in maniera creativa gli ultimi interventi.
- Decidete l’argomento che volete proporre con il brainstorming e formulatelo in
una domanda che permetta molte risposte possibili.
- Scrivete la domanda dove tutti la possano vedere.
- Chiedete alle persone di contribuire con le loro idee e scrivetele dove ognuno
10
ALCUNE TECNICHE PER LA CONDUZIONE
può vederle, per esempio, su un cartellone. Queste devono essere parole singole
o frasi corte.
- Fermate il brainstorming quando le idee stanno finendo.
- Passate in rassegna i suggerimenti, chiedendo commenti, appuntandoli con cura,
premurandovi di chiedere chiarimenti qualora le osservazioni risultino poco chiare. Nessuno deve fare commenti o giudicare quello che è stato scritto prima della
fine. Dite le vostre idee soltanto se è necessario per incoraggiare il gruppo.
La scrittura sul muro
Questa è una particolare forma di brainstorming. I partecipanti scrivono le loro
idee su piccoli pezzi di carta (per esempio post-it) e li attaccano sul muro o su un
cartellone. Il vantaggio di questo metodo è che le persone possono sedere e possono pensare tranquillamente da sole senza essere influenzate dalle idee altrui.
Una volta attaccati i pensieri, tutti i pezzi di carta possono essere riposizionati per
raggruppare idee simili.
La discussione
Le discussioni sono per i facilitatori e i partecipanti un buon modo per scoprire
quali sono le proprie rappresentazioni e idee rispetto al tema trattato. Questo è
molto importante nell’educazione ai diritti umani, perché oltre a conoscere i fatti,
i partecipanti hanno anche il bisogno di esplorare e analizzare il tema anche attraverso l’incontro con il proprio punto di vista. Le notizie, i poster e i casi studio
sono strumenti utili per stimolare la discussione.
I buzz groups
Questo è un buon metodo quando nella discussione dell’intero gruppo non emergono idee. Chiedete alle persone di discutere l’argomento in coppie per non più
di 5 minuti e poi di condividere le loro idee con il resto del gruppo. Vi sembrerà presto di avere attorno a voi pentole in cui bollono idee.
Il lavoro in piccoli gruppi
È un metodo che incoraggia ognuno a partecipare e aiuta a sviluppare il lavoro
di gruppo cooperativo. La grandezza dei piccoli gruppi dipenderà da cose pratiche come quante persone ci sono in tutto e quanto spazio avete. Il lavoro in piccoli gruppi può durare da 15 minuti fino a 1 ora a seconda del compito che
hanno. È raramente produttivo dire alle persone semplicemente di “discutere il
problema”. Qualsiasi sia l’argomento è essenziale che il lavoro sia realizzato fina11
ALCUNE TECNICHE PER LA CONDUZIONE
lizzandolo a un obiettivo: per esempio assegnando un compito sotto forma di un
problema che ha bisogno di essere risolto o di una domanda che necessita risposta.
Mettere in ordine d’importanza
Questo è un metodo utile quando volete dare informazioni specifiche o stimolare
una discussione mirata in piccoli gruppi. Avete bisogno di preparare un mazzo
di carte per ogni piccolo gruppo. Ci dovrebbero essere 9 carte per mazzo.
Preparare 9 frasi brevi e semplici, connesse all’argomento che volete che le persone discutano e scrivete una frase per ogni carta. I gruppi devono discutere le
frasi e poi metterle in ordine d’importanza, secondo una scala o una struttura a
diamante. Nella scala la frase più importante è messa in cima, la seconda per
importanza sotto e così via, fino all’ultima in fondo. Nel diamante, le persone
negoziano qual è la frase più importante. Una variazione del metodo di classificazione è di scrivere otto frasi e lasciare una carta bianca per partecipante per
permettere a essi stessi di scrivere la frase mancante.
Il gioco di ruolo
Un gioco di ruolo è una breve rappresentazione messa in scena dai partecipanti.
Il suo obiettivo è di portare alla luce circostanze o eventi che non sono familiari
ai partecipanti. I giochi di ruolo possono migliorare la comprensione di una situazione ed incoraggiare l’empatia verso coloro che sono coinvolti in essi.
Il valore dei giochi di ruolo sta nel fatto che imitano la vita reale. Possono sollevare domande a cui non è semplice rispondere, per esempio sui comportamenti
giusti o sbagliati di un personaggio. Per potersi maggiormente rendere conto,
un’utile tecnica consiste nel chiedere alle persone di scambiarsi i ruoli.
I giochi devono essere usati con sensibilità. In primo luogo, è essenziale che le
persone abbiano il tempo, alla fine, di uscire dal proprio ruolo. Poi tutti hanno
bisogno di rispettare i sentimenti dei singoli e la struttura sociale del gruppo; non
devono sentirsi feriti, obbligati ad esporsi o tenuti a margine. Se questo succede,
occorre gestire la situazione in maniera seria (scusandovi, reindirizzando il problema come un esempio, ecc..). Inoltre, state molto attenti agli stereotipi. I giochi di
ruolo fanno emergere quello che i partecipanti pensano degli altri attraverso le
loro capacità di recitare o imitarli. Può essere sempre utile rivolgere la domanda
durante la discussione finale chiedendo “pensate che le persone che avete presentato agiscono realmente così?”.Si può anche chiedere ai partecipanti da dove
hanno preso le informazioni su cui hanno basato l’evoluzione del loro personaggio. I giochi di ruolo permettono, attraverso il “mettersi nei panni di”, di speri12
ALCUNE TECNICHE PER LA CONDUZIONE
mentare le condizioni in cui si trovano i personaggi di cui narriamo la storia.
Le simulazioni
Le simulazioni possono essere pensate in estensione dei giochi di ruolo per coinvolgere tutti. Danno la possibilità alle persone di provare situazioni di sfida ma in
un’atmosfera di sicurezza.
Le simulazioni spesso chiedono un coinvolgimento emotivo, che le rende strumenti molto forti. La discussione finale dopo una simulazione ha un’importanza speciale. Quelli che hanno appena simulato dovrebbero discutere dei loro sentimenti, del perché hanno deciso di agire nella maniera in cui l’hanno fatto, delle ingiustizie che hanno percepito, di quanto accettabile sia stata la soluzione che è stata
raggiunta. Dovrebbero essere aiutati a tracciare paralleli tra quello che hanno
provato e la situazione attuale nel mondo.
Attraverso l’utilizzo della tecnica del circle time, l’uso di oggetti metaforici e l’analisi della comunicazione non verbale, si cerca di far emergere i ruoli che ognuno
ha all’interno del gruppo e le dinamiche relazionali che lo caratterizzano.
I testi utilizzati nel capitolo Appunti per un laboratorio sono in parte ripresi da:
Compass - Manuale per l’educazione ai Diritti Umani con i giovani del Consiglio
d’Europa
Un manuale di riflessione e operativo che consigliamo per le iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nell’extrascuola, sui temi legati ai diritti umani.
13
PERCORSO
1
Pace e Giustizia marciano insieme
Percorso realizzato in collaborazione con la Tavola della Pace
Dopo un anno di feconda sperimentazione dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”,
il nuovo anno scolastico si presenta carico di sfide
e opportunità. La celebrazione dei 150 anni
dell’Unità d’Italia rappresenta una straordinaria
occasione per proseguire questo lavoro, valorizzare la storia e riflettere sul futuro del nostro Paese. Nel 2011 ricorre anche i l 5 0 °
a n n i v e r s a r i o d e l l a M a r c i a p e r l a p a c e P e r u g i a - A s s i s i , un’ulteriore occasione per riflettere sull’idea di cittadinanza attiva e responsabile in un mondo globalizzato carico di problemi irrisolti ma anche di grandi possibilità.
Libera e Tavola della Pace propongono il percorso “Pace e giustizia marciano
insieme”, per prepararsi alla M a r c i a i l 2 5 s e t t e m b r e 2 0 1 1 (per ulteriori informazioni www.perlapace.it).
Questo percorso vuole favorire innanzitutto un lavoro di elaborazione che porti i
ragazzi a riflettere sul senso del concetto di giustizia, partendo da un livello astratto per poi declinare tale idea nell’accezione di “giustizia sociale”, intesa come riconoscimento e garanzia dei diritti fondamentali di ogni individuo.
In questo senso i princìpi sanciti in alcuni passaggi della Costituzione Italiana - in
particolare negli articoli 2 e 3 - possono essere utile punto di riferimento per il
percorso. Dopo aver messo in luce l’essenza della giustizia sociale, l’orizzonte della
riflessione si focalizzerà sulla discrepanza che può palesarsi tra diritti formali e
diritti di fatto.
Dal caso limite delle situazioni nelle quali le mafie concedono come favori quelli
che in realtà dovrebbero essere diritti basilari, presentato e approfondito attraverso la figura del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e dalle sue intuizioni, fino
ad un lavoro di approfondimento su stimoli di varia natura che hanno come
comune denominatore la narrazione o la rappresentazione di discriminazioni e
diritti negati. Una volta interiorizzata, non solo in via di principio, la consapevolezza della fragilità dei diritti e della giustizia, i ragazzi si cimenteranno nel ruolo
di osservatori attivi, per analizzare e raccontare cosa accade nei loro vissuti, sia
sul versante delle discriminazioni, sia su quello delle azioni positive per la difesa
dell’uguaglianza nei diritti.
15
PERCORSO
1
Finalità
Sensibilizzare i ragazzi sul tema dei diritti fondamentali
della persona, stimolando in loro un’attenzione consapevole e costante rispetto allo stato di salute dei diritti nei luoghi e nei contesti sociali in cui vivono.
Obiettivi
1. Approfondire il concetto di giustizia, interiorizzando
l’imprescindibile legame esistente tra riconoscimento dei
diritti fondamentali, accettazione dei doveri di solidarietà tra individui e giustizia sociale
2. Comprendere la differenza tra diritti formali e diritti di fatto
3. Inquadrare i fenomeni mafiosi come forme estreme di negazioni dei diritti
4. Riflettere sulle forme di discriminazione che impediscono una piena realizzazione della giustizia sociale nel nostro Paese
5. Stimolare i ragazzi ad un atteggiamento di attenzione civile, fornendo loro
strumenti per analizzare criticamente una realtà nella quale i diritti fondamentali delle persone sono continuamente messi in discussione
6. Avviare un percorso di monitoraggio sullo stato dei diritti nei contesti di riferimento
7. Stimolare una sensibilizzazione tra pari sui risultati emersi dal monitoraggio
e, più in generale, sul tema della giustizia sociale e dei diritti
Metodologia e strumenti
Il percorso prevede 4 incontri laboratoriali di 2 ore ciascuno ai quali seguirà, dopo
un periodo di lavoro in autonomia dei ragazzi, un momento di restituzione finale.
I incontro – Focus tematico di apertura
Per avviare i ragazzi al percorso e introdurre al tema verrà avviato un lavoro
attorno alla parola “giustizia” attraverso lo strumento del brainstorming (vedasi
capitolo “Alcune tecniche per la conduzione”).
Per dare un primo input che sia di stimolo senza tuttavia condizionare eccessivamente i partecipanti nel presentare le idee e i significati da associare al termine,
si potrebbe fornire un’attivazione leggera, come ad esempio una citazione che
abbia per oggetto la giustizia (vedasi allegato).
Le associazioni prodotte verranno raggruppate per affinità; a partire da quanto
emerso, il facilitatore porterà i ragazzi a riflettere attorno ad alcuni princìpi
16
PERCORSO
1
chiave:
- non può esserci giustizia senza un riconoscimento universale dei diritti fondamentali;
- al riconoscimento dei propri diritti si accompagna l’accettazione di determinati
doveri sociali;
- occorrono regole giuste, in grado di garantire i diritti e tutelare i soggetti più
deboli.
Dopo il brainstorming potrebbe esserci un’ulteriore fase di stimolo e discussione,
parlando ad esempio dell’etimologia della parola “giustizia” o del concetto di giustizia presso l’antica Grecia, magari proponendo il “Discorso agli Ateniesi” di
Pericle (vedasi allegato).
A conclusione del primo incontro verranno presentati gli articoli 2 e 3 della
Costituzione Italiana, focalizzando l’attenzione dei ragazzi e discutendo sulle due
“facce della medaglia”:
• il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo porta con sé la richiesta dell’adempimento dei doveri di solidarietà politica, economica, sociale (art. 2)
• assieme all’affermazione della libertà e dell’uguaglianza formale tra individui si
ribadisce la necessità di rimuovere gli ostacoli che impediscono una realizzazione compiuta di questi princìpi: riconoscimento implicito del fatto che l’uguaglianza di fatto non sia un elemento scontato (art. 3)
II Incontro – Giustizia VS Mafie
Ripartendo con una riflessione sui temi cardine degli articoli 2 e 3 della
Costituzione, questo incontro avrà come oggetto il rapporto tra giustizia, diritti e
mafie. Per mettere in luce e approfondire questi collegamenti verrà presentata agli
studenti la figura di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Dopo una breve introduzione biografica e una contestualizzazione storica, il
gruppo leggerà l’ultima intervista rilasciata dal Generale, che sarà distribuita in
classe, e visionerà un clip video estratto dal programma “La storia siamo noi”
(vedasi allegato).
Attraverso alcune domande scritte alla lavagna (o su un supporto ben visibile) il
facilitatore inviterà i ragazzi a ripercorrere il testo, cercando, sottolineando e
infine discutendo su alcuni passaggi nodali:
• dov’è la mafia?
• come agisce, qual è il suo obiettivo?
• chi colpisce la mafia? A che condizioni può colpire indisturbata?
• come sottrarre braccia alle mafie?
Dopo la discussione i ragazzi possono essere provocati su una forma di “mafiosi17
PERCORSO
1
tà” particolarmente diffusa, chiedendo loro di immaginare come reagirebbero di
fronte a un’ipotetica proposta di raccomandazione o “scorciatoia” e mettendo a
confronto le ragioni di chi accetta e chi rifiuta l’offerta del favore.
Compiuto questo lavoro gli stimoli raccolti dovrebbero essere sufficienti a:
- inquadrare i sistemi mafiosi come situazioni estreme di ingiustizia sociale, nelle
quali il diritto è concesso a caro prezzo da chi detiene il potere criminale come
favore, dunque in cambio di qualcosa
- introdurre attraverso la vicenda di Dalla Chiesa il tema della responsabilità individuale: come possiamo con i nostri atteggiamenti evitare di assecondare la
“mentalità mafiosa” e fare in modo che il contrasto alle mafie non ricada sulle
spalle di pochi che rischiano l’isolamento e in certi contesti la vita stessa?
III Incontro - La Costituzione nella realtà
L’incontro verrà aperto proponendo ai partecipanti degli stimoli in negativo, quali
articoli, video, testimonianze e rappresentazioni che raccontino come i diritti scritti sulla carta non trovino necessariamente riscontro nella realtà (vedasi allegato).
Può trattarsi di testimonianze e cronache di attualità, come i casi di discriminazione operate in base alle condizioni personali (l’esclusione dei disabili mentali
dalle liste trapianti nella Regione Veneto), all’orientamento sessuale (gli affitti
negati a inquilini e coppie omosessuali) e all’appartenenza etnica. Una forma di
discriminazione, quest’ultima, sempre più frequente nei nostri territori, manifesta
ad esempio nei provvedimenti a danno di gruppi Rom e Sinti (esempi: schedatura sui treni, raccolta delle impronte digitali e “Piano Nomadi” a Roma).
Interessante approfondire anche come alcuni manifesti di propaganda mirino alla
costruzione e al rafforzamento di un immaginario razzista, nel quale la diversità
culturale viene semplificata all’opposizione tra due cibi e veicolata dallo slogan “Sì
alla polenta, no al cous cous”, mentre gli “altri”, resi iconograficamente secondo
evidenti stereotipi fisici, sono presentati come competitori che mettono a rischio il
diritto degli italiani alla casa, al lavoro, alla salute e alla scuola.
Dopo aver raccolto le reazioni spontanee dei ragazzi, sarebbe utile richiamare la
dimensione del dovere di solidarietà e la necessità di rimuovere le disuguaglianze di
fatto (art. 2 e 3), e continuare la discussione in gruppo introducendo alcuni quesiti:
• si fa abbastanza per combattere le discriminazioni e garantire i diritti reali?
• è una sfida che riguarda solo lo Stato o tutti noi possiamo/dobbiamo avere
un ruolo attivo?
A partire da questi si ritornerà sul tema della responsabilità individuale che, nelle
fasi seguenti del percorso, sarà vissuta primariamente come “attenzione civile”. Il
18
PERCORSO
1
presupposto per declinare in tal senso l’idea di responsabilità è la presa d’atto della
“fragilità” dei diritti:
• i diritti non sono dati una volta per tutte e possono essere messi in discussione
da determinati gruppi sociali per ragioni economiche o ideologiche
• la stessa legge, che nasce come strumento di tutela, può essere piegata a determinati interessi divenendo così una legittimazione o addirittura un incentivo
all’ingiustizia (in proposito potrebbe essere interessante un parallelo tra le leggi
razziali nei regimi nazifascisti e il reato di clandestinità in Italia, o anche la
costruzione della presunta “Emergenza nomadi”)
• quanto più noi cittadini siamo disattenti tanto più i diritti sono esposti ad attacchi.
Agli studenti sarà data la consegna, in vista del quarto incontro, di lavorare individualmente, annotando fatti, raccogliendo notizie, articoli, video o immagini che
trattino la negazione o la promozione dei diritti.
In chiusura verranno mostrati dei clip che trattano il tema dei diritti umani comunicando un senso di speranza e positività, nell’intento di stimolare nei ragazzi un
atteggiamento propositivo (vedasi allegato).
IV Incontro - I diritti a casa nostra
I partecipanti al laboratorio esporranno a turno quanto raccolto nel lavoro di
osservazione individuale; progressivamente il facilitatore annoterà su un supporto
visibile sia le situazioni di mancato riconoscimento e i diritti in questione, sia le
eventuali azioni di promozione civile. Oltre a discutere liberamente su cosa ha colpito gli studenti, è importante avere un parere su come abbiano vissuto il loro
ruolo di osservatori:
- risulta facile reperire informazioni e notizie sul tema?
- sono emerse più situazioni di mancato riconoscimento o di promozione civile
in favore dei diritti? nello specifico, di che diritti si tratta?
- come interpretare questi risultati?
A questo punto vengono date disposizioni per un lavoro di osservazione con le
stesse finalità di quello già sperimentato, attraverso il quale i partecipanti analizzeranno lo stato di salute dei diritti nei loro contesti.
Divisi in gruppi da 4/5, gli studenti raccoglieranno storie di diritti negati e pratiche positive nella tutela di questi ultimi, concentrandosi in questa fase sui luoghi
dove vivono. L’analisi investirà infatti la scuola (intesa sia come comunità di studenti che come istituzione), i gruppi di riferimento (amici, gruppi sportivi, ricreativi o di semplice aggregazione), il proprio territorio con i suoi attori (istituzioni,
enti locali, cittadinanza, associazionismo, ecc.) i cui rappresentanti potranno esse19
PERCORSO
1
re interpellati nella raccolta delle informazioni.
È bene far riflettere i ragazzi sul fatto che il tema dei diritti sia spesso trascurato,
se non raccontato in maniera semplicistica, dalla maggioranza dei media: un ulteriore elemento di stimolo alla responsabilità per i partecipanti, chiamati a superare questi limiti trasformandosi in cronisti che documentino e, ove necessario,
denuncino, scrivendo, fotografando e filmando quegli stralci di realtà che non passano attraverso le narrazioni “ufficiali”.
Il monitoraggio da parte dei gruppi potrebbe durare da 1 a 2 mesi, prevedendo
anche confronti intermedi con il coordinatore del percorso (sia strutturati sia informali) per affrontare eventuali criticità operative riscontrate dai ragazzi ed aiutarli
ad elaborare nuove strategie di ricerca.
E l a b o r a t i f i n a l i : terminata questa fase, i gruppi saranno liberi di proporre i
risultati dell’osservazione, le loro riflessioni (che possono seguire le linee guida
sopraelencate) e proposte in elaborati di vario genere (cartelloni, libretti, brochure, filmati, slide, ecc.), che saranno presentati inizialmente al gruppo classe, per
poi essere eventualmente condivisi con il resto dell’istituto.
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ALLEGATI
1
Allegati
Citazioni
“Chi spontaneamente, senz’esservi costretto,
si comporta con giustizia, non sarà infelice,
né mai lo coglierà totale rovina.” (Eschilo)
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“Il sentimento di giustizia è cosi universalmente connaturato all’umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito e religione”. (Voltaire)
Etimologia e definizione della parola “giustizia”
La parola deriva dal latino justitia che a sua volta deriva da justus, “giusto”, e questo da jus, diritto, ragione.
D e f i n i z i o n e : ciò che è giusto e dovuto ad altri (diversa da “giustezza”, che vale
“esattezza”, convenienza); costante e perpetua volontà di dare e riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; virtù morale per la quale si osserva in sé e in altri il
dovere e il diritto; l’Ufficio del giudicare secondo giustizia. [...]
(fonte www.etimo.it)
Discorso di Pericle agli Ateniesi sulla Democrazia
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma
noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato
a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al
merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo
sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro
prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come
ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie
faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le
sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
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ALLEGATI
1
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono
nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma
inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti
qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il
frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a
fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al
mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Pericle - Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.
Il concetto di giustizia nell’antica Grecia
Il termine greco per giustizia è dikaiosyne mentre il giusto è dikaios. Derivano dal
sostantivo dike che significava in origine colei che indica, che indirizza e quindi direttiva, indicazione, ordine. Dike è stata data all’uomo per sviluppare ordinatamente la
propria esistenza. Il dikaios, il giusto, è colui che si comporta in modo conforme
alla parte della società in cui vive e compie il suo dovere verso gli dei e verso i
suoi simili. Dikaia zoe è la maniera di vivere civilmente contrapposta alla hybris e
all’inciviltà. Prima di assumere un significato prevalentemente letterario,
nell’Atene classica hybris era un termine di uso giuridico. Indicava un’azione delittuosa oppure un’offesa personale compiuta allo scopo di umiliare, il cui movente è
dato non da un utile ma dal piacere, dall’orgoglio di sé che l’autore dell’atto traeva dalla malvagità dell’atto stesso, mostrando la sua superiore forza sulla vittima.
(fonte it.wikipedia.org)
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ALLEGATI
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Biografia di Carlo Alberto Dalla Chiesa
Il contesto storico
http://www.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/cronologiamafieantimafia/schedabase.asp
Biografia
http://www.fondazioneitaliani.it/index.php/en/Carlo-Alberto-Dalla-Chiesa-biografia.html
Generale italiano dei carabinieri e Prefetto della Repubblica, nato il 27 settembre
1920 a Saluzzo, assassinato dalla mafia il 3 settembre 1982, a Palermo.
“Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue
Istituzioni, delle sue Leggi. Non possiamo delegarlo oltre a prevaricatori, prepotenti e disonesti”.
C a r l o A l b e r t o D a l l a C h i e s a nasce a Saluzzo, in provincia di Cuneo, da una
famiglia di Carabinieri: il padre R o m a n o era diventato vice comandante generale nel 1955, e le sue orme
erano state già seguite dal fratello R o m o l o. Il primo
contatto con la divisa che lo accompagnerà per tutta la
vita è nel Montenegro, in cui svolge l’incarico di sottotenente durante il 1941. L’anno successivo sceglie il
corpo dei Carabinieri. Mentre sta completando gli studi
in Giurisprudenza presso l’Università di Bari – dove
conseguirà anche una seconda laurea in Scienze
Politiche - viene mandato a San Benedetto del Tronto, dove resterà fino all’armistizio del 3 settembre 1943. E’ in quel momento che sceglie di prendere parte alla
Resistenza come partigiano, operando fra le Marche e l’Abruzzo come responsabile delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani, con cui
partecipa alla liberazione di Roma nel 1944. Durante l’esperienza partigiana
apprenderà le tecniche di guerriglia che poi utilizzerà, 30 anni più tardi, nella sua
strategia contro il terrorismo delle Brigate Rosse.
Subito dopo la guerra sposa D o r a F a b b o, da cui avrà tre figli: N a n d o, R i t a e
S i m o n a. Con il grado di Capitano, viene inviato in Campania, dove affronta le
sue prime esperienze operative contro il banditismo, in seguito alle quali farà
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ALLEGATI
1
richiesta di trasferimento in Sicilia. Ci arriva nel 1949, ed entra nelle Forze di
Repressione del Banditismo sotto il comando del Generale U g o L u c a, misurandosi con criminali della portata di S a l v a t o r e G i u l i a n o – che sarà fra i responsabili della strage di P o r t e l l a d e l l a G i n e s t r a, nel 1947 – e tentando di arginare le tensioni separatiste rivendicate dal suo gruppo, in guerra con i clan mafiosi
locali. Viene promosso capitano, e sarà lui ad occuparsi del rapimento e successivo assassinio del sindacalista P l a c i d o R i z z o t t o, eliminato dalla banda del boss
L u c i a n o L i g g i o. Riesce ad arrestarlo, con tutti i suoi complici, ma il processo si
chiuderà con una serie di assoluzioni per insufficienza di prove. Il vuoto lasciato
da Rizzotto sarà colmato in seguito da P i o L a T o r r e, con il quale il Generale
conserverà una sincera amicizia ed una solida stima fino alla morte, avvenuta per
mano mafiosa il 30 aprile 1982.
È solo la prima di una lunga serie di indagini sugli omicidi “eccellenti” che insanguinano l’Italia per un ventennio, cui Dalla Chiesa sarà sempre alla testa instancabilmente. Il suo nome è legato anche alle indagini intorno alla morte di E n r i c o
M a t t e i, il vicepresidente dell’Eni, precipitato a bordo di un aereo nei pressi di
Linate. Negli anni successivi svolge le sue funzioni fra Como, Firenze e Roma,
periodo in cui vive un forte contrasto con il comandante generale dell’Arma
G i o v a n n i D e L o r e n z o, che per tenerlo lontano lo invia al comando degli Istituti
di istruzione in Piemonte. È il 1964 quando Dalla Chiesa passa al nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d’Appello di Milano.
Dal 1966 al 1973 è nuovamente in Sicilia con il grado di colonnello, e comanda
la legione dei Carabinieri di Palermo, ottenendo i primi importanti successi nella
lotta contro la mafia. Assicura infatti alla giustizia, durante quegli anni, boss come
G e r l a n d o A l b e r t i e il celeberrimo F r a n k C o p p o l a, iniziando a seguire la pericolosa pista della collusione fra mafia e istituzioni statali.
Nel 1968, in seguito al terremoto che sconvolge il Belice, interviene in soccorso
della popolazione insieme agli uomini del suo reparto, conseguendo una medaglia
al valor civile per la personale partecipazione in prima linea. Il 1970 lo vede al
centro delle indagini su un altro omicidio di mafia: quello del giornalista M a u r o
D e M a u r o, assassinato il 16 settembre di quell’anno.
Nel 1973 viene promosso generale di brigata, e l’anno successivo diventa comandante della regione militare del nord-ovest, attiva in Piemonte, Valle d’Aosta e
Liguria. Ma il periodo della lotta contro il terrorismo rosso e delle istituzioni che
lo abbandonano si inaugura nel 1974, quando viene rapito dalle Brigate Rosse il
giudice M a r i o S o s s i, e Dalla Chiesa pensa alla costituzione di un nucleo antiterrorismo, dotato di poteri specifici e di una notevole autonomia decisionale. I
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ALLEGATI
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vertici dell’Arma non sono d’accordo, temono di non poterlo tenere sotto controllo, e che dietro le sue richieste si nasconda un eccessivo protagonismo. Ma il
Generale ha l’appoggio della politica, e del Ministro dell’Interno P a o l o E m i l i o
T a v i a n i in particolare: il 22 maggio 1974 riesce ad istituire ufficialmente il
Nucleo Speciale Antiterrorismo.
Pochi mesi dopo arriva il primo successo: l’8 settembre 1974 infatti guida un’operazione che porta all’arresto, a Pinerolo, dei due leader delle Brigate Rosse
R e n a t o C u r c i o e A l b e r t o F r a n c e s c h i n i , grazie alla collaborazione del noto
infiltrato S i l v a n o G i r o t t o detto “Frate Mitra”. È Dalla Chiesa infatti a usare per
primo il sistema discusso ma efficace delle infiltrazioni di uomini delle forze dell’ordine nei gruppi brigatisti per la lotta al terrorismo. Il successo dell’operazione
non lo esime però da quelle durissime critiche e polemiche che accompagneranno il suo operato per tutta la vita: uomo dell’Arma dal carattere forte e duro, che
non ammette errori né controlli, deciso a combattere il terrorismo e l’eversione
sopra ogni altra cosa. Le polemiche che seguono l’operazione di Pinerolo portano i vertici dell’Arma alla decisione di smantellare il Nucleo e trasferire il Generale
al dipartimento sicurezza delle carceri: è il 1976, e il generale in pensione F r a n c o
P i c c h i o t t i, membro della loggia massonica deviata P2, gli offre di entrare a farne
parte. Dalla Chiesa firmerà il modulo di adesione senza mai formalizzare l’iscrizione alla loggia. Anche dalla sua nuova postazione tenta di ricavare gli indizi più
fruttuosi, cercando di infiltrare i suoi uomini fra i carcerati per avere informazioni sulla struttura brigatista. Due anni dopo, in seguito all’assassinio del presidente A l d o M o r o, il Ministro dell’Interno V i r g i n i o R o g n o n i chiama ancora Dalla
Chiesa a gestire un nuovo Nucleo antiterrorismo. È il 1978, e mentre una nuova
stagione operativa si inaugura il Generale subisce una gravissima perdita: a causa
di un infarto improvviso muore l’adorata moglie Dora, con la quale continuerà
ad avere un fortissimo legame attraverso una serie di lettere a lei indirizzate dopo
la scomparsa, ritrovate in un diario personale.
Il 1° ottobre del 1978 mette a segno un altro colpo: riesce con i suoi uomini ad
arrestare i brigatisti L a u r o A z z o l i n i e N a d i a M a n t o v a n i, nel cui covo trova i
notissimi e discussi memoriali di Aldo Moro. Il 20 marzo dell’anno seguente, con
il successo dell’operazione di via Monte Nevoso, registra l’ennesimo successo: vengono arrestati 9 brigatisti, fra cui gli esecutori materiali dell’omicidio Moro. Nel
1980 è la volta dell’arresto di P a t r i z i o P e c i, che diventerà il primo pentito delle
Brigate Rosse: è ancora una volta Dalla Chiesa che lo convince a collaborare con
la giustizia, e a fare quelle rivelazioni che porteranno, nel marzo dell’80, all’operazione di via Fracchia, a Genova, in cui i suoi uomini uccideranno quattro bri25
ALLEGATI
1
gatisti. È l’apice della carriera di Carlo Alberto Dalla Chiesa quando, 17 maggio
1981, la Guardia di Finanza trova negli uffici di L i c i o G e l l i la lista completa
degli appartenenti alla P2: sono 963 nomi che le forze dell’ordine rendono pubblici, fra i quali non compare quello del generale, ma quello di suo fratello
R o m o l o. Scriverà in un appunto personale: “È stato un dolore trovare il nome
di mio fratello in quell’elenco, anche perché non lo ritenevo possibile”. Nel dicembre dello stesso anno viene promosso al più alto grado dell’Arma: è vice comandante generale dei Carabinieri, come prima di lui suo padre.
Il 10 luglio 1981 sposa in seconde nozze la giovane E m a n u e l a S e t t i C a r r a r o,
con una cerimonia privata in Trentino Alto Adige. La gioia è breve, perché l’escalation di violenza che si registra in quel periodo in Sicilia porta il governo ad avere
ancora bisogno del suo prezioso intervento: il 2 aprile 1982 viene nominato
Superprefetto di Palermo, ed immediatamente inviato in Sicilia. Pochi giorni dopo
il caro amico e deputato del Pci, Pio La Torre, sarà assassinato dalla mafia. È qui
che l’isolamento del generale vive la sua stagione più dura: sono continue e incessanti le pressioni che fa su un governo che lo ha lasciato completamente solo.
Commenterà quel periodo con la triste frase, rimasta celebre: “Mi mandano in una
realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”. È costretto a vivere,
insieme alla nuova moglie, in una casa senza scorta fra continui sacrifici. Durante
l’agosto dell’82, quando il numero di vittime della mafia è arrivato a sfiorare il centinaio, Dalla Chiesa decide di usare l’ultima arma per uscire dall’isolamento: rilascia una storica intervista a G i o r g i o B o c c a su “La Repubblica”. È il 10 agosto
1982, e il giornale titola “Un uomo solo contro la mafia”, in un pezzo di violenta
e legittima accusa contro le istituzioni. “Credo di aver capito il gioco – afferma amaramente – si uccide il potente quando c’è questa combinazione fatale: è diventato
troppo pericoloso, ma si può ucciderlo perché è isolato”.
Pochi giorni dopo, il 26 agosto, ai carabinieri arriva una telefonata anonima da parte
mafiosa che dice “l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa”. È la prima volta che
la mafia annuncia la prossima vittima prima di colpire. Nonostante questo il Generale
continua a circolare per Palermo senza alcuna protezione, e senza che a Roma si siano
formalizzati i suoi poteri dandogli la possibilità di intervenire e chiamare intorno a sé
i suoi uomini. A fine mese il ministro Rognoni vola in Sicilia per rassicurare personalmente Dalla Chiesa: finalmente avrà i suoi uomini e la libertà di intervento che richiede da mesi. Non farà in tempo ad organizzarsi, perché il 3 settembre 1982, alle 21.15,
mentre è in macchina diretto a cena, viene assassinato a colpi di fucile. Nell’agguato
muoiono anche la moglie Emanuela e l’agente di scorta D o m e n i c o R u s s o . Il giorno del funerale, a Palermo, i membri delle Istituzioni che si presentano vengono accol26
ALLEGATI
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ti da urla, insulti, sputi e lanci di monete da parte della folla palermitana riunita di
fronte alla chiesa. Il processo, concluso il 30 gennaio 1992, ha condannato all’ergastolo per l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa T o t ò R i i n a, B e r n a r d o
P r o v e n z a n o, P i p p o C a l ò, G i o v a n n i B r u s c a, M i c h e l e G r e c o e N e n é G e r a c i.
Il 22 marzo 2002 la Corte d’Assise di Palermo ha individuato come esecutori materiali del delitto V i n c e n z o G a t o l o, A n t o n i n o M a d o n i a, F r a n c e s c o A n z e l m o e
C a l o g e r o G a n c i. Nella sentenza si legge inoltre: “Si può senz’altro convenire con
chi sostiene che persistono ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le
quali il Generale Dalla Chiesa è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno
mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi all’interno delle stesse istituzioni all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalle capacità del Generale”.
Materiali on Line
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=367
http://www.youtube.com/watch?v=NWr-QPvpgtU
http://www.youtube.com/watch?v=AsQ8EeBSysU
Filmografia
Cento giorni a Palermo
regia di Giuseppe Ferrara, 1984
(durata 107 min.)
Il generale Dalla Chiesa
miniserie televisiva del 2007; regia di Giorgio Capitani
Bibliografia
Nando Dalla Chiesa,1984, D e l i t t o i m p e r f e t t o, Milano, Mondadori
Nando Dalla Chiesa, 2009, A l b u m d i f a m i g l i a, Einaudi
Discriminazioni di genere
“Lesbiche? Affitti negati”:
http://www.gay.tv/articolo/1/10008/Lesbiche—Affitto-negato
“Odissea per trovare casa. Non si affitta agli omosessuali”:
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/07/04/news/non_si_affitta_agli_omosessuali-5372525/index.html?ref=search
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ALLEGATI
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Discriminazioni etniche
“Viaggiatori rom schedati sui treni”:
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/06/news/viaggiatori_rom_schedati_sui_treni_i_controllori_si_ribellano_razzismo-3849525/index.html?ref=search
“Rom schedati sui treni locali. Fs prende provvedimenti disciplinari”
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/10_maggio_11/treni-rom-deleo1702999238021.shtml (articolo)
“I sindaci, sì a impronte digitali a bimbi rom. Unicef e Garante: discriminazione”:
http://www.corriere.it/politica/08_giugno_26/moratti_rom_a115f6ac-436a11dd-bb33-00144f02aabc.shtml
Amnesty International sul “Piano nomadi” a Roma:
http://www.iopretendodignita.it/?q=rom
Discriminazioni sulla base di condizioni personali:
“Niente trapianti ai disabili mentali” Il Veneto finisce sotto accusa:
http://www.corriere.it/cronache/10_maggio_29/debac-niente-trapianti-ai-disabili_8373ed92-6ae2-11df-9ae5-00144f02aabe.shtml
Stimoli positivi: video sugli articoli della “Dichiarazione dei Diritti
Umani” realizzati da Youth For Human Rights
“Articolo 29: Diritto alla responsabilità”: http://www.vimeo.com/3119621
“Articolo 28: Diritto ad un mondo giusto”: http://www.vimeo.com/3119530
(vedere anche: www.youthforhumanrights.org)
Clip della campagna comunitaria “Tutti diversi tutti uguali”: http://www.tuttidiversi-tuttiuguali.ch/fileadmin/downloads/TDTE.swf
Altri riferimenti utili:
Costituzione Italiana
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gol iF
http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htmF
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PERCORSO
2
Denaro: quanto mi costi!
L’educazione alla legalità democratica è una pratica che si esercita allargando
l’orizzonte di riflessione oltre quelle tematiche ritenute strettamente connesse ai
fenomeni mafiosi, cercando di individuare nel
panorama culturale e sociale quali siano i rischi e
i comportamenti che possono costituire il punto
di partenza per un avvicinamento e un’adesione
degli individui a modelli di ragionamento e azione a carattere criminale.
La riflessione sull’uso del denaro, diviene obbligata, nel momento in cui ci si accorge che i modelli culturali attuali spingono a finalizzare le nostre
azioni quotidiane verso un’idea dei soldi come
fine, stravolgendo l’idea originaria del denaro come strumento.
Quando il denaro diviene il fine ultimo e viene meno un’etica che richiami alla
responsabilità delle proprie azioni, è possibile che gli individui sottovalutino i rischi
ai quali espongono loro stessi e le persone vicine, diventando vittime o addirittura soggetti attivi in traffici illegali, quali usura, gioco d’azzardo, ecc.
È per questo che si ritiene importante proporre un percorso di approfondimento
rispetto agli usi del denaro, esaminando quanto più possibile le abitudini di consumo, partendo dalle proprie, per cogliere eventuali relazioni tra i comportamenti individuali e le sollecitazioni provenienti dai contesti sociali e culturali di riferimento verso un utilizzo più o meno consapevole delle risorse economiche.
In questo senso saranno presentate sia pratiche negative, con particolare riferimento al gioco d’azzardo, sia buone prassi di consumo critico, che avranno la funzione di arricchire e stimolare i partecipanti in una riflessione che sia la base per
avviare un lavoro di condivisione e sensibilizzazione sul tema.
Finalità
Stimolare una riflessione su un uso responsabile del denaro, ripensando alle modalità quotidiane di spesa, lavorando sul confronto tra l’acquisto consapevole, realmente utile, e l’acquisto indotto esternamente (da pubblicità, amici, ecc.), che frequentemente mira all’acquisizione di un’immagine e di uno status legati al semplice possesso, piuttosto che al godimento di una qualche utilità funzionale.
Il percorso si rivolge agli studenti delle scuole medie superiori di secondo grado.
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PERCORSO
2
Obiettivi
1. Conoscere la concezione che i ragazzi attribuiscono alla parola “denaro”.
Approfondire il significato del termine per poi ricondurlo all’accezione iniziale
di “strumento”;
2. Riflettere con i ragazzi rispetto alle decisioni che ruotano attorno al momento
di un acquisto e ai meccanismi psicologici e sociali che incidono nell’uso del
denaro;
3. Informare sul gioco d’azzardo, come forma di uso non responsabile del denaro, per poi raccontare storie nelle quali il denaro rappresenta un vero e proprio strumento di promozione sociale e di sviluppo economico condiviso;
4. Organizzare una fase di ricerca che rilevi l’uso del denaro da parte dei ragazzi
di tutta la scuola e i cui risultati siano poi diffusi all’interno dell’istituto;
5. Redigere un manuale per l’uso responsabile del denaro da portare a casa per
far conoscere alle famiglie il lavoro svolto.
Metodologie e tecniche
Il percorso si svolge in 6 incontri laboratoriali adottando metodologie di brainstorming e lavoro di gruppo. Gli incontri possono essere di 2 ore, anche se per
il primo incontro si consiglia una durata più lunga, di 3 ore.
Attività
Nel p r i m o i n c o n t r o si inizia con un’attività di brainstorming (vedasi scheda
“Alcune tecniche per la conduzione”); al centro del lavoro il termine “denaro”:
attraverso le parole, frasi e riflessioni che emergeranno si tenterà di delineare qual
è l’idea dei ragazzi a proposito di:
• Cosa rappresenta il denaro nel loro immaginario;
• Quanto è importante avere denaro, motivando la risposta;
Per stimolare la discussione, dopo aver ascoltato e appuntato almeno una definizione a testa per ogni singolo partecipante, prima di raccogliere e delineare una
definizione di denaro che possa essere collettivamente condivisa si proporrà la
visione dello spot “Ti piace vincere facile” (vedi allegato).
Successivamente a tale visione si avvierà una discussione, che ricolleghi l’idea
emersa dal brainstorming e l’immagine dei soldi che lo spot ha evocato nei ragazzi e che a sua volta proietta nel pubblico, attraverso semplici domande:
• Che tipo di messaggio si vuole lanciare con questo spot?
• Che tipo di pubblico è attratto da questo tipo di messaggio?
• Quale idea di denaro questo filmato proietta?
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PERCORSO
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• Che cosa è il denaro?
• Che cosa intendiamo noi, oggi, per denaro?
• Il gioco a premi (lotterie, gratta e vinci, superenalotto,
win for life, ecc.) che tipo di gioco è? Quali sono i fattori che determinano la vincita?
• Il gioco a premi come viene letto/considerato? Che
tipo di meccanismo mentale innesca in noi in relazione al denaro (esempi: Viene voglia di giocare? Si
pensa alle probabilità realistiche di vincita? Si pensa
veramente di poter cambiare la propria vita?)
Raccogliendo le reazioni allo spot, e le riflessioni innescate dal brainstorming, chi conduce il lavoro tenterà di
raccogliere gli enunciati finali, in modo tale da poter delineare cosa il denaro rappresenta per i gli studenti, incentrando questa sintesi sui punti di riflessione proposti poc’anzi.
È importante, ricondurre gli esiti di questo primo lavoro di attribuzione di senso,
alla percezione psicologica e sociale dei ragazzi, rispetto agli input che vengono
lanciati dai loro contesti sociali e culturali e dai mezzi di comunicazione in riferimento al denaro.
Il facilitatore a questo punto sottolineerà come questo incontro è alla base di un
percorso, che toccando forme di uso diametralmente opposte del denaro, mirerà
ad interiorizzare una prospettiva consapevole nell’utilizzo quotidiano che si fa di
questo strumento.
Nel s e c o n d o i n c o n t r o, viene proposta ai ragazzi la visione di un video che
mostra un vero e proprio assalto di clienti ad un centro commerciale, con tanto
di sfondamento di saracinesca (si tratta di una scena ripresa amatorialmente
all’estero, ma sul sito Youtube è possibile trovare molti video analoghi che mostrano situazioni di ressa e corsa all’offerta nei centri italiani – vedi allegato).
Una testimonianza forte su un caso limite, che può, tuttavia, essere utile a provocare i ragazzi. Ovviamente in classe c’è il necessario distacco e dunque è più difficile pensare di poter agire così, in una situazione in cui la pressione del gruppo
muove anche le proprie azioni.
• Può un’offerta conveniente giustificare che si metta a rischio la propria incolumità per un acquisto?
• Pensate a una promozione irripetibile su un oggetto che desiderate comprare da
tempo; correreste il rischio di trovarvi in una ressa per non perdere l’occasione?
31
PERCORSO
2
• Perché?
Attraverso questo esercizio di immedesimazione, i partecipanti riflettono da un
lato sull’idea di consumo portato all’estremo e dall’altra sul limite che ognuno di
loro si pone in questo senso.
La dinamica del gioco di ruolo sarà il tema portante di questo incontro, incentrato su una simulazione più tangibile e vicina alle loro realtà.
Il gioco di ruolo ha la finalità di riprodurre e poi studiare le abitudini quotidiane
di ogni singolo partecipante in fatto di utilizzo del denaro e preferenze di consumo, per portarlo a confrontarsi con le definizioni emerse e ad esperire eventuali
coerenze o incoerenze nel passare da una dimensione ideale ad una più concreta seppure simulata.
Come prima cosa, si procede alla divisione della classe in gruppi per quanto possibile paritari nel numero e nella composizione (ad esempio con stessa proporzione tra ragazzi e ragazze). All’interno del gruppo ad ogni singolo studente viene
distribuita una griglia denominata “Scheda di spesa mensile” (allegato) che verrà
compilata nel corso del gioco.
Come emerge dalla griglia, il gioco propone 4 riquadri relativi ad altrettante settimane, nei quali sono riportate le possibili voci di spesa. Queste sono raccolte in
5 macrocategorie: a b b i g l i a m e n t o (scarpe, vestiti, accessori, ecc.), a l i m e n t a r i
(merende, bar, drink, cene fuori, ecc.) t r a s p o r t i (trasporti pubblici, spese motorino/minicar/auto, ecc.), h o b b y e t e m p o l i b e r o (videogiochi, informatica, cinema, musica, dvd, concerti, viaggi, vacanze, ecc.) e v a r i e (regali, ricariche cellulari, ecc.). Ogni spesa sarà riportata nelle suddette voci e sempre specificando nel
dettaglio cosa si è acquistato.
Il budget settimanale a disposizione dei partecipanti sarà assegnato dal facilitatore a seconda del contesto territoriale in cui si vive, nell’intento di ricreare una
situazione il più possibile aderente alla realtà.
In aggiunta ai contanti del budget, ogni partecipante avrà a sua disposizione una
carta di credito con saldo pari a 0 euro, ma con la possibilità di spese scoperte
fino ad un importo di -100 euro (limite valido per tutta la durata del gioco). Il
conduttore spiegherà che l’utilizzo di questo strumento è a discrezione dei singoli, accennando (ma senza particolare enfasi) il fatto che l’eventuale debito accumulato con la carta debba essere compensato in qualche modo alla fine delle 4
settimane. Le spese effettuate con la carta andranno annotate e specificate nelle
apposite caselle.
In fondo alle caselle settimanali è riportata una sezione di contabilità che i ragazzi sono tenuti a compilare.
32
PERCORSO
2
Una volta chiariti eventuali dubbi sulle modalità di gioco, ognuno, in maniera
individuale, procederà ad annotare le proprie spese dettagliate e a riportare le
eventuali spese in esubero, che andranno oltre il budget in contante e quindi
saranno realizzate con il budget della carta di credito.
Dopo aver ripercorso un mese di spesa ipotetica e aver annotato il tutto sulla griglia si chiede ai ragazzi di riunirsi nei gruppi formati in precedenza.
A questo punto, il lavoro di gruppo richiede che vengano discusse le voci di spesa,
annotando:
1. quelle che sono le spese effettuate più frequentemente dai singoli partecipanti
2. quelle che ricorrono come le più comuni all’interno del gruppo
Si chiede al gruppo di annotare quello che emerge dalla discussione (che sarà successivamente relazionato ai compagni da un portavoce per gruppo) annotando in
maniera schematica le spese di gruppo comprese le eccezioni qualora vi fossero
(possono essere esempi: chi è riuscito a non spendere i soldi della carta e a mettere da parte dei soldi dal budget settimanale oppure chi ha speso tutti gli importi settimanali, l’importo della carta e non si è preoccupato della restituzione).
Maggiore attenzione va posta all’interno del gruppo per coloro che hanno utilizzato l’importo della carta di credito. Quello che il gruppo dovrà annotare è:
• quanti componenti del gruppo hanno utilizzato la carta;
• qual è la cifra spesa rispetto all’importo iniziale dei 100 euro (l’importo è stato
speso in maniera parziale o totale);
• per che tipo di spesa si è utilizzato tale importo;
• se c’è stata una restituzione dell’importo prelevato, e se questa è avvenuta dilazionata nel corso del tempo o in maniera congiunta.
Alla fine di tale operazione ogni gruppo presenterà alla classe e all’insegnante i
dati emersi nel corso del confronto.
Il t e r z o i n c o n t r o intende attivare una riflessione sul tema delle povertà: il nodo
dell’uso responsabile del denaro e dell’assunzione di stili di vita sobri e responsabili, trovano valore aggiunto in un contesto socio–economico caratterizzato dall’espandersi della povertà, del numero di famiglie e di persone che vivono in una
situazione di mancanza di risorse o in una condizione di profondo rischio.
Il modulo formativo si struttura in quattro momenti:
• suddivisione in gruppi di discussione (dimensioni ridotte per facilitare lo scambio) nei quali lavorare su tre questioni – “Provate a dare una definizione attuale
al termine povertà” – “Chi sono i poveri oggi?” – “Quali sono, secondo voi, i fattori che producono povertà oggi?” - “Quanto sentiamo che questi temi ci riguar33
PERCORSO
2
dano?” – “Cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione?”;
• condivisione in plenaria delle riflessioni dei gruppi e costruzione di un primo
approfondimento tematico;
• presentazione sintetica dei dati sulle povertà in Italia (Relazione della
Commissione sulle povertà) e conseguente discussione;
• confronto in plenaria sulla povertà tra i giovani, seguendo questa semplice traccia – “conoscete storie di giovani che vivono in condizioni di povertà?” – “Cosa
vi fa maggiormente riflettere di queste storie?” – “Quali sono i percorsi o le
vicende alla base della condizione di povertà tra i giovani?” – “Quanto sentiamo che questi temi ci riguardano?” – “Cosa possiamo fare noi per migliorare
la situazione?”.
Il q u a r t o i n c o n t r o avrà inizio con uno stimolo video attraverso la proiezione di
uno spezzone del film “Il mattino ha l’oro in bocca” (vedi allegato) in cui si ripercorre la vita di un noto conduttore radiofonico, Marco Baldini, che ha avuto problemi di dipendenza da gioco.
Dopo aver visto questo contributo, l’insegnante ripercorrerà le scene e richiamerà le considerazioni emerse nel brainstorming del primo incontro, focalizzando
l’attenzione sul “gioco di fortuna”, stimolando così ulteriori riflessioni:
• Il gioco d’azzardo, è un semplice gioco? Comporta dei rischi? Se sì, di che tipo?
• Può, il gioco di fortuna creare delle aspettative? Di quale tipo?
• Può degenerare in una spesa inconsapevole e ossessiva? Perchè?
Il video visto, il richiamo al brainstorming iniziale e queste sollecitazioni dovranno aprire una discussione che si ricolleghi al percorso intrapreso. I ragazzi saranno invitati a ripercorrere il gioco svolto nell’incontro precedente, ripensando alle
loro spese, alle loro abitudini, focalizzando le riflessioni su quale idea hanno loro
del denaro e se il lavoro finora svolto, con particolare riferimento al gioco, ha
aggiunto qualcosa alla loro conoscenza/consapevolezza, come la loro idea di
denaro viene traslata nella realtà quotidiana. Quello che è interessante far emergere è se attraverso il gioco i partecipanti hanno riflettuto:
• sul significato del denaro e sull’utilizzo di questo;
• cosa si intende per uso consapevole/inconsapevole del denaro;
• se è pensabile affiancare il termine denaro alle parole consapevolezza e
responsabilità.
È utile raccogliere tali riflessioni e in riferimento al film visto, riflettere sul gioco
d’azzardo, su quale idea proietta nell’immaginario collettivo e su quali rischi può
comportare praticarlo, su che tipo di accezione gli si può dare, se lo si può con34
PERCORSO
2
siderare un tipo di spesa consapevole.
A seguito di tale fase, incentrata sul gioco d’azzardo come forma di utilizzo non
responsabile del denaro, si passerà a fornire alcuni esempi (da integrare eventualmente con altri casi vicini al proprio contesto) che rappresentano buone pratiche
di utilizzo, nelle quali il denaro riacquista il suo reale significato, ossia, quello di
“strumento”, mezzo per poter fare.
L’insegnante, laddove non è possibile la partecipazione di un rappresentante di
una delle seguenti realtà, può presentare alcuni contesti che possono essere esempi virtuosi, anche con l’ausilio di brevi clip tematici (vedi allegato):
• Liberaterra: progetto lanciato dalla rete di Libera per promuovere la creazione di
cooperative sociali che gestiscono le terre confiscate alle mafie, producendo prodotti biologici e creando opportunità di lavoro e sviluppo nella legalità. Partito
nel 2001 con la cooperativa pilota “Placido Rizzotto” nella zona del
Corleonese, il circuito delle cooperative si è allargato, con la creazione di nuove
realtà: Cooperativa Valle del Marro (RC), Cooperativa Pio La Torre (PA),
Cooperativa Terre di Puglia (BR). A queste si aggiungeranno quelle nascenti
nell’agro casertano, in provincia di Catania e ad Isola di Capo Rizzuto (KR).
I prodotti a marchio Liberaterra, venduti nelle “Botteghe dei sapori e dei saperi della legalità”, nei negozi di commercio equo e nei supermercati Coop, rappresentano al contempo una risorsa per alimentare un’economia virtuosa e un
simbolo della restituzione alla collettività dei beni che le mafie avevano sottratto con la violenza.
• Addiopizzo: un movimento nato a Palermo nel 2004, aperto, fluido, dinamico, che
agisce dal basso e si fa portavoce di una “rivoluzione culturale” contro la mafia. È formato da tutte le donne e
gli uomini, i ragazzi e le ragazze, i commercianti e i consumatori che si riconoscono nella frase “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Questa
la frase che era riportata su adesivi e manifesti con i
quali i primi attivisti tappezzarono la città nella notte tra
il 28 e il 29 giugno 2004, suscitando un forte interesse
mediatico e catalizzando l’attenzione dei cittadini sul problema delle estorsioni
mafiose a danno dei commercianti. Addiopizzo è anche un’associazione di
volontariato espressamente apartitica e volutamente “monotematica”, il cui
campo d’azione specifico, all’interno di un più ampio fronte antimafia, è la promozione di un’economia virtuosa e libera dalla mafia attraverso lo strumento
del “consumo critico Addiopizzo”.
35
PERCORSO
2
• Reggioliberareggio: un cartello creato su impulso del coordinamento di Libera
Reggio Calabria, composto da 16 imprese “pizzofree”, 61 associazioni e oltre 600 consumatori critici
che svolgono la loro attività nel capoluogo reggino e
nella provincia, con l’obiettivo di definire una strateo
la libertà non ha pizz
gia che possa comprendere concrete iniziative di contrasto alle attività della ‘ndrangheta ed in modo particolare alla piaga del racket. Il percorso è partito da
più di un anno dall’ascolto delle testimonianze, delle
difficoltà e delle necessità delle vittime del racket che
esercitano le loro attività nel comune di Reggio
Calabria. Cosi, a partire dai primi mesi del 2010, un
ampio numero di realtà sociali del territorio, ha condiviso il percorso già intrapreso da Libera, per promuovere una “Campagna di denunce, sostegno e
proposte”. Un regolamento semplice e un osservatorio formato da membri interni, si propongono di rendere concretamente operativa l’interazione tra le realtà aderenti al progetto, per allargare il più possibile il numero delle imprese desiderose di ottenere il logo “Reggio Libera
Reggio” e quello dei consumatori critici che si impegnano a sostenerle sottoscrivendo il “Manifesto del cittadino consumatore per la libertà e la giustizia”.
• FairTrade Italia: è un consorzio senza scopo di lucro costituito da organismi che
operano nella cooperazione internazionale, nella solidarietà e nel commercio
equo e solidale, nato per diffondere nella grande distribuzione i prodotti del
mercato equo.
Fairtrade si riconosce principalmente nel suo marchio che garantisce che i prodotti con il suo simbolo, che si trovano nei supermercati o in alcune Botteghe
del Mondo, siano stati lavorati senza causare sfruttamento e povertà nel Sud
del mondo e siano stati acquistati secondo i criteri del Commercio Equo e
Solidale.
Tutto ciò servirà da stimolo per poter ripensare e confrontare, con gli studenti,
idee e riflessioni emerse nel corso dei laboratori, facendo riferimento alle rappresentazioni socio-culturali proprie e degli altri in merito al denaro, cercando di condurre un parallelo con gli stimoli positivi ricevuti nella seconda parte di questo
incontro, portando infine i ragazzi ad interrogarsi su due questioni:
• è possibile, attraverso un’opera di sensibilizzazione, condurre le persone che ci
circondano a riconsiderare il denaro nella sua accezione di strumento?
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PERCORSO
2
• può successivamente questa consapevolezza essere un punto di partenza affinché
le persone sappiano orientare i loro consumi in maniera responsabile?
Il q u i n t o i n c o n t r o prevede la realizzazione di due elaborati, sviluppati in parallelo dai partecipanti. È consigliabile che la classe sia divisa in 2 gruppi e che a
loro volta questi si suddividano in sottogruppi incaricati delle diverse fasi operative. I lavori da svolgere sono:
• la redazione di un manuale, dal possibile titolo “Denaro: istruzioni per l’uso”;
• la conduzione di una ricerca sulla percezione e l’uso del denaro degli studenti
dell’istituto.
Il primo lavoro prevede che i ragazzi, in seguito al percorso svolto redigano, preferibilmente in forma cartacea, un libricino che contenga il risultato delle riflessioni a conclusione del percorso. Ciascun sottogruppo si concentrerà su un aspetto
saliente e redigerà la relativa sezione all’interno del manuale:
• il significato della parola denaro, ripercorrendo gli incontri, dall’attribuzione di
senso del brainstorming iniziale agli arricchimenti prodotti dalla condivisione
delle riflessioni;
• gli esiti del gioco svolto in classe rispetto alle abitudini del consumo, con particolare riferimento: ai consumi consapevoli e inconsapevoli, alle abitudini più frequenti e alle eccezioni emerse, alle differenze di spesa tra il budget in contante
e il budget su carta di credito, alla tipologia delle spese effettuate con carta, alla
restituzione avvenuta o mancata di tale budget e alle considerazioni prodotte
nella discussione finale sul gioco;
• le nuove consapevolezze maturate attraverso questo percorso di approfondimento;
• la presentazione di modalità differenti e responsabili di pensare e spendere il
proprio denaro.
Il secondo lavoro, ossia la ricerca, si effettuerà attraverso la distribuzione, da parte
del gruppo, di un questionario (vedi allegato) agli studenti dell’istituto con il quale
si chiederà loro di rispondere a poche e semplici domande in forma anonima, per
rilevare le abitudini di consumo all’interno della scuola. Quando i questionari
saranno ritirati, il gruppo dovrà scorporare i dati che emergono e riportarli nella
forma che appare più congeniale (per esempio un power point, un cartellone, una
griglia, ecc.)
Il s e s t o i n c o n t r o prevede la presentazione, da parte dei due gruppi di lavoro,
degli elaborati finali alla classe.
Il libricino “Istruzioni per un uso consapevole del denaro” dovrà essere distribui37
PERCORSO
2
to a tutti i partecipanti del laboratorio per poter condividere a casa, con la famiglia, il percorso svolto. L’indagine scolastica sarà presentata alla classe e discussa
assieme.
Laddove fosse possibile, i due lavori possono essere presentati all’intero istituto.
38
ALLEGATI
2
Allegati
Video
Link allo spot “Ti piace vincere facile”
http://www.youtube.com/watch?v=gKgkYxWoZ-M
Link al video Assalto per le tv in offerta, in 5000 sfondano saracinesca
http://www.youtube.com/watch?v=4xq8I4urGUc
Griglia dettagliata voci di spesa
Budget settimanale: ….. euro
Carta di credito: 0 euro + credito fino a -100 euro
1a SETTIMANA
cifre
2a SETTIMANA
cifre
Abbigliamento
…. €
Abbigliamento
…. €
Alimentari
…. €
Alimentari
…. €
Trasporti
…. €
Trasporti
…. €
Hobby e tempo libero
- di cui per cinema, teatro, concerti
- di cui per consumo bibite e cibo fuori casa
- di cui per sala giochi e simili
- di cui per gioco tipo gratta e vinci
- di cui per viaggi
- di cui per acquisto dvd, cd, brani dalla rete
- di cui per regali ad amici
- di cui per sport
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
Hobby e tempo libero
- di cui per cinema, teatro, concerti
- di cui per consumo bibite e cibo fuori casa
- di cui per sala giochi e simili
- di cui per gioco tipo gratta e vinci
- di cui per viaggi
- di cui per acquisto dvd, cd, brani dalla rete
- di cui per regali ad amici
- di cui per sport
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
Varie
…. €
Varie
…. €
TOTALE SPESE
…. €
TOTALE SPESE 2
Budget settimanale
…. €
+ …. €
Budget settimanale
+ …. €
Totale spese 1
- …. €
Saldo 1
+ …. €
Saldo 1
= …. €
Totale spese 2
- …. €
////
Saldo 2
= …. €
€ 0,00
Saldo carta 1
////////////////////////////
Saldo iniziale carta
Spese con carta 1 (specificare)
Saldo carta 1
- …. €
= …. €
Spese con carta 2 (specificare)
Saldo carta 2
…. €
- …. €
= …. €
3a SETTIMANA
cifre
4a SETTIMANA
cifre
Abbigliamento
…. €
Abbigliamento
…. €
Alimentari
…. €
Alimentari
…. €
Trasporti
…. €
Trasporti
…. €
Hobby e tempo libero
- di cui per cinema, teatro, concerti
- di cui per consumo bibite e cibo fuori casa
- di cui per sala giochi e simili
- di cui per gioco tipo gratta e vinci
- di cui per viaggi
- di cui per acquisto dvd, cd, brani dalla rete
- di cui per regali ad amici
- di cui per sport
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
Hobby e tempo libero
- di cui per cinema, teatro, concerti
- di cui per consumo bibite e cibo fuori casa
- di cui per sala giochi e simili
- di cui per gioco tipo gratta e vinci
- di cui per viaggi
- di cui per acquisto dvd, cd, brani dalla rete
- di cui per regali ad amici
- di cui per sport
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
…. €
Varie
…. €
Varie
…. €
TOTALE SPESE 3
…. €
TOTALE SPESE 4
…. €
Budget settimanale
+ …. €
Budget settimanale
+ …. €
Saldo 2
+ …. €
Saldo 3
+ …. €
Totale spese 3
- …. €
Totale spese 4
-
Saldo 3
= …. €
Saldo 4
= …. €
Saldo carta 2
Spese con carta 3 (specificare)
Saldo carta 3
…. €
- …. €
= …. €
Saldo carta 3
…. €
…. €
Spese con carta 4 (specificare)
- …. €
Saldo carta 4
= …. €
39
ALLEGATI
2
Allegato
Scheda del film
“Il mattino ha l’oro in bocca”
Marco Baldini ha una fidanzata e un sogno: lavorare in un programma radiofonico. Aniello Apicello, direttore dell’emittente privata “Fantasy”, gli affida un programma del mattino, iniziandolo all’arte radiofonica e al gioco d’azzardo.
Ascoltato e contattato da Cecchetto, Marco ottiene un contratto a Radio Deejay.
Lasciata Firenze, parte alla volta di Milano, dimenticando amici e debiti.
Nonostante i successi raccolti dietro al microfono della più celebre radio nazionale, Marco non mancherà di mettersi nuovamente nei guai, giocando ai cavalli e
accumulando un considerevole passivo. Spetterà alla famiglia, ai colleghi e ad
un’inflessibile cassiera restituirgli il senno e la serenità.
Allegato
Link ai siti delle esperienze citate:
Addiopizzo
La nascita http://www.addiopizzo.org/nascita.asp
Reggio Libera Reggio
http://www.reggioliberareggio.org
Libera
http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/8
Trailer “Terra Libera tutti”
http://www.youtube.com/watch?v=UrXkZ7x4gbU
Fair Trade
http://www.fairtradeitalia.it/
Spot Fair Trade
http://www.youtube.com/watch?v=22QxIXdGsJM
Canzone e Video correlato su commercio equo e solidale “Un’altra via d’uscita”
http://www.youtube.com/watch?v=ud6ylZ2EQfo
40
ALLEGATI
2
Allegato
QUESTIONARIO SULL’USO DEL DENARO
Questo questionario rientra in una ricerca sull'utilizzo del denaro che stiamo conducendo all'interno dell'istituto. La compilazione richiederà meno di 5 minuti.
Grazie per la tua preziosa collaborazione.
1. Qual è il budget settimanale che i tuoi genitori ti mettono a disposizione? …. €
2. Spendi tutto il budget o metti da parte qualcosa?
SPENDO TUTTO
METTO DA PARTE
2B. Se metti qualcosa da parte, di quanto si tratta? …. €
3. Indica nella tabella sottostante come impieghi il tuo budget settimanale,
specificando sempre le voci di spesa:
Abbigliamento
... €
Alimentari
... €
Trasporti
... €
Hobby e tempo libero
... €
Varie
... €
TOTALE SPESE
... €
Esempi per categoria: a b b i g l i a m e n t o (scarpe, vestiti, accessori, ecc.), a l i m e n t a r i (merende, bar,
drink, cene fuori, ecc.) t r a s p o r t i (trasporti pubblici, spese motorino/minicar/auto, ecc.), h o b b y e
t e m p o l i b e r o (videogiochi, informatica, cinema, musica, dvd, concerti, viaggi, vacanze, ecc.) e
v a r i e (regali, ricariche cellulari, ecc.).
4. Se metti da parte qualcosa, come utilizzi questi risparmi?
5. A quanto ammonta la spesa più consistente che hai affrontato con i tuoi soldi? …. €
5B. Che cosa hai comprato con questa cifra?
6. Utilizzi una carta di credito o debito, tipo Postepay, (non importa che sia intestata a te) per delle spese on-line?
MAI USATA
QUALCHE VOLTA
ABITUALMENTE
6B: Se si per comprare/pagare cosa?
7: Integri il budget fornito dai tuoi genitori in qualche modo?
41
ALLEGATI
2
LINK UTILI PER APPROFONDIRE
Associazioni che si occupano della dipendenza da Gioco d'azzardo:
Associazione SOS Azzardo
http://www.sosazzardo.it/_libri.htm
Alea
http://www.gambling.it/
Gruppo Abele
http://www.gambling.it/index.php?option=com_content&view=article&id=65&It
emid=68
Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive
http://www.siipac.it/
C E . S . T E . P . Centro per lo studio e la terapia delle psicopatologie
http://www.cestep.it/GDA.htm
AGITA – Associazione per il recupero dei giocatori d'azzardo
Comune di Campoformido (UD)
http://www.sosazzardo.it
A s s o c i a z i o n e C e n t r o S o c i a l e P a p a X X I I I - Dati sui giocatori in trattamento
http://www.libera-mente.org/index.php?sez=giocoazzardo&pag=00015&subpag=00041
Associazione di Promozione Sociale Azzardo e Nuove Dipendenze
http://www.andinrete.it/portale/
Rapporto Italia 2010, Eurispes
In continuo Movimento, “L'Italia in gioco” (scheda 50 - pag. 124)
http://www.eurispes.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1095:r
apporto-italia-2010&catid=47:rapporto-italia&Itemid=222
Articolo su Repubblica 6/09/2010: “ C o c a e g i o c o d ' a z z a r d o a u m e n t a n o l e
dipendenze”
http://parma.repubblica.it/dettaglio/coca-e-gioco-dazzardo-aumentano-le-dipendenze/1808229
Incidenza della povertà per regione (2009)
http://statistica.regione.marche.it/Home/Datieprodotti/Argomenti/Societ%C3%
A0servizisocialieconsumi/Tavolestatistiche/tabid/102/Default.aspx
42
ALLEGATI
2
I n d i c e d i S v i l u p p o U m a n o (Definizione Wikipedia)
http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_di_sviluppo_umano#Rapporto_2009_.28dati_2007.29
R e p o r t o n t h e w o r l d s o c i a l s i t u a t i o n 2 0 1 0 (Media Kit)
http://www.un.org/esa/socdev/rwss/2010_media.html
L a p o v e r t à a l i m e n t a r e i n I t a l i a”
F o n d a z i o n e S u s s i d a r i e t à : “L
http://www.sussidiarieta.net/it/poverta?apri=Studi%20e%20ricerche
I n c l u s i o n e S o c i a l e P a e s i U n i o n e E u r o p e a (fonte Eurostat)
Dati in tabella
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/table.do?tab=table&init=1&plugin=1&language=en&pcode=tsdsc100
Dati in grafico
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/graph.do?tab=graph&plugin=1&language=en&pcode=tsdsc100&toolbox=type
Dati su mappa
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/mapToolClosed.do?tab=map&init=1&plugin=1&language=en&pcode=tsdsc100&toolbox=types
P r o d o t t o I n t e r n o L o r d o P a e s i U n i o n e E u r o p e a (fonte Eurispes)
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/graph.do?tab=graph&plugin=1&pcode=t
sdec100&language=en&toolbox=data
R a p p o r t o C o o p 2 0 0 9 “ C o n s u m i , d i s t r i b u z i o n e ” - I consumi degli italiani
in tempi di recessione bisogni e modelli di consumo delle famiglie italiane
http://www.e-coop.it/portalWeb/stat/docPortale/doc00000071801/true/presentazione-del-rapporto-coop-2009-consumi-e-distribuzione.dhtml
Dati Confcommercio
La spesa delle famiglie ai tempi della crisi (2007-2009)
http://www.confcommercio.it/home/Centro-stu/Consumi-in-Italia-negli-ultimi40-anni.doc_cvt.htm
I n d i c a t o r e c o n s u m i (2009/2010)
http://www.confcommercio.it/home/SALA-STAMP/Comunicati/73---7.06.10--ICC-APRILE.doc_cvt.htm
43
ALLEGATI
2
Si veda anche l’Agenda delle famiglie italiane nell’anno della crisi, rapporto stilato dalle Acli e rintracciabile su internet.
Filmografia sul tema del gioco d’azzardo
Gorbaciof
Marino Pacileo, detto Gorbaciof a causa di una vistosa voglia sulla fronte, è il contabile del carcere di Poggioreale a Napoli. Pacileo, schivo e silenzioso, ha una sola
passione: il gioco d'azzardo. Quando scopre che il padre di Lila, la giovane cinese di cui è innamorato, non può coprire un debito contratto al tavolo da gioco,
Pacileo sottrae i soldi dalla cassa del carcere e li dà alla ragazza. Da quel momento, tra partite sbagliate, riscossione di tangenti e rapine, inizia una spirale discendente dalla quale non riuscirà più ad uscire.
Tris di donne e abiti nuziali
Franco Campanella è un impiegato sulla cinquantina, padre affettuoso di Luisa e
Giovanni, marito innamorato di Josephine, Franco, soprattutto, è un giocatore. Non
ha particolari preferenze. Gioca a poker e ai cavalli, alla roulette e a "zecchinetta" nei
luoghi più oscuri di Napoli, al lotto e alla tris... Non si pone limiti. Una scadenza importante: il matrimonio dell'adorata figlia Luisa con il fidanzato di lunga data, Fabrizio,
per i Campanella il giorno del loro riscatto sociale. Josephine sta programmando tutto
da mesi, mentre i ragazzi vivono quasi da reclusi pur di risparmiare fino all'ultimo
euro del loro stipendio. Anche Franco vuole contribuire comprando un bell'abito da
sposa, senza badare al prezzo. Ma dove trovare i soldi? Vede soltanto una strada per
mettere insieme i soldi: il gioco. È sicuro che questa volta la sorte lo aiuterà.
Il colore dei soldi
Eddie Felson commercia in liquori, ma fino a venti anni prima al biliardo come lui
ce n'erano pochi. Da allora non ha più impugnato la sua amatissima stecca. Una sera,
in una fumosa sala da gioco, individua in Vincent Lauria un giovane un pò spaccone dalle qualità eccezionali. Vincent gira gli States con Carmen, la sua ragazza, vince
con allegria, ma è troppo impetuoso e gli mancano riflessività e certe malizie. I due
fanno un accordo: gireranno da quel momento insieme da una località all'altra ed
Eddie provvederà a tutta l'organizzazione, riservandosi il 60% delle vincite del ragazzo. Questi dovrà però apprendere molto, soprattutto imparando anche a saper perdere al momento giusto, per attirare al suo biliardo competitori ben forniti di quattrini.
Tra fortune opportunamente cercate ed alternate, il trio viaggia e Eddie incassa: l'esperienza dell'uno equilibra il candore e l'impeto dell'altro. In un grande torneo tra cam44
ALLEGATI
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pioni, Vincent mette in pratica gli insegnamenti del maestro e ormai inseguirà da solo
mete ambiziose, stimolato da Carmen, per la quale ormai sono la fama e i dollari che
contano, mentre Eddie rappresenta un momento superato.
Il mattino ha l'oro in bocca
Marco Baldini ha una fidanzata e un sogno: lavorare in un programma radiofonico. Aniello Apicello, direttore dell'emittente privata "Fantasy", gli affida un programma del mattino, iniziandolo all'arte radiofonica e al gioco d'azzardo.
Ascoltato e contattato da Cecchetto, Marco ottiene un contratto a Radio Deejay.
Lasciata Firenze, parte alla volta di Milano, dimenticando amici e debiti.
Nonostante i successi raccolti dietro al microfono della più celebre radio nazionale, Marco non mancherà di mettersi nuovamente nei guai, giocando ai cavalli e
accumulando un considerevole passivo. Spetterà alla famiglia, ai colleghi e ad
un'inflessibile cassiera restituirgli il senno e la serenità.
Proposta indecente
Una giovane coppia a causa dei problemi economici si reca a Las Vegas per tentare la sorte al gioco. Ma ancora una volta la fortuna non li assiste. Viene loro in
soccorso un affascinante miliardario che propone un patto sorprendente: in cambio di una notte d'amore con la giovane sposa corrisponderà ai due un milione di
dollari. L'offerta turba il loro ménage. Infine e non senza sofferenze i due accettano. Le conseguenze saranno devastanti. Il marito non accetterà più di vivere con
la donna che lo ha tradito per amor suo e rifiuterà il denaro.
Casinò
Sam Rothstein, l'allibratore preferito dal boss della mafia di Kansas City, viene
nominato direttore di un grande Casinò a Las Vegas, aggirando con un cavillo la
necessaria licenza. Gli affari prosperano e la mafia gli affianca come guardaspalle il temibile Nicky Santoro. Frattanto Sam si innamora di una prostituta, Ginger
McKenna e decide di sposarla. Avuta una figlia, Sam si infatua della donna fino
a depositare a suo nome 25.000 dollari in una cassetta di sicurezza. Ma costei è
ancora innamorata e legata a Lester Diamond, suo ex protettore ed amante che
la ricatta, finché Sam, un giorno li sorprende e fa picchiare l'uomo. Per vendicarsi, Ginger circuisce Nicky il quale frattanto, espulso da tutti i locali della città per
le sue violenze, ha costituito una propria banda di rapinatori. Il licenziamento del
nipote di un politico locale porta Sam in tribunale dove viene trovato senza licenza; ma la mafia lo ripresenta al Casinò come direttore artistico. Intanto l'FBI indaga sia sul denaro che esce nascostamente dal Casinò e finisce nelle tasche della
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ALLEGATI
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"mala" di Kansas City, sia sulla love story tra Nicky e Ginger, che vuole i dollari di suo marito e il divorzio, e arriva a rubare le chiavi della cassetta di sicurezza, uscendo dalla banca con i soldi mentre Sam assiste impotente al suo arresto
da parte dell'FBI. Tutti al processo se la cavano, e il boss ordina una pulizia generale in cui anche Nicky e il fratello Dominick vengono massacrati e sepolti vivi
dai loro ex compagni di rapine. Mentre Ginger, alcolizzata da tempo, muore per
overdose, Sam, che è scampato ad un attentato, nascostamente ritorna a Kansas
City al suo vecchio mestiere di allibratore.
Il giocatore
Mike McDermott frequenta la facoltà di legge, vive con la compagna di studi Jo
ma, soprattutto, è un grande appassionato di poker. Affronta in una partita il terribile russo detto KGB, perde tutto e, per guadagnare il necessario, accetta di guidare un furgone. Nove mesi più tardi, dopo aver mostrato la propria abilità ad alcuni giudici, Mike va al carcere ad accogliere l'amico Verme, che ha appena finito di
scontare la pena. Verme vuole subito ricominciare a giocare, e coinvolge Mike, che
aveva deciso di smettere. Verme è sotto ricatto per i debiti lasciati in sospeso ed ha
bisogno di vincere per pagare. Mike lo porta a casa e vede che Jo se ne è andata.
Mike ormai è ricaduto in pieno nella spirale del gioco: accompagna Verme al casinò di Atlantic City, insieme tornano e vanno da Grama, lo strozzino che vuole
15mila dollari in cinque giorni. Mike allora riprende a giocare, sta per recuperare
la somma, quando Verme bara, si fa scoprire e i due vengono pestati. Un giudice
presta a Mike 10mila dollari, con questi egli torna da KGB, giocano l'uno contro
l'altro. Mike vince, paga i debiti di Verme, restituisce i soldi al giudice e parte per
Las Vegas, dove è in programma il campionato del mondo di poker.
Febbre da cavallo
Tre amici senza lavoro, passano il loro tempo negli ippodromi. Il terzetto cerca
continuamente un buon colpo per sistemarsi definitivamente e disperati sperano
su una scommessa che li faccia vincere molto denaro. Un giorno Gabriella, la
fidanzata di uno di loro, Mandrake, gli chiede di giocarle dei soldi su tre brocchi.
Mal consigliato dal suo amico Pomata, Mandrake punta sulla terna dei favoriti.
Naturalmente, perde una grossa somma di denaro, mentre Gabriella, che crede
di aver vinto, comincia i lavori di ristrutturazione nel suo bar. Al trio non rimane che truccare una corsa, ma Mandrake, che non ha mai vinto niente, quando
sente di avere in tasca la vittoria, non si sente di rinunciarci. Il terzetto finirà in
tribunale, ma per loro fortuna, a giudicarli ci sarà un assiduo scommettitore.
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PERCORSO
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Libera la Natura
A giugno 2010 il Corpo Forestale dello Stato e
l’Agenzia nazionale per i beni confiscati hanno scritto
un patto di collaborazione, grazie al quale è stato avviato un proficuo lavoro comune su alcuni territori particolarmente delicati.
Anche il Gruppo Sportivo intende portare il proprio contributo con iniziative sportive che coinvolgano le scuole
medie e che abbiano l’obiettivo di sensibilizzare i giovani
sul rapporto tra sport e natura, sport e legalità, utilizzando anche testimonial sportivi di valore internazionale.
I soggetti
L i b e r a vuole diffondere, divulgare e promuovere uno sport sano che sia veicolo
di valori come il rispetto dell'altro, delle regole e del proprio corpo per combattere e prevenire l'illegalità dilagante anche nel mondo dello sport.
Libera Sport coordina e promuove iniziative per diffondere una cultura dello sport
che sia di formazione e di svago, cha aiuti a comprendere i propri limiti rifiutando il perseguimento della vittoria ad ogni costo e che consideri il ricorso ai farmaci e alle sostanze dopanti la più grave e definitiva delle sconfitte sportive.
I l C o r p o f o r e s t a l e d e l l o S t a t o è una forza di polizia a ordinamento civile, specializzata nella tutela del patrimonio naturale e paesaggistico, nella prevenzione e
repressione dei reati in materia ambientale e agroalimentare. La molteplicità dei
compiti affidati alla Forestale affonda le radici in una storia professionale dedicata alla difesa dei boschi, che si è evoluta nel tempo fino a comprendere ogni attività di salvaguardia delle risorse agroambientali, del patrimonio faunistico e naturalistico nazionale. All’interno del Corpo esiste un valido Gruppo Sportivo, che
raccoglie atleti di varie discipline e che potrebbe far conoscere agli studenti gli
aspetti educativi dello sport.
Il progetto
L’obiettivo è individuare il b e n e c o n f i s c a t o su cui realizzare varie a t t i v i t à
s p o r t i v e . Le quattro regioni candidate nella realizzazione sono: P i e m o n t e ,
Lazio, Puglia e Sicilia.
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PERCORSO
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Il percorso si compone delle seguenti fasi:
1. I n c o n t r i d i f o r m a z i o n e
Tema dello sport pulito, del legame tra sport e alimentazione, del valore dell’attività sportiva nella vita dei giovani. Durante questo incontro sarà possibile incontrare i campioni nazionali delle varie discipline sportive.
2. N o z i o n i d i e d u c a z i o n e a m b i e n t a l e
3. A l l e n a m e n t o
4. G a r a
La gara vedrà protagonisti gli studenti delle classi medie inferiori in una staffetta,
con due partecipanti, maschio/femmina, per 400 mt ciascuno, per ognuna delle
tre classi. Al termine delle gare (che si terranno tra la fine di aprile e l’inizio di
maggio 2011) saranno decretati i vincitori, sei per ogni regione (2 vincitori per
tre classi), che avranno come premio la possibilità di v i s i t a r e u n a d e l l e b e l l e zz e p a e s a g g i s t i c h e del nostro Paese, a cura dal Corpo Forestale dello Stato.
A tutti i partecipanti saranno garantiti g a d g e t e b e n e f i t nel giorno di svolgimento delle gare.
Sarà cura dei promotori individuare eventuali sponsor tecnici.
Stante il carattere sperimentale del progetto, per questa prima edizione si fissa in
dieci classi il tetto massimo di adesioni in ogni zona, per un totale di circa 1.000
partecipanti.
grupposportivo @corpoforestale.it - www.grupposportivoforestale.it
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PERCORSO
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Le radici della Mafia
Questo percorso affronta il tema dell’ingiustizia sociale, cercando di mettere in luce come
essa sia generata da meccanismi di sopraffazione e prepotenza che si ripetono nel
tempo, e introduce alla conoscenza di possibili forme di redistribuzione della giustizia.
L’obiettivo che fa da sfondo è lo sviluppo
della capacità critica dei ragazzi, attraverso il
metodo della ricerca-azione: non la semplice
conoscenza di alcuni eventi, bensì la capacità
di entrare in un processo storico, in tutta la
sua complessità, analizzandone con metodo
scientifico i fatti, confrontando ipotesi con
fonti storiche.
Come accade quando si vuole indagare e
comprendere a fondo un fatto accaduto, la
metodologia proposta per questo laboratorio presuppone la ricerca di varie testimonianze, l’indagine critica delle fonti, poste a confronto, la comparazione dei
dati emersi, l’eliminazione delle ipotesi che i documenti rinvenuti non avvallano
per giungere ad una sintesi del fenomeno in base a elementi analizzati in modo
oggettivo. Questo iter permette agli studenti di superare modalità emotive ed
espressioni stereotipate per affrontare scientificamente un problema storico-sociale e chiarire in modo corretto le sue complesse implicazioni.
È auspicabile che il percorso sia condotto, o seguito in compresenza, da un insegnante di storia che potrà sperimentare il metodo della ricerca socio-storica con i
ragazzi e riproporlo successivamente come metodo di studio di altre unità. Siamo
convinti, infatti, che tale approccio metodologico, specifico dell’analisi sociale, utilizzato nello studio della storia, favorisca la capacità di partecipare alla vita sociale, in modo consapevole e critico, e a poco a poco prepari lo studente ad intervenire in modo corretto e costruttivo, nel tessuto sociale in cui vive.
Finalità
• Sviluppare la capacità di analizzare un fenomeno storico-sociale, secondo i dettami della ricerca-azione, superando stereotipi e analizzando le relazioni di complessità che lo determinano.
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PERCORSO
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Obiettivi
1. Conoscere e comprendere le origini storiche del fenomeno mafioso, per capire
la diffusione di una mentalità che si è incarnata nel pensiero comune di alcuni
territori.
2. Approfondire il percorso storico che ha interessato le Regioni condizionate dalla
presenza della criminalità organizzata negli ultimi due secoli, attraverso l’analisi di documenti storici e filmati relativi ad alcuni eventi che hanno segnato una
svolta socio-politica.
3. Conoscere le opinioni diffuse a proposito del fenomeno mafioso nei territori in
cui essa esercita maggiormente il proprio dominio (“la mafia ci dà il lavoro”).
4. Confrontare opinioni, modi di sentire, stereotipi con l’analisi dei fenomeni reali.
5. Conoscere i legami di causa-effetto del fenomeno mafioso, saper argomentare
sul tema Mafia, mettendo in evidenza il radicamento storico, le modalità con
cui oggi opera, evidenziando rapporti logici tra eventi, motivazioni, fini e mezzi
propri delle Cosche.
Metodologia e strumenti
Questa attività avvia i ragazzi allo studio della storia come insieme di correlazioni complesse, legami plurimi tra cause ed effetti, che vanno conosciuti attraverso
l’indagine di avvenimenti e il raffronto tra ipotesi e varie fonti storiche. La storia,
infatti, non va conosciuta soltanto come ricostruzione lineare del passato, ovvero
“narrazione” temporale secondo legami prima-dopo, bensì come intreccio di situazioni che condizionano, favoriscono e interferiscono nella formazione di situazioni odierne, attraverso legami logici. È fondamentale partire sempre dalle ipotesi
dei ragazzi e dalle loro pre-conoscenze, sebbene esse possano far riferimento esclusivamente a stereotipi o modelli del comune sentire. È proprio la registrazione
delle ipotesi degli allievi che permetterà all’insegnante di calibrare il percorso, sottolineando maggiormente alcune attività e mettendone in secondo piano altre.
Pertanto è necessario che il docente non esprima commenti durante questa prima
fase del lavoro e non classifichi le risposte in corrette e non. Sarà compito dei
ragazzi, attraverso la lettura di molti documenti e la visione di documentari che
ricostruiscono momenti storici diversi del fenomeno in questione, provare a confrontare le ipotesi con gli elementi oggettivi che emergono dai documenti storici
e mettere in relazione punti di vista e opinioni contraddittorie. L’insegnante guiderà la classe a raggiungere una conoscenza il più possibile obiettiva del fenomeno studiato, proponendo vari tipi di testo e filmati di diverso genere; favorirà la
stesura di schemi logici attraverso i quali riorganizzare le conoscenze, favorendo
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PERCORSO
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così nei ragazzi la capacità di argomentare in modo sufficientemente completo.
In sintesi, questo percorso intende orientare gli studenti a:
- prendere coscienza di avvenimenti che accadono nel proprio o altrui tessuto
sociale;
- ipotizzare possibili cause e origini del fenomeno analizzato;
- analizzare e raffrontare fonti storiche e scientifiche (su materiale cartaceo o supporto visivo) di diversa provenienza;
- sintetizzare e schematizzare le informazioni acquisite attraverso la costruzione di
schemi complessi (cause/fatti/conseguenze/implicazioni impreviste/soluzioni
adottate/…) o mappe concettuali;
- vagliare le ipotesi iniziali con le tesi storico-scientifiche studiate;
- argomentare il fenomeno studiato, nella sua complessità, in base agli schemi di
sintesi redatti.
Attività
• Sistemazione della classe in cerchio in modo che tutti possano vedersi.
L’insegnante chiede ai ragazzi se conoscono un episodio di criminalità organizzata accaduto recentemente. Se gli allievi non hanno notizie, provvede il docente a riferire un fatto accaduto, narrando semplicemente i fatti salienti.
• Domanda-stimolo da scrivere su un cartellone o alla lavagna:
“Secondo voi, quando è nata la Mafia e perché?”
• Raccolta delle risposte e delle motivazioni che le sostengono: sul cartellone vengono riportate tutte le ipotesi utilizzando parole-chiave.
• L’insegnante chiede ai ragazzi di provare a spiegare quale sia il significato etimologico della parola “Mafia”.
• Lettura collettiva di una scheda di approfondimento etimologico del termine
(vedasi allegato).
• Il conduttore prova a far emergere le immagini, le sensazioni, le idee radicate
e/o gli elementi oggettivi che i ragazzi riconducono alla questione mafiosa che
vengono riportate su un cartellone (in questa fase di lavoro devono emergere
confusamente visioni personali e non ancora un’analisi obiettiva del fenomeno):
• aspetti positivi e negativi per il cittadino;
• aspetti positivi e negativi per il mafioso;
• aspetti positivi e negativi per la città.
• Ricerca di fonti: la classe si domanda come poter verificare la veridicità delle
proprie idee. Si decide di approfondire le conoscenze personali con l’analisi di
alcuni testi storici.
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PERCORSO
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• Analisi dei documenti individuati e dei materiali forniti nel kit (vedasi allegati)
- lettura di documenti sul fenomeno del brigantaggio dopo l'unificazione d'Italia
- lettura di un breve testo dello storico Enzo Ciconte sullo stereotipo che vede la
mafia unicamente come prodotto della miseria e dell'arretratezza economica
- visone di un documentario sul brigantaggio e sulla “questione meridionale”, contestualizzati nel quadro storico dell'unificazione italiana ( il filmato è disponibile al
link http://www.youtube.com/watch?v=zilr1u9GBhg )
• Discussione sugli elementi del video: cosa vi ha maggiormente colpito? Quali
aspetti non conoscevate?
• Confronto tra gli elementi evidenziati dal video e quelli messi in luce dai documenti storici: attraverso il dibattito del gruppo-classe si provano a sviscerare le
seguenti questioni:
• Le letture e i video presentati, mostrano lo stesso punto di vista?
• Quali criticità, quale punto di vista lasciano intravedere?
• Esistono relazioni dirette o indirette tra i processi storici, economici e sociali che
hanno interessato il Mezzogiorno e la nascita/radicamento della criminalità organizzata nell'area?
• Oggi, nella nostra città, cosa fa e cosa non fa lo Stato?
• Cosa fa e cosa non fa la Mafia?
• Quali ingiustizie sociali ripropone oggi, in particolare in alcune zone del Sud
Italia, la criminalità organizzata?
• Come risponde oggi la società civile alla criminalità organizzata?
- Costruzione di uno schema-logico che evidenzi rapporti di consequenzialità,
implicazioni tra i fenomeni, gli imprevisti e le possibili soluzioni (di seguito ne è
indicato un esempio)
Legenda
rapporti di consequenzialità
soluzioni possibili
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PERCORSO
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Contesti ambientali,
culturali, sociali
frammentati
Elementi di ingiustizia
sociale in un contesto
storico
Disorientamento
culturale, mancanza di
punti di riferimento sociali
Malcontento, ricerca di sicurezza e
di punti di riferimento nuovi
Affermazione del potere da parte di
alcuni soggetti, attraverso l’uso della
prevaricazione sociale
Nascita di
cosche
mafiose a
struttura
piramidale
Disposizione di
regole
differenti da
quelle
proposte dallo
Stato
Utilizzo della
violenza
come mezzo
di controllo
sociale
Nuove forme
di ingiustizia
sociale
Atteggiamento
predatorio nei
confronti delle
risorse di un
territorio a
danno della
collettività
Nuove forme di
malcontento,
povertà, mancanza
di libertà, desiderio
di ribellione
Tentativi di ribellione al sistema criminale:
testimonianze/indagini antimafia/
collaborazioni con la giustizia...
Riscoperta di nuovi valori su cui
fondare un modello sociale
(es: educazione alla cittadinanza
partecipativa)
Forme di ridistribuzione della
giustizia sociale: (es: legge per la
confisca dei beni e per il riutilizzo)
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ALLEGATI
4
Allegati
Etimologia
Il termine mafia ha diverse possibili origini etimologiche, più o meno verificabili o realistiche:
• derivazione dalla parola araba Ma Hias, “spacconeria”, che sta in relazione con
la spavalderia mostrata dagli appartenenti a tale organizzazione.
• derivazione dall’espressione dell’arabo parlato, e non di quello letterario, ma fiha significante “non c’è” o “non esiste”.
• derivazione della parola dalla lingua araba mu’afak, “protezione dei deboli”, o
maha, “cava di pietra”.
• derivazione della parola araba maehfil, “adunanza” e “luogo di anunanza”.
• derivazione della parola dialettale toscana maffia significante “miseria” oppure
“ostentazione vistosa, spocchia”.
• derivazione dai Vespri Siciliani ed adottato come sigla per Morte Ai Francesi
(Angioini) Indipendenza Anela, o anche Italia Avanti (lo storico Santi Correnti
ritiene però che il termine sia precedente alla dominazione angioina). Esiste
anche la teoria che fa derivare il termine da Morte Alla Francia l’Italia Arde.
• un’altra ricostruzione, connessa all’andata in Sicilia di Mazzini alla vigilia
dell’Unità, è quella fatta nel 1897 dallo storico Ch. William Heckethorn. Anche
se ritenuta non condivisibile, considera il termine Mafia come acronimo di
Mazzini Autorizza Furti Incendi Avvelenamenti. Tale appello sarebbe stato
rivolto alle organizzazioni segrete che nascevano sull’isola.
Nel caso in cui il termine derivasse dal toscano, sarebbe entrato nell’uso popolare in Sicilia subito dopo l’Unità d’Italia nel 1862, subendo il fenomeno dell’affievolimento fonetico, come altre parole toscane entrate nell’uso siciliano, per cui
“macchina” diventa màchina, “malattia” malatìa, e “mattino” màtina; e servì ad
indicare sia l’organizzazione segreta delle classi popolari, che proprio nella
“mafia” di allora trovavano la difesa contro lo strapotere delle classi dominanti;
sia la braveria e l’ostentazione vistosa, tipica dei “mafiosi” di allora.
Ed ancor oggi, in Sicilia, l’aggettivo qualificativo “mafiusu” viene utilizzato anche
per indicare qualcosa di incredibilmente vistoso o costoso: un vestito elegante o
un’auto prestigiosa sono “un vistitu mafiusu, ‘na màchina mafiusa”, perché anticamente il popolo vedeva nel mafioso d’allora il suo difensore poiché accomunava
l’idea di giustizia sociale con quella dell’avvenenza e della prestanza fisica. Secondo
lo storico delle tradizioni popolari Giuseppe Pitrè il termine era in uso nel gergo
di un rione popolare di Palermo ed era sinonimo di bellezza e di audacia.
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ALLEGATI
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L’espressione mafia diviene un termine corrente a partire dal 1863, con il dramma “I mafiusi de la Vicaria” di Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, che ebbe
grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il territorio nazionale. In questo dramma il mafiuso è il
camorrista, il guappo, l’ “uomo d’onore”, l’individuo cioè che aderisce a un sodalizio che si contrappone alle istituzioni e che ostenta coraggio e superiorità. Di
“Mafia, o associazione malandrinesca” fa menzione un documento riservato firmato dall’allora prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio, nell’aprile del
1865.
Negli anni Sessanta dell’Ottocento inizia comunque la fortuna del termine, che
anche in documenti ufficiali, ad esempio nelle comunicazioni di funzionari dello
Stato, indica, oltre che un’associazione a delinquere, un comportamento estesamente diffuso nella società siciliana.
Leonardo Sciascia, 1972, da Avvertenza scritta in occasione dell’uscita del
“Giorno della Civetta” nella collana “Letture per la scuola media” Einaudi:
“Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un sistema che in Sicilia contiene e muove interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si
sviluppa nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole
o manca) ma dentro lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia parassitaria,
una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta”
di Alessio Cioli
(Tratto da http://sicurezzatotale.wordpress.com)
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ALLEGATI
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Allegato
Documenti storici
S. Jacini (economista e Ministro dei lavori pubblici dopo L’unificazione d’Italia)
Inchiesta Parlamentare del 1885 sulle condizioni dell’agricoltura
“La condizione del bracciante salariato è in genere assai dura. La sua misera esistenza dipende
dal numero dei giorni che in ciascuna stagione gli è dato di lavorare indipendentemente dalle piogge, dai giorni festivi, dalle infermità, dalla concorrenza, ecc. Può ritenersi che lavori da 200 a
240 giorni in un anno e abbia in media lire 1,25 al giorno che dà lire annue 200 e 300.
Con questa modesta somma deve provvedere di cibo, di vesti, di ricovero se stesso e la sua famiglia; deve rinnovare la sua zappa, il bidente e la scure; deve sostenere le spese per medici e medicine. È vero che anche la moglie guadagna giornalmente 0,60 ma per un numero di giorni inferiore a quello del marito. Anche i figli, dall’età di otto anni in poi, cominciano a guadagnarsi
parte del bitto. Ma vi sono da mantenere anche i bambini, i vecchi, gli infermi, e così dal misero guadagno di uno solo deve uscire la sussistenza di altre due persone almeno.”
Q. Sella, discorso in Parlamento 27 marzo 1868 – Denuncia sulla tassa del macinato
“Signori, la tassa del macinato è grave, gravissima. Io ne sono stato persuaso quanto coloro che
hanno contro la medesima parlato. Ma, o signori, le condizioni del paese, a mio avviso, sono
anche più gravi, anche più gravissime, se così posso esprimermi, della tassa del macinato…
Riflettete un istante alla massa di capitali che diventa disponibile per la tassa sul macinato; poiché, o signori, sarà pure essenzialmente per la forza di questa tassa…. Che si produrrà l’effetto di riavvicinarsi al pareggio, di migliorare il nostro credito e quindi di rendere disponibili tanti
capitali.
Or bene, o signori, io vi dico che i vantaggi economici che derivano al paese per l’aumento dei
capitali disponibili, per la fiducia che farete rinascere, ricompenseranno con tanta usura la classe operaia della tassa sul macinato.”
G. De la Rive, “Il Conte di Cavour”
“L’Italia del settentrione è fatta – diceva egli.- Non vi sono più né Lombardi, né Piemontesi, né
Toscani, né Romagnoli, noi siamo tutti italiani; ma vi sono ancora i Napoletani. Oh! Vi è molta
corruzione nel loro paese. Non è colpa loro, povera gente: sono stati mal governati!! …Bisogna
moralizzare il paese, educar l’infanzia e la gioventù, crear sale d’asilo, collegi militari: ma non
si pensi di cambiare i napoletani coll’ingiuriarli… Niente stato d’assedio. Io li governerò con la
libertà e mostrerò cosa possono fare di quel paese dieci anni di libertà. In vent’anni saranno le
province più ricche d’Italia. No, niente stato d’assedio, ve lo raccomando…”
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ALLEGATI
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Duca di Maddaloni (deputato al Parlamento)
Denuncia sull’invasione sabauda nei territori napoletani
“La loro smania di subito impiantare nelle province napoletane quanto più si poteva delle istituzioni del Rimonte, senza neppur discettare se fossero o no opportune, fece nascere fin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce “piemontizzare”.
Intere famiglie veggonsi accatar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venire dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta
per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A mercanti di
Piemonte dannosi le forniture più lucrose: burocratici di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napoletani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A
facchini della dogana, a carcerieri, a birri, vengono uomini di Piemonte. Questa è invasione non
unione, non annessione! Questa è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di
Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortes e il Pizzarro facevano nel Perù e
nel Messico, come gli Inglesi nel regno del Bengala.”
S. Sonnino, da un discorso pronunziato in Parlamento
“La grandissima maggioranza della popolazione, più del 90 per cento, si sente estranea affatto alle nostre istituzioni; si vede soggetta allo Stato e costretta a servirlo con il sangue e i denari; ma non sente di costituire una parte viva ed organica e non prende interesse alcuno alla sua
esistenza…”
G. Massari, inchiesta del 1863 – Il brigantaggio
“È troppo facile dire che il brigantaggio si è manifestato nelle province meridionali a causa del
cambiamento del regime (dai Borboni ai Savoia). Questo è il motivo più visibile del doloroso
fatto. Le prime cause sono invece la condizione e lo stato del campagnolo.
Molta gente che non sa come lucrarsi la vita vive di rapina. I cafoni hanno pane di tale qualità che non ne mangerebbero neppure i cani. Tanta miseria e tanto squallore sono naturale apparecchio al brigantaggio. Su 375 briganti che si trovano il giorno 25 aprile nelle carceri della provincia di Capitanata, 293 appartengono al misero ceto dei cosiddetti “braccianti”.
Il contadino non ha nessun vincolo che lo leghi alla terra. Si prenda ad esempio la Capitanata.
Ivi la proprietà è raccolta in pochissime mani: il numero dei proletari è grandissimo. I baroni
non ci sono più, ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro prepotenze non è stata ancora cancellata. Il contadino sa che le sue fatiche non gli fruttano benessere ne prosperità: sa che il prodotto della terra innaffiata dai suoi sudori non sarà suo; si vede e si sente condannato a perpetua miseria, e l’istinto della miseria sorge spontaneo nell’animo suo. L’occasione gli si presenta;
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ALLEGATI
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egli non se la lascia sfuggire; si fa brigante; agli onesti e mal ricompensati sudori del lavoro preferisce i disagi fruttiferi della vita del brigante. Il brigantaggio diventa in tal modo la protesta
selvaggia della miseria contro le ingiustizie”.
Pasquale Villari – scrittore e uomo politico
“Senza liberare gli oppressi, non aumenterà tra noi il lavoro, non crescerà la produzione, non
avremo la forza e la ricchezza necessarie ad una grande nazione”
Allegato
Molti luoghi comuni: l'equazione miseria uguale mafia
...[ ] Lo studio unitario delle realtà geografiche dove hanno operato e lo studio
delle diverse associazioni agevoleranno lo svelamento di una serie di luoghi comuni e stereotipi che sono sempre stati i compagni di viaggio dei nostri mafiosi, a
cominciare da quello molto antico secondo il quale la culla dove hanno emesso i
primi vagiti sarebbero da rintracciare nelle zone di miseria e degrado, laddove
forti erano i legami tra miseria e delinquenza.
La storiografia più recente ha rivisto questa lettura del fenomeno e ha messo in
luce la parzialità di tale interpretazione propendendo per spiegazioni più complesse e dimostrando come tutte e tre le principali formazioni mafiose, oltre che nelle
zone di miseria, fossero presenti nei territori dove c'era una dinamicità economica e una relativa ricchezza rapportata al periodo storico e all'area geografica considerata.
La camorra era regina a Napoli, grande metropoli e capitale del Regno piena di
opportunità, la mafia era presente nella Conca d'oro – dove “potenti mafiosi” avevano in fitto o in proprietà “quasi tutti i giardini di agrumi e i fondi rustici attorno a Palermo” - o nelle zone agricole dove erano diffuse le produzioni dirette al
mercato nazionale, e la 'ndrangheta era fiorente a Reggio Calabria e attorno
all'area commerciale di Palmi e Gioia Tauro ricca di olive e agrumi”.
Eppure la convinzione dell'esclusivo legame tra miseria e delinquenza persiste e
circola ancora oggi come una delle interpretazioni più attendibili delle origini del
fenomeno mafioso.
Non c'è una filiazione diretta di tutte le forme mafiose dalla miseria; semmai, ci
può essere una qualche parentela, più o meno lontana, niente di più. Nelle zone
di miseria i mafiosi svolgeranno una funzione diversa da quella svolta nelle zone
più ricche come è possibile osservare, ad esempio, guardando ai comuni
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ALLEGATI
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dell'Aspromonte. Dove c'era miseria c'era ribellione, brigantaggio, lotte sociali
molto aspre.
La circolazione dell'idea di un legame tra delinquenza e miseria a un certo punto
è stata funzionale alla costruzione del paradigma del mafioso campano, siciliano
o calabrese come espressione di uno spirito umanitario, cavalleresco, difensore
delle tradizioni e degli antichi costumi -a cominciare dalla difesa dell'onore- e alla
rappresentazione dell'organizzazione mafiosa come una società di mutuo soccorso o del brigante come ribelle e riparatore di torti. Ma la storia dei briganti meridionali è un'altra storia rispetto a quella dei mafiosi.
(Tratto da Ciconte E., Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra
dall'Ottocento ai giorni nostri, Rubettino, Soveria Mannelli 2008, PP.20-2).
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PERCORSO
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Le relazioni tra Mafia, potere e denaro
Questo percorso analizza la struttura della criminalità organizzata, le modalità da
essa utilizzate e le finalità perseguite, mettendole a confronto con l’immaginario
presentato dalla cinematografia.
Nell’ottica di far maturare senso critico e capacità di lettura del mezzo audiovisivo nei ragazzi, il percorso propone la visione guidata di un film americano che
mette in luce aspetti contraddittori del fenomeno mafioso, che attirano e contemporaneamente imprigionano il soggetto in una dimensione di schiavitù, con poche
o nulle vie d’uscita. La tematica che affronta il film in chiusura, permette di analizzare la questione della collaborazione con la giustizia, proponendo una lettura
interessante del “tradimento” come l’altra faccia della testimonianza della verità.
Questo argomento permette agli insegnanti di proporre un’indagine su quali siano
gli atteggiamenti che favoriscono l’attecchire della criminalità nei gruppi sociali di
appartenenza (piccole violenze quotidiane, atti di prepotenza, occultamento della
verità, omertà).
Finalità
Favorire senso critico nei ragazzi attraverso lo sviluppo della capacità di analisi di
sistemi, situazioni e mezzi propri della criminalità organizzata.
Obiettivi
1. Definire e distinguere stereotipi e elementi oggettivi con cui si interpreta il fenomeno mafioso.
2. Comprendere quale immagine della criminalità mafiosa viene presentata dal
cinema.
3. Conoscere finalità e strategie, connivenze e azioni, traffici e guadagni della criminalità organizzata
4. Conoscere tipologie di associazioni mafiose in Italia e all’estero.
5. Analizzare quali comportamenti favoriscono lo sviluppo dell’azione mafiosa.
6. Interiorizzare norme e modi per promuovere giustizia sociale.
7. Conoscere le leggi sulla collaborazione con la giustizia, la confisca dei beni e il
riutilizzo a fini sociali.
Metodologia e strumenti
Questo laboratorio deve favorire la circolazione di idee tra i ragazzi. Pertanto è
indispensabile una collocazione delle sedie in cerchio per permettere a tutti di
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PERCORSO
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guardarsi e ascoltarsi. L’insegnante spiegherà la modalità del brainstorming (vedasi capitolo “Alcune tecniche per la conduzione”) e favorirà la discussione nel gruppo-classe, permettendo a tutti i ragazzi di esprimersi e confrontare le proprie opinioni con quelle dei compagni. Sarà attento a sintetizzare le differenti opinioni,
ad annotare ogni pensiero; in questo modo i ragazzi supereranno eventuali pregiudizi e saranno maggiormente motivati all’approfondimento.
In un secondo momento l’insegnante stimolerà uno sguardo critico del fenomeno,
proponendo ai ragazzi di porre a confronto le opinioni personali con i fatti e i
dati che emergono dal film; infine consiglierà di dividersi in piccoli gruppi per
l’analisi di testi (reperibili in allegato) che permettono lo studio approfondito del
fenomeno.
Attività
Brainstorming sulla parola Mafia (vedasi tecniche di conduzione dei laboratori):
“Mafia è …?”.
Motivazioni per tenere o eliminare una parola del brainstorming: “Che cosa eliminereste e perché?” “Chi difende il termine contestato e perché?”
Raggruppamento delle parole in gruppi che spieghino:
- Modalità di azioni utilizzate dalla Mafia
- Finalità e obiettivi
- Attività svolte
- Connivenze
- Aspetti che attirano
- Criticità e limiti dell’organizzazione
• Scrittura collettiva di una definizione (testo) che spieghi cos’è la Mafia secondo
l’opinione del gruppo-classe.
• Visione del film “Quei bravi ragazzi” fino alla scena finale in cui il protagonista sceglie di collaborare con la giustizia (vedasi allegato).
• Analisi dei personaggi del film:
- ruolo svolto
- azioni attuate
- situazioni vantaggiose per il personaggio (arricchimento/potere/reverenza/…)
- situazioni svantaggiose (mancanza di autonomia nelle scelte/
obblighi/dipendenze/sottomissione/…).
• Analisi delle possibili vie d’uscita dalla cosca mafiosa (si descrivono le varie soluzioni e ciò che comportano per la persona e i suoi familiari):
- Morte
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PERCORSO
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- Latitanza
- Collaborazione con la giustizia.
• Ogni ragazzo è invitato a pensare alla conclusione del film e a motivare la sua
scelta.
• Visione del finale del film e commento.
• Il gruppo-classe evidenzia le modalità di relazione e sopraffazione presentate dal
film e prova a definire gli elementi che fondano la strategia criminale.
• Lettura e analisi dell’approfondimento sulle mafie: conoscenza delle principali
organizzazioni criminali in Italia. Discussione a gruppi.
• Alla ricerca degli atteggiamenti sui quali può radicarsi un’organizzazione criminale. Perché il protagonista ne è attirato? I ragazzi elencano gli elementi che
attirano e quelli che favoriscono l’attecchire degli atteggiamenti mafiosi.
• Dalle azioni del film agli atteggiamenti “mafiosi” nella scuola, nel quartiere e
nella città. La questione dell’omertà tra i ragazzi: tradire chi, che cosa, quando e perché? Dibattito a gruppi.
• Stesura a gruppi di un testo che tratti l’argomento dell’omertà e della responsabilità sociale: “è possibile promuovere giustizia sociale e favorire uguaglianza
delle opportunità in un gruppo (in una città, in una Regione, in uno Stato)
senza “denunciare” le sopraffazioni, le violenze e gli autori che le compiono?”.
• Lettura delle tesi scritte dai ragazzi e commenti in plenaria: l’insegnante sintetizzerà su un cartellone i punti di forza delle tesi e integrerà portando all’attenzione della classe esempi di estorsioni della criminalità organizzata a carico
della popolazione; infine introdurrà l’argomento del “pizzo” e spiegherà il lavoro dell’Associazione di Enti locali e Regioni “Avviso Pubblico”, di “Addio
Pizzo” (vedasi anche scheda su Addiopizzo in laboratorio “Denaro, quanto mi
costi!”) e di altre associazioni antimafia (vedasi allegato).
• Come interrompere la spirale della violenza e dell’ingiustizia sociale generata
dalla criminalità organizzata? L’insegnante presenta agli studenti le strategie
adottate in Italia per combattere la mafia: collaboratori di giustizia/confisca dei
beni/riutilizzo sociale (vedasi schede di approfondimento e allegati).
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ALLEGATI
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Allegati
“Quei bravi ragazzi”
di Martin Scorsese
Scheda del film
Anno di produzione: 1990
Titolo originale: Goodfellas
Durata: 145 minuti
Origine: USA
Genere: Drammatico
Tratto dal romanzo “Il delitto paga bene” di Nicholas Pileggi
Regia: Martin Scorsese
Attori: Robert De Niro, Ray Liotta
Trent'anni di mafia americana narrati dall'impareggiabile Scorsese.
L a t r a m a Henry Hill racconta la sua storia di gangster da quando, ragazzetto,
guardava i boss del quartiere. Incomincia così a frequentare l'ambiente dove James,
Tommy e Paul lo introducono al crimine. Henry nel frattempo si è sposato con una
ragazza ebrea, che ignora la sua vera professione, ma che a poco a poco verrà irretita nei traffici del marito. Caduto in disgrazia e temendo di essere eliminato, Henry
decide di "cantare" con l'FBI. Scorsese, con questo film, riaffronta l'ambiente mafioso italo-americano già descritto in Mean Streets. Costruito sul tempo sincopato delle
canzoni della colonna sonora che si susseguono a raffica, il film scarta, deformandoli, i luoghi comuni del genere, mescolando paranoia e violenza per restituirci un
quadro, paradossalmente, più vero del reale. Tour de force per l'occhio e la mente
dello spettatore, Goodfellas mette in scena un'abilità tecnica e un'intelligenza di regia
magistrali. Premio per la regia al Festival di Cannes.
Essendo un film di mafia, peraltro uno dei migliori (e il miglior Scorsese in assoluto), non è scevro da scene di violenza, fin dall'inizio. Violenza molto secca, dura,
che arriva improvvisa come gli scatti d'ira del personaggio di Joe Pesci e riporta
la nostra attenzione sullo scorrere degli eventi, in caso ci fossimo distratti ad osservare la perfezione stilistica del film. In questo caso è la tecnica cinematografica
che la pellicola mette in mostra, sia da parte della troupe che da parte del cast,
che regala agli spettatori le emozioni che questo tipo di film sa trasmettere. E se
il modo in cui Scorsese narra il finale può far storcere qualche naso, è indubbio
che le parole di Ray Liotta con cui il film si chiude rappresentino tutto fuorché
un happy ending.
http://www.film.tv.it - www.cinefile.biz/fellas.htm
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ALLEGATI
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Allegato
AVVISO PUBBLICO
Premessa alla carta di intenti
In vaste zone del paese, un vero e proprio “contropotere” criminale si oppone alla
legalità democratica. Esso si fonda sull'accumulo di ricchezze illegali, esercita il
dominio dei più forti sui più deboli attraverso l'uso della violenza, nega i più elementari diritti di cittadinanza, tenta di piegare ai suoi scopi le istituzioni democratiche, inquina la società e l'economia. Per sua mano sono caduti poliziotti e
carabinieri, magistrati, uomini politici, commercianti, imprenditori, semplici cittadini e persino bambini e bambine.
L'influenza delle organizzazioni criminali non è più limitata alle tradizionali zone
d'insediamento; le enormi fortune acquisite con il traffico della droga vengono
reinvestite nei circuiti finanziari e penetrano nell'economia legale, nuove attività
criminali danno vita ad un vorticoso giro d'affari, si stringono patti perversi con
ogni forma di potere occulto e con il sistema della corruzione.
Le mafie non sono dunque solo un problema di ordine pubblico, né costituiscono un pericolo solo per le regioni meridionali. Esse rappresentano la più forte insidia alla convivenza civile, alla saldezza e alla credibilità delle istituzioni democratiche, al corretto funzionamento dell'economia. Esse impediscono lo sviluppo della
democrazia e il pieno esercizio dei diritti dei cittadini.
Il diritto al lavoro, all'istruzione, alla sicurezza, alla giustizia non potranno essere
goduti da nessuno se non si sconfigge l'illegalità organizzata. In questa battaglia,
in prima fila, vi sono i corpi dello stato, impegnati nell'azione di repressione. Ma
al loro fianco, in questi anni, si è mobilitata gran parte della società civile, giovani, uomini e donne, associazioni del volontariato laico e cattolico. Un vasto variegato mondo dell'impegno civile che chiama le istituzioni, di ogni ordine e grado,
a svolgere un ruolo di stimolo, di coordinamento e di sostegno all'azione di contrasto alla criminalità. Ognuno, pertanto, deve assumersi le proprie le proprie
responsabilità.
Ogni istituzione deve fare la propria parte. E tanto più devono farla le istituzioni
più vicine ai cittadini (Comuni, Province, Regioni, Comunità Montane), oggi fortemente legittimate dal voto popolare diretto. In esse, una nuova classe dirigente
sta seriamente lavorando, pur tra mille ritardi e difficoltà. Una leva di amministratori e amministratrici che, al di là dell' appartenenza politico–ideologica, colloca il bene comune al di sopra delle proprie posizioni, si cimenta con l'etica della
responsabilità, ricerca un dialogo con i cittadini e ne sollecita la partecipazione. A
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ALLEGATI
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tale classe dirigente spetta oggi il compito di “organizzare la legalità”, offrendo ai
cittadini le occasioni e gli strumenti per sottrarsi all'invasione del contropotere criminale.
Nasce da quest'insieme di ragioni l'idea di dar vita ad un'associazione di enti locali e Regioni per l'educazione alla legalità, il contrasto alle organizzazioni criminali e l'impegno diretto delle istituzioni territoriali nell'affermazione di regole civili e
democratiche e di percorsi di sviluppo che superino le attuali marginalità in cui
vivono troppi segmenti della società.
C'è un vasto campo di iniziativa che può essere occupato, senza sovrapporsi
all'azione delle istituzioni preposte all'ordine pubblico né ostacolando la preziosa
iniziativa autonoma del mondo del volontariato e dell'associazionismo ma, anzi,
fornendo alle une e all'altro un sostegno attivo: un terreno di lavoro che trova la
sua forza nella solidarietà e nella cooperazione istituzionale.
Se il contropotere criminale è negazione dei diritti, è prevaricazione del forte sul
debole, l'educazione alla legalità può essere un modo concreto ed efficace per
combatterlo. Diffondere la coscienza della legalità, informare i cittadini sulla forza
reale della criminalità organizzata, formare i giovani alla cultura dei diritti e della
tolleranza, del rifiuto della violenza e del rispetto per il valore della persona, perseguire uno sviluppo economico equilibrato: sono questi gli scopi per i quali ci
associamo.
L'associazione, quindi, vuole essere una rete che consente di mettere insieme idee,
progetti, servizi, di far circolare informazioni, di mettere in relazione tante esperienze. Perciò la sua struttura sarà leggera, fattiva, policentrica e articolata sul territorio nazionale.
Non sottovalutiamo, poi, l'impatto simbolico e il significato generale del riunire
Comuni, Province, Regioni e Comunità Montane, realtà grandi e piccole, luoghi
del sud, del centro e del nord, attorno all'obiettivo della legalità. Ma l'uno e l'altro acquisiscono maggior forza attraverso la creazione di percorsi politici, amministrativi, educativi ed il compimento degli atti concreti che ne discendono.
(Tratto da: www.avvisopubblico.it)
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ALLEGATI
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Le tasse della mafia - Con il pizzo la mafia si fa stato
(tratto dal Rapporto di SOS Impresa “Le mani della criminalità sulle imprese” 2006)
Nel corso di una intervista Libero Grassi pronunciò con la forza e la semplicità
che gli era propria una illuminante intuizione: “con il pizzo la mafia si fa Stato”.
Il “pizzo” si conferma come il reato tipico della criminalità organizzata finalizzato a sostenere le famiglie, i clan, le ‘ndrine, assicurare uno stipendio ai “carusi”,
a mantenere i carcerati, pagare gli avvocati. Il “pizzo” garantisce la quotidianità
dell’organizzazione, accresce il suo dominio, conferisce un sempre maggiore prestigio ai clan, misura il tasso di omertà di una zona, di un quartiere e di una
comunità. È in questo senso che la mafia si fa Stato. Non solo controlla il territorio, ma risolve controversie, distribuisce lavoro e favori, elargisce raccomandazioni.
Per tale motivo il pizzo è la “tassa della mafia” per eccellenza, il cui pagamento
avviene, di norma, dopo una fase di “avvicinamento” e intimidazione, e si conclude con un accordo tra vittima ed estortore. Non sono mancate, nella nostra
esperienza casi in cui è proprio l’imprenditore, in procinto di aprire una nuova
attività, a cercare il “mafioso” per mettersi in regola, ma l’angheria e la violenza
è la costante di questo odioso reato.
Le modalità di riscossione del pizzo sono:
a) pagamento concordato;
b) contributo all’organizzazione;
c) dazioni in natura;
d) “cavallo di ritorno”.
a) Pagamento concordato
Si paga una tantum all’ingresso (o subingresso) e si pattuiscono rate mensili (o settimanali), di solito, rapportate al giro d’affari dell’impresa, ovvero dei mq del
negozio, a volte dal numero delle vetrine. Parliamo di pagamento concordato perché si assiste ad una sorta di trattativa di solito intessuta da un mediatore. In questo caso il pagamento del pizzo è considerato il male minore; stante la sfiducia
nella denuncia.
Nel settore dell’edilizia, uno dei più colpiti dal fenomeno estorsivo, si paga una
quota a vano costruito.
Negli appalti pubblici, invece il “pizzo” varia secondo dell’importo complessivo
dell’aggiudicazione mediamente tra il 2% e il 3%.
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ALLEGATI
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b) Contributo “all’organizzazione”
Periodicamente si presentano due o tre persone chiedendo contributi per varie
ricorrenze: la festa del Patrono, la squadra di calcio locale. In alcuni casi in modo
esplicito, si impongono dazioni per il sostentamento dei familiari dei carcerati, o
per il pagamento delle loro spese legali. [...]
c) “Non solo soldi”
Non deve essere assolutamente sottovalutata la voce dei contributi in natura. Nel
campo dell’edilizia i “Casalesi” non disdegnano di farsi consegnare ingenti quantità di materiale edile costoso.
d) “Il cavallo di ritorno”
Una fisionomia estorsiva a sè, ormai diffusa in tutto il Mezzogiorno, è il cosiddetto “cavallo di ritorno”. Questa tecnica si va via via professionalizzando con l’impegno di numerose “batterie” dislocate sul territorio e collegate tra loro per la
ripartizione dei ruoli. Accanto ad una dimensione sociale come il furto di automobili o motocicli, ne assume un’altra con più spiccate caratteristiche estorsive
nelle campagne attraverso il furto di mezzi agricoli. Non di rado la refurtiva viene
“cannibalizzata” per la vendita al dettaglio dei pezzi di ricambio.
“Meglio pagare per quieto vivere”
Il racket, come si è detto, è un fenomeno vecchio, connaturale alla mafia, identico nella sostanza, flessibile nelle modalità di esenzione. I componenti delle organizzazioni criminali sono sempre più impegnati direttamente nella gestione delle
attività economiche, per queste ragioni, a volte, limitano l’imposizione del “pizzo”,
ovvero richiedono “somme” puramente simboliche, dal momento che sono maggiormente interessati ad imporre merci, servizi, manodopera o estirpare ogni
forma di concorrenza ai loro traffici e ai loro interessi.
Ogni attività economica-imprenditoriale viene “avvicinata” dai “signori del pizzo”
con il volto “conveniente” della collusione, piuttosto che quello spietato della
minaccia, per evitare forme d’allarme sociale e di ribellione.
Il racket vive e cresce nella dimensione della quotidianità, si impone come fatto
abitudinario e per questo sottovalutato anche da chi dovrebbe combatterlo, tanto
da far dichiarare ad un carabiniere del nucleo operativo di Santa Maria Capua
Vetere, che pure era attivamente impegnato nella cattura di un pericoloso latitanm e g l i o p a g a r e p e r i l q u i e t o v i v e r e” (ANSA 11 luglio 2005).
te: “m
p i z z o” è diventata “ss o f t”, ma
Nel corso di questi ultimi anni la richiesta del “p
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ALLEGATI
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non per questo meno opprimente e generalizzata. Paradossalmente più forti sono
i colpi dati dalle forze dell’ordine, più pressanti diventano le esigenze di denaro
da parte delle cosche che devono mantenere un alto numero di carcerati. Inoltre
l’avvento dell’euro ha segnato un aumento dei costi facendo lievitare di non poco
il prezzo da pagare.
(Tratto da: http://www.avvisopubblico.it)
Allegato
Contromafie 2009
Roma 23, 24 e 25 ottobre 2009
II Edizione degli Stati Generali dell’Antimafia
Libera da sempre lavora per rafforzare il versante della prevenzione nell'opera di
contrasto alle mafie, nella consapevolezza che il solo versante repressivo sia necessario ma non sufficiente. La prima vera risposta al controllo mafioso del territorio è la pratica di cittadinanza e partecipazione che singoli, associazioni e formazioni sociali di ogni genere sono chiamati a costruire e vivere. A tale riguardo nei
documenti di Libera spesso si richiama uno dei suoi obiettivi principali: "costruire una comunità alternativa alle mafie", dove vengano riconosciuti a ogni essere
umano diritti e non favori, a differenza di quanto avviene nel sistema mafioso, così
come è definito nella Carta Costituzionale. La battaglia contro le mafie è quindi
necessariamente una battaglia per i diritti sanciti dalla Costituzione.
Contromafie è un percorso di impegno culturale e sociale, uno strumento di lavoro che Libera propone periodicamente per offrire progettualità e contenuti all'associazionismo che si occupa di lotta alle mafie e che si batte per legalità e giustizia sociale; ulteriore obiettivo è la verifica degli esiti del confronto avviato con le
istituzioni, con la politica e altri soggetti, a partire da quanto contenuto nel
Manifesto finale di ogni edizione. Il messaggio degli Stati generali è duplice, ovviamente negativo (contro le mafie) ma soprattutto positivo (per i diritti della
Costituzione): è necessario "essere contro" tutte le mafie e la corruzione, le illegalità e i soprusi, ma è più importante "essere per" costruire percorsi e spazi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.
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ALLEGATI
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Manifesto di Contromafie 2009 Gli Stati Generali dell’Antimafia
per un mondo liberato dalle mafie
Noi sottoscritti cittadini e cittadine, uomini e donne di ogni età, ci assumiamo la
responsabilità di:
- affermare nella nostra vita quotidiana i valori della pace, della solidarietà, dei
diritti umani, della legalità democratica e della convivenza civile, contro ogni
forma di violenza, d’illegalità, di negazione della dignità della persona;
- promuovere e partecipare a tutte le iniziative, i progetti, le attività necessarie per
liberare il mondo dalle mafie;
- fare vivere la memoria delle vittime di mafia come testimonianza di un mondo
giusto, consapevole, coraggioso e responsabile.
Ci impegniamo a:
- costruire una larga alleanza globale e di solidarietà internazionale contro le
mafie;
- costituire una commissione indipendente, formata da organizzazioni della società civile, che valuti le leggi italiane alla luce della dichiarazione universale dei
diritti umani;
- difendere, in ogni sede, il diritto all’informazione garantito dall’articolo 21 della
nostra Costituzione, rafforzando le reti e le esperienze locali, diffondendo il libero acceso alle fonti e sostenendo, anche legalmente, il lavoro dei giornalisti più
impegnati ed esposti;
- difendere, in ogni sede, il valore assoluto dell’indipendenza della magistratura,
autentico patrimonio della nostra democrazia e premessa indispensabile per ogni
prospettiva di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di giustizia per tutti;
- promuovere di fronte all’inerzia delle istituzioni una proposta di legge d’iniziativa popolare per l’introduzione nel codice penale dei delitti contro l’ambiente;
- sostenere le cooperative e le associazioni impegnate nel riutilizzo sociale dei beni
confiscati affinché le loro esperienze, a partire dal mezzogiorno d’Italia, diventino il motore di una nuova economia della solidarietà;
- promuovere, in tutti gli enti e le amministrazioni locali, strumenti legislativi e
amministrativi che garantiscano la massima trasparenza negli appalti e nella
gestione dei servizi pubblici;
- affermare la centralità della scuola, dell’università e delle altre agenzie formative, nella definizione di nuove politiche sociali e di interventi legislativi rispetto
a temi fondamentali come la lotta alla criminalità organizzata, l’immigrazione,
i diritti umani, il lavoro;
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ALLEGATI
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- diffondere un sapere di cittadinanza che valorizzi i giovani come protagonisti di
un processo di educazione permanente alla legalità, alla partecipazione e alla
responsabilità;
- garantire uno spazio di confronto tra personalità della letteratura, dello spettacolo e dell’arte che attraverso la musica, il cinema, il teatro, la scrittura, la fiction televisiva, lavorino per una produzione di qualità, una corretta conoscenza
dei fenomeni mafiosi e la diffusione di un’autentica cultura della legalità democratica.
Proponiamo al Governo italiano, al Parlamento, alle forze politiche, alle istituzioni europee e sovranazionali di:
- costruire effettive ed efficaci strategie di contrasto, politiche e normative, alla criminalità transnazionale;
- costituire in Italia, secondo quanto previsto dalle nazioni unite, la Commissione
nazionale dei diritti umani, per garantirne il pieno ed effettivo rispetto, a partire da quelli dei migranti;
- estendere a livello europeo la normativa che prevede l’utilizzo sociale dei beni
confiscati alle mafie;
- recepire la direttiva europea che prevede l’estensione del reato di corruzione
anche a rapporti tra privati;
- istituire un’authority indipendente contro la corruzione, dotata di poteri ispettivi e di controllo;
- garantire l’effettiva applicazione della legge che prevede l’obbligo di denuncia da
parte di chi è vittima del racket;
- abolire tutte le discriminazioni a danno dei familiari di vittime innocenti; armonizzare le norme esistenti e garantire un effettivo riconoscimento, in sede civile,
del danno biologico, di relazione e morale;
- rendere effettivi e tempestivi i benefici previsti per i testimoni di giustizia, che
devono essere considerati un modello civile e una risorsa per il paese; istituire
la figura, specifica e professionalizzata, del tutor quale unico punto di riferimento del testimone;
- assicurare nei palinsesti della Rai adeguati spazi d’informazione e approfondimento sui grandi problemi sociali del paese, nel rispetto di quanto previsto dal
contratto di servizio pubblico.
Ribadiamo l’urgenza di:
- definire e approvare in tempi rapidi un testo unico della legislazione antimafia,
capace di superare le attuali disfunzioni e garantire una più efficace azione di
contrasto da parte delle forze dell’ordine e della magistratura;
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ALLEGATI
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- istituire un’agenzia nazionale per la gestione dei beni sottratti alle mafie, in modo
da assicurare rapidità e trasparenza nell’assegnazione delle ricchezze - restituite
alla collettività;
- colpire i legami tra mafia e politica attraverso la revisione del reato di voto di
scambio e della normativa sui comuni sciolti per mafia;
- adottare un codice etico che impedisca la presenza nelle istituzioni di persone
condannate o rinviate a giudizio per gravi reati;
- rafforzare l’azione di contrasto alle ecomafie ed ai traffici illegali di rifiuti;
- rendere concreto e quotidiano il contrasto all’abusivismo edilizio, eliminando il
ricorso ai condoni e sostenendo le attività di demolizione del cemento illegale;
- riconoscere alle persone oggetto della tratta di esseri umani la condizione di vittime, rafforzare la rete di sostegno sociale e istituzionale agli uomini e alle donne
che denunciano i loro sfruttatori;
- combattere il lavoro nero e il caporalato, che vedono spesso la riduzione in
schiavitù di un numero crescente di migranti, attraverso l’affermazione dei loro
diritti di cittadinanza;
- promuovere una nuova legge antidroga che abbia come centralità la tutela della
salute delle persone e la riduzione della domanda;
- riscrivere la legge anti-doping, rafforzando gli strumenti di lotta al traffico di
sostanze dopanti, estendendo la tutela a tutti i cittadini e promuovendo, a partire dai giovani, i valori di uno sport ispirato ai principi di lealtà e rispetto delle
regole;
- istituire un’authority indipendente per contrastare il fenomeno del riciclaggio di
capitali di provenienza illecita;
- colpire i traffici internazionali di armi, le “zone grigie” e i paradisi fiscali in cui
avvengono le triangolazioni, introducendo in particolare il reato di intermediazione;
- dedicare, con un provvedimento legislativo, la giornata del 21 marzo di ogni
anno alla memoria di tutte le vittime di mafia.
Roma, 25 ottobre 2009
(Tratto da: www.libera.it)
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PERCORSO
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Ecomafie
Il termine "ecomafia", coniato da
Legambiente ed entrato nel vocabolario Zingarelli, indica, quei settori
della criminalità organizzata che
hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l'abusivismo
edilizio e le attività di escavazione
come nuovo grande business. Il
fenomeno, viene affrontato dal 1997
in modo sistematico nell'annuale "Rapporto Ecomafia", un'opera collettiva, coordinata dall'Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente e realizzata in collaborazione con tutte le forze dell'ordine (Arma dei Carabinieri, Corpo Forestale
dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, Capitanerie di porto, Guardia di
Finanza, Polizia di Stato, Direzione investigativa antimafia), l'istituto di ricerche
Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all'abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e avvocati dei Centri di azione
giuridica di Legambiente. I Rapporti si occupano dei traffici illegali di rifiuti e di
abusivismo edilizio, di combattimenti clandestini tra cani e di saccheggio dei beni
archeologici, di commercio illegale di specie protette e di legname pregiato. E poi
elencano i nomi dei clan mafiosi coinvolti. I numeri delle attività di repressione
da parte delle forze dell'ordine. Ed ancora, raccontano le storie, spesso davvero
sconvolgenti, di aggressione criminale alle risorse ambientali del nostro Paese.
Il percorso didattico affronta il tema della gestione malavitosa delle risorse
ambientali, in primis i rifiuti, vedendo da vicino quali implicazioni sociali siano
ad essa correlati.
La metodologia proposta per questo laboratorio parte dall’analisi delle notizie che
appaiono “di frontiera”, ovvero non presenti sui quotidiani di grande tiratura,
bensì limitate a poche e sparute fonti sull’argomento. Un approccio diverso per
conoscere la materia fuori dalla logica della grande comunicazione. Una metodologia che si avvale della lettura di articoli della carta stampata, del mondo web e
nuove tecnologie e forme di comunicazioni come audiovisivo e documentari.
Le letture e la visione dei video sono seguite da alcune tracce di approfondimento che aiutino i ragazzi a cogliere il nesso esistente tra un fenomeno di degrado,
le motivazioni della sua cattiva gestione e la possibilità che un agire coraggioso,
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PERCORSO
6
individuale o collettivo, possa modificarne la situazione.
È auspicabile che il percorso sia condotto, o seguito in compresenza, da più insegnanti per approfondire i diversi aspetti della proposta con le materie disciplinari
del corso di studi seguito dai ragazzi.
Finalità
Sviluppare la capacità di analizzare testi di vario genere, confrontando le informazioni da fonti diverse, analizzando le relazioni di complessità che i testi affrontano e cogliendo le implicazioni esistenti tra scelte individuali e collettive.
Obiettivi
1. Conoscere e comprendere alcuni aspetti del fenomeno “ecomafia”, che non
riguarda solo le regioni del Sud ma l’intero paese.
2. Confrontare opinioni, modi di sentire, stereotipi con l’analisi di fenomeni reali.
3. Conoscere i legami di causa-effetto del fenomeno dello smaltimento dei rifiuti,
saper argomentare sul tema ecomafia, evidenziando rapporti logici tra eventi,
motivazioni, fini e mezzi nella gestione degli appalti di smaltimento dei rifiuti.
4. Cogliere il nesso esistente tra consumi – rifiuti – risorse – smaltimento – gestioni criminali – degrado ambientale – rischio sanitario.
5. Individuare possibili soluzioni al fenomeno da un punto di vista individuale e/o
collettivo.
Metodologia e strumenti
Questa attività vuole suggerire ai ragazzi la possibilità di reperire fonti d’informazione diversificate e attente nell’analisi di un fenomeno.
È fondamentale, come già affermato per il quarto percorso, partire sempre dalle
ipotesi dei ragazzi e dalle loro pre-conoscenze, sebbene esse possano far riferimento esclusivamente a stereotipi o modelli del comune sentire. Proprio la registrazione delle ipotesi degli allievi permetterà all’insegnante di calibrare il percorso.
Pertanto è necessario che il docente durante questa prima fase del lavoro non classifichi le risposte in corrette e non. Sarà compito dei ragazzi, attraverso la visione di documentari che indagano approfonditamente il fenomeno in questione e
la lettura di vari articoli, provare a confrontare le ipotesi con gli elementi oggettivi che emergono e giungere ad un’analisi più approfondita. È importante la stesura di schemi attraverso i quali riorganizzare le conoscenze, favorendo la capacità di seguire un filo logico durante la fase di argomentazione che seguirà ad ogni
percorso. Essa può avvenire per iscritto, in forma collettiva o individuale, ma può
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PERCORSO
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anche essere utilizzata come supporto nell’apprendimento cooperativo tra pari che
non hanno potuto seguire il percorso.
Attività
1. RIFIUTI, MAFIE E INFORMAZIONE
• Sistemazione della classe in cerchio in modo da favorire la circolazione di opinioni. L’insegnante chiede ai ragazzi cosa pensino dell’emergenza rifiuti che ha
allertato recentemente l’Italia.
• Raccolta e differenziazione delle ipotesi: cause e conseguenze. Si utilizzano parole-chiave e si chiedono ai ragazzi motivazioni a sostegno delle ipotesi.
B i ù t i f u l c a u n t r i”, scritto e diretto da Esmeralda
• Visione del documentario “B
Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero di Legambiente, presentato al
Festival di Torino (allegato).
• Riflessioni a partire dal film:
- Esprimere con una parola il vissuto che trasmette il documentario: cosa
colpisce maggiormente?
- Quali aspetti non erano conosciuti?
- Elenco di cause, fenomeni e conseguenze presentate dal documentario.
- Quali ipotesi dei ragazzi erano reali, quali vengono smentite dal documentario.
- È possibile superare questa situazione? Come?
• Lettura della prefazione al Rapporto Ecomafie 2010 e di articoli che descrivono le dinamiche criminali e mafiose nello smaltimento abusivo dei rifiuti ordinari e speciali (allegati).
• Ricerca di altri articoli che riportano notizie simili.
• Confronto in circle-time:
• Alla luce dei documenti visionati, riepilogare in maniera sintetica come
le organizzazioni mafiose traggono vantaggio dai rifiuti.
• Dove è possibile trovare informazioni approfondite sulle ecomafie? Chi
si occupa dell’argomento?
• Pensate ai mezzi di comunicazione tradizionali (televisione, radio) e a
quelli digitali (web e relativi servizi, come stampa on-line, blog, newsgroup,
social network, ecc.): ci sono differenze nel modo in cui vengono fornite
informazioni sulla produzione e sullo smaltimento dei rifiuti? Le eventuali informazioni mettono in luce il legame mafie/rifiuti?
• Quale nesso esiste tra emergenza rifiuti nel nostro Paese e il rischio sanitario per la cittadinanza?
• Nella tua realtà territoriale ci sono casi di smaltimento illegale di rifiuti
e/o di abusivismo edilizio?
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PERCORSO
6
È opportuno che i ragazzi prendano nota di quanto emerso da quest’ultimo spunto di riflessione: eventuali situazioni ravvisate dalla classe saranno utilizzate per un
lavoro da svolgere nella parte successiva del percorso.
2. NOI E I RIFIUTI: CHE FARE?
• Confronto: la questione dei rifiuti ci riguarda?
• Si / No / Perché?
• Domande per l’approfondimento in gruppi:
a. Conosci la “logica delle 4 R” (Riduci, Ripara, Riusa, Ricicla)? (Si veda
lo schema proposto nell’allegato).
b. Nel tuo comune si attua la raccolta differenziata? È mai stato predisposto
un piano di comunicazione e sensibilizzazione sulla differenziata?
c. Ragazzi come voi possono interpellare il loro sindaco sul tema dei
rifiuti nel territorio comunale?
d. Pensando ai problemi riscontrati e annotati in chiusura al precedente
incontro, formulate proposte concrete da presentare all’amministrazione locale da parte della cittadinanza.
I diversi contributi apportati saranno sintetizzati in un documento che verrà presentato, possibilmente nel corso di una seduta di consiglio, dai partecipanti al percorso agli amministratori locali. Tale attività ha da un lato lo scopo di concretizzare in un documento (che resterà ufficialmente agli atti) le richieste e i suggerimenti dei giovani rappresentanti della comunità, dall’altro quello di ricordare ai
ragazzi il loro diritto/dovere ad esercitare una cittadinanza attiva.
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ALLEGATO
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Allegati
Un esempio di schema sintetico sulla logica delle quattro R è scaricabile all’indirizzo:
http://www.arpa.fvg.it/ea/fileadmin/TEMI/Rifiuti/vademecum_rifiuti__.pdf
(Tratto dal sito web dell’Agenzia regionale per l’ambiente del Friuli Venezia
Giulia: www.arpa.fvg.it )
Allegato
Prefazione al Rapporto ecomafia 2010
di Roberto Saviano
Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l’emergenza non c’è più. Gli elenchi
dei soldati di camorra e ‘ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che
realmente accade. Se aprite le pagine di analisi e dati di questo dossier conoscerete davvero cosa succede nel paese Italia. Ogni anno Legambiente attraverso il
suo Osservatorio ambiente e legalità produce questo plico di storie e numeri:
Ecomafia. Ogni anno, quando si arriva all’ultima pagina, leggendo capitolo per
capitolo, si ha il quadro esatto della situazione; l’esatta percezione di quanto sia
ampia la voragine tra ciò che viene proclamato pubblicamente e la realtà pura
fermentata sotto quintali di terreno, intombata in ogni angolo disponibile in quelle che ormai sono terre compromesse da traffici di rifiuti di ogni tipo.
“Ma come? – direte – Se ci sono i dati com’è possibile che le cose non si sappiano?” Le ecomafie sono business, sono silenzio, sono tacito accordo. Il puzzo del
loro malaffare è coperto dalle parole rassicuranti di quelli che ripetono a oltranza che tutto va bene. Tutto verte nel non dire, nell’occultare il più possibile.
L’urlare a gran voce la soluzione vittoriosa è cosa offensiva rispetto al muoversi e
al moltiplicarsi strisciante del problema. Fiumi di inchiostro, cronache, sigle di tg,
centinaia di interviste e poi arresti, conferenze stampa, politici che litigano nelle
arene a loro disposizione. Quando metterete lo sguardo su questo dossier, invece,
nonostante tutto il chiasso che vi circonda, sentirete soprattutto silenzio. E tutto
quello che leggerete vi arriverà direttamente allo stomaco. Quello dei rifiuti è uno
dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il
narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere
aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprendi77
ALLEGATO
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toriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarsi in altri settori. Catene
di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti.
Esempio lampante ne è l’economia campana e i suoi gangli politici che si sono
strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse
possibile che frutti come le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, cresciute proprio in quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in
prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere? Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi.
L’emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l’anno. Questa è
la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un
paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all’emergenza.
Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte
nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi
dell’emergenza e alla pubblicità – sembra assurdo parlare di pubblicità, no? – che
ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa. Ma risolvere un’emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i
proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come
afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci.
“Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni
italiane, rischia una nuova crisi rifiuti”. Sono parole dell’amministratore delegato
dell’Asia (l’azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come
un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe
estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la
valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e
Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9% del totale della spazzatura
del nostro paese e il 36,5% senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle
terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde
acquifere, nell’aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni
ciclo di vita è stato compromesso. La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza.
La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il can78
ALLEGATO
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cro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità mostrano che la
situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media
nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology, già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche, e
le donne sono le più colpite. Ma l’ecomafia non è un fenomeno che appartiene
solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il Nord Italia il centro del vero business. E
la novità di quest’anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia
e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto
numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce
ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. “Golden
Rubbish”, “Replay”, “Matassa”, “Ecoterra”, “Serenissima”, “Laguna de Cerdos”,
“Parking Waste”. Alcune già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il Nord Italia. È
evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al
Sud in questa gara all’autodistruzione. La “Golden Rubbish” è un’inchiesta che
vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e
la Campania perché ha preso le mosse da un’inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di
Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un
sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale.
L’inchiesta “Replay” è tutta lombarda e l’organizzazione criminale sgominata
operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe
Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l’inchiesta denominata “Matassa”. È trentina, e precisamente della Valsugana, l’inchiesta “Ecoterra” che ha bloccato un
traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto
Marghera, dove l’operazione “Serenissima” ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l’“Operazione Appennino” ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie. È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante, l’operazione “Laguna de Cerdos”, un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suini79
ALLEGATO
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cola per cui la Regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece, è l’inchiesta “Parking Waste” che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l’aspetto che più
colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio. Tra le altre cose, vale
la pena ricordare che a marzo l’Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia
dell’Unione Europea per come ha gestito l’emergenza rifiuti in Campania. È stata
condannata per “non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l’ambiente”. E nella sentenza si
legge che l’Italia ha ammesso che “gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali”. È evidente la necessità
di questa pubblicazione e le immagini che riesce a darti non le dimentichi più.
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una
base di tre ettari, quasi il doppio dell’Everest, alto 8.850 metri. E quando un cittadino straniero decide di leggere queste pagine, si ritrova calato in una realtà che
dello stereotipo del Belpaese ha davvero poco. L’idea dell’Italia muta. Se conservava l’illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della
pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino,
qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e
più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un
paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo
cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio
simile? La risposta è nel business: più di venti miliardi di euro è il profitto annuo
dell’ecomafia, circa un quarto dell’intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore a quello annuo
della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e di Benetton, che è di circa 120
milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un’eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre.
Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno
tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che
tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente.
Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l’imperativo del
nostro paese che vede coincidere mentalità dell’imprenditoria legale e criminale.
Si dirà che queste pagine danno un’immagine terribile del paese, in realtà danno
le dimensioni esatte dell’emergenza, centimetro per centimetro, indignazione dopo
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ALLEGATO
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indignazione. Per difendere il paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall’imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare. Questo dossier – ormai da anni – alla fine delle
sue cifre, dopo la rassegna degli scempi, del cemento, dei fiumi marci, degli animali malati, degli ortaggi infettati, ripete l’allarme. O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del paese, o questo veleno ci toglierà
tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che
questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare
prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo
tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del paese sarebbero
rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.
Allegato
Marzo 2008
Campania, la questione "monnezza"
Rifiuti connection (ovvero nulla è cambiato)
di Guido Piccoli
Un’ “emergenza” lunga 15 anni, a cui nessuno per ora ha saputo offrire soluzioni concrete. Mentre anche l’ultimo Commissario straordinario, Gianni De
Gennaro, brancola nel buio, Napoli e provincia soffocano sommerse dalla spazzatura. Così la monnezza diventa un mito napoletano, come il sole, la pizza, il mandolino. Con camorra e lobby di potere a fare affari.
L ’ e r a d e i c o m m i s s a r i “ a d h o c ”. Di fronte all’incapacità delle amministrazioni locali di trovare soluzioni sensate, ad esempio consorziandosi per affrontare
radicalmente la questione ed evitare sprechi, nel febbraio 1994 il governo nazionale nominò Commissario straordinario al solo smaltimento il prefetto di Napoli,
in attesa che la Regione Campania organizzasse un piano per l’intero ciclo dei
rifiuti. Quando fu evidente anche l’incapacità del governo regionale di elaborare
questo piano (per le difficoltà congenite al sistema politico locale) fu nominato un
secondo commissario “ad hoc”, stavolta nella persona del presidente della Regione
Antonio Rastrelli. L’esponente della destra, allora maggioritaria in Campania,
disegnò un ambizioso ciclo integrato che prevedeva di organizzare su larga scala
la raccolta differenziata da convogliare in discariche controllate e in convertitori
che avrebbero prodotto «un combustibile da rifiuti (Cdr) di elevata qualità, che a
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ALLEGATO
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ciclo chiuso avrebbe alimentato i termovalorizzatori per la produzione di energia
elettrica». Quando fosse andato a regime, sarebbe dovuto finire in discarica solo
il 14% dei rifiuti.
La relativa gara, indetta nel 1998, si concluse nel 2000, quando presidente della
Regione e, di conseguenza, commissario straordinario era diventato Antonio
Bassolino, uno dei dirigenti di matrice comunista più efficienti (considerato tanto
rigido da apparire un ortodosso). Fu lui a firmare il contratto con la FibeImpregilo, che era risultata vittoriosa offrendo un prezzo molto basso e promettendo di finire rapidamente gli impianti previsti. Dopo di che, sull’intera vicenda
calò la nebbia.
V i z i , s i n d a l l ’ o r i g i n e. La catastrofe odierna dimostra drammaticamente che
nessuno degli impegni presi dieci anni fa dalla società della famiglia Romiti è stato
realizzato. Il 27 giugno 2007, il giudice per le indagini preliminari del tribunale
di Napoli ha depositato un’ordinanza di 400 pagine con accuse durissime contro
ventotto persone, in parte dirigenti della Fibe-Impregilo che avrebbero realizzato
«truffa e frode continuata in pubbliche forniture» e in parte responsabili delle
strutture del commissariato, accusati di non aver controllato l’operato dell’impresa ed avere taciuto sulla truffa che si stava operando. Va detto che esistevano vari
vizi d’origine della gara. Tra le clausole del contratto c’era, ad esempio, la discrezionalità della ditta vincitrice nella scelta dei siti degli impianti e la non obbligatorietà della “valutazione di impatto ambientale” degli stessi. E così successe, ad
esempio, che l’inceneritore di Acerra fosse costruito a poche centinaia di metri dal
luogo dove dovrà essere realizzato il Polo pediatrico mediterraneo, stabilito da un
accordo programmatico tra Regione Campania, Ministero della Sanità ed enti
locali.
T e r r e n i b u o n i p e r l ’ i m m o n d i z i a. La Fibe-Impregilo, in questi anni, si è limitata a triturare i rifiuti, così com’erano portati dai camion, confezionando centinaia di migliaia di balle, impropriamente chiamate ecoballe, da accatastare in
alcuni depositi regionali o da inviare all’estero (cfr. «Narcomafie» 7-8/07).
Secondo l’accordo tra il Commissariato e la Fibe-Impregilo, in attesa della messa
in esercizio del ciclo previsto, la massa di rifiuti sarebbe dovuta essere smaltita
dalle ditte appaltatrici: nessuna autorità ha però mai preteso il rispetto della clausola. Per nascondere la colossale truffa in atto, la gran parte della spazzatura ha
trovato la strada più comoda delle discariche abusive. Nelle campagne del napoletano e di parte della provincia di Caserta si è assistito alla compravendita o
all’affitto di centinaia di lotti di terreno. A molti proprietari gli esponenti camorristici, il vero potere sul territorio, hanno offerto cifre anche due, tre volte supe82
ALLEGATO
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riori al valore reale per ammassare le cosiddette ecoballe e potervi scaricare l’immondizia che le autorità amministrative non riuscivano a smaltire. Ma non solo
quella. «Lo smaltimento dell’immondizia locale è stato utilizzato anche per coprire un altro affare, più sporco e più redditizio: lo smaltimento dei rifiuti tossici in
arrivo soprattutto dalle industrie del nord» sottolinea Masullo.
A b u s i , d e r o g h e e p a r a d o s s i. Lo scandalo della monnezza rivela la vecchia
sostanza del rapporto Nord-Sud. «C’è un’evidente relazione di tipo coloniale,
basata sul cinismo e sugli imbrogli delle industrie settentrionali e sulla disponibilità ad assecondarle da parte di chi, legalmente o illegalmente, detiene il potere nel
meridione» aggiunge Gabriella Gribaudi, torinese trasferita a Napoli dagli anni
Settanta, docente di storia contemporanea nell’ateneo napoletano. Sono proprio
le cosiddette “straordinarietà” ed “emergenza” a permettere di eludere tutti i meccanismi di controllo, anche attraverso l’abuso indiscriminato delle deroghe e la
creazione di strutture consortili create, più che altro, per far posto a personaggi
sconfitti alle elezioni o emarginati da precedenti incarichi politici. È esemplare
quanto accaduto nel trasporto dei rifiuti, formalmente affidato ad una partecipata comunale, la Impregeco, di fatto finito nelle mani di una miriade di padroncini, molti dei quali al soldo dei camorristi. Un sistema del genere, vera e propria
Bengodi per delinquenti di ogni tipo (da quelli “rispettabili” agli affiliati ai clan)
non solo non ha risolto il problema, devastando anche il territorio e aumentando
vertiginosamente tumori e malformazioni genetiche tra gli abitanti delle zone trasformate in immondezzai ma, paradossalmente, ha fatto lievitare i costi facendo
della Campania la regione che paga la tassa dei rifiuti più cara d’Italia. Secondo
l’ordinanza del Tribunale napoletano, vari consulenti del Commissariato straordinario e vari responsabili amministrativi, a cominciare dall’attuale governatore
Antonio Bassolino «hanno consentito e non impedito che le imprese ponessero in
essere raggiri». Perché gli amministratori non hanno visto o voluto vedere e non
hanno agito in rispetto delle leggi e dei contratti sottoscritti e in difesa della popolazione locale? Ci sono varie risposte. «Ci sono complici per professione camorristica, altri per convenienza finanziaria e altri ancora per convenienza elettoralistica a livello locale e nazionale» sostiene Aldo Masullo.
Rifiuti S.p.A.
di Peppe Ruggiero
La Rifiuti S.p.A. si è trasformata in un’impresa globale che ha interessi in tutto il
paese, ad eccezione soltanto della Valle d’Aosta. Con i rifiuti si diventa ricchi.
Miliardi di euro, facili. Basta avere un terreno e scavarci una buca. E seguire un
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ALLEGATO
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semplice dogma: meno si osservano le regole, più aumenta il conto in banca. Per
gestire un affare stratosferico, la camorra dei rifiuti si è trasformata in holding,
con un proprio consiglio di amministrazione, manodopera specializzata, rappresentanti con valigetta 24 ore che operano in tutto il paese. Un vero e proprio
direttorio in cui gli interessi della criminalità organizzata viaggiano di pari passo
con la distruzione del territorio. Un direttorio che gestisce autocarri e camion provenienti dal Nord, che sostano nel centro Italia e proseguono per le isole. Un continuo viavai di veleni. Rifiuti di ogni tipo. Tossiconocivi, speciali, urbani. In questi anni sulle autostrade d’Italia e poi verso le rotte dell’ecomafia è viaggiato di
tutto: scorie, polveri di abbattimento fumi, morchia di verniciatura, reflui liquidi
contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di
bonifica. Non c’è tipologia di rifiuto che possa sfuggire alle mire degli ecocriminali del nostro paese. Oggi attraversare molti luoghi della Campania, ma anche
della Calabria, della Puglia e della Sicilia, significa toccare con mano i risultati di
questo disastro ecologico. Un universo in continua trasformazione. Anno dopo
anno, rotte e metodologie di smaltimento illecito si sono adattate alle esigenze del
mercato. Si sono moltiplicate, così, le truffe ai danni di privati e di enti pubblici.
Nascono società di smaltimento strutturate come scatole cinesi, attraverso un vorticoso giro di prestanomi. Queste gestiscono il trasporto di rifiuti con una documentazione completa e assolutamente inappuntabile, che però non ha niente a che
vedere con il reale contenuto dei camion. E prima che qualcuno se ne accorga,
spesso la società si è già sciolta. In questi anni la Rifiuti S.p.A. ha disegnato e continua a disegnare nuove rotte e metodologie di smaltimento illecito. La base della
criminalità organizzata è in Campania, e in particolar modo nelle province di
Napoli e Caserta. Una base operativa che serve da trampolino di lancio per il
business illegale in altre regioni dell’Italia centrale e meridionale. In particolar
modo la disponibilità di nuovi siti di smaltimento e di operazioni di riciclaggio
diversificate consentono di orientare il business verso località ancora «vergini»,
quali la Basilicata e l’Umbria. La direttrice nord-sud è restata a lungo quella privilegiata dai trafficanti che, partendo dalle aree di maggior produzione dei rifiuti,
hanno trasformato in enormi discariche abusive vaste zone del Mezzogiorno. C’è
una «rotta adriatica» con terminale in Puglia, ma anche in Abruzzo e Romagna,
e una «rotta tirrenica» con terminale in Campania, Lazio e Calabria. Se la camorra si attrezza con nuove tecnologie, le forze dell’ordine non stanno a guardare e
l’intensificarsi della loro attività di contrasto infastidisce gli affari. Ma i camorristi
sono furbi, non si scoraggiano e in itinere si attrezzano. Alle rotte storiche e collaudate se ne aggiungono altre, regionali e addirittura provinciali. In molti casi si
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ALLEGATO
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assiste a una sorta di «rovesciamento» dei ruoli: i rifiuti da smaltire partono dalla
Campania, passano per l’Emilia Romagna, transitano in Lombardia (dove fanno
tragitti brevi all’interno della provincia di Milano e lungo l’asse Milano-Como),
per poi finire in Piemonte.
Un ruolo rilevante, nella geografia dei traffici illeciti, viene svolto dalla Toscana.
Dalla Toscana, insomma, non arrivano soltanto ingenti quantitativi di rifiuti gestiti illegalmente: questa regione sembra caratterizzarsi come una base operativa
importante per tutta una serie di soggetti impegnati in queste attività criminali.
Non è mancata in questi anni neanche la fantasia nel trovare i siti. Si è passati
dalla classica discarica abusiva nella buca scavata lontano da occhi indiscreti alle
cave dismesse, dai capannoni industriali imbottiti all’inverosimile ai terreni agricoli coltivati cosparsi di veleni di ogni tipo, dagli impianti di compostaggio ai soliti centri di stoccaggio. Una cosa è ormai certa: quando si parla di traffici illegali
di rifiuti, è sempre più difficile trovare i vecchi bidoni tossici abbandonati nelle
campagne. I fusti sono sempre meno utilizzati. Le inchieste ci raccontano come
in questi anni fanghi di origine industriale inquinati da metalli pesanti siano diventati fertilizzanti per terreni agricoli e polveri di abbattimento fumi siano state
miscelate con il cemento o utilizzate nelle fornaci per la produzione di laterizi per
soffitte e tetti delle abitazioni. Sembra paradossale, ma non è improbabile che si
scoprano tra qualche anno interi palazzi con pareti tossiche, costruiti su terreni
miscelati ai veleni e, perché no, con giardinetto annesso dove i prodotti coltivati
crescono ricchi di metalli pesanti.
Il Consiglio d’amministrazione
Faccendieri e imprenditori senza scrupoli. Intermediari ed esperti qualificati.
Colletti bianchi e funzionari pubblici corrotti. Titolari di aziende di trasporto e
semplici camionisti. È un vero e proprio campionario di criminalità, soprattutto
ambientale ed economica, ma sotto la regia di «mamma camorra», quella che
siede e partecipa al Consiglio d’amministrazione della Onorata Società Rifiuti.
Una rete complessa, cresciuta nel corso degli anni e sempre più articolata. Capace
di sfruttare le situazioni di emergenza e di rispondere, in tempi rapidi, a qualsiasi richiesta di smaltimento, ovviamente nel più assoluto disprezzo delle regole. Una
oggettiva convergenza d’interessi, tra questi soggetti e chi ha la necessità di liberarsi dei rifiuti al minor costo possibile, ha favorito la moltiplicazione delle attività illecite, sia per quanto riguarda la tipologia dei rifiuti trattati, sia per la varietà dei metodi di «trattamento» e smaltimento illegale. Immaginiamo una convocazione del Consiglio d’amministrazione, dove ognuno ha un suo ruolo e una sua
competenza.
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Si parte dai produttori di rifiuti, in molti casi vittime inconsapevoli di attività truffaldine, in altri complici delle attività illecite. Hanno un ruolo centrale e per molti
aspetti delicato. Tra omertà consapevole, finta ignoranza e manchevolezza, il
danno è enorme. I produttori di rifiuti avrebbero il dovere, etico e normativo, di
assicurarsi che le società cui affidano i rifiuti siano autorizzate e attrezzate a operare nella legalità. Ma nel nostro paese comanda il Dio denaro, ed ecco che i produttori seguono ciecamente i propri interessi di mercato: cercano di risparmiare
sul prezzo del servizio senza curarsi di alcunché. In altri casi, come già accennato, i produttori sono consapevolmente responsabili delle operazioni illegali.
Conoscono le procedure, sanno che i rifiuti vengono smaltiti direttamente in siti
non idonei e che possono contare sulla complicità di trasportatori compiacenti
pagati per tale «servizio»; oppure si rivolgono e si accordano con soggetti operanti nell’illegalità, attribuendo falsi codici ai rifiuti, e falsificando le relative analisi.
Poi ci sono gli intermediari, quelli che devono provvedere a individuare le soluzioni più convenienti da adottare per smaltire i rifiuti. Sono loro che pilotano il
flusso illegale fin dalla produzione, funzionalmente alle esigenze dei committenti.
Sul tavolo devono presentare alternative efficienti. Le società di intermediazione
costituiscono i veri e propri motori dell’intero processo. Per la loro natura di
aziende di servizi non entrano mai «fisicamente» in contatto con i rifiuti: la loro
attività riguarda esclusivamente l’organizzazione del meccanismo illecito dello
smaltimento. A volte è sufficiente avere a disposizione piccoli uffici muniti di solo
telefono e fax per movimentare centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti. Un
lavoro che frutta soldi. In modo costante. Sono le regole del mercato. Una percentuale di guadagno su ogni chilo di rifiuti. In alcuni casi l’ufficio non è altro che
l’autovettura. Gli intermediari sono ancor più indispensabili all’organizzazione nel
momento in cui la polizia individua e sottopone a sequestro siti utilizzati per lo
smaltimento illecito dei rifiuti. Sarà compito loro cercare costantemente nuovi siti,
per sostituire in tempo reale quelli esauriti o individuati dalle forze dell’ordine. Un
sito individuato o esaurito deve essere rimpiazzato in tempo reale. Nel cassetto
bisogna averne subito altri a disposizione per garantire il costante flusso dei rifiuti. Poi ci sono i trasportatori. Il trasporto rappresenta sicuramente il settore di
maggiore criticità perché investe ogni fase della gestione dei rifiuti, dalla raccolta
allo smaltimento finale, passando per lo stoccaggio intermedio. Il modus operandi è cambiato per rispondere colpo su colpo alle attività delle forze dell’ordine.
Quello dei soggetti impegnati nello smaltimento finale è senz’altro il «profilo professionale» che più si è evoluto nel corso degli ultimi dieci anni. Si è passati, infatti, dai titolari di discariche private non autorizzate a una vera e propria rete dove
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imperversano centri di stoccaggio, impianti autorizzati a operazioni di raggruppamento preliminare o deposito temporaneo, strutture di trattamento, impianti di
compostaggio, imprese edili e persino aziende agricole. Questo non significa che
sia tramontata la vecchia pratica del «tombamento», con lo scavo di buche riempite di rifiuti e coperte di terriccio. In questo ginepraio di figure professionali, spesso costituito da personaggi borderline che si situano in una zona grigia a cavallo
tra criminalità economica e ambientale, è cresciuto negli ultimi anni il ruolo dei
laboratori di analisi e degli analisti chimici dei rifiuti. Rappresentano il «comitato
scientifico» dell’Onorata Società. In qualità di consulenti o di responsabili tecnici
presso gli impianti a loro collegati, forniscono certificati di analisi falsi «ad hoc»,
a seconda delle esigenze del committente. Con un listino prezzi assolutamente
fuori mercato rispetto a quelli ufficiali. La rete della Rifiuti S.p.A. non si fa mancare nulla. È previsto anche l’uso di manodopera più o meno specializzata.
Emblematico in tal senso quanto emerso durante l’operazione «Re Mida» della
Procura di Napoli: i trafficanti di rifiuti si avvalevano di una rete di sentinelle composta da «pastori» che venivano pagati per far scattare l’allarme in caso di arrivo
delle forze dell’ordine. In altre indagini, invece, è stata evidenziata la presenza di
agricoltori e braccianti, pagati per accettare i carichi di rifiuti, spesso ignari o incapaci di riconoscere e distinguere il materiale ricevuto. L’assoluto disprezzo verso
la salute e, in fondo, la dignità della gente da parte di chi gestisce questa filiera
criminale emerge da un episodio dell’operazione «Eldorado» della Procura di
Milano. Preoccupati per i rischi derivanti da un sequestro di rifiuti, gli indagati
studiano come togliere dal carico sequestrato quelli pericolosi: «Prendiamo due,
tre marocchini e con le mani…».
Il sistema del «giro bolla»
Se nel primo periodo di attività della Rifiuti S.p.A. bastava una cava o una buca
per scaricare rifiuti di ogni genere senza nessun tipo di accortezza e spesso alla
luce del sole, con l’intensificarsi delle attività di contrasto, affiancate da una maggiore conoscenza del fenomeno e dall’introduzione di nuove norme in materia, gli
smaltimenti vengono effettuati in modo sempre più organizzato. Illegale è ogni
singola fase del «ciclo dei rifiuti». Uno degli snodi fondamentali di queste attività
illecite resta quello delle operazioni intermedie, tra la produzione e l’effettivo smaltimento. Secondo i dati di Fise Assoambiente, oltre l’87% dei rifiuti speciali smaltiti nelle discariche autorizzate transitano in impianti di stoccaggio o di trattamento. È in questa fase che si inserisce l’ecomafia. La procedura seguita è quella tipica della declassificazione dei rifiuti attraverso la tecnica del «giro bolla»: i rifiuti
vengono fatti transitare da uno stoccaggio all’altro solo sulla carta, oppure attra87
ALLEGATO
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verso impianti di recupero, di compostaggio, con il fine di declassare la tipologia
del rifiuto trattato e aggirare le normative. Entrano in gioco documentazioni di
accompagnamento false, sostituite durante il trasporto. Attraverso una rete articolata di faccendieri, analisti, chimici, impiegati e trasportatori, il rifiuto entra con
la bolla del produttore e con un determinato codice Cer in un centro di stoccaggio. Successivamente, con una nuova bolla dello stesso centro, il medesimo rifiuto, senza subire alcun trattamento e in alcuni casi venendo miscelato con altri, è
inviato per lo smaltimento finale, ovviamente dopo aver cambiato «identità». Un
solvente tossico destinato a finire in una discarica di rifiuti pericolosi, dopo il giro
bolla, grazie alla miscelazione è «trasformato» in un innocuo rifiuto urbano e poi,
nella migliore delle ipotesi, avviato in una discarica per rifiuti urbani, perlopiù
invece gettato in discariche illegali o recuperato come compost da usare nei terreni agricoli o come sottofondo stradale, secondo quanto emerso durante l’operazione «Re Mida». Al «giro di bolla» si è affiancata la «teoria del codice prevalente» che permetterebbe di attribuire alla partita ottenuta dalla miscelazione di più
rifiuti, caratterizzati da codici differenti, quello del rifiuto presente in maggior
quantità all’interno della miscela.
Grazie a questa teoria, ingentissimi quantitativi di rifiuti vengono spediti dal nord
verso il centro-sud con il codice più consono all’autorizzazione di colui che li riceve. Rifiuti speciali pericolosi con una quantità spaventosa di arsenico si trasformano per magia in non pericolosi; rifiuti derivanti dalla fraudolenta miscelazione di
sostanze pericolose con terre provenienti da bonifica e contaminate con amianto
vengono utilizzati come terriccio per «bonifiche» ambientali. Il risultato finale per
i vari protagonisti di questa rete criminale è sempre lo stesso: soldi, soldi e soltanto soldi. E il prezzo da pagare è la salute dei cittadini.
«Guardavo il fatturato di questo mese:» racconta uno degli indagati a un suo
amico, «abbiamo fatto in un mese quello che prima facevamo in un anno.» E l’altro: «Io, lo sai, i camion non li vedo, però so, di formulari ne vedo». Ride: «Ne
vedo un casino!». Siamo in presenza di un mix di anarchia, degrado e illegalità
di fronte al quale purtroppo prevalgono spesso cinismo e indifferenza.
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ALLEGATO
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Allegato
Biùtiful cauntri
Un film di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio, Giuseppe Ruggiero.
Prodotto in Italia nel 2007. Durata: 73 minuti. Distribuito in Italia da Lumière &
Co a partire dal 07.03.2008.
Campania. La violenza sotterranea ed invisibile delle ecomafie raccontata come
in un reportage di guerra. Voci ed immagini da una terra violata, consumata dall'alleanza fra un nord "operoso" e senza scrupoli e le nuove forme della criminalità organizzata che avvelenano il sud.
Un'inchiesta accurata e dal ritmo incalzante che aiuta a far luce sulla natura dell’emergenza rifiuti esplosa a Napoli e dintorni, argomento trattato troppo spesso
con superficialità e approssimazione dai media.
(http://www.movieplayer.it/film/15759/biutiful-cauntri)
T r a m a : sono più di 1200 le discariche abusive della Campania, regione che dal
1994 è stata commissariata dallo Stato per far fronte all’emergenza dei rifiuti e
delle discariche abusive. Molte di queste ultime si trovano nel cosiddetto “triangolo tossico” tra Acerra, Qualiano, Giugliano e Villaricca, in provincia di Napoli.
Infestati da rifiuti spesso tossici, questi territori sono ormai contaminati e agricoltura e allevamento sono in ginocchio. Indagine sulle conseguenze ecologiche,
morali ed economiche del traffico illegale di rifiuti in Campania, all’ombra di una
malavita che opera su scala nazionale e internazionale.
R e c e n s i o n e : brutto posto il Belpaese, ostaggio di mafie, ecomafie e classi dirigenti imbelli oppure colluse. Una Ugly Country dove la “monnezza” è morale
prima che fisica e dove le discariche abusive di Acerra e Giugliano sono solo la
punta dell’iceberg di corruzione che tocca tutte le regioni d’Italia. Bello e importante, il documentario Biùtiful Cauntri nasce dall’indignazione morale e dal lavoro di tre registi dai profili piuttosto diversi. Esmeralda Calabria è la montatrice, tra
gli altri, di alcuni degli ultimi film di Nanni Moretti (Il Caimano, La stanza del
figlio, ma anche Romanzo Criminale e Luce dei miei occhi), Andrea D’Ambrosio
è un documentarista mentre Peppe Ruggiero è giornalista, autore non a caso del
rapporto di Legambiente sulle ecomafie. Bello perché non rinuncia a cercare il lato
umano del dramma dei rifiuti, mostrando la disperazione di allevatori e coltivatori le cui vite sono state distrutte dall’inquinamento del territorio.
Importante innanzitutto perché, con tempismo perfetto (ma in realtà frutto di un
lavoro approfondito su un tema che ha radici profonde) esce proprio nel momen89
ALLEGATO
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to in cui lo scandalo dei rifiuti è arrivato in cima all’agenda politica e mediatica
del paese. Ma importante anche perché, pur senza cedere troppo al sensazionalismo, mostra i luoghi incriminati e fa i nomi delle persone e le imprese implicate,
da Bassolino alla Impegilo.
Biùtiful Cauntri ricorda per certi versi uno dei capolavori di Francesco Rosi, Le
mani sulla città, opera nella quale il regista, con l’aiuto di Raffaele La Capria,
puntava il dito sulla speculazione edilizia di Napoli e osava girare proprio nei
quartieri teatro di questo scandalo. In entrambi casi Napoli e dintorni sono la
manifestazione più eclatante di un malessere nazionale.
Con grande cura anche estetica (la supervisione al colore è nientemeno che di
Luca Bigazzi, grande direttore della fotografia) gli autori hanno seguito soprattutto le vicende delle vittime di questo scandalo, persone abituate a vivere con i frutti della terra e oggi ridotte a vivere tra lamiere, cumuli di sporcizia e bestie morte.
Persone costrette (letteralmente) a elemosinare e a disfarsi di greggi intere di pecore per colpa della contaminazione alla diossina del territorio.
Nel film la loro disperazione raggiunge culmini lirici da tragedia greca, come
quando un allevatore esclama che l’umanità, come le pecore, “ha da morì consumata”.
A parte alcune sequenze un po’ televisive, come quando un gruppo di cittadini
segue il commissario speciale della Protezione Civile, Guido Bertolaso (che fa
peraltro una pessima figura), dentro una discarica, tutto il documentario è all’insegna di una grande sobrietà. Piuttosto che un commento, il film utilizza una voce
off che legge gli atti della commissione parlamentare sui rifiuti oppure le intercettazioni telefoniche fornite dalle procure che hanno indagato sulla questione.
Sinistre voci dall’accento settentrionale o toscano rivelano nel modo più palese la
dimensione nord-sud delle ecomafie.
Splendide, pessimiste e dolorose, infine, la sequenza del campo rom e le due finali: gli allevatori che accompagnano al macello gli agnelli contaminati e la processione di paese dove, con vette grottesche, una ragazzina recita al microfono un’invocazione al cielo contro i mali del mondo.
(Tratto da http://cinedoc.blog.dada.net)
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PERCORSO
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La scuola adotta una vittima di mafia
Questo percorso vuole far scoprire ai ragazzi la forza messa in atto da alcune persone che hanno lottato contro la violenza mafiosa, far conoscere il pensiero che ha
mosso le loro azioni e sottolineare il valore delle loro idee che rimangono e sono
da guida per molti, al di là della morte. La finalità non è quindi quella di promuovere la mitizzazione di alcune figure, ma di cogliere la loro capacità di analizzare
il contesto storico in cui sono vissute e dare delle risposte di significato.
Per questo, il percorso propone un coinvolgimento dell’Amministrazione comunale e della cittadinanza.
La modalità utilizzata permette agli studenti di sentirsi protagonisti di un attività
che verrà proposta alle altre classi e al territorio. Essi infatti partecipano alla progettazione, all’organizzazione e alla stesura delle fasi di lavoro di un dossier che
verrà presentato con modalità differenti, sia nella scuola sia nella città in cui si è
inseriti. Lo studio del personaggio e delle azioni da lui svolte saranno motivati dall’obiettivo della trasmissione del sapere che favorirà nei ragazzi un’assunzione di
responsabilità diversa nei confronti del compito assegnato. Si sottolinea, infatti,
che una motivazione adeguata può davvero spingere i ragazzi verso la conoscenza di un fenomeno apparentemente lontano dalla propria esperienza.
Libera ha redatto un elenco con oltre 700 nomi di persone che hanno pagato con
la vita il prezzo del loro impegno nel contrastare la prepotenza mafiosa, ovvero
le cui vite, per casi fortuiti sono state travolte dalla ferocia criminale. Attraverso
questo elenco, disponibile sul portale dell’associazione – www.libera.it – è possibile rintracciare i nominativi di una o più vittime di mafie, sulle quali iniziare il percorso didattico. Sul sito www.liberanet.org esiste anche una banca dati con alcune storie di vittime delle mafie.
È preferibile che i ragazzi adottino simbolicamente soprattutto vittime appartenenti al loro contesto territoriale. Questo al fine di conoscere anche l’ambiente economico/sociale/culturale in cui si sono svolti i fatti e cosa da allora è cambiato o
comunque è stato fatto. Ricostruire una storia, quindi anche per evidenziare
carenze o possibili prospettive per la propria città, per sottolineare i punti critici
che interessano la sicurezza dei cittadini e per capire infine che è importante promuovere l’impegno di tutti a scapito di comportamenti di delega o indifferenza.
Finalità
Cogliere in alcune persone che hanno combattuto la criminalità a costo della vita,
la capacità di leggere il proprio contesto storico e promuovere azioni di giustizia
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PERCORSO
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sociale nel territorio in cui si vive.
Obiettivi
1. Conoscere le azioni svolte da alcuni personaggi uccisi dalla mafia e il contesto
storico-sociale in cui hanno operato.
2. Approfondire i fondamenti che hanno caratterizzato il loro operato, le modalità con cui hanno promosso giustizia sociale.
3. Comprendere quali comportamenti e azioni potrebbero essere significativi oggi
per portare un cambiamento sociale nei territori di appartenenza.
4. Comunicare le conoscenze acquisite ad altri soggetti della scuola e della città.
5. Organizzare le fasi di progettazione di un’attività che verrà proposta sul territorio, divedendo i compiti e definendo tempi e strumenti necessari.
Metodologia e strumenti
Tutte le attività di questo percorso partono dall’obiettivo di far conoscere alla propria città l’opera svolta da alcuni promotori di giustizia sociale che hanno pagato
con la vita le proprie idee.
È possibile cogliere l’occasione di una ricorrenza o di una manifestazione come
quella della “Giornata della memoria delle vittime di mafia” per presentare ai
ragazzi l’idea di un progetto intorno al quale lavorare.
Si propone ad esempio l’idea di costruire un dossier che raccolga notizie, motivazioni, azioni e iniziative promosse da un personaggio; per fare questo è necessario
che i ragazzi organizzino un piano di studio dell’argomento in questione, pianifichino le fasi di lavoro, la stesura o la raccolta di materiale e le modalità di diffusione
del prodotto finito. L’insegnante motiverà i ragazzi facendoli sentire protagonisti di
un’azione che promuoverà cultura antimafia nell’istituto scolastico e nella città di
appartenenza. Sarà importante presentare il progetto all’Amministrazione comunale, laddove è possibile, chiedendo al sindaco di attuare un’iniziativa per valorizzare
il lavoro dei ragazzi e farlo conoscere alla popolazione.
In alcune città è stato svolto un percorso di questo tipo e si sono organizzati eventi simbolici (intitolazione di una via o di una piazza) che hanno permesso un dibattito pubblico a partire proprio dal dossier realizzato dalle classi.
Attività
• Ideazione di un dossier da presentare ad altre classi: l’insegnante propone ai
ragazzi di un gruppo-classe di creare un testo che faccia conoscere un pensatore libero che ha combattuto la criminalità organizzata a costo della vita.
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PERCORSO
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• Stesura
lizzare
-
di un piano di lavoro con i ragazzi: “Cosa dobbiamo fare prima di reail dossier?”
Lettura in classe di un libro sulla vita del personaggio
Visione dei film a lui dedicati, lettura di documenti, libri, materiali
cercati on line
- Discussione e messa in rilievo di alcuni punti importanti da trattare
nel dossier:
• Presentazione del personaggio.
• Presentazione del contesto sociale in cui ha operato.
• Spiegazione delle motivazioni del suo operato: quale idea di
giustizia sociale ha portato avanti?
• La scelta rischiosa di proseguire la sua denuncia/indagine/
nonostante le minacce: perché tanto coraggio?
• La morte: quando e come è avvenuta?
• Dopo di lui: il suo coraggio è servito?
• A noi cosa resta della sua testimonianza di vita?
• Quali responsabilità abbiamo noi oggi per costruire giustizia
sociale nel nostro territorio?
- Ricerca di notizie da altre fonti
- Incontro con testimoni diretti dei fatti accaduti ai personaggi
- Costruzione a gruppi delle parti del dossier
• Costruzione del dossier su supporto informatico da inserire nel sito della scuola:
i ragazzi, con l’aiuto dell’insegnante di laboratorio informatico, preparano una
presentazione multimediale delle conoscenze acquisite.
- Intitolazione di una via o di una piazza
- Presentazione di una mostra
- Una serata cittadina in cui i ragazzi presentano la loro ricerca seguita
dall’intervento di un testimone di giustizia
- I ragazzi adottano uno spazio pubblico in memoria di un personaggio:
per ricordare il personaggio, organizzano una breve marcia cittadina
presso il luogo adottato e appongono messaggi (frasi-slogan, sms,
palloncini con biglietti) in occasione dell’anniversario della morte.
Per la realizzazione del dossier si consiglia la visione di “Niente di Personale” e
di “La memoria ha un costo”.
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ALLEGATI
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Allegati
Perché siamo stati a Milano
di Luigi Ciotti
Milano, 21.03.2010
“Legami di legalità, legami di responsabilità” sono quelli che uniscono i tanti studenti, amministratori, rappresentanti del
mondo della scuola, della politica, del sindacato, giovani e adulti che anche quest’anno si
sono dati appuntamento per la “Giornata
della memoria e dell’impegno in ricordo delle
vittime delle mafie”. Legami che saldano il
fondamentale lavoro dei magistrati e delle
forze di polizia all’impegno culturale e sociale, altrettanto necessario: i progetti sui beni
confiscati, i percorsi nelle scuole, l’informazione approfondita, la testimonianza dei famigliari delle vittime. Legami che avvicinano il Nord al Sud in una dimensione sempre più ampia di consapevolezza e
corresponsabilità.
Siamo stati a Milano, il 20 marzo, per ribadire che le mafie e le tante forme d’illegalità, corruzione e abuso non sono un problema circoscritto, ma un furto di
bene comune che ci colpisce tutti e al quale tutti possiamo e dobbiamo ribellarci.
Ad accoglierci c’è stata la Milano motore economico del Paese, ma anche una
città che ha dimostrato di saper sviluppare gli anticorpi alla criminalità e alla corruzione, offrendo testimonianze di coraggio e generosità. Il primo nome che viene
in mente è quello di Giorgio Ambrosoli, fedele alla giustizia al punto di sacrificare la vita ai suoi principi, principi che traggono forza solo dalla nostra coerenza,
responsabilità e adesione vera. E certo non possono essere dimenticate le vittime
innocenti delle bombe mafiose del 27 luglio 1993, in via Palestro. Tre vigili del
fuoco, Carlo Lacatena, Stefano Picerno e Sergio Pasotto e un vigile urbano,
Alessandro Ferrari, accorsi sul luogo dell’attentato per fare il proprio dovere, e il
cittadino marocchino Driss Mussafir, colpito dalle bombe mentre sostava in strada su un giaciglio di fortuna. Venuto in Italia in cerca di dignità e lavoro, Driss
ha trovato la morte così come tanti altri immigrati trovano l’emarginazione, il
rifiuto, lo sfruttamento.
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ALLEGATI
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Anche per loro siamo stati a Milano, perché nella sua essenza la lotta alle mafie
è lotta per i diritti, per una giustizia fondata sulla prossimità. Questo ci chiedono
le vittime delle mafie, un impegno che anche in Lombardia trova espressioni vere
e trasversali: accanto alle numerose associazioni, ai gruppi di volontariato, c’è il
lavoro di tanti bravi e onesti amministratori, esponenti del mondo della scuola,
della cultura, del sindacato. C’è una Chiesa davvero attenta alla storia delle persone e pronta, per voce del suo Vescovo, a denunciare la deriva dal sociale al
“penale”, richiamare una sicurezza che sappia coniugare regole e accoglienza. E
con lei la voce di altre Chiese, ugualmente impegnate a saldare solidarietà e giustizia, dimensione spirituale e impegno civile. Come non manca, a Milano, la sensibilità inquieta della città aperta alla dimensione internazionale. Sono state numerose, il 20 marzo, le persone arrivate da paesi di tutta Europa e dall’America
Latina: associazioni, famigliari delle vittime, giornalisti della carta stampata e delle
televisioni. A testimonianza di una consapevolezza che cresce e va sostenuta e alimentata, di un impegno che deve attraversare i confini, valorizzare le differenze
e superare le “diffidenze”, nel segno dei diritti, della corresponsabilità, del comune desiderio di giustizia.
(Tratto da: www.liberainformazione.org)
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PERCORSO
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La mafia attraverso il cinema
Libera, sul fronte della legalità, ha messo a punto diversi percorsi didattici attraverso la visione cinematografica. Tra le
moderne forme di comunicazione, il cinema è infatti il mezzo
espressivo più adatto a trasmettere in modo accessibile ogni
tipo di messaggio: emotivo, scientifico, estetico, culturale,
ideologico, didattico, propagandistico, ricreativo.
La scuola ha pertanto la responsabilità di accostarsi a questo
linguaggio in espansione e aiutare i giovani a decodificare i
messaggi che sempre più condizionano le loro modalità di
percezione del mondo. Si ritiene che proprio la scuola debba diventare un luogo
privilegiato di apprendimento della cittadinanza democratica, per la quale il cinema si rivela strumento didattico e comunicativo di grande efficacia.
Questo percorso fornisce agli insegnanti una traccia di lavoro che precede, accompagna e segue la visione di una proiezione, favorendo nei ragazzi la maturazione
del senso critico, attraverso il confronto delle immagini del film con le proprie percezioni del fenomeno analizzato e il confronto con i dati di realtà.
Finalità
Analizzare con capacità critica le proposte cinematografiche che presentano il
fenomeno mafioso.
Obiettivi
1. Analizzare il rapporto esistente tra la rappresentazione cinematografica e la
realtà del fenomeno della criminalità organizzata.
2. Scoprire le relazioni esistenti tra le rappresentazioni cinematografiche e le opinioni diffusamente radicate circa il fenomeno mafioso.
3. Conoscere contesti che preparano la nascita di un film e i messaggi che la rappresentazione vuole trasmettere.
4. Promuovere senso critico.
Attività
• Consegna e lettura di alcuni articoli di giornale da cui estrapolare una definizione della parola mafia.
• Costruzione di una definizione condivisa della criminalità mafiosa. I ragazzi
lavorano a piccoli gruppi.
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PERCORSO
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• Ricerca di notizie riferite ad azioni mafiose attuali. Lavoro individuale da assegnare come compito oppure da svolgersi in classe distribuendo alla classe molti
quotidiani relativi agli ultimi mesi. I ragazzi costruiscono un giornale murale
con le notizie trovate per la presentazione agli altri gruppi.
• Confronto e condivisione delle notizie trovate.
• Presentazione di schede di sintesi relative a varie produzioni cinematografiche
sulla mafia italiana, americana e asiatica (vedasi allegato)
• Il dolce e l’amaro
• Donnie Brasco
• I cento passi
• Alla luce del sole
• Fortapàsc
• L’uomo di vetro
• Gomorra
• Romanzo Criminale
• Visione di uno o più film a scelta.
• Analisi della prospettiva e dell’immaginario che traspaiono dal film:
• Quale idea della mafia emerge?
• Come vengono presentati i mafiosi?
• Come vengono presentati coloro che provano a lottare contro la violenza
criminale?
• Che sensazione trasmette il finale del film?
• Rassegnazione o speranza?
• Il film dà risalto a forme di ribellione alla violenza? Quali?
• Dibattito sui contenuti del film.
• Confronto fra alcune prospettive suggerite dai film e le conoscenze derivate dal
lavoro di ricerca delle notizie: analisi delle sue poliedriche immagini (romantica/coraggiosa/forte/distinta/ingiusta/feroce/…)
• Percezione individuale del fenomeno mafioso.
• Film e reale: dove la realtà supera la finzione. Ricerca sui giornali murali di notizie che rivelano una strategia mafiosa spietata.
• Messaggi espliciti e impliciti dei film: quali messaggi trasmette il film in forma
implicita (ad esempio la rassegnazione oppure la forza)?
• La pedagogia criminale: atteggiamenti e azioni messe in atto dalle organizzazioni mafiose per educare i picciotti.
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ALLEGATI
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Allegati
Scheda del film
“Donnie Brasco”
Anno di produzione: 1997
Titolo originale: Donnie Brasco
Durata: 126 minuti
Origine: USA
Genere: Drammatico
Tratto dal libro "Donnie Brasco, My Undercover Life in the Mafia" di Joseph
D. Pistone
Regia: Mike Newell
Attori: Al Pacino, Johnny Depp
La trama
Negli anni Settanta, l'agente dell'FBI Joe Pistone lascia la famiglia e si infiltra nella
mafia col nome di Donnie Brasco. Diventa un gangster che deve provare la sua
assoluta lealtà e la disponibilità a commettere crimini per essere accettato nella
banda. Donnie entra in confidenza con Lefty Ruggiero, anziano killer piuttosto
cinico che non è mai arrivato ai vertici e ora vede nel rapporto col giovane la possibilità di un futuro diverso. Lefty garantisce per Donnie nei confronti dei grandi
capi, e tutto sembra andare per il meglio, ma alla lunga l'amicizia diventa tale,
che Donnie non riesce più ad essere distaccato emotivamente dal compito che sta
svolgendo. Così i rapporti con la moglie e le figliolette si deteriorano sempre più
e Donnie si trova invischiato in qualcosa che non aveva previsto. Più si avvicina
ai vertici della mafia, più Donnie sente di immedesimarsi nel ruolo di gangster e
insieme di portare alla rovina l'amico Lefty. Solo di fronte ad un ulteriore omicidio in serie, Donnie ritrova la forza per tornare ad essere se stesso e a far arrestate alcuni nomi grossi. Ma, mentre riceve la medaglia dall'FBI, sa che non è riuscito a salvare l'amico Lefty, che la mafia aveva già condannato a morte.
Commenti
“Confermando che di un Paese talvolta vede più cose uno che vi è appena arrivato di uno che vi ha sempre vissuto, Mike Newell rappresenta con forza di persuasione un ambiente che, in fondo, il cinema gangsteristico, anche il migliore, ha
spesso trascurato: il mondo della manovalanza che un forte senso di solidarietà,
di appartenenza al gruppo tiene insieme, rende compatto. Il cinema americano
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ALLEGATI
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ha sempre saputo raccontare storie di amicizia. Lavorando su un libro di memorie di Joe Pistone e sulla solida sceneggiatura che Paul Attanasio ne ha tratto,
Mike Newell va ben oltre un risultato apprezzabile anche per merito delle eccellenti interpretazioni di Al Pacino e di Johnny Depp che, come convintissimo
Donnie Brasco, conferma di essere fra i migliori rappresentanti della sua generazione". (Francesco Bolzoni, Avvenire, 7 novembre 1997)
"È uno dei film che rimarranno nella storia del cinema di mafia, raggiungendo,
su un'atmosfera esistenziale sospesa sulla volgarità del mondo, sottigliezze espressive non comuni, ma anche con qualche riferimento ai classici come “Al Capone”
o “Scarface”. I due goodfellas, quello d.o.c., fedele soldatino del crimine organizzato, e quello finto, sono una coppia che si incastra in modo esemplare: il piccolissimo boss Al Pacino e il sicuro e l'arrogante agente Johnny Depp sono strepitosi". (Maurizio Porro, Il Corriere della Sera, 8 novembre 1997)
"Depp è tutto dilemma trattenuto; Pacino che ribalta le sue caratterizzazioni del
gangster come eroe tragico per Coppola e De Palma, ha momenti di sublime
istrionismo. Con talenti così, la tentazione di leggere il film come un'allegoria è
forte. Non sono gli attori, in fondo, professionisti della simulazione e del doppio
gioco? Senza dirlo ad alta voce, Donnie Brasco ci racconta anche il loro mestiere". (Roberto Nepoti, la Repubblica, 15 novembre 1997)
"Eccellente poliziesco di Mike Newell, appassionata e crudele cronistoria di un'amicizia impossibile, un film sorprendentemente privo di violenza e dalle delicate sfumature psicologiche, con un finale così struggente da lasciare il groppo in gola. Gran
parte del merito va alla superba interpretazione di Al Pacino, ma Johnny Depp ha
già le stimmate del campionissimo". (Massimo Bertarelli, Il Giornale, 30 aprile 2001)
Scheda del film
“Il dolce e l’amaro”
Anno di produzione: 2007
Durata: 98 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico
Regia: Andrea Porporati
Attori: Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro
Musiche: Brani eseguiti dalla Filarmonica '900 del Teatro Regio di Torino
Il film si svolge nell'arco di 25 anni, tra la fine dei '70 e i primi anni '90, e racconta la storia di un ragazzino cresciuto per le strade del quartiere palermitano
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di Kalsa, che si lascia affascinare dal mito della "vecchia mafia", quella del rispetto, dell'onore, dei soldi e del potere, e da adulto entra nella criminalità organizzata. Solo l'amore per una donna lo spingerà a tornare indietro...
Sicilia. Saro Scordia viene preso sotto tutela da don Gaetano Butera (mafioso di spicco) dopo la morte in carcere del padre. Comincia così la sua carriera all'interno di
Cosa Nostra con le prime rapine e i primi incarichi di scarsa rilevanza. Finché un
giorno si presenteranno prove di fiducia molto più dure: uccidere qualcuno per ordine del padrino. "Nella vita c'è il dolce e c'è l'amaro" è quanto apprende in fretta il
piccolo aspirante mafioso Saro. Il cinema sulla mafia sembra averci detto già tutto e
forse è davvero così. Questa volta l'attenzione è però puntata sul come la mentalità
mafiosa possa prendere dimora già nella mente (diremmo quasi nel DNA) di un
ragazzino conducendolo poi, passo dopo passo, dal crimine minore a quello più efferato mantenendo ferma la convinzione che i padrini sanno come guardare il mondo
e possono decidere chi è buono e chi no. Fino al giorno in cui ti chiedono di eliminare qualcuno che conosci bene. A quel punto le cose possono cambiare
Il dolce e l'amaro adempie a funzione di monito e di approfondimento anche se
senza particolari spunti di novità (a parte la sequenza di apertura e le due scene
di rapina) ma con la precisa consapevolezza della necessità di una coscienza civile costantemente rinnovata, di una presa che non va mai mollata con il pretesto
che non ci si può fare nulla. Nel tratteggiare il ritratto di questo mafioso, Luigi
Lo Cascio è, come sempre, pronto a scavare psicologicamente nell'animo e nelle
motivazioni del personaggio. Lo affianca, con la sua dolente presenza, un'efficace
Donatella Finocchiaro. C'è però un attore che va ricordato in particolare: è
Renato Carpentieri nei panni del boss mafioso che dal carcere tira le fila di tutte
le imprese. Lo vorremmo vedere più spesso sullo schermo.
Scheda del film
“I cento passi”
Anno di produzione: 2000
Durata: 114 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico
Regia: Marco Tullio Giordana
Attori: Paolo Briguglia, Ninni Bruschetta, Luigi Maria Burruano, Luigi Lo Cascio
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Trama
A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, nei pressi dell'aeroporto, utile quindi per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino
Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, bambino curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di capire,
nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa
sfida allo statuto della mafia. Quando si batte insieme ai contadini che si oppongono all'esproprio delle loro terre per ampliare l'areoporto Peppino conosce le
prime sconfitte ma scopre l'orgoglio di una vocazione. Dopo varie esperienze fonda
"Radio aut" che infrange il tabù dell'omertà e con l'arma del ridicolo distrugge il
clima riverenziale attorno alla mafia. Tano Badalamenti diventa Tano Seduto e
Cinisi è Mafiopoli. Il clima per lui si fa pesante: il padre cerca di farlo tacere,
madre e fratrello sono solidali con lui. Quando arriva il Settantasette, mentre c'è
chi si rifugia nel privato, lui si presenta alle elezioni comunali. Due giorni prima
del voto lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La
morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro, viene rubricata come "incidente sul lavoro" poi, dopo che gli amici mettono a disposizione
degli inquirenti molti indizi dell'esecuzione diventa addirittura "suicidio". Solo vent'anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come
mandante dell'assassinio. Il processo deve ancora essere celebrato.
Note
Menzione speciale al premio solinas 1998 per la sceneggiatura a Claudio Fava e
Monica Zappelli.
Premio per la migliore sceneggiatura alla 57a mostra di Venezia (2000).
David 2001 per migliore sceneggiatura (Claudio Fava, Monica Zapelli, Marco
Tullio Giordana), a Luigi Lo Cascio (migliore attore protagonista), a Tony
Sperandeo (migliore attore non protagonista), a Elisabetta Montaldo (migliori
costumi) e premio David scuola.
Commenti
Dalle note di regia: "Questo non è un film sulla mafia, non appartiene al
genere. È piuttosto un film sull'energia, sulla voglia di costruire, sull'immaginazione e la felicità di un gruppo di ragazzi che hanno osato guardare il
cielo e sfidare il mondo nell'illusione di cambiarlo. È un film sul conflitto
familiare, sull'amore e la disillusione, sulla vergogna di appartenere a uno
stesso sangue. È un film su ciò che di buono i ragazzi del' 68 sono riusciti a fare, sulle loro utopie, sul loro coraggio. Se oggi la Sicilia è cambiata
e nessuno può fingere che la mafia non esista (ma questo non riguarda solo
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i siciliani) molto si deve all'esempio di persone come Peppino, alla loro fantasia, al loro dolore, alla loro allegra disobbedienza.
Scheda del film
“Alla luce del sole”
Anno di produzione: 2004
Titolo originale: Il colore dei sogni, L’uomo che colorava i sogni
Durata: 89 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico, Biografico
Regia: Roberto Faenza
Attori: Luca Zingaretti, Alessia Goria
Trama
La storia di Don Pino Puglisi, il parroco assassinato dalla mafia a Palermo nel
quartiere Brancaccio il giorno del suo 56°compleanno, il 15 settembre 1993, nel
momento esatto in cui Roberto Baggio segnava un gol per l'Italia e tutta la sua
città era davanti al televisore. Ai ragazzi di strada, angeli cresciuti all'Inferno, quell'uomo era capace di ridare la speranza in una vita diversa. Don Pino non riconosceva il potere della mafia e con il suo esempio stava invitando la gente del
quartiere a riappropriarsi della libertà negata. Per la mafia era un individuo troppo pericoloso che "toglieva i ragazzini dalla strada e rompeva le scatole". Ora in
Vaticano è all'esame presso la Congregazione per le cause dei Santi il suo processo di beatificazione come martire.
Critica
"Eravamo in molti ad aver dimenticato questo eroe non-eroe fino a quando lo
abbiamo riscoperto nel ritratto fraterno che ne fa Luca Zingaretti: un attore alla
Gian Maria Volontè, totalmente immerso, antiretorico, sincerista. (...) Il racconto
riassume due anni di tragica esperienza pastorale: restituito alle strade della sua
infanzia, don Pino si trova davanti lo spettacolo della chiesa vuota, proprio come
il prete di Bergman in Luci d'inverno, e decide che i parrocchiani se li andrà a
cercare. Senza tonaca, con scoppola e maglione, gironzola in bici, osserva, si informa e invita i ragazzi sbandati a venire a giocare in parrocchia. Strumento infallibile di catechesi, il pallone diventa un pretesto per insegnare che bisogna comportarsi secondo le regole. Il sacerdote rifiuta la bustarella della corruzione e presta il suo aiuto dove può, fa lezione, insegna come si leggono i giornali, guida la
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processione di San Gaetano contro il banchetto spendaccione dei potenti, raccoglie firme. Ma di fronte ai caroselli dei picciotti in motoretta giubilanti per l'eccidio di Giovanni Falcone e la sua scorta, non esita a denunciare dal pulpito gli
assassini invitandoli a uscire allo scoperto. Come risposte si susseguono un incendio doloso, una brutale aggressione in casa e infine un'esecuzione sommaria tanto
ineluttabile che il regista, con ispirata finezza, non sente il bisogno di banalizzarla facendo risuonare gli spari. E se per paura la gente chiude le imposte e transita davanti al cadavere come se non ci fosse, i bambini accorrono a ingentilire il
feretro con i loro giocattoli. Triste? Più triste ancora è apprendere che dopo 12
anni al Brancaccio niente è cambiato." (Tullio Kezich, Corriere della Sera, 22
gennaio 2005)
"Roberto Faenza ha girato un bellissimo film pieno di civiltà e affetti su don
Puglisi, un prete che combatte per la luce contro l'ombra e viene assassinato dalla
mafia perché invade la sua zona di influenza presso i ragazzi fuori di Palermo,
manovalanza di malavita. Alla luce del sole si intitola non a caso la biografia piena
di passione e di sentimento che testimonia un cinema utile in una società in cui
ci sentiamo a volte tutti abbandonati. Stile secco, senza manierismi, con un ottimo, introverso, misurato Luca Zingaretti, esule da Montalbano: uno di quei personaggi impotenti nella Storia cui Faenza, indagando il reale, offre il riscatto di
un vibrante identikit che ci riporta al cinema italiano alla Rosi, di tempi migliori." (Maurizio Porro, Corriere della Sera, 29 gennaio 2005).
Note
Film realizzato con il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali.
Per la stesura della sceneggiatura sono state utilizzate anche le testimonianze di
suor Carolina Iavazzo e di Gregorio Porcaro.
Premio David giovani 2005. Il film è stato candidato al David di Donatello 2005
per miglior produttore (Elda Ferri), miglior attore protagonista (Luca Zingaretti),
miglior fonico di presa diretta (Mario Dallimonti) e migliori effetti speciali visivi.
È stato candidato anche al nastro d'argento 2006 per il miglior attore protagonista
(Tratto da: http://magazine.libero.it/cinema/)
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“L’uomo di vetro”
Anno di produzione: 2007
Durata: 96 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico, Biografico
Regia: Stefano Incerti
Attori: David Coco, Anna Bonaiuto, Tony Sperandeo, Ninni Bruschetta, Francesco
Scianna
Trama
Leonardo Vitale è il primo pentito di Mafia. La sua decisione di confessare e raccontare i fatti, lo conduce verso il baratro, in una cella piccolissima, in un manicomio criminale, e poi infine libero, verso le dure leggi della Mafia.
Stefano Incerti osserva la vita. L’ha sempre osservata, fin da “Il verificatore”, in
cui si immedesimava in un uomo che incontrava le persone mentre controllava i
contatori. E ne “La vita come viene” sono alcune storie che vengono raccontate
en passant nei momenti della quotidianità. In “L’uomo di vetro”, il registro cambia, ma non troppo, perché è la veridicità degli eventi che differenzia quest’opera dalle precedenti, ma come sempre il regista scruta e mette in luce l’umanità.
La libertà di pensiero, di parola, e la forza di volontà sono gli elementi su cui il
film si concentra in un’ambientazione a noi amaramente nota, ma che è quasi
secondaria rispetto all’uomo in sé. I colori caldi delle immagini emanano passione e convinzione, a sottolineare i forti sentimenti del protagonista (David Coco)
con gli occhi ora persi, ora convinti, anche allo stremo delle forze. Il film di Incerti
è un viaggio verso la disperazione, di un uomo che scopre la vita nel momento
in cui si libera, sapendo di andare incontro a morte certa.
Scheda del film
“Fortapàsc”
Anno di produzione: 2008
Durata: 108 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico
Regia: Marco Risi
Attori: Libero de Rienzo, Valentina Lodovini,
Michele Riondino, Massimiliano Gallo, Ernesto Mahieux
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Trama
Giancarlo Siani è un giovane praticante, impiegato “abusivo” per Il Mattino col
sogno di un contratto giornalistico e di un’inchiesta incriminante contro i boss
camorristi e i politici collusi. Lucido e consapevole, Siani si muove tra Napoli e
Torre Annunziata, un avamposto abbattuto dal terremoto e frequentato dagli scagnozzi armati di Valentino Gionta. Indaga, si informa, verifica i fatti e poi scrive
pagine appassionate e impetuose sui clan camorristi e sulla filosofia camorristica.
Era il 1985 quando Vasco Rossi cantava “ogni volta che viene giorno” e un giornalista di ventisei anni moriva assassinato per “ogni volta che era stato coerente”.
Gli ingredienti per realizzare l’ennesima agiografia di una vittima (dimenticata)
della camorra c’erano tutti. C’era la vicenda personale di Giancarlo Siani, c’erano gli Ottanta, quelli dei tangentisti e dei faccendieri, delle commesse e della corruzione, delle spese inutili e della burocrazia gonfiata, degli omicidi del generale
Dalla Chiesa, c’era un Paese sordo alle idee di Siani che scriveva (e lavorava) per
un’Italia migliore, c’era l’inevitabile sacrificio finale. Ma Marco Risi non ha realizzato un altro film sulla camorra, concentrandosi esclusivamente sulle tappe di
avvicinamento di Siani prima a una consapevolezza di sé e della lotta politica, poi
a una strategia letteraria e provocatoria. La camorra è in ogni gesto di chi si oppone a Siani, in ogni silenzio indifferente, nelle grottesche indagini dei carabinieri,
nella “clemenza” della magistratura, nelle assurde pratiche rituali di “guappi”
spietati e armati, che intendono porre la corruzione e la violenza come norma
fondamentale di convivenza sociale. Risi, all’interno del medesimo spazio (Torre
Annunziata), distingue due campi contrapposti, determinando il fronteggiarsi delle
due parti: i villains che utilizzano la forza della pistola per ascendere l’empireo
della carriera camorristica, l’eroe che avvia la sua opera di progressiva e inarrestabile bonifica dell’illegalità con la macchina da scrivere, puntando sul valore
della persuasione. Sullo sfondo c’è Napoli e l’isteria collettiva che circondava nel
1985 Maradona, involontario capopopolo, occasione di riscatto, speranza di rivalsa calcistica e sociale, sul ricco Nord da parte del garzone del macellaio e di una
città pronta ad osannare e a stritolare. Napoli come corpo corruttore e Napoli
generatrice di “antidoti” capaci di riequilibrare moralmente l’ordine esistente.
Napoli, ancora, sede del “Mattino”, che invia in un polveroso avamposto battuto
dai fuorilegge un giornalista eroico, immagine della possibilità di progresso e fertilità contro l’aridità e l’improduttività dell’arroganza. Dopo il vuoto e la degradazione giovanile dei suoi ragazzi fuori, che hanno la Lazio come sommo ideale,
che alimentano la loro forza con un linguaggio osceno, che scelgono la via dell’omologazione passiva e che hanno bisogno del branco per riconoscersi, il regista
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milanese si concentra su un ragazzo solare senza lati oscuri, isolato dai politici di
palazzo in un non luogo sventrato e svuotato per essere riempito dall’eccitazione
del business e poi affondato nei liquami chimici. Se il Maradona di Risi
(Maradona – La mano de Dios) non ha mai smesso di cercare il suo pallone, Siani
non ha mai smesso di cercare la verità e di morire per questo giovanissimo dentro la sua Citroën Mehari e sotto il cielo di Napoli. Risi coglie l’importanza della
solitudine in cui viene abbandonato Siani e la spirale dentro cui viene fatto scivolare lentamente fino al massacro del settembre ’85. Con la linearità di un cinema
che non ha tesi da dimostrare ma una bruciante urgenza di raccontare, Fortapàsc
mette in piazza una classe politica che mira alla propria autoconservazione, una
società incivile che chiede la legittimazione di essere incivile e un giornalismo
(impiegatizio) che continua a ignorare le proprie responsabilità nel degrado sociale, etico, linguistico e culturale del Paese.
Scheda del film
“Gomorra”
Anno di produzione: 2008
Durata: 135 minuti
Origine: ITALIA
Genere: Drammatico
Regia: Matteo Garrone
Attori: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo,
Gigio Morra
Trama
Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del
vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che
in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro
morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma
c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una
vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in
due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti
d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per
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l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando
Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento
dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non
creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare.
Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano
che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce
artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole
non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa
terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per
decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della
terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che
mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord.
Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è
nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson,
col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente.
Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono
delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire
"bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque.
Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro,
soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in
salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una
sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco".
Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film.
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Scheda del film
“Romanzo Criminale”
Anno di produzione: 2005
Durata: 150 minuti
Origine: ITALIA-FRANCIA-GRAN BRETAGNA-USA
Genere: Drammatico
Regia: Michele Placido
Attori: Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis,
Claudio Santamaria, Pierfrancesco Favino
Trama
Il Libanese ha un sogno: conquistare Roma. Per realizzare quest'impresa senza precedenti mette su una banda spietata ed organizzata.
Le vicende della banda e dell'alternarsi dei suoi capi (il Libanese, il Freddo, il Dandi)
si sviluppano nell'arco di venticinque anni, intrecciandosi in modo indissolubile con la
storia oscura dell'Italia delle stragi, del terrorismo e della strategia della tensione prima,
dei ruggenti anni '80 e di Mani Pulite poi. Per tutto questo tempo, il commissario
Scialoia dà la caccia alla banda, cercando contemporaneamente di conquistare il
cuore di Patrizia, la donna del Dandi.
Tratto dall'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo il film di Michele Placido si
rivela come la sua opera più compiuta e più complessa sul piano stilistico. Il
regista/attore è riuscito a realizzare una fusione agile (e non fa pesare le due ore e
mezza di proiezione) tra il suo cinema di impegno civile, il livello della ricostruzione
anche cronachistica e (cosa che sembrava ardua considerato l'esito in particolare del
suo ultimo film) il versante letterario. Narrazione pura, storia patria e caratteri ben
delineati ma mai stereotipi danno luogo a un film "all'americana" nel senso non deteriore del termine. Questi piccoli delinquenti feroci che sono riusciti a terrorizzare
Roma per anni finendo poi invischiati in trame più grandi di loro vengono seguiti con
finezza psicologica e con grande attenzione anche sul piano lessicale. Sono “veri”, in
qualche momento possiamo anche quasi capire il perché del loro agire ma Placido
non li giustifica mai. In questo aiutato da un gruppo di protagonisti tutti assolutamente adatti alla parte assegnata. Con, in più, una dark lady interpretata da Anna
Mouglalis vero perno dei rapporti tra il mondo dei 'buoni' (Scialoia) e quello di coloro che buoni non saranno mai perché costantemente spinti da quello che il loro socio
mafioso definisce un sentimento nobile: la vendetta.
(schede tratte da www.mymovies.it)
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Dal bene al meglio!
Lo sviluppo sociale ed economico di un territorio attraverso il riutilizzo
sociale dei beni confiscati
Questo percorso vuole aiutare i ragazzi a riflettere sulle azioni, i modi e le finalità delle organizzazioni criminali che ostacolano lo sviluppo di un territorio, favorendo la sperequazione sociale.
Attraverso la storia di una proprietà confiscata ad un'organizzazione criminale, i ragazzi hanno modo di conoscere che cosa significhi il blocco di un bene e la sua restituzione alla collettività e quale sviluppo venga generato prima e dopo la confisca.
L’idea che sottende a questo progetto è quella di coinvolgere i ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado affinché prendano coscienza dell’importanza della legge n°109/96, dei suoi contenuti e delle sue finalità.
Le attività presentate favoriscono la creazione di un rapporto tra la scuola e le realtà sociali impegnate nel riutilizzo del bene confiscato, ove possibile nello stesso territorio in cui i ragazzi vivono, attraverso una conoscenza diretta. Aiutano inoltre
gli studenti a diventare protagonisti di uno studio di proposte relative all’uso più
indicato che si potrebbe suggerire per il riutilizzo di nuovi beni confiscati.
Tra i materiali consigliati il libro e il documentario “Onda Libera”, diario della
carovana musicale che ha portato il gruppo folk dei Modena City Ramblers e i
ragazzi di Libera sui beni confiscati, nei luoghi dell’Italia responsabile che si oppone alle mafie.
Finalità
Educare i ragazzi a guardare allo sviluppo di un territorio in termini di giustizia
sociale, facendo emergere le situazioni di sfruttamento poste in essere dalla criminalità e analizzando le modalità con cui la legge italiana combatte le mafie.
Obiettivi
1. Conoscere dei dati indicanti il tasso di de-sviluppo di un territorio condizionato dalla presenza della criminalità organizzata.
2. Esaminare i modi e i mezzi con i quali un'organizzazione criminale si appropria di beni comuni.
3. Conoscere l’ammontare dei guadagni che una organizzazione mafiosa possiede
e metterlo in relazione alla situazione sociale del territorio preso in esame.
4. Approfondire la storia di un bene confiscato alla mafia, del suo utilizzo sociale, delle possibilità che offre al territorio in termini di lavoro, servizi sociali e
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PERCORSO
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offerta culturale.
5. Apprendere le motivazioni fondanti la legge sul riutilizzo dei beni confiscati.
6. Comprendere l’iter che ha portato alla formulazione della legge sulla confisca
dei beni, attraverso la figura di Pio la Torre.
Attività
• Brainstorming sulla domanda stimolo: “Le mafie generano sviluppo o ingiustizia? Perché?”
• Analisi dei dati relativi al tasso di disoccupazione di alcune regioni italiane condizionate da una presenza storica della criminalità organizzata e di articoli sui
nuovi trend migratori dal Sud Italia (vedasi allegato).
• Storia di un bene confiscato al crimine organizzato: lettura di testi, racconti o
visione di filmati tematici (vedasi allegato). Se il contesto di riferimento presenta enti o realtà geograficamente vicine che hanno portato avanti esperienze di
riutilizzo sociale, le storie proposte nel kit possono essere utilizzate come semplici stimoli per avviare i ragazzi ad un lavoro sulla loro realtà territoriale.
Diversamente, il percorso può focalizzarsi su una storia legata a realtà attive in
altri territori, eventualmente visitabili all'interno di un viaggio di istruzione (la
ricerca indicata nel suddetto allegato offre in proposito il racconto di oltre 100
esperienze positive con i relativi contatti). Sono sempre più frequenti inoltre gli
operatori che propongono esperienze di turismo responsabile sui luoghi simbolo dell'antimafia sociale, come nel caso del progetto “Libera. Il Giusto di viaggiare” (per approfondimenti e contatti si rimanda al sito www.ilgiustodiviaggiare.it).
• Discussione sulla storia/storie analizzate; confronto sulla situazione del bene e
del contesto territoriale precedentemente e successivamente alla confisca.
• Approfondimento della nozione di confisca e del suo significato per la lotta alle
mafie (vedasi allegati).
• Motivazioni e modalità di riutilizzo del bene confiscato; analisi del significato
sociale della proposta.
• Visita al bene confiscato individuato per il percorso e incontro con alcuni rappresentanti della realtà che lo gestisce. Se la visita riguarda una realtà attiva nel
settore agroalimentare, è possibile prevedere la condivisione di un pranzo realizzato con i prodotti della cooperativa.
• Possibili sviluppi del progetto:
- Scrittura collettiva, a gruppi, della storia del bene confiscato
- Scrittura della storia del bene confiscato a fumetti
- Creazione di una mostra (con fotografie, disegni, cartelloni con schemi
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e brevi testi realizzati nelle classi) che metta in luce:
- il bene prima e dopo la confisca
- schema delle attività svolte prima e dopo con i relativi
beneficiari
- perché un riutilizzo a finalità sociali: i vantaggi
- quale messaggio offre la confisca: la restituzione sociale
• Analisi dell’iter legislativo che ha portato alla legge per la confisca dei beni:
- Il perché di questa scelta
- Lo smacco per il mafioso: dal potere al disonore
- I risultati della confisca: ricerca sul territorio nazionale dei beni
confiscati e degli utilizzi:
• Tipologia dei beni confiscati e distribuzione sul territorio nazionale
• I beni riutilizzati e le attività svolte
• I posti di lavoro creati
• I prodotti
• La finalità sociale
• Le iniziative
• “Di quale “bene” il nostro territorio ha bisogno?”
Idee per il riutilizzo di una confisca non ancora assegnata:
- Cosa manca nella nostra città per i giovani/gli anziani/i bambini/le famiglie?
- Quali attività produttive potrebbero nascere e portare lavoro nella città?
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Allegati
Biografia di Pio La Torre
Pio La Torre nasce ad Altarello di Baida, una borgata di Palermo, la vigilia di
Natale del 1927. Cresciuto insieme a cinque fratelli in una famiglia di poveri contadini, senza acqua e luce elettrica in casa, La Torre matura il suo interesse per
la giustizia sociale e si impegna a combattere per i diritti dei più deboli e bisognosi contro lo sfruttamento dei ricchissimi proprietari terrieri. Il suo impegno politico comincia con l’iscrizione al Partito Comunista nell’autunno del 1945 e la costituzione di una sezione del partito nella sua borgata, la prima delle tante che contribuisce ad aprire anche nelle borgate vicine.
Il periodo tra il 1945 e il 1950 è caratterizzato dalla lotta per l’effettiva applicazione dei provvedimenti legislativi emanati dall’allora ministro dell’agricoltura del
governo Badoglio che garantivano ai contadini maggiori diritti e più terre da coltivare. L’atteggiamento dei proprietari terrieri che non riconoscevano la legittimità delle norme, scatenò, soprattutto nel Meridione, la richiesta di un’effettiva riforma agraria e un’ondata di proteste popolari che ebbero la loro concretizzazione
nelle occupazioni delle terre incolte da parte dei braccianti agricoli esasperati.
Pio La Torre, divenuto nel 1947 funzionario della Federterra e successivamente
responsabile giovanile della Cgil e quindi responsabile della commissione giovanile del PCI, partecipò attivamente a queste proteste.
Il 10 marzo 1950 il movimento dei contadini è a Bisacquino dove si prevedeva di
occupare i quasi duemila ettari di terreno del feudo Santa Maria del Bosco. Pio
La Torre è alla testa del corteo, lungo quasi cinque chilometri e formato da circa
seimila persone. Arrivati sul feudo si procede all’assegnazione di un ettaro di terreno a testa fissando i limiti di divisione. Sul calar della sera, quando i contadini
stanno percorrendo la strada che li riporterà alle loro case, vengono circondati
dalle forze di polizia inviate dal prefetto Vicari.
La Torre cerca di convincere il commissario Panico, a capo degli agenti di desistere dalla repressione, ma questi ordina di strappare ogni bandiera e vessillo dalle
mani dei contadini, ne nasce una sassaiola e a quel punto il commissario Panico
ordina di sparare: molti braccianti sono colpiti. La Torre, che in un primo
momento era rimasto tra i poliziotti, si sposta in mezzo ai contadini cercando di
dissuaderli dal reagire con lanci di sassi agli spari dei poliziotti.
La battaglia continua fino a sera quando, insieme ad altre centinaia di contadini,
anche La Torre viene arrestato. È accusato, ingiustamente, dal tenente Caserta di
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averlo colpito con un bastone. La Torre viene ammanettato e condotto al carcere dell’ Ucciardone di Palermo dove, all’alba dell'11 marzo, viene incarcerato.
La detenzione
Pio La Torre rimane in carcere per circa un anno e mezzo: dall’11 marzo 1950
al 23 agosto 1951.
Nel 1952 fu eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Palermo dove resterà fino al 1966. In questo periodo diventa segretario regionale della Cgil, nel 1959
e del PCI siciliano (1962-1967). Viene eletto nel 1963 per la prima delle due legislature in cui resterà in carica, all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1969 viene
chiamato a Roma dal partito alla Direzione centrale del PCI dove ricopre l’incarico di vice responsabile della Sezione agraria e della Sezione Meridionale.
Nel 1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte
delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della
Commissione parlamentare per l'esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull'attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno
ma soprattutto della Commissione Antimafia.
La lotta alla mafia
Appena eletto in Parlamento, nel maggio del 1972, entra a far parte della
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. La
commissione era stata istituita nel 1962, durante la prima guerra di mafia e pubblicò il suo rapporto finale nel 1976. La Torre, insieme al giudice Cesare
Terranova, redasse, e sottoscrisse come primo firmatario, la relazione di minoranza che metteva in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici, in particolare della Democrazia Cristiana. Alla relazione aggiunge la proposta di legge
“Disposizioni contro la mafia” tesa a integrare la legge 575/1965 e a introdurre
un nuovo art. nel codice penale: il 416bis.
Una proposta che segna una svolta radicale nella lotta contro la criminalità mafiosa. Fino ad allora infatti il fenomeno mafioso non era riconosciuto come passibile di condanna penale. La proposta di legge La Torre prevedeva l’introduzione
nel diritto penale di un nuovo articolo, il 416 bis, che introduce il reato di associazione mafiosa punibile con una pena da tre a sei anni per i membri, pena che
saliva da quattro a dieci nel caso di gruppo armato. Stabiliva la decadenza per gli
arrestati della possibilità di ricoprire incarichi civili e soprattutto l’obbligatoria
confisca dei beni direttamente riconducibili alle attività criminali perpetrate dagli
arrestati.
Pio La Torre ha una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema
di potere. È conscio delle sue trasformazioni, dalla mafia agricola e del latifondo,
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combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia che, grazie ad appalti pilotati, perpetrò, grazie alle connivenze con le dirigenze politiche
locali, il cosiddetto “Sacco di Palermo”, fino alla mafia imprenditrice dedita al
traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza.
Non ha paura di fare chiaramente i nomi e i cognomi dei conniventi politici,
famosi i suoi giudizi su Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici del comune
di Palermo dal 1959 al 1964 e poi sindaco del capoluogo siciliano fino al 1975.
Dalla sua analisi del rapporto tra il sistema di potere mafioso e pezzi dello Stato
emerge la sua convinzione che “[la] compenetrazione è avvenuta storicamente
come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti
(mafia e potere politico)… La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigenti”.
Nel 1981 Pio La Torre decide di tornare in Sicilia, in un momento storico in cui
la strategia mafiosa di intimidazione dei rappresentanti più impegnati nell’azione
di contrasto da parte dello Stato contro la mafia, era al massimo fulgore. Negli
anni precedenti erano stati uccisi illustri rappresentanti dello stato come il giudice Cesare Terranova (il 25 settembre 1979), il Procuratore della repubblica
Gaetano Costa (6 agosto 1980) e il Presidente della regione Piersanti Mattarella
(6 gennaio 1980). Proprio lui decide di assumere l’incarico di segretario regionale
del PCI, carica che assume nell’autunno del 1981 sostituendo Gianni Parisi.
Immediatamente, al ritorno in Sicilia, intraprende la sua ultima battaglia.
Il Governo italiano aveva annunciato il 7 agosto del 1981 l’accordo con la Nato
per l’installazione degli euromissili nucleari Cruise nella base militare di Comiso
in provincia di Ragusa. Siamo in piena guerra fredda. La Torre dà forza e organizzazione ad un movimento crescente di protesta contro l’istallazione vista come
minaccia alla sicurezza, non solo siciliana, e non come possibile fonte di ritorno
economico. Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e la Russia comportava l’adozione di un atteggiamento prudente e di trattativa che, non per questo, rendeva
meno convinte le richieste da parte dei protestanti. Il successo della protesta fu
enorme e la raccolta di firme straordinaria. Lo stesso La Torre spiegò in un articolo postumo pubblicato su “Rinascita” del 14 maggio 1982 che le ragioni della
contrarietà ai missili era basata sulla assoluta contrarietà alla “trasformazione della
Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente
segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e
contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”.
I suoi propositi furono bruscamente interrotti una mattina di aprile del 1982. Il
30 aprile del 1982, alle nove del mattino Pio La Torre, insieme a Rosario Di
Salvo, sta raggiungendo in auto, una Fiat 132, la sede del partito. In via Turba,
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ALLEGATI
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di fronte la caserma Sole, si affiancano alla macchina due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette sparano decine di colpi contro i due. La Torre muore all’istante mentre Di Salvo ha
il tempo di estrarre la pistola e sparare alcuni colpi in un estremo tentativo di difesa. Il quadro delle sentenze ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di
Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflitta dalla mafia
del politico siciliano.
(Tratto da: http://www.piolatorre.it)
Allegato
I Beni Confiscati
La legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie prevede l’assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti
– associazioni, cooperative, Comuni, Province e Regioni – in grado di restituirli
alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro. In 14
anni dalla sua applicazione la legge ha permesso la destinazione a fini sociali di
oltre 3000 beni immobili (appartamenti, ville e terreni).
Cosa sono i beni confiscati
Ai sensi della legge n. 575/1965 e delle sue successive modificazioni, lo Stato
dispone il sequestro e la confisca dei beni per i quali non sia possibile dimostrare
una legittima provenienza, ritenuti nella disponibilità diretta o indiretta di soggetti indiziati di appartenere ad un'associazione di stampo mafioso. Questo significa
che anche i beni intestati fittiziamente a famigliari e prestanome riconducibili
all'indagato sono interessati da tali provvedimenti.
La legge distingue tra:
- beni costituiti in azienda
- beni mobili (denaro, titoli, mezzi di trasporto, apparecchiature informatiche, ecc.);
- beni immobili (case, terreni, fondi, ecc.);
Come vengono trattati
Beni costituiti in azienda
I beni aziendali sono mantenuti al patrimonio dello Stato e destinati, con provvedimento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni
confiscati alla criminalità organizzata:
a. all'affitto, quando vi siano fondate prospettive di continuazione o di ripresa del115
ALLEGATI
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l'attività produttiva, a titolo oneroso, a società e ad imprese pubbliche o private, oppure a titolo gratuito, senza oneri a carico dello Stato, a cooperative di
lavoratori dipendenti dell'impresa confiscata. Nella scelta dell'affittuario sono
privilegiate le soluzioni che garantiscono il mantenimento dei livelli occupazionali;
b. alla vendita, per un corrispettivo non inferiore a quello determinato dalla stima
eseguita dall'Agenzia, a soggetti che ne abbiano fatto richiesta, qualora vi sia
una maggiore utilità per l'interesse pubblico o qualora la vendita medesima sia
finalizzata al risarcimento delle vittime dei reati di tipo mafioso.
c. alla liquidazione, qualora vi sia una maggiore utilità per l'interesse pubblico o
qualora la liquidazione medesima sia finalizzata al risarcimento delle vittime dei
reati di tipo mafioso.
Beni mobili
I beni mobili iscritti in pubblici registri, le navi, le imbarcazioni, i natanti e gli
aeromobili sequestrati sono affidati dall’autorità giudiziaria in custodia giudiziale
agli organi di polizia che ne facciano richiesta per l’impiego in attività di polizia,
o ancora possono essere affidati all'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la
destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, ad altri organi dello
Stato o ad altri enti pubblici non economici, per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale. Diversamente, i beni mobili sono venduti e i proventi vengono utilizzati per risarcire vittime di reati di tipo mafioso.
Beni immobili
Nella fase del sequestro il Tribunale che dispone il provvedimento nomina un giudice delegato e un amministratore giudiziario che provveda alla custodia e all'integrità del bene, coadiuvato dall'Agenzia nazionale, sotto la direzione del giudice
delegato.
Al sequestro fa seguito la confisca di primo grado, a partire dalla quale l'Agenzia
Nazionale amministra il bene.
Se la confisca diventa definitiva, il bene è devoluto allo Stato. A questo punto
l'Agenzia delibera la destinazione dei beni immobili e aziendali; l'adozione del
provvedimento di destinazione deve avvenire entro 90 giorni dalla comunicazione della confisca definitiva (prorogabili di ulteriori 90 nel caso di operazioni particolarmente complesse).
L'uso sociale dei beni immobili
L'Agenzia nazionale può disporre:
a. il mantenimento dei beni immobili al patrimonio dello Stato per finalità di giusti116
ALLEGATI
9
zia, di ordine pubblico e di protezione civile,
e, ove idonei, anche per altri usi governativi
o pubblici connessi allo svolgimento delle
attività istituzionali di amministrazioni statali,
agenzie fiscali, università statali, enti pubblici
e istituzioni culturali di rilevante interesse,
salvo che si debba procedere alla vendita
degli stessi finalizzata al risarcimento delle
vittime dei reati di tipo mafioso;
b. il trasferimento dei beni per finalità istituzionali agli enti territoriali. Questi ultimi possono amministrare, in forma individuale o consorziata, direttamente il
bene per finalità di utilità pubblica (creazione di scuole, strutture sportive, alloggi per indigenti, ecc.), oppure assegnarlo in concessione a titolo gratuito, nel
rispetto dei principi di trasparenza, pubblicità e parità di trattamento, ad una
serie di soggetti che ne garantiscano un riutilizzo a carattere sociale:
- comunità, anche giovanili;
- enti, associazioni maggiormente rappresentative degli enti locali;
- organizzazioni non lucrative di volontariato (ONLUS);
- cooperative sociali;
- a comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti;
- alle associazioni di protezione ambientale.
La durata della concessione, la destinazione dei beni, le modalità di controllo sull'utilizzo, le cause di risoluzione del rapporto e le modalità di rinnovo sono disciplinate dalla convenzione (per questa non è prevista una formula standardizzata).
Le ombre
Un emendamento della Legge finanziaria 2010 ha introdotto la possibilità che i beni
immobili confiscati e non destinati possano essere messi in vendita, facendo confluire i proventi nel Fondo Unico Giustizia. I fautori di questa integrazione alla normativa vigente hanno giustificato l'emendamento sostenendo che in questo modo i
beni confiscati ad oggi inutilizzati potessero trasformarsi in una risorsa per rimpinguare le casse dello Stato.
Si tratta di una prospettiva che vede nei beni confiscati uno scomodo fardello di
cui liberarsi, piuttosto che un'opportunità per la creazione di spazi sociali, senza
tenere conto che una buona parte degli immobili non destinati si trovano in una
simile situazioni a causa di vandalizzazioni, gravami ipotecari, occupazioni abusive (spesso da parte degli ex proprietari) o frammentazioni in diverse quote pro117
ALLEGATI
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prietarie, realizzate deliberatamente per ostacolare la legge. Problemi noti per i
quali sarebbe opportuno studiare soluzioni ad hoc e in alcuni casi, più semplicemente, provvedere all'applicazione delle leggi vigenti.
L'opzione della vendita degli immobili confiscati alimenta inoltre il rischio (già
comprovato dagli operatori delle istituzioni competenti e dell'antimafia civile) che
tali beni vengano riacquistati tramite prestanome o società fittizie dai vecchi proprietari: è infatti impensabile che in territori “caldi” un'asta per la vendita si svolga al riparo dai condizionamenti imposti dal potere mafioso. La vendita, che può
essere presa in considerazione in casi particolari e con tutte le cautele del caso,
non deve diventare la regola, tradendo lo spirito della legge n. 109/96.
È per questo che Libera, nel dicembre del 2009, ha lanciato la campagna “Niente
regali alle mafie: i beni confiscati sono cosa nostra”, per sensibilizzare l'opinione
pubblica e riaffermare la necessità che le ricchezze sottratte ai clan continuino ad
essere un patrimonio della cittadinanza. L'iniziativa, appoggiata da politici, cittadini e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo, è stata accompagnata da una petizione che ha raccolto oltre 200.000 firme in tutto il Paese. Inoltre
un delegazione di famigliari di vittime innocenti delle mafie ha presentato un
appello per il ritiro dell'emendamento ai presidenti e ai capigruppo delle Camere,
nonché al Presidente della Commissione parlamentare antimafia. Durante l'iter di
conversione in legge del disegno per la Finanziaria, diversi esponenti dell'associazione hanno preso attivamente parte alle audizioni della Commissione Giustizia
sul provvedimento per presentare perplessità ma anche proposte.
Alla fine l'emendamento per la vendita dei beni immobili è passato, seppur ridimensionato rispetto alle ambizioni iniziali dei relatori, grazie alle pressioni dell'opinione pubblica e della stampa: è decaduto il limite dei 90 giorni (prorogabili a 180)
dopo il quale sarebbe scattato il meccanismo di vendita, non sarà in nessuno caso
possibile vendere il bene al di sotto dell'80% del valore stimato e in caso di vendita sarà comunque data la precedenza (diritto di prelazione) alle forze dell'ordine e
agli enti locali (è evidente in quest'ultimo caso la contraddizione con la legge
109/96, che prevederebbe l'assegnazione a titolo gratuito per tali categorie).
Malgrado questi paletti, l'opzione vendita rimane valida e resta dunque costante
l'attenzione da parte di tutti i soggetti (nelle istituzioni come nel terzo settore e nella
società responsabile) che si adoperano per la lotta alle mafie attraverso il recupero
dei beni confiscati, e che continueranno a monitorare ed eventualmente segnalare
quelle situazioni nelle quali dovessero ravvisarsi i rischi di infiltrazione mafiosa.
(Per informazioni dettagliate sulla normativa:
www.benisequestraticonfiscati.it/AgenziaNazionale/beniConfiscati/normativa.html)
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ALLEGATI
9
Allegato
Notizie sul tema dei beni confiscati
Mafia: tournée musicale Onda Libera sui beni confiscati. 14 concerti
in 15 giorni lungo l’Italia per sostenere la legalità
(ANSA) - MILANO, 16 APR 2009 - La Carovana di Libera torna in viaggio, anzi
in tournée, con i Modena City Ramblers per 14 concerti in 15 giorni lungo i beni
confiscati alle mafie: dal 25 aprile, giorno della liberazione, al 9 maggio, anniversario della morte di Peppino Impastato. "Un fulmine di democrazia che attraversa l'Italia" ha definito il tour Nando Dalla Chiesa, il presidente onorario di Libera
alla presentazione milanese visto che la tournée tocca Nord, Centro e Sud: a
Castel Volturno, dove la camorra ha ucciso don Peppe Diana e ha trucidato sei
immigrati, a Torino nella cascina dove la 'Ndrangheta decise la morte del pm
Bruno Caccia, a Brindisi, Genova, Garbagnate (nel milanese), Cisterna di Latina,
Polistena (Reggio Calabria). La conclusione sarà a Cinisi, il paese di Impastato
dove i Modena City Ramblers già hanno suonato qualche anno fa. Questa volta
la scaletta del concerto include le canzoni del cd appena uscito Onda libera, dedicato proprio alla libertà e alla legalità. I Modena City Ramblers non saranno però
da soli con il loro combat folk, ma ci saranno anche altri gruppi, spettacoli teatrali come in vere e proprie feste a cui - in alcune tappe - parteciperanno Paolo
Hendel, Marco Paolini (con un'adesione formale anche il nobel Dario Fo). "I beni
confiscati - ha spiegato il presidente di Libera don Luigi Ciotti - sono un segno di
potenza economica, di potere per i mafiosi e andare lì a portare un segno di libertà, parole di vita è una cosa unica". Ed è anche l'occasione per rilanciare alcune
richieste: ad esempio che le banche tolgano le ipoteche che gravano su 1.700 dei
circa novemila beni confiscati e che i Comuni e le associazioni non sono in grado
di regolare. "Sarebbe un segno di trasparenza e di legalità" ha osservato don
Ciotti. E poi ancora che si crei l'agenzia nazionale per i beni sequestrati, si usino
per scopi sociali anche i beni confiscati ai corrotti (come prevede la Finanziaria
del 2006) e si pensi alla produttività delle aziende sequestrate alle mafie. Su oltre
1.100 ne sono sopravvissute 64.
(Tratto da: ANSA)
Beni della mafia, appello a Fini "No alla vendita all'asta"
25 novembre 2009
ROMA - "Creare le condizioni che anche uno soltanto di quei beni confiscati alle
mafie possa tornare nella loro disponibilità sarebbe l'ennesimo segnale di debolez119
ALLEGATI
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za dello Stato, e rappresenterebbe un assist alle mafie. Vi chiediamo di bloccare
l'emendamento che prevede la vendita dei beni confiscati". È quanto sostengono
370 familiari delle vittime della criminalità organizzata in una lettera inviata al
presidente della Camera Gianfranco Fini, al Presidente della Commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu e a tutti i capogruppi alla Camera.
"Siamo i familiari delle vittime delle mafie, del dovere e della criminalità organizzata - attacca il testo - siamo genitori, coniugi, figli, fratelli e sorelle di coloro che
sono caduti per mano di criminali senza scrupolo e senza Patria. Siamo tanti e
con l'Associazione Libera di cui facciamo parte, sempre uniti seguendo l'insegnamento di una di noi, Saveria Antiochia, da 15 anni conduciamo la nostra attività di contrasto al dilagare dei fenomeni mafiosi e criminali".
"Tutti noi familiari - continua la lettera - sentiamo sempre forte e presente il dolore per la morte violenta per mano mafiosa dei nostri cari. È un sentimento impresso a fuoco nella nostra anima e nel nostro cuore, ma abbiamo sempre cercato di
trasformare questo enorme dolore in impegno sociale, culturale, umano per il
nostro Paese, convinti come siamo che partendo proprio dal nostro dolore e dalla
memoria dei nostri cari si possa scrivere un'altra storia, quella di un Paese che
vuole vivere nella legalità, nella solidarietà e soprattutto senza mafie".
"Nel 1996, con Libera e con la firma di oltre un milione di cittadini - ricordano
i familiari delle vittime - abbiamo sostenuto l'approvazione della legge 109 che
prevede la confisca del patrimonio dei mafiosi e la destinazione ad uso sociale dei
beni confiscati. Da allora la confisca e l'utilizzo a fini sociali del patrimonio dei
mafiosi ha assunto nel nostro Paese un valore simbolico irrinunciabile per la lotta
alle mafie. Quella legge ha fatto in modo che i beni confiscati ai Riina e ai
Provenzano e ad altri criminali, potessero essere assegnati a cooperative di lavoro
che, tra mille difficoltà e continue intimidazioni, li hanno trasformati in segni efficaci di legalità".
"Oggi anche il Parlamento Europeo - viene ricordato nel testo - comincia a porre
in agenda l'elaborazione di strumenti di confisca e uso sociale, consapevole che le
mafie non sono solo italiane e che si ricicla all'estero. Modificare la legge 109/96
ed introdurre la possibilità che i beni confiscati non assegnati possano essere venduti significa, in pratica, riconsegnarli alle mafie".
"Come è possibile oggi pensare di rinunciare a tanto? - si chiedono i firmatari Pensate veramente che i mafiosi abbiano difficoltà ad intimidire ogni possibile acquirente, a trovare i prestanome ed il denaro per potersi riappropriare di quei beni?
Vorreste farci credere che siete in grado di escludere che i mafiosi possano riprendersi quello che, con enormi sacrifici ed impegno, eravamo riusciti a togliere loro?"
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ALLEGATI
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E ancora: "Modifichiamo la legge 109/96 per rendere rapidi ed efficaci i tempi
della destinazione sociale! Da anni chiediamo, inascoltati, che venga istituita
un'Agenzia nazionale che si occupi di tutte le fasi di sequestro, confisca, assegnazione e destinazione dei beni e delle aziende confiscate ai mafiosi. Siamo convinti che le risorse economiche necessarie ad assicurare la giustizia nel nostro Paese
possano e debbano essere trovate non con la vendita dei beni confiscati alle mafie,
ma approntando idonei strumenti per l'effettivo contrasto alla corruzione, all'evasione ed all'elusione fiscale".
"Per queste ragioni, egregio presidente, onorevoli deputati - concludono i 370 firmatari - vi chiediamo di votare contro l'emendamento approvato dal Senato il 13
novembre 2009, per non indebolire e non cancellare i principi della legge 109/96
e di adoperarvi ad ogni livello per evitare che tale provvedimento possa diventare esecutivo".
Gli altri appelli. Un richiesta dello stesso tipo viene rivolto oggi a Parlamento e
governo dal Forum nazionale dei giovani, dal sindaco di Ercolano e delegato Anci
alla Legalità, Gaetano Daniele, dal Consiglio comunale di Niscemi, in provincia
di Caltanissetta che ha votato all'unanimità l'ordine del giorno proposto dalla
giunta municipale guidata dal sindaco Giovanni Di Martino (Pd) e da Lillo
Speziale, presidente della Commissione Regionale Siciliana Antimafia e Salvino
Caputo, presidente della commissione Attività produttive all'Ars.
"Non si torna indietro". Ma la risposta del relatore alla Finanziaria alla Camera,
Massimo Corsaro (Pdl), è netta: "La ratio della norma sulla vendita dei beni
immobili confiscati alla mafia è inamovibile". Corsaro sottolinea di essere "uno
strenuo difensore" della misura introdotta durante l'esame in Senato perché "fermamente convinto che la legge sia corretta".
Secondo il parlamentare il rischio che la criminalità organizzata possa ricomprare i beni confiscati è "una bufala clamorosa". Corsaro, però, non chiude all'ipotesi di qualche ritocco della misura: "Certamente si può - dice infatti - studiare la
possibilità di rendere ancora più trasparente la procedura di gara prevedendo il
meccanismo delle prelazioni per alcune categorie tra cui le forze dell'ordine".
(Tratto da: www.repubblica.it)
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Nasce la cooperativa "Beppe Montana - Libera Terra"
23 giugno 2010
Nasce la prima cooperativa di Libera Terra su terreni delle province di Catania e Siracusa: è intitolata al Commissario Beppe Montana.
Si è costituita lo scorso 23 giugno a Catania la
Cooperativa sociale Beppe Montana Libera Terra,
la prima a gestire terreni delle province di Catania
e Siracusa.
La nuova cooperativa aderisce all'associazione
Libera, e si aggiunge ai progetti già attivi in provincia di Palermo e alle aziende su beni confiscati in
Calabria e Puglia. Quattro giovani soci lavoratori
(saranno presto sei), selezionati per bando pubblico curato dalle Prefetture di
Catania e Siracusa in collaborazione con Libera, gestiranno 75 ettari sui Comuni
di Belpasso, Rammacca, Motta Sant'Anastasia e Lentini, con il supporto del
Consorzio Etneo per la Legalità e lo Sviluppo. Terre e strutture appartenute alla
famiglia dei Riela e a loro fiancheggiatori, provenienti da confische esecutive della
fine degli anni Novanta, per appezzamenti rimasti a lungo inutilizzati, ora ceduti
in comodato d'uso dai suddetti comuni, che ne manterranno la proprietà. Una
cooperativa sociale di tipo B, costituita come le altre del progetto Libera Terra
per almeno il 30% da soci lavoratori svantaggiati.
I terreni saranno coltivati in regime biologico, secondo le rispettive vocazioni tradizionali: dall'agrumeto, all'uliveto, dall'ortiva al seminativo. Prodotti come olio,
conserve e farina saranno commercializzati col marchio Libera Terra, nel segno
della creazione di opportunità di lavoro regolare e di produzioni di qualità, espressioni della ricchezza produttiva del territorio.
Sono già iniziati nel frattempo a Belpasso i campi di volontariato di E!state Liberi,
dedicati ai gruppi che presteranno servizio per il recupero di un casolare di campagna in contrada Casa Bianca. In arrivo oltre cento volontari fino a Ferragosto.
La costituzione della cooperativa corona un percorso cominciato con la candidatura al bando e proseguito con un corso di formazione per i giovani cooperatori,
da subito impegnati nella riqualificazione dei terreni agricoli e nello start up
amministrativo dell'impresa.
La cooperativa è intitolata alla memoria di Beppe Montana, il commissario catanese ucciso da Cosa Nostra a Palermo nel 1985.
(Tratto da: www.libera.it)
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Orti modello sui terreni della 'ndrangheta
25 aprile 2010
Martedì a Vermica, nel Crotonese, i volontari di Libera insieme ai cittadini effettueranno la raccolta sui campi coltivati sequestrati alle cosche.
Un campo di finocchi nei terreni strappati al potente clan Arena di Isola Capo
Rizzuto e restituiti alla collettività. Dopo la faticosa semina è arrivato il momento del raccolto, un raccolto di legalità previsto per martedì alle 11 in località
Vermica della cittadina crotonese ferita come poche altre dalla morsa della
’ndrangheta. Alla manifestazione, denominata “Fresco di legalità”, saranno presenti, tra gli altri, il presidente di “Libera”, don Luigi Ciotti, il sindaco di Isola
Capo Rizzuto, Carolina Girasole e alcuni familiari di vittime innocenti delle
mafie.
L’iniziativa rappresenta il primo passo verso la costituzione della cooperativa
sociale “Libera terra”. Una giornata di festa ma anche e soprattutto di speranza
germogliata assieme ai finocchi su quei fondi agricoli un tempo non molto lontano regno di boss e picciotti.
«Cittadini e associazioni insieme – è scritto in una nota diramata da Libera – per
raccogliere il fresco di legalità che aggiunge al suo inconfondibile sapore, il gusto
in più della giustizia e della libertà delle terre confiscate alle mafie e riutilizzate
per finalità sociali. Un percorso che prosegue da oltre un anno grazie al coordinamento della Prefettura ed al sostegno di soggetti imprenditoriali che si occupano di produzione biologica, in collaborazione con le organizzazioni agricole (Cia,
Coldiretti, Confagricoltura, Copagri, Acli Terra, Legacoop agroalimentare) e che
consentirà la realizzazione della prima cooperativa Libera Terra che – proseguono i vertici dell’associazione – gestirà beni confiscati alle mafie in provincia di
Crotone per sostenere e diffondere in terra di Calabria i valori della legalità e del
lavoro giusto».
I responsabili dell’iniziativa hanno chiarito che la cooperativa sociale sarà costituita attraverso avviso pubblico utile a selezionare i professionisti individuati. Inoltre
sarà avviata un’attività formativa rivolta ai futuri giovani soci. L’obiettivo a breve
termine è elaborare uno studio di fattibilità e un piano di impresa adeguato.
L’iniziativa crotonese non è certo la prima simile in Calabria, dove “Libera” lavora da anni con impegno e soprattutto risultati. E dove a metà marzo, a Reggio,
il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha inaugurato l’agenzia nazionale chiamata a gestire i beni confiscati e sequestrati alla criminalità organizzata.
D’altronde dopo la Sicilia e la Campania la Calabria è la terza regione con il
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maggior numero di beni immobili confiscati alle organizzazioni mafiose.
Secondo i dati elaborati dall’Ufficio del Commissario straordinario del Governo
per la gestione e la destinazione dei beni confiscati e aggiornati al 31 dicembre
2009, in Calabria risultano confiscati 1.325 beni, di cui 849 destinati e consegnati per finalità istituzionali e sociali, 186 beni da consegnare mentre 226 aspettano
ancora il decreto di destinazione. Nella provincia di Crotone, in particolare, sono
presenti circa sessanta beni immobili confiscati ai clan.
Domenico Marino
(Tratto da: Avvenire)
'N d r a n g h e t a , s e q u e s t r a t i b e n i p e r 1 5 m l n d i e u r o n e l R e g g i n o
6 luglio 2010
La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria ha confiscato beni per
un valore di quasi 15 milioni di Euro, a seguito del provvedimento emesso dal
Tribunale reggino Sezione Misure di Prevenzione. Si tratta di un patrimonio costituito da un’azienda operante nell’edilizia, 9 ettari di terreno in parte edificabile
ed in parte uliveto/agrumeto, una villa, due fabbricati rurali e diverse disponibilità finanziarie riconducibile al boss Domenico Rugolo, di 75 anni, nato ad
Oppido Mamertina, agli arresti domiciliari.
Rugolo, definito dal tribunale, «non un ordinario ed onesto imprenditore agricolo ma un capo 'ndrangheta i cui comportamenti economici risentono inevitabilmente della sua condizione criminale», è ritenuto il capo di una consorteria criminale che opera nel territorio di Castellace, Oppido Mamertina (RC) e zone
limitrofe - denominata cosca «Rugolo» - risorta dalle ceneri della storica cosca
«Mammoliti-Rugolo», sfaldatasi dopo svariate inchieste giudiziarie del passato e le
dichiarazioni del collaboratore di giustizia Saverio Mammoliti.
Rugolo è stato più volte oggetto di vicende giudiziarie e, da ultimo, è stato coinvolto nell’operazione «Meta» della Dda di Reggio Calabria. Stando alle indagini
più recenti, la cosca “Mammoliti-Rugolo” controllava le attività economiche nel
luogo di influenza, attraverso estorsioni, infiltrazioni in pubblici incanti ed il successivo reimpiego dei proventi illecitamente accumulati in varie iniziative imprenditoriali, tra le quali spiccano quelle collegate alla realizzazione del centro commerciale Porto degli Ulivi di Rizziconi. Rugolo, da nullatenente, ha conseguito
negli anni – secondo gli investigatori – un ragguardevole patrimonio che è riuscito a sottrarre alle indagini grazie alla fittizia intestazione dei beni ai propri congiunti. Tra questi è emerso prepotente il ruolo dei generi, tra cui Domenico
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Romeo, prestanome del suocero negli appalti ed il defunto Antonino Princi nel
reimpiego di capitali illeciti in attività commerciali. Nel 2009 sono stati sequestrati dal Tribunale di Reggio Calabria beni mobili ed immobili e società per un valore di circa 15 milioni di euro. Anche in esito agli atti acquisiti nel corso dell’istruttoria camerale svoltasi alla presenza delle parti, lo stesso tribunale ha ravvisato una
sperequazione tra i beni nella disponibilità di Rugolo e i redditi dichiarati. Nel
provvedimento di confisca si evidenzia anche che «Rugolo ha sempre attribuito
primaria importanza al controllo, particolarmente nella zona di Oppido
Mamertina in cui il suo gruppo è storicamente egemone, al settore agricolo e particolarmente a quello oleario. Questa sua propensione non si è tradotta nell’avvio
di ordinarie e legali attività di impresa agricola ma ha comportato invece una
asfissiante e criminale pressione sugli operatori agricoli».
(Tratto da: www.ilquotidianodellacalabria.it)
Pasta connection cinquemila ristoranti nelle mani dei boss
23 luglio 2010
È la più grande catena di ristoranti in Italia, conta almeno 5 mila locali, 16 mila
addetti, e fattura più di un miliardo di euro l'anno. Non ha un marchio unico e
i proprietari sono diversi. È la catena dei ristoranti dei boss. Spuntano lontano dai
territori tradizionali, compaiono dietro marchi prestigiosi, hanno bilanci sempre
in attivo. Gigantesche lavanderie alla luce del sole dei capitali del narcotraffico.
Tutti insieme costituiscono una holding che ha dieci volte i ricavi del gruppo
Sebeto (Rossopomodoro e Anima e Cozze), incassa 15 volte di più dei Fratelli La
Bufala e un quinto di un colosso internazionale come Autogrill, che però di insegne ne ha 5.300 in 42 Paesi. Ma perché proprio ristoranti? In che modo costituiscono un canale di riciclaggio? Quali sono i sistemi utilizzati?
L a p r e s e n z a d e i b o s s Da Roma a Milano, passando per la Toscana, l' Emilia,
la Liguria, non c' è indagine recente sulla presenza dei clan dalla quale non salti
fuori il nome di un ritrovo alla moda creato dal nulla o ristrutturato senza badare a spese per portare a galla il denaro sporco delle cosche in un vortice di cambi
societari, di insegne che hanno stravolto uno dei comparti più celebrati dell'economia del Belpaese, attanagliato da una morsa criminale che - stima Enzo
Ciconte, già presidente dell'Osservatorio sulla legalità del Lazio - «assoggetta complessivamente il 15 per cento dell'intero settore». Nelle città più grandi, Roma e
Milano, si calcola che un locale su cinque sia nell' orbita dei boss. I Piromalli della
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Piana di Gioia Tauro a Roma e sul Garda, i Coco Trovato da Catanzaro tra
Lecco e la Madonnina, i Papalia di Platì sotto al Duomo, gli Iovine, i Bidognetti
e gli Schiavone da San Cipriano d' Aversa e Casal di Principe a Campo de Fiori,
a Ostia o a Fimicino come a Modena. Gli Arena da Isola Capo Rizzuto in
Romagna, forti di una radicata presenza nel settore turistico-alberghiero. I PesceBellocco di Rosarno e poi gli Alvaro di Sinopoli nel cuore della Dolce Vita romana. I Morabito da Africo a dettar legge all'Ortomercato di Milano dove Salvatore,
il nipote di Giuseppe, 'u tiradritto, entrava in Ferrari esibendo un regolare pass
da facchino. E lì si era fatto autorizzare il "For the King", un night che era il suo
ufficio di rappresentanza nel cuore della Wall Street - 3 miloni di euro al giorno
- della frutta e verdura italiana. Clan che si fanno la guerra in Calabria si ritrovano soci in affari a migliaia di chilometri. E negli affari alimentari si mischiano
obbedienze diverse. In un locale di Brera, gestito da calabresi, era di casa il figlio
di Tanino Fidanzati, il siciliano re della droga milanese. I Caruana da Siculiana,
in provincia di Agrigento, con base a Ostia, si erano spinti a Chioggia, per trattare un complesso turistico. Nel litorale laziale, il boss Carmine Fasciani era in
affari con i napoletani, gestendo il "Faber Village" e un ristorante. È questa la
nuova frontiera di una mafia che non conosce confini. «La quinta mafia», la definisce Libera. Nella capitale lavorava Candeloro Parrello, boss di Palmi, che nel
portafoglio delle sue attività sequestrate, per un totale di 130 milioni, aveva "La
Veranda" a Fiano Romano e uno stabilimento balneare a Punta Ala in provincia
di Grosseto. Dalla pizzeria "Bio Solaire" di via Valtellina a Milano, di cui era
socio occulto, Vincenzo Falzetta amministrava gli affari di Francesco Coco
Trovato che all'Idroscalo aveva impiantato il "Cafè Solaire". I Molè che con i
Piromalli controllavano i container cinesi al porto di Gioia Tauro avevano invece individuato nel complesso di "Villa Vecchia", hotel storico con due ristoranti a
Monteporzio Catone, un ottimo investimento per far fruttare una fetta dei 50
milioni a disposizione. A curare l'affare era Cosimo Virgiglio, titolare di una ditta
di import-export. L'hotel era diventato la base del clan e quando i vecchi proprietari avevano provato a protestare, Virgiglio aveva provveduto a farli sloggiare nottetempo. Nino Molè, erede di Rocco ucciso nel 2008, per dire alla fidanzata che
lì era ormai tutto della famiglia, spiegava: «Tu mangi la pasta gratis».
D o v e c ’ è p i z z a c ’ è m a f i a «Dove c'è pizza c'è mafia», ha sostenuto un dei pochi
pentiti calabresi all'indomani della strage di Duisburg, che rivelò al mondo quanto la Germania che mangiava italiano fosse infestata dal bubbone. Lo aveva intuito negli anni Ottanta anche Giovanni Falcone indagando sulla Pizza Connection.
Il sistema però si è evoluto. Come mai i boss si interessano sempre di più ai risto126
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ranti? Una premessa è d'obbligo: tra i tavoli gira normalmente molto contante.
Una condizione essenziale per non lasciare tracce. I pagamenti elettronici, al contrario, sono facilmente riscontrabili, costituiscono uno degli strumenti per la cosiddetta tracciabilità del denaro. Ecco perché tra le attività commerciali i locali pubblici sono quelli più ambiti, complice quella che Lino Stoppa, presidente della
Fipe, la federazione dei pubblici esercizi, chiama "liberalizzazione di fatto". Il flusso di contante è la condizione essenziale sia per chi investe in attività ad alto rendimento sia per chi, invece, è a caccia solo di un paravento. Alla "Rampa", il locale di Trinità dei Monti che la magistratura romana voleva sequestrare perché ritenuto di proprietà dei Pelle-Vottari di San Luca in Aspromonte, la prima cosa che
notarono i finanzieri incaricati delle indagini è che non si accettavano carte di credito e lo scrissero nel loro rapporto. La Rampa, anche per via della posizione, ha
sempre avuto una folta clientela, ma ci sono ristoranti acquistati per milioni,
rimessi totalmente a nuovo eppure drammaticamente deserti. Posti in cui non
entra mai nessuno. Ma le luci rimangono accese fino a tardi e il personale è sempre presente. A che servono quei locali fantasma? Primo, per giustificare lavori
edili e acquisti di arredi ampiamente sovrastimati, pagamenti di merce mai acquistata che nessuno ha mai veramente consegnato e di piatti che non sono stati cucinati. Quei locali servono a far girare pezzi di carta. Per far affiorare soldi che
erano già nel cassetto. Chi li gestisce non ne ha alcun bisogno: sono solo una
copertura per introiti altrimenti ingiustificabili. Il sistema funziona a prescindere
dal numero effettivo di clienti. E naturalmente è ampiamente praticato da chi
riempie i coperti per davvero ma può moltiplicarli. In un caso o nell'altro, il ristorante è il terminale di una filiera alimentare: dai prodotti della terra alle carni,
dalle mozzarelle al caffè. E il giro di fatture parte da lontano. Dalla produzione,
al trasporto, dallo smistamento alla vendita. Un sistema economico parallelo fittizio o sovrastimato. "Negli ortomercati e nella grande distribuzione c'è il cuore dell'interesse delle mafie che si spinge fino ai ristoranti", dice l'ex presidente della
commissione antimafia Francesco Forgione. Il fisco diventa un costo necessario
per far tornare in circuito il denaro sporco, ma presenta dei vantaggi. Costa meno
di quel 30 per cento che in media tengono le agenzie che a livello internazionale si occupano di occultare il denaro delle mafie ed è ampiamente recuperabile
con altri artifizi contabili. E poi è a rischio zero: "Non esiste l'autoriciclaggio", sottolinea Maurizio De Lucia, pm della Direzione nazionale antimafia.
L e f a m i g l i e i n c u c i n a Quasi mai i boss compaiono direttamente nella gestione
delle attività. Usano i prestanome e difficilmente tengono un'insegna a lungo.
Scelgono come forma giuridica le società, comprano e vendono rapidamente.
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Sbaraccano e ricominciano da un'altra parte. "Un turn over frenetico" che è più
di una spia di inquinamento, fa notare Lorenzo Frigerio di Libera Lombardia.
Ogni anno aprono 2.000 nuovi ristoranti e le società sono in numero doppio
rispetto a quelle che chiudono i battenti. I boss si fidano solo di mogli e figli. Ma
qui confidano nella oggettiva difficoltà delle indagini, nella farraginosità della procedura, nelle lungaggini di un processo che parte largo con i sequestri e finisce
nell'imbuto strettissimo delle effettive confische. Ai parenti prossimi è riservata la
porzione meno fragile di quella costruzione. Salvata quella il meccanismo si autorigenera e la prima attività commerciale "pulita" può giustificare successive acquisizioni. Fino a nuove indagini. "Ormai - dice Alberto Nobili, memoria storica della
procura di Milano - arrestiamo i nipoti dei capimafia degli anni Ottanta". Ma
come entra un clan nel mondo della ristorazione? L'acquisto è solo una delle
forme. Lontano dai territori del Sud dove l'usura è praticata ma sotto traccia
anche dove, come in Sicilia con Cosa nostra, è espressamente vietata agli uomini
d'onore, i boss usano il prestito come forma di finanziamento di attività fino a quel
momento perfettamente legali. Il boss sostiene i conti del ristorante e punta a
prendersi tutto, magari lasciando il vecchio proprietario come intestatario senza
potere e senza soldi. Era la specialità del clan di Biagio Crisafulli che aveva base
a Quarto Oggiaro e alla Comasina a Milano. È Accaduto ad Amelia, in provincia di Terni dove il clan calabrese dei Marando aveva acquisito per un credito da
50 mila euro il 50 per cento del "Parco degli Ulivi". Era accaduto al ristoratore
Nino Istrice a Palermo che si era fatto aiutare dal boss Salvatore Cocuzza. Il
rischio di esproprio per usura è in cima alle preoccupazioni dei ristoratori romani e i dati sul turnover delle aziende confermano i timori. A Roma interessa 26
mila commercianti, alle prese con 3 mila istanze di fallimento ogni anno. Per
Vincenzo Conticello, il titolare della "Antica focacceria San Francesco" di
Palermo, che ha denunciato gli estorsori in un drammatico confronto d'aula
cominciò tutto, non diversamente che per i ristoratori campani, con una fornitura di mozzarelle. Il grossista era il rampollo del boss Masino Spadaro. Del resto
l'ultima indagine sul racket nel capoluogo siciliano ha svelato come l'imposizione
di un marchio di caffè fosse una moderna testa d'ariete per entrare nelle aziende.
Dalla veranda al Cafè de Paris. A Napoli quasi non fa sensazione che Giuseppe
Setola, il capo degli stragisti casalesi si sia impadronito della "Taverna del
Giullare" in piazza dei Martiri. O che Carmine Cerrato, a capo degli scissionisti
di Scampia avesse a disposizione per i summit l'ex "Etoile" chiuso al pubblico. E
Palermo non si è certo sorpresa quando i Graviano volevano comprarsi "La
Cuba", uno dei locali più in della città, né quando Provenzano ha fatto capolino
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dietro la proprietà di un resort sulle Madonie con cantina d' eccellenza. Roma
invece ebbe un sussulto quando l'anno scorso Ros e Scico e le Procure di Reggio
Calabria e Roma scoprirono che il "Cafè de Paris" di via Veneto, dopo un periodo di declino, era finito nelle mani del clan alleato degli Alvaro-Palamara di
Sinipoli e Cosoleto: gli avevano piazzato un barbiere calabrese come manager.
Ma l'acquisto del Cafè de Paris non era che il coronamento di un'architettura
finanziaria, una scalata da 200 milioni di euro costruita con cura a partire dal
2001. Era cominciato tutto quando Vincenzo Alvaro, figlio di Nicola che aveva
ereditato il bastone del comando a Cosoleto, con la moglie Grazia Palamara si
era stabilito a Roma per scontare il divieto di soggiorno in Calabria facendosi
assumere come aiuto cuoco da un cugino al "Bar California" di via Bissolati, a
una manciata di metri da via Veneto. In sette anni Vincenzo Alvaro ha chiuso
accordi che gli garantivano il controllo di sei bar e tre ristoranti. È al California
che fa la sua comparsa Damiano Villari, un barbiere di Sant'Eufemia di
Aspromonte che ha un reddito da 15 mila euro e conclude per 2,2 milioni di euro
l'acquisto del Cafè de Paris, dopo aver comprato anche l'esclusivo "Georgè s" di
via Sicilia: un affare da 1 milione di euro. Oggi il George's è chiuso. Un cartello
avverte di rivolgersi alla portineria vicina. Dove ricordano ancora la folla di auto
di lusso che intasavano la strada all'ora dell'aperitivo. Il California è ancora aperto, lo gestisce un amministratore giudiziario. Alla cassa c'è un giovane calabrese
che non vuol dire il nome, non conosce Grazia Palamara e Vincenzo Alvaro e
dice di non aver visto mai Damiano Villari. Racconta che il bar è di un certo suo
cugino calabrese, «persona che si alza alle 4 del mattino». Sostiene che il bar gli
sarà restituito. «Sta finendo, sta finendo», ripete scrollando le spalle. La pensa così
anche l'egiziano che serve compito ai tavoli del Cafè de Paris: «Finirà presto, con
i proprietari si stava meglio. Loro sì che hanno i soldi».
Enrico Bellavia
(Tratto da La Repubblica)
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Bottega dei sapori e dei saperi della legalità a Corleone
15 agosto 2010
A Corleone l'ultimo bene confiscato alla mafia dal 15 agosto 2010 è
a disposizione della collettività. Nel
centro storico di Corleone nel
Cortile Colletti in un immobile di
due piani confiscati alla famiglia
Provenzano, è stata inaugurata la
Bottega della Legalità, dove saranno venduti i prodotti delle cooperative che lavorano nei terreni confiscati alla mafia e il Laboratorio
della Legalità, dove si potranno vedere circa cinquanta opere pittoriche del maestro partinicese Gaetano Porcasi, che raccontano visivamente 100 anni di storia
della mafia e dell'antimafia.
La struttura è stata inaugurata alla presenza del Ministro dell'interno e della
Giustizia Maroni e Alfano, del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Letta
e tra gli altri del capo della polizia, Manganelli, dei comandanti dei Carabinieri e
della GDF, Gallitelli e Di Paolo. Presenti anche i sindaci del Consorzio Sviluppo
e Legalità e Don Luigi Ciotti Presidente di Libera.
(Tratto da: www.libera.it)
Allegato
Filmati
Clip video sul tema dei beni confiscati alle mafie e sul loro riutilizzo sociale sono
disponibili nel canale Youtube di Libera, al seguente indirizzo:
http://www.youtube.com/user/fondazioneLibera#p/c/9E677C2E5B8E9840
Storia di un bene confiscato
R o m a : u n b e n e c o n f i s c a t o d i v e n t a p a r c o p u b b l i c o c o n l a p a r t e c i p a z i one dei cittadini.
Dei 9.613 beni immobili confiscati in Italia alle mafie, solo 5.262 risultano già
destinati e consegnati a fini sociali e assegnati e riutilizzati a vantaggio della col130
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lettività, di cui 174 a Roma. Di questi beni fa parte l’area di Collina della Pace:
tre casali rurali, lo scheletro di un edificio e una proprietà di circa 13.000 mq. in
località Finocchio, sequestrati nel febbraio 2002 alla al boss della storica Banda
della Magliana. L’Assessorato alle Politiche per le Periferie, lo Sviluppo Locale, il
Lavoro del Comune di Roma, a cui l’area è stata affidata nel 2002, ha attivato
un percorso di partecipazione con i cittadini del quartiere per individuare insieme le soluzioni da adottare per il recupero dei casali e la riqualificazione dell’intera area su cui era presente, da più di 25 anni, lo scheletro di un edificio di
cemento armato ormai in uno stato di avanzato stato di degrado e oggetto di usi
impropri. Oggi il Comune restituisce un nuovo parco alla città insieme al progetto, già finanziato, di realizzare un biblioteca e uno spazio per le associazioni del
territorio.
Il quartiere finocchio
Finocchio si estende lungo la via Casilina all’altezza del Km 18, nei pressi della
località Borghesiana alla periferia est di Roma. Entrambi i quartieri risalgono agli
anni ‘50, quando, dopo la fine della guerra e la bonifica dei terreni, vennero creati lotti abitativi e sorsero diverse case coloniche legate alle attività agricole presenti nel territorio. La crescita spontanea dell’abitato aumentò progressivamente
durante gli anni ‘60 e ’70, favorendo il fenomeno della speculazione e dell’abusivismo edilizio e il territorio si caratterizzò per l’assenza dei servizi e delle infrastrutture necessarie. Durante gli anni ’70, come altre zone di Roma, il quartiere
Finocchio è stata interessato da diversi piani di risanamento del Comune, fino ad
essere inserito nel 1980 all’interno delle aree periferiche ex abusive, perimetrate
dal Comune di Roma e inserite nel Piano Regolatore, a cui sono stati dedicati
specifici piani di recupero urbano per provvedere alle urbanizzazioni primarie.
Dall’abbattimento dell’eco-mostro alla ricostruzione della Collina
della Pace
L'intervento ha ricostruito il paesaggio attraverso il recupero della collina: un’area
di 13.000 mq divisa in due da una strada veicolare e gravemente compromessa
dalla presenza dell’edificio abusivo in cemento armato di circa 2000 mc. La
costruzione dell’edificio da parte degli ex proprietari aveva determinato lo sbancamento dell’intera collina con la conseguente distruzione del tipico elemento
della campagna agricola circostante. L’intervento realizzato dal Comune di Roma
ha in primo luogo bonificato l’area e demolito “l’ecomostro” che incombeva sull’intero quartiere da decenni. Quindi ha ricostruito la collina sbancata creando un
vero centro di spazi pubblici con piazze disposte su vari livelli, percorsi, punti di
sosta e di visuale e spazi attrezzati per i bambini.
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Il rimodellamento e il ricongiungimento della collina hanno creato un vero e proprio parco urbano che evoca, attraverso una suggestiva architettura, i caratteri
naturalistici ispirati alla memoria dell’agro romano. La realizzazione di percorsi
pedonali consente di migliorare la mobilità attraverso la razionalizzazione dell'attuale assetto del traffico e soprattutto della mobilità pedonale interna al quartiere. L’acqua, elemento essenziale di ogni parco, rievoca il fascino dei fontanili e dei
ruscelli che segnavano le collina e ripropone il “rumore” della natura” in un contesto di spazi per il tempo libero.
Il progetto di recupero dei casali, attualmente fermo per il mancato stanziamento dei fondi destinati dalla precedente amministrazione comunale, fa parte di un
programma che mira alla la realizzazione di 20 centri culturali nella periferia
romana. Nei casali, che dominano il paesaggio dalla sommità della collina,
dovrebbero svilupparsi attività culturali e sociali: una moderna biblioteca e uno
spazio socio culturale per le realtà associative, ovvero quei servizi che, attraverso
il processo di partecipazione e la verifica in pubbliche assemblee, sono stati identificati dai cittadini come priorità per lo sviluppo del quartiere.
(Tratto da: www.libera.it)
Il Cinema Aquila: dalle mani della mafia alla città
Un bene confiscato diventa patrimonio pubblico. Insieme a società immobiliari,
ville, negozi e auto di grossa cilindrata per un valore di oltre 40 miliardi di vecchie lire, l'edificio del Pigneto è stato sequestrato nel 1998 a Matilde Ciarlante,
ritenuta dagli inquirenti "il colletto bianco del malaffare", e a Giuseppe Cillari,
una coppia di camorristi specializzata nel riciclaggio del denaro sporco. Nei primi
anni ottanta, i due, condannati per vari reati, fra cui l'associazione mafiosa, risultano affiliati alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Successivamente
stabiliscono rapporti con Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana,
diventando prestanome di un cospicuo patrimonio immobiliare acquistato con
denaro riciclato e proveniente da usura. Alla fine della loro carriera criminale
entrano in contatto con gruppi malavitosi pugliesi.
I b e n i c o n f i s c a t i a l l a m a f i a u t i l i z z a t i p e r f i n a l i t à s o c i a l i Il Cinema Aquila
è diventato patrimonio del Comune di Roma grazie alla Legge 109 del 7 marzo
1996 "Disposizioni in materia di gestione di beni sequestrati o confiscati" frutto
della mobilitazione di Libera, l'associazione contro le mafie presieduta da don
Luigi Ciotti. La normativa prevede che tali beni siano utilizzati per finalità sociali offrendo opportunità di lavoro a cooperative sociali, sedi per le associazioni e/o
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uffici pubblici. Dei 369 beni immobili confiscati nel Lazio alle mafie, 282 sono
situati in provincia di Roma; la maggior parte dei beni presenti nella Capitale
sono stati confiscati ad appartenenti alla criminalità romana collegati alla cosiddetta Banda della Magliana.
U n s i m b o l o d i d e m o c r a z i a e l e g a l i t à Grazie alla partecipazione degli abitanti, che ne hanno chiesto a gran voce la riapertura, il cinema è diventato un
simbolo di democrazia e di legalità perché restituisce alla città e al quartiere un
bene confiscato alla criminalità organizzata. L'Assessorato alle Politiche per le
Periferie, lo Sviluppo locale e il Lavoro del Comune di Roma, a cui il
Campidoglio ha affidato l'edificio dopo la confisca, ha attivato un percorso di partecipazione con gli abitanti del quartiere e, dopo un´elaborata discussione che ha
coinvolto le associazioni e il Municipio VI, ha approvato il progetto definitivo.
(Tratto da: www.comune.roma.it)
Il Castello Mediceo. Un bene confiscato a Cutolo
Da POL.I.S. Campania – Politiche integrate di sicurezza
Cenni storici - Castello Mediceo
All' inizio fu un "castrum" longobardo, un fortilizio destinato al controllo dell'ampia
pianura nolana e di una strada fondamentale per il commercio del grano. Nel 1085
il Castello ospitò il Papa Gregorio VII e nel 1304 fu distrutto da Carlo D'Angiò per
essere poi ricostruito a partire da 1567 da Bernardetto De' Medici. Nel 1567 i
Medici lo comprarono per 50.000 ducati da Cesare Gonzaga. Giuseppe De' Medici,
che fu uno dei personaggi più significativi della Napoli vicereale sul declinare del
secolo XVII e del potere spagnolo, avviò la trasformazione della cupa fortezza in
un "palazzo di campagna": e qui visse molta parte della sua lunghissima vita. Ma
fu Giuseppe II Medici a dare al "castello" la forma che ancora oggi possiamo ammirare. Gli allievi del Sanfelice e Luca Vecchione ingentilirono la facciata che dà sulla
strada con serie di finestroni ma conservarono alla facciata che dà sul giardino interno la severità e la monumentalità del maniero aragonese. Le numerose stanze, che
il principe Giuseppe III Medici ornò di soffitti e di pavimenti in maiolica e di affreschi del Mozzillo, si affacciano su due corti interne, la seconda delle quali era riservata a spettacoli teatrali e musicali e fece completare anche la scuderia ed impreziosì il giardino con numerose piante esotiche.
Alla fine del '700 il Palazzo de' Medici era certamente uno degli edifici più belli
e innovativi: le sue forme si inserivano con armonia in un paesaggio, allo stesso
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tempo, sublime e pittoresco.
Nel 1892, viene ad abitare nel Castello, con l'amante del momento, Maria
Gravina Cruyllas e con i quattro figli di lei, Gabriele D'Annunzio.
Nel 1970, Raffaele Cutolo fonda la Nuova Camorra Organizzata. Dopo che la
Corte di Cassazione gli ha confermato la sentenza di secondo grado, anziché costituirsi, si dà alla latitanza e, appunto, ufficializza la nascita del soggetto criminoso
che, da allora, avrà come sede il Castello Mediceo.
Fu, probabilmente, sulla stessa scrivania dietro cui si era seduto l'autore de "Il
Piacere", che Raffaele Cutolo compilò il protocollo della cerimonia di iniziazione
alla Nuova Camorra Organizzata, discendente legittima, secondo lui, dell'antica
setta importata dalla Spagna.
Nel 1991, lo storico complesso fu sequestrato dal Tribunale Antimafia. Quello che
negli anni bui della camorra era diventato il simbolo della prepotenza e del malaffare diventa ora il luogo della legalità, della cultura e dell'amore per l'ambiente.
Per opera dell'Amministrazione Comunale di Ottaviano e del Ministero
dell'Ambiente, il Castello diventa anche sede e centro di ricerca del Parco
Nazionale del Vesuvio. Attualmente, gli spazi aperti sono luogo preferito per la
realizzazione di manifestazioni ed eventi culturali, artistici e turistici.
(Tratto da: http://www.polis.regione.campania.it)
Beni confiscati alle mafie: il potere dei segni
L'Agenzia per le Onlus presenta la pubblicazione: "Beni confiscati alle mafie: il
potere dei segni. Viaggio nel paese reale tra riutilizzo sociale, impegno e responsabilità", realizzata dalla Fondazione Libera Informazione.
La ricerca presenta un quadro dettagliato nel nostro paese delle buone pratiche
di utilizzo di beni confiscati sottratti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso
e restituiti alla collettività per uso sociale. Per la prima volta una pubblicazione
presenta, attraverso un'analisi concreta e reale, oltre cento esempi positivi di utilizzo di beni confiscati alle mafie con i quali le comunità locali hanno dato risposta alla domanda di legalità che la cittadinanza pone in territori afflitti dalla presenza di organizzazioni criminali. Uno, dieci, cento passi di responsabilità che
vogliono dimostrare che quando le istituzioni e la società civile si muovono con
lo stesso passo è possibile liberarsi della opprimente presenza della criminalità.
(Tratto da: www.libera.it - Ricerca scaricabile al link:
http://www.agenziaperleonlus.it/intranet/Home-page/Home
page/Eventi/Beniconfi/index.htm?dwn=/Home-page/Home-page/Eventi/Beni-confi/Documenti
/ricerca-beni-confiscati.pdf)
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Allegato
Rilevazione sulle forze di lavoro 2009 - Tasso di disoccupazione
Tra il 2008 e il 2009, il tasso di disoccupazione passa in Italia dal 6,7% al 7,8%,
contro l’8,9% registrato nell’Unione europea a 27 Paesi. In confronto alla Ue, il valore più basso del tasso di disoccupazione si associa, nel nostro paese, ad un più elevato indicatore di inattività, il cui tasso si posiziona al 37,6% (28,9% nella media Ue).
Le regioni con il tasso di disoccupazione più alto sono Sicilia (13,9%), Sardegna
(13,3%) e Campania (12,9%); quelle con il più basso Trentino-Alto Adige (3,2%)
e Valle D’Aosta (4,4%; Tavola 3). In confronto al 2008, la Calabria è l’unica
regione del Mezzogiorno in cui non si registra una crescita della disoccupazione.
Nella disaggregazione per genere, la Sicilia segnala il tasso di disoccupazione più
elevato sia per la componente maschile sia per quella femminile, il Trentino-Alto
Adige quello più basso per entrambi i generi.
Nel dettaglio provinciale, i valori più elevati del tasso di disoccupazione totale
emergono nel Mezzogiorno: Sassari, Palermo e Agrigento superano il 17%. Le
province del Nord segnalano tassi di disoccupazione decisamente più bassi.
(Tratto da: www.istat.it)
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Ora dal Sud fuggono i laureati 80mila emigrati in cinque anni
12 gennaio 2010
ROMA - L'esodo dal Mezzogiorno non si ferma, ma a cercare fortuna nelle regioni del centro nord non sono più ex braccianti e operai disoccupati, ma migliaia
di giovani con un titolo di studio qualificato: tra il 2000 e il 2005, in particolare,
oltre 80mila laureati (l'1,2% dei residenti con tale titolo di studio) hanno abbandonato le regioni del Sud per emigrare in cerca di un'opportunità lavorativa.
Il dato è contenuto in una ricerca sulla mobilità del lavoro realizzata da due economisti della Banca d'Italia (Sauro Mocetti e Carmine Porello). Lo studio dimostra che "il mezzogiorno diventa sempre meno capace di trattenere il proprio capitale umano, impoverendosi della dotazione di uno dei fattori chiave per la crescita socio-economica regionale". L'emigrazione dei "cervelli", rilevano i due economisti, può comportare "un impoverimento di capitale umano che, a sua volta,
potrebbe riflettersi nella persistenza dei differenziali territoriali in termini di produttività, competitività e, in ultima analisi, di crescita economica". In un simile
contesto, a parere dei due economisti, l'intervento dello Stato deve essere mirato
ad eliminare le cause che ostacolano, in termini quantitativi e qualitativi, la crescita economica nel Mezzogiorno.
Nel 2005, spiega la ricerca di Bankitalia, i trasferimenti di residenza tra comuni
italiani sono stati oltre un milione e 300mila, il valore più elevato degli ultimi 15
anni. Le iscrizioni anagrafiche nel centro-nord sono aumentate in tutto questo
periodo, mentre sono diminuite nel mezzogiorno. Al sud, in particolare, "è diminuita la già modesta mobilità di breve raggio, mentre rimane consistente il flusso
migratorio unidirezionale verso le regioni più sviluppate del paese".
In un arco di tempo più ampio - tra il 1990 e il 2005 - quasi due milioni di persone sono emigrate verso il centro-nord e l'emigrazione dal Sud (isole incluse) "ha
ripreso vigore nella seconda metà degli anni Novanta, interrompendo un trend
decrescente che durava dai primi anni Settanta; all'inizio del decennio in corso il
deflusso si è nuovamente attenuato".
Negli ultimi anni, inoltre, è aumentato anche il cosiddetto "pendolarismo di lungo
raggio", fenomeno che riguarda coloro che, pur mantenendo la residenza d'origine, vanno a lavorare in una località molto lontana dal proprio Comune nel quale
riescono a tornare raramente nel corso dell'anno. Un dato del 2007 rivela, ad
esempio, che al centro-nord lavoravano stabilmente circa 140mila persone residenti nel Mezzogiorno (pari al 2,3% degli occupati dell'area); spesso, secondo la
ricerca, si tratta di giovani che non hanno ancora raggiunto la stabilità dal punto
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di vista familiare e occupazionale.
Quante alle cause, l'emigrazione dal Sud continua ad essere alimentata dalle maggiori opportunità di lavoro esistenti nel Centro-Nord e dunque dalla persistenza,
nel Mezzogiorno, di un disagio storico legato alla mancanza del lavoro ed al ritardo di sviluppo e crescita economica. Secondo lo studio di Bankitalia, all'inizio degli
anni Duemila a rallentare i flussi migratori dal Sud contribuì il forte aumento dei
prezzi delle case al centro-Nord. Ma anche il cambiamento del mercato del lavoro con il boom del precariato che certo non incentivava le persone, soprattutto i
giovani, a spostare la residenza per seguire un lavoro a termine.
Infine, conclude lo studio, anche la crescita dell'immigrazione straniera ha contribuito a modificare le scelte migratorie degli italiani, favorendo "l'afflusso dei nativi laureati" e frenando "quello dei meno scolarizzati". In particolare, la concentrazione degli stranieri nel Centro-Nord avrebbe incontrato una domanda di lavoro che in passato veniva soddisfatta dai lavoratori del mezzogiorno".
(Tratto da: www.repubblica.it)
Addio Sud! Nel 2009 emigrati 71.000 giovani apulo-lucani
20 luglio 2010
ROMA - Tra il 1990 e il 2009, circa 2 milioni e 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. La vera "America", per i meridionali, resta il CentroNord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Ma nel 2009 a trasferirsi dal Sud al
Nord sono stati in 114mila, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i
trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila
unità (erano 50mila l’anno precedente).
Questa la fotografia che emerge dal “Rapporto Svimez sull’economia del
Mezzogiorno 2010”, presentato oggi a Roma. E la crisi ha colpito duro i pendolari, generalmente giovani, laureati e precari. Nel 2009, sono stati 147mila, in calo
del 14,8% rispetto al 2008, pari a 26mila unità. Oltre 60mila sono campani,
36.500 i pugliesi, 35mila i siciliani. A seguire, abruzzesi (19mila), calabresi
(16.800), lucani (14mila) e molisani (8.300).
È un’emigrazione diversa dagli anni '60: il trolley e il pc al posto della valigia di
cartone, molti con la laurea in tasca, e moltissime donne.
Solo 1 su dieci dal Sud preferisce trasferirsi all’estero: in valori assoluti, dal 1996
al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle
preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l’estero,
per il 20% laureati; seguono Svizzera e Regno Unito.
Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007),
137
ALLEGATI
9
seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva per il
Mezzogiorno resta la Lombardia, che ha attratto nel 2007 quasi un migrante su
quattro, pari a quasi 29mila persone, seguita dall’Emilia Romagna, con 22mila
unità in più. In Abruzzo e Molise la prima regione di destinazione resta il Lazio,
mentre per la Campania è l’Emilia Romagna.
I migranti sono soprattutto uomini, anche se il Lazio è una regione che attrae più
donne. Riguardo al titolo di studio, i laureati sono il 17,5%, e la regione che ne
attrae di più è il Lazio (25%). L’emigrante tipo ha 31 anni in media: i più giovani, under 30, si dirigono in Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, mentre
l’età media di chi si trasferisce nel Lazio è di 33,8 anni.
I posti di lavoro disponibili nel Mezzogiorno, osserva la Svimez, sono in numero
assai inferiore a quello degli occupati; il sistema produttivo arretrato non è in
grado di richiedere e assorbire il personale ad alta qualificazione che sfornano le
università e non solo. Inoltre, al Sud il lavoro sembra essere meno tutelato: su 186
posti di lavoro persi al Nord, gli interventi di cig hanno interessato 438mila persone, mentre al Sud su oltre 200mila occupati in meno le misure utilizzate sono
state di appena 96mila unità.
In altri termini, al Nord per ogni persona che perde il lavoro, 2 sono protette; al
Sud è l’opposto, solo un lavoratore su 3 ottiene la cig. Con effetti sociali, avverte
la Svimez, devastanti: molti lavoratori precari, perso il lavoro, al Sud, non sono
stati minimamente tutelati.
Quanto ai pendolari, sono giovani e con un livello di studio medio-alto: il 75%
ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato. Oltre il
26% è laureato e quasi il 43% lavora da meno di tre anni. Non lasciano la residenza generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree
urbane né un contratto di lavoro a tempo. Sono soprattutto maschi (76%), single
(50%), dipendenti (90%) full time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.
A livello regionale, l’identikit del pendolare cambia leggermente: l’84% dei pendolari in Trentino Alto Adige opera nei servizi, mentre chi vuole lavorare nell’industria si dirige in Emilia Romagna, Umbria o va all’estero (22%). Il Lazio assorbe molti laureati, mentre Veneto, Friuli e Marche molti pendolari privi di titolo
di studio o con licenza elementare. La maggior parte dei pendolari in Valle
d’Aosta è donna e svolge lavoro dipendente, mentre chi va all’estero è soprattutto uomo (89%). I lavoratori autonomi preferiscono Lazio e Marche. I pendolari
part-time si concentrano in Umbria (13,8%).
(Tratto da: www.lagazzettadelmezzogiorno.it)
138
APPROFONDIMENTI
Gli approfondimenti
Le mafie
Sintesi di un testo tratto dallo Sportello Scuola e Università della Commissione
Nazionale Antimafia
(http://www.camera.it/%5Fbicamerali/leg15/commbicantimafia/)
Significato etimologico
Diverse sono le ipotesi etimologiche del termine mafia. La più accreditata ritiene
che il termine sia di origine araba e derivi dai seguenti termini: mafi, che significa "non c'è"; mahias, inteso come spacconeria; màhfal, inteso come adunanza, riunione di persone; maha, inteso come cava di pietra, in riferimento alle cave di pietra di Marsala e Trapani dove trovarono rifugio i fuggiaschi sin dai tempi dei saraceni; mu inteso come salvezza e inteso come proteggere e tutelare.
Verso una definizione
Il termine mafia, nel linguaggio corrente, viene utilizzato per descrivere organizzazioni criminali segrete formate da uomini e donne, dotate di eserciti privati,
armi e capitali, il cui fine è quello di commettere reati per arricchirsi rapidamente ed impunemente controllando, attraverso l'esercizio della violenza e dell'intimidazione, il territorio nel quale agiscono. Maggiore è la ricchezza di cui le mafie
dispongono maggiore è il loro potere. Il Presidente della Commissione parlamentare antimafia ha affermato che il fatturato criminale attuale delle mafie italiane
ammonterebbe a cento mila milioni di euro. Una parte di questo denaro viene
investita nelle attività illecite - narcotraffico, di armi, di rifiuti, di esseri umani,
estorsioni e usura - un'altra parte viene riciclata e investita in attività lecite, come
ad esempio acquisto di immobili, di quote di aziende, di titoli azionari e di Stato.
Il riciclaggio del denaro sporco viene generalmente effettuato in aree a non tradizionale presenza mafiosa, come ad esempio l'Italia centrale e settentrionale nonché in alcuni paesi esteri, europei ed extraeuropei.
Data la loro natura e considerate le loro finalità le mafie possono definirsi una
particolare forma di crimine organizzato. Infatti, a differenza di altre forme delinquenziali, per raggiungere i loro obiettivi - arricchimento, potere e impunità - le
mafie necessitano di avere rapporti con esponenti del mondo politico, imprenditoriale, economico-finanziario, investigativo-giudiziario, ossia con tutti quei soggetti rientranti nella categoria della cosiddetta "borghesia mafiosa", formata da soggetti insospettabili in grado di assicurare ai mafiosi specifici servizi e relazioni.
139
APPROFONDIMENTI
Il potere mafioso
Il potere delle mafie si fonda principalmente sulla segretezza, sull'omertà, sul silenzio. È per questo motivo che in anni recenti coloro che hanno tradito le mafie
collaborando con lo Stato - i collaboratori di giustizia - sono divenuti oggetto di
vendette trasversali molto cruente che si sono risolte spesso con l'uccisione dei loro
famigliari e dei loro parenti più stretti.
Contrariamente a quello che si è portati a pensare, i mafiosi utilizzano con molta
attenzione la violenza. Infatti, se usata in forme tali da creare un elevato allarme
sociale, come accadde con le stragi in Sicilia del 1992 e con le bombe scoppiate
a Firenze, Milano e Roma nel 1993, la violenza crea allarme sociale ed attira l'attenzione dei mass media, delle forze dell'ordine, della magistratura. In questo
modo i rischi legati alla possibilità di essere arrestati e di vedersi confiscare le ricchezze accumulate aumentano sensibilmente. I mafiosi, dunque, utilizzano le armi
soltanto quando con altri strumenti - la corruzione, l'intimidazione e la minaccia
- non riescono a raggiungere i fini prestabiliti. Quando le armi tacciono è segno
che tra i mafiosi e le persone che con loro sono in rapporto, si è trovato un punto
di equilibrio che soddisfa tutte le parti in gioco. Gli affari illeciti e "leciti" si possono svolgere senza ricorrere all'omicidio.
Mafie e globalizzazione
Diverse sono le cause che hanno permesso la globalizzazione delle mafie. In primo
luogo i beni trattati: i sodalizi mafiosi commerciano in prodotti che vengono realizzati in un luogo e utilizzati in un altro. È questo il caso dei tabacchi lavorati
esteri, delle sostanze stupefacenti e delle armi. Il passaggio di queste merci da uno
Stato all'altro avviene eludendo controlli, corrompendo chi deve vigilare sui transiti e sui pagamenti. Tutto ciò rafforza i vincoli fra le organizzazioni criminali i
cui vertici hanno stabilito dei veri e propri accordi. Un secondo fattore è da rintracciarsi nella globalizzazione dell'economia. Quest'ultima ha comportato il progressivo abbattimento delle frontiere nazionali, la sempre più libera e non controllata circolazione di beni e capitali, oltre che di persone. A fronte di questa situazione, procede lentamente l'elaborazione di regole comuni da parte degli Stati per
contrastare il crimine organizzato e i suoi traffici sul piano internazionale. Il terzo
ed il quarto fattore di internazionalizzante delle mafie sono rappresentati rispettivamente: dalla gestione dei flussi migratori e dalla necessità e capacità di riciclare i proventi illecitamente accumulati nelle economie legali di paesi stranieri.
140
APPROFONDIMENTI
Cosa Nostra
Fu nel 1984 che il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta rivelò al giudice
Giovanni Falcone che i mafiosi siciliani, gli "uomini d'onore", definivano l'organizzazione criminale a cui appartenevano "Cosa Nostra".
La mafia siciliana è nata nella Sicilia Occidentale nei primi dell'800. Ha una struttura piramidale e verticistica. La famiglia è il suo organo di base. Contrariamente
a quanto avviene per la 'Ndrangheta calabrese, con tale termine non si deve intendere un insieme di persone legate tra di loro da legami di sangue. La famiglia
della mafia siciliana è retta da un rappresentante, di nomina elettiva, e controlla
un determinato territorio (es. borgata o un quartiere di una città). Palermo, storicamente, è il centro delle attività e delle decisioni di Cosa Nostra.
A partire dalla seconda metà degli anni '50, su indicazione di Cosa Nostra americana, anche in Sicilia la mafia si è dotata di una struttura gerarchica superiore
denominata "Commissione" o "Cupola", di cui fanno parte i capi dell'organizzazione dislocati nelle diverse province dell'isola. Alla base della piramide mafiosa vi
sono i "picciotti" o "soldati", che costituiscono l'esercito di Cosa Nostra; salendo
si trova la figura del "capodecina" che controlla l'operato di dieci uomini; ancora
più in alto la figura del "capo mandamento" (il mandamento è un insieme di tre
famiglie territorialmente contigue). I capi mandamento fanno parte della "commissione provinciale". Quando un capo mandamento o un capo famiglia viene
arrestato, il suo posto è occupato da un "reggente" provvisorio.
Secondo recenti stime fornite dall'Eurispes sembra che il giro d'affari di Cosa
Nostra ammonti a quasi 13 miliardi di euro l'anno, così suddivisi:
- 8.005 milioni di euro l'anno dal traffico di droga
- 2.841 milioni da crimini legati ad imprese (appalti truccati, aziende,
riciclaggio di denaro sporco, ecc...)
- 1.549 milioni dal traffico di armi
- 351 milioni dall'estorsione e dall'usura
- 176 milioni dalla prostituzione.
La mafia in America
La mafia italo-americana è denominata La Cosa Nostra. Questo termine fu coniato da Salvatore Maranzano, boss mafioso di Castellamare del Golfo, emigrato
negli Stati Uniti dopo la fine della prima guerra mondiale. La mafia in America,
nel gergo del tempo, è stata denominata anche Mob.
Secondo gli studi più accreditati la comparsa dei primi germi mafiosi in territorio
statunitense è da collegarsi con i flussi migratori che dal meridione d'Italia, e dalla
141
PREMESSA
Sicilia in particolare, giunsero negli Stati Uniti, tra la fine dell'800 e i primi anni
del '900. Tra la maggioranza delle persone che lasciavano la loro terra per poter
trovare un lavoro e per vivere una vita più dignitosa, si infiltrarono anche gli
appartenenti alle organizzazioni mafiose italiane. Gli uni e gli altri abitarono inizialmente in quartieri che venivano definiti Little Italy.
Le principali attività svolte dalle famiglie mafiose di La Cosa Nostra sono state le
seguenti:
• il controllo dei porti delle principali città americane;
• l'infiltrazione nel mercato degli appalti pubblici e del settore edilizio;
• la gestione della prostituzione e del gioco d'azzardo;
• il racket.
Tutte azioni svolte ricorrendo alla corruzione di politici, funzionari pubblici, giudici, membri delle forze dell'ordine, insieme all'esercizio della violenza e dell'intimidazione.
Camorra
Non c'è accordo tra gli studiosi sull'etimologia del termine "camorra". Tuttavia la
tesi più accreditata sostiene che "camorra" derivi dalla voce mediterranea
"morra", intesa come "confusione", "rissa", "gioco" molto popolare a Napoli.
Camorra dunque, come ricorda lo studioso Isaia Sales nel suo testo “La camorra, le camorre” indicava un gioco e una specie di tassa per coloro che lo controllavano impedendo risse e violenze. Secondo altri studiosi il termine "camorra"
deriverebbe dalla giacca indossata da banditi spagnoli denominati "gamurri" o dal
nome di una organizzazione armata di mercanti pisani sorta a Cagliari nel XIII
secolo e denominata "gamurra".
La Camorra è l'organizzazione mafiosa nata in Campania, in particolare a Napoli.
A differenza delle altre mafie italiane, essa trae le sue origini nel contesto urbano,
tra gli strati popolari della popolazione. La mafia campana ha una struttura pulviscolare composta di gruppi differenti i quali nascono o per lo sviluppo di gruppi criminali minori o per scissioni che intervengono in clan preesistenti. Le aggregazioni, le scissioni e le ri-aggregazioni di gruppi criminali sono particolarmente
frequenti. Nella mondo della Camorra, a differenza di Cosa Nostra e della
'Ndrangheta, non esiste una struttura gerarchica superiore in grado di mediare e
di ridurre o impedire la conflittualità tra i diversi gruppi delinquenziali. Questa è
una delle ragioni per la quale il tasso di conflittualità tra gruppi camorristici è particolarmente elevato.
Nella provincia di Napoli operano circa 100 gruppi camorristici, a prevalente con142
PREMESSA
duzione familiare e, ciascuno di essi, agisce su un ambito territoriale ben definito.
Talvolta più gruppi criminali operano sul medesimo territorio, addirittura individuabile in un quartiere.
Le attività nelle quali la Camorra risulta coinvolta sono in particolare:
• traffico di stupefacenti;
• traffico di rifiuti tossico-nocivi (controllo delle discariche abusive e
infiltrazione nelle attività di bonifica dei siti inquinati, in particolare da
parte del clan dei Casalesi);
• estorsione;
• usura;
• contrabbando di tabacchi e lavorati esteri;
• lotto e totocalcio clandestini;
• contraffazione di merci (in collaborazione con la mafia cinese. Il porto di
Napoli è un crocevia fondamentale).
La Camorra inoltre si distingue per una elevata infiltrazione nel settore della pubblica amministrazione e negli enti locali. La provincia di Napoli è quella nella
quale si registra il maggior numero di scioglimenti di consigli comunali per sospetto di infiltrazione mafiosa (45 casi dal 1991 ad oggi).
'Ndrangheta
Esistono due probabili etimologie del termine. La prima e più accreditata deriva
dal greco "andraghatía", traducibile con i termine di "virilità" e "coraggio". La
seconda è più legata all'aspetto geografico. In questo caso il termine 'Ndrangheta
deriverebbe da "Andraghatia Regio" che definiva un'area territoriale tra la
Calabria e la Basilicata.
Oggi la 'Ndrangheta è l'organizzazione mafiosa più potente e pericolosa.
Essa è nata in Calabria a metà dell'800. Le sue prime zone d'azione sono state la
provincia di Reggio Calabria e quella di Lamezia Terme (un tempo Nicastro).
Verso il finire dell'800, la 'Ndrangheta estese la sua azione anche nelle città di
Catanzaro e Cosenza.
La 'Ndrangheta ha una struttura organizzativa diversa sia da Cosa Nostra che
dalla Camorra. La sua struttura, tenuto conto anche della morfologia del territorio calabrese e della difficoltà dei collegamenti, è di tipo orizzontale. Il suo elemento di base è la "ndrina" o cosca o famiglia che è radicata in un comune o in
un quartiere cittadino. Sul suo territorio la 'ndrina è completamente autonoma e
il suo capo, che dà il nome alla 'ndrina stessa, è denominato "capobastone". In
un comune ci possono essere più 'ndrine; in tal caso, allora, esse fanno parte di
143
APPROFONDIMENTI
un "locale". Ogni "locale" è retto da tre persone, denominati la "copiata": il
"capobastone" (il quale ha potere di vita e di morte sui suoi uomini ed ha il diritto all'obbedienza assoluta), il "contabile" (addetto alle finanze), il "capo-crimine"
(responsabile dell'organizzazione di tutte le azioni delittuose).
La 'ndrina è formata essenzialmente dalla famiglia naturale, di sangue, del capobastone, alla quale si aggregano altre famiglie generalmente, o inizialmente, subalterne. Le famiglie aggregate non di rado sono imparentate a quella del capobastone. Molte alleanze, così come la cessazione di faide tra gruppi criminali, si stabiliscono attraverso la celebrazione di matrimoni combinati. La famiglia naturale
e i legami di sangue costituiscono un potente scudo protettivo teso a limitare sensibilmente la possibilità di penetrare e di conoscere i segreti dell'organizzazione
mafiosa e, conseguentemente, a rafforzare il sentimento di appartenenza e di
omertà. Quanto affermato è testimoniato dal fatto che l'organizzazione mafiosa
calabrese fa registrare il minor numero di collaboratori di giustizia rispetto ad altre
compagini delinquenziali come Cosa Nostra e la Camorra. Confessare, per un
'ndranghetista, significherebbe accusare famigliari e parenti.
La 'Ndrangheta è l'organizzazione mafiosa più presente nel centro-nord Italia e
all'estero. In ambito nazionale sono soprattutto le regioni della Lombardia e del
Piemonte quelle nelle quali si sono scoperte le maggiori infiltrazioni 'ndranghetiste. Per quanto concerne l'estero, famiglie 'ndranghestiste sono presenti in Canada,
Stati Uniti, Australia, Venezuela, Colombia, Africa, Spagna, Olanda, Belgio,
Francia, Germania, Est Europa (in particolare Romania, Ungheria, Polonia). In
questi territori, nazionali ed internazionali, sono presenti famiglie di 'Ndrangheta
che si sono trasferite dai luoghi di origine per diverse ragioni, tra le quali: per sfuggire a vendette trasversali; perché un loro membro, in base ad una legge dello
Stato, è stato a suo tempo inviato al cosiddetto "soggiorno obbligato" al di fuori
della Calabria; per riciclare capitali illeciti; per gestire i rapporti con altre organizzazioni straniere coinvolte nel traffico di stupefacenti, armi e persone.
Attualmente la 'Ndrangheta occupa una posizione da monopolista nel traffico di
cocaina a livello italiano ed europeo.
Questo anche in considerazione della dimostrata capacità ed affidabilità finanziaria, che consiste nel pagare per pronta cassa lo stupefacente. La 'Ndrangheta ha
rapporti con i cartelli colombiani, con l'organizzazione paramilitare denominata
FARC, con associazioni criminali medio-orientali, con la mafia albanese, bulgara
e turca, oltre che con sodalizi criminali dell'est europeo. Tali rapporti sono finalizzati all'esercizio di specifiche attività illecite come il traffico di esseri umani
mirante allo sfruttamento delle persone nel lavoro nero e nella prostituzione, al
144
APPROFONDIMENTI
traffico di armi e all'utilizzo di nuove rotte per il traffico di droga.
La potenza economica della mafia calabrese è notevole: si stima che il suo fatturato annuo superi i 30 miliardi di euro, parte del quale viene utilizzato per finanziare le attività illecite e un'altra parte, la maggiore, reinvestito nel settore commerciale, immobiliare, della ristorazione attraverso il riciclaggio di denaro sporco
effettuato mediante società intestate a persone incensurate (cosiddetti "prestanome" o "teste di legno"). La 'Ndrangheta ha agito prevalentemente sotto traccia ed
ha sempre approfittato della minore attenzione e della sottovalutazione che si sono
registrate nei suoi confronti rispetto ad altre forme di crimine organizzato, in primis Cosa Nostra. I grandi capitali di cui dispone hanno aumentato la capacità
della 'Ndrangheta di penetrare non solo nell'economia legale, nazionale e internazionale, ma anche nel settore della politica. Sono 37 i consigli comunali sciolti per
infiltrazione mafiosa in Calabria dal 1991 ad oggi, più una Asl (quella di Locri),
e numerosi risultano negli ultimi anni gli attentati intimidatori nei confronti di
amministratori locali. Inoltre va ricordato che il 16 ottobre 2005 a Locri, in occasione delle elezioni primarie indette dallo schieramento politico di centro-sinistra,
è stato ucciso Francesco Fortugno, vice-presidente della Regione Calabria.
L'inserimento diretto in politica è finalizzato all'accapparramento di risorse pubbliche da utilizzare successivamente in iniziative economiche a carattere privato al
di fuori della regione.
Sacra Corona Unita
È un'organizzazione criminale di tipo mafioso nata all'interno delle carceri pugliesi nei primi anni '80. Il suo fondatore è Pino Rogoli, il suo territorio d'azione sono
state le province di Brindisi, Lecce e Taranto; attualmente le sue azioni si esplicano soprattutto nella zona del Salento.
La Sacra Corona Unita, definita anche "quarta mafia" è nata, secondo quanto si
è potuto accertare nel corso delle indagini giudiziarie, come struttura di mediazione delle controversie tra detenuti e come argine rispetto all'azione di esercizio del
potere sul territorio salentino dei clan camorristi che si riconoscevano nella Nuova
Camorra Organizzata capeggiata da Raffaele Cutolo.
È stato senza dubbio il contrabbando di sigarette, che ha visto nella Puglia il principale luogo di sbarco di tabacco lavorato, l'attività criminale che maggiormente
ha contraddistinto questo territorio e attirato gli appetiti delle organizzazioni criminali confinanti con la regione (clan camorristici, gruppi 'ndranghetisti e cosche
mafiose siciliane) prima e di quelle autoctone successivamente. In questo non va
dimenticato il fatto che alcuni camorristi campani e alcuni mafiosi siciliani aveva145
APPROFONDIMENTI
no raggiunto la Puglia in stato di detenzione perché inviati al cosiddetto "soggiorno obbligato" al di fuori dei loro comuni di residenza, così come previsto da una
legge dello Stato.
I mafiosi, criminali di professione, si avvalsero dell'opera di alcuni delinquenti
locali, i quali, grazie alla loro conoscenza del territorio e delle sue potenzialità
(estensione costiera, vicinanza con i Balcani, presenza della rete autostradale e di
aeroporti di medie dimensioni), favorirono una serie di business illeciti mafiosi.
Tra i criminali autoctoni ed i mafiosi, dunque, non vi fu conflittualità ma si stabilirono degli accordi in nome della possibilità di realizzare ingenti e rapidi profitti in un territorio considerato tranquillo rispetto all'azione di contrasto degli
apparati statali. Alcuni criminali pugliesi, ad esempio, vennero affiliati ad alcune
'ndrine della provincia di Reggio Calabria.
Stidda
Definita anche la "quinta mafia", la Stidda è un'organizzazione mafiosa nata in
provincia di Agrigento nella seconda metà degli anni ottanta del XX secolo per
opera di due giovani non ancora ventenni di Palma di Montechiaro, Giuseppe
Croce Benvenuto e Salvatore Calafato, successivamente divenuti collaboratori di
giustizia, i quali non condividevano, insieme ad altri affiliati, le nuove modalità di
gestione di Cosa Nostra imposte dai corleonesi di Totò Riina. Secondo gli studiosi diverse sono le origini del nome di questo sodalizio malavitoso, che tradotto
significa "stella". Una prima ipotesi sostiene che Stidda deriverebbe dal nome del
tatuaggio a forma di stella che gli appartenenti a questa organizzazione portano
tra il pollice e l' indice della mano destra, secondo altri il nome rappresenterebbe
la costellazione di gruppi criminali che si riconoscono in questa organizzazione.
Infine, secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, l'origine del
nome sarebbe legata alla Madonna della stella di Barrafranca, in provincia di
Enna, territorio di azione dell' organizzazione criminale. Un dato che ha caratterizzato le azioni della Stidda, in particolare gli omicidi, è costituito dalla ferocia
nell'utilizzo della violenza. Esponenti di questo sodalizio criminale operano prevalentemente nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa. Alcuni stiddari sono stati rintracciati nel settentrione d’Italia ed in Germania.
In sintesi
La mafia si caratterizza, oggi come ieri, per la spasmodica ricerca di posizioni di
monopolio sul mercato e di condizionamento politico delle scelte collettive. Le sue
funzioni e obiettivi, com’è noto, sono di varia natura e per il loro raggiungimen146
APPROFONDIMENTI
to appare sempre più necessario costruire una fitta rete di rapporti e di relazioni
efficaci. È questo il concetto di capitale sociale mafioso che è stato evidenziato
come un “mix di solidarietà e strumentalità, di egoismo personale e subordinazione agli interessi del gruppo”. Tali relazioni, evidentemente raggiungono vari ambiti sociali e si permeano di tutte quelle connivenze che fanno dell’organizzazione
mafiosa un sistema fortemente strutturato e dai contorni ancora non totalmente
definiti.
Ecco perché è sempre più necessario studiare le mafie utilizzando un nuovo paradigma concettuale che non consideri più il crimine organizzato e la criminalità
economica come due entità separate, ma che guardi al sistema di reti con una
focale più allargata che consenta una più saggia interpretazione di tutte le componenti che lo caratterizzano. La linea di demarcazione, infatti, tra economia
legale ed economia criminale oggi è sempre più sottile ed potrebbe essere costituita dalle cosiddette camere di compensazione istituzionali o paraistituzionali che
hanno forti interessi all’accumulazione economica e alla speculazione finanziaria.
E bisogna pure sottolineare che probabilmente siamo vittime di un frainteso senso
del benessere fatto di un’eccessiva confusione di bisogni indotti, dove la mafia, con
il suo consumismo e mercantilismo esasperato, trova linfa e brodo di coltura.
Del discusso nesso tra mafie e sviluppo
Oggi appare necessario intendere con una nuova ottica la natura del consenso alla
mafia che non faccia più riferimento ai soliti stereotipi folkloristici ma che faccia
invece riferimento ai calcoli utilitaristici di tipo economico attraverso i quali la
mafia utilizza le risorse delle città per poter sviluppare il proprio impianto capitalistico visto nell’ottica dell’aggressione e dell’occupazione militare del territorio.
In taluni casi, tali attività sono assimilabili a quelle di un’impresa innovativa che
si caratterizza per “un’aggressiva presenza imprenditoriale che agisce in direzione
di un’espansione e non di un impedimento delle forze di mercato”. In questo
senso appare illuminante quanto è stato affermato da una recente relazione della
Commissione Parlamentare Antimafia: “Può affermarsi, secondo le leggi classiche
dell’etologia parassitaria, che si procede verso uno stadio di convivenza tra società civile e società criminale, caratterizzato dall’uso minimale della forza e la ricerca prioritaria del consenso: in questa situazione simbiotica, vittima ed aggressore
tendono a raggiungere un equilibrio di fondo, nel quale ambedue scoprono notevoli vantaggi reciproci, che scaturiscono dall’assenza di scontro e dalla condivisione di obiettivi remunerativi”.
Si profila, dunque, una crescente ricerca di meccanismi di legalizzazione delle atti147
APPROFONDIMENTI
vità economiche mafiose, con l’aumento della figura di imprenditore mafioso e
con la tendenza da parte degli operatori economici a ricorrere spontaneamente
alla criminalità organizzata, che viene vista come un’inevitabile, ma anche utile,
leva di semplificazione nel perseguimento di fini imprenditoriali”.
In particolare, i vantaggi di un imprenditore mafioso rispetto a quello che agisce
nella legalità possono essere racchiusi in tre dimensioni: la grande possibilità di
scoraggiare i competitori sul mercato; la possibilità di ottenere un costo ridotto
della forza lavoro e l’imposizione di una maggiore flessibilità delle condizioni di
impiego dei lavoratori; la sicurezza finanziaria rispetto alla proprie transazioni di
cui può godere impunemente. “...l’analisi della criminalità organizzata come soggetto imprenditoriale non è agevole, dal momento che l’impresa delinquenziale
non registra la sua composizione e struttura, non richiede autorizzazioni per l’esercizio delle sue attività, non pubblica i suoi “bilanci”, non è presente nelle statistiche di contabilità nazionale, sfugge ai controlli fiscali e si sottrae al monitoraggio
valutario, e non si serve del diritto per la composizione dei conflitti e per l’esecuzione delle obbligazioni con soggetti terzi...”.
Tali meccanismi fanno sì che le organizzazioni mafiose dapprima creino aziende di
diretta proprietà delle famiglie e dei clan, e successivamente entrino nella vita economica del mercato dando vita ad “imprese a partecipazione mafiosa”. Per poter
giungere a questi importanti risultati, tali imprese devono caratterizzarsi per una
marcata elasticità sul piano organizzativo che si concretizza in una relativa attenuazione della centralizzazione gerarchica e in un rafforzamento della compartimentazione orizzontale, che ha reso sempre più fitta e profondamente duttile la rete di
scambi e di relazioni. A ciò è corrisposto, evidentemente, una tendenziale diminuzione della visibilità ed una sorta di inabissamento della rappresentazione della
mafia tradizionale che molti hanno interpretato come una sorta di declino.
È necessario, invece, leggere questo mutamento nella direzione di un cambiamento di strategia funzionale in direzione di una logica di immersione e di mimetizzazione.
Ma quali sono le strategie a cui fa riferimento il giogo mafioso per svilupparsi e
quali sono le condizioni che stabiliscono il suo perdurare? È importante sottolineare, in questo senso, che la mafia nel tempo si sia accresciuta e affermata proprio nelle zone caratterizzate da una forte dinamicità e internazionalizzazione
delle attività economiche relativamente più elevate.
È il caso della Sicilia del dopoguerra sulla quale gravitavano vari importanti interessi politici e militari; è il caso della Campania della ricostruzione del post-terremoto degli anni ’80; o come la vicenda dei Paesi dell’Est Europeo dopo la cadu148
APPROFONDIMENTI
ta del muro di Berlino.
Per usare una provocazione si potrebbe dire che mafia e sviluppo possono essere
empiricamente compatibili.
Evidentemente, però, bisogna immaginare, uno sviluppo a senso unico che ha trovato, in taluni casi, il suo humus nell’ampio spazio concesso alle iniziative economiche del sistema imprenditoriale. Tali tendenze, in assenza di politiche propulsive, hanno trovato modalità “autopropulsive” grazie alla favorevole congiuntura
internazionale e alla spinta della domanda interna di consumo. Ecco perché, in
quest’ottica, si possono incontrare grandi difficoltà “quando si cerca di stabilire un
confine netto tra economie legali, semilegali, mafiose, sporche e corrotte, difficoltà che […] sono insuperabili”.
Ciò che è certo è che la polarità economica tra economia legale e quella illegale
sembra attulmente non più sufficiente a capire un fenomeno che oggi vede la
seconda come vera e propria specializzazione della prima. Trattasi di attività che
immaginano lo sviluppo inteso come mera accumulazione della ricchezza e del
controllo del territorio in cui, evidentemente, appare centrale il ruolo degli “uomini cerniera” (banchieri, professionisti, imprenditori, politici) che legano indissolubilmente la sfera legale a quella illegale garantendone la stabilità.
Senza le mafie il Sud potrebbe raggiungere il Nord?
Recenti studi sociologici del Centro Studi Investimenti Sociali sull’impatto del
fenomeno mafioso nell’economia del Mezzogiorno d’Italia svolto nell'ambito del
programma "Cultura dello sviluppo e cultura della legalità nel Mezzogiorno" che
ha coinvolto oltre 700 imprese meridionali sotto i 250 addetti, hanno evidenziato
come presenza pervasiva di forme storiche di criminalità organizzata, sia tra le
principali cause della mancata crescita del valore aggiunto nelle imprese del sud.
Quello meridionale è un contesto che storicamente si è distinto per una sua tendenza a non “fare impresa” e a rinchiudersi in se stesso, come confermano le
attuali statistiche sul basso livello di aperture delle aziende al contesto internazionale. In termini di attuali strategie di apertura ai mercati mondiali, infatti, prevalgono atteggiamenti non particolarmente dinamici, tanto che se consideriamo le
statistiche del 2004 del Censis, a fronte di un 26,5% di aziende che hanno adottato una strategia aggressiva sul mercato, la restante parte non ha adottato nessuna (40,7%) o ne ha adottata una tendenzialmente difensiva (32,8%). Il tutto sembra operare in una sorta di equilibrio stabile fatto di pochi capitali, di scarsa diversificazione dei canali di finanziamento di basso livello di accesso al credito e ad
un contenimento marcato degli investimenti. Quest’ultimo asse, in particolare,
149
APPROFONDIMENTI
resta uno dei fattori chiave che ha impedito a molte aziende di seguire i ritmi di
crescita del resto d’Italia e che ha reso quasi indispensabile il ricorso a forme di credito di tipo illegale. L’usura, in tal senso, sembra essere un fenomeno esistente su
larga scala con punte elevate di preoccupazione in Campania come nel resto del
meridione. Dai dati raccolti emerge, inoltre, che gli imprenditori lamentano, a fronte delle proprie scelte strategiche, una certa inefficienza della Pubblica
Amministrazione, che sembra frenare lo sviluppo piuttosto che agevolarlo. Viene
denunciato un generale disinteresse a creare un contesto sociale ed economico più
efficiente, una scarsa disponibilità di aree attrezzate per le imprese, la scarsa progettualità degli Enti Pubblici e in senso più ampio, quasi a completare lo scenario, il
basso dinamismo delle Associazioni di categoria e soprattutto un contesto scarsamente sicuro. Si calcola, in tal senso, che l’incidenza percentuale delle spese sostenute per i sistemi di sicurezza sul fatturato delle imprese medio-piccole negli ultimi
tre anni per il settore del commercio e dell’edilizia raggiungono in media percentuali del 3,5% con una spesa che potrebbe ammontare ad oltre 4,3 miliardi di euro,
il 3,1% del valore aggiunto del Mezzogiorno nel 2001. Si nota, inoltre che il 68%
degli intervistati sente la necessità di acquisire mezzi per la tutela della propria azienda. I settori maggiormente caratterizzati da questo fenomeno sono quello commerciale, alberghiero e dell’edilizia con punte massime in Campania, Calabria e Sicilia
con una diretta interrelazione con l’aumento della dimensione aziendale.
Mettendo a frutto queste riflessioni è immaginabile, allora, che la criminalità organizzata tenda a proliferare laddove il contesto sociale ed economico sia caratterizzato da generali inefficienze e da un più diffuso immobilismo. Pensiamo, in tal
senso, le difficoltà di accesso ai mercati, alle reti di comunicazione scarsamente
sviluppate ed adeguate, alla terribile difficoltà di accesso al credito. Sono questi
gli scenari diffusi laddove Cosa Nostra siciliana, la Camorra campana, la
‘Ndrangheta calabrese e la Sacra Corona Unita pugliese, hanno stabilito i propri
quartieri generali e le loro basi di partenza per le proprie strategie criminali.
Trattasi di contesti in cui talvolta le denunce da parte degli imprenditori per le
vessazioni subite sono così tanto esigue da far immaginare a sprovveduti osservatori una quasi totale assenza della criminalità. Trattasi, ancora, di scenari in cui
probabilmente i fenomeni di estorsione e di “pizzo” vengono percepiti dagli stessi imprenditori come un costo d’esercizio accettabile. Ai più, però, non è chiaro
che il taglieggiamento costituisce la longa manu delle mafie e del loro potere criminale, teso a ridurre il mercato e a limitare la concorrenza entro schemi stabiliti viziati da una evidente alterazione dei meccanismi reali di scambio di merci e
servizi. Ciò che accomuna tali scenari è teso a creare una economia viziata e
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APPROFONDIMENTI
caratterizzata da meccanismi perversi di raggiungimento e mantenimento del profitto. Tali meccanismi fanno riferimento, ad esempio, alla raccolta di capitali da
attività illecite a costi relativamente bassi e all’acquisizione di quote di mercato a
costi evidentemente più contenuti. Tutto ciò, è lapalissiano a dirsi, inficia drasticamente i meccanismi reali di domanda e offerta della concorrenza e fa si che le
aziende criminali possano perseguire le proprie politiche di profitto con pesanti
costi per tutta la collettività che sembra rassegnarsi ad un perenne perdurare di
tali condizioni di iniquità. Fa riflettere, in tal senso, che il 78% degli imprenditori calabresi e il 51,5% di quelli siciliani ritengano rare le attività criminali e poco
diffusa l’usura ed il racket. Stupisce ancor di più che per taluni di essi (67%) l’associazionismo antiracket non sia utile a risolvere i problemi dell’impresa e che sia
addirittura dannoso (21%) a causa di inutili ritorsioni. Inoltre, il 33% degli
imprenditori intervistati considera la criminalità organizzata un falso problema utilizzato dalle istituzioni per nascondere questioni più gravi. Ciò è la rappresentazione palese di come l’imprenditoria al meridione rappresenti ancora un’attività
profondamente caratterizzata da difficoltà. È chiaro allora che, talvolta, si tratta
di un problema che affonda le sue radici in dinamiche di natura culturale e di
sudditanza psicologica; una difficoltà che genera rassegnazione se non addirittura
pessimismo e disillusione rispetto ad un futuro libero dal giogo mafioso. A conferma di queste riflessioni il 42,5% degli intervistati, infatti, ha evidenziato che il
proprio fatturato potrebbe aumentare se il contesto territoriale fosse più sicuro e
libero; mentre la restante parte ha sottolineato che non c’è nessun ostacolo alla
crescita del proprio fatturato da parte delle criminalità organizzate. Sono queste,
allora, alcune tra le cause che hanno impedito al Sud seguire i ritmi di crescita
del Nord. Il volume di ricchezza non prodotta rapportata al valore del PIL del
Mezzogiorno, infatti, ne rappresenta il 2,5% e se non avesse avuto modo di incidere negativamente sull'andamento della produzione, dall'81 ad oggi, il PIL procapite del Mezzogiorno avrebbe probabilmente raggiunto quello del Nord.
Fonti utilizzate
Centorrino M., La Spina A., Signorino G., Il nodo gordiano, criminalità mafiosa e sviluppo del
Mezzogiorno, La Terza, Bari, 1999, pag. 95
Centorrino M., Lo Presti G.F., Strumenti di sviluppo locale: la programmazione negoziata, Palomar,
Bari, 2005, pag. 11
Cr. Ruggiero V., Economie sporche. L’impresa criminale in Europa, Bollati Boringhieri, Torino,
1996, pag. 176
Falocco S., Atti di Contromafie, Libera, Roma, 2007, pag. 199
Censis, Impresa e criminalità nel Mezzogiorno, Gangemi, Roma, 2004
151
APPROFONDIMENTI
Cavallaro F. (a cura di), Mafia: album di Cosa nostra, Rizzoli, Milano, 1992, pag. VII
Sciarrone R, Mafie vecchie, mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 1998
Paoli L., Fratelli di mafia. Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, Il Mulino, Bologna, 2000, pag. 116
Dino A., Dov’è sparita la mafia, <<Segno>>, XXXIII, maggio-giugno 2007, 285-286, pag. 18-23
Grasso P, La Licata F., Pizzini veleni e cicoria, Feltrinelli, Milano, 2007, pag. 172
Gucciardo G., Dal codice d’onore al codice dell’interesse, in “Segno”, 235, 2002, pag 64-66
Armao F., Il sistema mafia, Dall’economia-mondo al dominio locale, Bollati Boringhieri, Torino,
2000, pag. 234
Shumpeter J., Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, 1971
Arlacchi P., La mafia imprenditrice. L’etica mafiosa e lo spirito del capitalismo, Il Mulino, Bologna,
1983, pag.109
Cfr. Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o
similare, doc XXIII, n. 3, 30 luglio 2003
Arlacchi P., The Mafioso: from Man of Honour to Entrepreneur, in New Left Review, 1979, pag.
69-72
Cfr. Rey G.M., La mafia come impresa, in Forum “Economia e criminalità”, Roma, 14-15 maggio
1993, pag. 91
Fantò E., L’impresa a partecipazione mafiosa. Economia legale ed economia criminale, Dedalo,
Bari, 1999
Sciarrone R. (a cura di), La mafia esiste ancora, in “Giorni di Storia”, n. 26, supplemento a
“l’Unità”, maggio, 2004, pag. 95
Lodato S., Grasso P., La mafia invisibile, La nuova strategia di Cosa Nostra, Mondadori, Milano,
2001
Cfr. Dino A., Etnografia del mondo di Cosa Nostra, Edizioni La Zisa, Palermo, 2002; R. Sciarrone,
Mafia e antimafia: i cicli e le soglie, in «Segno», 235, maggio-giugno 2002.
152
APPROFONDIMENTI
Beni confiscati
Uno degli elementi fondamentali per sconfiggere le mafie è procedere al loro
impoverimento confiscando loro tutti i beni e i patrimoni acquisiti mediante l'impiego di denaro frutto di attività illecite. Si tratta di un principio fondamentale
che Pio La Torre, segretario regionale del partito comunista in Sicilia e parlamentare della Commissione antimafia, ucciso a Palermo il 30 aprile 1982, capì in
modo molto chiaro. Infatti, la legge che successivamente introdurrà nel codice
penale italiano l'articolo 416-bis e altre norme, denominate misure patrimoniali,
che consentono la confisca dei capitali mafiosi, porta il suo nome insieme a quello dell'allora Ministro dell'Interno, Virginio Rognoni.
I beni dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti
alle organizzazioni mafiose vengono confiscati, vale a dire sottratti definitivamente a coloro che ne risultano proprietari. Questi beni sono rappresentati da immobili (case, terreni, appartamenti, box, ecc.), da beni mobili (veicoli, natanti, denaro contante e titoli) e da aziende.
Secondo quanto previsto dalla legge 7 marzo 1996, n. 109, una legge di iniziativa popolare sostenuta dalla raccolta di un milione di firme da parte dell'associazione Libera, i beni immobili possono essere usati per finalità di carattere sociale.
Questo significa che essi possono essere concessi dai comuni, a titolo gratuito, a
comunità, associazioni di volontariato, cooperative sociali e possono diventare
scuole, comunità di recupero per tossicodipendenti, case per anziani, ecc. Nelle
regioni meridionali, ad esempio, sono sorte delle cooperative sociali di giovani che
lavorano coltivando terreni confiscati alle organizzazioni mafiose producendo
pasta, vino e olio. In base alle previsioni della legge finanziaria 2007 (Legge 27
dicembre 2006, n. 296, comma 201-202) i beni confiscati possono essere assegnati anche a Province e Regioni.
I beni immobili non assegnati ai comuni sono acquisiti al patrimonio dello Stato
e vengono utilizzati per finalità di giustizia, ordine pubblico e protezione civile.
Le recenti modifiche ai sensi della Legge Finanziaria 2010 hanno introdotto la
possibilità che i beni confiscati e non destinati possano essere messi in vendita; in
questo caso è previsto che i proventi vadano ad alimentare il Fondo Unico
Giustizia a per essere riassegnati, nella misura del 50 per cento, al Ministero dell’interno per la tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico e, nella
restante misura del 50 per cento, al Ministero della giustizia, per assicurare il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari e degli altri servizi istituzionali (vedasi anche allegati al percorso 9).
153
APPROFONDIMENTI
Il progetto Libera Terra
Il progetto “Libera Terra” (www.liberaterra.it) ha l’obiettivo di promuovere la
nascita di cooperative sociali, nel settore agrobiologico, su terreni confiscati alla
mafia, e di sostenere successivamente la commercializzazione dei prodotti agricoli, portatori di un messaggio chiaro e forte di convenienza della legalità. Il recupero di un bene confiscato alla mafia e la sua fruibilità rispetto alle esigenze del
territorio, sono certamente un’azione concreta contro il problema della disoccupazione e della mancanza di reali forme di sviluppo locale, ma rappresentano
anche un modo incisivo di promuovere cultura della legalità in terra di mafia,
recuperando porzioni di territorio che prima la mafia annoverava tra le proprie
ricchezze patrimoniali e tra i propri simboli di potere.
Nel primo progetto pilota, volto alla creazione della “Cooperativa Placido
Rizzotto”, il lavoro è stato svolto congiuntamente con Italia Lavoro Spa e con il
Consorzio Sviluppo e Legalità della provincia di Palermo che “ha come scopo la
gestione imprenditoriale, tramite affidamento gratuito a cooperative sociali di
nuova costituzione, di terreni agricoli e fabbricati rurali confiscati alla mafia, in
un’area tradizionalmente caratterizzata dalla presenza delle più pericolose cosche
mafiose.1” Sulla scorta di tale esempio, in questi anni sono nate altre esperienze
cooperative in Sicilia, in Calabria e Puglia. Oggi queste forme di imprenditoria
basate sulla gestione di terreni agricoli e beni immobili confiscati alle cosche
mafiose, permettono anche il reinserimento lavorativo di persone svantaggiate. In
taluni casi l’attività agricola d’eccellenza si accompagna anche alla promozione
turistica del territorio, come nel caso della Cooperativa Placido Rizzotto o della
Cooperativa Pio La Torre (costituita per bando pubblico nel giugno 2007) che nel
territorio di San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone gestiscono, tra
l’altro, anche la Cantina Centopassi, gli agriturismo “Portella della Ginestra” e
“Terre di Corleone”e il centro ippico “Giuseppe Di Matteo”.
A livello nazionale, gli ettari di terreni agricoli gestiti in regime di agricoltura biologica dalle cooperative afferenti al progetto “Libera Terra” sono più di 700. Vini,
olio, pasta, legumi, miele e conserve a marchio sono commercializzati attraverso
le Botteghe dei Sapori e dei Saperi della legalità (presenti a Roma, Napoli, Pisa,
Torino, Palermo, Firenze, Mogliano Veneto, Avellino e Corleone), la rete del
commercio equo-solidale e gli ipermercati Coop.
Tutto ciò è stato possibile solo laddove i tavoli di concertazione hanno messo in
rete l’Agenzia del Demanio, le Prefetture, i Comuni, i Consorzi di Comuni e le
varie associazioni, e dove quest’attività di sinergico scambio è stata associata al
reperimento di finanziamenti pubblici, come quelli del PON Sicurezza per il
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APPROFONDIMENTI
Mezzogiorno d’Italia del Ministero dell’Interno per la fruizione e la ristrutturazione delle strutture.
Le realtà ad oggi parte del circuito “Libera Terra” sono:
• Cooperativa “Placido Rizzotto” (Sicilia)
• Cooperativa “Valle del Marro” (Calabria)
• Cooperativa Sociale “Pio La Torre” (Sicilia)
• Cooperativa “Terre di Puglia” (Puglia)
A queste si aggiungeranno inoltre diverse realtà nascenti:
- la Cooperativa “Le Terre di Don Peppe Diana”, che opererà su beni confiscati nell'agro casertano nella produzione di prodotti bufalini. Al momento è in
corso la formazione delle figure professionali selezionate attraverso un bando
pubblico;
- la Cooperativa “Beppe Montana”, nella quale 4 soci lavoratori (che in futuro
diventeranno 6) si occuperanno di agrumeti, oliveti e terreni a seminativo nei
comuni di Belpasso, Rammacca, Motta Sant'Anastasia e Lentini (CT);
- una cooperativa che riutilizzerà i terreni confiscati al clan Arena presso Isola di
Capo Rizzuto (KR).
Il bene confiscato come vettore di cultura della partecipazione
Il recupero di un bene confiscato alla mafia e la sua fruibilità rispetto alle esigenze del territorio, sono certamente un’azione concreta contro il problema della
disoccupazione e della mancanza di reali forme di sviluppo locale ma rappresentano anche un modo incisivo di promuovere cultura della legalità in terra di
mafia, recuperando porzioni di territorio che prima la mafia annoverava tra le
proprie ricchezze patrimoniali e tra i propri simboli di potere. Dal momento del
suo riutilizzo a fini sociali, il bene appartiene dunque al patrimonio cittadino. Da
quel territorio recuperato può partire allora un percorso formativo rivolto soprattutto ai giovani, perché possano prendere coscienza dell'importanza di restituire
alla società i beni confiscati ai mafiosi, acquisendo consapevolezza del ruolo propositivo della "società civile". L’impegno per il riutilizzo dei beni confiscati è un
modo per far sentire i giovani partecipi della propria comunità. Tutte le interazioni fra le cooperative del circuito “Libera Terra” e il mondo della scuola e dell’associazionismo giovanile sono uno scambio particolarmente importante perché
formano i futuri attori del territorio alla cittadinanza attiva, dando loro quegli
strumenti di conoscenza e di consapevolezza, che possono creare le basi per combattere la cultura dell'indifferenza e per far emergere la cultura della partecipazione e del cambiamento.
Si formano così i potenziali protagonisti di nuovi significativi progetti di impegno
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APPROFONDIMENTI
civile e sociale a favore del proprio territorio: progetti che possono anche interessare i beni confiscati, scelti da quei giovani, come risorse a partire dalle quali creare una possibilità occupazionale.
Il bene confiscato come fattore di riterritorializzazione
Il progetto “Libera Terra“, sul piano delle produzioni agricole, propone uno scenario di "riterritorializzazione", cioè di costruzione di modelli di sviluppo locale nel
segno della sostenibilità. Modelli che ripensano il territorio non più come oggetto
da sfruttare indiscriminatamente ma come soggetto da tutelare e valorizzare.
La "riterritorializzazione" è intesa quindi come cura dell’ambiente naturale e del
suo intreccio con l’insediamento umano. La scelta dell’agricoltura biologica e di
puntare, sul tipico, sul recupero delle tradizionali coltivazione autoctone, nasce
dall’obiettivo di interpretare l’identità di lunga durata del luogo dove si vive.
Il bene confiscato come elemento di sviluppo e fattore di inclusione
socio-lavorativa
In quanto crocevia di percorsi di sostenibilità, da un lato, e di cittadinanza attiva
e consapevole, dall’altro, il bene confiscato può diventare patrimonio essenziale e
vitale della comunità. Coinvolto nelle logiche degli attori cooperatori che sono
logiche di riappropriazione e di inclusione nei processi dello sviluppo e della diffusione della legalità, il bene confiscato si tramuta in “bene comune” nel momento in cui avviene il passaggio da un circuito originario illegale a un circuito produttivo legale, che dà benefici al territorio e alla comunità in termini di sviluppo
locale e di occupazione.
Il bene confiscato come oggetto semiotico
Dal circuito produttivo si passa poi ad un circuito semiotico, che conferisce al
bene confiscato la funzione di segno nuovo della voglia e della possibilità di cambiamento, dell’ansia di riscatto sociale e dell’impegno a riqualificare il proprio territorio, solitamente stigmatizzato come zona socialmente degradata, economicamente e culturalmente sottosviluppata.
Il bene confiscato gestito dalle cooperative come presidio di cultura
democratica
La natura cooperativa dell’impresa sociale che gestisce un bene confiscato è una
dato da non sottovalutare. Le cooperative, per la loro natura giuridica e i loro
processi decisionali interni, sono presidi di cultura democratica: un fattore importante questo perché il fenomeno mafia è anche un problema di malgoverno, di
asfissia della cultura democratica, di gestione clientelare del potere e di privatizzazione della cosa pubblica.
156
APPROFONDIMENTI
Il bene confiscato come rilancio di una immagine positiva del territorio
Si ha così una riconciliazione fra abitante e quella porzione di territorio sottratta
al potere mafioso. Nella fase della paura il bene confiscato porta l’individuo a dissociarsi dal proprio territorio, avvertito come ostile, come spazio non condiviso ma
occupato da forme illegittime di sovranità territoriale rappresentate dal potere
mafioso. Il progetto Libera Terra mira all’attivazione delle potenzialità trasformative dei giovani del territorio coinvolti in prima persona in qualità di soci delle
cooperative e di quelli coinvolti indirettamente attraverso la scuola e l’associazionismo. Il progetto, infatti, promuove l’attitudine al cambiamento attraverso l’elaborazione collettiva di un’esperienza di trasformazione: un oggetto di “scarto”,
connotato negativamente dal punto di vista simbolico (come è un bene confiscato alla mafia, avvertito nella fase della paura come un “non bene”, materia intoccabile e inutilizzabile), in un oggetto di “valore”, come è il terreno reso produttivo, percepito nella fase del coraggio e della speranza come luogo di scambi culturali e di aggregazione sociale, meta di un percorso formativo, propulsore di sviluppo locale sostenibile. La riconciliazione tra abitante del territorio e beni confiscati, si riflette positivamente sulla percezione globale del luogo dove si vive, in
quanto contribuisce ad elaborare una rappresentazione positiva del territorio.
Problematiche generali in seno alle cooperative o alle associazioni
affidatarie di beni confiscati.
Dal punto di vista delle associazioni o delle cooperative che ricevono in uso i beni
confiscati alle mafie sono evidenziabili palesi difficoltà, sulle quali è possibile fare
una prima riflessione. Innanzitutto bisogna evidenziare la strutturale complessità
nella gestione dei beni in contesti, per certi versi, ancora caratterizzati dalla presenza, seppur non manifesta e tenuta sommersa da varie “strategie d’inabissamento 2”, delle stesse cosche a cui tali beni sono stati strappati. Per tali associazioni e
cooperative, gestire strutture in situazioni del genere comporta evidentemente una
grande difficoltà e presuppone un’azione corale di repressione e prevenzione dell’attività criminale e di sostegno collettivo alle proprie attività. Se per molti, tale
sostegno può apparire scontato, in realtà non è propriamente così. Bisogna evidenziare, infatti, che si riscontano ancora atti d’intimidazione caratterizzati da una
recrudescenza per i quali è necessario mobilitare tutte le forze sociali e politiche
e sulle quali è necessario riflettere per organizzare una risposta ben strutturata.
Altra notevole difficoltà consiste nel gestire le imprese stesse all’interno del sempre più competitivo mercato globale. Tali imprese, il più delle volte, si caratterizzano per scelte aziendali orientate al futuro e per le quali sono necessari copiosi
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APPROFONDIMENTI
investimenti, sia in termini di risorse fisiche (acquisto macchinari, utilizzo di strutture, ecc.) sia in termini di risorse umane. In tale contesto economico altamente
competitivo le difficoltà di mantenere i posti di lavoro dei soci e dei lavoratori che
prestano il proprio generoso lavoro sono evidenti e vanno, perciò, pianificate le
opportune soluzioni. Risultano inoltre particolarmente onerosi gli investimenti per
riportare alla produttività terreni e colture che sono rimasti incolti per lunghi
periodi.
A ciò si aggiunge anche la difficoltà, per certi versi paradossale, di tali imprese di
accedere al credito. La legge, infatti, è bene evidenziarlo, prevede che queste ultime siano soltanto le affidatarie, tramite comodati d’uso, delle strutture confiscate
ai mafiosi. Per gli istituti creditizi, evidentemente, tale referenza non costituisce
alcuna garanzia economica e impedisce di fatto l’accesso a forme di mutui o prestiti, assolutamente necessari per fronteggiare gli investimenti.
Difficoltà culturali.
Si è detto che il riutilizzo dei beni confiscati è direttamente connesso alla dimensione di visibilità che questi hanno direttamente sul territorio. Ciò è possibile soltanto tramite una significativa attività di rinascita culturale, sociale ed economica
che si interrela con il profondo contenuto etico e simbolico della legge 109/96 tramite la quale, di fatti, le mafie possono essere sconfitte tramite politiche attive di
utilizzo di risorse economiche per lo sviluppo. Per questo motivo è strettamente
necessario promuovere tutti quei canali che fanno della cooperazione sociale e dell’associazionismo diffuso i veri motori del rinnovamento democratico dei territori
che passa attraverso il contrasto all’uso spregiudicato e viziato del denaro e della
violenza, caratteristiche tipiche dei poteri mafiosi. Altro fattore da evidenziare
della legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie è che adesso costituisce un
valido strumento ad integrazione degli strumenti di repressione e di prevenzione
già validamente utilizzati nel nostro sistema. Alla importante azione delle forze
dell’ordine e della magistratura, va affiancata una concreta attività da parte della
società civile che certamente deve costituire il vero motore del cambiamento sociale e che beneficerà in primis dello sviluppo economico. Per tale motivo, è necessario evidenziare ancora una volta che i beni confiscati rappresentano concrete
risorse, talvolta di rilevante valore economico, ed il loro utilizzo virtuoso può permettere, almeno per alcuni casi, una rapida crescita economica e sociale dei contesti in cui insistono. Quest’ultima dimensione fa sì che la cultura dell’impresa
possa radicarsi anche in territori che, a causa di endemici problemi etici e sfavorevoli condizioni, non hanno mai considerato le possibilità di sviluppo ad essa col158
APPROFONDIMENTI
legata. I beni confiscati, infatti, possono realmente essere considerati motori di sviluppo se vengono reimpiegati in una logica imprenditoriale illuminata, scevra dai
condizionamenti del mercato e dai meccanismo di un capitalismo sfrenato. Le
cooperative sociali, infatti, laddove gestiscono terreni agricoli o strutture confiscate alle mafie, possono rappresentare degli avamposti del cambiamento economico
che veicola i valori dell’economia solidale e della tutela del territorio inteso nella
sua interezza come l’insieme delle risorse fisiche e culturali.
Ecco perché urge una pronta rivoluzione culturale che diventa possibile anche tramite un rinnovamento educativo. In tal senso, il sociologo Franco Cassano afferma che “l'ostacolo maggiore all'avvio di una nuova fase del Mezzogiorno è la
depressione, quel pessimismo sulle possibilità di fare e di cambiare che spinge gran
parte degli attori di un possibile rinnovamento a scegliere la via delle defezione
anziché quella della cooperazione, dell'impegno attivo e costante, dell'investimento positivo sugli altri e sul futuro3 ”.
L’esperienza concreta di queste forme di uso sociale dei beni confiscati fa ben sperare per il futuro, tanto che “i risultati […] sono frutto […] di un gruppo composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di
uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori. Questo
gruppo ha esercitato un peso contro Cosa Nostra, che si è trovata isolata nelle sue
relazioni interne e quel peso […] è stato sufficiente per ottenere […] una grande
vittoria4 ”.
(Sintesi aggiornata di un testo tratto dallo Sportello Scuola e Università della
Commissione Nazionale Antimafia:
http://www.camera.it/%5Fbicamerali/leg15/commbicantimafia/ )
note
1. Cfr. La Spina A., Mafia legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna, 2005,
pag. 151-152
2. Lodato S., Grasso P., La mafia invisibile: la nuova strategia di Cosa nostra, Milano,
Mondadori, 2001
3. Cfr. Cassano F., Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Dedalo, Bari, 2004,
pag. 125
4. Cfr. Lupo S., L’evoluzione di cosa nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze, in “Questione
Giustizia”, 3, pag 505
159
APPROFONDIMENTI
Dati statistici aggiornati al 7 giugno 2010
(Tratti dal sito web dell'Agenzia nazionale: www.benisequestraticonfiscati.it )
Beni confiscati per regione
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APPROFONDIMENTI
Beni confiscati per tipologia
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APPROFONDIMENTI
Beni confiscati per assegnatario
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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
Bibliografia ragionata
Alcuni titoli suggeriti dalla Libreria Torre di Abele di Torino sul tema delle Mafie
e non solo
C u o r e d i m a d r e”, Mondadori
Roberto Alajmo, “C
Cosimo Tumminia ripara biciclette nel paese di Calcara, in Sicilia; solo che a
Calcara nessuno va in bicicletta. Cosimo, inoltre, ha fama di portare sfortuna e
quindi nessuno frequenta il suo negozio. Per questo alcuni delinquenti lo hanno
scelto per un singolare accordo: gli lasceranno in casa un bambino rapito, torneranno a riprenderselo e gli daranno una ricompensa. Ma Cosimo non ha fatto i
conti con sua madre che lo ama, lo spia, lo controlla.
Niccolò Ammaniti, “II o n o n h o p a u r a”, Mondadori
Nel silenzio della campagna pugliese, in un’estate caldissima, un gruppo di bambini gioca in mezzo ai campi di grano. Uno di loro, Michele, scopre che il male
esiste, che è terribilmente reale e ha una faccia peggiore dell’incubo più brutto
che un bambino possa immaginare.
S a n d o k a n . S t o r i a d i c a m o r r a”, Einaudi
Nanni Balestrini, “S
In un paesino degradato del Casertano, per sfuggire alla misera vita contadina dei
padri, un gruppo di giovani sceglie la scorciatoia della delinquenza. Decisi a non
arrestarsi di fronte a nulla, in breve tempo fanno strage dei camorristi rivali e sottomettono tutti i clan della zona, arrivando a creare un impero economico internazionale, più potente e ricco della stessa mafia siciliana. La folgorante ed efferata parabola si conclude con una sanguinosa guerra interna.
G u e r r a d i m a l a c a r n e”, Baldini Castoldi Dalai
Giosuè Calaciura, “G
Un assassino e un giudice. Una città in bilico. È il palcoscenico di tradimenti e
regolamenti di conti mafiosi, esecuzioni, stragi. Sembra di riconoscere profili noti,
le cronache dure dell’attualità, la memoria offesa di Cosa Nostra. Ma non è solo
un romanzo sulla mafia: è il teatro della realtà siciliana, crudele come le favole,
tra vicoli e mercati, carceri e tribunali, fantasmi, morti risuscitati e vivi in attesa
di sepoltura, pentiti che confessano con un linguaggio gonfio e visionario.
R o m a n z i s t o r i c i e c i v i l i”, Mondadori
Andrea Camilleri, “R
Nove romanzi di ispirazione storica e civile scritti da Andrea Camilleri, quasi tutti
ambientati in Sicilia tra fine del Seicento e Ottocento.
163
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
A d o c c h i c h i u s i”, Sellerio
Gianrico Carofiglio, “A
Una giovane donna vittima di maltrattamenti ha il coraggio di denunciare l’ex
compagno suo persecutore: nessun avvocato vuole rappresentarla per timore delle
persone potenti implicate. L’avvocato Guerrieri, invece, non riesce a rifiutare le
pratiche che non portano né soldi né gloria, ma solo nuovi nemici. La ragazza
con un’aura d’inquietudine gli fa scattare una molla che lo spinge ad assumerne
la difesa.
Matteo Collura, “II n S i c i l i a”, Longanesi
Raffinata e selvaggia, cupa e solare, ascetica e pagana. Con tutte le sue contraddizioni, in cui convivono spiritualità e violenza, bellezza sublime e deturpata, ricchezza e miseria, la Sicilia, crocevia della storia, è metafora e specchio dell’Italia
intera. Matteo Collura rivisita luoghi, persone, coglie atmosfere lungo un itineario che attraversa la realtà per giungere al mito e viceversa.
L o s p a s i m o d i P a l e r m o”, Mondadori
Vincenzo Consolo, “L
Il romanzo di un drammatico bilancio, di una dolorosa e lucida resa dei conti. Il
romanzo della Sicilia, dell’Italia – tra Milano e Palermo – degli ultimi cinquant’anni e quello della controstoria dell’Italia letteraria e civile. L’eterno romanzo
dei padri e figli: di Gioacchino, lo scrittore protagonista della storia, e suo padre,
forse ucciso dai nazisti per causa sua; di Gioacchino e suo figlio, esule a Parigi per
ragioni di terrorismo politico. Il romanzo di una amore, tra Gioacchino e Lucia,
e il romanzo dell’oblio e della dimenticanza.
R o m a n z o c r i m i n a l e”, Einaudi
Giancarlo De Cataldo, “R
Un’Italia segreta, inquietante in un romanzo dove i protagonisti sono una banda
di giovani delinquenti che decide di conquistare Roma, e diventa un esercito quasi
invincibile. Politica, servizi segreti, giudici onesti, poliziotti e il più grande bordello della Capitale in un romanzo basato su una minuziosa documentazione.
T r e d i c i c a s i p e r u n a g e n t e s p e c i a l e”, Fabbri editori
Ornella Della Libera, “T
Lettura: da 12 anni
Tredici storie dalla cronaca alla pagina scritta: un’agente di polizia impegnata in
casi di minori a Napoli racconta le sue esperienze. Nome in codice Blondie:
un’agente donna in una città complicata, dove la malavita s’infiltra ovunque, dove
bambini e ragazzi sono vittime di violenze ma ne diventano anche i protagonisti, dove stabilire chi è buono e chi è cattivo non è sempre facile.
164
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
U n a n n o”, Fondazione Giuseppe Fava
Giuseppe Fava, “U
I curatori Elena e Claudio Fava hanno raccolto gli articoli, i racconti, gli editoriali, i bozzetti seguendo lo stesso ordine che Giuseppe Fava avrebbe dato a questo libro. Dai mafiosi ai palazzi del potere, ma non solo. Oltre a restituirci gli scritti di un giornalista e di un intellettuale dell’importanza di Fava, il libro è anche
una fonte per la storia del 1983 in Sicilia.
P e r i c l e i l n e r o”, Adelphi
Giuseppe Ferrandino, “P
Un romanzo dal ritmo secco, con un plot che non perde un colpo e i personaggi che hanno uno spessore del tutto ignoto ai cliché imposti dal genere: Pericle,
l’uomo-cane che diventa uomo e acquisisce sicurezza di sé attraverso il rifiuto delle
regole del mondo e l’incontro con una strana donna, Nastasia, la polacca finita a
lavorare a Pescara in una fabbrica, che se lo porta a casa e se lo porterà, forse,
anche più lontano.
L ’ a b u s i v o”, Marsilio
Antonio Franchini, “L
Giancarlo Siani era un giovane cronista: la sera del 23 ottobre 1985, i killer della
camorra lo uccisero sotto casa. Che cosa aveva scoperto? Che cosa aveva scritto
di così pericoloso da essere punito con la morte? Siani aveva un contratto come
corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano “Il Mattino” di Napoli, ma
in realtà lavorava a tempo pieno come giornalista “abusivo” nella speranza di
essere assunto.
P e r q u e s t o m i c h i a m o G i o v a n n i”, Fabbri editori
Luigi Garlando, “P
Lettura: da 10 anni
La storia di un bambino di Palermo, a cui il padre per il decimo compleanno
regala una giornata speciale attraverso la città per capire come mai è stato scelto
per lui il nome Giovanni. Tappa dopo tappa, nel racconto prendono vita i
momenti chiave della storia di Giovanni Falcone e il piccolo Giovanni scopre che
la mafia è una nemica da combattere subito, a partire dalla scuola e dalle situazioni quotidiane.
La mafia spiegata ai miei figli (e anche ai figli degli
Silvana La Spina, “L
a l t r i )”, Bompiani
Prendendo spunto da un’esperienza autobiografica, l’autrice mette nero su bianco le parole di un genitore che non vuole che l’unico effetto dell’incontro con la
realtà della mafia da parte dei ragazzi sia un sentimento d’impotenza. Inizia così
165
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
un serrato dialogo con i giovani: l’autrice cerca di smontare in primo luogo il
dogma dell’invincibilità della mafia e ne ricostruisce lo sviluppo storico.
M i s t e r i d ’ i t a l i a . I c a s i d i b l u n o t t e”, Einaudi
Carlo Lucarelli, “M
Un libro-indagine sui più inquietanti misteri della nostra storia recente: dal caso
Sindona a Calvi o Mattei, da Mauro De Mauro alla Banda della Uno Bianca, dal
caso Castellani alla strage di Gioia Tauro. Carlo Lucarelli ripercorre gli eventi che
hanno tenuto l’Italia con il fiato sospeso.
Giuseppe Marrazzo, ”II l c a m o r r i s t a . V i t a s e g r e t a d i d o n R a f f a e l e C u t o l o”,
Tullio Pironti
Documentato sulle testimonianze e le rivelazioni del protagonista, questo libro è
quasi un diario del "professore": racconta i suoi delitti, i suoi traffici, gli amori, le
debolezze, le trame oscure legate al clamoroso caso Cirillo, che vide Cutolo nei
panni del mediatore fra lo Stato e i terroristi. Camorra, mafia, 'ndrangheta, uomini di rispetto, gregari e manovali del crimine: una storia esemplare e allucinante,
una storia vera.
L a s c e l t a”, Sinnos
Luisa Mattia, “L
Lettura: da 10 anni
Antonio ha quattordici anni e vive in un quartiere periferico di Palermo. La sua
vita si divide tra la scuola, quando capita, e la banda capeggiata da Pedro, suo
fratello maggiore. Pedro è la persona a cui Antonio vorrebbe assomigliare, ma l’incontro con un puparo e la morte brutale di un amico rimettono in discussione le
sue certezze.
P o r t e l l a d e l l a g i n e s t r a . I n d i c e d e i n o m i p r o i b i t i”,
Beatrice Monroy, “P
Ediesse
1° maggio 1947: strage di Portella della Ginestra, trentotto tra morti e feriti. La
strage, insieme al massacro di ottanta sindacalisti, segna per quegli anni la fine di
ogni speranza. La Sicilia, lasciata alla mafia, ripiomba nella prigionia, nell’abbandono e comincia la grande emigrazione che impoverirà l’isola. Beatrice Monroy,
scrittrice di teatro palermitana, tenta di prendere in mano una storia i cui mandanti sono ancora ufficialmente ignoti.
U o m i n i c h e n o n s i v o l t a n o”, Sellerio
Gaetano Savatteri, “U
Placido, l'idealista; Silvestre, l'arrivista; Aurelio, l'eroe su cui si concentra il dilem166
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
ma da tragedia classica. Tre amici si ritrovano per indagare su un caso di lettere
minatorie. Un romanzo sul nero della politica oggi e dei suoi delitti senza rimorso che appaiono giustificabili per la loro accettata ineluttabilità: un romanzo sulla
disperazione della politica moderna.
G o m o r r a”, Mondadori
Roberto Saviano, “G
Un libro che racconta il potere della camorra, la sua affermazione economica e
finanziaria, la sua potenza militare e la sua metamorfosi in comitato d’affari. Una
narrazione-reportage in cui l’autore si mette in gioco in prima persona raccogliendo testimonianze per ricostruire la storia della camorra.
Leonardo Sciascia, “II l g i o r n o d e l l a c i v e t t a”, Adelphi
Il capitano dei carabinieri Bellodi è incaricato di indagare sull’omicidio di uno dei
soci di una cooperativa edilizia, ucciso perché aveva rifiutato la protezione della
mafia. A Roma l’indagine viene osteggiata perché si teme che vengano alla luce
le complicità politiche su cui la mafia può contare. Attraverso nuove tracce, il
capitano riesce a scoprire i nomi di mandanti ed esecutori, ma durante una breve
licenza apprende dai giornali che tutto il suo lavoro è stato vanificato. Bellodi,
però, decide di tornare in Sicilia a tutti i costi.
U n a s t o r i a s e m p l i c e”, Adelphi
Leonardo Sciascia, “U
Un giallo siciliano con sfondo di mafia e droga; eppure mai l’autore si trova
costretto a nominare sia l’una che l’altra parola. Tutto comincia con una telefonata alla polizia, con un messaggio troncato, con un apparente suicidio. E subito,
come se assistessimo alla crescita accelerata di un fiore, la storia si espande, si dilata, si aggroviglia, senza lasciarci neppure l’opportunità di riflettere.
R a g ù d i c a p r a”, Dario Flaccovio
Gianfrancesco Turano, “R
Il piano di Stefano Airaghi è semplice: truffare la compagnia di assicurazione
facendo finta di annegare affondando il proprio yacht. Tutto andrebbe per il
meglio se, mentre attende la dichiarazione di morte presunta, non cominciasse a
frequentare un gruppo di giovani delinquentelli della zona, e non decidesse di
entrare nel giro grosso con una ‘ndrina fondata e comandata da lui. Può un uomo
solo, settentrionale, spavaldo e incosciente, sfidare una comunità del sud sorretta
da ferree regole malavitose?
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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
Seastiano Vassalli, “II l c i g n o”, Einaudi
Palermo 1893. La storia di un delitto di mafia nella Sicilia di ieri diventa lo specchio inquietante di tutte le connessioni tra mafia e politica che continuano a inquinare la vita italiana di oggi: la parabola esemplare dell’onorevole Palizzolo, detto
“Il Cigno”, arrivato al potere, simbolo dell’orgoglio isolano, che viene accusato di
essere il mandante di un omicidio eccellente.
L a m a z z e t t a”, Avagliano
Attilio Veraldi, “L
Una Napoli autunnale e cementizia; una catena di morti ammazzati; un intreccio
di affari sporchi e di drammi familiari. Attilio Veraldi inventa un’originale figura
di detective: un commercialista che si accontenta di aggiustare faccende per gli
uomini più potenti della città, e insegue anche lui il miraggio della mazzetta. Un
romanzo in cui nessuno è innocente.
N a s o d i c a n e”, Avagliano
Attilio Veraldi, “N
La storia livida, colorita, martellante, feroce, di quella guapperia perversa che è
la camorra industrializzata dei nostri giorni, con il suo bilancio di cadaveri, in una
Napoli vasta e agghiacciante, nella quale si aggira come un segugio il commissario Corrado Apicella. Ma in quella triste atmosfera da bassifondi talvolta interviene il momento, tanto più inaspettato quanto più coinvolgente, dell’amore.
M i o p a d r e è u n u o m o d ’ o n o r e”, Città
Martina Zaninelli e Marta Tonin, “M
aperta
Lettura: da 6 annni
La storia racconta di un bambino rimasto orfano perché suo padre non ha voluto cedere un appezzamento di terreno a un boss mafioso che voleva trasformarlo
in una discarica. Da quel momento, il bambino si chiude in un silenzio assoluto
che gli vale l’appellativo di “Mutomonnezza”. Una storia come tante, in Sicilia,
se non fosse per il fatto che il bambino, rimasto solo, finisce con l’essere adottato
dallo stesso boss che ha ucciso i suoi genitori.
Lodato Saverio e Scarpinato Roberto, “II l r i t o r n o d e l p r i n c i p e”, Chiare Lettere
In politica qualsiasi mezzo è lecito. C’è un braccio armato della mafia e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni. Il potere è lo stesso, la mano
è la stessa. Il libro racconta il fuori scena del potere, quello che non si vede e non è
mai stato raccontato. Ma che decide. Un intreccio tra mafia, corruzione e stragismo
per comprendere pagine importante del passato per decifrare il presente e il futuro.
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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
L ’ i m p e r o . T r a f f i c i , s t o r i e e s e g r e t i d e i c a s a l e s i”, Rizzoli
Gigi Di Fiore, “L
Una ricostruzione storica attraverso un vero e proprio racconto dei dell’impero
dei casalesi, una realtà criminale che ha superato i confini della cronaca nera per
diventare un vero e proprio cancro sociale. Un volume ricco di documenti, atti
giudiziari, un dettagliatissimo indice delle fonti, ordine cronologico dei fatti narrati di una guerra che dura da 25 anni e non ancora conclusa.
Quando la mafia non esiste. Malaffare e affari della
Marcello Cozzi, “Q
m a l a i n B a s i l i c a t a”, Ega Editore
Basilicata “isola felice”. Al riparo di questa luogo comune poteva accadere di
tutto, perché nessuno se ne accorgeva , oppure non voleva vedere. Marcello Cozzi
ci dice cosa è accaduto, perché è accaduto all’ombra di questa isola felice. Le
dense pagine del libro ci raccontano le tante vite spente in agguati, regolamenti
di conti, omicidi efferati e ci descrive come in Basilicata i mafiosi si interessano in
tanti settori dell’economia.
Mamadou va a morire. La strage dei clandestini
Gabriele Del Grande, “M
n e l m e d i t e r r a n e o”, Infinito Editore
Un grande reportage racconta le vittime dell’immigrazione clandestina, nel grande cimitero chiamato Mediterraneo. Mamadou va a morire è il racconto coraggioso di un giovane giornalista che ha seguito per tre mesi le rotte dei suoi coetanei lungo tutto il Mediterraneo. Il suo è un grido d’allarme su una tragedia
negata che chiama in causa l’Europa, i governi africani e le società civili di due
spnde del Mare di Mezzo.
M a f i a E x p o r t”, Baldini & Castoldi
Francesco Forgione ,“M
Quasi ogni giorno, giornali e tv danno notizia di operazioni antimafia con arresti
in diversi Paesi. Brevi servizi che non lasciano traccia nell'opinione pubblica,
assuefatta e indifferente. In fondo, si pensa, sono storie che non toccano la nostra
vita. Eppure, se si raccontasse che dietro queste operazioni c'è una realtà in cui
narcotrafficanti della 'ndrangheta movimentano tonnellate di cocaina dal Sud
America e comprano mercantili come fossero auto usate; che mafiosi condannati
in Italia e ricercati vivono come imprenditori "coccolati" in Sudafrica; che la
camorra ha creato una multinazionale del falso di marchi prestigiosi con filiali in
tutto il mondo; che in Germania il traffico di droga degli ultimi vent'anni è passato per le pizzerie calabresi; che la Spagna è terra di conquista per i boss nostrani, che ne cementificano le coste e le usano come approdi per le loro partite di
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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
droga. Di fronte a questo scenario - in cui il fatturato annuo di 'ndrangheta, Cosa
Nostra e camorra, circa 130 miliardi di euro, è superiore al Pil di tre piccoli Stati
europei, e quasi il 10% della popolazione attiva nel Mezzogiorno lavora
nell' “industria mafiosa” - si resta sgomenti. Qual è il confine fra economia pulita e criminale? Di cosa parliamo quando ci riferiamo alle mafie italiane nel
mondo? E fin dove sono arrivate? A tali interrogativi, Francesco Forgione risponde raccontando i principali progetti di “colonizzazione” economica mafiosa, chi li
ha portati avanti e come sono andati a finire.
L a M a f i a n e l p a l l o n e”, Ega Editore, 2010
Daniele Poto, “L
Scommesse, partite truccate, presidenti boss, riciclaggio di soldi, le mani sul calcio minore le voci del nuovo affare targato criminalità. “Le mafie nel pallone”
curato da Daniele Poto, edito dal gruppo Abele, è una disamina precisa e puntuale degli interessi malavitosi che ruotano dentro e fuori il mondo dei football
italiano. Dalla Lombardia al Lazio, abbracciando la Campania, la Basilicata, la
Calabria, toccando la Puglia, con sospetti in Abruzzo e con un radicamento profondo in Sicilia. E con il nord Italia che appare non immune da questa onda di
illegalità calcistica. Nella spartizione della torta c’è dentro tutto il gotha della
mafia, dai Lo Piccolo ai Casalesi, dai Mallardo ai Pelle, dai Misso alla cosca dei
Pesce a quella dei Santapaola. Oggi i clan guardano al mondo del calcio, controllano il calcio scommesse, condizionano le partite, usano questo sport per cementare legami della politica, riciclando soldi.
T e a t r o C i v i l e ” , Verdenero Inchieste, 2010
Daniele Bianchessi, “T
Sono molti gli ospiti coinvolti in questo libro che ha per oggetto il teatro civile:
Marco Paolini, Paolo Rossi, Ascanio Celestini, Marco Baliani, Giulio Cavalli,
Renato Sarti, Roberta Biagiarelli, Sergio Ferrentino, Ulderico Pesce, Raja
Marazzini, Patricia Zanco, Alessandro Langiu, Elena Guerrini, Saverio Tommasi,
Gang, Modena City Ramblers, Cisco, Yo Yo Mundi, Gaetano Liguori, Giorgio
Diritti, Marco Rovelli, Alessio Lega, Francesco Gherardi, Paolo Trotti, Marta
Galli, e centinaia di cantastorie italiani. Daniele Biacchessi torna nei luoghi della
memoria italiana, narra storie del passato e del presente: dalla diga del Vajont al
Petrolchimico di Marghera, dall’Ilva di Taranto alle discariche abusive, passando
per le fabbriche italiane e argentine e il teatro ecologico. E ancora le guerre in
Iraq, Somalia, Cecenia, Bosnia, Afghanistan, Medio Oriente. Infine la Resistenza,
gli alpini morti sul Don, l’assedio di Leningrado, fino alle pagine più oscure della
storia contemporanea come le stragi di Piazza Fontana a Milano e alla stazione
170
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
di Bologna, la morte di Pino Pinelli, il caso Moro, Ustica, Moby Prince, Linate,
gli omicidi di mafia e le cosche al Nord. Nella convinzione che, come dice l’autore, «qualunque spettacolo è teatro civile».
Antonino Caponnetto, “II o n o n t a c e r ò”, a cura di Maria Grimaldi, Melampo
Era un galantuomo, Antonino Caponnetto. Fatto all’apparenza di cartavelina,
eppure sempre in prima linea nella lotta alla mafia. Nei suoi ultimi, intensi dieci
anni, dall’uccisione dei suoi “figli, fratelli, amici”, Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, fino al 2002, il giudice Caponnetto ha smentito l’idea secondo cui vi
sia un’età per andare in pensione dall’impegno civile. E ha attraversato il nostro
Paese in maniera capillare e ragionata. In mille scuole e in cento piazze ha insegnato la Costituzione italiana, l’etica della responsabilità, ha parlato di educazione alla legalità, di solidarietà, di pace, di diritti, ha raccontato un’idea di informazione libera e di giustizia possibile. I discorsi, le lezioni, gli scritti e le interviste
sono ora qui raccolti e da essi traspare un pensiero rigoroso, colto, impermeabile
a qualsiasi compromesso o comoda prudenza. In questo libro sta l’eredità di un
grande testimone civile e di un instancabile custode di memoria.
Di sana e robusta costituzione”,
Giancarlo Caselli, Oscar Luigi Scalfaro, “D
ADD Editore
Piero Calamandrei diceva che per cercare i luoghi in cui è nata la Costituzione
bisogna andare sulle montagne in cui caddero i partigiani, nelle carceri in cui
furono imprigionati e nei campi dove furono impiccati: ovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità di un popolo, lì devono andare i giovani perché lì è nata la nostra Costituzione. Parole forti, che mai come oggi suonano sconosciute proprio a quei giovani che della vita democratica sono linfa vitale
e che invece vivono sempre più lontani da quei luoghi del pensiero e dell'azione
che i costituenti trasformarono in un grandioso inno alla convivenza civile e alla
vita democratica. La Costituzione è la legge fondamentale e fondativa dello Stato
italiano. In vigore dal 1° gennaio 1948 la Costituzione non è un atto politico e
non è lo strumento di una parte contro l'altra, ma un terreno di confronto pensato e strutturato per adeguarsi alle trasformazioni del paese. Oscar Luigi Scàlfaro
e Gian Carlo Caselli si confrontano sull'attualità della carta costituzionale, sul suo
stato di salute e sulla necessità di una rivalutazione e di una vera presa di coscienza del suo ruolo centrale nella vita democratica dell'Italia. Completa il libro la
pubblicazione integrale della Costituzione della Repubblica Italiana.
171
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
L ’ o r o d e l l a c a m o r r a”, Bur Rizzoli
Rosaria Capacchione, “L
In questo libro-documento, la giornalista Rosaria Capacchione svela come i boss
casalesi sono diventati ricchi e potenti manager che influenzano e controllano
l’economia di tutta la Penisola, da Casal di Principe al centro di Milano. Non più
e non solo vendette efferate, morti ammazzati per strada, faide di paese: il nuovo
volto della criminalità organizzata campana, la nuova forma del potere mafioso,
ha il colore dei soldi, si radica nei corridoi di palazzo, si nasconde e prolifera dietro cifre a molti zeri e l’anonimato delle operazioni finanziarie. Nella ricostruzione di Rosaria Capacchione, che è cresciuta a fianco della camorra e che dal 13
marzo 2008 vive sotto scorta, la scalata di una potenza sotterranea capace di muovere centinaia di migliaia di euro in contanti e tirare i fili di settori chiave dell’economia italiana
Altri suggerimenti
L ' a n t i m a f i a d i f f i c i l e, U. Santino - Centro di documentazione G. Impastato,
Palermo, 1989.
A m o r e n o n n e a v r e m o . P o e s i e e i m m a g i n i d i P e p p i n o I m p a s t a t o,
Guido Orlando e Salvo Vitale (a cura di) - Navarra, Palermo, 2007.
C a r a F e l i c i a. A F e l i c i a B a r t o l o t t a I m p a s t a t o, Anna Puglisi e Umberto
Santino (a cura di) - Centro di documentazione G. Impastato, Palermo, 2005.
5 D e l i t t i I m p e r f e t t i, Claudio Fava - Mondadori, Milano, 1994.
N e l c u o r e d e i c o r a l l i . P e p p i n o I m p a s t a t o , u n a v i t a c o n t r o l a m a f i a,
Salvo Vitale - Rubbettino, Soveria Mannelli, 1995 (II ediz. 2002).
Q u a s i u n u r l o d i l i b e r t à . P o e s i e p e r P e p p i n o I m p a s t a t o, Salvo Vitale Edizioni della Battaglia, Palermo, 1996.
L ' I t a l i a v i v a, Mario Capanna - Rizzoli, 2000.
I c e n t o p a s s i , M.T. Giordana, M. Zappelli, C. Fava - Feltrinelli, Milano, 2001.
P u g l i s i : u n p i c c o l o p r e t e f r a i g r a n d i b o s , Francesco Anfossi - Edizioni paoline, Cinisello Balsamo, 1994.
V e n t i a n n i d i m a f i a : c ' e r a u n a v o l t a l a l o t t a a l l a m a f i a, Saverio Lodato
- Biblioteca Universale Rizzoli, 2000 (II ediz.).
A t e s t a a l t a : d o n G i u s e p p e P u g l i s i , s t o r i a d i u n e r o e s o l i t a r i o , Bianca
Stancanelli - Einaudi, Torino, 2003.
I q b a l M a s i h n o n e r a i t a l i a n o, Francesco Mattioli – Seam, Roma, 1996.
Amici come prima. Storie di mafia e politica nella Seconda
R e p u b b l i c a, Francesco Forgione - Editori Riuniti, Roma, 2004.
172
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
V e n t i c i n q u e a n n i d i m a f i a . C ' e r a u n a v o l t a l a l o t t a a l l a m a f i a, Saverio
Lodato - Rizzoli, Milano, 2004.
V o g l i a d i m a f i a . L e m e t a m o r f o s i d i C o s a n o s t r a d a C a p a c i a o g g i,
Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, prefazione di Gian Carlo Caselli - Carocci,
Roma, 2004.
Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella delle
G i n e s t r e, Giuseppe Casarrubea, introduzione di Nicola Tranfaglia - Bompiani,
Milano, 2005.
L a m a f i a è b i a n c a, Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini, presentazione
di Michele Santoro - Rizzoli, Milano, 2005.
C o s a N o s t r a , a t t a c c o a l l o S t a t o, Nicola Andrucci - Montedit, Melegnano,
2006.
R a g a z z i d e l l a t e r r a d i n e s s u n o, Gianni Solino - La meridiana, Molfetta,
2008.
D a l l a m a f i a a l l o S t a t o . I p e n t i t i : a n a l i s i e s t o r i e, Gruppo Abele – Ega,
Torino, 2005.
N u o v o D i z i o n a r i o d i M a f i a e A n t i m a f i a, Livio Pepino e Manuela Mareso –
Ega, Torino, 2008.
G i o r n a l i s m i e m a f i e, Roberto Morrione – Ega, Torino, 2008.
R a g a z z i d i C a m o r r a, Pina Variale – Piemme, Milano, 2007.
P i o L a T o r r e . U n a s t o r i a i t a l i a n a, Giuseppe Bascetto e Claudio Camarco –
Aliberti, Reggio Emilia, 2008.
N a p o l i i n c o m i n c i a a S c a m p i a, Maurizio Bracci e Giovanni Zoppoli - Ancora
del Mediterraneo, Napoli, 2005.
C a m o r r a , s t o r i e e d o c u m e n t i, Gigi Di Fiore – Utet, Torino, 2007.
A l d i l à d e l l a n e v e, Rosario Esposito La Rossa - Marotta & Cafiero, Napoli,
2007.
I l c o s t o d e l l a m e m o r i a, Rosario Giuè - Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 2007.
‘ N d r a n g h e t a . B o s s l u o g h i e d a f f a r i d e l l a m a f i a p i ù p o t e n t e d e l m o n d o,
Francesco Forgione - Baldini e Castoldi, Milano, 2007.
N a p o l i , S e r e n a t a c a l i b r o 9 . S t o r i a e d i m m a g i n i d e l l a c a m o r r a t r a c i n em a , s c e n e g g i a t a e n e o m e l o d i c i, Marcello Ravveduto – Liguori, Napoli, 2007.
L e s t r a d e d e l l a v i o l e n z a . M a l v i v e n t i e b a n d e d i c a m o r r a a N a p o l i, Isaia
Sales e Marcello Ravveduto - Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2006.
L a B e s t i a, Raffaele Sardo - Melampo, Milano, 2008.
A u n c i t t a d i n o c h e n o n c r e d e n e l l a g i u s t i z i a, Giancarlo Caselli e Livio
Pepino – Laterza, Bari, 2005.
173
FILMOGRAFIA TEMATICA
L e d u e g u e r r e, Giancarlo Caselli – Melampo, Milano, 2009.
I l R a c c o l t o R o s s o, Enrico Deaglio - Il saggiatore, Milano, 2010.
S t o r i a d e l l a C a m o r r a, Francesco Barbagallo – Laterza, Bari, 2010.
C ' e r a u n a v o l t a l ' i n t e r c e t t a z i o n e, Antonio Ingroia - Nuovi Equilibri, Viterbo,
2009.
L a F e r i t a, Mario Gelardi - Ad est dell'Equatore, Napoli, 2010.
S t o r i a d i u n g i u d i c e . N e l f a r w e s t d e l l a ' n d r a n g h e t a, Francesco Cascini –
Einaudi, Torino, 2010.
A c a b . A l l c o p s a r e b a s t a r d s, Carlo Bonini – Einaudi, Torino, 2009.
I l s e g r e t o d e l l e t r e p a l l o t t o l e, Maurizio Torrealta e Emilio del Giudice Edizioni Ambiente, Milano, 2010.
Filmografia tematica
I n n o m e d e l l a l e g g e, regia di Pietro Germi, 1949
L a s f i d a, regia di Francesco Rosi, 1958
I l m a g i s t r a t o, regia di Luigi Zampa, 1959
S a l v a t o r e G i u l i a n o, regia di Francesco Rosi, 1961
M a f i o s o, regia di Alberto Lattuada, 1962
L e m a n i s u l l a c i t t à, regia di Francesco Rosi, 1963
I l G a t t o p a r d o, regia di Luchino Visconti, 1963
I l g i o r n o d e l l a c i v e t t a, regia di Damiano Damiani, 1967
A c i a s c u n o i l s u o, regia di Elio Petri, 1967
I l s a s s o i n b o c c a, regia di Giuseppe Ferrara, 1970
C a m o r r a, regia di Pasquale Squitieri, 1972
I l c a s o M a t t e i, regia di Francesco Rosi, 1972
I l c a s o P i s c i o t t a, regia di Eriprando Visconti, 1973
I l p r e f e t t o d i f e r r o, regia di Pasquale Squitieri, 1977
C e n t o g i o r n i a P a l e r m o, regia di Giuseppe Ferrara, 1984
I l p e n t i t o, regia di Pasquale Squitieri, 1985
P i z z a C o n n e c t i o n, regia di Damiano Damiani, 1985
I l c a m o r r i s t a, regia di Giuseppe Tornatore, 1986
L a p o s t a i n g i o c o, regia di Sergio Nasca, 1988
M e r y p e r s e m p r e, regia di Marco Risi, 1989
D i m e n t i c a r e P a l e r m o, regia di Francesco Rosi, 1990
R a g a z z i f u o r i, regia di Marco Risi, 1990
P o r t e a p e r t e, regia di Gianni Amelio, 1990
U n a s t o r i a s e m p l i c e, regia di Emidio Greco, 1991
N a r c o s, regia di Giuseppe Ferrara, 1992
I l g i u d i c e r a g a z z i n o, regia di Alessandro Di Robilant, 1993
G i o v a n n i F a l c o n e, regia di Giuseppe Ferrara, 1993
L a s c o r t a, regia di Ricky Tognazzi, 1993
U n e r o e b o r g h e s e, regia di Michele Placido, 1995
V i t e s t r o z z a t e, regia di Ricky Tognazzi, 1996
174
FILMOGRAFIA TEMATICA
T e s t i m o n e a r i s c h i o, regia di Pasquale Pozzessere, 1996
T a n o d a m o r i r e, regia di Roberta Torre, 1997
T e a t r o d i g u e r r a, regia di Mario Martone, 1998
I c e n t o p a s s i, regia di Marco Tullio Giordana, 2000
P l a c i d o R i z z o t t o, regia di Pasquale Scimeca, 2000
L u n a R o s s a, regia di Antonio Capuano, 2001
P a t e r F a m i l i a s, regia Francesco Paterno, 2002
S e g r e t i d i s t a t o, regia di Paolo Benvenuti, 2003
E i o t i s e g u o, regia di Maurizio Fiume, 2003
C e r t i b a m b i n i, regia di Andrea e Antonio Frazzi, 2004
A l l a l u c e d e l s o l e, regia di Roberto Faenza, 2005
I n u n a l t r o p a e s e, regia di Marco Turco, 2006
I l F a n t a s m a d i C o r l e o n e, regia di Marco Amenta, 2006
R o m a n z o c r i m i n a l e, regia di Michele Placido, 2006
L ’ u o m o d i v e t r o, regia di Stefano Incerti, 2007
I l d o l c e e l ' a m a r o, regia di Andrea Porporati, 2007
L a S a n t a, di Enrico Fierro e Ruben Oliva, dvd-libro - Bur Rizzoli, 2007
R o s s o m a l p e l o, regia di Pasquale Scimeca, 2007
F i n e P e n a m a i, regia Davide Barletti, 2007
S c a c c o a l R e, di Claudio Canepari, dvd-libro - Einaudi 2008
B i ù t i f u l C a u n t r i, di Esmeralda Calabria, Peppe Ruggiero e Andrea
D’Ambrosio, dvd-libro - Bur Rizzoli, 2008
G a l a n t u o m i n i, regia di Edoardo Winspeare, 2008
M o r i r e d i l a v o r o, regia di Daniele Segre, 2008
S i p u ò f a r e, regia di Giulio Manfredonia, 2008
G o m o r r a, regia di Matteo Garrone, 2008
F o r t a p à s c, regia di Marco Risi, 2009
S o t t o i l C e l i o A z z u r r o, regia di Edoardo Winspeare, 2010
G o o d M o r n i n g A m a n, regia di Claudio Noce, 2009
M a r P i c c o l o, regia di Alessandro Di Robilant, 2009
T r i s d i D o n n e & A b i t i N u z i a l i, regia di Vincenzo Terracciano, 2009
H o u s i n g, regia di Federica Di Giacomo, 2009
O n d a L i b e r a, di Christian Nasi, Matteo Pasi, Massimo Venieri, dvd-libro –
Giunti Progetti Educativi e Gruppo Abele, 2009
P i o m b o F u s o, regia di Stefano Savona, 2009
S c h i a f f o a l l a M a f i a, regia di Stefania Casini, 2009
U n a m o n t a g n a d i b a l l e, regia di Nicola Angrisano, 2009
D r a q u i l a . L ’ I t a l i a C h e T r e m a, regia di Sabina Guzzanti, 2010
I l s a n g u e v e r d e, regia di Andrea Segre, 2010
R o s a r n o : i l t e m p o d e l l e A r a n c e, di Insu^tv, 2010
R o s s o S a l e n t o, di Giulia Lazzarini e Luigi Camassa, 2010
C o m a n d o e C o n t r o l l o, regia di Alberto Puliafito, 2010
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Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
Segreteria Nazionale
Settore formazione
Via IV Novembre, 98 - 00187 Roma
Tel. 0669770325
E-mail: [email protected] Sito web: www.libera.it
sapere per saper essere
appunti per percorsi educativi su mafie, diritti, cittadinanza
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