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Perché c`è la disoccupazione - Accademia Nazionale dei Lincei

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Perché c`è la disoccupazione - Accademia Nazionale dei Lincei
Lezioni Lincee di Economia
Milano 20 aprile 2011
Giorgio Lunghini
Perché c’è la disoccupazione?
Per “disoccupazione” si intende la situazione in cui si trovano quanti sono
senza un lavoro e che lo cercano attivamente. Il tasso di disoccupazione è il
rapporto tra il numero dei disoccupati e il numero di quanti costituiscono le
forze di lavoro; le forze di lavoro, a loro volta, sono la somma degli occupati e
delle persone in cerca di occupazione, e costituiscono la popolazione attiva. Per
valutare appieno la situazione del mercato del lavoro, occorre però tenere conto
di quanti sono in cassa integrazione guadagni, cassa che assicura un assegno
temporaneo ai lavoratori sospesi dall’obbligo di eseguire la prestazione
lavorativa o che lavorano a orario ridotto: lavoratori che spesso e presto si
trasformano in disoccupati.
La gravissima crisi economica e finanziaria che dal 2007 ha colpito tutti i
paesi occidentali, e che è ben lontana dall’essere superata, ha avuto come effetto
principale un forte aumento della disoccupazione. In Italia, nel 2010, il tasso di
disoccupazione ha raggiunto il 9 per cento; ma se si tiene conto dei lavoratori in
cassa integrazione, si arriva all’11 per cento.
Altissima, soprattutto in Italia, è la disoccupazione giovanile, dei giovani
tra i 15 i 24 anni: è pari a circa il 30 per cento. Dieci lavoratori su cento, ma
trenta giovani su cento, in Italia sono disoccupati. Per i giovani è molto difficile
trovare un lavoro: se lo trovano, normalmente è precario e sono i primi a
perderlo. I salari d’ingresso dei giovani sul mercato del lavoro sono fermi da
oltre un decennio a livelli inferiori a quelli di trent’anni fa; e si accentua la
dipendenza, da parte dei giovani, dalla ricchezza e dal reddito dei genitori.
Le cause della disoccupazione
La disoccupazione è prima di tutto uno spreco sciagurato. Il numero dei
disoccupati è infatti misura dello spreco economico e sociale che risulta dalla
sproporzione tra sviluppo delle forze produttive (ciò che consentirebbero di fare
le risorse umane e materiali e le conoscenze scientifiche e tecniche disponibili),
e i rapporti di produzione (i rapporti esistenti tra chi potrebbe dare lavoro e chi
lo cerca). In termini puramente quantitativi, il prodotto sociale effettivo è
inferiore a quello potenziale di una percentuale approssimativamente pari al
tasso di disoccupazione. Almeno equivalente, se mai è possibile misurarla, è la
quota dei bisogni sociali insoddisfatti, della domanda di valori d’uso cui sul
mercato, luogo dei valori di scambio e del profitto, non corrisponde un’offerta
adeguata.
Perché c’è la disoccupazione? La risposta banale è: Perché c’è la crisi!
Domanda e risposta si potrebbero però invertire: Perché c’è la crisi? Perché c’è
la disoccupazione! Se il lettore comune si aspetta dalla teoria economica una
risposta non circolare, ne avrà almeno due.
Prima risposta
La prima e prevalente è questa. Le imprese assumeranno nuovi lavoratori
se e soltanto se il salario non è maggiore della produttività del lavoro: se con la
loro prestazione lavorativa i lavoratori rendono al datore di lavoro non meno di
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quanto gli costano. Dal punto di vista della singola impresa la risposta è sensata:
la singola impresa contabilizza il salario soltanto come un costo, e il lavoratore
deve meritarselo. Dunque, se c’è disoccupazione, è perché il salario è troppo
alto rispetto alla produttività del lavoro. In breve: se c’è disoccupazione, è colpa
dei lavoratori e delle loro organizzazioni, che chiedono salari troppo alti.
Segue: se non ci fossero impedimenti giuridici o sindacali, cioè se il
mercato del lavoro fosse flessibile così come si dice che il Mercato dovrebbe
essere, sul mercato del lavoro si stabilirebbe un livello di equilibrio del salario,
tale che non ci sarebbe disoccupazione involontaria, cioè tale che troverebbero
lavoro tutti i lavoratori disposti a sottoscrivere un contratto di lavoro per quel
salario. Risulterebbero non occupati soltanto quei lavoratori che pretendono un
salario più alto della loro produttività, e dunque si tratterebbe di disoccupazione
volontaria.
Le imprese, d’altra parte, produrrebbero tutto quanto sono in grado di
produrre, e tutto quanto venderebbero. Chi sostiene questa tesi, infatti, sostiene
anche che tutta la moneta disponibile verrà impiegata per comperare merci,
anziché trattenuta in forma liquida o usata a fini speculativi. Per eliminare la
disoccupazione involontaria, basterebbe dunque una adeguata riduzione dei
salari. La risposta sembra convincente; e lo è tanto che ha ispirato e ispira tutte
le cosiddette riforme ‘strutturali’ del mercato del lavoro. Però è una risposta
perlomeno incompleta.
Seconda risposta
La seconda risposta alla domanda: Perché c’è la disoccupazione? è questa.
Supponiamo, per semplicità, che il salario possa scendere a zero. In verità ciò è
impossibile: se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero comperare a
nessun prezzo. Infatti la forza lavoro è una merce che il suo possessore, il
salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere. Supponiamo dunque
che i salari siano molto bassi: in questo caso, ci sarebbe piena occupazione? Ci
sarebbe soltanto un tasso di disoccupazione ‘naturale’ o ‘frizionale’? È ovvio
che così potrebbe essere se e soltanto se tutte le merci prodotte potessero essere
vendute. Viene allora il dubbio che conti non tanto o soltanto l’offerta, ma anche
e soprattutto la domanda; e se i salari sono bassi, bassa sarà la domanda da parte
di chi vive di salario.
La domanda aggregata è costituita dalla domanda per consumi, dalla
domanda per investimenti, e dalla domanda estera. La domanda per consumi, a
sua volta, è costituita dalla domanda di quanti hanno un reddito da lavoro e dalla
domanda di merci di lusso da parte di quanti vivono di rendita o di profitti. In
una situazione di disoccupazione e di bassi salari, aumenta la quota - sul
prodotto sociale - delle rendite e dei profitti. Si può forse pensare che i maggiori
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consumi di lusso bastino a compensare i minori consumi dei lavoratori?
Ovviamente no.
Si può allora pensare che gli alti profitti indurranno le imprese a
aumentare la produzione di beni di consumo, dunque l’offerta, dunque
l’occupazione? No, perché le loro aspettative di vendita di beni di consumo
saranno pessimistiche e liquideranno le scorte. Compenseranno dunque la
minore domanda per consumi con loro nuovi investimenti? No: perché mai
aumentare la capacità produttiva, se le prospettive di vendita sono
pessimistiche? Dunque l’unico effetto di bassi salari saranno alte rendite e alti
profitti, e l’impiego di questi e di quelle nella speculazione finanziaria.
Speculazione finanziaria che nel migliore dei casi è un gioco a somma zero, in
cui Tizio guadagna e Caio perde; ma talvolta, come oggi, sarà un gioco in cui
perde anche Sempronio.
Resta la terza componente della domanda aggregata, le esportazioni. La
capacità di esportare dipende forse da un basso prezzo delle merci offerte sul
mercato internazionale? Per un lungo periodo così è stato, per le imprese
italiane: fino a quando hanno potuto godere di svalutazioni competitive (ma su
cui non potranno più contare, nemmeno se l’Unione europea e dunque l’euro si
sgretolano). Quanti prodotti ad alto contenuto tecnologico abbiamo nella nostra
casa, di produzione delle imprese nazionali?
Laissez faire e intervento dello Stato
La prima delle due risposte suggerisce la conclusione che la colpa della
disoccupazione è dei lavoratori e dello stato sociale, in quanto quelli chiedono
troppo e questo troppo concede, così introducendo rigidità sul mercato del
lavoro e troppo gravando sul bilancio dello Stato. Sarebbe dunque necessaria e
sufficiente una politica di laissez faire.
La seconda risposta fa invece venire in mente che qualche responsabilità
ce l’abbiano anche le imprese, ad esempio per quanto riguarda salari che
sarebbero troppo alti e produttività del lavoro che sarebbe troppo bassa. E fa
venire in mente che ciò che non fanno le imprese, potrebbe e dovrebbe fare lo
Stato, indirettamente attraverso le imposte e direttamente mediante politiche
economiche e sociali appropriate (a cominciare dalle scuole pubbliche di ogni
ordine e grado).
Si badi bene che “L’agenda più importante dello Stato concerne non
quelle attività che gli individui realizzano di già, ma quelle funzioni che cadono
al di là della sfera individuale, quelle decisioni che nessuno adotta se non le
adotta lo Stato. La cosa importante non è che il governo faccia un po’ meglio o
un po’ peggio quelle cose che gli individui stanno già facendo, ma che faccia
quelle cose che al momento non si fanno del tutto”.
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