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Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra

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Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra
“Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra
fede” (1 Cor 15)
Premessa
La Resurrezione di Cristo è l’evento unico ed al tempo stesso rivoluzionario non solo della storia
dell’uomo ma dell’intera creazione. Nella storia dell’uomo non è mai accaduto che un morto
resuscitasse - non per tornare a morire come è stato, per esempio, per Lazzaro - ma per vivere in
eterno. Questo fatto unico ed eccezionale è anche rivoluzionario perché ha sconfitto la morte ed ha
aperto la strada verso la resurrezione a tutti gli uomini sia quelli premiati con la vita eterna sia quelli
puniti con la dannazione eterna; quindi ha cambiato profondamente la vita eterna trasformandola
dal Paradiso in cui la Trinità viveva con la schiera degli angeli nel Regno di Dio che accoglie,
trasfigurati e glorificati, anche i frutti positivi dell’umanità e questo sia per i valori, i sentimenti e le
virtù sia per le strutture.
La Resurrezione di Cristo: fatto storico o atto di fede
Per tutto questo la Resurrezione è il fondamento centrale della fede cristiana per cui Paolo ha potuto
dire nella prima lettera ai Corinti: “Se Cristo non fosse risorto la nostra predicazione sarebbe senza
fondamento e vana la vostra fede”(15,14). Ma questo “fondamento” è un fatto storico o è al di là
della storia e noi lo accettiamo per fede?
E’ uno de problemi che hanno attraversato profondamente il dibattito teologico e diviso gli studiosi.
Secondo il teologo protestante svizzero Karl Barth1 «la trasformazione della morte in vita» e «il
capovolgimento di valori contenuto nell’annuncio della glorificazione divina dell’umanamente
disprezzato e reietto» possono solo essere oggetto di rivelazione e di riflessione credente, non di
indagine e di verifica storica. Infatti si riferiscono a un evento che non si colloca tra gli altri eventi
storici nel quadro delle realtà fattuali che costituiscono e chiudono il mondo empirico nel proprio
cerchio di morte. La resurrezione del Crocefisso sboccia o irrompe nel mondo come apertura a
un’ulteriorità o trascendenza che, mentre indica all’uomo i suoi limiti, anche gli presenta la
possibilità di superarli mediante la fede.
E’ la linea fatta propria da diversi teologi di distinguere il Gesù della storia dal Cristo della fede. Per
Barth come anche per R.Bultmann e per i teologi della loro scuola Cristo sarebbe risorto nella fede
dei discepoli, ma non nella storia.
Per Bultmann, il “fatto storico”, cioè l’evento verificabile dal punto di vista storico, non è la
resurrezione di Gesù in quanto tale, ma la fede pasquale dei primi discepoli: questo è il fatto
veramente verificabile. Invece è impossibile costringere l'evento pasquale dentro i parametri storici,
nonostante i riferimenti biblici che sembrano leggere la resurrezione in questi termini (Lc 24, 39-43;
At 17, 31, i quali cercano di leggere la resurrezione come un fatto storico e verificabile).
1
K. Barth, Epistola ai Romani, Milano 1962, pp. 182-85
Questo sia ben chiaro non significa che sia evento inventato, ma è comunque evento che riguarda la
fede.
Il fatto storico verificabile non è la resurrezione di Gesù ma la fede della prima comunità cristiana.
Ciò non significa che la resurrezione sia “immaginifica”: essa è vicenda che riguarda la fede, non la
riflessione storica. Cristo, conclude Bultmann, “è risorto nel kerigma”.
Kerigma è termine greco che significa “annunzio”. Solitamente si intende alla fede annunziata dai
primi apostoli. Secondo Bultmann e i teologi della sua scuola questo è il massimo che si può dire
sulla resurrezione di Cristo come evento storico.
Il fondamento storico della fede nella Resurrezione
Ma può esistere una separazione così radicale fra storia e fede, fra scienza e teologia? “Credere –
osserva Aldo Bodrato in un importante articolo apparso su”Il Foglio” di Torino di qualche anno fa2
non significa accogliere a scatola chiusa una testimonianza rivelatrice, gettando via la chiave
interpretativa della ragione per non essere turbati dai suoi dubbi e dalle sue domande…
Se è vero infatti che «la resurrezione di Gesù si sottrae alla storia immanente in questo mondo e non
è più dominio dello storico», è vero anche che «la fede pasquale dei discepoli, conseguenza della
loro specifica esperienza del Signore risorto, è un dato storicamente indagabile» e costituisce la
base per un dibattito critico sui reali contorni pratici e teorici del credo dei primi discepoli e delle
prime comunità cristiane.3
Ma qui – aggiunge Bodrato - non si ferma l’interrogazione della fede. Di qui essa parte per chiarire,
una volta individuate le radici storiche della propria tradizione religiosa, il valore degli
insegnamenti da essa ricevuti, il significato che essi hanno avuto e hanno per il credente, le relazioni
che li uniscono e ne fanno non un disordinato insieme di suggestioni, ma una coerente e costruttiva
proposta di vita.
Lo storico è costretto a registrare il fallimento terreno della missione di Gesù, proprio perché è
costretto a fermarsi alla sua morte ignominiosa, ma al tempo stesso deve riconoscere che questo
indice storico di fallimento, in un primo tempo fatto proprio anche dai seguaci del Nazareno, presto
si traduce per essi in segno di vittoria, sorretto dalla convinzione di fede, pubblicamente dichiarata e
resa storicamente operativa, che Gesù, respinto dai capi di Israele e crocefisso dall’autorità romana,
è stato accolto da Dio. Dio stesso ha rovesciato, per essi, il giudizio degli uomini sovrapponendo
alla loro lettura mondana e conservatrice della storia la sua lettura escatologica.
José Antonio Pagola4 si interroga su questo cambiamento radicale, improvviso e comune dei
discepoli.
“Non potremo mai precisare l’impatto che l’esecuzione di Gesù ha avuto su i suoi seguaci.
Sappiamo soltanto che il discepoli fuggirono in Galilea; perché? Era crollata la loro adesione a
Gesù? Morì la loro fede, quando Gesù morì sulla croce? O piuttosto fuggirono in Galilea pensando
soltanto a salvarsi la vita? Non possiamo dir nulla con sicurezza; soltanto che la rapida esecuzione
di Gesù li getta se non in una completa disperazione, di certo in una crisi radicale. Probabilmente,
più che uomini senza fede ora sono discepoli desolati che fuggono dal pericolo, sconcertati davanti
all’accaduto.
Dopo poco tempo, tuttavia, succede qualcosa che è difficile spiegare. Quegli uomini tornano
nuovamente a Gerusalemme e si riuniscono in nome di Gesù, proclamando a tutti che il profeta
giustiziato giorni prima dalle autorità del tempio e dai rappresentanti dell’Impero è vivo. Che cosa è
avvenuto perché essi abbandonassero la sicurezza della Galilea e si presentassero di nuovo a
2
A. Bodrato, Risorto o vivo nel ricordo (n.8) , Il Foglio , n. 304, Anno 2003
G. Segalla, La terza ricerca del Gesù storico, in R. Gibellini, Prospettive teologiche per il XXI secolo, Brescia 2003, p.
240.
4
J.A.Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, 2010, pag. 463 e ss.
3
Gerusalemme, un luogo realmente pericoloso dove presta saranno arrestati e perseguitati dai
dirigenti religiosi? Chi li ha strappati alla loro codardia ed al loro sconcerto? Perché ora parlano con
tanta audacia e convinzione? Perché tornano a riunirsi in nome di colui che avevano abbandonato
vedendolo condannato a morte? Essi danno soltanto una risposta: “Gesù è vivo. Dio lo ha
resuscitato”. La loro convinzione è unanime e indistruttibile; possiamo comprovarla perché
compare in tutte le tradizioni e gli scritti che sono giunti fino a noi. Che cosa dicono?
In diversi modi e con differenti linguaggi, tutti confessano la stessa cosa: “La morte non ha avuto
potere su Gesù; il crocefisso è vivo. Dio lo ha resuscitato”. I seguaci di Gesù sono consapevoli di
star parlando di qualcosa che è al di sopra di tutti gli esseri umani. Nessuno conosce per esperienza
che cosa avvenga esattamente nella morte, e tento meno che cosa possa avvenire a un morto se dopo
la morte viene resuscitato da Dio. Eppure, ben presto riescono a condensare in semplici forme
l’aspetto essenziale della loro fede; si tratta di formule brevi e molto stabili, che circolano già verso
gli anni fra il 35 e il 4, fra i cristiani della prima generazione. Le usavano certamente per trasmettere
la loro fede ai nuovi credenti, per proclamare la loro gioia durante le celebrazioni e, forse, per
riconfermarsi nella loro adesione a Cristo nei momenti di persecuzione. Ecco ciò che confessano:
”Dio ha resuscitato Gesù dai morti”.
Non è rimasto passivo davanti alla sua esecuzione; è intervenuto per strapparlo dal potere della
morte. L’idea di resurrezione viene espressa con due termini: “destare” e “alzare”. Ciò che queste
due metafore suggeriscono è impressionante e grandioso; Dio è sceso fino allo stesso sheol…”ha
destato” Gesù, il crocifisso, lo ha messo in piedi e lo “ha alzato” alla vita”.
E' questo cambiamento profondo, repentino, unanime che avviene nei discepoli sicuramente
testimoniato e verificato, a mio avviso, che è il vero fondamento storico della Resurrezione di Gesù
più che la tomba vuota, come pure una parte dei teologi sostiene.
Che la Resurrezione di Gesù sia un fatto straordinario che apre una fase nuova della storia è così
presente ai discepoli della primitiva comunità cristiana che essi cominciano a riunirsi nel "giorno
del Signore" (Giustino, Apologiae,I,67) e cioè la domenica, il terzo giorno dalla morte in croce
inaugurando una nuova consuetudine. La celebrazione eucaristica non viene celebrata il giovedì che
sarebbe il giorno in cui Gesù la istituì nell'ultima cena, né il venerdì giorno della morte di Gesù, né
il sabato giorno del riposo festivo ebraico, ma la domenica il giorno in cui il Signore è risorto.
La resurrezione dal Vecchio al Nuovo Testamento
Anche al tempo di Gesù non era facile credere nella resurrezione. Essa era ritenuta per lo più
impensabile nella cultura greca. Quando Paolo discute con i pensatori sulla collina dell'Areopago
(Atti 17, 22-31) questi lo ascoltano finché parla di Dio ma quando prende a parlare del Cristo
morto e resuscitato questi gli volgono lo spalle e chiudono il dialogo. Anche nell'ebraismo il credere
nella resurrezione dei corpi fatica a farsi strada.. di essa non se ne parla nei libri più antichi della
Bibbia. Si crede all'immortalità dell'essere umano ma come ombre che popolano lo sheol, il mondo
sotterraneo degli inferi. l'immortalità a cui si ambisce è la perpetua memoria del proprio nome
attraverso i discendenti o la persistenza della propria fama.
Anche se nell'Antico Testamento si insegna che il problema supremo e liberante di Jahvé si estende
ovunque anche nel regno dei morti (sheol)( 1Sam 2,6; Am 9,1-2; Sal 16,9; Sap 16,13 ss...), che
Jahvé è il "Dio dei viventi" (1Sam 17,26.36, Sal 18,47), la sorgente che dona la vita (Dan 14,25),
che la morte e la corruzione non appartengono al disegno originario di Dio ma al peccato dell'uomo
(Gen 3,17-19; Sap 1,13-14 e 2,23-24), la dottrina della resurrezione personale del proprio corpo
prende spazio nei libri più tardi ed in particolare in quelli del genere apocalittico Isaia, Ezechiele,
Daniele ma anche nel libro dei Re e nel libro di Giobbe.
Una chiara affermazione della resurrezione dei morti si trova nel libro di Daniele scritto nel 165
a.C.: "Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel
tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli
che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla
vergogna e per l'infamia eterna "(Dan 12,1 -2).
Al tempo di Gesù probabilmente il popolo nel suo insieme non doveva essere contrario alla dottrina
della resurrezione anche se i Sadducei la negavano decisamente ed i farisei la insegnavano in
termini realistici tali che Gesù respinge (Mt 22.30).
Ma nella predicazione degli apostoli la resurrezione di Gesù assume un carattere inedito e peculiare
e se nel Vecchio testamento era stato marginale ora, nel Nuovo, diventa centrale. Questo
insegnamento lo possiamo sintetizzare in tre punti di cui solo il primo può essere comune alla fede
ebraica:
1. La resurrezione finale avrà luogo grazie al potere di Dio, che è un Dio dei viventi, il Dio di
Abramo di Isacco e di Giacobbe dice Gesù (Mt 22,32) riallacciandosi all'Esodo (3,6).”Non avete
mai letto nella Bibbia ciò che Dio ha detto per voi? C’è scritto: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di
Isacco, il Dio di Giacobbe. Perciò è il Dio dei vivi non dei morti” ;
2. La resurrezione avrà luogo non solo grazie al potere vivificante di Dio in genere, ma in virtù della
resurrezione di Gesù Cristo dalla morte, con la forza dello Spirito Santo. "Se lo Spirito di colui che
ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita
anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo spirito che abita in voi" (Romani 8,11). E Giovanni
ricorda le parole di Gesù: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo
resusciterò nell'ultimo giorno"(Gv 6,54),
3. La resurrezione sarà universale come attestano Giovanni e Paolo. Giovanni: "Verrà l'ora in cui
tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una
resurrezione di vita e quanti fecero il male per una resurrezione di condanna" (Gv 5,28-29). Paolo:
"Noi crediamo che Gesù è morto e risuscitato, così anche quelli che sono morti. Dio li radunerà per
mezzo di Gesù insieme con lui"(1 Tess 4,14).
Il kerigma della Chiesa apostolica
Conviene soffermarsi un momento sull’insegnamento degli apostoli a proposito della Resurrezione
di Gesù e sull’evolversi del modo in cui viene trasmesso.
Per far questo bisogna fare riferimento alla chiesa primitiva ed alle formule in cui era stato
condensato questo credo. Queste formule è possibile rintracciarle nelle lettere di Paolo che sono gli
scritti più antichi collocabili fra il 50 e 60 d.C.. E proprio nel testo più antico, la prima Lettera ai
Tessalonicesi, si trova questa formula: “ Voi vi siete allontanati dai falsi dei per servire il Dio vivo e
vero, e per aspettare che il Figlio di Dio venga dal cielo. Questo figlio è Gesù; Dio lo ha risuscitato
dalla morte. Egli è colui che ci libera dalla condanna di Dio ormai vicina”(1, 9-10). E’ interessante
notare come fin da questo testo alla resurrezione di Gesù è collegata la resurrezione dei morti:” Noi
crediamo che Gesù è morto e poi è resuscitato. Allo stesso modo, crediamo che Dio riporterà alla
vita, insieme con Gesù, quelli che sono morti credendo in lui”(1 Tess 4,14).
Nella Lettera ai Romani. Scritta probabilmente sette anni dopo, si ribadiscono gli stessi concetti:
“Se lo Spirito di Dio che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha resuscitato
Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito
che abita in voi”(Rom 8,11).
La prima Lettera ai Corinti si colloca in un periodo intermedio fra il 54 ed ilo 55 e lì si trova il testo
più ampio ed elaborato di Paolo dedicato alla Resurrezione che ha tre punti fondamentali: il
kerigma, il collegamento fra la resurrezione di Cristo e la resurrezione dei morti, la corporeità di chi
risorge.
Questa dottrina parte dall’affermazione che “Cristo è morto per i nostri peccati, fu seppellito e
risuscitò il terzo giorno, secondo le Scritture”(15, 3-4) . Una resurrezione comprovata dalle
apparizioni .
Inoltre la resurrezione di Cristo comporta la speranza nella resurrezione dei morti perché Cristo è
“primizia di quelli che sono morti. Infatti poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così
anche per mezzo di un uomo è venuta la resurrezione dei morti”(15, 20-21).
Infine, l’aspetto dei risorti. Noi risorgeremo con un corpo che trasfigurato rispetto a quello terreno
ma allo stesso tempo ne conserva l’identità. ”Il corpo è seminato corruttibile e risuscita
incorruttibile; è seminato ignobile e risuscita glorioso; è seminato debole e risuscita potente; è
seminato corpo naturale e risuscita spirituale”(15, 42-44).
I Vangeli parlano della Resurrezione di Gesù ma scrivono dopo circa 30-40 anni dall’avvenimento,
il Vangelo più antico è infatti quello di Marco che è scritto intorno al 70. Cioè sono trascorsi
almeno vent’anni dalle prime lettere di Paolo. Possiamo dire che uno degli intenti più manifesto è
quello di sottolineare la fisicità della resurrezione di Gesù e lo fanno soprattutto attraverso la
narrazione del seppellimento e il ritrovamento della tomba vuota. Al ritrovamento del sepolcro
vuoto Giovanni aggiunge un particolare che proviene dalla sua testimonianza oculare. Quando entra
nel sepolcro vede e crede. Che cosa vede? Vede il lenzuolo funebre e le bende “vuote” per terra. Ma
vuote non come se fossero state srotolate ma “sgonfiate”, come se il corpo di Gesù fosse sgusciato
da esse lasciandole al loro posto (Gv 20, 6-8).
Gli evangelisti dicono chiaramente che la loro fede nella resurrezione non è un fenomeno
psicologico collettivo, né frutto di apparizioni incorporee. Essi hanno visto Gesù e gli hanno
parlato, hanno cenato con lui, lo hanno toccato. Qualcuno è vero non l’ha riconosciuto subito come
Maria Maddalena e i pellegrini di Emmaus, Giovanni scrive che la stessa sera della resurrezione
entrò nella casa dove stavano i discepoli passando per le porte chiuse. Ma questo, al di là della
fedeltà dei ricordi in ordine ai particolari, potrebbe essere collegato anche a quel corpo glorificato
che è al tempo stesso identico e diverso a quello che ha subìto il martirio.
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