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soldi . E poí buttano ma
l i bro svela gl i altar í ní
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soldi . E poí buttano ma
di FRANCESCO BORGONOVO
Attenti ai buoni, ammoniva qualche
anno fa Mario Giordano in un fortunato libro, mettendo in guardiai suoi
lettori dalle «truffe della solidarietà».
Tempo dopo la brava studiosa Linda
Polman in L'industria della solidarietà spiegava come le Organizzazioni non governative che agiscono nei
territori di guerra (...)
segue a pagina 19
Da Greenpeace aII"Unicef
Le Ong cl" chiedono sold per butta;
,Stipendi da vip, bilanci oscuri e milioni sprecati in spot o investimenti finanziari: ecco il mercato della carità
... segue dalla prima
F RA NCESCO ORGONOVO
(...) spesso producano più danni
che benefici. Si può dire che Valentina Furlanetto , giornalista di
Radio 24, raccolga entrambi gli
argomenti nell'inchiesta L'industria della carità, in uscita per
Chiarelettere (pp. 272, euro
13,9). Un volume che indaga dietro le quinte dei colossi della solidarietà, svelandone le contraddizioni.
Lo sapevate che «per salvaguardare oceani, balene, foreste,
ambiente Greenpeace Italia ha
utilizzato 2 milioni 349 mila euro»? Cioè «meno di quanto spenda per pubblicizzarsi e cercare
nuovi iscritti: 2 milioni e 482 mila
euro». Non si tratta diun caso iso lato. Ë impressionante scoprire
che una larghissima fetta degli
introiti derivanti dalle donazioni
sia impiegata da Onlus e Ong per
mantenere le proprie strutture,
pagare (talvolta profumatamente) dipendenti e dirigenti, organizzare campagne pubblicitarie,
cene, convegni... Per raccogliere
fondi, si dirà, bisogna essere visibili. Certo. Ma sentite quel che
scrive l'autrice dellibro: «Ho visto
KofiAnnan sorseggiare champagne in infradito su una spiaggia
delle Maldive dopo una conferenza stampa sullo tsunami. Ho
sentito operatori umanitari vantarsi di aver "sfruttato bene" la situazione creata da una crisi locale per raccogliere fondi (...). Ho
scoperto che alcune associazioni
accantonano liquidità proprio
come fanno le aziende. Ho appreso che talvolta pagano i loro
vertici come i top manager delle
multinazionali» .
UN ME RCATO
La solidarietà diventa un mercato come gli altri, dove per sopravvivere ong e simil i sono costrette ad agire come aziende
qualsiasi, spendendo e spandendo in pubblicità. Nel inondo,
spiegala Furlan etto, ci sono circa
50 mila Ong che ricevono oltre 10
miliardi di dollari annui di finanziamenti. Il numero di volontari
nel pianeta è di 140 milioni, una
cifra mostruosa. In Italia, le Ong
riconosciute sono «248, si interessano di 3000 progetti in 84
Paesi del mondo, occupano 5500
persone e gestiscono 350 milioni
di euro l'anno». Unicef Italia ha
59 mifioni di euro di entrate. Buona parte di questi soldi li trasferisce alla sede internazionale: 37
milioni nel 2011. Ne restano qui
22. Di questi, 13 milioni e 687 mila sono utilizzati per «raccolta
fondi, in pratica per pubblicizzarsi e raccogliere i soldi dei donatori». Dieci anni fa, per glistessi
motivi spendevano la metà: è il
mercato, bellezza. Altri 6 milioni
di euro se ne vanno per «oneri di
natura generale» (affitti, consulenze, personale ecc.). E ai progetti per l'infanzia e l'adolescenza in Italia quanto resta? Appena
2 milioni e 796 mila euro.
La sezione italiana di Medici
senza frontiere, che nel 2011 ha
incassato 50 milioni di euro, ne
ha speso il 19% trapubblicità, comunicazione, eventi e meeting.
La succursale nostrana di Save
the children (45 milioni nel 2011)
ne utilizza il 23% per la promozione e il mantenimento. Amnesty International raccoglie in Italia 7 milioni: per promozione e
mantenimento ne utilizza un terzo. Questi, in realtà, sono i casi in
cui va meglio. La Furlanetto cita
una relazione della Corte dei
conti pubblicata nel luglio 2012,
dopo il rnonitoraggio di 84 progetti umanitari tra il 2008 e il
2010. Un disastro: «Soldi mai arrivati, progetti fermi o in ritardo
da anni, infrastrutture realizzate
su terreni di terzi o inesistenti,
rendiconti spariti, fondi fermi in
Italia da mesi, responsabili di
progetti fantasma e irregolarità
di ogni tipo nel rediconto delle
spese sostenute».
GUAI ITALIANI
Esempi? La Ong Celim ha edificato in Bolivia su terreni appartenenti a terzi. Cioè ha costruito
dove non poteva. La Ong Cestas
ha messo in piedi un progetto di
sostegno alla salute materno-infantile in Mozambico: solo il 20%
è andato a buon fine. Per la Ong
Ciss è finita peggio: i risultati del
suo progetto di turismo sostenibile nel governatorato del Fayoum sono stati giudicati «irrilevanti». Il maggiore problema delle organizzazioni italiane resta
quello della trasparenza. Se ai giganti stranieri si può fare le pulci
poiché i bilanci sono facilmente
reperibili sul web, da noi le cose
non stanno così. «Non sempre
sui siti delle Ong italiane c'è il bilancio economico», spiega la
Furlanetto a Libero, «c'è solo
quello sociale. Compaiono magari ottanta pagine di grafici e foto, che però spiegano poco. Avolte non c'è proprio nulla sul sito e
chiedendo ho avuto difficoltà ad
ottenere materiale».
Insomma, capire come siano
utilizzati i soldi che versiamo a
scopo benefico non è affatto
semplice. Non è il caso, per dire,
di Telethon, che pubblica sul sito
«un esaustivo, chiaro e tempesti vo rendiconto economico 2011»,
da cui si evince che, su 33 milioni
di euro raccolti, solo 3 sono stati
utilizzati perlapromozione eben
24 sono stati destinati alla ricerca.
In condizioni di scarsa chiarezza posson capitare dei guai,
come quelli in cui si sono imbattuti la Onlus Vis e il Consorzio
Agire (che unisce Save the children, Action Aid, Cesvi, InterSos
e altri). Nel2010 si sona accorti di
avere in cassa 8 milioni di euro.
Che hanno fatto? Invece di utilizzarli per operazioni benefiche, li
hanno affidati a tale Dino Pasta,
amministratore unico di ReteManager, che ha proposto investimenti in titoli obbligazionari.
Peccato che si trattasse di una
truffa in stile Madoff. Va bene, sono stati gabbati. Ma che bisogno
avevano di investire i fondi in ti toli quando potevano destinarli
ad imprese più meritevoli?
IL DISASTRO DI HAITI
Oddio, poteva finir male comunque. Mettiamo il caso del
fiume di denari confluito ad Haiti
per il terremoto. Secondo Evel
Fanfan, presidente di un'organizzazione locale di avvocati che
si occupa di diritti umani, «il 66%
di tutte le donazioni che sono state fatte nel mondo non sono state
investite per la gente di Haiti, ma
per il funzionamento delle Ong.
Alcune hanno comprato fuoristrada da 40-50 mila dollari e i120
per cento delle donazioni è andato in stipendi del personale». Per
Le Monde, sugli oltre 5 miliardi di
euro arrivati ad Haiti, «la popolazione ha ricevuto un centesimo».
Intanto, i vertici delle maggiori
Ong mondiali se la passano meglio dei manager. Il direttore di
Save the children Usa guadagna
360 mila dollari l'anno. La buonuscita di Irene Kahn e Kate Gil more (numeri uno e due di Arnnesty intemational), come si è
scoperto nel 2011, è stata di 800
mila sterline. Secondo l'ex capo
di Greenpeace Norvegia, i dirigenti ambientalisti «viaggiano in
prima classe, mangiano nei miglioriristoranti e fanno labellavita del jet set ecologista». Intanto
la succursale italica spende più in
mantenimento e pubblicità che
in difesa dell'ambiente.
Sono tutti così? No. «Non voglio screditare un intero universo, le differenze ci sono», ci tiene
a dire Valentina Furlanetto. C'è
chi spreca e chi si danna l'anima
per far del bene. Ma nel circo della carità, talvolta, diviene più importante mantenere in piedi le
aziendine dei buoni sentimenti e
i loro dipendenti piuttosto che
portare a termine i progetti con
successo e poi, magari, chiudere i
battenti.
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