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Risposta - Giovanni Nencioni

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Risposta - Giovanni Nencioni
La Crusca per voi
n. 11 Ottobre 1995
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Sig. Maria Staderini, Firenze:
La parola prego dopo grazie ha carattere di cortesia. Vorrei sapere come è entrata in uso e
se ha collegamento con la preghiera.
Che il verbo pregare abbia originariamente, e continui ad averlo nei contesti opportuni, un
significato religioso, non c’è dubbio. Ma bisogna evitare di attribuirgli quel valore anche nei
rapporti semplicemente umani: si pregano anche le persone mortali e in tal caso l’accezione
del verbo, forte o tenue che sia, si spoglia del carattere sacrale che caratterizza l’appello alla
divinità. L’attenuazione o lo svuotamento semantico di espressioni sacre è un fatto diffuso:
quando i romani esclamavano mehercules non intendevano invocare l’eroe divinizzato Ercole,
ma affermare con energia: in verità! certamente! Quando dalla mia memoria estraggo vecchie
esclamazioni come per Giove!, per Bacco! esprimo sorpresa, contrarietà o anche entusiasmo,
non chiamo certo in causa due divinità mitologiche. Ricordo di aver sentito da persone atee
esclamare con varia emozione Madonna! La Madonna! Perdio!, senza rendersi conto di una
possibile contraddizione. La quale effettivamente non esisteva, perché quelle espressioni
erano ridotte a semplici interiezioni, cioè emissioni di voce dirette ad esprimere uno stato
d’animo, quindi prive di referenza concettuale. Non una esclamazione, ma una formula
cortese di contatto è divenuta anche la prima persona del presente indicativo del verbo
pregare, che in quella sola forma è registrato come parola a sé nei moderni dizionari. Ne
prendo tre, del tipo scolastico e familiare, in edizioni recenti, e ne trascrivo gli articoli.
Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana, 1995: «Prego. Interiezione. Prima persona del
presente indicativo di pregare, usata in formule di cortesia con cui si risponde a
ringraziamenti o scuse, o con cui si invita ad accomodarsi o ad accettare qualcosa»; Palazzi Folena, Dizionario della lingua italiana, 1995: «Prego. Prima persona singolare
dell’indicativo presente di pregare (1868). Formula cortese di risposta a chi dice grazie!, o
usata per invitare a entrare, ad accomodarsi o a prendere qualcosa: prego, s’accomodi!»;
Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, 1994: «Prego. Prima persona dell’indicativo
presente di pregare. Interiezione. Si usa come formula di cortesia, rispondendo a chi ringrazia
o chiede scusa o invitando qualcuno ad accomodarsi, a entrare, ad accettare qualcosa, e, in
genere, attenuando un comando o sollecitando qualcuno a qualcosa: ‘Grazie’ ‘prego!’; ‘scusi
tanto!’ ‘prego, non c’è di che’; ‘prego, sedetevi, signori, restate calmi, prego!’ Con tono
interrogativo per invitare qualcuno a ripetere ciò che non si è capito: ‘prego? vuol ripetere?’»
È evidente lo sforzo dei dizionari di individuare tutti i significati e le sfumature che prego
può assumere nelle diverse situazioni concrete. Tanto è ricca e inesauribile la lingua!
Uno dei tre dizionari reca una data: l’anno a cui risalirebbe l’uso interiettivo di prego, o, più
precisamente, la sua registrazione lessicografica. Esso appare infatti, sotto la voce pregare,
nel mirabile Dizionario della lingua italiana di Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini, come
scheda dello stesso Tommaseo: «Ellissi di cortesia, a chi s’invita o a sedere o prender cosa
offerta, o a smettere parole di cerimonia: Prego».
Giovanni Nencioni
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