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la dimensione del fenomeno detentivo negli stati uniti
prof. FRANKLIN E. ZIMRING
William G. Simon Professor of Law and Wolfen Distinguished Scholar,
University of California, Berkeley School of Law
LA DIMENSIONE DEL FENOMENO DETENTIVO NEGLI STATI UNITI:
I MODELLI DEL VENTESIMO SECOLO E
LE PROSPETTIVE PER IL VENTUNESIMO (*)(**)
SOMMARIO: 1. Introduzione – 2. La dimensione quantitativa dell’aumento dei tassi di carcerazione. – 3. Due
questioni fondamentali. − 4. Il crimine conta? – 5. La volatilità è una strada a senso unico? – 6.
Conclusione.
1. Introduzione
Il tema del carcere è stato di gran lunga più importante per la prassi della giustizia penale
che per le teorizzazioni accademiche nel corso del secolo preso in esame dal presente studio.
La pena detentiva costituisce la sanzione penale predominante e più severa in tutto il mondo e
non vi è alcun elemento che faccia ritenere che la sua egemonia come strumento principe del
controllo del crimine avrà modo di cambiare. Ma lo studio della carcerazione non ha mai
rappresentato un argomento importante nella teoria del diritto penale, mentre alcuni aspetti
dell’esecuzione penitenziaria sono stati oggetto di attenzione da parte della letteratura
criminologica. Dunque, se la pena detentiva ha avuto un ruolo dominante nel sistema della
giustizia penale americana, ne ha rivestito uno minore nel dibattito scientifico penalistico. La
Harvard Law Review, ad esempio, conta ventisette articoli con “pena detentiva” o “carcere”
nel titolo in cento anni di pubblicazioni iniziate nel 1910.
Il carattere interdisciplinare del Journal of Criminal Law and Criminology e la sua
attenzione al crimine ne hanno fatto il luogo di elezione per gli studi giuridici concernenti le
questioni della funzione e dell’operatività delle carceri. Non meno di centocinquantacinque
rilevanti articoli recanti “carceri” e “pena detentiva” nei loro titoli sono apparsi in un secolo di
pubblicazioni, di gran lunga la più grande concentrazione che si possa riscontrare in
qualsivoglia rivista scientifica strettamente legata alla formazione giuridica1. Allo stesso
*
Traduzione dall’inglese a cura del dott. Alessandro Corda, dottore di ricerca in diritto penale
nell’Università di Pavia.
**
Ringraziamenti dell’Autore: ringrazio Ginger Jackson-Gleich e Stephen Rushin per l’assistenza, David
Johnson per i commenti, ed i partecipanti al simposio del 28 gennaio 2010 per le domande e le osservazioni. Jeff
Fagan mi ha fatto conoscere il test statistico della normalità delle distribuzioni ed ha eseguito i calcoli riportati
nella tabella 1. Le analisi riportata nella parte 3.A di questo saggio sono state ispirate da una conversazione avuta
con Justin McCrary, che deve quindi condividere la responsabilità per parte delle riflessioni che ne risultano.
modo, il tema della carcerazione ha rivestito un ruolo di primo piano nell’agenda di ricerca di
tale rivista fin dall’inizio, con un numero di articoli concernenti argomenti relativi alla
detenzione leggermente maggiore nella prima metà dei suoi volumi rispetto alla seconda. La
gamma di argomenti correlati al tema della carcerazione trattata fin dal principio ― compresi
anche lavori di taglio comparatistico ed empirico ― è stata impressionante.
Ma assai pochi tra i lavori pubblicati nel primo mezzo secolo della rivista hanno toccato il
tema centrale di questa analisi, che chiamerò ‘dimensione quantitativa del fenomeno
detentivo’.
Zimring e Hawkins definiscono il tema della “dimensione quantitativa” come l’analisi
della appropriata “estensione della pena detentiva all’interno della società in relazione ad altre
sanzioni penali ed alla popolazione in generale”. Quanti prigionieri? Quante carceri? Quali
criteri dovrebbero ispirare le decisioni relative a quali debbano essere le dimensioni di un
istituto di pena e alla sua gestione?”2.
Solo uno degli oltre settanta articoli con il termine “carcere” nel proprio titolo apparsi sul
Journal of Criminal Law and Criminology nel suo primo mezzo secolo si è concentrato con
particolare attenzione sui tassi di detenzione: si tratta di un lavoro di Edwin Sutherland che
descrive la diminuzione dei tassi di carcerazione in Inghilterra3. Una importante ragione della
mancanza di attenzione da parte degli studiosi per la variazione dell’indice di carcerazione
negli Stati Uniti è che allora non si riscontrava alcuna rilevante variazione nel tempo in
relazione al tasso di carcerazione.
Infatti, la mancanza di drammatici mutamenti negli indici di reclusione è stata di
ispirazione per Alfred Blumstein e Jacqueline Cohen nella elaborazione di quella che hanno
definito “Una teoria della stabilità della pena”4, titolo di un articolo pubblicato sul Journal of
Criminal Law and Criminology nel 1973, e probabilmente il lavoro scientifico più importante
e senza dubbio il più ironicamente collocato temporalmente sul tema della carcerazione
pubblicato nel primo secolo di vita della rivista. Blumstein e Cohen sostengono che i livelli
delle pene detentive tendano verso la stabilità nel tempo e portano quale prova di questo
fenomeno i tassi di reclusione piuttosto stabili nel dato aggregato a livello nazionale nel corso
degli anni dal 1930 al 1970.
Il grafico 1 è ripreso dal grafico 2 presente nell’articolo di Blumstein e Cohen.
1
La ricerca sul Journal of Criminal Law and Criminology è stata condotta dallo staff della rivista
medesima, mentre quella sulla Harvard Law Review è stata effettuata il 22 gennaio 2010 da Ellen Gilmore,
bibliotecaria presso la University of California, Berkeley Law Library.
2
F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, The Scale of Imprisonment, Chicago, 1991, p. xi.
3
E.H. SUTHERLAND, The Decreasing Prison Population of England, in 24 J. Crim. L. & Criminology,
1934, p. 880 ss.
4
A. BLUMSTEIN – J. COHEN, A Theory of the Stability of Punishment, in 64 J. Crim. L. & Criminology,
1973, p. 198 ss.
Fig. 1: Tasso di carcerazione annuale negli Stati Uniti, 1930-1970.
Fonte: A. BLUMSTEIN – J. COHEN, A theory of Stability of Punishment, in 64 J. Crim. L. & Criminology, 1973, p.
201.
L’interpretazione di questi dati è stata semplice:
«Si può osservare dal grafico 2 come nel corso di quel periodo il tasso di carcerazione sia stato
abbastanza costante, con un valore medio di 110,2 detenuti ogni 100.000 abitanti ed una deviazione
standard5 (...) di 8,9 detenuti ogni 100.000 abitanti. La stabilità nel corso delle serie storiche è
particolarmente degna di nota se si considera che la popolazione degli Stati Uniti è aumentato di oltre
6
il 50% nello stesso periodo» .
Altre due volte in quella decade Blumstein ed i suoi colleghi avrebbero prodotto dati ed
analisi per argomentare ulteriormente la fondatezza della loro teoria della pena7, ma poi la
loro intera costruzione teorica è stata superata dagli eventi. Dal punto più basso toccato nel
1972, la popolazione carceraria degli Stati Uniti aveva iniziato una fase di crescita costante e
senza precedenti. La figura 2, tratta dai dati del US Bureau of Justice Statistics, mostra un
aumento continuo nei tassi aggregati di carcerazione, che è durato per l’intero periodo
successivo al 1972.
5
In statistica, la standard deviation è il più utilizzato tra gli indici di variabilità, e misura il grado di
dispersione di una variabile attorno alla sua media; viene espresso nella stessa unità di misura dell’elemento che
consente di descrivere una popolazione (o campione). In altre parole, la deviazione standard fornisce
un'indicazione numerica di quanto i dati siano vicini o lontani dalla media (N.d.T.).
6
A. BLUMSTEIN – J. COHEN, A Theory of the Stability of Punishment, cit., p. 201.
7
A. BLUMSTEIN – J. COHEN – D. NAGIN, The Dynamics of a Homeostatic Punishment Process, in 67 J.
Crim. L. & Criminology, 1977, p. 317 ss.; A. BLUMSTEIN – S. MOITRA, An Analysis of the Time Series of the
Imprisonment Rate in the States of the United States: A Further Test of the Stability of Punishment Hypothesis,
in 70 J. Crim. L. & Criminology, 1979, p. 376 ss.
Fig. 2: tasso di detenzione ogni 100,000 abitanti negli Stati Uniti, 1925-2007.
Dati tratti da A. BLUMSTEIN – J. COHEN, A Theory of Stability of Punishment, cit., p. 203, e aggiornati fino al
2007 da S. Rushin
600
550
500
450
400
350
300
250
200
150
100
50
0
Blumstein e Cohen pubblicano
il loro studio sulla stabilità della pena
1927 1931 1935 1939 1943 1947 1951 1955 1959 1963 1967 1971 1975 1979 1983 1987 1991 1995 1999 2003 2007
1925 1929 1933 1937 1941 1945 1949 1953 1957 1961 1965 1969 1973 1977 1981 1985 1989 1993 1997 2001 2005
Il contrasto tra i quattro decenni successivi al 1930 ed i tre decenni e mezzo successivi al
1972 è netto. Il più alto tasso annuale di carcerazione nel periodo 1930-1970 è stato del 38%
superiore a quello minimo (131,5 contro 95,5 detenuti ogni 100.000 abitanti), senza che si sia
affermata alcuna chiara tendenza nel corso del tempo. Nei trent’anni successivi al 1972 il gli
indici di carcerazione sono cresciuti ogni anno, e nel 2007 il tasso di carcerazione era cinque
volte superiore rispetto al dato iniziale.
Il primo impatto sul dibattito scientifico di questo aumento senza precedenti nell’uso del
carcere negli Stati Uniti è stato quello di porre fine a qualsiasi seria discussione sulla “stabilità
della pena”. Tale teoria era stata elaborata sulla scorta di tendenze uniformi nel corso del
tempo riscontrate negli Stati Uniti dopo il 1925 ed è stata distrutta dal boom carcerario che è
seguito al 1972.
La seconda conseguenza del brusco aumento della popolazione carceraria americana è
stato l’interesse scientifico rispetto a quali aspetti della società e dell’amministrazione
possano influenzare l’andamento dei tassi di reclusione nel corso del tempo. Una volta che le
proprietà dinamiche e non-omeostatiche dei tassi di reclusione sono state stabilite dalla storia
della carcerazione successiva al 1975, le cause della variazione della detenzione, sia nelle
analisi relative alle serie storiche sia su quelle concernenti dati trasversali (c.d. cross-sectional
analysis)8, sono divenute un tema importante per l’analisi empirica. La stessa continua
8
Nel campo dell’econometria, si suole operare una macro partizione con riguardo alle tipologie di studi a
partire da dati empirici: le due ampie categorie sono a) l’analisi delle serie storiche; e b) l’analisi su dati
trasversali – o sezionali (cross-sectional analysis).
crescita della popolazione carceraria che ha posto fine all’interesse per la stabilità della pena
ha generato interesse per gli indici di reclusione considerati quale variabile nella politica
criminale e nella governance pubblica.
Vi sono due parallelismi tra le elaborazioni sulla “stabilità della pena” degli anni
Settanta e gli sforzi più recenti per comprendere e valutare ciò che determina la dimensione
quantitativa della carcerazione negli Stati Uniti. La prima importante caratteristica comune di
queste due linee di indagine è che ciascuna teoria è stata ricavata ed è guidata da dati empirici.
Per tutta la sua analisi durkheimiana, l’ispirazione per l’intuizione della stabilità della pena di
Blumstein e Cohen fu la distribuzione uniforme dei tassi di detenzione nel corso del tempo
negli Stati Uniti, un modello che ha incoraggiato l’elaborazione di svariate ipotesi circa le sue
possibili cause. In questo senso, il modello di stabilità era una risultanza pratica in cerca di
una copertura teorica prima che fosse elaborata una qualche spiegazione. Gli studi più recenti
sulla dimensione quantitativa della carcerazione sono stati indotti altresì dalle tendenze
mutevoli che esigevano spiegazioni ed analisi. Tutti gli studi recenti concernenti la ‘misura’
della carcerazione sono stati ispirati dai forti aumenti riscontratisi, quindi ecco di nuovo che i
dati che debbono essere spiegati giungono prima delle teorie che debbono essere verificate.
Il secondo parallelismo si fonda su di un ingiustificato assunto di normalità temporale.
Nonostante il fatto che le teorie della stabilità prima e della variabilità poi siano state ispirate
da stimolanti tendenze empiriche, l’analisi dei dati storici per testare queste teorie ha assunto
quale presupposto che i periodi da analizzare fossero normali e tipici. Negli studi più risalenti,
la stabilità osservata è stata ritenuta essere rappresentativa anche di altri periodi, in modo che
ci si potesse attendere la validità generale dei modelli osservati. Allo stesso modo, nelle
spiegazioni statistiche del periodo successivo al 1972 l’analisi empirica è andata sostenendo
che le tendenze nell’incarcerazione nei trent’anni successivi al 1972 siano rappresentative di
altri periodi ed opinioni pubbliche, in modo tale da considerare la relazione statistica e la
dimensione degli effetti osservati in questo lasso temporale valide anche con riguardo a
differenti epoche e condizioni.
Questo articolo si concentrerà su tre aspetti delle tendenze degli indici di carcerazione
registratisi negli Stati Uniti a partire dal 1975. In primo luogo, mi occuperò della dimensione
quantitativa e dei profili generali dell’aumento della popolazione carceraria, dedicando
Solitamente si parla di serie storiche, o serie temporali, quando le osservazioni riguardano la stessa unità in
più punti nel tempo. Una serie storica (o temporale) si definisce come un insieme di variabili casuali ordinate
rispetto al tempo, ed esprime la dinamica di un certo fenomeno nel tempo. Le serie storiche vengono studiate sia
per interpretare un fenomeno, individuando componenti di trend, di ciclicità, di stagionalità e/o di accidentalità,
sia per prevedere il suo andamento futuro. Con il termine cross-sectional, invece, si intende un tipo di studio
basato su un campionamento trasversale ovvero relativo allo stesso punto del tempo e a più unità statistiche. La
cross-sectional analysis concerne studi condotti in un determinato tempo, prendendo una porzione di
popolazione (una sezione incrociata). Gli studi cross-section forniscono solo indirettamente un’evidenza circa gli
effetti di tempo e devono essere usati con grande cautela quando si traggono conclusioni circa il cambiamento di
un determinato fenomeno osservato (N.d.T.).
particolare attenzione alle caratteristiche dell’amministrazione che rendono il modello di
crescita così sorprendente. In secondo luogo, identificherò e tratterò due questioni nodali di
carattere empirico relative al boom carcerario riscontratosi dopo il 1972. Il quarto paragrafo
approfondirà gli esiti delle analisi condotte nel paragrafo terzo concernenti il metodo corretto
di verificare se i tassi di criminalità siano importanti nel predire i tassi di carcerazione.
L’ultima sezione del presente articolo, infine, si chiederà se ed in che misura la volatilità nella
crescita della popolazione carceraria possa altresì segnalare che importanti diminuzioni nella
dimensione quantitativa della carcerazione possano presto verificarsi.
2. La dimensione quantitativa dell’aumento dei tassi di carcerazione
I trentacinque anni successivi al 1972 hanno prodotto una crescita dei tassi di detenzione
che mai è stata registrata nella storia delle nazioni sviluppate. Il grafico 3 mette a confronto il
tasso di reclusione del 1972 con quello registrato nel 2007:
Fig. 3: la carcerazione nel 1972 e nel 2007 negli Stati Uniti; tasso ogni 100.000 abitanti
600
502
500
400
300
200
100
95.5
5.3
0
Incarceration Rate
Ratio
1972
2007
Fonte: Bureau of the Census and Bureau of Justice Statistics
Il tasso di 502 soggetti detenuti ogni 100.000 abitanti che si riscontra a livello statale e
federale non costituisce solamente un tasso di incarcerazione cinque volte superiore rispetto a
quello riscontrato nel primo anno del periodo considerato, ossia il 1972, ma è anche quasi
quattro volte superiore rispetto al massimo livello di reclusione riscontrato nei quattro decenni
precedenti al 1970. Con i primi anni Ottanta, la popolazione carceraria statunitense ha
superato il suo precedente livello massimo ed ha continuato a crescere in modo deciso e senza
sosta per più di due ulteriori decenni. Nel periodo successivo al 1970, il tasso di
incarcerazione negli Stati Uniti è raddoppiato (tra il 1972 e 1988) ed è poi raddoppiato
un’altra volta.
Quando negli anni Settanta questa crescita ha avuto inizio, il tasso di carcerazione negli
Stati Uniti era senz’altro tra quelli più alti che era dato riscontrare tra le democrazie
occidentali, ma non corrispondeva certo a quello che gli statistici definirebbero un “outlier”9
del tutto distante rispetto alle altre nazioni del G710. Il tasso di carcerazione raggiunto negli
Stati Uniti nel 2007 era invece pari a tre volte quello riscontrabile in una qualsiasi nazione
pienamente sviluppata in un momento qualsiasi dell’epoca successivo alla seconda guerra
mondiale. Sicché il livello di crescita sperimentato dagli Stati Uniti nei trentacinque anni
susseguenti al 1970 sarebbe non comune e degno di nota per qualsiasi nazione in ogni epoca.
Ma vi sono tre aspetti della struttura giuridico-amministrativa degli Stati Uniti che rendono la
crescita ininterrotta del numero dei detenuti a dir poco sorprendente.
La prima caratteristica peculiare della struttura di governo degli Stati Uniti che dovrebbe
bilanciare le variazioni nella popolazione carceraria nel corso del tempo è l’articolazione
decentrata del diritto penale e delle relative sanzioni. Il governo federale è responsabile di
meno del 10% delle persone incarcerate negli Stati Uniti, laddove invece ciascuno dei
cinquanta Stati ha il compito di definire i reati e le tipologie di pena, così come, di regola,
quello di amministrare e finanziare gli istituti penitenziari. Questa ‘politica della pena’ a
carattere decentrato significa che i “tassi di carcerazione” aggregati nei grafici 1 e 2 del
presente articolo rappresentano realmente una media aggregata relativa a cinquantuno diversi
sistemi, ognuno dei quali ha la responsabilità ed il potere di adottare autonome politiche
penitenziarie. Questi molteplici centri decisionali dovrebbero teoricamente attenuare i valori
estremi dei singoli Stati e produrre modesti cambiamenti aggregati nel corso del tempo.
Invece, dati alla mano, l’influenza moderatrice derivante dall’aggregazione dei dati di
cinquantuno diversi sistemi non è stata per nulla tangibile nel periodo successivo al 1970. Pur
essendosi riscontrate alcune variazioni nei tassi di crescita da uno Stato all’altro, si è registrata
una tendenza irrefrenabile verso alti tassi di crescita sostenuta. Zimring e Hawkins
identificano gli anni Ottanta come il periodo in cui la spinta verso ed oltre tassi di
carcerazione storicamente alti è divenuta evidente:
«Nel 1980 solo undici Stati riportavano tassi di carcerazione più alti che in qualsiasi momento nel
corso del secolo. Ma una ipotesi ciclica è stata decisamente smentita dalle tendenze nella popolazione
carceraria riscontrate a partire dal 1980. Quarantasei dei cinquanta Stati americani riferiscono di tassi
11
di reclusione rilevati tra il 1985 ed il 1987 che sono i più alti riscontrati in un secolo» .
Dunque, la quasi unanimità dei livelli massimi di carcerazione di cui si è detto poc’anzi,
si è riscontrata a metà degli anni Ottanta, quando il tasso aggregato della carcerazione si era
9
In statistica, “outlier” è un termine utilizzato per definire, in un insieme di osservazioni, un valore
anomalo e aberrante; un valore quindi chiaramente distante dalle altre osservazioni disponibili (N.d.T.).
10
F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, The Scale of Imprisonment, cit., p. 150, tab. 6.6; v. anche F.E. ZIMRING – G.
HAWKINS, Crime Is Not the Problem: Lethal Violence in America, New York, 1997, p. 31, tab. 2.2.
11
F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, The Scale of Imprisonment, cit. p. 152.
soltanto avvicinato a completare il suo primo raddoppio. Dai primi anni Novanta l’andamento
a livello statale verso tassi di carcerazione alti come mai in precedenza era ormai divenuto
generale, con caratteri uniformi tra i vari Stati. Quindi, un potere decentrato ed una pluralità di
autonomi centri di decisione politica sono divenuti la prima caratteristica strutturale del
sistema americano che, pur se avrebbe dovuto contenere la crescita dei tassi di carcerazione,
non è invece riuscito a farlo in misura significativa.
La seconda caratteristica del sistema americano negli anni Settanta e Ottanta che ci si
aspetterebbe abbia contenuto la crescita della carcerazione è rappresentata dall’assenza di
significativi cambiamenti nella legislazione penale nel corso dei primi due decenni della
grande ‘espansione penitenziaria’ americana. Dal 1970 al 1985 non si è infatti riscontrata
alcuna tendenza generale né verso l’aumento del numero di reati né verso l’innalzamento dei
minimi o dei massimi edittali delle pene detentive. Alcuni Stati (tra cui la California e
l’Illinois) nel corso degli anni Settanta sono passati da un sistema indeterminato di
commisurazione della pena – c.d. ‘indeterminate sentencing system’ – a sistemi ‘vincolati’ –
c.d. ‘determinant sentencing systems –, mentre altri Stati durante gli anni Ottanta hanno
adottato sistemi fondati su linee guida elaborate da un’apposita commissione con il fine di
indirizzare l’operato discrezionale del giudice in sede di commisurazione – c.d. ‘sentencing
commission systems’ –, ma non vi è alcuna prova che questi cambiamenti strutturali abbiano
prodotto alcun impatto significativo sulla crescita della carcerazione durante il periodo in
esame12.
Gli ampi margini di discrezionalità nella determinazione delle sanzioni nei sistemi di
perseguimento dei reati e di commisurazione della pena esistenti all’interno della struttura
giudiziaria degli Stati Uniti implicano che mutamenti sostanziali nella politica penale
aggregata possano avvenire senza alcuna modifica sostanziale della legislazione che
disciplina i livelli di pena disponibili o la scelta delle sanzioni penali nei singoli casi. Il primo
raddoppio della popolazione carceraria degli Stati Uniti dopo il 1972 rappresenta la prova
decisiva di come la straordinaria ampiezza nell’esercizio della discrezionalità nei sistemi
americani di giustizia penale possa produrre cambiamenti davvero notevoli nei tassi di
reclusione pur senza importanti mutamenti nell’impianto giuridico-formale del sistema
penale. Giacché vi sono così poche restrizioni rispetto alle scelte discrezionali operate nei
singoli casi, un mutamento strutturale nelle scelte compiute dai pubblici ministeri, dai giudici
e dalla polizia è in grado provocare mutamenti molto forti nella politica penale. Certamente
per i primi quindici anni di espansione della popolazione carceraria, questo modello fondato
su di un mutamento collettivo nelle decisioni discrezionali appare di gran lunga preferibile per
la spiegazione dei succitati aumenti rispetto ad un qualsivoglia modello fondato su di un
significativo mutamento del quadro giuridico di riferimento. Il sistema normativo in vigore
12
Cfr. A. BLUMSTEIN – J. COHEN – S.E. MARTIN – M. TONRY (eds.), Research on Sentencing: The Search
for Reform, Washington DC, 1983, p. 206.
negli Stati Uniti nel 1972, quando vi era una popolazione carceraria a livello statale pari a
205.000 soggetti, non era infatti molto diverso da quello responsabile di una popolazione
carceraria pari a 800.000 detenuti nel 1991.
La terza caratteristica sistemica che ci si potrebbe aspettare moderi il tasso di crescita
della carcerazione è il numero relativamente stabile di istituti penitenziari e di spazi per i
detenuti presente negli Stati Uniti. Le prigioni sono beni strumentali con elevati costi fissi,
lunghe vite utili e notevoli ‘tempi di risposta’ tra l’autorizzazione ed il completamento. A
metà degli anni Ottanta, oltre il 90% di tutti gli Stati americani aveva raggiunto il picco nel
corso del secolo quanto ai tassi di carcerazione, sicché le risorse relativamente fisse in questi
luoghi in termini di spazi per ospitare i detenuti erano presumibilmente vicine al
raggiungimento della loro capienza abituale. In queste circostanze, ci si sarebbe aspettato che
l’affollamento delle strutture carcerarie esistenti frenasse il ritmo con cui sempre più
prigionieri venivano inviati agli istituti di pena. Le procedure altamente discrezionali che
portano a condanne alla reclusione dovrebbero essere sensibili alla pressione della
popolazione senza alcun ritardo. Così il tasso di crescita della popolazione carceraria sarebbe
dovuto diminuire dopo il primo raddoppio degli indici di detenzione avutosi negli anni
Settanta ed Ottanta in quanto le pressioni connesse all’affollamento degli istituti penitenziari
avrebbero impedito ai pubblici ministeri e ai giudici di perseguire politiche penali dalla
capacità espansiva illimitata. Quanto appena osservato, per quanto astrattamente ineccepibile,
non è però accaduto. Anche quando la popolazione carceraria ha raggiunto una dimensione
senza precedenti nel corso degli anni Novanta, l’aumento del ricorso alla carcerazione è
proseguito, sono state costruite nuove strutture e le vecchie prigioni sono stati adattate per
ospitare un numero maggiore di detenuti. La celle destinate ad ospitare un solo detenuto sono
state destinate ad ospitarne due e, non di rado, tre. Così le forze inerziali che, a condizioni
normali, ci si aspetterebbe siano in grado di rallentare in modo consistente l’espansione della
popolazione carceraria, sono state sopraffatte da tutte quelle forze sistemiche e politiche che
stavano sospingevano l’espansione della detenzione.
Forse la continua espansione della reclusione ci dice che le limitazioni nella capienza ed
il potere di imporre pene ad un livello decentrato sono stati sovrastimati quali forze in grado
di attenuare la crescita del ricorso alla reclusione. Ma lo slancio senza freni della crescita della
popolazione carceraria dopo il 1970 mostra anche che le forze politiche che hanno sospinto
l’espansione penale sono state fondamentali ed hanno avuto un impatto decisivo. Questo dato
può essere di una certa importanza nel prevedere la dimensione e la velocità di ogni futura
pressione al ribasso sull’impiego della pena detentiva.
3. Due questioni fondamentali
Le trentacinque voci annuali nel quadro nazionale dei tassi di carcerazione successivi il
1972 riportati nel grafico 2 danno l’impressione di un unico modello nazionale e di una
ininterrotta traiettoria verso l’alto. Ma le apparenze possono risultare ingannevoli. Questa
paragrafo affronta due nodi fondamentali concernenti le caratteristiche della crescita dei tassi
di reclusione riscontrata negli ultimi trentacinque anni. La prima parte di questa sezione
affronta il tema del se sia più corretto considerare la crescita aggregata dei tassi di detenzione
nei cinquanta Stati e nel sistema federale come: (a) un singolo processo con cinquantuno
diversi livelli di governo che concorrono ad una trasformazione essenzialmente similare della
politica penale perseguita; oppure (b) una aggregazione di diversi livelli o tipologie di
mutamento della politica penale. La seconda parte del paragrafo, invece, cercherà di
comprendere se i trentacinque anni di crescita della popolazione carceraria corrispondano un
unico ed omogeneo periodo di crescita oppure se siano composti da due o tre epoche distinte e
separate con differenti cause e dimensioni quantitative.
A. Unicità o molteplicità dei processi?
I tassi di crescita aggregati rappresentati nel grafico 2 costituiscono la somma dei dati
provenienti da cinquantuno diversi sistemi di governo. Per ragioni che attengono alla scienza
politica e forse alla logica, è inesatto parlare dell’indice della carcerazione negli Stati Uniti
come se si trattasse di una singola misura o, ancora, riferirsi al tasso di crescita della
detenzione come se fosse un fenomeno unitario. Ma la rilevazione della molteplicità delle
differenti componenti della politica penale americana costituisce solo il primo passo piuttosto
che l’epilogo dell’analisi che sto qui suggerendo essere richiesta. Nonostante il gran numero
di Stati e la diversità della loro composizione sociale e demografica, non è insolito che
emergano tendenze a livello nazionale in materia di reati e pene. Un esempio recente di
tendenza nazionale unitaria in questo settore è stato il forte calo dei reati gravi denunciati
negli Stati Uniti durante gli anni Novanta13. Zimring e Hawkins hanno osservato nel 1991 che
«una delle caratteristiche più sconcertanti degli ultimi decenni è il modo in cui i molti centri
politici che si dividono il potere nel sistema americano di giustizia penale hanno modificato le
loro linee di condotta in modo che la popolazione carceraria aumentasse contemporaneamente
e con intensità similare»14.
13
Cfr. F.E. ZIMRING, The Great American Crime Decline, Oxford - New York, 2007, in part. Cap. 1, pp. 324. V. anche C. STEIKER (ed.), Symposium, Mass Incarceration: Causes, Consequences, and Exit Strategies, in
9 Ohio State J. Crim. L., 2011, che comprende i saggi di: C. STEIKER, Introduction, p. 1 ss.; M. ALEXANDER,
The New Jim Crow, p. 7 ss.; D. COLE, Turning the Corner on Mass Incarceration?, p. 27 ss.; B.E. HARCOURT,
Reducing Mass Incarceration: Lessons from the Deinstitutionalization of Mental Hospitals in the 1960s, p. 53
ss.; M. KLEIMAN – K. HOLLANDER, Reducing Crime by Shrinking the Prison Headcount, p. 89 ss.; L.M.
SEIDMAN, Hyper-Incarceration and Strategies of Disruption: Is There a Way Out?, p. 109 ss.; and A.E. TASLITZ,
The Criminal Republic: Democratic Breakdown as a Cause of Mass Incarceration, p. 133 ss.
14
F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, The Scale of Imprisonment, cit. p. 137.
L’aumento di quattro volte del tasso di detenzione negli Stati Uniti rappresenta
ovviamente una chiara tendenza rispetto alla produzione di un impatto aggregato di così
grandi dimensioni. Ma ci sono due modelli piuttosto differenti che possono produrre una
crescita di grandi dimensioni nel dato aggregato. I numeri di una crescita di grandi dimensioni
possono mascherare differenze molto rilevanti tra le giurisdizioni a crescita più alta e quelle a
crescita più bassa, laddove è dato riscontrare differenze significative tra un gruppo di
giurisdizioni e l’altro. In tal caso, i livelli di crescita aggregata non sono il modo migliore per
studiare le cause della crescita differenziale. Le differenze tra gli Stati si riveleranno almeno
tanto importanti quanto lo sono le tendenze nazionali nel corso del tempo.
Ma gli Stati, visto il loro numero elevato, potrebbero tutti più o meno uniformemente
concorrere alla formazione di un trend nazionale; nel qual caso lo studio dei fattori associati a
differenti tassi di crescita in differenti Stati non consentirà facilmente di comprendere le
caratteristiche che gli Stati condividono, che invece costituiscono le cause principali della
crescita nella totalità di essi. Questo punto metodologico è stato sostenuto da Zimring e
Hawkins:
«La posta in gioco (...) è l’individuazione della corretta unità di analisi per la definizione della
politica riguardante la detenzione. Nella misura in cui gli Stati Uniti sono considerati come un sistema
sociale unitario, gli approcci che vedono le variazioni nei tassi di carcerazione come una conseguenza
dei processi economici e sociali enfatizzerebbero la dimensione quantitativa nazionale come unità di
analisi (...); nella misura in cui, invece, la popolazione carceraria è vista più come un risultato di scelte
consapevolmente operate a livello amministrativo, il potere politico più importante riguardo alla
carcerazione viene esercitato a livello statale e perciò il singolo Stato dovrebbe costituire l’unità di
15
analisi rilevante» .
Mentre Zimring e Hawkins hanno individuato una questione importante, la loro analisi
salta a conclusioni premature circa il corretto livello di amministrazione sul quale concentrare
gli studi sulla dimensione quantitativa della carcerazione. Anche se le influenze principali sui
tassi di detenzione sono di natura politica, i meccanismi che producono un mutamento
politico a livello statale possono essere di portata nazionale e potrebbero essere meglio
studiati ad un livello aggregato nazionale. Se la maggior parte degli Stati risponde in modo
relativamente uniforme ad uno stimolo a livello nazionale, la variazione da Stato a Stato non
dovrebbe rappresentare il punto focale della ricerca relativa ai fattori causali.
Il grafico 4 mostra la distribuzione percentuale della crescita dei tassi di carcerazione nel
sistema federale degli Stati Uniti e nei cinquanta Stati:
15
F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, The Scale of Imprisonment, cit., pp. 137-138.
Figura 4: La curva gaussiana della distribuzione dei tassi di crescita
della carcerazione a livello statale, 1972-2007.
10
8
6
4
2
0
100%
200%
300%
400%
500%
600%
700%
800%
900%
Percent Change
Fonte: Bureau of the Census e Bureau of Justice Statistics
Il modello del tasso di crescita a livello statale più coerente con una tendenza nazionale
unitaria nel periodo di tempo considerato, mostrerebbe la più grande concentrazione di Stati al
centro della distribuzione con pochissimi Stati ad entrambi gli estremi. Il modello per questo
tipo di schema è una distribuzione normale intorno ad un valore medio. Nella misura in cui si
riscontrassero valori estremi, questi dovrebbero tendere a registrarsi negli Stati più piccoli, e
non ci dovrebbe essere alcuna chiara tendenza di formazione di raggruppamenti a livello
regionale in una parte della distribuzione. Un modello di questo tipo costituirebbe una
distribuzione coerente con una tendenza unitaria nazionale.
Una distribuzione pluralistica, invece, non si concentrerebbe nel centro nella scala del
tasso di crescita, registrerebbe raggruppamenti di casi collocati ad una certa distanza dal
valore medio, e produrrebbe raggruppamenti di casi con somiglianze apparenti quanto alla
dislocazione geografica, al tasso di criminalità o alle politiche perseguite, altresì caratterizzati
da differenti tassi di crescita. Nella misura in cui una distribuzione suggerisce uno schema
unitario, il livello di analisi appropriato è rappresentato dall’aggregato nazionale. Nella
misura in cui dei raggruppamenti multipli sono evidenti nella distribuzione, la spiegazione dei
modelli di variazione a livello statale diventa un importante punto focale dell’indagine.
Ma quale tipologia di distribuzione è possibile rinvenire nel grafico 4?
Una formale analisi statistica conferma l’impressione visiva che il modello di crescita a
livello statale dei tassi di carcerazione nel periodo 1972-2007 sia coerente con una
distribuzione normale. Noi utilizziamo i tassi di crescita dei cinquanta Stati quale campione di
riferimento poiché tali dati sono stati prodotti nella stessa maniera. I dati federali sono esclusi
da questa analisi. Due test statistici analizzano quanto spesso una distribuzione di cinquanta
osservazioni (in questo caso, la percentuale di crescita nel tasso di carcerazione a livello
statale) come quelli mostrati nel grafico avrebbe la probabilità di verificarsi come variazione
casuale rispetto ad una distribuzione normale16. Si tratta dei test Shapiro-Wilk e ShapiroFrancia, così chiamati dai nomi dei loro creatori17. La tabella 1 mostra i risultati dei cinquanta
Stati in relazione alla crescita riportata nel grafico 4.
Tabella 1: la probabile normalità di distribuzione della crescita dei tassi di carcerazione dei cinquanta Stati
18
americani :
Test
Observations
W
V
Z
Probability > Z
Shapiro-Wilk
50
0.97322
1.259
0.492
0.31151
Shapiro-Francia
50
0.97985
1.045
0.085
0.46612
Minore la probabilità che questo campione di cinquanta osservazioni derivi da una
distribuzione normale, maggiore è la probabilità che gli andamenti delle differenze osservate
siano non normali, con la probabilità uguale o inferiore a 0.05 come punto di riferimento per
forti evidenze statistiche di una distributione non normale. Ma l’utilizzo del test di Shapiro e
Wilk produce una probabilità di una distribuzione normale pari a 0.31151, ed il test di
Shapiro-Francia conduce ad un risultato di 0.46612. La domanda che questi test pongono è
quanto sia “probabile” che una distribuzione come quella che viene osservata possa essere il
risultato del campionamento di cinquanta rilevazioni da una distribuzione normale. La
risposta è “piuttosto probabile”. Non vi sono perciò indicazioni in queste analisi di niente
altro rispetto a cinquanta differenti risultati di un processo uniforme.
B. Un’epoca con una sola politica o tre epoche distinte?
Una volta che i tassi nazioni di carcerazione vengono riportati nel loro andamento
temporale nella grafico 2, l’immagine che se ne ricava è quella di due trend separati: un
periodo ad andamento regolare e relativamente stabile, che va dal 1930 a circa il 1970, ed un
16
In teoria della probabilità, la “distribuzione normale” – o distribuzione di Gauss – è una distribuzione di
probabilità continua che è spesso usata come prima approssimazione per descrivere variabili casuali a valori reali
che tendono a concentrarsi attorno a un singolo valor medio. Il nome “normale” deriva dalla convinzione che
molti fenomeni si distribuiscano con frequenze più elevate nei valori centrali e con frequenze progressivamente
minori verso gli estremi della variabile. Il grafico della funzione di densità di probabilità associata è a forma a
campana, nota come Campana di Gauss (N.d.T.).
17
V. P. ROYSTON, A Simple Method for Evaluating the Shapiro-Francia W’Test of Non-Normality, in 32
Statistician, 1983, p. 297 ss.; ID., Estimating Departure from Normality, in 10 Stat Med., 1991, p. 1283 ss.; S.S.
SHAPIRO - M.B. WILK, An Analysis of Variance Test for Normality (Complete Samples), in 52 Biometrika, 1965,
p. 591 ss.; S.S. SHAPIRO - R.S. FRANCIA, An Approximate Analysis of Variance Test for Normality, in 67 J. Am.
Stat. Ass’n, 1972, p. 215 ss.
18
V. BUREAU OF JUSTICE STATISTICS, Key Facts, http://bjs.ojp.usdoj.gov/index.cfm?ty=tp&tid
=13#key_facts; NAT’L CRIMINAL JUSTICE REFERENCE SERV., http://www.ncjrs.gov/App/Topics/
Topic.aspx?TopicID=1.
secondo periodo di crescita continua senza interruzioni. Mentre la traiettoria al rialzo dei tassi
di reclusione si attenua quando la probabilità di base19 della popolazione incarcerata aumenta
nel corso degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, il numero dei prigionieri che si sono
andati a sommare alla preesistente popolazione carceraria degli Stati Uniti è rimasto tra i
300.000 e i 437.000 per ogni lustro tra il 1985 e il 200020. Così la tentazione visiva in una
illustrazione come la tabella 2 è quella di operare una biforcazione tra una singola epoca di
stabilità ed una singola epoca di crescita.
Una cosa è però osservare che il tasso di crescita è stato costante nel corso di un lungo
periodo di tempo, mentre tutt’altra cosa è ritenere che le influenze sostanziali che stavano
sospingendo gli aumenti nella popolazione carceraria alla fine degli anni Settanta siano le
stesse che operavano negli anni Ottanta e che sono rimaste stabili negli anni Novanta. Vi sono
alcuni segnali che indicano come l’enfasi politica sia mutata nel corso del periodo
caratterizzato da indici crescenti: l’aumento dei tassi di commissione di un’ampia gamma di
reati gravi (felonies) ha ricevuto maggiore attenzione nel periodo antecedente al 1986, mentre
invece dalla metà degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta è stato dato un peso
superiore alla maggiore crescita proporzionale dei reati sessuali e di quelli relativi agli
stupefacenti; infine, nella decade successiva al 1995 si è evidenziata una più elevata incidenza
degli aumenti legislativi delle pene detentive e condanne alla reclusione più severe21.
Senza dubbio i mutamenti nell’importanza e nella priorità attribuita alla repressione di
determinati reati durante le differenti epoche, rendono rischioso il tentativo di operare una
generalizzazione sull’intera fase di crescita quanto alle cause di dell’aumento degli indici di
carcerazione. La forte crescita non soltanto dei detenuti condannati per reati di droga in sé e
per sé, ma in particolare della percentuale di detenuti condannati per reati di droga a livello
statale tra il 1987 ed il 199122 suggerisce l’esistenza di paradigmi causali differenti per la
crescita della carcerazione riscontrata nel periodo precedente a quella avvenuta durante il
picco della fase di “lotta alla droga” (c.d. war on drug).
Ma è probabile che nel processo di crescita degli indici di carcerazione vi sia una
omogeneità maggiore di quanto la preoccupazione per le mutevoli caratteristiche della
criminalità e delle condanne non consentirebbe di ritenere. Per quanto un aumento
relativamente costante dei tassi di reclusione possa essere stato desiderato o tollerato negli
anni successivi al 1972, la criminalità o la lunghezza delle condanne, il cui manifestarsi ha
consentito di raggiungere i livelli attuali possono non avere avuto un’importante influenza
19
Nella teoria delle probabilità e in statistica, la “probabilità di base” (base rate) indica l’incidenza di un
fenomeno all’interno di una popolazione (N.d.T.).
20
Cfr. la comparazione dei tassi di crescita e i numeri riportati in F.E. ZIMRING, The Great American
Crime Decline, cit., p. 50, tabella 3.5.
21
F.E. ZIMRING, Penal Policy and Penal Legislation in Recent American Experience, in 58 Stan. L. Rev.,
2005, pp. 329-334.
22
V. la tabella 3 in F.E ZIMRING – B. HARCOURT, Criminal Law and the Regulation of Vice, St. Paul, MN,
2007, p. 219.
sulle cause della crescita della carcerazione o sulla tolleranza rispetto ad essa. Per quanto,
dunque, la crescita relativamente costante dei tassi di reclusione, prima e dopo il picco toccato
durante la ‘guerra alla droga’, indichi che i drug offenders prendevano in carcere il posto di
coloro che commettevano reati minori contro la proprietà o impedivano che i criminali di
strada venissero condannati a pene detentive più lunghe quando sono divenuti la priorità alla
fine degli anni Ottanta, il panico rispetto alla droga non ha costituito di per se stesso una causa
primaria della variazione del tasso di crescita della reclusione. Nella sconosciuta misura in cui
l’andamento della espansione penitenziaria a livello nazionale ha operato indipendentemente
dalla categoria di criminali alla quale è stata data priorità nel riempimento del nuovo spazio
carcerario, la concezione della crescita dei tassi di carcerazione successiva al 1972 quale
tendenza unitaria nel corso di trentacinque anni appare plausibile.
4. Il crimine conta?
In questo paragrafo, verranno applicate le prospettive discusse nel paragrafo terzo del
presente lavoro allo scopo di analizzare gli studi pubblicati che trattano il tema del ruolo delle
variazioni nei tassi di criminalità quali spiegazioni per i mutamenti del tasso di reclusione sia
nelle analisi su dati sezionali (cd. cross section anlaysis) sia in quelle relative alle serie
storiche. Delle potenziali questioni da approfondire nell’applicazione degli strumenti analitici
per lo studio della dimensione quantitativa della carcerazione, il collegamento tra le variazioni
della criminalità e le variazioni dei tassi di carcerazione si pone quale naturale priorità per due
ragioni. Il legame tra il volume complessivo dei reati ed il volume della reclusione dovrebbe
essere fondamentale, poiché la condanna in sede penale è una condizione necessaria per
l’accesso alla prigione. Tutti i detenuti sono criminali condannati23 sicché le variazioni
23
È importante sottolineare come negli Stati Uniti i soggetti sottoposti a carcerazione preventiva
(preventive detention) siano detenuti, a differenza di quanto avviene in Italia, in strutture distinte rispetto a quelle
in cui vengono eseguite le condanne definitive a pena detentiva: tali strutture vengono definite con il termine
“jail” che si riferisce, appunto, a tutte quelle facilities utilizzate per le detenzioni di breve periodo che riguardano
soggetti in attesa di giudizio. Il termine “prison” indica invece gli istituti penitenziari in senso stretto – le carceri
– dove, a livello sia statale che federale, vengono reclusi i criminali condannati con sentenza definitiva.
Quanto all’incidenza del fenomeno della carcerazione preventiva, è altresì opportuno sottolineare – anche
se si tratta di dati che non vengono trattati nel presente lavoro – come negli Stati Uniti la carcerazione preventiva
(preventive detention) sia uno strumento normativo relativamente recente e piuttosto limitato. Prima degli anni
Settanta, la prassi generale delle corti penali era quella di imporre una cauzione (bail) rispetto alla quasi totalità
degli imputati. In caso si procedesse per crimini particolarmente efferati, i tribunali imponevano una cauzione
dall’importo molto elevato in modo tale da ridurre le probabilità che gli imputati venissero rilasciati. Solo nei
casi di omicidio, gli imputati erano tenuti in stato di detenzione senza cauzione fino al termine del processo.
Negli anni Settanta, il District of Columbia divenne la prima giurisdizione a sperimentare la carcerazione
preventiva per imputati diversi da quelli sospettati di omicidio. Il Congresso ha adottato una legge che disciplina
la detenzione preventiva per soggetti imputati per reati federali: si tratta del Bail Reform Act del 1984. Tale
provvedimento normativo si ispira alla legge del District of Columbia pur se con varie eccezioni. In particolare,
la legge federale non pone limiti temporali alla detenzione preventiva degli imputati. Infine, la classe degli
imputati che possono essere posti in regime di carcerazione preventiva è più ampia nella legge federale rispetto
della legge del District of Columbia: la legge federale autorizza infatti la Corte a condurre un'udienza di
nell’offerta di criminalità e, presumibilmente, di criminali è una ovvia fonte di variazione
nella quantità con cui la carcerazione è utilizzata o richiesta. Questo essenziale collegamento
ha prodotto una seconda condizione che pone la questione del rapporto tra reclusione e
crimine quale esempio dimostrativo: il numero relativamente elevato di studi empirici che
hanno esplorato il tema e sono giunti ad esporre risultati significativi allorché i tassi di
criminalità sono testati come un’influenza sulla crescita relativa dei tassi di reclusione nel
periodo di espansione della carcerazione. Non sono stati pubblicati molti studi sulla
dimensione quantitativa della carcerazione, né è stata utilizzata un’ampia varietà di differenti
metodologie analitiche, ma il rapporto tra crimine e carcerazione ha comunque ricevuto tanta
attenzione quanto qualsiasi altra causa potenziale.
Dal momento che la condanna in sede penale è condizione necessaria (ma non anche
sufficiente) per la detenzione, un aumento nel numero di condanne rappresenta una ragione
evidente del perché un maggior numero di persone venga mandato in prigione, ed una
naturale influenza sul numero complessivo dei delinquenti condannati è data dal numero
complessivo dei reati segnalati. Diversi studi pubblicati hanno rilevato che una variazione
nella criminalità a livello statale costituisce un fattore predittivo di variazioni nell’aumento
della carcerazione a livello statale. Ma un confronto dettagliato dei dati analizzati suggerisce
diversi limiti agli studi esistenti sulla relazione tra criminalità e tassi di reclusione.
Un limite degli studi attuali risiede nel fatto che i periodi di tempo analizzati si
riferiscono all’epoca di crescita ininterrotta dei tassi di carcerazione successiva al 1972.
L’aumento della criminalità costituisce un fattore predittivo della crescita dei tassi di
reclusione nei periodi in cui vi è da motivare una crescita inferiore? Se così non fosse, la
relazione tra i trend della criminalità ei trend dell’incarcerazione può essere assai più debole
in ulteriori periodi “normali” caratterizzati da relativa stabilità, durante i quali le variazioni
nei tassi di commissione di molti reati non sono predittivi di una crescita differenziale della
reclusione.
Ed anche in periodi di grande crescita dei tassi di carcerazione, il tipo di aumento più
chiaramente associato al numero crescente dei detenuti può avere un’influenza rilevante
sull’impatto dei tassi della criminalità sull’aumento della carcerazione. Nella prima fase di
crescita, dal 1974 al 1987, la principale causa dell’aumento dei tassi di reclusione è stato
carcerazione preventiva su una mozione fatta dall’organo dell’accusa quando l’imputato è accusato di: (1) un
crimine violento, (2) un reato per il quale è prevista la pena di morte o l’ergastolo, (3) un reato che è punibile con
la reclusione non inferiore a dieci anni ai sensi del Controlled Substances Act o del Maritime Drug Law
Enforcement Act,, o (4) qualsiasi crimine se il soggetto ha riportato due o più precedenti condanne per reati
violenti o reati di droga. Inoltre, un imputato può essere sottoposto a detenzione preventiva se la Corte ritiene
che possa fuggire, intimidire, minacciare o ferire un potenziale testimone o giurato. In conclusione, si deve
evidenziare come la giurisprudenza statunitense abbia sviluppato una forte presunzione contraria alla preventive
detention. Tale presunzione viene tradizionalmente superata solo in casi in cui la carcerazione sia necessaria per
assicurare la comparizione dell’imputato al processo nel caso dei reati più gravi al fine di impedirne la fuga. In
ogni caso, gli standard probatori richiesti in relazione alle c.d. non-bailable offenses affinché venga disposta la
carcerazione preventiva sono quelli della “evident proof” e della “great presumption” (N.d.T.).
l’aumento della carcerazione per i reati per i quali le pene astrattamente previste erano
alternativamente la prigione o sanzioni minori, come nel caso del furto con scasso, del furto
d’auto, della rapina senza l’impiego di armi e dell’aggressione senza conseguenze lesive24. Le
variazioni nei tassi di criminalità possono avere una grande influenza sul ricorso alla
detenzione tramite l’aumento del numero di tali reati proprio quando il rischio di finire in
prigione per i medesimi cresce: in un simile caso le due forze possono interagire per
raddoppiare l’aumento del rischio che si stava verificando in maniera indipendente. Ma le
variazioni nelle statistiche relative ai c.d. Part I crimes, noti anche come index crimes (reati
contro il patrimonio con vittime e crimini contro l’incolumità personale di una certa gravità)25
non avrebbero un’influenza tanto rilevante nel corso di un’epoca in cui la priorità nelle scelte
di politica carceraria erano costituite dall’aumento dei condannati per reati in materia di
stupefacenti e per reati sessuali diversi dallo stupro – fattore che ha rappresentato la
caratteristica peculiare dell’aumento degli indici di carcerazione nel periodo dal 1987 al 1995:
non vi è infatti alcun computo preciso dei reati in materia di stupefacenti o dei reati sessuali
diversi dallo stupro in grado di misurare le variazioni nei tassi di commissione di questo tipo
di reati26. Quindi, la relazione tra le variazioni dei tassi ufficiali della criminalità e la crescita
differenziale dei tassi di carcerazione a livello statale dovrebbe essere assai più debole in
un’epoca in cui si pone un’attenzione speciale alla repressione di tali reati che non rientrano
tra i c.d. index crimes. Infatti, molti degli studi che riscontrano forti legami tra la criminalità e
la carcerazione hanno utilizzato dati relativi al primo periodo di crescente rischio-carcere per
alcuni index crimes marginalmente gravi27. Per questo motivo, tali studi probabilmente
24
V., ad es., F.E. ZIMRING - G. HAWKINS, Prison population and criminal justice policy in California,
Berkeley, CA,1992, p. 14 .
25
Negli Stati Uniti il Federal Bureau of Investigation (FBI) pubblica annualmente l’Uniform Crime Report
(UCR), un documento avente ad oggetto lo studio ed il monitoraggio della criminalità nel Paese. Tale rapporto
costituisce una sintesi dei crimini rilevati negli oltre 18.000 distretti presenti sul territorio americano.
Il report divide i dati sulla criminalità in due distinte sezioni: la prima concerne gli otto reati ritenuti
maggiormente ‘gravi’ quanto a sicurezza e allarme sociale, denominati index crimes, e costituisce la c.d. Part I.
Tra questi crimini di maggiore gravità viene poi operata una ulteriore distinzione, quella tra crimini violenti
(violent crimes) e crimini contro la proprietà (property crimes). Al primo gruppo appartengono: l’aggressione
aggravata, lo stupro, l’omicidio doloso e la rapina; formano invece il secondo gruppo: l’incendio doloso, il furto
in abitazione e con scasso, il furto di autoveicoli e i furti semplici.
Le ulteriori tipologie di reati che sono prese in considerazione dal rapporto vanno a costituire la c.d. Part II.
Appartengono a questo secondo raggruppamento: l’aggressione semplice, le violazioni del coprifuoco, il
bighellonaggio, la malversazione, i reati di falso, la contraffazione, disturbo della quiete pubblica, la guida sotto
l’effetto di droga o alcool, i reati in materia di stupefacenti, la frode, il gioco d’azzardo, i reati in materia di
produzione e vendita di bevande alcoliche, i reati contro la famiglia, i reati in materia di prostituzione,
l’ubriachezza in luoghi pubblici, l’evasione, i reati sessuali, la ricettazione, il vandalismo, il vagabondaggio dei
senzatetto e i reati in materia di armi (N.d.T.).
26
Le Law Enforcement Agencies, in relazione ai reati previsti dalla Part II – che comprende, come visto,
anche i reati sessuali diversi dallo stupro e quelli in materia di stupefacenti – si limitano infatti a segnalare
esclusivamente le informazioni relative agli arresti compiuti, fornendo dunque dati non così attendibili, in quanto
non tengono conto dei crimini denunciati ovvero dei quali le autorità abbiano conoscenza ma rispetto ai quali
non siano ancora state disposti dei fermi (N.d.T.).
27
Cfr. ad, es. il grafico 1 in J.F. PFAFF, The Empirics of Prison Growth: A Critical Review and Path
Forward, in 98 J. Crim. L. & Criminology, 2008, p. 547.
sopravvalutano l’impatto sui tassi ufficiali relativi all’interazione tra index crimes e
popolazione carceraria anche per l’intero set di epoche di forte crescita.
E poiché questi studi stavano solo cercando di ricavare il ruolo della crescita
differenziale della criminalità nello spiegare le differenze da Stato a Stato nella crescita della
carcerazione, le ricerche che sono state condotte non hanno prodotto alcuna prova diretta sulla
questione del quanto la crescita dei tassi di reclusione a livello nazionale è stata sospinta da
una crescita della criminalità. Più alta è la probabilità che un unico processo a livello
nazionale abbia avuto luogo durante l’epoca che è iniziata negli anni Settanta, più opportuno
diventa esplorare le relazioni tra la criminalità e gli indici di carcerazione nel corso del tempo
a livello nazionale.
Il grafico 5 utilizza i tassi degli omicidi nel corso del tempo quale indicatore indiretto
degli andamenti della criminalità a livello nazionale e compara le tendenze temporali
riguardanti l’omicidio ed il tasso di carcerazione ogni 100.000 abitanti considerati nel loro
insieme.
600
550
500
Rate per 100,000
450
400
350
300
250
200
150
100
50
0
1964
1967
1970
1973
1976
1979
Imprisonment Rate
1982
1985
1988
1991
1994
1997
2000
2003
2006
Homicide Rate (x50)
Fonte: in relazione alla detenzione, Fig. 1 in F.E. ZIMRING., Penal Policy and Penal Legislation in Recent
American Experience, cit., pp. 323-338; in relazione all’omicidio: Fig. 1 in F.E. ZIMRING, The Great American
Crime Decline, cit.
L’omicidio viene selezionato quale indicatore indiretto della criminalità grave poiché si
tratta di un reato che viene riportato in modo affidabile nelle statistiche e costituisce un buon
indice di variazione dei tassi dei crimini violenti che minacciano l’incolumità individuale28.
Nei quarantatre anni successivi al 1964, i tassi riscontrati degli omicidi e della carcerazione si
collocano su linee di tendenza molto differenti. I tassi degli omicidi negli Stati Uniti sono
raddoppiati tra il 1964 e il 1974, mentre i tassi di reclusione hanno continuato a diminuire fino
al 1973. Quando gli indici di carcerazione hanno iniziato a salire alla fine degli anni Settanta,
28
Cfr. F.E. ZIMRING – G. HAWKINS, Crime Is Not the Problem, cit., pp. 67-71.
i tassi degli omicidi sono prima calati e poi nel 1980 sono saliti appena sopra il picco toccato
nel 1974; in seguito, sono calati in modo sostanziale fino al 1984, poi cresciuti dal 1986 al
1991, ed infine andati calando in modo stabile per tutto il corso degli anni Novanta per poi
stabilizzarsi negli anni dopo il 2000.
Il pattern temporale dei tassi di reclusione mostra ben poca della ciclica variazione
riscontrata in relazione ai tassi di omicidio. Gli indici di carcerazione sono rimasti in calo per
otto anni e poi hanno iniziato a crescere ininterrottamente per trentacinque anni. Si potrebbe
sostenere che l’aumento degli omicidi avvenuto alla fine degli anni Sessanta abbia iniziato a
guidare la risalita dei tassi di reclusione dopo una lunga fase di latenza, ma un gap di otto anni
tra l’aumento degli omicidi e l’aumento della carcerazione sarebbe molto più esteso di
qualunque normale “periodo di latenza”29 economico o politico. E la forma delle curve
temporali per gli omicidi ed i tassi di reclusione si presenta assai differente per l’intero
periodo piuttosto che rivelare delle somiglianze allorché si verificano dei periodi di latenza.
C’è una relazione significativa tra l’andamento degli omicidi e quello della carcerazione, ma è
negativo (-0,53) nel periodo 1964-2007. Ciò potrebbe costituire una buona notizia per chi
suggerisce che la reclusione riduca la criminalità, ma costituisce una cattiva notizia per chi
sostiene che i tassi di criminalità sospingano la reclusione.
Il grafico 6 mostra le tendenze relative alle rapine e ai tassi di reclusione per metterli in
paragone con l’andamento storico riguardante gli omicidi.
600
500
400
300
200
100
0
1964 1968 1972 1976 1980 1984 1988 1992 1996 2000 2004
Robbery Rate
Imprisonment Rate
29
Nel testo inglese l’Autore utilizza l’espressione “economic or policy lag”. Con tale locuzione in politica
economica si indicano i periodi di tempo che si verificano tra l’insorgenza di un problema economico ed il pieno
impatto della politica destinata a correggere tale problema. I policy lags si dividono in due ampie categorie: gli
inside lags (fase in cui una determinata politica viene ‘attivata’) e gli outside lags (fase in cui si verifica il
conseguente impatto della politica adottata).
Dunque, i policy lags sorgono perché le azioni di governo non sono istantanee. L’implementazione di
qualsiasi politica di stabilizzazione incontra perciò policy lags tra il manifestarsi di un determinato problema
economico, come ad es. una contrazione del ciclo economico o l’aumento dell’inflazione, ed l’effettiva incidenza
della politica progettata per risolverlo (N.d.T.).
Fonti: in relazione alla detenzione, Fig. 1 in F.E. ZIMRING, Penal Policy and Penal Legislation in Recent
American Experience, in 58 Stan. L. Rev., cit., pp. 323-338; in relazione al reato di rapina: U.S. DEPARTMENT OF
JUSTICE, FEDERAL BUREAU OF INVESTIGATION, Uniform Crime Reports, 1964-2007.
Questa volta, la relazione complessiva tra rapine e reclusione è inesistente (-0.08), ed è
pienamente coerente con i due andamenti che procedono in modo del tutto indipendente da
una qualsivoglia interazione sistematica.
Certamente l’aggiunta di periodi di latenza ed altre funzioni statistiche opzionali
produrrebbe una variazioni nei risultati. Ma il punto centrale di queste analisi appare certo:
l’idea in forza della quale le variazioni nei tassi di criminalità nelle epoche successive al 1964
stanno sospingendo i tassi di reclusione – cosa che emerge con chiarezza negli studi sulle
variazioni da Stato a Stato – non è ben supportata una volta che l’attenzione si sposta al dato
nazionale aggregato. Così, se quello è il livello di analisi corretto (una plausibile
implicazione30 di una distribuzione normale dei tassi di crescita a livello statale), si è punto e
a capo.
5. La volatilità è una strada a senso unico?
Retrospettivamente, la metà degli anni Settanta è stata testimone di una transizione da
tendenze relativamente stabile nei tassi di reclusione ad un loro forze rialzo. Ma descrivere gli
andamenti degli indici relativi alla popolazione carceraria come “volatili” in tale epoca può
essere poco corretto se questo termine viene inteso nel suo comune significato economico o
linguistico di “mutevole” o “tendente ad oscillare in modo deciso ed abituale”. La storia
recente della detenzione negli Stati Uniti ha evidenziato che la popolazione carceraria tende
ad oscillare in modo deciso ed abituale ma solo nel verso crescente.
L’aumento “medio” nel tasso di reclusione ogni 100.000 abitanti è stato all’incirca di
quattro volte, una variazione veramente sostanziale. Con riferimento agli anni recenti, vi è
altresì una forte evidenza che i tassi di crescita siano diminuiti e che gli aumenti nei livelli
della popolazione carceraria aggregata siano, in base a standard recenti, piuttosto contenuti.
Qualche Stato registra già tassi di reclusione in ribasso, e c’è ragione di credere che la stabilità
e la diminuzione degli indici di carcerazione possano riguardare molti sistemi nel prossimo
futuro.
Perciò, dunque, tassì di reclusione in diminuzione appaiono essere probabili nel breve
termine negli Stati Uniti. Ciò che non è dato sapere è la dimensione quantitativa della
diminuzione che potrebbe seguire agli aumenti della storia recente. I considerevoli aumenti
della storia recente costituiscono indicazioni che le variazioni al ribasso nei tassi di reclusione
30
Il concetto di “implicazione statistica”, originato dalla estensione del concetto “laico” di implicazione, si
riferisce a situazioni particolarmente strutturate e mira a risolvere il problema della gerarchizzazione dei dati.
L’analisi della gerarchia implicativa delle classi fornisce delle informazioni sulla implicazione tra classi di
variabili, problema particolarmente delicato in ambito multivariato (N.d.T.).
potrebbero avvicinarsi all’entità quantitativa degli aumenti successivi al 1973? Oppure
esistono forse queste forze inerziali nella politica o nella governance dell’incarcerazione che
ci si può attendere limitino le variazioni al ribasso della popolazione carceraria in modo tale
che i movimenti ciclici appaiano a-simmetrici? Le illustrazioni della contrastante aritmetica
delle variazioni, simmetriche e a-simmetriche, al ribasso non sono difficili da costruire.
L’equivalente di un aumento del 400% nel tasso della popolazione carceraria è costituito da
una diminuzione dell’80% nel tasso di reclusione ogni 100.000 abitanti che muova dal tasso
di partenza esageratamente alto fino al raggiungimento di un equilibrio. È possibile o
probabile che una variazione verso il basso di tale grandezza si verifichi un lasso di tempo di
trentacinque anni nel corso del ventunesimo secolo?
Non è dato riscontrare variazioni al ribasso nella popolazione carceraria di simili
dimensioni nella storia di alcuna nazione sviluppata sulla terra, così come non vi erano
precedenti di una crescita statistica paragonabile a quella illustrata nel grafico 2 prima che
questa si verificasse negli Stati Uniti. Il numero di diminuzione significative della
popolazione carceraria nella storia degli Stati Uniti è piuttosto esiguo, e la misura delle
riduzioni registrate fino ad oggi è di gran lunga inferiore alla metà di quell’80% che
costituirebbe la simmetria statistica rispetto all’aumento riscontratosi alla fine del ventesimo
secolo. La California ha prodotto un declino nei tassi di reclusione nei primi anni Settanta pari
a circa il 30%, e lo Stato di New York, il cui dato è dominato dal numero di detenuti di New
York City, ha riscontrato una diminuzione come conseguenza della riduzione dell’80% nelle
maggiori tipologie di crimini violenti avvenuti in città31. L’esperienza californiana di
decrescita dei tassi di reclusione poc’anzi citata è durata solo per un decennio prima di essere
superata per effetto degli aumenti verificatisi nel corso degli anni Ottanta.
La misura in cui l’attuale dimensione quantitativa della carcerazione sia reversibile è una
questione che non attiene alla statistica, ma alla politica economica della detenzione. Vi è una
varietà di ragioni politiche e istituzionali perché i tassi della popolazione carceraria
potrebbero essere più aderenti ad un trend discendente rispetto all’andamento che hanno
invece assunto nel verso crescente. Una volta che la capienza dei penitenziari è stata
aumentata, ci possono essere forze inerziali o economie di scala che influenzano i sistemi
affinché si continui ad utilizzarla. L’aumento della capienza delle carceri può anche riflettere
un mutamento nelle preferenze pubbliche rispetto alla carcerazione e queste preferenze
possono resistere indipendentemente da ogni valutazione economica reale relativa ai costi
della carcerazione. E mentre e le preferenze ed i valori pubblici possono non avere una forte
influenza indipendente sui tassi di carcerazione, questo ‘sostrato attitudinale’ potrebbe
interagire con i mutamenti sia del tasso della criminalità sia nella paura pubblica della
criminalità medesima, al fine di produrre pressioni politiche per una espansione penale o
31
Cfr. R. GARTNER – A. DOOB – F.E. ZIMRING, The Past as Prologue? Decarceration in California: Then
and Now, in 10 Criminology & Pub.Pol’y, 2011, p. 287 ss.
limiti alle spinte verso una contrazione.32
Di tutti i trend rilevati nella storia moderna, il periodo successivo al 1994 fornisce la più
impressionante prova di volatilità asimmetrica nella carcerazione americana. Questa è stata
l’unica era in cui i tassi di detenzione negli Stati Uniti hanno sfidato la gravità, in cui i tassi
medesimi sono aumentati mentre la criminalità diminuiva. Nella misura in cui gli
atteggiamenti e le circostanze politiche verificatesi alla metà e alla fine degli anni Novanta
resisteranno in futuro, l’ipotesi che la volatilità di dimostri una strada a senso unico è piuttosto
forte. Ma ci sono due ragioni per sospettare che le condizioni che si sono verificate alla fine
degli anni Novanta muteranno. La prima concerne il fatto che una ulteriore fase di tassi di
criminalità stabili o declinanti potrebbe ridurre la paura e diminuire l’ostilità pubblica. È
probabile che intercorrano tempi di latenza piuttosto lunghi prima che la diminuzione della
criminalità e della violenza si trasformino in elementi assodati nella percezione della
sicurezza sociale. Il rallentamento della crescita nei tassi di reclusione sette o otto anni dopo
l’inizio del declino della criminalità può costituire un tempo di latenza tipico tra le risultanze
dell’analisi statistica e la percezione della pubblica sicurezza.
Vi è un secondo punto rispetto al quale gli anni Novanta potrebbero non essere
rappresentativi dei futuri orientamenti rispetto al tema della criminalità e delle pene. La metà
degli anni Novanta è stata un’epoca di ostilità punitiva senza pari nella storia moderna degli
Stati Uniti, e ciò può non essere stato strettamente connesso ai tassi di criminalità. L’epoca
dei “tre colpi e sei fuori” e della “certezza della pena”33 può essere stata guidata da
insostenibili livelli di paura e ostilità, piuttosto che da una condizione cronica e continuativa.
Ciò che di certo sappiamo del periodo successivo alla metà degli anni Novanta è che il
sostrato di paura e preoccupazione della pubblica opinione costituisce un fattore assai più
predittivo delle politiche che verranno adottate di ogni tendenza statistica sulla commissione
dei reati o sull’uso degli stupefacenti. Ciò che resta ignoto è la variabilità degli atteggiamenti
dell’opinione opinione nel secondo e nel terzo decennio del ventesimo secolo. Si tratta di
un’analisi che sarà interessante compiere in futuro.
32
Cfr. F.E. ZIMRING, The City that Became Safe. New York’s Lessons for Urban Crime and Its Control,
Oxford - New York, 2011, Cap. 8.
33
Simile alla nostra “certezza della pena”, la filosofia del “Truth in Sentencing” (TIS) rappresenta una delle
tappe principali del processo di Sentencing reform in senso più severo e restrittivo avvenuto negli Stati Uniti a
partire dagli anni Settanta. In breve, essa prevede una reale corrispondenza tra la pena comminata all’esito del
giudizio e la pena effettivamente eseguita. Attualmente, infatti, la legge richiede che i condannati per crimini
federali scontino una “parte sostanziale” (substantial portion) della durata originaria della pena detentiva
irrogata. Questo risultato è stato ottenuto eliminando o limitando al massimo gli sconti per buona condotta e
l’idoneità alla libertà vigilata. La prima legge in materia è stata approvata nel 1984, ed attualmente anche in
molti Stati è vigente una disciplina del tutto simile (N.d.T.).
6. Conclusione
Così come le teorie sulla stabilità della pena sono seguite a periodi prolungati
caratterizzati da mutamenti di lieve entità nella popolazione carceraria, una preoccupazione
per la spiegazione dell’ampia variazione dei tassi di carcerazione è cresciuta a causa del
quadruplicarsi degli indici di reclusione negli Stati Uniti nell’epoca successiva al 1970. Nel
lungo elenco di domande senza risposte circa i fattori che determinano gli indici di
carcerazione, vi è quella relativa al fatto se il drammatico aumento della popolazione detenuta
nei decenni passati costituisca la nuova regola per la dimensione quantitativa della
carcerazione oppure se rappresenti un fenomeno precursore di significative diminuzioni negli
indici di reclusione nei primi decenni del nuovo secolo.
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