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Una novella della tradizione pistoiese

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Una novella della tradizione pistoiese
La novella dello staccio delle fati
secondo la tradizione della montagna pistoiese
C’era una volta una donna che aveva due figliole; di una sola però era davvero mamma, mentre
dell’altra era matrigna. La figliastra era buona e gentile, mentre la figliola era scortese e prepotente.
Un giorno la donna doveva fare il pane e disse alla figliastra: “Va’ sul monte a prendere lo staccio
dalle fati1 perché devo fare il pane.” La bimba disse: “Mamma, ora è quasi buio, ho paura a andare
sul monte! Ci andrò domattina presto!” Ma la matrigna replicò: “No, no, domattina presto devo
cominciare a impastare, vacci subito!” E la bimba si incamminò. Salendo sul monte trovò una
vecchina, che la fermò: “Dove vai bimbina?” “Vo a prendere lo staccio dalle fati, bisogna che vada
via prima che venga buio!” disse la bimba. E la vecchia: “Cercami un popoìno2!” E la bimba, anche
se a malincuore perché stava facendo tardi, si mise a cercare. “Che ci trovi, bimbina?”, chiese la
vecchia. “Perle e oro!”, rispose la bimba. “E perle e oro tu avrai!” disse la vecchina e le dette un
cencio con due pezzi di pane secco, avvertendola: “Conservali, perché ti serviranno per arrivare
dalle fati. Al ritorno, quando sentirai il gallo cantare, girati indietro”. E la bimba, ringraziando la
vecchina, riprese il cammino.
Quando arrivò dalle fati era quasi buio. C’erano due canacci feroci che facevano la guardia e
nessuno veniva a aprire. Allora la bambina si ricordò dei pezzi di pane che aveva ricevuto: li buttò
uno per uno ai due cani e corse verso la porta. Bussò e aprì una vecchia che spazzava il forno del
pane con le mani: la bambina si ricordò del cencio avuto dalla vecchina lungo la strada e lo dette
alla donna che con quello si mise a pulire. Entrò alla fine dalle fati, che le chiesero: “Che volevi,
bimbina?” “La mi’ matrigna mi manda a prendere in prestito lo staccio per fare il pane!” “Va bene,
ma ora è tardi per tornare a casa, dormirai qui e domattina ripartirai!” dissero le fati. E la bambina
acconsentì. “Cosa vuoi da cena: pane e ciccia o pane e cipolla?” chiesero le fati. “Pane e cipolla”
rispose la bimba, “tanto io sono abituata a star male!” E le dettero pane e ciccia. Poi le chiesero:
“Vuoi dormire nel bugno delle lapi3 o nel bugno dell’oro?” “Nel bugno delle lapi, tanto sono
abituata a star male!”, rispose. E le fati la fecero dormire nel bugno dell’oro.
La mattina la bimba si svegliò presto presto. Aveva tutti i capelli d’oro ma non se ne curò. Prese lo
staccio e si incamminò verso casa. Quando per la strada sentì un gallo cantare, si voltò e si sentì
qualcosa in fronte, ma non capì cosa fosse. Arrivata in paese canticchiava e tutti si giravano a
guardarla per l’ammirazione: era tutta d’oro con una stella in fronte! Arrivata a casa la sorellastra
moriva d’invidia e diceva alla mamma: “Hai visto com’è doventata bellina! Tanto a riportarglielo ci
vo io! Tanto io voglio doventa’ bella come la mi’ sorella!”
La figliola volle rifare tutto come la sorellastra per doventare anche lei ugualmente bella. Sicché la
sera del giorno dopo partì per riportare lo staccio alle fati. Arrivata a metà strada trovò la solita
vecchina, che le chiese: “Dove vai, bimbina?” “Lèvati, ché ho furia di andare a riportare lo staccio
alle fati!” “Cercami un popoino” insisteva la vecchina e la bambina, per compiacerla, si mise a
cercare. “Che ci trovi, bimbina?” “ Pidocchiacci e ciabattacce!” “E pidocchiacci e ciabattacce tu
avrai! Vai vai, bimbina!” E la lasciò andare senza darle niente. La bimba si chiedeva cosa volesse
dire la vecchina con quelle parole. Arrivò intanto dalle fati e c’erano i soliti due cani a fare la
guardia. Non avendo niente da buttare loro davanti, si infilò là nel recinto e corse verso la porta, ma
i cani la morsero e le strapparono tutto il vestito. Entrata nella casa, trovò la solita donna che
spazzava il forno con le mani: appena vide la bambina, la prese e la infilò nel forno, usandola come
cencio per spazzare la cenere. Sicché la bimba ne uscì col vestito strappato e nera da capo a piedi.
1
Fati: fate
Popoino: pochino. Si fa allusione alla ricerca di pidocchi in testa.
3
Bugno delle lapi: alveare delle api
2
Arrivò finalmente dalle fati, che le chiesero: “Che volevi, bimbina?” “La mi’ mamma ha fatto il
pane e io son venuta a riportare lo staccio!” “Va bene”, dissero le fati, “ma ora è tardi per tornare a
casa: dormirai qui e domattina ripartirai!” “Sì”, rispose la bimba, “tanto io voglio doventa’ bella
come la mi’ sorella!” Le fati le fecero le solite domande: “Che vuoi da mangiare: pane e ciccia o
pane e cipolla?” “Pane e ciccia!” rispose la bimba; e le dettero pane e cipolla. “Dove vuoi andare a
dormire, nel bugno delle lapi o nel bugno dell’oro?” le chiesero poi. “Nel bugno dell’oro!”, rispose.
E le fati la fecero dormire nel bugno delle lapi. Quando la mattina si svegliò, oltre che tutta sporca e
col vestito strappato, era anche piena di pinzi4 che pareva un ecceòmo5.
Si incamminò verso casa, ancora sperando di doventare bella com’era successo alla sorellastra. Per
la strada, scendendo dal monte, sentì un ciuco ragliare. Si girò e si sentì qualcosa in fronte, una cosa
che cresceva sempre più, nera e lunga: era una coda di ciuco! Arrivata in paese la bimba cantava:
“Dondolò, dondolò, la coda del ciuco mi s’attaccò!” e tutti le guardavano chiedendosi meravigliati
che cosa le fosse accaduto. A casa la figliola si lamentò con la mamma per quello che le era
successo, ma nessuna delle due riusciva a capirne il motivo; intanto cresceva l’invidia per la
figliastra doventata bella.
Nei mesi a venire un principe passò dal paese, vide la figliastra e se ne innamorò. Decise subito di
sposarla ma, quando tornò al paese per portarla all’altare, la matrigna la nascose in cantina e inventò
uno stratagemma con l’intento di far maritare la figliola con un cavaliere così importante. Perché il
principe non si accorgesse della differenza, la donna le aveva cucito un lungo velo, coprendole
completamente il volto e dicendo al principe che avrebbe visto la sposa solo al termine della
cerimonia. Il principe insisteva per vederla, ma non ci fu verso di convincere né la madre, né la
figliola.
Erano già in chiesa pronti per le nozze quando un gattino sotto una panca cominciò a miagolare, e
diceva:
Gnao gnaolino,
la bella è sotto al tino
la brutta va a marito
con cent’anelli al dito
e uno in tasca:
si marita la figliola, ma non la figliastra.
La sposa cercava in tutti i modi di scacciarlo, ma il principe sentì. Si alzò immediatamente, sollevò
il velo della sposa e si accorse che sotto c’era la sorella brutta! Allora volle andare a casa a
controllare in cantina, per scoprire se quello che aveva detto il gattino corrispondeva al vero. Alzato
un tino, ci trovò la figliola bellina nascosta sotto!
Il principe allora la liberò e la portò all’altare. Da quel giorno,
se ne stettero in santa pace pia,
se no’ enno morti, c’en ‘tavìa6.
4
Pinzi: punture
Ecceòmo: questa espressione ha origini nella tradizione figurativa. Ecce homo è solitamente una raffigurazione di
Cristo flagellato, presentato da Pilato ai Giudei: “Ecce homo, ecco l’uomo”. Nel linguaggio popolare un ecceòmo è
qualcuno ridotto malissimo.
6
Tavìa: tuttavia, tuttora
5
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