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Anteprima Questa volta tocca a te

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Anteprima Questa volta tocca a te
È NATO IL NUOVO RE DEL THRILLER
CHE FARÀ CROLLARE TUTTE LE TUE DIFESE
www.questavoltatoccaate.com
Volevi lasciarti il passato alle spalle
Volevi dimenticare le tue origini
Ma hai sbagliato i tuoi conti
DAL
15 MAGGIO
IN
LIBRERIA
M.J. ARLIDGE
QUESTA VOLTA TOCCA A TE
ROMANZO
«Un esordio internazionale sconvolgente» The Bookseller
M.J. Arlidge
QUESTA VOLTA TOCCA A TE
Romanzo
Traduzione di Giovanni Arduino
Un estratto in anteprima
In libreria dal 15 maggio
www.questavoltatoccaate.com
Titolo originale: Eeny Meeny
Traduzione dall’originale inglese
di Giovanni Arduino
Per essere informato sulle novità
del Gruppo editoriale Mauri Spagnol visita:
www.illibraio.it
Il sito di chi ama i libri
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Copyright © M.J. Arlidge, 2014
The moral right of the author has been asserted
All rights reserved
First published in Great Britain in the English language by Penguin Books Ltd.
Casa Editrice Corbaccio è un marchio di Garzanti libri S.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
© 2014 Garzanti Libri S.r.l.
www.corbaccio.it
ISBN 978-88-6380-763-9
Sam dorme. Potrei ucciderlo ora. È voltato dall’altra parte: non sarebbe difficile. Se mi sentisse, forse reagirebbe? Proverebbe a fermarmi? O sarebbe solo contento per la fine di un incubo?
Meglio non pensarci. Devo concentrarmi su ciò che resta di vero e di buono. Però, quando sei prigioniera, i giorni sembrano infiniti e la speranza è la prima a morire.
Mi scervello alla ricerca di ricordi felici per allontanare i pensieri più cupi, ma sono sempre più faticosi da evocare.
Siamo qui da appena dieci giorni (o undici?) e la vita normale
pare già lontanissima. Quando è successo, stavamo tornando in
autostop da Londra dopo un concerto. Diluviava e una processione di automobilisti ci aveva sorpassati senza degnarci di un’occhiata. Eravamo fradici fino al midollo e pronti a gettare la spugna
quando finalmente si era fermato un furgone. L’interno era caldo
e asciutto. Ci venne offerto del caffè da un thermos. Il profumo bastò a tirarci su di morale. Il gusto si rivelò ancora meglio. Senza saperlo stavamo assaporando la libertà per l’ultima volta.
Ripresi i sensi con una feroce emicrania. Avevo la bocca impastata
di sangue. Non ero più nel furgone ma in un posto gelido e buio.
Stavo sognando? Un rumore alle mie spalle mi fece sobbalzare.
Era solo Sam che cercava di alzarsi barcollando.
Eravamo stati derubati. Derubati e mollati chissà dove. Gli occhi si abituarono all’oscurità. Arrancai carponi, graffiando le pareti che ci circondavano. Mattonelle dure e fredde. Urtai Sam, sorreggendolo per un attimo, respirando a pieni polmoni quel suo
odore che adoravo. Poi tutto finì e mi resi conto dell’orrore della
nostra situazione.
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Eravamo in una piscina in disuso. Dimenticata, cadente, denudata dei trampolini, dei cartelli e persino delle scalette. Avevano
arraffato l’arraffabile, lasciandosi dietro una profonda vasca liscia
dalla quale era impossibile arrampicarsi fuori.
Qualcuno stava ascoltando le nostre urla? Probabile. Non appena ci zittimmo, suonò un cellulare e per un breve, fantastico
momento pensammo che qualcuno stesse arrivando a salvarci. Poi
lo schermo di un telefonino brillò sul pavimento della piscina, giusto di fianco a noi. Sam restò immobile e così scattai di corsa. Perché io? Perché doveva toccare sempre a me?
« Salve, Amy. »
La voce dall’altra parte era distorta, feroce. Avrei voluto chiedere pietà, spiegare che avevano commesso un terribile sbaglio, ma il
fatto che conoscessero il mio nome frenò qualsiasi iniziativa.
Non risposi nulla mentre la voce proseguiva, calma e implacabile. « Vuoi vivere? »
« Chi sei? Che cosa ci hai fat... »
« Vuoi vivere? »
Sono muta. Ho la lingua bloccata. E dopo: « Sì ».
« Vicino al cellulare troverai una pistola. Caricata con una sola
pallottola. Destinata a te o a Sam. Il prezzo della libertà. Uccidere
per non morire. Vuoi vivere, Amy? »
Non riesco ad aprire la bocca. Mi viene da vomitare.
« Allora, sì o no? »
Il cellulare si spegne. « Che cosa hanno detto? » mi chiede Sam.
Lui mi dorme accanto. Potrei farlo ora.
La donna gridò di dolore per poi fermarsi. Strisce rosso porpora
iniziarono a sollevarsi lungo la schiena. Jake rialzò lo scudiscio e lo
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fece calare con uno schiocco. Lei si dibatté, lamentandosi, e alla fine sussurrò: « Ancora ».
Di solito non diceva altro. Non era loquace, a differenza del resto dei clienti. I dirigenti, i ragionieri e gli impiegati intrappolati in
relazioni dove il sesso era un miraggio morivano dalla voglia di comunicare, di piacere al Master che li castigava in cambio di denaro.
Quella donna era diversa, un vero mistero. Non gli aveva mai riferito come l’avesse trovato. O perché venisse da lui. Con chiarezza
e decisione elencava istruzioni e desideri, esortandolo a sbrigarsi.
Jake iniziava sempre legandole stretti i polsi con due cinghie di
cuoio borchiato, in modo da fissarle le braccia alla parete. Ceppi di
ferro attorno alle caviglie le bloccavano i piedi al pavimento. Gli
abiti erano messi da parte con cura sull’apposita sedia e lei se ne
stava lì, con la sola biancheria intima, nell’attesa di venire punita.
Niente giochi di ruolo. Nessun « per piacere non farmi del male, paparino » o « sono una ragazzaccia cattiva ». Voleva solo essere
picchiata. In un certo senso per Jake era un sollievo. Dopo un po’
qualsiasi lavoro si trasforma in routine ed era piacevole non essere
obbligato ad assecondare le squallide fantasie di aspiranti schiavi.
Però era anche frustrante che lei rifiutasse un vincolo canonico. La
fiducia è l’elemento basilare di ogni incontro BDSM. I sottomessi
devono capire di trovarsi in mani sicure, che il Master conosce la
loro personalità e le loro richieste, in modo che il rapporto sia appagante e senza rischi per entrambi. Senza tali premesse, l’incontro può rapidamente degenerare in un’aggressione o addirittura
una violenza: un’eventualità che l’uomo non intendeva nemmeno
considerare.
E così se l’era lavorata un po’ alla volta, una domanda occasionale qui, un commentino là. Con il passare del tempo aveva scoperto l’essenziale: che non era originaria di Southampton, non
aveva una famiglia, si stava avvicinando alla quarantina ma non le
pesava. Dai loro appuntamenti aveva anche appurato che adorava
il dolore. Non le interessava il sesso. Non voleva essere stuzzicata
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o titillata. Il suo unico desiderio era venire punita. Le scudisciate
non erano mai state eccessive, ma brutali e senza tregua. Alta, tonica e muscolosa, aveva un fisico in grado di sopportarle, e i segni
di vecchie cicatrici lasciavano intendere che non fosse una novellina del giro BDSM.
Però, nonostante le insistenze e le caute domande, Jake era sicuro di un solo particolare. In un’occasione, mentre la donna si rivestiva, un tesserino di riconoscimento le era scivolato dalla tasca
del giubbotto. Lei l’aveva raccattato dal pavimento in un batter
d’occhio, erroneamente convinta che l’uomo non l’avesse visto.
Jake pensava di essere bravo a inquadrare le persone, ma quella
cliente era stata capace di sorprenderlo. Se non avesse notato il
tesserino, mai avrebbe immaginato che era una poliziotta.
Amy è accovacciata a qualche metro da me. Non si sente più a disagio e orina sul pavimento senza ombra di imbarazzo. Osservo il
sottile getto di piscio irrorare le mattonelle e spruzzarle di rimbalzo le mutandine luride. Solo poche settimane fa mi sarei voltato,
ma ora è diverso.
Il rivolo giallo scende lento e tortuoso per unirsi alla pozzanghera stagnante e putrida che si è allargata sul fondo della piscina.
Ne fisso il percorso come ipnotizzato ma alla fine l’ultima goccia
scompare e lo spettacolo ha termine. Lei torna a rintanarsi nel suo
angolino. Non una parola di scuse, non un cenno di riscontro. Siamo diventati due animali, non ci preoccupiamo più di noi stessi o
degli altri.
Non è stato sempre così. All’inizio eravamo furiosi, sprezzanti.
Convinti che non saremmo crepati qui, che insieme avremmo potuto cavarcela. Amy mi è salita sulle spalle, le unghie che le si spezzavano mentre artigliava le mattonelle, sforzandosi di raggiungere
il bordo. Quando non ha funzionato, ha cercato di spiccare un
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balzo direttamente dalla mia schiena. Purtroppo la piscina è profonda quattro metri e mezzo, forse di più, e la salvezza non sembra
essere a portata di mano.
Abbiamo provato a usare il cellulare, ma era bloccato con il
PIN e, dopo avere tentato una serie di combinazioni, si è scaricato
completamente. Abbiamo urlato e strillato fino a sgolarci. Per tutta risposta, solo la nostra eco che si prendeva gioco di noi. A volte
sembra di trovarsi su un pianeta lontano, senza altri esseri umani
nel raggio di chilometri. Natale è alle porte, di sicuro qualcuno ci
sta cercando, ma è difficile credere che siamo qui, circondati da un
silenzio eterno e spaventoso.
Fuggire è impossibile e ci accontentiamo di sopravvivere. Ci
siamo rosicchiati le unghie fino a farci sanguinare le dita, per poi
succhiarle avidi. All’alba abbiamo leccato la condensa dalle mattonelle, ma i crampi di stomaco non si sono alleviati. Abbiamo considerato di mangiarci i vestiti... per poi ripensarci. Di notte si gela
e non moriamo assiderati solo grazie ai nostri pochi stracci e al
nostro calore reciproco.
È la mia immaginazione o i nostri abbracci si sono fatti più tiepidi? Più incerti? Fin dall’inizio ci siamo tenuti stretti giorno e
notte, spronandoci a resistere, con il terrore di restare abbandonati in questo luogo tremendo. Ci inventiamo sciocchi passatempi,
immaginandoci che cosa succederà quando arriveranno a salvarci:
che cosa mangeremo, che cosa racconteremo a mamma e papà,
che cosa riceveremo in regalo per Natale. Lentamente questi giochetti si sono fatti più rari, mentre ci rendiamo conto che siamo
stati portati qui con uno scopo preciso e che per noi due non ci sarà nessun lieto fine.
« Amy? »
Silenzio.
« Amy, per favore, dimmi qualcosa. »
Non mi guarda. Non mi parla. L’ho persa per sempre? Cerco di
indovinare i suoi pensieri, ma invano.
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Forse non è restato niente da dire. Abbiamo tentato di tutto,
perlustrato ogni centimetro della nostra prigione alla ricerca di
una possibilità di fuga. Solo la pistola è rimasta inviolata. Immobile, pare chiamarci.
Sollevo il capo e sorprendo Amy che la fissa. Incrocia il mio
sguardo e subito dopo abbassa il suo. Sarebbe capace di stringerla
in pugno? Due settimane fa lo avrei ritenuto assurdo. Ma adesso?
La fiducia è qualcosa di fragile, difficile da guadagnare e semplice
da perdere. Non sono più certo di nulla.
So unicamente che uno di noi due è destinato a morire.
Helen Grace inchiodò davanti alla stazione centrale della polizia
di Southampton. Il palazzo avveniristico di vetro e arenaria torreggiava sopra di lei, stagliandosi imponente sulla città e il porto.
Aveva solo un paio d’anni e come tana di sbirri faceva indubbiamente colpo. Strutture di detenzione all’avanguardia, attrezzatura
per i test forensi della SmartWater, un distaccamento interno del
CPS, il Servizio giudiziario della Corona: tutto ciò di cui un poliziotto moderno aveva bisogno. Parcheggiò la moto ed entrò.
« Dormi sul lavoro, Jerry? »
L’agente del banco informazioni finì bruscamente di sognare a
occhi aperti, assumendo un’aria indaffaratissima. Gli altri si drizzavano sempre sulla sedia quando lei arrivava. Non solo perché
era un’ispettrice ma anche per il suo portamento. Fasciata nel
completo di pelle da motociclista, era un metro e ottanta di pura
ambizione ed energia. Mai in ritardo, mai malata, mai con i postumi di una sbronza. Viveva e respirava per il suo lavoro con un fervore che i colleghi potevano soltanto sognarsi.
Helen puntò dritta agli uffici della squadra anticrimine. Il fiore
all’occhiello della polizia di Southampton poteva anche essere
qualcosa di rivoluzionario, ma la città che proteggeva non era
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cambiata. Controllando il numero dei casi, l’ispettrice rimase scoraggiata dalla loro prevedibile banalità. Una lite domestica sfociata
in un omicidio, con due vite a pezzi e un bambino preso in custodia. Il tentato omicidio di un tifoso dei Saints da parte dei sostenitori in trasferta del Leeds United e per ultimo il brutale assassinio
di un ottantaduenne durante uno scippo andato storto. Gli aggressori avevano abbandonato il portafoglio fuggendo dalla scena del
crimine, regalando alla polizia un’impronta digitale perfetta e la
possibilità di un’identificazione istantanea. Il responsabile era una
vecchia conoscenza delle forze dell’ordine cittadine, uno dei tanti
balordi che aveva distrutto una famiglia ignara appena prima di
Natale. Quel mattino Helen avrebbe dovuto ragguagliare il CPS
sui dettagli del caso. Aprì il dossier, determinata ad accertarsi che
le accuse contro quel piccolo teppista fossero a prova di bomba.
« Non metterti troppo comoda. C’è del lavoro in arrivo. »
Le si avvicinò il sergente Mark Fuller. Uno sbirro piacente e in
gamba, aveva lavorato fianco a fianco con Helen per gli ultimi cinque anni. Omicidi, sequestri di minori, stupri, prostituzione: lui
l’aveva aiutata a risolvere parecchi casi sgradevoli e lei aveva iniziato a contare sullo zelo, la dedizione e l’audacia dell’uomo. Ultimamente un brutto divorzio aveva avuto il suo peso e Fuller era
diventato imprevedibile e inaffidabile. Helen restò amareggiata
notando che puzzava di nuovo d’alcol.
« Una ragazzina che sostiene di avere ucciso il fidanzato. » Il
sergente sfilò una foto dalla cartellina e gliela consegnò. Sull’angolo superiore destro, il timbro inconfondibile dell’ufficio persone
scomparse. « La vittima si chiamava Sam Fisher. »
La donna abbassò lo sguardo sull’istantanea di un giovane dalla
faccia pulita. Aspetto curato, ottimista, forse leggermente ingenuo.
Mark restò in silenzio per un attimo, dandole il tempo di esaminare la foto, prima di passargliene una seconda. « La nostra indiziata. Amy Anderson. »
Lei non riuscì a nascondere la propria sorpresa mentre studiava
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l’immagine. Una bella ragazza dall’aria anticonformista, al massimo ventunenne. Con i lunghi capelli sciolti, gli stupendi occhi blu
cobalto e le labbra delicate, sembrava il ritratto della giovinezza e
dell’innocenza.
Helen raccattò il giubbotto. « Non ci resta che andare. »
« Vuoi che guidi io o... »
« Lascia fare a me. »
Scesero al parcheggio senza scambiarsi una parola. Lungo la
strada, l’ispettrice recuperò un’agente dell’investigativa che da
tempo collaborava con l’Ufficio persone scomparse. La spumeggiante Charlene « Charlie » Brooks era un ottimo elemento, efficiente e coscienzioso, che si rifiutava categoricamente di vestirsi
da sbirro. Il piatto forte di quel giorno erano un paio di pantaloni
aderenti di pelle. Non era compito di Helen riprenderla per il suo
abbigliamento, anche se ne fu tentata.
In auto il puzzo di alcol stantio dell’alito di Mark era ancora più
forte. La Grace lo guardò di traverso prima di abbassare il finestrino. « Che cosa abbiamo? » chiese.
Charlie aveva già spalancato il suo dossier. « Amy Anderson.
Ne è stata denunciata la scomparsa poco più di due settimane fa.
Vista per l’ultima volta a un concerto a Londra. Ha mandato un’email alla mamma la sera del due dicembre, avvertendola che sarebbe ritornata in autostop con Sam prima di mezzanotte. Da allora più nessuna notizia. È stata la madre a telefonarci. »
« E poi? »
« Salta fuori stamattina al Parco delle Meraviglie, racconta di
avere ammazzato il suo ragazzo e dopo si chiude a riccio. Completamente muta. »
« E dov’è stata tutto questo tempo? »
Mark e Charlie si scambiarono un’occhiata. « Ne sappiamo
quanto te », rispose alla fine il sergente.
Continua in libreria...
UN THRILLER ENIGMATICO
HIGH CONCEPT GIÀ DIVENTATO
CASO EDITORIALE
UNO DEGLI ESORDI PIÙ DESIDERATI
DI QUESTA STAGIONE LETTERARIA
ALLA FIERA DI LONDRA
HA GIÀ STREGATO LA STAMPA, I LETTORI
E GLI EDITORI DI TUTTO IL MONDO
L’AUTORE È UNO DEI MAGGIORI
SCENEGGIATORI TELEVISIVI INGLESI
DEL MOMENTO CON LO STILE DEI GRANDI
MAESTRI DEL THRILLER
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