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Ma chi glielo ha fatto fare a Wallace, considerato dalla critica uno

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Ma chi glielo ha fatto fare a Wallace, considerato dalla critica uno
Ma chi glielo ha fatto fare a Wallace, considerato dalla
critica uno dei pilastri della letteratura americana
contemporanea, di scrivere di matematica?
David Foster Wallace, che “ha sempre detestato qualsiasi corso di matematica seguito nella sua
vita”, perché ha voluto proporre una “storia compatta dell’infinito” ? Quale motivo lo ha spinto a
cimentarsi nell’impresa di impersonare un matematico che tiene una lezione in cui tenta di spiegare il
mondo dei numeri? A chi? Chi di matematica ne sa poca, di certo non si lascerà torturare dalle pagine fitte
di formule o di espressioni come interpolazione semi-NCVI, o di frasi incomprensibili tipo gli insiemi infiniti
limitati di punti di cui si parla sia nel T.B.W. sia nella dimostrazione di Cantor sono in effetti delle sequenze,
ovvero le entità più semplici p/q/r la comprensione dei punti limite, come per esempio l’insieme infinito di
punti della L.N.
della sequenza infinita
10
ha proprio come punto limite lo stesso – che costituisce il limite
. Viceversa, chi di matematica ne conosce anche solo un
pochino “Tutto, e di più. Storia compatta dell’infinito”, pubblicato nel 2005, si presenta come una
accozzaglia di contenuti in cui la storia del pensiero matematico perde la sua armonia (il problema della
corda vibrante diventa uno stereotipato P.C.V., l’equazione d’onda è E.O., i Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze di Galileo si contraggono in un DNS), perde la sua profondità
(“Quindi una cosa da comprendere da subito è che, per quanto astratti siano i sistemi infiniti, dopo Cantor
non sono assolutamente astratti nel modo non-reale/irreale in cui lo sono gli unicorni”), perde la sua
eleganza ( “Qui sia L sia
sono pari a I, la f(x) è
e x può essere qualsiasi cosa vogliamo: il modo
più semplice per eseguire la dimostrazione è porre x = al punto
”). Appare un “vai e torna” confuso da
Aristotele a Cantor, da Zenone a Russel, un “copia e incolla” con tecnica patchwork da testi di storia della
matematica chiari, precisi e appassionati come la Storia della matematica di Carl Boyer. Si adatta al testo la
prima parte del titolo “tutto, e di più”, mentre la seconda parte “storia compatta dell’infinito”, stona
proprio con il contenuto, soprattutto se per l’aggettivo compatto si segue il dizionario De Mauro:
progettato in modo da contenere al massimo l'ingombro risultando il più lineare possibile. Ci si potrebbe
appellare al fatto che i traduttori del libro, il cui titolo originale è “Everything and More. A Compact History
of ∞”, abbiano tradotto il “compact” inglese con “compatto” e non con “conciso”, una ipotesi avanzata da
Guillermo Carrascon al Seminario sulla teoria della traduzione tenuto presso l’Università degli Studi di
Modena e Reggio Emilia, per il Corso di Laurea in Lingue e culture europee1. Il dizionario Longman, alla voce
compact, riporta: small, but arranged so that everything fits neatly into the space available. Tuttavia
Corrascon ha sostenuto che “il termine inglese che suona come “compatto”, compact, conta tra le sue più
comuni accezioni quella di conciso, che si presterebbe bene per il titolo in questione”. Concordo che
l’aggettivo “conciso” si sarebbe adattato meglio al contenuto, ma indubbiamente “storia compatta
dell’infinito” suona meglio di “storia concisa dell’infinito”. In questo caso, in definitiva, la traduzione in
italiano ha favorito l’autore. La critica è stata invece giustamente impietosa con la traduzione che è stata
fornita per l’originale termine inglese integral, che è diventato integrale invece di intero, per cui gli “interi
pari” sono diventati gli “integrali pari”, “gli integrali si calcolano come differenza di due integrali” e così via.
Mi viene in mente Rudyard Kipling che scriveva: che ne sa dell’Inghilterra, chi conosce solo l’Inghilterra? Un
po’ di conoscenze matematiche servirebbero a tutti.
E, a proposito di “che ne sa”, dico: che ne sa Wallace dei corsi universitari di matematica, se
afferma che “consistono quasi per intero di un processo ritmico di ingestione/rigurgito di informazioni
astratte e sono strutturati in modo da massimizzare questo flusso di dati reciproco – è che la loro estrema
difficoltà superficiale può indurci a pensare di sapere veramente qualcosa quanto2 tutto ciò che davvero
“sappiamo” sono formule astratte e regole per il loro utilizzo”? Ma dove? Ma quando?
1
2
www.slc.unimore.it/on-line/Home/documento10473.html
“quanto” o “quando”??
Finisco trascrivendo le ultime righe del libro, con relativa nota di Wallace, evitando ogni commento:
“Godel e Cantor sono entrambi morti in manicomio127, lasciandosi alle spalle un mondo senza una
circonferenza finita. Un mondo che oggi ruota in un nuovo tipo di Vuoto, tutto formale. La matematica
continua ad alzarsi dal letto.”
127
“ NCVI Anche Hilbert non se ne andò in tutta serenità. Brouwer e Russel invece vissero tanto a lungo che dovettero
praticamente finirli a mazzate.”
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