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Specie eSotiche invaSive e dannoSe nei prati di montagna

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Specie eSotiche invaSive e dannoSe nei prati di montagna
Specie esotiche invasive e dannose nei prati di montagna
Realizzato nell’ambito del progetto NAPEA
Specie esotiche
invasive
e dannose
nei prati
di montagna
Caratteristiche, diffusione
e metodi di lotta
Progetto di cooperazione transfrontaliera Italia-Francia
Alcotra 2007-2013
Annalisa Curtaz, Maëlle Talichet,
Elena Barni, Mauro Bassignana,
Dario Masante, Yves Pauthenet,
Consolata Siniscalco
Specie esotiche
invasive
e dannose
nei prati
di montagna
Caratteristiche, diffusione
e metodi di lotta
Annalisa Curtaz, Maëlle Talichet,
Elena Barni, Mauro Bassignana,
Dario Masante, Yves Pauthenet,
Consolata Siniscalco
Specie esotiche invasive
e dannose nei prati di montagna
A cura di
Annalisa Curtaz e Mauro Bassignana
Progetto grafico
Lauriane Talichet
Autori
Annalisa Curtaz, IAR, Aosta (I)
Maëlle Talichet, Suaci Alpes du Nord-GIS
Alpes Jura, Saint-Baldoph (F)
Elena Barni, Dipartimento di Biologia
vegetale, Università di Torino (I)
Mauro Bassignana, IAR, Aosta (I)
Dario Masante, Dipartimento di Biologia
vegetale, Università di Torino (I)
Yves Pauthenet, Suaci Alpes du Nord-GIS
Alpes Jura, Saint-Baldoph (F)
Consolata Siniscalco, Dipartimento di
Biologia vegetale, Università di Torino (I)
Ringraziamenti
Gli autori desiderano ringraziare tutti
gli agricoltori che, con grande disponibilità,
hanno collaborato alle attività di ricerca e
tutte le persone che hanno dato un prezioso
contributo alla realizzazione del progetto
e a questa pubblicazione:
Luca Dovigo, Cristina Galliani,
Santa Tutino, Andrea Chevalier,
Paolo Cretier, Nicola Gérard, Claudia Linty,
Luigi Pepellin e Cristiano Sedda,
Assessorato Agricoltura e risorse naturali,
Regione Autonoma Valle d’Aosta;
Diego Arlian, Luca Carrel,
Francesca Madormo e Alessandro Neyroz,
Institut Agricole Régional, Aosta;
Fanny Journot e Cécile Meyer,
SupAgro, Montpellier, e IAR;
Maxime Pernel, Agrocampus Ouest,
Rennes, e SUACI Alpes du Nord;
Maurizio Bovio e Laura Poggio, botanici, Aosta;
Francesco Vidotto, Dipartimento
di Agronomia, Selvicoltura e Gestione
del Territorio, Università di Torino;
Angèle Barrel, Ordine dei Dottori Agronomi
e Dottori Forestali della Valle d’Aosta;
Ezio Mossoni, Coldiretti Valle d’Aosta.
Il progetto
Il progetto NAPEA (2009-2011)
è stato cofinanziato dall’Unione Europea,
attraverso il FESR, nel quadro
del programma ALCOTRA 2007-2013
(progetto n. 101), dalla Repubblica Italiana
e dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta.
I partner del progetto sono:
Regione Autonoma Valle d’Aosta,
Assessorato Agricoltura e risorse naturali
(capofila); Institut Agricole Régional, Aosta (I);
SUACI Alpes du Nord, Saint-Baldoph (F).
Editore Institut Agricole Régional,
Rég. La Rochère 1/A, I-11100 Aosta.
Anno 2011
Stampa Tipografia Testolin Bruno
ISBN
978-88-906677-6-3
Crediti fotografici
Le foto incluse nel presente manuale, se
non diversamente indicato in didascalia,
sono degli autori, ad esclusione di:
Figura in basso in copertina: FDGDON 74
Figura 15: D. Bouvet (Dip. Biologia
Vegetale, UNITO)
Figura pag. 65: Y. Chaval (INRA-CBGP)
Sommario
Prefazione ...............................................
Il progetto NAPEA ....................................
La borsa di studio “Ugo e Liliana Brivio”....
5
5
6
1 Introduzione ........................................
1.1 L’espansione di specie esotiche
invasive e dannose nei prati permanenti
in Valle d’Aosta e nelle Alpi del Nord .......
1.2 Che cos’è una specie invasiva? .......
7
2 Articolazione delle attività .................
2.1 Ricerca bibliografica ..........................
2.2 Monitoraggio della diffusione delle
specie invasive .........................................
2.3 Prove di lotta .....................................
11
12
3 Panace di Mantegazza (Heracleum
mantegazzianum) ...................................
3.1 Caratteristiche della specie ...............
3.2 Prime segnalazioni e diffusione
in Valle d’Aosta ........................................
3.3 Modalità di propagazione ..................
3.4 Pericolosità .......................................
3.5 Prevenzione .......................................
3.6 Metodi di lotta ...................................
3.7 Prove di eradicazione del panace
di Mantegazza ..........................................
4 Poligono del Giappone ibrido
(Reynoutria x bohemica) ........................
4.1 Caratteristiche della specie ...............
4.2 Prime segnalazioni e diffusione
in Valle d’Aosta ........................................
4.3 Modalità di propagazione ..................
4.4 Pericolosità .......................................
4.5 Prevenzione .......................................
4.6 Metodi di lotta ...................................
4.7 Prova di eradicazione del poligono
del Giappone ibrido .................................
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5 Senecio sudafricano (Senecio
inaequidens) ...........................................
5.1 Caratteristiche della specie ...............
5.2 Prime segnalazioni e diffusione
in Valle d’Aosta ........................................
5.3 Modalità di propagazione ..................
5.4 Pericolosità .......................................
5.5 Metodi di lotta ...................................
6 Specie esotiche invasive
nelle Alpes du Nord ................................
6.1 Parere degli esperti ...........................
6.2 Informazioni dalla bibliografia ...........
6.3 Specie indigene che provocano
danni all’agricoltura ..................................
6.4 Per saperne di più .............................
7 Specie animali: l’arvicola terrestre
(Arvicola terrestris) ................................
7.1 Arvicole terrestri, arvicole campestri
e talpe ......................................................
7.2 Diffusione in Francia ..........................
7.3 Diffusione in Valle di Aosta ................
7.4 Dinamiche di popolazione .................
7.5 Danni .................................................
7.6 Metodi di lotta ...................................
7.7 Lotta integrata ...................................
7.8 Azioni per la bonifica dei prati ...........
7.9 Raccomandazioni e prospettive ........
Bibliografia ..............................................
Heracleum mantegazzianum ....................
Reynoutria spp. ........................................
Senecio inaequidens ................................
Specie esotiche invasive nelle
Alpes du Nord ..........................................
Arvicola terrestris .....................................
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Prefazione
Questo manuale è il risultato dell’attività svolta dall’Institut Agricole Régional
e dal Suaci Alpes du nord, nell’ambito
del progetto NAPEA, e del Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università
degli Studi di Torino, nell’ambito della
borsa di studio “Ugo e Liliana Brivio”
intitolata “Piante esotiche invasive che
costituiscono una grave minaccia per la
biodiversità, l’economia, la salute. Rilevamento della loro diffusione in Valle
d’Aosta e proposte di contenimento ed
eradicazione”.
Il progetto NAPEA
NAPEA - Nouvelles Approches sur les
Prairies dans l’Environnement Alpin - è
un progetto di cooperazione transfrontaliera tra la Francia e l’Italia, realizzato
nell’ambito del programma Interreg III Alcotra.
L’Assessorato Agricoltura e risorse naturali della Regione Autonoma Valle d’Aosta ha assicurato il coordinamento globale del progetto, i partner tecnici sono
stati il Suaci Alpes du Nord, per la Francia, e l’Institut Agricole Régional (IAR),
per l’Italia.
Il progetto, finalizzato all’acquisizione di
informazioni sulla diversità e sulla gestione dei prati permanenti, è stato condotto
in Valle d’Aosta e nei dipartimenti francesi di Savoia e Alta Savoia. Dal punto di
vista operativo, il progetto è stato suddiviso in tre parti, ciascuna delle quali è
stata è oggetto di una sintesi tecnica.
Studio della diversità dei prati permanenti
Questa parte è stata finalizzata a:
i) analizzare la diversità dei prati, in relazione ai diversi tipi di vegetazione e alla
ricchezza di specie;
ii) esaminare come gli agricoltori prendono in conto e gestiscono questa diversità.
Salvaguardia della biodiversità e della produzione dei prati permanenti di
fronte all’invasione delle specie invasive
Anche nelle vallate alpine si stanno diffondendo specie vegetali di origine esotica, molto competitive e a volte pericolose per la salute di animali e uomini. La
proliferazione di specie animali (arvicole,
cinghiali), inoltre, provoca il deterioramento della flora dei prati. La seconda
parte del progetto NAPEA si è focalizzata sulle specie animali e vegetali invasive che diminuiscono la produzione e la
qualità dei prati e che costituiscono una
reale minaccia per la loro diversità.
Impatto dei lavori di rinnovamento e di
miglioramento fondiario sui prati permanenti
In occasione di lavori di miglioramento
fondiario o per riparare i danni provocati
da calamità naturali, si rendono necessarie operazioni di rinnovamento e di sistemazione dei terreni, capaci di assicurarne un’utilizzazione agricola durevole.
La terza parte del progetto NAPEA si è
posta lo scopo di definire corrette pratiche di intervento, che salvaguardino il
Prefazione
5
valore agronomico dei suoli e permettano di ottenere, nel giro di pochi anni,
prati permanenti di valore agricolo confacente alle attese.
Il presente documento riporta i risultati
dei lavori della seconda parte.
La borsa di studio
“Ugo e Liliana Brivio”
La conoscenza della presenza e della
diffusione di specie esotiche in un territorio è il presupposto fondamentale per
poter monitorare nel tempo le variazioni della loro distribuzione ed intervenire
dove necessario.
La borsa di studio “Ugo e Liliana Brivio”,
di cui ha beneficiato Dario Masante, è
stata finanziata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma
Valle d’Aosta, allo scopo di conoscere
il livello di invasione da parte di specie
esotiche sul territorio regionale. L’attività
del Dott. Dario Masante è stata programmata dal Servizio Aree Protette dell’Assessorato Agricoltura e Risorse Naturali
della Regione Autonoma Valle d’Aosta
e dal Dipartimento di Biologia vegetale
dell’Università di Torino ed è stata svol-
6
Prefazione
ta presso il Dipartimento di Biologia Vegetale. Nell’ambito della ricerca “Piante
esotiche invasive che costituiscono una
grave minaccia per la biodiversità, l’economia, la salute. Rilevamento della loro
diffusione in Valle d’Aosta e proposte di
contenimento ed eradicazione”, si è focalizzata l’attenzione su tre entità: Heracleum mantegazzianum Sommier et Levier, Senecio inaequidens DC. e Reynoutria sp.: R. japonica (Houtt.) R. Decr., R.
sachalinensis (F. Schmidt) Ronse Decr.,
R. x bohemica (Chrtek & Chrtkova) J.
Bailey.
Queste specie invasive sono inserite
nella lista nera della legge regionale n.
45/2009 per la conservazione della flora e sono in rapida espansione nel nord
Italia.
Si è effettuata una mappatura dettagliata
della localizzazione e dell’estensione dei
popolamenti di queste specie, per poterne controllare la diffusione nei prossimi
anni, e si sono applicati sperimentalmente metodi di controllo e di eradicazione. In Valle d’Aosta, tenuto conto delle particolari condizioni climatiche e geomorfologiche, queste specie si possono
ancora eradicare o, quantomeno, si può
contenere la loro diffusione.
Capitolo 1
Introduzione
7
Capitolo 1
Introduzione
1.1 L’espansione di specie
esotiche invasive e dannose nei
prati permanenti in Valle d’Aosta
e nelle Alpi del Nord
Negli ultimi decenni si sono accentuate
le dinamiche di migrazione di specie vegetali e animali da un continente all’altro.
L’intensificarsi degli scambi e dei trasporti
ha determinato un aumento del numero
delle specie alloctone introdotte per la
prima volta in regioni a loro estranee.
A livello mondiale, il fenomeno è così
preoccupante che l’invasione di specie
esotiche è considerata una delle principali minacce per la biodiversità, capace
di mettere in pericolo le specie autoctone, gli habitat naturali ed i paesaggi. Gli
ambienti antropizzati sono i più ricchi di
specie esotiche: ambienti urbani, agricoli, bordi di strade e massicciate ferroviarie (Fig. 1). Tra gli ambienti naturali, i più
minacciati sono le zone riparie e quelle
litoranee. La potenziale pericolosità e la
velocità di espansione di alcune di queste specie destano preoccupazione sia
per le conseguenze ambientali (in assenza di limitatori naturali possono prendere
il sopravvento, occupando nicchie ecologiche e riducendo fortemente la presenza delle specie autoctone), quanto
per l’impatto negativo sulle produzioni
agricole e, in casi specifici, per il rischio
sanitario nei confronti della popolazione.
Tre specie vegetali, tra quelle di più recente introduzione sulle Alpi, si stanno
8
Capitolo 1 - Introduzione
espandendo nei prati e nei pascoli fino a
rappresentare un rischio non solo per la
vegetazione naturale ma anche per le attività agricole e, più in generale, per la popolazione e per i consumatori. Esse sono:
• il panace di Mantegazza (Heracleum
mantegazzianum)
• il poligono del Giappone ibrido
(Reynoutria x bohemica)
• il senecio sudafricano (Senecio inaequidens)
Nella presente pubblicazione saranno
illustrate le caratteristiche principali di
queste specie, le ragioni della loro nocività e le possibili strategie di controllo e
di lotta. Saranno anche brevemente trattate alcune specie autoctone dannose
per l’agricoltura e un approfondimento,
infine, sarà dedicato all’arvicola terrestre
(Arvicola terrestris), un roditore che si sta
rivelando particolarmente nocivo per la
coltura dei prati permanenti in alcune
aree alpine.
Fig. 1
Invasione
di Senecio
inaequidens
lungo la
massicciata
ferroviaria.
1.2 Che cos’è
una specie invasiva?
Prima di procedere alla descrizione delle specie invasive, è opportuno precisare la terminologia che verrà utilizzata in questo volume.
È definita infestante una pianta che cresce
in un sito dove non è desiderata e che può
avere un impatto rilevante sull’economia
e sull’ambiente. È il caso della gramigna,
del panace comune, del romice comune e
della pastinaca, tipiche infestanti dei prati permanenti di montagna. Solitamente,
queste specie sono legate ad ambienti antropizzati e manifestano una limitata tendenza a colonizzare nuovi ambienti, contrariamente alle specie invasive.
Le esotiche (denominate anche aliene o
alloctone) sono specie introdotte accidentalmente o volontariamente in un’area geografica diversa da quella di origine. Secondo la loro dinamica di insediamento nel
nuovo territorio, esse possono essere suddivise in casuali, naturalizzate e invasive.
Una specie casuale è un’esotica che può
fiorire e riprodursi occasionalmente, ma
che non si insedia stabilmente nella nuova area perché non è in grado di formare
popolazioni persistenti nel tempo. La sua
presenza è strettamente legata a nuove
introduzioni.
L’insediamento di una specie vegetale in
una nuova area dipende dalla sua capacità
di superare barriere ambientali (condizioni
climatiche avverse, predazione dei semi…)
e riproduttive (assenza di impollinatori
specifici, assenza di individui di entrambi i
sessi nel caso di specie dioiche …).
È detta naturalizzata una specie esotica
che forma popolamenti stabili ed è in grado di riprodursi senza l’intervento umano.
Una specie naturalizzata può riprodursi per
via sessuata o moltiplicarsi per via vege-
tativa (rizomi, bulbi, frammenti di pianta).
Una specie naturalizzata diventa invasiva
nel momento in cui riesce a diffondersi velocemente a distanze anche notevoli dalle fonti originarie di propaguli. È quindi in
grado di colonizzare vaste aree e, in alcuni
casi, di invadere ambienti naturali e seminaturali. Nell’ambito della Strategia Europea sulle specie Invasive1, vengono definite invasive le specie alloctone che, oltre
ad avere le caratteristiche sopra delineate,
rappresentano anche una minaccia per
la biodiversità, causano gravi danni alle
attività dell’uomo (problematiche socioeconomiche) o hanno effetti negativi sulla
salute umana.
http://ec.europa.eu/environment/nature/
invasivealien/index_en.htm
1
Legge Regionale 45/2009
La legge regionale n. 45 del 7 dicembre
2009 “Disposizione per la tutela e la conservazione della flora alpina. Abrogazione della legge regionale 31 marzo 1977,
n. 17” è il nuovo strumento legislativo
a tutela della flora della Valle d’Aosta.
Questa legge presenta numerose novità
rispetto alla precedente normativa (classificazione e numero di specie inserite,
regolamentazione della raccolta e dell’utilizzo, ecc.) ma soprattutto affronta la
problematica delle specie invasive. L’articolo 9, infatti, recita: “È vietata l’introduzione di specie vegetali alloctone o aliene negli ambienti naturali. […]. La Giunta
regionale può adottare eventuali misure
incentivanti l’eradicazione delle specie
vegetali alloctone o aliene incluse nell’allegato F”. Le tre specie indicate nell’allegato F della legge, considerate come
una reale minaccia per la biodiversità,
l’agricoltura, il bestiame e l’uomo, sono:
Heracleum mantegazzianum, Reynoutria
x bohemica e Senecio inaequidens.
Capitolo 1 - Introduzione
9
Capitolo 2
Articolazione
delle attività
11
Capitolo 2
Articolazione delle attività
2.1 Ricerca bibliografica
La fase iniziale del progetto si è focalizzata sulla ricerca di informazioni
sulle tre specie vegetali invasive e sul
roditore Arvicola terrestris. Sono stati
consultati articoli scientifici, report, libri, pubblicazioni a stampa o reperibili
su internet. Il ricco materiale raccolto è
stato un utile ausilio nella fase di definizione delle attività di ricerca e sperimentazione previste dal progetto.
spetto alla vegetazione circostante (in
fase tardo-vegetativa o senescente). Il
senecio, ad esempio, in autunno è ancora in fioritura e i fiori gialli sono facilmente individuabili, mentre i cespugli
del poligono assumono in questo periodo una vistosa colorazione rossobrunastra (Fig. 2-3).
2.2 Monitoraggio della diffusione delle specie invasive
Dall’autunno 2009 all’autunno 2010 è
stata svolta una campagna di rilevamento per valutare la diffusione del panace di Mantegazza, del poligono del
Giappone ibrido e del senecio sudafricano sul territorio valdostano.
Per ragioni pratiche, non essendo possibile controllare la totalità del territorio regionale, è stato definito un piano
di rilevamento che ha coperto tutta la
valle centrale e l’imbocco delle valli laterali, concentrandosi sulle zone a più
alta densità abitativa e con maggior
presenza di attività agricole.
Il monitoraggio delle specie invasive
vegetali è stato eseguito soprattutto
nel periodo autunnale, stagione in cui
le tre specie invasive oggetto dello studio sono più facilmente identificabili ri-
12
Capitolo 2 - Articolazione delle attività
Fig. 2
Fioritura
di Senecio
inaequidens a
novembre.
Fig. 3
Colorazione
rosso-brunastra
dei cespugli
di Reynoutria
x bohemica
nel mese di
novembre.
Le colonie del panace di Mantegazza,
specie introdotta dall’uomo a scopo ornamentale, sono ben circoscritte; il rilevamento delle aree invase si è basato
sulle segnalazioni preesistenti, per allargarsi poi a zone di più recente colonizzazione.
La più estesa distribuzione del senecio
e del poligono sul territorio regionale, invece, è stata rilevata con un sistema di
rilevamento in continuo tramite antenna
satellitare (messo a punto dal Dott. Francesco Vidotto del Dipartimento di Agronomia, Selvicoltura e Gestione del Territorio dell’Università di Torino) mediante
il quale è stato possibile registrare con
buon dettaglio e rapidità le colonie individuate lungo il percorso. Questa tecnica
ha consentito di raccogliere informazioni relative a vaste aree e di realizzare le
cartografie di distribuzione delle specie.
In alcune aree di particolare interesse, è
stata condotta un’indagine più approfondita sulla popolazione con la compilazione di una scheda di campo in cui sono
state registrate le seguenti informazioni:
- caratteristiche della stazione
-
-
-
-
-
(coordinate UTM, quota,
esposizione, inclinazione);
estensione del popolamento (m2);
abbondanza (n° individui/m2) ;
habitat;
fenologia;
distanza da corsi d’acqua, strade e
ferrovie.
2.3 Prove di lotta
A partire dal mese di ottobre 2009 fino
all’estate 2011 sono state realizzate
prove di lotta contro le specie invasive,
con l’obiettivo di valutare e confrontare
diversi metodi di eliminazione o di contenimento di queste specie. Prove di
lotta sono state condotte anche contro
l’arvicola terrestre.
Le tecniche sperimentate su ciascuna
specie saranno descritte nei capitoli seguenti.
Capitolo 2 - Articolazione delle attività
13
Capitolo 3
Panace di
Mantegazza
15
Capitolo 3 · Panace di Mantegazza
(Heracleum mantegazzianum)
3.1 Caratteristiche della specie
Il panace di Mantegazza è un’ombrellifera perenne monocarpica, originaria del
Caucaso, che ha iniziato a diffondersi
in Europa occidentale nella prima metà
del XIX secolo. È particolarmente ben
adattato agli ambienti di media e bassa
montagna, ma mostra ottime capacità di
insediamento anche a quote inferiori.
La sua altezza varia da 1,5 a oltre 4 metri
nel periodo di fioritura, con grandi ombrelle (le più grandi raggiungono 50 cm
di diametro) a 50-150 raggi (Fig. 4).
Fig. 4
Infiorescenza
di Heracleum
mantegazzianum.
I petali dei fiori sono bianchi o rosei. I
frutti sono acheni brevemente alati, lunghi 10-11 mm e larghi 6-7 mm. Il fusto,
robusto e cavo, misura 5-10 cm di diametro alla base. Le foglie sono lunghe da
50 cm a 3 metri, divise in segmenti o profondamente tripartite. Il margine fogliare
16
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
è dentellato con i denti maggiori lunghi
ed acuminati (Fig. 5).
Fig. 5
Foglie di
Heracleum
mantegazzianum.
Si può facilmente distinguere da altre
specie dello stesso genere per le grandi
dimensioni e per l’aspetto maestoso, che
l’hanno resa una pianta utilizzata a scopo ornamentale. Tra i caratteri distintivi
rispetto al panace comune (Heracleum
sphondylium, (Fig. 6), specie autoctona
diffusa nelle vallate dell’arco alpino, si
possono citare:
• le maggiori dimensioni delle piante
(Fig. 7);
• il numero di raggi delle ombrelle,
sempre superiore a 50;
• i fusti con macchie rosse, meno pubescenti ma con lunghi peli evidenti
(Fig. 8);
• le maggiori dimensioni, il portamento
e la forma delle foglie (più incise e con
denti più acuti).
Fig. 6
Il panace comune
(Heracleum
sphondylium) è una
specie innocua,
abbondante nei
prati montani
freschi e molto
concimati.
Fig. 7
Dimensioni di
un individuo
di Heracleum
mantegazzianum
nel periodo della
fioritura.
3.1.1 Biologia riproduttiva
• Essendo una specie monocarpica, la
fioritura e la disseminazione segnano la
morte del singolo individuo. Di norma,
nelle regioni montane, una pianta vive da
3 a 5 anni.
• Il pascolamento rallenta lo sviluppo
dell’individuo e ritarda l’avvento della fioritura, che può avere luogo fino a 12 anni
dopo la germinazione.
Fig. 8
Fusto di
Heracleum
mantegazzianum.
• La fioritura dura oltre un mese per
ciascun individuo (fino a 60 giorni in alcune località), a partire da fine giugno.
Le ombrelle fioriscono in sequenza centrifuga, cominciando da quella terminale
principale.
• Un mese e mezzo dopo la fioritura, i
frutti maturano e iniziano ad essere disseminati; un individuo è in grado di produrre fino a 10.000 frutti (Fig. 9).
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
17
Fig. 9
Frutti di
Heracleum
mantegazzianum.
• Questa specie ha ottime capacità di
autoimpollinazione, se isolata o in popolazioni disperse, cosa che rende possibile
l’invasione di un’area relativamente ampia anche a partire da un solo individuo.
• H. mantegazzianum si riproduce solo
tramite semi. Nel suolo, la banca semi non
è persistente, poiché la maggior parte di
essi germina il primo o il secondo anno;
tuttavia, circa l’1% restano dormienti per
almeno tre anni. Il 95% dei semi si trova
nei primi 5 cm di profondità del suolo. In
popolamenti campione, sono stati contati oltre 3500 semi/m2.
• In primavera, non appena si scioglie la
neve, i semi germinano. È stato rilevato
che, con temperature costanti tra 2°C e
6°C, la germinazione è graduale e prolungata. I semi presentano alti tassi di germinazione: in prove di laboratorio è stata
misurata una germinabilità del 90%.
• La dispersione dei semi avviene ad
opera di acqua, vento e attività umane. In
piante di 2 metri di altezza, il 60-90% dei
semi ricade in un raggio di 4 metri dalla
pianta madre, ma in acqua i frutti possono galleggiare fino a 8 ore, rendendo
possibile il trasporto a grande distanza
lungo i corsi d’acqua.
18
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
3.1.2 Caratteristiche dei popolamenti
• La densità di plantule arriva a 400500 per m2. Nel primo anno la mortalità
è alta: secondo osservazioni effettuate in
Repubblica Ceca e in Germania, supera
il 99%.
• In praterie non disturbate o in ambienti a densa copertura vegetale, la
probabilità di sopravvivenza delle plantule è molto bassa. Tuttavia, la resistenza al freddo e la germinazione precoce
costituiscono un vantaggio competitivo
rispetto ad altre specie.
• Secondo le zone, la densità di piante
adulte nel periodo della fioritura è variabile, ma in media è di circa 0,7 piante/m2.
• Il panace di Mantegazza si riscontra in un gran numero di habitat diversi,
dove sviluppa popolamenti di dimensioni variabili. Da uno studio condotto in
Germania su 200 siti invasi, il 39% era
costituito da megaforbieti, 18% da pratipascoli, 26% da praterie disturbate. Siti
con suoli ricchi di nutrienti, ma disturbati e privi di una gestione regolare, rappresentano aree potenziali di invasione.
L’abbandono di un terreno coltivato è il
principale fattore favorevole all’insediamento di questa specie.
• La coltivazione regolare del terreno,
l’ombreggiamento e la bassa disponibilità di nutrienti e d’acqua limitano l’insediamento della specie, che è del tutto
esclusa in caso di successione secondaria verso il bosco.
• Alla scala di paesaggio, la connettività tra gli habitat, che dipende dalla presenza di corridoi di dispersione dei semi
e dalla vicinanza delle colonie, incide
sulla probabilità di invasione.
• Nei prati disturbati, l’aumento della
copertura di H. mantegazzianum determina la riduzione del numero di specie
erbacee presenti, soprattutto a causa
del forte ombreggiamento che questa
esotica esercita sulle altre piante erbacee.
• Potenzialmente, in siti di particolare
pregio naturalistico, il panace di Mantegazza può mettere in pericolo specie
rare e minacciate.
• Sopprimendo la cotica costituita da
specie erbacee più basse, H. mantegazzianum può accentuare i rischi di erosione delle sponde dei corsi d’acqua, lasciando il suolo nudo durante l’inverno.
3.2Prime segnalazioni e
diffusione in Valle d’Aosta
Nel corso degli anni la specie è stata
introdotta più volte in diverse località
della Valle d’Aosta. Probabilmente, la
prima introduzione è avvenuta nei giardini alpini, dove ha attirato l’attenzione
del pubblico. L’introduzione più importante di H. mantegazzianum è avvenuta nei pressi di Courmayeur, in località
La Palud, dove è stato utilizzato per la
rivegetazione di alcune scarpate intor-
Fig. 10 Intensità di diffusione di Heracleum
mantegazzianum rilevata in Valle d’Aosta
(2009-10). Il verde indica l’assenza di
segnalazioni; il gradiente dal giallo
al rosso indica una presenza crescente.
no ai parcheggi. In seguito, nonostante
si sia deciso di eliminare la specie da
questa località, la ripetuta dispersione
ha permesso alla specie di espandersi
in modo incontrollato al di fuori della superficie inizialmente impiantata. Oggi la
si può ritrovare negli incolti circostanti,
in sottoboschi aperti e lungo i torrenti. Non è facile stabilire l’origine delle
altre stazioni disperse nei dintorni di
Courmayeur, ma si può ipotizzare che si
tratti sia di eventi accidentali sia di introduzioni volontarie.
Attualmente, popolazioni invasive di
panace di Mantegazza si trovano a
Courmayeur (La Palud e altre località),
Ayas (Lignod, Magneaz, Palouettaz),
Antey-Saint-André e Breuil-Cervinia
(Fig.10). Si tratta, quindi, di una specie
ancora sporadica nella regione, sebbene sia più diffusa di quanto si pensasse
prima della campagna di rilevamento
condotta nell’ambito del presente progetto. Per il momento, la diffusione in
giardini privati, potenziali zone d’origine
di nuove invasioni, sembra limitata a poche località (Fig. 11).
Fig. 11
Colonie di Heracleum mantegazzianum
rilevate in Valle d’Aosta nel biennio
2009-10.
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
19
3.3Modalità di propagazione
• Il panace di Mantegazza è in grado di
colonizzare ambienti molto diversi, indipendentemente dalla vegetazione già
presente (Figg. 12-13); una volta insediata nell’habitat, la specie è poco condizionata dalle caratteristiche stazionali.
• Da quanto si è potuto osservare, in
Valle d'Aosta l’uomo è il primo responsabile della diffusione e della persistenza della specie nelle zone di nuova introduzione.
Fig. 12
Individuo di
Heracleum
mantegazzianum
in un prato
sfalciato.
Fig. 13
Popolamento
di Heracleum
mantegazzianum
in una scarpata
stradale.
20
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
• Diversamente da altre esotiche che si
diffondono preferibilmente lungo fiumi e
torrenti, la sua espansione non sembra
essere legata in particolar modo ai corsi
d’acqua.
• Il periodo di assestamento della specie in una nuova regione è di 60-70 anni;
da osservazioni condotte nel Regno Unito, è stato valutato che in zone molto
invase H. mantegazzianum può raddoppiare il proprio areale ogni 10 anni circa.
3.4Pericolosità
La linfa del panace di Mantegazza contiene molecole fototossiche, note come
furocumarine o furanocumarine, che provocano reazioni epidermiche, rendendo
la pelle ipersensibile ai raggi ultravioletti
della luce solare. La concentrazione di
furocumarine è massima nei frutti, intermedia nelle foglie e minima nei fusti e varia anche in relazione a fattori ambientali:
area, stagione, umidità ecc.
In caso di contatto, la parte interessata
non deve essere esposta ai raggi solari
perché la pelle potrebbe essere soggetta a fenomeni di iper-pigmentazione. La
sensibilità ai raggi ultravioletti può protrarsi anche per mesi e, in alcuni soggetti, essere permanente. Nell’arco di 24-48
ore dal contatto con la pianta, e a seguito dell’esposizione della pelle al sole, la
reazione cutanea si manifesta come un
eritema (Fig. 14). Le fotodermatiti provocate dal contatto con la linfa del panace
di Mantegazza possono determinare, oltre che arrossamenti cutanei, anche vesciche o bolle.
La pianta mantiene la capacità fototossica per diverse ore dopo il taglio. Durante gli interventi di contenimento della
specie, gli operatori devono proteggere
Fig. 14 Evoluzione nel tempo di un’ustione provocata dal contatto con il panace
di Mantegazza. Foto: Bob Kleinberg (http://www.dec.ny.gov/animals/72556.html)
ogni parte del corpo, compreso il volto;
in caso di contatto, la parte interessata
va immediatamente lavata con acqua.
Gli abiti indossati durante il trattamento
vanno maneggiati con cautela e lavati.
3.5Prevenzione
L’uomo in passato è stato, volontariamente o accidentalmente, il responsabile della diffusione del panace di Mantegazza. Per prevenire l’invasione di altri
ambienti è fondamentale evitare nuove
introduzioni, come ad esempio la coltivazione a scopo ornamentale nei giardini.
Inoltre, la nuova legge per la tutela della
flora valdostana (L.R. 45/2009) ne vieta
l’introduzione negli ambienti naturali.
3.6Metodi di lotta
In zone in cui le popolazioni naturalizzate
di panace di Mantegazza sono ben delimitate, come in Valle d’Aosta, l’obiet-
tivo dell’eradicazione è realisticamente
perseguibile e, a medio e lungo termine,
comporta costi inferiori rispetto a quelli
da sostenere per limitare, a tempo indeterminato, l’espansione delle popolazioni esistenti.
Valutando attentamente l’estensione dei
popolamenti da trattare, la distanza dai
corsi d’acqua, la possibilità di accesso
all’area e la destinazione della superficie
interessata, è possibile scegliere correttamente la tecnica di intervento e preventivare i costi delle operazioni di controllo.
Prima di avviare una campagna di eradicazione, è fondamentale censire tutte le
colonie della specie (singole piante comprese), identificare gli habitat vulnerabili
prossimi ai popolamenti di panace, formare ed equipaggiare adeguatamente il
personale, con dispositivi di protezione
come la maschera per il volto, i guanti,
abbigliamento che copra interamente
braccia e gambe.
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
21
Fig. 15
Estirpazione con
forca di piante
di Heracleum
mantegazzianum.
In ambiente alpino la crescita è più lenta e concede più tempo fra i trattamenti:
con interventi effettuati 2-4 volte l’anno,
in primavera e a inizio estate, la popolazione di un sito si può ridurre del 75% in
1-4 anni.
I siti disinfestati vanno monitorati per i 5
anni consecutivi, al fine di evitare che il
popolamento si ricostituisca dalla banca
semi nel suolo.
3.6.1 Taglio alla radice ed estirpazione
Il metodo è agevolmente applicabile
solo in stazioni ad estensione limitata. È
una tecnica molto efficace, sebbene sia
molto impegnativa in termini di tempo di
lavoro (Fig.15). Al taglio, effettuato a profondità di 15-20 cm con vanga o con forca estirpatrice (forca da Rumex), segue
l’asportazione della pianta. Occorre sottolineare che con taglio più superficiale (a
una profondità inferiore ai 5 cm), il frammento residuo di radice sarà in grado di
generare una nuova parte aerea. Il periodo migliore per il trattamento è la primavera, prima che le dimensioni delle piante
rendano troppo difficoltoso l’intervento.
22
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
In stazioni di ampia estensione, nel quadro di un programma a lungo termine, è
possibile limitarsi all’estirpazione degli
individui in fioritura. Si è potuto verificare che l’intervento all’inizio della ripresa
vegetativa è il più efficace e, poiché le
piante sono di dimensioni ancora contenute, riduce l’impiego di energie e di
tempo e i rischi di contatto accidentale
da parte degli operatori.
3.6.2 Taglio delle ombrelle
Questa tecnica richiede 2-3 interventi
all’anno per ciascuna stazione ed è efficace solo se le ombrelle sono tagliate al
picco della fioritura o all’inizio della fruttificazione, per evitare la disseminazione. Le ombrelle tagliate vanno rimosse
e distrutte, tanto più se già provviste di
frutti. La tecnica impone grande tempestività nell’esecuzione: l’intervento
tardivo rischia di non essere efficace
per l’avvenuta disseminazione, mentre quello anticipato è spesso seguito
dall’emissione di nuove ombrelle. È indispensabile proseguire il monitoraggio
durante la stagione e negli anni successivi poiché, essendo un trattamento non
Fig. 16
Taglio delle
ombrelle di
Heracleum
mantegazzianum.
risolutivo, è molto probabile che qualche
ombrella maturi e dissemini nel periodo
tra gli interventi o che sfugga all’attenzione dell’operatore. Dal punto di vista
pratico, questa tecnica è più veloce
ma meno efficace della precedente, ed
espone l’operatore a un maggior rischio
di lesioni cutanee (Fig. 16).
Già da qualche anno in Valle d’Aosta sono
effettuati interventi di questo tipo che,
seppure efficaci nel limitare la diffusione della specie, non ne hanno ridotto in
modo significativo le popolazioni già presenti. Si è inoltre rilevato che il taglio delle
foglie o dei fusti in sviluppo non ha alcun
effetto contenitivo; al contrario, prolunga
la vita della pianta e ne ritarda la fioritura.
3.6.3 Trattamento chimico
Il panace di Mantegazza è molto sensibile
agli erbicidi e la lotta chimica può essere efficacemente applicata su superfici
estese, con tempi di lavoro e costi relativamente ridotti. A seconda dei popolamenti, possono essere necessarie fino a 4
applicazioni l’anno, ma le sperimentazioni
condotte in Valle d’Aosta hanno mostrato una mortalità quasi totale con una sola
irrorazione fogliare di glifosate, alla concentrazione del 3%, effettuata all’inizio
dell’estate. I trattamenti vanno effettuati a
partire dalla primavera inoltrata, perché le
applicazioni sono efficaci solo su individui alti almeno 15 cm. Per stazioni ampie
e dense si può prevedere un’irrorazione
sull’intera superficie, mentre per nuclei
piccoli o dispersi è sufficiente l’applicazione con atomizzatore a spalla, pianta
per pianta (Fig. 17). La distribuzione di
glifosate espone l’operatore al rischio di
inalazione ed è sconsigliabile in prossimità di corsi d’acqua.
Fig. 17
Trattamento
chimico localizzato
su piccole
popolazioni
di Heracleum
mantegazzianum.
Per non danneggiare la restante vegetazione, dopo un primo trattamento chimico si possono adottare metodi meccanici (estirpazione manuale), con una
strategia di lotta che associ metodi meccanici, chimici e il reimpianto di specie
autoctone.
La lotta chimica non è sempre attuabile:
in Valle d’Aosta, infatti, il Piano di Sviluppo Rurale (PSR 2007-2013) ne vieta
l’esecuzione su prati soggetti alle misure
agro-ambientali.
3.6.4 Controllo biologico ed erbivoria
Benché siano state condotte numerose
ricerche sull’uso di agenti di controllo
biologico del H. mantegazzianum, al momento non sono stati ancora individuati
organismi capaci di limitarlo efficacemente. Nell’areale originario, in Caucaso,
non risulta vi siano fitofagi che attaccano esclusivamente H. mantegazzianum.
Sono stati identificati alcuni patogeni,
ma non sembrano essere abbastanza
specifici per essere efficaci. Il panace,
inoltre, possiede un ampio arsenale di
meccanismi di difesa fisici e chimici, che
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
23
potrebbero avere un ruolo nella resistenza agli agenti biologici e, di conseguenza, favorire l’invasività della pianta.
Secondo alcuni Autori, il pascolamento
potrebbe essere un’opzione valida per i
siti più estesi, non meccanizzabili o difficili da trattare con metodi manuali. In
tal caso, le piante andrebbero pascolate
a partire da metà primavera, durante la
crescita delle foglie basali, e il pascolo
dovrebbe essere ripetuto almeno per
una decina d’anni, fino ad esaurimento
della banca semi del suolo e delle riserve
accumulate nelle radici.
3.6.5 Rivegetazione
Dopo l’eradicazione, è importante impedire il ritorno del panace di Mantegazza
ed è quindi consigliabile rivegetare la
superficie trattata con specie autoctone. Ciò andrebbe fatto immediatamente
dopo l’eliminazione delle piante, per favorire il definitivo ritorno della vegetazione naturale.
3.7Prove di eradicazione del
panace di Mantegazza
Col metodo del taglio della radice sono
state eliminate alcune stazioni isolate, in
Val d’Ayas presso Lignod, a Breuil-Cervinia su incolti a bordo strada, a Courmayeur in Val Ferret. La presenza della specie in queste stazioni è significativa per
dimostrare il ruolo dell’uomo nella sua
diffusione, poiché in tutte è evidente che
l’origine a questi popolamenti è dovuta
allo smaltimento dei resti vegetali provenienti dal taglio di piante di H. mantegazzianum.
Dal giugno 2010 è iniziata una sperimentazione sul controllo di H. mantegazzia-
24
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
num in alcune parcelle selezionate tra i
popolamenti piuttosto estesi il località
La Palud, a Courmayeur, a circa 1400 m
slm. Su alcune superfici delimitate sono
stati applicati i seguenti trattamenti:
• estirpazione degli esemplari con il taglio alla radice;
• applicazione fogliare di glifosate al
3%;
• taglio delle ombrelle durante il periodo di fioritura.
3.7.1 Taglio alla radice ed estirpazione
Complessivamente, sulla superficie sperimentale, i trattamenti con taglio alla
radice hanno dato buoni risultati, con
una riduzione del 70% delle piante nella
parcella a distanza di 50 giorni dal primo
intervento e dell’82% in autunno, dopo
un secondo intervento (Fig. 18). Il taglio
alla radice con estirpazione si è rivelato
un metodo efficace già dal primo anno
di monitoraggio. Al secondo anno, sono
emerse piante nate da seme, ma già a
maggio 2011 sono stati conteggiati solo
il 41% degli individui rispetto alla popolazione iniziale del 2010, che sono stati
poi rimossi con la stessa metodologia.
Dopo tre interventi, a settembre 2011
non rimaneva che il 10% della popolazione registrata prima dei trattamenti e,
se non si considerano gli individui nati da
seme nel 2011, meno del 2%.
Il metodo richiede un certo impiego di
risorse: in un’ora un operatore può eliminare con forca estirpatrice o vanga
circa 30 piante sviluppate. Se l’intervento è effettuato precocemente (seconda metà di maggio) i tempi si riducono; ad esempio nell’intervento effettuato in località Planpincieux (Courmayeur), a stagione vegetativa appena
iniziata e con piante poco sviluppate,
in un’ora un operatore ha eradicato circa 45 piante, su una superficie di poco
meno di 40 m2. In questo caso, all’ultimo monitoraggio (luglio 2011) la popolazione iniziale era ridotta dell’83% o,
escludendo i nuovi individui da seme,
del 99%. Oltre all’elevata percentuale
di successo del trattamento, è da evidenziare la selettività del metodo, che
non danneggia la restante vegetazione
autoctona, favorendo un immediato recupero della stessa sulle superfici prima infestate.
Estirpazione
100
140
90
120
Num. individui
70
60
80
50
60
40
30
40
20
20
% popolazione iniziale
80
100
Fig. 18
Effetto
dell’estirpazione sul
popolamento
di Heracleum
mantegazzianum.
10
0
0
02/06/2010
25/08/2010
21/10/2010
19/05/2011
20/07/2011
15/09/2011
2010
Individui conteggiatiStagione
Andamento
% della popolazione
3.7.2 Irrorazione fogliare con glifosate al 3% (metodo misto chimicomeccanico)
Le piante sono state trattate il 21 luglio
2010. Al primo monitoraggio, effettuato
dopo circa un mese, alcune decine di
individui presentavano ancora vitalità,
ma si registrava una riduzione del 70%
della popolazione iniziale; al secondo
monitoraggio, nell’ottobre dello stesso
anno, rimanevano pochi individui, con
una riduzione di oltre il 95% (Fig. 19).
Nella primavera successiva, una parte
della superficie trattata è stata risemi-
nata con un miscuglio da prato composto di graminacee e leguminose.
Al primo monitoraggio del secondo anno
la parcella trattata risultava piuttosto
spoglia di vegetazione, con alcuni individui di panace, che risultavano tutti nati
da seme. Dato il numero ridotto, si è proceduto all’estirpazione manuale, essendosi giudicato il ricorso all’erbicida inutile
e dannoso per la vegetazione spontanea
o riseminata che si stava insediando. Si
può considerare quindi questo intervento come la seconda fase di un metodo di
lotta misto chimico e meccanico.
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
25
Metodo misto: Glyphosate 3% e taglio alla radice
120
100
90
80
70
80
60
60
50
40
40
30
20
20
% popolazione iniziale
Num. individui
100
Fig. 19 Effetto
dell’applicazione
di Glifosate (il
primo anno) e
del taglio alla
radice (nel secondo anno) sul
popolamento di
Heracleum mantegazzianum.
10
0
0
21/07/2010 25/08/2010 21/10/2010 19/05/2011 20/07/2011 15/09/2011
Individui conteggiati
Andamento % della popolazione
I vari interventi hanno permesso di ridurre notevolmente la presenza di panace:
a settembre 2011 rimaneva meno del
4% della popolazione iniziale. Se non si
considerano gli individui nati da seme
nel 2011, l’intera popolazione rilevata nel
2010 era già stata eliminata dal trattamento con erbicida.
Il glifosate ha efficacia comprovata,
come evidenziato anche dalla nostra
esperienza, ed è facile e veloce da applicare, ma ha anche il grande difetto di
non essere selettivo. Di fatto, il terreno
rimane completamente spoglio di vegetazione in seguito al trattamento (Fig.
20). Va sottolineato, inoltre, che la banca
semi del suolo non è intaccata dal trattamento con glifosate: ciò potrebbe addirittura favorire la specie esotica, qualora nel terreno diserbato germinassero
nuovi individui nati da seme, molto più
competitivi delle plantule di specie autoctone. Per questa ragione, la risemina è
26
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
fortemente raccomandata ed è importante pianificare attentamente il monitoraggio dopo il trattamento. Sulla base della
nostra esperienza, nella porzione riseminata è stata raggiunta una copertura
vegetale del 100% nella prima stagione
vegetativa, a differenza di quella non seminata, dove si è misurata una copertura
vegetale pari al 75% della superficie.
Fig. 20
Terreno nudo
in seguito ad
irrorazione fogliare
con Glifosate
su Heracleum
mantegazzianum.
3.7.3 Taglio delle ombrelle
Da diversi anni, come attività di contenimento della specie e di tutela della salute dei cittadini, una squadra di operatori
del Servizio Aree Protette dell’Assessorato regionale all’Agricoltura e risorse
naturali effettua il taglio delle ombrelle
di panace di Mantegazza a Courmayeur.
Gli interventi, condotti a cadenza annuale, sono effettuati solitamente a luglio.
Questo tipo di intervento non è stato oggetto di sperimentazione e di monitoraggio, tuttavia si può formulare una valutazione considerando le stazioni trattate
con questo metodo nel corso degli anni.
Dalle nostre osservazioni, questo tipo
di trattamento sembra essere efficace
nel limitare la vigoria delle piante e nel
rallentarne la diffusione, ma non nella
riduzione del popolamento, poiché solitamente il taglio dell’ombrella non causa
la morte della pianta. È stato osservato,
al contrario, che alcuni individui riescono
ad emettere nuove ombrelle, a partire dal
nodo basale dei fusti tagliati da poco, e
che queste ombrelle sono poi in grado
di disseminare nella stagione stessa del
taglio.
3.7.4 Conclusioni
Nelle prove condotte, il diserbo con glifosate è risultato il trattamento più efficace nel ridurre i popolamenti molto densi
di H. mantegazzianum. Tuttavia, l’intervento misto, con erbicida il primo anno
e taglio alla radice degli individui sopravvissuti o germinati l’anno dopo, ha dato
risultati pressoché identici con un minore impatto ambientale e con meno rischi
per l’operatore.
L’estirpazione manuale praticata precocemente, a differenza di quella effettuata
a stagione avanzata, richiede un impegno di manodopera accettabile, almeno
per stazioni limitate come quelle esistenti
in Valle d’Aosta. Interventi mirati ai nuclei
di diffusione principale, quindi, possono
rivelarsi determinanti nell’evitare un’ulteriore espansione, anche con un limitato
investimento di risorse.
Nel caso in cui non si possa intervenire
a tutto campo, è opportuno concentrarsi
su:
• stazioni periferiche ancora ridotte nelle dimensioni (ad esempio quelle a quote
più alte o più isolate all’interno della Valtournenche e della Val d’Ayas);
• nuovi nuclei di espansione;
• stazioni in prossimità di torrenti, possibili vie di dispersione a distanza.
Poiché la banca semi non risente dei trattamenti descritti sopra, va effettuato un
attento monitoraggio sulle superfici già
trattate, poiché nuovi individui possono
nascere da seme. Fortunatamente, la vitalità dei semi di panace di Mantegazza
è di breve durata e la prosecuzione degli
interventi, nell’arco di 3-5 anni, dovrebbe
consentire di giungere alla completa eradicazione della specie.
Si sottolinea ancora l’importanza della
risemina sulle superfici trattate, specialmente in caso di diserbo chimico. Tra
le opzioni di risemina è indicato l’uso di
una miscela di specie prative utilizzate
per le semine di prati di media quota;
in alternativa, per ambienti più umidi od
ombreggiati, possono essere utilizzate
miscele di alte erbe autoctone.
Capitolo 3 - Panace di Mantegazza
27
Capitolo 4
Poligono
del Giappone
ibrido
29
Capitolo 4 · Poligono del Giappone ibrido
(Reynoutria x bohemica)
4.1 Caratteristiche della specie
origina spontaneamente dalle due specie appena citate) che sono molto simili
Con
il nomedelitaliano
diibrido
“poligono
del x bohemica
morfologicamente
a Reynoutria japonica
1
Poligono
Giappone
(Reynoutria
Chrtek & Chrtková)
Giappone”
si fa riferimento
e sono chiamate rispettivamente “poligo1.1
Caratteristiche
della speciea Reynoutria
Con il nome
italiano di
“poligono
del Giappone”
fa riferimento
a Reynoutria
japonica.
Tuttavia,
japonica.
Tuttavia,
sempre
nello
stesso sino
di Sachalin”
e “poligono
del Giappone
sempre nello stesso genere, sono presenti anche Reynoutria sachalinensis (meno diffusa in Europa)
genere,
sono presenti anche Reynoutria ibrido”. Queste tre specie sono tutte
e l’ibrido Reynoutria x bohemica (che si origina spontaneamente dalle due specie appena citate) che
sachalinensis
(meno
diffusa in Europa)
invasive
stesse prosono molto simili
morfologicamente
a Reynoutria
japonicae edeterminano
sono chiamatelerispettivamente
di Sachalin” ex “poligono
del(che
Giappone
Queste tre specie sono tutte invasive e
e“poligono
l’ibrido Reynoutria
bohemica
si ibrido”.
blematiche.
determinano le stesse problematiche.
Le principali caratteristiche delle tre specie del genere Reynoutria
Reynoutria
Reynoutria x
Reynoutria
japonica
bohemica
sachalinensis
1,5-3
2,5-4
3-5
Altezza (m)
Macchie sui fusti
Caratteristiche
delle foglie
Molte macchie
rosso-brunastre
Macchie rossobrunastre più o
meno abbondanti
Foglie ovate,
acuminate
all’estremità e tronche
alla base, munite di
ocrea (guaina
membranosa alla base
delle foglie)
Caratteristiche
intermedie (forma e
dimensioni)
Pagina inferiore
glabra, presenza di
papille
Foglie spesse e
coriacee
Nervature della pagina
inferiore angolose
Lunghezza
delle foglie (cm)
Rapporto
lunghezza/larghezza
della foglia
Colore fiori
Presenza dei fiori
maschili
Foglie basali da
ovate ad oblunghe,
cordate alla base,
appuntite
all’estremità
Pagina inferiore con
peli sparsi, ondulati e
lunghi (> 1 mm)
Foglie non coriacee
Nervature della
pagina inferiore
arrotondate
10-18
20-35
30-40
1-1,5
1,1-1,8
1,5-1,7
Bianchi
Bianchi
No
Fiori maschili e
femminili presenti su
piante diverse
1
30
Pagina inferiore con
peli robusti e corti
(fino a 0,5 mm),
lungo la nervatura
principale
Foglie dure, ma non
coriacee
Nervature della
pagina inferiore
angolose o un po’
arrotondate
Non ci sono macchie
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
Fiori femminili
verdastri
Fiori maschili bianchi
Fiori maschili e
femminili presenti su
piante diverse
Di seguito verranno riportate le informazioni relative a Reynoutria japonica e, laddove possibile, a Reynoutria x bohemica,
l’entità che è diffusa in Valle d’Aosta.
Come detto, il poligono del Giappone
ibrido deriva dall’incrocio tra Reynoutria
japonica e Reynoutria sachalinensis ed è
stato identificato in Europa alla fine del
XX secolo. Le specie da cui si origina
provengono dall’Asia Orientale e sono
state introdotte nel continente europeo
nel XIX secolo.
È una pianta erbacea che può raggiungere i 3 m di altezza e presenta fusti simili al bambù, cavi e con punteggiature
rossastre (Fig. 21). Grazie alla fitta rete di
rizomi, il poligono forma dei popolamenti
molto fitti (Fig. 22).
I rizomi sono fusti sotterranei, di colore bruno scuro all’esterno e arancione all’interno,
in grado di approfondirsi notevolmente nel
suolo (fino a 2 m di profondità) ed estendersi a distanze notevoli dalla pianta madre.
All’esterno appaiono nodosi (Fig. 23) e possono raggiungere anche un diametro di 8
cm. Dai rizomi, che possono rimanere vitali
fino a 10 anni, possono formarsi dei nuovi
fusti epigei. Questo consente alla pianta
di sopravvivere in caso di gelate o di sfalci,
nonostante la distruzione della parte aerea.
Le foglie presentano i caratteri utili all’identificazione delle tre specie. Nel poligono ibrido sono cuoriformi, acuminate
e lunghe circa 20 cm (Fig. 24). In autunno assumono una colorazione rossastra
che facilita l’individuazione della pianta.
Fig. 21
Fusto di
Reynoutria x
bohemica.
Fig. 23
Rizoma di
Reynoutria x
bohemica.
Fig. 22
Popolamento
di Reynoutria x
bohemica.
Fig. 24
Foglie di
Reynoutria x
bohemica.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
31
tutte femminili e la moltiplicazione avviene per via vegetativa, mentre nel caso
del poligono di Sachalin e del poligono
del Giappone ibrido sono presenti anche
individui maschili ed è possibile, quindi,
la riproduzione sessuata. Nonostante
ciò, la principale via di diffusione rimane la moltiplicazione vegetativa, a partire
dai rizomi o da piccoli frammenti di fusto.
Fig. 25
Infiorescenze
di Reynoutria x
bohemica.
4.2 Prime segnalazioni
e diffusione in Valle d’Aosta
Le infiorescenze sono costituite da piccoli fiori, riuniti in pannocchie (Fig. 25). I
fiori sono bianchi e generalmente si formano in tarda estate.
I frutti sono acheni rosso-bruni, generalmente privi di semi. Tre ali membranose
più chiare circondano il frutto e ne facilitano la disseminazione da parte del vento (Fig. 26).
La prima osservazione di specie del genere Reynoutria in Valle d’Aosta risale al
1976, ed è stata effettuata nel comune di
Aosta. Inizialmente le segnalazioni sono
state attribuite a Reynoutria japonica e,
dopo revisione, a Reynoutria x bohemica. Attualmente si ritiene che nel territorio regionale sia sicuramente presente
l’ibrido, mentre è considerata dubbia la
presenza di Reynoutria japonica.
In Figura 27 è illustrato il livello di invasione nel territorio regionale: in verde
sono rappresentati i comuni in cui la
specie non è ancora stata rilevata; con
intensità crescente dal giallo al rosso, invece, sono rappresentati i territori in cui
l’invasione è via via più diffusa. Il livello di
invasione è particolarmente elevato nella
zona tra Nus e Quart, nella Valtournenche fino ad Antey-Saint-André e in Bassa Valle, dove la specie è in via di espansione. Nella restante parte della Media e
dell’Alta Valle, la specie è segnalata sporadicamente fino ad Arvier.
Le piante del genere Reynoutria sono
dioiche, ovvero i fiori maschili e femminili sono su individui diversi. In Europa,
le piante di poligono del Giappone sono
Nella Figura 28 sono riportate le colonie
di poligono del Giappone ibrido, rilevate nei monitoraggi eseguiti tra la fine del
2009 e il 2010.
Fig. 26
Frutti di
Reynoutria x
bohemica.
32
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
Fig 27 Intensità di diffusione di Reynoutria
x bohemica rilevata in Valle d’Aosta (200910). Il verde indica l’assenza di segnalazioni; il gradiente dal giallo al rosso indica una
presenza crescente.
Il poligono del Giappone si è diffuso inizialmente ai bordi delle strade e delle
ferrovie, oltre che nei terreni incolti (Fig.
29). I numerosi lavori di movimento terra eseguiti sul territorio (relativi alla rete
viaria, alla bonifica dopo l’alluvione del
2000 ecc.), hanno comportato il trasporto di terra contenente frammenti di rizomi, favorendo la diffusione della specie
in nuovi ambienti. Il poligono, infatti, si
sta diffondendo nei prati, nei pascoli e
qualche individuo è stato anche segnalato in vigneti della Bassa Valle (Fig. 30).
Fig. 29
Popolamento
di Reynoutria
x bohemica su
terreno incolto.
Fig 28
Colonie di Reynoutria x bohemica
rilevate in Valle d’Aosta nel 2010.
4.3Modalità di propagazione
Il poligono del Giappone si diffonde
prevalentemente per via vegetativa,
originando nuovi individui dai rizomi o
da frammenti della pianta. La competitività della specie è favorita anche da
sostanze, come l’antiossidante metilresveratrolo e altre sostanze allelopatiche, che secerne nel terreno e che
limitano la crescita delle altre piante.
Il rizoma è un fusto sotterraneo da cui si
dipartono delle ramificazioni, l’apice dei
Fig. 30
Pianta di
Reynoutria x
bohemica tra i
filari di un vigneto.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
33
rizomi diventa un fusto aereo (Fig. 31).
Dopo l’inverno, le sostanze accumulate nei rizomi permettono alla pianta di
dare origine a nuovi germogli. La possibilità di moltiplicarsi da frammenti di
rizoma molto piccoli (0,7 g di peso e
1 cm di lunghezza) spiega la grande
capacità di diffusione di questa specie e l’estrema attenzione necessaria
nella lotta, che deve essere diretta
contro i rizomi. Per agire in modo efficace è importante conoscere i meccanismi e i momenti di massima traslocazione delle riserve nutritive verso
i rizomi. In primavera (maggio-giugno)
i carboidrati prodotti con la fotosintesi si concentrano nella parte aerea
(80-90% degli assimilati), mentre nel
corso dell’estate la quota stoccata nei
rizomi aumenta, raggiungendo i valori
massimi nel mese di settembre (70%
degli assimilati).
Al termine del periodo vegetativo si
formano delle gemme invernali sotterranee, che daranno origine a nuovi
germogli nella primavera successiva,
e gemme dormienti, che produrranno
nuovi rizomi laterali.
Fig. 31
Giovane fusto
di Reynoutria x
bohemica.
34
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
4.4Pericolosità
Il poligono del Giappone è caratterizzato
da un rapido insediamento, che limita lo
sviluppo della flora autoctona e determina una banalizzazione della vegetazione
dell’area colonizzata e una riduzione della
biodiversità (. I fusti crescono ad un ritmo
di 3-5 cm al giorno (fino a 10 cm/giorno,
in primavera, per le piante più vecchie) e
l’elevata efficienza fotosintetica consente
al poligono del Giappone di produrre annualmente fino a 35 t/ha di s.s. nella parte
aerea e fino a 16 t/ha nelle radici. L’abbondante produzione, tuttavia, non ha
alcun interesse foraggero e, anzi, riduce
il valore dei prati invasi, in quanto il fitto
fogliame comporta un ombreggiamento
che elimina quasi tutte le altre specie: in
aree fortemente invase, solo poche specie sono in grado di sopravvivere (Urtica
dioica, Galium aparine).
Un ulteriore problema si evidenzia nel periodo invernale, quando la parte aerea del
poligono del Giappone secca, lasciando il
suolo rimane pressoché nudo e soggetto
a fenomeni erosivi (Fig. 32).
Paradossalmente, al di là della rete grossolana di fusti sotterranei, il poligono non
possiede un sistema radicale molto sviluppato e ciò può rivelarsi un problema, ad
esempio per gli argini dei corsi d’acqua, la
cui stabilità può essere compromessa dalla presenza del poligono. Inoltre, in caso
di alluvione, il poligono del Giappone può
essere trasportato a valle e colonizzare
nuove aree lungo il corso d’acqua (Fig. 33).
Negli spazi pubblici, l’elevata produzione
di rizomi costituisce un problema di difficile gestione e il poligono può anche creare danni alle infrastrutture (spaccature
nei muri e nelle pavimentazioni).
Fig. 32
Fusti secchi
di Reynoutria x
bohemica durante il
periodo invernale.
Sotto il fitto
popolamento, il
terreno è quasi nudo.
4.5Prevenzione
Poiché in Europa il poligono del Giappone si diffonde quasi solo per via vegetativa, è importante evitare di frammentare
e disperdere i rizomi.
Inoltre, in Valle d’Aosta è vietata la coltivazione della specie a scopo ornamentale e l’introduzione in ambienti naturali
(L.R. 45/2009).
L’estirpazione precoce delle giovani
piante è una tecnica che va attuata con
molta attenzione, badando a non lasciare nel suolo frammenti di piante. L’estirpazione manuale deve essere eseguita
quanto prima, se possibile su piante appena germinate, ed è consigliabile solo
dove si rinvengono singole piante, ma
non laddove siano già presenti nuclei
densi ed estesi.
4.5.1 Precauzioni per evitare
la diffusione
Il trasporto di terra proveniente da zone
infestate, in occasione di lavori sulla viabilità, infrastrutture, miglioramenti
fondiari e altre opere pubbliche che richiedano il reperimento di terra di pro-
Fig. 33
Ampio
popolamento
di Reynoutria x
bohemica lungo
l’argine di un
torrente.
venienza esterna all’area di cantiere, è
una delle principali vie di diffusione del
poligono del Giappone. Se la terra contiene frammenti di rizomi, si corre il serio
rischio di diffondere l’invasione di questa
specie. Per evitare ciò, sarebbe necessario controllare accuratamente l’area di
provenienza del terreno e verificare che
la specie non sia presente.
La gestione delle aree invase da poligono va programmata evitando tutte quelle
operazioni che possono favorire il proliferare della pianta. Sono, quindi, da evitare:
• le lavorazioni del terreno (i rizomi del
poligono raggiungono notevoli estensioni e profondità);
• l’abbandono sul terreno di frammenti
di pianta;
• il compostaggio o l’incorporazione
nel letame di frammenti della pianta.
I residui dello sfalcio o del taglio del poligono devono essere distrutti.
Gestione del terreno contenente rizomi
La gestione della terra proveniente da siti
infestati richiede notevoli precauzioni, in
quanto, come detto, il poligono è in gra-
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
35
do di moltiplicarsi a partire da frammenti
molto piccoli di pianta.
Il terreno proveniente da aree infestate
non dovrebbe essere spostato perché,
oltre alle problematiche legate al trattamento del terreno stesso, anche il trasporto in discarica imporrebbe di adottare tutte le precauzioni necessarie per
evitare la dispersione di parti di pianta
lungo il tragitto e l’accurata pulizia dei
camion.
L’interramento in profondità dello strato
di suolo infestato è una pratica molto laboriosa e costosa, in quanto è necessario eseguire scavi molto profondi (5 m)
per essere sicuri di non lasciare frammenti di rizomi in superficie.
In prove condotte in Francia, è stata testata la triturazione del terreno, con benna vagliatrice disgregatrice applicata a
escavatori o pale meccaniche, allo scopo di sminuzzare i rizomi di Reynoutria in
frammenti così piccoli da non poter dare
origine ad un nuovo individuo. La tecnica si è rivelata efficace, ma complessa e
onerosa.
4.6Metodi di lotta
È molto difficile eliminare una popolazione di poligono del Giappone ibrido. Ogni
pianta produce numerosi rizomi che si
estendono in un raggio di 15-20 m e
possono penetrare nel suolo fino a 2-3
m di profondità.
Le tecniche di lotta si differenziano in
base all’obiettivo dell’intervento. La lotta
può essere effettuata con l’obiettivo di
eradicare i popolamenti (misure eradicanti) o con lo scopo di limitare l’impatto
della specie sull’area invasa (misure di
contenimento). Al primo gruppo appar-
36
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
tengono i mezzi di lotta meccanica (estirpazione della pianta) e chimica.
Lo sfalcio periodico è considerato, invece, una misura contenitiva, che può risultare efficace nel limitare l’espansione
dei nuclei di poligono ed esaurire gradualmente le riserve dei fusti sotterranei.
A prescindere dal metodo di lotta adottato è fondamentale gestire correttamente
i residui del poligono.
Le parti della pianta che rimangono dopo
gli interventi devono essere distrutte.
Non devono mai essere lasciate sul terreno, compostate, gettate in discarica o
nei contenitori di raccolta dei rifiuti organici.
Per decidere qual è la tecnica ideale è
necessario tenere in considerazione diversi elementi:
• la dimensione della popolazione;
• la vicinanza a corsi d’acqua;
• la vicinanza a zone sottoposte a vincoli ambientali (es. aree protette);
• le caratteristiche della vegetazione
circostante;
• l’accessibilità dell’area;
• la necessità di rivegetazione;
• la presenza di altre specie, nel caso di
lotta chimica con diserbanti non selettivi.
4.6.1 Lotta meccanica e fisica
La lotta meccanica può avere finalità di
eradicazione o di contenimento. Tra le diverse tecniche applicate, descriviamo in
breve quelle più comunemente adottate.
Estirpazione
La rimozione manuale delle piante è una
tecnica adatta al trattamento di piccole
popolazioni e va eseguita facendo molta attenzione a non lasciare frammenti di
pianta nel suolo.
Può essere attuata in primavera sulle giovani piante, prima che i rizomi
emettano radici. Per un’estirpazione
più agevole si consiglia di intervenire
quando il suolo è leggermente umido.
L’estirpazione è una tecnica efficace nel controllare la popolazione di
Reynoutria solo se il trattamento viene
ripetuto più volte durante la stagione e
si protrae per almeno 3 anni.
terreno e vanno tenuti lontani dai corsi
d’acqua, che potrebbero trasportarli e
diffonderli a valle; a questo scopo, può
essere utile raccoglierli in grossi sacchi
di plastica.
Va assolutamente evitato l’incorporamento dei residui nel letame o nel compost, in quanto non si farebbe altro che
aumentare le probabilità di diffusione
della specie in aree non ancora invase.
Taglio delle piante
Il taglio delle piante ha finalità di contenimento ma anche di prevenzione: il taglio frequente (ogni due settimane) impedisce alla specie di diffondersi nelle
aree adiacenti.
Affinché il trattamento sia efficace, il
taglio va ripetuto più volte, a partire
dal primo intervento in primavera (aprile-maggio) fino al mese di settembre.
L’efficacia dello sfalcio è rilevabile solo
dopo interventi ripetuti per un periodo
di tempo non inferiore ai 30 mesi.
Questa tecnica può essere considerata
anche come un trattamento preliminare
a quello chimico, finalizzato a ridurre la
taglia delle piante e trattare ricacci alti
non più di 0,5-1 m.
Il taglio delle piante di Reynoutria va
eseguito con molta attenzione, poiché
il rischio di diffondere incautamente la
specie non è trascurabile. Le attrezzature utilizzate vanno pulite accuratamente prima di essere spostate dal
sito del trattamento. Tutto il materiale
tagliato va distrutto possibilmente in
loco oppure, come indicato da diversi autori, portato in discarica dove va
comunque distrutto. I residui del taglio
possono essere fatti seccare o marcire, ma va evitato ogni contatto con il
Scavo
Lo scavo in profondità con un escavatore e il successivo rivoltamento del
terreno è una pratica che si è rivelata
poco efficace. Il rischio di frammentazione, quindi di moltiplicazione della
pianta, è molto elevato e il rivoltamento
del terreno non è consigliabile se si interviene a profondità inferiori ai 2 m. Le
attrezzature utilizzate devono essere
pulite accuratamente per evitare di trasportare altrove frammenti della pianta
e lo scavo deve essere seguito da un
trattamento chimico per eliminare le
piante emergenti.
Pacciamatura
Il materiale pacciamante va steso prima che inizi la primavera. È una tecnica
che consente il contenimento delle popolazioni solo se abbinata ad altri metodi di lotta, è costosa e non selettiva,
poiché determina l’eliminazione di tutte
le specie.
Pirodiserbo
Il pirodiserbo, agendo solo sulla parte
aerea ma non eliminando i rizomi, non
è efficace nel contenimento del poligono del Giappone.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
37
4.6.2 Lotta chimica
La lotta chimica rimane la soluzione più
rapida, economica ed efficace, permettendo di raggiungere buoni risultati nel
contenimento del poligono del Giappone, ma non è applicabile in tutte le situazioni, per esempio in prossimità dei corsi
d’acqua o nelle parcelle sottoposte alle
misure agro-ambientali del Piano di Sviluppo Rurale.
Per riuscire ad impedire l’affermarsi di
nuovi individui, tenuto conto della vitalità
dei rizomi e della possibile germinazione dei semi, la lotta chimica deve essere
protratta per diversi anni. L’esecuzione
di monitoraggi periodici consente di aumentare la tempestività di intervento.
La tecniche di lotta chimica più utilizzate sono l’aspersione fogliare e l’iniezione
nei fusti, che sono state anche applicate
sperimentalmente sperimentate nell’ambito del progetto NAPEA.
Trattamento mediante aspersione fogliare
La distribuzione mediante spray fogliare
è utilizzata in popolamenti di dimensioni
medio-grandi. È un metodo veloce che
permette di controllare, e anche di eliminare, la specie nell’area invasa. È possibile usare prodotti diversi per meccanismo d’azione e persistenza (glifosate,
2,4-D, picloram, triclopyr, imazapyr).
I trattamenti con erbicidi residuali prevedono un solo passaggio nel caso del picloram 240 g/l (1-1,24 kg/ha di principio
attivo) e dell’imazapyr 50 g/l (0,38-0,75
kg/ha di p.a.), mentre nel caso del triclopyr 480 g/l possono essere necessari
2 interventi (2,88 kg/ha di p.a.). In generale l’efficacia della lotta chimica è visibile dopo alcune settimane dall’intervento.
38
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
Trattandosi di prodotti residuali va considerato l’effetto successivo sulla crescita
delle altre specie (nel caso del picloram
fino a 2 anni). L’uso del 2,4-D o di altri
diserbanti selettivi elimina il poligono e le
altre dicotiledoni, ma preserva le graminacee.
L’utilizzo del 2,4-D comporta una prima
applicazione in primavera avanzata, per
indebolire i polloni e i rizomi, e una seconda applicazione in tarda estate o in autunno. Questa strategia di lotta è valida
anche nel caso di trattamento con glifosate (5 l/ha). Dopo un primo passaggio in
primavera le piante sono meno alte e presentano foglie ben sviluppate, facilitando
l’esecuzione di un secondo intervento.
L’applicazione fogliare dell’erbicida va
eseguita preferibilmente quando le previsioni meteorologiche escludono precipitazioni nelle 24 ore dopo il trattamento e
con velocità del vento inferiori ai 6,5 km/h.
Se le condizioni meteorologiche non consentono il trattamento fogliare prima che
la pianta abbia raggiunto 1 m di altezza,
è necessario tagliare i fusti e trattare più
avanti nella stagione.
Iniezione nei fusti
Questa tecnica, che consiste nell’iniezione di diserbanti non diluiti direttamente
all’interno dei fusti del poligono del Giappone, è attuata in tarda estate o in autunno, durante la fase di accumulo delle
sostanze di riserva dalle parti aeree nei
rizomi. Va preceduta dal taglio dei fusti
all’altezza del primo nodo ed è molto efficace nell’eliminazione delle piante.
Il prodotto più utilizzato è il glifosate,
ma possono essere iniettati anche 2,4D, triclopyr, picloram, diquat, imazapyr
o asulame.
L’efficacia varia tra il 60 e il 95%, a seconda del principio attivo utilizzato e del
momento di applicazione. L’intervento
autunnale spesso è meno efficace di
quello estivo.
L’iniezione nei fusti di glifosate puro (510 ml/fusto), seguita da un’aspersione
fogliare effettuata nell’anno successivo
sugli individui sopravvissuti al primo intervento, dà risultati molto soddisfacenti,
ma è una tecnica molto laboriosa. Può
essere consigliata per il trattamento di
popolazioni di piccole dimensioni, nel
caso in cui si debba ridurre al minimo
il rischio di danneggiare la vegetazione
circostante e, eventualmente, di piante
vicine ai corsi d’acqua.
4.6.3 Lotta integrata
La lotta integrata combina diversi mezzi
di lotta:
- sfalcio in tarda primavera-inizio estate e trattamento chimico (aspersione) sui
ricacci;
- utilizzo di un erbicida non selettivo
(glifosate) distribuito mediante spray fogliare e successivo intervento con erbicida selettivo (2,4-D) sui ricacci, in modo
da favorire la ripresa della vegetazione
sottostante;
- abbinamento di intervento meccanico (scavo e rivoltamento del terreno) e
spray fogliare.
Rivegetazione
Dopo i trattamenti di eliminazione, la rivegetazione delle aree invase da Reynoutria è molto importante per impedire che
le piante eventualmente sopravvissute ai
trattamenti trovino un suolo nudo da colonizzare nuovamente. La rivegetazione
può essere promossa mediante la rise-
mina con miscugli di sementi di erbacee
oppure la messa a dimora di arbusti.
4.6.4 Lotta biologica
Pascolamento
Secondo le osservazioni di alcuni ricercatori, il poligono del Giappone sarebbe
una specie piuttosto appetibile e il pascolamento con ovini e caprini sarebbe
efficace nel limitare i popolamenti estesi.
Tuttavia, per ottenere risultati soddisfacenti è necessario che questa pratica si
protragga per un periodo di tempo non
inferiore ai 10 anni.
Il pascolamento andrebbe eseguito tra
aprile e ottobre, ovvero durante tutta la
stagione vegetativa, con l’obiettivo di
impedire l’espansione del poligono del
Giappone dall’area infestata verso aree
adiacenti. È possibile infatti ottenere la
riduzione della densità di nuovi germogli
e rallentarne la crescita, ma il pascolamento non può essere considerato una
tecnica eradicante.
Agenti di controllo biologico
Tra i possibili agenti di controllo biologico
della Reynoutria vi sono due organismi
originari del Giappone: la psilla Aphalara
itadori e il fungo Mycosphaerella poligoni-cuspidati.
L’Aphalara itadori è un ospite abituale e
specifico del poligono, rilevato solo su
piante del genere Reynoutria e potrebbe
essere un interessante agente di controllo della specie. Questa specie causa
i maggiori danni allo stadio di ninfa, stadio nel quale si nutre della linfa, e pare
che anche pochi individui di Aphalara
siano sufficienti a causare danni considerevoli alle piante di Reynoutria, senza
danneggiare altre specie.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
39
La possibilità che le psille possano essere vettori di virus o fitoplasmi impone,
però, una certa cautela nell’utilizzo di
questo insetto.
Per il momento, in Europa non sono
ancora stati individuati fitofagi autoctoni capaci di controllare con efficacia la
diffusione del poligono. Alcune ricerche
sono in corso su Otiorhynchus sulcatus,
un coleottero che attacca un centinaio
di piante diverse: le sue larve si nutrono
di radici e di rizomi, gli adulti attaccano
il fogliame e la specie sembra essere in
grado di danneggiare efficacemente il
poligono del Giappone.
Mycosphaerella itadori è un fungo che
attacca il poligono del Giappone durante la stagione vegetativa e, attualmente, non è stato rilevato su nessun’altra
pianta. L’utilizzo del fungo come agente
di controllo tuttora in fase di sperimentazione ed è reso alquanto difficile a causa
della complessità del suo ciclo e della
dipendenza dalle condizioni climatiche.
Altri patogeni sui quali si stanno conducendo studi per valutarne l’uso in quanto limitatori del poligono del Giappone,
sono Phyllosticta rayoutina e due specie
agenti di ruggine, appartenenti al genere
Puccinia.
4.7Prova di eradicazione del
poligono del Giappone ibrido
Nel corso del progetto NAPEA è stata
condotta una prova di lotta su Reynoutria x bohemica in una parcella localizzata in un’azienda agricola nella frazione di
Val (comune di Nus) a circa 1250 m slm.
Il poligono del Giappone era stato introdotto dal proprietario del terreno una
decina di anni fa, per ricoprire un’area a
40
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
ridosso della concimaia. Con il passare
degli anni la specie si è diffusa nel prato
circostante. Nel tentativo di contenere il
poligono, l’agricoltore ha eseguito una
lavorazione del terreno, ottenendo come
risultato la moltiplicazione della pianta.
Un primo intervento è stato attuato
nell’ottobre del 2009, con l’iniezione di
glifosate puro nei fusti tagliati del poligono, cui è seguita un’irrorazione fogliare nell’autunno successivo.
Per la definizione del protocollo di intervento sono state seguite le indicazioni
dell’Ufficio Fitosanitario Cantonale di
Neuchâtel, di cui riportiamo una sintesi.
Iniezione di glifosate nei fusti
- Tagliare i fusti a circa 10 cm dal suolo
(fino a 30 cm), al di sopra del 1°-2° nodo
(metà agosto-settembre).
- Iniettare 5-7 ml di glifosate (360 g/l)
non diluito. Il prodotto viene assorbito
generalmente 20-30 minuti dopo l’iniezione e la traslocazione verso i rizomi
dura circa 3 settimane.
- Eseguire un controllo nell’anno successivo e intervenire nuovamente se
necessario.
Si sconsiglia lo sfalcio nel mese di giugno, perché nel momento del trattamento chimico i fusti sarebbero troppo
piccoli per un’iniezione efficace.
È importante trattare tutti i fusti.
Aspersione fogliare
- Eseguire uno sfalcio tra metà e fine
giugno.
- Distribuire sui ricacci, tra la metà di
agosto e l’inizio di settembre, una soluzione di glifosate (360 g/l) al 10%.
- Compiere un controllo l’anno successivo per valutare la necessità di un ulteriore trattamento.
Fig. 34
Prova di
eradicazione
di Reynoutria x
bohemica. Primo
anno: taglio dei
fusti per iniettarvi
il diserbante.
Il trattamento va eseguito su tutte le foglie, cercando però di evitare il ruscellamento.
Le condizioni meteorologiche devono
esser favorevoli (assenza di vento, assenza di precipitazioni nelle ore successive al trattamento).
L’efficacia del trattamento è visibile dopo
alcune settimane.
Secondo necessità, il trattamento andrà
ripetuto per due o tre anni.
4.7.1 Articolazione della prova
2009
Ottobre
- Taglio dei fusti con decespugliatore, al di
sopra del 3° nodo.
- Delimitazione dell’area da trattare (9 x
15 m), creando una maglia di 1 x 1m per
facilitare il conteggio dei fusti e il trattamento (Fig. 34).
Nell’area da trattare sono stati contati 2.405
fusti, con una densità fino a 42 fusti/m2.
- Iniezione di 5 ml di glifosate non diluito nei fusti (2 giorni di lavoro).
Novembre
- Monitoraggio dell’efficacia del trattamento.
2010
Marzo
- Risemina dell’area con fiorume, per
inerbire un terreno che si presentava
pressoché nudo (Fig. 35).
Aprile e giugno
- Monitoraggio dell’efficacia del trattamento (Fig. 36).
Agosto
- Conteggio degli individui dopo 10
mesi dal trattamento.
Sono stati contati 312 fusti all’interno
dell’area trattata nell’ottobre del 2009,
con una riduzione dell’87% del numero
degli individui presenti.
Fig. 35
Prova di eradicazione
di Reynoutria x
bohemica. Secondo
anno: risemina
dell’area ad inizio
primavera su terreno
pressoché nudo.
Fig. 36
Prova di
eradicazione
di Reynoutria
x bohemica.
Secondo anno:
conteggio degli
individui presenti
ad inizio estate.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
41
Fig. 37
Prova di eradicazione di Reynoutria x bohemica.
Secondo anno:
trattamento
erbicida mediante
spray fogliare in
autunno.
Ottobre
- Trattamento con glifosate al 3%
mediante spray fogliare (Fig. 37).
2011
Settembre
- Conteggio degli individui a un anno
dal secondo trattamento.
Nell’area trattata sono stati contati 39
individui. Anche in questo caso, quindi, l’efficacia è stata dell’87% (Fig. 38).
2500
4.7.2 Conclusioni
La prova sperimentale ha confermato
l’efficacia del trattamento con glifosate, applicato con iniezione nei fusti o
con aspersione fogliare su poligono
del Giappone ibrido.
Il trattamento per iniezione, tuttavia,
è risultato estremamente laborioso e,
nel caso di popolazioni estese, richiede un impegno assai gravoso.
Il trattamento per iniezione è consigliabile solo per piccole popolazioni o
per le aree in cui è importante evitare
che il principio attivo venga a contatto
con altre specie vegetali.
Anche il trattamento mediante spray
fogliare ha dato risultati soddisfacenti,
riducendo al contempo l’impegno lavorativo e la dose di principio attivo
per unità di superficie. Dall’esperienza
realizzata, quindi, questa sembra essere la più efficace tecnica di diserbo
chimico del poligono del Giappone.
Dopo il trattamento l’area va riseminata per favorire la copertura del suolo
con una cotica erbosa che possa eser1
2405
Fig. 38 2
Riduzione3 del
numero di4 indivi5
dui di Reynoutria
6
x bohemica
in
7
seguito all’iniezio8
ne (prima9freccia
rossa) e10
all’asper11
sione fogliare
con
12
glifosate13(seconda
freccia rossa).
14
2000
1500
1000
312
500
39
0
01/09/09
42
01/03/10
01/09/10
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
01/03/11
01/09/11
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
citare una competizione nei confronti
delle piante di poligono sopravvissute
al trattamento e possa ridurre i fenomeni di ruscellamento ed erosione nei
terreni più acclivi.
A prescindere dalla tecnica di lotta
chimica adottata, è importante ricordare che questa va protratta per alcuni anni, associando i trattamenti a
periodici controlli.
Capitolo 4 - Poligono del Giappone
43
Capitolo 5
Senecio
sudafricano
45
Capitolo 5 · Senecio sudafricano
(Senecio inaequidens)
5.1 Caratteristiche della specie
Appartenente alla famiglia delle Asteraceae, il senecio sudafricano è una
specie erbacea perenne originaria del
Sudafrica, arrivata in Europa accidentalmente verso la metà del XX secolo,
I capolini sono terminali, di diametro
compreso tra 1,5 e 2,5 cm, avvolti da
brattee dall’apice brunastro (Fig. 40);
sia i fiori ligulati sia quelli tubulosi sono
di colore giallo. La fioritura del senecio è molto scalare e si protrae a lungo:
generalmente da aprile a novembre,
ma può iniziare già nel mese di marzo
e prolungarsi fino a dicembre (Fig. 41).
Fig. 39
Foglia di Senecio
inaequidens.
Fig. 40
Capolini
di Senecio
inaequidens.
46
probabilmente sotto forma di seme in
partite di lana grezza.
Le piante possono vivere tra i 5 e 10
anni e producono numerosi fusti, legnosi e prostrati alla base, eretti, ramificati
e di consistenza erbacea più in alto, che
possono raggiungere i 60 cm d’altezza.
Le foglie, sessili e abbraccianti, sono
acuminate, strette e allungate (2-4 mm
di larghezza e 6-7 cm di lunghezza), con
bordo irregolarmente dentato (Fig. 39).
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
Fig. 41
Fioritura
autunnale
di Senecio
inaequidens.
Fig. 42
Il pappo piumoso
favorisce la
dispersione degli
acheni di Senecio
inaequidens.
Un singolo individuo può produrre fino a 30.000 frutti, acheni dotati
di pappo piumoso che ne facilita la
dispersione anemofila (Fig. 42). La
produzione di un elevatissimo numero di semi rende questa specie più
competitiva di altre nel diffondersi e
colonizzare nuovi ambienti.
Il senecio è specie molto adattabile,
capace di crescere e diffondersi sia
in zone umide sia in ambienti secchi,
tanto su suoli acidi quanto su suoli
basici. Ciò le consente di insediarsi
rapidamente in habitat molto diversi
e fino a quote elevate: in Valle d’Aosta sono state rilevate piante oltre
i 1700 m slm. L’aumentare dell’altitudine determina la riduzione della
taglia delle piante.
Fig. 43
Nella zona dove
è stato segnalato
per la prima
volta in Valle
d’Aosta, il Senecio
inaequidens cresce
sul greto del fiume.
il senecio si è diffuso ampiamente
in tutta la Bassa Valle a partire da
Pont-Saint-Martin e interessando
anche l’imbocco delle valli laterali.
Successivamente, l’areale si è ampliato alla Media Valle e si è esteso
risalendo lungo alcune delle vallate
laterali (Fig. 44).
Attualmente, nella Valle centrale il
senecio sudafricano è arrivato fino
ad Avise e, in fondovalle, la sua presenza è particolarmente rilevante
lungo la linea ferroviaria.
Fig 44 Colonie di Senecio inaequidens
rilevate in Valle d’Aosta nel 2010.
5.2Prime segnalazioni
e diffusione in Valle d’Aosta
La prima segnalazione in Valle d’Aosta risale all’ottobre del 1990, sulla riva della Dora Baltea, tra Arnad
e Bard (Fig. 43). In un primo tempo,
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
47
Fig 45 Intensità di diffusione di Senecio inaequidens rilevata in Valle d’Aosta (2009-10). Il verde
indica l’assenza di segnalazioni; il gradiente dal
giallo al rosso indica una presenza crescente.
inferiore: Pontboset, Champorcher, Ayas
(dove, a 1700 m slm nella frazione di Antagnod, è presente la colonia di senecio
più alta tra quelle rilevate in Valle d’Aosta), Valtournenche, Fénis, Verrayes,
Quart, Valpelline, Sarre, Saint-Pierre,
Saint-Nicolas e Arvier.
Il senecio è stato rilevato anche lungo i
greti e i canali artificiali, sui muretti a secco o nelle scarpate stradali (Fig. 46); questi sono gli ambienti da cui generalmente
inizia l’invasione del senecio sudafricano
per poi diffondersi in altre zone, arrivando anche nei prati e nei pascoli (Fig. 47).
Nella Figura 45 è indicato il livello
d’invasione: in verde sono rappresentati i comuni in cui la specie non è
ancora stata rilevata; con intensità crescente dal giallo al rosso, invece, sono
rappresentati i territori in cui l’invasione
è via via più ampia.
La situazione di maggiore criticità si evidenzia in Bassa Valle e in particolare nei
comuni di Pont-Saint-Martin, Perloz, Lillianes, Donnas, Hône, Arnad e Verrès. La
diffusione si rivela particolarmente estesa anche nei comuni indicati in arancione più scuro, ovvero Issogne, Champdepraz, Emarèse, Saint-Vincent, Châtillon,
Villeneuve e Avise. I comuni interessati
dalla presenza di senecio, ma con una
diffusione meno critica rispetto ai comuni sopraccitati, sono indicati in colore
arancione più chiaro: Fontainemore, Issime, Gaby, Brusson, Antey-Saint-André,
Pontey, Chambave, Saint-Denis, Nus,
Saint-Christophe e Aosta. In queste zone
il senecio è relativamente diffuso ed è
probabile una sua ulteriore espansione.
Infine, le zone evidenziate in giallo sono
caratterizzate da un livello d’invasione
48
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
Fig. 46
Invasione
di Senecio
inaequidens in
una scarpata
stradale.
Fig. 47
Invasione
di Senecio
inaequidens in un
prato permanente.
L’attuale diffusione del Senecio inaequidens in Valle d’Aosta ha ormai raggiunto livelli tali per cui non è più proponibile l’eradicazione, ma piuttosto il
controllo, attuando interventi di lotta
contenitiva. Cercare di rallentare l’avanzata del senecio sudafricano è molto importante, perché questa specie
non ha ancora raggiunto il suo massimo potenziale di diffusione.
La Figura 48 illustra il risultato di un
modello interpretativo, in cui la distribuzione attuale del senecio sudafricano è messa in relazione con le variabili climatiche capaci di influenzarne la
presenza. In nero è indicata la distribuzione attuale del senecio, in viola le
aree sottoposte a un maggior rischio di
invasione. Appare evidente che, se non
controllato, il senecio può diffondersi
da aree marginali a habitat semi-naturali, estendendosi anche oltre i 1600 m
di quota e mettendo a rischio anche i
prati e i pascoli.
Fig. 48 Diffusione potenziale del
Senecio inaequidens in Valle d’Aosta.
5.3Modalità di propagazione
Come detto, l’abbondante produzione di
semi e la facilità di dispersione permettono al senecio sudafricano di diffondersi velocemente in nuove aree, anche se
la banca semi non è molto longeva, in
quanto i semi restano vitali nel terreno al
massimo per 1 o 2 anni, o ancor meno (6
mesi) negli strati più superficiali.
Il senecio è caratterizzato da una notevole rusticità e dalla capacità di colonizzare ambienti molto disturbati (ad esempio
zone in cui la vegetazione indigena è stata
distrutta dagli incendi, aree abbandonate,
zone industriali, massicciate ferroviarie).
Inoltre, la diffusione della specie è favorita
dalla mancanza di nemici naturali, presenti invece nell’areale di origine.
Ricercatori tedeschi, confrontando popolazioni sudafricane ed europee di Senecio
inaequidens, hanno rilevato che quelle
europee presentano piante più alte e capolini fiorali più numerosi.
5.4Pericolosità
La pericolosità del senecio sudafricano
è principalmente legata alla presenza di
alcaloidi pirrolizidinici, molecole ad azione epatotossica, presenti in tutte le parti della pianta e anche nei semi. Questa
caratteristica è comune a diverse specie
del genere Senecio, molte delle quali
possono provocare fenomeni di avvelenamento del bestiame e dell’uomo.
Il senecio rappresenta anche una minaccia per l’ambiente in quanto, grazie alla
velocità di insediamento e alla copiosa
produzione di semi, determina un riduzione della biodiversità vegetale nelle
aree invase.
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
49
5.4.1 Tossicità per gli animali
Il bestiame può ingerire il senecio al pascolo o con il fieno fornito nella razione.
Gli animali al pascolo tendono a scartare
la pianta, a causa del suo gusto amaro,
che però scompare con l’affienamento,
aumentando il rischio di ingestione del senecio nel fieno. Poiché l’essiccazione non
elimina la tossicità del senecio, ingerendo
la pianta l’animale accumula la tossina nel
proprio organismo. Gli alcaloidi pirrolizidinici vengono assorbiti nel tratto gastrointestinale e agiscono principalmente nel
fegato, dove liberano molecole tossiche
(pirroli) che si accumulano e danneggiano
progressivamente l’organo interessando,
a volte, anche il cuore e i polmoni. Non
esiste, attualmente, un trattamento per
contrastare l’avvelenamento da alcaloidi
pirrolizidinici.
I sintomi da avvelenamento sono difficilmente identificabili, anche perché, trattandosi generalmente di tossicità cronica,
può manifestarsi diversi mesi dopo l’ingestione. Il bestiame avvelenato può presentare sintomi quali inappetenza, perdita
di peso, diarrea, problemi neurologici, letargia ecc. Il livello di tossicità del senecio
sudafricano per il bestiame può variare
in relazione alla specie, all’età, al sesso
e allo stato fisiologico e nutrizionale degli animali. La bibliografia sull’argomento analizza principalmente il problema
dell’avvelenamento dei cavalli, più sensibili all’intossicazione da Senecio inaequidens, anche perché spesso pascolano in
aree marginali, dove il senecio trova condizioni ottimali per la propria diffusione.
In realtà, anche le parcelle destinate alla
produzione di fieno, se invase da Senecio
inaequidens, possono rappresentare una
via di avvelenamento non trascurabile.
50
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
La dose letale nei cavalli si raggiunge
con un’ingestione di circa 300 g al giorno di pianta (espressa come s.s.) per un
periodo di 50 giorni. Questo valore corrisponde al 3-5% del peso vivo dell’animale. Oltre ai cavalli è segnalata un’alta
sensibilità anche per bovini, suini e galline. In generale, invece, ovicaprini, tacchini e ungulati selvatici (cervi) sembrano
essere più tolleranti. Le capre e le pecore
al pascolo a inizio primavera si nutrono
delle rosette fogliari e raramente manifestano problemi. In diversi studi, la resistenza delle pecore all’intossicazione da
alcaloidi è attribuita all’attività batterica
del rumine, che consentirebbe la degradazione della molecola.
Gli animali giovani sono più sensibili degli individui adulti. L’ingestione di elevate quantità di senecio in un breve tempo provoca un’intossicazione più rapida
che l’assunzione di quantità inferiori per
un tempo più lungo.
5.4.2 Tossicità per l’uomo
L’uomo può essere intossicato dagli alcaloidi del senecio sudafricano per imperizia nella raccolta di specie selvatiche
per la produzione di rimedi naturali o per
consumo alimentare di piante selvatiche.
Tralasciando queste vie dirette d’intossicazione, l’uomo può entrare in contatto
con gli alcaloidi pirrolizidinici, mediante
il consumo di latte o uova prodotte da
animali intossicati.
Gli effetti sull’uomo riguardano principalmente il fegato, con occlusione delle vene epatiche, emorragie necrotiche,
sviluppo di fibrosi o cirrosi, a seconda
che si tratti di tossicità acuta, sub-acuta o cronica. La sensibilità è maggiore
nei soggetti più giovani e negli individui
di sesso maschile. L’assunzione cronica di piccole dosi di alcaloidi pirrolizidinici può avere effetti teratogeni o
cancerogeni.
5.5Metodi di lotta
5.5.1 Prevenzione
L’estirpazione degli individui avvistati
è il miglior modo per prevenire la diffusione della specie. È anche importante
monitorare con attenzione le aree percorse da incendi, nelle quali il senecio
si diffonde con facilità. Il senecio, infatti,
si insedia rapidamente nelle aree degradate o dove la cotica erbosa presenta
delle aperture (Fig. 49), per cui la corretta gestione delle superfici destinate
allo sfalcio e al pascolo è un elemento
determinante nel prevenire la diffusione della pianta. È importante mantenere una cotica fitta, adottando corrette
tecniche di gestione di prati e pascoli e
scegliendo, nel caso di risemine, specie
resistenti all’inverno, al calpestamento
e allo strappo. Il pascolamento con cavalli, soprattutto se troppo intensivo e
condotto in aree marginali, è un fattore
che può favorire lo sviluppo del senecio.
Nei suoli più poveri o siccitosi, la cotica
poco sviluppata può andare più facilmente soggetta all’invasione di Senecio
inaequidens. Il ricorso al pascolo invernale con ovicaprini e tecniche di lotta
meccanica o chimica possono frenare
la diffusione di questa pianta.
Nonostante il senecio sia una pianta con
un certo valore estetico, anche in ragione della fioritura prolungata, non va coltivato nei giardini a scopo ornamentale e
in Valle d’Aosta ne è vietata l’introduzione negli ambienti naturali (L.R. 45/2009).
Fig. 49
Il Senecio inaequidens si insedia
rapidamente
su suoli privi di
cotica erbosa.
5.5.2 Lotta meccanica e fisica
Taglio
Nonostante possa ridurre la produzione
di semi, il taglio favorisce la longevità della pianta, che ricaccia l’anno successivo
e si presenta ancor più vigorosa. Inoltre,
se il taglio è effettuato quando il senecio è
andato in fiore, si corre il rischio di favorirne la disseminazione.
Estirpazione
L’estirpazione manuale è una tecnica
semplice e molto efficace, come è stato
osservato in alcune esperienze condotte
in Valle d’Aosta (Fig. 50), ma richiede tempi lunghi ed è applicabile solo su superfici
limitate. È consigliata laddove il trattamento chimico non è consentito o è controindicato, come nel caso di piccole infestazioni in aree destinate alla produzione
di foraggio. È importante intervenire tempestivamente, impedendo che le singole
piante, ramificandosi, incrementino negli
anni il numero di fiori e quindi di semi.
L’estirpazione va eseguita con molta attenzione, per non lasciare frammenti di
radice nel terreno. Le piante estirpate devono essere bruciate, soprattutto se già
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
51
Fig. 50
Estirpazione
manuale
di Senecio
inaequidens.
fiorite, perché si mantengono vitali ancora
per 2-3 giorni e possono ancora disperdere i loro frutti.
L’intervento non è risolutivo, soprattutto
nelle zone molto infestate, e va ripetuto
per più anni.
Aratura
È consigliata laddove si preveda di attuare
interventi di rivegetazione dell’area, tuttavia è molto probabile che i semi di senecio
contenuti nella banca semi del suolo diano origine a nuove piante. Per evitare ciò,
può essere utile un’erpicatura in autunno o
a inizio primavera, considerando la scarsa
tolleranza del senecio ad azioni di disturbo
di questo tipo.
Pascolamento con capre e pecore
Gli ovicaprini sono meno suscettibili agli
alcaloidi pirrolizidinici e possono quindi
essere impiegati per il controllo del senecio con il pascolamento invernale o a inizio
primavera.
Il pascolamento intensivo con altri erbivori,
invece, è da sconsigliare, sia per il rischio
di avvelenamento sia per evitare che gli
animali, scartando il senecio, ne favoriscano la diffusione.
52
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
Altri metodi
Per la distruzione del senecio è stata anche proposta la tecnica del pirodiserbo,
ma il limite principale di questa tecnica è
che distrugge soltanto la parte area della
pianta, lasciando in vita gli organi sotterranei. Inoltre, il pirodiserbo può danneggiare anche la vegetazione circostante e
creare delle aree di suolo nudo dove il senecio può insediarsi nuovamente.
Nelle zone già invase da senecio, caratterizzate da una cotica discontinua, si può
proporre una trasemina di specie a rapido
insediamento, capaci di competere con il
senecio e di limitarne la diffusione.
5.5.3 Metodi di lotta chimica
In Valle d’Aosta non è possibile effettuare
trattamenti chimici su prati e pascoli soggetti alle misure agro-ambientali previste
dal PSR 2007-2013.
I principali erbicidi utilizzati sono MCPA,
2,4-D, clopyralid, triclopyr e glifosate. Per
quest’ultimo, come per tutti i diserbanti
non selettivi, vanno adottate alcune precauzioni per non danneggiare le altre piante. Sono da preferire, quindi, tecniche di
distribuzione localizzata dell’erbicida (ad
esempio con una “scopa chimica”), che
permettono interventi molto mirati e risparmiano le piante vicine.
Secondo prove condotte all’estero, sembra che il glifosate (applicazione di 15 l/
ha di p.a., 120 g/l) sia il diserbante che
dà maggiori garanzie di efficacia in tutti
gli stadi vegetativi. Questo principio attivo, non selettivo, può essere utilizzato per
il contenimento di popolazioni su incolti
(massicciate ferroviarie e bordi stradali),
mentre è da evitare nei prati e nei pascoli.
In generale, il momento ottimale per eseguire il trattamento è la primavera, durante
la ripresa vegetativa o quando il senecio
è allo stadio di giovane plantula (Fig. 51).
Anche il trattamento in autunno (metà settembre-novembre) può dare buoni risultati. I trattamenti estivi consentono di limitare
la produzione di seme, ma hanno scarso
effetto sulle piante in fiore. Nelle parcelle
trattate è consigliabile lasciar passare almeno un mese dal trattamento prima di
pascolare o raccogliere il foraggio. Poiché
la lotta chimica non è sempre pienamente efficace, prima di riportare gli animali al
pascolo nell’area trattata è consigliabile
controllare l’efficacia del trattamento e, se
necessario, ripeterlo.
5.5.4 Lotta biologica
Il principale limite della lotta biologica è
legato alla necessità di trovare patogeni
o fitofagi specifici del genere Senecio.
Attualmente la lotta biologica contro il
senecio necessita ancora di maggiori
approfondimenti.
Lotta con agenti naturali
Il fungo Puccinia lagenophorae, diffuso a
livello mondiale, è un possibile antagonista del senecio, ma in Europa sono stati
rilevati casi di resistenza.
Fig. 51
Il diserbo chimico
è più efficace
se il Senecio
inaequidens è allo
stadio di giovane
plantula.
L’Aphis jacobaeae è un afide che attacca
in massa i fusti del senecio di San Giacomo (Senecio jacobaea), limitandone la
produzione di seme, ma pare che non attacchi il Senecio inaequidens, per ragioni
ancora non chiarite.
Altri possibili antagonisti citati in letteratura
sono il lepidottero Tyria jacobaeae e il fungo
Colesporium senecionis. La Tyria jacobaeae
depone le uova nella pagina inferiore delle
foglie e le sue larve si nutrono prevalentemente dei fiori del senecio. Questa specie è
stata studiata sul senecio di San Giacomo,
ma ne va ancora valutata l’efficacia nella
lotta contro il senecio sudafricano.
Lotta con principi attivi naturali
In Inghilterra è disponibile un erbicida a
base di olio di citronella (concentrazione
del p.a. 22,9%) per il contenimento di Senecio jacobaea, denominato Barrier-H.
Il trattamento è efficace in tutti gli stadi
di crescita, ma evidenzia il suo massimo
quando la pianta è allo stadio di rosetta
(giovane plantula). Al momento, questo
prodotto non è stato ancora sperimentato
per la lotta contro il Senecio inaequidens
o altri seneci in ambiente montano.
Con 5 litri di prodotto è possibile trattare fino a 1600 giovani plantule e più di
100 piante in fioritura (a questo stadio è
necessaria una maggiore quantità di prodotto per pianta). Rispetto agli altri prodotti, questo permette di pascolare l’area
trattata già dopo due settimane dall’intervento, previa rimozione dei resti di piante morte. Non è consigliabile anticipare il
pascolamento dell’area, perché le piante
di senecio morenti perdono il gusto amaro
ma continuano a essere tossiche. Poiché
il prodotto è efficace solo su piante sviluppate, mentre la banca semi non è colpita, un solo intervento non è risolutivo.
Capitolo 5 - Senecio sudafricano
53
Capitolo 6
Specie esotiche
invasive nelle
Alpes du Nord
55
Capitolo 6 · Specie esotiche invasive
nelle Alpes du Nord
Per valutare le minacce d’invasione di specie esotiche nei prati permanenti delle Alpes du Nord (zona che comprende i dipartimenti di Drôme, Isère, Savoia e Alta Savoia), sono stati contattati specialisti e sono
state compiute ricerche bibliografiche.
6.1 Parere degli esperti
Sono stati intervistati esperti della FREDON1 Rhône-Alpes, delle FDGDON2 di
Savoia e Alta Savoia, dei Conservatoires
des espaces naturels di Savoia e Alta Savoia (CPNS e ASTERS3), della ripartizione
« Alpes du Nord » del Conservatoire Botanique National Alpin (CBNA), dell’Irstea4 di
Grenoble e dei Consigli Generali dei dipartimenti. Abbiamo inoltre partecipato alla
prima riunione della rete per la gestione
delle specie vegetali invasive, coordinata
dal Consiglio Generale di Alta Savoia.
6.1.1 Assenza di minacce evidenti
Attualmente, la presenza di specie esotiche invasive nei prati permanenti di Savoia
e Alta Savoia è ancora sporadica.
Il panace di Mantegazza è presente in
Alta Savoia, con pochi individui localizzati in megaforbieti privi di valore agronomico. Alcuni individui di senecio sudafricano sono stati rilevati nella zona
di Vienne, nella valle del Grésivaudan, in
Savoia e Alta Savoia. Nell’area pirenaica
e mediterranea, è stata anche segnalata
la presenza della specie, limitatamente
56
ad alcune praterie degradate dal fuoco o
dal pascolo intensivo.
In alcuni prati umidi in Savoia, si è insediata la Verga d’oro maggiore (Solidago
gigantea), dopo interventi di drenaggio.
L’Irstea ha realizzato un censimento del
poligono del Giappone ad altitudini superiori a 800 metri e, su 80 stazioni rilevate, meno di 5 riguardano i prati.
Nell’insieme dei prati esaminati nell’ambito del progetto NAPEA, non è stata rilevata la presenza di specie invasive.
6.1.2 Cartografie esistenti
Esistono poche carte di distribuzione di
specie invasive e riguardano soprattutto il poligono del Giappone. L’Irstea ha
messo in rete i propri inventari di questa
specie e altri dati sono disponibili sul sito
http://ressources.renouees.free.fr/ della
FRAPNA5 d’Alta Savoia.
Nel 2005, il Consiglio Generale di Savoia
ha realizzato un lavoro cartografico sulla
rete viaria del dipartimento. Il CBNA ha
cartografato colonie sparse di ambrosia
con foglie di artemisia (Ambrosia artemisiifolia) e la FREDON Rhône-Alpes ha avviato nel 2010 un progetto per cartografarne la presenza.
1 Fédération Régionale de Défense contre les Organismes
Nuisibles 2 Fédération Départementale des Groupements de défense contre les Organismes Nuisibles
3 Conservatoire du Patrimoine Naturel de la Savoie,
Conservatoire des espaces naturels de Haute-Savoie
4 Institut national de recherche en sciences et technologies pour l'environnement et l'agriculture
5 Fédération Rhône-Alpes de Protection de la Nature
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
6.2Informazioni
dalla bibliografia
6.2.1 Monitoraggio di alcune specie
esotiche
Il numero di piante esotiche invasive ammonta a 300 specie (AA. VV., 2004). La
commissione Svizzera per la protezione
delle piante selvatiche (CPS) ha redatto una lista di specie esotiche invasive
particolarmente pericolose (lista nera) e
una di specie da tenere sotto controllo
(watch list). Delle 43 specie elencate in
queste liste, 6 possono costituire una
minaccia per le superfici agricole: l’ambrosia con foglie di artemisia (Ambrosia
artemisiifolia), l’artemisia dei fratelli Verlot (Artemisia verlotorum), il cascellore
orientale (Bunias orientalis), l’erba luigia
americana (Lippia canescens), il senecio
sudafricano (Senecio inaequidens), la
verga d’oro del Canada (Solidago canadensis) e lo zigolo dolce (Cyperus esculentus).
L’ambrosia con foglie di artemisia è una
specie annuale che colonizza prevalentemente i campi coltivati (girasole, barbabietola, fava, soia, Fig. 52) e le zone
Fig. 52
Ambrosia
artemisiifolia.
ruderali molto antropizzate (Delabays
et al., 2007). Nel massiccio della Chartreuse (dipartimento dell’Isère), piante di
ambrosia sono state ritrovate fino a 1000
metri di altitudine.
L’erba luigia americana, pianta a piccoli fiori bianchi, colonizza i prati salmastri
e umidi della bassa pianura dell’Aude,
dove ricopre quasi 7500 ettari di prati e
pascoli, dando origine a una cotica erbosa fitta non pascolata dalle pecore.
Il senecio sudafricano è diventato un
problema in Francia dagli anni ’70. Delabays et al. (2007) ritengono che questa
specie, presente in incolti e in pascoli
della valle del Rodano, possa essere una
temibile minaccia per le coltivazioni, in
particolare per pascoli e vigneti. Gli stessi autori richiamano all’attenzione anche
contro il cascellore orientale e lo zigolo
dolce.
In Svizzera, le verghe d’oro esotiche (Solidago canadensis e Solidago gigantea,
Fig. 53) invadono i maggesi fioriti, superfici di compensazione ecologica destinate a promuovere la diversità ecologica
(Delabays et al., 2007).
Fig. 53
Infiorescenza di
Solidago gigantea.
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
57
6.2.2 Metodi di lotta
La lotta contro le specie esotiche invasive è difficile, poiché si tratta spesso di
piante con meccanismi di colonizzazione
efficaci (elevato numero di semi, rizomi)
o con caratteristiche biologiche particolari (tossicità).
Per queste specie si raccomanda il monitoraggio preventivo e l’eliminazione sistematica o lo sfalcio precoce, per evitarne la dispersione dei semi.
Tra le specie foraggere dei prati permanenti, le graminacee sono considerate le
migliori concorrenti delle specie indesiderate. Vanno quindi adottate pratiche
agricole che le favoriscano e va evitata
la formazione nella cotica erbosa di spazi vuoti, che potrebbero essere occupati
da specie indesiderate. Il pascolo primaverile, ad esempio, favorisce l’accestimento delle graminacee e assicura una
migliore copertura del terreno.
Anche una grande diversità di specie
favorisce la resilienza degli ambienti,
rendendoli meno sensibili alle invasioni biologiche (FRAPNA, 2008), mentre
un ambiente disturbato, o dove la coltivazione è più difficile, è più esposto a
squilibri nelle dinamiche vegetazionali e
all’insediamento di specie invasive (AA.
VV., 2004).
6.3Specie indigene che
provocano danni all’agricoltura
Sono soprattutto le specie indigene che
creano più problemi alle coltivazioni
francesi: i senecioni (Senecio aquaticus e S. jacobaea), il cardo campestre
(Cirsium arvense), il colchico d’autunno
(Colchicum autumnale), il veratro comune (Veratrum album) ecc.
58
6.3.1 I senecioni
È necessario prestare molta attenzione alle
specie indigene del genere Senecio, piante tossiche favorite dall’estensificazione
delle pratiche agricole. Numerose sono le
specie pericolose: in ordine decrescente
di tossicità troviamo il senecione alpino,
il senecione di san Giacomo, il senecione
dei rivi e il senecione serpeggiante.
Per contrastare la loro diffusione è consigliata l’estirpazione durante la fioritura e
prima della disseminazione. Anche la lotta chimica pianta per pianta, utilizzando
prodotti autorizzati, è efficace. Il momento migliore per intervenire è alla comparsa
delle rosette (metà agosto). È possibile
intervenire in primavera, ma è più difficile rispettare il periodo di carenza dopo il
trattamento (Aeby, 2005).
6.3.2 Il cardo campestre (Cirsium
arvense)
Questa pianta si propaga mediante rizomi che si estendono da 2 a 4 metri l’anno,
da un frammento di rizoma può originarsi molto rapidamente una nuova pianta.
Fiorisce da fine giugno a fine estate e i
suoi semi possono sopravvivere tra 10 e
20 anni nel terreno. Tutte queste peculiarità biologiche rendono la lotta contro
il cardo campestre alquanto complessa
(Weill et al., 2005).
Lo sfalcio è poco efficace, perché la
pianta si rinnova da gemme presenti
sulle radici, tuttavia, se eseguito prima
della produzione dei semi, lo sfalcio evita almeno la disseminazione nei campi
circostanti. In particolare, poiché il cardo
spesso invade i campi partendo dai bordi delle strade o dai fossi, si raccomanda
di falciare queste zone prima della fioritura, per evitare la dispersione dei semi.
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
Poiché ogni ricaccio contribuisce a rinnovare le riserve dei rizomi, per indebolire la
pianta è necessario ripetere i tagli durante
l’anno, tenendo anche presente che, allo
stadio di bottoni fiorali, le riserve sono al
minimo. La lotta meccanica con lavorazione del terreno è da sconsigliare, in quanto
spezzetta i rizomi e favorisce la moltiplicazione degli individui.
La migliore soluzione contro il cardo campestre rimane il trattamento chimico, applicato tra lo stadio cinque foglie del cardo
(per evitare la creazione di nuove gemme
sulle radici) e la comparsa dei bottoni fiorali
(per indebolire le parti sotterranee) (Aeby e
Dubach, 2006).
6.3.3 Lotta contro il romice nei pascoli
Il romice è una pianta perenne, provvista di
un apparato radicale profondo. Come il cardo dei campi si moltiplica sia per propagazione a partire dai rizomi sia per via sessuale (produzione di semi), meccanismo che
prevale nei prati. Ha un’abbondante produzione di semi (fino a 60.000 l’anno, Cremer
e Luxen, 2007), dotati di buona capacità
germinativa, favorita dalla luce; ciò rende
il romice molto abile nell’insediarsi rapidamente laddove la cotica non è ben chiusa.
Il romice è una specie nitrofila e rappresenta un serio problema nei prati e pascoli permanenti, in quanto esercita una
forte concorrenza per gli elementi nutritivi e peggiora la qualità dei foraggi.
Per prevenire la diffusione del romice è necessario evitare di danneggiare il manto erboso: uno sfalcio o un pascolo troppo raso
ne favoriscono la moltiplicazione. Vanno anche evitate le concimazioni troppo abbondanti, che possono soffocare o bruciare la
vegetazione creando dei buchi nella cotica.
Considerando l’elevata produzione di semi
e il loro potere germinativo, va sviluppato
un piano di lotta rivolto principalmente a impedire la disseminazione. A questo scopo è
efficace lo sfalcio o il pascolamento precoce, prima della maturazione dei semi.
Il compostaggio permette di distruggere
la maggior parte dei semi di romice purché si raggiungano temperature di almeno 55°C (Crémer e Luxen, 2007).
L’estirpazione manuale, praticabile se la
presenza di romice è ancora modesta, si
realizza mediante un’apposita forca estirpatrice (Fig. 54), che richiede condizioni di
terreno moderatamente umido e un po’ di
esperienza nel maneggiarla correttamente.
La lotta chimica contro il romice va ripetuta per diversi anni (Pötsch, 2005; Crémer
e Luxen, 2007). La massima efficacia si
ottiene allo stadio di rosetta. In caso di
forte infestazione è possibile eseguire
dei trattamenti su tutta la superficie, se
l’infestazione è meno abbondante si può
ricorrere al trattamento pianta per pianta.
Vanno impiegati prodotti a base di asulame o di solfoniluree, mentre non è consigliato il trattamento con glifosate perché,
nonostante la sua efficacia, non è selettivo ed elimina anche le altre specie.
Fig. 54
Forca per
estirpazione
manuale del
Rumex.
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
59
Fig. 55
Invasione di
Veratrum album
in un pascolo.
6.3.4 Il veratro (Veratrum album)
Il veratro (Fig. 55) cresce in terreni in
terreni profondi, freschi, acidi e ricchi
in nutrienti (Dorée, 1991, Aeschimann
et al., 2004). È una pianta che si moltiplica soprattutto per via vegetativa, a
partire dai rizomi, ma si diffonde anche
grazie ai semi che, come quelli del romice, mantengono la propria capacità
germinativa anche dopo il passaggio
nel tubo digerente dei ruminanti.
Nelle prove condotte dal Cemagref in
alpeggio, confrontando mezzi meccanici e chimici, l’estirpazione si è rivelata molto efficace, purché la totalità del
rizoma sia rimossa. Lo sfalcio precoce
(quando l’erba è alta 30 cm) è efficace a
lungo termine e ha il vantaggio di conservare il valore agricolo della parcella.
Il trattamento localizzato con glifosate è la tecnica più efficace nel caso di
parcelle molto invase dal veratro. Questo principio attivo, però, non essendo
selettivo, determina un peggioramento
del valore agronomico del prato e crea
nella cotica delle lacune che possono
essere colonizzate anche da altre infestanti, quali il romice. Il diserbo con
60
glifosate, quindi, deve essere seguito
da un intervento di risemina della parcella (Bletton, 2003).
L’ufficio fitosanitario cantonale di Neuchâtel consiglia la distribuzione localizzata di 2,4-D e MCPP al 5% all’inizio di giugno (Horner, 2009): l’efficacia
è equiparabile a quella del glifosate,
ma senza danni alla vegetazione circostante. Sui popolamenti di minori
dimensioni, Bletton (2003) consiglia
l’impiego di Fluroxipyr + trichlopyr,
allo stadio di quattro foglie, per un periodo da 4 a 5 anni.
6.3.5 Il colchico d’autunno
(Colchicum autumnale)
Questa pianta bulbosa, a fioritura autunnale, contiene la colchicina, un alcaloide molto tossico per il bestiame,
soprattutto quando la pianta è in fiore.
Per eliminarla, è efficace il pascolamento delle manze con elevati carichi
istantanei, tra aprile e maggio, soprattutto grazie all’effetto del calpestamento. Dopo il passaggio degli animali è
necessario falciare gli eventuali residui,
per evitare che la pianta vada a seme.
L’estirpazione in primavera può essere
efficace ma laboriosa. Va ripetuta per 2
o 3 anni, evitando però di spezzettare i
bulbi, cosa che ne favorirebbe la moltiplicazione.
6.4Per saperne di più
Su internet è disponibile una ricca documentazione, in lingua francese, sulle specie invasive. Per chi desiderasse approfondire il tema, presentiamo
qui di seguito un breve elenco, seppur
non esaustivo.
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
6.4.1 Invasive esotiche
h t t p : / / w w w. t e l a - b o t a n i c a . o r g /
page:biodiversite
Diversi link sulle piante invasive, tra cui il
dossier divulgativo realizzato dall’Agenzia
Mediterranea dell’Ambiente del Languedoc-Roussillon e dall’Agenzia Regionale
per l’Ambiente di Provence-Alpes-Côte
d’Azur in partenariato con il Conservatorio Botanico Nazionale Mediterraneo
di Porquerolles. Sono disponibili quindici
schede di presentazione delle principali
specie invasive della regione mediterranea e i metodi di lotta contro di esse.
http://www.tela‑botanica.org/sites/
botanique/fr/documents/biblio/
articles_en_ligne/Stantari_Plantes_
envahissantes_13.pdf
Articolo della rivista Stantari sulle caratteristiche biologiche delle piante invasive
e sui problemi associati, in particolare nei
riguardi della biodiversità, con presentazione di qualche caso esemplificativo in
Corsica (Paradis et al., 2008).
h ttp://www.isere-interactive.fr/include/
viewFile.php?idtf=15226&path=7a%2
FWEB_CHEMIN_15226_1317911279.pdf
Brochure del Consiglio Generale dell’Isère,
destinata alla popolazione, per diffondere
la conoscenza e aiutare nell’identificazione delle piante invasive, che sono all’origine dell’impoverimento del patrimonio
naturale del dipartimento e che possono
anche causare problemi alla salute.
http://www.cg73.fr/2801-paysageset-milieux-naturels.htm
Pagina del Consiglio Generale di Savoia con un approfondimento sull’ambrosia, il panace di Mantegazza e il
poligono del Giappone. Sono dispo-
nibili tre video e schede per favorirne
il riconoscimento e imparare a contrastarne la diffusione.
http://www.ambroisie.info/
Sito informativo della regione Rhône Alpes dedicato all’ambrosia con foglie di
artemisia.
http://ressources.renouees.free.fr/
Sito della FRAPNA che presenta anche diverse cartografie dell’invasione di poligono
del Giappone nel bacino del Rodano.
http://www.cps-skew.ch/francais/
plantes_exotiques_envahissantes
Informazioni generali sulle specie invasive in Svizzera. Tra i documenti disponibili sono presenti la lista nera svizzera,
una chiave di classificazione delle specie
esotiche e alcune schede informative.
http://www.ne.ch/neat/site/jsp/rubrique/
rubrique.jsp?StyleType=bleu&CatId=7620
Il sito internet del Cantone di Neuchâtel
dedica alcune pagine alle specie invasive, con chiavi di determinazione e schede su diverse specie neofite, tra le quali
l’ambrosia, il panace di Mantegazza e il
poligono del Giappone.
Nella parte relativa all’agricoltura, inoltre,
sono disponibili delle schede tecniche sulla
lotta contro il romice e il veratro nei pascoli.
6.4.2 Infestanti indigene
h t t p : / / w w w. a g r i re s e a u . q c . c a /
a g r i c u l t u re b i o l o g i q u e / d o c u m e n t s /
Chardon%20med.pdf
Dossier sui metodi di lotta contro il cardo in agricoltura biologica.
h t t p : / / w w w. f o u r r a g e s m i e u x . b e /
SSSMdesherbagerumex.htm
Dossier sulla lotta contro i romici nei
prati e nei pascoli.
Capitolo 6 - Specie esotiche invasive nelle Alpes du Nord
61
Capitolo 7
Specie animali:
l’arvicola
terrestre
63
Capitolo 7 · Specie animali: l’arvicola terrestre
(Arvicola terrestris)
L’arvicola terrestre è un roditore che
scava gallerie nel terreno (Fig. 56).
La si ritrova soprattutto nei frutteti,
negli incolti, nei prati e nei pascoli di
montagna, dove può arrivare oltre i
2000 m slm. Negli anni di pullulazione,
questo roditore provoca considerevoli
danni all’agricoltura (Fig. 57), riducendo
la resa delle colture e creando ostacoli
alle pratiche agricole.
Si nutre soprattutto di radici carnose e
di bulbi di piante erbacee, preferendo il
tarassaco e le leguminose (il trifoglio in
particolare), ma non trascurando neppure le graminacee o le ombrellifere. Ogni
giorno ingerisce una quantità di vegetali
equivalente al proprio peso.
L’arvicola terrestre è molto prolifica: una
femmina può avere fino a 8 gravidanze
l’anno, con 2-8 piccoli ciascuna. Durante la propria vita, una coppia può dare
origine a una prole di 100-140 individui.
L’arvicola scava gallerie per colonizzare
i prati e spostarsi, ma utilizza anche la
gallerie delle talpe, cosa che non consente di accorgersi tempestivamente
del problema e favorisce la proliferazione della specie. Le gallerie delle talpe sono utilizzate dalle arvicole anche
come rifugio, dispensa e luogo di riproduzione.
7.1Arvicole terrestri, arvicole
campestri e talpe
In un prato possono convivere diversi mammiferi scavatori e, talvolta, è
possibile individuare i segni della
presenza dell’arvicola terrestre, ma
anche quelli dell’arvicola campestre
(Microtus arvalis) e della talpa (Talpa
europaea). Queste tre specie causano danni diversi.
Fig. 56
Sbocco di una
galleria di Arvicola
terrestris.
Fig. 57
Danni provocati
da Arvicola
terrestris
in un prato
permanente.
64
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
Arvicola terrestre
Arvicola campestre
Talpa
Lunghezza
(coda esclusa)
12-16 cm
8-11 cm
12-15 cm
Peso
60-120 g
20-30 g
65-120 g
Alimentazione
Radici carnose e bulbi, ma
anche parti verdi delle piante.
Cortecce, fusti, foglie
e semi
Carnivora (lombrichi,
larve, lumache ecc.)
Cumuli di terra (diametro:
15-25 cm, altezza: 5-10
cm) appiattiti e distribuiti
irregolarmente.
Numerosi buchi sul
terreno, collegati da
piccole colate di terra
smossa.
Grossi cumuli di terra
(diametro 30-50 cm,
altezza: 10-30 cm)
emisferici e allineati.
Generalmente non
provoca danni rilevanti
Danni nel prato.
Foraggio imbrattato
di terra.
Usura più rapida delle
macchine utilizzate
per la fienagione.
Segni sul terreno
Danni
Diminuzione della resa.
Deterioramento della
composizione botanica.
Foraggio imbrattato di terra.
Usura più rapida delle
macchine utilizzate per la
fienagione.
Disegni Bündner Natur-Museum Chur
7.2Diffusione in Francia
L’arvicola terrestre è diffusa in prati di
media e alta montagna e si ritrova anche in pianura. I massicci montuosi interessati sono il Jura, il Massiccio Centrale, le Alpi e i Pirenei.
Pullulazioni ricorrenti, con popolazioni
di arvicole molto numerose, sono state osservate sia in Savoia sia in Alta
Savoia, dipartimento colpito in modo
particolarmente intenso dalle invasioni
di arvicole sui prati. In settori come il
Plateau de Gavot, il Plateau des Bornes
o il Grand Bornant, i danni sono di entità tale da compromettere l’autonomia
foraggera delle aziende. In Savoia, la
diffusione è meno cospicua e riguarda
soprattutto il nord del dipartimento e la
valle della Maurienne.
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
65
7.3 Diffusione in Valle di Aosta
Al momento, la distribuzione di questa
specie in Valle di Aosta non è stata studiata nel dettaglio. Le informazioni di cui
si dispone provengono da segnalazioni da
parte degli agricoltori, dei proprietari di terreni e dei tecnici regionali. Sono stati evidenziati danni ai prati e pascoli nei comuni
di Morgex, Pré-Saint-Didier e Saint-Nicolas. Recentemente sono stati segnalati dei
danni ai prati, causati probabilmente dalle
arvicole, anche nella valle di Rhêmes. Nel
comune di Saint-Nicolas le popolazioni si
sono manifestate in altitudine, in prossimità delle zone di alpeggio.
7.4 Dinamiche di popolazione
Le popolazioni di arvicole fluttuano ciclicamente, raggiungendo il numero massimo
di individui ogni 6 anni (Fig. 58). Il fenomeno di pullulazione ciclica delle arvicole
pone un serio pregiudizio all’utilizzazione
dell’area e rende difficile il controllo delle
popolazioni.
Durante le fasi di bassa densità, le popolazioni non rappresentano una seria minaccia per i prati. Nella fase di crescita
della popolazione, invece, la densità delle arvicole può aumentare esponenzialmente, diventando un grave problema
per gli agricoltori.
L’evoluzione del ciclo di pullulazione dell’arvicola è influenzata da numerosi fattori:
- abbondanza di predatori (volpi, donnole, ermellini, rapaci);
- presenza di gallerie delle talpe;
- pratiche agricole (sfalcio o pascolamento, carico animale, fertilizzazione,
eliminazione delle siepi);
- condizioni climatiche (effetto della
siccità);
- parassiti e malattie.
I prati avvicendati e i terreni arati sono
poco apprezzati dall’arvicola, che preferisce i prati permanenti di media montagna.
I prati falciati sono più soggetti alle invasioni di arvicole, mentre il pascolamento
disturba l’insediamento delle arvicole.
Fig. 58
Rappresentazione
schematica del
ciclo pluriennale di
pullulazione di una
popolazione di
arvicole (Brischoux
et al., 2000).
66
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
Una forte fertilizzazione, soprattutto
se azotata, favorisce l’aumento delle
popolazioni di arvicole, che tendono
a diffondersi soprattutto in prati con
una bassa diversità specifica, o dove
dominano specie vegetali come il tarassaco, che è uno dei componenti
principali del regime alimentare delle
arvicole. L’altezza stessa del manto
vegetale offerta può offrire una protezione alle arvicole dai loro predatori.
La stessa struttura del paesaggio,
inoltre, può favorire le arvicole, che
proliferano più rapidamente negli
ecosistemi aperti, dove non incontrano ostacoli alla loro diffusione. La
presenza di spazi strutturati ed eterogenei, come le siepi o i boschetti,
al contrario, può limitarne la propagazione.
7.5Danni
La propagazione delle arvicole causa
forti perdite di produzione del prato
(dal 30 all’80%, secondo inchieste
realizzate nella Franche-Comté) e anche la qualità del foraggio peggiora
notevolmente. Consumando preferenzialmente le leguminose, inoltre, determina uno scadimento della
composizione floristica del prato.
Da osservazioni condotte in Francia
nell’ambito del progetto NAPEA, è
stata rilevata, con un livello di degradazione del prato pari al 20%, una
riduzione del 50% della produzione
di foraggio, mentre con un livello di
degradazione del 50%, la perdita di
produzione è stata di circa il 75%.
Queste differenze sono misurate tanto al primo quanto al secondo taglio.
Spesso, dopo il passaggio delle arvicole, è necessario traseminare o riseminare i prati.
La fienagione dei prati invasi è resa difficoltosa dalla presenza dei cumuli di
terra, che causano anche, a lungo termine, un forte aumento dell’usura delle
macchine.
Il fieno è sporco di terra, meno apprezzato dal bestiame, che può andare soggetto a problemi sanitari.
Nella terra, inoltre, possono essere presenti spore di batteri, quali i clostridi, che
possono nuocere alla qualità del latte e
compromettere le trasformazioni casearie.
La FREDON Franche-Comté ha stimato che, negli anni di pullulazione, un’azienda agricola di 70 ha possa subire un
danno economico compreso tra 9.000 e
25.000 euro.
In ultimo, l’arvicola è vettore dell’echinococcosi alveolare (580 casi umani registrati in Europa dal 1982 al 2000, 117 dei
quali nella sola Franche-Comté.
7.6Metodi di lotta
Non esiste una tecnica che consenta, da
sola, di eliminare le popolazioni di arvicole, è possibile, però, ridurre l’impatto delle
pullulazioni ricorrendo a metodi di lotta
meccanici, chimici, agronomici, che possono anche essere combinati tra loro.
7.6.1 Impiego di trappole
L’impiego di trappole è efficace solo se
eseguito in modo costante (anche quando non ci sono danni visibili), mentre riduce di molto il suo effetto se le trappole
sono collocate solo nel periodo di massima pullulazione.
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
67
Nell’ambito del progetto NAPEA è stata condotta una prova di lotta contro
le arvicole, nel comune di Pré-SaintDidier, in località Pallusieux (Fig. 59),
dove è stato notato un aumento dei
cumuli di arvicole nel corso degli ultimi
anni, associato a una perdita di quantità e di qualità del foraggio prodotto.
Sono stati confrontati due modelli:
TOPCAT®, in acciaio cromato1, e SUPERCAT®, in plastica2, entrambi di fabbricazione svizzera ed entrambi basati
su un meccanismo a ghigliottina (Figg.
60, 61 e 62).
L’esperienza ha permesso di valutarne
vantaggi e svantaggi. Il loro impiego è
semplice e rapido, le trappole si puliscono facilmente, non richiedono manutenzioni particolari e possono essere utilizzate indipendentemente dalle
condizioni meteo. Entrambi i modelli
permettono di catturare arvicole nei
due sensi di percorrenza della galleria
e di catturare sia i giovani sia gli adulti.
1 http://www.topcat.ch/
2 http://www.swissinno.com/it/anti-infestanti/arvicole.html
Fig. 59
Parcella
sperimentale per
la prova di lotta
contro Arvicola
terrestris.
Fig. 61
Trappola in
acciaio cromato,
modello
TOPCAT®.
68
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
Fig. 60
I due modelli di trappole a
confrontati nella prova di lotta
contro Arvicola terrestris.
Fig. 62
Trappola in
plastica, modello
SUPERCAT®.
D’altro canto, le trappole non consentono di eliminare completamente
la popolazione e richiedono una certa
cura nel maneggiarle, poiché è possibile ferirsi, se vengono fatte scattare
incautamente.
Dal confronto si è osservato che le trappole TOPCAT® hanno sempre determinato l’uccisione dell’arvicola, mentre
nel caso delle trappole SUPERCAT®
non sempre questo è avvenuto. È stato
osservato, inoltre, che il meccanismo
delle trappole in plastica ha una certa
tendenza a scattare a vuoto.
7.6.2 Lotta chimica Per la lotta chimica contro l’arvicola
possono essere efficaci diversi principi attivi (bromadiolone, clorofacinone,
difenacoum ecc.) ma, viste le frequenti revisioni delle normative comunitarie
in materia di fitofarmaci, consigliamo
di tenersi aggiornati sulle possibilità e
sulle restrizioni di impiego dei diversi
prodotti.
In Francia il bromadiolone è un p.a.
autorizzato contro le arvicole ma non
contro le talpe. Si utilizzano esche
avvelenate, costituite da cariossidi di
grano impregnate del principio attivo
(a 50 ppm), introdotte nelle gallerie
con l’aiuto di una canna, o distribuite
a spaglio sul terreno nelle zone dove
si ha un’alta concentrazione di cumuli
di arvicola (pratica che però costituisce un rischio anche per altri animali
selvatici).
Si sospetta che l’uso del bromadiolone abbia causato la morte di numerosi predatori (volpi, poiane ecc.) nella
Franche-Comté. Di conseguenza, dal
2003, le dosi di impiego sono state ri-
dotte, fino a un decimo, con un tasso
di riuscita comunque soddisfacente
(tra il 90 e il 95%), senza causare l’avvelenamento di altri animali. In Franche-Comté, quindi, si consiglia l’impiego del bromadiolone, a condizione
che le dosi siano ridotte e, come per le
trappole, che sia effettuato con regolarità anche negli anni di bassa densità di arvicole.
7.6.3 Favorire i predatori I predatori possono essere favoriti dal
mantenimento delle siepi, dove collocano i loro nidi o le loro tane, così
come dallo sfalcio dei rifiuti dopo il
pascolamento, per eliminare le zone
rifugio per le arvicole.
7.6.4 Distruzione delle gallerie
Un’erpicatura a inizio primavera e a
fine autunno, distruggendo le gallerie,
disturba l’attività delle arvicole e crea
un disturbo alla popolazione di roditori. Quest’azione di disturbo può anche
essere esercitata anche con il pascolamento, poiché il calpestamento danneggia le gallerie più superficiali.
7.6.5 Azioni contro le talpe
Le gallerie delle talpe rappresentano
una via di diffusione anche per l’arvicola terrestre.
7.6.6 Azioni sulla struttura del
paesaggio Dove possibile, è consigliata l’alternanza dei prati con altre colture: coltivare cereali in rotazione sul 10% della
superficie aiuterebbe a ridurre la proliferazione della specie.
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
69
Livello
Azioni
Note
Controllo permanente delle
popolazioni di arvicole, osservando
i cumuli sul terreno
È un’attività difficile e onerosa
da realizzare con continuità, ma
essenziale per sapere dove agire
prima che le pullulazioni abbiano
luogo.
Riduzione dei prati permanenti e
rotazione con cereali
I prati avvicendati non sono
una soluzione, anzi favoriscono
le arvicole mettendo a loro
disposizione alimenti che
gradiscono (leguminose,
graminacee produttive)
Unità paesaggistica
Reimpianto delle siepi.
Collocazione di posatoi e nidi
artificiali.
Va limitata anche la caccia alla
volpe, nemico naturale delle
arvicole.
Parcella
Alternanza sfalcio-pascolo.
Sfalcio o trinciatura dei residui del
pascolo.
In Franche-Comté, nelle zone
destinate a pascolo continuo, le
arvicole sono praticamente assenti.
Stazione
Eliminare le arvicole nelle zone di
presenza dei cumuli, con l’impiego
di trappole o di esche.
Agire soprattutto nei periodi di
bassa densità e ripetere il controllo
con continuità.
Territoriale
7.7Lotta integrata
Come detto, nessuna azione, da sola, è
in grado di controllare le popolazioni. Per
minimizzare i danni causati dalle arvicole
in un territorio, devono essere combinate
diverse misure e la lotta va condotta in
modo duraturo.
Questo è il principio della lotta integrata,
che si pone l’obiettivo di ridurre la specie
e che prevede la combinazione di diverse azioni complementari:
- monitoraggio;
- impegno collettivo (agricoltori, tecnici
ecc.);
- utilizzo di diverse tecniche di lotta.
Messa in pratica in Franche-Comté, la
lotta integrata agisce a diversi livelli.
70
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
7.8Azioni per
la bonifica dei prati
Negli anni di pullulazione delle arvicole,
nelle zone molto danneggiate, si devono
attuare interventi di recupero delle parcelle più degradate.
La bonifica dei prati serve ad assicurare la disponibilità sufficiente di superfici
per il pascolo e la produzione di foraggio, in modo da garantire il funzionamento dell’azienda. Bisogna stabilire dove,
quando e come agire, affinché l’investimento di denaro e lavoro risulti efficace
e duraturo: avviare il ripristino dei prati
prima di iniziare la lotta contro le arvicole
espone al rischio di dover ripeter tutto da
capo dopo sei mesi. Va definito, dunque,
un quadro preciso della situazione relativa ad alcuni punti fondamentali, quali le
dinamiche di popolazione delle arvicole,
il ruolo delle diverse parcelle nel sistema
foraggero aziendale e il loro livello di deterioramento, i fabbisogni foraggeri dell’azienda e la meccanizzazione presente in
azienda.
Gli interventi di recupero sono opportuni
solo sulle parcelle più degradate e dotate di un buon potenziale produttivo: più
gravi sono i danni, maggiori sono le probabilità di successo della risemina. I prati
meno degradati, invece, sono capaci di
rigenerarsi da soli in breve tempo.
Per determinare il livello di degrado della
parcella, si può attribuire un valore di inerbimento. Nella parcella si delimita un rettangolo (5x10 m circa) e dopo aver valutato la vegetazione presente si attribuisce
un valore da 0 (assenza di erba) a 5 (100%
di erba). La misura va ripetuta ogni 15-20
passi, calcolando il valore medio di inerbimento della parcella al termine dei rilievi.
Negli anni di bassa densità di popolazione di arvicole, si possono definire le
modalità di intervento più opportune in
funzione dei danni alla copertura erbacea
della parcella.
• Se i danni sono modesti e uniformemente ripartiti (valore di inerbimento da 4
a 5), il ripristino non è necessario, in quanto le superfici si rigenerano naturalmente.
Può essere utile spianare i cumuli di terra,
passare un rullo pesante, e distribuire un
concime azotato in primavera (compatibilmente con quanto previsto per le misure agro-ambientali).
• Se i danni sono medio-bassi, localizzati in chiazze (valore di inerbimento da 3
a 4), la trasemina localizzata nelle aree più
danneggiate è sufficiente (Fig. 63).
• Danni medio-alti, ripartiti uniformemente (valore di inerbimento da 2 a 3),
impongono la trasemina su tutta la superficie e, se necessario, anche la lotta
alle infestanti.
• Per ripristinare prati molto degradati valore di inerbimento da 0 a 1), sarà
necessaria la lavorazione superficiale del
terreno, seguita dalla risemina di tutta la
superficie.
Il ripristino precoce, prima della ripresa
primaverile della vegetazione, consente
una pronta utilizzazione del prato, ma
il rischio di insuccesso della risemina è
maggiore che nel caso di interventi di
recupero effettuati in autunno. Dopo la
semina, è necessario compattare il suolo
per favorire la germinazione ed eseguire
uno sfalcio di pulizia per limitare lo sviluppo delle infestanti.
Nei periodi di massima pullulazione delle
arvicole, invece, non è conveniente investire tempo e denaro nel recupero dei
prati che rischiano di essere nuovamente danneggiati in breve tempo. Tuttavia,
si possono adottare alcune misure per
cercare di limitare i danni:
Fig. 63
Trasemina
in prato
danneggiato
da Arvicola
terrestris.
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
71
• intensificare l’azione di disturbo
esercitata con il pascolamento del bestiame, per distruggere le gallerie;
• mantenere l’erba bassa per favorire i
predatori, con un pascolamento raso e
lo sfalcio dei residui;
• sfalcio dei residui del pascolo prima
dell’inverno per ridurre le fonti di nutrimento;
• favorire la rigenerazione naturale del
prato, con una lavorazione superficiale
del terreno (erpicatura, rullatura ecc.).
7.9Raccomandazioni
e prospettive
In Savoia e Alta Savoia è praticata la
cattura con trappole, mentre non è
consentito l’uso del bromadiolone e le
FDGDON3 sono alla ricerca di soluzioni tecniche alternative alla lotta chimica
per eliminare le popolazioni di arvicole.
La FDGDON 74 si appresta a testare il
Rodenator4, dispositivo americano che
inietta una miscela di gas nelle gallerie,
dove innesca un’esplosione che uccide le arvicole. Questa tecnica è molto
controversa a livello nazionale, perché
considerata inefficace (20% di arvicole eliminate, prove ancora in corso) e
nociva anche per altri animali terricoli
di maggiore interesse ecologico (vermi,
3 Fédération Départementale des Groupements de
Défense contre les Organismes Nuisibles
4 http://www.rodenator.com/
72
Capitolo 7 - Specie animali: l'arvicola terrestre
ragni, donnole ecc.) e forse per la flora
batterica del suolo.
L’attuazione della lotta integrata in Savoia e Alta Savoia deve prendere in considerazione alcuni elementi di differenza
rispetto alla situazione della FrancheComté, dove questa tecnica di lotta è
stata messa a punto:
- la lotta chimica è assente;
- è difficile predisporre un sistema di
lotta collettiva a livello territoriale, per la
frammentazione fondiaria e il numero relativamente elevato di parcelle piccole,
inframmezzate le une alle altre e utilizzate da proprietari diversi:
- è difficile mantenere un impegno comune e costante per la lotta alle arvicole
in periodo di bassa densità.
In alternativa alla lotta integrata, si potrebbe cercare di dare impulso a sistemi
aziendali capaci di fare fronte al deficit di
foraggio negli anni di forte attacco. Per
ottenere ciò, potrebbe essere necessario ridurre i livelli di carico, lavorare sulla
differenziazione della vegetazione tramite le pratiche agricole (alcuni tipi di vegetazione sono meno soggetti ai danni
da arvicole e, soprattutto, si rigenerano
spontaneamente con maggiore facilità) e
promuovere, negli anni favorevoli, la costituzione di riserve di foraggio da usare
negli anni di pullulazione.
Bibliografia
73
Bibliografia
- Celesti-Grapow L., Pretto F., Carli E., Blasi C. (eds.), 2010. Flora vascolare alloctona
e invasiva delle regioni d’Italia. Casa Editrice
Università La Sapienza, Roma, 208 p.
- Pyšek P., Richardson D.M., 2008. Invasive plants. Encyclopedia of Ecology,
vol. 3, 2011-2020.
- Richardson D. M., Pyšek P., Rejmánek
M., Barbour M. G., Panetta F. D. and West
C. J., 2000. Naturalization and invasion
of alien plants: concepts and definitions.
Diversity and Distributions, 6, 93-107.
- Tutino S., Siniscalco C., Bassignana
M., 2010. Invasione di piante esotiche in
Valle d’Aosta. Cosa fare? L’Informatore
Agricolo, 4, 8-12.
- http://ec.europa.eu/environment/nature/invasivealien/index_en.htm
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