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Nel tumore prostatico conviene talvolta ASPETTARE

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Nel tumore prostatico conviene talvolta ASPETTARE
TUMORI D’ORGANO
Nel tumore prostatico
conviene talvolta ASPETTARE
di Massimo Barberi
Secondo gli esperti britannici,
nelle forme localizzate della malattia
è sempre meglio aspettare a intervenire.
Ma c’è chi non è del tutto d’accordo
a flemma britannica, si Governo in campo sanitario
sa, è uno stile di vita che sulla base dei dati scientifici
caratterizza moltissimi disponibili. Il NICE è una
sudditi di Sua Maestà. Ma struttura pressoché unica in
non si pensi che per gli ingle- Europa ed è diventato un
si la pazienza sia importante punto di riferimento per tutti,
soltanto quando attendono non soltanto per il Regno
con calma il proprio turno Unito. Secondo gli esperti
alla fermata del bus: anche la britannici, infatti, nel caso di
tumore della promedicina d’Oltremanica sta Il paziente deve stata localizzato
condividere (cioè circoscritto
sempre più guardando con attenla strategia all’interno della
ghiandola) e poco
zione alla possiper la cura
aggressivo sarebbilità di non precipitarsi a intervenire, soprat- be meglio adottare una ‘vigitutto con il bisturi, in alcuni lanza attiva’ invece di intervecasi ben selezionati di tumore nire chirurgicamente o con la
alla prostata. Lo confermano radioterapia. Una strategia
le nuove linee guida messe a che deve in ogni caso essere
punto dal National Institute discussa approfonditamente
for Clinical Excellence (NICE), con il diretto interessato, cioè
il prestigioso ente che decide il paziente, e approvata con
quali interventi e terapie convinzione sia da lui sia daldevono essere finanziate dal l’équipe medica.
L
12 Fondamentale giugno 2008
FOR MEN ONLY
Il tumore della prostata è
uno dei più comuni nella
popolazione maschile. Riguarda una ghiandola, la prostata,
grande più o meno quanto
una castagna, che fa parte
dell’apparato riproduttivo
maschile. Si trova vicino alla
vescica e, tra le sue diverse
funzioni, produce una parte
del liquido spermatico, nel
quale sono immersi gli spermatozoi quando vengono
espulsi con l’eiaculazione. Se
all’interno di questa ghiandola insorge un tumore significa
che alcune cellule cominciano a duplicarsi in modo non
controllato. All’inizio queste
cellule rimangono all’interno
della capsula che riveste esternamente la ghiandola, ma
dopo un certo periodo la neoplasia può progredire e le cellule possono diffondersi in
altri organi. I primi a essere
colpiti sono quelli nelle
immediate vicinanze della
prostata stessa, come la vescica. Poi raggiungono quelli
più lontani, come le ossa o i
polmoni, dando luogo alle
metastasi. Di solito il carcinoma prostatico, così lo chiamano i medici, colpisce gli
uomini in là con gli anni,
anche se l’età media di insorgenza negli ultimi anni si è
abbassata da 75 agli attuali
60. Di sicuro sotto i 40 anni
è rarissimo. Complessiva-
vigile
mente si stima che i nuovi casi
di tumore prostatico in Italia
siano circa 9.000 all’anno. La
sopravvivenza è tuttavia molto
elevata, visto che supera
mediamente il 70 per cento
dei casi a cinque anni dalla
diagnosi. Per curarlo sono
possibili tre strategie, oltre alla
vigilanza attiva: l’intervento
chirurgico, la radioterapia o la
terapia farmacologica.
LOCALIZZATO
E NELL’ANZIANO
“L’opzione cosiddetta di
vigilanza attiva” spiega Alessandro Sciarra, specialista in
urologia, docente all’Università La Sapienza di Roma e
dirigente di primo livello
presso l’Ospedale Umberto I
della Capitale “non è in realtà
una novità: se ne parla già da
qualche anno. Per essere
adottata, però, devono esserci
condizioni ben precise: anzitutto il tumore deve essere
veramente localizzato, cioè
presente soltanto all’interno
della prostata con assoluta
certezza. Poi il paziente non
deve essere troppo giovane,
perché il tumore, più o meno
lentamente, progredisce e
quindi se ha davanti a sé
ancora un’aspettativa di vita
lunga è meglio intervenire
quando le cellule tumorali
sono ancora poche. Infine il
carcinoma deve essere a uno
stadio precoce e poco aggres-
attesa...
Se si decide di adottare la strategia di ‘vigilanza attiva’,
che gli inglesi chiamano active surveillance, si evita sì il
bisturi o la terapia radiante, ma bisogna sottoporsi a una
serie di esami molto frequenti. Per i primi mesi occorre
sottoporsi a un dosaggio del PSA (l’antigene prostatico
specifico) almeno ogni 30 giorni. Poi si passa a una volta
ogni tre mesi. Ci vuole molta costanza e perseveranza
perché è fondamentale non saltare nemmeno un esame
se si vuole essere certi di tenere il tumore sotto controllo.
Questo vale soprattutto perché gli esami per immagini,
come per esempio l’ecografia, non sono molto utili per
monitorare la progressione del carcinoma prostatico.
“A oggi, purtroppo, non si dispone di strumenti abbastanza
sensibili per ‘vedere’ se il tumore è rimasto uguale oppure
se è cresciuto di dimensioni” spiega Alessandro Sciarra.
Una speranza arriva dalla risonanza magnetica associata a
spettroscopia: questa metodica è allo studio per valutare
se può essere usata a tale scopo. Consente di monitorare
le dimensioni del tumore mettendo insieme la capacità di
‘visualizzare’ i tessuti della risonanza magnetica e la
misurazione di alcune sostanze tipiche delle cellule
tumorali grazie alla spettroscopia. “Finché non saranno
disponibili dati certi, quindi, bisogna affidarsi soltanto al
dosaggio del PSA” conclude l’esperto.
Corbis
Corbis
Gli esami previsti
TUMORI D’ORGANO
Corbis
Le tre possibili diagnosi
1. Tumore della prostata localizzato: il tumore è
presente soltanto all’interno della prostata e non si è
disseminato né agli organi circostanti né tanto meno a
quelli più lontani;
2. Tumore della prostata localmente avanzato: il tumore,
oltre a essere presente nella prostata, si è esteso agli
organi circostanti;
3. Tumore prostatico metastatizzato (o avanzato): dalla
prostata il tumore si è esteso ai linfonodi, alle ossa o ad
altre parti del corpo.
sivo”. Quest’ultimo aspetto è
molto importante perché l’aggressività di un tumore descrive la velocità con cui progredisce, vale a dire il tempo necessario perché da localizzato dia
luogo a metastasi. “Va però
detto con chiarezza” puntualizza Sciarra “che la vigilanza
attiva è un’opzione, una possibilità, e quindi non è affatto
obbligatoria. Il paziente che
risponde ai requisiti deve essere adeguatamente informato
di tutti gli aspetti negativi e
positivi di questa scelta rispetto a quella di intervenire chirurgicamente”. Occorre infatti
tener presente che oggi le
metodiche di intervento
hanno ridotto parecchio i
rischi e gli effetti collaterali di
una volta. “L’incontinenza urinaria, che era una delle conseguenze dell’operazione di
asportazione della prostata,
oggi riguarda non più del 2
per cento di tutti gli interventi di chirurgia radicale” spiega
l’esperto. Un discorso a parte
merita invece l’insufficienza
erettile che ancora oggi colpisce fino al 30 per cento degli
uomini sottoposti a tale intervento. “Spesso però” precisa
“la rimozione della prostata
non fa altro che esacerbare o
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aggravare un disturbo di
insufficienza erettile già presente per altre ragioni, che
sono indipendenti dal ricorso
al bisturi”. Peraltro oggi esistono terapie di riabilitazione, sia
per quanto riguarda l’incontinenza urinaria, sia per i deficit
di erezione, che danno risultati positivi impensabili fino a
pochi anni fa. Questa rimane,
comunque, una delle ragioni
principali per cui gli studi
ritengono che la vigilanza attiva sia una strategia intelligente
in determinati casi, oltre al
fatto che, nei soggetti più
anziani, la velocità di progressione della malattia è molto
limitata e quindi spesso il
decesso avviene per cause
naturali o per altre patologie
ben prima che il cancro prostatico abbia potuto fare
danni. E se si decide di attendere, a quali rischi si va incontro? “Il rischio principale è che
il tumore cresca di dimensioni
e da localizzato diventi diffuso. In questi casi la terapia
antitumorale diventa più drastica: si ricorre al blocco
androgenetico, cioè si inibisce
la produzione di testosterone
con farmaci. E questo provoca
con certezza assoluta l’insufficienza erettile”.
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