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Avversari e non nemici

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Avversari e non nemici
Avversari e non nemici
I brani riportati analizzano il fenomeno della violenza negli stadi da diversi
punti di vista. Utilizzateli come spunto per scrivere un articolo sulle finalità economiche del “tifo organizzato”, sulle forme di violenza che genera
e sui rimedi che si potrebbero adottare. Soprattutto per evitare che l’odio
manifestato, prevalentemente da adolescenti e giovani, fuori e dentro i
campi di calcio, venga soltanto represso con norme rigorose e non attentamente indagato nelle sue cause. Tra le quali sicuramente l’assenza di
un progetto per il futuro, la mancanza di punti di riferimento “adulti”,
l’incapacità di valutare, emotivamente e razionalmente, le conseguenze di
un gesto crudele.
In origine, diciamo al principio degli anni settanta, il tifo organizzato era
stato una forma di espressione culturale che funzionava come rito di passaggio per gli adolescenti e i giovani. Una forma altra rispetto alle opposizioni
politiche prevalenti. Slogan, simboli e comportamenti, anche se derivati dalle
culture politiche, erano finalizzati al sostegno delle squadre come celebrazioni del “noi”. Al di là degli incidenti periodici e anche delle vittime, il tifo
era soprattutto la messinscena di un gioco di guerra. Poteva interessare o
respingere (come nel caso di un certo giornalismo sportivo moralistico e
auto-referenziale). Ma la sua natura ludica (il gioco dei tifosi che mimava
quello in campo) era indiscutibile. Dall’inizio degli anni novanta, la ritualità
è stata piegata agli interessi delle società di calcio e alle strategie “aziendali”
di gruppi di tifosi. L’espansione dei diritti televisivi e le politiche societarie
spericolate hanno aumentato a dismisura gli appetiti. Gli ultras (certo, non
tutti, non sempre, non in tutti gli stadi) finivano per essere utilizzati per lotte
interne alle società, per appoggiare questo o quel presidente, per imporre
l’aumento del costo dei biglietti o, semplicemente, per sostenere la politica
degli acquisti. Dal canto loro, i gruppi “imprenditoriali” dei tifosi controllavano pacchetti di biglietti (donati o scontati) su cui lucrare e acquisivano un
enorme potere negoziale nei confronti delle società. In qualsiasi momento,
qualche gruppo poteva mettersi a fare cagnara o semplicemente minacciarla
per condizionare le società. La violenza non era più esclusivamente ritualizzata ma diventava uno strumento del business. […] Bisognerebbe ripartire
dal significato delle aggregazioni giovanili in una società del tutto priva di
spazi espressivi, per reimpostare la possibilità di un tifo non distruttivo. Ma
se tutto si riduce a inchiodare gli adolescenti al banco di scuola, mentre il
mondo esterno è questa specie di deserto emotivo e di baraccone aziendalmediale, allora non sorprendiamoci se la violenza, per ora evacuata dagli
stadi, si farà viva da qualche altra parte (Alessandro Dal Lago, docente di
Sociologia dei processi culturali).
Io allo stadio ci vado perché quando posso continuo a preferire di vedere
le partite (e il mondo in genere) con gli occhi miei invece che attraverso
lo sguardo altrui della telecamera. Ma ci sono momenti in cui mi vorrei
nascondere e non esserci. Ne dico uno: lo schifoso rituale che accompagna
sistematicamente il portiere avversario che rimette il pallone dal fondo con
il grido scandito di “merda merda merda stronzo stronzo stronzo”. Come
centinaia di bambini di quattro anni che tutti in coro gridano “cacca” e
si sentono un sacco ribelli e antagonisti e invece sono infantili, volgari e
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subalterni. E lo gridano indipendentemente da chi è costui, da come gioca,
da come si è comportato, semplicemente perché è un nemico. […] Gli ultras
sono il prodotto del calcio moderno perché molto spesso hanno le mani in
pasta nella sua gestione. Il merchandising, le trasferte, i rapporti ambigui
con le società sono il business organizzato di gran parte del tifo ultras. […]
Io non lo so se davvero ci vogliano leggi più severe o leggi nuove. A me
pare che uno che tira una bomba carta e prende una persona a sprangate
stia comunque facendo qualcosa che non può essere sopportato, e che va
contro le leggi che ci stanno già. Dovremmo solo essere sicuri che le regole
che esistono vengano rispettate e applicate, e l’intelligenza servirebbe più
della durezza. Tutti parlano del modello inglese, che ha eliminato gli hooligans. Benissimo. Io ho visto una partita del Manchester United stando
seduto a quattro metri dalla linea del fallo laterale e senza neanche una
rete fra me e il campo. Ma ho anche sentito che i tifosi del Manchester
hanno applaudito la lettura della formazione ospite, invece di subissarla di
fischi come si fa da noi. E facevano il tifo per i loro invece che contro gli
altri. Non lo facevano mica perché glielo imponeva la legge: lo facevano
perché erano abituati così. Noi possiamo mettere tutta la polizia del mondo
allo stadio, e magari per un po’ può anche servire, ma non caviamo un
ragno dal buco se non cambiamo le pratiche culturali e rituali che allo
stadio si manifestano. Perciò sono favorevole a una lunga interruzione del
campionato, alle partite a porte chiuse (e ci metterei anche le partite in tv).
Sono favorevole, anche se lo stadio, e pure la tv, mi mancheranno assai,
ma credo che abbiamo bisogno tutti di un periodo di disintossicazione, di
togliere l’acqua in cui nuotano i pescicani della violenza. Almeno per un
po’. A me sta bene se proviamo a parlare con quegli ultras che ne abbiano
ancora disponibilità, a cercare di sapere di più e di capire meglio; ma capire non significa sempre e necessariamente concordare. Non rendiamo
un buon servizio neanche a loro. E poi, non possiamo identificare tutto lo
stadio con gli ultras: è un posto pieno di altra gente che troppo spesso ne
subisce l’egemonia. Abbiamo bisogno di parlare con la gente che va allo
stadio, per cercare di costruire linguaggi e pratiche diversi. Ci sono altre
modalità di aggregazione (non è detto che tifo organizzato coincida con
gli ultras. I “circoli” di tifosi ci sono sempre stati e ci sono ancora), ci sono
altri rituali possibili, altri atteggiamenti da immaginare, da ricordare, da
costruire. Dopo tutto, il calcio è uno spettacolo divertente, un gioco e una
festa (Alessandro Portelli, docente di Letteratura americana).
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