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Maschio in crisi, ce la farai

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Maschio in crisi, ce la farai
10 giovedì 28 gennaio 2016
Cultura e Società
l'Adige
INTERVISTA
Claudio
Risé
Lo psicoterapeuta
alle 17.30 nel ridotto
del Sociale, in dialogo con
Giovanetti, dà il via alle
«Lectures» che anticipano
gli spettacoli di prosa
FABIO DE SANTI
[email protected]
L’
evoluzione del rapporto
tra uomo e donna nella
società contemporanea
occidentale è il tema della prima conversazione
inserita in quelle Lectures - riflessioni
sul contemporaneo che vanno ad anticipare gli spettacoli della rassegna
Maschio in crisi, ce la farai
Altre Tendenze della prosa proposta
dal centro culturale Santa Chiara. In
questo caso il riferimento è quello allo spettacolo di e con Marina Cuscuna,
Sorry Boys in scena al Sociale mercoledì 3 febbraio. Protagonista dell’incontro di oggi alle 17.30 nel ridotto del
Teatro Sociale in un dialogo con il direttore
dell’Adige,
Pierangelo
Giovanetti, sarà Claudio Risé scrittore,
giornalista, docente universitario e
psicoterapeuta di formazione e orientamento psicoanalitico junghiano.
Questa intervista con Risé, anche autore di numerosi saggi sul dono, la
psicologia del maschile e la figura del
padre, oltre a svariati libri su temi di
psicologia sociale ed educativa, ha
preso le mosse proprio dal tema dell’incontro.
Professor Risé a quali risultati ha portato l’evoluzione del rapporto tra uomo e
donna nella società occidentale di questo terzo millennio?
Credo che l’aspetto più rilevante sia
quello inerente al fatto che i due sessi sono molto sulla difensiva l’uno
verso l’altro.Qui c’è un aspetto interessante di riflessività, di presenza
della coscienza perché entrambi sono consapevoli che il loro rapporto
è qualcosa di importante e ci stanno
attenti. Il rischio è però quello di
un’eccessiva razionalizzazione, di farne un rapporto di pensiero ed eventualmente di convenienza. Così si rischia di non rappresentare lo speci-
Confronto sui
rapporti tra uomo
e donna oggi
«I due sessi sono
sulla difensiva,
c’è una eccessiva
razionalizzazione,
ma i giovani sono
più equilibrati
dei loro padri»
fico dell’incontro fra uomo e donna
che è quello di una spinta naturale e
affettiva dell’uno verso l’altro.
Molti dicono che la società contemporanea è ancora fortemente sbilanciata a favore del maschio: lei è d’accordo?
Io non userei il termine sbilanciato
in questo caso perché bisogna sempre capire in quale modo si regola o
si tara questa bilancia. Ogni cultura
infatti pone le sue regole su questa
ipotetica bilancia e quindi non ci sono degli equilibri astratti ma solo degli equilibri di volta in volta trovati.
Il rapporto fra maschi e femmine, fra
uomini e donne non è come spesso
si fa in certi discorsi equiparabile ad
un rapporto fra proprietari e dipendenti o fra etnie e culture, perché qui
si parla dei due generi, delle due identità fondamentali che danno luogo alla continuazione della vita sulla base di quella spinta istintiva e profonda di cui parlavo prima dell’uno verso l’altro.
Ma è possibile costruire una società diversa dove uomini e donne siano alla pari a suo avviso?
Direi che non solo è possibile ma a
mio avviso è anche necessario perché altrimenti si mette a rischio come sta accadendo nelle società occidentali, in Europa ma non solo, la continuazione della vita. Torniamo al problema cardine che è quello di rispettare la specificità di questo rapporto fra uomo e donna che non è equi-
parabile a quello del rapporto fra due
categorie più o meno contendenti ma
di due categorie, se vogliamo definirle tali, che la conformazione della specie umana sono chiamate a collaborare.
Lei parlava di società occidentale ma come legge le contaminazioni con altre culture, come nel caso di quella islamica,
che per molti sono un grave problema?
Io credo che queste contaminazioni
non possano cambiare il quadro della situazione e anzi per certi versi
possono portare a degli equilibri. Bisogna sempre ricordare che le persone arrivano da altre società e sono portatrici di altre culture e non si
tratta di certo come si dice sempre
più spesso e assai sommariamente
di «barbari». Si tratta di culture con
una loro storia e con i loro equilibri,
anche sempre precari come lo sono
i nostri. Tutto va vissuto con attenzione, con il rispetto delle altre culture e anche della nostra naturalmente. Bisogna anche stare attenti per fare un esempio a non banalizzare e a
dare un’immagine della cultura islamica come ginofoba o non riconoscitiva della donna perché ci sono molte sfumature a questo proposito. Pochi mesi fa ho scritto con il filosofo
Paolo Ferliga il libro La cura dell’anima
un manuale di psicologia dell’educazione. Gran parte di queste pagine
vogliono essere una proposta rivolta alla ricerca di una cultura occiden-
Nella foto, la famosa scena del finto
orgasmo a cena di «Harry ti presento
Sally». Nella foto piccola, Claudio Risé
tale per l’oggi e per il domani. Una
cultura funzionante legata alle tradizioni archetipe che ci appartengono
ovvero a quella ebraica, cristiana ed
islamica. Sono le tre grandi religioni
rappresentative del nostro inconscio
collettivo ed è su questi archetipi che
noi possiamo ritrovare un fondamento forte per la società di domani.
Lei venticinque anni fa ha scritto la prima edizione de Il maschio selvatico molti dicono che oggi quel maschio è sempre più in crisi: lei è d’accordo?
Secondo me era molto più in crisi, e
pure assai grave, d’identità quando
ho pubblicato quel libro. Oggi il maschio è più consapevole delle proprie
difficoltà e della necessità di cambiare i rapporti con se stesso e con la
donna. Credo proprio che questo sia
da leggere come un segno di forza e
non certo di debolezza o di crisi.
Anche i giovani si trovano alle prese con
situazioni difficili: che uomini adulti si
preparano a diventare?
Non è facile rispondere perché si troveranno immersi in una realtà in cui
assisteremo a grandissime e profonde trasformazioni anche dal punto di
vista della composizione della popolazione e dello sviluppo economico.
Risulta difficile fare delle previsioni
ma mi sembrano più determinati e in
qualche modo più lucidamente consapevoli della situazione di quanto
fossero i loro genitori e quindi potenzialmente più equilibrati.
Il libro | Presentati in Biblioteca a Trento gli atti sulla donna che nel 1905 ricevette il premio Nobel per il suo impegno
GETTY MUSEUM
Bertha von Suttner, il dovere di essere pacifista
Torna «Barbablù»
PATRIZIA NICCOLINI
L
Parlare di pace in tempo
di guerra: un paradosso,
uno sforzo inutile. Per alcuni, invece, il desiderio
di pace spinge ad una lotta perseverante ed è impegno
mantenuto nonostante sacrifici,
censure, esili. Tra di essi, la scrittrice austriaca Bertha von Suttner
(1843-1914), insignita nel 1905 del
premio Nobel per la pace, figura
di donna significativa - con i suoi
scritti e le sue conferenze, fu una
rappresentante fondamentale del
movimento pacifista internazionale e fu colei che indusse Alfred
Nobel a istituire il premio per la pace -, ma poco conosciuta in Italia.
Due anni fa, nel centenario della
morte, le è stato dedicato un convegno tenutosi a Rovereto, i cui atti sono stati raccolti in Parlare di
pace in tempo di guerra. Bertha von
Suttner e altre voci del pacifismo europeo (Accademia Roveretana degli Agiati e Edizioni Osiride, 2015),
volume presentato martedì nella
sala degli Affreschi della biblioteca comunale di Trento nell’ambito delle iniziative previste per il
Giorno della Memoria 2016 e incontro conclusivo del ciclo organizzato dalla Biblioteca Austriaca
in occasione del suo ventennale.
«Della sua opera principale, Abbasso le armi, pubblicata nel 1889, Tolstoj disse che la sua efficacia è paragonabile a quella che ebbe La
capanna dello zio Tom contro lo
schiavismo - ha esordito la curatrice del volume Paola Maria Filippi
- e il merito di questo romanzo,
che è storicamente molto documentato, è quello di saper tradurre in forma piacevole ma determinata l’opposizione alla mentalità
dominante, inneggiante alle armi,
e la necessità di curare l’educazione dei figli maschi, rivendicando
per le donne la possibilità di leggere e istruirsi».
«I saggi raccolti nel testo riguardano un periodo che va dal 1889
al 1914, 25 anni di pace europea in
cui nacquero associazioni e movimenti, come quello socialista e
quello femminista, volti a rivendicare i diritti dei lavoratori e delle
donne, e dell’umanità in genere ha sottolineato nel suo intervento la musicologa Federica Fortunato
-: un contesto dinamico e vivace,
con donne intellettuali e letterate
Nella foto, Bertha von Suttner, donna che si battè fino alla morte contro la guerra
che attuarono forme di resistenza
pacifica contro la guerra in Abissinia (1902), scendendo a manifestare in piazza e sdraiandosi sui
binari dei treni che avrebbero portato al fronte i figli».
«Il volume offre l’occasione di scoprire la storia di tanti pacifisti che
rimasero fedeli ai loro ideali ed è
un dovere ricordare chi difese le
ragioni della pace: sono loro a dover essere onorati e considerati i
veri eroi della prima guerra mondiale», ha commentato Vincenzo
Passerini.
In Sala Manzoni sono esposti fino
a sabato 30 e disponibili al prestito libri in italiano e in tedesco su
Bertha von Suttner e le teorie pacifiste.
a Testa di Ade, detta anche
Barbablù, torna in Italia. Il
John Paul Getty Museum di
Malibu ha restituito l’opera dallo straordinario
valore artistico
alla presenza
del Console Generale d’Italia a
Los Angeles, Antonio Verde, e
della polizia italiana. Barbablù
farà rientro in Italia domani, per
essere restituito alla sua terra di
origine, la Sicilia. Trafugato al Santuario di San Francesco Bisconti
a Morgantina (Enna) alla fine degli anni ’70, il reperto venne esportato illecitamente e venduto al
Getty Museum nel 1985 dal collezionista di New York Maurice Tempelsman per la cifra di 500 mila
dollari. «Dobbiamo soprattutto
all’impegno e alla competenza degli archeologi italiani - ha precisato con fierezza Verde - se da un
ricciolo di ceramica blu ritrovato tra i resti degli scavi di frodo a
San Francesco Bisconti si è potuta accertare la provenienza della
testa dello stesso caratteristico
colore custodita al Getty».
L
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