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TUTTE LE POESIE DI TRILUSSA

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TUTTE LE POESIE DI TRILUSSA
I CLASSICI CONTEMPORANEI ITALIANI
TUTTE LE POESIE DI
TRILUSSA
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
I EDIZIONE: NOVEMBRE 1951
II»: GENNAIO 1952
III»: GIUGNO 1952
IV »: MARZO 1953
V »: SETTEMBRE 1954
STAMPATO IN ITALIA
- PRINTED IN ITALY
OFF. GRAF. VERONESI DELL'EDITORE ARNOLDO MONDADORI
- IX – 1954
AVVERTIMENTI DELL'EDITORE
ALLA SECONDA EDIZIONE
La prima edizione di questo volume si è esaurita in un baleno: segno che il
pubblico ama il suo Poeta e tiene a possederne le opere per godersele nell'intimità
della casa.
Ed ecco, oggi ho l'occasione, triste e lieta a un tempo, e rara per il breve intervallo
trascorso, di presentare la seconda edizione, la quale giunge nel momento in cui si
commemora l'anniversario della scomparsa del Poeta, a me carissimo, poiché a Lui
mi legano decenni di fervida e fraterna amicizia. E così, inoltre, mantengo una
promessa ed esaudisco un desiderio da Tri tanto caldeggiato negli ultimi anni: vedere
raccolta tutta la sua opera poetica in un solo volume.
Per quanto riguarda i criteri di questa edizione, avverto il lettore, che il volume,
così come si presenta, fu voluto, predisposto e ordinato dallo stesso Autore. Il libro
uscito postumo si sarebbe infatti dovuto pubblicare, come tutti si sperava, vivente
Trilussa. Il testo riprodotto è quale fu rivisto e curato dall'Autore per le ultime
edizioni Mondadori. (Vedi la Bibliografia in fine al volume.) Poiché la dizione e la
grafia dialettali di Trilussa variarono e oscillarono nel tempo, sempre più
avvicinandosi a quelle della lingua italiana, abbiamo voluto che anche quest'aspetto
dell'arte sua risultasse, e le abbiamo di volta in volta riprodotte quali Egli le lasciò,
senza uniformarle.
Il "romanesco" di Trilussa è un linguaggio così vicino alla lingua comune che può
essere facilmente inteso dagli italiani di ogni regione. Tuttavia, anche pensando ai
lettori stranieri che al libro non mancheranno, abbiamo accompagnato le poesie con
qualche nota linguistica e spiegazioni di frasi. Altre brevi note chiariscono i fatti, le
circostanze e i personaggi nominati.
Avverto infine che la data sottoposta al titolo dei singoli libri indica l'anno della
prima pubblicazione nelle edizioni Mondadori. Nell'interno dei libri stessi, alcuni
gruppi di poesie portano le due date-limite di composizione, quali furono segnate
dallo stesso Autore. Sono state anche datate alcune singole poesie d'occasione, per
farne meglio presenti al lettore il tempo e le circostanze.
I trentadue disegni in sanguigna sono dovuti alla penna originale e scapigliata dello
stesso Trilussa e il suo ritratto all'arte squisita di Fabrizio Clerici.
Mi sia lecito, infine, esprimere l'augurio che anche la presente edizione
contribuisca sempre più a diffondere, con la conoscenza delle sue poesie, l'affetto per
la memoria di questo nostro geniale, fantasioso, incomparabile Poeta che oggi ancora
mi piace ricordare col più devoto e affettuoso pensiero.
ALLA QUARTA EDIZIONE
Il rapido esaurimento di tre edizioni, prova tangibile dell'affetto che lega il
pubblico alla profonda e serena poesia di Trilussa, ha consigliato di ricomporre il
volume in una veste tipografica più armoniosa della precedente.
Inoltre, contrariamente alla disposizione data dall'Autore, e aderendo a vari
suggerimenti di appassionati studiosi del Poeta, abbiamo preferito stabilire
l'ordinamento cronologico dei diversi libri, perché meglio risaltasse l'evoluzione della
poesia trilussiana.
ARNOLDO MONDADORI
INTRODUZIONE DI PIETRO PANCRAZI
I
A capire l'arte e la fortuna di Trilussa, a spiegare il posto che, per un largo
cinquantennio, egli ottenne tenne e mantenne, non soltanto nella vita artistica, ma
senz'altro nella vita italiana, prima e meglio d'ogni considerazione critica, credo giovi
rifarsi a quello che di lui ricordano i biografi. Trilussa nacque alla poesia, dalla
cronaca: non si dice, in alto senso, dall'occasione: proprio dalla cronaca cittadina
degli spettacoli, dei teatri, dei caffè-concerti e delle altre novità o curiosità
quotidiane, nei giornali o giornaletti romani di fine secolo, Il Rugantino, Il Don
Chisciotte..., dove il ragazzo, uscito appena di scuola, prese a collaborare. A
diciott'anni, il suo primo volumetto di versi romaneschi, Le Stelle de Roma, è in lode
delle più belle ragazze dei rioni della città; e i suoi primi sonetti dialogati e giocosi
(non ancora satirici) riflettono e commentano i baracconi, i circhi, i fenomeni delle
piazze popolari.
È vero che tanti altri e diversissimi scrittori sempre nacquero e tuttora nascono dal
giornale. E al tempo della gioventù di Trilussa questo era forse più vero che oggi.
Quegli anni stessi, o press'a poco, nasceva nel giornale anche il romanziere
D'Annunzio che nelle cronache della vita mondana, dei concerti, delle esposizioni,
cercava i primi colori o i primi accordi di quello che poi sarebbe stato il grande
quadro delle sue favole amatorie.
Ma subito diverso fu il caso di Trilussa: l'incontro con la pungente e cangiante
attualità del giornale fu per lui un definitivo scoprirsi a se stesso: gli si rivelò in quel
punto la vocazione di poeta "chansonnier" (l'occasione colta al balzo, il pronto
avvertimento e commento al fatto del giorno), cui resterà a suo modo fedele tutta la
vita.
Come anche ad altri "chansonniers" avvenne, Trilussa arricchì poi di varie corde la
sua lira; divenne presto senza confronto il più inventivo e felice favolista del suo
tempo; e oltre che satirico, fu poeta lirico e idillico in limpidi quadretti ed epigrammi.
Tuttavia sempre con quella sortita e quello spirito: comunque egli poetasse,
l'impressione di una poesia sbocciata e fiorita a quella finestra quella mattina, restò la
più bella caratteristica sua. La sua stessa lingua, il suo molto discusso "romanesco"
ubbidì a questa legge: si fece negli anni sempre più vicino alla lingua comune,
soltanto perché così avveniva intanto intorno a lui. E l'origine "chansonnière" spiega
anche come, per molti anni, Trilussa ebbe intorno a sé tutta la simpatia e la festosità
dei folcloristi e degli aneddotisti, ma un certo riserbo e imbarazzo dei letterati di più
stretta osservanza i quali, confessando di divertirsi molto, anzi di divertirsi "troppo"
(Borgese), non sapevano però se Trilussa era da collocare tra i poeti d'arte che
restano, o tra gli occasionali, gli improvvisatori, i popolari che passano; e spiega
altrettanto bene la subito pronta, e mai smentita poi, rispondenza di Trilussa col
grande pubblico dei lettori, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. Cosa del tutto
eccezionale in un tempo che tra i poeti (anche i famosi poeti) e il pubblico, vide
spesso nascere sospetti, dispetti e screzi: e talvolta improvvise e catastrofiche
indifferenze.
Quando poi, nella piena maturità, Trilussa ebbe vinta tutta la sua partita, ed ebbe
per sé, oltre il pubblico, anche i difficili e restii letterati (e ciò fu agli anni del primo
fascismo, tra il '25 e il '30), si dette allora il bel caso che proprio un poeta dialettale e
d'una sola città (che però era Roma), fu l'ultimo poeta di grande pubblico e di
universale incontro in Italia.
II
Il primo e di gran lunga più popolare aspetto di Trilussa fu e certamente resterà
quello di poeta favolista e satirico. E chi ora dà un'occhiata agli indici del volume
(basta spesso il titolo a farci presente tutta la poesia, tanto questo poeta fu
prontamente e a tutti mnemonico), e confronta le date, si accorge che la chiave di
volta di tutto il Trilussa satirico fu la favola. Non soltanto per il definitivo prevalere
di questo genere letterario (favole, fiabe, apologhi) su ogni altro nel complesso
dell'opera sua, e neppure per il fatto che proprio nella favola Trilussa raggiunse tutta
la sua eccellenza e trionfò. Ma perché fu la favola, l'invenzione geniale della favola,
che dette a lui la prima consapevolezza di sé e della propria originalità; e soltanto
allora Trilussa si staccò dalla poesia di genere (i molti e troppi e volgarucci sonetti,
coi soliti tipi, macchiette, dialoghi ecc.) alla quale, come quasi tutti i dialettali, anche
egli aveva pagato troppo largo tributo. Quando Trilussa si fu impossessato della
favola, anche gli altri temi suoi che non erano favole se ne insaporirono: e quella che
era stata poesia soltanto giocosa e burlesca, gli si fece più finemente umoristica o
satirica. La favola fu una palestra che rinvigorì tutto il poeta.
Come quasi tutti i favolisti, anche Trilussa arrivò alla favola sugli esempi classici:
l'immancabbile agnello: subito però capovolgendone o storcendone la morale, così da
dare al lettore l'umoristica sorpresa di cosa vecchia e risaputa, improvvisamente
contraddetta e fatta nuova. Mirando soprattutto a questo effetto, le prime favole sue
furono pungenti quasi a ogni verso, estremamente asciutte, epigrammatiche. Renato
Serra, il più fine letterato di allora, lo avvertì subito: «La favola di Trilussa è tutta nel
gioco e nel moto: non c'è colore né corpo altro che basti a reggere i sali, come
dicevano i vecchi, a lanciarli con l'elastica percossa che dà il tamburello alla palla».
Quando poi Trilussa si fu fatta la mano (e fu lentamente e gradatamente, come
vogliono succeder queste cose) si sganciò dalla favola classica e inventò le favole
sue.
E da allora per tutta la vita non smise più: con una ricchezza, fertilità e varietà di
invenzioni che lo mettono di gran lunga al di sopra d'ogni altro favolista nostro,
d'ogni tempo. Questo merito e vantaggio di Trilussa su tutti, non è stato detto ancora
abbastanza. Trilussa non ebbe soltanto una eccezionale facilità combinatoria sugli
elementi tradizionali della favola: ma ne arricchì lui il repertorio straordinariamente,
inventando di sana pianta, e di disegno tutto nuovo, centinaia e centinaia di originali
favole e apologhi. Basta un'occhiata alla tavola degli animali parlanti (in fondo al
libro), per scoprire, oltre le preferenze, qualcuna almeno delle novità di Trilussa.
Sopra tutti gli animali sta il Gatto; Somari e Leoni quasi si pareggiano; ma
insolitamente qui ha gran posto (ventisette comparse) il Porco. Poiché siamo a Roma,
l'Aquila e la Lupa non mancano; ma, sempre essendo a Roma, quanti più animaletti
piccolo-borghesi, Pulci, Pidocchi, Bacherozzi, Saltapicchi, Centogambe, Zanzare,
Sarapiche, insoliti alle favole. Alcuni Grilli, Lucertole e Farfalle fanno intanto il
collegamento tra la satira e l'idillio poetico di Trilussa.
Ma coi soliti o con gli insoliti animali, Trilussa disegnò e colori poi la favola in un
modo tutto suo.
Certamente le favole di Trilussa non hanno il classico e allusivo sorriso ab aeterno
che illumina le favole di La Fontaine. Ma i suoi animali non hanno neppure la
sterilità zoologica arcadica e morale delle favole settecentesche, dove ogni animale
porta il cartello di quel vizio o quella virtù, e fermo li. Trilussa ti combina ogni volta
un raccontino, un quadretto o un epigramma, che vuol valere e vale anche
pittoricamente e per sé; e dove gli stessi animali, appena possono, ci stanno con un
punto di colore, un aggettivo, un segno o una smorfia che li individua. Come gli altri
favolisti, anche Trilussa fa l'apologo, dunque insegna o suggerisce qualcosa: ma si
sente che, prima di tutto, Trilussa vuole divertirsi lui per via, e che dopo il lettore si
diverta. Non si contenta perciò della felice trovata finale: spesso ogni strofa, talvolta
ogni verso ha la sua trovata. E dalla più rapida prontezza di tutto, senti che la favola
di Trilussa non nasce mai da un generico impegno a moraleggiare. Come tutte le altre
satire sue, anche le favole saltano fuori a commento della vita: spesso di un fatto
appena allora accaduto e risaputo, di un personaggio del giorno. Intanto sul giornale
di quella mattina, sono, come allora si diceva, favole trasparenti; più tardi, nel libro
acquisteranno anch'esse quell'universalità, quell'aria di sempre che le favole devono
avere. Serra avverti bene (e assai prima che Trilussa desse il meglio di sé) anche
questo: «... la felicità arguta di quei bozzetti, una delle poche cose spiritose e piacenti
che abbia la nostra letteratura...».
Diversa e controversa resta invece l'opinione sulla portata morale della favola, e in
genere della satira, di Trilussa. È chiaro che nominare (fu anche fatto) Orazio,
Giovenale e Persio, con tutta l'acqua che da allora passò sotto i ponti di Roma, può
essere un simpatico campanilismo all'ombra del più gran campanile del mondo; ma è
tempo perduto. E non regge nemmeno il ricordo, tanto più vicino, del Belli. La satira
del Belli, impastata in quella sua umanissima misantropia, quel suo fenomenale
alterco d'una sola voce con Papa Gregorio, che durò quanto la vita, fu l'ultimo duello
d'una polemica secolare che proprio con lui finiva. E Trilussa satireggiò invece
uomini e cose di una società che appena appena allora cominciava; al confronto, un
mondo in fasce. Quanto era stato compatto, unitario, monumentale, pur nella
imminente rovina, il bersaglio del Belli; altrettanto mobili, cangianti, volanti e più
spesso di sola carta erano i bersagli di Trilussa. Ma sono poi questi gli inevitabili
confronti che non dicono nulla. Al più, si potrebbe concludere che la provvida natura,
a due tempi tanto diversi, seppe procurare due tanto diversi e adatti poeti.
Ma quale propriamente fu l'animo di Trilussa, la sua convinzione nell'esercizio
della satira; Qui corsero due opinioni opposte.
Con riguardo soprattutto ai sonetti e ai bozzetti, fu detto che la satira di Trilussa
avrebbe press'a poco i caratteri del mondo ch'essa rappresenta. Un mondo (si disse)
fatto di donnette, piccole eccellenze, nobili spiantati, tenentini, impiegatucci,
rigattieri, canzonettiste, indovine, cocotte, mezzane, servi, barbieri, portieri,
cantastorie, vetturini... Piccola gente, piccolo mondo mediocre, impastato di mediocri
vizi e mediocri virtù; dipinto sì molto al vivo, però commentato quasi
mimeticamente, con un mediocre animo pari.
Con riguardo soprattutto alle favole, fu però detto, e fu Ferdinando Martini a dirlo,
tutto l'opposto. «Tutta l'opera di lui si direbbe lo sfogo o forse il lamento di un
pessimista. Le sue favole hanno l'acre sapore della satira; nelle quali l'arguzia quasi
sempre felice non desta il sorriso senza velarlo di malinconia. Leggetele e
ponderatele. Tutto è falsità e simulazione in questo terzo pianeta, anche le lagrime
delle vedove, anche la mestizia di chi segue il feretro di un amico; bolgie dantesche i
partiti politici donde l'uomo onesto è cacciato come un intruso; il decoro della vita
serbato, no pe’ la morale: p'er codice penale; fra una donna e una tigre, più mite
talora l'animo della tigre. Questa l'umanità quale il poeta la mostra. Le bestie
vendicative possono essere soddisfatte. Trilussa le ha servite a dovere.» Cosa
singolare: Ferdinando Martini che non esagerava mai, quel giorno del 1919, esagerò
anche lui. Il pronto ricordo del lettore del resto lo corregge subito: ci fu mai nessuno
che dalle favole di Trilussa uscisse turbato o d'umor nero?
Tra le due opposte opinioni, probabilmente la verità sta nel mezzo. Intanto, poiché
le satire e le favole (e i poetici idilli che tra poco vedremo) nacquero dallo stesso
uomo, volendone indicare la morale, sarà giusto fare la media. E allora si vede che,
nei casi grossi (quando il male o la cattiveria vincono, e l'uomo fa più torto all'uomo),
la satira di Trilussa ebbe il risentimento e il giudizio che doveva avere: «oggi che
l'odio è quasi obbrigatorio - io nun odio nessuno!». Ma coi difetti o anche vizi al
minuto, che sono quasi il condimento del vivere, e poiché tutti siam macchiati di una
pece, Trilussa fu ricco di molto sorriso e sopportazione. E la moralità troppo
pessimista, o troppo drastica, che resta in fondo a qualche favola; oppure, al
contrario, il commento morale troppo corrivo che accompagna qualche satira (come
poi il sentimento troppo facile o troppo cantato di qualche idillio), sono difetti da
mettere nel conto del poeta "chansonnier". Al poeta "chansonnier", in certi casi,
davanti al suo pubblico, anche un eccesso di evidenza, o una cadenza più facile, o una
commozione più scoperta, giovano. Su alcune poesie di Trilussa (spesso le più
celebri, raramente le più belle) batte infatti come una luce di ribalta. E quante volte,
nelle tarde sere all'osteria, vecchio uomo di teatro ci sembrò lui tra gli amici a
capotavola, con quella sua grande faccia inamovibile, gli occhi spesso un po' attoniti,
ma così improvvisi invece e tondi i motti e le parole. Un antico burattinaio tanto
sicuro e uguale a se stesso, che con la stessa bella familiarità, ti metteva in scena i re
e gli animali della favola e gli uomini veri: aristocratici, borghesucci, popolino. E
quella sua impassibile equidistanza, al centro di tutto il suo mondo, faceva il poeta e
l'uomo Trilussa molto simpatico.
Quanto al compito precipuo suo nei cinquant’anni della vita italiana, che le
toccarono, si direbbe che la satira di Trilussa ebbe soprattutto l'ufficio di ridurre, anzi
di sistematicamente sgonfiare, prima le piccole o grandi esagerazioni, e poi i veri o
finti fanatismi che si alternarono sulla scena. Trilussa fu un grande riduttore. E come
ai satirici sempre avviene, i tempi più malaugurati furono quelli che gli offrirono di
più e più lo aiutarono.
Console Giolitti e regnando la democrazia, sulla corte, il parlamento, i partiti,
l'esercito, la diplomazia, i massoni, i preti, i commendatori, gli affaristi, i banchieri, i
bancarottieri..., Trilussa disse via via tutto quello che un satirico allora poteva dire. A
un certo punto si ebbe anzi l'impressione che Trilussa si ripetesse un po'. Senza dire
che la democrazia, lasciandole tutte le porte aperte, alla fine stracca e infiacchisce la
satira. Oppure l'invita al peggio: difficile e raro è far satira aristocratica in tempi
democratici.
Ma duce Mussolini, imperando il fascismo e la censura, la situazione si capovolse:
quello fu un paradiso, anche se difficile e talvolta pericoloso paradiso (ma paradisi
facili non si dànno), per un poeta satirico. Lasciando il peggio (che poi non
appartiene alla satira...), tutti quegli uomini nuovi smaniosi di cose nuove, quasi
insensibili al ridicolo, messi per una strada di gesti, grandezze e grandezzate sempre
più grandi, offrivano tanto fianco alla satira, che ci fu un momento che in Italia
satirici fummo tutti. Nel gran motteggiare d'allora, in quell'aria generale di
intelligenza e di ammiccamento, l'obbligo di un poeta satirico era quello di riuscir lui
il più inventivo, bravo e spiritoso di tutti; e si sa quant'è difficile avere più spirito di
tout le monde. Trilussa ci riuscì. Presto diventò lui il centro di quel mondo, l'Omero
di quei rapsodi: le sue favole che circolavano a memoria prima che scritte e in una
settimana si risapevano in tutta Italia, facevano la sintesi, segnavano il punto. E come
ai satirici molto spesso accade, anche l'odiata censura gli giovò. Costretto a
destreggiarsi, a schermarsi, a infingersi, spesso a giocare sulla bivalenza della favola,
Trilussa uscì arrotato e affilato dalla insolita disciplina. Da allora, tutta la satira sua, e
non soltanto quella politica, si fece tanto
più finemente allusiva e scaltra. Il miglior Trilussa satirico, in tutte le sue direzioni,
sarà sempre da scegliere lì.
Tanto diversi e quasi da opposti poli, tra il '30 e il '40 Benedetto Croce e Trilussa,
tra tutti i nostri scrittori restarono le voci più libere. E se Trilussa per parlare dovette
spesso far uso di astuzie e paraventi, qualche volta però parlò così tondo e tanto
chiaro, da stupirne anche oggi. Nel libro Giove e le Bestie pubblicato nel '31,
s'incontra questo Grillo zoppo.
Ormai me reggo su 'na cianca sola
— diceva un Grillo. — Quella che me manca
m'arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m'accorsi d'èsse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c'ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne... Ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch'è servita
pe' scrive la parola Libbertà!
Può essere artisticamente una favola mediocre; e l'orecchio di Trilussa certamente
l'avvertì. Tanto più merito, averla scritta e pubblicata allora.
III
Fra il Trilussa favolista e satirico che s'è visto, e quello lirico e idillico di cui
diremo ora qualcosa, non ci fu veramente il taglio netto e il salto che le parole
vorrebbero. Come il satirico, nel corso della satira, non rinunziava a essere anche un
poetico e delicato pittore, così il lirico (aiutandolo in ciò lo stesso dialetto) trovò
sempre risorse, estri e scorci nell'arguzia.
Comunque, allo spartiacque tra i due generi, ci metterei le Fiabe: quelle curiose
Fiabe di Trilussa che somigliano molto alle sue favole animalesche ma dove ai
parlanti animali si sono sostituiti più addobbati personaggi, Re Baiocco, Re Chiodo,
Re Carlone, il Nano Orme, il Mago e la Strega, l'Orco innamorato. E aggregherei al
gruppo anche le sestine della Porchetta bianca e della Verginella con la coda nera.
Con personaggi che possono venirgli dalla tradizione popolare o dal Cunto de li
Cunti, e le sestine questa volta insolitamente cadenzate al modo dei cantàri popolari
(ma troppo maliziosi cantàri), qui vedi Trilussa che tenta un più disteso o più colorito
narrare. L'impressione ultima è però che il poeta regga il disegno più largo con
qualche fatica. E il meglio di quei poemetti resta negli arguti particolari. La poesia
più sua resta altrove.
In tutti i libri di Trilussa, ma specie negli ultimi, incontri quadretti, idilli, teneri
epigrammi, ricordi, che, a ripensarli insieme, formano un piccolo intimo canzoniere.
E strano è che il canzoniere intimo di questo poeta, che in tanta parte dell'opera sua.
sta così attaccato al vero e spesso al crudo vero, sia campato quasi tutto nel desiderio
o nella nostalgia, e canti di preferenza amori e affetti non goduti o troppo presto
perduti; e vi abbia tanta parte il sogno.
A che famiglia di poeti appartenne questo Trilussa?
Dietro il Trilussa giocoso o satirico ci fu chi, oltre i soliti dialettali d'obbligo,
avvertì il ricordo o un'aria a volte del Giusti (nelle due direzioni, La chiocciola e
L'amor pacifico), e io ci aggiungerei il Pananti delle sestine (Il Poeta di Teatro). Del
Trilussa lirico, Pietro Paolo Trompeo, che ha scritto fini pagine sull'argomento, ha
giustamente detto che «i suoi primi modelli devono essere stati i poeti della
generazione intermedia tra Carducci e D'Annunzio; il sentimentale Stecchetti e il
Panzacchi delle romanze per musica». Silvio d'Amico e altri dissero altrettanto bene,
e senza perciò contraddire Trompeo, che Trilussa può anche essere considerato un
crepuscolare avanti lettera. Avanti o dopo la lettera, non lo so, (è incredibile quanto
sia difficile stabilire le precedenze tra poeti contemporanei); ma è certo che in
qualche interno di Trilussa risenti cadenze di Gozzano. E talvolta quasi
parodisticamente, o in ischerzo:
Un tanfo de rinchiuso e de vecchiume,
robba ammucchiata che nessuno addopra,
stracci, cartacce, libbri sottosopra,
un antenato, un lavativo, un lume...
De tant'in tanto nonna, impensierita,
va su in soffitta e passa la rivista
de li ricordimpicci de la vita,
prima che un nipotino futurista
facci piazza pulita...
Dove gli ultimi versi, rompendo il ritmo, anzi scherzandolo, vogliono liberarsi da
quella prima suggestione.
E in certi più incantati cortili e giardini suoi vedi affacciarsi Palazzeschi:
Er cortiletto chiuso
nun serve a nessun uso.
Dar giorno che li frati de la Morte
se presero er convento, hanno murato
le finestre e le porte;
e er cortile rimase abbandonato.
Se c'entra un gatto, ammalappena è entrato
se guarda intorno e subbito risorte.
Tra er muschio verde e er vellutello giallo
ancora s'intravede una Fontana
piena d'acqua piovana
che nun se move mai: pare un cristallo...
E Palazzeschi si risente anche in certi dialoghi. Così in questo dialogo sognato
(uno dei tanti sogni di Trilussa)
Da un anno, ogni notte, m'insogno e me pare
d'annà in un castello
che guarda sur mare; nun sogno che quello.
……………………..
Er mastro de casa, ch'è un vecchio mezzano,
m'insegna una porta, me bacia la mano
eppoi sottovoce me dice: — È arrivata
la donna velata...
— Ma quale? — je chiedo — la palida, forse,
che stava a le corse?
o quela biondina coll'abbito giallo
ch'ho vista in un ballo?
È comodo e bello
d'avecce un castello
nascosto ner sonno,
chè armeno, la notte, ce faccio l'amore
co' tante signore
ch'er giorno nun vonno.
— Der resto lei stessa,
signora duchessa,
co' tutta la posa
superba e scontrosa,
m'accorgo che in sogno me tratta un po' mejo
de quanno sto svejo.
Nun solo me guarda, ma spesso me dice:
— So' propio contenta! So' propio felice!
— Davero? — je chiedo. — Ma allora perché
nun resti co' me? —
Quel maestro di casa, quella donna velata, quella duchessa, potremmo averli
incontrati nell'Incendiario. Ma questi echi non mutano poi il tono fondamentale del
poeta: andate a rileggere quelle poesie per intero nel libro, e vedrete che il risultato è
tutto e soltanto di Trilussa. Egli ebbe troppa nettezza di disegno, troppa precisione
d'immagine e rotondità di parola per rientrare comunque nella famiglia dei
crepuscolari. Quegli echi possono se mai testimoniare che, in quel suo grande studio
ottocentesco quasi fuor del mondo, e nel cerchio così finito e definito della sua
poesia, Trilussa stava però in orecchi, più che non sembrasse.
Chi poi volesse antologizzare nell'opera sua per frammenti (usava tanto qualche
anno fa), vedrebbe quanto questo poeta facile poteva essere segretamente squisito.
Una mattina presto:
Doppo una notte movimentatella
ritorno a casa che s'è fatto giorno;
già s'apreno le chiese; l'aria odora
de matina abbonora e scampanella...
Notturno in un orto (quasi alla Burchiello):
Dodici Lucciolette erano scese
co' le lanterne accese
a illuminà li broccoli d'un orto...
Una moralità: come i rospi vedono il mondo:
Nojantri Rospi, senza annà lontano,
vedemo tutto er monno che se specchia
ner fango der pantano.
Dovessi poi dire io quali sono i suoi più belli e originali punti d'arrivo, li indicherei
in certe poesie molto brevi che tengono insieme e della favola e della lirica; però
senza alcun peso, essendosi favola e lirica prestate, l'una all'altra, soltanto l'arguzia e
la leggerezza. La Colomba:
Incuriosita de sapè che c'era
una Colomba scesa in un pantano,
s'inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: — Commarella mia,
vedo che pure te caschi ner fango...
— Però nun ce rimango... —
rispose la Colomba. E volò via.
Un epigramma così trasparente, più soffiato che detto. Più giuoco, più scherzo c'è
in Presunzione:
La luna piena che inargenta l'orto
è più granne der solito: direi
che quasi se la gode a rompe l'anima
a le cose più piccole de lei.
E la Lucciola, forse, nun ha torto
se chiede ar Grillo: — Che maniera è questa?
Un po' va be': però stanotte esaggera! —
E smorza el lume in segno de protesta.
Ambiguamente nuove, certe favolette di senso e di morale incerta, dove Trilussa
sembra seguire il consiglio che Aurelio Bertola dette ai favolisti, di porre innanzi al
lettore lo specchio, «ricoprendolo di un sottil velo e quasi ripiegandolo di traverso».
La paura:
Un sorcio, trasportato in un deserto
drento ar bagajo d'una carovana,
a mezzanotte se n'usci a l'aperto;
ma un'ombra, che sbucava da una tana,
lo fece insospettì d'èsse scoperto.
— Chi va là? — chiese er Sorcio. Detto fatto
un ruggito rispose: — So' un Leone.
Che te spaventi a fa'? Diventi matto?
— Uh! — dice — scusa! È stata l'apprensione,
perché t'avevo preso per un gatto.
Che cosa vorrà poi dire? Proprio quest'incertezza fa la favola più arguta. Ecco
invece soltanto un affilato epigramma: Fischi.
L'Imperatore disse ar Ciambellano:
— Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che, m'accompagna sempre indove passo.
Io nun so s'è la rota o s'è un cristiano...
Ma in ogni modo daje un po' de grasso.
Autoritratto dell'autore come un momento davvero fu: col piglio ancora giovane,
ma la grande vecchiezza trasparente.
La strada è lunga, ma er deppiù l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.
Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cór destino in saccoccia.
A resultati così rapidi e sicuri arrivò costantemente soltanto il Trilussa maturo.
Perché non solo l'arte, ma anche l'ispirazione si conquista.
Ferma nel tempo restò invece la morale (o diciamo, il senso della vita, dell'umana
sorte) in Trilussa. Poeta di poca dialettica, già in partenza egli portava con sé il suo
punto d'arrivo. È del 1906, cioè tra le sue prime prove, Er Re e er Gobbo.
Un Re che commannava anticamente
chiese a un Gobbetto: — E tu che fai de bello?
— Che vôi che faccia? — je rispose quello.
— M'ingegno a da' li nummeri a la gente,
così je levo quarche sordarello,
sfrutto la gobba e campo allegramente.
T'ho copiato ner metodo, perché
me s'ho voluta combinà pur'io
una lista civile a modo mio
pe' vive a sbafo come vivi te:
io nacqui gobbo e tu sei nato Re...
Tiramo avanti e ringrazziamo Iddio.
La favola giovanile certamente non è perfetta (il Gobbetto parla troppo); ma negli
ultimi due versi mi pare di sentire, nella voce e cadenza più sua, l'intima morale di
Trilussa.
Nel corso del sermone, di proposito, e anche dove la tentazione c'era, mi sono
astenuto dal citare il Trilussa più vistoso o famoso. Ma infine ho voluto offrire al
presunto lettore meno pratico un piccolo campionario (quasi frecce indicative) di
quello che fu il Trilussa più intimo e delicato poeta.
Ora, prima di chiudere, vorrei però mettere tutti i lettori in avviso. Trilussa è un
poeta ingannatore. Ci furono, e ci sono, poeti che vi ingannano con l'apparente loro
grande complessità, («se vôi l'ammirazione de l'amichi — nun faje capì mai quello
che dichi»). Trilussa vi inganna invece con l'apparente estrema semplicità sua.
Almeno in ciò, questo poeta somiglia un classico. (E penso che, bene scelto, Trilussa
sarebbe piaciuto al Manzoni.) Ci fu in lui tanta e continua ricchezza di vena, di temi,
di trovate, di rime; le poesie belle sue ebbero sempre in grado eminente quella spinta,
quel movimento che significa vita; ma tutto questo era in lui così naturale che quasi
non s'avvertiva. Ci sono nel mondo cose che, per essere naturalmente belle, oppure
per essere riuscite benissimo, finché durano, ne godete quasi senza accorgervene. Ve
ne accorgete però dopo, vi fanno vuoto quando fiancano.
E così è della poesia di Trilussa. Chi per tanti anni lo seguì e lo sentì poetare gli
estri suoi e le sue fantasie, e commentare con quella sua inconfondibile voce e
quell'umore i tipi e le cose della vita italiana, oggi, nel suo silenzio, avverte che
Trilussa è veramente un'assenza. Trilussa ci manca.
PIETRO PANCRAZI
LE POESIE
I SONETTI
ROBBA VECCHIA 1890-1912
ER VENTRILOCO1
Se credi a questo, sei 'no scemo, scusa:
pò sta'2 che un omo parli co' la gente
come se ne la panza internamente
ciavesse quarche machina arinchiusa?
Nun credo che in un'epoca che s'usa
d'aprì la bocca senza di' mai gnente
esista 'sto fenomeno vivente
che dice tante cose a bocca chiusa!
Parla cór ventre! Oh questa sì ch'è bella!
Sortanto er poveraccio che nun magna
se sente fa' glu-glu ne le budella.
Io stesso, speciarmente a fin de mese,
me sento che lo stomaco se lagna...
Ma sai ched'è?3 La voce der Paese!
1919
1
2
3
Il ventriloquo
Può essere?
Che cos'è?
ER BARBIERE E L'AVVENTORE
In questo qui so' come San Tomaso1,
o Sonnino o Giolitti, sia chi sia...
— Famme la barba, Pippo, tira via...
— Er proletario ormai s'è persuaso
che se un governo de la borghesia
sfrutta er lavoratore, in de 'sto caso...
— Abbada, Pippo, m'insaponi er naso...
— È tanto peggio pe' la monarchia!
— Peggio per me! me scortichi! fa' piano!...
— Ma intanto er socialismo progredisce...
— Attento ar pedicello2!... — E a mano a mano...
— M'hai fatto du' braciole3 sur barbozzo4...
— Un giorno o l'antro sa come finisce?
— Finisce che me taji er gargarozzo5!
1
2
3
4
5
L'apostolo che dubitò
Fignolo
Tagli, ferite
Mento
La gola
LA TINTURA
La mi' padrona dice che l'amore
dipenne dar capello de le donne:
ch'a li mori1 je piaceno le bionne
e i li bionni je piaceno le more.
Così, quanno madama la baronne
je manna un ufficiale pagatore,
pija la boccettina der colore
pe' tigne li capelli e lo confonne.
Se er marco2 è bionno la dipigno mora,
se è moro cambio boccia e je li bagno
co' l'acqua ossiggenata che l'indora.
Io poi, se sa, m'arègolo. Una sera
che venne a casa un principe castagno3
la tinsi mezza bionna e mezza nera.
1
2
3
Ai bruni
Quel tale
Castano
IO E VOI
Sì, fra me e voi ce corre un gran divario
come er giorno e la notte, tale e quale,
perché ciavemo tutto disuguale
e la pensamo sempre a l'incontrario.
Voi marciate in carrozza padronale
e ogni giorno cambiate de vestiario;
io, invece, che ciò giusto er necessario,
vado a pedagna1 e vesto sempre eguale.
Voi sete bionna bionna, io moro moro,
voi sete bianca bianca, io nero nero,
voi campate de rendita, io lavoro;
quer che ciò io nun ce l'avete voi...
Se l'estremi se toccheno davero
perché nun se toccamo puro noi?
1
A piedi.
ER PAPPAGALLO SCAPPATO
Lei me chiamò e me fece: — Sarvatore,
er pappagallo jeri scappò via
perché nu' richiudeste er coridore1;
eccheve er mese2, e fôr de casa mia. —
Te pare carità, te pare core,
pe' 'na bestiaccia fa' 'sta bojeria,
mette in mezz'a 'na strada un servitore
che deve portà er pane a la famîa?...
Ma io so tutto: er fatto der tenente,
le visite a Firenze ar maresciallo,
la balia a Nemi... e nun ho detto gnente.
Percui stia attenta a lei, preghi er su' Dio,
ché se me manna via p'er pappagallo
vedrà che pappagallo3 che so' io!
1
2
3
Corridoio
Il mensile.
Che sorta di referendario.
LA SERVA AR TELEFONO
Pronto? pronto? Più forte, nun se sente...
È lei, sor conte, ch'ha telefonato?
Che? voleva parlà co' l'avvocato?
Nun c'è: sta fòra: è ito da un criente.
Vò sapé s'aritorna? Nun so gnente:
lui m'ha lassato sola, m'ha lassato...
Che dice? viè qua lei? come? ch'è stato?
Dico... sor conte, che je sarta in mente?
E già... ciamancherebbe puro questa!
Se viè nu' j'apro... nu' je la do vinta...
Pe' chi m'ha preso? So' 'na donna onesta!
Embè, la pianta? gnente1 ce vô un pugno?
Lei badi come parla, ché so' grinta
de daje 'sto telèfeno sur grugno!
1
Forse.
LE CORRISPONDENZE AMOROSE
Lui se firma Mughetto e lei Viola,
je scrive sur giornale, lo so io:
ma nun parlate, pe' l'amor de Dio,
che me dà la licenza a la spagnola1.
Se paga du' bajocchi la parola;
un giorno che je scrisse: Idolo mio!
Aspetterotti, Bacerotti, addio,
sai quanto spese? Mezza lira sola.
Lui, prima, annava a casa; dar momento
ch'er boccio2 se n'accorse, cominciorno
a daje co' l'avvisi a pagamento.
E mó er marito manco se l'immaggina
che queli dua, co' pochi sòrdi ar giorno,
je metteno le corna in quarta paggina.
1
2
Licenziamento immediato.
Che il vecchio (il marito).
DAR BOTTEGHINO1
Sor botteghino mio, me so' insognata
un mostro nero, brutto, puzzolente,
che me sartava addosso, e lì presente
c'era mi' nonna e c'era mi' cognata.
Io tutt'impavurita e spaventata
cercavo de scappà, ma in quer tramente2
m'è preso, sarvognuno3, un accidente,
m'è amancata 'na cianca4 e so' cascata.
Er mostro m'ha aggranfiato co' 'n artijo
e m'ha portato in mezzo a l'antri mostri...
Vojo giocà: che nummeri ce pijo?
— 50 er mostro che ve porta via.
47 li parenti vostri,
32 l'accidente che ve pîa.
1890
1
2
3
4
Banco del lotto, e anche chi vi riceve le giocate.
In quel mentre.
Dio ne scampi!
Gamba.
L'ARRESTATO
Ma queste so' maniere da burino1!
Si, sì, va bè', tu porteme in questura,
ma lasseme la giacca... E ch'ai paura?
Te credi d'arestà quarch'assassino?
E che te spigni? l'anima? Cammino
come me pare! mica c'è premura!
Se voi che t'arispetti la montura2
tu fa' la guardia, ch'io fo er cittadino!
E doppo dice ch'uno s'aribbella!
Vojo che me ce porti co' le bone!
Dunque cammina e mosca!3 Oh quest'è bella!
E abbada a te, mannaggia l'animaccia...
ché si me fo pijà le convursione,
t'abbotto4 er grugno de cazzotti in faccia!
1918
1
2
3
4
Uomo di campagna.
Divisa.
E zitto!
Ti gonfio.
L'IMBROJI DE LA PADRONA
L'imbroji de la moje li so io
che li conosco bene e ce sto drento;
giorni fa, che nun fece un pagamento,
me disse: — Pietro, pe' l'amor de Dio.
quanno viè quela faccia de giudìo1
pe' la quistione der pignoramento
di' che la robba de 'st'appartamento
sta tutta in testa2 der marito mio. —
Quanno venne l'uscere inviperito
je feci, dico: — La padrona mia
ha messo tutto in testa der marito. —
Ma l'uscere, che sa 'ste marachelle,
guardò le corna3 sopra la scanzìa
e me chiese, ridenno: — Puro quelle?
1890
1
2
3
D'israelita.
Figura tutta come proprietà.
Bovine, che costumava tener in mostra per scaramanzia.
L'ISTINTO
È er corpo istesso che sente spinto:
presempio, puro una signora onesta,
quanno piove, che fa? s'arza la vesta
perché se sente spigne da l'istinto.
Percui 'sto movimento o vero o finto
lo famo senza mettece la testa;
fra l'antre cose, io mó t'insegno questa,
e doppo me dirai se t'ho convinto.
Vedi un carro de fieno? Eh! nun se sbaja:
tutti quelli che passeno je tocca
d'annaje accosto e de rubbà una paja.
E dar signore infino ar cerinaro1
li trovi tutti co' la paja in bocca...
Embè, ched'è?2 L'istinto der somaro.
1
2
Venditore ambulante di fiammiferi.
Ebbene, che cos'è?
ER TEPPISTA A LA DIMOSTRAZZIONE
Li sassi che volaveno per aria
cascaveno de peso tra le file
de li sordati, verdi pe' la bile
de conservà la carma necessaria.
Come vôi che sparassero? Er fucile
che mira su la crasse proletaria
è un'infamia, un sopruso, una barbaria
che fa vergogna a un popolo civile!
E pe' questo tiravo! A un polizzotto
je detti un sércio in testa e je strillai:
— Impunito1! Bojaccia2! Galeotto! —
Era precisamente er brigadiere
che m'arestò quer giorno sur tranvai
perché fregai l'orloggio a un forastiere.
1
2
Spia. Chi rivelava una colpa con promessa d'impunità.
Peggiorativo di «boia» (ribaldo).
L'INDOVINA DE LE CARTE1
— Pe' fa' le carte quanto t'ho da dà'?
— Cinque lire. — Ecco qui; bada però
che m'hai da di' la pura verità...
— Nun dubbitate che ve la dirò.
Voi ciavete un amico che ve vô
imbrojà ne l'affari. — Nun pô sta'2
perché l'affari adesso nu' li fo.
— Vostra moje v'inganna. — Ma va' là!
So' vedovo dar tempo der cuccù3!
— V'arimmojate. — E levete de qui!
Ce so' cascato e nun ce casco più!
— Vedo sur fante un certo nun so che...
Ve so' state arubbate... — Oh questo sì:
le cinque lire che t'ho dato a te.
1
2
3
La cartomante.
Non può esser vero.
Da tempo immemorabile.
PER DIRETTISSIMA1
— Come ti chiami? — Lombardoni2 Mario.
— D'anni? — Ventuno. — Scapolo? —
Ammojato.
— Di professione?... — So' disoccupato.
— E come vivi? — Magno er necessario.
— Bravo! E tuo padre fu?... — Tutt'er contrario!
— Che cosa intendi dire?... — Che so' nato
quanno mi' padre stava carcerato:
so' fìjo d'un errore giudizziario.
— Come saprai, le guardie t'hanno visto
sortire di nascosto da una chiesa
dopo d'aver rubato un Gesù Cristo.
Un crocefisso d'oro... — Quest'è vero...
— E che cosa puoi dire in tua difesa?
— Che se rispetti er libbero pensiero!
1
2
Sottinteso: la causa.
Da «lombardone» (ladro).
L'ASSICURAZZIONE DE LA VITA
Dice ch'a Roma c'è 'na compagnia
de gente ch'assicureno la vita;
io 'sta frescaccia nu' l'ho mai capita
e dico ch'è 'na gran minchioneria.
Anzi me pare propio un'eresia,
perché quanno ch'è l'ora stabbilita
ch'er Padreterno la vô fa' finita,
che t'assicuri? l'ossa de tu' zia?
È 'na speculazzione immagginata
pe' fa' sòrdi a le spalle de la gente
che ce crede e ciaresta buscarata.
L'ha provato er sor Checco, er mi' parente:
co' tutto che se l'era assicurata
è morto tale e quale1 d'accidente.
1
Ugualmente.
L'ARBERO GENALOGGICO
Tra li quadri ch'er conte tiè attaccati
c'è un arberone indove ce se ponno
vedé come quarmente1 l'antenati
uno per uno so' venuti ar monno.
Su 'st'arberone qui, da cima a fonno,
ce stanno tutti nomi scritturati2:
da la radice ch'ha piantato er nonno
sino a l'urtimi fiji che so' nati.
A me, però, me pare una scemenza
d'avello incorniciato: la radice,
bella che vecchia3, ancora sta in crescenza.
Mó er conte pija moje: de qui a un anno
bisognerà ch'allunghi la cornice
pe' li gran rami che je spunteranno!
1
2
3
Il come e il quando.
Scritti.
Per quanto antica.
ER REGGISTRATORE DE CASSA
Parla un commesso
Anticamente, quarche sordarello
su quello che spenneva l'avventore
se poteva rubbà, senza er timore
ch'er padrone scoprisse er macchiavello1.
Ma, adesso, addio! Co' 'sto reggistratore,
appena l'apri, sona er campanello
che te segna debbotto2 tutto quello
che levi e metti drento ar tiratore.
Così che rubbi? Cavoli! Der resto
c'è er gusto che la sera torni a casa
convinto d'esse stato un omo onesto:
e nun t'accorghi ch'er galantomismo
dipenne da la machina e se basa
tutto su le virtù der meccanismo.
1
2
Il trucco, l'inganno.
All'improvviso, subito.
ER BUSTO DE LA PADRONA
Pe' fasse mette er busto così stretto
lei ce fa la ginnastica: s'inchina,
se spreme ne li fianchi, s'intorcina1,
manna la panza in drento, insacca er petto...
La scena bella è quanno che je metto
er ginocchio sur fonno de la schina2;
io la tiro, lei spigne e me stracina
come fusse er cavallo d'un caretto.
Je l'ha avvisato puro er professore3:
— Se ve strignete troppo voi finite
con un vizzio inorganico4 ner core. —
E lei, defatti, già se sente male,
ar core no, ma all'utero: e capite
che pe' noi donne in fonno è tale e quale.
1
2
3
4
Si torce.
Schiena.
Il medico.
Organico.
LE SOPRASCRITTE1
Se presempio te scrive un creditore
pe' ditte porco, farabbutto e peggio,
su la busta sei sempre un omo egreggio,
sei sempre un preggiatissimo signore.
Ma dimme: nun te pare un sacrileggio
sciupà 'sti titoloni de valore,
di' onorevole a un omo senza onore,
preggiatissimo a un omo senza preggio?
Se scrive e nun se pensa, ecco er difetto;
leggi 'sta soprascritta der padrone:
guarda come je porteno rispetto!
De fòra è un illustrissimo barone...
ma drent'a l'anveloppe2 c'è un bijetto
ch'incomincia così: Brutto puzzone!
1
2
Gl'indirizzi delle lettere.
La busta, da «enveloppe».
PER LE SCALE
Quanno la viddi entrà ner portoncino
je dissi una parola piano piano:
lei rispose ridenno; ar mezzanino1
tutt'e dua se toccassimo2 la mano.
Io me fece coraggio: ar primo piano
je detti un bacio propio spizzichino3;
arivati ar seconno, su' ripiano,
una ventata ce smorzò er cerino4.
Mejo che mejo! Propio a mezze scale,
io nun potette sta', l'abbraccicai.
Voi ch'avressivo5 fatto? Tale e quale6.
Ar terzo piano seguitò a sta' zitta,
ma ar quarto fece: — Ohé?... Ma che farai
quanno ch'ariveremo su in soffitta?
1
2
3
4
5
6
All'ammezzato.
Toccammo.
Saporito.
Candeletta per fare luce in ambienti non illuminati.
Avreste.
La stessa cosa.
LE DELIBBERAZZIONI DER PORTIERE
Er padrone me disse: — V'ho avvisato
che nun vojo vede 'sta porcheria:
se nun scopate mejo casa mia
finisce che ve levo er portierato1. —
Dico: — Co' che diritto caccia via
un portiere coscente e organizzato?
Ma che pretenne? ch'er proletariato
scopi l'avanzi de la borghesia?
Io, dico, nun ammetto imposizzione:
e badi a quer che fa, ché da stasera
je pianto er capo lega sur portone:
poi proclamo lo sciopero, cór quale
se viè appoggiato da la cammeriera
j'annerà addietro tutto er personale!
1
L'ufficio di portinaio.
L'ECLISSE
Sì, 'st'ecrisse che fanno li scenziati,
nu' lo nego, sarà una cosa bella,
ma però tutti l'anni è 'na storiella,
ciarimanemo sempre cojonati.
L'antr'anno mi' fratello pe' vedella
ce venne espressamente da Frascati,
stette un'ora coll'occhi spalancati
senza potè scoprì manco 'na stella.
Se er celo è sempre nuvolo, succede
che un'antra vorta, quanno la faranno,
nun ce sarà gnisuno che ce crede.
E io ciavrebbe gusto: perché quanno
er celo è annuvolato, chi la vede?
che lo dicheno a fa'? perché la fanno?
LI STEMMI
Bisogna che lo stemma corrisponna
ar nome istesso a furia de pupazzi,
bianchi, rossi, turchini, pavonazzi,
tutti inquadrati in d'una cosa tonna.
Li Colonna che cianno? Una colonna.
Presempio, la famija Ficarazzi
cosa credi che tienghi? Quattro razzi
cór un ber fico in mano d'una donna.
Guarda li mi' padroni: puro loro
cianno tanto de stemma su la porta,
co' tre pigne1 d'argento in campo d'oro.
Ma mó, però, l'argento je se stigne2,
la porporina casca, e un po' pe' vorta
che vôi che je ce restino? Le pigne.
1
2
L'arme degli avari è, proverbialmente, «tre pigne e 'na tenaja».
Si scolorisce.
LI BAGNI DE MARE
Lo so... è un pezzetto ormai che v'ha sposato
sóra Rosina mia: ma nun fa gnente;
io ciò avuto l'amiche e le parente
ch'hanno tardato l'anni, hanno tardato.
Er professore1 che v'ha consijato?
d'annà a li bagni? Embè, dite ar tenente
che ve ce porti. Che pô di' la gente?
tutti lo sanno ch'è vostro cognato.
Ve ne state là un mese, ve ne state,
ve divertite e coll'aria de mare
ciavrete tutto quello che cercate.
Un anno fa, la moje der prefetto
agnede a Porto d'Anzio cór compare,
rivenne a Roma e fece un ber maschietto!
1
Il medico.
LE CANZONETTE DE SAN GIOVANNI1
Méttece San Giovanni, «Facciafresca»2,
la spighetta3, er garofeno coll'ajo,
er bacetto, le streghe4, quarche sbajo,
e fai la canzonetta romanesca.
Doppo ce vô la musica: se pesca
uno che te combini quarche rajo
e fa 'na ninna-nanna cór ritajo
d'un pezzo d'una musica todesca.
Quanno le canti pare che te lagni,
e li maestri, doppo 'ste canzone,
diventeno più Verdi de... Mascagni.
Forse sarà che cianno poca pratica:
dipenne tutto da la vocazzione
de musicà li sbaji de grammatica!
25 giugno 1893
Pietro Cristiano, libraio musicale olandese che stabilitosi in Roma aveva ottenuto
d'italianizzare così l'ostico cognome d'origine, bandì nel 1891 il primo concorso di
canzoni romanesche per la notte di S. Giovanni.
2
Osteria fuori di Porta S. Giovanni, sulla cui terrazza ebbe luogo la prima audizione.
3
Spigo: è costume venderlo in tale occasione insieme con i garofani e l'aglio.
4
Che si credeva andassero in giro nella notte di S. Giovanni.
1
ER MACCHIAVELLO1 DE CERTE...
Quann'è sur primo de la relazzione
la donna maritata nun connette:
scrive, viè a casa tua, se compromette,
e dice ch'er marito è un bonaccione.
Ma appena che je sfuma la passione
se fa seria, considera, arifrette...
E er marito? È un feroce ammazzasette
che gira co' lo stocco ner bastone.
Allora te fa er solito discorso:
— Te vojo tanto bene... me dispiace...
ma capirai... nun vojo avé rimorso... —
E, se nun pô attaccasse a 'sti rampini,
pe' fasse piantà subbito è capace
de ditte ch'ha bisogno de quatrini!
1
Il trucco, l'inganno.
LI MERCOLDÌ DE LA MARCHESA
Lei resta a casa una giornata sana
pe' riceve l'amiche conoscente:
un sacco de signore appartenente
a la più mejo società romana.
Dice ch'è un'abbitudine mondana
che le signore cianno espressamente
pe' potè parlà male de la gente
a un giorno fisso de la settimana.
E io che servo er tè ne sento tante!
Se quarchiduna tarda un momentino
è brutta, è chiacchierata1, cià l'amante...
Robba da chiodi! E, invece, appena arriva...
Eh, 'sto gran mondo quanto è piccinino2!
'Sta bona società quant'è cattiva!
1
2
Soggetta a maldicenza.
Gretto, meschino.
LA SIGNORA INFILANTROPICA1
Chi? la marchesa? Oh, in quanto a furberia!
Se c'è er marito, quanno monta in legno2
me dice: — Presto, Checco: ciò un impegno
cór Soccorso e Lavoro... Tira via!
Addio, Pietruccio... — Addio, cocchetta mia... —
E, appena lui se vorta, me fa segno
che vadi de cariera da quer fregno3
che cià er villino fôr de Porta Pia.
Tiè sempre li Bambini indeficenti4,
er Pro-scôla, er Pro-infanzia, er Pro-vecchiaja...
Ma nun da' retta: tutti appuntamenti!
E spesso, quanno fa quarche scappata
da quer vecchio bavoso che ce scaja5,
lo sai che cià? L'Infanzia abbandonata!
1
2
3
4
5
Filantropa.
In carrozza.
Da quel tale.
Deficienti.
Dal quale ci guadagna.
MARIA, LA SERVA STUFA1
Ho da strazziamme l'animaccia mia?
Ma prima de sta' sotto a 'sti scontenti2
vado a fa'3 la cicoria co' li denti:
io fa' la serva a quelli? Passa via!
Qualunque cosa nun so' mai contenti:
io rubbo, io fo la cresta4, io fo la spia,
e io nun so stirà la biancheria,
e io nun so pulì li pavimenti...
Se er fijo parla male... eh, se capisce:
— So' parole che sente da la donna5. —
Fa er vassallo6? — È Maria che l'imbirbisce. —
Già, è corpa mia se gioveddì matina
pijò l'interoclismo de la nonna
pe' fa' er bar utomatico in cucina!
1
2
3
4
5
6
Infastidita.
Persone burbere, incontentabili.
Cogliere.
Rubo sulla spesa.
Dalla serva.
La birba.
LA RISATA DE LA DUCHESSA
Lei ce pretenne1 pe' li denti bianchi:
apposta quanno parla co' quarcuno
sbotta2 certe risate, sarvognuno,
da méttese le mano su li fianchi!
Ride... ma badi a lei che nu' la sbianchi3:
perché finora nu' lo sa nessuno
che l'ha pagati trenta lire l'uno,
che la dentiera costa mille franchi!
Ma l'ho scoperta io, che se la sciacqua
prima de pijà sonno! io l'ho scoperta
quanno la mette drento ar bicchier d'acqua!
E a me me fa 'st'effetto: certe sere
lei dorme, e la dentiera a bocca aperta
seguita a ride sola ner bicchiere...
1
2
3
Ci tiene, ci ha ambizione.
Dà in.
Ch'io non la smascheri.
ER MINISTRO NOVO
Guardelo quant'è bello! Dar saluto
pare che sia una vittima e che dica:
— Io veramente nun ciambivo mica;
è stato proprio el Re che l'ha voluto! —
Che faccia tosta, Dio lo benedica!
Mó dà la corpa ar Re, ma s'è saputo
quanto ha intrigato, quanto ha combattuto…
Je n'è costata poca de fatica!
Mó va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina,
ch'ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...
Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!
Che novità sarà pe' quela schina1
de sentisse piegà dall'antra parte!
1921
1
Schiena.
QUESTIONI DE RAZZE
Che te ne preme se so' nati in Ghetto,
se cianno la credenza diferente?
La razza? er sangue? E che decide?1 Gnente.
Perché so' interessati? È un ber difetto!
Per ajutasse reciprocamente
qualunque fede merita rispetto:
puro Lutero assieme co' Maometto
protegge li cristiani de l'Oriente2!
E Isacco che m'impresta li quatrini
a l'ottanta per cento e er pegno in mano?
nun te lo nego: è er re de li strozzini;
ma intanto tu rifretti ar caso mio:
se vojo fa' 'na vita da cristiano
bisogna che ricorra da un giudìo!
1
2
Che peso ha?
Anche Guglielmo II esercitò il protettorato sui cristiani tedeschi in Palestina.
LA REGAZZA1 DE TOTO2
No, nun me sposa; è inutile che piagna!
Che lui, dar primo giorno che m'ha vista,
m'ha detto ch'er partito socialista
j'ammette solamente la compagna.
Lui vorebbe sposamme a l'improvista
come fa er cane quanno vô la cagna,
come le bestie in mezzo a la campagna,
ma, come moje, è inutile ch'insista!
— Ner pijà a me — me dice lui — tu piji
un principio, un partito... — E in quanto a questo
nun ciò gnente in contrario... Ma li fiji?
Se un giorno, Dio ne guardi, mi' marito
me lassa scompagnata, io come resto?
Che dico? che so' fiji d'un partito?
1
2
La fidanzata.
Antonio.
LA FRANCIA
Quella, per civirtà, lo pôi di' forte,
è l'unica nazzione che ce resta:
eh, in tante cose! speciarmente in questa:
come te tratta er condannato a morte.
Quanno ch'er boja j'ha da fa' la festa
prova la ghijottina du' o tre vorte;
sarebbe un'emozzione troppo forte
de faje ritrovà la testa in testa!
Doppo ch'ha fatto, va a svejà er pazziente,
lo fa vestì, l'aiuta a fa' toletta
e je domanna: — Commannate gnente? —
E je passa er cognacche, er zabbajone...
Ah, in Francia, hai voja a di', c'è l'etichetta:
viva la faccia de l'educazzione!
7 aprile 1914
L'ARTE DI PRENDER MOGLIE1
L'arte de pijà moje, da una parte,
è la cosa più facile der monno;
e Adamo e Eva quanno se sposònno2
fecero tutto quanto senza l'arte....
Che ce vô a pijà moje, in fine in fonno?
Voi sposà 'na regazza? Fai le carte3,
vai in chiesa, a Campidojo4, poi se parte
pe' fa' tutte le cose che ce vonno.
Ritorni; doppo un anno, a bon bisogno,
te nasce un pupo che nun t'assomija,
quattro cazzotti... e questo è er matrimogno.
Ma noi de 'st'arte ce n'avemo tanta:
nun volemo sapé come se pija,
voressimo sapé come se pianta5.
Libro allora molto famoso di Paolo Mantegazza (1831-1910), medico antropologo
ed igienista.
2
Sposarono.
3
Ti procuri i documenti richiesti.
4
In municipio, per il matrimonio civile.
5
Si abbandona.
1
LISETTA SPARLA...
Eh! la signora je la crocchia forte!1
Tutti li giorni cià 'na simpatia:
prima er tenente de cavalleria
e adesso er professore de pianforte.
Er marito? Fa er tonto2. Certe vorte
viè a casa a un'ora, pranza, rivà via,
se ripresenta pe' l'avemmaria,
rimagna, fuma un sighero e risorte3.
Lui fa er geloso quanno vô bajocchi;
lei, che lo sa, lo pija co' le bone,
je dà la pila4... e allora chiude l'occhi.
Diventa bono, affabbile, gentile...
Ma che marito! Quello è un ciancicone5
approvato dar Codice Civile!
1
2
3
4
5
Gli dà sotto!
Lo stupido.
Riesce.
Il danaro.
Il danaro. 5. Sfruttatore di donne.
IN PRETURA
— Alzatevi, accusata: vi chiamate?
— Pia Tonzi. — Maritata? — Sissignora.
— Con prole? — No... con uno che lavora...
— D'anni? — Ventotto. — Che mestiere fate?
— Esco la sera verso una cert'ora...
— Già, comprendo benissimo, abbordate...
— Oh, dico, sor pretore, rispettate
l'onorabbilità d'una signora!
— Ma le guardie vi presero al momento
che facevate i segni ad un signore,
scandalizzando tutto il casamento...
— Loro potranno divve quer che vonno:
ma io, su le questioni de l'onore,
fo come li Ministri: nun risponno!
ER PIGNORAMENTO
Avressi da vedé la propotenza1
de l'usceri der terzo mannamento2:
spalancheno la porta, entreno drente,
nun sarveno nemmeno l'apparenza.
Fanno un giretto pe' l'appartamento,
uno scrive, uno detta: — Una credenza,
un tavolino de la rinascenza,
un comò, quattro sedie, un paravento... —
È un anno che quer povero mobbijo
va via, ritorna a casa, riva via,
lo compro, lo rivenno, lo ripijo...
E tanto è er movimento, che li mobbili
cammineno da sé! La serva mia
lo sai come li chiama? L'automobbili.
1
2
Prepotenza.
Sottinteso: della pretura.
DAR PRETORE
Vi chiamate? — Fanny. — Di professione?
— Abbito a Tomacelli1, centosei...
— Brava! Quant'anni avete? — Faccia lei...
— Vostro marito fu? — Fu ma birbaccione!
— Ma fu Pietro o Pasquale?... — Nun saprei:
lo conobbi a lo scuro, in d'un portone...
— Secondo ciò che ha detto un testimone
fate un brutto mestiere, anzi direi...
— Sì, n'avrò fatte... più de Carlo in Francia:
ma mó so' vecchia, ho voja a mette scuse!
oramai me contento de la mancia.
— E allora come va che insieme a certe...
vi fecero un processo a porte chiuse?
— Perché tenevo le finestre aperte.
1
Via tra il Corso e Ripetta.
LI LIBBRI ANTICHI
Ho trovato un libbretto tutto rotto,
antico assai, che drento cianno messe
l'effe a li posti indove ce va l'esse,
ch'io, bello che so legge1, m'inciappotto2.
Però er padrone mio, ch'è un omo dotto,
me lo spiegò jersera e me lo lesse:
se c'è badeffe s'ha da di': badesse;
fotto, presempio, cambi e dichi: sotto.
C'è er racconto d'un povero infelice
condannato ar patibbolo innocente,
che s'arivorta ar popolo e je dice:
— Compagni! Abbaffo il Re! Viva la forca! —
Be', devi legge tutto diferente:
— Compagni! Abbasso il Re! Viva la sorca!
1
2
Per quanto sappia leggere.
M'imbroglio.
GIORDANO BRUNO
Fece la fine de l'abbacchio ar forno
perché credeva ar libbero pensiero,
perché si un prete je diceva: — È vero —
lui risponneva: — Nun è vero un corno! —
Co' quel'idee, s'intenne, l'abbruciorno,
pe' via ch'er Papa, allora, era severo,
mannava le scommuniche davero
e er boja stava all'ordine der giorno.
Adesso so' antri tempi! Co' l'affare
ch'er libbero pensiero sta a cavallo
nessuno pô fa' più quer che je pare.
In oggi, co' lo spirito moderno,
se a un Papa je criccasse1 d'abbruciallo
pijerebbe l'accordi cór Governo.
1
Gli prendesse la voglia.
LI CALENDARI
I
Jeri me so' comprato un calendario,
si tu lo vedi, ch'è 'na sciccheria:
ortre der giorno e er santo, c'è l'orario
cór cambiamento de l'Avemmaria.
De dietro a ogni fojetto der lunario
c'è er pezzettino d'una poesia,
un proverbio, un consijo culinario,
e la ricetta pe' 'na malatia.
Però er cattivo è questo: se un ber giorno
nun ciò un bajocco, trovo sur fojetto:
«Sottopetti di pollo col contorno.»
E se a marzo me scotto in quarche posto,
p'avé er rimedio da 'sto lunarietto,
ho d'aspettà li sedici d'agosto...
II
Questo sarebbe gnente: ciò trovato
un impiccio davero più maggiore,
perché se vede che lo stampatore,
co' la prescia1 o che antro, s'è sbajato.
Er fatto sta che a un giorno cià mischiato
una bella sentenza su l'amore
cór modo de curasse er rifreddore
e de còce2 l'abbacchio brodettato.
Defatti ce so' scritte 'ste parole:
«Se amate veramente una donzella
fregatevi la parte che vi dole:
pigliate una pezzetta di flanella...
sbattete l'uova ne le cazzarole
e dopo ciò mettetelo in padella...»
1
2
Per la fretta.
Cuocere.
LISETTA CÓR SIGNORINO
Su, me faccia stirà la biancheria,
dia confidenza a chi je pare e piace:
nun me faccia inquietà, me lassi in pace:
la pianti, signorino, vada via...
Che straccio de vassallo1, mamma mia!
No, levi quela mano, me dispiace,
se no lo scotto, abbadi, so' capace...
Dio, che forza che cià! Gesummaria!
Un bacio?... È matto! No, che chiamo gente:
me lo vô dà' pe' forza o per amore!
Eh! je l'ha fatta! Quanto è propotente2!
Però... te n'è costata de fatica!
Dimme la verità: co' le signore
'sta resistenza nu' la trovi mica!
1
2
Che razza di birbante.
Prepotente.
A UN AMICO
Che te ne viè in saccoccia1 quanno hai pianto?
T'ha lassato pe' quello? Poco male:
si lei se fa cosà2 da l'ufficiale,
tu méttete co' Giggia e fa' artrettanto.
La donna cià quer vizzio naturale:
prima vô bene nun se sa si quanto,
poi se stufa e è finito; pe' me tanto,
oneste o no, so' tutte tale e quale3.
E quanno te se magneno de baci
che nun te dànno tempo de risponne,
mica è pe' gnente: è segno che je piaci;
ma nun te crede che te s'affezzioni:
nu' lo sai che l'amore de le donne
è sempre una rottura d'illusioni?
1
2
3
Che cosa ci guadagni?
Dal verbo «cosare», che può significare molte cose, o tutte.
Uguali.
LA LAPIDA SUR PORTONE
Come padron de casa avrei diritto
de commannà: ma invece nossignora;
ma da 'sto giorno in poi, per dinanora1,
a l'inquilini illustri nu' j'affitto.
Arriva er municipio2 e, zitto zitto,
me te schiaffa3 una lapida de fòra
perché da me c'è stata una pittora,
e indovìnece un po' quer che cià scritto?
«Qui ci abbitò la gloria de le glorie,
Cunegonda Guazzetti, brava assai,
onesta donna...» co' tant'artre storie.
Però ciamanca er mejo: a l'iscrizzione
nun cianno messo quanno la citai
perché nun me pagava la piggione.
1
2
3
Invece di «perdio».
Una deliberazione del Comune.
Mura.
POVERACCIO!
Appena seppi da l'appiggionante
che quela brutta boja senza core
ciaveva relazzione cór dottore,
corsi in questura e je ne dissi tante.
— Che ce vôi fa'? — me fece l'ispettore —
Per arrestà tu' moje co' l'amante
bisognerebbe còjeli in fragrante
sur posto indove stanno a fa' l'amore. —
Dico: — Sta a via Firenze1, trentanove:
adesso vado là con un pretesto,
pijo l'appunti e viengo co' le prove... —
Eh! si ce l'acchiappavo! Dio ne guardi!
Ma ciagnedi2 a le quattro... Troppo presto!
Ce ripassai a le cinque... Troppo tardi!
1
2
Traversa della via Venti Settembre.
Ci andai.
PIPPO A LA FESTA DE BENEFICENZA
— De che?1 se ce ritorno? Ma nemmanco
se viè giù er Padreterno! Nu' lo sai
che un'amarèna muffa2 che pijai
da 'na signora, me l'ha messa un franco?
Io, certo, in der pagajela, aspettai,
volevo er resto. E lei, de punto in bianco,
me disse: — Nu' lo sa che in questo banco
li resti nun se dànno quasi mai? —
Dico: — Capisco: loro so' signore
che faranno 'sti sgrassi3 a fin de bene,
so' stoccate che parteno dar core:
soccorso, carità, capisco tutto:
ma a mette un franco l'una l'amarène
me vô levà la sete cór preciutto4!
1
2
3
4
Che cosa?
Misera.
Queste grassazioni.
Col prosciutto.
ER SORVEJATO SINCERO
— Come ti chiami? — Cianciconi1 Pio.
— D'anni? — Ventotto. — Che mestiere fai?
— Sto con un socio... — Ma lavori? — Mai.
— E il tuo socio che fa? — Quer che fo io.
— Subisti altre condanne? — Un buggerìo!
— Sei sorvegliato, infatti; e tu lo sai...
— Eh, lo so, sor pretore, ma oramai
chi nun è sorvejato, sant'Iddio?
— Certe sere, però, sorti lo stesso...
— Accompagno Marietta... — E la ragione?
— Pe' nun falla arestà, je vado appresso.
Con un omo vicino, bene o male,
la faccio arispettà dar pattujone,
fo li quatrini e sarvo la morale.
1
Richiama la voce «ciancicone» (sfruttatore di donne).
A LINA
Lina, te credi, perché m'hai piantato1,
che me sucìdi2, e te ciariccommanni3?
Nun te ce sta' a pijà tutti 'st'affanni,
ché nu' lo fo 'sto passo disperato.
Io nun m'ammazzo manco se me scanni:
doppo anneressi a di' p'er vicinato
che p'er grugnetto tuo ce s'è ammazzato
un giovenotto de ventiquattr'anni!
Così diventeressi interessante
a la barba d'un povero regazzo,
e te ritroveressi un antro amante...
Ma co' me nun se fanno cert'affari!
Piuttosto do a d'intenne che m'ammazzo
per causa de dissesti finanziari.
1
2
3
Abbandonato.
Ch'io mi suicidi.
E ci fai assegnamento.
DISPIACERI AMOROSI
Lei, quanno lui je disse: — Sai? te pianto1... —
s'intese gelà er sangue ne le vene.
Povera fija! fece tante scene,
poi se buttò sul letto e sbottò2 un pianto.
— Ah! — diceva —je vojo troppo bene!
Io che j'avrebbe dato tutto quanto!
Ma ch'ho fatto che devo soffrì tanto?
No, nun posso arisiste a tante pene!
O lui o gnisuno!... — E lì, tutto in un botto
scense dar letto e, matta dar dolore,
corse a la loggia e se buttò de sotto.
Cascò de peso, longa, in mezzo ar vicolo...
E mó s'è innammorata der dottore
perché l'ha messa fôri de pericolo!
1
2
T'abbandono.
Diede in.
ER SENTIMENTO DE CERTE...
La donna, in fonno, è sempre un po' vassalla1,
antro che sentimento! Quela vorta
ch'agnedi2 co' la bionna fôr de porta
feci der tutto per impressionalla.
— Vedi — dicevo — quela foja morta
come s'è fatta secca, com'è gialla?
Vola cór vento, come una farfalla,
e chissà dove diavolo la porta!
Io, spesso, paragono ne la vita
la speranza ner core de l'amanti
a quela foja d'ellera3 ingiallita...
— No, so' foje de fico: — disse lei —
so' quelle che se metteno davanti
a li pupazzi4 drento a li musei.
1
2
3
4
Canaglia.
Andai.
D'edera.
Alle statue.
ER PRANZO A L'AMBASCIATA
Hai visto quant'è grossa la signora?
Quanno che va coll'abbito scollato
me pare un materazzo strapuntato
pe' la gran robba che je scappa fòra;
e a furia de di' sempre a la sartora
che je faccia er vitino più attillato,
tre sere fa, ner pranzo che c'è stato,
passassimo un gran brutto quarto d'ora!
Doppo magnato fece uno stranuto,
e insaccata com'era, capirai,
je se ruppe 'na strenga1 e te saluto.
Povera donna! Fu un momento brutto!...
Ma c'era l'attascè2 der Paraguai
che fece in tempo a riparaje tutto...
1
2
Una stringa.
L'«attaché».
UN CARZOLARO CHE SE FIDA
— Doppo avé messo le scarpette ar piede
m'ha dato un cento. — Eh, dico, nun ciò el resto
— Bè' — dice — cambio e torno, faccio presto… —
Ma è già passato un quarto e nun se vede!
Io che dovevo fa'? Come succede,
j'ho detto: — Oh vadi puro, in quanto a questo —
Nun so' ito a pensà ch'era un pretesto
pe' truffà un poveraccio in bona fede!
Abbasta: io mó telèfeno in questura;
nun se ponno sbajà: cià la pajetta,
li pantaloni blu, la giacca scura...
Uh! zitto, che ritorna... apre la porta...
— Riverito, signore... ih, quanta fretta!
Me li poteva dare un'antra vorta!
L'INNESTI
L'innesto de cavallo, ciacconsento,
in spece s'è d'un legno padronale1;
ma quello de somaro pô fa' male,
te pô attaccà l'arterie der talento.
Naturarmente, se te schiaffi2 drento
er sangue che ciaveva un animale,
succede che je piji er naturale
e creschi co' l'istesso sentimento.
L'innesto der vaccino me lo spiego:
nun porta preggiudizzio... eppoi, d'artronne,
senza de quello manco ciai l'impiego.
Ma puro lì, cór sangue che s'attacca,
l'omo pija der bove, e a certe donne
j'arimane l'istinto de la vacca.
1
2
D'una carrozza signorile.
Ti metti.
FIFÌ
Già Mariantonia
I
Ner vedella vestita da signora,
spaparacchiata1 drento a la vittoria2,
— Che lusso! — dissi subbito — Accicoria3,
che pretenzione ch'ha cacciato fòra! —
Tanto che m'arivenne a la memoria
quanno faceva la modella: allora
posava, sì, ma a trenta sòrdi l'ora;
mica annava giranno co' 'sta boria!
Eh, amico mio, se la vedeva brutta!
Era vestita male, era vestita,
tutta stracciata, tutta zozza, tutta...
E adesso, invece, tanta sciccheria!...
Oh, certo: per annà così pulita
deve avé fatto quarche porcheria.
1
2
3
Distesa, sdraiata.
Carrozza signorile a quattro ruote.
Per «accidenti!».
II
L'antro jeri a matina, nun so come,
ner vedella p'er Corso la fermai:
— Oh! — feci — Mariantonia! Come stai? —
Dice: — T'avverto ch'ho cambiato nome:
Mó me chiamo Fifì; — dice — siccome
Mariantonia era brutto, lo cambiai... —
Dico: — Stai sempre in Borgo? — Oh, nun sia mai!
Suono1 alloggiata in dell'Hôtel de Rome!...
— Dunque te butta bene?... — Ciò un marchese!
— Ricco? — S'è ricco? T'hai da mette in testa
che me passa trecento lire ar mese!
Eh! mó nun so' più scema come allora!
Lo so, farò 'na vita disonesta,
ma, grazzie a Dio, sto come una signora!
1
Vuol parlare « ciovile ».
BARACCHE E BARACCONI
IL COCCODRILLO VIVENTE
Signori! Ir1 coccodrillo è un animale,
come loro vedranno dar groppone,
ch'ha là pelle durissima, la quale
gli arisiste a la palla der cannone.
Questo che ci presento ner gabbione
è un anfibbio vivente ar naturale:
cià l'istessa ferocia d'un leone,
e nasce ne la parte tropicale.
Ei vive drento e fuora ir fiume Gange;
è molto voracissimo e c'è il detto
che prima mangia il vuomo e poi lo piange.
Lagrimando si dà pe' le campagne...
— Entrate ne la gabbia, ah quel'ometto,
così ce fate vede come piagne...
Il. Anche questo imbonitore pretende di parlare in buon italiano, mentre lo storpia.
Altri esempi di linguaggio artefatto e spropositato nei sonetti che seguono.
1
LA DONNA BARBUTA
Gè vù presante mammasè1 Mignone,
la famme più pelosa de l'Africa...
— Acciderba2 che straccio3 de barbone!
— Tu te la sposeressi? — Ah no! 'na cica!4
Se sa, nun c'è bisogno che lo dica,
so' matrimogni de speculazzione:
la pijerebbe pe' li peli, mica
la vorebbe pijà pe' l'affezzione...
— Sì, ma a sposà un fenomeno vivente
è 'na cosa ch'a me poco me garba;
guarda, sortanto pe' 'n inconvegnente:
'na notte che te sveji insonnolito
vai pe' bacialla e, in der sentì la barba
nun sai più si t'è moje o t'è marito.
1
2
3
4
«Mademoiselle».
Per «accidenti!».
Che razza.
Come no? Non sarebbe piccola fortuna! («Cica», per cicca.)
LA DONNA GIGANTE
Io me chiamo el felomeno vivente...
— La buggera1, compare, si ch'artezza!
E a quela lì, pe' faje 'na carezza,
ce vô la scala-Porta2, mica gnente!
— Fin dai primi anni della ciovinezza
mi sviluppai in d'un moto solprendente;
ora ch'ho sedici anni solamente
misuro due e cinquanta di lunghezza.
Anche mio padre è molto sviluppato...
— Ma a me nun me farebbe meravija
ch'un padre solo nun ce sii bastato.
Un omo solamente nun ciariva:
nun vedi quant'è longa: Quella è fìja
de quarche società coperativa!
1
2
Interiezione ammirativa.
Scala dei vigili del fuoco.
IL MUSEO STORICO-ARTISTICO MECCANICO
I
Di fuori
...Al non piussultra de la meraviglia!
Vedranno il padiglione riservato
col gabinetto celtico, indicato
pe' le giovini madri di famiglia.
Vedranno un feto morto appena nato
che si conserva drento la bottiglia:
ha quattro mesi e incora gli somiglia
pe' la maniera in cui fu imbalzamato.
Oltre a le varietà d'anatomia,
utile a tutti quanti, avrò l'onore
di presentarglie la padologia:
la Venere anatomica! la Venere
che si scompone in ogni suo interiore,
con spiegazioni di qualunque genere!
II
Dentro
Questa donna in grandezza naturale,
meccanizzata da parer vivente,
è Cleopatra d'Antogno per il quale
si fece suicidare dar serpente.
Questa, ch'apre le braccia in modo tale
da sembrare una donna propiamente,
è la Cenci1 davanti ar tribunale
condannata ar patibolo innocente.
Ecco Fanny2, la dea de la ginnastica,
ed il noto poveta Dante Algeri3,
capolavoro de la cromoplastica.
Questa è la ballerina e l'impresario...
La donna non si mòve perché jeri
l'abbiamo caricata all'incontrario.
1
2
3
Beatrice, decapitata per parricidio (Roma, 1599).
Cerrito, n. a Napoli nel 1821, famosa ballerina, soprannominata “la quarta Grazia”
Alighieri.
III
Ecco Viltòm1 che dopo avé sedotte
le serve glie sventrava l'intestini;
Ravasciolle2 l'anarchico e Pranzini
che prese a pugnalate la coccotte3.
Uno dei più terribili assassini:
Caserio4 l'uccisore di Carnotte5,
e il famoso Coffrò, che in una notte
strozzò quarantasette regazzini.
Ogni assassino cià il vestiario analogo,
col misfatto descritto chiaramente
come potranno legge nel catalogo:
ché tutte queste so' riproduzioni
d'atrocità commesse esattamente,
già premiate in diverse esposizioni.
Come i seguenti Pranzini e Coffrò, repugnante assassino: anticipazione ottocentesca
dei «mostri» d'oggi.
2
Ravachol, ghigliottinato nel 1892 dopo numerose esplosioni di bombe, da lui
provocate, che terrorizzarono la capitale francese.
3
La «cocotte».
4
Sante, n. a Motta Visconti (1873), fornaio: anarchico, il 24 giugno 1894 pugnalò a
Lione il presidente Carnot. Ghigliottinato il 16 agosto.
5
Sadi Carnot, n. a Limoges (1837), ingegnere e uomo politico,
nipote del convenzionale, fu il quarto presidente della Repubblica
francese.
1
LA CONSEGNA DER PORTIERATO1
I
Capischi? La raggione principale
ch'io me ne vado è questa: er mi' padrone
nun vô che m'allontani dar portone;
dice: — Tu fai er portiere... — È naturale.
Ma, adesso, ciò 'na carica sociale,
so' er presidente d'un'associazzione;
oggi o domani c'è la commissione,
dove vôi che la faccia? pe' le scale?
Mi' moje? Ma mi' moje è consijera
d'una lega operaglia2 femminile:
mica s'adatta a faje la portiera!
Sarebbe stato troppo sacrifìzzio;
dovenno sceje società o cortile,
avemo preferito er sodalizzio!
1
2
Ufficio di portinaio.
Operaia: anche il portiere dimissionario crede di parlare con eleganza.
II
Che1 fo er portiere qui, sarà sicuro
dicidott'2anni... Embè, pe' quanto sia
ch'ho trôvo un sito mejo, t'assicuro
che me ce piagne er core d'annà via.
Perché vedrai che in de 'st'azzienna mia
c'è da fa' poco e gnente: credi puro,
che levato quer po' de pulizzia,
tutt'er giorno te dài la testa ar muro3.
Tu, la matina, appena ce se vede,
te fai quela scopata pe' le scale,
allustri tutto e t'arimetti a sede4;
la sera accènni er gasse: e manco questa
se pô chiamà fatica materiale...
So' sei famije e cianno un becco a testa.
1
2
3
4
Da che.
Diciotto.
Stai in ozio.
A sedere.
III
Percui1 nun è da di' che se fatica,
anzi se perde er tempo inconcrudente2;
però, co' questo, nun te crede mica
ch'a fa' er portiere nun ce voji gnente!
Ce vô gran segretezza co' la gente...
Presempio, io so ch'er conte cià l'amica,
io so che la contessa cià er tenente...
Embè, pe' questo? credi che lo dica?
Poi, rispetta er padrone... Ah, è bono assai!
Ma, si s'arabbia, abbada ch'è feroce!
Nun vô che j'arisponni... nun sia mai!
Io lo buggero bene! Quann'ho sonno,
che lui s'arabbia e fischia ar portavoce3,
p'arispettallo manco je risponno!
1
2
3
Perciò.
Inconcludentemente.
Mezzo acustico ora soppiantato dal telefono.
IV
E adesso te do quarche spiegazzione
sopra l'appiggionanti1: ar primo piano
c'è un celebre dentista americano
che da un anno nun paga la piggione.
Siccome dà la mancia, vacce piano:
cerca d'usaje tutte l'attenzione;
s'in caso j'hai da dà' 'na citazzione2,
di': C'è una carta... e je la metti in mano.
Jeri, siconno er solito, l'uscere,
quello sciancato co' li baffi tinti,
j'ha pignorato tutte le dentiere.
Figurete le povere crienti
che staveno a aspetta li denti finti...
Je so' arimaste tutte senza denti!
1
2
I casigliani, inquilini dello stabile.
Un intimo di pagamento.
V
Ar siconno1 ce so' du' forastiere,
du' francese, le possin'ammazzalle,
che ogni tanto me chiameno: — Portiere,
m'allé a comprare Le petì giurnalle? —
Pe' dua, tre, quattro vorte, buggiaralle,
dico: va bè'2, je se pô fa' er piacere...
Ma, cacchio, nun bisogna abbitualle:
mica so' diventato er cammeriere!
Mó nun te dànno più manco la mancia...
E la corpa è der Papa: ha fatto male
a róppe li rapporti co' la Francia3!
Fuss'io ministro, senza tante storie,
farebbe fa' 'na legge in de la4 quale
ce fossero le mance obbrigatorie!
Al secondo (piano).
Passi pure.
3
Causa della rottura fu la visita aiReali d'Italia (apr. 1904) del presidente Emilio
Loubet, il quale non fu poi ricevuto in Vaticano perché ospite del Quirinale, dove
risiedeva (come protestò il card, segretario di Stato Merry del Val) «colui che
detiene». La situazione s'inasprì per la nuova legislazione ecclesiastica promossa dal
presidente del Consiglio, Emilio Combes, e la susseguente separazione della Chiesa
dallo Stato. I rapporti diplomatici furono ripresi nel '21.
4
Nella.
1
2
VI
Quello che sta affacciato a la finestra
è un attascè todesco, sarvognuno1,
che sta attaccato2 a un'imbasciata estra3:
però, da certi, ho inteso a di' ch'è uno...
Abbasta, io nun m'impiccio de gnisuno,
ma so che va a... studià da 'na maestra
che sta a via Cavallini4, settantuno,
lettera cappa bisse, scala a destra...
Lo so perché je porto l'imbasciate5:
e, co' 'sta cosa, a dilla fra noi dua,
nun so si quante lire j'ho levate...
Se sa, lo fo scajà6: pe' quanto sia7,
lui sta attaccato a l'imbasciata sua,
io sto attaccato a l'imbasciata mia.
1
2
3
4
5
6
7
Dio ne scampi!
Ch'è addetto.
A un'ambasciata estera.
Via Pietro Cavallini, nel rione Prati.
Lettere, biglietti ecc.
Mi fo pagare.
Comunque.
VII
Ar sesto c’è vienuta una signora
che s'impegna ogni tanto quarche cosa;
io n'ho vista de gente migragnosa1,
ma come questa... ammazzela2! t'accora3!
Pe' causa de sta brutta mocciolosa4
c'è la fila5; cominceno abbonora:
er fornaro, er droghiere, la sartora,
l'oste, la trattoria de piazza Rosa6...
Lei, invece de paga li creditori,
rigala li mazzetti ar capitano
e spenne li quatrini pe' li fiori!
Antro che le gionchije e li garofoli!
Ma che paghi piuttosto l'ortolano
che j'avanza sei lire de carciofoli!
1
2
3
4
5
6
Miserabile.
Espressione di meraviglia.
Proprio t'avvilisce.
Mocciosa.
Dei creditori.
Era dietro p. Colonna, dal lato di S. Maria in Via, sull'area dell'odierna Galleria.
VIII
Mó tocca a te: siccome io t'ho proposto,
nun me fa' sfigurà, fa' er tu' dovere.
Io ch'oramai so' vecchio der mestiere
so come se guadambi1 a sta' a 'sto posto.
Ce scaji2 sempre: o fai quarche piacere,
o quarche imbasciatella3 d'anniscosto...
Eppoi a Natale, a Pasqua, a feragosto...
So' queste le risorse der portiere.
S'io nun ciavevo moje, s'ero solo,
si facevo una vita un po' più seria,
ero più ricco d'un pizzicarolo...
Invece ho speso tutto, e, a mano a mano,
guarda: me so' aridotto a la miseria
che sto peggio d'un principe romano!4
Si guadagni.
Ci rimedi denari.
3
Recando lettere, biglietti, ecc.
4
Tra la fine e il principio del secolo molte famiglie dell'aristocrazia romana subirono
crisi finanziarie, per cui furono venduti celebri palazzi e ville.
1
2
DIALETTO BORGHESE
LA PRESENTAZIONE
— Permette, sora Pia, che glie presenti
el signor De Bolè: — Tanto piacere...
— Piacere è il mio, se mettino a sedere...
— Per carità, nun faccia complimenti!
— De Bolè? Dica un po'? ma so' parenti
de quello ch'hanno fatto cavagliere?
— No, a Roma ci ho soltanto un zio droghiere
che tiene la bottega a li Serpenti1...
— E lei che fa de bello? — E ch'ho da fare?
— Ho inteso dire dalle figlie mie
che scrive li sonetti... — Ma glie pare!...
— Sì, mi ricordo, al Pincio, una matina...
— Ah! è vero: feci certe porcherie
dietro el ventaglio d'una signorina...
1
Via de' Serpenti, tra le vie Nazionale e Cavour.
LA LINGUA FRANCESE
— Lei la lingua francese l'ha studiata?
— Un po'… — Ah! el francese è una parlata scicche1:
lei infatti guardi le persone ricche
che ci hanno tutti quanti 'sta parlata...
— Ecco, io, a parlà me trovo un po' imbrogliata...
— Pur qua? — Purquà me manche la praticche...
— Il fottudiè de plù la grammaticche...
— Me muà... Lo vede? Già me so' sbagliata.
— Nel francese, se sa, ce so' l'accenti:
studi più meglio li vocabbolari,
e doppo parli senza complimenti...
— Che serve? Io me vergogno... — Ma bisogna
parlà come fo io, franco... — Magari!
Io invidio a lei che nun se ne vergogna!
1
Elegante.
LI COMPLIMENTI
Me scuserà che sto così sciattata,
signora mia, nun aspettavo gente:
lei tutta scicche1, nu' glie dico gnente2...
Come sta bene! Come s'è ingrassata!...
Chi? Caterina? Sta da mia cognata...
Lugrezzia? È andata a Messa, indegnamente3...
Quando vengon'a casa, chi le sente?!
A sapello, l'avrebbero aspettata!
Se ne va? Me saluti la sorella...
Grazie. Sarà servita. Sissignora,
cercherò de venirce. Arivedella.
Oh! s'è rotta le cianche4, si' ammaita!5
Caterina, Lugrezzia, uscite fòra,
ché 'sta scoccia-stivali se n'è ita!
1
2
3
4
5
In gran lusso.
Non ne parliamo nemmeno.
Espressione di falsa modestia.
Se n'è andata: partita la visitatrice, torna al dialetto quotidiano.
Per «ammazzata!».
ER GATTO DE LISETTA
Eh? quant'è caro! Povera bestiola,
io me lo magno a furia de baciallo.
Pss, pss, micio, viè qua, brutto vassallo1!
Guardate: nu' glie manca la parola?
Lui, quanno che la sera esco da scôla,
me viè incontro da sé senza chiamallo;
quann'ha freddo la notte, pe' sta' callo,
me s'intrufola2 sott'a le lenzola.
E mó? Guardate come se strufina...
Che vôi? la trippa? Sì, bello der core,
adesso te la dà la padroncina.
Io, che serve? 'sto povero miciotto
glie vojo un bene, un bene, che, se more...
lo scortico e ce faccio un manicotto.
1
2
Birbante.
Si caccia.
LA VISITA
— Tenga el cappello, mica stiamo in chiesa...
— No, grazie, non lo fo per complimento...
— Posi el bastone... Uh! che bel pomo! È argento?
— Lo pigli in mano, sente quanto pesa?
Questo è el salotto de ricevimento?
— Gli piace? — È scicche1, ma chissà che spesa!
Bella 'sta figuretta giapponesa
appiccicata sopr'ar paravento!
— Guardi 'ste tazze... — So' porcellanate?
Ah! queste qui davero che so' rare:
quanto so' belle! E dove l'ha comprate?
— Le prese mio marito non so dove...
— Dico, saranno antiche?... — E che glie pare!
È tutta robba del quarantanove2...
Lussuoso.
Si allude a un bazar (il Quarantanove), dove la merce si vendeva a 49 centesimi o
multipli di 49. Un altro bazar simile era il Quarantotto.
1
2
LA CASA NOVA
I
Sul portone
— Portiere? c'è nessuno? è compermesso?
Ce farebbe vedé l'appartamento?
— Mó l'accompagno, aspettino un momento...
(Le possino scannalle! Propio adesso!)
— Mariuccia, che ne dichi de l'ingresso?
Hai visto com'è fatto el pavimento?
Tutto in pietrine! — Dio ch'impazzimento!1
— C'è scritto Salve2... E che sarà successo?
La scala è bella assai, ma è un'indecenza:
quanti pupazzi! quante zozzonate!...
guardate qua che straccio de schifenza!
Gesummaria! C'è tutto el repertorio...
Ma chi le scriverà 'ste vassallate3?
— Li regazzini de l'educatorio4.
Quanta pazienza ci sarà voluta!
Godè sempre molto favore il costume di porre all'ingresso delle case romane, nel
pavimento o nella stuoia, questa parola. La quale tuttavia, secondo la regola del
saluto quirite («in aditu Ave, in exitu Salve»), era maggiormente adatta per l'uscita.
3
Birbonate.
4
Furono numerosi a Roma, negli ultimi armi dell'Ottocento e nei primi del secolo
XX, gli «educatori», ispirati alle più disparate tendenze politiche, che raccoglievano
ragazzi del popolo e della borghesia. Questi vi erano istruiti specialmente nella
ginnastica, formavano bande musicali, uscivano militarmente inquadrati in divise di
bersaglieri, alpini, marinai e via dicendo.
1
2
II
In casa
Che? cento lire? Pe' l'amor de Dio!
Capisco ch'è 'na bella posizzione,
ma cento lire ar mese de piggione!...
Bisognerà che senta Nino mio.
In quanto a la grandezza va benone:
qui verrebbe la cammera de zio,
questa più ariosa me la pijo io,
là Checco, l'ottomana e er credenzone.
Qua er salottino. È esposto a mezzoggiorno
e cià er solaro1 co' la robba griccia2
com'usa adesso e le battecche3 intorno.
'Sta cammeretta la darebbe a nonna,
e in quell'antra ch'è scura e un po' ummidiccia
ce se pô mette el letto de la donna4.
1
2
3
4
Il soffitto.
Ricoperto di stoffa increspata.
Bacchette.
Della serva.
III
Cose intime
— Chi ciabbita qua sotto? — Una biondina.
— È bona? — Antro ch'è bona! — E già, del resto,
el cavajere è un omo troppo onesto
per affittà la casa a 'na sgualdrina.
— Ciò piacere che il cesso stia in cucina...
L'acqua come ce va? — Se tira questo:
però l'antro inquilino, pe' fa' presto,
ce la metteva co' la conculina1.
— Ce so' li bagarozzi2? — Uh, nun sia mai!
— Come? e quello ched'è?3 Dio che peccato!
Questa è 'na cosa che me secca assai!
— Sì, ma lo vede? Cià la coda gialla.
Nun se ne piji: è un bagarozzo alato
che quanno vola è come 'na farfalla.
1899
1
2
3
Con la catinella.
Le blatte.
Che cos'è?
INCONTRI
I
Uh, scusi, nu' l'avevo conosciuta1:
lei sta benone... — E come vô che stia!
Doppo la sbiossa2 de la malaria,
pe' quanto ho fatto nun me so' riavuta.
— E 'sta pupetta? — È la nipote mia.
— Come? davero? Dio, com'è cresciuta!
— Presto, Mafalda, sbrighete, saluta,
diglie come te chiami, tira via...
— Mafalla... — E poi? — Mafalla ai suoi tommanni...
— Discorre co' 'na grazzia che innamora!
E adesso ch'età cià? — Nun ha cinqu'anni.
— Quant'è caruccia! — E avrebbe da vedella
quanno che vô rifà3 quarche signora,
come se tira su la vestarella!
1
2
3
Riconosciuta.
Quella grande scossa.
Contraffare.
II
Ha preso de la1 madre... guardi el naso..
E se sapesse come è inteliggente!
Fa la «Cavalleria» che, se la sente,
nun sbaja d'una nota! nun c'è caso!
Su, cantela, Mafalda, essi2 ubbidiente...
— «E su la potta tua lo sangue spaso
si nun ce tovo a tia manco ce taso...»3
— Ma sa che la fa bene veramente?...
— Nun ce se crede quanto è giudizziosa,
come risponde bene a le domande:
ce provi un po'... glie chieda qualche cosa...
— Vôi bene a nonna? — Tanto! — E a mamma?
[— Sì.
— E, dimme, che vôi fa' quanno sei grande?
— Dillo, Mafalda... — Voglio fa' pipì...
Ritrae dalla.
Sii.
3
I versi del libretto di Cavalleria rusticana, che si cantano a sipario calato innanzi la
prima scena, dicono: «Ntra la puorta tua lu sangu è spasu,... Si nun ce truovo a ttia,
mancu ce trasu».
1
2
LE SCAPPATELLE DE LA SIGNORA
I
Le confidenze con la cameriera
— L'hai visto? ciai parlato?... — Sissignora.
— Te piace? — Che bel giovane! — E ch'ha detto?
— Che l'aringrazzia tanto der bijetto
e che l'aspetta a casa tra mezz'ora.
— Ma Pippo che dirà s'esco abbonora?
Co' quello lì, lo sai... basta un sospetto...
— Metta una scusa... — Eh, sì! Che scusa metto?
— Je dica ch'ha d'andà da la sartora...
Tanto, pe' stammatina, lui nun esce,
dice ch'è raffreddato: stia tranquilla.
— Lo so, ma se s'inquieta me rincresce...
Eccolo!... Zitta!... Pe' l'amor de Dio!...
... Pippo? sei tu?... Che vôi la camomilla?...
Adesso te la faccio, cocco mio...
II
A casa di lui
— Carlo! Non ce volevi altro che te
pe' farme fa' 'sto passo! — Amore santo!
— Come sei caro!... — Me vôi bene?... — Tanto!
Me sento... — Che te senti? — Un non so che...
Guarda come so' pallida!... — E perché?...
— Eh! l'emozione... capirai... per quanto...
Poi c'è el tenente ch'abbita qui accanto
che se m'ha visto a entrà, povera me!
Per mio marito, sai, non crede mica...
— Ah! glie vôi bene!... — Non glie voglio male,
ma per lui, più che moglie, glie so' amica.
Purtroppo, el tipo mio non era quello...
— Io, invece?... — Ah! tu sei proprio l'ideale!
— Grazie, tesoro! Levete el cappello...
LA MORALE DER CODICE
I
Prova cór senatore:
— fece la zia — chi sa?...
È un vecchio porco, ma
in fonno cià bon core;
vacce, Maria, va' là...
L'onore? Eh, sì, l'onore!
Se torna l'esattore
je damo l'onestà?
Der resto, cara mia,
bisogna che t'industri:
vacce, dà' retta a zia... —
Marietta sospirò...
Ma poi, coll'occhi lustri,
rispose: — Cianderò.
II
Er vecchio, ner vedella,
disse: — Me piaci assai!
E, dimme, hai fatto mai...
— Mai! — je rispose quella.
— E adesso ch'età ciai?
— Quindici... — Bagattella!
Ma allora, figlia bella,
non voglio... capirai...
Col posto che ciò io,
no... non potrei... va' pure:
so' un galantomo... Addio. —
Poi disse: — Fossi matto!
So' sempre seccature,
me ponno1 fa' un ricatto...
1
Mi possono.
CAFFÈ CONCERTO
Parla Cencio er porta-ceste
I
Ho bazzicato li caffè concerto:
portanno le canestre a le cantante,
sor cavajere mio, n'ho viste tante!
Se sapesse le cose ch'ho scoperto!
Le stelle? le conosco tutte quante.
Ce spizzico1, ciabbusco2, me diverto...
Ogni tantino capita l'incerto...
Già: incertarelli3 da caffè sciantante!
S'uno me chiede: — Indove sta la tale? —
io je lo dico come dico a lei
dov'abbita Zazzà... Che c'è de male?
Sta ar Corso4... Embè? pe' questo fo er mezzano?
Nummero... oh, Dio ne guardi! trentasei...
Ciamancherebbe questa!... primo piano.
1
2
3
4
Ci spilluzzico.
Ci guadagno.
Piccoli incerti.
L'antica via del Corso, da Porta del Popolo a piazza Venezia.
II
La todesca1 che canta le canzone,
jersera, spasseggianno tra le quinte,
trovò er pajaccio co' le labbra tinte
de biacca, de rossetto e de carbone.
Cominciorno a ruzzà2: lui co' le spinte,
lei co' le ventajate... In concrusione
s'abbraccicorno3, e lui, cor un bacione,
je stampò in bocca le du' labbra finte.
In quer momento arrivò er conte, quello
cór vetro all'occhio; lei tutta smorfiosa
annò pe' daje un bacio scrocchiarello4.
Er conte, alegro, je se buttò in braccio,
baciò la bocca a quela scivolosa5...
e restò co' l'impronta der pajaccio.
1
2
3
4
5
La tedesca.
Scherzare.
S'abbracciarono.
Sonoro.
Smorfiosa.
III
Er sotto-panni? È tutto! Una sciantosa1,
p'avé successo ne le canzonette,
s'arza la vesta, fa le pirolette...
Lei me dirà ch'è troppo scannalosa...
Ma puro 'na signora, quanno sposa
j'espone le mutanne, le carzette,
perfino le camice che se mette...
Bè'? su per giù, nun è la stessa cosa?
Ch'avrebbero da fa'? Sarebbe bella!
Da noi, solo la Sgrulli, ch'è 'n'artista,
porta le veste longhe: solo quella!
S'è onesta? Peggio! Cià le gambe storte:
naturarmente fa la romanzista2
pe' nun portà le vestarelle corte.
1
2
Da «chanteuse».
Canta cioè soltanto le romanze.
IV
A vedella cantà co' quer vestiario
pare la donna più sentimentale...
Ma si sapesse! È 'na zozzona tale!
L'avrebbe da vedé dietro ar sipario!
Jeri, ner liticà co' l'impresario
doppo d'avé cantato l'Ideale1,
fece un rumore co' la bocca... eguale
a un bacio che viè dato a l'incontrario.
A che serve d'avé le labbra belle
e li denti più bianchi de l'avorio,
se poi ce scrocchia certe pappardelle?2
Io nun so come nun se ne vergogna!
Un regazzino d'un educatorio3,
a petto a lei, diventa 'na carogna4.
La popolarissima romanza «Torna, caro ideal» di Francesco Paolo Tosti (Ortona a
Mare 1849 - Roma 1916).
2
Quando poi l'adopera per emettere certi suoni sconci?
3
V. nota 4 a pag. 79.
4
Un principiante, un buono a niente.
1
V
E questa, poi, me la ricorderò
infin che campo. Un giorno un attascè1,
all'ora de le prove, je portò
un ber mazzo de giji e de pansé2.
Lei se n'agnede3 a casa, e azzecchi4 un po'
dove diavolo messe quer bocchè5?
Co' rispetto parlanno, lo posò
drento la cunculina der bidè6.
— Ma come? er fiore de la castità
— je dissi io, perché je do der tu —
lo metti a mollo come er baccalà?
Propio là drento! — Lei rispose: — Sì:
intanto ar giorno d'oggi, su per giù,
tutta la poesia finisce lì.
1
2
3
4
5
6
Un «attaché».
Di gigli e di viole del pensiero (da «pensée»).
Andò.
Indovini.
Mazzo di fiori (da «bouquet»).
La catinella del «bidet».
VI
La madre? È 'na madraccia senza core
che mette a l'asta pubbrica la fìja:
e la spigne, e j'insegna, e la consija
pe' potè speculà sur disonore.
Un giorno l'acchiappò con un signore:
— Ah! — fece lei — me faccio meravija!
L'onore! l'avvenire! la famija!...
Je do querela! Vado dar questore! —
Ma doppo, co' l'ajuto de l'aggente1,
che puro quello è un mezzo rucco-rucco2,
fu combinato reciprocamente.
L'onore? la famija? l'avvenire?...
'Sta birbacciona fece un patto stucco3:
tutto compreso, quattrocento lire.
1
2
3
Dell'agente teatrale.
Mezzano.
Stabilì un prezzo compensativo, un «forfait».
VII
Quella der primo nummero l'ho vista
ch'entrava da Carlotta a via Rasella1;
e, sa, 'na visituccia fatta a quella
pô immagginasse bene in che consista!
'Sta donna, ch'è piuttosto attempatella,
vent'anni fa faceva la corista;
mó affitta: affitta sempre a quarche artista
che j'aricorda un'epoca più bella.
Nun pô sbajà: siccome è assicurata
contro l'incendi, lei vedrà per aria
una placca de latta imbollettata.
Però, co' tutta l'assicurazzione,
co' tutto che c'è scritto la Fondiaria,
ogni tanto j'abbruceno er pajone2.
1
2
Tra le vie delle Quattro Fontane e del Traforo.
Le scroccano l’amore.
VIII
La cantante a dizzione s'è incocciata1
de nun volé cantà cór rifrettore:
lei dice che co' tutto quer chiarore
j'arimane la vista sbarbajata.
Ma invece c'è un motivo più maggiore!
'Na raggione più seria! S'è invecchiata!
Ha voja a mette l'acqua ossiggenata,
ha voja a impiastrucchiasse2 cór colore!
Eppoi la donna è come li cavalli:
l'età je se conosce da li denti:
a quarant'anni so' un pochetto gialli,
poi scuretti, poi neri, e piano piano
j'aritorneno bianchi arilucenti...
a casa d'un dentista americano.
1
2
Ostinata.
Impiastricciarsi.
IX
La vedo spesso quanno che se specchia
ner cammerino prima d'entrà in scena...
Povera donna! quanto me fa pena!
Jeri me disse: — Eh, Cencio mio, s'invecchia...
— Ma come? — dico — avrà trent'anni appena,
e una donna, a trent'anni, nun è vecchia:
nun se metta 'ste purce pe' l'orecchia... —
Dice: — Ma guarda! Paro1 'na balena!
Pur'io so' stata bella! bella assai! —
Dico: — Lo credo. — Dice: — E che cantante!
Eh, Cencio mio, nun me credevo mai
finì la vita in un caffè-concerto,
io, che so' stata amica d'un regnante... —
A chi alludeva? Forse a Carlo Alberto.
1900
1
Sembro.
ER PRINCIPE RIVOLUZZIONARIO
Parla er cammeriere
I
Collarino fa li discorsi, ciacconsento,
è rivoluzzionario e te l'ammetto:
ma quanno che nun parla cambia aspetto,
diventa de tutt'antro sentimento.
È a casa che succede er cambiamento:
povero me, se manco de rispetto!
o se ner daje un fojo nu' lo metto,
come vô lui, ner gabbarè1 d'argento!
T'abbasti questo: quanno va in campagna
a fa' le conferenze ner comizzio
la moje sua la chiama: la compagna.
La compagna? Benissimo: ma allora
perché co' le persone de servizzio
la seguita a chiama: la mia signora?
1
Vassoio, da «cabaret».
II
Perché la sera me se mette in fracche,
eppoi, quanno minchiona er proletario,
s'ammaschera cór solito vestiario
tutto sciupato e pieno de patacche1?
E, a parte er cambiamento de le giacche,
come farà l'anarchico incendiario
lui ch'ar petrojo rivoluzzionario
ha preferito sempre un bon cognacche?
Prèdica tanto bene l'eguaglianza,
ma si sapessi come è disuguale
quanno se tratta de riempì la panza!
Io me n'accorgo quanno magna er pollo:
lui se pappa le cosce, er petto e l'ale,
e a me me resta la carcassa e er collo!
1
Macchie.
III
Se parla presto1 de rivoluzzione,
se dice facirmente: scioperate,
quann'uno cià le cammere montate
co' tanto de tappeti e de portrone!
Ma quanno scoppierà la ribbejone
che faranno sur serio a schioppettate,
scommetto che pe' fa' le bancate
der suo nun je dà manco un credenzone!
Pur'io so' socialista, ma nun vojo
la propaganna rivoluzzionaria
da chi è tranquillo drento ar portafojo!
Da chi consija de mannà per aria
la società borghese cór petrojo
perché s'è assicurato a la Fondiaria!
1
Si fa presto a parlare.
IV
Pe' fa' 'sti fatti nun ce vonno mica
le mano lisce co' l'anelli d'oro,
ma le mano infocate dar lavoro
de la povera gente che fatica;
quele mano che cianno la vescica
pe' fa' un guadagno che nun è mai loro:
ecco chi tajerà la testa ar toro
senza che er mi' padrone je lo dica!
Saranno un giorno queli disgrazziati
che la faranno veramente, stanchi
d'esse rimasti sempre cojonati;
ma no li socialisti in guanti bianchi
che me fanno l'apostoli, invortati
ne le pellicce de tremila franchi!
V
La bona fede der lavoratore
nun va trattata come un giocarello1:
perché lì, dice bene come quello,
quer che ciò su la bocca ciò ner core.
Lo so da me ch'er socialismo è bello:
ma quanno me lo predica er signore
che nun conosce solo che er sudore
de le feste da ballo, me ribbello!
Io, spesso, raggionanno cór padrone,
cerco de dije ch'ha sbajato piano,
ché in questo nun cià troppa vocazzione...
Ma lui s'inquieta, e sai che ce guadagno?
Ch'ogni tanto me dà der ciarlatano,
credenno de parlà con un compagno!
1
Balocco.
PARLA MARIA, LA SERVA...
I
Pe' cento lire ar mese che me dànno
io je lavo, je stiro, je cucino,
e scopo, e spiccio, e sporvero, e strufìno
che quanno ch'è la sera ciò l'affanno.
Poi c'è er pranzo, le feste, er comprianno,
e allora me ce scappa er contentino1
che m'ho da mette puro er zinalino2
p'aprì la porta a quelli che ce vanno!
E avressi da sentì che pretenzione!
Co' 'na libbra de carne, hai da rifrette
che ciò da fa' magnà sette persone!
Sai che dice er portiere? Ch'è un prodiggio!
Perché pe' contentalli tutti e sette
bisogna fa' li giochi de prestiggio!
1
2
Un'aggiunta di fastidio.
Grembiulino.
II
Pe' cacciaje1 un centesimo, so' guai!
Com'è tirata2 lei, se tu la senti!
Dice: — Tre sòrdi un broccolo? Accidenti!
Dodici la vitella? È cara assai! —
Ma l'antro giorno che ce liticai
je l'ho cantata senza comprimenti;
dico: — Che cià in saccoccia? li serpenti?
Gente più pirchia3 nu' l'ho vista mai! —
Lei, dico, m'arifila4 li quatrini
solo sur da magnà, ma spenne e spanne
p'annà vestita in chicchere e piattini:
se mette le camice smerlettate,
s'infila li nastrini a le mutanne
e strilla pe' du' sòrdi de patate!
1
2
3
4
Per averne.
Avara.
Tirchia.
Mi lesina.
III
Tu me dirai: — Va bè', ma che t'importa?
Armeno magni, dormi e stai benone... —
Eh, fija! Si tu stassi in un cantone
diressi che sto bene quarche vorta1!
Dormo in un sottoscala senza porta,
e, quanno ch'è la sera, quer boccone
nemmanco me va giù! Me s'arimpone2!
che voi magnà! Me sento stracca morta!
Questo sarebbe gnente! Cianno un core
che, doppo che me strazzio tutto l'anno,
nun vonno che me metta a fa' l'amore!
Dice: — La serva la volemo onesta... —
Eh già! Pe' cento lire che me dànno!
Povera me! Ce mancherebbe questa!
Se tu mi potessi vedere (essere testimone), mai e poi mai («quarche vorta») diresti
che sto bene.
2
Mi va di traverso.
1
ER FABBRO FERRARO
I
Appena va a bottega scopre er foco,
dà 'na tirata ar mantice e l'attizza;
er foco je sfavilla, scrocchia, schizza,
e er ferro s'ariscalla a poco a poco.
Quann'è rosso lo caccia e, come un coco
ch'aggiusta 'na pietanza, taja, spizza,
l'intorcina1, lo storce, lo riaddrizza,
je dà la forma che je fa più gioco2.
A entrà lì drento, senti un'oppressione;
ma quello, sì! cià preso l'abbitudine,
lavora sempre e canta le canzone.
E le canta co' tanto sentimento
ch'er martello, cór batte su l'incudine,
je fa 'na spece d'accompagnamento.
1
2
L'attorciglia.
Che gli conviene meglio.
II
Per aria1 ce sta un bucio2, e lui da quello
vede 'na loggia che je sta de faccia,
e vede puro quanno ce s'affaccia
un grugno spizzichino e ciumachello3.
Allora pare che je vadi in faccia
tutta quanta la fiara4 der fornello,
allora sente er peso der martello,
nu' ne pô più, je cascheno le braccia!
Lassa perde l'incudine e s'incanta
coll'occhi spalancati su quer bucio...
Poi se dà pace, rilavora e canta:
— Dimme si me vôi bene e si te piacio:
io sto vicino ar foco e nun m'abbrucio,
ma tu m'abbruceressi con un bacio!
1
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4
In alto.
Buco, pertugio.
Un visetto spiritoso e simpatico.
Vampa.
ER PRETE SPRETATO
I
Fino a sei mesi fa, l'avressi detto?
Quanno diceva Messa, ogni parola
pareva che j'uscisse da la gola
piena de divozzione e de rispetto.
Me pare de vedello, in cotta e stola,
quanno cantava: — Dio sia benedetto —
cór collo storto e se sbatteva er petto
davanti a Sant'Ignazzio de Lojola.
Allora predicava come un santo,
pareva che dicesse per davero,
pareva che credesse a tutto quanto;
chi annava a immagginà che ne la mente
je ce covava er libbero pensiero,
o, pe' di' mejo, nun ciaveva gnente?
II
Oggi che s'è spretato, e che rinnega
quello ch'ha predicato insino a jeri,
dichiara de nun crede a li misteri
e che la Chiesa è tutta 'na bottega.
— Li preti — dice — nun so' mai sinceri
la maggior parte magna e se ne frega,
so' tutti d'una razza e d'una lega,
ignoranti, egoisti e puttanieri. —
E, come disse l'antra settimana,
bisogna diffidà de le persone
che vanno cór treppizzi1 e la sottana:
defatti puro lui, ne li comizzi,
pe' faje capì mejo la questione,
ce va co' la sottana e cór treppizzi.
1
Cappello da prete a forma di tricorno.
A GIGGIA
I
Io t'aspettavo sempre sur cancello
de Trinità de Monti1: t'aricordi
che passeggiàmio2 come du' milordi3
sotto a quell'arberoni fatti a ombrello4?
Allora nun annavi cór cappello,
nun portavi la vesta co' li bordi,
lo so, eri guitta5, nun ciavevi sordi,
ma l'onore più è povero più è bello!
Era mejo la vesta de cambricche6,
la polacca7 a righette d'una vorta,
che 'st'abbito de seta così scicche8!
Adesso vai pulita, se capisce:
ma puro la manija d'una porta
a furia d'addopralla se pulisce...
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Sul Pincio.
Passeggiavamo.
Due signori eleganti; da «milord».
Gli alberi pettinati davanti all'ingresso di Villa Medici.
Povera, male in arnese.
Cambrì.
Giubbetto da donna.
Così lussuoso.
II
E mó, co' tutta 'st'aria che te dai,
sai che me pari? Er re sur francobbollo.
Ciai un conte? E quanto dà? Rottadecollo1!
Cinquanta lire ar giorno? E che ce fai?
Giusto jersera, quanno t'incontrai
co' tutte quele penne intorno ar collo,
io dissi: ha spennacchiato quarche pollo...
Er core nun se sbaja: ciazzeccai!
Mó me spiego la voja d'annà in legno2,
l'idea de mette su l'appartamento...
Eh! lo dicevo ch'era un brutto segno!
Quanno una donna cià 'ste pretenzioni,
l'onore, la vergogna, er sentimento
rassegneno le propie dimissioni.
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Imprecazione.
In carrozza.
A NINA
I
Vôi 'na cosa più stupida e più sciocca
de crede veramente che li baci
fra l'ommini e le donne so' capaci
d'attaccacce er bacillo ne la bocca?
Ma se me viè davanti 'na paciocca1
eguale a te, che sai quanto me piaci,
se me va a ciccio2, vôi che nu' la baci?
Cià er bacillo? E va bè'! Tocca a chi tocca.
No, Nina, nun pô sta' che faccia male:
io credo, invece, che ridia la vita...
Dice: — Ma c'è lo sputo... — È naturale:
qualunque donna baci, o bella o brutta,
la bocca resta sempre innummidita...
Solo co' te se resta a bocca asciutta!
1
2
Bella ragazza.
A genio.
II
Un medico ha vorsuto1 fa' un'inchiesta,
e ha visto ar microscopio una signora
che, per avé girato un quarto d'ora,
ciaveva sei bacilli ne la vesta.
Perché una donna, onesta o nun onesta,
scopa la strada co' la coda, e allora
er bacillo se smove, scappa fòra,
s'intrufola2 nell'abbito e ce resta.
Dunque attenta, Ninetta; abbada bene:
se nun t'arzi la vesta te fa danno,
nun guardà a l'onestà, guarda a l'iggene.
Pensa che queli poveri imbecilli
che te vengheno appresso sospiranno
s'empieno li pormoni de bacilli!
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2
Voluto.
Si caccia.
LA FATTUCCHIERA
I
Abbita in Borgo, in un bucetto1 scuro,
pieno de ragni che te fa spavento:
c'è 'na scanzìa, du' sedie, un letto a vento2
e quarche santo appiccicato ar muro.
Tra le pile3 e le carte ce tiè puro
un sacco de barattoli d'inguento,
erbe e noce pijate a Benevento4,
bone pe' fa' qualunquesia5 scongiuro.
Benanche che 'sto sito è così infame6,
in certi giorni c'è de le giornate
ch'è sempre pieno zeppo de madame7.
E ce ne vanno nun se sa se quante!
Tutte signore oneste, maritate,
che vonno8 le notizzie de l'amante.
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Tugurio.
Una branda.
Le pentole.
La classica città del noce e relative streghe.
Qualsiasi.
Miserabile.
Signore; da «madame».
Vogliono.
II
Appena ch'entrai drento, un gatto rosso,
che stava a sgnavolà1 su la scanzìa,
invetri l'occhi drento a quelli mia2,
arzò er groppone e diventò più grosso.
— Parla, — fece la strega — tira via:
t'ha piantato l'amico? Sputa l'osso3.
Vôi scoprì un ladro? Ah, questo qui nun posso:
io fo la strega, mica fo la spia! —
Perché 'sta fattucchiera è un po' curiosa:
se ce vai p'interessi o per amore
lei t'indovina subbito la cosa;
se invece, viceversa, tu ce vai
pe' scoprì un ladro, è peggio der questore:
nun so perché, nun c'indovina mai!
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A miagolare.
Piantò gli occhi, divenuti di un'immobilità vitrea, entro quelli miei.
Di' la ragione per cui sei venuta.
III
Io ce provai. Je dissi: — L'antra sera
hanno arubbato una catena d'oro
a 'na famija a vicolo der Moro1,
la quale stava drento a 'na peschiera2...
— Benone: — disse — e in cammera chi c'era? —
Dico: — Un commennatore amico loro...
Poi venne un capo-mastro a fa' un lavoro...
— E chiaro! — barbottò la fattucchiera —
Senza che cerchi tanto, sposa3 mia,
la robba che te manca l'ha rubbata
er capo-mastro prima d'annà via. —
Defatti fu arestato er muratore...
e la catena d'oro fu trovata
ne le saccocce4 der commennatore.
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Adesso via, in Trastevere.
Un piatto (a forma di peschiera), portagioie.
Si dice a qualsiasi donna della quale s'ignori il nome.
Nelle tasche.
L'OSTESSA AMMOSCIATA1
I
M' hanno propio odorato2, spósa mia!
Puro er pittore ch'abbita qua accosto,
invece de pagamme, m'ha proposto
de pitturamme3 tutta l'osteria.
Dice: — Farò un lavoro a fantasia,
cór uno sfreggio4 che v'allarghi er posto:
una spece d'un angelo anniscosto
ner foco d'un Vessuvio che va via... —
L'ha fatto, sì! ma guarda che lavoro!
Questo è un Vessuvio! Nun te fa l'effetto
che ciabbino tirato un pommidoro?
E questi qua? so' fiori o so' cetroli5?
Guarda quant'è puzzone6 'st'angeletto!
L'ha fatto propio a sconto de facioli7!
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In decadenza.
M'han proprio conosciuta per un'imbecille.
Di dipingermi.
Un fregio.
Cetriuoli.
Deforme.
Dei vili, infimi pasti consumati (fagioli).
II
Ortre a tutte 'ste buggere1, m'amanca
la posta2 più mijore der locale:
er cavajere: è annato a finì male,
sta drento3 pe' l'affare de la banca.
Puro quer vecchio co' la barba bianca,
che me pagava sempre puntuale,
un giorno m'è cascato pe' le scale
e j'è venuto un femore a la cianca4.
E er deputato? Te ricorderai:
me speruccava5 tutta la bottega,
magnava bene e ce scajavo6 assai...
Ma puro in quello poco più ce spero,
che, adesso ch'è ministro, se ne frega!
Indove vôi che magni? Ar ministero!
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A tutti questi guai.
L'avventore abituale.
Sta in carcere.
Un flemmone alla gamba.
Mi piluccava.
Ci guadagnavo.
VARÎ
IN PIZZO AR1 TETTO
In cima in cima ar tetto, indove vanno
a facce er nido tante rondinelle,
ce so' du' finestrelle, tutto l'anno
incorniciate da le campanelle2.
In mezzo a ognuna de 'ste finestrelle,
tra li vasi de fiori che ce stanno,
c'è 'na furcina3 co' le cordicelle
dove c'è sempre steso quarche panno.
Prima, da 'ste finestre sott'ar tetto,
Nina cantava: Me so' innammorata...
mentre stenneva quarche fazzoletto.
Ma mó ha cambiato musica e parole;
adesso canta: Ah, tu che m'hai lassata!...
E stenne fasciatori4 e bavarole5.
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Sull'orlo del.
Campanule (fiori).
Una forcella.
Fasce da bambino.
Bavaglini.
A CHI TANTO E A CHI GNENTE!
Da quanno che dà segni de pazzia,
povero Meo! fa pena! È diventato
pallido, secco secco, allampanato,
robba che se lo vedi scappi via!
Er dottore m'ha detto: — È 'na mania
che nun se pô guarì: lui s'è affissato1
d'esse un poeta, d'esse un letterato,
ch'è la cosa più peggio che ce sia! —
Dice ch'er gran talento è stato quello
che j'ha scombussolato un po' la mente
pe' via de lo sviluppo der cervello...
Povero Meo! Se invece d'esse matto
fosse rimasto scemo solamente,
chi sa che nome se sarebbe fatto!
1
Messo in testa.
LI BONI CONSIJI DE LA SERVETTA
Je vô bene... eh, lo so, signora mia,
ma per lo meno sarvi l'apparenza
e aggisca co' un tantino de prudenza
per impedì che faccino la spia.
Se vô l'appuntamento, je lo dia,
se vô scrive le lettere, pazzienza:
ma fasse vede assieme, è un'imprudenza!
La cammeretta ar Corso1 è 'na pazzia!
Qua, a casa sua, sarebbe un antr'affare:
se chiude drento e, senza dà' sospetto,
se pô fa' spupazzà2 quanto je pare.
In certi casi, la reputazzione
mica se perde quanno se va a letto:
se perde quanno s'entra in un portone.
1
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L'antica via del Corso, da Porta del Popolo a piazza Venezia.
Propriamente: trastullare un bambino perché stia quieto.
LA POLITICA
Ner modo de pensa c'è un gran divario:
mi' padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch'è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch'è repubbricano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti principî benedetti:
chi vô1 qua, chi vô là... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
1915
1
Chi vuole.
LA SETTIMANA DER LAVORATORE
Er lunedì piantassimo1 er servizzio
perché ce venne l'ordine da fôri,
er martedì sospesi li lavori,
er mercordì fu chiuso l'esercizzio.
Giovedì scioperai co' li sartori
perché mi' moje sta ner sodalizzio,
e venerdì che fecero er comizzio
fui solidale co' li scopatori.
Sabbato s'aspettò la decisione
con una bicchierata socialista
a li compagni de la Commissione;
e intanto fu firmata una protesta
contro la borghesia capitalista
che ce fa lavorà puro la festa!
1914
1
Lasciammo.
LO SCIOPERO
Fu er presidente de la Lega mia,
ch'era avvocato de li scioperanti,
fu propio lui che disse: — Avanti! Avanti!
Scendemo in piazza! Evviva l'anarchia! —
A 'ste parole qui, per quanto sia1,
ce s'infocò la testa a tutti quanti:
ma sur più bello ce sbucò davanti
uno squadrone de cavalleria.
Se la sommossa rivoluzzionaria
quer giorno nun pijò 'na brutta piega
fu per via che sparaveno per aria;
ma per un pelo un córpo de moschetto
ciammazza er presidente de la Lega
che s'era riparato in cima a un tetto!
1
Come avviene.
UNO SBAJO
Senteme questa se nun è carina:
Checco er portiere, ch'era condannato
a sette mesi per avé rubbato,
pensò de fa' un'istanza a la Reggina.
Doppo tre o quattro giorni, una matina
j'ariva un anveloppe1 siggillato:
l'apre, lo legge... e sai che cià trovato
scritto drento a la lettera?... Indovina!
O sia che c'è 'no sbajo ner cognome,
o sia che pe' risponne troppo presto
j'hanno fatto un impiccio, o nun so come,
er fatto sta che er povero portiere,
invece de la grazzia che j'ha chiesto,
è stato nominato cavajere!
1
Una busta, da «enveloppe».
LA STATISTICA
Sai ched'è1 la statistica? È 'na cosa
che serve pe' fa' un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pe' me la statistica curiosa
è dove c'entra la percentuale,
pe' via che, lì, la media è sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perché c'è un antro che ne magna due.
1
Che cos'è.
ER BATTESIMO CIVILE
Pe' nun faje er battesimo davero,
ho battezzato la pupetta mia
cór vino de Frascati all'osteria,
davanti a 'no stennardo rosso e nero.
Zi' Pippo, l'oste, come un prete vero,
pijò la pupa, la chiamò Anarchia,
e biastimò la Vergine Maria
per un riguardo ar libbero pensiero;
doppo du' o tre bevute, er comparetto,
a cavallo a 'na botte de Frascati,
ce fece un... verso1 e recitò un sonetto;
mentre la pupa, ner vedé 'ste scene,
pareva che guardasse l'invitati
come pe' dije: — Cominciamo bene!
1912
1
Un suono sconcio.
MOMENTI SCEMI
Le lettere ch'ha scritto Rosa mia
l'avrebbe d'abbrucia1, ma nun ciò core2:
le tengo chiuse drento a un tiratore3
framezzo a li mazzetti de gaggia.
Fa tanto bene a ripensà a l'amore
ne li momenti de malinconia:
provi una spece de nun so che sia,
come un piacere de sentì dolore.
Ched'è?4 da che dipenne? Nun saprei:
ma so che 'st'impressione io me la sento
se rileggo le lettere de lei.
Se tu vedessi quante ce ne stanno!
Me n'avrà scritte armeno un quattrocento...
perché m'ha cojonato più d'un anno!
1
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4
Le dovrei bruciare.
Non ho il coraggio di farlo.
Un cassetto.
Che cos'è?
LA SERVA SEDOTTA
Io, prima, je lo dissi co' le bone:
— Me compatisca, signorina mia,
ho scivolato1: è stata una pazzia
ch'ho fatto in d'un momento de passione. —
Dice: — Nun vojo tante spiegazzione:
fate er vostro bavulle2 e annate via.
Questa nun è passione: è porcheria
dove nun c'entra gnente l'affezzione. —
Allora m'inquietai. Dico: — Ma lei
come le chiama... quelle... pe' capisse...
che fa ar Corso Vittorio3, centosei? —
A 'ste parole mie fu un incantesimo;
me perdonò, nun solo, ma me disse:
— S'è femminuccia la terrò a battesimo.
Ho commesso un fallo.
Baule.
3
Il corso Vittorio Emanuele II, da piazza del Gesù al ponte che s'intitola allo stesso
re.
1
2
L'ANTIQUARIO
Come, madama? Un puro quattrocento,
un ber cesello, un ermo d'un gueriero,
pe' trentacinque franchi? Ah, no davero!
Manco se fosse un cuccomo1 d'argento!
Se lei me se pijasse er paravento
potrebbe fa' lo scalo sur cimiero,
così quer che guadambio2 ne l'Impero
ce lo rimetto3 sul Rinascimento.
E 'sto sofà barocco je finisce?4
Guardi che dorature! Che broccato!
C'è quarche macchia? Embè, s'aripulisce.
Eppoi so' macchie antiche: è più stimato!
So' patacche5 dell'epoca, capisce?
Puzzonate der secolo passato!
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Bricco.
Guadagno.
Lo perdo.
Le piace?
Macchie.
LI SCRUPOLI DE LA CAMMERIERA
È carità pelosa1 e tant'abbasta:
ma in quela festa de beneficenza
ch'ha dato l'antra sera su' Eccellenza,
ner vede le signore, io so' rimasta2!
Faceveno pagà la confidenza:
una, presempio, mozzicò3 una pasta
e el rimanente lo vendette all'asta
pe' quattordici lire. Eh? che schifenza?!
Madama Sambucè, che stava ar banco,
se 'metteva li sigheri qua drento
e doppo li vendeva per un franco!
La baronessa poi la fece grossa:
annò cór duca dietro ar paravento...
a beneficio de la Croce Rossa!
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Interessata.
Sottinteso: di stucco.
Morse.
L'INGIUSTIZZIE DER MONNO
Canalino che senti di' «cleptomania»
è segno ch'è un signore ch'ha rubbato:
er ladro ricco è sempre un ammalato
e er furto che commette è una pazzia.
Ma se domani è un povero affamato
che rubba una pagnotta e scappa via
pe' lui nun c'è nessuna malatia
che j'impedisca d'esse condannato!
Così va er monno! L'antra settimana
che Teta se n'agnede cór sartore1
tutta la gente disse: — È una puttana. —
Ma la duchessa, che scappò in America
cór cammeriere de l'ambasciatore,
— Povera donna! — dissero — È un'isterica!...
1
Fuggì col sarto.
LI BISOGNI DE LA GIUSTIZZIA
Ah, certo, l'avvocato difensore
me fece una difesa commovente!
— Voi — disse — condannate un innocente!
Pietro Palletti è un giovane d'onore! —
Ma sì! Perdeva er tempo inutirmente:
quer possin'ammazzallo1 der pretore
seguitava a parlà con un signore
che manco la vergogna de la gente!
E sapete chi era? Lo strozzino
che je sconta l'effetti: tant'è vero
che je messe un pappié2 sur tavolino;
lui l'infilò ner Codice Penale
eppoi me condannò soprapensiero
propio a tre mesi come la cambiale!
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Maledetto (che lo possano ammazzare).
Una carta, da «papier».
L'ONESTÀ DE MI' NONNA
Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po' se troveno l'amante...
Lei, in cinquantanni, nu' l'ha mai tradito!
Dice che un giorno un vecchio impreciuttito1
che je voleva fa' lo spasimante
je disse: — V'arigalo 'sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. —
Un'antra, ar posto suo, come succede,
j'avrebbe detto subbito: — So' pronta. —
Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede2;
anzi je disse: — Stattene lontano... —
Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta,
ancora ce se mozzica3 le mano4!
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Ripicchiato.
Non vi andò.
Si morde.
Perché si pente.
ER TEPPISTA
Credi ch'io sia monarchico? Pe' gnente1:
che me ne frega? E manco socialista!
Repubbricano? Affatto! Io so' teppista
e, pe' de più, teppista intransiggente!
Ciancico2, sfrutto, faccio er propotente
cór proletario e cór capitalista,
caccio er cortello, meno a l'imprevista3,
magno e nun pago e provoco la gente.
Se me capita, sfascio4: e sputo in faccia
a le donne, a li preti, a li sordati...
Ma nun me crede poi tanto bojaccia:
che so' più onesto, quanno semo ar dunque,
de tutti 'sti teppisti ariparati
de dietro a 'na politica qualunque!
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Nient'affatto.
Mi faccio" mantenere dalle donne.
All'improvviso.
Rubo con effrazione.
ONORE AR MERITO
Checchina ch'ha sposato er muratore,
co' tutto che1 sia giovene e sia bella,
seguita a fa' la serva e s'aranchella2
piuttosto che casca ner disonore:
invece Mariettina, la sorella
che un anno fa ciaveva3 er senatore,
adesso sta a Pariggi e fa furore,
cià li quatrini e marcia in carettella4.
Tu me dirai: — Va bè', ma mentre questa
se mette assieme li pappié5 da mille,
povera Checca se conserva onesta... —
In fonno nun hai torto: ma la gente
seguita a di' che Checca è un'imbecille
e che Manetta è stata inteliggente.
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Benché.
S'ingegna.
Aveva per amante.
In carrozza.
I biglietti, da «papier».
II
Invece de chiamasse Mariettina
se fa chiama Musetta, e j'hanno fatto
puro le cartoline cór ritratto
ch'avressi da vedé quant'è carina!
L'istessa madre sua, che doppo er fitto
la trattò da puzzona e d'assassina,
ner rivedella su la cartolina
se la guardò coll'occhio soddisfatto.
Anzi, dice che disse a la sartora1:
— Nun me sta bene a me ché je so' madre,
ma adesso fa fichetto2 a una signora!
Eh! sposa3 mia! Se stasse in un cantone4
quela benedett'anima der padre!
Povero vecchio! Che soddisfazzione!...
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Alla sarta.
Può dar dei punti.
Si dice a qualsiasi donna.
Se potesse vederla.
L'ASSASSINO MODERNO
I
Eccome qua da lei, sor delegato:
vengo per l'omicidio ch'è successo.
Io so' Pasquale Teppi: lo confesso,
so' stato propio io che l'ho ammazzato.
Me so' costituito solo adesso
pe' via che jeri m'hanno intervistato,
e avevo da parlà co' l'avvocato
pe' famme la difesa ner processo.
Ho scritto la rettifica ar giornale:
mó sto tranquillo... Eppoi legga l'articolo
quarantasei der Codice Penale:
lo vede? È chiaro! Data la questione,
me posso mette, se nun c'è pericolo,
completamente a sua disposizzione.
II
Qual'è stato er movente der delitto?
Come sarebbe a di'? quale movente?
Io, pe' me tanto, nun movevo gnente
se l'ammazzato fosse stato zitto.
Domani, ne la lettera ch'ho scritto,
je spiego l'omicidio chiaramente,
e lei ch'è una persona inteliggente
dirà se stavo o no ner mio diritto.
Perfino l'avvocato me consija
de confessà sinceramente er fatto
perché me sarva un vizzio de famija:
nonno beveva, nonna più de lui,
mi' padre, poveretto, è morto matto,
mi' madre era epilettica: per cui...
III
Co' questo sto a cavallo, è indubbitabbile;
più c'è un perito de frenologgia
ch'ha già trovato su la faccia mia
li segni d'un carattere eccitabbile.
Perché ciò l'osso in fòra, l'occhio stabbile,
la fronte bassa che me scappa via...
Tutto un assieme de fisonomia
che c'è nell'omo semi-responsabbile.
cór una prova in mano come questa
dimostro che so' nato delinquente
pe' la conformazzione de la testa:
e s'ho mannato un omo all'antro monno
la corpa è tutta quanta dipennente
da quele sborgne che pijava nonno.
1909
LI BONI POSTI
I
Era un ber pezzo che je stava appresso,
poi, furbo, cià mannato la sorella:
subbito su' Eccellenza, ner vedella,
ha firmato er decreto e ce l'ha messo.
Se tu vôi avé l'impiego fa' lo stesso,
Checco, da' retta a me, mannece a quella
senza er canale1 d'una donna bella
resterai sempre a spasso come adesso.
Nun c'è decoro? Che minchioneria!
Ma, scusa, quanno dichi l'orazzione
co' che cominci? Co' l'Avemmaria;
a chi t'ariccommanni? A la Madonna:
dunque perfino ne la religgione
bisogna avé l'appoggio de la donna!
1
Il tramite.
II
Quanno c'è la donnetta che lavora
va tutto a vele gonfie ch'è un piacere:
er sor Angelo, infatti, è cavajere,
ma a chi lo deve? Tutto a la signora.
Perché er ministro che ce stava allora
annava a casa sua tutte le sere...
Eh, se lui nun cascava dar potere,
che sarebbe er sor Angelo a quest'ora!
Ma lei nun se scoraggia e j'ha promesso
de faje cresce l'onorificenza
sotto ar ministro ch'hanno fatto adesso:
defatti già comincia a strofinasse...
Però resta a vedé se a su' Eccellenza
je vanno a genio le signore grasse.
LA NOMINA DER CAVAJERE
I
Prima
Me faccia dà' 'sta croce! È da l'antr'anno
che ciò provato in tutte le maniere:
invece l'hanno data ar pasticcere,
e a me, nun so perché, nun me la dànno!
Se n'incarichi lei, faccia er piacere;
nun ciò benemerenze? Eh, va cercanno!1
Oggiggiorno li meriti che fanno
per uno che dev'esse cavajere?
Quarche benemerenza nazzionale
ce l'ho, pe' via, ch'assieme a mi' fratello,
venno le caciottelle ar Quirinale.
E pe' de più ciò puro mi' cuggina
ch'è fija de la socera de quello
ch'accommoda le scarpe a la Reggina.
1
Di che ti preoccupi!
II
Doppo
Che cavajere e che cavajerato!
Ma chiameme Giggetto, tira via!
Me cianno fatto, ma pe' parte mia
io nun ce n'ho né corpa né peccato.
Fra l'antre cose, m'hanno nominato
de moto-propio der sovrano: ossia
è quanno ar Re je viè la fantasia
senza che l'antri ciabbino pensato.
Parlanno cór ministro j'avrà chiesto:
— Conosce Giggi Trappola er caciaro?
È un bravo negozziante, è un omo onesto...
E forse, ripensanno a le caciotte,
ha preso carta, penna e callamaro,
m'ha fatto cavajere e bona notte.
LI FRAMMASSONI DE JERI
I
Che credi tu? Ch'a le rivoluzzioni
fussero carbonari per davero,
cór sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che! È lo stesso de li frammassoni.
So' muratori, sì, ma mica è vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so' muratori d'opinioni,
cianno la puzzolana1 ner pensiero.
Tutta la mano d'opera se basa
ner demolì li preti, cór proggetto
de fabbricaje sopra un'antra casa.
Pe' questo so' chiamati muratori
e er loro Dio lo chiameno Architetto...
Ma poco più j'assiste a li lavori!
1
La pozzolana
II
E siccome er Dio loro è libberale,
ma gira gira è sempre er Padreterno,
ne viè ch'er frammassone va ar governo,
ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l'ambizzioncella personale
je strozza spesso er sentimento interno:
è un modo de pensà tutto moderno
e in questo nun ce trovo 'sto gran male.
Se er frammassone cià li tre puntini1,
er prete cià er treppizzi2, e m'hai da ammette
che armeno in questo qui je s'avvicini;
vedrai che troveranno la maniera
de sarvà capra e cavoli cór mette
un puntino per pizzo e... bona sera!
1912
1
2
Che, disposti a piramide, seguono molte parole e sigle del linguaggio massonico.
Cappello da prete a forma di tricorno.
LI BURATTINI
I
Guarda li burattini su la scena
co' che importanza pijeno la cosa:
guarda er gueriero ch'aria contegnosa,
come se sbatte bene, come mena!
Vince tutti! È terribbile! Ma appena
la mano che lo môve se riposa,
l'eroe s'incanta e resta in una posa
che spesso te fa ride o te fa pena.
Lo stesso è l'omo. L'omo è un burattino
che fa la parte sua fino ar momento
ch'è mosso da la mano der destino;
ma ammalappena ch'er1 burattinaro
se stufa de tenello in movimento,
bona notte, Gesù, ché l'ojo è caro2!
Non appena il.
Finisce la commedia: dalla frase attribuita ad uno scaccino assai economo nell'atto
di spegnere la lampada della chiesa.
1
2
II
Li burattini, doppo lavorato,
finischeno ammucchiati in un cantone,
tutti in un mazzo, senza fa' questione
sopra la parte ch'hanno recitato.
Così ritrovi er boja abbracciato1
ar prete che je dà l'assoluzzione,
mentre l'eroe rimane a pennolone2
vicino a li nemmichi ch'ha ammazzato.
È solo lì ch'esiste un'uguaglianza
che t'avvicina er povero pupazzo
ar burattino che se dà importanza:
e, unito ner medesimo pensiero,
pare che puro er Re, framezzo ar mazzo,
diventi democratico davero!
1
2
Abbracciato.
Penzolone.
LE FAVOLE
1922
FAVOLE RIMODERNATE
LA CECALA D'OGGI
Una Cecala, che pijava er fresco
all'ombra der grispigno1 e de l'ortica,
pe' da' la cojonella2 a 'na Formica
cantò 'sto ritornello romanesco:
— Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
— Eh! da qui ar bel vedé ce corre poco:
— rispose la Formica —
nun t'hai da crede mica
ch'er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verrà la tramontana:
commare, stacce attenta... —
Quanno venne l'inverno
la Formica se chiuse ne la tana;
ma, ner sentì che la Cecala amica
seguitava a cantà tutta contenta,
uscì fòra e je disse: — Ancora canti?
ancora nu' la pianti?
— Io? — fece la Cecala — manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
mó ciò l'amante: me mantiè quer Grillo
che 'sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l'onestà? Quanto sei cicia!3
M'aricordo mi' nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n'ha due? Chi se la leva.
1
2
3
Cicerbita, specie d'insalata.
Per canzonare, dar la baia.
Di poco spirito.
L'ACQUA, ER FOCO E L'ONORE
L'Acqua, er Foco e l'Onore
fecero er patto d'esse sempre amichi,
vicini ne la gioja e ner dolore
come s'usava ne li tempi antichi.
— Io ce sto: — disse l'Acqua — ma che famo
se quarchiduno de noi tre se perde?
Ce vonno li segnali de richiamo.
A me, me troverete ne li prati
pieni de verde e in più d'un'osteria
che vende er «vero vino de Frascati1».
— Correte dove vanno li pompieri.
— je disse er Foco — Quella è casa mia. —
L'Onore chiese: — E a me chi m'aripija?
In società ce capito de rado;
pe' li caffè, lo stesso. Ormai nun vado
nemmanco ne le feste de famija.
È passata quell'epoca! D'altronne
me so' invecchiato e poco più m'impiccio
d'affari, de politica e de donne.
Ho inteso a di' che spesso
li mariti d'adesso
ammazzeno la moje a nome mio;
nun ve fate confonne: nun so' io!
E state attent'a quelli
che fanno li duelli...
— Oh! sai che nova c'è? — je disse er Foco —
Ner caso che te perdi, fa' un segnale:
se poi nun te trovamo è tale e quale,
ché in fin de conti servi a tanto poco!
1
Insegna molto frequente ma non sempre veridica.
ER PORCO E ER SOMARO
Una matina un povero Somaro,
ner vede un Porco amico annà ar macello,
sbottò in un pianto e disse: — Addio, fratello:
nun se vedremo più, nun c'è riparo!
— Bisogna esse filosofo, bisogna:
— je disse er Porco — via, nun fa' lo scemo,
che forse un giorno se ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna!
ER SORCIO LOMBETTO1
Un Sorcio bianco, pieno de coraggio,
stava studianno er modo
d'entrà ne la bottega d'un caciaro
pe' fasse una magnata de formaggio;
e siccome era secco come un chiodo
nu' j'ariuscì dificile er passaggio.
Smerlettò lo stracchino,
fece 'na grotta ar cacio pecorino,
allargò li bucetti2 a la groviera...
De tutto quer che c'era
vorse sentì er sapore:
s'ingozzò come un lupo, come un porco,
insomma fece un pranzo da signore.
Ècchete che la sera,
doppo d'avé magnato e rimagnato,
er Sorcio pensò bene de squajasse3
da l'istessa fessura ch'era entrato.
Ma aveva voja a spigne e a intrufolasse:
ce capeva la testa, ammalappena.
— Mó sconterai la pena
d'avé fatto un'azzione disonesta.
— je disse un Sorcio, antico4 der locale —
Se voi riuscì de qui, caro collega,
bisogna che diventi come jeri,
secco, affamato, debbole com'eri
quanno ch'entrassi drento 'sta bottega...
— E allora — disse er Sorcio — nun me mòvo:
mica so' scemo! Già che me ce trovo
seguito a magnà qui: chi se ne frega?
1
2
3
4
Ladruncolo.
Buchetti.
D'andarsene.
Frequentatore abituale.
ER SOLE E ER VENTO
Un giorno er Sole e er Vento
fecero la scommessa
a chi arzava la vesta a 'na regazza
che, propio in quer momento,
traversava 'na piazza.
— Io — disse er Sole — posso sta' tranquillo:
se per arzà la vesta
puro a 'na donna onesta
basta 'na purce o un grillo, è affare mio:
me la lavoro io! —
Ce provò du' o tre vorte: inutirmente;
la regazza faceva quarche strillo,
zompava1 un po', ma nun s'arzava gnente.
Tutto contento, er Vento,
prima de fa' la prova,
entrò in un Banco e fece volà via
una carta da cento.
Poi cominciò cór fischio da lontano,
e piano piano je se fece addosso;
ma la regazza, arinnicchiata ar muro,
s'areggeva la vesta co' le mano
e strigneva le gambe a più nun posso.
Però, quanno s'accorse der bjietto
che je volava propio su la testa,
agnede2 p'acchiappallo, arzò le braccia...
Allora er Vento la pijò de faccia,
se fece sotto e j'arzò su la vesta.
— Vedi e — dice — nun è che a noi ciamanchi
la forza a fa' li fochi o a fa' li venti:
è ch'oggiggiorno, in cert'esperimenti,
ce vonno li pappié3 da cento franchi!
1
2
3
Saltava.
Andò.
I biglietti; da «papier».
ER SORCIO DE CITTÀ E ER SORCIO DE CAMPAGNA
Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
— Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
— je disse er Sorcio ricco — Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! —
L'istessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde 'na trappola anniscosta;
— Collega, — disse — cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi...?
— Macché, nun c'è paura:
— j'arispose l'amico — qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi1:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!
1
Gli sciocchi.
ER FUMO E LA NUVOLA
Un Fumo nero nero e fitto fitto,
ch'esciva da la cappa d'un cammino,
annava dritto, a sbuffi, verso er celo.
Tanto che per un pelo
sbatteva in una Nuvola abbottata;
una Nuvola bianca ch'era stata
assieme a le compagne
a fa' 'na pioggia de beneficenza
pe' tutte le campagne.
— Perché te metti su la strada mia?
— je disse er Fumo — Levete davanti!
Io so' fijo der Foco! Passa via!
— Sai, nun m'incanti1! —j'arispose lei —
Fai male a di' 'ste cose propio a noi:
nun te fa'2 der paese che nun sei!
Conosco tanta gente
che se dà 'st'arie e poi
l'acchiappi, strigni, guardi, e nun c'è gnente...
Datte puro 'sto fumo, ma fai male
a racconta che venghi su dar foco:
perché tu sai benissimo ch'è un coco
che còce una braciola de majale.
1
2
Non mi inganni, non me la fai.
Non ti fingere.
L'ELEZZIONE DER PRESIDENTE
Un giorno tutti quanti l'animali
sottomessi ar lavoro
decisero d'elegge un Presidente
che je guardasse l'interessi loro.
C'era la Società de li Majali,
la Società der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipennente
fra li Somari residenti a Roma;
eppoi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini...
Tutti pijorno parte a l'adunanza.
Un Somarello, che pe' l'ambizzione
de fasse elegge s'era messo addosso
la pelle d'un leone,
disse: — Bestie elettore, io so' commosso:
la civirtà, la libbertà, er progresso...
ecco er vero programma che ciò io,
ch'è l'istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. —
Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s'accorse de lo sbajo
d'avé pijato un ciuccio p'un leone!
— Miffarolo1! — Imbrojone! — Buvattaro2!
— Ho pijato possesso:
— disse allora er Somaro — e nu' la pianto3
nemmanco se morite d'accidente.
Peggio pe' voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!
1
2
3
Bugiardo.
Chi inventa o spaccia fandonie.
Non smetto.
FAVOLE MODERNE
LA RANOCCHIA AMBIZZIOSA
Una Ranocchia aveva visto un Bove.
— Oh! — dice — quant'è grosso! quant'è bello!
S'io potesse gonfiamme come quello
me farebbe un bel largo in società...
Je la farò? chissà?
Basta... ce proverò. —
Sortì dar fosso e, a furia de fatica,
s'empì de vento come 'na vescica,
finché nun s'abbottò discretamente;
ma, ammalappena je rivenne in mente
quela ranocchia antica
che volle fa' lo stesso e ce schiattò,
disse: — Nun è possibbile ch'io possa
diventà come lui: ma che me frega?
A me m'abbasta d'esse la più grossa
fra tutte le ranocchie de la Lega...
EL LEONE RICONOSCENTE
Ner deserto dell'Africa, un Leone
che j'era entrato un ago drento ar piede,
chiamò un Tenente pe' l'operazzione.
— Bravo! —je disse doppo — Io t'aringrazzio:
vedrai che te sarò riconoscente
d'avemme libberato da 'sto strazzio;
qual'è er pensiere tuo? d'esse promosso?
Embè, s'io posso te darò 'na mano... —
E in quela notte istessa
mantenne la promessa
più mejo d'un cristiano;
ritornò dar Tenente e disse: — Amico,
la promozzione è certa, e te lo dico
perché me so' magnato er Capitano.
ER PORCO
Un vecchio Porco disse a certe Vacche:
— La vojo fa' finita
de fa' 'sta porca vita.
Me vojo mette er fracche,
le scarpe co' lo scrocchio,
un fiore, un vetro all'occhio,
e annammene in città,
indove c'è la gente più pulita
che bazzica la bona società. —
Fu un detto e un fatto, e quela sera istessa
agnede1 a pijà er tè da 'na contessa:
s'intrufolò framezzo a le signore,
disse quarche parola de francese,
sonò, cantò, ballò, fece l'amore.
Ma doppo du' o tre giorni
er vecchio Porco ritornò ar paese.
— Che? — fecero le Vacche — già ritorni?
Dunque la società poco te piace...
— No, — disse er Porco — so' minchionerie!2
Io ce starebbe bene, me dispiace
che ce se fanno troppe porcherie...
1
2
Andò.
Tutt'altro! (Sarebbe una minchioneria dire che non mi piace).
ER BUFFONE
Anticamente, quanno li regnanti
ciaveveno er Buffone incaricato
de falli ride — come adesso cianno
li ministri de Stato,
che li fanno sta' seri, che li fanno —
puro el Leone, Re de la Foresta,
se mésse in testa de volé er Buffone.
Tutte le bestie agnedero1 ar concorso:
l'Orso je fece un ballo,
er Pappagallo spiferò un discorso,
e la Scimmia, la Pecora, er Cavallo...
Ogni animale, insomma, je faceva
tutto quer che poteva
pe' fallo ride e guadambiasse2 er posto;
però el Leone, tosto,
restava indiferente: nu' rideva.
Finché, scocciato, disse chiaramente:
— Lassamo annà: nun è pe' cattiveria,
ma l'omo solo è bono a fa' er buffone:
nojantri nun ciavemo vocazzione,
nojantri semo gente troppo seria!
1
2
Andarono.
Guadagnarsi.
LA CACCIA A LA VORPE
— Ma perché scappi via?
— disse un Toro a la Vorpe — Indove vai? —
La Vorpe j'arispose: — Nu' lo sai
che ciò de dietro l'aristocrazzia?
Nun sai che 'sta canaja,
ch'ogni tanto se dà l'appuntamento,
me viè appresso, m'acchiappa e poi me taja
la capoccia1 e la coda?
Guarda che bella moda!
che ber divertimento!
— Ma — fece er Toro —avressi da capilla
che a quelli je diverti perché scappi.
Se nun vôi che 'sta gente
propotente t'acchiappi,
nun te move, nun corre, sta' tranquilla. —
Ner mejo che parlaveno fra loro,
viddero un cavajere in fracche rosso
che invece de sartà 'na staccionata
fece un capolitombolo in un fosso.
La Vorpe disse piano:
— Accidenti! che straccio de cascata!
Dev'esse quarche principe romano!
1
La testa.
LA VIOLETTA E LA FARFALLA
Una vorta, 'na Farfalla
mezza nera e mezza gialla,
se posò su la Viola
senza manco salutalla,
senza dije 'na parola.
La Viola, dispiacente
d'esse tanto trascurata,
je lo disse chiaramente:
— Quanto sei maleducata!
M'hai pijato gnente gnente
per un piede1 d'insalata?
Io so' er fiore più grazzioso,
più odoroso de 'sto monno,
so' ciumaca2 e nun ce poso,
so' carina e m'annisconno.
Nun m'importa de 'sta accanto
a l'ortica e a la cicoria:
nun me preme3, io nun ciò boria:
so' modesta e me ne vanto!
Se so' fresca, per un sòrdo
vado in mano a le signore;
appassita, so' un ricordo;
secca, curo er raffreddore...
Prima o poi so' sempre quella,
sempre bella, sempre bona:
piacio all'ommini e a le donne,
a qualunque sia persona.
Tu, d'artronne, sei 'na bestia,
nun capischi certe cose... —
La Farfalla j'arispose:
— Accidenti, che modestia!
1
2
3
Cesto.
Avvenente.
Non m'interessa.
ER BIJETTO DA CENTO LIRE
Un Bijetto da Cento
diceva: — È più d'un mese
che giro 'sto paese,
sempre in funzione, sempre in movimento!
Comincianno da un vecchio, che una notte
me diede a 'na coccotte,
so' capitato in mano a un farmacista,
a un avvocato, a un giudice, a un fornaro,
a un prete e a un socialista.
Capisco ch'è 'na gran soddisfazione
d'annà in saccoccia a tutti: ommini e donne,
onesti e farabbutti; ma d'artronne
trovo curioso che l'istesso fojo,
che j'ha servito a fa' 'na bona azzione,
poi serva a fa' un imbrojo!
Mó, da quattr'ora, sto ner portafojo
d'una signora onesta:
ma indove finirò doppo de questa?
Chi lo sa? chi lo sa? Chi me possiede
me conserva, me stima,
me tiè da conto assai, ma nun me chiede
quer che facevo co' chi stavo prima.
E questo è naturale, capirai:
quanno se tratta de pijà quatrini
la provenienza nun se guarda mai!
ER PIPISTRELLO
La Lodola e er Fringuello,
ner vede un Pipistrello
più nero de l'inchiostro,
dissero: — Uh Dio che mostro!
Nun pare manco vero
che sia fratello nostro!
È brutto, sbrozzoloso1,
cià l'ale come er diavolo...
— Nun me n'importa un cavolo!
— rispose er Pipistrello —
Lo so che so' cattivo,
lo so che nun so' bello:
ma, manco a dillo, vivo
libbero e più tranquillo
de qualunqu'artro ucello.
Io, come le coccotte,
nun sórto che la notte:
fo er solito giretto
verso l'avemmaria,
m'acchiappo quarche grillo,
m'intrufolo ner tetto,
magno, risòrto2 e via:
ecco la vita mia!
È mejo che nun ciabbia
er canto der Fringuello
che poi finisce in gabbia.
Dite: che ce guadagna
la Lodola minchiona
d'avé la carne bona?
Che l'omo se la magna.
Guardate un po' l'Ucello
de Paradiso? Quello
s'è fatto un certo nome:
ma voi sapete come
finisce malamente
cucito sur cappello!
Dunque co' che coraggio
volete ch'io sia bello?
Li preggi spesso fanno
1
2
Bitorzoluto.
Torno ad uscire.
più danno che vantaggio.
No, no: nun me ne curo...
È mejo a sta' anniscosto!
È mejo a sta' a l'oscuro!
LI CAPPELLI
Doppo una lontananza de quattr'anni,
li du' Cappelli s'ereno incontrati
vicino su lo stesso attaccapanni.
Come succede, vennero in discorso
de quanno figuraveno in vetrina
d'un cappellaro ar Corso1.
— Eh! — dice — er caso, quante ne combina!
Chi avrebbe immagginato, doppo tanto,
de ritrovasse accanto?
Tu co' chi stai? — Co' Giggi er mozzorecchio2.
E te? — Co' Totarello lo spezziale.
Come me trovi? — Sempre tale e quale:
fresco, pulito, bello... Un vero specchio.
Invece guarda a me, come so' vecchio:
brutto, sciupato... So' ridotto male!
Forse dipennerà ch'er mi' padrone
conosce tutti e, senza fa' eccezzione,
nun sta un minuto cór cappello in testa...
— Apposta io me conservo, grazziaddio:
perché conosce tanti pur'er mio,
ma nun saluta che la gente onesta.
1
2
L'antica via del Corso, che da Porta del Popolo conduce a piazza Venezia.
Legale da strapazzo, cavalocchi.
L'OMO E ER SERPENTE
Un Omo che dormiva in mezzo a un prato
s'insognò che una donna tanto bella
l'aveva abbraccicato.
Naturarmente, l'Omo, ner vedella,
fece un gran sarto e se svejò: ma, invece
de trovà a quella, vidde ch'un Serpente
je s'era intorcinato intorno ar collo
a rischio de strozzallo come un pollo.
— Ah, sei tu? Meno male!
Me credevo de peggio! — disse l'Omo
mentre se storcinava l'animale1.
Ma ciarimase tanto impressionato
che da quer giorno cominciò a confonne
li serpenti e le donne. Tant'è vero
che un'antra notte, mentre s'insognava
d'avé ar collo 'na vipera davero,
trovò la moje che l'abbraccicava.
1
Si liberava dalle spire del rettile.
LA PURCE
Una Purce sbafatora,
che ciaveva l'anemia,
pe' guarì 'sta malatia
succhiò er sangue a una Signora,
ch'a quer pizzico fu lesta
d'arzà subbito la vesta.
Dice: — Bella impertinenza
de venimme su le gamme!
Chi t'impara a pizzicamme?
Chi te dà 'sta confidenza?
Bada a te, brutta carogna,
se me capiti fra l’ogna...1 —
Ma la Purce impertinente,
che per esse più sicura
s'era messa a fa' la cura
da la parte de ponente,
ner sentisse di' 'ste cose
fece un zompo2 e j'arispose:
— Com'è mai che a un certo tale,
che te pizzica l'istesso
tanto forte e tanto spesso,
nun je strilli tale e quale?
Puro quello, a modo suo,
nun te succhia er sangue tuo?
Sai perché? Perché a 'sto monno,
speciarmente a le signore,
j'aritintica3 l'onore
solamente co' chi vònno... —
La Madama, a sentì questa,
calò subbito la vesta.
1
2
3
Le unghie.
Un salto.
Gli si risveglia. Propriamente: fa di nuovo il solletico.
ER ROSPO E LA GALLINA
Un Rospo, ner sentì che 'na Gallina
cantava come un'anima addannata,
je domannò: — Ched'è1 che strilli tanto?
— Ho fatto un ovo fresco de giornata:
— rispose la Gallina — apposta canto.
— Fai male, — disse er Rospo — male assai!
Tu lavori pe' l'ommini, ma loro
come t'aricompenseno el lavoro?
Te tireranno er collo
com'hanno fatto ar pollo, lo vedrai.
Nun te fidà de 'sta canaja infame
che t'ha cotto er marito ne la pila
e un fijo ner tegame!
Nun te fidà de 'sta gentaccia ingrata
che te se pija l'ova che je dài
pe' facce la frittata!
Pianta 'sti sfruttatori e impara a vive!
Se loro vonno l'ova de giornata
nu' je da' retta: fajele stantive!
1
Come mai.
LA CARRIERA DER PORCO
Una vorta un Maiale d'ingegno,
che veniva da un sito lontano,
chiese aiuto a un Somaro italiano
de trovaje un impiego in città.
Er Somaro je disse: — M'impegno
volentieri de datte 'na mano
se me dichi per filo e per segno
qual'è l'arte che mejo sai fa'.
Vendi er vino? — Nun posso soffrillo,
me fa male sortanto a odorallo.
— Sei droghiere? — Nemmanco a pensallo!
So' nervoso e nun pijo caffè.
— Sei tenore? — Pe' gnente! Se strillo
me viè fòra la voce der gallo...
— Se è così torna a casa tranquillo
ché 'sti posti nun fanno pe' te.
— Io, però, — disse allora er Maiale —
faccio er porco, e de più ciò pe' moje
la più bella fra tutte le troje,
co' cert'occhi che fanno incantà.
L'ho sposata, ma è un nodo legale
ch'ogni tanto se lega e se scioje...
— S'è così — disse er Ciuccio nostrale —
resta qui, ché l'affare se fa.
L'OMO E LA SCIMMIA
L'Omo disse a la Scimmia:
— Sei brutta, dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa1!
Quann'io te vedo, rido:
rido nun se sa quanto!...
La Scimmia disse: — Sfido!
T'arissomijo tanto!
1
Buffa.
L'ORTOLANO E ER DIAVOLO
C'era 'na vorta un povero Ortolano
che, se j'annava un pelo a l'incontrario,
dava de piccio1 a tutto er calennario,
metteva in ballo er paradiso sano;
Dio guardi! cominciava a biastimà2:
— Corpo de...! sangue de...! mannaggia la...! —
Un giorno, mentre stava a tajà un cavolo
e che pe' sbajo tajò invece un broccolo,
come faceva sempre attaccò un moccolo:
però, 'sta vorta, scappò fòra er Diavolo
che l'agguantò da dove l'impiegati
cianno li pantaloni più lograti3.
Ner sentisse per aria, straportato,
l'Ortolano diceva l'orazzione,
pregava le medesime persone
che poco prima aveva biastimato:
— Dio! Cristo santo! Vergine Maria!
M'ariccommanno a voi! Madonna mia! —
Er Diavolo, a sti' nomi, è naturale
che aprì la mano e lo lassò de botto:
l'Ortolano cascò, come un fagotto,
sopra un pajone4 senza fasse male.
— L'ho avuta bona! — disse ner cascà —
Corpo de...! sangue de...! mannaggia la...!
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Dava di piglio, tirava giù.
A bestemmiare.
Logorati, lisi.
Un pagliericcio.
ER CANE E LA CAGNA
— Sei cambiata, Fifì mia:
— disse un Cane a 'na Cagnola —
prima annavi sempre sola,
mó vai sempre in compagnia.
Da che stai co' la Duchessa
che te porta in carettella1.
Fifì mia, nun sei più quella,
te sei troppo compromessa!
Tenghi un cane pe' cantone2
che te manca de rispetto:
mó un burdocche3, mó un lupetto,
mó un bassotto, mó un barbone...
Prima, invece, eri più bona,
nun ciavevi tanta smagna4...
— Eh, lo so! — disse la Cagna —
M'ha guastato la padrona!
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In carrozza.
Ad ogni angolo di strada.
Bulldog.
Smania.
ER GALLO E ER CANE
Prima che spunti er sole
la matina abbonora, quanno er celo
arissomija un tantinello ar mare,
quanno che l'aria pare
ch'odori de viole,
er Gallo arza la testa,
sgrulla1 la cresta e fa: chicchirichì.
Una matina, un Cane, ner sentì
l'aritornello solito, je disse:
— Zitto! che se er padrone te sentisse
te tirerebbe er collo! Nu' lo sai
ch'er mi' padrone è un omo ricco assai?
Nun ha bisogno mica
d'arzasse accusì presto, capirai:
è tanto stracco! È stato co' l'amica...
— Io — fece er Gallo — canto solamente
pe' svejà chi lavora, chi fatica,
chi se guadagna er pane onestamente.
Lo vedi er campagnolo,
er vignarolo, l'ortolano? Stanno
già in piedi e se ne vanno
tutti contenti a lavorà in campagna;
se questi qui nun s'arzeno, er padrone
co' tutti li quatrini mica magna!
Io canto espressamente, e Dio ne guardi
se 'sta povera gente
se svejasse più tardi!
— Ahó? nun me fa' tanto er socialista,
— je disse er Cane — intanto nun m'incanti2:
nun m'hai da di' che canti cór pretesto
de svejà chi fatica e chi lavora;
piuttosto di' così: — Canto abbonora
perché la sera vado a letto presto!
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2
Scrolla.
Non mi inganni.
LA MARGHERITA1
Una bella Margherita
che fioriva in mezzo a un prato
fu acciaccata da un serpente,
da un serpente avvelenato.
— Se sapessi — disse er fiore —
tutto er male che me fai!
E er dolore che me dai
quanta gente lo risente!
Certamente nu' lo sai!
Ogni donna innammorata,
che vô legge la fortuna,
ner vedemme m'ariccoje2
pe' decide da le foje,
che me strappa una per una,
s'è infelice o fortunata:
e vô vede se l'amore
se conserva sempre eguale,
e me chiede se l'amante
je vô bene o je vô male...
Io, pe' falla più felice,
pe' levalla da le pene,
fo der tutto che la foja
che je dice «Me vô bene»
sia quell'urtima che sfoja.
Dove c'è la Margherita
c'è er bon core e la speranza,
c'è la fede, c'è l'amore
ch'è er più bello de la vita... —
Ogni fiore a 'ste parole
rispettoso la guardò,
e perfino er Girasole
piantò er sole e s'inchinò.
agosto 1900
Margherita di Savoia regina d'Italia: scritta dopo l'uccisione di Umberto I a Monza
(29 luglio 1900).
2
Mi coglie.
1
L'OMO
Prima che Adamo se magnasse er pomo,
er Cane, che sapeva er dietroscena
già preparato pe' fregà er prim'omo,
pensò: — Povero Adamo, me fa pena:
giacché purtroppo j'ho da fa' l'amico,
adesso je lo dico. —
E je lo disse: — Abbada a quer che fai!
Se magni er pomo perdi l'innocenza,
diventi un birbaccione e servirai
a fa' li studi su la delinquenza;
sta' attent'a li consiji der Serpente
che te vorebbe mette ne li guai... —
Adamo chiese: — E come vôi che faccia
a conservamme l'anima innocente
se Dio me fabbricò co' la mollaccia1?
Eppoi, che ce guadambio2? Nun c'è gusto
de campà tanto senza capì gnente,
con un cervello che nun vede giusto.
Io, ne convengo, faccio una pazzia
a commette er peccato origginale:
ma er giorno che conosco er bene e er male
me formo una coscenza tutta mia.
Sarò padrone e schiavo de me stesso,
bono e cattivo, giudice e accusato
e, a l'occasione, inteliggente o fesso.
1
2
Fango, creta.
Guadagno.
ER PAVONE
Sur più bello che un'Aquila romana
tornava vittoriosa da 'na guerra,
je venne sete e s'accostò a la terra
pe' rinfrescasse er becco a 'na fontana.
Appena scese, un Gatto,
che faceva er fotografo, je chiese
se voleva posà per un ritratto:
e, manc'a dillo, l'Aquila accettò.
Saputo er fatto, er solito Pavone
disse fra sé: — Potrei,
giacché me se presenta l'occasione,
famme fotografà vicino a lei.
Così, se me chiedessero una prova
che so' stato pur'io fra la mitraja
sur campo de battaja,
è sempre un documento che me giova:
chissà che nun ce scappi la medaja... —
E, risoluto, je se fece avanti
a testa dritta e a coda spalancata,
gonfio, impettito, come tanti e tanti...
— No! — disse allora l'Aquila — Un momento!
Io nun ciò nessunissima arbaggia1,
ma nun permetto che la gloria mia
vada a finì dedietro a un paravento.
1
Albagia.
ER BACILLO
Un Bacillo affamato,
pe' fa' conosce li malanni sui,
entrò drento la panza a un impiegato
più affamato de lui.
— Qua nun ce so' risorse:
— disse tra sé er Bacillo — è un brutto sito
pe' fa' la propaganda ner partito;
nun ciò core a ammazzallo! ah, no davero! —
E stava p'annà via, quanno s'accorse
che l'impiegato s'innestava un siero
inventato da un celebre dottore
che faceva furore.
— È 'na pietanza un po' pericolosa!
— fece er Bacillo — Forse è un po' imprudente:
ma armeno magneremo quarche cosa;
mejo questo che gnente! —
Doppo tre mesi, er povero impiegato,
pallido, secco secco, allampanato,
seguitanno a sta' male,
pijò 'na bótte1 e agnede2 a l'ospedale.
— Nun c'è gnente da fa'! — disse er dottore —
È tardi! Questo more! Nu' la scampa! —
Defatti l'ammalato, manco a dillo,
morì doppo mezz'ora; ma er Bacillo
s'ingrassò come un porco, e ancora campa!
1
2
Vettura di piazza a un cavallo.
Andò.
LA CORTE DEL LEONE
El Leone, ch'è Re de la Foresta,
disse un giorno a la moje: — Come mai,
tu che sei tanto onesta,
hai fatto entrà 'na Vacca ne la Corte?
Belle scorte d'onore che te fai!
— Lo so, nun c'è decoro:
— je fece la Lionessa —
ma nun so' mica io che ce l'ho messa;
quela Vacca è la moje de quer Toro
ch'hai chiamato a guardà l'affari tui:
sopporto lei per un riguardo a lui;
ma si sapessi er danno
che ce fanno 'ste bestie, che ce fanno!
— Hai raggione, hai raggione, nun ce torna —
j'arispose er Leone; e er giorno istesso
fece 'na legge e proibbì l'ingresso
a tutti l'animali co' le corna.
Così, per esse certo
d'avé 'na Corte onesta,
er Re de la Foresta
lo sai che diventò? Re der Deserto.
LA PURCETTA ANARCHICA
Una Purcetta anarchica era entrata
drento ar castello d'un orloggio d'oro:
— Che ber lavoro! Quante belle cose!
E come fanno tutte 'ste rotelle
a annà così d'accordo fra de loro? —
La Rota più lograta1 j'arispose:
— Noi famo 'sto mestiere solamente
pe' fa' belle le sfere
che ce gireno intorno:
loro nun fanno un corno
e cianno li brillanti, mentre noi,
che faticamo, nun ciavemo gnente.
Voi che séte una bestia de coraggio,
voi che ciavete er sangue ne le vene,
buttateve framezzo a l'ingranaggio,
levatece un momento da 'ste pene... —
La Purce, ner sentisse fa' 'st'eloggio,
disse: — Va bene! Se la vita mia
pô cambià l'annamento de l'orloggio
moro acciaccata! Evviva l'anarchia! —
Ner dije 'ste parole, con un sarto
s'incastrò fra le rote e ce restò.
E fece male assai: ché er giorno appresso
la sfera granne annava addietro un quarto
ma le rote giraveno lo stesso!
1
Logora.
ER MAESTRO DE MUSICA E LA MOSCA
Un celebre Maestro
era rimasto nun se sa si quanti
giorni dell'anno co' la penna in mano
e la carta de musica davanti
per aspettà che je venisse l'estro:
ma, spreme spreme, nun j'usciva gnente.
Ècchete che un ber giorno
una Mosca zozzona e impertinente
agnede1 franca franca
sopra la carta bianca,
e je ce fece tanti punti neri
come quelli che spesso avrete visto
ne le vetrine de li pasticceri.
— Chi sà — disse er Maestro — che 'sta Mosca,
che m'ha messo 'sti segni, nun conosca
le note de la musica? Chissà
che lei, senza volello, m'abbia fatto
er pezzo der prim'atto?
Questo è un do, questo è un re, si, si, la, fa... —
E du' o tre vorte lo provò ar pianforte.
Er motivo era bello, e da quer giorno,
quanno la Mosca je volava intorno,
nu' je faceva sciò, nu' la cacciava:
anzi, er più de le vorte, se ciaveva
er zucchero o er candito, je lo dava
pe' fasse fa' più punti che poteva.
Ma una matina, invece
de falli su la carta, je li fece
sopra a certe camice innammidate
portate allora da la stiratrice.
Che vôi sentì er Maestro! Era un ossesso!
— Brutta porca che sei! Brutta vassalla2!
Chi t'ha imparato a fa' 'ste zozzerie
su le camice mie? —
E je coreva appresso p'acchiappalla.
La Mosca allora j'arispose male;
dice: — Vojantri séte tutti eguale:
ammazza ammazza3, tutti d'una razza.
1
2
3
Andò.
Birbante.
Per quanti se ne scarti (se ne ammazzi).
Nun fate caso a certe puzzonate
finché ve fanno commodo, ma quanno
capite che ve possino fa' danno,
diventate puliti, diventate!...
Io, invece de chiamalla pulizzia,
la chiamerebbe con un antro nome... —
Però la Mosca nu' je disse come:
fece quattro puntini e scappò via.
ER PORCO E ER BOVE
Un Porco se lagnava der padrone;
dice: — Per che raggione
me mette sempre in ballo er nome mio
pe' di' l'impertinenze a le persone;
Quanno ch'un omo è sporco
o fa 'na brutta azzione,
je dice: Brutto porco!
E a certe donne matte je dà er nome
de mi' madre, mi' moje, mi' sorella...
Ma come? è córpa nostra
se le donne so' alegre? Oh questa è bella!
Però, quanno me magna, cambia tutto:
nun so' più porco, nun so' più majale,
ma salame, preciutto, e mortadella.
— E pe' me — disse er Bove — è tale e quale:
io puro, a sentì l'omo, rappresento
er marito contento. Eppoi me loda
p'er brodo che je faccio,
p'er sugo che je caccio,
me cucina a la moda...
Puro mi' madre, ch'è 'na Vacca onesta,
serve pe' paragone
a quele donne matte e sporcaccione:
ma, a l'occasione, je se succhia er latte;
peggio! je leva er sangue e se l'innesta!
Le corna, a sentì lui, so' un disonore:
però, siccome crede in bona fede
che portino fortuna, le tiè in mostra;
er discorso nu' regge, ma dimostra
che in fonno ce protegge!
— Ma allora — disse er Porco — perché addopra
li nomi nostri in tante brutte cose? —
Er Bove, ch'è un filosofo, rispose:
— Forse sarà perché ce magna sopra!
ER CONGRESSO DE LI CAVALLI
Un giorno li Cavalli,
stufi de fa' er servizzio,
tennero un gran comizzio de protesta.
Prima parlò er Cavallo d'un caretto:
— Compagni! Si ve séte messi in testa
de mijorà la classe,
bisogna arivortasse a li padroni.
Finora semo stati troppo boni
sotto le stanghe de la borghesia!
Famo un complotto! Questo qui è er momento
d'arubbaje1 la mano e fasse sotto!
Morte ar cocchiere! Evviva l'anarchia!
— Colleghi, annate piano,
— strillò un Polledro giovene
d'un principe romano —
ché si scoppiasse la rivoluzzione
io resterebbe in mezzo a un vicoletto
perché m'ammazzerebbero er padrone.
Io direbbe piuttosto
de presenta un proggetto ne la quale...
— Odia micchi, gras tibbi2, è naturale!
— disse un Morello che da ventun'anno
stracinava er landò3 d'un cardinale —
Ma si ce fusse un po' de religgione
e Sant'Antonio nostro4 c'esaudisse... —
Antonio abate, protettore delle bestie.
L'Omo, che intese, disse: — Va benone!
Fintanto che 'sti poveri Cavalli
vanno così d'accordo
io faccio er sordo e seguito a frustalli!
1
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Di prenderle.
Hodie mihi, cras tibi.
Carrozza chiusa a due cavalli, da «landau».
S. Antonio abate, protettore delle bestie.
ER GATTO E ER CANE
Un Gatto soriano
diceva a un Barbone:
— Nun porto rispetto
nemmanco ar padrone,
perché a l'occasione
je sgraffio la mano;
ma tu che lo lecchi
te becchi le bòtte:
te mena, te sfotte,
te mette in catena
cór muso rinchiuso
e un cerchio cór bollo
sull'osso der collo.
Seconno la moda
te taja li ricci,
te spunta la coda...
Che belli capricci!
Io, guarda: so' un Gatto,
so' un ladro, lo dico:
ma a me nun s'azzarda
de famme 'ste cose... —
Er Cane rispose:
— Ma io... je so' amico!
CORE DE TIGRE
'Na Tigre der serajo de Nummava1,
come vidde tra er pubbrico 'na donna
che la guardava tanto, la guardava,
disse ar Leone: — S'io incontrassi quella
in mezzo d'un deserto, e avessi fame,
mica la magnerebbe: è troppo bella!
Io, invece, bona bona,
j'annerebbe vicino
come fa er cagnolino
quanno va a spasseggià co' la padrona. —
La bella donna, intanto,
pensanno che cór manto
ce sarebbe venuto un ber tappeto,
disse ar marito che ciaveva accanto:
— Io me la magno a furia de guardalla:
che pelo! che colori! com'è bella!
Quanto me piacerebbe a scorticalla!
L'ex domatrice Nouma-Hawa la quale, tra il 1884-1895, piantava le sue tende nelle
aree ancora non fabbricate dei lungotevere.
1
L'AMORI DER GATTO
Un povero Miciotto,
innammorato cotto
d'una Gattina nera,
je disse: — Verso sera
venite in pizzo1 ar tetto,
v'ho da parlà: v'aspetto. —
La Gatta, che ciaveva
'na certa simpatia,
disse: — Verrò da voi
doppo l'avemmaria:
ma... resti fra de noi!
Bisognerà sta' attenta
che l'omo nun ce veda,
che l'omo nun ce senta!
— Sì! Fate presto a dillo!
— je disse allora er Gatto —
Io quanno fo l'amore
nun posso sta' tranquillo.
Piagno, me lagno, strillo:
sgnavolo2 come un matto,
soffio, divento un diavolo!
Nel lamentamme pare
che soffro... e invece godo.
Voi me direte: — È un modo
tutto particolare... —
Ma er fiotto der piacere
che ce viè su dar core
nun è forse compagno
a quello der dolore?
Tutta la vita è un lagno!
In quanto a le persone
che ce vedranno assieme
nun me ne preme gnente;
io ciò 'na posizzione
libbera, indipennente...
Se incontro quarche gatta
eguale a voi, carina,
simpatica, ben fatta,
la fermo e se combina.
1
2
Sull'orlo.
Miagolo.
L'omo, naturarmente,
lo fa nascostamente;
ma no pe' la morale:
p'er Codice Penale!
LA PANTERA
Una vorta la Pantera
stracinò drento la tana
una bella forastiera.
— Me la vojo magnà viva,
sana sana, in un boccone...
— Ma perché? — disse er Leone —
L'omo istesso dice spesso
che la femmina è cattiva:
si la magni, poi te lagni,
te verrà l'indiggestione...
— Io — rispose la Pantera —
me la pappo espressamente
perch'è troppo propotente.
Per annà così vestita
lei sagrifica la vita
de tant'anime innocente.
Guarda un po' la guarnizzione
che s'è messa sur cappello?
So' le penne de l'ucello,
la capoccia1 d'un piccione.
E quer coso che cià ar collo
lo so io co' che l'ha fatto!
Lo sa er gatto! Lo sa er pollo!
Nu' j'abbasta solamente
de spelà le pecorelle:
fa li guanti co' la pelle
de li poveri capretti,
e se fa li stivaletti
scorticanno le vitelle!
C'è de peggio! Pe' quer gusto
così barbero der busto
leva l'ossa a le balene...
Nun sta bene! Nun è giusto!
Che direbbe se pur'io
me facessi strigne er petto
co' l'ossaccia de su' zio?
Nun cià core, e pe' l'appunto
me la vojo magnà viva... —
Detto fatto, la Pantera
cominciò la colazzione;
1
La testa.
ma arivata a un certo punto
se fermò pe' di' ar Leone:
— Nun capisco come mai
l'omo dice ch'è cattiva...
Nun è vero: è bona assai!
LA SOLIDARIETÀ DER GATTO
Er Cane disse ar Gatto:
— Se famo er patto d'esse solidali
potremo tené testa a li padroni
e a tutte l'antre spece d'animali.
— Dice — Ce stai? — Ce sto. —
Ecco che 'na matina
er Cane annò in cucina
e ritornò con un piccione in bocca.
— Me devi da' la parte che me tocca:
— je disse er Gatto — armeno la metà:
sennò, compagno, in che consisterebbe
la solidarietà?
— È giusto! — fece quello,
e je spartì l'ucello.
Ma in quer momento er coco,
che s'incajò1 der gioco,
acchiappò er Cane e lo coprì de bòtte
finché nu' lo lasciò coll'ossa rotte.
Appena vidde quel'acciaccapisto2
er Gatto trovò subbito la porta,
scappò in soffitta e disse: — Pe' 'sta vorta
so' solidale, sì, ma nun insisto!
1
2
S'accorse.
Trambusto.
LE PENNE D'OCA
Un Oca, dispiacente
perché la gente la trattava male,
se lagnò con un Ciuccio: un Somarello
piuttosto attempatello.
— A sentì l'omo, l'Oca è l'animale
più stupido, più scemo, più imbecille;
nun s'aricorda che le poesie
de Dante, Ariosto, Tasso e d'antri mille
so' uscite tutte da le penne mie?
— Percui — disse er Somaro — è 'na fortuna
d'avé in mano un ucello accusì raro!
Famme er piacere, impresteme 'na penna,
perché, pe' quanto poco me n'intenna,
chi lo sa che pur'io nun ciarieschi
a fanne quarchiduna? —
E je le strappò tutte, una per una,
pe' scrive li sonetti romaneschi!
LA BANDIERA E LA BANDEROLA
Una Bandiera bianca rossa e verde
disse a la Banderola: — Abbi pazzienza,
ma co' te nun ce pijo confidenza:
ce se perde er prestiggio, ce se perde!
La bandiera italiana è troppo bella
per annasse a mischià co' 'na girella1!
Tu, ch'ogni tanto cambi posizzione,
nun se capisce da che parte guardi:
mó t'arivorti verso Garibbardi,
mó t'arivorti verso er Cuppolone2,
mó t'affissi a levante, mó a ponente;
no, questo nun è serio, francamente... —
La Banderola j'arispose: — È vero
ma puro tu, che dai 'sti sentimenti,
te pieghi a li capricci de li venti
ch'ogni tantino cambieno pensiero.
Ch'avressimo da fa'? L'aria che tira
è quella che ce sventola e ce gira...
Banderuola.
La statua equestre del monumento a Garibaldi, sul Gianicolo, e la Cupola di S.
Pietro.
1
2
ER BACO DA SETA
Un povero Ragno
parlanno cór Baco
je disse: — Compagno,
sei matto o imbriaco?
Perché, scusa er termine,
sei tanto minchione
da crede a un padrone
che vive sur vermine1?
Nun sai che li fiocchi
che fai te li cambia
co' tanti bajocchi?
che mentre tu sudi
magnanno la foja
quer boja guadambia2
mijara de scudi?
Bisogna aprì l'occhi
ché ormai la questione
se basa sur detto
«Né Dio, né padrone!»
— Sta' in guardia, fratello!
Sta' in guardia da quello!
— strillò un Bagarozzo3
che usciva da un pozzo —
Ché quela carogna
t'imbroja e nun vede
che invece bisogna
ridatte la fede!
Sortanto cór crede
che c'è un Padreterno,
che c'è un Paradiso,
ch'esiste un Inferno,
sortanto co' questo
io credo che presto
ciavremo un governo
più bono e più onesto!
— Va' via! — disse er Ragno —
sennò me te magno!
— Va' via, che te strozzo! —
1
2
3
Verme.
Guadagna.
Blatta; volgarmente: prete.
strillò er Bagarozzo.
Er Baco, scocciato,
ner vede in pericolo
la casa e la seta
ch'aveva filato,
— Qua, — disse — l'affare
comincia a imbrojasse:
è mejo a fa' sciopero,
è mejo a squajasse1;
fintanto che sento
che tira 'sto vento,
starò co' la lega
der «chi se ne frega»2. —
E chiuse bottega.
1906
Andarsene.
"Noi semo i soci fondatori de la lega — der «chi se ne frega»" era l'inizio d'una
vecchia canzone popolare.
1
2
ER COCCODRILLO
Ner mejo che1 un signore e 'na signora,
marito e moje, staveno sdrajati
su la riva der mare, scappò fòra
un Coccodrillo co' la bocca aperta
e l'occhi spaventati2.
La moje, ch'era sverta,
s'aggiustò li riccetti e scappò via:
mentre ch'er Coccodrillo, inviperito,
se masticava er povero marito
come magnasse un pollo a l'osteria.
Siccome er Coccodrillo, per natura,
magna l'omo eppoi piagne, puro quello
se mésse a piagne come 'na cratura.
Ogni cinque minuti
ciaripensava come li cornuti3
e risbottava4 un antro piantarello.
Tanto ch'er giorno appresso, a l'istess'ora,
ner rivede la povera signora
riprincipiò le lagrime e li lagni;
sperava forse che s'intenerisse:
ma invece, sì! La vedova je disse:
— Dio mio, quanto sei scemo! Ancora piagni?
1
2
3
4
Mentre.
Strabuzzati.
Si dice che ripensino alle cose molto tempo dopo che sono accadute.
Tornava a dare in.
L'INCARICO A LA VORPE
La Vorpe, ner compone1 un ministero,
chiamò tutte le bestie, meno er Porco:
— Un portafojo a quello? Ah, no davero!
— dice — Nun ce lo vojo. È troppo sporco.
— E defatti pur'io lo stimo poco
— je disse er Cane — e nu' je do importanza:
ma un Majale ar Governo pô fa' gioco
p'avé l'appoggio de la maggioranza...
1
Comporre.
LA GUERRA
Ner mejo che1 un Sordato annava in guerra
er Cavallo je disse chiaramente:
— Io nun ce vengo! — e lo buttò per terra
precipitosamente.
— No, nun ce vengo, — disse — e me ribbello
all'omo che t'ha messo l'odio in core
e te commanna de scannà un fratello
in nome der Signore!
Io — dice — so' 'na bestia troppo nobbile
p'associamme a l'infamie che fai tu:
se vôi la guerra vacce in automobbile,
n'ammazzerai de più!
1
Mentre.
L'EDITTO
Dicheno che una vorta
un Prete nun entrò ner Paradiso
perché trovò 'st'avviso su la porta:
«D'ordine de Dio Padre onnipotente
è permesso l'ingresso solamente
a queli preti ch'hanno messo in pratica
la castità, la carità, l'amore
che predicò Gesù nostro Signore.
Se quarchiduno ha fatto a l'incontrario
sarà mannato subbito a l'inferno.
Firmato: Er Padre Eterno.
San Pietro, segretario.»
— Povero me! So' fritto!
— disse er Prete fra sé — Tra tanti mali
ciamancava l'affare de 'st'editto!
Chi diavolo sarà che je l'ha scritto?
Naturarmente, l'anticlericali...
LA TARLA1 E LA COCOTTE
— Vivo sur pelo e magno
tutto quer che guadagno...
— disse un giorno la Tarla a 'na Cocotte
che sparpajava un sacco
de pepe e de tabbacco
framezzo a 'na pelliccia d'ermellino;
— S'io vedo un pezzo bono me ciattacco,
lo rosico, lo sbucio, lo rovino:
e più je levo er pelo e più m'intigno,
fintanto che un ber giorno metto l'ale,
divento una farfalla e me la svigno.
Tu, che me vôi fa' male
pe' via che jeri t'ho lograto2 un panno,
devi capì che in questo semo uguale
perché campamo a furia de fa' danno.
Io vivo a spese tue
come tu vivi a spese de l'amanti:
prima li speli bene e poi li pianti...
Va' là, che semo tarle tutt'e due!
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2
Il tarlo, la tignola.
Rovinato.
ER PAPPAGALLO
Er Pappagallo d'un repubbricano,
ch'era una bestia tanto inteliggente
perché parlava mejo d'un cristiano,
da quattro o cinque giorni stava strano,
s'era abbacchiato1 e nun diceva gnente.
— Che t'è venuta? la nevrastenia?
— je chiese un Gatto — Hai perso la parola?
Su! Coraggio! Sta' alegro! Tira via!
— Eh! — fece lui — la córpa nun è mia,
è tutta der padrone che ciriòla2!
Prima, defatti me diceva spesso
che dovevo strillà: Viva Mazzini!
Evviva la repubbrica!. Ma adesso
se lo dico me mena3, e già è successo
ch'ha mannato a chiamà li questurini!
Capisco: l'interessi personali
j'avranno rotto li convincimenti,
j'avranno buggerato l'ideali;
ma lassi armeno in pace l'animali
che so' contrari a certi cambiamenti!
Fra tutte l'antre cose che m'ha imposto,
jeri m'ha detto: — Strilla: Evviva er Re!
— Ah, mó pretenni troppo! — j'ho risposto —
Riparto pe' l'America, piuttosto!
Nun faccio er burattino come te!
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Stava abbattuto.
Anguilleggia; da «ciriola», anguilla; cirioleggiare, anguilleggiare.
Mi picchia.
LA TARTARUGA
Una vecchia Tartaruga,
che passava la giornata
tra le foje de lattuga,
se ne stava in un cantone
recitanno 'st'orazzione:
— Benedetto chi m'ha fatta
'sta casetta così dura
dove, armeno, so' sicura
ch'er padrone nun me sfratta;
io nun vedo più lontano
de la casa che stracino;
dormo sempre e se cammino
vado piano piano piano...
So' prudente, e quanno passa
l'automobbile assassino
che sfraggella e che sfracassa,
tiro drento la capoccia1,
m'annisconno ne la coccia2,
me rannicchio e sto così... —
E la vecchia Tartaruga,
ciancicanno3 la lattuga,
chiuse l'occhi e s'addormì.
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2
3
La testa.
Nel guscio.
Masticando, biascicando.
ER SOVRANO PRATICO
C'era una vorta un celebre Buffone
che se beccava cento scudi ar mese
pe' tené alegro er Re d'una nazzione:
er Re rideva, e er popolo minchione
piagneva su li conti de le spese.
Un ber giorno, però, fu licenziato.
— Come sarebbe a di'? Me cacci via?
— chiese er Buffone — E quanno m'hai cacciato
chi farà divertì la monarchia?
chi farà ride er capo de lo Stato? —
Er Sovrano rispose: — Per adesso
me basta quer partito intransiggente
che me combatte cór venimme appresso
e me s'alliscia rispettosamente...
Tu nun me servi più: rido lo stesso!
LA VORPE ANTIMILITARISTA
Un Cappone diceva: — Stammatina
ch'ho veduto passà li bersajeri
m'è venuta la pelle de gallina!
Quanti fiji de madre
ciaveveno cuciti sur cappello!
V'abbasti a di' che in testa a un colonnello
ciò rivisto le penne de mi' padre,
ciò rivisto la coda d'un fratello!
— È una vera barbaria!
— strillò la Vorpe rivoluzzionaria —
Bisogna comincia l'aggitazzione
per abbolì l'esercito, in maniera
de butta giù qualunque sia bariera
fra nazzione e nazzione.
Arza la voce tu, che ciai coraggio!
Se te decidi a demolì er riparo
che t'hanno messo intorno ar gallinaro,
a l'occasione te proteggerò. —
Appena trovò libbero er passaggio
la Vorpe c'entrò subbito, e s'intenne
ch'er povero Cappone organizzato
morì ammazzato, ma sarvò le penne.
LA CARITÀ
Er Presidente d'una Società
che protegge le Bestie martrattate
s'intese domannà la carità:
— Ho fame, ho fame, signorino mio,
m'ariccommanno, nun m'abbandonate,
dateme un sòrdo pe' l'amor de Dio!
— Nun te posso da' gnente:
— je fece er Presidente —
io nun proteggo che le bestie sole...
— E allora — je rispose er poverello
cacciannose er cappello —
fatelo pe' 'ste povere bestiole...
LA FINE DEL LEONE
Quanno morì el Leone
un Sorcio letterato,
per esse rimarcato
dar pubbrico bestione,
montò sur cataletto
e improvvisò un sonetto
ch'aveva ricopiato.
A tutti l'animali
je venne la mania
de róppe li stivali
co' quarche poesia.
Perfino la Formica
rilesse 'na canzone
su l'amicizzia antica
che c'ebbe cór Leone;
la Purcia... puro quella,
pe' fasse crede amica,
cantò la tarantella1!
Er Ciuccio solamente
guardava 'ste bestiole
coll'occhio innummidito
che luccicava ar sole,
senza potè di' gnente..
— Perché — je chiese un Grillo —
resti così tranquillo?
Nemmanco sei capace
de faje un ritornello...
— Va' via! Lasciarne in pace!
— rispose er Somarello —
Io, grazziaddio, nun bazzico
quer monno letterario
che piagne co' le lagrime
spremute da un rimario;
io no: so' più modesto:
senza cercà la rima,
piagno de core e resto
somaro come prima.
1
Canto popolare.
MUSICA
Un Somaro monarchico italiano
disse a un Ciuccio francese:
— Felice te, che sei repubbricano!
Io, invece, devo sta' sotto a un padrone
che me se succhia er sangue e che me carica
la groppa co' le palle der cannone!
Propio nu' je la fo, caro compagno!
Er peso è troppo forte in proporzione
de li torzi de broccolo che magno!
Spessissimo succede che me lagno,
ma quello se ne buggera e me sona
l'Inno reale mentre me bastona...
— Tutto er monno è paese:
— disse er Ciuccio francese —
defatti puro er mio fa tale e quale,
ma invece de sonà l'Inno reale
canta la Marsijese...
LA CAMPANA DE LA CHIESA
— Che sôno a fa'? — diceva una Campana —
Da un po' de tempo in qua, c'è tanta gente
che invece d'entrà drento s'allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era già piena;
ma adesso ho voja a fa' la canoffiena1
pe' chiamà li cristiani cór patocco2!
Se l'omo che me sente nun me crede
che diavolo dirà Dommineddio?
Dirà ch'er sôno mio
nun è più bono a risvejà la fede.
— No, la raggione te la spiego io:
— je disse un Angeletto
che stava in pizzo ar3 tetto —
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall'anima cristiana
che nun se fida più de la Campana
perché conosce quello che la sona.
1
2
3
Altalena.
Battaglio.
Sull'orlo del.
ER RE E ER GOBBO
Un Re che commannava anticamente
chiese a un Gobbetto: — E tu che fai de bello?
— Che vôi che faccia? — je rispose quello —
M'ingegno a da' li nummeri1 a la gente,
così je levo quarche sordarello,
sfrutto la gobba e campo allegramente.
T'ho copiato ner metodo, perché
me so' voluta combinà pur'io
una lista civile a modo mio
pe' vive a sbafo come vivi te:
io nacqui gobbo e tu sei nato Re...
Tiramo avanti e ringrazziamo Iddio!
1906
1
Per il gioco del lotto.
LA CECALA RIVOLUZZIONARIA
Una Cecala rivoluzzionaria
diceva a la Formica:
— Povera proletaria!
Schiatti da la fatica
senza pensà che un giorno finirai
sott'a le zampe de la borghesia
che a le formiche nun ce guarda mai!
Ma che lavori a fa', compagna mia?
Pianta er padrone e sciopera
prima ch'arivi un piede propotente
che te voja fregà la mano d'opera!
Tu guarda a me: d'inverno nun fo gnente,
e ammalappena sento li calori
me sdrajo in faccia ar sole e canto l'Inno
de li Lavoratori!
LA LIBBERTÀ DE PENSIERO
Un Gatto bianco, ch'era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sentì che un Gatto nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch'era contraria a li principî sui.
— Giacché nun badi a li fattacci tui,
— je disse er Gatto bianco inviperito —
rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ché qui la pôi pensà liberamente
come te pare a te, ma a condizzione
che t'associ a l'idee der presidente
e a le proposte de la commissione!
— È vero, ho torto, ho aggito malamente... —
rispose er Gatto nero.
E pe' restà ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pensò più gnente.
L'UNITÀ DER PARTITO
Ner congresso socialista
de li Gatti intransiggenti
parlò un Micio communista:
— Qua 'gni tanto c'è un miciotto
che se squaja1 sotto sotto:
chi s'alliscia a li padroni
pe' raggioni de politica,
chi è cacciato perché critica
li compagni chiacchieroni,
questo dà le dimissioni,
quello scappa, l'antro litica...
Ma se annamo de 'sto passo
famo broccoli2, scusate!
Troveremo er proletario
che ce tira le sassate!
No, compagni! È necessario
ch'ogni membro der partito,
favorevole o contrario,
nun se squaji e resti unito.
P'evità l'inconveniente
c'è un rimedio solamente:
se legamo tutti assieme
pe' la coda, e famo in modo
che se un gatto vô annà avanti
è obbrigato de sta' ar chiodo,
ché, se tira, strigne er nodo
e stracina tutti quanti.
Er compagno, che se sente
trattenuto, certamente
strilla, sgnavola3, s'arruffa,
smania, sgraffia, soffia, sbuffa;
ma cór freno a parteddietro
chi lo libbera? San Pietro?
1
2
3
Se ne va.
Non riusciremo, falliremo.
Miagola.
LA CORNACCHIA LIBBERALE
Una Cornacchia nera come un tizzo,
nata e cresciuta drento 'na chiesola,
siccome je pijò lo schiribbizzo1
de fa' la libberale e d'uscì sola,
s'infarinò le penne e scappò via
dar finestrino de la sacrestia.
Ammalappena se trovò per aria
coll'ale aperte in faccia a la natura,
sentì quant'era bella e necessaria
la vera libbertà senza tintura:
l'intese così bene che je venne
come un rimorso e se sgrullò2 le penne.
Naturarmente, doppo la sgrullata,
metà de la farina se n'agnede,
ma la metà rimase appiccicata
come una prova de la malafede.
— Oh! — disse allora — mo' l'ho fatta bella!
So' bianca e nera come un purcinella...
— E se resti così farai furore:
— je disse un Merlo — forse te diranno
che sei l'ucello d'un conservatore,
ma nun te crede che te faccia danno:
la mezza tinta adesso va de moda
puro fra l'animali senza coda.
Oggi che la coscenza nazzionale
s'adatta a le finzioni de la vita,
oggi ch'er prete è mezzo libberale
e er libberale è mezzo gesuita,
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t'assicuri la cariera.
1
2
Il ghiribizzo.
Scrollò, scosse.
LE BESTIE E ER CRUMIRO
Una vorta un Cavallo straccinone1
ch'ogni tanto cascava pe' strada
scioperò pe' costringe er Padrone
a passaje più fieno e più biada:
ma er Padrone s'accorse der tiro
e pensò de pijasse un crumiro.
Chiamò er Mulo, ma er Mulo rispose:
— Me dispiace, ma propio nun posso:
se Dio guardi je faccio 'ste cose
li cavalli me sarteno addosso... —
Er Padrone, pe' mette un riparo,
fu costretto a ricorre ar Somaro.
— Nun pô sta' che tradisca un compagno:
— disse er Ciuccio — so' amico der Mulo,
e pur'io, come lui, se nun magno,
tiro carci, m'impunto e rinculo...
Come vôi che nun sia solidale
se ciavemo l'istesso ideale?
Chiama l'Omo, e sta' certo che quello
fa er crumiro co' vera passione:
per un sòrdo se venne er fratello,
pe' du' sòrdi va dietro ar padrone,
finché un giorno tradisce e rinnega
er fratello, er padrone e la Lega.
1
Vecchio e pieno di magagne: una rozza.
LO SCIMMIOTTO
C'era una vorta un Omo indipennente
che s'era ritirato in un deserto
lontano da le cose e da la gente,
ar punto tale che per esse certo
de nun vedé la faccia der cristiano,
invece de tenesse un servitore,
ciaveva 'no Scimmiotto ranguttano1,
secco, spelato, brutto,
che je faceva tutto.
— Questo nun farà sciopero sicuro,
— pensava l'Omo — e nun ciavrò la Lega
che me vô mette co' le spalle ar muro;
indove nun ce stanno socialisti
er padrone commanna, e nun se frega!
Er servitore serve, e nun c'è cristi! —
La cosa, sur principio, annò benone;
ma un giorno lo Scimmiotto, impaturgnato2
per un sopruso fatto dar padrone,
piantò er lavoro e in segno de protesta
pijò 'na pigna e je spaccò la testa.
Immagginate l'Omo, poveraccio!
cór naso rotto e er grugno insanguinato,
scappò strillanno: — E adesso come faccio?
Povero me! Me l'hanno organizzato!
1
2
Orang-utan.
Preso dalle paturne, corrucciato.
LA RELIGGIONE
Siccome era d'inverno, e un Ciavattino
ciaveva un finestrino senza un vetro,
c'imbollettò de dietro un cartoncino
dove c'era dipinto er Padre Eterno
che consegnava l'anime a San Pietro.
'Sta copertura j'era necessaria
p'annisconne1 la vista der cortile
e riparaje le corrente d'aria.
Però er padron de casa, un miscredente
che ce l'aveva co' li baciapile,
ner vede un Dio dipinto sopra ar fojo
disse: — Levelo subbito! Nun vojo
famme da' der bizzoco2 da la gente!
— T'obbedirò: — rispose er Ciavattino —
ma tira un brutto vento e, francamente,
nun me pare er momento da levallo
se prima nun ce metti un vetro novo
o una cosa che possa rimpiazzallo...
A te te seccherà la copertura
pe' via de la figura che c'è sopra:
ma bada! chi nun crede ar Padre Eterno,
e nun cià fede ne la religgione,
o presto o tardi finirà a l'inferno!
— Nun te ne incaricà: — disse er padrone —
è quasi preferibile chi nega
l'esistenza de Dio che chi l'addopra
per atturà li buci de bottega...
1
2
Per nascondere.
Bigotto.
ER BRINDISI DE RE BAJOCCO
Re Bajocco aveva chiesto
er parere der Buffone
pe' fa' un brindisi in maniera
che piacesse a la nazzione,
ma però ner tempo stesso
nu' l'avesse compromesso.
Er Buffone, immassimato1
d'esse un membro der Governo,
j'arispose serio serio:
— Faje un brindisi moderno
e vedrai che l'invitati
so' contenti e minchionati.
Bevi ar libbero pensiero,
da' una botta ar crericale,
ma ner mentre che lo dichi
fa' l'occhietto ar Cardinale
e vedrai che l'occhiatina
piace puro a la Reggina.
Bevi e di' che vôi la pace
co' li Stati de la terra,
ma ner dillo tocca er piede
der Ministro de la Guerra
p'avvisallo che prepari
l'antre spese militari.
Quanno bevi ar Re alleato
devi aggi co' furberia
senza dije che je compri
li segreti da 'na spia,
tanto più che, puro lui,
già ha comprato quelli tui.
Fa' così che va benone:
e se avanza la sciampagna
bevi ar popolo... Capisco
che tu bevi e lui nun magna,
1
Che s'era messo in testa.
ma schiaffallo2 in un banchetto
je fa sempre un certo effetto!
2
Il nominarlo.
ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno1 un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto: — Amico mio,
pensa — je disse — che ce so' pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!.
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
— No, no: — rispose er Gatto senza core —
io nun divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
1
Mangiando con metodo.
TENDENZE
Un vecchio Lupo de la borghesia
disse a la Pecorella: — Io so' parente
de quella ch'allattò la monarchia:
per cui posso magnatte impunemente. —
E senza faje di' mezza parola
je zompò addosso e l'agguantò a la gola.
— Sàrveme tu! — strillò la Pecorella
ar Cane socialista der fattore —
Sennò 'sto brutto boja me sbudella!
me fa a pezzetti! me se magna er core!
Sbrighete che me scanna, amico mio!
Nun perde tempo!... Pe' l'amor de Dio!...
— Nun so — rispose er Cane socialista —
se pe' la Pecorella proletaria
sia mejo la tendenza riformista
o la tendenza rivoluzzionaria...
Finché nun m'entra bene 'sta tendenza
nun te posso fa' gnente: abbi pazzienza... —
Quanno er Cane pijò la decisione
er Lupo stava all'urtimo boccone.
1910
L'AUTOMOBBILE E ER SOMARO
— Rottadecollo ! — disse un Somarello
ner vede un Automobbile a benzina —
Indove passi tu nasce un macello!
Hai sbudellato un cane, una gallina,
un porco, un'oca, un pollo...
Povere bestie! Che carneficina!
Che sfraggello che fai! Rottadecollo!
— Nun fiottà1 tanto, faccia d'impunito2!
— rispose inviperito l'Automobbile —
Se vede che la porvere e lo sbuffo
de lo stantuffo t'hanno intontonito3!
Nun sai che quann'io corro ciò la forza
de cento e più cavalli? E che te credi
che chi vô fa' cariera se fa scupolo
de quelli che se trova fra li piedi?
Io corro e me n'infischio, e nun permetto
che 'na bestiaccia ignobbile
s'azzardi de mancamme de rispetto! —
E ner di' 'ste parole l'Automobbile
ce mésse drento tanto mai calore
che er motore, infocato, je scoppiò.
Allora cambiò tono. Dice: — E mó?
Chi me rimorchierà fino ar deposito?
Amico mio, tu capiti a proposito,
tu solo pôi sarvà la situazzione...
— Vengo, — je disse er Ciuccio — e me consolo
che cento e più cavalli a l'occasione
hanno bisogno d'un Somaro solo!
Non lagnarti, non ti lamentare.
Ingiuria sanguinosa; da «impunito», chi rivelava, con promessa d'impunità, l'autore
d'una colpa.
3
Stordito.
1
2
UN CAPOLAVORO
Mentre un Pittore dipigneva un bosco,
dove nessuno c'era entrato mai,
un Ranguttano1 je strillò: — Che fai?
Dimme: che bestia sei? Nun te conosco...
— Ma io so' un omo, mica so' una bestia!
— spiegò er Pittore — e per de più cristiano.
— Ne sei convinto? — chiese er Ranguttano —
oppuro me lo dichi per modestia? —
Poi guardò la pittura. — Nun c'è male:
ma che robb'è 'sta fetta de polenta?
— No, — dice — quello è er sole e rappresenta
er vero stato d'animo locale.
C'è er sapore dell'ummido, però,
co' l'odore dell'arberi servaggi...
Embè? te piace? — Aspetta che l'assaggi... —
rispose er Ranguttano. E lo leccò.
Da 'sta leccata venne una fusione
de luce e d'aria tanto mai d'effetto
che, jeri, un vecchio critico m'ha detto
ch'è er più ber quadro de l'Esposizzione.
1
Orang-utan.
LA LIBBERTÀ DER GATTO
— Uscite, uscite, o Sorci! — disse un Micio
che da un pezzetto stava a denti asciutti —
A costo de qualunque sacrificio
combatteremo pe' la libbertà!
Cacio e lavoro! Libbertà pe' tutti!
E in quanto ar resto... Dio provederà!
— Giacché è sonata l'ora der riscatto,
— pensò un Sorcetto — quasi quasi sórto... —
Defatti sortì subbito; ma er Gatto
je disse: — Tutti libberi!... Però
voi ciavete er codino troppo corto:
questo nu' lo permetto! — E l'ammazzò.
LA SPADA E ER CORTELLO
Un vecchio Cortello
diceva a la Spada:
— Ferisco e sbudello
la gente de strada,
e er sangue che caccio
da quele ferite
diventa un fattaccio,
diventa 'na lite... —
La Spada rispose:
— Io puro sbudello,
ma faccio 'ste cose
sortanto in duello,
e quanno la lama
l'addopra er signore
la lite se chiama
partita d'onore!
CARITÀ CRISTIANA
Er Chirichetto d'una sacrestia
sfasciò l'ombrello su la groppa a un gatto
pe' castigallo d'una porcheria.
— Che fai? — je strillò er Prete ner vedello —
Ce vô un coraccio nero come er tuo
pe' menaje1 in quer modo... Poverello!... —
— Che? — fece er Chirichetto — er gatto è suo? —
Er Prete disse: — No... ma è mio l'ombrello!
1
Per picchiarlo.
L'AQUILA
— L'ommini so' le bestie più ambizziose,
— disse l'Aquila all'Olmo — e tu lo sai;
ma vièttene per aria e poi vedrai
come s'impiccolischeno le cose.
Le ville, li palazzi, e li castelli
da lassù sai che so'? So' giocarelli.
L'ommini stessi, o principi o scopini1,
da lassù sai che so'? Tanti puntini!
Da quel'artezza nun distingui mica
er pezzo grosso che se dà importanza:
puro un Sovrano, visto in lontananza,
diventa ciuco2 come una formica.
Vedi quela gran folla aridunata
davanti a quer tribbuno che se sfiata?
È un comizzio, lo so, ma da lontano
so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.
1
2
Spazzini.
Piccino.
LA GALLINA LAVORATORA
Una Gallina disse ar Pappagallo:
— Tu forse parlerai senza rifrette1,
ma oggiggiorno la bestia che sa mette
quattro parole assieme sta a cavallo;
t'abbasta d'aprì bocca e daje fiato
pe' mette sottosopra er vicinato.
Io, invece, che je caccio un ovo ar giorno
e Dio sa co' che sforzo personale,
io che tengo de dietro un capitale
nun ciò nessuno che me venga intorno,
nessuno che m'apprezza e che me loda
la mercanzia che m'esce da la coda!
Fra poco, già lo sento, farò un ovo:
ma visto che 'sto popolo de matti
preferisce le chiacchiere a li fatti,
je lo vojo scoccià mentre lo covo...
Anzi, pe' fa' le cose co' giudizzio,
lo tengo in corpo e chiudo l'esercizzio!
1
Riflettere.
L'ARISTOCRAZZIA
A mezzanotte in punto, un vecchio ladro
agnede1 ner castello abbandonato
d'un principe romano decaduto:
provò a rubbà, ma nun trovò che un quadro
dove c'era dipinto un antenato
vestito de velluto.
E, sia pe' la paura
o sia che je tremasse la cannela,
je parse de vedé che la figura
cercava de staccasse da la tela,
e ar tempo stesso intese
la voce der pupazzo che je chiese:
— Che fa de bello l'aristocrazzia?
Dimme la verità, come se porta?
Cià sempre li quatrini d'una vorta?
Cià sempre la medesima arbaggia2?
— Gran migragna3, eccellenza!
— rispose er ladro co' 'na riverenza —
L'ommini stanno ar verde, e le signore
incroceno la razza ch'è un piacere!
La duchessa è scappata cór tenore,
la marchesa ha sposato un brigadiere...
Però, in compenso, un principe romano,
che v'è nipote, pijerà la fija
d'un ricco salumaro americano
che je paga li buffi4 de famija.
Così je schiafferà5
tanto de stemma e tanto de corona
su le saraghe e su li baccalà...
— Lo chiameranno er principe der pesce!
Che disonore! — disse l'antenato —
Doppo che Dio lo sa come ho rubbato
pe' faje un nome!... Quanto me rincresce!
1
2
3
4
5
Andò.
Albagia, spocchia.
Miseria.
Debiti.
Le pianterà.
LA MASCHERA
"Vent'anni fa m'ammascherai pur'io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p'annisconne1 quello mio.
Sta da vent'anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch'è restata
sempre co' la medesima espressione,
sempre co' la medesima risata.
Una vorta je chiesi: — E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! —
La Maschera rispose: — E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dirà: Povero diavolo,
te compatisco... me dispiace assai...
Ma, in fonno, credi, nun j'importa un cavolo!
Fa' invece come me, ch'ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co' la faccia mia
così la gente nun se scoccerà... —
D'allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un'allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l'umanità!
1
Per nascondere.
NOVE POESIE
1922
SPIRITISMO
Ched' è1 lo spiritismo? È un tavolino
dove c'è drento un'anima innocente
che te sorte de fòra solamente
se vede er grugno de la Paladino2
o de Politi l'orloggiaro, quello
che fa lo spiritismo cór pennello3.
Così va er monno: se t'ariccommanni
che vôi rivede l'anima de zio,
pe' quanto fiotti4, piagni e preghi Iddio,
tu' zio nun torna manco se lo scanni;
perché lui penserà: — Giacché so' morto,
fussi matto a tornacce!... — E nun ha torto.
Viceversa, però, ritorna in vita
quanno lo chiama er medio5; dunque è chiaro:
pô più la volontà d'un orloggiaro
o quella d'una serva ripulita6,
che le preghiere fatte in bona fede
da un povero cristiano che ce crede.
Io stesso che te parlo ciò le prove:
pe' quanto ho fatto che tornasse ar monno
quela benedett'anima de nonno,
nun m'è riuscito mai! Pe' fallo smove,
lo sai che me ce vollero? L'appoggi de quello che
riaccommoda l'orloggi.
Che cos'è.
Eusapia Paladino, famosa «medium» del tempo (Minervino Murge 1854 - Napoli
1918).
3
Fu «medium» apprezzato, sinché in una seduta venne sorpreso mentre, armato d'un
grosso pennello, simulava con esso la barba d'uno spirito materializzato.
4
Ti lamenti.
5
«Medium».
6
La Paladino nella prima gioventù era stata bambinaia.
1
2
Co' la cosa che accanto a casa mia
ci abbita er sor Politi, una matina
j'agnedi1 a riportà la cappuccina2
pe' faje accommodà la soneria;
vado e lo trovo in mezzo ar salottino,
che stava a chiacchierà cór tavolino.
— Oh! — dice — scusa: aspetteme un momento,
ché mó ciò Federico Barbarossa,
Petrarca, Macchiavelli e Pietro Cossa3...
— Chi Pietro Cossa? — dico — er monumento4?
— Ma che! — dice — lo spirito ch'è uscito... —
Io pensai: — Poveraccio! S'è ammattito!
— Eh, te capisco! — seguitò a di' lui —
tu nun ce credi e trovi ch'è impossibbile
che un omo possa vede l'invisibbile;
ma se parlassi co' li morti tui?
co' tu' nonno, presempio?... — In de 'sto caso
— je feci — resterebbe persuaso.
— Allora — dice — aspetta... — E me pijò
la mano, come adesso faccio a te,
me mésse a sede intorno ar diggiunè5,
chiuse tutte a lo scuro e incominciò:
doppo cinque minuti se sentì
er legno che faceva cri-cri-cri.
Dico: — Ce so' li sorci? — Ma va' via!
— barbottò6 l'orloggiaro — Questo è segno
che s'è infilata l'anima ner legno
doppo l'invito de la guida mia;
questo è er sistema de li richiamati... —
(Li pijava addrittura pe' sordati!)
E nun aveva torto. Er tavolino
Gli andai.
Orologio a sveglia, così detto dall'uso che ne facevano in viaggio i cappuccini.
3
Poeta e scrittore di drammi storici (Roma 1830-Livorno 1881).
4
Erettogli nel 1895 al largo Arenula, ora rimosso perché d'impaccio al traffico
stradale.
5
Tavolo rotondo con base a tre piedi; da «déjeuner».
6
Brontolò.
1
2
incominciò a ballà la tarantella1,
poi s'intese sonà la tamburella2,
pizzicà la chitara e er mandolino
e ar tempo istesso, pe' tre o quattro vorte,
stuzzicà la tastiera der pianforte.
— È l'anima che viè dar purgatorio,
— dice — Ce semo! nun avé paura... —
E, come un delegato de questura,
cominciò a faje l'interogatorio:
— Chi sei? come te chiami? indove stai?
dove sei nato? che mestiere fai? —
Er tavolino fece quattro scrocchi
e ce rispose ch'era propio nonno.
— Giacché ritorni su 'sto porco monno,
— je chiesi co' le lagrime nell'occhi —
lassa annà de sonà! Nun so' momenti
de stasse a divertì co' li strumenti!
Che vôi che c'interessino li soni
o li cerini strofinati ar muro?
Dicce piuttosto er mezzo più sicuro
per esse sempre onesti e sempre boni:
questo dovressi fa', no la commedia
de fa' ballà la tavola e la sedia! —
Nonno nun m'arispose, ma se vede
che restò offeso de l'osservazzione,
perché m'intesi mette sur groppone
come una mano che pareva un piede
e, mentre me strigneva fra le braccia,
me venne a strofinà la barba in faccia.
— Ma mi' nonno faceva er cammeriere,
nun portava la barba... — dissi ar medio.
— Eh, in questo — fece lui — nun c'è rimedio,
che all'antro monno mica c'è er barbiere!
Vôi che un omo che scegne giù dar celo
pensi pure de dasse er contropelo? —
1
2
Danza che accompagnava il canto omonimo.
Cembalo, tamburello.
Stavo pe' di': — Macché... — quanno me sento
un'artra mano che me sfiora er viso
pe' damme du' cazzotti a l'improviso
e un pugno su la schina1 a tradimento.
— E questa è gente che riposa in pace?
— dico — Sarà... ma a me poco me piace!
Se li morti ripijeno er servizzio
pe' fa' solo 'ste cose che ce fanno,
è mejo de lassalli indove stanno
e rivedelli er giorno der giudizzio;
pe' fa' 'sti scherzi stupidi e cattivi
me pare che ciabbastino li vivi!
1905
1
Schiena.
LA CHIESETTA DE CAMPAGNA
Benché er curato riabbia la pretesa
de chiamalla addrittura la Rotonna1,
è 'na chiesetta piccola, 'na chiesa
senza nemmanco un marmo o 'na colonna;
nun c'è che un Gesù Cristo e 'na Madonna,
co' la lampena2 rossa sempre accesa.
Quanno ch'er sole sbatte sur cristallo
der finestrone, ariva dritto ar segno
con un gran razzo3 imporverato e giallo
addosso a un San Domenico de legno,
intajato in un modo accusì indegno
che fa passà la voja de pregallo.
Però 'sto San Domenico, siccome
ogni tantino sfodera4 'na grazzia,
ner paese s'è fatto un certo nome:
e la gente devota lo ringrazzia
co' l'attaccaje ar muro la disgrazzia
in un quadro dipinto Dio sa come!
Ho visto, tra un incendio e un ferimento,
una donna che scivola in cornice;
c'è scritto: «L'otto aprile novecento,
a Francesca Pomponi stiratrice
je passò sopra tutto un reggimento...».
Ma come sia finita nu' lo dice.
— Nun pô crede li voti che maneggio:
— me diceva er curato — Nun pô crede
come tutta 'sta gente cià più fede
in lui che ar deputato der colleggio...
Perché 'sto San Domenico cià er preggio
de fa' qualunque grazzia je se chiede.
Guardi quanti miracoli, perbacco!
Guardi quanti fattacci! È sorprendente!
1
2
3
4
Nome popolare del Pantheon.
Lampada.
Raggio.
Tira fuori.
Er muro è pieno, nun ce sta più gnente...
Se ne fa un antro, dove je l'attacco? —
E, ricercanno er posto co' la mente,
se pijava una presa de tabbacco.
Allora, io puro, indegnamente ho chiesta
una grazzia e j'ho detto: — Se so' degno,
fate che Nina mia sia sempre onesta! —
Ma ho visto er San Domenico de legno
che ha fatto un movimento co' la testa
come pe' dimme: — Sì... ma senza impegno!
DAR CONFESSORE
Don Pietro Patta è un bravo confessore
che serve tutta l'aristocrazzia:
è de manica larga e tira via
pe' fasse benvolé da le signore,
massimamente da le maritate
ch'hanno bisogno d'esse perdonate.
La contessa, defatti, va da lui
tutte le feste a dije quer ch'ha fatto
e a presentaje er resoconto esatto
sur movimento de l'amanti sui:
ché la contessa, in fatto de passioni,
è er bollettino de le promozzioni.
Appena la signora s'inginocchia,
don Pietro imbocca1 ner confessionale,
ma, siccome è un po' grosso e c'entra male,
sospira, soffia, sbuffa, e er legno scrocchia,
finché s'aggiusta e co' 'na certa fiacca
caccia fòra la scatola e stabbacca.
Stabbacca e, pe' l'effetto de la presa,
se soffia er peperone2 così forte
che l'eco s'arisente du' o tre vorte
come facesse er giro de la chiesa,
e ar tatanai3 che fa quanno rimbomba
nun capite s'è un naso o s'è 'na tromba.
— Dite, figliola... — E la signora, pronta,
principia a ciancicà4 quarche peccato
cór solito ciccì... sentite er fiato...
er fiato solamente che racconta
o, ar più, quarche pezzetto de parola
che j'esce a tradimento da la gola.
— Padre, sì... quarche sera... jeri solo...
perché... non lo sapevo... l'ho promesso...
1
2
3
4
Entra.
Naso grosso e rubicondo.
Chiasso: voce d'origine ebraica.
Esporre con parole smozzicate.
Tre volte... quello no... piuttosto spesso... —
E da 'ste cose aricchiappate a volo
potete figuravve a la lontana
quello ch'ha fatto ne la settimana.
Quanto ce mette? Assai! Ché la signora,
pe' riccontaje certe scappatelle
che su per giù saranno sempre quelle
certe matine nu' j'abbasta un'ora!...
Un'ora e più! Purtroppo 'ste vassalle1
ce metteno più a dille che a rifalle!
1
Canaglie.
LA DUCHESSA
Framezzo ar montarozzo1 de le case
arampicate in cima a la montagna,
che guardeno curiose la campagna
come tante donnette ficcanase,
c'è un gran castello antico ch'assomija
a la faccia d'un omo che sbadija.
In quer castello lì c'è 'na duchessa:
una vecchietta incartapecorita
che da quattr'anni in qua nun è sortita
antro che du' o tre vorte p'annà a messa:
e mó sta a casa tutt'er santo giorno
a guarda l'antenati che cià intorno.
Eppuro, 'sta vecchietta, che a vedella
pare l'illustrazzione d'un disastro,
se avesse conservato er libbro mastro
de quer ch'ha fatto ar tempo ch'era bella,
vedrebbe, da l'entrata e da l'uscita,
che in fin de conti poi s'è divertita.
Vedrebbe che, ner tempo ch'era forte,
era forse più debbole d'adesso,
pe' via che scivolava troppo spesso
quanno che je faceveno la corte;
tutti: — Duchessa qua, duchessa là... —
Quant'era bella cinquant'anni fa!
Ma mó, Vergine santa, che divario!
È grinza2, arinnicchiata, nun cià denti,
le labbra, stufe de sbaciucchiamenti,
je se so' ripiegate a l'incontrario,
quasi pentite d'avé avuto er vizzio
d'esse rimaste troppo in esercizzio.
Puro l'orecchie se so' date pace:
doppo d'avé sentite tante cose,
tante parole belle e affettuose,
1
2
Cumulo.
Grinzosa.
mó cianno du' toppacci de bambace3:
bambace che ve dice chiaramente
che la duchessa è sorda e nun ce sente.
Ma a lei poco j'importa d'esse sorda,
ché così pô rimane l'ore e l'ore,
senza er disturbo de gnissun rumore,
a ricordà le cose che ricorda...
Massimamente un certo giovenotto
che fu l'amico suo ner cinquantotto.
E nun c'è gnente che l'accori tanto
come er ricordo de 'st'amore antico:
s'intenerisce a ripensà a l'amico...
Ma, appena che una lagrima de pianto
scivola ner canale d'una ruga,
la ferma co' la mano e se l'asciuga.
La ferma e se l'asciuga piano piano,
rassegnata, tranquilla; poi sospira
come pe' di': — È finita!... — E se riggira
la corona d'avorio che cià in mano
per affogasse le malinconie
tra le pallette de l'avemmarie.
E dice fra de sé: — Lo rivedrò? —
Ma la testa je seguita a tremà
come a 'na paralitica e je fa
er movimento de chi dice no...
Pare che Dio la voja fa' pentì
d'avé risposto troppe vorte sì!
3
Batuffoli di bambagia.
A VILLA MEDICI1
Te l'aricordi più le passeggiate
in queli vicoletti de verdura,
in quele grotticelle sprofumate2
che pareveno fatte su misura
pe' fa' passà le coppie innammorate?
Te l'aricordi più. ciumaca3 bella,
la testa de quer satiro che stava
anniscosta framezzo a la mortella,
che rideva e faceva capoccella4
pe' minchionà la gente che passava?
Sortanto quer pupazzo avrà sentito
tutti quanti li baci che m'hai dato!
Sortanto quer pupazzo avrà capito
fino a che punto m'ero innammorato
o, pe' di' mejo, m'ero arimbambito!
Pareva quasi che ner vede a noi
ridesse e barbottasse5 fra de lui6:
— N'ho visti tanti e tanti come voi,
innammorati fracichi7, ma poi
ognuno è annato pe' li fatti sui! —
Defatti, fu così! L'amore eterno
che me giurassi er dodici d'aprile
finì su li principî de l'inverno!
Che lite! t'aricordi? — Infame! — Vile!
— Ciovetta8! — Birbaccione! — Va' a l'inferno! —
E Dio solo lo sa tutte le pene
ch'ho sofferto in quer brutto quarto d'ora,
Sul Pincio: dal 1803 sede dell'Accademia nazionale di Francia, istituita (1666) da
Luigi XIV e Colbert.
2
Profumate.
3
Vezzeggiativo amoroso; simpatica.
4
Capolino.
5
Brontolasse.
6
Fra sé.
7
Cotti: l'originaria accezione di «fracico» è «fradicio».
8
Civetta.
1
quanno m'hai fatto tutte quele scene;
ma la lezzione che m'hai data allora,
pe' di' la verità, m'ha fatto bene!
Ché mó, quanno ritorno in quela villa
co' quarch'antra regazza che me piace,
già penso che un ber giorno ho da finilla:
così me sento l'anima più in pace
e passo la giornata più tranquilla.
E certe vorte è er core che me dice:
— Bada! nun ce fa' tanto assegnamento;
perché vôi crede a questa, dar momento
che puro1 co' Ninetta eri felice,
che puro co' Ninetta eri contento? —
Eh, Nina! Che lezzione che fu quella!
Perfino adesso, prima de decide
de volé bene a quarche donna bella,
ripenso sempre ar satiro che ride
anniscosto framezzo a la mortella!
1
Pure, anche.
LA TRADITA
Sabbato a notte che l'ho veduta
sotto ar lampione d'un marciapiede
manco l'avevo riconosciuta;
che s'è ridotta! Nun ce se crede!
Pallida, grinza1, rinsecchita,
povera Rosa, com'è finita!
— Sei tu? — je dissi — Me pare jeri
quanno facevi la stiratrice;
rivedo sempre quell'occhi neri
frammezzo ar bianco de le camice,
quanno cantavi tutta contenta:
fiorin de lilla, fiorin de menta...
Fiorin de menta, fiorin de lilla,
de queli tempi parevi un fiore:
giovane, bella, bona, tranquilla,
piena de vita, piena d'onore,
eri felice nun se sa quanto,
ridevi sempre, ridevi tanto...
Chi se pensava ch'annavi in giro2?
Dimme, chi è stato? racconta... come?... —
Lei me rispose con un sospiro
e nun volenno je scappò er nome
de quel'infame che l'ha piantata
doppo d'avella disonorata!
Poi, tutta rossa da la vergogna,
con una mano se cercò in petto,
cacciò un brelocco3, l'aprì co' l'ogna4:
— Guarda! — me fece — L'avressi detto?
Lo porto sempre, lo terrò addosso
fino a che vivo, fino a che posso!
Vojo che resti cór disonore
qui, su la carne, perché risenta
1
2
3
4
Grinzosa.
Ch'eri divenuta una donna di giro.
Ciondolo, con dentro ritratti o capelli; da «breloque».
Le unghie.
tutte le spine che ciò ner core,
tutto lo strazzio che me tormenta
quanno la gente me butta in faccia
tutta la fanga de 'sta vitaccia! —
Dar vicoletto dietro ar cantone
spuntò la striscia d'un'ombra nera
che s'allungava sotto ar lampione;
Rosa me disse: — Felice sera... —
E intesi un fischio, corto, deciso,
come un commanno, come un avviso...
Povera Rosa! Me pare jeri
quanno faceva la stiratrice;
rivedo sempre quell'occhi neri
framezzo ar bianco de le camice,
quanno cantava tutta contenta:
fiorin de lilla, fiorin de menta!
ER VENDITORE DE PIANETI1
È un poverello co' la barba bianca,
che va con una manica in saccoccia
pe' fa' distingue er braccio che je manca.
Gira con una scatola e una boccia
dove c'è drento un diavolo de vetro
co' du' cornette in cima a la capoccia2.
Succede che la gente
passa senza fa' caso ar poverello,
ma, a vede er giocarello, torna addietro,
se ferma, s'avvicina, s'ariduna,
e tenta la fortuna.
— Signori! — dice er vecchio —
Venghino ad osservare il mio apparecchio
che agisce sotto il flusso della luna;
con il su e giù che fa nella bottiglia,
il diavolo ci legge nella vita
entrando ne l'affari di famiglia:
la zitella saprà se si marita,
la vedovella chi se la ripiglia...
Avanti, avanti, ché col mio pianeta,
oltre d'averci in mano l'avvenire,
guadagneranno cento mila lire
con una piccolissima moneta! —
Impedito com'è, mezzo sciancato,
com'ha da fa'? S'ingegna, poveraccio!
Una vorta je chiesi: — E com'è stato
ch'avete perso er braccio?
— Fu ner cinquantanove, a Solferino.
— me rispose er vecchietto — Fu in quell'anno!
Me buggerò un tedesco. Era destino.
Che belli tempi! — disse sospiranno —
Eh! queli tempi, caro signorino,
nun torneranno più, nun torneranno!
Pe' via ch'allora la bandiera nostra
nun era carcolata come adesso
a una pezza attaccata in un bastone,
ch'è car'e grazzia3 se je vanno appresso
ne la dimostrazzione!
1
2
3
Della fortuna.
Testa.
È gran fortuna.
Pe' nojantri era tutto: era la fede,
era l'amore, l'anima, la vita,
co' la speranza de potella vede
sventolà ar sole su l'Italia unita!
L'Italia! Solamente a 'sta parola
er sangue ce bolliva ne le vene,
er core ce zompava1 ne la gola!
E che strazzi, che tribboli, che pene
che sapémio2 soffrì pe' 'st'ideale,
senza fa' tante scene
co' le sottoscrizzioni sur giornale!
Ché puro allora se viveva male,
ma, per lo meno, se moriva bene!
E in questo qui nun ciò rimorsi: ho fatto
tutto quer ch'ho potuto e so' contento;
ma le battaje der Risorgimento
pe' conto mio nun so' finite affatto!
Ciò una guerra più seria
da combatte: la fame!
Ciò un nemmico più infame: la miseria!
Pe' questo so' obbligato a fa' 'sto gioco,
buggiaranno la gente tutto er giorno...
Che ce guadagno? Poco. Troppo poco!
Senza contà che quarche pizzardone3,
quanno me vede troppa gente intorno,
me fa contravenzione.
Dice: — Sei un ciarlatano!... — È indubbitabbile:
ma m'è rimasto un braccio solamente;
data la ricompensa, è perdonabbile
se me ne servo pe' fregà la gente!
1905
Saltava.
Sapevamo.
3
Guardia municipale, così chiamata pel copricapo a due punte arieggianti il becco
della pizzarda (beccaccino).
1
2
LA PORCHETTA BIANCA
C'era una vorta un Re, ch'annava a caccia.
Un giorno, invece d'ammazzà un cignale,
spaccò la testa a un povero Majale
che se stava a sciacquà ne la mollaccia1;
— Accidenti! — strillò — Me so' sbajato!
Nun è mica un cignale ch'ho ammazzato!
— Ma che sbajato! un Re nun sbaja mai!
— je disse er Maggiordomo un po' confuso —
Questo è un cignale puro sangue, e er muso
dimostra ch'è de razza bella assai!
Come pô sta'2 che l'occhio d'un Sovrano
nun distingua le bestie da lontano?
— E che decide?3 — je rispose lui —
Puro jeri, parlanno der Governo,
ho confuso er ministro de l'Interno
cór ministro dell'Esteri: per cui
pô succede benissimo che faccia
li stessi sbaji quanno vado a caccia.
— E defatti so' un Porco e je lo giuro!
— disse allora er Majale — E so purtroppo
che la palla ch'è uscita da lo schioppo
me deve avé fregato de sicuro.
Nun me pensavo mai de fa' 'sta morte
pe' l'antipasto de li pranzi a Corte!
Ma giacché ho avuto ne la mi' disgrazzia
er privileggio d'esse fucilato
da un Re e, s'intenne, a spese de lo Stato,
me permetto de chièdeje 'na grazzia...
— Parla! — je fece er Re — Ti sia concesso!
Procurerò de fattela oggi stesso. —
Dice: — Là in fonno, ne la fattoria,
sotto la grotta, drento a la montagna,
ciò lassato una povera compagna,
1
2
3
Fango.
Può essere.
E questo che cosa c'entra, che significa, che vuol dire?
l'unica gioja de la vita mia!
Una Porchetta bianca, una bellezza
sacrificata in mezzo a la monnezza1.
Annate là, cercate d'acchiappalla...
— Sì, — fece er Re — ma in mezzo a tante troje
come faremo a ritrovà tu' moje?
Se nun c'insegni er modo de trovalla
ce fai gironzolà pe' tutto er Regno...
— Sì: — disse er Porco — adesso ve l'insegno.
Annate appresso ar sangue che me sorte
da le ferite che m'avete fatte,
sartate cinque fossi e cinque fratte,
sfonnate cinque muri e cinque porte,
entrate ne la grotta a mano manca
e troverete la Porchetta bianca.
Se conosce lontano cento mija
perché cià ar collo un medajone antico,
dove, er giorno ch'è nata, un mago amico
je ce scrisse un segreto de famija,
un gran segreto che nun so che io...
Ce conto? Certo? Grazzie tante! Addio! —
E er Majale, co' l'occhi mezzi chiusi,
fece un sospiro tanto mai profonno
che se nun fusse annato all'antro monno
j'avrebbe detto certamente: Scusi...
Ma j'amancò la forza, e la parola
je fece un gioco d'aria ne la gola.
— Mó — disse er Maggiordomo — annamo via,
perché nun è prudente che un Sovrano,
pe' quanto democratico e a la mano,
se comprometta in una porcheria.
Dice: «Je l'ho promesso!...» E che significa?
La parola, in 'sti casi, se sacrifica!
Quante e quante ne dà ne li discorsi
de la Corona senza fanne gnente?
e, adesso, pe' 'na bestia puzzolente,
1
Immondezza.
se deve fa' pijà tanti rimorsi?
No, creda: in circostanze come questa
se dà un sussidio e se fa aprì un'inchiesta.
— No, — disse er Re — nun me convinci! Io sento
quarche cosa ner core che me dice:
Vattela a pija che sarai felice,
vaitela a pija che sarai contento...
Dunque nun vojo tante osservazzioni,
cammina e nun me rompe l'illusioni. —
Era già notte. Giù da la montagna,
inargentata da la luna piena,
veniva er lagno d'una cantilena
che se spargeva in tutta la campagna:
era una voce piena de dolore
ch'entrava ne l'orecchie e annava ar core.
Succede che 'sti canti de lamento
vengheno da 'na voce immagginaria,
ma fanno male e metteno nell'aria
come 'na spece de presentimento...
Così successe a quelli e bastò questo
pe' rinfrancalli a camminà più presto.
E lì, cammina che t'aricammina,
er Re era stracco e er Maggiordomo peggio,
pe' via che er Re ciaveva un callo reggio
e er Maggiordomo un male ne la schina1,
male ch'attacca all'ommini che fanno
inchini e riverenze a un tanto all'anno.
Ma c'ereno arivati, finarmente!
Ammalappena2 je se fece giorno
viddero er sito e subbito imboccorno3
drento a la grotta coraggiosamente:
era 'na grotta bassa, scura scura,
più sporca d'una sala de pretura.
La Porchetta dormiva in un cantone,
1
2
3
Schiena.
Non appena.
Entrarono.
sdrajata tra la fanga e la monnezza4.
— Eccola! — disse er Re co' sicurezza —
È lei! Sì, certo! Porta er medajone...
Ce dev'esse er segreto, ce dev'esse...
Leggi! Fa' presto!... — E er Maggiordomo lesse:
«Doppo un mese che un Re m'avrà baciato
diventerò 'na donna tanto bella,
arta, bionda, benfatta e uguale a quella
che l'omo istesso se sarà ideato.
S'intenne che er Sovrano che me bacia
bisogna che sia bello e che me piacia.»
Er Re, ch'aveva visto tante donne
senza d'avé mai trovo l'ideale,
pensò: — Chissà che femmina geniale,
chissà che bella donna s'annisconne
sotto 'ste belle setole! Chissà
che bocconcino che diventerà!
Guarda che ber grugnetto! T'innamora!
Che belle mosse! Faccio la scommessa
che qua c'è sotto quarche arciduchessa:
hai voja a di', ce vedi la signora!
Abbasta, o sia signora o sia cocotte,
mó j'appiccico un bacio e bona notte!
Però j'annerò a genio? Chi lo sa? —
Er Maggiordomo je rispose: — Ah, sì!
— E indove je lo do? — Je lo dia lì...
— E se nun fusse lì? — Je lo dia là... —
Detto fatto er Sovrano s'inchinò,
se levò la corona e la baciò.
— E adesso, — disse doppo — se passasse
un Re alleato a fa' l'istesso gioco?
A quel'amichi lì ce credo poco:
eh, li conosco! È mejo a nun fidasse...
Portamola a Palazzo: è più prudente;
tanto una più una meno nun fa gnente. —
E fu così che quela stessa sera
la Porchetta entrò a Corte e fu anniscosta
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Immondezza.
in un salone preparato apposta,
che nun ve dico er lusso che nun c'era,
sotto la sorvejanza d'un gendarme
che doveva, ner caso, da' l'allarme.
Defatti, doppo un mese, er cambiamento
successe sotto l'occhi der Sovrano,
co' la svertezza d'un repubbricano
che diventa monarchico! un momento!
Se vidde un fumo rosso e scappò fòra
da l'istessa Porchetta una signora.
Quanno che er Re la vidde, per un pelo
se ne veniva meno, immagginate!
Cominciò a dije: — E dove l'hai rubbate
tante bellezze? l'hai rubbate in celo
a quarche cherubbino che dormiva
e sei scappata co' la refurtiva?
C'è un viso uguale ar tuo? no, nun me pare:
Venere sola ce l'avrà compagno;
chi t'ha filato li capelli? un ragno?
Dov'hai preso li denti? in fonno ar mare?
Certo l'hai presi lì, perché a guardalli
pareno perle in mezzo a li coralli.
La bocca rossa e fresca te riluce
come una rosa quanno la matina,
s'imperla de la guazza brillantina
sotto a li razzi de la prima luce,
e la risata è un frìccico1 de sole
ch'illumina li baci e le parole!
Da 'sto momento in poi sarai chiamata
la Principessa Ali de la Gaggìa,
diventerai la favorita mia
per esse riverita e rispettata,
perché la favorita der Sovrano
è 'na reggina de seconna mano.
— Ah sì? me pijerebbe come amante? —
je fece lei cambianno de colore;
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Un pocolino.
poi s'ariprese e disse: — È un bell'onore
d'esse disonorata da un regnante!
Nun m'aspettavo tanto, Maestà:
nun m'aspettavo tanto, ma c'è un ma...
Nun s'aricorda più der medajone?
C'era scritto: «Er Sovrano che me bacia
bisogna che sia bello e che me piacia...»
Invece, lei, me scusi l'espressione,
cià certi baffi che me pare un gatto,
è vecchio, è brutto e nun me piace affatto.
E l'affezzione nun se mette mica
per decreto reale! Abbia pazzienza!
Ciavesse per lo meno l'apparenza...
Ma tiè 'na panza, Dio lo benedica,
ch'a abbraccicà un Sovrano come lei
de favorite ce ne vonno sei!
— Sì, — fece lui guardannose la panza
come se annasse in cerca d'un pensiero —
so' brutto, grasso e vecchio, questo è vero,
però finché c'è fiato c'è speranza:
a la più buggiarona1 m'arimane
la vecchia Strega de le palatane2. —
'Sta Strega, ch'abbitava in un castello,
ciaveva un'erba ch'era bona a tutto:
se la magnava un omo vecchio e brutto
poteva diventà giovene e bello,
a condizzione che je procurasse
quattro cose difficile a trovasse.
— Nun m'arimane che d'annà da quella —
pensò er Sovrano; e doppo avé chiamato
Marcuccio, er servitore più fidato,
perché je sorvejasse la su' bella,
pijò la spada, caricò lo schioppo,
montò a cavallo e via de gran galoppo!
Fece cinquanta mija a brija sciorta,
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Nel peggiore dei casi.
Parietarie, erbe che crescono sui muri.
dritto come una palla, e verso sera
bussò ar castello de la Fattucchiera
che fu lei stessa che j'aprì la porta;
quanno se vidde avanti er Re in persona
disse: — Che vôi da me, Sacra Corona?
Er Sovrano je fece: — Io vojo l'erba,
perché me va a faciolo1 una picchietta2
che più la guardo e meno me dà retta,
che più l'alliscio e più diventa acerba;
tu sola pôi levamme da le pene
facenno in modo che me voja bene. —
Saputo come staveno le cose,
la Fattucchiera fece la boccaccia,
guardò per aria, spalancò le braccia,
sospirò, chiuse l'occhi e je rispose:
— L'affare butta male3, ma se fai
quer che te dico je la sfangherai4.
Per avé l'erba che rinforzi l'omo
prima de tutto devi fa' in maniera
de procuramme pe' domani sera
la pelle d'un ministro galantomo,
una camicia d'una donna onesta,
un gatto verde e un gallo senza cresta.
Però se perdi tempo sei perduto:
occhio a la penna5! ché la Principessa
che t'interessa tanto, t'interessa,
cià l'onore attaccato co' lo sputo,
e se Dio guardi fai 'na cosa storta
ridiventa Porchetta un'antra vorta.
— Domani stesso — fece er Re — ciavrai
la pelle, la camicia, er gatto e er gallo. —
Ner dije questo rimontò a cavallo,
volò a la Reggia e, sverto più che mai,
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A genio.
Bella ragazza.
L'impresa è difficile.
Vi riuscirai.
Stai ben attento, tieni gli occhi aperti.
senza da' tempo ar tempo ridunò
li ministri de Stato e je parlò:
— L'eccellenza più onesta e intemerata
arzi la mano e faccia un passo avanti. —
Li dodici ministri, tutti quanti,
fecero er passo co' la mano arzata,
cór braccio teso come fanno spesso
li scolari che chiedono un permesso.
— Bravi! — disse er Sovrano — A quanto pare
voi séte galantommini e ce credo,
ma avete da sapé che ve lo chiedo
per un piacere mio particolare:
ché er più onesto bisogna che me dia
la pelle pe' sarvà la monarchia. —
Davanti a la proposta de la pelle
ogni ministro ritirò la mano,
ridiventò sincero, e piano piano
vennero fòra tante marachelle,
ch'ognuno confessò d'avé rubbato
li sòrdi da le casse de lo Stato.
Che fece allora er Re? Fece corregge
l'articoli der Codice Penale
e stabbili ch'er furto nazzionale
fusse approvato a termini de legge.
Dato un provedimento come questo,
c'ebbe la pelle der ministro onesto.
Poi cercò la camicia. Nun ve dico
quante donne chiamò. La chiese a tante,
ma le bionde ciaveveno l'amante
e le more ciaveveno l'amico;
vojantri me direte: E le castagne1?
Eh! puro quele lì... Tutte compagne!
Ma ner sentì che c'era 'na zitella
ch'era rimasta sempre su la sua,
lo disse ar Maggiordomo e tutt'e dua
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Castane.
la sera stessa agnedero2 a vedella;
se chiamava Santina e fra la gente
passava pe' 'na santa veramente.
Er Re je chiese: — Séte propio voi
la donna più onorata?... — Eh, crederei!
Ma che ve serve? — je rispose lei.
Dice: — Venite subbito co' noi
perché er Governo deve fa' un'inchiesta
su la camicia d'una donna onesta... —
Ma quella, invece, se buttò in ginocchio;
dice: — Per carità! M'ariccommanno!
Nun me spojate, nun me fate danno,
ch'io lo facevo pe' nun da' nell'occhio...
— Come? che facevate? — chiese er Re —
Che? gnente puro voi?... Povero me! —
Santina allora je spiegò l'affare;
dice: — Vedete 'st'abbito? È de nonna;
da un pezzo in qua m'ammaschero da donna
pe' sfuggì dar servizzio militare:
però so' un omo e ve lo dico io,
me chiamo Pippo, quant'è vero Dio!
— Avemo fatto fiasco un'antra vorta!
Ma chi pensava — disse er Maggiordomo —
che la donna più onesta fusse un omo?
Der resto, — dice — a noi che ce ne importa?
Se er popolo ce crede, faccia er tonto2;
in certi casi torna sempre conto.
Lei, poi, che come Re manna per aria
qualunque cosa abbasta ch'arzi un deto,
lo sa che deve fa'? firmi un decreto
pe' fallo nomina donna onoraria:
aggiustate le cose in 'sta maniera,
je sfila la camicia e bona sera! —
L'idea fu bona: er Re tutto felice
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Andarono.
Lo stupido.
je levò la camicia e se n'agnede3.
— E adesso — disse doppo — vojo vede
la Principessa pe' sentì che dice.
Chissà che nun s'è fatta persuasa... —
E lesto e presto se n'agnede a casa.
Prima d'entraje in cammera chiamò:
nessuno je rispose; ebbe paura:
guardò dar bucio2 della serratura,
nun vidde gnente': aprì la porta... entrò...
Ma sì! Chiama de su, cerca de giù,
la Principessa Ali nun c'era più!
J'aveva fatta un'azzionaccia indegna
pe' via che s'era messa a fa' l'amore...
azzeccate co' chi?... cór servitore!
E lui j'aveva rotta la consegna:
j'aveva rotta la consegna e poi
er resto... immagginatevelo voi!
Er Re, piagnenno, se buttò sul letto
maledicenno er barbero destino,
quanno vidde sortì dar commodino
una spece de spirito folletto,
che più d'esse3 uno spirito era un coso
piccolo, secco, moscio e scivoloso4.
Er Sovrano je chiese: — E tu chi sei?
— Io? so' l'Istinto de la Porcheria:
— je fece quello — e la Porchetta è mia
perché so' nato e morirò co' lei;
co' tutto che l'hai fatta Principessa
pe' conto mio rimane quella stessa.
E potrai scozzonalla5 infin che vôi,
la potrai ripulì quanto te pare,
la potrai mette puro su un artare
come se fusse un idolo, ma poi
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Andò.
Buco, foro.
Oltre ad essere.
Viscido.
Dirozzarla.
viè sempre er giorno che ritorna a galla
la bestia, la Porchetta e la vassalla1!
Pe' coprì certi istinti e certe cose
nun basta mica un abbito de raso... —
E ner di' questo se ficcò in un vaso
indove nun se tengheno le rose,
e svaporò per aria come fila
er fumé2 quanno sorte da una pila3.
1906
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Birba.
Fumo.
Pentola.
ER SERRAJO
ER COMIZZIO
Un Leone rinchiuso in una gabbia,
in der vedé1 da un finestrino aperto
er celo e er mare, aripensò ar deserto
e ar tempo che sdrajato su la sabbia
liberamente, senza tante noje,
passava le giornate co' la moje.
E ripensò ar tramonto: quanno pare
che er sole, rosso rosso come er foco,
scivoli giù dar celo e a poco a poco
finisce che se smorza drento ar mare.
Pe' chi patisce de malinconia
questa è l'ora più peggio che ce sia!
— Ero libbero, allora! Ero felice!
— barbottava2 scocciato. — E mó bisogna
che stia rinchiuso e faccia la carogna3
sotto le granfie d'una Domatrice,
che specula su tutto e che se serve
puro de la ferocia de le berve!
Se me volesse veramente bene
nun me farebbe fa' tante sciocchezze
a furia de bacetti, de carezze,
d'allisciamenti e de tant'artre scene!
La solita politica! D'artronne
questo è er vecchio sistema de le donne.
Er Domatore? È peggio! Io solamente
conosco la ferocia der cristiano
quanno m'insegna co' la frusta in mano
a sfonnà er cerchio e a salutà la gente:
«Oplà! Nerone! Un altro salto! Alé!...»
Bella maniera de trattà li Re!
Ho detto Re, purtroppo! ma oramai
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Nel vedere.
Brontolava.
Il vigliacco.
m'accorgo che divento piano piano
sovrano come er popolo sovrano
che viceversa nun commanna mai.
Guai se nun faccio quer che vonno loro!
Guai se m'impunto! Guai se nun lavoro!
Tra l'antre cose ha scritto sur programma
che un giorno ho divorato un domatore!
No, nun è vero affatto! È un impostore!
Lo possino ammazzallo in braccio a mamma!
È 'na reclame che se fa 'sto micco1
pe' venne più bijetti e fasse ricco.
E in questo nun ce sta la convenienza!
Fintanto che le fiere serviranno
a fa' guadagnà l'ommini, saranno
come le fiere... de beneficenza.
È un'infamia! un sopruso! una vergogna!
Bisogna fa' 'no sciopero, bisogna! —
Una Scimmia che intese 'sto discorso
je disse: — Ma perché nun fai in maniera
de fa' un complotto assieme a la Pantera,
a la Jena, a la Tigre, ar Lupo e all'Orso?
Perché nun cerchi de riavé la stima,
l'indipennenza che ciavevi prima?
Tu che sei Re, padrone d'un deserto,
co' quer nome che ciai, nun t'hai da mette
a fa' li giochi e a fa' le pirolette
come un artista de caffè-concerto,
come un vecchio pajaccio de mestiere...
Che speri? d'esse fatto cavajere?
No, amico, qui è questione d'amor propio;
finché 'ste buffonate le fo io
che so' una Scimmia, è er naturale mio:
vedo un omo, lo studio e lo ricopio;
lo ricopio e pe' questo so' sicura
de facce 'na bruttissima figura.
E lo stesso succede ar Pappagallo,
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Stupido, gonzo.
che ammalappena1 sente 'na parola
che dice un omo, je s'incastra in gola
e se spreme e se sforza pe' rifallo...
Discorre come lui, ma nun c'è ucello
più scocciante e più stupido de quello! —
E siccome la Scimmia, da la rabbia,
aveva arzato un po' de più la voce,
tutte quell'antre bestie più feroce
fecero capoccella2 da la gabbia:
— Bene! Brava! — strillaveno — Ha raggione!
Viva la libbertà! Morte ar padrone!
— Zitti! — disse er Leone che capiva
che quello era er momento più propizzio
pe' pijà la parola e fa' er comizzio —
È inutile che dite abbasso o evviva:
le ribbejone fatte co' li strilli
se rimetteno ar posto co' tre squilli3.
Bisogna fa' sur serio e arivortasse
contro 'sto sfruttatore propotente!
E questo l'otterremo solamente
co' l'organizzazzione de la Classe:
ammalappena4 se saremo uniti
co' le bestie de tutti li partiti!
Ma prima ch'incominci la battaja,
se fra de voi ce fusse un animale
che pe' quarche raggione personale
vô restà sottomesso a 'sta canaja,
che se faccia escì er fiato5, parli avanti,
senza che poi ciriòli6 come tanti —
Un Ciuccio, che ciaveva l'incombenza
de porta la carnaccia7 ner Serrajo,
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Non appena.
Capolino.
Di tromba, prescritti alle autorità di P. S. per lo scioglimento delle dimostrazioni.
Non appena.
Che parli.
Anguilleggi; da «ciriola», anguilla.
Carne di cavallo per il pasto delle belve.
capì er latino, e disse con un rajo
che aveva già perduta la pazzienza:
— Io — fece — sarò er primo a daje addosso!
Lo possino scannallo a mare rosso1!
Io, doppo tutto, so' lavoratore,
fatico, soffro assai, ma quer bojaccia
come m'aricompensa? A carci in faccia!
In che modo me paga? cór tortore2!
Poi m'ammazza e me scortica, pe' via
che fa er tamburo co' la pelle mia!
Defatti, certe sere, quanno sento
er rataplan che fanno li sordati,
ripenso a li somari scorticati
che so' serviti a tutto er reggimento...
Sarò pazziente, sì: ma nun sopporto
che me la soni puro doppo morto!
Per cui m'associo ne la ribbejone:
ma prima vojo avé la sicurezza
che me levate er basto e la capezza3:
se qui se tratta de trovà un padrone
che me la crocchia4 come quelo vecchio,
resto co' questo e bona notte ar secchio5! —
La Lupa disse: — E io ch'ho dato er latte
ar primo Re de Roma? È pe' via mia
se bene o male c'è la monarchia:
ma l'Omo, invece, quante me n'ha fatte?!
M'ha chiuso in gabbia e ha messo fòra er detto
che magno come un lupo! Ber rispetto!
Doveva avé un riguardo pe' la balia
der primo Re che fece Roma! E invece...
— Ma questo — disse l'Orso — nun fa spece6!
Puro quelli che fecero l'Italia
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Imprecazione popolare.
Bastone.
La cavezza.
Mi batte.
Chi s'è visto s'è visto.
Non fa meraviglia.
mó campeno sonanno l'orghenetto
co' le ferite e le medaje in petto!
— Io, — disse allora er Cane — nu' lo nego,
je so' fedele, affezzionato... e come!
je so' amico davero! Ma siccome
me tratta come un cane, me ne frego
de pijamme li carci da 'st'ingrato!
M'arivorto pur'io! Mor'ammazzato!
— E farai bene! —j'arispose er Gatto —
Io che so' 'n animale indipennente
m'affezziono a la casa solamente,
ma no ar padrone che nu' stimo affatto;
o monarchico o prete o socialista,
l'Omo è stato e sarà sempre egoista.
— E io — disse la Tigre — ciò er dolore
che lui me paragoni e me confonna
er core mio cór core de la donna
ch'ammazza er fijo pe' sarvà l'onore!
So' una tigre, è verissimo, ma io
nun assassino mica er sangue mio!
— Nun posso fa' la rivoluzzionaria
perché so' la reggina de l'ucelli;
— strillò l'Aquila nera — io, come quelli
che stanno in arto e viveno per aria,
vedo le cose sempre tale e quale...
— Purtroppo! — disse l'Orso — Questo è er male!
In arto nun se sentono li lagni,
in arto nun se vedeno le pene,
da quel'artezza lì, tutto va bene!
Poveri e ricchi, tutti so' compagni!
Bisogna scegne1 pe' conosce a fonno
tutte le birbonate de 'sto monno!
— Che diavolo volete che m'importi
— barbottava la Jena clericale —
dell'Omo e der benessere sociale?
Io vivo solamente su li morti,
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Scendere.
e a chi me dice: io soffro, j'arisponno
che la felicità sta all'antro monno. —
Un povero Majale ammaestrato,
che spesso entrava in gabbia cór Leone
pe' fa' convince er pubbrico cojone
ch'er Re de la Foresta era domato,
se fece escì un rumore da la gola,
domannò scusa e prese la parola:
— L'idea de 'st'uguajanza nun pô regge.
Voi direte ch'io pijo le difese
de la moderna società borghese
che me stima, m'ingrassa e me protegge,
e che, co' la scusante der preciutto1,
permette che me ficchi da per tutto.
Nun è pe' questo. Io dico: se domani
viè ammessa l'uguajanza, diventate
tutti compagni, sì: ma nun pensate
ch'er cane vorrà vede tutti cani,
er sorcio vorrà vede tutti sorci,
e io, questo s'intenne, tutti porci!
— Io benedico l'Antenato mio
— fischiò er Serpente — che minchionò l'Omo
quanno je disse che magnanno er pomo
sarebbe diventato eguale a Dio.
L'Omo, sempre ambizzioso e interessato,
lo prese e ciarimase buggerato.
Ma lui che cià le scuse sempre pronte,
quanno Iddio, pe' punillo der peccato,
je disse che se fusse guadagnato
er pane cór sudore de la fronte,
fece l'occhietto2 e disse a la compagna:
«Se nun trovi chi suda nun se magna!»
Apposta3 c'è chi resta a bocca asciutta
e chi magna pe' quattro: ar proletario,
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Prosciutto.
Ammiccò.
Perciò.
che suda assai, j'amanca er necessario,
mentre, invece, er padrone che lo sfrutta
senza sversà una goccia de sudore,
magna, fuma, s'intoppa1 e fa er signore.
— Questo è er vero peccato origginale!
— strillava er Coccodrillo socialista —
Morte a la borghesia capitalista!
Evviva la repubbrica sociale!
Evviva... — E chi lo sa ch'avrebbe detto
se nun se fusse inteso un orghenetto.
Era l'avvisatore che sonava
una marcia qualunque, solamente
pe' ridunà più pubbrico, e la gente,
chiamata dar motivo, c'imboccava2.
— Zitti e a stasera! — disse la Pantera.
E tutti j'arisposero: — A stasera!
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S'ubriaca.
Entrava.
LA RIBBEJONE
E la sera, defatti, ammalappena1
ch'er Domatore esciva co' la Moje,
er Pappagallo, libbero, annò a scioje
la Scimmia che ciaveva la catena:
la Scimmia, sverta, aprì le gabbie e allora
tutte le bestie vennero de fòra.
— Ah! finarmente semo tutti uguali!
— strillò la Scimmia — Adesso, finarmente,
potremo mette a posto un propotente
che crede d'esse er Re de l'animali!
Già, lui se dà 'sto titolo perché
è er più animale e crede d'esse er Re!
Dovrebbe ricordasselo che Dio
lo fece co' la fanga e doppo noi:
doppo le bestie! E c'è chi dice poi
che sia venuto da un abborto mio...
Comunque sia, la cosa ve dimostra
la precedenza de la classe nostra!
Ma mó toccherà a loro a stacce sotto:
tutte l'infamie, tutti li soprusi
che cianno fatto cór tenecce chiusi
pe' tanto tempo drento a un bussolotto,
l'hanno da scontà tutti! E la vendetta
sarà feroce! Chi la fa l'aspetta!
Le bojerie che cianno fatto a noi
le rifaremo tanto a lei che a lui,
perché odia micchi...2 eccetera: per cui
io ve farò la spiegazzione, e voi
ve metterete tutti quanti a sede
come la gente che ce stava a vede. —
Fu accusì ch'er Serrajo cambiò scena;
ossia successe questo: ch'er Padrone
fu messo ne la gabbia der Leone,
la Moje ne la gabbia de la Jena:
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Non appena
Hodie mihi...
mentre la Scimmia — sempre lei! — faceva
la spiegazzione ar pubbrico e diceva:
— Questo vero fenomeno vivente
che vado a presentarglie è un Omo umano;
nun so se sia cattolico o cristiano,
protestante o giudìo, ma nun fa gnente:
ché, de qualunque religgione è nato,
biastima1 sempre er Dio che l'ha creato.
Si cibba d'ogni sorta d'animali,
ma a preferenza vô le carne tenere:
ucelli, polli, pesci d'ogni genere,
e vacche, e bovi, e pecore, e majali;
l'antre bestie le lascia: o so' cattive
o je fanno più commodo da vive.
Spece co' le galline è più feroce:
le strozza, poi le scanna cór cortello,
je strappa er core, er fegheto, er cervello,
le budella, er grecile2 e se li coce;
questa, che pe' nojantri è una barbaria,
a sentì lui diventa culinaria!
Ma nun ve faccia spece3: l'Omo umano
dice ch'è un animale raggionevole,
ma nun raggiona mai; de rimarchevole
nun cià che la parola: è un ciarlatano;
tiè quarche vizzio, in quanto ar resto poi
gira e riggira è tale e quale a noi.
Cià, è vero, una coscenza internamente
ch'è 'na spece de voce misteriosa
che lo consija o no de fa' una cosa,
ma certe vorte nun je serve a gnente:
tanto che pe' distingue er bene o er male
ha bisogno der Codice Penale.
Puro4 l'onore è un sentimento interno
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Bestemmia.
Il ventriglio.
Non vi faccia maraviglia.
Anche.
che se ne serve spesso quanno giura:
l'addopra per principio o per paura
d'annà in galera o de finì a l'inferno.
Senza che parli de quell'antro onore
ch'è 'na specialità de le signore.
Vive co' li quatrini: lui, che pare
er padrone der monno e che s'è imposto
co' la raggione e ha preso er primo posto
sopra le bestie de terra e de mare,
senza sordi in saccoccia1 è un omo morto,
co' tutta la raggione ha sempre torto!
Li quatrini so' come li dolori,
chi ce l'ha se li tiè: pe' questi l'ommini
se so' divisi in ladri e in galantommini,
se so' divisi in poveri e signori,
schiavi e padroni, vittime e strozzini...
sempre pe' 'st'ammazzati de2 quatrini!
Comincia a fa' lo scemo co' la Donna
quann'entra ne l'età de la raggione;
ognuna che ne vede è una passione:
o sia magra o sia grassa, o bruna o bionna,
nu' je n'importa: abbasta che ce sia
la cosiddetta certa simpatia.
L'Omo, ner fa' l'amore, è più ideale:
lo scopo è quello nostro, se capisce:
ma lui cià più maniera e lo condisce
co' quarche porcheria sentimentale
e co' 'na mucchia de parole belle
che però, su per giù, so' sempre quelle.
La Femmina per solito lo fa
per vizzio, per ripicca, per prudenza,
per ambizzione, per riconoscenza,
per interesse, per curiosità,
per un momento de cattivo umore
e, quarche vorta, puro per amore...
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In tasca.
Per questi maledetti.
Se è pe' vizzio, se butta a corpo morto,
s'attacca all'omo e je ne fa fa' tante;
pe' ripicca lo fa quanno l'amante
o er marito che sia j'ha fatto un torto;
— Giacché lui va co' lei, — dice — pur'io
lo vojo fa' co' quarche amico mio. —
Se un amico de casa l'ha veduta
entrà co' quarchiduno1 in quarche sito,
lei pensa: «E se lo dice a mi' marito?
se facesse la spia? Sarei perduta!
Dunque... bisognerà... Ce vô pazzienza...»
E in de 'sto caso aggisce pe' prudenza.
Cede per ambizzione se cià intorno
quarchiduno che sta sur cannejere2,
perché la donna prova un gran piacere
de potè di' che cià l'omo der giorno;
però badate: è un genere d'amore
che dura su per giù, ventiquattr'ore.
Lo fa per gratitudine la donna
che se deve levà 'n'obbrigazzione:
e in de 'sto caso pija la passione
come facesse un voto a la Madonna;
— Nun me va, — dice lei — ma come faccio?
È stato tanto bono, poveraccio! —
Se c'è de mezzo l'interesse... eh, allora
nun sta a guardà se l'omo è bello o brutto,
giovene o vecchio... passa sopra a tutto,
basta che a l'occasione cacci fòra
er portafojo... E su 'sto tasto adesso
ve dirò un fattarello ch'è successo.
'Na sera 'no Scimmiotto ammaestrato,
che lavorava in un caffè-concerto,
aveva visto er cammerino aperto
der buffo macchiettista e c'era entrato
cór pensiero de fa' 'na bojeria
a una cantante de la compagnia.
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Qualcuno.
Stare sul candeliere: essere in fortuna, in auge.
E sapete che fece? s'incarcò1
la bomba2 in testa, s'infilò un vestiario,
rubbò ducento lire a l'impresario,
uscì dar parcoscenico e aspettò.
Ammalappena3 vidde una cantante
j'agnede4 incontro e je ne fece tante.
L'invitò d'annà a cena, ma la Stella
lo riconobbe e disse: — Nun sia mai!
Va' via! Fai schifo! Fai ribbrezzo, fai!
Venì a cena co' te? Sarebbe bella!
Me pare de peccà contro natura
con una bestia simile! Ho paura! —
Ma quanno lo Scimmiotto, ch'era pratico,
je fece vede er pacco de bajocchi,
lei cambiò tono, lo guardò nell'occhi
e disse: — Doppo tutto sei simpatico...
Nun so... ma ciai un profilo interessante... —
E agnede difìlata al ristorante!
Questo pe' l'interesse; poi succede
che, spesso, una regazza se marita
sortanto co' l'idea de cambia vita,
e se ne va cór primo che la chiede.
— Che sarà 'sto marito? Che farà? —
E se lo pija pe' curiosità.
In un momento de cattivo umore
lo fa la donna quanno che s'annoja;
ma è 'na cosa slavata, contro voja,
dove c'è tutto fôri che l'amore.
È un genere d'amante che s'appiccica
spece ne le giornate che pioviccica.
Ma quanno è innammorata per davero
de quarchiduno che je va a faciolo5,
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4
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Si calcò.
Il cappello a cilindro.
Non appena.
Le andò.
A genio.
nun cià davanti all'occhi che lui solo,
lui solamente è l'unico pensiero:
lui sa, lui fa, lui dice, lui commanna...
E allora... panza mia, fatte capanna!
LA FINE DE LO SCIOPERO
Vojantri1 osserverete giustamente:
— Ma come?! Ner sentì 'ste cattiverie,
tutte 'st'infamie, tutte 'st'improperie,
er Domatore nun diceva gnente?
arimaneva lì come un cacchiaccio2? —
E ch'aveva da fa' quer poveraccio?
Lui capiva ch'aveveno raggione,
je toccava abbozzà3... Ma cór pensiero
cercava de fregalli. Tant'è vero
che, a un certo punto de la spiegazzione,
disse piano a la Moje: — Amica mia,
qui bisogna giocà de furberia.
Già me tengo un discorso preparato
dove ciò messo tutto: l'affarismo,
li sfruttatori der capitalismo,
co' la conquista der proletariato,
benessere sociale, Fratellanza,
Giustizzia, Libbertà, Fede, Uguajanza...
Co' un popolo de bestie come questo,
pe' minchionallo bene, è necessario
prima de tutto un bon vocabbolario,
un ber vocione e relativo gesto.
Basteno 'ste tre cose e so' sicuro
de rimettélli co' le spalle ar muro.
E appena avrò ripreso er sopravvento
pe' sottomette 'sta canaja infame,
la prima bestia che me dice: «ho fame»,
je do 'na schioppettata a tradimento.
Questo è er mezzo più semplice e più pratico
pe' conservà un governo democratico! —
Certo de la riuscita, er Domatore
sonò tre o quattro vorte la grancassa
pe' potè fa' più effetto su la massa,
1
2
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Voi (i lettori).
Un minchione.
Sopportare pazientemente.
se soffiò er naso e principiò a discore:
— No, così nun pô annà, popolo mio:
lo capisco benissimo pur'io!
Er cammino che fa la civiltà
s'impone a Papi, Imperatori e Re!
La borghesia precipita da sé,
spinta dar soffio de la Libbertà,
e se trova a combatte a tu per tu
co' l'ideale de la schiavitù!
Compagni! — Bene! Bravo! — strillò l'Orso.
— Mó dichi bene! — fece er Coccodrillo.
— Ah! meno male! Mó sto più tranquillo... —
barbottò l'Omo, e seguitò er discorso:
— Compagni! D'ora in poi ce vô un governo
più bono, più civile, più moderno.
Faremo una politica un po' mista
uguale a la politica italiana,
con una monarchia repubbricana
clerico-moderata-socialista:
così contento tutti e ar tempo istesso
resterò Re com'ero fino adesso.
In quanto poi ar benessere, ho studiato
er modo d'arisorve la questione:
pe' potè mijorà la condizzione
de la classe più povera, ho pensato
de faje un'ignezzione ogni matina:
e sapete co' che? co' la morfina.
La morfina è una cosa che fa bene
e intontonisce1 provisoriamente:
chi la pija va in estasi e se sente
come una cosa dórce ne le vene,
perché se scorda, tra la veja e er sonno,
le noje e le miserie de' sto monno.
Solo co' 'sto rimedio rivedremo
tutto color de rosa, tutto bello...
1
Stordisce.
— Ma questo — strillò er Cane — è un macchiavello2
pe' pijacce pe' 'r collo a quanti semo!
Tu cerchi d'imbrojacce, e te lo dico
pe' via che te conosco e te so' amico.
Pe' li mali ce vô la medicina,
ne convengo e la cosa è naturale;
ma propone un benessere sociale
a furia d'ignezzioni de morfina
significa provede a li bisogni
co' quello che se vede ne li sogni!
È un ber pezzetto ormai che ce riempi
la testa co' le solite parole!
È un ber pezzetto che prometti er Sole
ch'annunzia l'arba de li novi tempi2...
Ma intanto annamo a letto senza cena:
antro che sole novo e luna piena!
Tu che sei furbo appoggi er socialismo
perché, fra transiggenti e intransiggenti,
noi se trovamo in mezzo a du' corenti
cór rischio d'abbuscasse un rumatismo.
Così tra 'no sbadijo e 'no stranuto
restamo buggerati3 senza sputo! —
Allora l'Omo disse: — Ma perché,
invece de discore tutti quanti,
nun nominate du' rappresentanti
de fiducia che parlino co' me?
Questa me pare l'unica maniera...
— Sì, sì, ha raggione, — disse la Pantera —
Nominamo du' membri fra de noi
che vadino a portà la condizzione:
io darebbe l'incarico ar Leone...
— Oh, in questo, — disse l'Omo — fate voi.
Co' l'uguajanza che ciavete adesso
o un Leone o un Majale fa l'istesso.
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Trucco, inganno.
Il sole dell'avvenire.
Canzonati, danneggiati.
Perché sceje un Leone e no un Majale?
Se cominciate a fa' le preferenze
voi riammettete certe diferenze
e fate un'uguajanza disuguale;
anzi, per esse giusti, incaricate
le du' bestie più povere e affamate. —
E furono defatti er Porco e er Gatto
l'animali che c'ebbero l'onore
d'annà a discute assieme ar Domatore,
che fra de lui rideva come un matto
pe' via che tanto er Gatto ch'er Majale
lo chiamaveno amico personale.
— Colleghi, — poi je disse sottovoce —
io so' disposto a tutto, so' disposto,
basta che nun me fate perde er posto
e obbrigate le bestie più feroce
a rientra ne le gabbie... — E, caso mai,
— je domannò er Majale — che ce dài?
— Ecco: a te te prometto in segretezza
un bon impiego in una fattoria.
Lì potrai fa' qualunque porcheria
e ingrassatte framezzo a la monnezza1.
Magnerai, beverai, farai l'amore...
Insomma, via! starai come un signore.
Riguardo ar Gatto je darò ogni giorno
una libbra de trippa e de pormone,
lo terrò a casa mia com'un padrone
che magna e beve e nun concrude un corno.
Così, séte contenti.' — Er Porco e er Gatto
risposero: — Va bene! Sarà fatto! —
E ritornorno in mezzo a li compagni
strillanno: — Alegri, amichi! Avemo vinto!
Finarmente er Padrone s'è convinto
ch'è necessario che la bestia magni!
Avemo vinto! D'ora in poi ciavrete
qualunque concessione chiederete.
1
Immondezza.
Però badate: perché l'Omo ciabbia
tutta la carma pe' studià l'affare,
ve prega che finite le cagnare
e rientrate tranquilli ne la gabbia,
speranno sur bon senso speciarmente
de quelli der partito intransiggente. —
Le bestie ne convennero. Quarcuna
più sfiduciata nun voleva cede;
ma poi, credenno a quelli in bona fede,
rientrorno ne le gabbie una per una:
mentre ch'er Domatore soddisfatto
baciava er Porco e abbracciava1 er Gatto.
1
Abbracciava.
LE STORIE
1923
ER DISCORSO DE LA CORONA
C'era una vorta un Re così a la mano
ch'annava sempre a piedi come un omo,
senza fanfare, senza maggiordomo,
senza ajutante...; insomma era un Sovrano
che quanno se mischiava fra la gente
pareva quasi che nun fosse gnente.
A la Reggia era uguale: immagginate
che nun dava mai feste, e certe vorte
ch'era obbrigato a dà' li pranzi a Corte
je faceva li gnocchi de patate,
perché — pensava — la democrazzia
se basa tutta su l'economia.
— Lei me pare ch'è un Re troppo a la bona:
— je diceva spessissimo er Ministro —
e così nun pô annà, cambi reggistro,
se ricordi che porta la Corona,
e er popolo je passa li bajocchi1
perché je dia la porvere nell'occhi. —
Ma lui nun ce badava: era sincero,
diceva pane ar pane e vino ar vino;
scocciato d'esse er primo cittadino
finiva pe' regnà soprappensiero,
e in certi casi succedeva spesso
che se strillava «abbasso» da lui stesso.
Un giorno che s'apriva er Parlamento
dovette fa' un discorso, ma nun lesse
la solita filara2 de promesse
che se ne vanno come fumo ar vento:
— 'Sta vorta tanto — disse — nun so' io
se nu' je la spiattello a modo mio! —
1
2
Le assegna la lista civile.
Filza.
E cominciò: — Signori deputati!
Credo che su per giù sarete tutti
mezzi somari e mezzi farabbutti
come quell'antri che ce so' già stati,
ma ormai ce séte e basta la parola,
la volontà der popolo è una sola!
Conosco bene le vijaccherie
ch'avete fatto per avé 'sto posto,
e tutte quel'idee che v'hanno imposto
le banche, le parrocchie e l'osterie...
Ma ormai ce séte, ho detto, e bene o male
rispecchiate er pensiero nazzionale.
Dunque forza a la machina! Er Governo
è pronto a fa' qualunque umijazzione
purché je date la soddisfazzione
de fallo restà su tutto l'inverno;
poi verrà chi vorrà: tanto er Paese
se ne strafotte e vive su le spese1.
Pe' conto mio nun vojo che un piacere:
che me lassate in pace; in quanto ar resto
fate quer che ve pare: nun protesto,
conosco troppo bene er mi' mestiere;
io regno e nun governo e co' 'sta scusa
fo li decreti e resto a bocca chiusa.
Io servo a inaugurà li monumenti
e a corre su li loghi der disastro;
ma nun me vojo mette ne l'incastro2
fra tutti 'sti partiti intransiggenti:
anzi j'ho detto: Chiacchierate puro,
ché più ve fo parlà più sto sicuro.
Defatti la Repubbrica s'addorme
davanti a li ritratti de Mazzini,
er Socialismo cerca li quatrini,
sconta cambiali e studia le riforme,
e quello de la barca de San Pietro3
1
2
3
Giorno per giorno.
Negl'impicci.
Il partito clericale.
nun sa se rema avanti o rema addietro. —
A 'sto punto er Sovrano arzò la testa
e vidde che nun c'era più nessuno
perché li deputati, uno per uno,
èreno usciti in segno de protesta.
— Benone! — disse — Vedo finarmente
un Parlamento onesto e inteliggente!
novembre 1910
ROCCASCIUTTA
A Roccasciutta c'è 'na fontanella
co' tre conchije indove c'esce fòra
un pupazzo che regge una cannella:
però nun butta, e ar popolo je tocca
d'annasse a pijà l'acqua co' la brocca
in fonno ar bosco che ce vô mezz'ora.
Ècchete1 che un ber giorno
un signorone pieno de quatrini,
che ciaveva er castello de lì intorno,
pensò: — Quest'è er momento più adattato
de famme un largo in mezzo a 'sti burini2
per esse deputato... —
E li chiamò pe' dije: — Cittadini!
Avete da sapé ch'anticamente
sotto la vecchia piazza der paese
ce stava una sorgente:
dunque scavate, ricercate er fonno,
ch'io penserò a le spese
e a tutte l'antre cose che ce vonno. —
S'incominciò a scavà; ma una matina
un muratore intese fa' uno scrocchio
sotto la punta de la caravina3.
Se fermò spaventato! S'era accorto
che l'aveva infilata drent'all'occhio
d'una testa de morto!
Tutta la gente corse pe' vedella:
— Madonna bella! E de chi mai sarà?
— D'un vecchio ladro? — Forse.
— D'un galantomo? — Mah! —
Un prete disse: — Immaggino che sia
de Santa Pupa4 vergine, la quale
fu scorticata dietro a l'Abbazzia. —
E detto fatto se la portò via
incartata in un pezzo de giornale.
Eccoti.
Campagnoli, villani.
3
Gravina, sorta di piccone.
4
Santa immaginaria, invocata dal volgo quale protettrice di bambini, matti e
spericolati.
1
2
— Questo è un sopruso der partito nero! —
fece arabbiato un anticlericale:
e propose un comizzio de protesta
pe' sostené che quella era la testa
d'un martire del libbero pensiero.
— È propio lui! — strillò — Lo prova er fatto
che er cranio s'è votato in un momento
perché er pensiero che ce stava drento,
quanno s'intese libbero, scappò.
— Invece 'sta capoccia1 tocca a noi!
— dissero allora li repubbricani
ch'oggiggiorno scarseggeno d'eroi —
Ché questo è Pietro Bùschera che stette
co' Garibaldi ner sessantasette,
ner sessantotto e l'anno che viè poi... —
E così s'annò avanti du' o tre mesi:
dimostrazzioni, fischi, assembramenti,
comizzi, squilli, scioperi, accidenti...
E li lavori furono sospesi.
………………………………………
L'antro giorno so' stato a Roccasciutta:
ho visto quattro o cinque monumenti,
ma c'è la fontanella che nun butta.
1911
1
Testa.
ER PUNTO D'ONORE
Una lettera anonima, fra tante,
fu quella ch'aprì l'occhi ar Professore;
diceva: «Preggiatissimo Signore,
ci avviso che sua moglie cià l'amante.
Se volesse la prova ch'è un cornuto
torni a casa a le sette. La saluto».
— E qua bisogna aggì — disse er Marito. —
Stasera no, perché me sento male,
domani è martedì, ciò 'na cambiale,
doppo domani a sera ciò un invito...
Gioveddì sarei libbero, e così
vendicherò l'onore gioveddì. —
Defatti, er gioveddì, tutto in un botto
ritornò a casa verso una cert'ora,
guardò dar bucio1 e vidde la Signora
abbracciata assieme a un giovenotto.
— Benone! — dice — E adesso che ce semo
com'ho da fa' pe' nun passà da scemo?
Pe' conto mio li lasserei tranquilli
pe' falli spupazza2 quanto je pare;
ma pell'occhio der monno? Ecco l'affare!
E p'er punto d'onore? Ecco er busilli3!
Per esse gentilomo è necessario
che metta tutto in mano ar commissario.
Però, nun è una cosa troppo bella
de portà l'amor propio in polizzia...
La caccio? Peggio! Se la caccio via,
me toccherebbe pure a mantenella...
Gira e riggira, er mezzo più mijore
è forse quello de spaccaje er core.
È provato, defatti, che la gente
nun vô er divorzio e dice ch'è immorale:
ma appena legge un dramma coniugale
1
2
3
Buco (della serratura).
Propriamente: trastullare un bambino. Qui, divertire.
Busillis.
s'associa cór marito delinquente,
che in fonno fa er divorzio a l'improviso
perché manna la moje in Paradiso.
Tutto sommato me potrà succede
d'annà davanti a dodici giurati:
ma quanno li periti e l'avvocati
diranno ch'ho ammazzato in bona fede,
sarò assoluto, e co' l'assoluzzione
chissà che nun ce scappi l'ovazzione.
Dunque... coraggio! — E prese la pistola:
entrò, sparò la botta... Ma la palla,
invece d'acchiappà quela vassalla1,
entrò sotto a la coda a la Gagnola
che per esse fedele a tutt'e tre
s'era accucciata sotto a un canapè.
— Te la piji co' me, brutt'assassino!
— strillò la Cagna — Ma se lo risà
er Presidente de la Società
che protegge le Bestie, caschi fino!
Vedrai che te condanneno... e ciò gusto!
Un'antra vorta mirerai più giusto!
1910
1
Birbona.
ER COCO DER RE
Doppo li primi scoppi de le bombe
sur tetto der palazzo, appena intese
l'aria sgaggiante1 de la Marsijese
ch'esciva finarmente da le trombe,
er Re diventò pallido e scappò.
Addio lista civile! Addio bandiera!
De tanti magnapane a tradimento
nun ce fu un cane che je disse: «spera!»,
nun ce fu un cane che l'incoraggiò!
Scapporno tutti. Nun restò ch'er Coco,
fermo, davanti ar foco der fornello:
nun ce restò che quello! Troppo poco!
Anzi, la sera, er Presidente stesso
de la nova Repubbrica je fece:
— E tu nun sei scappato? Me fa spece2!
Io me pensavo che j'annavi appresso...
— Ah, mai! — rispose er Coco — Nun potrei!
Io resto ar posto de combattimento
convinto che, levato er condimento,
come magnava er Re magnerà lei.
Sotto ar tiranno ch'è scappato via
facevo er pollo co' la pasta frolla,
e adesso lo farò co' la cipolla
pe' fa' contenta la democrazzia.
Ma, in fonno, la sostanza è tale e quale.
Presempio, lei, da bon repubbricano
ha già levato er grugno der Sovrano
dar vecchio francobbollo nazzionale,
e n'ha stampato un antro co' la stella
co' tanto de Repubbrica su in cima...
Ma la gomma de dietro è sempre quella
e er popolo lo lecca come prima.
1910
1
2
Vivace, squillante.
Mi maraviglio.
LI CONVINCIMENTI DER GATTO
Un vecchio Gatto mezzo insonnolito,
giranno pe' lo studio d'un pittore,
je parse de sentì come un rumore
d'un Sorcio che raspava in quarche sito:
cri-cri, cri-cri... Cercò per tutta casa,
e guarda, e smiccia1, e annasa,
finché scoperse che ce n'era uno
de dietro a un quadro de Giordano Bruno.
Provò d'avvicinasse piano piano,
ma er Sorcio se n'accorse; tant'è vero
che disse: — Amico! Stattene lontano.
Porta rispetto ar libbero pensiero!
Abbi riguardo ar martire che un giorno
fece la fine de l'abbacchio ar forno...
— Va bè', — je fece er Micio —
farò 'sto sacrificio... —
Però la sera appresso risentì
lo stesso raspo e ritrovò l'amico
de dietro a un quadro antico
d'un San Lorenzo Martire: cri-cri...
Er Sorcio nun se mosse. Dice: — E adesso
rispetta er sentimento religgioso:
nun sai che questo è un santo
tanto miracoloso?
Nun sai che puro lui
finì su la gratticola? Per cui...
— Rispetto un par de ciufoli2!
— rispose er Gatto — Tu, cór sentimento,
t'arampichi, t'intrufoli3,
rosichi, magni e poi
metti in ballo li martiri e l'eroi
che t'hanno da servì da paravento...
Che speri? che rispetti l'ideali
de certe facce toste
compagne a te, che tengheno riposte
le convinzioni come li stivali?
1
2
3
Sbircia.
Zufoli.
Ti ficchi dappertutto.
No, caro: in de 'sti casi sfascio er quadro,
strappo la tela, sfonno la figura,
finché nun ciò fra l'ogna1 er Sorcio ladro
che me vorebbe da' la fregatura.
1
Le unghie.
TUTTI CONTENTI!
Sdrajato ne la tana, er Re Leone
riceveva le bestie d'ogni spece;
pe' prima entrò la Pecora e je fece:
— Noi stamo in una brutta posizzione:
er Lupo ce perseguita, e tu sai
che pe' nojantre Pecore so' guai!
Finisce che ce scanna a quante semo!
— Va bene. — disse er Re — Provederemo! —
Appena che la Pecora uscì fôri
ècchete1 ch'entrò un Lupo. — Io — dice — aspetto
che li ministri faccino un proggetto
per abbolì li cani a li pastori.
Noi che vivemo co' le Pecorelle
come potemo sta' senza de quelle?
Se er cane abbaja, capirai da te...
— Provederemo! —je rispose er Re.
L'Orso, ch'era ministro de l'Interno,
je parlò d'un Somaro attempatello:
— Bisogna incoraggiallo, perché quello
è stato sempre amico der Governo.
Quann'era deputato c'è servito
a caricà le pigne2 der partito...
— Allora — disse er Re — che sia mannato
co' quelo stesso carico ar Senato.
— E er Pappagallo? — dice — che t'ha fatto3?
Trovàmoje un impiego, capirai:
quello è un ucello che figura assai,
je ce vorebbe un postarello adatto...
Che fa?! campa d'entrata e se distingue
perché sa di' «va bene» in cinque lingue,
pepoi s'inchina a tutte le signore...
— 'Be', — dice — lo faremo ambasciatore. —
E l'Orso seguitò: —Jeri ho veduto
Eccoti.
Le fandonie. «Aver le pigne in testa» equivale ad aver la testa dura o piena di
fisime.
3
Per dire: non t'ha fatto nulla perché tu lo debba trascurare.
1
2
er capo de le Vespe socialiste,
che m'ha rotto le scatole e che insiste
pe' via che vorebb'esse ricevuto...
— Che venga pure! — disse er Re — Se vede
che adesso è socialista in bona fede... —
L'Orso rispose: — Sì; prova ne sia
ch'hanno deciso de cacciallo via.
PER ARIA
Un Omo che volava in aroplano
diceva fra de sé: — Pare impossibbile
fin dove pô arivà l'ingegno umano! —
Quanno s'intese di': — Collega mio,
quanti mil'anni avete faticato
pe' fa' quer che fo io!
Ma mó, bisogna che lo riconosca,
in fonno ve ce séte avvicinato... —
L'Omo guardò er collega... Era una Mosca!
— Ma io, però, ciò l'ale ner cervello,
— je fece l'Omo — e volo co' l'ingegno.
Defatti ho immagginato 'sto congegno
per avé le risorse de l'ucello.
Deppiù, se c'è la guerra,
m'accosto ar celo e furmino la terra:
ogni bomba che butto è 'no sfraggello.
Indove trovi un mezzo più potente
per ammazzà la gente?
— Su questo qui potete sta' tranquillo,
— je rispose la Mosca — ché pur'io
l'ammazzo a modo mio:
ma invece de la bomba ciò er bacillo.
Quanno vojo fregà quarche persona,
succhio la robba guasta
e je la sputo su la robba bona:
l'omo la magna e... basta.
Se sa ch'ognuno addopra l'arme sue
cór sistema più pratico, se sa:
ma, in fonno, lavoramo tutt'e due
a beneficio de l'umanità.
ER DIAVOLO DE STOPPA
Un Re se fece un Diavolo de stoppa:
— Così, — pensò — se er popolo scontento
un giorno o l'antro pija er sopravvento
perché se stufa de tenemme in groppa,
je faccio vede er Diavolo, e l'Inferno
rinforzerà la base der Governo. —
Defatti, quanno c'era una sommossa,
er Re se presentava cór pupazzo
de dietro a le finestre der palazzo
illuminate da una luce rossa,
e er popolo scappava fra li strilli
come se avesse inteso li tre squilli.
Un giorno, un vecchio che sapeva er gioco,
volle aprì l'occhi a quela folla scema:
— Badate: — disse — un popolo che trema
davanti a un burattino vale poco... —
Ma fu schiaffato subbito in priggione
perché nun rispettò l'istituzzione.
1900
L'AQUILA ROMANA
L'antra matina l'Aquila romana,
che ce ricorda, chiusa ne la gabbia1,
le vittorie d'un'epoca lontana,
disse a la Lupa: — Scusa,
ma a te nun te fa rabbia
de sta' sempre rinchiusa?
Io, francamente, nu' ne posso più!
Quanno volavo io! Vedevo er monno!
M'avvicinavo ar sole! Invece, adesso,
così incastrata2 come m'hanno messo,
che voi che veda? l'ossa de tu' nonno3?
Quanno provo a volà trovo un intoppo,
più su d'un metro nun arivo mai... —
La Lupa disse: — È un volo basso assai,
ma pe' l'idee moderne è puro troppo!
È mejo che t'accucci e stai tranquilla:
nun c'è che l'animale forastiere
che viè trattato come un cavajere
e se gode la pacchia4 d'una villa!
L'urtimo Pappagallo de la Mecca,
appena ariva qua, se mette in mostra,
arza le penne5 e dice: Roma nostra...
E quer che trova becca6.
Viva dunque la Scimmia der Brasile!
Viva la Sorca isterica
che ariva da l'America!
Noj antri? Semo bestie da cortile.
Pur'io, va' là, ciò fatto un ber guadagno
a fa' da balia a Romolo! Accicoria7!
Se avessi da rifà la stessa storia
invece d'allattallo me lo magno!
1911
A sinistra della cordonata che sale al Campidoglio e adesso sulla via del Teatro di
Marcello.
2
Ingabbiata.
3
Equivale a «niente».
4
La fortuna.
5
Diventa arrogante.
6
Mangia.
7
Per «accidenti!».
1
UN RE SENZA PENNACCHIO
Ecco come annò er fatto. Sur programma
der teatrino de li burattini
c'era stampato er titolo d'un dramma:
«Pistacchio quinto, Re de li Quatrini».
Ma, sur più bello ch'er burattinaro
principiava la recita, s'accorse
ch'er pennacchio der Re nun c'era più.
Cerca de qua e de là,
cerca de su e de giù
fintanto che ricorse a un macchiavello1.
E er macchiavello fu
de fa' intravede un pezzo de vestiario
dietro le quinte, in fonno a lo scenario,
come se Re Pistacchio fusse quello.
E defatti la recita annò bene.
Er primo a comparì fu Pantalone
che stava fra li tribboli e le pene;
er pubbrico se mosse a compassione,
ma er Re rimase sempre fra le scene.
Poi venne Stentarello tra du' Fate:
— Questa — disse — è la Scenza e questa è l'Arte
ch'hanno bisogno d'esse incoraggiate... —
Ma er Re rimase sempre da una parte.
Er seconn'atto pure piacque assai:
prima ce fu la guerra co' li Mori
e er Re nun uscì mai,
ma poi ce fu la pace e er Re, contento,
rimase sempre drento.
Quanno l'eroi de le battaje vinte
fecero la sfilata trionfale,
er popolo strillò: — Viva Pistacchio! —
Sperava forse de vedé er pennacchio,
ma er Re rimase sempre fra le quinte.
Tanto che l'impresario
calò er sipario, e disse: — Un Re prudente
è sempre un personaggio necessario
puro ner caso che nun serva a gnente.
1
A un trucco.
LI PENSIERI DELL'ARBERI
Tutti li giorni, ammalappena1 er sole
cala de dietro a le montagne d'oro,
le piante se confideno fra loro
un sacco de pensieri e de parole.
L'Arbero de Castagne,
aripensanno ar tempo ch'era verde,
perde le foje e piagne;
e dice: — Addio, compagne!
V'aricordate più quanno 'st'estate
riparavamo lo sbaciucchiamento
de tutte quele coppie innammorate?
A primavera, quanno rinverdisco,
ritorneranno a fa' le stesse scene...
Ma, però, se voranno ancora bene?
Nun ve lo garantisco... —
L'Alloro dice: — Poveretti noi!
Dove so' annati queli tempi belli
quanno servivo a incorona l'eroi?
Ormai lavoro pe' li fegatelli:
o ar più per intreccià quarche corona
su la fronte sudata d'un podista
ch'ha vinto er premio de la Maratona!
Oggi tutta la stima
è per chi ariva prima...
— A me me butta2 bene! — pensa er Fico —
Io, co' le foje mie,
copro le porcherie de le persone...
Che lavoro che c'è! Quanto fatico!
Nun faccio in tempo a fa' la spedizzione!
1
2
Non appena.
Mi va.
LA VIPERA
Un povero Villano,
mentre tajava er grano,
s'accorse che una Vipera agguattata1
stava pe' daje un mozzico2 a la mano.
— Ah — dice — t'annisconni3, brutta boja4!
Ma se t'abbasta l'anima5 esci fòra:
te fo passà la voja
d'avvelena la gente che lavora!
— Eh sì! — je fece lei — Se dice presto!
Io, da che monno è monno,
non ho fatto che questo:
ho sempre mozzicato6
cór dente avvelenato.
Pretenneressi che buttassi via
tutta la tradizzione d'un passato
ch'è er solo scopo de la vita mia?
Io so' tutta d'un pezzo, capirai,
e nun aggisco come la ciriola7
che s'arimagna8 sempre la parola
e s'è fatta la nomina9 che sai...
— Grazzie, ne faccio a meno:
— je disse l'Omo — l'opignoni tue
sèrveno solo a sparpajà er veleno;
sarai tutta d'un pezzo, lo capisco,
ma preferisco de spezzatte in due... —
E detto fatto la spaccò a metà.
E fu una botta propio necessaria,
che d'allora la Vipera fu vista
cór pezzo de la coda riformista
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Acquattata, nascosta.
Un morso.
Ti nascondi.
Ribalda.
Se ne hai il coraggio.
Morso.
Piccola anguilla di fiume o di fosso: individuo che muta opinioni.
Piccola anguilla di fiume o di fosso: individuo che muta opinioni.
La reputazione.
e la capoccia1 rivoluzzionaria2.
1912
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La testa.
Le due tendenze in cui si divise il partito socialista italiano.
L'INCONTRO DE LI SOVRANI
Bandiere e banderole,
penne e pennacchi ar vento,
un luccichio d'argento
de bajonette ar sole,
e in mezzo a le fanfare
spara er cannone e pare
che t'arimbombi drento.
Ched'è?1 chi se festeggia?
È un Re che, in mezzo ar mare,
su la fregata reggia
riceve un antro Re.
Ecco che se l'abbraccica2,
ecco che lo sbaciucchia;
zitto, che adesso parleno...
— Stai bene? — Grazzie. E te?
e la Reggina? — Allatta.
— E er Principino? — Succhia.
— E er popolo? — Se gratta.
— E er resto? — Va da sé...
— Benissimo! — Benone!
La Patria sta stranquilla;
annamo a colazzione... —
E er popolo lontano,
rimasto su la riva,
magna le nocchie3 e strilla
— Evviva, evviva, evviva… —
E guarda la fregata
sur mare che sfavilla.
dicembre 1908
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3
Che cos'è?
L'abbraccia.
Le nocciole.
ER PRANZO DE L'ALLEATI
Du' Sovrani alleati
fecero un pranzo a Corte
pe' festeggià l'unione fra du' popoli
che s'odiaveno a morte.
Ècchete1 che a l'arosto,
doppo avé fatto er solito saluto,
er Re invitato se sentì indisposto;
dice: — M'ha fatto male
quell'unico bicchiere ch'ho bevuto:
nun capisco perché, me s'è rimposto2...
— Eh, sfido che je gira la capoccia3!
— je disse uno der seguito — È successo
ch'er Ministro dell'Esteri j'ha messo
la birra e er vino ne l'istessa boccia
per augurà che puro li du' popoli
s'unìschino lo stesso...
— Ma la birra de Vienna,
cór vino de Frascati,
c'entra come li cavoli a merenna!
— je rispose er Sovrano — È un'alleanza
che fa male a la panza!
Finché scherzamo co' li sentimenti
potemo annà d'accordo in tutto quanto:
ma scherza co' lo stommico... Accidenti!
Me ne buggero tanto4! —
Er Re s'arzò da tavola stranito5,
poi, pe' fortuna, ritornò tranquillo:
e er pranzo, manco a dillo,
venne... restituito.
1909
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Eccoti.
Non l'ho digerito, m'è andato di traverso.
La testa.
Me ne infischio.
Di cattivo umore.
ER MONUMENTO
Un Cavallo, parlanno cór Leone,
je disse: — Quanno fanno un monumento
per onorà l'Eroe d'una nazzione,
io sto per aria in cima ar basamento
e tu stai sempre giù pe' guarnizzione... —
Er Leone rispose: — E se domani
l'Eroe se scoccia e scegne da cavallo,
povero amico mio, come rimani?
chi te difenne da li ciarlatani
arampicati intorno ar piedistallo?
LA MOSCA BIANCA
Una Mosca diceva: — Quanno l'omo
vô fa' capì ch'er tale è un galantomo
lo chiama mosca bianca: e questo prova
ch'er galantomo vero nun esiste
perché la mosca bianca nun se trova.
Io, però, che ciò avuto la fortuna
de nasce mosca nera, che me manca
per esse onesta? Che diventi bianca
come un razzo1 de luna... —
E co' 'st'idea fissata ne la mente
stette tutta la notte
framezzo a le ricotte,
fece un bagno de latte e diventò
d'una bianchezza propio rilucente.
Uscì, volò, ma subbito fu vista
da un Re, collezzionista de farfalle,
che la mésse ar museo co' lo spillone
ficcato ner groppone.
La Mosca disse: — È questa la maniera
de premià l'onestà de le persone?
Quant'era mejo se restavo nera!
1
Un raggio.
LO SCIMMIOTTO MALINCONICO
Ho visto lo Scimmiotto ranguttano1:
cià 'na bocca accusì, che pare un forno,
o magna o dorme, e resta tutt'er giorno
co' la testa appoggiata ne la mano
come pensasse a un sito più lontano,
lontano da la gente che cià intorno.
Forse, chissà?, je passa pe' la testa
l'ora tranquilla d'un tramonto d'oro,
cór sole che j'entrava de straforo
framezzo a li bambù de la foresta
mentre spurciava quarche scimmia onesta
come succede da le parte loro.
Forse je seccherà de fa' la mostra:
sarà scocciato d'esse messo in piazza
come rappresentante d'una razza
che s'avvicina tanto a quela nostra:
'st'affare l'avvilisce, e lo dimostra
perché se vede l'ommini s'incazza.
Oppure in quela bestia pensierosa
nun ce sarà che l'anima egoista
d'uno Scimmiotto che se mette in vista
co' la speranza d'arivà a una cosa...
C'è infatti un deputato socialista
che quanno pensa cià la stessa posa.
ottobre 1907
1
Orang-utan.
ER LIBBRO DER MAGO
Er vecchio Mago aprì come un messale
indove da trent'anni ce scriveva
li fatti de la storia nazzionale.
— Guarda! — me fece — leggi! — E ner di' questo
s'innummidì la punta de le deta
pe' rivortà le paggine più presto.
Capii ch'annava lesto
perché cercava de nun famme vede
la robba reggistrata su li foji:
sbruffi1, ambizzioni, imbroji,
diffidenze, egoismi, malafede...
— Richiudi er libbro e piantela2, — je dissi —
perché so' cose che ce fanno torto... —
Ma er Mago rise e me guardò pe' storto3
sotto li vetri de l'occhiali fissi,
come pe' dimme: — Aspetta!
che er bono ariva adesso
ne la facciata appresso... —
E m'insegnò cór deto4 'ste parole
scritte con un inchiostro rilucente
che pareva er riverbero der sole:
«Doppo tant'anni, l'Aquila romana,
che stava chiusa in fonno d'una tana
fra l'oche che cascaveno dar sonno,
libberata dar popolo, risòrte5,
spalanca l'ale, vola, e dice ar monno:
l'Italia sarà granne e sarà forte
a dispetto de quelli che nun vonno!»
— Granne e forte! Benissimo! — strillai
Però, pe' fa' piacere
a quarche bon amico forastiere,
ce manca una parola... e tu la sai... —
Er Mago, ch'era un omo inteliggente,
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Corruzioni a base di danaro.
Finiscila.
Di traverso.
M'indicò col dito.
Esce di nuovo.
magnò la foja6, ripijò la penna
e scrisse: «...e strafottente!».
1911
6
Comprese.
AUTUNNO
Indove ve n'annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?
Io v'ho rivisto spesso
su la piazzetta avanti a casa mia,
quanno giocate e ve correte appresso
fra l'antra porcheria de la città,
e ballate er rondò co' la monnezza
com'usa ne la bona società.
Jeri, presempio, quanti mulinelli
ch'avete fatto in termine d'un'ora
assieme a un rotoletto de capelli!
Èreno forse quelli
ch'ogni matina butta una signora...
Je cascheno, così, come le foje,
e, come1 a voi, nessuno l'ariccoje
manco in memoria de li tempi belli!
Forse quarche matina,
fra l'antre cose che ve porta er vento,
troverete le lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m'ha mancato ar giuramento.
L'ho rilette e baciate infìno a jeri:
oggi, però, le straccio volentieri
e ve le butto... Bon divertimento!
1
Come accade.
LA CECALA E LE FORMICHE
Tutta l'estate la Cecala canta;
ma, quanno sente che je vie l'arsura,
lassa perde la musica e procura
de fa' un succhiello1 ar ramo d'una pianta:
e sbucia e scava e trapana e lavora
finché nun vede l'acqua ch'esce fòra.
Ma c'è però chi aspetta er bon momento
pe' sfrutta tante povere fatiche:
e so' precisamente le Formiche
che vanno a pizzicalla a tradimento
finché la bestia, mezza stramortita,
se stacca, casca e perde la partita.
Allora c'è l'assarto. Detto fatto
le Formiche cominceno er via-vai:
ma ne la furia c'è chi beve assai,
chi beve poco e chi nun beve affatto.
Nun ce se bada più: chi ariva ariva,
come a la Società Coperativa.
1
Un foro, un buco.
ER TESTAMENTO D'UN ARBERO
Un Arbero d'un bosco
chiamò l'ucelli e fece testamento:
— Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi
tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perché me cantavate le canzone
ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
faccino er foco pe' li poverelli.
Però v'avviso che sur tronco mio
c'è un ramo che dev'esse ricordato
a la bontà dell'ommini e de Dio.
Perché quer ramo, semprice e modesto,
fu forte e generoso: e lo provò
er giorno che sostenne un omo onesto
quanno ce s'impiccò.
LA PRUDENZA
Er Lupo è furbo. Ammalappena vede
le Pecorelle, nun je corre appresso
se nun s'è dato un mozzico1 in un piede.
Così, cór procurasse quer dolore,
se reggistra li passi e ar tempo stesso
s'aricorda d'aggì senza rumore.
(Perché, Teresa, quanno t'ho incontrata
nun me so' dato un mozzico ner core?)
1
Un morso.
L'ESPERIENZA
— So' cent'anni che sto ar monno
— barbottava1 un Pappagallo —
oramai ciò fatto er callo,
lo conosco troppo a fonno
e per questo so' prudente
co' le cose e co' la gente.
Quanno parlo faccio in modo
che nun dico quer che penso:
sarò finto, ma in compenso
me la rido e me la godo
quanno sento un infelice
che nun pensa quer che dice.
1
Brontolava.
LA VERITÀ
La Verità, che stava in fonno ar pozzo,
una vorta strillò: — Correte, gente,
ché l'acqua m'è arivata ar gargarozzo1! —
La folla corse subbito
co' le corde e le scale: ma un Pretozzo2
trovò ch'era un affare sconveniente.
— Prima de falla uscì, — dice — bisogna
che je mettemo quarche cosa addosso
perché senza camicia è 'na vergogna!
Coprìmola un po' tutti: io, come prete,
je posso da' er treppizzi3; ar resto poi
ce penserete voi...
— M'associo volentieri a la proposta:
— disse un Ministro ch'approvò l'idea —
pe' conto mio je cedo la livrea
che Dio lo sa l'inchini che me costa;
ma ormai solo la giacca
è l'abbito ch'attacca... —
Bastò la mossa: ognuno,
chi più chi meno, je buttò una cosa
pe' vedé de coprilla un po' per uno;
e er pozzo in un baleno se riempì:
da la camicia bianca d'una spòsa
a la corvatta rossa d'un tribbuno,
da un fracche aristocratico a un cheppì4.
Passata 'na mezz'ora,
la Verità, che s'era già vestita,
s'arrampicò a la corda e sortì fòra;
sortì fòra e cantò: — Fior de cicuta,
ner modo che m'avete combinata
purtroppo nun sarò riconosciuta!
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2
3
4
Alla gola.
Un pretonzolo.
Cappello da prete a forma di tricorno.
Da «képi».
LA CALUNNIA
Da una brutta catapecchia
che se specchia drento ar fiume
ogni notte c'è una Vecchia
ch'esce fòra con un lume:
è una Strega co' 'na mucchia
de sbrugnòccoli1 sur naso,
e tre denti nati a caso
che j'ariveno a la scucchia2.
D'anniscosto de la gente,
piano piano se stracina
su lo sbocco puzzolente
d'una chiavica vicina,
pija un sasso e poi ce scrive
co' la punta d'un cortello
l'improperie più cattive
contro questo e contro quello...
E la Vecchia dispettosa,
soddisfatta de la cosa,
detto fatto butta er sasso
drento l'acqua mollacciosa3:
l'improperia cala a fonno,
ma a fior d'acqua, piano piano,
sparge in giro un cerchio tonno
che s'allarga e va lontano...
Va lontano: e, mentre pare
che se sperde e che finisce,
zitto zitto ariva ar mare.
Chi direbbe che 'sta Vecchia
fa 'sta brutta professione
pe' servì tante persone
che je soffieno a l'orecchia?
Quanta gente, che c'è amica,
je darà l'ordinazzione!
1
2
3
Di bernoccoli.
Alla bazza.
Fangosa e stagnante.
L'AFFEZZIONE
Je vojo bene, povera bestiola:
è la compagna de la vita mia,
perché da quanno Nina è annata via
nun me rimane che 'sta Gatta sola...
Ecco che zompa1 su la scrivania!
Guarda se nu' j'amanca la parola!
Quanno che sto scrivenno quarche cosa
me viè cór muso in faccia e se strofina
con una mossa tanto mai smorfiosa
ch'avressi da vedé quant'è carina!
Spesso je dico: — Come sei nojosa!
Adesso basta! Vattene in cucina! —
Ma lei rimedia subbito, rimedia:
in mancanza der viso der padrone
ripete la medesima commedia
addosso ar tavolino, ar credenzone,
magara cór pirolo2 d'una sedia...
Però... che bella cosa l'affezione!
1
2
Salta.
Piuolo.
LA GRATITUDINE
Mentre magnavo un pollo, er Cane e er Gatto
pareva ch'aspettassero la mossa
dell'ossa che cascaveno ner piatto.
E io, da bon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la metà:
un po' per uno, senza
particolarità1.
Appena er piatto mio restò pulito
er Gatto se squajò2. Dico: — E che fai?
— Eh, — dice — me ne vado, capirai,
ho visto ch'hai finito... —
Er Cane, invece, me sartava ar collo
riconoscente come li cristiani
e me leccava come un francobbollo.
— Oh! bravo! — dissi — Armeno tu rimani! —
Lui me rispose: — Sì, perché domani
magnerai certamente un antro pollo!
1
2
Preferenze.
Sparì.
L'EGOISMO
Che s'è ridotto, povero Cavallo!
A guardallo fa pena e fa paura!
Je se conteno l'ossa,
e su la schina1 cià una piaga rossa
che je combina2 co' la bardatura.
Mentre stracina er carico, ogni tanto
arivorta la testa e fa l'occhietto
a un mazzetto de fieno che cià accanto
attaccato a la stanga der caretto.
Lo vorebbe agguantà, ma nun ciariva:
eppoi c'è er carettiere cór bastone...
Dio, che monno birbone!
Dio, che gente cattiva!
Passeno tanti, ma nessuno abbada
che se more de fame, poveraccio!
Anzi, chi vede er fieno, allunga er braccio,
rubba una paja e seguita la strada.
La pija e la conserva
per avé più fortuna in quarche cosa:
mó capita un sordato, mó una serva,
un vedovo... una spòsa...
Perfino er ricco che ce n'ha d'avanzo
s'accosta ar mucchio pe' pijanne una...
Insomma tutti vonno la fortuna
e er Cavallo rimane senza pranzo!
1
2
La schiena.
Gli corrisponde.
ER DISINTERESSE
Una Mosca cascò drento un barattolo
pieno de marmellata
e ce rimase mezza appiccicata.
Cercava de sta' a galla, inutirmente:
provava a uscì, sbatteva l'ale, gnente!
Più s'attaccava ar vetro
più scivolava addietro.
Un Ragno, che per caso
lavorava su un trave der soffitto,
cór filo de la tela, dritto dritto,
scese a piommo sur vaso:
— Che bella Mosca! — disse — pare un pollo!
È necessario che la sarvi io
pijànnola p'er collo:
armeno ce guadagno
che fo 'na bona azzione e... me la magno. —
Conosco uno strozzino amico mio
che cià li stessi metodi der Ragno...
LA FEDE
Una vorta un Banchiere amico mio
vidde le casse-forte tanto piene
che disse a l'azzionisti: — È annata bene:
bisognerà che ringrazziamo Iddio.
Tantoppiù che la fede è necessaria
ne l'azzienda bancaria.
Anzi, su questo, — dice — ciò l'idea
de stabbilì una spesa
pe' rifà la facciata d'una Chiesa
e ripulì l'interno a 'na Moschea.
Davanti a l'interesse e a li guadagni
er Vangelo o er Corano so' compagni:
fintanto che ce cresce er capitale
ce sia Cristo o Maometto è tale e quale:
credo in Dio-Padre-Onnipotente, ma...
un pochettino credo pure a Allàh! —
E soddisfatto disse un'orazzione
mezzo in ginocchio e mezzo a pecorone.1
1
Secondo cioè il rito cristiano e l'uso musulmano.
ER PRINCIPIO
Un Merlo, che ciaveva la mania
de fa' er tribbuno in mezzo a l'animali,
una matina ruppe li stivali
a le Galline d'una fattoria.
Incominciò a strilla; dice: — Quantunque
voi séte bestie senza inteliggenza,
bisogna ch'io ve formi la coscenza
su un principio politico qualunque:
perché se pô fa' a meno der talento,
ma nun se pô fa' a meno der principio:
solo così s'ariva ar Municipio
e, se viè bene, puro ar Parlamento.
Solo così ciavrete la speranza
d'arzà la voce in segno de protesta
quanno er padrone ve farà l'inchiesta
pe' sentì chi cià l'ovo ne la panza... —
'Sta chiacchierata fece un certo senso;
defatti, da quer giorno, ogni Gallina,
appena se svejava la matina,
diceva fra de sé: — Come la penso?
Che sarò? socialista o clericale?
Sarò repubbricana o indipennente? —
E co' 'st'idea fissata ne la mente
covava l'ova assieme a l'ideale.
Però finì la pace! Incominciorno
le solite questioni de partito,
e l'ovo che j'usciva da quer sito
ciaveva sempre un po' de bile intorno.
Più, su la coccia1, c'era l'impressione
der colore politico d'ognuna;
framezzo a tante, solamente a una
je scappò fòra senza convinzione.
1
Sul guscio.
— Io — disse — faccio l'ova de giornata,
ma, in quanto a li colori, va cercanno!1
O rosso o bianco o nero... finiranno
tutte ne la medesima frittata!
1
Tira via!
ER CARATTERE
Un Rospo uscì dar fosso
e se la prese cór Camaleonte:
— Tu — dice — ciai le tinte sempre pronte:
quanti colori che t'ho visto addosso!
L'hai ripassati tutti! Er bianco, er nero,
er giallo, er verde, er rosso...
Ma che diavolo ciai drent'ar pensiero?
Pari l'arcobbaleno! Nun c'è giorno
che nun cambi d'idea,
e dai la tintarella a la livrea
adattata a le cose che ciai intorno.
Io, invece, èccheme qua! So' sempre griggio
perché so' nato e vivo in mezzo ar fango,
ma nun perdo er prestiggio.
Forse farò ribbrezzo,
ma so' tutto d'un pezzo e ce rimango!
— Ognuno crede a le raggiorni sue:
— disse er Camaleonte — come fai?1
Io cambio sempre e tu nun cambi mai:
credo che se sbajamo tutt'e due.
1
Che farci?
ER CORAGGIO
Mentre un Gatto dormiva in un cantone
un Sorcetto lo vidde e scappò via,
e appena s'accertò che la distanza
era granne abbastanza
je disse: — Addio, puzzone1! —
Naturarmente, quello,
saputo come staveno le cose,
l'agnede2 a trova a casa e je propose
una sfida ar duello.
Ma er Sorcetto, che s'era già anniscosto
nun ve dico in che posto, j'arispose:
— Doppo ch'hai massacrato Dio sa come
mi' padre e mi' sorella,
che, come Sorca, s'era fatta un nome,
vôi puro scanna a me? Sarebbe bella!
È inutile che fai l'ammazzasette,
ch'io nun accetto sfide, in generale,
perché er principio nun me lo permette:
eppoi benanche me facessi a fette
resteressi un puzzone tale e quale.
1
2
Espressione di grande dispregio; a Napoli, fetente.
L'andò.
L'INCONTENTABBILITÀ
Iddio pijò la fanga1 dar pantano,
formò un pupazzo e je soffiò sur viso.
Er pupazzo se mosse a l'improviso
e venne fòra subbito er cristiano
ch'aperse l'occhi e se trovò ner monno
com'uno che se sveja da un gran sonno.
— Quello che vedi è tuo — je disse Iddio —
e lo potrai sfruttà come te pare:
te do tutta la Terra e tutt'er Mare,
meno ch'er Celo, perché quello è mio...
— Peccato! — disse Adamo — È tanto bello...
Perché nun m'arigali puro quello?
1
Il fango.
L'ORLOGGIO CÓR CUCCÙ
È un orloggio de legno
fatto con un congegno
ch'ogni mezz'ora s'apre uno sportello
e s'affaccia un ucello a fa' cuccù.
Lo tengo da trent'anni a capo al letto
e m'aricordo che da regazzetto
me divertiva come un giocarello.
M'incantavo a guardallo e avrei voluto
che l'ucelletto che faceva er verso
fosse scappato fòra ogni minuto...
Povero tempo perso!
Ogni tanto trovavo la magnera
de faje fa' cuccù per conto mio,
perché spesso ero io
che giravo la sfera,
e allora li cuccù
nun finiveno più.
Mó l'orloggio cammina come allora:
ma, quanno vedo lo sportello aperto
co' l'ucelletto che me dice l'ora,
nun me diverto più, nun me diverto...
Anzi me scoccia, e pare che me dia
un'impressione de malinconia...
E puro lui, der resto,
nun cià più la medesima allegria:
lavora quasi a stento,
o sorte troppo tardi o troppo presto,
o resta mezzo fòra e mezzo drento:
e quer cuccù che me pareva un canto
oggi me fa l'effetto d'un lamento.
Pare che dica: — Ar monno tutto passa,
tutto se logra1, tutto se sconquassa:
se suda, se fatica,
se pena tanto, eppoi...
Cuccù, salute a noi!
1
Si consuma.
LA PUPAZZA
Quann'ero regazzino, mi' sorella,
che su per giù ciaveva l'età mia,
teneva chiusa drento a 'na scanzìa
una pupazza bionna, tanto bella.
Era de porcellana, e m'aricordo
che portava un bell'abbito da ballo,
scollato, co' la coda, tutto giallo,
guarnito con un bordo.
Cór giraje una chiave sospirava,
moveva l'occhi, e, in certe posizzione,
pijava un'espressione
come avesse pensato a chissà che...
Se chiamava Bebé.
Io ce giocavo, e spesso e volentieri
la mettevo sul letto a la supina
pe' vedéje sparì l'occhioni neri:
e co' la testa piena de pensieri
dicevo fra de me: — Quant'è carina!
Chissà che belle cose ciavrà drento
pe' move l'occhi tanto ar naturale,
pe' sospira co' tanto sentimento! —
Ècchete1 che una sera,
nun se sa come, tutto in un momento
me sartò in testa de vedé che c'era.
A mezzanotte scesi giù dal letto,
detti de guanto a2 un vecchio temperino
e come un assassino
je lo ficcai ner petto!
La squartai come un pollo, poverella:
ma drento nun ciaveva che una molla,
un po' de fìl-de-ferro, una rotella
e un soffietto attaccato co' la colla.
D'allora in poi, se vedo una regazza
che guarda e che sospira,
1
2
Eccoti.
Agguantai.
benanche me ce sento un tira-tira3
nun me posso scordà de la pupazza.
3
Un'inclinazione.
L'ONESTÀ
In una fattoria c'era un Majale
così sentimentale
che nun pensava che a le cose belle:
o odorava le rose,
o guardava le stelle,
o sospirava, a modo suo, s'intenne,
se vedeva passà le colombelle;
fu propio pe' 'sto fatto che je venne
l'idea de fasse amica una de quelle.
E defatti, una sera,
la chiamò, la fermò. Dice: — Scusate,
volemo inaugurà la primavera?
Ve porterò lontano,
laggiù, laggiù, sull'orlo der pantano
framezzo a le ranocchie innammorate.
V'aspetto? ce verrete? — Ce verrò. —
Come agnede a finì l'appuntamento
nun se n'accorse che la luna piena
che illuminò la scena
con un razzo1 d'argento...
Ma la matina appresso, ammalappena2
ce se vidde un pochetto,
la Colombella volle torna a casa
più che de prescia3, pe' nun da' sospetto
a la gente maligna e ficcanasa.
Però la vidde er Gallo. — Ah, brava! — fece —
Ciai le penne infangate... E ch'è successo?
Ritorni a casa adesso? Me fa spece!4
Eppoi t'ho vista uscì da un certo sito...
Qui, commarella mia, gatta ce cova!
Se nun sia mai te trova tu' marito...
— Io ciò er diritto d'esse rispettata!
— rispose lei — L'onore è sacrosanto!
1
2
3
4
Un raggio.
Non appena.
Più che in fretta.
Mi maraviglio!
Che te ne preme5, a te, dove so' stata?
So' sempre una Colomba e me ne vanto!
— Ah, certo: — fece er Gallo — ma nun tanto
quanto la fama che te sei scroccata!
5
Che te n'importa?
LA FIDUCIA
Li sogni quasi sempre so' compagni1
a certe idee politiche che nascheno
seconno de li generi2 che magni.
Io, presempio, ciò fatto osservazzione:
quanno me fanno er baccalà in guazzetto
la notte ciò una spece d'oppressione
che me nìzzico e nàzzico3 p'el letto:
e m'insogno le cose
più brutte e più noiose...
L'antra sera, defatti,
che ne magnai tre piatti,
me parse de vede che Nina mia
giocava a acchiapparella4 in mezzo a un prato
con un tenente de cavalleria.
Apersi l'occhi subbito e pensai:
— Che brutto sogno! Forse sarà stato
er baccalà in guazzetto ch'ho magnato...
Nina, 'ste cose qui, nu' le fa mai... —
Ma disgrazziatamente,
quela stessa matina,
vado ar Pincio5, e chi trovo? trovo Nina
a spasso cór medesimo tenente!
Ch'avrebbe fatto un antro ar posto mio?
Se sarebbe arabbiato! Cicche e ciacche6!
Du sganassoni7 e... addio!
Io, invece, chiusi l'occhi cór bisogno
de crede ch'era un sogno,
e dissi: — Sarà stato
er baccalà in guazzetto ch'ho magnato...
Sono uguali.
Delle vivande.
3
Mi volto e rivolto.
4
Gioco di bambini.
5
Il grande passeggio e giardino pubblico sul colle omonimo, tra le ville Medici e
Borghese.
6
Parole imitative del suono di due schiaffi.
7
Ceffoni, da «ganassa» (ganascia).
1
2
LA MORALE
Anniscosto tra er verde d'una villa
c'è un bel laghetto, quieto com'un ojo,
coll'acqua chiara, limpida e tranquilla
che cola a gocce a gocce da uno scojo
ch'hai d'appizzà l'orecchie pe' sentilla.
El lago è basso, e chi ce guarda drento
vede che er fonno è tutto conformato
de brecciole che pareno d'argento,
framezzo ar vellutello1
fresco, pulito e bello.
Io che ce vado spesso e volentieri
me sdrajo su la riva e guardo l'acqua
che me risciacqua tutti li pensieri;
ma giusto l'antro jeri,
guardanno mejo er fonno, feci caso
che c'era un certo vaso...
un certo vaso tonno che nun dico
sennò quarcuno aggriccerebbe2 er naso.
— Ah! — dissi — che peccato!
Chi ce l'avrà buttato?
E che dirà la gente
quanno vedrà quer coso arivortato?
Se scandalizzerà sicuramente. —
E allora, piano piano,
con una canna che ciavevo in mano,
feci in maniera de cacciallo fòra:
fregai l'orbo3 mezz'ora
fra li sassi e le piante:
e smòvi e scava e spigni, finarmente
lo tirai su, glorioso e trionfante!
Ma nun ve dico quanto feci male;
perché quell'acqua, tanto mai pulita,
smossa che fu, rimase intorbidita
che pareva un pantano generale.
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2
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Sorta di musco.
Arriccerebbe.
Lavorai senza costrutto.
Così succede spesso ne la vita
a la gente che sarva la morale.
ER SENTIMENTO
Una vorta un Piccione disse ar fijo:
— Prima che lassi er nido e voli via,
bisogna che te dia quarche consijo.
Sta' attent'all'omo! Te farà la caccia
perché è un bojaccia1: ma, se tu je tocchi
la corda più sensibbile der core,
je vèngheno le lagrime nell'occhi.
Percui, quanno te pija,
dije che ciai tu' moje che t'aspetta...
Lui nun t'ammazzerà, perché rispetta
l'affetti de famija.
Se questo nun fa effetto, je dirai
che, facenno er piccione viaggiatore,
potrai sarvà la Patria da li guai;
davanti ar patriottismo
s'intenerisce e piagne,
ripensa a le campagne2,
te mette in libbertà.
Se nun j'abbasta, di' che sei parente
de lo Spirito Santo, ch'è un piccione:
solo ar pensiero de la religgione
nun te cucinerà sicuramente...
Ma bada ch'abbia fatto colazzione!
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2
Un grandissimo ribaldo.
Di guerra.
LA SINCERITÀ
M’aricorderò sempre che mi' nonno,
pe' famme pijà sonno,
me diceva la favola de quello
ch'annava in cerca de sincerità.
Io, però, m'addormivo sur più bello
che nemmanco arivavo a la metà.
Tutta quanta la favola nun era
che la storia de Gnocco: un pastorello
ch'uscì de notte per annà ar Castello
de la gente sincera;
ma arivato a lo svorto d'una strada
incontrava una povera vecchietta
che je diceva: — Abbada!
Tiè sempre d'occhio quer lumino verde
che riluce, sbrilluccica1 e se perde
co' la stella der celo più vicina.
e cammina, cammina...
Però, se nun sei pratico,
passi un momento critico
cór Cignale politico
e er Gatto dipromatico.
Nun te fida dell'Omo
ch'accommoda l'idea
seconno la livrea
che porta er maggiordomo.
E abbada all'Orco Rosso
che fa er vocione grosso;
abbada all'Orco Nero
perché nun è sincero;
abbada all'Orco Bianco
perché nun è mai franco2.
Percui, per esse certo
de chi te s'avvicina,
tiè sempre un occhio aperto
e cammina, cammina... —
E Gnocco camminava Dio sa quanto
tutta la notte fino a la matina,
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2
Risplende a tratti.
Tre evidenti allusioni politiche: socialismo, clericalismo, liberalismo.
fra l'Orchi e fra le Streghe: ogni momento
trovava un tradimento...
Com'annava a finì? Già ve l'ho detto:
prima ch'er pastorello
arivasse ar Castello, m'addormivo,
finché mi' nonno me metteva a letto.
Purtroppo, puro adesso,
se vado in cerca de sincerità
me succede lo stesso:
e come ne la favola de nonno
pur'io vedo un lumino
lontano, in fonno in fonno...
E cammino, cammino,
finché casco dar sonno.
L'INGANNO
Fu l'antra notte che un signore sbronzo1
ritornò a casa, se guardò a lo specchio,
s'accorse ch'era vecchio e s'affissò2.
— Macché, — diceva — quello nun so' io!
Quello dev'esse povero mi' nonno
ch'è ritornato ar monno...
Povero nonno mio!
Perché sei ricicciato3 a l'improviso?
T'eri forse stufato4 de la gioja
der santo Paradiso?
Capisco che er mestiere der beato
dev'esse una gran noja!
Passà tutta la vita fra le nuvole
senza concrude gnente tutt'er giorno,
cór Cherubbino che te sona l'orgheno,
cór Serafino che te vola intorno...
Ritrovasse davanti
sempre le stesse Vergini!
sempre li stessi Santi!
La pace eterna, speciarmente in oggi,
è la pace più giusta che ce sia,
perché la fece Iddio senza l'appoggi
de la dipromazzia;
ma una pace che dura
pe' mijara de secoli, a la fine
dev'esse una gran bella scocciatura! —
Qui, l'intoppato5 singhiozzò più forte,
sbuffò tre vorte e poi ricominciò:
— E a me come me trovi? bene assai?
Infatti c'è ogni tanto quarchiduno
che me ferma e me dice: «E come fai
che nun t'invecchi mai?
Ma de che classe sei? der settantuno?»
E m'incomincia a fa' li conti addosso,
me chiede premuroso come sto...
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Sborniato.
Ci si fissò: perse la ragione.
Ricomparso.
Stancato, annoiato.
L'ubriaco.
«Eh! — dico io — m'ajuto come posso.»
E pe' fallo contento
m'invento quarche male che nun ciò.
Nonnetto caro, nun te crede mica
che la gente sia bona e sia sincera
com'era quella antica...
Adesso nun se pensa che ar guadagno,
er monno è diventato una bottega;
ognuno cerca de fregà er collega,
ognuno cerca de fregà er compagno.
L'unico abbraccio vero che cià unito,
doppo la guerra1, sai ch'è stato? Er ballo:
ch'è una spece de quello de San Vito2.
Se vedi er cavajere quant'è bello
quanno fa li passetti der cavallo,
dell'orso, de la scimmia e der cammello3!
So' finiti li tempi d'una vorta
quanno che se faceva er minuetto;
er ballo d'oggi è un ballo che te porta
direttamente in cammera da letto.
Defatti, doppo un giro de fox-trotte,
le coccotte diventeno signore,
le signore diventeno coccotte…
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Del 1915-18.
Uno degli effetti della «corea», malattia nervosa.
Figure del «charleston» e d'altre danze.
L'IDEALE
Broccolo è un omo tanto origginale
che s'è rinchiuso in una catapecchia
con un gatto, una pippa e un ideale,
e assieme a tutt'e tre vive e s'invecchia.
L'ideale de Broccolo consiste
in una donna bionna, tanto bella,
che cià un difetto solo: nun esiste.
Però, de tante femmine ch'ha viste,
nu' je piace che quella.
Se la fece a vent'anni, da lui stesso,
la chiamò Boccadoro, e da quer giorno
je gira sempre intorno e je va appresso.
E spesso, quanno fuma
ne la pippa de schiuma,
chiude l'occhi, s'appennica1 e je pare
de vede Boccadoro che se perde
ner verde d'una villa, in riva ar mare...
Se quarche amico o quarche conoscente
je dice: — Pija moje... —j'arisponne:
— O Boccadoro o gnente!
Pe' me nun c'è che quella. L'antre donne
me so' rimaste tutte indiferente! —
L'unica, infatti, che ce va per casa,
è una servetta storta, mezza gobba,
che je spiccia2 la robba e sficcanasa.
Lui nu' la guarda mai, ma in prima sera,
quanno da la finestra mezza chiusa
entra una luce debbole e confusa
che mette tutto sotto un'ombra nera,
la vede meno brutta e quarche vorta
je pare meno gobba e meno storta.
E col lavoro de la fantasia
s'immaggina che sia
propio lei, Boccadoro, che je dice:
— L'omo che bacerà la bocca mia
sarai tu, sarai tu, vivi felice! —
1
2
S'appisola.
Gli rassetta.
Allora ce sospira, e piano piano
allunga er braccio e attasta co' la mano
come cercasse ne l'oscurità...
Così, povero Broccolo, conserva
tutto l'amore suo per l'Ideale...
Ma intanto dà li pizzichi a la serva
e forse un giorno se la sposerà.
OMMINI E BESTIE
1923
LA MORTE DER GATTO
È morto er Gatto. Accanto
c'è la povera vedova: una Gatta
che se strugge dar pianto;
e pensa: — Pe' stasera
me ce vorrà la collarina nera,
che me s'adatta tanto! —
Frattanto la soffitta
s'empie de bestie e ognuna fa in maniera
de consolà la vedovella affritta.
— Via, sóra spósa1! Fateve coraggio:
su, nun piagnete più, ché ve fa male...
Ma com'è stato? — Ieri, pe' le scale,
mentre magnava un pezzo de formaggio:
nemmanco se n'è accorto,
nun ha capito gnente...
— E già: naturarmente,
come viveva è morto.
— E quanno c'è er trasporto?
— chiede un Mastino — Io stesso
je vojo venì appresso.
Era una bestia bona come er pane:
co' tutto che sapevo ch'era un gatto
cercavo de trattallo come un cane;
che brutta fine ha fatto! —
E dice fra de sé:
— È mejo a lui ch'a me.
— Ah, zitti! — strilla un Sorcio — Nun ve dico
tutto lo strazzio mio!
Povero Micio! M'era tanto amico! —
E intanto pensa: — Ringrazziamo Iddio! —
L'Oca, er Piccione e er Gallo,
a nome de le bestie der cortile,
1
Si dice a qualsiasi donna della quale s'ignori il nome.
j'hanno portato un crisantemo giallo.
— Che pensiero gentile!
— je fa la Gatta — Grazzie a tutti quanti. —
E mentre l'accompagna
barbotta: — Che migragna!1
Un crisantemo in tanti! —
Poi resta sola e sente
la vocetta d'un Micio
che sgnavola2 e fa er cicio3...
— Questo dev'esse lui! — dice la Gatta:
e se guarda in un secchio
che je serve da specchio...
In fonno, è soddisfatta.
1
2
3
Che miseria!
Miagola.
Il lezioso.
POLITICA E DIPROMAZZIA
LE COSCENZE ALL'ASTA
Chi volesse comprà quarche coscenza
ne troverà de tutti li colori:
avanti, favorischino, signori,
prezzi da non temere concorrenza!...
Robba d'un fallimento!... — E er ciarlatano
aprì er fagotto che ciaveva in mano.
— Chi non prova non crede! Pe' chi cerca
le coscenze politiche ne trova
una de poco prezzo, quasi nova,
confezzionata in vera guttaperca,
co' l'ideali forti e garantiti
adattabbili a tutti li partiti.
Abbiamo una coscenza in cartapista1
resistente a lo scrupolo e ar rimorso,
cucita co' li fili der discorso
d'un membro der partito socialista,
tutto a vantaggio der proletariato
che rimane contento e minchionato.
Sotto a chi tocca! A li repubblicani
je la do cór fonografo, in maniera
ch'er giorno sona l'Inno2 e verso sera
rimanda la repubblica a domani:
come sistema è er mejo che ce sia
pe' fa' tranquillizzà la monarchia.
C'è pronta una coscenza nazzionale
inverniciata co' la malafede,
con un tirante elastico che cede
dar Vaticano fino ar Quirinale3;
è l'urtima che ciò: 'sta settimana
Cartapesta.
Di Garibaldi.
3
È dell'ottobre 1913 il «patto Gentiloni», intervenuto tra Giovanili Giolitti e il
marchigiano conte Ottorino Gentiloni Silveri clericale, per l'intervento ufficiale dei
cattolici italiani alle elezioni politiche, dopo tanti anni di astensione, come elettori e
come candidati.
1
2
ce n'è stata una vendita puttana1! —
E er ciarlatano seguitò a annà avanti
a fa' l'eloggi de la mercanzia;
però la gente se n'annava via
come volesse dije: nun m'incanti2...
«Eppoi,» pensava «in fatto de coscenza,
male che vada, se ne pô fa' senza!»
1913
1
2
Fenomenale, incredibile.
Non me la fai.
RIUNIONE MONARCHICA
Er cavajer Briccocola1 ha proposto
de da' un banchetto ar vecchio presidente,
che siccome è onorario e nun fa gnente
rimane co' la carica in quer posto.
— Però — dice — vorrei ch'ogni aderente
me votasse la lista ch'ho composto,
ossia: spaghetti, fritto, abbacchio arosto,
e tutto quanto a un prezzo conveniente.
Infatti, tra er banchetto e tra la festa,
compreso er telegramma a li Sovrani,
verremo a spende dieci lire a testa.
Chi approva arzi la mano... — Ècchete2 che
se vedeno per aria cento mani...
— La proposta è approvata! Evviva er Re!
1911
1
2
Equivalente romanesco di «albicocca».
Eccoti.
RIUNIONE REPUBBRICANA
È una sala un po' stretta: se la guardi,
pare la cammeretta d'un portiere:
c'è un tavolino, un gabbarè1, un bicchiere,
e er quadro de Mazzini e Garibbardi.
Eppuro è propio lì che certe sere
se critica er Sovrano infino a tardi,
ma sempre co' li debbiti riguardi
cercanno de nun daje un dispiacere.
Lo stesso deputato, se ce prova,
in queli casi lì, dice e nun dice,
crede e nun crede, approva e nun approva...
E mentre pija tempo pe' decide
s'accorge che de dietro a la cornice
Mazzini pensa e Garibbardi ride...
1911
1
Vassoio, da «cabaret ».
RIUNIONE SOCIALISTA
Allora li vedevo all'osteria:
ereno una ventina e tutt'eguale,
uniti ner medesimo ideale
pe' demolì la grassa borghesia.
Ma poi Checchino aperse un'aggenzia,
Pio diventò padrone d'un locale,
Giggetto fece un zompo1 ar Quirinale,
uno annò fora e un antro scappò via...
Mó so' rimasti in tre: ma puro adesso,
co' tutto ch'er partito sta abbacchiato2,
la sera se riunischeno lo stesso.
Defatti l'antro jeri protestorno3
contro la guerra4, doppo avé votato
un litro asciutto e un ordine der giorno.
1911
1
2
3
4
Un salto.
Avvilito.
Protestarono.
Libica.
RIUNIONE CLERICALE
La sala indove fanno la riunione
è un sito senza lusso e senza boria:
nun c'è che un Papa in sedia gestatoria
e un Gesucristo in croce in un cantone.
Don Pietro, er presidente, fa la storia
de come vanno l'organizzazzione;
dice: — Co' li tranvieri va benone,
co' li scopini è stata una vittoria. —
Poi parla de le cariche sociali,
de l'elettori, de l'affari sui,
e de banche e de sconti e de cambiali...
De tutto parla meno che d'Iddio,
e forse er Cristo penserà fra lui:
— Se so' scordati che ce so' pur'io!
1911
LI RICEVIMENTI
Un re, oggiggiorno, nun è più un tiranno
come s'usava ar tempo medievale:
ma un omo bono, semprice, gioviale,
che cerca de regnà senza fa' danno.
Guarda, presempio, er nostro: er Capodanno
riceve le persone ar Quirinale,
e er giorno doppo legghi sur giornale
quello che dice a quelli che ce vanno.
L'urtima vorta chiese a un deputato:
— Come va la salute?... — Eh, veramente,
— je fece quello — so' rumatizzato... —
Er Sovrano rispose: — È la staggione!... —
'Sta cosa, ner colleggio speciarmente,
ha fatto una bellissima impressione.
1912
LA DIPROMAZZIA
Naturarmente, la Dipromazzia
è una cosa che serve a la nazzione
pe' conserva le bone relazzione,
co' quarche imbrojo e quarche furberia.
Se dice dipromatico pe' via
che frega co' 'na certa educazzione,
cercanno de nasconne l'opinione
dietro un giochetto de fisonomia.
Presempio, s'io te dico chiaramente
ch'ho incontrato tu' moje con un tale,
sarò sincero, sì, ma so' imprudente.
S'invece dico: — Abbada co' chi pratica...
Tu resti co' le corna tale e quale,
ma te l'avviso in forma dipromatica.
MINISTRO
Se sa: l'omo politico italiano
procura d'annà appresso a la corrente;
si lui nun ciriolava1, certamente,
mica finiva cór potere in mano!
Perché da socialista intransiggente
un giorno diventò repubbricano,
poi doppo radicale e, piano piano,
sortì dar gruppo e fece er dissidente.
Adesso? È ricevuto ar Quirinale!
E, siccome è Ministro, nun te nego
che sia 'na conseguenza naturale:
però nun so capì co' che criterio
chiacchieri cór Sovrano, e nun me spiego
come faccia er Sovrano a restà serio!
1911
1
Non si barcamenava.
ELEZZIONI
LA PROPAGANDA NER COLLEGGIO
— E che me dà? ducento lire sole?
ducento lire? Pe' l'amor de Dio!
Costa più a me! J'ho fatto un lavorìo
che già ciavrò lograto1 un par de sôle2.
E ho da trattà co' certe canajole
che, si sapesse, signorino mio...
Eppuro, vede? appena arivo io
convinco tutti quanti in du' parole.
Sarò teppista, sì, ma je so' amico
e cerco d'appoggiaje l'elezzione
perfino ne li posti che nun dico;
c'è infatti Nena, quella co' li nei,
ch'ogni notte se pianta sur cantone3
e dice a tutti de votà pe' lei.
21 ottobre 1913
1
2
3
Consumato.
Di suole.
All'angolo della strada.
L'ELEZZIONE
Se nun pagava sprofumatamente
te pensi che votava quarchiduno1?
Nu' j'è tornato conto2 a fa' er tribbuno,
povero amico! Adesso se la sente!
E spenni e spanni, nu' lo sa nessuno
li voti ch'ha comprato! Solamente
quelli der Commitato Indipendente
je so' costati trenta lire l'uno!
Fra pranzi, sbruffi3 e spese elettorali,
c'è Pietro lo strozzino che cià in mano
quarantamila lire de cambiali!
Un'antra de 'ste sbiosse4, bona notte!
La volontà der popolo sovrano
je costa cara quanto una coccotte!
1912
1
2
3
4
Qualcheduno.
Non ci ha guadagnato.
Somme elargite a scopo di corruzione.
Scosse.
L'INDENNITÀ
Adesso, ar Parlamento Nazzionale,
ogni rappresentante der Paese
sai quanto pija? Mille lire ar mese:
dodici mila all'anno... Nun c'è male!
Chi je le dà? Nojantri: è naturale!
Ne la paga, però, ce so' comprese
l'opinioni politiche e le spese
pe' sostené la fede e l'ideale.
Quelli che ne potrebbero fa' senza,
perché so' ricchi e cianno robba ar sole,
li spenneranno pe' beneficenza.
Er mio, defatti, pare che li dia
ar Pro-Istituto de le donne sole
ch'hanno bisogno d'una compagnia...
1913
LA SINCERITÀ NE LI COMIZZI
Er deputato, a dilla fra de noi,
ar comizzio ciagnede1 contro voja,
tanto ch'a me me disse: — Oh Dio che noja! —
Me lo disse, è verissimo: ma poi
sai come principiò? Dice: — È con gioja
che vengo, o cittadini, in mezzo a voi
per onorà li martiri e l'eroi,
vittime der Pontefice e der boja! —
E, lì, rimise fòra l'ideali,
li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l'anticlericali...
Eppoi parlò de li principî sui:
e allora pianse: pianse così bene
che quasi ce rideva puro lui!
1920
1
Ci andò.
DOPPO L'ELEZZIONI
Nun c'era un muro senza un manifesto,
Roma s'era vestita d'Arlecchino;
ogni passo trovavi un attacchino
ch'appiccicava un candidato onesto,
cór programma politico a colori
pe' sbarbajà1 la vista a l'elettori.
Promesse in verde, affermazzioni in rosso,
convincimenti in giallo e in ogni idea
ce se vedeva un pezzo de livrea
ch'er candidato s'era messa addosso
co' la speranza de servì er Paese...
(Viaggi pagati e mille lire ar mese.)
Ma ringrazziamo Iddio! 'Sta vorta puro
la commedia è finita, e in settimana
farà giustizzia la Nettezza Urbana
che lesto e presto raschierà dar muro
l'ideali attaccati co' la colla,
che so' serviti a ingarbujà la folla.
De tanta carta resterà, se mai,
schiaffato2 su per aria, Dio sa come,
quarche avviso sbiadito con un nome
d'un candidato che cià speso assai...
Ma eletto o no, finché l'avviso dura,
sarà er ricordo d'una fregatura.
1913
1
2
Per abbarbagliare.
Appiccicato.
LA PURCIA1 AR BALLO A CORTE
— Jeri a sera so' stata ar ballo a Corte,
— disse la Purcia ar Ragno — e me so' messa
sotto a la vesta d'una principessa
che m'ha fatto ballà cinque o sei verte.
Che festa! Che spettacolo!
— E c'era gente? — Uh, quanta!
Nun so' rimasta sfranta2
per un vero miracolo!
Ho pizzicato cinque o sei signore,
un ministro de Stato, un generale,
fintanto ch'ho trovato un bon canale3
de dietro ar collo d'un ambasciatore.
Je so' zompata4 addosso
e ho succhiato, ho succhiato a più nun posso!
Crederne ch'è una gran soddisfazzione
de fa' gratta la schina5 a un pezzo grosso
che deve conserva la posizzione.
— E dimme un po': er Sovrano?
l'hai visto? ciai parlato? che t'ha detto?
nun t'ha stretto la mano?
Abbada che sei stata fortunata
d'annà fino a la Reggia! Certamente
c'è quarche amico o quarche conoscente
che te ciavrà portata...
Forse quarche monarchico... — Ar contrario!
Tre mesi fa, dall'oste qui vicino,
me so' anniscosta drento a un pedalino6
d'un socialista rivoluzzionario;
tanto — ho detto fra me — verrà la vorta
che questo ce ripensa e me ce porta...
21 aprile 1913
1
2
3
4
5
6
La pulce.
Schiacciata.
Passaggio.
Saltata.
Schiena.
Un calzino.
LE FORMICHE E ER RAGNO
Un gruppo de Formiche,
doppo tanto lavoro,
doppo tante fatiche,
s'ereno fatte la casetta loro
all'ombra der grispigno1 e de l'ortiche:
una casetta commoda e sicura
incanalata drent'a una fessura.
Ècchete che un ber giorno
un Ragno de lì intorno,
che viveva in un bucio2 troppo stretto,
vidde la casa e ce pijò possesso
senza nemmanco chièdeje er permesso.
— Formiche mie, — je disse co' le bone —
quello che sta qui drento è tutto mio:
fateme largo e subbito! Er padrone
d'ora in avanti nun sarò che io;
però m'accorderò cór vostro Dio
e ve rispetterò la religgione. —
Ma allora una Formica de coraggio
incominciò a strillà: — Che propotenza!
Questo è un vero sopruso! Un brigantaggio!
Perché nun è né giusto né legale... —
Er Ragno disse: — Forse, a l'apparenza:
ma, in fonno, è 'na conquista coloniale.
1912
1
2
Cicerbita, specie di insalata.
Buco.
UN VOLO DE RICOGNIZZIONE
Doppo un gran volo l'Aquila reale
s'incontrò co' la Lupa che je chiese:
— Che novità ce stanno ner paese?
Come l'hai ritrovato?... — Tale e quale:
un ber celo, un ber mare, e lo Stivale
co' le stesse osterie, le stesse chiese...
— Però, l'Italia, a quello ch'ho sentito,
è più forte e più granne... — Questo è vero,
ma l'Italiano s'è rimpiccolito:
alliscia er rosso e se strofina ar nero,
come se annasse in cerca d'un partito
fra er Padreterno e er Libbero Pensiero.
Nun c'è sincerità, nun c'è più stima:
l'ideale politico è un pretesto
pe' potè caccià via chi c'era prima;
qualunque tinta è bona: in quanto ar resto,
ognuno cerca d'arivà più presto,
ognuno cerca d'arivà più in cima.
Infatti la Cornacchia, vôi o nun vôi,
ammalappena ricacciò l'artiji
cercò l'appoggi e li trovò fra noi...
— È naturale: te ne meraviji?
Speravi tu che dar Settanta in poi
li preti nun facessero più fiji?
26 novembre 1913
LA GUERRA CO' LI TURCHI
L'antro giorno, un signore, in trattoria,
ner mentre che faceva colazzione,
stava spieganno a cinque o sei persone
la guerra fra l'Italia e la Turchia.
Dice: — Ammettemo che er nemico stia
de dietro ar piatto indove c'è er limone:
levo er cucchiaro, cambio posizzione,
e faccio finta che ritorno via.
Ma pensanno che sotto a la sarvietta
ce sia Zuara, io passo avanti ar pane,
e l'accerchio tra er pepe e la forchetta.
Se lì er nemico nun se trova pronto,
viè pijato a li fianchi... e che rimane? —
Er cammeriere je rispose: — Er conto!
1912
SONETTI RIPESCATI…
I
ER PRIMO AMORE
Fu un venerdì, pe'1 Pasqua Befania2,
er sei gennaro der novantasei.
— No, Checchino, è impossibbile! Tu sei
troppo scocciante co' 'sta gelosia!
Nun se capimo più! — me disse lei —
Addio, Checchino... — E se n'agnede3 via.
Volevo dije: — Caterina mia,
viè qua, nun me lascià!... — Ma nun potei!
Tu nun me crederai: da quer momento
m'è arimasta una spina drento ar core:
è più d'un anno e ancora me la sento!
Ne la malinconia de li ricordi
naturarmente resta er primo amore...
Come diavolo vôi che me ne scordi?
1
2
3
Verso.
Epifania.
Andò.
II
DOPPO QUATTR'ANNI
Chi? Caterina? quale? quella mora?
E chi l'ha più rivista? Va cercanno!1
Saranno ormai quattr'anni... Eh, sì, saranno
perché fu ar tempo che tornai da fòra;
anzi me pare bene che fu quanno
pijavo l'ojoduro2: sissignora,
fu ner novantasei, fu propio allora:
sì, ner novantasei, propio in quell'anno!
L'urtimo appuntamento? Era de festa...
Già, la Befana, ché j'arigalai
un pettinino d'osso pe' la testa...
Me costò, credo bene, un trenta sòrdi...
Eh, so' quasi quattr'anni, capirai...
Come diavolo vôi che m'aricordi?...
1
2
Tira via!
Lo joduro.
L'AMANTE DE PRIMA E QUELLO D'ADESSO
Prima annava a trovà l'innammorata
sonanno la chitara allegramente,
eppoi montava, coraggiosamente,
su 'na scala de seta preparata.
Adesso, invece, è tutto diferente:
mó cosamo1 una donna maritata
senza chitara, senza serenata,
senza scala de seta, senza gnente.
Dev'esse propio granne l'affezzione
se je sonamo, senza fa' rumore,
er campanello elettrico ar portone.
E ammalappena2 che ce fa er segnale
se famo portà su da l'ascensore
mentre er marito scegne pe' le scale.
1
2
Dal verbo «cosare», il quale può fare le veci di molti altri.
Non appena.
LA REGAZZA1 ARRABBIATA
Come diavolo vôi che nun me cali?2
Lui nun me cura più, commare mia,
pe' via de la politica e pe' via
che s'è affissato a legge3 li giornali.
Tiè sempre in mente la democrazzia,
tiè sempre in bocca l'anticlericali,
li preti, li principî, l'ideali,
Giordano Bruno e l'ossa de su' zia4!
Ma un omo che vô bene veramente
nun cià d'avé 'ste cose pe' la testa,
ch'è tutta robba che nun serve a gnente.
Sennò, quanno ch'annamo ar Municipio,
che magno? li comizzi de protesta?
co' che m'empie la panza? cór principio?
1912
1
2
3
4
La fidanzata.
Che non sia diminuito, non sia sceso («cali») nella mia stima?
Gli è presa la mania di leggere.
Per dire: e non so che altro.
L'AMORE
Ninnì vô li quatrini e guai se manchi!
Io puro, l'antra sera che ciannai,
pe' fa' breve er discorso, je lassai
un bijettone de cinquanta franchi.
Lei me chiese: — Te piacio?... — Oh, dico, assai!
Ciai cert'occhioni, certi denti bianchi...
Eppoi quer petto in fòra, queli fianchi...
accusi belli nu' l'ho visti mai!
— Eh, sì, me so' ingrassata: — fece lei —
da ottanta chili, doppo ch'ho sposato,
lo sai quanti ne peso? Ottantasei. —
Io, allora, feci un conto in generale
e dissi fra de me: — Tutto sommato,
quattro sòrdi a la libbra nun c'è male!
L'ILLEGGITTIMA1 DIFESA
Per me, quanno una femmina è sicura
d'esse una donna onesta veramente,
benché je zompa2 addosso un propotente
lo fa sta' a posto come una cratura3.
Incomincia cór métteje paura,
mozzica4, sgraffia, strilla, chiama gente:
ma difenne l'onore solamente
cór mezzo che j'ha dato la natura.
Ch'ha fatto invece quella? L'ha ammazzato
gnentedemeno co' la rivoltella...
Eh! me pare un pochetto esaggerato!
Defatti, la marchesa sai che dice?
— Se in vita mia facessi come quella
me ce vorebbe la mitrajatrice!
5 giugno 1914
1
2
3
4
La legittima.
Le salti.
Creatura, bambino.
Morde.
ER VINO
Se anticamente s'intoppava1 uno
er vino je sfogava in allegria,
faceva una cantata e annava via
senza rompe le scatole a nessuno.
Ma se s'intoppa adesso, mamma mia!
Cià sempre l'aria de scannà quarcuno:
strilla, biastima2, ruga3 e fa er tribbuno
ch'è la cosa più brutta che ce sia.
Tutta corpa der vino. Mi' marito,
quanno che se pijava le tropee4,
era addrittura er cocco5 der partito;
poi, co' la cosa de le convursioni,
lassò da beve, mijorò l'idee
e rassegnò le propie dimissioni.
1
2
3
4
5
S'ubriacava.
Bestemmia.
Fa la voce grossa.
Le sbornie.
Il beniamino.
ER CINTO DE CASTITÀ
Ho letto spesso che la gente antica,
pe' conservà la donna casta e pura,
je metteva una spece de cintura
pe' sarvà l'onestà senza fatica.
Qualunque amante, ner lassà l'amica,
je la chiudeva co' la seratura...
Come una porta!... Che caricatura!
Che malfidati1, Iddio li benedica!
Oggi che semo gente più morale
'ste cose nun succedeno, per via
che la femmina è onesta ar naturale.
Ma però, se ce fusse ancora 'st'uso,
come farebbe Mariettina mia
pe' ricordasse l'urtimo ch'ha chiuso?
1
Che diffidenti!
ER CONTE NOVO1
Jersera er sor Cammillo, er mi' padrone,
quanno seppe ch'er Re s'era deciso
a nominallo conte a l'improviso,
s'è messo a piagne da la commozzione.
Poi cià riuniti tutti ner salone
e ha detto: — Ormai ce semo: ma v'avviso
in modo categorico e preciso
ch'io nun ciò nessunissima ambizzione.
Che, a parte la corona e la contea,
io, per voi, resto sempre er sor Cammillo
e, mi' moje, la sóra Dorotea.
Ma va con sé che da stasera stessa
me chiamerete er conte e, manc'a dillo2,
la signora sarebbe la contessa...
1
2
Di nuova creazione.
Non occorre dirlo.
TANGO E FURLANA1
Er Papa nun vô er Tango perché, spesso,
er cavajere spigne e se strufina
sopra la panza de la ballerina
che, su per giù, se regola lo stesso.
Invece la Furlana è più carina:
la donna balla, l'omo je va appresso,
e l'unico contatto ch'è permesso
se basa sur de dietro de la schina2.
Ma un ballo ch'è der secolo passato
co' le veste attillate se fa male:
e er Papa, a questo, mica cià pensato;
come vôi che se mòvino? Nun resta
che la Curia permetta, in via speciale,
che le signore s'arzino la vesta.
1° febbraio 1914
La danza tango nata in America era entrata in Europa dal 1911. Corse poi la voce
che Pio X avesse suggerito di sostituirle come più castigata la furlana, antico ballo del
Friuli, facendola provare in sua presenza
2
Schiena.
1
LA PARTITA
Te ricordi, Marietta, quela sera
che se faceva a scopa unicamente
pe' potesse bacià libberamente
senza fa' insospettì la cammeriera?
E tu, ch'eri più furba e più prudente,
pe' fa' la parte come fosse vera,
spesso dicevi: — Faccio la primiera,
l'ori, le carte1 e tutto er rimanente. —
Ma appena scappò fòra er sette bello
la cammeriera, mezza insonnolita,
se squajò2 co' la scusa der fornello...
Fu allora che te presi pe' la vita
e, doppo un certo bacio scrocchiarello3,
te dissi piano: — Ho vinto la partita!
1
2
3
Termini del gioco.
Sparì.
Sonoro.
LI CONSIJI BONI
Tu ce l'hai co' li vecchi e co' l'anziani
perché adesso sei giovene, s'intenne:
l'ucelletti che metteno le penne
vann'a beccà la coda a li gabbiani.
M'abbada a te, sia detto senz'offenne,
che quer ch'è oggi nun è più domani:
quanno t'invecchierai come arimani
se sei insurtato e nun te pôi difenne?
Presempio, l'antro giorno ho risaputo
che ner vede er sor Checco pe' le scale
j'hai dato, sottovoce, der cornuto.
Chiamà cornuto un omo de 'sta sorte!
Pensa che cià ottant'anni e, bene o male,
te potrebb'esse padre quattro vorte!
QUANNO CE VÒ, CE VÒ!
Pijà a schiaffi la moje è da villano:
è 'na vijaccheria che fa vergogna!
Ma se vedi la mia, quant'è carogna1!
Credi che te li leva da le mano.
Nemmanco a fallo apposta, cerca rogna2
propio ne li momenti che sto strano...
E allora je l'appiccico: ma piano
e mai de più de quello ch'abbisogna.
È un vizziaccio, capisco: tant'è vero
che me ne pento prima de fa' l'atto,
ma l'azzione è più sverta der pensiero!
Vôr di' che doppo, pe' riavé la stima,
je chiedo tante scuse e, appena ho fatto,
ritorno gentilomo come prima.
1
2
Vile.
Mi provoca.
ER DECIMO GIURATO
Er perito spiegò ch'er delinquente
ciaveva la capoccia1 sbrozzolosa2,
e questa fu la parte più nojosa
perché nessuno ce capiva gnente.
Er decimo giurato solamente
restava co' la fronte pensierosa
e scriveva ogni tanto quarche cosa
come d'un dubbio che ciavesse in mente.
Ma, sia pe' distrazzione o che so io,
a un certo punto prese e stracciò er fojo
e lo buttò vicino ar posto mio.
Io l'ariccorsi per curiosità;
ciaveva scritto: «Zucchero, petrojo,
ova, patate, strutto e baccalà...».
1
2
Testa.
Piena di bitorzoli.
TUTTO SFUMA
Ho rivisto Zazzà. L'ho rincontrata
dopo quasi quattr'anni. È sempre bella!
Tiè sempre li capelli a madonnella,
cià sempre la medesima risata.
Ha conservato la vitina snella,
er modo de guardà, la camminata...
Insomma è eguale a come l'ho lasciata,
ma a me me pare che nun sia più quella.
Nun me pare possibbile che sia
l'istessa donna che quattr'anni fa
me faceva schiattà1 de gelosia.
Che pianti che ciò fatto! Iddio lo sa!
Quanti sospiri ciò buttati via!
E, invece, adesso... Povera Zazzà!
1
Crepare.
BELLA FILOSOFIA!
Da quanno l'ha piantato1 quel'arpia,
er conte è diventato così strano
che parla solo, tutt'er giorno sano,
come volesse fa' quarche pazzia.
Ogni tanto s'affissa2 e dice piano:
— Che me ne frega de la vita mia?
Ecco quanto la conto!... — E butta via
la sigheretta accesa che cià in mano.
Che scemo! Butta via le sigherette
pe' volé dimostrà che se n'impippa
e che la vita nu' la conta un ette!
Ma io, che fumo li mozzoni sui3
e spesso me ce carico la pippa,
te credi che la conti più de lui?
1
2
3
Abbandonato.
Si fissa.
Le sue cicche.
TRE STROZZINI
I
UN MACELLARO
Fra li tanti strozzini,
che presteno quatrini
ar novanta per cento, c'è un amico
(er nome nu' lo dico)
che fa un doppio mestiere:
macellaro e banchiere.
Se faccia mejo questo o mejo quello
io nu' lo so davero e lui nemmanco:
der resto nun ce preme de sapello;
è banchiere ar macello
e macellaro ar banco.
Tutti l'affari sui li fa a bottega,
e da questo se spiega
come una vorta me scontò un effetto
mentre tajava un chilo de filetto.
Incominciò cór di': — So' tempi brutti
che va male per tutti:
ciò avuto già tre o quattro fregature
da persone per bene,
da persone sicure.
So' dolori! Credeteme! So' pene!...
V'abbasti a di' che ne la cassa-forte
ce stanno più cambiali che bajocchi.
Eppoi che firme! firme co' li fiocchi!
Principi... duchi... Pare un ballo a Corte!
Vengheno a piagne l'animaccia loro:
chi mille, chi dumila... E a la scadenza:
— Scusa, nun posso: aspetta... abbi pazzienza... —
E sempre 'sto lavoro!
Ma già l'ho detto a l'avvocato mio:
o fòra1 li quattrini o fate l'atti2,
perché si nun rispetteno li patti
je fo er precetto3 quant'è vero Dio!
1
2
3
Fuori.
Gli atti legali.
Intimo di pagamento.
E voi? volévio1? cinquecento2 tonne3?
Va be', faremo cento4 per un mese...
So' troppe?... Eh, lo capisco, ma d'artronne
avete da pensà che ciò le spese... —
E così me contò cinquanta carte
da dieci lire l'una,
e ce lassò su ognuna
un'impronta de sangue da una parte...
1912
1
2
3
4
Volevate?
Sottinteso «lire».
Nette.
Lire d'interesse.
II
ISACCO E C.°
Ogni vorta che capito a 'st'ufficio
ce trovo sempre cinque o sei persone
che s'hanno da fa' fa' l'operazzione,
già pronte e rassegnate ar sacrificio.
È una cammera scura, bassa bassa,
divisa da un tramezzo e una vetrina
dove c'è scritto: "Cassa",
ma fa l'effetto d'una ghijottina.
Là drento, infatti, trovi sempre pronto
Isacco e er socio: er boja e l'ajutante;
uno è er cassiere e l'antro è er capo-sconto.
Appena che m'affaccio a lo sportello
Isacco dà un'occhiata a la cambiale,
pija la penna e mozzica1 er cannello:
la legge, la riggira, aggriccia2 er naso,
guarda le firme, pensa, chiude l'occhi,
come se nun ciavesse li bajocchi,
come se nun restasse persuaso;
dice: — Ne parlerò cór mi' compagno;
io nun ciò sòrdi, momentaneamente:
e co' 'ste cose, a dilla francamente,
è più la remissione3 ch'er guadagno;
eppoi nun è possibbile
pe' via de l'avallante:
io vojo un bottegaro, un negozziante,
una firma solvibbile...
Invece, questo, che mestiere fa?
È un celebre poeta?... Je l'ammetto:
ma, se se scorda de pagà l'effetto,
che je sequestro? la celebbrità?...
1912
1
2
3
Morde,
Arriccia.
La perdita.
III
DON MICCHELE
Don Micchele è un pretozzo1
grasso, abbottato2, con un sottogola3
ch'ogni vorta che dice una parola
je fa su-e-giù sur collarino zozzo4.
A le nove va in chiesa e dice messa,
da le dieci a le dodici confessa,
e a la sera santifica lo strozzo5.
Lui nun guarda a l'idee de le persone
che cercheno quatrini,
ma vô le firme bone:
la mejo posta6, infatti, è un frammassone
che fa l'avallo co' li tre puntini7.
Però, quanno te sconta le cambiali,
cerca de datte sempre li consiji
religgiosi e morali,
tanto che li quatrini nu' li piji
se prima nun t'ha rotto li stivali.
— Te serveno bajocchi, fijo mio?
È già la terza vorta! Embè, sia fatta
la volontà d'Iddio!
Basta che nu' li spenni malamente:
ricordete de questo,
sennò nun te do gnente:
perché er primo dovere der cristiano
è quello d'esse bono e d'esse onesto.
E, dimme, quanto vôi? trecento lire?...
Già, capisco, sei giovene... Der resto
«semel in anno licet insanire».
Nun capisci er latino? Ah, male, male!
Be', — dice — allora... damme la cambiale. —
In un urtimo affare che ce feci,
m'aricorderò sempre che me dette
1
2
3
4
5
6
7
Pretonzolo.
Gonfio.
Una pappagorgia.
Sporco.
L'usura.
Il miglior avventore.
Massonici.
trenta carte da dieci.
Ereno trenta carte nôve nôve:
ma quanno apersi er pacco,
che puzzava un pochetto de tabbacco,
ne trovai solamente ventinove;
in più c'era un San Pietro1
con un Credo de dietro e un'indurgenza
de trenta giorni, come la scadenza.
1912
1
Un'immaginetta del santo.
OMMINI E BESTIE
L'ANTENATO
— L'Omo è sceso da la Scimmia:
— barbottava1 un Professore —
nun me pare che 'sta bestia
ciabbia fatto troppo onore...
— È questione de modestia;
— je rispose un Ranguttano2 —
l'importante è che la scimmia
nun sia scesa dar cristiano.
1
2
Brontolava.
Orang-utan.
LA TIGRE
È mezzanotte e c'è la luna piena.
Una Tigre e una Jena
escheno da la tana e vanno in giro
co' la speranza de trova da cena.
Ma se guardeno intorno
e nun vedeno gnente.
— Aspetteremo che se faccia giorno; —
pensa la Tigre rassegnatamente
— però — dice — se sente —
un fru-fru tra le piante...
— Chi c'è? una donna? e che farà a quest'ora?
— Aspetterà un amante...
— Cammina con un'aria sospettosa...
— Quarche cosa c'è sotto... — Certamente
c'è sotto quarche cosa.
Cià un fagotto... lo posa... — È una pupazza1...
— Ma che pupazza! È 'na cratura viva!
Pare che chiami mamma! E mó? L'ammazza!
È la madre!... Hai capito?
— Come? la madre?! Verginemmaria! —
La Tigre spaventata scappa via
e la Jena cià un occhio innummidito...
1
Una bambola.
ER CORE DER POPOLO
I
Finita la lettura der verdetto
che rimannava libbero er pittore,
scoppiò un evviva e tutte le signore
faceveno così cór fazzoletto.
Nun te dico le scene! Er difensore
je dette un bacio e se lo strense ar petto,
una regazza je buttò un bijetto,
una signora volle daje un fiore...
E quanno uscì je fecero lo stesso:
che sbattimano! che dimostrazzione!
Cristo, la folla che j'annava appresso!
Solo una vecchia curva e sganghenata1
rimase ferma, a piagne in un cantone...
Forse la madre de l'assassinata.
1
Sgangherata.
II
Sto fatto te dimostra chiaramente
la gran bontà der popolo, per via1
che, quanno ha da pijà 'na simpatia,
per chi la pija? per un delinquente.
L'assassinato è sempre un. propotente...
Er testimonio a carico è 'na spia...
Er reo viè assorto... Evviva la giuria..
E vedi tutto che finisce in gnente.
Se domani, pe' fattene un'idea,
quer boja2 de Nerone, ch'è Nerone,
telegrafasse: «Arrivo co' Poppea»,
er popolo direbbe: — Me ne glorio! —
E j'annerebbe incontro a la stazzione
co' le fanfare de l'educatorio3!
1913
Per la ragione.
Quel ribaldo.
3
Le varie organizzazioni giovanili del tempo, che portavano questo nome
possedevano ciascuna una fanfara di ragazzi.
1
2
LA PATERNITÀ
Un Somarello scapolo un ber giorno
decise de sposasse una cavalla,
e fece una gran festa ne la stalla
co' tutti l'animali der contorno1.
Ciannò la Mosca, er Ragno,
er Grillo, la Formica,
er Sorcio co' l'amica,
la Gatta cór compagno,
er Porco co' le fije,
la Vacca co' l'amante,
e un sacco2 de famije
de bestie benestante.
Er Toro, che faceva er testimonio,
je recitò un sonetto d'occasione
su la felicità der matrimonio.
Er sonetto finiva: — Da l'unione
d'una coppia de spósi così belli
verrà fòra un bellissimo Leone!
— Ma no, te sbaji: — disse un Porcospino
che je stava vicino —
da una Cavalla e un Ciuccio nasce un Mulo.
— Lo sapevo da prima!
— rispose er Toro — Ma, per le signore,
ho preferito de nun fa' la rima...
Eppoi, Mulo o Leone, è stabbilito
che, fra noi bestie, er fijo de la moje
è veramente fijo der marito3...
1912
1
2
3
Del vicinato.
Un gran numero.
«Pater est quem nuptiae demonstrant».
LE FATICHE DER RAGNO
La Mosca disse ar Ragno:
— Fatichi notte e giorno
senza concrude un corno,
senza nessun guadagno:
lavori inutirmente
perché la tela tua nun serve a gnente...
— Invece ciò un fottìo d'ordinazzione!
— rispose er Ragno — Devo fa’ una rete
pe' ripescà l'idee d'un frammassone
ch'è diventato prete;
ho da rimette a novo la camicia
per una vecchia cicia1: la Morale,
che, poveraccia, paga la piggione
e dorme pe' le scale2;
e, pe' de più, bisogna che ricucia
un buggerìo3 de sacchi rivortati
per imballà la stima e la fiducia...
— E queli fili ch'hai finiti jeri?
— je domannò la Mosca — a chi l'hai dati?
— Eh! quelli — dice — so' lavori seri,
so' affari delicati...
Con uno ciò legato la bilancia
in mano a la Giustizzia,
e coll'antro ciò stretto l'amicizzia
fra l'Italia e la Francia...
14 dicembre 1913
1
2
3
Smorfiosa.
Detto popolare.
Un buscherio, un'infinità.
LI CAMBIAMENTI
Prima
Te l'aricorderai: quarch'anno addietro,
quanno parlava come segretario
der commitato rivoluzzionario,
nu' l'areggeva più manco San Pietro1!
Ogni cinque parole er Commissario2
je tirava la giacca a parteddietro3;
era lui, sempre primo, a sfascia er vetro
de quarche bottegaro temerario4.
Lui combinava le dimostrazzione,
lui faceva li scioperi, ché allora
nun ciaveva nessuna occupazzione.
Come aveva da fa'? Naturarmente,
pe' sostené l'idee de chi lavora
era5 finito pe' nun fa' più gnente.
1
2
3
4
5
Nessuno poteva trattenerlo.
Di pubblica sicurezza, che assisteva ai comizi.
Affinché moderasse le parole.
Che cioè non aveva chiuso bottega..
Aveva.
Adesso
Ma dar giorno ch'ha aperto l'osteria
ha innacquato perfino l'ideale:
e se je canti l'Internazzionale
c'è puro er caso che te cacci via.
Nun strilla più né viva l'anarchia
né viva la repubbrica sociale;
mó trova che lo sciopero è un gran male
e qualunque sommossa è una pazzia.
Giusto1 jeri je dissi: — Come mai?
Che cambiamento!... — Eh, — fece lui — se spiega:
oggi che sto in commercio, capirai...
Adesso, quanno m'arzo la matina,
nun ciò più che una fede: la bottega,
nun ciò più che un pensiero: la vetrina.
2 luglio 1914
1
Per l'appunto.
DEMOCRAZZIA REALE
Una matina er Re de la Foresta
entrò ne la bottega d'un barbiere;
dice: — Famme er piacere
de levamme 'sti ciuffi da la testa;
mó nun so' più li tempi d'una vorta:
abbasta co' li manti e le criniere!
Oggi, un Sovrano pratico,
dev'esse democratico
speciarmente nell'abbito che porta.
Pija er rasore, dunque:
e taja e raschia1 infìn che nun me vedi
spelato come un suddito qualunque! —
Er barbiere obbedì, ma fece male:
perché doppo mezz'ora, er Re Leone,
ammalappena entrò drent'ar portone
der palazzo reale,
er popolo lo prese
per un cane danese
e nu' je fece la dimostrazzione.
1912
1
Radi.
SUFFRAGGIO UNIVERSALE
Un Aquila diceva: — Dar momento
che adesso c'è er suffraggio universale,
bisognerà che puro l'animale
ciabbia un rappresentante ar Parlamento;
dato l'allargamento, o prima o poi,
doppo le donne lo daranno a noi.
Ma allora chi faremo deputato?
Quale sarà la bestia indipennente
che rappresenti più direttamente
la classe animalesca de lo Stato?
e a l'occasione esterni er su' pensiero
senza leccà le zampe ar Ministero?
Per conto mio, la sola che sia degna
de bazzicà la Cammera e conosca
l'idee de l'onorevoli è la Mosca,
perché vola, s'intrufola, s'ingegna,
e in fatto de partiti, sia chi sia,
passa sopra a qualunque porcheria!
1° gennaio 1914
LI DEBBITI
Se seguita così, so' rovinato!
Ora viè l'esattore cór bijetto,
ora arriva un uscere cór precetto1
pe' quarche conto che nun ho pagato.
Oggi, appena so' uscito, ho rincontrato
er solito strozzino che m'ha detto:
— Se nun pagate subbito l'effetto
darò l'incartamento a l'avvocato... —
Sempre una storia! E nun te dico er resto!
Ogni giorno un avviso de cambiale,
ogni giorno un avviso de protesto.
Banca d'Italia... Banca Commerciale...
Ma come! in un momento come questo?
Dove sta la concordia nazzionale?
giugno 1915
1
Intimo di pagamento.
LA GUERRA CARESTOSA1
Li tempi so' cambiati! Anticamente,
che s'addoprava solo l'arma bianca,
la guerra era più nobbile, più franca,
e se faceva a un prezzo conveniente.
Ma mó, co' li cannoni, è diferente:
ce vonno li mijardi! E se te manca
l'appoggio materiale de la Banca,
pe' quanto spari, nun combini gnente.
L'obbice d'un cannone de quest'anno
costa seimila lire! Immagginate
in un minuto quanti se ne vanno!
Un lampo, un fumo, un botto... Addio quatrini!
E a di' che io, co' quattro cannonate,
ce liquidavo tutti li strozzini!
2 gennaio 1916
1
Costosa.
GATTA CE COVA...
In un villino avanti a casa mia,
tutte le sere vedo una signora
ch'accenne un lume, fa un segnale e allora
va su un bell'omo a faje compagnia.
'Sto marcantonio1, che nun so chi sia,
cià un grugno2 da tedesco ch'innamora
e, data quela visita a quell'ora,
m'è venuto er sospetto ch'è una spia.
La stessa cammeriera se n'è accorta:
e sere fa, cór coco e co' la balia,
se misero a sentì dietro la porta.
Però nun hanno ancora stabbilito3
se lo riceve a danno de l'Italia
o a danno solamente der marito.
dicembre 1916
1
2
3
Questo tale.
Un brutto viso.
Accertato.
LE NOTIZZIE ALLARMISTE1
Ner vedello sortì je corsi appresso.
Dico: — Sor conte, pensi ar pagamento...
— Oh — dice — questo qui nun è er momento,
eppoi, pe' strada, nun ho mai permesso...
— Ma io ciavevo fatto assegnamento:
— dico — me paghi come m'ha promesso...
Nun sa che co' 'sta guerra ciò rimesso
armeno un quattromila e cinquecento?...
— Lei sparge le notizzie esaggerate! —
m'ha detto er conte: e ne l'uscì dar vicolo
ha visto quattro guardie e l'ha chiamate.
Quelle so' corse e, assieme a un ufficiale,
m'hanno arrestato a norma de l'articolo
trecentotré der Codice Penale.
dicembre 1916
1
Allarmistiche.
L'EROE AR CAFFÈ
È stato ar fronte, sì, ma cór pensiero:
però te dà le spiegazzioni esatte
de le battaje che nun ha mai fatte,
come ce fusse stato per davero.
Avressi da vedé come combatte
ne le trincee d'Aragno1! Che gueriero!
Tre sere fa, pe' prenne er Montenero,
ha rovesciato er cuccomo2 del latte!
cór su' sistema de combattimento
trova ch'è tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e te bombarda Trento.
Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
— Per me, — barbotta — c'è una strada sola... —
E intigne li biscotti ne la tazza.
dicembre 1916
Famoso caffè in via del Corso, abituale ritrovo di scrittori, giornalisti, parlamentari e
politicanti.
2
Il bricco.
1
ER BIJETTO DA MILLE1
Un Bijetto da Mille,
riposto in una vecchia scrivania,
diceva: — Er mi' padrone è un imbecille:
so' già quattr'anni che me tiè rinchiuso
come un pezzo de carta fóri d'uso!
Puzzo de muffa... Che malinconia!
Invece, se m'avesse
tenuto ne le casse de lo Stato,
a parte l'interesse
ch'avrebbe guadagnato,
servivo a fa' le spese
pe' rinforzà er Paese.
Ma er padrone è ignorante e nun capisce
che er mi' valore cresce in proporzione:
so' forte finché è forte la Nazzione,
m'indebbolisco se s'indebbolisce.
Se fosse un omo pratico
me terrebbe a la Banca certamente;
ma qui drento che fo? Nun conto gnente
e perdo tempo come un dipromatico.
18 febbraio 1917
1
Scritto per il Banco di Roma, in occasione del Prestito nazionale.
L'AQUILA VITTORIOSA
Er fijo d'un gueriero disse all'Aquila:
— Aquila mia! Siccome
so' fijo de mi' padre
e ciò lo stesso nome,
me vojo mette ne li panni sui
pe' fa' l'eroe pur'io
come faceva lui.
Quanno m'infilerò quela montura
combatterò sur campo de l'onore
e la vittoria mia sarà sicura.
Ma tu, che sei l'ucello de l'eroi,
dovressi famme prima la promessa
de restamme vicino più che pôi;
se sei l'Aquila stessa
ch'accompagnò papà, resta co' noi. —
L'Aquila disse: — Sì, so' propio quella
ch'accompagnò tu' padre e me ne vanto
ma co' te nun ce vengo, scusa tanto:
nun me la sento de finì in padella.
Che credi tu? che l'eroismo sia
una cosa che va da padre in fijo
come la ditta d'una trattoria?...
No, caro; guarda a me:
io, in fonno, rappresento la Vittoria:
ma mi' fija, però, che nun cià boria,
sta ar Giardino Zologgico, perché
nun vô sfruttà la gloria de famija
pe' fasse un postarello ne la Storia.
1910
ROMANITÀ
Un giorno una Signora forastiera,
passanno cór marito
sotto l'arco de Tito1,
vidde una Gatta nera
spaparacchiata2 fra l'antichità.
— Micia, che fai? — je chiese: e je buttò
un pezzettino de biscotto ingrese;
ma la Gatta, scocciata, nu' lo prese:
e manco l'odorò.
Anzi la guardò male
e disse con un'aria strafottente:
— Grazzie, madama, nun me serve gnente:
io nun magno che trippa nazzionale!
1913
1
2
Tra l'Anfiteatro Flavio e il Foro Romano.
Sdraiata a tutto suo agio.
LA PELLE
— Povero me! Me tireranno er collo!
— disse un Faggiano ar Pollo —
Ho letto sur giornale che domani
c'è un pranzo a Corte, e er piatto prelibbato
saranno, come sempre, li faggiani...
— E te lamenti? Fortunato te!
— je rispose l'amico entusiasmato. —
Nun sei contento de morì ammazzato
pe' la Patria e p'er Re?
E l'Ideale indove me lo metti?
Fratello mio, bisogna che rifretti...
— Eh, capisco, tu sei nazzionalista,
— disse er Faggiano — e basta la parola.
Ma t'avviso, però, che su la lista
c'è puro scritto: polli in cazzarola1. —
A 'sta notizzia, er povero Pollastro
rimase così male
che se scordò d'avecce l'Ideale
e incominciò a strilla: — Dio, che disastro!
La Patria, er Re, so' cose belle assai,
ma la pelle è la pelle... capirai!
Ne faccio una questione personale!
3 agosto 1913
1
Casseruola.
ER CANE MORALISTA
Più che de prescia1 er Gatto
agguantò la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scappò, come un furmine, sur tetto.
Lì se fermò, posò la refurtiva
e la guardò contento e soddisfatto.
Però s'accorse che nun era solo
perché er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j'era corso appresso
e lo stava a guarda da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arzò la testa
e disse ar Micio: — Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch'eri2 capace
d'un'azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! propio lui
che te tiè drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch'hai rubbato
peserà mezzo chilo a ditte3 poco?
Pare quasi impossibbile ch'er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t'ha visto?—Nessuno...
— E er padrone? — Nemmeno...
— Allora, — dice — armeno
famo metà per uno!
1
2
3
Più che in fretta.
Più che in fretta.
A dir.
ER SOMARO FILOSOFO
Ah! biù!1 Cammina! Ah! biù... —
Er vecchio Ciuccio che stracina er carico
propio nu' ne pô più.
— Come fatichi, povero Somaro!
—
j'abbaia un Cane — E indove vai de bello?
— Devo portà 'sta carta ar salumaro2
— risponne er Somarello —
Sarà quarche quintale, capirai!
Se tratta de la resa d'un giornale...
— De quale? — Nu' lo so, ma pesa assai! —
—
Subbito er Cane, inteliggente e pratico,
guarda er caretto e dice: — Ho già capito:
dev'esse l'Avvenire Democratico
che stampa li programmi der partito,
eppoi de tanto in tanto li raduna
in tutte balle da un quintale l'una. —
Er Somaro cammina a testa bassa
sotto le tortorate3 der padrone:
ogni botta che scegne sur groppone
la sente rintrona ne la carcassa,
e intanto pensa: «La democrazzia
è stata sempre la rovina mia!»
1920
1
2
3
Voce d'incitamento.
Salumiere.
Le bastonate.
ER SORCIO VENDICATORE
Tengo un Sorcio, drento casa,
ch'ogni notte, a una cert'ora,
zitto zitto scappa fòra1,
guarda, cerca e sficcanasa.
Poi fa un giro e rivà via
pe' rientrà ne la scanzìa,
dove rosica le carte
ch'ho ammucchiato da una parte.
Quer cri-cri, se chiudo l'occhi,
me figuro che dipènna
da la punta d'una penna
che sta a fa' li scarabbocchi;
e m'immaggino perfino
ch'è la mano der Destino
che me scrive e che prevede
quarche cosa che succede.
Ma poi penso ch'er rumore
viè dar Sorcio unicamente,
ch'ogni notte arrota er dente
ne le lettere d'amore:
tutte lettere inzeppate2
de parole appassionate
che me scrisse, a tempo antico,
la signora... che nun dico.
Forse er Sorcio, che capisce
le finzioni de madama,
le smerletta, le ricama,
le consuma, le finisce...
Dove dice: «O mio tesoro!»
me cià fatto un ber traforo;
dove dice: «T'amo tanto!»
s'è magnato tutto quanto.
1
2
Fuori.
Piene zeppe.
ER GATTO AVVOCATO
La cosa annò così. La Tartaruga,
mentre cercava un posto più sicuro
pe' magnasse una foja de lattuga,
j'amancò un piede e cascò giù dar muro:
e, quer ch'è peggio, ne la scivolata
rimase co' la casa arivortata.
Allora chiese ajuto a la Cagnola;
dice: — Se me rimetti in posizzione
t'arigalo, in compenso, una braciola
che ciò riposta1 a casa der padrone.
Accetti? — Accetto. — E quella, in bona fede,
co' du' zampate l'arimise in piede.
Poi chiese: — E la braciola? — Dice: — Quale?
— Ah! — dice — mó te butti a Santa Nega2!
T'ammascheri da tonta3! E naturale!
Ma c'è bona giustizzia che te frega!
Mó chiamo er Gatto, j'aricconto tutto,
e te levo la sete cór preciutto4! —
Er Gatto, che faceva l'avvocato,
intese er fatto e j'arispose: — Penso
che è un tasto un pochettino delicato
perché c'è la questione der compenso:
e in certi casi, come dice Orazzio,
promissio boni viri est obbligazzio.
Ma prima ch'io decida è necessario
che la bestia medesima sia messa
co' la casa vortata a l'incontrario
finché nun riconferma la promessa,
pe' stabbili s'è un metodo ch'addopra
solo quanno se trova sottosopra. —
Così fu fatto. Er Micio disse: — Spero
che la braciola veramente esista... —
1
2
3
4
Tengo in serbo.
Per dire: neghi la verità.
Fai finta di nulla.
Te la fo pagar cara.
La Tartaruga je rispose: — È vero!
Sta accosto a la gratticola... L'ho vista.
— Va bene, — disse er Gatto — nu' ne dubbito:
mó faccio un soprallogo e torno subbito. —
E ritornò, defatti, verso sera.
— Avemo vinto! — disse a la criente.
Dice: — Da vero? E la braciola? — C'era...
ma m'è rimasto l'osso solamente
perché la carne l'ho finita adesso
pe' sostené le spese der processo.
ER CECO
I
Su l'archetto1 ar cantone de la piazza,
ar posto der lampione che c'è adesso,
ce stava un Cristo e un Angelo de gesso
che reggeva un lumino in una tazza.
Più c'era un quadro, indove una regazza
veniva libberata da un ossesso:
ricordo d'un miracolo successo,
sbiadito da la pioggia e da la guazza.
Ma una bella matina er propietario
levò l'archetto e tutto quer che c'era
pe' dallo a Spizzichino l'antiquario.
Er Cristo agnede2 in Francia, e l'Angeletto
lo prese una signora forestiera
che ce guarnì la cammera da letto.
1
2
Piccolo arco di muro che mette a un vicolo o cortile.
Andò.
II
E adesso l'Angeletto fa er gaudente
in una bella cammeretta rosa,
sculetta e ride ne la stessa posa
coll'ale aperte, spensieratamente.
Nun vede più la gente bisognosa
che je passava avanti anticamente,
dar vecchio stroppio1 ar povero pezzente
che je chiedeva sempre quarche cosa!
Nemmanco je ritorna a la memoria
quer ceco ch'ogni giorno, a la stess'ora,
je recitava la giaculatoria:
nemmeno quello! L'Angeletto antico
adesso regge er lume a la signora
e assiste, a certe cose che nun dico!
1
Storpio.
III
Er ceco camminava accosto ar muro
pe' nun pijà de petto a le persone,
cercanno co' la punta der bastone
ch'er passo fusse libbero e sicuro.
Nun ce vedeva, poveraccio, eppuro,
quanno sentiva1 de svortà er cantone
ciancicava2 la solita orazzione
coll'occhi smorti in quel'archetto scuro3.
Perché, s'aricordava, da cratura4
la madre je diceva: — Lì c'è un Cristo,
preghelo sempre e nun avé paura... —
E lui, ne li momenti de bisogno,
lo rivedeva, senza avello visto,
come una cosa che riluce in sogno...
1
2
3
4
Avvertiva.
Biascicava.
Buio.
Da bambino.
IV
Da cinque mesi, ar posto der lumino
che s'accenneva pe' l'avemmaria,
cianno schiaffato1 un lume d'osteria
cór trasparente che c'è scritto: Vino.
Ma er ceco crede sempre che ce sia
er Cristo, l'Angeletto e l'artarino,
e ner passà se ferma, fa un inchino,
recita un paternostro e riva via...
L'ostessa, che spessissimo ce ride,
je vorebbe avvisà che nun c'è gnente:
ma quanno è ar dunque nun se sa decide.
— In fonno, — pensa — quann'un omo prega
Iddio lo pô sentì direttamente
senza guardà la mostra de2 bottega.
1
2
I. Messo.
L'insegna della.
LUPI E AGNELLI
1922
LUPI E AGNELLI 1915-1917
EL LEONE E ER CONIJO
Un povero Conijo umanitario
disse al Leone: — E fatte tajà l’ogna!
levete quel'artiji! È 'na vergogna!
Io, come socialista, so' contrario
a qualunque armamento che fa male
tanto a la pelle quanto a l'ideale.
— Me le farò spuntà... — disse el Leone
pe' fasse benvolé dar socialista:
e agnede difilato da un callista
incaricato de l'operazzione.
Quello pijò le forbice, e in du' bòtte
je fece zompà1 l'ogna e bona notte.
Ècchete che er Conijo, er giorno appresso,
ner vede un Lupo co' l'Agnello in bocca
dette l'allarme: — Olà! Sotto a chi tocca! —
El Leone je chiese: — E ch'è successo?
— Corri! C'è un Lupo! Presto! Daje addosso!
— Eh! — dice —me dispiace, ma nun posso.
Prima m'hai detto: levete l'artiji,
e mó me strilli: all'armi!... E come vôi
che s'improvisi un popolo d'eroi
dov'hanno predicato li coniji?
Adesso aspetta, caro mio; bisogna
che me dài tempo pe' rimette l’ogna.
Va' tu dal Lupo. Faje perde er vizzio,
e a la più brutta spàccheje la testa
coll'ordine der giorno de protesta
ch'hai presentato all'urtimo comizzio...
— Ah, no! — disse er Conijo — Io so' fratello
1
Saltare.
tanto del Lupo quanto de l'Agnello.
gennaio 1915
LA LUCCIOLA
Una povera Lucciola, una notte,
pijò de petto a un Rospo in riva ar fiume
e cascò giù coll'ale mezze rotte.
Ar Rospo je ce presero le fótte1.
Dice: — Ma come? giri con un lume
eppoi nemmanco sai
dove diavolo vai? —
La Lucciola rispose: — Scusa tanto,
ma la luce ch'io porto nu' la vedo
perché ce l'ho de dietro: e, in questo, credo
che c'è stato uno sbajo ne l'impianto.
Io dove passo illumino: però
se rischiaro la strada ch'ho già fatta
nun distinguo la strada che farò.
E nun te dico quanti inconvenienti
che me procura quela luce interna:
ogni vorta che accènno la lanterna
li Pipistrelli arroteno li denti...
— Capisco, — disse er Rospo — rappresenti
la Civirtà moderna
che per illuminà chi sta a l'oscuro
ogni tantino dà la testa ar muro...
26 ottobre 1916
1
Le furie.
L'EROE PRUDENTE
Ner mentre che un Agnello
se n'annava ar macello,
sentì un Montone che strillava: — Evviva!
Fatte coraggio! Pensa quant'è bello
de morì per l'idea, tutt'a vantaggio
de quela gente che rimane viva!
La vita, in fonno, è un ponte de passaggio
che ce riporta tutti all'antra riva...
— Tu parli propio bene, amico mio,
— je rispose l'Agnello — e se pur'io
facevo in tempo a diventà montone
sarei de la medesima opinione:
ma invece de scoccià, come fai te,
con una mucchia de parole belle,
risicherei la pelle...
18 giugno 1916
LA PAURA
— So' coraggioso e forte!
— disse un Cavallo ar Mulo — e vado ar campo
pieno de fede, sverto come un lampo,
tutto contento de sfidà la morte!
Se ariva quarche palla che m'ammazza
sacrifico la vita volentieri
pe' la conservazzione de la razza.
— Capisco, — disse er Mulo —
ma, su per giù, pur'io
che davanti ar pericolo rinculo,
nun conservo la razza a modo mio?
16 maggio 1915
LA RAZZA
Mimì, la Gatta nera, ha partorito,
ha fatto sei micetti e tutti e sei
nun cianno a che fa' gnente cór marito.
E pensa fra de lei: — De chi saranno?
der gatto bianco che trovai sur tetto
o der moretto che incontrai l'antr'anno?
Ma, — dice — sia chi sia,
so' tutti usciti da la panza mia. —
E li guarda, li lecca, li sbaciucchia,
finché se sdraja, e allora ogni micetto
cerca cór muso er caporello1 e succhia.
— Succhiate, pure, o fiji,
succhiate pure senza comprimenti,
così sarete forti e propotenti
e nun farete come li coniji,
ché in oggi tutta quanta la cariera
dipenne da li denti e da l'artiji.
Quanno vedete un cane
che vô rubbavve er pane,
prima che ve lo tocchi
portateje via l'occhi.
Fate er dovere vostro fino in fonno:
nun ve scordate mai che Dio ve fece
per ammazzà li sorci d'ogni spece
che lui stesso ha creato e messo ar monno.
E questo ve dimostra chiaramente
che la lotta de razza che c'è adesso
co' tutto l'odio che se porta appresso
la preparò Dio Padre Onnipotente.
1
Capezzolo
LA MOSCA E ER RAGNO
Una Mosca diceva: — Io nun me lagno:
passo la vita mia senza fa' gnente,
volo su tutto e quer che trovo magno.
Se nun ce fosse er Ragno
ringrazzierei Dio Padre Onnipotente... —
Er Ragno barbottava1: — Io me lamento
perché da quanno nasco insin che moro
nun me fermo un momento
e lavoro, lavoro...
Dato lo stato mio
nun posso ringrazzià Dommineddio:
ma bisogna, però, che riconosca
ch'ha creato la Mosca...
1
Brontolava.
L'EDUCAZZIONE
Ce fu una Mosca che me se posò
su un pasticcio de gnocchi; io la cacciai:
ma quella, sì! scocciante più che mai,
fece un giretto ar sole e ritornò.
— Sciò! — je strillavo — sciò!...
che, se t'acchiappo, guai!
Se fussi una farfalla, embè, pazzienza,
ché armeno, quelle, vanno su le rose:
ma tu che te la fai
su certe brutte cose, è 'na schifenza!...—
La Mosca me rispose: — Avrai raggione,
ma la corpa è un po' tua che da principio
nun m'hai saputo dà l'educazzione.
Io trovo giusto che me cacci via
se vado su la robba che te piace,
ma nun me spiego che me lasci in pace
quanno me poso su la porcheria!
L'ISTRUZZIONE
Loreto, Pappagallo ammaestrato,
doppo trent'anni ritornò ner bosco
propio dov'era nato.
Er padre disse: — Come sei cambiato! —
La madre disse: — Nun te riconosco!
— So' diventato 'na celebbrità!
— rispose er Pappagallo co' la boria
d'un professore d'università —
Ho imparato a memoria
una dozzina de parole belle...
— Dodici sole?... — Sì, però so' quelle
che l'ommini ce formeno la Storia
e che so', su per giù, le litanie
de li discorsi e de le poesie:
Iddio, Patria, Famija, Fratellanza,
Onore, Gloria, Libbertà, Doveri,
Fede, Giustizzia, Civirtà, Uguajanza...—
La madre disse: — Fijo, parla piano,
nojantri nun volemo dispiaceri...
L'INGEGNO
L'Aquila disse ar Gatto: — Ormai so' celebre.
cór nome e co' la fama che ciò io
me ne frego der monno: tutti l'ommini
so' ammiratori de l'ingegno mio! —
Er Gatto je rispose: — Nu' ne dubbito.
Io, però, che frequento la cucina,
te posso di' che l'Omo ammira l'Aquila,
ma in fonno preferisce la Gallina...
LA FAMA
Un Centogamme disse: — Stammatina,
ner contamme li piedi, me so' accorto
che ce n'ho solamente una trentina!
Io nun capisco come
me so' fatto 'sto nome
se er conto de le gambe nun combina...
— E nun te fa' sentì, brutt'imbecille!
— je disse sottovoce un Millepiedi —
Pur'io so' conosciuto, ma te credi
che li piedi che ciò so' propio mille?
Macché! so' centottanta o giù de lì;
io, però, che lo so, nun dico gnente:
che me n'importa? C'è un fottìo de gente
ch'è diventata celebre così!
26 marzo 1915
L'OMO E EL LUPO
Un vecchio Lupo, ner guardà le stelle,
diventò bono e se sentì er dolore
d'avé scannato tante pecorelle.
(Tutte le cose belle
fanno un effetto maggico ner core.)
E diceva fra sé: — Pe' conto mio
sarei disposto a fa' la vita onesta:
però bisognerà che me travesta
perché nessuno sappia chi so' io.
Infatti puro l'Omo s'è convinto
che pe' sta' bene ar monno è necessaria
una certa vernice umanitaria
che copra la barbaria de l'istinto. —
E fisso in quel'idea
pijò la pelle d'un abbacchio morto
e ce se fece come una livrea:
poi, zitto zitto, entrò ner pecorume
che stava a magnà l'erba in riva ar fiume.
Mantenne la promessa: da quer giorno
fu l'amico più bono e più tranquillo
de l'agnelletti che ciaveva intorno.
Benché stasse a diggiuno
nun je storse un capello e, manco a dillo,
nun se ne mise all'anima1 nessuno.
Ma una brutta matina
trovò tutte le pecore scannate
e un vecchio co' le mano insanguinate
che contrattava la carneficina.
— Eh! — disse allora — l'Omo è sempre quello:
prèdica la bontà, ma all'atto pratico
nun è che un lupo: un lupo dipromatico
che specula sur sangue de l'agnello!
17 luglio 1917
1
Non ne uccise.
BASTA LA MOSSA!
La Scimmia un giorno agnede dar fotografo.
Dice: — Vorrei sapé se so' capace
de fa' l'artista ner cinematografo.
Me piacerebbe tanto a fa' la traggica
ne la lanterna maggica!
— Eh! — disse lui — bisognerà che provi:
devo prima vedé come te metti
eppoi come te mòvi.
Fingi, presempio, d'esse una bestiola
in una posa un po' sentimentale,
che pensa a l'ideale
senza che sappia di' mezza parola... —
La Scimmia, con un'aria d'importanza,
se mise a sede, fece la svenevole,
guardò er soffitto e se grattò la panza.
— Brava! — strillò er fotografo — Benone!
Questo, pe' fa' cariera, basta e avanza:
sei nata propio co la vocazzione!
Se allarghi mejo certi movimenti
chissà che artista celebre diventi!
18 giugno 1916
ER CANE E LA LUNA
C'era 'na vorta un Cane, in mezzo a un vicolo,
che abbajava a la Luna. Passò un Gatto:
— Lascila perde! — disse — Che t'ha fatto?
Perché te guarda? Quanto sei ridicolo!
La Luna guarda tutti, ma nun bada
a quelli che s'ammazzeno pe' strada.
— E pe' questo ce sformo1! — disse er Cane —
In mezzo a tante infamie e a tanti guai,
ècchela lì! nun s'è cambiata mai
e rimane impassibbile, rimane...
Me piacerebbe ch'aggricciasse2 er naso,
che stralunasse l'occhi... Nun c'è caso!
— Perché 'ste cose qui l'ha viste spesso:
— rispose er Gatto — er monno è sempre quello.
Quanno Caino sbudellò er fratello
la Luna rise tale e quale adesso:
ha riso sempre e riderà perfino
se un giorno Abbele scannerà Caino...
1
2
E per questo mi ci rodo.
Arricciasse.
L'APE, ER BACO E LO SCORPIONE
Un'Ape, ne l'uscì dall'osteria
con un Baco da seta e 'no Scorpione,
je disse: — Grazzie de la compagnia:
spero de rivedevve a casa mia
in un'antra occasione.
Io, però, nun ricevo che a la sera
perché lavoro e tutta la giornata
fabbrico er miele e fabbrico la cera.
— Pur'io fatico e filo Dio sa quanto,
— fece er Baco da seta — e nun me resta
libbera che la festa...
— Su la tabbella der portone mio
— je disse lo Scorpione — ce sta scritto:
«Cammera del Lavoro». Lì sto io.
Per me qualunque giorno è indiferente,
so' pronto a fa' bisboccia a qualunqu'ora:
venite puro su libberamente...
— E voi che fate? — Gnente,
ma organizzo la gente che lavora.
29 marzo 1916
ER ROSPO E ER GAMBERO
Un Rospo chiese ar Gambero: — Perché
cammini a parteddietro e pe' traverso?
Quanto tempo de meno avressi perso
se invece annavi dritto come me!
— So' già sei vorte che me fai 'st'appunto,
— rispose allora er Gambero — ma bada:
ché a parte er modo de pijà la strada
se ritrovamo su lo stesso punto.
Tra l'antre cose, poi, c'è la questione
che tutta quanta la famija mia
camminava così: pe' quanto sia,
io devo conservà la tradizzione!
Lo capirai da te ch'è necessario... —
Er Rospo barbottò:— Ma vall'a pija!
Tu chiami tradizzione de famija
quello che invece è un vizzio ereditario!
1° maggio 2915
ER SOMARO E EL LEONE
Un Somaro diceva: — Anticamente,
quanno nun c'era la democrazzia,
la classe nostra nun valeva gnente.
Mi' nonno, infatti, per avé raggione
se coprì co' la pelle d'un Leone
e fu trattato rispettosamente.
— So' cambiati li tempi, amico caro:
— fece el Leone — ormai la pelle mia
nun serve più nemmeno da riparo.
Oggi, purtroppo, ho perso l'infruenza,
e ogni tanto so' io che pe' prudenza
me copro co' la pelle de somaro!
1° maggio 1915
LA PECORELLA
Una povera Pecora imprudente,
passanno un fiume spensieratamente,
cascò nell'acqua, fece: glu-glu-glu,
e nun se vidde più.
Naturarmente, tutte le compagne,
saputo er fatto, corsero sur posto
e incominciorno a piagne.
— Povera Pecorella!
— Lei ch'era tanto bona!
— Lei ch'era tanto bella! —
Puro l'Omo dannò: ma, ne la furia
de dimostraje la pietà cristiana,
invece de strillà: — Povera Pecora! —
strillò: — Povera lana!
5 aprile 1914
LA FARFALLA E L'APE
— Bisogna che rimetta li colori.
— aveva detto la Farfalla bianca
mentre cercava de succhià li fiori —
Me vojo fa' un bell'abbito de moda
coll'ale d'oro filettate lilla
e un velo color celo su la coda.
Chissà quante passioni
farò tra li mosconi de la villa! —
Un'Ape che girava tra le rose
j'agnede1 incontro e disse: — Amica mia,
nun è er momento de pensà a 'ste cose...
Er sangue de li fiori che te piji
lo levi a me, che sudo e che lavoro
pe' protegge li fiji
ne le casette loro.
Che te ne fai dell'ale tutte d'oro
se poi l'ucelli barberi
agguattati sull'arberi
te s'affiareno2 addosso co' l'artiji?
Io sola, che ciò un ago sempre pronto
pe' vendicà un affronto,
potrebbe ripijà le parte tue;
ma se però me levi la maniera
de rinforzamme l'arma, bona sera!
Restamo buggerate tutt'e due!
novembre 1916
1
2
Le andò.
Ti si avventano.
SCENZA E PREGGIUDIZZIO
Un Professore chiese a la servetta:
— Co' che te sei curata la ferita?
co' la tela de ragno? Ah, scimunita!
Nun sai che quela tela è sempre infetta?
Te stagna er sangue, sì, ma spesse vorte
te l'avvelena e te condanna a morte.
Lì ce cova un bacillo che s'attacca
e fa l'effetto de la strichinina:
sta' attenta dunque, e quann'è la matina,
ogni ragno che vedi, pija e acciacca;
ormai la scenza nova ha buggerato
li vecchi preggiudizzi der passato. —
Ecco che la servetta, er giorno istesso,
appena vidde un Ragno, manco a dillo,
fu tanto lo spavento der bacillo
che prese una ciavatta e j'annò appresso.
Ma quello se fermò. Dice: — Che fai?
Ragno porta guadagno, nu' lo sai?
Perché m'ammazzi? Nun so' forse io
che porto l'abbondanza drento casa?
— Se è così, — fece lei — so' persuasa... —
E er Ragno disse: — Ringrazziamo Iddio!
Finché se pô sfruttà la providenza
er preggiudizzio buggera la scenza.
10 luglio 1914
FESTA DA BALLO
Li Sorci bianchi dànno una gran festa
in una bella casa signorile;
un Gatto, che passeggia ner cortile,
ner sentì li rumori arza la testa.
Mentre li Sorci rideno fra loro,
arriva un Pipistrello mijonario
assieme a la signora Sorcadoro.
Er Gatto appizza1 er muso
e, un po' indeciso, guarda un lucernario
cór finestrino chiuso...
Incomincia la musica. Ogni coppia
s'abbraccica, se strigne e se strufina;
quarche maschio se sbronza e quarche femmina
pija la cocaina.
Er Gatto, risoluto,
move la coda morbida
come fosse una frusta de velluto,
e imbocca a precipizzio
le scale de servizzio.
— Ve vojo fa' ballà da la finestra!
— barbotta er Micio mentre fa le scale —
Sentirete che musica! —
L'orchestra
fa er galoppo finale...
1
Aguzza.
LO SPAURACCHIO
Un povero villano,
pe' spaventà l'ucelli
che magnaveno er grano,
fece un pupazzo e lo piantò ner prato
ch'aveva seminato.
Lo spauracchio, brutto quanto mai,
ciaveva in mano una bandiera rossa,
cór braccio steso, dritto, ne la mossa
d'uno che dice: — A chi s'accosta, guai! —
Un Tordo, impensierito de la cosa,
sur primo s'imbruttì1; ma ner vedello
che rimaneva sempre in una posa
capì che c'era sotto un macchiavello2.
— Questo è un pupazzo... — disse. E una matina
je fece quel'affare sur cappello.
16 maggio 1915
1
2
Ci rimase male.
Ci rimase male.
ADAMO E LA PECORA
Adamo, che fu er primo propotente,
disse a la Pecorella: — Me darai
la lana bianca e morbida che fai
perché la lana serve tutta a me.
Bisogna che me vesta... Dico bene? —
La Pecorella je rispose: — Bee... —
E l'Omo se vestì. Doppo tre mesi
la Pecorella partorì tre agnelli.
Adamo je se prese puro quelli
e je tajò la gola a tutt'e tre.
— Questi qui me li magno... Faccio bene? —
La Pecorella je rispose: — Bee... —
La bestia s'invecchiò. Doppo quattr'anni
rimase senza latte e senza lana.
Allora Adamo disse: — In settimana
bisognerà che scanni pur'a te;
oramai t'ho sfruttata... Faccio bene? —
La Pecorella je rispose: — Bee...
— Brava! —je strillò l'Omo — Tu sei nata
cór sentimento de la disciplina:
come tutta la massa pecorina
conoschi er tu' dovere e dichi: bee...
Ma se per caso nun t'annasse bene,
eh, allora, fija, poveretta te!
luglio 1916
L'ARRIVISMO
Un giorno 'na Lumaca forastiera,
che venne a Roma in mezzo a la verdura,
trovò un Grillo e je disse: — So' sicura
che faccio una bellissima cariera,
ché qui qualunque fregno1 se presenta
diventa granne subbito, diventa...
E, in fonno, me lo merito. Pur'io
m'arampico striscianno e vado avanti.
Eh, si sapessi! Ce ne stanno tanti
che so' arrivati cór sistema mio!
Basta sapé striscià su l'ideale,
qualunque strada è bona... Dico male?
— Ma indove passi tu ce lassi er segno,
— je fece er Grillo — e questo è 'no svantaggio:
perché ogni tanto capita un passaggio
commodo, forse, ma nun troppo degno,
e nun sta bene che la gente scopra
su quante puzzonate passi sopra.
Io, invece, che m'aregolo ar contrario,
arivo a zompi2, ma nessuno vede
in quali pistarecci3 metto er piede
quanno trovo un appoggio necessario:
volo su tutto, sarto allegramente
e passo per un Grillo indipennente.
14 giugno 1914
1
2
3
Ceffo
Salti.
Passaggi battuti e sudici.
LA PREVIDENZA
Un Gatto s'incontrò con un amico:
— Come va? — Se campicchia... — E indove stai? —
Dice: — Lavoro in quer palazzo antico.
Uh! li sorci ch'acchiappo! Nun te dico!
Nun fìnischeno mai!
Che stragge! Che macello!
Fa piacere a vedello!
Però, ne la soffitta der palazzo,
c'è la moje d'un sorcio co' la fija
e quelle, poveracce, nu' l'ammazzo:
prima per un riguardo a la famija
eppoi perché me fanno
trecento sorci all'anno...
In certe circostanze è necessario
un po' de sentimento umanitario...
50 ottobre 1916
LE LUCCIOLE E LO SCORPIONE
Dodici Lucciolette ereno scese
co' le lanterne accese
a illuminà li broccoli d'un orto.
Uno Scorpione che se n'era accorto
arzò la testa e chiese: — Ch'è successo?
Séte venute qui per un'inchiesta
o avete da imbastì quarche processo?
Perché so' brutti tempi,
e doppo certi esempi nun vorrei
che quarche bestia fosse scivolata
fra le pallette de li Scarabbei...
Cercate, forse, un Baco camorista
ch'ha filato la seta a tradimento?
O quarche Lumacone ch'ha venduto
lo sputo per argento?
C'è forse una Cecala, fra de noi,
che prima canta l'inni eppoi s'imbosca
aspettanno che tornino l'eroi?
O avete messo l'occhio su la Mosca
ch'ha portato li fiji in bocca ar Ragno
a scopo de guadagno?
— No, nun avé paura:
— je rispose una Lucciola — per voi
nun c'è nessun mandato de cattura.
Unitamente a le sorelle mie
faccio la luce su le cose belle,
ma nu' la faccio su le porcherie.
Nojantre semo un po' come le stelle
che mandeno quer tanto de chiarore
giusto pe' fa' l'amore.
Infatti starno qui pe' regge er moccolo
ar Vermine che bacia la Farfalla
tra le foje d'un broccolo...
LA SPECULAZZIONE DE LE PAROLE
Una Gallina disse a un Gatto nero:
— So' tre giorni che cerco mi' marito...
Chissà com'è finito!
Pe' di' la verità ce sto in pensiero... —
Er Gatto corse subbito in cucina,
e, ner sentì ch'er pollo era già stato
bello che cucinato,
ritornò addietro e disse a la Gallina:
— Vostro marito passerà a la Storia:
perché fece una morte propio bella,
arabbiato1 in padella,
framezzo ar pomidoro de la gloria!
J'hanno tirato er collo, questo è vero,
ma lui rimane sempre tale e quale
un martire der Libbero Pensiero
che se sacrificò per l'Ideale...
Anzi, lo stesso coco
che l'ha tenuto ar foco, m'ha ridetto
che, fra l'antre onoranze, tra un par d'ore
sarà commemorato in un banchetto
con un discorso de l'Ambasciatore...
Io stesso, come Gatto, penserò
a sistemaje l'ossa... —
La vedova, commossa, ringrazziò...
1
Alla diavola, con molto pepe e pomodoro.
LA TRAPPOLA
In un Albergo, un Micio,
pe' raggioni d'ufficio,
faceva l'ispezzione der locale.
Ècchete che una sera,
appena vidde un Sorcio pe' le scale,
s'agguattò1, l'appostò; ma l'animale
scappò drent'a una trappola che c'era
e ce restò rinchiuso, a bocca sotto,
cór muso sfranto e cór codino rotto.
— Che buggiarata hai fatto!
— je disse allora er Gatto —
Te se' ito a schiaffa tra l'ingranaggio
per un po' de formaggio...
— Nun è per questo: —je rispose lui —
io cercavo una strada più sicura
pe' libberamme da l'artiji tui:
ma, stupido che fui,
so' cascato in un'antra fregatura!
— Se ciavevi un po' più de senso pratico,
— je disse er Micio — risparmiavi un guajo.
Da dove sei sortito? dar bagajo
de quarche dipromatico?
1916
1
Si acquattò.
ER PASTORE E L'AGNELLI
Appena j'ebbe fatto l'iniezzioni
pe' fa' venì l'istinto sanguinario,
er Pastorello disse: — È necessario
che l'Agnelli diventino Leoni
per esse forti e dichiarà la guerra
contro tutti li Lupi de la terra. —
Er motivo era giusto, e lo dimostra
che l'Agnelli risposero a l'invito;
ogni belato diventò un ruggito:
— Morte a li Lupi! Via da casa nostra! —
Pe' falla corta, in quela stessa notte,
li Lupi se n'agnedero a fa' fotte.
Vinta che fu la guerra, er Pastorello,
doppo d'avé sonato la zampogna,
strillò co' tutta l'anima: — Bisogna
ch'ogni Leone ridiventi Agnello
e ritorni tranquillo a casa mia
ne l'interesse de la fattoria. —
Ma quelli j'arisposero: — Stai grasso!1
Oramai, caro mio, se semo accorti
d'esse animali coraggiosi e forti
e no bestiole da portasse a spasso!
Dunque sta' attent'a te, ché d'ora in poi
li padroni der campo semo noi!
1
Stai fresco!
LO SCORPIONE
Quanno che lo Scorpione s'innamora
chiama la Scorpioncina, je s'accosta
e lì je fa la solita proposta
come se fosse propio una signora.
Pija un pretesto pe' portalla a spasso
de dietro a quarche sasso,
je zompa addosso eppoi
credo che su per giù fa come noi.
Ma er divario sta in questo: la compagna,
appena ch'è finito er pangrattato1,
s'avventa su l'amico disgrazziato,
l'ammazza, lo fa a pezzi e se lo magna.
Una vorta, in campagna,
viddi 'sta scena e dissi in mente mia:
— Sarà quarche delitto passionale,
soliti drammi de la gelosia... —
Ma la Scorpiona indovinò er pensiero
e disse: — Nun è vero!
Pe' nojantre è un istinto naturale
ch'è la legge più bella che ce sia.
Noi sapemo ch'er maschio è traditore:
finché j'annamo a ciccio2 è così bono
che ce spalanca tutto: anima e core
e ce mette su un trono.
Ma, appena trova quello che cercava
e s'è levato li capricci sui,
monta sur trono lui
e la povera femmina è la schiava.
Io, però, che so' furba e previdente,
pe' nun vedé la fine de l'amore
ammazzo er maschio anticipatamente... —
E con un'aria de soddisfazzione
la Scorpioncina agnede fra le piante
pe' rosicà la coda de l'amante:
l'urtimo avanzo de la relazzione.
10 agosto 1917
1
2
Appena consumate le nozze.
A genio.
NOÈ E ER POLLO
Quanno venne er Diluvio Universale
Noè schiaffò le bestie drento all'Arca
pe' protegge l'industria nazzionale.
Più ce se mise lui
co' li tre fiji sui
e quattro donne pe' scopà la barca.
Piove che t'aripiove, in pochi giorni
tutta la terra diventò un gran mare
da nun distingue manco li contorni.
L'acqua sfasciò li ponti,
arivò su li tetti de le case,
arivò su la cima de li monti...
Nun rimase che l'Arca solamente
sballottolata in mezzo a la corente.
Ècchete che una sera
Noè chiamò le bestie una per una,
ma er Pollastro nun c'era.
— E che ce fai co' la Gallina sola,
— je chiese un'Oca — se te manca er Gallo
ch'è er perno de la razza pollarola?
— Perché nun è montato quer vassallo1?
— strillò Noè — Sarebbe un ber disastro
de dovè rimané senza pollastro!
Bisogna ripescallo...
— Ah, no! — rispose er Pollo
ch'era rimasto a mollo —
Io preferisco de' morì affogato
piuttosto che restà sacrificato
con un padrone che me tira er collo!
Sarà quer che sarà, per conto mio
nun m'arimovo! Addio! —
Fu allora che Noè
volle attastallo ne li sentimenti.
Je disse: — Nu' la senti
la Gallina che strilla coccodè?
Povera cocca! Soffre tante pene,
piagne, sospira... Quanto te vô bene!
1
Quel birbante.
Nun parla che de te... —
A 'ste parole er Pollo arzò la testa
con un chicchirichì tanto de core
che je fece tremà tutta la cresta.
E er pensiero de lei fu così forte
che disse: — Vengo! Hai vinto la partita!
La Morte, spesso, è mejo de la Vita,
ma l'Amore è più bello de la Morte!
10 maggio 1917
LI ROSPI CONTRO L'AQUILA
A mezzanotte, se nun c'è la luna,
la Lega de li Rospi se raduna
sull'orlo d'un pantano puzzolente.
Ecco ch'er Presidente
se sgargarozza1 e spiega
lo scopo de la Lega,
ch'è quello de da' addosso
a chi nun sente simpatia p'er fosso.
— Cari colleghi, la diffamazzione
è tutta una questione de maniera:
in certe circostanze fa più effetto
una cosa che nasce da un sospetto
che quanno nasce da una storia vera.
Dunque inventate, giù! Sotto a chi tocca!
cór fiele in core e cór veleno in bocca!
Nell'urtima riunione
se la semo pijata cór Leone;
stanotte, invece, avemo da di' male
dell'Aquila reale,
in modo che j'arivi e je rimanga
quarche schizzo de fanga... —
Un vecchio Rospo scivoloso e grasso,
spaparacchiato2 su la panza floscia,
slarga le cianche3 debboli e se scoscia
per arrivà su un sasso.
— Compagni! — dice poi —
L'Aquila che se dà tutta 'sta boria
nun è che la ruffiana de la Gloria
che specula sur sangue de l'Eroi!
— È vero! — Bene! — Bravo! — Morte all'Aquila!
— Abbasso! — Evviva noi! —
Er Rospo fa un inchino
e ricomincia la requisitoria:
— Io nun capisco come
quela bestiaccia co' quer becco a uncino
s'è fatto tanto nome ne la Storia!
Per me nun cià che un merito! Uno solo!
1
2
3
Si rischiara la voce.
Disteso sconciamente.
Zampe.
Vola! E va be'. Ma a che je serve er volo?
Nojantri Rospi senza annà lontano
vedemo tutto er monno che se specchia
ner fonno der pantano:
dunque nun è 'na cosa necessaria
d'arivà, come lei, tanto per aria!
— Perché je torna conto!
— barbotta1 un socio — Infatti ciò la prova
che certi giorni, prima der tramonto,
rubba l'oro a le nuvole che trova...
— È una ladra! Una spia!
— strilla er più giallo de la compagnia —
Ma, se viè qui, je romperemo l'ossa!
J'addrizzeremo quele gambe storte!
— Morte a l'infame! — Morte! —
E la buriana2 seguita, s'ingrossa
e l'improperie schizzeno più forte.
Ma appena spunta in cima a la montagna
la prima luce rosa
che ridà li colori a la campagna,
ogni Rospo s'azzitta e con un zompo
se rischiaffa3 nell'acqua mollacciosa4.
Ciacchete! Un tonfo e poi... nun resta a galla
che quarche bolla e un po' de schiuma gialla...
1
2
3
4
Brontola.
Chiasso, tumulto.
Si rituffa.
Fangosa, stagnante.
DA LA GUERRA A LA PACE 1914-1919
LA NINNA-NANNA DE LA GUERRA
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vô la zinna1:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello2
Farfarello e Gujermone3
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe4
che se regge co' le zeppe,
co' le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili...
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza...
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
1
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4
La poppa.
Il diavolo.
Guglielmo II.
Francesco Giuseppe.
pe' li ladri de le Borse.
Fa' la ninna, cocco bello,
finché dura 'sto macello:
fa' la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So' cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
ottobre 1914
LA MADRE PANZA
Vedete quel'ometto sur cantone
che se guarda la panza e se l'alliscia
con una spece de venerazzione?
Quello è un droghiere ch'ha mischiato spesso
er zucchero cór gesso
e s'è fatta una bella posizzione.
Se chiama Checco e è un omo che je piace
d'esse lasciato in pace.
Qualunque cosa che succede ar monno
poco je preme: in fonno
nun vive che per quella
panzetta abbottatella1.
E la panza j'ha preso er sopravvento
sur core e sur cervello, tant'è vero
che, quanno cerca d'esternà un pensiero
o deve espone quarche sentimento,
tiè d'occhio la trippetta e piano piano
l'attasta co' la mano
perché l'ajuti ner raggionamento.
Quanno scoppiò la guerra l'incontrai.
Dico: — Ce semo... — Eh, — fece lui — me pare
che l'affare se mette male assai.
Mó stamo a la finestra, ma se poi
toccasse pure a noi?
Sarebbe un guajo! In tutte le maniere,
come italiano e come cittadino
io credo d'avé fatto er mi' dovere.
Prova ne sia ch'ho proveduto a tutto:
ho preso l'ojo, er vino,
la pasta, li facioli, er pecorino,
er baccalà, lo strutto... —
E con un'aria seria e pensierosa
aggricciò2 l'occhi come pe' rivede
se nun s'era scordato quarche cosa.
Perché, Checco, è così: vô la sostanza,
e unisce sempre ne la stessa fede
1
2
l. Rotondetta
Aggrottò.
la Madre Patria co' la Madre Panza.
gennaio 1915
NATALE DE GUERRA
Ammalappena che s'è fatto giorno
la prima luce è entrata ne la stalla
e er Bambinello s'è guardato intorno.
— Che freddo, mamma mia! Chi m'aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m'ariscalla?
— Fijo, la legna è diventata rara
e costa troppo cara pe' compralla...
— E l'asinello mio dov'è finito?
— Trasporta la mitraja
sur campo de battaja: è requisito.
— Er bove? — Puro quello
fu mannato ar macello.
— Ma li Re Maggi arriveno? — È impossibbile
perché nun c'è la stella che li guida;
la stella nun vô uscì: poco se fida
pe' paura de quarche diriggibbile... —
Er Bambinello ha chiesto: — Indove stanno
tutti li campagnoli che l'antr'anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c'è neppure un sacco de polenta,
nemmanco una frocella1 de ricotta...
— Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pe' vanga la terra
adesso vié addoprata unicamente
per ammazzà la gente...
Guarda, laggiù, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? —
Ner di' così la Madre der Signore
s'è stretta er Fijo ar core
e s'è asciugata l'occhi co' le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima d'órce per chi more...
1
Fiscella, cestella.
dicembre 1916
L'«INTERNAZZIONALE» TEDESCA1
Ce fu un tedesco che girò l'Europa
con un cartello e un fazzoletto rosso
attaccato in un manico de scopa.
Er cartello diceva: — Proletari!
La patria è er monno! Dunque date addosso
a chi vô fa' le spese militari.
Se volete la pace universale
bisogna ch'abbolite ogni frontiera.
Venite tutti sotto 'sta bandiera
che canteremo l'Internazzionale! —
Quanno er tedesco ritornò ar paese
agnede a casa de l'Imperatore
pe' fasse rimborsa tutte le spese.
— Be'? — dice — com'è annata? — Bene assai!
La propaganda ha fatto un gran furore.
Dio! Quanti fessi! Nun credevo mai!
E l'ho lasciati tutti co' la smania
d'unì le patrie in una patria sola...
E, in questo, je mantengo la parola
perché faremo tutta una Germania. —
Ma appena ch'ogni popolo s'accorse
der trucco preparato da 'sti ladri,
arzò la testa, prese un'arma e corse...
— La Patria è nostra — dissero li fiji.
— La Patria è nostra! — dissero le madri.
E l'Aquilaccia se spuntò l'artiji.
E mó l'Imperatore, persuaso
che la bandiera rossa nun fa effetto,
la tiè in saccoccia come un fazzoletto
e quarche vorta ce se soffia er naso.
27 agosto 1916
1
Il partito socialista tedesco, definito dei «socialisti del Kaiser»
UN RE UMANITARIO
Er giorno che Re Chiodo fu costretto
de dichiarà la guerra a un Re vicino
je scrisse: — Mio carissimo cuggino,
quello che leggi è l'urtimo bijetto;
semo nemmichi: da domani in poi
bisogna sbudellasse fra de noi.
La guerra, come vedi, è necessaria:
ma, date l'esiggenze der progresso,
bisognerà che unisca ar tempo istesso
la civirtà moderna e la barbaria,
in modo che l'assieme der macello
me riesca più nobbile e più bello.
D'accordo cór dottore pensai bene
de fa' sterilizzà le bajonette
perché er sordato venga fatto a fette
a norma de le regole d'iggene,
e a l'occasione ciabbia un lavativo
pieno de subblimato corosivo.
Pe' fa' in maniera ch'ogni schioppettata
se porti appresso la disinfezzione
ho fatto mette ne la munizzione
un pezzo de bambace fenicata:
così, cór necessario de la cura,
la palla sbucia e la bambace attura.
Fra l'antri innummerevoli vantaggi,
come sistema de riscallamento
ho stabbilito ch'ogni reggimento
procuri de da' foco a li villaggi.
Incomincia a fa' freddo e capirai
che un po' d'umanità nun guasta mai.
La polizzia scentifica ha già prese
l'impronte diggitali a tutti quanti
pe' distingue l'eroi da li briganti
che fanno l'aggressione ner paese;
sarebbe un'ingiustizzia, e quer ch'è peggio
nun se saprebbe più chi fa er saccheggio.
Ho pensato a la fede. Ogni matina
un vecchio cappellano amico mio
dirà una messa e pregherà er bon Dio
perché protegga la carneficina.
Così, se perdo, invece der governo
rimane compromesso er Padre Eterno.
Ah! nun pôi crede quanto me dispiace
de stracinà 'sto popolo a la guerra,
lui che per anni lavorò la terra
co' la speranza de godé la pace;
oggi, per un capriccio che me pija,
addio campi, addio casa, addio famija!
Un giorno, appena tornerà er lavoro,
in queli stessi campi de battaja
indove ha fatto stragge la mitraja
rivedremo ondeggià le spighe d'oro:
ma er grano sarà rosso e darà un pane
insanguinato da le vite umane.
Ma ormai ce semo e quer ch'è fatto è fatto:
vedremo infine chi ciavrà rimesso.
Addio, caro cuggino; per adesso,
co' la speranza che sarai disfatto
te, co' tutto l'esercito, me dico
er tuo affezzionatissimo nemmico.
ottobre 1914
SERMONE 1914
Gesù bono, che sei nato
pe' l'amore e pe' la pace,
er momento, me dispiace,
è pochissimo adattato;
nu' la senti la mitraja
su li campi de battaja?
Odio e sangue, ferro e foco:
c'è la guerra! Nun c'è Cristi!
Li discorsi pacifisti
de 'sti tempi vanno poco:
bada a te che quarche palla
nun te piombi su la stalla!
Tutto scoppia, tutto abbrucia,
è un massacro generale!
Solo tu rimani uguale
e conservi la fiducia
ner programma umanitario
ch'hai scontato sur Carvario.
Ecco qua li pastorelli
che te dànno li regali,
ma sta' attent'a li pugnali
e sta' attent'a li cortelli:
nun è er caso de fidasse
der bon core de le masse.
E tiè d'occhio più che mai
a li doni che te fanno
li Re Maggi de quest'anno...
Li Sovrani, tu lo sai,
cianno sempre preparata
quarche brutta improvisata.
Nun farebbe gnente spece
se nell'oro e ne l'incenso
ce mettessero in compenso
tanto piommo e tanta pece,
pe' sfrutta la religgione
fra le palle der cannone.
Nun guardà se all'apparenza
ciai più gente che te crede:
li strozzini de la fede
te richiameno d'urgenza
solamente quanno vonno
li vantaggi de 'sto monno.
Ciai l'appoggio de Maometto,
sei ben visto da Lutero1,
puro er Libbero Pensiero
te comincia a fa' l'occhietto
e ritorni a fa' prodiggi
ne le chiese de Pariggi...
Ma sta' certo, Gesù mio,
che co' 'st'anima de gente,
che s'inchina indegnamente
tanto ar Diavolo che a Dio,
a la fine c'è paura
d'una bella fregatura!
1
Turchi e tedeschi.
NE LA LUNA
Un giorno, co' l'idea de fa' fortuna,
agnedi in diriggibbile
ner monno de la Luna.
(Oggi tutto è possibbile.)
Sceso che fui, m'accorsi per un caso
che me trovavo propio su quer monte
che da lontano corisponne ar naso:
e subbito sentii come una voce
ch'esciva da l'interno de le froce1.
Ciavevo indovinato. A un certo punto
viddi un signore biondo, grasso e grosso,
accucciato in un fosso,
ch'ogni tanto pijava quarche appunto.
— E quello chi sarà? Vattelappesca!
— dissi fra me — Che diavolo farà? —
L'omone rise e me rispose: — Jà... —
Era una spia tedesca.
ottobre 1914
1
Froge, narici.
L'APE
Un'Aquila nera,
pe' fa' la provista
de miele e de cera,
piombò sur paese
dell'Ape e je prese
la robba che c'era1.
(Che belle pretese!
Che bella maniera!)
Fu un vero massacro,
fu un vero macello:
sfasciò tutto quello
ch'è bello e ch'è sacro.
cór becco e l'artiji
je ruppe le case,
je sfranse li fiji...
ma l'Ape rimase.
Rimase, e, se adesso
va in cerca de fiori
pe' fa' li lavori
che j'hanno soppresso,
l'Italia amorosa
je manna una rosa...2
6 gennaio 2915
L'invasione tedesca nel Belgio neutrale.
L'invasione tedesca nel Belgio neutrale. 2. Scritta in occasione della «Giornata prò
Belgio»; la censura non permise che venisse pubblicata a tergo d'un calendario fatto
stampare dal Comitato centrale prò Belgio, costituitosi in Roma alla fine del 1914
sotto la presidenza di Luigi Luzzatti. Per non rinunciare alla vendita benefica del
calendario la favola, che ne occupava l'ultima pagina, venne coperta con un largo
fregio nero.
1
2
NATALE 1915
Bentornato, Gesù Cristo!
Puro 'st'anno hai ritrovati
tutti l'ommini impegnati
ne lo stesso acciaccapisto1.
Se sbranamo come cani,
se scannamo tutti quanti
pe' tre grinte de briganti
mascherati da sovrani2!
Mentre er Turco fa da palo
uno rubba, l'antro impicca3...
Maledetta sia la cricca
che cià fatto 'sto regalo!
Tu, ch'hai sempre messo in pratica
la dottrina de l'amore
e nun mascheri er dolore
pe' raggione dipromatica,
che ne pensi de 'sti ladri
che ficcarono l'artiji
ne l'onore de le madri,
ne la carne de li fiji?
Che ne pensi, Gesù mio,
de chi appoggia sottomano
la ferocia d'un Sovrano
che bombarda puro Iddio?
Fa' in maniera, Gesù bello,
che una scheggia de mitraja
spacchi er core a la canaja
ch'ha voluto 'sto macello!
Fa' ch'armeno l'impresario
der teatro de la guerra
possa vede sottoterra
la calata der sipario.
Fa' ch'appena libberato
da li barbari tiranni
ogni popolo commanni
Trambusto.
Guglielmo II imperatore di Germania, Francesco Giuseppe I imperatore d'Austria e
re d'Ungheria, Maometto V sultano di Turchia.
3
Francesco Giuseppe ebbe anche il soprannome d'«imperatore degl'impiccati».
1
2
ne la Patria dov'è nato.
Quanno un giorno azzitteremo
sin'all'urtimo cannone,
ch'imponeva la raggione
d'un Re matto1 e d'un Re scemo2,
solo allora avranno fine
tante infamie e tante pene:
fischieranno le sirene,
fumeranno l'officine!
E, tornata l'armonia
su una base più sicura,
resteremo (fin che dura)
tutti in pace... E così sia!
25 dicembre 1915
1
2
Guglielmo II.
Francesco Giuseppe.
CANTILENA
Quanno è calato er sole
risento le parole
d'un canto che se perde
ne la campagna verde.
Arissomija a un coro:
a un coro de giganti
che cammineno avanti
abbracciati fra loro.
La cantilena pare
che nasca da la terra,
che venga su dar mare.
— Nun ve scordate — dice —
de chi se trova in guerra,
de chi combatte e more
sur campo de l'onore.
Sperate co' chi spera,
penate co' chi pena... —
La bella cantilena
se perde ne la sera...
13 agosto 1916
ER DRAGO E ER RANGUTTANO1
Un Drago che ciaveva quattro teste
voleva fa' la pelle a un Ranguttano
che s'era intrufolato piano piano
pe' sradicà li boschi e le foreste.
Ma er Drago, benché fosse coraggioso,
rimaneva indeciso e pensieroso
perché ogni testa, disgrazziatamente,
la pensava in un modo diferente.
Lo Scimmiotto capiva e, manco a dillo,
s'approfittava de l'indecisione:
— Finché fanno così, vado benone:
— diceva fra de sé — rubbo tranquillo.
Io tengo quattro mani, ma ar momento
che devo fa' quer dato movimento
ognuna m'ubbidisce a la parola
perché è guidata da una testa sola. —
Allora er Drago, che magnò la foja,
riunì le teste e ce formò un cervello
con un pensiero solo, ch'era quello
de fa' a pezzetti lo Scimmiotto boja2.
— Parlamo meno, ché er silenzio è d'oro!
— diceveno le teste fra de loro —
Prima vincemo! E a l'occasione poi
cominceremo a... raggionà fra noi!
6 febbraio 1916
Orang-utan.
Si allude all'unificazione, che presto poi si farà, delle forze militari alleate sotto un
Comando supremo.
1
2
ADAMO E ER GATTO
Appena Adamo vidde er primo Gatto
je propose un contratto.
— Senti: — je disse — se m'ubbidirai
in tutto quello che me pare e piace,
te garantisco subbito una pace
come nessuno l'ha goduta mai.
Però bisognerà che fin d'adesso
me tratti co' li debbiti rispetti
e rimani fedele e sottomesso...
Accetti o nun accetti?
— Grazzie, ne faccio senza:
la pace nun se compra, — disse er Micio —
ma se guadagna co' l'indipennenza
a costo de qualunque sacrificio.
A me nun m'ingarbuji come er Cane
che, per un po' de pane,
s'accuccia e t'ubbidisce a la parola.
Vojo la pace mia senza controllo,
senza frustate, senza musarola,
senza catene ar collo!
Dar modo come parli ho già capito
che in fonno ciai l'istinto d'un tedesco... —
E ner di' questo er Gatto, insospettito,
arzò la coda e lo guardò in cagnesco.
novembre 1916
L'ORSO BIANCO1
Guarda, guarda l'Orso Bianco
come corre! Ammalappena
ch'ha spezzato la catena
de l'antico sartimbanco,
zompa, balla e nu' l'aregge
né la forza né la legge.
— Finarmente — dice l'Orso —
posso fa' quer che me pare
come un pesce in mezzo ar mare,
senza freno e senza morso.
Ciò penato, ma d'adesso
so' er padrone de me stesso.
E pe' vede se è sicuro
d'esse libbero abbastanza
se dà un pugno su la panza,
sbatte er grugno contro un muro,
pe' da' l'urtima culata
su la neve insanguinata.
E rimane in una posa
libberale indipennente,
fra l'evviva de la gente
che lo guarda sospettosa
perché dubbita e s'aspetta
quarche brutta piroletta.
— Ho finito d'esse schiavo!
Poveretto chi me tocca! —
dice l'Orso. Da ogni bocca
sorte un «bene», sorte un «bravo»,
ma nessuno se ne fida
perché manca chi lo guida.
— Doppo tanti tiremmolla
nun ciò più nessun padrone!
— È giustissimo! Ha raggione! —
Ma già vedo che la folla
La Rivoluzione russa (8-16 marzo 1917) che condusse alla pace separata di BrestLitovsk (3 marzo 1918).
1
cerca un novo sartimbanco
che ripiji l'Orso Bianco.
aprile 1917
LA LUPA E L'ORSO1
Jeri la Lupa s'incontrò coll'Orso:
— M'hai fatto un ber servizzio! — disse lei —
Eppuro, granne e grosso come sei,
dovevi avé un pochette de rimorso!
Invece d'aiutamme a fa' la guerra
hai preso certe pose che nun dico,
e adesso balli er tango cór nemmico
ch'è er primo farabbutto de la terra!
Ma io nun sposto2! Prima che l'Italia
sottoscriva una pace senza gloria,
ricomincio magari a fa' la Storia,
ricomincio magari a fa' la balia! —
L'Orso rispose: — Per la Patria mia
me venderò la pelle cara assai... —
La Lupa chiese: — E quanno lo farai?
quann'è fallita la pellicceria?
marzo 1917
1
2
Vedi la nota alla poesia precedente.
Non cedo, non cambio.
A CASA DE LA PACE
A l'entrata der cancello
der Palazzo de la Pace
cianno messo un campanello
foderato de bambace,
fatto in modo che chi sona
nun disturbi la padrona.
Sur cancello, sempre chiuso,
c'è un su e giù d'ambasciatori
che se guardeno sur muso
perché resteno de fôri,
mentre ognuno cerca e spera
de convince la portiera.
— Io ciavrebbe un ber proggetto...
— Io ciavrebbe una proposta...
— Sora spósa1, c'è un bijetto...
— Sora spósa, c'è risposta...
— Sora spósa, fate presto,
dite quello... dite questo... —
Ma la vecchia, che per pratica
poco crede a l'ambasciate,
con un'aria dipromatica
dice a tutti: — Ripassate.
Nun me pare che sia l'ora
de parlà co' la signora.
Sì, capisco, séte voi
che l'avete mantenuta:
ma la Pace, d'ora in poi,
è decisa e risoluta
de nun sta' co' le persone
che j'abbruceno er pajone2.
D'ora in poi sarà l'amica
de chi campa onestamente
cór lavoro e la fatica,
ma nun più de quela gente
1
2
Si dice a Roma a qualsiasi donna della quale si ignori il nome.
Che le scroccano l'amore e, in genere, la ingannano.
che je pianta a la sordina
un pugnale ne la schina1.
14 gennaio 1918
1
Schiena.
LA PACE DER LUPO
— Correte ché c'è un Lupo che ce scanna! —
strillaveno le Pecore dar monte.
Er Pecoraro, che scoprì l'impronte,
pijò er fucile e uscì da la capanna.
— Lo farò secco come Dio commanna
con una palla in fronte! —
Ma er Lupo ch'era furbo,
viste le brutte, disse: — Famo pace!
So' stato boja, sì, ma me dispiace
e, te domanno scusa der disturbo...
Anzi, da 'sto momento,
sarò più bono, metterò giudizzio
e aggirò con un antro sentimento...
— Nun se frega er santaro1!
— rispose er Pecoraro —
Tu perdi er pelo, ma nun perdi er vizzio:
e, a costo de qualunque sacrifizzio,
finché nun sposti, miro,
finché nun caschi, sparo!
A me non la fanno. Frase originata dalla storiella del santaro (venditore d'immagini
sacre) il quale nel giorno d'una canonizzazione gridava in piazza San Pietro: «Un
bajocco er Santo novo, e 'r Papa auffa! ("a ufo")» così che venne messo in prigione.
Liberato, e ammaestrato dall'esperienza, a chi gli chiedeva perché non gridasse più a
quel modo, rispose: «Nun se bùggera (o: nun se frega) er santaro!».
1
ER DISARMO
— Se faranno er disarmo generale,
— barbottava la Vipera — è finita!
Er veleno che ciò va tutto a male.
Nun m'arimane che una via d'uscita
in una redazzione de giornale... —
Er Porcospino disse: — Certamente
puro per me sarebbe un guaio grosso:
perché, Dio guardi je venisse in mente
de levamme le spine che ciò addosso,
nun resterei che porco solamente!
ER LUPO
C'era una madre che diceva ar pupo:
— Brutto cattivo! Se nun perdi er vizzio
de rosicatte l'ogna1, chiamo er Lupo
che te mette giudizzio... —
Un Lupo che l'intese
pensò: — Come so' buffi a 'sto paese!
Ce tratteno da barberi e da ladri,
eppoi le stesse madri
chiameno a noi per educà li fiji
co' li boni consiji!
Ma badino, però! Ché se riesco
a compramme l'occhiali, cambio nome,
vado su a casa e me presento come
Professore tedesco.
Così, mentre j'insegno la cultura,
scanno la madre e magno la cratura! —
E una sera ciannò. Ma appena entrato
je parse de sentì come un rumore
e vidde un antro Lupo ammascherato
da vecchio Professore.
— Adesso Dio lo sa come finisce!
— disse drento de sé — Questo me frega... —
Ma quello, invece, s'accostò ar collega
e chiese: — Spicche inglisce?
16 gennaio 1916
1
Di roderti le unghie.
L'EROE A PAGAMENTO
Un vecchio Re diceva ar Generale:
— Hai fatto bene a risicà la vita
pe' difenne l'onore nazzionale.
Te darò la medàja
a battaja finita...
— Grazzie, — fece l'eroe — ma dar contratto
devo avé cento lire per ferita.
E noti bene, poi, che j'ho abbonato
un cazzotto in un occhio,
uno sgraffio ar ginocchio
e un gelone sdegnato...
L'ideale?... Eh, lo so, nun c'è questione,
ma bisogna ch'io pensi a l'avvenire:
nove ferite, novecento lire,
è un prezzo d'occasione!...
— Su questo qui, — rispose er Re — so' pronto.
Anzi, data la somma che m'hai chiesta,
faremo mille e arrotondamo er conto...
Mor'ammazzato!... — E je spaccò la testa.
L'OMO NUDO
Appena scoppiò l'obbice, un sordato,
nun se sa come, se trovò in un fosso
senza camicia addosso,
nudo com'era nato.
Provò a sentì, s'accorse d'esse sordo,
provò a parlà, s'accorse d'esse muto.
— Perché sto qui? — pensò — ce so' venuto
o me cianno mannato? Nun ricordo...
Chi so'? che fo? co' chi me so' sbattuto?
Quale sarà la cara Patria mia
ch'ha trovato giustissima la guerra?
È l'Italia, la Francia o l'Inghirterra?
la Russia, la Germania o la Turchia?
Perché la fanno? pe' riavé una terra
o pe' li prezzi de la mercanzia?...
Oggi che l'odio è quasi obbrigatorio
io nun odio nessuno!
Se ce fosse quarcuno
che me ne dasse un antro provisorio
forse risentirei tutto l'amore
che ciavevo ner core... —
Pensò, cercò, ma visto ch'era inutile
pijò una corda e s'impiccò a un cipresso.
E fece bene: l'omo senza Patria
diventa l'assassino de se stesso.
SE È VERO CHE LA GUERRA...
Se è vero che la guerra
purifica la terra,
come diventerà
bona l'umanità!
Non più l'odio de razza,
non più l'odio de classe
che avvelenò le masse,
che insanguinò la piazza:
ma er povero e er signore
saranno pappa e cacio:
sopra ogni bocca un bacio,
sotto ogni bacio un core.
Lavoreremo senza
nessuna difidenza.
Nun sarà più permesso
ch'er Popolo Sovrano
se scortichi, le mano
pe' fa' la scala a un fesso.
Se quarche chiacchierone
volesse fa' er tribbuno
nun ce sarà più uno
che je darà raggione.
Faremo un ripulisti
de tutti l'arrivisti.
L'Onore e la Morale
ritorneranno a galla
e giocheranno a palla
cór Codice Penale.
Chi sfrutta li cristiani
nun farà più quattrini.
Addio, vecchi strozzini!
Addio, vecchi ruffiani!
Addio per sempre, addio,
padron de casa mio!
Quarche signora prima
faceva un po' la matta,
ma doppo, a pace fatta,
se rifarà la stima:
nun guarderà più un cane,
meno er marito suo...
(Eh, Nina! quello tuo
chissà come rimane!
Era così contento
der vecchio adattamento!)
Saremo tutti boni,
saremo tutti onesti
come li manifesti
ner tempo d'elezzioni.
Qualunque vizzio c'era
sarà purificato...
Che Popolo educato!
Che Borghesia sincera!
Che Società pulita
ciavrà la nova vita!
Ma se la guerra, in fonno,
doppo 'sti fatti brutti,
nun ce rinnova a tutti,
nun ripulisce er monno,
li pronipoti nostri
ner ripassà la Storia
direbbero: — Accicoria!1
Ammazzeli che mostri!
Scannaveno la gente
pe' nun concrude gnente!
23 aprile 1916
1
Per «accidenti!».
LA LEGA
Er Cane disse ar Gatto: — D'ora in poi
ce rivolemo bene tutti quanti.
È finita la guerra! Da qui avanti
er bon esempio lo daremo noi.
Boni, tranquilli, tutt'e due vicini,
tra un'occhiatina, una carezza e un bacio,
potremo vive come pappa e cacio
più peggio de li popoli latini.
— Se — disse er Gatto — in quarche circostanza
te sgraffio l'occhi, nun ce fa' più caso... —
Er Cane disse: — Se te magno er naso
passece sopra e nun je da' importanza...
— Quanno er padrone nostro magna er pollo
divideremo l'ossa tra noi due...
— Ma se le mie so' meno de le tue
se pijeremo subbito p'er collo...
— E doppo avé spartiti li bocconi
ritorneremo a fa' le controscene
pe' dimostra che se volemo bene...
come la Società de le Nazzioni.
gennaio 1919
ER RAGNO BIANCO1
Un Ragno Bianco fece un bastimento:
piantò du zeppi in croce
drento una mezza noce,
filò la tela, che servì da vela,
entrò ner mare e se n'annò cór vento.
Un'Ostrica, che vidde la partenza,
je disse: — Dove vai, povero Ragno?
Io te vedo e te piagno! Che imprudenza!
Nun vedi er celo? Pare
che manni a foco er mare:
in ogni nuvoletta
c'è pronta una saetta,
c'è un furmine che casca
framezzo a la burrasca.
Come cammini, senza direzzione,
tu ch'hai perso la bussola e nun ciai
nemmanco la risorsa der timone?
— Eppuro — disse er Ragno sottovoce —
un'unica speranza che me resta
è de potè sarvà da la tempesta
er tesoro che tengo ne la noce.
Io nun so dove vado e quanno arivo,
ma porto, per incarico speciale,
er seme de quell'arbero d'Ulivo
che ce darà la Pace Universale.
1
Si allude al pontefice Benedetto XV e al suo cristiano adoperarsi per la pace
VARIE
L'OMO INUTILE
L'antro giorno ho veduto in un museo
un feto sotto spirito, in un vaso,
co' la mano attaccata in cima ar naso
com'uno che facesse marameo.
Dicheno ch'è un fenomeno: un abborto
d'un feto de sei mesi nato-morto.
Fa un po' senso, è verissimo: ma poi,
quanno lo vedi in quela posizzione,
pare che piji in giro le persone
come volesse di': — Questo è per voi!
So' nato-morto, sì, ma grazzie a Dio,
data l'umanità, sto mejo io.
Er monno è una commedia. Io ch'ho capito
ch'è tutta una baracca inconcrudente
ciò fatto capoccella1 solamente
per un'affermazione de partito:
e, da la mossa de la mano mia,
potete di' ch'affermazzione sia.
Nun ero nato pe' bagnà la terra
de lagrime, de sangue e de sudore:
per me sarebbe stato un bell'onore
d'anna à morì ammazzato in quarche guerra,
ma invece me ne sto drento ar museo,
guardo la gente e faccio marameo...
20 febbraio 1916
1
Capolino.
LO SBORGNATO
Un intoppato1 se fermò davanti
ar muro d'una casa e barbottava:
— Devo passà de qui: nun ce so' santi!
Com'è che jeri a sera
'sta casa qui nun c'era?
M'hanno chiuso la strada, m'hanno chiuso,
pe' famme sbatte er muso! —
S'aridunò la folla. — Uh! che tropea2!
— Pretenne forse che se scansi er muro?
— Vô passà pe' de qui! Guarda ch'idea!
— È matto de sicuro!
— E c'incoccia! — E c'insiste!
— E ce batte de cassa! — E ce s'inquieta!
— 'Ste propotenze nun se so' mai viste! —
Io guardavo e dicevo fra de me:
— È un capriccio d'un povero intoppato:
se invece, Dio ce scampi, fosse stato
Imperatore o Re,
la folla, persuasa,
buttava giù la casa.
1
2
Ubriaco.
Sbornia: trasl. da temporale.
L'ASSOLUZIONE1
Er Papa je mannò l'assoluzione:
— Va', — disse ar Nunzio — sbrighete: ma abbada
che quelli che t'incontreno pe' strada
nun chiedino nessuna spiegazzione.
Tiella sempre anniscosta e fa' in maniera
de nun esse fermato a la frontiera.
Sarebbe un'imprudenza se li vivi
potessero scoprì da dove arrivi;
sarebbe un'imprudenza se li morti
potessero scoprì dove la porti. —
Appena ch'entrò in cammera da letto
l'incaricato disse: — Ciò anniscosta
l'assoluzione che je manna apposta
la Santità de Papa Benedetto. —
E lì se fece er segno de la croce,
arzò la mano e disse a mezza voce:
— Doppo l'infamità ch'ha fatte lei
io, francamente, nu' je la darei:
ma er Papa è dipromatico, per cui
ego te absolvo... li peccati tui.
30 novembre 1916
1
A Francesco Giuseppe, morto in Schönbrunn il 21 novembre 1916.
FRA CENT'ANNI
Da qui a cent'anni, quanno
ritroveranno ner zappà la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po' che montarozzo d'ossa,
che fricandò1 de teschi
scapperà fòra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avrà difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sarà morto per quella.
Ma lì sotto, però, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell'occhio vôto e fonno
nun ce sarà né l'odio né l'amore
pe' le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun resterà che l'urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: — Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l'uguajanza
che cianno predicato tanto spesso!
31 gennaio 1915
1
Miscuglio.
BANCHETTO
Rumori de posate,
de piatti e de bicchieri:
via-vai de cammerieri,
incrocio de portate:
risotto, pesce, fritto...
Che pranzo! Che cuccagna!
Li tappi de sciampagna
ariveno ar soffitto;
chi parla, chi sta zitto,
chi ciancica1, chi magna...
Guarda laggiù la tavola
d'onore! Quanta gente!
In mezzo c'è un Ministro
che nun capisce gnente,
eppoi, de qua e de là,
tutte notorietà,
nomi più o meno cari
d'illustri fregnacciari2.
S'arza er Ministro e resta
in una certa posa
come pe' di' una cosa
che già s'è messa in testa.
E, ner caccià le solite
parole rimbombanti
che j'empieno la bocca,
aggriccia3 l'occhi e tocca
la robba che cià avanti,
pe' dà più precisione,
a quel'idee che espone,
pe' mette più in cornice
le buggere4 che dice.
E parla der «riscatto»
coll'indice sur piatto;
vô la «fierezza antica»
e impasta la mollica,
cercanno l'argomenti
1
2
3
4
Mastica, biascica.
Chiacchieroni inconcludenti.
Aggrotta.
Scemenze, buggerate.
fra tre stuzzicadenti.
— La Patria — dice — spera... —
E scansa la saliera.
— L'Italia — dice — aspetta... —
E agguanta la forchetta
come se sventolasse una bandiera.
Appena ch'ha finito
je fanno un'ovazzione:
— Bravo! — Benone! — Evviva!...
— Che bella affermazzione!
— Tutto 'sto movimento
— pensa er Ministro — prova
ch'er Popolo è contento...
— Se fanno tante scene,
— barbotta er Coco — è segno
ch'hanno pranzato bene...
10 marzo 1914
L'EROE E LI PUPAZZI
Quanno finì la guerra
l'Eroe piantò la bajonetta ar muro
e se rimise a lavorà la terra.
Era stato ferito cinque vorte,
ma se sentiva l'anima più forte
e er braccio più gajardo e più sicuro.
E disse: — Se la vanga è arruzzonita1
la farò ritornà lucida e bella,
e invece de la morte
seminerò la vita. —
Mentre faceva 'sto raggionamento
vortò la testa e vidde da lontano
un omo, dritto, co' le braccia stese,
in un campo de grano.
— E tu che vôi? — je chiese —
Sei gnente2 er deputato der colleggio
che se prepara er solito maneggio
pe' cojonà er paese?
Cerchi per caso un popolo imbecille
che pagherà le chiacchiere che fai
co' le carte da mille?
Chi rappresenti? forse un giornalista,
un eroe de la penna stilografica
ch'ha fatto l'avanzata co' le spille
su la carta geografica?...
O sei piuttosto er solito tribbuno
arrampicato su la groppa nostra,
ch'ammalappena che se mette in mostra
nun vede più nessuno?
Ah! no! te riconosco!
Tu sei lo Spauracchio incaricato
de spaventà li passeri der bosco...
Nun hai cambiato mica,
ch'Iddio te benedica!
Me l'aspettavo! Doppo tanti strazzi
ch'ho sofferto sur campo de battaja,
ritrovo li medesimi pupazzi
imbottiti de paja,
1
2
Arrugginita.
Forse, per caso.
pronti a ricomincià la pantomima
cór sistema de prima!
Ma adesso basta, caro mio: te vojo
da' foco cór petrojo...
— Ma che petrojo, un cacchio!
— strillò lo Spauracchio —
Se doppo trenta mesi de trincea
hai cambiato d'idea,
te devi ricordà che sei tu stesso
che un giorno me ciai messo:
e mó, per così poco,
me vorressi da' foco?
Io, per lo meno, servirò a protegge
er grano de li campi, e nun fo danno
come purtroppo fanno
li pupazzi approvati da la legge!
1918
LE COSE
1922
LE COSE 1921
LA BARCHETTA DE CARTA
Vicino a la fontana de la villa
c'è una bella signora che ricama
un fascio de papaveri de stama1
su un telarino2 lilla.
Ogni tanto se vorta e dà un'occhiata
a la pupa che gioca, e, un po' più spesso,
laggiù, dove comincia l'arberata3,
ar cancello d'ingresso.
— Che fai, Ninnì? perché nun giochi a palla?
— Lo vedi, mamma? Ho fatto una barchetta,
però me c'entra l'acqua e nun sta a galla... —
(La madre nun s'è accorta che la pupa
j'ha preso un fojo drento la borsetta.)
— Tesoro mio, sta' attenta,
ché te se sciupa l'abbituccio bello:
se fai così, chissà che te diventa!... —
E ritorna a guardà verso er cancello.
La barca va, ma nun s'aregge4 dritta,
e a un certo punto sbatte in uno scojo,
se piega, s'apre e comparisce un fojo
che se spalanca da la parte scritta:
«Mario adorato! Passa verso sera
ché parleremo più libberamente.
Appena hai letto, strappa. Fa' in maniera
che la pupetta nun capisca gnente...»
1
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Stame, lana da ricamo.
Piccolo telaio.
Viale di alberi.
Si regge.
LA FAVOLA VERA
La sera s'avvicina
e l'ombre de le cose se ne vanno.
Nonna e nipote stanno
accanto a la finestra de cucina.
La vecchia regge la matassa rossa
ar pupo che ingomitola la lana:
er filo passa e er gnómmero1 s'ingrossa.
— Nonna, dimme una favola... — Ciò sonno...
— Quella dell'Orco che scappò sur tetto...
È vero o no che l'ha ammazzato nonno?
È vero o no che venne a casa tua
una matina mentre stavi a letto?
Che te fece? la bua?
E perché se chiamava l'Orco nero?
era cattivo, è vero?
— Era giovene e bello!
— dice piano la vecchia e aggriccia2 l'occhi
come pe' rivedello —
Ciò ancora ne l'orecchia li tre scrocchi3
che fece nonno ne l'aprì er cortello... —
La nonna pensa e regge la matassa
ar pupetto che ignómmera4 la lana;
se vede un'ombra: è un'anima che passa...
che spezza er filo rosso e s'allontana...
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Il gomitolo.
Socchiude, aggrotta.
Scatti: propri del coltello appunto detto «a tre scrocchi».
Aggomitola.
L'ANGELO CUSTODE
L'omo cià sempre un Angelo Custode
che l'accompagna come un cagnolino:
e 'st'angeletto che je sta vicino
l'assiste quanno soffre e quanno gode,
je custodisce l'anima e nun bada
che a incamminallo su la bona strada.
Io, quello mio, me lo figuro spesso,
anzi me pare quasi de vedello:
dev'esse un angeletto attempatello
così scocciato de venimme appresso
che ogni vorta che faccio una pazzia
invece d'ajutamme scappa via.
Defatti dove stava quela sera
ch'agnedi da Giggetta e la cosai1?
Doveva dimme: — Abbada a quer che fai!... —
Ma certamente l'Angelo nun c'era,
o, forse, avrà pensato, ner vedella:
— Pur io farei lo stesso: è troppo bella! —
Nun me doveva di' ch'ero uno scemo
quanno, p'er gusto de sposà la fija,
me misi a casa tutta la famija?...
(Se ce ripenso adesso ancora tremo!
Sette persone, un cane e una gallina
che m'impiastrava tutta la cucina!)
Nun me doveva da' de l'imbecille
quer giorno che firmai le cambialette
a Isacco lo strozzino che me dette
seicento lire e ne rivolle mille?
Quante ce n'ho sofferte! E chi sa quante
n'avrà passate er povero avallante!
Ecco perché ce vado pe' le piste2,
ecco perché me sbajo in bona fede:
la corpa è tutta sua, ché nun me vede:
Dal verbo «cosare», il quale fa le veci di qualsiasi altro verbo che non venga pronto
o che si voglia tacere.
2
Ci vado di mezzo.
1
la corpa è tutta sua, ché nun m'assiste:
la corpa è sua, ché nun me fa er controllo
quanno s'accorge che me rompo er collo.
A cose fatte, poi, me torna accanto,
me chiama, me mortifica, me strilla...
— Tu — dice — nun ciai l'anima tranquilla...
— Purtroppo! — dico — e me dispiace tanto!
Ma nun ce casco più, te l'assicuro...
— Davero? Me lo giuri? — Te lo giuro... —
E ognuno dice le raggione sue
quasi pe' libberasse dar rimorso:
ma però se capisce dar discorso
che se pijamo in giro tutt'e due:
ché appena me ricapita una quaja1
io ce ricasco e l'Angelo se squaja.
1
Una buona occasione, un bel colpo.
L'ACCOMPAGNO
Ecco ch'er carro passa
coperto de corone:
intorno ar carro cinque o sei persone
che reggheno er cordone a testa bassa,
e appresso tanta gente
coll'aria addolorata,
che parla allegramente.
— Eh! — dice — poveretto!
È annato all'antro monno...
— Era un bon omo, in fonno.
— Chi je l'avesse detto!
— Chi lascia? — Tre nipote.
— Figurete che dote!
— Io credo bene che je toccheranno
trecentomila lire... — Poverelle!
Chissà che dispiacere proveranno! —
M'avvicino a un vecchietto: — Scusi tanto:
— dico — chi è morto? — Dice: — Nun saprei...
— Forse lo saprà lei, —
chiedo a un antro signore che ciò accanto.
— Purtroppo: — dice — è er socio de mi' zio.
Anzi er discorso funebre ho paura
che lo dovrò fa' io.
Come avvocato de la società,
certo me toccherà... Che scocciatura!
Era un bon omo, benedetto sia,
ma se pijava quarche impuntatura1
nun se smoveva più, Madonna mia!
Che carattere! Ammazzelo2! D'artronne
beveva troppo, eppoi,
a dilla qui fra noi,
ancora je piaceveno le donne...
A quell'età!... Nun è pe' faje torto,
ma quasi quasi è un bene che sia morto! —
Ecco che a un certo punto,
quanno er corteo se ferma, l'avvocato
s'accosta ar carro e, doppo avé guardato
un fojo bianco indove cià un appunto,
1
2
Se s'impuntava.
Espressione di maraviglia.
comincia a di': — Coll'animo strazziato
parlerò de le doti der defunto.
Addio per sempre, addio,
povero amico mio,
nobbile e raro esempio de virtù!
Nun ce vedremo più!...
……………………………….
— Quant'anni aveva? — Un'ottantina appena...
— L'ha ammazzato la balia1! — E quann'è stato?
— Jeri a le quattro... — Immaggina che scena!
— Era ammojato? — No.
— Ma ciaveva l'amica... — Questo sì:
una certa Fannì
che lo chiamava sempre zio Cocò.
— Lui puro s'è voluto divertì...
— Accidenti, però!...
1
Ironia, per significare ch'era molto vecchio.
A MIMÌ
Te ricordi der primo appuntamento
quanno ch'avemo inciso er nome nostro
su quela vecchia lapida der chiostro
de dietro ar cortiletto der convento?
Fui io che scrissi: «Qui
Carlo baciò Mimi.
Quindici maggio millenovecento».
Più de vent'anni! Pensa! Eppure, jeri,
ner rilegge quer nome e quela data,
quasi ho rimpianto l'epoca beata
che m'è costata tanti dispiaceri:
e t'ho rivisto lì, come quer giorno,
coll'abbitino de setina lilla
e er cappelletto co' le rose intorno...
— Tutto passa! — dicevo — Le parole
che scrissi co' la punta d'una spilla
sfavilleno sur marmo, in faccia ar sole,
ma nun so' bone de rimette in vita
una cosa finita... —
Stavo pe' piagne, quanno, nun so come,
ho visto scritto su lo stesso posto
un'antra data con un antro nome:
«Pasquale e Rosa: li ventotto agosto
der millesettecentoventitré».
Allora ho detto: — Povero Pasquale,
sta un po' peggio de me...
RICORDI D'UN COMÒ
Jeri, cercanno certe vecchie carte
in fonno a un tiratore1, ho ripescato
un ritratto ingiallito e impataccato2
cór un nome e una data da 'na parte;
c'è scritto: «T'amo eternamente!», e sotto.
«Ninetta tua. - Settembre novantotto».
Chi diavolo sarà 'sta Nina mia
che tempo fa m'amava eternamente?
Pe' quanto ho ricercato ne la mente
nuli m'è riescito de capì chi sia...
Povera Nina mia! Povero amore,
che sei finito in fonno a un tiratore!
E de chi sarà mai 'sta bomboniera
che c'è stampato «Nozze» pe' traverso?
Vall'a capì! Sarebbe tempo perso.
Ormai se so' sposati e bona sera,
se so' sposati e ringrazziamo Iddio
ch'er marito felice nun sia io.
Fra l'antre cose ho ritrovato pure
uno specchietto rotto, un fiocco rosa,
un terno3, una ricetta, un'antra cosa...
Tutti ricordi! Tutte fregature!
Ma la mejo che c'è credo che sia
una fede de nascita: la mia.
Defatti, da la fede de battesimo
risurta che so' nato er tre febbraro
mille ottocento... L'anno nun è chiaro
perché c'è un bucio ar posto der millesimo:
forse un sorcetto ha rosicato er fojo
pe' coprimme l'età con un imbrojo.
Ma ha voja a rosicà! Resta lo specchio
che vale mejo de la carta straccia...
L'unico amico che me parla in faccia
1
2
3
Cassetto, tiretto del comò.
Macchiato.
Giocata (cartella, polizza) del lotto su tre numeri.
jeri m'ha detto: — Eh, caro mio, sei vecchio,
nun tanto per l'età quanto per quello
che t'ha lograto1 l'anima e er cervello.
Ecco un capello bianco, ecco una ruga...
Tu strappi, levi, copri... e credi spesso
de comparì vent'anni... Ma è lo stesso
a l'illusione de la tartaruga
ch'annisconne2 la testa, persuasa
che nun se veda più manco la casa!
1
2
Consumato.
Che nasconde.
L'ILLUSIONE
Er vecchio dava segni de pazzia.
Me disse: — In quela scatola de latta
ciò chiusa drento l'anima ch'ho fatta
pe' la biondina ch'è scappata via...
— Che dichi? Hai fatto un'anima?... — Sicuro!
E ciò messo lo spirito più puro
perché serviva pe' la donna mia.
L'ho fabbricata al lume de le stelle
in una notte piena de passione,
co' li pensieri de le cose bone,
co' li sospiri de le cose belle...
— E la donna?... — La donna ha preso er volo
e so' rimasto solo...
— Lassela perde pe' la strada sua,
— je dissi allora — stupido che sei.
L'anima che credevi de fa' a lei
nun è ch'er sopravanzo de la tua...
— È giusto: — fece er matto a denti stretti —
un'antra vorta, invece de fa' l'anima,
je fo li stivaletti... —
Er vecchio dava segni de pazzia.
La notte me strillò: — Damme una mano
pe' ripescà la Luna ner pantano,
ch'è scivolata ne la porcheria.
La vojo portà a casa,
'sta Luna ficcanasa,
che guarda indiferente
l'infamie de la gente,
perché nun ha capito
ch'er monno s'è ammattito! —
E detto fatto entrò
nell'acqua sporca, ma
dodici rospi fecero cro-cro
e sei ranocchie fecero cra-cra...
— Tirate er fiato a voi1! —
je disse er matto, eppoi
co' tutt'e due le braccia
1
Espressione con cui si ritorce l'ingiuria contro chi l'ha scagliata.
cercò ne la mollaccia2.
— Bisogna ripescalla
'sta vecchia faccia gialla,
che quanno ride pare
che pensi solo ar mare
e invece, sottomano,
se ficca ner pantano... —
Ma a un certo punto l'acqua lo coprì
e er vecchio matto nun se vidde più.
Dodici grilli fecero cri-cri
e sei cecale fecero cru-cru...
La Luna piena, intanto,
che guardava la scena fra le stelle,
rideva a crepapelle...
15 agosto 1916
2
Fango, creta.
LA RICONOSCENZA DE LI POSTERI
Una vorta, per un caso,
drento all'orto d'un amico
fu trovato un busto antico
d'un pupazzo senza naso,
co' li boccoli de marmo
e una barba longa un parmo.
Da le rughe der pensiero
che j'increspeno la fronte
ce se vedeno l'impronte
d'un filosofo davero;
ma chi diavolo sarà?
ch'avrà fatto? chi lo sa?
Sur davanti, veramente,
c'è er cognome scritto sotto:
ma, siccome è mezzo rotto,
se distingue poco o gnente
e se legge, tutt'ar più,
ch'era Stefano der Q...
Come mai fu sotterrato
fra li cavoli dell'orto?
Quann'è nato? quanno è morto?
Ch'ha scoperto? ch'ha inventato?
Li spaghetti o le cambiale?
Fece bene o fece male?
Fu chiamato un antiquario:
— Questo — disse — è un mezzo busto
fatto male, senza gusto,
e d'un genere ordinario;
vale poco: sia chi sia
è una vera porcheria! —
E fu messo in un cantone
come fosse un muricciolo,
dove spesso c'è un cagnolo
che pe' fa' quela funzione
forma un arco co' la cianca1
1
Zampa.
su la bella barba bianca.
BOLLA DE SAPONE
Lo sai ched'è la Bolla de Sapone?
L'astuccio trasparente d'un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe' fasse cunnolà1 come se sia
dall'aria stessa che la porta via.
Una Farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j'agnede2 incontro e la chiamò: — Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!
Er cielo, er mare, l'arberi, li fiori
pare che t'accompagnino ner volo:
e mentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica3 e sfavilla. —
La Bolla de Sapone je rispose:
— So' bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte de le cose,
sta chiusa in una goccia... Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.
1
2
3
Cullare.
Le andò.
Luccica.
LA GENTE
Volle resta co' me perché la zia
j'aveva dato un'ombrellata in testa.
— Vedrai che sarò bona, sarò onesta...
Carlo! — me disse — nun me mannà via!
Sennò, lo sento, faccio una pazzia!... —
Io, che leggevo, j'arisposi: — Resta. —
Tutta la gente disse: — Ma ch'ha fatto?
S'è presa a casa quela scivolosa1...
Povero Carlo! È diventato matto! —
Naturarmente me n'innammorai:
l'amore è un'abbitudine; ma un giorno,
pe' via d'un fregno2 che je stava intorno,
me disse: — Carlo... me ne vado, sai?
Vado a Milano e forse nun ritorno... —
Io, che scrivevo, j'arisposi: — Vai. —
Tutta la gente disse: — L'ha piantato3...
Se vede che c'è sotto quarche cosa...
Era tanto carina... Che peccato! —
Un mese fa rivenne. Nun ve dico!
Quanno me vidde me baciò le mani
come pe' ricorda l'amore antico...
Eppoi me disse: — Partirò domani:
però, se me rivôi, pianto l'amico4... —
Io, che fumavo, barbottai: — Rimani. —
La gente disse subbito: — Hai sentito?
Se l'è ripresa e forse se la spósa...
Povero Carlo! S'è rincojonito!
1
2
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Smorfiosa.
D'un tipo qualunque.
Abbandonato.
L'amante.
SCIAMPAGNE
Nun bevo che Frascati. Lo sciampagne
me mette in core come un'allegria
per una cosa che m'ha fatto piagne:
o pe' di' mejo sento
che er piacere che provo in quer momento
è foderato de malinconia.
Er botto che fa er tappo
quanno la stappo, er fiotto de la schiuma,
ch'esce, ricresce, friccica1 e finisce,
me rappresenta la felicità
che, appena nasce, sfuma:
che, come viè, sparisce.
Prova ne sia che tengo sur comò
una vecchia bottija de spumante,
ma nu' la bevo e nu' la stapperò;
perché me fa l'effetto che in quer vetro
ce sia riposta un po' de quela gioja
sincera e bella de tant'anni addietro,
È come una riserva. Forse un giorno,
combinazzione rivenisse lei,
chissà... la stapperei
pe' festeggià er ritorno;
ma lo spumante è un vino che svapora,
perde la forza... e allora
che figura ce faccio
se nun zompa2 er turaccio3?
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Frigge.
Salta.
Il tappo.
LA RASSEGNAZZIONE
Er cortiletto chiuso
nun serve a nessun uso.
Dar giorno che li frati de la Morte
se presero er convento, hanno murato
le finestre e le porte:
e er cortile rimase abbandonato.
Se c'entra un gatto, ammalappena1 è entrato
se guarda intorno e subbito risorte.
Tra er muschio verde e er vellutello2 giallo
ancora s'intravede una Fontana
piena d'acqua piovana
che nun se move mai: come un cristallo.
O tutt'ar più s'increspa
quanno la sera, verso una cert'ora,
se sente stuzzicà da quarche vespa
o da quarche zampana3 che la sfiora.
Pare che in quer momento
je passi come un brivido: un gricciore4
su la pelle d'argento.
Eppure 'sta Fontana anticamente
se faceva riempì da un Mascherone
che vommitava l'acqua de sorgente:
un'acqua chiara, fresca, trasparente,
che usciva cór fruscio d'una canzone
e se la scialacquava allegramente.
Dar giorno che nun butta,
er vecchio Mascherone s'è avvilito:
forse je seccherà d'esse finito
cór naso rotto e co' la bocca asciutta.
Perché de tanto in tanto
guarda sott'occhio la Fontana amica
e pare che je dica:
— Nun m'aricordo più se ho riso o pianto.
T'ho dato tutto quello ch'ho potuto,
fino all'urtima goccia ch'hai bevuto
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Non appena.
Sorta di musco.
Zanzara.
Brivido.
pe' la felicità de statte accanto! —
Ma la Fontana è sorda:
nun pensa, nun ricorda...
Resta tranquillamente a braccia aperte
e ancora se diverte
co' quer po' de sussidio che riceve
da la pioggia che casca e certe vorte
perfino da la neve...
e manco fa più caso
ar vecchio Mascherone senza naso.
L'OCA
Un giorno presi un'Oca e j'insegnai
a fa' li voli dritti, verso er celo,
che in generale l'Oca nun fa mai.
Infatti staccò er volo piano piano,
ma j'amancò la forza e per un pelo
me restava affogata in un pantano.
Allora me strillò: — Brutt'animale!
Speravi tu che l'Oca der cortile
volasse come un'aquila reale? —
Ninetta ch'è più bona e più gentile
nun m'avrebbe risposto così male!
ER CANE POLIZZOTTO1
Jeri ho incontrato un Cane polizzotto.
Dico: — Come te va? — Dice: — Benone!
Ogni ladro che vedo je do sotto.
Li sento da l'odore, caro mio!
cór naso che ciò io!... —
In quer mentre è passato un fornitore
che Dio solo lo sa quant'ha rubbato.
Ho chiesto ar Cane: — Senti un certo odore? —
Ma lui m'ha detto: — No... So' raffreddato... —
Er Cane polizzotto ch'ho incontrato
lo faranno prestissimo questore.
1
Poliziotto.
RE LEONE
— Bisogna che venite appresso a me! —
disse er Leone ar popolo animale.
E tutti quanti agnedero1 cór Re.
Ma doppo un po' de strada ècchete che2
er Re rimase in coda, cór Cignale.
— Ritorna ar posto indove t'eri messo,
— je disse quello — e insegnece er
cammino...
— Va' là, — rispose er Re — tanto è lo stesso:
oggi chi guida un popolo è destino
che poi finisce per annaje appresso.
1
2
Andarono.
Ecco che.
TEMPO PERSO
Jeri ho chiesto a la Strega: — Vecchia mia,
perché nun me riporti una vescica
co' li sospiri ch'ho buttato via?
— Va' là, va' là, risparmia la fatica,
— m'ha risposto la Strega — dar momento
che li sospiri sfumeno cór vento...
— Allora — ho detto — porteme una boccia
co' tutti queli pianti che versai... —
Ma la Strega ha sgrullato la capoccia1
e m'ha risposto: — Fijo, nu' lo sai
che perfino le lagrime più amare
so' gocce che se perdeno ner mare?...
1
Scosso la testa.
LA MODESTIA DER SOMARO
— Quello che te fa danno è la modestia:
— disse un Cavallo a un Ciuccio — ecco perché
nun sei riuscito a diventa una bestia
nobbile e generosa come me! —
Er Ciuccio disse: — Stupido che sei!
S'io ciavevo davero l'ambizzione
de fa' cariera, a 'st'ora già sarei
Ministro de la Pubblica Istruzzione!
ER PRIMO PESCECANE
Doppo avé fatto l'Arca
Noè disse a le Bestie: — Chi s'imbarca
forse se sarverà, ma chi nun monta
sì e no che l'aricconta1.
Perché fra pochi giorni, er Padreterno,
che s'è pentito d'avé fatto er monno,
scatenerà un inferno
pe' rimannacce a fonno.
Avremo da restà sei settimane
tutti sott'acqua: e, lì, tocca a chi tocca! —
Ogni bestia tremò. Ma un Pescecane
strillò: — Viva er Diluvio! — E aprì la bocca.
1
Che sopravviverà.
L'EVOLUZZIONE
Un Communista disse a la Gallina:
— Quant'anni so' ch'esisti? Tanti e tanti!
Eppure nun hai fatto un passo avanti
e sei rimasta sempre una cretina!
Saranno da li tempi de Noè
che canti coccodè! —
La Gallina rispose: — È la natura.
Voressi gnente1 che facessi l'ova
con una forma nova
cór rosso verde e co' la chiara scura?
Er mi' lavoro, invece, è sempre eguale
e la canzona mia rimane quella;
er coccodè te scoccia? oh questa è bella!
che vôi che canti? l'Internazzionale?
1
Forse.
ER POLLO E ER MASTINO
Un Pollo che raspava in un giardino
vidde un Cane Mastino
senza catena e senza musarola.
— Riverisco, Eccellenza... —
je fece er Pollo con un bell'inchino,
scivolanno sull'urtima parola.
Spesso, più che la stima, è la prudenza
che ce consija a fa' la riverenza.
Prova ne sia che, doppo un mese, er Pollo,
ner passà dar cortile d'un ospizzio,
vidde er Mastino co' la corda ar collo.
— Ah, — dice — finarmente
t'hanno messo giudizzio?
Sei finito in cortile! Addio, pezzente!
— O in giardino o in cortile,
— rispose er Cane — resto sempre forte;
tu resti sempre un vile.
LA BESTIA RAGGIONEVOLE
Arrivato a lo svorto d'un palazzo
er povero imbriaco inciampicò,
capolitombolò1
e rimase così, come un pupazzo.
— Zulù, Zulù, perché me lasci solo?
— ciangottò2 l'intoppato3 ar Cagnolino
accucciato de dietro a un muricciolo —
Perché te sei nascosto? A bon bisogno4
nun te ricordi più che so' er padrone... —
Er Cane disse subbito: — Hai raggione,
ma a di' la verità me ne vergogno!
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Capitombolò.
Mugolò.
L'ubriaco.
A quanto sembra.
LIBBERTÀ, UGUAGLIANZA, FRATELLANZA
LA LIBBERTÀ
La Libbertà, sicura e persuasa
d'esse stata capita veramente,
una matina se n'uscì da casa:
ma se trovò con un fottìo de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j'impedì d'annà libberamente.
E tutti je chiedeveno: — Che fai? —
E tutti je chiedeveno: — Chi sei?
Esci sola? a quest'ora? e come mai?...
— Io so' la Libbertà! — rispose lei —
Per esse vostra ciò sudato assai,
e mó che je l'ho fatta spererei...
— Dunque potemo fa' quer che ce pare... —
fece allora un ometto: e ner di' questo
volle attastalla in un particolare...
Però la Libbertà che vidde er gesto
scappò strillanno: — Ancora nun è affare,
se vede che so' uscita troppo presto!
L'UGUAGLIANZA
Fissato ne l'idea de l'uguajanza
un Gallo scrisse all'Aquila: — Compagna,
siccome te ne stai su la montagna
bisogna che abbolimo 'sta distanza:
perché nun è né giusto né civile
ch'io stia fra la monnezza1 d'un cortile,
ma sarebbe più commodo e più bello
de vive ner medesimo livello. —
L'Aquila je rispose: — Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
volemo fa' amicizzia? so' disposta:
ma nun pretenne che m'abbassi io.
Se te senti la forza necessaria
spalanca l'ale e viettene per aria:
se nun t'abbasta l'anima de fallo
io seguito a fa' l'Aquila e tu er Gallo. —
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L'immondezza.
LA FRATELLANZA
Un certo amico mio conserva un callo
riposto in un astuccio de velluto
sotto una scatoletta de cristallo.
— E che robb'è: — je chiesi una matina.
Dice: — È un ricordo! — Dico: — Ma te pare
che sia un affare da tené in vetrina?
Se fusse robba mia
la frullerebbe via!... —
Lui me rispose subbito: — Ar contrario!
'Sto callo rappresenta l'ideale
d'un programma sociale-umanitario
d'un omo che insegnò per cinquant'anni
la vera fratellanza universale!
Era un brav'uomo, credi; un vero specchio:
bono, sincero, onesto... Se chiamava
Pasquale Chissenè. Povero vecchio!
Passava l'ore e l'ore
davanti ar tavolino der caffè
pe' fa' la propaganda de l'amore...
Povero Chissenè!
Qual'era er sogno suo? Quello de vede
l'ommini abbraccicati fra de loro
uniti ne la pace e ner lavoro,
immassimati1 ne la stessa fede...
Ma pe' convince er popolo sovrano
de quello che diceva, ogni tantino
dava un cazzotto in mezzo ar tavolino...
finché je venne er callo ne la mano.
Ecco perché lo tengo! Ecco perché
quanno sento parlà de fratellanza
ripenso ar callo e sento in lontananza
una voce che dice: Chissenè...
1
Convintissimi.
SEMPRE BESTIE...
LA ZAMPANA1
Mentre leggevo l'urtimo volume
de la Storia d'Italia, una Zampana
sonava la trombetta intorno ar lume.
Io, sur principio, nun ce feci caso:
ma quanno m'è venuta sotto ar muso
pe' pizzicamme er naso,
ho preso er libbro e, paffete, l'ho chiuso.
Poi l'ho riaperto subbito, e in coscenza
m'è dispiaciuto de vedella sfranta
a paggina novanta,
fra le campagne de l'Indipendenza.
M'è dispiaciuto tanto che sur bordo
der fojo indove s'era appiccicata
ciò scritto 'st'epitaffio pe' ricordo:
«Qui giace una Zanzara
che morì senza gloria,
ma suonò la fanfara
per restar nella Storia.»
In Italia, a un dipresso,
se pô diventa celebri lo stesso.
1
Zanzara.
LA RAGGIONE DER PERCHÉ...
Jeri sentivo un Grillo
che cantava tranquillo in fonno a un prato;
un po' più in là, dedietro a lo steccato,
una Cecala risponneva ar trillo;
e io pensavo: — In mezzo a tanti guai
nun c'è che la natura
che nun se cambia mai:
'ste povere bestiole
canteno l'inno ar sole
co' la stessa annatura1,
co' le stesse parole
de seimil'anni fa:
cór solito cri-cri,
cór solito cra-cra...
Dar tempo der peccato origginale
tutto è rimasto eguale.
Dall'Aquila a la Pecora a la Biscia,
chi vola, chi s'arampica, chi striscia;
dar Sorcio a la Mignatta a la Formica
chi rosica, chi succhia, chi fatica,
ma ogni bestia s'adatta a fa' la vita
che Dio j'ha stabbilita.
Invece l'Omo, che nun se contenta,
sente er bisogno de l'evoluzzione
e pensa, studia, cerca, scopre, inventa...
Ma sur più bello ch'è arivato in cima,
quanno se crede d'esse più evoluto,
vede un pezzetto d'oro... e te saluto!
È più bestia de prima!
1
Andatura.
L'ORCO INNAMMORATO
C'era una vorta un Orco
ch'annava appresso1 a 'na regazza onesta.
Quella je disse: — Che s'è messo in testa?
Vô che me spósi un omo così porco?
Madonna mia! Ce mancherebbe questa!...
— Sì, — fece l'Orco che nun era un micco2 —
so' stato un birbaccione, nu' lo nego,
ma mó, però, so' diventato ricco,
rifaccio er galantomo e me ne frego. —
Lei sospirò: — Ma che dirà la gente
quanno saprà che un vecchio farabbutto
s'è unito con un'anima innocente?
Bisognerebbe vive in quarche sito
dove se scorda tutto:
tanto er bene che er male,
tanto er bello che er brutto...
Ho inteso che ner bosco c'è una fata
ch'è rinomata assai per un decotto
dell'erba d'ogni mese: una cicoria
che fa perde debbotto3 la memoria... —
L'Orco scrocchiò li denti e j'arispose:
— Senza che cerchi l'erba d'ogni mese,
ar monno c'è un bellissimo paese
dove nun se ricordeno le cose...
— Qual'è? — L'Italia. —
La regazza onesta
fece de sì tre volte co' la testa.
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Che corteggiava.
Uno sciocco.
All'improvviso, a un tratto.
RAJI E GRUGNITI
Quanno er Somaro canta arza l'orecchia,
slarga le froce, ride e guarda er sole.
Tutti sanno la musica, ché è vecchia,
ma nessuno conosce le parole.
Che ce sarà anniscosto in quer motivo?
un ritornello de rassegnazzione
o un inno sovversivo?
Ringrazzia forse Iddio che l'ha creato
per esse bastonato
o se la pija co' la Previdenza
perché nun je fa perde la pazzienza?
Certo, che quanno raja
se vede che se stacca e s'allontana
da le miserie de la vita umana:
e nun guarda nemmeno
né la paja né er fieno.
Ner Porco, invece, quanno fa er grugnito,
ce se sente lo sfogo materiale:
perché rifà quer verso, sempre eguale,
come un'affermazzione de partito.
Ma nun pensa e nun crede
che a la robba che vede e ariccapezza
framezzo a la monnezza1.
Quanno ha ficcato er muso
drento lo scudellone de la bobba2
lo scopo de la vita è bell'e chiuso.
Chi sarà più felice e più contento?
Quello che vive a stento,
ma cià in core una fede e una speranza,
o quello che raggiona co' la panza
e se ne frega d'ogni sentimento?
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Immondezza.
Beverone, guazzabuglio.
ER MOSCONE E LA ROSA
Ner giardinetto mio, jeri ho veduto
una Rosa e un Moscone
che se so' dati l'urtimo saluto.
La Rosa ha detto: — Addio,
vecchio Moscone mio!
Come è finita presto la staggione!
Senti che ariaccia? Er vento se lamenta
e er celo che s'annuvola barbotta1
contro la terra ghiotta
che nun è mai contenta...
Te ricordi quer giorno
quanno m'hai vista spalancata ar sole,
quante parole m'hai ronzato intorno?
Com'ero bella! E adesso so' finita
spampanata e appassita
cór vento che me sciupa e che me sfoja…
Me ne vado così! Quest'è la vita!
Che te ne fai d'un fiore
che nasce, cresce e more
senza provà una gioja,
senza sentì un dolore?
Quanto sarei felice se una mano
me venisse a strappà da la radice
pe' portamme lontano!
Me piacerebbe tanto
che quer po' de profumo che m'avanza
servisse a rallegrà quarche speranza,
svanisse ne la pena d'un rimpianto...
Ma, invece, no: per me nessuno ha riso,
per me nessuno ha pianto!
— Freghete2! come sei sentimentale!
— j'ha risposto er Moscone, co' l'idea
de riarzaje er morale —
Nun sei contenta de restà così?
Lo sai dov'è finita l'Orchidea
che stava ne la serra der giardino?
È stata ritrovata in un casino
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2
Brontola.
Esclamazione di meraviglia.
infangata per terra.
fra un piedone e un piedino...
Com'è finito er Crisantemo giallo?
A una festa da ballo,
ammosciato sur fracche d'uno scemo...
Povero Crisantemo!
Io che come Moscone giro er monno,
e lo conosco a fonno,
te posso di' che a bazzicà la gente
ce se rimette sempre quarche cosa:
e se l'umanità, presentemente,
pare più bona, pare più amorosa,
lo sai che segno è? Che se riposa
pe' via1 ch'è stata troppo delinquente.
1
Pel motivo.
SEIMILA ANNI FA...
Iddio fece un'inchiesta er primo giorno
pe' vede come staveno le cose:
— Che sia fatta la luce! — E j'arispose
l'eco der vôto che ciaveva intorno.
In fonno ar celo subbito spuntorno
le prime nuvolette luminose.
Che vidde allora? Vidde un guazzabbujo,
un intrujo, un pasticcio,
un fricandò1 de celo, terra e mare,
tanto che disse a un Angiolo: — Me pare
che me so' messo in un gran brutto impiccio,
che me so' messo in un gran brutto affare! —
Ma poi cominciò subbito er lavoro:
spartì2 la robba, accese er sole e fece
la luna nova co' le stelle d'oro,
e piante e pesci e bestie d'ogni spece.
J'usciva tutto quanto per prodiggio
come sorte la robba dar cappello
d'uno che fa li giochi de prestiggio.
Quer che pensava je veniva fatto.
Ideava un ucello? Ecco l'ucello.
Voleva un gatto; Gnao... Nasceva un gatto.
Ma appena se trattò de fa' er cristiano,
che je ce volle la materia prima,
annò a pijà la fanga d'un pantano.
Allora formò l'Omo,
je dette moje e, quello ch'e più peggio,
je combinò l'inghippo3 de quer pomo.
(Pe' 'sto fatto er Serpente
che sapeva er maneggio
se prestò gentirmente.)
Quanno Iddio se n'accorse, immagginate
la scena che ce fu! Dice: — Ma come;
Doppo che te do un monno,
doppo che te do un nome,
me diventi nemmico
per una svojatura che nun dico4!
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Un miscuglio.
Divise.
L'impiccio.
Per un capriccio da nulla.
Per penitenza te guadagnerai
er pane cor sudore de la fronte
dove ogni ruga porterà l'impronte
der peccato ch'hai fatto, e morirai.
E a te, — disse a la moje —
giacché nun sei rimasta su la tua,
farai la serva all'omo e, per via sua1,
partorirai li fiji co' le doje.
E, adesso, alé2! sgrullateve3 le foje
e annateve a fa' frigge tutt'e dua! —
Dato 'sto dispiacere, era destino
che ciavesse una brutta gravidanza:
Eva, defatti, partorì Caino,
doppo je nacque Abbele e er resto poi
lo sapete benissimo da voi.
Un giorno, in una brutta circostanza,
Caino ner passà da la foresta
trovò er fratello, je spaccò la testa,
e così cominciò la fratellanza.
9 gennaio 1917
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Per causa sua.
Via, andate; «allez».
Scrollatevi di dosso.
COMIZZIO
L'antra matina un Cavallone borso1,
aggitatore de la classe equina,
annò ar comizzio e fece 'sto discorso:
— Nun volemo più brije!
Nun volemo più morso!
Libberamo er paese
da la frusta borghese!
Evviva er communismo! Ecco er momento
che tutti li cavalli e le cavalle
deveno sortì fòra da le stalle
cór grugno ar sole e la criniera ar vento!
— Se abbolite la frusta a li signori,
— fece un Muletto — è pure necessario
che pensate ar bastone proletario
che quanno ariva addosso so' dolori!
Io servo da quattr'anni un carettiere
che m'arifila2 certe tortorate3
evolute, coscenti e organizzate
che abbruceno la pelle ch'e un piacere!
— Nun chiacchierate troppo!
— rajò un Somaro zoppo —
Invece d'annà avanti co' 'ste scene
cercamo de trovà quarche persona
che ce rimetta su la strada bona,
che ce capisca e che ce guidi bene.
Una testa sicura
che nun abbia paura,
e nun ce rompa er sonno
coll'Inni de su' nonno4,
e nun ce crocchi5 l'ossa
co' la Bandiera Rossa.
In quanto a la politica è un affare
che per noi bestie nun decide gnente:
resti un Sovrano o venga un Presidente
seguiteremo a fa' quer che ce pare.
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Bolso.
M'appioppa.
Bastonate.
Sentiti e risentiti.
Ci pesti.
In un paese buffo come questo
tutto quanto è possibbile der resto:
perfino la Repubblica Sociale
per decreto reale!
LA RIVOLUZZIONE NELL'ORTO
Fra l'insetti dell'orto c'è un via-vai
che nun s'è visto mai.
— E ch'è successo? — chiedo a lo Scorpione.
— Come sarebbe? — dice — Nu' lo sai
ch'ho organizzato la rivoluzzione?
Avemo stabbilito de da' addosso
a quela Tartaruga
che magna la lattuga
laggiù, vicino ar fosso...
La vedi? Poveraccia! È rimbambita!
S'è bella e persuasa
che perderà la casa,
che perderà la vita,
ma nun se move e resta
tranquilla, indiferente:
nun strilla, nun protesta...
Aspetta che je faccino la festa
filosoficamente.
E ormai ce semo. È l'ora der riscatto!
Quelo ch'è fatto è fatto!... —
Principia la sfilata der corteo.
Davanti a tutti c'è lo Scarabbeo
che spigne una palletta e porta via
l'urtimi avanzi de la borghesia.
Poi c'è la Società de le Zanzare
co' tutte le Zampane1 trombettiere
ch'aronzeno2 le solite fanfare:
e appresso a le bandiere bosceviche
passeno fra l'evviva e fra li strilli
Vespe, Cecale, Cavallette, Grilli,
Purce, Pidocchi, Vermini e Formiche.
Ecco la Lega de li Sartapicchi3,
ecco la Lega de le Sarapiche4...
Appena lo Scorpione fa er segnale,
er gruppo de le Vespe più ribbelle
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Zanzare.
Eseguono alla peggio
Ragni delle cantine.
Specie di zanzare, pappataci.
se scaraventa addosso a l'animale,
che, ner sentisse puncicà la pelle,
ritira ne la coccia1
le zampe e la capoccia2
per aspettà l'assarto generale.
E l'assarto incomincia. Ogni bestiola
je zompa3 su la groppa, ma so' in tante
che a contentalle tutte è una parola!4
Chi casca, chi se sfregna5 chi se pista6:
ognuna cerca d'arivà per prima
pe' rimané più in vista,
pe' rimané più in cima...
Ma mentre stanno pe' pijà possesso
la Tartaruga sposta piano piano,
scivola, spiomba, casca ner pantano
e se stracina tutti quanti appresso.
Allora lo Scorpione vagabbonno,
ch'assiste sano e sarvo a la rovina,
arza la coda e strilla: — Tutti a fonno!
Viva la faccia de la disciprina!
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Nel guscio.
La testa.
Le salta.
Ce ne vorrebbe!
Si rovina e sfigura.
Si pesta.
FIABE ROSSE
LA PERLA
Er Re Falloppa1 disse a la Reggina:
— Prima de pranzo vattene in cucina
a fa' un pasticcio pe' l'Imperatore
ch'arriva da la Cina. —
E la Reggina, bella che2 vestita,
s'arzò la coda, se sfilò li guanti
e s'appuntò la vesta su la vita:
e doppo d'avé fritta una frittella
ne la reggia padella
la riempì de canditi e de croccanti.
Fu allora che una perla der diadema
cór calore der foco se staccò
e je cascò ner piatto de la crema.
(Er coco se n'accorse, ma a bon conto,
speranno forse che finito er pranzo
l'avrebbe ritrovata in quarche avanzo,
s'ammascherò da tonto3.)
Da qui nacque l'impiccio:
perché l'Imperatore de la Cina
doppo pranzato disse a la Reggina:
— M'ha fatto veramente un bon pasticcio,
ma quer confetto grosso ch'ho inghiottito
me s'era messo qui, ner gargarozzo,
che un antro po' me strozzo...
— Ma che confetto! — je rispose lei —
S'è magnata la perla principale
der diadema reale!
Ereno infatti sette: e mó so' sei!
Propio la perla nera, propio quella
comprata espressamente ner Perù
per un mijone e più...
Ah, poveretta me,
se lo sapesse er Re!...—
Maschera del teatro romanesco del Sette-Ottocento; trasl., individuo vano e
millantatore.
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Di già.
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Da stupido.
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L'Imperatore, ch'era un gentilomo,
je disse: — In de 'sto caso stia sicura
che per domani sarà mia premura
de fajela riavé dar maggiordomo.
Farò fa' le ricerche a un diplomatico,
serio, prudente e pratico,
ch'ogni tantino stampa un Libbro Verde
su quello che se trova e che se perde.
E adesso nun me resta
che chiede scusa de l'inconveniente,
ma tutto passa, e necessariamente
passerà puro questa... —
La sera doppo, infatti sur diadema
de la bella Reggina fu rimessa
la perla... quella stessa
cascata ne la crema.
MORALE
Pe' rimette 'na perla a una corona
qualunque strada è bona.
COME LA VA LA VIÈ1...
Doppo d'avé guardato li reggistri
un Re chiese ar Governo — Come butta?2
— Eh, caro lei, se la vedemo brutta!
— j'arisposero in coro li Ministri —
Se sfoja un momentino er libbro-mastro
nun troverà che debbiti! Un disastro!
Nun c'è più bronzo! Semo disperati!
J'abbasti a di' che l'urtimi bajocchi
l'avemo fatti fa' co' li patocchi3
der vecchio campanile de li frati:
er popolo, però, che se n'è accorto,
già fa foco dall'occhi... E nun ha torto.
Lei lo sa che la fede è necessaria:
ar giorno d'oggi puro er miscredente,
sfiduciato dell'ommini, se sente
come un bisogno de guardà per aria
co' la speranza che le cose belle
se trovino lassù, dietro a le stelle.
— Ma er Governo bisogna che s'industri:
— disse er Sovrano — e, dati li momenti,
rimedieremo co' li monumenti
dell'ommini più celebri e più illustri:
co' tanto bronzo inutile se ponno
rifabbricà li sòrdi che ce vonno.
Tanto se sa: le cose de la terra
potranno cambia forma e cambià nome,
ma la sostanza resta quella, come
succede sempre doppo quarche guerra:
la Giustizzia... er Diritto... li Destini...
come vanno a finì? Tutt'in quatrini. —
L'idea fu buffa, e come è naturale
venne approvata senza discussione.
Subbito se formò la commissione
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La viene.
Qual è la situazione?
Battagli.
pe' requisì la gloria nazzionale,
e detto fatto fecero er dettajo
de quelli più possibbili a lo squajo.
Così, la notte stessa, uno per uno,
vennero messi giù dar piedistallo
sei Padri de la Patria cór cavallo,
un poeta, un filosofo, un tribbuno,
un tenore, un ostetrico, un guerriero
e un martire der Libbero Pensiero.
E er più bello fu questo: che la testa
de quer povero màrtire fu presa
pe' rifà le campane de la chiesa!
Defatti una matina, ch'era festa,
li tre patocchi1 dettero er bongiorno
contenti e soddisfatti der ritorno.
Però de tanto in tanto ogni campana
sonava con un'aria strafottente.
La più grossa diceva: — Dio, che gente!
— Tutti tonti2! — cantava la mezzana.
E la più piccinina de le tre
ridondolò: — Come la va la viè...
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Battagli.
Stupidi.
L’INCORONAZZIONE
Cinque minuti prima de la festa
de l'incoronazzione der Sovrano,
Carlone primo disse ar Ciambellano
che la corona nun j'entrava in testa.
(La corona reale era un coperchio
incastrato in un cerchio
de tutte stelle d'oro
intrecciate fra loro.)
— Oh questa sì ch'è buffa!
— diceva er Re, ner mentre se passava
la mano reggia su la cocciamuffa1 —
O quarchiduno m'ha ristretto er giro
pe' famme un brutto tiro,
oppuramente la capoccia2 mia
è troppo grossa pe' la monarchia... —
Er Ciambellano disse: — O larga o stretta
bisogna che se sforzi e se l'infili;
guardi laggiù: de dietro a li fucili,
c'è tutto quanto un popolo ch'aspetta.
E er popolo ignorante se figura
che quanno un Re mette la corona
sia nato co' la testa su misura.
Se Dio ne guardi l'opinione pubbrica
s'incajasse3 der fatto... bona sera!
Casca er governo e scoppia la repubbrica!...
— Ma prima che me tocchi 'sto disastro
m'incarco4 la corona fino all'occhi!
— strillò er Sovrano — Ce riproverò...
— Forza! — Più giù!... — S'intesero li scrocchi
dell'ossa che cedevano a l'incastro,
e la corona finarmente entrò.
Così Carlone fece la sortita:
ma per tutta la vita
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Testa calva.
Testa.
S'accorgesse.
Mi calco.
rimase co' la punta de le stelle
ficcata ne la pelle
come un'ogna1 incarnita.
E ogni tanto diceva fra de sé:
— Per adesso so' Re:
ma, se domani er popolo ribbelle
rivorrà la Corona, nun me resta
che de daje la testa...
1
Unghia.
LI PECCATI CAPITALI
C'era una vorta un Frate che una sera
nu' j'ariusciva de rientrà ar convento
per via der tempo orribbile che c'era.
Che notte, Dio ce scampi!
Che rimbomba de scrocchi1!
Le strisce de li lampi
j'entraveno nell'occhi,
li scoppi de li furmini
spaccaveno li campi!
L'acqua cascava a secchi, e un boja vento,
che pareva er lamento d'un cristiano,
soffiava e s'infrociava2 a tradimento
pe' sconocchià3 li stecchi
dell'arberi più vecchi.
Er Frate camminava locco locco4,
nun vedeva la croce der convento,
ma sentiva a bon conto la campana
de tant'in tanto che je dava un tocco
come una voce d'incoraggiamento.
Quann'ecchete che tutto in un momento
vidde che da una fossa
sortì una fiamma rossa,
e da la fiamma rossa un omo secco,
brutto, tutto peloso, co' 'na màcchia
de sbrugnoccoli5 in fronte e un naso a becco
che toccava la punta de la scucchia6.
— Chi sei? — je strillò er Frate spaventato
mentre cercava de scappà ner bosco —
Che te s'è sciorto?7 chi te cià chiamato?
Va' via! Nun te conosco!
— Ah, nun me riconoschi! — fece quello —
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Di tonfi, scoppi.
S'infilava.
Sconquassare.
Lemme lemme.
Bernoccoli.
Bazza.
Che cosa vuoi?
Nu' lo sai chi so' io? So' Farfarello8!
So' Farfarello er diavolo a la moda,
fo er frammassone e ciò li tre puntini
sotto l'attaccatura de la coda.
So' Farfarello er diavolo moderno
che nun conta più un cavolo per via
ch'er monno se n'infischia de l'inferno.
Eh! so' passati queli belli tempi
che me ficcavo in corpo a le persone2
co' la scusa de da' li boni esempi:
quanno, pe' mannà avanti la bottega
der mago e de la strega,
ingarbujavo3 er popolo cojone...
Oggi nun vanno più certi spettacoli,
ché er monno s'è cambiato, Frate mio:
nun crede più né ar Diavolo né a Dio,
né le stregonerie né li miracoli!
So' propio stufo, credeme, e oramai
nun m'è rimasto più che er desiderio
de famme frate, e tu m'ajuterai...
— Scherzi o parli sur serio?
— je chiese er Frate — Ma co' che criterio
me vienghi a fa' una simile proposta?
Che faccia tosta! Doppo quer ch'hai fatto
te voressi vestì da francescano,
co' quele corna lì!... Diventi matto?
Se veramente ciai 'sta vocazzione
ritira li peccati capitali
da la circolazzione...
— Ritirà li peccati? È una pazzia!
— rispose allora er Diavolo — Davero
nun saprei dove metteme le mano.
Come diavolo faccio a portà via
l'Accidia a l'impiegati ar ministero
e l'Avarizzia ar principe romano?
Chi strappa la Lussuria a le signore?
Chi pô levà l'Invidia ar commediografo,
ar maestro de musica e ar tenore?
E come levo l'Ira ar peccatore
che quanno sta a magnà sente er fonografo?
8
2
3
Nome di diavolo.
Nei cosiddetti ossessi o indemoniati.
Imbrogliavo.
E così pe' la Gola a li prelati
e la Superbia a li villani ricchi...
Credeme, Frate mio, che 'sti peccati
nu' l'abbolischi manco se l'impicchi...
Tu vai dicenno che la gente pecca
dietro er consijo mio:
e, francamente, questo qui me secca
perché er più de le vorte nun so' io.
Se un giorno, travestito da serpente,
ho imbrojato er prim'omo
co' l'affare der pomo,
l'idea fu de Dio Padre onnipotente.
Lui commannava, e quanno semo ar dunque1
ho ubbidito a un incarico speciale:
forse è per questo che me trovo male
e so' un povero diavolo qualunque.
1906
1
Alla resa dei conti.
LE DECISIONI DER RE
Anticamente, quanno commannaveno
li Re in persona, e solamente loro,
(ché allora nun ce staveno
Cammere der Lavoro),
successe un certo fatto
che a raccontallo mó pare un mistero,
ma che dev'esse certamente vero
perché la Storia nu' ne parla affatto.
Ar tempo, dunque, de la Gattamavola1
c'era una vorta un Re che fu chiamato
a commannà ner Regno de la Favola.
Er Re ciannò. Ma doppo quarche giorno
capì che se trovava in un impiccio
pe' via dell'Orchi che ciaveva intorno:
e Fate e Streghe e Maghi... Era un contorno
che, francamente, nun j'annava a ciccio2.
E lo disse ar Ministro: — Qua bisogna
ch'aprimo l'occhi ar popolo in maniera
che, più che ne le trappole che sogna,
impari a vive ne la vita vera,
lontano da l'imbroji e da li trucchi
che serveno a incantà li mammalucchi.
Vojo che ciabbia fede ner lavoro
e no a la gente che je fa intravede
le galline che fanno l'ova d'oro!
Pe' questo è necessario che arrestate
tutte quante le Fate
e sciojete la Lega
der Mago e de la Strega.
In quanto all'Orco co' la su' compagna
li schiafferemo ignudi in una botte,
piena de vetri e de bottije rotte,
pe' falli rotolà da la montagna...
— Badi, però, ch'è un'arma a doppio tajo:
— disse allora er Ministro — e nun vorrei
1
2
Animale fantastico della favolistica romanesca.
A genio.
che succedesse un guajo...
So' tasti delicati, caro lei...
Er popolo, se sa, da quanno è nato
s'è messo sempre appresso a le persone
che l'hanno minchionato1.
E in certi casi è facile che dia
più retta a un giocatore de prestiggio
che a un professore de filosofia.
Ma se ariva a scoprì che er ciarlatano
che je promette er solito prodiggio
tiè quarche inghippo2 preparato in mano,
eh! allora so' dolori! Nun s'aregge!
Fa giustizzia sommaria,
manna tutto per aria,
nun guarda né la forza né la legge!
Lei, dunque, aspetti. Seguiti a fa' er Re
e li lasci sfogà quanto je pare.
Dia tempo ar tempo. Questo qui è un affare
che sfumerà da sé...
— Se er fatto sta così, tiramo avanti!
— disse er Sovrano — Allora
tanti saluti all'Orco e a la signora,
a li Maghi, a le Streghe... a tutti quanti!
Anzi, v'ariccommanno
d'assicuralli che, pe' parte mia,
vedo con una certa simpatia
tutte le fregature che me dànno.
1
2
Canzonato.
L'impiccio.
TRE PAPPAGALLI
Loreto
È un Pappagallo vecchio. In una zampa
cià intorno un cerchio che c'è scritto l'anno:
milleottocentotré! Dunque saranno
cent'anni e più che campa!
Però nun c'è mai caso che me dica
una parola o un nome
che me l'accerti o me dimostri come
se sia trovato co' la gente antica.
Cià solo l'abbitudine
che quanno j'arigalo un biscottino
me dice: grazzie, eppoi me fa un inchino
quasi pe' dimostrà la gratitudine...
E questo abbasta pe' capì ch'è nato
ner secolo passato.
Cocò
Puro Cocò nun parla quasi mai.
Sta sempre a la finestra, ma nun bada
ar solito via-vai
de la gente pe' strada:
o che venga o che vada
n'ha vista tanta, ormai!
Passa un corteo co' la bandiera rossa?
Cocò nun se scompone.
Passa la processione?
Cocò nun fa una mossa...
O che s'affacci un Papa o arivi un Re
Cocò resta tranquillo ne la gabbia:
guarda senza fiatà. Pare che ciabbia
l'anima foderata de mené1...
Io me lo guardo e penso:
— Povera bestia! O s'è rincojomta
oppure è un Pappagallo de bon senso
che ha capito la vita.
1
Me ne frego; nel Belli: «Lo sciroppetto del dottor Mené ».
Fofò
Poi c'è Fofò ch'è veramente buffo:
perché quanno se trova tra la folla
zompa come una molla e ingrufa1 er ciuffo.
Forse je piacerà
la popolarità.
Prova ne sia che appena
fa l'atto de discorre
c'è tutto quanto un popolo che corre
pe' gustasse la scena.
E allora parla. Che je dice? Gnente:
ma je spiattella quarche parolona
cercanno d'annà appresso a la corrente,
così contenta tutti e ar tempo istesso
s'assicura un bellissimo successo.
Fofò, che in questo rappresenta er vero
Pappagallo moderno, è er più felice,
perché chiacchiera sempre e quer che dice
nun ha bisogno de nessun pensiero.
1
Arruffa.
TROPEA1
Sotto la luce gialla d'un lampione
c'è un mucchio de persone
che guarda, ride e parla allegramente.
— Ch'è stato? — Che succede?
— Ah, gnente: è un intoppato2
ch'ha inciampicato in mezzo ar marciapiede.
— Perdio! che s'ha da vede! —
E l'imbriaco prova
d'arzasse su, ma scivola e s'attacca
in un punto d'appoggio che nun trova.
Chi j'incarca er cappello,
chi je tira la giacca...
— Bisognerà riarzallo, poverello...
— E là3, nun l'ajutate,
sinnò finisce er bello!
Se famo4 du' risate...
— Chi sarà? — Chi lo sa? Me sta in idea
che sia quer Capolega co' la panza
ch'ogni vorta che fanno un'adunanza
se pija una tropea...
— Se vede che stasera l'assembrea
ciaveva quarche affare d'importanza... —
Er Capolega, intanto,
ch'è rimasto a sedè su lo scalino,
chiacchiera cór lampione che cià accanto;
e je dice: — Pur'io so' come te,
libbero cittadino,
e vojo beve er vino
come la borghesia beve er caffè.
Se sa: chi va da Pippo e chi d'Aragno5
ner modo come sente l'ideale.
Sei socialista, tu? Sei solidale?
E allora abbraccicamose6, compagno!
Damose un bacio! Speciarmente poi
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5
6
Sbornia.
Ubriaco.
Eh via!
Ci facciamo.
Famoso caffè in via del Corso.
Abbracciamoci.
che in oggi nun è facile da vede
du' socialisti tanto in bona fede
che vadino d'accordo come noi.
Dice: tutti per uno! Se capisce!
Per esse forti e libberi ce vô
quela cosa che lega e che riunisce...
Percui... viva la So...
viva la Sodilà...
la Solitarietà...
ER PROFESSORE DE FILOSOFIA
Lo chiamaveno er Matto, poveraccio!
Invece era un filosofo, purtroppo!
Pallido, allampanato, mezzo zoppo,
con un fascio de libbri sotto ar braccio
pareva che covasse li misteri
dedietro ar vetro de l'occhiali neri.
A mezzoggiorno lo vedevo spesso
ch'entrava a l'Osteria de la Speranza
pe' cojonà lo stomaco e la panza
con un po' de minestra e un po' d'allesso,
ché er Professore, fra li tanti guai,
magnava poco e chiacchierava assai.
Se aveva da discute d'una cosa
pesava le parole, e piano piano
se grattava la barba co' la mano
con una mossa seria e pensierosa,
come se ricercasse in mezzo ar pelo
l'idee che je veniveno dar Celo.
E che discorsi! Robba mai sentita!
Dice: — Laonde la Raggione pura
dimostra come in tutta la Natura
esiste un'armonia prestabbilita:
er Sole è tondo, ma se fosse ovale
se chiamerebbe Sole tale e quale… —
Benché nessuno ce capisse un fico
tutti quanti je daveno raggione;
e quanno l'oste, ch'era un vassallone1.
l'approvava in un modo che nun dico2
er Professore se copriva l'occhi
per aspettà la fine de li scrocchi3.
Allora s'arrabbiava: e quarche vorta
faceva un gesto tanto esaggerato
ch'er vecchio manichetto inammidato
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Un chiassone, un burlone.
Indecente.
Rumori.
sortiva da la manica un po' corta,
se scartocciava, je zompava1 via
e ruzzicava2 in mezzo a l'osteria.
— Per me, — me disse un giorno — nun c'è gnente:
io nun credo né all'ommini né a Dio...
— A le donne, però? — je chiesi io —
Dico: ce crederà sicuramente...
Come? nemmanco a quelle? Abbia pazzienza,
ma così s'avvelena l'esistenza!
Chi vive senza fede e senza amore
nun pô sentisse l'anima tranquilla:
la fede è l'acciarino che scintilla
su le speranze che ciavemo in core,
e la prima speranza è sempre quella
d'esse capito da una donna bella.
Lei ciavrà avuto una persona cara,
forse un'amica... — Lui me disse un nome,
però lo disse a mezza bocca, come
se masticasse una parola amara:
poi s'aggiustò l'occhiali, ma nun tanto
da nun fa' vede er luccichio der pianto.
E, un po' scocciato per avello detto,
tossì, sputò, se soffiò er naso e rise:
se leccò un deto3 e subbito se mise
a sfojà le facciate d'un libbretto;
sfoja che t'arisfoja scappò fòra
mia fotograffia d'una signora.
— Eccola! — disse — Forse lei s'immaggina
ch'io sia tarmente stupido e balordo
da tenella qui drento pe' ricordo...
No, no... me serve per segnà la paggina... —
Io nun risposi e dissi in mente mia:
— Che fregatura la filosofia!
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Gli saltava.
Ruzzolava.
Dito.
ER VENTO E LA NUVOLA
Una Nuvola nera disse ar Vento:
— Damme un appuntamento
perché stanotte ho da coprì la Luna.
— E indove vôi che venga? — Verso l'una
dedietro ar campanile der convento.
Se tratta de questioni delicate:
— disse piano la Nuvola — ho scoperto
un buggerìo1 de coppie innammorate
che la notte se baceno a l'aperto.
E un'immoralità
che propio nun me va!
— Quanto sei scema, Nuvoletta mia!
— je fece er Vento — Vôi coprì l'amore,
ch'è la cosa più bella che ce sia.
e lasci a lo sbarajo2 tanta gente
che s'odia e che se scanna inutirmente!
Guarda, infatti, laggiù. Li vedi quelli
che stanno a liticà su la piazzetta?
J'abbasta l'aria d'una canzonetta
pe' faje mette mano a li cortelli,
senza manco pensà che so' fratelli
e che cianno una madre che l'aspetta! —
La Nuvoletta, ner vedé la scena,
sbottò3 in un pianto, fece uno sgrulone4
e fracicò5 un filosofo cojone
che stava a rimirà la luna piena.
— So' le stelle che sputeno sur monno!
— disse tra sé er filosofo — So' loro!
Hanno raggione, in fonno!
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Un gran numero.
Lasci liberi.
Diede.
Acquazzone.
Infradiciò.
LA GENTE
1927
L'OMO FINTO
Dice che un giorno un Passero innocente
giranno intorno a un vecchio Spauracchio
lo prese per un Omo veramente;
e disse: — Finarmente
potrò conosce a fonno
er padrone der monno!
Je beccò la capoccia1, ma s'accorse
ch'era piena de stracci e de giornali.
— Questi — pensò — saranno l'ideali,
le convinzioni, forse:
o li ricordi de le cose vecchie
che se ficca nell'occhi e ne l'orecchie.
Vedemo un po' che diavolo cià in core...
Uh! quanta paja! Apposta pija foco
per così poco, quanno fa l'amore!
E indove sta la fede?
e indove sta l'onore?
e questo è un omo? Nun ce posso crede...
— Certe vorte, però, lo rappresento,
— disse lo Spauracchio — e nun permetto
che un ucello me manchi de rispetto
cór criticamme quello che ciò drento.
Devi considerà che, se domani
ognuno se mettesse a fa' un'inchiesta
su quello che cià in core e che cià in testa,
resteno più pupazzi che cristiani.
1
La testa.
LA VOCE DE LA COSCENZA
La sora Checca pare una balena:
ogni passo che fa ripija fiato:
però sotto quer grasso esaggerato
ce sta riposta un'anima che pena.
Era felice, ma la boja1 sorte
la fece restà vedova du' vorte.
Cià avuto du' mariti, sarvognuno!
Due se n'è messi all'anima2, purtroppo!
Gustavo prima e Benvenuto doppo
je so' campati dodicianni l'uno,
e adesso se li porta appennolone3
attaccati a lo stesso medajone.
Li tiè rinchiusi in un cerchietto d'oro
da una parte e dall'antra, sottovetro:
Gustavo avanti e Benvenuto dietro,
che così nun se vedeno fra loro
e ognuno se figura e se consola
d'esse rimpianto da una parte sola.
Fa l'impressione che la vedovanza
je venga reggistrata da un controllo,
perché li du' ritratti che cià ar collo
je vanno a sbatte propio su la panza4
e li mariti, cór girasse intorno,
se dànno er cambio cento vorte ar giorno.
Gustavo è pensieroso e guarda storto
quasi che prevedesse l'accidente;
invece Benvenuto è soridente
come fosse contento d'esse morto,
ma ce se vede in tutt'e due la posa
de gente che sospetta quarche cosa.
La sora Checca, infatti, cià er rimorso
che quann'er primo stava ancora ar monno
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Cattiva.
Ne ha fatti morire.
Penzoloni.
Pancia.
faceva già la scema1 cór seconno
in una certa cammeretta ar Corso2:
però je le metteva bene assai
perché Gustavo nu' lo seppe mai.
Poi Benvenuto se la prese3 lui.
— Io me te spòso subbito — je disse —
purché me giuri de nun famme er bisse4
co' quarcun'antro de l'amichi tui...
— Oh! — fece lei — ce mancherebbe questa!
Per chi me pigli?... — E j'allisciò la testa.
Je fu fedele? Nun garantirei;
prova ne sia ch'adesso s'è avvilita
pe' la paura che nell'antra vita
li du' mariti parlino de lei:
e quanno ce s'affissa cór pensiero
je pare de sentilli pe' davero.
Gustavo dice: — Vojo sapé tutto!
De me che te diceva? — Ch'eri un porco:
quanno partivi tu, partiva l'orco:
diceva ch'eri grasso, ch'eri brutto,
che nun facevi gnente de speciale...
— E invece me chiamava l'ideale!
In dodicianni, dunque, ha sempre finto!
— strilla Gustavo — Nu' l'avrei creduto!
— Abbi pazzienza: — dice Benvenuto —
è stata propio lei che me cià spinto;
der resto, tu lo sai che nun so' pochi
quelli che ce facevano li giochi5.
Se te dovessi fa' tutta la lista!
L'avvocatino der seconno piano,
er barone, er curato, er capitano,
perfino Giggi, quel'elettricista
ch'un giorno j'ha rimesso er campanello...
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Amoreggiava.
L'antica via del Corso, che da porta del Popolo conduce a piazza Venezia.
Sottinteso «in moglie».
Il bis.
Ci si divertivano.
— Pure co' quello lì? — Pure co' quello! —
'Sta voce che risente così spesso
nun è che la coscenza che lavora
su li peccati che faceva allora
rimossi da li scrupoli d'adesso:
e le scappate fatte, o belle o brutte,
una per una, le rivede tutte.
Apposta soffre: ché le pene sue
so' appunto li ricordi de 'sti fatti:
allora se riguarda li ritratti,
pulisce er vetro, bacia tutt'e due
e, sospiranno, fiotta1 a denti stretti:
— Ereno tanto boni, poveretti!
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Si lagna.
LE LETTERE
La Marchesa teneva tutte quante
le lettere d'amore e de passione
ner tiratore1 in fonno ar credenzone2,
impacchettate amante per amante,
assieme a li ritratti de l'amichi
ch'ha conosciuto ne li tempi antichi.
Io come cammeriera de fiducia,
ch'ogni tanto ce pijo confidenza,
jeri je chiesi: — Ma perché, Eccellenza,
nun butta quela robba e nu' l'abbrucia?
Er signorino, capirà da lei,
ormai s'è fatto granne, e nun vorrei... —
Lei me rispose: — Sì! Ma, da una parte,
distrugge 'sti ricordi è un gran dolore!
Tu nun sai quante lagrime d'amore
ce so' riposte drent'a quele carte!
Tutta una vita! Pensa! Ma, der resto,
se l'avemo da fa', famolo presto. —
E giusto jerassera, co' la cosa3
ch'er signorino fu invitato a un ballo,
se semo chiuse ner salotto giallo
pe' fa' l'operazzione dolorosa.
— Su! Stia alegra! — j'ho detto — Doppo tutto,
er bello ch'è passato è quasi brutto... —
E avemo preso er tiratore in due
così, come se porta una barella.
Lei piagneva e rideva, poverella:
e nun capivo se le labbra sue
in quer momento avessero deciso
l'urtimo pianto o l'ultimo soriso.
— Incominciamo — ha detto la Marchesa —
da quelle che me scrisse Mario mio...
— Povero Mario! — ho sospirato io:
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Nel cassetto.
Nell'armadio grande.
Colta l'occasione.
e l'ho buttate ne la stufa accesa
che ce guardava a gola spalancata
come un mostro ch'aspetta l'imboccata.
— Ecco quelle de Pio... Quant'era caro!
Ecco tutto Lullù... Quant'era bello!... —
Insomma, pija questo e pija quello,
me n'ha passate quarche centinaro:
e io, de prescia1, le buttavo drento
pe' paura de quarche pentimento.
Solo co' li ritratti, certe vorte,
me fermavo a guardalli incuriosita.
In uno c'era: — A Lidia, per la vita! —;
in un antro: — Con te, fino a la morte!.. —
Poveri amori eterni, che saranno
rimasti in vita poco più d'un anno!
Ma più de tutto so' restata male
quanno ho veduto la fotografia
d'un tenentino de cavalleria...
— Vedi? — m'ha detto — questo è er generale. —
Dico: — Ma quale? quello cór panzone2?
Madonna santa, che disillusione!... —
Trent'anni de sospiri e de pensieri
in tre minuti so' finiti in gnente.
Er foco schioppettava3 allegramente
come se l'abbruciasse volentieri,
e a mille a mille le faville d'oro
pareva che scherzassero fra loro.
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3
In fretta.
Col pancione.
Scoppiettava.
LA CICATRICE
Annavo a cena lì, tutte le sere:
e intorno a quelo stesso tavolino
veniva un professore de latino,
un maestro de musica, un barbiere
e un certo generale mezzo sordo
che se chiamava... nun me ne ricordo.
Chi generale fosse era un mistero;
ma pe' noi ciabbastaveno l'impronte
d'una ferita che ciaveva in fronte
mischiata co' le rughe der pensiero:
pe' questo era tenuto, e co' raggione,
in una certa considerazzione.
Nun dico mica ch'ogni cicatrice
sia una marca de fabbrica d'eroi:
ma, quelo lì, ciaveva er tipo, eppoi
quann'uno ner parlà dice e nun dice
finisce pe' fa' crede pure a quello
che nemmanco je passa p'er cervello.
— Benché so' vecchio ce ritornerei... —
diceva spesso, e nun diceva dove:
e ce parlava der cinquantanove,
e ce parlava der sessantasei,
de Garibaldi, de l'Italia unita...
ma nun parlava mai de la ferita.
Così la cosa rimaneva incerta,
e se quarcuno je lo domannava
invece de risponne ce se dava
una gran botta1 co' la mano aperta,
e barbottava2: — Chi lo sa che un giorno
nun dica tutto?... — E se guardava intorno.
Ma quer giorno, però, nun venne mai:
e er vecchio, come fu come nun fu,
tutt'in un botto3 nun se vidde più:
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2
3
Un gran colpo
Brontolava.
All'improvviso.
cosa che all'oste j'arincrebbe assai
perché nun solo je voleva bene,
ma j'avanzava più1 de quattro cene.
Finché una sera, doppo quarche mese,
mentre stavamo a cena tutti quanti,
s'aprì la porta e ce se fece avanti
una povera vecchia che ce chiese:
— Scusate tanto: — dice — è in de 'sto sito
che veniva er mi' povero marito?
— Chi? — chiese l'oste — quer vecchietto, forse
co' quela cicatrice? er generale? —
La vecchia a 'ste parole restò male,
ma lì pe' lì nessuno se n'accorse.
— Be', — dice — l'antro giorno a l'improviso,
Dio ce ne scampi, è annato in Paradiso.
Lassù, purtroppo! — E con un viso affritto
che veramente ce commosse a tutti,
arzò le braccia verso li preciutti2
attaccati sur trave der soffitto.
— Lassù, purtroppo! E nun c'è più riparo,
povero Checco ch'era tanto caro!
Un vero galantomo: tanto onesto
che all'urtimi momenti m'ha chiamato
pe' via d'un certo conto ch'ha lasciato...
— Oh, nun è er caso de parlà de questo!
— je disse l’oste — Senza comprimenti:
una sciocchezza... Diciannove e venti! —
Doppo un silenzio che durò un minuto
s'arzò er barbiere e disse: — È doveroso
che, ar vecchio eroe modesto e valoroso
je venga dato l'urtimo saluto!
È cór core strazziato che m'inchino
tanto ar sordato quanto ar cittadino!
E, per te, che rimani ne le pene,
per te, povera vedova der morto,
1
2
Gli era in credito di più.
I prosciutti.
chi trova una parola de conforto?
Iddio lo sa se je volevi bene!
— Ah, questo è certo! — sospirò la vecchia —
J'avrei portato l'acqua co' l'orecchia1!
Stavamo sempre come pappa e cacio;
tutte le sere, prima d'annà a letto,
se facevamo er solito goccetto2:
Addio Nina... addio Checco... damme un bacio...
In sessantanni e più, solo una vorta
avemo liticato fôr de porta.
E fu precisamente in una festa:
mentre ballavo con un bersajere,
povero Checco me tirò un bicchiere
e io je detti una bottija in testa:
lo presi in fronte, disgrazziatamente,
e je restò lo sfreggio permanente!
1
2
Avrei fatto l'impossibile per contentarlo.
La solita bevutina.
ER PUDORE
In fonno all'orto c'è un pupazzo1 antico;
un gueriero de marmo, tutto ignudo:
co' la spada e lo scudo
e la foja de fico.
Una Lumaca scivola e je striscia
su la parte più lucida e più liscia
e se ferma in un posto che nun dico...
Ossia lo dico subbito, perché
co' quarche moralista c'è pericolo
che vada cór pensiero a chi sa che!
Se tratta der bellicolo2.
Ecco che un Ragno nero,
ch'ha filato una tela rilucente
da la spada a la testa der gueriero,
(l'ha fatto certamente
pe' regolà l'azzione cór pensiero),
je va incontro e je chiede: — E indove vai?
Una Lumaca onesta nun fa mai
passeggiate sur genere de questa:
se poi perdi la stima, come fai? —
A la parola stima
la Lumaca s'imbroja, se confonne:
poi, risoluta, corre e s'annisconne
sotto a la foja che v'ho detto prima.
E dice ar Ragno: — Vedi, amico mio?
Ho conosciuto un sacco3 de signore
che in certi casi sarveno er pudore
co' lo stesso sistema che ciò io...
1
2
3
Una statua.
Dell'ombelico.
Un gran numero.
L'ONORE
— Povera società senza giudizzio!
Povera nobbirtà senza decoro!
— diceva un Rospo verde in campo d'oro
dipinto su uno stemma gentilizzio. —
Che diavolo direbbe l'antenato
se doppo dieci secoli a di' poco
sapesse ch'er nepote vince ar gioco
cór mazzo de le carte preparato1?
— Va' là! — je fece un'Aquila d'argento
appiccicata su lo stemma stesso. —
Quel'antenato che stimamo adesso
nun era che un teppista der Trecento.
È er tempo che nobbilita: per cui
è inutile che peni e te ciaffanni.
Er nipote che rubba, tra mill'anni,
diventa un antenato puro lui.
1
Contrassegnato per barare.
LA POESIA
Appena se ne va l'urtima stella
e diventa più pallida la luna
c'è un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s'agguatta1 fra li rami de la pianta,
sgrulla2 la guazza, s'arinfresca e canta.
L'antra matina scesi giù dar letto
co' l'idea de vedello da vicino,
e er Merlo, furbo, che capì el latino
spalancò l'ale e se n'annò sur tetto.
— Scemo! — je dissi — Nun t'acchiappo mica... —
E je buttai du' pezzi de mollica.
— Nun è — rispose er Merlo — che nun ciabbia
fiducia in te, ché invece me ne fido:
lo so che nun m'infili in uno spido3,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
è che me schiaffi in una poesia.
È un pezzo che ce scocci co' li trilli!
Per te, l'ucelli, fanno solo questo:
chiucchiù, ciccì, pipì... Te pare onesto
de facce fa' la parte d'imbecilli
senza capì nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?
Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t'arillegra er core
nun è pe' gnente er canto de l'amore
o l'inno ar sole o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d'avé fatto una bona diggestione.
1
2
3
S'acquatta, si nasconde.
Scrolla.
Spiedo.
LI SETTE PECCATI
SUPERBIA
La principessa è bella e cià un gran nome,
però è superba: e, se ce fate caso,
quanno saluta fa una smorfia come
se ciavesse la puzza sotto ar naso1.
Dice ch'è aristocratica e se vede,
è de famija antica e ve l'ammetto;
ma quela smorfia... No, nun posso crede
che l'antenati faccino 'st'effetto!
1
Si dice di chi mostra alterigia.
AVARIZZIA
Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.
Allora dice: — Quelli li do via
perché ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza... —
E li ripone ne la scrivania.
LUSSURIA
La Venere, coperta da una pianta
che je serve da ombrello quanno piove,
è tutta quanta ignuda: tutta quanta
liscia, pulita, lucida... Però,
a un certo punto, nun ve dico dove,
c'è scritto: «Checco Nocchia d'anni ottanta.
Roma, sei maggio novecentonove...»
Che voleva er sor Checco? Nu' lo so...
IRA
Lidia, ch'è nevrastenica, è capace
che quanno liticamo per un gnente
se dà li pugni in testa, espressamente
perché lo sa che questo me dispiace.
Io je dico: — Sta' bona, amore mio,
ché sennò te fai male, core santo... —
Ma lei però fa peggio, infino a tanto
che quarcheduno1 je ne do pur'io.
1
Qualcuno.
INVIDIA
Su li stessi scalini de la chiesa
c'è uno sciancato co' la bussoletta1
e una vecchietta co' la mano stesa.
Ogni minuto lo sciancato dice:
— Moveteve a pietà d'un infelice
che so' tre giorni che nun ha magnato... —
E la vecchia barbotta2: — Esaggerato!
1
2
Recipiente di latta usato dai mendicanti per raccogliere le elemosine.
Borbotta.
GOLA
Er poverello è uscito dar trattore
e guarda er fagottello de l'avanzi:
— Dio! quanta robba! c'è da fa' tre pranzi!
oggi c'è da magnà come un signore... —
Carne, pesce, insalata, pecorino...
È tutto un mischio1: e in mezzo c'è perfino
un bignè co' la crema. Er poverello
incomincia da quello.
1
Un miscuglio.
ACCIDIA
In un giardino, un vagabbonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato1,
che manco se distingueno le forme.
Passa una guardia: — Aló! — dice — Cammina
Quello se smucchia2 e j'arisponne: — Bravo!
Me sveji propio a tempo! M'insognavo
che stavo a lavorà ne l'officina!
1
2
Rannicchiato.
Si tira su e si ricompone.
PAPPAGALLI E SCIMMIOTTI
Oggi, ne la foresta,
c'è la gran festa de li Pappagalli.
Loreto primo, cór pennacchio in testa
e l'uniforme verde a bordi gialli,
dà un pranzo a lo Scimmiotto Scimpanzè
Imperatore e Re.
A lo spumante, come vô l'usanza,
Loreto s'arza e dice: — Maestà!
un'amicizzia come questa qua
me cresce de prestiggio e d'importanza.
Noi sapemo ch'er popolo, oggiggiorno,
vô che un Sovrano faccia bene er gesto:
in quanto ar resto nu' j'importa un corno.
E lei, che, grazziaddio, cià quattro mani
e pô fa' quattro gesti in una volta,
è er più bravo de tutti li sovrani! —
Lo Scimmiotto, commosso,
doppo d'avé pulito la Reggina
che s'è sversata lo spumante addosso,
s'arza, s'inchina e j'arisponne: — Sire!
Nell'epoca attuale
er Pappagallo è l'unico animale
che ciabbia veramente un avvenire.
Io, ne convengo, fo le mosse bene:
però, senza la chiacchiera, che vale,
la commediola de le controscene?
Qui nun ce manca che una cosa sola:
un cervello che pensi per davero...
Ma a che serve, in politica, er pensiero?
Basta la mossa e basta la parola.
Perfino l'Omo, che raggiona assai,
quanno fa la politica sur serio
aggisce cór medesimo criterio
e quer che pensa nu' lo dice mai.
L'ILLUSI
Un vecchio Sorcio anarchico, in un giro
de propaganda rivoluzzionaria,
chiese un aiuto a la Marmotta e ar Ghiro.
— Avemo da mannà tutto per aria!
— strillava er Sorcio — vojo fa' la guerra
a tutte l'ingiustizzie de 'sto monno,
a tutti li soprusi de la terra!
Quanno te svejerai, vecchia Marmotta
impastata de sonno? nu' lo sai
che la vita è una lotta?
— Nu' ne sento er bisogno!
— rispose la Marmotta insonnolita —
Perché me scocci l'anima? La vita
per me nun è che un sogno...
— E tu, compare Ghiro, nun te mòvi?
Perché nun canti l'Internazzionale?
Bisogna che te formi un Ideale
verso la luce de li tempi novi...
— Io — fece quello — poco me ne curo:
ché l'Ideale mio nun me lo formo
antro che quanno dormo.
Viva la faccia1 de restà a lo scuro!
— Allora — disse er Sorcio — annate ar diavolo,
poveri sognatori de mestiere,
che pe' paura de le cose vere
chiudete l'occhi e nun vedete un cavolo!
Ve compatisco, o stupide bestiole
ch'odiate er sole e che vivete senza
un filo d'esperienza...
— Ma state peggio voi, poveri illusi!
— je disse er Ghiro — voi che sete certi
de vince l'ingiustizzie e li soprusi!
Io, quanno sogno, tengo l'occhi chiusi:
ma quanno sogni tu, li tenghi aperti...
1
Che bella cosa!
NOVE FAVOLE NOVE
L'OPPORTUNISMO
Ner mejo de la lotta
fra li Sorci e l'Ucelli,
ce fu la Lega de li Pipistrelli
che s'ariunì d'urgenza in una grotta.
— E noi che famo? — chiese er Presidente,
che pe' paura d'esse compromesso
era rimasto sempre indipennente —
Er sorcio, ne convengo, c'è parente,
ma de l'ucello se pô di' l'istesso. —
Un Pipistrello, che parlava in nome
der gruppo de le Nottole, rispose:
— Prima vedemo come
se metteno le cose.
La vecchia tradizzione der partito
c'insegna de decide l'intervento
all'urtimo momento,
quanno tutto è finito.
Pe' questo aspetterei
che se formi er corteo der vincitore
per imboccasse1, senza fa' rumore,
framezzo a le bandiere e a li trofei.
Io, infatti, da che vivo,
ogni tre mesi cambio distintivo
e vado appresso a tutti li cortei.
1
Per inserirsi.
ER PROPIO DOVERE
— Er mi' padrone è un celebre strozzino,
— diceva un Cane — che me tiè ar cancello
pe' nun fa' entrà li ladri ner villino.
Ognuno che ne capita è un macello!
So' vecchio der mestiere
e faccio er mi' dovere...
Ma, a furia de da' addosso a tanta gente
che s'approfitta de la robba artrui,
più d'una vorta m'è venuto in mente
de mozzicà li stinchi1 pure a lui...
Ma er dovere m'impone
de rispettà er padrone...
1
Mordere i polpacci.
LA VANAGLORIA
Vinta che fu la guerra, er battajone
che sonava la marcia trionfale
sfilò davanti ar Re.
Taratazun tetè...
In prima fila, er vecchio generale
a cavallo a un magnifico stallone
apriva er defilé1.
Er Re volle parlà. Dice: — La Storia
oggi ce mette in una nova luce.
Onore a voi, sordati! e onore ar Duce
che v'ha portati dritti a la Vittoria!
E io so' veramente soddisfatto
de rivedello in testa ar reggimento... —
Fu allora ch'er cavallo, un po' distratto,
fece un inchino de ringrazziamento.
1
La sfilata delle truppe.
ER BONSENSO
Volevo fa' covà da la Gallina
un ovo fresco d'Aquila imperiale.
— Se te viè bene, — dissi — pe' Natale
sarai trattata come una reggina.
Nun è da tutti de covà un ucello
nobbile e coraggioso come quello! —
La Gallina rispose: — Fosse vero!
Ma come fo se l'Aquila che sorte
trova un cortile invece d'una Corte
e un sottoscala invece d'un Impero?
Se prima nun pulisci er gallinaro,
bonanotte, Gesù, che l'ojo è caro1!
È tradizione che un sagrestano, spegnendo a notte per economia la lampada della
chiesa, pronunciasse queste parole rimaste proverbiali. Qui significano: è inutile,
non c'è più niente da fare.
1
PAROLE E FATTI
Certi Sorcetti pieni de giudizzio
s'ereno messi a rosicà er formaggio,
quanno, ner vede un Gatto de passaggio,
fecero finta de tené un comizzio.
Un Sorcio, infatti, prese la parola
con un pezzo de cacio ne la gola.
— Colleghi! — disse — questa è la più forte
battaja der pensiero che s'è vista:
io stesso lotterò pe' la conquista
de l'ideale mio fino a la morte!
Voi pure lo farete, so' sicuro... —
Ogni Sorcetto j'arispose: — Giuro!
— Fanno le cose propio ar naturale,
— disse er Miciotto — come fusse vero!
L'appetito lo chiameno Pensiero,
er formaggio lo chiameno Ideale...
Ma io, però, che ciò l'Istituzzione
me li lavoro tutti in un boccone.
ER CERVO
Un vecchio Cervo un giorno
sfasciò co' du' cornate
le staccionate che ciaveva intorno.
— Giacché me metti la rivoluzzione,
— je disse l'Omo appena se n'accorse —
te tajerò le corna, e allora forse
cambierai d'opinione...
— No, — disse er Cervo — l'opinione resta
perché er pensiero mio rimane quello:
me leverai le corna che ciò in testa,
ma no l'idee che tengo ner cervello.
LA SCAPPATELLA DEL LEONE
Una vorta er guardiano d'un serrajo
lassò per uno sbajo
uno sportello de la gabbia aperto.
— Giacché me se presenta l'occasione,
— disse er Re der Deserto — me la squajo1... —
E zitto zitto escì da la priggione.
— Indove te ne vai? — chiese la Jena.
El Leone rispose: — Ar Colosseo,
a magnà li cristiani ne l'Arena. —
La Jena disse: — Quanto me fai pena,
povero babbaleo2!
Che credi? de rifa la pantomima
de le bestie ch'esciveno de fòra3,
cór pasto de le berve come allora
e li martiri pronti come prima?
Nun hai saputo che, da un pezzo in qua,
è proibbito d'ammazzà la gente
senza er permesso de l'Autorità?
Tu rischi de restà senza lavoro:
da' retta a me, collega mio, rimani:
e lassa che li poveri cristiani
se magnino fra loro.
1
2
3
Me la svigno.
Minchione.
Fuori.
LA GALLINA CHE COVAVA...
Un Gatto senza un filo de riguardo
rubbò l'ovo a una Biocca1 e, d'anniscosto,
propio a lo stesso posto,
je ce messe una palla de bijardo.
Quella, soprappensiero,
nun s'accorse der cambio e la covò
come se fosse stata un ovo vero.
Cloclò, cloclò, cloclò...
— Chissà che bell'ucello scappa fòra
da un ovo così bello e rilucente!
— diceva fra de sé — nun vedo l'ora! —
E lo covava premurosamente.
Ma un giorno che scoprì la marachella
incominciò a beccallo a tutto spiano
finché se ruppe er becco, poverella!
E l'ovo, manc'a dillo, restò sano.
Caro avvocato, è un pezzettino ormai
che predichi la Pace Universale:
so' trent'anni ch'aspetti l'Ideale,
ma 'sto giorno de Dio nun spunta mai!
Per questo, se te guardo,
rivado cór pensiero a la Gallina
che covava le palle de bijardo.
1
Chioccia.
L'EDITTO
Er Re Leone fece uscì un editto
indove c'era scritto:
— Chi sparlerà der Re de la Foresta
sarà mannato ar tajo de la testa. —
Doppo 'sto manifesto è naturale
ch'ogni animale rimaneva zitto.
Una Gallina chiese ar Cane: — E tu?
come la pensi? — Eh, — dice — su per giù,
io credo che la penso come te... —
Allora er Cane fece: — Coccodè... —
e la Gallina je strillò: — Bubbù... —
Un Pollo solamente nun capì1
e cominciò a cantà: — Chicchirichì... —
Ma, da quer giorno, nun s'intese più.
Gli ultimi versi di questa poesia furono subito, nella stessa edizione, corretti o
attenuati per consiglio (così crediamo) della censura: «Nun ce fu che un galletto
gnoccolone — che forse nun capì — e cominciò a canta: chicchirichì... — Ma
quello lì lo misero in priggione»
1
LO SPECCHIO
Ogni vorta che vado dar barbiere,
ner vede quela fila de me stessi
allineati come tanti fessi
ner gioco che me fanno le specchiere,
nun posso sta' se nu' je fo un versaccio
pe' vedelli rifà quelo che faccio.
Metto fòra la lingua, e cento lingue
me rifanno la stessa pantomima;
ogni testa ubbidisce: da la prima
all'urtima, ch'appena se distingue,
pareno ammaestrate a la parola
sotto er commanno d'una guida sola.
Se invece penso a te, ciumaca mia1,
nun potrei garantì che, ner ricordo,
queli me stessi vadino d'accordo
come ner gioco de fisonomia;
anzi, quarcuno dubbita e me pare
che nun veda le cose troppo chiare.
Qualunque idea me nasce ner cervello
se cambia così presto e così spesso
che nun fo in tempo de guardà me stesso
che già er pensiero mio nun è più quello.
Immaggina un po' tu quelo che sorte
da un omo che rifrette cento vorte!
Ciò fatto caso giusto stammatina;
doppo d'avemme insaponato er viso
er barbiere m'ha chiesto a l'improviso:
— L'ha più rivista quela signorina?
— Chi? — dico — Bice? — E m'è rimasta come
la bocca amara ne' ridì quer nome...
Subbito cento bocche, tutte eguale,
piegate ne la smorfia d'un dolore,
hanno inteso er rimpianto d'un amore,
hanno ridetto er nome tale e quale;
ma quant'idee diverse! quante cose
1
Bella mia.
leggevo in quele facce pensierose!
Io dicevo: — Oramai tutto sfumò... —
E quelli appresso: — Certo... — Chi lo sa?...
— E se tornasse? — Che felicità!
Ce faccio pace subbito... — Però...
Doppo quela scenata che ce fu...
è forse mejo che nun torni più.
— Me ricordo li baci de quer giorno...
— E quelo schiaffo che j'appiccicai...
— Sì, feci male... — Feci bene assai!
Ciaveva un conte che je stava intorno...
Era un'infame... — Un angelo... — Una strega...
— Chi se la pô scordà?... — Chi se ne frega! —
E scoprivo in ognuno un pentimento,
una gioja, un rimorso, un desiderio...
Ma quanno me so' visto così serio
m'è venuto da ride... E tutti e cento
m'hanno risposto, pronti a la chiamata,
con una risatina sminchionata1.
1
Scanzonata.
SOGNI
Da un anno, ogni notte, m'insogno e me pare
d'annà in un castello
che guarda sur mare;
nun sogno che quello.
C'è Pietro, er portiere, ch'appena me vede
se leva er cappello, s'inchina e me chiede:
— Sta bene, Eccellenza? Sta bene, padrone? —
E tutto contento richiude er portone.
Qualunque portiere che v'apre la notte
ve manna a fa' fotte;
invece c'è Pietro che sente er bisogno
de dimme 'ste cose gentile e sincere
che solo da questo capisco ch'è un sogno.
Che bravo portiere!
Er mastro de casa, ch'è un vecchio mezzano,
m'insegna1 una porta, me bacia la mano
eppoi sottovoce me dice: — È arrivata
la donna velata...
— Ma quale? — je chiedo — la pallida, forse,
che stava a le corse?
o quela biondina coll'abbito giallo
ch'ho vista in un ballo? —
È commodo e bello
d'avecce un castello
nascosto ner sonno,
ché armeno, la notte, ce faccio l'amore
co' tante signore
ch'er giorno nun vonno2.
— Der resto lei stessa,
signora duchessa,
co' tutta la posa
superba e scontrosa,
m'accorgo che in sogno me tratta un po' mejo
de quanno sto svejo.
Nun solo me guarda, ma spesso me dice:
— So' propio contenta! So' propio felice! —
1
2
M'indica.
Non vogliono.
— Davero? — je chiedo — ma allora perché
nun resti co' me? —
E appena m'accorgo ch'ariva er momento
de dije sur serio l'amore che sento,
m'accosto, l'agguanto1, la bacio... Ma allora
me strilla: — Sta' bono. No, no... Me vergogno!... —
E solo da questo capisco ch'è un sogno;
che brava signora!
Nun ciò che un amico, sincero e leale,
che dice le cose papale papale2,
che quanno ho bisogno de questo o de quello
s'investe3 e m'aiuta, da vero fratello.
È a lui che confido le gioje e le pene
perché me capisce, perché me vô bene...
Infatti ogni notte lo vado cercanno
ner vecchio castello che sogno da un anno.
1
2
3
La ghermisco.
Con tutta franchezza.
Sottinteso «de la parte»: sposa la mia causa.
ER MATTO
Er vecchio Matto gira pe' la villa
ne le sere d'estate senza luna,
acchiappa a volo e infila una per una
tutte le Lucciolette in una spilla.
Ogni tanto la gente, pe' vedello,
s'arampica a le spranghe der cancello:
— Che fai? — je chiede. E er vecchio je risponne
— Smorzo le Lucciolette vagabbonne.
Perché dar foco che me mise in core
quela birbona che nun è più mia
una favilla se n'agnede1 via
e s'è cambiata in Lucciola d'amore.
Così successe questo: a poco a poco
er core mio rimase senza foco,
mentre la Luccioletta ch'è sortita2
ancora se la gode e fa la vita.
Io so' convinto che me vola intorno
pe' ricordamme l'epoca più bella
che, invece d'una povera fiammella,
ciavevo er core illuminato a giorno:
ma ormai, purtroppo, ho perso la fiducia
in una fiamma ch'arde e nun abbrucia,
e me dispiace che me porti in giro
l'urtimo bacio e l'urtimo sospiro.
1
2
Andò.
Uscita.
FIABE
L'ORCO NERO ossia LA SINCERITÀ
C'era una vorta, quanno ancora c'era
quello ch'adesso nun se trova più,
una regazza tanto mai sincera
che trattava la gente a tu per tu
e spiattellava coraggiosamente
qualunque cosa je venisse in mente.
La nonna je diceva: — Leila mia,
tu sei troppo sincera e questo è bello,
ma ce vô puro un po' de furberia
in modo che te regoli er cervello,
perché nun se sa mai quer che ce tocca
quanno er pensiero sorte da la bocca.
Presempio, l'Orco nero, l'antro giorno,
m'ha detto che sei bella e che je piaci;
dunque, siccome è ricco, staje intorno
e, se te bacia, lassa che te baci:
faje un po' de politica e vedrai
che quarche cosa ce rimedierai1. —
Invece Leila, quanno annò dall'Orco,
cominciò a dije: — Come sete brutto!
Me parete mezz'omo e mezzo porco! —
Quello ce rise e disse: — Doppo tutto,
ho conosciuto un sacco2 de persone
che stanno ne la stessa condizzione!
— Voi, però, sete l'asso! — fece lei —
Nun ho mai visto un omo così vecchio,
grasso e peloso! Ce scommetterei
che quanno ve guardate ne lo specchio
er cristallo s'appanna pe' paura
che j'arimanga impressa la figura!
Ma che v'importa? Un omo che possiede
un portafojo gonfio com'er vostro
1
2
Ci guadagnerai.
Un gran numero.
cià sempre quarche donna che je cede:
in certi casi è bello puro un mostro!
Io stessa, se ho bisogno de bajocchi,
spalanco la manina e chiudo l'occhi.
— Perché nun me fai fa' l'esperimento?
— je chiese l'Orco che capiva a volo:
e cacciò fòra tre pappié1 da cento —
Nun te darò che un bacio, un bacio solo...
— Accetto! — fece lei che stava all'erta
coll'occhi chiusi e la manina aperta.
Senza da' tempo ar tempo, l'Orco nero
j'annò2 vicino e sospirò tre vorte:
— Doppo 'sto bacio tornerò com'ero,
doppo 'sto bacio cambierò la sorte:
ecco... mó te lo do... tesoro mio!
— È fatto? — Ho fatto! — Ringrazziamo Iddio! —
Appena ch'ebbe dette 'ste parole
Leila aprì l'occhi e se trovò davanti
un giovenotto bello come er sole
cór manto e la corona de brillanti
e, da un bastone che ciaveva in mano,
capì che se trattava d'un Sovrano.
Dice: — Dormo o sto sveja? È un sogno, forse? —
E quasi nun credesse all'occhi sui
attastò er Re, ma quanno che s'accorse
ch'annava per attasti puro lui,
incominciò a strillà: — Le mano a casa!... —
pe' fa' capì che s'era persuasa.
— Scusa, — je disse er Re — ma so' cent'anni
ch'aspetto 'sto momento, e fino a che
una donna sincera e senza inganni
nun me parlava chiaro come te,
sarei rimasto brutto come un diavolo
e invece d'esse Re nun ero un cavolo.
Fu doppo una congiura de Palazzo
1
2
Biglietti, da «papier».
Le andò.
che venni sequestrato da l'Orchesse:
ar posto mio ce méssero un pupazzo
perché la gente nun se n'accorgesse,
e me fecero fa' l'omo servatico
per via d'un certo imbrojo dipromatico.
Adesso che m'hai rotto l'incantesimo
levo er pupazzo e me ripijo er trono.
Sarò chiamato Mardoccheo ventesimo
fijo de Mardoccheo decimonono
e, se tu pure approverai l'idea,
diventerai Reggina Mardocchea.
Ma prima, dimme: hai fatto mai l'amore?
t'hanno baciato quela bocca santa? —
Leila s'aricordò d'un senatore
che l'aveva baciata tutta quanta:
stava quasi pe' dijelo, però
ripensò ar trono e j'arispose: — No!
LA BATTECCA1 DER COMMANNO
C'era una vorta un povero barbiere
con una moje tanto mai incitosa2
che, quanno je chiedeva per piacere
che je portasse questa o quela cosa,
la sentiva strillà: — Vattel'a pija3!... —
senza nessun riguardo a la famija.
Ne li momenti ch'era inviperita
j'arisponneva a furia de stornelli
su li motivi de la malavita4:
e spesso je n'usciveno de quelli
che, da li fiori5, indovinavi prima
dove finiva er gioco de la rima.
Ma Gnocco (lo chiamaveno così)
sopportava la moje e, persuaso
che j'amancasse quarche venerdì,
chiudeva un occhio e nun faceva caso
nemmanco a un giovenotto de lì intorno
che lo faceva becco in pieno giorno.
Una notte però che, da un rumore,
scoprì un pompiere drent'a la credenza,
disse a la moje: — E indove ciai l'onore?
Berta! Ch'hai fatto? Questa è un'indecenza!
Io so' un marito, mica so' un pupazzo...
— Allora, — cantò lei — fior de rampazzo6!
— Va'! — disse Gnocco — Perfida che sei!
Se la pena che soffro entrasse drento
a la pietra più dura, puro lei
risentirebbe tutto er mi' tormento!
Tu, invece, te la ridi, te la canti
e me fai minchionà da tutti quanti!
1
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Bacchetta.
Provocante, dispettosa.
A prendere.
Sull'aria di quelli cantati dai tipi della malavita.
Che costituiscono il primo verso.
Grappolo d'uva.
Doppo che pe' tant'anni t'ho tenuto
come la rosa ar naso1, me fai questo!
Lo sai che nova c'è?2 Che te saluto!
M'impicco e bonasera! — E, lesto e presto,
pijò una corda, dette un bacio ar gatto
e uscì da casa come un razzo matto.
Arivato che fu vicino a un bosco,
vidde una poverella che je chiese:
— Perché sospiri, Gnocco? Io te conosco:
tu sei l'omo più bono der paese
perché ciai un core d'oro e me ricordo
che ogni tanto me davi quarche sòrdo.
Io — dice — so' la nonna de le fate:
e siccome le fate, a l'occasione,
co' tutto che so' femmine, so' grate
a chi j'ha fatto quarche bona azzione,
t'insegno un mezzo pratico e sicuro
pe' mette Berta co' le spalle ar muro.
Ècchete 'sta battecca der commanno.
Se tu' moje pijasse er sopravvento,
prima je la fai vede, e, fino a quanno
nun capischi che cambia sentimento,
je ce tocchi la schina3 e, s'è possibile,
dove trovi più spazzio disponibbile. —
Gnocco la ringrazziò tutto felice,
ritornò a casa e volle fa' la prova.
Bussò. J'aprì la moje. — Oh, senti, — dice —
famme da cena, sbatteme4 un par d'ova... —
E quella principiò: — Fiore d'erbaccia,
se nun t'azzitti te le sbatto in faccia! —
Allora, lui, co' la battecca in mano
come facesse un gioco de prestiggio,
je ce toccò la schina piano piano
e subbito s'accorse der prodiggio,
1
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3
4
Come la cosa più cara!
Che ti dico?
La schiena.
Frullami.
ché Berta cambiò viso e cambiò voce,
piegò le braccia e se le mise in croce.
E disse: — Sarò bona come er pane:
da 'sto momento nun farò più scene,
e quanno canterò fior de banane
sarà pe' ditte che te vojo bene.
Ècchete un bacio. Er bacio è er più ber fiore
che nasce ner giardino de l'amore. —
Berta, così, nun fece più la matta,
e der resto er fenomeno se spiega.
Quela battecca maggica era fatta
cór manico de scopa d'una strega:
e un bon tortore1, più che la maggia,
è er mezzo più sicuro che ce sia!
1
Bastone.
PERÒ...
In un Paese che nun m'aricordo
c'era una vorta un Re ch'era riuscito
a mette tutto er popolo d'accordo
e a unillo in un medesimo partito
ch'era quello monarchico, percui
era lo stesso che voleva lui.
Quanno nasceva un suddito, er governo
je levava una glandola speciale
per aggiustaje er sentimento interno
seconno la coscenza nazzionale,
in modo che crescesse ne l'idea
come un cocchiere porta una livrea.
Se cercavi un anarchico, domani!1
macché, nu' ne trovavi più nessuno
né socialisti né repubbricani
manco a pagalli mille lire l'uno:
qualunque scampoletto d'opinione
era venduto a prezzo d'occasione.
Certi principî, in fonno, so' un rampino,
e li partiti, quanno semo ar dunque,
serveno pe' da' sfogo ar cittadino
che spera in una carica qualunque
e acchiappa, ne la furia de l'arrivo,
l'ideale più spiccio e sbrigativo.
Pe' questo, in quer Paese che v'ho detto,
viveveno così, ch'era un piacere:
senza un tiret'in là2, senza un dispetto,
ammaestrati tutti d'un parere.
Chi la pensava diferentemente
passava per fenomeno vivente.
Er popolo, ogni sera, se riuniva
sotto la Reggia pe' vedé er Sovrano
ch'apriva la finestra fra l'evviva
e s'affacciava tra li sbattimano,
1
2
Per dire: mai!
Uno «scostati!»; cioè tutti tranquilli al loro posto.
finacché nun pijava la parola
come parlasse a una persona sola.
— Popolo! — je chiedeva — Come stai? —
E tutto quanto er popolo de sotto
j'arisponneva in coro: — Bene assai!
Ce pare d'avé vinto un terno al lotto! —
E er Re, contento, doppo aveje detto
quarch'antra cosa, li mannava a letto.
Ècchete1 che una sera er Re je chiese:
— Sete d'accordo tutti quanti? — E allora
da centomila bocche nun s'intese
che un «Sì» allungato, che durò mezz'ora.
Solamente un ometto scantonò
e appena detto «Sì» disse «Però...».
V'immagginate quelo che successe!
— Bisogna bastonallo! — urlò la folla —
L'indecisioni nun so' più permesse
sennò ricominciamo er tir'e molla...
— Lasciate che me spieghi, eppoi vedremo...
— disse l'ometto che nun era scemo. —
Defatti, appena er Re cià domannato
s'eravamo d'accordo, j'ho risposto
ner modo ch'avevamo combinato;
ma un bon amico che me stava accosto,
pe' fasse largo, propio in quer momento
m'ha acciaccato2 li calli a tradimento.
Io, dunque, nun ho fatto una protesta:
quer «però» che m'è uscito in bona fede
più che un pensiero che ciavevo in testa
era un dolore che sentivo ar piede.
Però - dicevo - è inutile, se poi
se pistamo li calli fra de noi.
Quanno per ambizzione o per guadagno
uno nun guarda più dove cammina
e monta su li calli der compagno
1
2
Eccoti.
Pestato.
va tutto a danno de la disciplina... —
Fu allora che la folla persuasa
disse: — Va be'... Però... stattene a casa.
PER CUI...
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
— È la solita lagna! —
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi più chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei ridì... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
LIBRO N. 9
1929
1921-1927
ER PENSIERO
Qualunque sia1 pensiero me viè in mente,
prima de dillo, aspetto e, grazzi'a Dio,
finché rimane ner cervello mio
nun c'è nessuno che me pô di' gnente.
Ma s'opro bocca e je do fiato, addio!
L'idea, se nun confinfera2 a la gente,
me pô fa' nasce quarche inconveniente
e allora er responsabbile so' io.
Per questo, ner risponne a quarche amico
che vorebbe sapé come la penso,
peso e misuro tutto quer che dico.
E metto tra er pensiero e la parola
la guardia doganale der bon senso
che me sequestra er contrabbanno in gola.
1
2
Qualsiasi.
Se non garba.
COME FU CHE NUN PRESI MOJE...
I
Hai visto Nina, come s è ingrassata?
Pare propio una botte che cammina!
Invece a sedici anni era carina,
palida, bionda, fina, delicata...
Io l'incontravo spesso la matina
quanno ch'annava a scôla, accompagnata
da una servetta zozza1 e scarcagnata
che doveva chiamalla signorina.
Fu appunto un giorno che sortì da scôla
che me feci coraggio e la fermai:
— Signorina... permette una parola?
Lei nun pô crede quanto m'è simpatica...
anzi... j'ho scritto questo... — E j'infilai
un bijettino in mezzo a la Grammatica.
1
Sporca.
II
— Se cià bone intenzioni — disse lei —
bisogna che ne parli co' mi' zio...
— Se nun è che per questo, — feci io —
fra quarche giorno me deciderei... —
Dice: — Sto a Via dell'Oca1, centosei:
troverà scritto Macchia: er nome mio;
però stia attenta, pe' l'amor de Dio!,
che zi' Pietro è severo... e nun vorrei... —
Dico: — Nun pensi... — E un po' de giorni doppo
me presentai glorioso e trionfante
fino su a casa, e cominciò l'intoppo.
Defatti lessi sopra du' targhette:
«Professor Pietro Nacchia, chiromante.
Consultazioni dalle tre alle sette».
1
Presso piazza del Popolo.
III
— Sonai. M'oprì la serva. — È compermesso?1
— Uh, — dice — chi se vede! er signorino!
Che venga puro! — E con un bell'inchino
me fece l'atto che j'annassi appresso.
Ma, appena entrato, un boja cagnolino2
che stava ne la cammera d'ingresso
incominciò a abbajà come un ossesso
manco s'avesse visto un assassino.
La serva, un po' pe' fa' li comprimenti,
un po' pe' fa' sta' zitta quel'arpìa,
sentivo che diceva fra li denti:
— Er professore: credo che ce sia...
Zitto, Lullù! S'accomodi... Accidenti...
Favorisca... A la cuccia!... Passa via! —
1
2
Modo affettato di «permesso?».
Una birba di cagnetto.
IV
Immagginate un po' che sbatticore
quanno s'oprì una porta piano piano
e sbucò fòra un omettino anziano
che fece segno de nun fa' rumore.
Poi chiese: — Che desidera er signore?
Vô forse che je legga ne la mano? —
Io ch'avevo da fa'? Feci l'indiano
e dissi: — Pe' l'appunto, professore...
— Va bene; — me rispose — in de 'sto caso,
se metta a sede... — Se schiaffò1 l'occhiali,
me guardò ne la mano e aggricciò2 er naso.
— Lei — dice — è un giovanotto de talento,
però sente l'influssi mercuriali...
— È vero, — j'arisposi — me li sento. —
1
2
Inforcò.
Arricciò.
V
Dice: — Guardi 'ste righe1. Vede questa?
Significa che lei ciavrà fortuna:
ma tra er monte de Venere e la Luna
c'è un punto che se spezza e je s'aresta.
Badi a le donne. Onesta o nun onesta
cerchi de nun sposanne mai nessuna:
ché qualunque ne pija, o bionda o bruna,
ciavrà più corna che capelli in testa.
— Grazzie! — je dissi; e doppo avé posato
una carta da cinque sur pianforte
me n'agnedi avvilito e scoraggiato.
Se nun m'avesse letto l'avvenire,
chissà... forse a quest'ora... Quante vorte
ho benedetto quele cinque lire!
1
Queste linee (della mano).
LA SCENATA DER SIGNORINO
Parla il cameriere
Se so' lasciati jeri. La Contessa
l'è venuto a trovà verso le sei.
— Mario, nun t'amo più! — j'ha detto lei. —
S'avemo da lascià stasera stessa... —
Lui j'ha risposto: — Ah, cinica che sei!
Forse c'è un antro... Dimmelo! Confessa!
— Oh — dice — questo... poco t'interessa
e, benché fosse, non te lo direi... —
A 'ste parole er signorino ha pianto.
— Ecco — j'ha detto — er sogno che svanisce!
Povero core mio che soffre tanto! —
Faceva pena! Invece quela strega
lo sai che j'ha risposto: — Ge m'anfisce1... —
che in francese vô di': chi se ne frega!
1
«Je m'en fiche».
LA MASCHIETTA D'OGGI
I
Parla cór fidanzato
De chi sospetti? der commennatore?
Me potrebb'esse padre, amore santo!
Vie pe' casa, è verissimo, ma in quanto...
Te giuro: mai! Parola mia d'onore!
Perché ce sòrto1 assieme? È un disonore
se me porta a balla de tant'in tanto?
Questo dipenne ch'abbitamo accanto,
ma c'entra tutto meno che l'amore.
Da quanno lo conosco nun m'ha detto
una mezza parola fôri posto:
mai che m'abbia mancato de rispetto...
Io me n'accorgo quanno che ce ballo:
avressi da vedé com'è composto;
mica fa come te, brutto vassallo2!
1
2
Ci esco.
Birbante.
II
Parla cór boccetta1
Tu dichi che j'ho dato confidenza,
però te sarà parso, cocco bello,
che a tutti la darei meno ch'a quello:
è troppo regazzino, abbi pazzienza!
Quarche vorta ce scherzo, ma, in coscenza,
me pare de giocà co' mi' fratello;
a me me piace l'omo attempatello
che ciabbia un pochettino d'esperienza.
Io preferisco a te2, Pasquale mio,
a tanti giovenotti che ciò intorno:
je fai fichetto3... Te lo dico io!
Te posso garantì che a petto a loro...
Ma questo te lo dico un antro giorno,
quanno me compri l'orloggetto d'oro.
1
2
3
Col vecchietto.
Preferisco te.
Li superi.
LA SCOPERTA DE VORONOFF1
Un professore ha fatto un'invenzione:
dice che quanno un omo è indebbolito
se je metti una grandola in un sito
ridiventa più forte de Sansone.
Con una grandoletta de montone
ha riaddrizzato un vecchio rimbambito,
tanto ch'er vecchio ha subbito sentito
le conseguenze de l'operazzione.
E dice, pe' deppiù, che 'sta scoperta
serve perfino a rinforzà er talento
a chi nun cià la mente troppo aperta...
Anzi er dottore, ch'è un ometto pratico,
pare che voja fa' l'esperimento
cór Fascio libberale democratico.
Il chirurgo Sergio Voronoff (n. a Voronez, 1866, morto nel 1951), noto per lavori
sperimentali e clinici volti a rinnovare le energie vitali mediante trapianti di glandole
(1920).
1
LA MADRE BONA
Lei dice che mi' fija è una ciovetta1...
Lo so da me: ma ch'ho da fa', d'artronne,
se porta li capelli a la garzonne2
e se specchia e s'incipria e s'imbelletta?
Spesso je dico: — Jole, damme retta:
lascia annà de ballà, nun te confonne... —
Ma lei, cocciuta, invece de risponne
me se mette a fumà la sigheretta!
Se, Dio ce scampi, fosse ancora vivo
quela benedett'anima der padre!
Quello sì, che davero era cattivo!
Io, invece, chiudo un occhio... Caro lei!
è difficile assai de fa' la madre
ner millenovecentoventisei!
1
2
Civetta.
«À la garçonne».
LA MADRE PREVIDENTE
Je lo dicevo: — Abbada a quer che fai!
Checca, nu' lo sposà, nun fa' la matta:
ché resti co' 'na scarpa e 'na ciavatta
e un bucio1 a la carzetta2. Lo vedrai! —
Invece, lei, tignosa3 più che mai,
l'ha vorsuto4 pe' forza, e mó se gratta5;
ch'avressi da vedé come la tratta:
povera fija! sempre tra li guai!
Nun ciò che una speranza ner compare
ch'è stato ar Ministero de l'Interno,
e adesso s'interessa de l'affare.
Già lo tiè d'occhio e, presto, co' la scusa
che un giorno ha detto male der Governo
lo manna a fa' li bagni a Lampedusa6.
Buco.
La frase equivale a «ti troverai in pessime condizioni finanziarie».
3
Ostinata.
4
Voluto.
5
Se ne pente, ma tardi.
6
Isola del Mediterraneo nel gruppo delle Pelagie (prov. di Agrigento), dov'è un bagno
penale.
1
2
ER CAMMERIERE INDECISO
Devi sapé che l'antra settimana
er signor duca ha dato 'na gran festa,
che j'è costata un occhio de la testa
per via che cià la moje americana.
Ma la cosa più buffa è stata questa:
du' signorine e una signora anziana
staveno a sede sopra un'ottomana
come se nun ciavessero la vesta.
Ecco che la signora, doppo er ballo,
m'ha detto: — C'è mi' fija che vô un té
un po' allungato, ma piuttosto callo1... —
Io j'ho risposto: — Subbito, eccellenza!
Ma su' fija, s'è lecito, qual'è?
quella co' le mutanne o quella senza?
1
Caldo.
ER CONSUMO DE LA FEDE
Quer San Pietro de bronzo che se vede
drento San Pietro1, co' la chiave in mano,
a furia de baciallo, piano piano
j'hanno magnato2 più de mezzo piede.
E quella è tutta gente che ce crede:
perché devi pensà ch'ogni cristiano
ch'ariva da vicino o da lontano
lo logra3 co' li baci de la fede.
Però c'è un sampietrino4 che m'ha detto
come er consumo pô dipenne pure
che lo vanno a pulì cór fazzoletto5.
Ma questo qua nun sposta la questione:
e, a parte quele poche fregature,
è un gran trionfo pe' la religgione.
1
2
3
4
5
La basilica di S. Pietro in Vaticano.
Consumato.
Logora.
Inserviente della basilica vaticana.
I fedeli ve lo passano sopra prima e dopo il bacio.
ER MARITO CHE RINVIA
Corsi in questura e dissi ar commissario:
— Venite co' du' aggenti, fate presto,
perché la mia signora... questo e questo...
in una casa a via der Seminario1.
— Procederemo subbito a l'aresto!
— rispose risoluto er funzionario —
Lui, però, chi sarebbe? È necessario
che prima sappia er nome e tutt'er resto. —
Ma ammalappena2 je lo nominai
fece un zompo3 e strillò: — Caro signore,
nun sa che quello è un pezzo grosso assai?
Sarebbe er capitano... — A 'sta notizzia,
dissi: — Va bene: sarverò l'onore
in un'antra occasione più propizzia.
1
2
3
Strada tra le piazze della Rotonda e di S. Macuto.
Non appena.
Salto.
LA TERZA ROMA
Parla Checco er benzinaro1
I
La terza Roma nun s'intenne mica
che da Romolo in qua ce so' tre Rome:
naturarmente je se dà 'sto nome
pe' potella distingue da l'antica.
De Roma nostra, Dio la benedica,
nun ce n'è che una sola: ma, siccome
fu rimpastata, je successe come
succede co' la crosta e la mollica.
Infatti, sur più bello d'un lavoro,
te ritrovi l'Impero giù in cantina2
con una strada che va dritta ar Foro:
e scopri che, presempio, la finestra
indove s'affacciava Messalina
corrisponne a 'na chiavica maestra3.
1
2
3
Oste che spaccia «benzina» (vino misturato) e anche chi lo beve.
Cioè sotto il livello stradale.
Fogna di massima portata.
II
Er tempo, che lavora co' la lima,
con una mano scrive e l'antra scassa,
e succede ch'er postero sfracassa
quello che l'antenato ha fatto prima.
Così vedrai che fra mill'anni e passa
rifaranno la stessa pantomima,
e tutto quello ch'oggi sta più in cima
sarà guardato come Roma bassa.
E forse un cicerone der tremila
dirà a un ingrese: — Vede, mosiù mio,
quer Cammerone co' li posti in fila1?
Laggiù, in un tempo, se parlava troppo,
e mó se sente solo er gnavolìo2
de li gatti ch'aspetteno er malloppo3.
1
2
3
Camera dei deputati nel palazzo di Montecitorio.
Il miagolio.
L'involto col cibo.
GIOVE
I
A immagginasse Roma anticamente,
pe' quanto faccia, un omo se confonne:
ched'era1 Roma? un bosco de colonne,
una città de marmo arilucente.
Le chiese nun ce staveno pe' gnente,
nun c'ereno né Cristi e né Madonne,
perché de queli tempi, ommini e donne,
ciaveveno una fede diferente.
E lo sai chi pregaveno? Giunone,
Nettuno, Apollo, Venere, Minerva,
Marte, Vurcano, Cerere, Prutone...
E a capo a tutti quanti c'era Giove,
er solo Dio ch'adesso se conserva
perché se chiama Pluvio quanno piove.
1
Che cos'era.
II
E Giove, che ciaveva ne le mano
tutta l'azzienna elettrica celeste,
viveva fra le nuvole e da queste
furminava la gente da lontano.
D'accordo co' Nettuno e co' Vurcano
faceva l'uragani e le tempeste
pe' sconocchià1 li boschi e le foreste
e spaccà le montagne a tutto spiano2.
Se sa: so' tutte pappole3 ch'ormai
fanno ride li polli; ma l'antichi
se l'ereno bevute4 bene assai.
Questo vô di' che l'ommini so' pronti
a crede a tutto quello che je dichi
e a qualunque fregnaccia j'aricconti.
1
2
3
4
Per sconquassare.
Senza riposo.
Favole.
Le avevano credute.
III
Eppuro, 'sti pagani babbalei1,
faceveno le cose co' decoro
perché hanno scritto fra le stelle d'oro,
in mezzo ar celo2, er nome de li dei!
E li tempî? e li fori? e li musei?
So' pieni zeppi de ricordi loro:
guarda l'Apollo3, che capolavoro!
Venere sola, basterebbe lei!
La più benfatta, quella de Cirene4,
pare che ciabbia un'anima e je senti
er sangue friccicà5 drent'a le vene.
Nun cià testa, ma pensa: e forse spera
de capì mejo tanti cambiamenti
ch'ha fatto l'omo pe' resta com'era.
1
2
3
4
5
Babbei.
Nelle costellazioni.
Di Belvedere, nel Museo vaticano.
Nel Museo Nazionale alle Terme di Diocleziano.
Bollire.
L'ANIMALI
I
Fra li cibbi più boni e più leggeri
viè avanti a tutti er fritto de cervello.
A me, però, nun me parlà de quello
che nu' l'ho mai magnato volentieri.
Solamente a l'idea che fino a jeri
è stato ne la testa de l'agnello
che magara1 capì d'annà ar macello
me pare de magnamme li pensieri.
Naturarmente, povera bestiola,
nun dice quer che pensa, come noi,
perché Iddio nun j'ha dato la parola;
ma che te credi tu? che l'animali
nun ciabbino li martiri e l'eroi
e, a modo loro, puro l'ideali?
1
Magari, forse.
II
Lo scimpanzè, defatti, è un infelice:
martire der dovere e de la scenza,
che, pe' da' forza all'omo, resta senza
quello che in generale nun se dice1.
E nun so' eroi da mettese in cornice
er somarello pieno de pazzienza
e er mulo che va in guerra e, a l'occorenza,
trasporta pure la mitrajatrice?
E dove trovi un sentimento vero
come quello der cane? Devi ammette
che è l'amico più bono e più sincero:
perché, senza bisogno de controllo,
è fedele ar padrone che je mette
la musarola e la catena ar collo.
1
Vedi La scoperta de Voronoff, a pag. 688.
ER TELEFONO
Co' quello antico? Vergine Maria!
Giravi per un'ora er girarello1
e, se volevi un oste, sur più bello
te risponneva quarche farmacia.
Invece mó, coll'urtimo modello,
chiami cór deto, parli e tiri via,
che se tu vedi la signora mia
ce se diverte come un giocarello2.
Jeri, presempio, appena s'è svejata
ha bevuto er caffè cór rosso d'ovo
eppoi s'è fatta la telefonata.
E manco ha preso in mano l'apparecchio
ch'ha liticato co' l'amante novo
e ha fatto pace co' l'amante vecchio.
1
2
Il manubrio, manovella.
Un giocattolo.
L'AMORE D' OGGIGGIORNO
L'amore, a tempo mio, nun era mica
facile e sbrigativo com'è adesso:
lo scopo, se capisce, era lo stesso,
ma te costava un sacco de fatica.
Perché la donna, cór vestì a l'antica,
ciaveva un po' più scrupolo der sesso:
nun era come mó, ch'annaje1 appresso,
doppo un minuto già te fai l'amica.
Oggi che fanno tutto a tirà via
pure l'amore ha prescia2 ne la vita
e se ne frega de la poesia.
Va dritto, ar sodo, senza comprimenti...
Nun potrebbe sfojà la margherita
su 'na Torpedo cinquecentoventi!
1
2
Che ad andarle.
Fretta.
MALINCONIE
Ner giardinetto accanto ar monastero
sette pupetti fanno a girotonno
e, in mezzo ar cerchio, cianno messo er nonno,
tutto contento d'esse priggioniero.
M'affaccio e guardo e chiudo in un pensiero
er gran dolore d'esse solo ar monno
senza nemmanco un diavoletto bionno,
senza nemmanco un angioletto nero.
Se me fossi deciso a pijà moje
forse pur'io ciavevo un ber pupetto,
ch'è sempre la più cara de le gioje!
— Papà, papà... — Me pare de vedello...
Ma che me dico! A 'st'ora l'angioletto
sarebbe già tenente colonnello.
LI CANNIBBALI
I
In un paese de li più lontani,
ch'è sempre pieno de miniere d'oro,
c'è un popolo guidato da un Re moro
capo de li Cannibbali africani.
Mentre el Re, come tutti li sovrani,
nun parla che de pace e de lavoro,
li sudditi se magneno fra loro
fino a sbranasse peggio de li cani.
Pure la carne bianca forastiera
ogni tanto l'assaggeno, ma poi
aritorneno sempre a quela nera;
ché er cannibbale vero, in generale,
sente l'amor de patria e, come noi,
preferisce er prodotto nazzionale.
II
Tutti, laggiù, dar ricco ar poverello,
cianno per distintivo un cerchio ar naso:
e el Re, che li tiè d'occhio, quann'è er caso,
li lega, uno per uno, pe' l'anello.
Se quarche moro, poco persuaso,
cerca de mette bocca1, sur più bello,
el Re tira lo spago, e allora quello,
come sente tirà, mosca Tomaso2!
Co' 'sto sistema er popolo rimane
legato a chi lo guida o lo stracina
e l'ubbidisce come fosse un cane.
Ma er capo, che capisce e che raggiona,
s'accorge spesso che la disciprina
ne viè da lo spaghetto3 che funziona.
1
2
3
Di esprimere la sua opinione.
Non parla più.
Spago sottile, e anche «paura».
ER MARITO INFELICE
I
Se Giggia è nevrastenica? Accidenti!
Perché vorebbe un fijo, ecch'er motivo:
ma a sessantanni e più, come ciarivo?
E, nota, che mi' moje ce n'ha venti!
Dice: — Tu nun sei bono... — Eh, — dico — senti!
Nun sarò bono, ma nun so' cattivo:
in fonno ciò un carattere espansivo:
bisogna, Giggia mia, che te contenti... —
Jeri m'ha chiesto: — Che fascista sei?
— Der diciannove; — j'ho risposto io —
però so' nato ner cinquantasei.
Come pretenni che ce scappi un fijo?
ma manco se viè giù Dommineddio,
manco se s'ariunisce er Gran Consijo1!
1
Del fascismo.
II
E mó che s'è affissata in quer pensiero
va a letto senza dimme 'na parola,
mette la testa sotto a le lenzola,
piagne, sospira e vede tutto nero.
Mi' socera ogni tanto la consola:
— È un anno ch'hai sposato: mica è vero...
— No, — dice — da l'assieme nun ce spero:
è destinato ch'ho da restà sola! —
Io ch'ho da fa'? Sto zitto, la sopporto,
e la matina, appena che me svejo,
la guardo e penso: — Nun aveva torto! —
Defatti, lei, la prima notte, a Napoli,
me disse: — Ah, Pippo mio, quant'era mejo
se pagavi la tassa su li scapoli1!
1
Imposta sul celibato, introdotta dal regime fascista
LI FRAMMASSONI D'OGGI
I
Un anno fa, quann'ero frammassone,
se strignevo la mano d'un fratello
me ricordavo der tinticarello1,
ma lo facevo senza convinzione.
Annavo in Loggia pe' giocà a scopone,
a sett'e mezzo, a briscola, a piattello,
con uno scopo solo, ch'era quello
de potè mijorà la condizzione.
Ma da quanno ce chiusero la Loggia2
nun trovi più nessuno che ce crede,
nun trovi più nessuno che t'appoggia.
Perché la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
finì co' la chiusura der locale.
1
2
Contrassegno di riconoscimento in uso tra i «fratelli» nello stringere la mano.
Da parte del regime fascista, nel 1925.
II
Er frammassone d'oggi, s'è prudente,
pe' sta' tranquillo e fa' la vita quieta,
invece der giochetto de le deta
s'adatta a salutà romanamente.
Così che ce capischi? Un accidente1.
Finché l'associazzione era segreta
se sapeva dall'a fino a la zeta,
nome e cognome d'ogni componente.
Invece mó, che nun è più un mistero,
chi riconosce er frammassone puro?
chi riconosce er frammassone vero?
chi riconosce er frammassone esperto
che, nun potenno lavorà2 a lo scuro,
te dà le fregature a lo scoperto?
1
2
Nulla.
Termine massonico.
ZI' PRETE
I
Siccome sto de casa co' mi' zio,
ch'adesso è monsignore, je fo vede
che l'ubbidisco in tutto quer che chiede
pe' diverse raggioni che so io.
— Nun biastimà!1 — me dice: e ce pôi crede
che nun me scappa più manco un perdio.
Dice: — Ce vô più fede, caro mio... —
e m'è cresciuta subbito la fede.
Ciavevo quarche amico frammassone;
dice: — Nun vojo... — E io da bon cristiano
ce parlo d'anniscosto ner portone.
Ma zi' prete, purtroppo, cià er vizziaccio
che, come je do un deto, vô la mano,
e se je do la mano agguanta er braccio.
1
Non bestemmiare!
II
Lui s'è presa la vigna, ch'è un affare,
la casa, la bottega e tutto er resto:
j'ho dato, insomma, quello che m'ha chiesto
pe' fallo scapriccià come je pare.
Ma ancora nun j'abbasta! cór pretesto
che nun vede le cose troppo chiare,
ha scritto un'antra lettera ar compare
pe' dije che vô quello e che vô questo...
Io, se capisce, abbozzo1, sputo fiele
e me rimetto a la coscenza mia
che vede Iddio più su de le cannele.
Ma se nun fussi un bon cristiano vero
me farebbe venì la fantasia
de raggionà cór libbero pensiero.
1
Sopporto pazientemente.
L’ADULTERIO
I
Che l'amore sia bello ve l'ammetto,
ma quanno sur più mejo ve sentite
un commissario che ve strilla: — Aprite!
in nome de la legge!... — cambia aspetto!
Io che stavo co' Jole... me capite...
come sento accosì, zompo1 dal letto,
corro verso la porta e da un bucetto2
intravedo du' guardie travestite.
Aprite, aprite! Eh, già! se dice presto!
Se m'acchiappava in quele condizzioni
me dichiarava subbito in aresto.
Fra lei che se strappava li capelli
e io che nun trovavo li carzoni...
Che momenti teribbili so' quelli!
1
2
Salto.
Una fessura.
II
Come Dio volle, aprii la porta e allora
er commissario entrò coll'antri appresso.
Io feci er tonto1. Dico: — E ch'è successo
pe' venimme a chiamà propio a quest'ora?
— Voi — dice — state qui co' la signora...
C'è la querela der marito stesso...
— Ma scusi, — dico — che nun è permesso,
de faje compagnia mentre lavora?
— Be', — dice — favorischino co' noi...
— In questura? e perché? — dico — Bisogna
ch'io spieghi prima... — Spiegherete poi! —
Intanto, Jole, pallida e confusa
singhiozzava: — Addio onore! Ah che vergogna!
Ce fosse armeno una carrozza chiusa! —
1
Lo stupido.
III
Ma er momento più brutto fu er passaggio
tra la folla che stava sur portone:
gente, te dico, senza educazzione,
che nemmanco fra un popolo servaggio.
Dice: — Nun vedi lei? pare un trombone1!
— Cià pensato abbonora a piantà maggio2!
— E lui, me lo saluti? Che coraggio!
— Se vede che je vanno le tardone3... —
Basta: in questura nun ciagnede4 male
pe' via che nun ce còrsero in fragante5,
ma er fatto venne messo sur giornale.
Diceva chiaramente: «La scenata
de la moje infedele co' l'amante,
presa col sorcio in bocca6 in via Privata!»
1
2
3
4
5
6
Si dice di donna ormai stagionata.
A darsi bel tempo.
Gli piacciono le donne non più giovani.
Ci andò.
In flagrante.
Colta sul fatto.
IV
Che pe' sarvà l'onore d'un marito
rincojonito — giusto ce fa rima, —
ce sia bisogno de 'sta pantomima1,
io, francamente, nu' l'ho mai capito.
Quanno l'onore è perso è bell'e ito;
ma, se la gente nu' lo sa e ve stima,
voi rimanete tale e quale a prima
e sete rispettato e riverito.
Dunque a che giova sputtanà una fija2,
che se azzeccava3 de sposa un antr'omo
era una bona madre de famija,
e dà raggione a lui che j'aritorna
la smania de sentisse gentilomo
solo quanno je rodeno le corna?
1
2
3
Di questa commedia.
Far tanto chiasso, pubblicità, addosso a una povera donna.
Se indovinava.
LA TOLETTA DE LA MARCHESA
I
Quanno je fa er massaggio la matina
la tiè sotto mezz'ora e manc'abbasta.
Come se la lavora! Io so' rimasta1
ner vede tutto quello che combina!
Prima l'impiastra co' la vasellina,
poi je passa lo spirito e l'impasta
e l'acchiappa e la pizzica e l'attasta,
la stira, la sculaccia e la strufina.
Lei dice che lo fa co' la speranza
de perde er grasso e rinforzà la pelle
e fa' sparì le crespe de la panza:
ma pe' levaje tutti li ritreppi2
e faje regge certe cascatelle3,
lo sai che ce vorebbero? li zeppi4.
Sottinteso: sbalordita, di stucco.
Propriamente: pieghe, o rimesse appiè delle vesti, per poterle, occorrendo,
allungare.
3
Star tese certe parti afflosciate.
4
Gli stecchi.
1
2
II
Ma la cosa più comica e più bella
è ne le sere quanno c'è serata,
che se presenta tutta infarinata
coll'occhi neri fatti a carbonella.
Ogni tanto se dà quarche passata
de rosso su la bocca de ciafrella1,
con una precisione che a vedella
pare un siggillo d'un'assicurata.
Così ne viè che quanno un mammalucco2
va pe' bacialla, lei pensa ar colore
e dice: — Bono!3 ché me levi er trucco! —
In mancanza de mejo, nun è male
che le donne risentino er pudore
attraverso er rossetto artificiale.
1
2
3
Bocca schifiltosa.
Un imbecille.
Stai fermo!
LISA E MOLLICA
Sonatori ambulanti.
I
Se voleveno bene Dio sa quanto,
eppure nun annaveno d'accordo
perché Mollica, ch'era mezzo sordo,
l'accompagnava e nun sentiva er canto.
In quela voce piena de rimpianto
c'era la cantilena d'un ricordo:
ma chi capiva? Er pubblico balordo
li minchionava e ce rideva tanto.
— Manna1, Mollica! Facce2 un pezzo bello! —
E 'r vecchio pizzicava la chitara
mentre Lisa attaccava un ritornello:
— Inverno o estate, autunno o primavera,
quann'una canta co' la bocca amara
nun c'è più gnente che je dice: spera! —
1
2
Dagli!
Suonaci.
II
Un giorno che giraveno cór piatto1
Lisa me disse: — Se m'avesse vista
quanno facevo la canzonettista
caro signore, diventava matto!
Dijelo tu, Mollica... — Er chitarista
approvò co' la testa, soddisfatto,
eppoi me disse: — Guardi 'sto ritratto
ch'uscì in quer tempo sopra una rivista... —
E cacciò fòra un pezzo de giornale
indove c'era la fotografia
d'Isa Pupè, «l'eccentrica mondiale».
— Allora nun avevo che vent'anni!
— sospirò Lisa co' malinconia —
Ma se m'avesse vista sottopanni!
1
A raccoglier le offerte.
III
Mollica, dillo tu com'ero grassa... —
Subbito er vecchio, che beveva er vino,
scrocchiò1 la lingua come un vetturino2
mentre se pizzicava la ganassa3.
— Perché saranno ormai vent'anni e passa
che conosco Mollica! Era destino.
Cantavo ne lo stesso teatrino
dove che lui sonava la grancassa.
M'insegnava la musica, e a le prove
portava la chitara espressamente
pe' ripassamme4 le canzone nove.
Daje e ridaje, me se mise intorno...
però in quer tempo nun successe gnente
ché, purtroppo, ero vergine. Ma un giorno...
1
2
3
4
Schioccò.
Che in tal modo incita il cavallo.
Ganascia.
Per farmi ripetere.
IV
Doppo tre mesi, come vorse Iddio
fui scritturata a Genova. Ciannai.
Ma a lassà Roma me dispiacque assai
massimamente pe' Mollica mio.
Partii de notte. Venne a dimme addio.
— Sta' attenta a te, — me fece — e caso mai... —
Cominciò a piagne. Dico: — Ma che fai!
Quanto sei scemo! — E un po' piansi pur'io.
In tutt'er viaggio me pareva che
quele parole fussero restate
ner rumore der treno: Attenta a te...
Attenta a te! Ma dice bene quello1:
quanno se nasce pecore segnate2
o prima o poi s'ha da finì ar macello. —
1
2
Espressione che si adopera per introdurre nel discorso un proverbio o un motto.
Predestinate.
V
E Lisa riallacciò con un sospiro
er ricordo d'un fatto ormai lontano,
quanno s'unì con un fachiro indiano
che cercò de giocaje un brutto tiro.
Dice: — Deve sapé che 'sto fachiro,
che invece era un barbiere de Milano,
aveva combinato tutto un piano
cór solo scopo de portamme in giro.
Per mesi e mesi, stupida che fui!,
ho lavorato ne l'esperimenti
vestita da odalisca, assieme a lui.
In uno me legava li capelli
e, mentre me teneva co' li denti,
faceva er gioco de li tre cortelli. —
VI
Allora Lisa me spiegò com'era
che ciaveva la voce rovinata.
— Fu lo spavento d'una cortellata
che me dette er fachiro quela sera.
Pe' potello sarvà da la galera
detti a d'intenne1 ch'ero scivolata...
Ma guardi qua, che sfrizzola m'ha data! —
E se slacciò la camicetta nera.
— So' sedici anni e ancora se conosce... —
E mise er deto ne la cicatrice
che se sperdeva tra le pelle flosce.
Mollica disse: — Se me dava retta
nun succedeva, povera infelice! —
E je riabbottonò la camicetta.
1
Feci credere.
VII
In quer momento, da la commitiva
d'un gruppo de signori e de signore
uno strillò: — Volemo er professore1!
Musica, sor peloso2! Evviva, evviva!... —
Una biondina disse: — Per favore,
ce vorebbe cantà la «Casta diva»?
— La «Norma»? — chiese Lisa — e chi ciariva?
Quarche stornello sì, co' tutto er core... —
E incominciò a cantà: — Fiore de menta,
in mezzo ar petto ancora ciò l'impronta
de la passione mia che me tormenta...
— Brava! — je disse l'oste — nun te resta
che de faje la mossa! — E Lisa, pronta,
arzò la cianca3 e se sgrullò4 la vesta.
Sonatore d'orchestra.
Così si gridava nei teatri popolari per incitar i sonatori a cominciare. Secondo il
vocabolario romanesco del Chiappini, il clarinettista «sor Pelosi» dirigeva a mezzo
l'Ottocento l'orchestra nel teatrino di p. Navona. Se gli attori non erano pronti, uno di
essi faceva capolino dal sipario rivolgendogli quell'invito: in tal modo il suo nome,
deformato in «Peloso», divenne proverbiale.
3
La gamba.
4
Scrollò.
1
2
ER MARITO FILOSOFO
Se pô sapé che diavolo j'ho fatto?
Fra mi' moje, mi' socera e mi' fija,
ciò contro tutta quanta la famija:
forse ce l'ha co' me perfino er gatto!
Se a cena, Dio ne guardi, faccio l'atto
de protestà, succede un parapija;
come me movo, vola una bottija;
appena ch'apro bocca, vola un piatto.
Poi, tutt'e tre d'accordo, vanno via:
allora resto solo e piano piano
scopo li cocci e faccio pulizzia.
Finché arivato all'urtimo pezzetto
m'accènno mezzo sighero toscano,
strillo: Viva l'Italia!... e vado a letto.
DEMOLIZZIONE
Stanotte, ner rivede casa mia
mezza buttata giù, m'ha fatto pena.
Er mignanello1 se distingue appena,
le scale, la cucina... tutto via!
Tutto quer vôto de malinconia
illuminato da la luna piena
me faceva l'effetto d'una scena
d'un teatrino senza compagnia.
E, lì, me so' rivisto da regazzo
quann'abbitavo in quela catapecchia
ch'era, per me, più bella d'un palazzo.
Speranze, dubbi, lagrime, singhiozzi...
quanti ricordi in una casa vecchia!
Ma quanti sorci e quanti bagarozzi!2
Diminutivo di «mignano», loggetta quasi sempre in muratura all'esterno della casa o
dalla parte del cortile.
2
Quante blatte!
1
ER PENSIERO POLITICO
UNO CHE SVICOLA1...
Tu voressi sapé s'io so' propenso
e me lo chiedi propio sur tran vai!
Da la stessa domanna che me fai
capisco che già sai come la penso.
Ecco... vedi... però... forse... se mai...
Io dico pane ar pane, ma in compenso
so' stato sempre un omo de bon senso
perché me piace l'ordine e lo sai.
Dunque, su questo qui, nun se discute
che essenno tutti quanti d'un pensiero
ciavemo le medesime vedute.
Der resto, tu, m'hai bello che capito...
Dico bene? A proposito... ma è vero
che Giggia s'è divisa dar marito?
1
Che sfugge per non compromettersi.
LA CRISI DE COSCENZA
La crisi de coscenza pô succede1
da un dubbio che te rode internamente:
come ridà2 la fede a un miscredente,
pò rilevalla a quello che ce crede.
In politica è eguale. Quanta gente,
che ciaveva un principio in bona fede,
s'accorge piano piano che je cede3
e je viè fòra tutto diferente?
Te ricordi de Checco er communista
che voleva ammazzà de prepotenza4
tutta la borghesia capitalista?
Invece, mó, la pensa a l'incontrario:
e doppo quarche crisi de coscenza
s'è comprato un villino a Monte Mario.
1
2
3
4
Può nascere.
Ridare.
Le vien meno.
A tutt'i costi.
ER MARTIRE DE L'IDEA
Guarda la testa mia ch'è diventata!
so' tutte cicatrice. Vedi questa?
Fu quanno scrissi, in segno de protesta,
«Viva Oberdan!», davanti a l'Ambasciata1.
Qua su... fu un clericale, in una festa;
più giù, 'na guardia, in una baricata;
e 'sta ficozza2 in mezzo, una sassata
d'un communista, che me prese in testa.
Qui, fu a un comizzio; questa, in un corteo...
E tu, doppo 'ste buggere3, me chiedi
come la penso adesso? Marameo!
Co' la testa che ciò nun è possibbile
qualunque sia pensiero... Nu' lo vedi?
Mancherebbe lo spazzio disponibbile!
D'Austria, a palazzo Chigi in piazza Colonna, davanti alla quale avvenivano spesso
manifestazioni irredentistiche.
2
Quest'enfiato.
3
Infortuni.
1
ER SALUTO ROMANO
Parla un portiere
Er saluto me piace perché è bello,
e nessuno lo critica: ar contrario!
Ma se viè usato più der necessario
è come la levata de cappello.
S'io sto qui pe' portiere e m'aranchello1
a fa' er pecione2 pe' sbarcà er lunario,
mica è vero che faccio er leggionario,
che devo arzà la mano a quest'e a quello!
Eppoi chi s'è lagnato? Quer puzzone3
de lo strozzino der seconno piano,
che fa er fascista pe' speculazzione.
Io, però, che conosco l'idee sue,
un giorno o l'antro, invece d'una mano,
finisce che je l'arzo tutt'e due.
1
2
3
Vado avanti alla meglio.
Il ciabattino.
Uomo abietto capace di male azioni.
LO «SMEMORATO»
Cosa vôi che ce stia drento un cervello
d'un omo che se scorda d'esse lui,
che nun conosce più l'amichi sui
né socera, né moje, né fratello?
E tutti 'sti scenziati de cartello
che sanno legge ner pensiero artrui
ch'hanno capito? cavoli! Per cui
che je fa1 de sapé s'è questo o quello?
Eppoi succede spesso e volentieri
ch'ogni tanto quarcuno, pe' prudenza,
se scorda quer che è stato infino a jeri.
Una prova lampante è er mi' padrone:
da quanno che lo chiameno eccellenza
nun se ricorda più d'esse un cojone.
1
Che cosa importa.
LE DONNE MEZZE NUDE
Vanno troppo scollate? E che t'importa?
Fanno vede le gambe? Oh, senti questa!
Per me qualunque donna che protesta
è brutta e vecchia o perlomeno è storta.
Mó nun so' più li tempi d'una vorta
quanno l'onore d'una donna onesta
dipenneva dar tajo d'una vesta
che fosse troppo lunga o troppo corta.
Guarda, presempio, la padrona mia:
quanno se mette l'abbito scollato
nun cià che un fiocco, uno spacchetto e via.
Ma questo va a svantaggio der peccato
perché er lavoro de la fantasia
se riduce a uno spazzio limitato.
QUELLO CHE DICE MEO...
A proposito della psicanalisi
Er pensiero che nasce in un cristiano
che guarda, gusta, odora, sente e tocca,
è er lavorio dell'occhi, de la bocca,
der naso, de l'orecchie e de la mano.
Qualunque sia parola, la più sciocca,
ce rinfresca er ricordo più lontano;
voi, infatti, ner parlà d'un lavamano
m'avete fatto ripensà a la brocca.
A la brocca, purtroppo, che sfasciai
sur groppone a mi' socera e, in coscenza,
mó me ne pento e me dispiace assai.
Ma er dolore che sento e che dimostro,
s'annamo a vede er punto de partenza,
l'ha rinfrescato1 er lavamano vostro.
1
Rievocato
LA STRETTA DE MANO
Quela de da' la mano a chissesia
nun è certo un'usanza troppo bella:
te pô succede ch'hai da strigne quella
d'un ladro, d'un ruffiano o d'una spia.
Deppiù la mano, asciutta o sudarella,
quanno ha toccato quarche porcheria,
contiè er bacillo d'una malatia
che t'entra in bocca e va ne le budella.
Invece, a salutà romanamente,
ce se guadagna un tanto co' l'iggene
eppoi nun c'è pericolo de gnente.
Perché la mossa1 te viè a di' in sostanza:
— Semo amiconi... se volemo bene...
ma restamo a una debbita distanza. —
1
Il gesto.
ER DUELLO DE JERI
Appena ch'er dottore arzò l'ombrello
l'avvocato je dette 'no spintone.
— Va' la! — je disse — brutto beccaccione!
— Vecchio ruffiano! — je rispose quello.
Siccome, in fonno, aveveno raggione
venne deciso subbito er duello;
e, jeri, ne la villa d'un castello,
ce fu lo scontro che riuscì benone.
Uno, come risurta dar verbale,
c'ebbe uno sgraffio ar cuojo capelluto
e l'antro ne lo spazzio intercostale.
Doppo de che se dettero la mano:
così er dottore nun è più cornuto
e l'avvocato nun è più ruffiano.
L'ARESTO DER COMMENDATORE
La sera de l'aresto, l'inquilini
ereno esciti tutti pe' le scale;
— Eh, — dice — se capiva! — È naturale!
— Ecco come se fanno li quatrini!
— Da un pezzo in qua faceva un lusso tale...
— E carozza... e automobbili... e villini...
— E la moje? Che anelli! che orecchini!
— Io lo dicevo che finiva male... —
E quanno scese assieme ar delegato
nessuno seppe dije una parola
che l'avesse un pochetto incoraggiato.
Nessuno! Solamente la portiera
ch'era rimasta in fonno a la guardiola
pensò a le mance e disse: — Bona sera!1
1
Equivale a «è finita! ».
CRONACA MONDANA
Te ricordi de Checca la portiera
che sposò l'avvocato a via Fratina1?
Dovressi vede come se combina!2
È diventata 'na signora vera!
Infatti li giornali, stammatina
parlanno der gran ballo de jersera.
fra l'antre dame dicheno che c'era
Donna Francesca Stronsi e Signorina.
Tu pure, Mimma, stupida che sei,
se facevi 'na vita più tranquilla
te godevi la pacchia3 come lei:
solo con un pochetto de giudizzio
potevi diventà Donna Cammilla...
e, invece, resti donna de servizzio!
1
2
3
Via Frattina, tra le vie del Corso e di Propaganda.
Che lusso ostenta!
La fortuna, la ricchezza.
ER SONATORE AMBULANTE
Ogni tanto veniva in trattoria
pe' sonà quer violino strappacore1
che quanno nun raschiava er «Trovatore»
martirizzava la «Cavalleria».
Successe che una sera, un avventore,
je disse: — Basta, co' 'sta zinfonia!
perché ciai rotto l'anima! Va' via!
Sempre una lagna2! Brutto scocciatore! —
Ner sentì 'ste parole, er violinista,
radica vera de baron fottuto3,
j'incominciò a sonà l'inno fascista.
Allora l'avventore, rassegnato,
arzò la mano in segno de saluto,
ma sottovoce disse: — M'hai fregato!
1
2
3
Pessimo, straziante.
Sempre lo stesso motivo noioso.
Quintessenza di furbo.
ER SIGNORE DECADUTO
I
E spenne e spanne, fra le donne e er gioco
e a furia de dà' feste e de dà' balli,
li quatrini finiva pe' buttalli
come se butta la cartaccia ar foco.
Ha visto sparì tutto a poco a poco:
er palazzo, la villa, li cavalli,
li servitori co' li bordi gialli1,
er maggiordomo, er cammeriere, er coco...
E arazzi e quadri e lampadari e specchi...
Povera robba! Se n'annò a fa' fotte2
da l'antiquari e da li robbivecchi3.
Der patrimonio, ormai, nun j'è restato
che un'ottomana co' le molle rotte
e 'na cornice senza l'antenato.
Nella livrea.
Dispersa.
3
Rigattieri e simili, in prevalenza israeliti. Il grido di richiamo («robivecchi!»)
appartiene all'idioma del ghetto romano.
1
2
II
Peppe de Borgo1, er vecchio cammeriere
che lo servì nell'epoca più bella,
ha aperto un bucio2, assieme a la sorella:
«All'antica osteria del Belvedere».
Er principe ce va tutte le sere
e lì, tra un mezzo litro e 'na ciaramella3,
principia a raccontà quarche storiella
mentre accarezza l'orlo der bicchiere.
— Peppe, te n'aricordi de quer ballo
che, doppo cena, persi la pazzienza
e sfasciai fino all'urtimo cristallo?
— Sì. — dice Peppe — C'era Sciarla,
Orsini4...
m'aricordo benissimo, eccellenza... —
Eppoi sospira: — Poveri quatrini! —
Il quattordicesimo e ultimo rione della vecchia Roma. Seguito dal 1870 ad oggi da
altri otto.
2
Un «buchetto», un'osteriola.
3
Una ciambella.
4
Cognomi di antiche famiglie principesche romane.
1
III
Eppuro, doppo quello ch'è successo,
spasseggia e se la fuma allegramente:
anzi, dar giorno che nun è più gnente,
è più che mai padrone de se stesso.
Se passa sotto, e je succede spesso,
ar palazzo abbitato anticamente,
arza la testa e guarda indiferente
la mostra1 d'un dentista che c'è adesso...
E rivede attraverso un finestrone
er Satiro che balla er sartarello2
dipinto sur soffitto der salone;
allora, ripensanno ar tempo antico,
— Tu solo — dice — sei rimasto quello!... —
E lo saluta come un vecchio amico.
1
2
L'insegna.
Ballo romanesco.
PAESETTO
I
Ner paesetto de la balia mia
c'è 'na pace e 'na quiete che consola:
so' trenta case intorno a 'na chiesola
affumicate da la ferrovia.
Un po' più su se vede l'Abbazzia
e er campanile co' la banderola,
dove nun c'è che una campana sola
che serve pe' sonà l'avemmaria.
E da tant'anni la campana sona
come dicesse a tutta la vallata:
— A chi domanna, la Madonna dona... —
La banderola, invece, che nun gira
perché s'è aruzzonita1, sta incastrata...
così nessuno sa che vento tira.
1
Arrugginita.
II
È un paesetto senza pretenzione,
benché su la piazzetta principale
c'è er Gran Caffè dell'Aquila Imperiale
dove c'entreno ar più dieci persone.
Ma la mejo bottega è lo spezziale
che tiè esposti in vetrina, a pennolone1,
tre lavativi, e sotto l'iscrizzione:
«Preferite er prodotto nazzionale».
In mezzo, in un barattolo de vetro,
c'è ammalloppato2 un verme solitario
che a misurallo ce vorebbe er metro.
'Sto verme, che fu fatto co' la testa,
dicheno ch'è d'un reggio commissario
che se trovava lì per un'inchiesta.
1
2
Penzoloni.
Raggomitolato.
III
Prima, tutte le sere, er farmacista
giocava a scopa ner retrobottega
cór curato, er dottore, er capolega
e er maestro de scôla communista.
Allora discuteveno e se spiega:
ma appena s'affermò l'idea fascista
fecero tutti un cambiamento a vista
e la riunione prese un'antra piega.
Adesso, infatti, er gioco è sempre quello,
però la commitiva resta zitta
e trova tutto bono e tutto bello.
S'abbada a la partita; ar più se critica
si quarchiduno imbroja1 o s'approfitta.
Ma, in questo qui, nun c'entra la politica.
1
Bara.
IV
Er sor Checco er droghiere, anticamente,
faceva er magnapreti, tant'è vero
ch'er Circolo del Libero Pensiero
l'aveva nominato presidente.
Ma, adesso, un po' che serve er1 monastero,
un po' per annà appresso a la corente,
va sempre in chiesa come un pio credente
e pare convertito pe' davero.
E cià a bottega una Madonna antica,
una Madonna der Divino Amore2,
che ner guardallo pare che je dica:
— Nun te ricordi che ner novantuno
stavi ner Comitato promotore
de l'onoranze pe' Giordano Bruno?
1
2
È fornitore del.
Venerata nel santuario di Castel di Leva presso Roma.
V
Ma a noi che ce ne preme se raggiona
cór tornaconto de la convenienza?
Oggiggiorno chi sarva l'apparenza
è sempre una bravissima persona.
— Eppoi; — dice er curato — quanno sona
l'ora de la Divina Providenza,
l'omo se ripulisce la coscenza
e se rimette su la strada bona.
Perché, chi s'allontana da San Pietro1
e s'incammina per un'antra via,
a la lunga nun va2 che torna addietro. —
E se capisce: in un momento brutto,
er peggio miscredente che ce sia
j'abbasta un gnente pe' ricrede a tutto.
1
2
Dalla fede religiosa.
Non trascorre molto tempo.
VI
Don Marco, ch'è un curato pacioccone1,
è l'omo più contento e più felice
massimamente quanno benedice
la folla che se mette in ginocchione.
Da che c'è stata la Concijazzione2
fioccheno li miracoli, e se dice
ch'un San Micchele Arcangelo in cornice
ha cambiato persino d'espressione.
Infatti, adesso, l'Angelo è contento:
pista3 la testa ar diavolo, ma pare
che se lo guardi con compiacimento.
E forse pensa: — Tanto, prima o poi,
appena se presenta un bon affare
faremo er concordato pure noi.
1
2
3
Bonario.
Tra la Chiesa e l'Italia, nel 1929, comprendente il Concordato e i Patti Lateranensi.
Calpesta.
SOGNO BELLO
I
— Macché! — je disse subbito er dottore —
Qui nun se tratta mica d'anemia!
È gravidanza, signorina mia:
soliti incertarelli1 de l'amore! —
Pe' Mariettina fu una stretta ar core:
— So' rovinata! Vergine Maria!
Madonna santa, fate che nun sia!
Nun potrei sopportà 'sto disonore! —
Ma appena vidde ch'era propio vero
corse da Nino. — Nun è gnente! — dice —
Se leveremo subbito er pensiero.
Ce vô la puncicata2. Domatina
te porto da 'na certa levatrice
che già l'ha fatto a un'antra signorina. —
1
2
Piccoli imprevisti.
Puntura.
II
La sera Mariettina agnede1 a letto
coll'occhi gonfi e con un gnocco2 in gola,
e s'anniscose sott'a le lenzola
pe' piagne zitta, senza da' sospetto.
Poi pijò sonno e s'insognò un pupetto
che je diceva: — Se te lascio sola,
povera mamma mia, chi te consola
quanno t'invecchierai senza un affetto? —
E, sempre in sogno, je pareva come
se er fijo suo crescesse a l'improviso
e la baciava e la chiamava a nome...
Allora aperse l'occhi adacio adacio
e s'intese una bocca accanto ar viso,
che la baciava co' lo stesso bacio.
1
2
Andò.
Groppo.
III
Era la madre. — Mamma, mamma bella! —
E se la strinse ar petto. — Amore santo!
Che t'insognavi che parlavi tanto
e facevi la bocca risarella1?
Però ciai l'occhi come avessi pianto...
Dimme? che t'è successo? — E pe' vedella
più mejo in faccia, aprì la finestrella
e fece l'atto de tornaje accanto.
S'intese un fischio. — Mamma! questo è lui
che sta aspettanno sotto l'arberata2...
Dije che vada pe' li fatti sui.
Anzi faje capì che se l'onore
se pô sarvà con una puncicata
preferisco de dajela ner core.
1
2
Atteggiata al sorriso.
Gli alberi del viale.
GIOVE E LE BESTIE
1932
1928-1932
ALL'OMBRA
Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato1 all'ombra d'un pajaro2,
vedo un porco e je dico: — Addio, majale! —
vedo un ciuccio e je dico: — Addio, somaro —
Forse 'ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de potè di' le cose come stanno
senza paura de finì in priggione.
1
2
Sdraiato con ogni comodità.
Pagliaio.
L'AZZIONE
Un Somarello, appena ch'ebbe visto
che in testa d'un corteo c'era un Cavallo,
fece succede un mezzo acciaccapisto1:
perché, co' la speranza d'arivallo,
scanzò la folla e ruppe li cordoni
a furia de zampate e de spintoni.
La gente protestò: — Che modo è questo
de fasse avanti? Brutto propotente!
Co' 'sti sistemi, sfido! Se fa presto!... —
Er Somaro rispose: — Certamente:
io m'ajuto a la mejo, mica è vero
che me posso fa' largo cór Pensiero...
1
Trambusto.
L'AMORE E L'ODIO
L'Amore disse all'Odio:
— Hai fatto un bel lavoro!
È per via tua che l'ommini
s'ammazzeno fra loro.
— In questo nun ciò scrupoli:
— disse l'Odio — perché
ho fatto sempre, in genere,
come hai voluto te.
Infatti pure er Diavolo,
ch'è protettore mio,
è stato er più bell'angiolo
ch'abbia creato Iddio.
LA PACE
Un Omo aprì er cortello
e domannò a l'Olivo: — Te dispiace
de damme un «ramoscello»
simbolo de la Pace?
— No... no... — disse l'Olivo — nun scherzamo.
perché ho veduto, in più d'un'occasione,
ch'er ramoscello è diventato un ramo
e er simbolo... un bastone.
ER NEMMICO
Un Cane Lupo, ch'era stato messo
de guardia a li cancelli d'una villa,
tutta la notte stava a fa' bubbù.
Perfino se la strada era tranquilla
e nun passava un'anima: lo stesso!
nu' la finiva più!
Una Cagnola d'un villino accosto
je chiese: — Ma perché sveji la gente
e dài l'allarme quanno nun c'è gnente? —
Dice: — Lo faccio pe' nun perde er posto.
Der resto, cara mia,
spesso er nemmico è l'ombra che se crea
pe' conservà un'idea:
nun c'è mica bisogno che ce sia.
LA GIRAFFA E L'ELEFANTE
— Cara Giraffa, — disse l'Elefante —
de bestie buffe n'ho incontrate assai:
ma co' quer collo mai! Pari un gigante!
Quasi me fa l'effetto
ch'ogni giorno che passa
te ne cresce un pezzetto... —
La Giraffa rispose: — È naturale!
Er collo me s'allunga a mano a mano
aspettanno la Pace universale
ch'ho intraveduto sempre da lontano...
— È l'ironia der caso e der destino!
— sospirò l'Elefante persuaso —
Invece, a me, me s'è allungato er naso
perché l'ho vista troppo da vicino.
RIMEDIO
Un Lupo disse a Giove: — Quarche pecora
dice ch'io rubbo troppo... Ce vô un freno
per impedì che inventino 'ste chiacchiere... —
E Giove je rispose: — Rubba meno.
LA PENA
La Vorpe fece un mese de priggione
perché s'era magnata sei galline.
— Spero che v'è servita de lezzione! —
je disse er Cane quanno l'incontrò.
La Vorpe je rispose: — Ve sbajate:
la pena l'ho scontata, e co' raggione,
pe' le galline che me so' pappate1,
ma no pe' quelle che me papperò.
1
Mangiate.
LA FOLLA
— Nun soffià più, risparmia la fatica,
— disse una Canna ar Vento —
tanto lo sai che nun me spezzi mica...
— Io — disse er Vento — sfido
l'arberi secolari e li sconquasso:
ma de te me ne rido! Me contento
che te pieghi e t'inchini quanno passo.
LA CUCUZZA1
Cresciuto er fiume, una Cucuzza gialla
sospirava a fior d'acqua: — Quanta gente
s'è incanalata appresso a la corrente
cór solo scopo de rimane a galla,
e tira avanti co' la convinzione
d'avé servito la rivoluzzione2?...
1
2
Zucca.
La «rivoluzione fascista».
LI VECCHI
Certi Capretti dissero a un Caprone:
— Che belle corna! Nun se so' mai viste!
Perché te so' cresciute a tortijone1?
— Questo è un affare che saprete poi...
— disse er Caprone — Ché, se Iddio v'assiste,
diventerete becchi pure voi.
1
Ritorte a spirale.
LECCAZZAMPE
— So' propio stufo! — disse er Re Leone —
Tutti 'sti leccazzampe che ciò intorno
m'impedischeno er passo, e quarche giorno
me faranno pijà 'n inciampicone.
D'ora in poi, tutt'ar più, je do er permesso
de venimme, cór seguito, de dietro:
a distanza, però, de quarche metro
perché sennò me leccheno lo stesso.
CORTIGGIANI
— Ho preso un granchio a secco, grosso assai! —
strillò un Re che pescava in riva ar mare.
Er Maggiordomo disse: — Ma je pare!
Un Re, li granchi, nu' li pija mai!
— Allora — fece er Granchio fra de sé —
diranno che so' io ch'ho preso un Re!
ER CANE LUPO E LA PECORELLA
Un Cane Lupo, fijo naturale
d'un lupo e d'una cagna,
fu preso da un mercante de campagna1
che lo messe de guardia in un casale2.
Lì conobbe una Pecora e ogni tanto,
quanno che l'incontrava in mezzo ar prato,
parlaveno der tempo ormai passato
e l'occhi je s'empiveno de pianto.
— Te vojo fa' conosce mamma mia;
— je disse un giorno er Cane — la vedrai:
è la cagna più bona che ce sia.
Spesso me fa le prediche e me dice:
Se voi vive felice
tratta le pecorelle
come tante sorelle...
E Dio, che vede tutto, ricompensa
o prima o poi qualunque bon'azzione...
— Beene! — belò la Pecora — ha raggione:
ma papà? che ne pensa?
1
2
Così si chiamano a Roma gli affittuari di terre di latifondo.
Casa rustica, cascina.
ATTILA
Attila, er Re più barbero e feroce,
strillava sempre: — Dove passo io
nun nasce più nemmanco un filo d'erba:
so' er Fraggello d'Iddio! —
Ma, a l'amichi, diceva: — Devo insiste
su l'affare dell'erba perché spesso
me so' venuti, doppo le conquiste,
troppi somari appresso.
LA MARGHERITA
— Vojo sapé se Nino mio me spósa —
diceva Bianca. E tutta impensierita
incominciò a sfojà la Margherita
perché je risponnesse quarche cosa.
Invece er Fiore disse: — E che ne so?
Farai più presto se lo chiedi a lui...
— Già je l'ho chiesto, stupida che fui!
— sospirò Bianca — e m'ha risposto no.
— E allora — dice — questo basta e avanza
senza scoccià li fiori der giardino.
Quello ch'è stato scritto dar Destino
mica se pô scassà1 co' la speranza.
1
Cancellare.
FEDELTÀ
— Ciò avuto sei padroni in vita mia:
— diceva un Cane a un Micio — e giurerei
d'esse stato fedele a tutti e sei,
perfino a chi m'ha detto: Passa via!
Per me nun c'è nessuna diferenza:
qualunque sia padrone, o bello o brutto,
bono o cattivo, l'ubbidisco in tutto
con una spece de riconoscenza...
— È una bella virtù la gratitudine:
ma, francamente, — j'arispose er Micio —
quello d'esse fedele è un sacrificio...
— Macché! —je disse er Cane — è un'abbitudine...
LA MOSCA INVIDIOSA
La Mosca era gelosa Dio sa come1
d'una Farfalla piena de colori.
— Tu — je diceva — te sei fatta un nome
perché te la svolazzi tra li fiori:
ma ogni vorta che vedo l'ale tue
co' tutto quer velluto e quer ricamo
nun me posso scordà quann'eravamo
poveri verminetti tutt'e due...
— Già, — disse la Farfalla — ma bisogna
che t'aricordi pure un'antra cosa:
io nacqui tra le foje d'una rosa
e tu su 'na carogna.
1
Perché.
LE MISURE
Un povero Somaro d'una stalla
diceva a la Cavalla:
— Dimme la verità: te pare giusta
la maniera d'aggi de sto' padrone
ch'a te te sfiora appena co' la frusta
e co' me nun addopra ch'er bastone? —
La Cavalla rispose: — C'è er motivo.
Quanno l'Omo tiè sotto un animale
ricorre a quer potere esecutivo
che corrisponne ar fisico e ar morale.
Pe' famme ubbidì a me, basta una mossa1,
un fischio, un nome, una carezza, un gnente;
co' te, che sei somaro e sei pazziente,
ce vô un tortore2 che t'arivi all'ossa.
1
2
Un gesto.
Bastone.
LO SFRATTO
— Perché me cacci? — chiese un vecchio Gatto
a una Guardia1 der Foro2
che je dava lo sfratto.
— Li mici stanno bene a casa loro:
— disse la Guardia — nun te crede mica
che, co' tutte 'ste bestie, Roma antica
guadagni de prestiggio e de decoro...
Te la figuri un'epoca imperiale
co' li gatti che aspetteno la trippa
e l'avanzi incartati in un giornale?
o che stanno, magara, a fa' l'amore
tra le colonne indove Marco Agrippa
annava a spasso co' l'Imperatore?
— E va be'! — fece lui — Ma prima o poi,
quanno verranno in mezzo a le rovine
le sorche de le chiaviche3 vicine,
richiamerete certamente a noi...
Capisco: l'ambizzioni so' ambizzioni,
perché la storia è storia e nun se scappa4:
ma li sorci, però, chi je l'acchiappa?
Mica ce ponno mette li leoni!
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4
Un «guardiano» (custode).
Di Traiano, soggiorno preferito dei gatti randagi.
I grossi topi delle fogne.
Non se n'esce.
ER GAMBERO E L'OSTRICA
— Ormai che me so' messo
su la via der Progresso,
— disse er Gambero all'Ostrica — nun vojo
restà vicino a te che sei rimasta
sempre attaccata su lo stesso scojo. —
L'Ostrica je rispose: — E nun t'abbasta?
Chi nun te dice ch'er Progresso vero
sia quello de sta' fermi? Quanta gente,
che combatteva coraggiosamente
pe' vince le battaje der Pensiero,
se fece rimorchià da la prudenza
ar punto de partenza?... —
Er Gambero, cocciuto,
je disse chiaramente: — Nun m'incanti!
Io vado all'antra riva e te saluto. —
Ma, appena ch'ebbe fatto quarche metro
co' tutta l'intenzione d'annà avanti,
capì che camminava a parteddietro1.
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A ritroso.
UN RAGNO UMANITARIO
Un Ragno stava a fa' la sentinella
per acchiappà un moscone ch'era entrato,
con un raggio de sole imporverato,
da la fessura d'una finestrella.
— Questo me lo lavoro1 de sicuro:
— pensava — tutto sta che se decida
d'entrà nell'ombra e d'accostasse ar muro... —
Ma er moscone, sbadato, se posò
su 'na striscia de carta moschicida
e, manco a dillo, ce s'appiccicò.
— Nun s'era mai veduto — strillò er Ragno —
un sistema più barbero e feroce... —
Ma sottovoce disse: — E mò2, che magno?
1
2
Me lo mangio, me lo succhio.
Adesso.
L'OCA E ER CIGNO
Un Rospo, più burlone che maligno,
diceva all'Oca: — Bella come sei,
un po' ch'allunghi er collo, pari un cigno...
— Eh, mica hai torto! — j'arispose lei —
Co' 'sto cattivo gusto che c'è adesso
sarei più che sicura der successo. —
E a forza de ginnastica svedese
e a furia de sta' ar sole e de sta' a mollo
er fatto sta che all'Oca, doppo un mese,
je s'era quasi raddoppiato er collo:
e un Critico stampò sopra un giornale:
«La scoperta d'un Cigno origginale.»
UN MARTIRE: L'UCELLO DE RICHIAMO
— Perché — chiese un Fringuello a un Cacciatore —
me levi tutto quello
ch'esiste de più bello e de più santo?
La libbertà, l'amore,
l'aria, la luce, l'arbero, er ruscello...
La vita mia, che dovrebb'esse un canto
a la bellezza de la primavera,
in mano tua, diventa una galera,
una tortura, un pianto.
E devo pregà Iddio che nun me tocchi
de fa' la brutta fine der verdone
che, pe' fallo cantà fôr de staggione,
j'hanno levato l'occhi!
— So' infamie, sì, ma come vôi che faccia?
— rispose er Cacciatore — Raggionamo:
se nun ce so' 'sti mezzi de richiamo
è inutile annà a caccia.
E quanno l'Omo vô mannà per aria
quello ch'ha stabbilito la natura,
se nun ce pô arivà co' l'impostura,
ricorre a la barbaria,
LA MORALE
Una bella matina er direttore
d'un Giardino Zoologgico vestì
le scimmie, le scimmiette e li scimmioni
co' li carzoni de tela cachi.
Una vecchietta disse: — Meno male!
che armeno nun vedremo certe scene...
Er direttore l'ha pensata bene:
se vede che je preme la morale... —
Una Scimmia, che stava ne la gabbia
tutta occupata a rosicà una mela,
intese e disse: — Ammenoché nun ciabbia
un parente che fabbrica la tela...
L'AMOR PROPIO
Quanno er Bagarozzetto de la rogna1
guardò un compagno drento ar microscopio,
invece de morì da la vergogna,
s'intese stuzzicà ne l'amor propio;
tanto che disse: — In fonno in fonno, poi,
vedo che semo granni puro noi!
1
L'acaro della scabbia.
LI SBAFATORI1 DE LA GLORIA
Un Aquila reale
s'era trovata, doppo una vittoria,
un fottio2 de pidocchi sotto l'ale.
Allora disse a Giove: — O sommo Dio!
se, come spero, passerò a la Storia,
nun ricordà chi c'era ar fianco mio...
1
2
Gli scrocconi.
Una gran quantità.
LA STIMA
Un Vetro s'inquietò con un Brillante:
— A quante brutte cose sei servito!
A comprà le carezze d'un'amante,
a fa' passà le furie d'un marito...
Prima t'ho visto in mezzo a la collana
d'una vecchia mezzana,
e adesso fai la mostra ner ditino1
d'un celebre strozzino... —
Er Brillante rispose: — E che m'importa?
Sia ner brelocco2 come ne l'anello
er valore che ciò rimane quello,
qualunque sia la gente che me porta.
Chi me vede me stima: è ormai da un pezzo
che sto giranno er monno avanti e dietro...
— Ma che conta la stima — chiese er Vetro —
se c'è attaccato er prezzo?
1
2
Nel mignolo.
Ciondolo, da «breloque».
LEGGE DE NATURA
La Vipera, che a maggio va in amore,
s'attacca tanto ar maschio inviperito
che quello more doppo avé sentito
l'urtima gioia e l'urtimo dolore.
Finito er tempo de la gravidanza,
l'aspetta un'antra bella fregatura
perché li fiji, è legge de natura,
prima d'uscì je strappeno la panza.
Er peggio è ch'ogni fijo, appena nato,
je zompa1 addosso senza compassione...
Io penso che la Vipera ha raggione
d'avecce er dente tanto avvelenato!
1
Le salta.
ER LUPO CONVERTITO
— Dar giorno che cascai ner precipizzio
— diceva un vecchio Lupo — e me sgrugnai1,
ho messo un pochettino de giudizzio. —
L'Omo je chiese: — 'Sti proponimenti
me ponno assicurà ch'hai perso er vizzio?
— Sì, — disse er Lupo — e piucchemmai2 li denti.
1
2
Mi ruppi il muso.
E soprattutto.
LA FINE DELL'ORCO
Le Favole oramai stanno in ribbasso:
a principià dar Mago e da la Strega,
che chiusero bottega,
puro le Fate so' rimaste a spasso
e vanno in compagnia de la Befana
che je fa da mezzana.
Perfino l'Orco, quello
che prima se magnava in un boccone
li regazzini vivi
quann'ereno cattivi,
adesso è diventato un bonaccione:
nun mette più paura
a nessuna aratura1.
Anzi, la notte, spesso je succede
che vede in sogno tutto quer ch'ha fatto:
e allora fiotta2, soffia come un gatto,
e piagne in bona fede...
Ma l'Orchessa, che dorme cór marito,
quanno sente 'ste buggere je strilla:
— Finiscela de piagne, arimbambito!
sennò... chiamo un balilla3!
1
2
3
Bambino.
Si lamenta.
Ragazzo iscritto alla organizzazione giovanile fascista dei Balilla.
LA BONTÀ PROVVISORIA
L'Agnello disse a un Lupo: — Me so' accorto
che la notte t'imbocchi1 piano piano
pe' sgranfignà2 li broccoli dell'orto:
e da quant'è che sei veggetariano?
— Da quanno m'è rimasto un osso in gola,
— rispose er Lupo — magno l'erba sola...
Sto a reggime, capischi? E, dato questo,
nun è più er caso che te zompi3 addosso... —
L'Agnello disse: — Già: ma come resto
er giorno che guarischi e sputi l'osso?
Prima devo trovà chi m'assicura
come la penserai doppo la cura.
1
2
3
T'introduci.
Rubare.
Ti salti.
UN RE INDECISO
Re Pipino è indeciso a un punto tale
ch'appena s'arza chiede a l'Indovina:
— Esco o nun esco? Faccio bene o male?
Che vento tira? Er celo è brutto o bello?
Che pelliccia me metto stammatina?
quella del Lupo o quella de l'Agnello? —
L'Indovina risponne: — Je consijo
d'aspettà quela nuvola che corre,
che mó1 pare un leone o mó un conijo.
Se invece d'annà dritta verso er mare
se straccia fra li merli de la Torre
è segno che pô fa' come je pare. —
Ma Re Pipino resta un po' in pensiero
perché la nuvoletta a l'improviso
ha pijato la forma d'un gueriero.
— Sarà mejo che vada o che nun vada? —
sospira er Re: poi sorte e, ormai deciso,
apre l'ombrello e sfodera la spada.
1
Ora.
L'ORSO VENDITORE DE FUMO
Un Orso se vantava con un Gatto:
— Per me la Reggia è come casa mia.
Er Re Leone me vô un bene matto,
me tratta a tu per tu! Prova ne sia
ch'a mezzoggiorno ciò l'appuntamento:
se m'aspetti un momento, vado e torno... —
L'Orso, infatti, annò su; ma er Re Leone,
appena se lo vidde comparì,
vortò la schina1, arzò la coda e... praffete!
E l'udienza finì.
— Embè? —je chiese er Gatto — Ciai discorso?
Che t'ha detto? Racconta! Com'è annata?
— Nun me lo domannà! — rispose l'Orso —
Se tratta d'una cosa delicata...
1
Schiena.
LA LIBBERTÀ
— Ched' e1 la Libbertà? Mó te lo spiego:
— diceva Menepijo2 a Menefrego —
la Libbertà d'un popolo è compagna
all'acqua che viè giù da la montagna.
Se la lasci passà dove je pare
se spreca ne li fiumi fino ar mare:
ma, se c'è chi la guida e la riduce
e l'incanala verso l'officina,
appena ariva smove la turbina,
diventa forza e se trasforma in luce.
— Bella scoperta! Grazzie der consijo!
— rispose Menefrego a Menepijo —
Ma quanno l'acqua ha smosso ner cammino
una centrale elettrica o un mulino,
se canta o se barbetta3 nun è male
lasciaje un po' de sfogo naturale.
1
2
3
Che cosa è.
Me-la-prendo.
Brontola.
L'INCROCIO
Una Cavalla disse a un Somarello:
— No, co' te nun ce sto: vattene via.
Io vojo un maschio de la razza mia,
nobbile, arzillo, fumantino1 e bello.
— Pur'io — rispose er Ciuccio — vojo bene
a una certa Somara montagnola
ch'ammalappena2 dice una parola
me sento bolle er sangue ne le vene.
Ma qui se tratta che a l'allevatore,
che bontà sua cià fatto trovà assieme,
je serveno li muli e nun je preme
se li famo per forza o per amore.
De dietro a l'ideale e ar sentimento
lo sai che c'è? l'industria mulattiera.
Dunque, dàmoje sotto e bona sera,
chiudemo un occhio e famolo contento.
1
2
Ardente, pieno di brio.
Che non appena.
L'OMO E L'ARBERO
Mentre segava un Arbero d'Olivo
un Tajalegna intese 'sto discorso:
— Un giorno, forse, proverai er rimorso
de trattamme così, senza motivo.
Perché me levi da la terra mia?
Ciavressi, gnente, er barbero coraggio
de famme massacrà come quer faggio
che venne trasformato in scrivania?
— Invece, — j'arispose er Tajalegna —
un celebre scurtore de cartello,
che lavora de sgurbia1 e de scarpello,
te prepara una fine assai più degna.
Fra poco verrai messo su l'artare,
te porteranno in giro in processione,
insomma sarai santo e a l'occasione
farai quanti miracoli te pare. —
L'Arbero disse: — Te ringrazzio tanto:
ma er carico d'olive che ciò addosso
nun te pare un miracolo più grosso
de tutti quelli che farei da santo?
Tu stai sciupanno troppe cose belle
in nome de la Fede! T'inginocchi
se vedi che un pupazzo move l'occhi
e nun te curi de guardà le stelle! —
Appena j'ebbe dette 'ste parole
s'intravidde una luce a l'improviso:
un raggio d'oro: Iddio dar Paradiso
benediceva l'Arbero cór Sole.
1
Di sgorbia.
LA CANDELA
Davanti ar Crocefisso d'una Chiesa
una Candela accesa
se strugge da l'amore e da la fede.
Je dà tutta la luce,
tutto quanto er calore che possiede,
senza abbadà se er foco
la logra1 e la riduce a poco a poco.
Chi nun arde nun vive. Com'è bella
la fiamma d'un amore che consuma,
purché la fede resti sempre quella!
Io guardo e penso. Trema la fiammella,
la cera cola e lo stoppino fuma...
1
La consuma.
ER PROVEDIMENTO
Er Leone diceva ar Ranguttano1:
— Tutte le notte, giù pe' la foresta,
sento come una voce de protesta
d'un Somaro che raja da lontano:
nun m'ariva che l'eco, ma confesso
che me fa male più der rajo stesso.
— Io penso ch'er Somaro nun s'arrischia
— rispose er Ranguttano — Quel lamento
sarà l'aria che tira o forse er vento
che passa tra le piante e se la fischia.
Se damo foco all'arberi, te giuro
che l'eco se sta zitto de sicuro. —
Così fu fatto. Doppo un'ora appena
la foresta pareva una fornace:
ma quanno nun rimase che la brace
sotto ar silenzio de la luna piena,
se risentì, più limpido e più chiaro,
er rajo der medesimo Somaro.
1
All'orang-utan.
L'AQUILA E ER GABBIANO
Appena vidde l'Aquila reale
un Gabbiano giocò de furberia:
— Che Dio protegga la reggina nostra!
Viva la monarchia!...
— Bravo! — je fece lei —
Quello che dichi è bello e me dimostra
che bon'ucello sei.
E adesso ch'hai veduta la reggina
lascia li monti e torna a la marina. —
Contento d'esse libbero, er Gabbiano
fece un inchino e doppo un po' de scene
spalancò l'ale e rivolò lontano.
L'Aquila disse: — Quanto me vô bene! —
Eppoi pensò: — Che sia repubbricano?
L'OMO E ER LUPO
Un Omo disse a un Lupo: — Se nun eri
tanto cattivo e tanto propotente,
te guadagnavi er pane onestamente
e io t'avrei protetto volentieri...
— Mejo la libbertà che un po' de pane.
— rispose er Lupo subbito — Der resto,
er giorno ch'ero1 bono e ch'ero onesto
finivi2 pe' trattamme come un cane.
1
2
Ch'io fossi stato.
Avresti finito.
LA MUSAROLA1
— Tu sai ch'io so' fedele e affezzionato
— diceva er Cane all'Omo — e sempre pronto
a zompà2 addosso a chi te fa un affronto,
a costo puro de morì ammazzato.
Tutto questo va be': ma francamente
'sta musarola nun me piace affatto;
perché, piuttosto, nu' la metti ar Gatto,
che nun t'è amico e nun t'ajuta in gnente? —
L'Omo rispose: — Ma la legge è legge:
eppoi 'sta musarola, a l'occasione,
dimostra l'esistenza d'un padrone
che t'assicura un pane e te protegge. —
— S'è come dichi, basta la parola, —
je disse er Cane. E infatti, da quer giorno,
come j'annava quarchiduno intorno
diceva bene de la musarola.
1
2
La museruola.
A saltare.
LA GIUSTIZZIA AGGIUSTATA
Giove disse a la Pecora: — Nun sai
quanta fatica e quanto fiato sciupi
quanno me venghi a raccontà li guai
che passi co' li Lupi.
È mejo che stai zitta e li sopporti.
Hanno torto, lo so, nun c'è questione1:
ma li Lupi so' tanti e troppo forti
pe' nun avè raggione!
1
Non c'è dubbio.
LE PRETESE DER CAMALEONTE
Mentre cantava l'inno ar Solleone,
una Cecala se trovò de fronte
a tu per tu con un Camaleonte
più nero der carbone.
— Quant'è che me rifriggi 'sta canzone!
— incominciò a di' lui. — Lascela perde!1
Me la cantavi ar tempo ch'ero rosso2,
me la cantavi ar tempo ch'ero verde3...
Che vai cercanno? che te zompi4 addosso?
— Io canto ar sole, — je rispose lei —
e la luce der sole è sempre eguale:
che vôi che ce ne freghi, a noi cecale,
de che colore sei?
1
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4
Smettila!
Socialista.
Massone.
Ti salti.
LO SPECCHIO
Uno Specchio diceva a la Credenza:
— Quant'era mejo se restavo un vetro
limpido e puro, senza
'sta vernice de dietro!
Uno de queli vetri, fatte conto,
incorniciati in certe finestrelle,
che vanno a foco all'ora der tramonto
per aspettà le stelle,
e fanno da vetrina
ar Sole che rinasce ogni matina.
Invece, èccheme qua! De tanta gente,
sia giovene sia vecchia,
che me passa davanti e me se specchia,
che ce rimane? Gnente.
La vita mia nun è che un'illusione:
rifletto, ma nun penso: e se me tocca
de di' la verità senza aprì bocca
nun trovo un cane che me dà raggione.
UN MIRACOLO
C'era una vorta un poverello muto
che, volenno di' male d'un Governo,
agnede1 a messa e chiese ar Padreterno
la grazzia de parlà per un minuto.
— Fate, o Signore, che, per un momento,
je dica chiaro come me la sento... —
E er Padreterno, ch'è bontà infinita,
lo fece riparlà tutta la vita.
1
Andò.
LA NASCITA
La luce se sbiadisce e le Galline,
ch'aritorneno a casa una pe' vorta,
se lagneno ch'er Gallo su la porta
nun je dà più le solite occhiatine.
— È già da quarche giorno
che nun ce guarda e ce trascura l'ova...
— Pe' me, gatta ce cova!
— Chissà che scivolosa1 ciavrà intorno!...
— E purtroppo è così! — strilla una Biocca2 —
Da che s'è messo co' la pollanchella3
nun ingalla4 che quella
e guai chi je la tocca!
— Fosse armeno de razza, meno male!
Ma ne viè da un cortile e c'è chi dice
ch'è nata cór calore artificiale
perché è la fija d'un'incubbatrice...
— Se nasce bene o male nun m'importa!
— barbotta5 er Gallo — Io guardo come vive,
come fa l'ova e come se comporta. —
Le Gallinelle, stupide e cattive,
una per una imboccheno la porta...
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5
Che smorfiosa.
Chioccia.
Con la pollastrina.
Feconda.
Brontola.
ER GRILLO ZOPPO
— Ormai me reggo su 'na cianca1 sola.
— diceva un Grillo — Quella che me manca
m'arimase attaccata a la cappiola2.
Quanno m'accorsi d'esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c'ebbi che un pensiero:
de rivolà in giardino.
Er dolore fu granne... ma la stilla
de sangue che sortì da la ferita
brillò ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedirà
ogni goccia de sangue ch'è servita
pe' scrive la parola Libbertà!
1
2
Una zampa.
Laccio.
PASQUINO, SEMPRE SCONTENTO
— Povero mutilato dar Destino,
come te sei ridotto!
— diceva un Cane che passava sotto
ar torso de Pasquino1 —
Te n'hanno date de sassate in faccia!
Hai perso l'occhi, er naso... E che te resta?
un avanzo de testa
su un corpo senza gambe e senza braccia!
Nun te se vede che la bocca sola
con una smorfia quasi strafottente... —
Pasquino barbottò: — Segno evidente
che nun ha detto l'urtima parola.
Così si chiama popolarmente l'antica e mutila statua nell'omonima piazza, all'angolo
di Palazzo Braschi: vi si appendevano satire ed epigrammi anonimi, da cui la parola
«pasquinata».
1
MATINA ABBONORA
Doppo una notte movimentatella
ritorno a casa che s'è fatto giorno.
Già s'apreno le chiese; l'aria odora
de matina abbonora e scampanella.
Sbadijo e fumo: ciò l'idee confuse
e la bocca più amara de l'assenzio.
Casco dar sonno. Le persiane chiuse
coll'occhi bassi guardeno in silenzio.
Solo m'ariva, da lontano assai,
er ritornello d'una cantilena
de quela voce che nun scordo mai:
— Ritorna presto, sai?
Sennò me pijo pena... —
E vedo una vecchietta
che sospira e m'aspetta.
UN CONIJO CORAGGIOSO
— Tu sei lo specchio de la perfezzione.
— diceveno le bestie ar Re Leone —
In tutto quer che dichi e quer che fai
ciazzecchi1 sempre e nun te sbaji mai. —
Er Leone ruggì, smosse la coda
e disse: — Fra 'sta gente che me loda
se c'è, per caso, quarche bestia amica
pronta a famme una critica, lo dica.
Me so' scocciato ormai d'esse perfetto!
Coraggio! Su! Trovateme un difetto!
— Io te lo dico... — se n'uscì un Conijo —
ma solamente da lontano un mijo:
forse un difetto te lo riconosco,
ma te lo strillo quanno sto ner bosco... —
E je lo disse tanto mai distante
che la voce se perse fra le piante.
1
Indovini.
FAVOLE...
Pe' conto mio la favola più corta
è quella che se chiama Gioventù:
perché... c'era una vorta...
e adesso nun c'è più.
E la più lunga? È quella de la Vita:
la sento raccontà da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascherò dar sonno
prima che sia finita...
LIBRO MUTO
1935
1931-1935
LIBBRO MUTO
Ner mobbiletto antico, che comprai
tant'anni fa da un antiquario in Ghetto,
c'era, sott'a la tavola, un cassetto
che tira tira nun s'apriva mai:
finché scoprii er segreto e fu una sera
che nun volenno spinsi una cerniera.
Subbito, da la parte de l'intacco,
la tavoletta fece un mezzo giro
e er cassetto s'aprì con un sospiro
ch'odorava de pepe e de tabbacco.
Guardai ner fonno e viddi in un incastro
un libbro intorcinato1 con un nastro.
Un libbro rosso rilegato in pelle
dove spiccava, tra li freggi d'oro,
un'arma gentilizzia con un toro
e un mago che giocava co' tre stelle:
e, sott'all'arma, er titolo in cornice:
«La Regola per vivere felice».
— Dati li tempi, — dissi — è una fortuna! —
Ma in tutt'er libbro nun trovai nemmanco
una parola scritta. Tutto bianco.
Riguardai le facciate, una per una:
zero via zero. E chi sarà er sapiente
che fece un libbro senza scrive gnente?
L'avrà lasciato in bianco co' l'idea
de minchionà la gente che lo sfoja,
o avrà capito che la vera gioja
finisce ner momento che se crea?
Era un matto o un filosofo? Chissà
come sognava la felicità?
1
Legato stretto.
CERIMONIA
Ce semo. Tra un minuto scopriranno
er busto der filosofo ch'aspetta,
in mezzo a la piazzetta,
coperto con un panno:
(se ne vede una fetta).
Gente, bandiere, musiche
e tutta quanta un'allegria de sole.
Silenzio! Fermi! Arriva l'onorevole.
Dirà poche parole.
— Cittadini! Quer marmo che ricorda
l'illustre Marco Mappa... — E ar punto giusto
squilla la tromba, tireno la corda,
er panno casca e comparisce er busto.
— Uh! quanto è buffo! — Pare Purcinella...
— Perché ce l'hanno messo?... — E chi lo sa?
— Era un gran genio. — Nun discuto, ma...
me ce piaceva più la fontanella. —
Finita ch'è la festa e la cagnara1,
la folla se sparpaja e nun rimane
che Marco Mappa, solo come un cane,
infregnato2 ner marmo de Carrara.
1
2
Il chiasso.
Atteggiato a sdegno.
GIARDINO
Da quanno su' Eminenza er Cardinale
comprò er giardino e lo lasciò ar convento
c'è stato un cambiamento generale.
Da quer momento, addio, poveri fiori!
L'insalatina ha preso er sopravvento
incoraggiata da li pomodori.
Sur piedistallo stesso,
dove spiccava un satiro de pietra
che sonava la cetra
tutt'inverdito da l'ummidità,
li fraticelli cianno messo un busto
der Cardinale in gesso,
che ce va giusto giusto:
e in mezzo a la verdura
fa una certa figura.
D'allora in poi nessuno ve raccoje,
povere margherite abbandonate!
Ma che je fa? Le coppie innamorate,
che un tempo ve strappaveno le foje,
so' passate de moda. Pure er core
attraversa la crisi de l'amore.
LE PAROLE INUTILI
Er Pappagallo, tutto soddisfatto
magna un biscotto silenziosamente.
— Perché nun parli mai? —je chiede un Gatto —
Com'è che nun t'insegneno a di' gnente?
S'io fossi quer che sei
quarche parola me l'imparerei. —
Er Pappagallo cór ciuffetto dritto
spalanca l'ale e se le sgrulla1 ar sole;
poi dice ar Gatto: — Più che le parole,
ho imparato a sta' zitto.
È inutile che insisti. Addio, Miciotto! —
E se rimette a rosicà er biscotto.
1
Scrolla.
LA GLORIA
Una notte d'estate m'insognai
de trovamme in un tempio, sopr'a un monte,
dove la Gloria me baciava in fronte
co' tanta forza che me ce svejai.
E feci propio bene: se per caso
nun spalancavo l'occhi ar punto giusto,
la vespa, che ciaveva preso gusto,
me dava un antro pizzico sur naso.
SENSIBILITÀ
A la Gallina, povera bestiola,
j'hanno ammazzato er Pollo. Un vecchio Gatto,
che s'è trovato ar fatto,
je porta la notizzia e la consola:
— Nun ha fiatato, nun ha detto un'a!
Da sì che monno è monno, nessun pollo
s'è fatto tirà er collo
co' tanta dignità. —
La vedova sospira e se commove:
— Chi è stato? er coco? Sempre quel'infame!
E dove me l'ha cotto? — Ner tegame,
co' le patate nove...
— Come mi' padre! Puro lui, 'st'inverno,
finì sopra un bracere de carbone,
che pareva un inferno...
— Macché: —je dice er Gatto — er mi' padrone
cià la cucina a gasse. E che cucina!
— Mbè, meno male — fiotta1 la Gallina —
che armeno j'hanno usato 'st'attenzione.
1
Piagnucola.
BONSENSO PRATICO
Quanno, de notte, sparsero la voce
che un Fantasma girava sur castello,
tutta la folla corse e, ner vedello,
cascò in ginocchio co' le braccia in croce.
Ma un vecchio restò in piedi, e francamente
voleva dije che nun c'era gnente.
Poi ripensò: «Sarebbe una pazzia.
Io, senza dubbio, vedo ch'è un lenzolo:
ma, più che di' la verità da solo,
preferisco sbajamme in compagnia.
Dunque è un Fantasma, senza discussione».
E pure lui se mise a pecorone1.
1
Nella stessa posizione della folla.
LA PAURA
Un Sorcio, trasportato in un deserto
drento ar bagajo d'una carovana,
a mezzanotte se n'uscì a l'aperto;
ma un'ombra, che sbucava da una tana,
lo fece insospettì d'esse scoperto.
— Chi va là? — chiese er Sorcio. Detto fatto
un ruggito rispose: — So' un Leone.
Che te spaventi a fa'?1 Diventi matto?
— Uh! — dice — scusa! È stata l'apprensione
perché t'avevo preso per un gatto.
1
Perché mai ti spaventi?
ABBITUDINE
Er giorno stesso che la Capinera
fu fatta priggioniera,
ingabbiata che fu,
nun volle cantà più.
E disse: — Come posso
restà lontana dar boschetto mio
dove ciò er nido su l'abete rosso?
— Ringrazzia Iddio che nun t'è annata peggio;
— trillò un Canario che je stava accanto —
pur'io, sur primo, ciò sofferto tanto:
ma poi ripresi subbito er gorgheggio.
E mó, piuttosto che schiattà de rabbia,
m'adatto a fa' li voli su misura:
me bevo er Celo e canto a la Natura
che vedo tra li ferri de la gabbia.
L'AMICIZZIA
La Tartaruga aveva chiesto a Giove:
Vojo una casa piccola, in maniera
che c'entri solo quarche amica vera,
che sia sincera e me ne dia le prove.
— Te lo prometto e basta la parola:
— rispose Giove — ma sarai costretta
a vive in una casa così stretta
che c'entrerai tu sola.
L'OSPITE
Un Cane se scocciò che la Cornacchia
spadroneggiasse troppo ner cortile.
— Perché nun voli più sur campanile?
Ch'hai trovato? la pacchia?1
Nun credo ch'er motivo principale,
che te fa restà qui, sia l'affezzione...
— No: — disse la Cornacchia — è er tu' padrone
che m'ha tajato l'ale.
1
L'abbondanza, la vita comoda?
COSCENZA
C'era un ber pollo sopra a la credenza.
Er Cane, che lo vidde, disse ar Micio:
— Io nu' lo tocco: faccio un sacrificio,
ma armeno sto tranquillo de coscenza.
— Per te, va bè': ma io che ce guadagno?
— je chiese er Micio che fissava er piatto —
Co' 'sta fame arretrata1? Fossi matto!
Preferisco er rimorso e me lo magno.
1
Insodisfatta da lungo tempo.
LA GUIDA
La Zebra passeggiava cór Cavallo
e je faceva er solito discorso:
— Io nun fo come te, che pe' la biada
te pieghi all'Omo che te mette er morso...
— Però me guida su la bona strada:
— je rispose er Cavallo — e ciò un controllo
semmai m'impenno e corro a scapicollo.
L'istinto, nu' lo nego, è bell'assai:
ma er giorno che ce manca ne la vita
un freno che lo regola, è finita.
Libberi, sempre; scatenati, mai!
L'APE
— Pur'io vorrei la pace:
— diceva l'Ape a un Grillo —
ch'er lavoro tranquillo
me soddisfa e me piace.
Ma finché su la terra
parleranno de guerra
terrò sempre, a bon conto,
un pungijone pronto:
er pungijone mio
che m'ha arrotato Iddio.
PECORE
Er Pastorello disse ar su' Padrone:
— Tu, nu' lo nego, parli bene assai
ch'è mejo a vive un giorno da leone
che cent'anni da pecora... Ma guai
se pure fra le pecore che ciai
pijasse piede quela convinzione!
— Certo: — fece er Padrone — e prega Iddio
che a quarche vecchio lupo nun je roda1
de mette er muso ne l'ovile mio:
sennò, co' 'st'agnelletti che ciò io,
nun ce fanno restà manco la coda.
1
Non gli venga in mente.
LA VIPERA CONVERTITA
Appena che la Vipera s'accorse
d'esse vecchia e sdentata, cambiò vita.
S'era pentita? Forse.
Lo disse ar Pipistrello: — Me ritiro
in un orto de monache qui intorno,
e farò penitenza fino ar giorno
che m'esce fòri l'urtimo sospiro.
Così riparerò, con un bell'atto,
a tanto male inutile ch'ho fatto...
— Capisco: — je rispose er Pipistrello —
la crisi de coscenza è sufficente
per aggiustà li sbaji der cervello:
ma er veleno ch'hai sparso fra la gente,
crisi o nun crisi, resta sempre quello.
ER DESTINO
Una notte er Destino,
mentre se scatenava un temporale,
pensò de ariparasse sotto a un pino.
Ma, appena vidde che da piedi all'arbero
c'era ingrufata1 un'Aquila Reale,
se sgrullò2 l'acqua e seguitò er cammino.
— No, — disse — vado via:
perché, se per disdetta
Giove scaraventasse una saetta3,
potrebbero pensa ch'è córpa mia.
1
2
3
Arruffata e minacciosa.
Si scrollò.
Una folgore.
PRESUNZIONI
La Luna piena che inargenta l'orto
è più granne der solito: direi
che quasi se la gode a rompe l'anima
a le cose più piccole de lei.
E la Lucciola, forse, nun ha torto
se chiede ar Grillo: — Che maniera è questa?
Un po' va bè': però stanotte esaggera! —
E smorza el lume in segno de protesta.
LA TARTARUGA
Mentre, una notte, se n'annava a spasso,
la vecchia Tartaruga fece er passo
più lungo de la gamba e cascò giù
co' la casa vortata sottinsù.
Un Rospo je strillò: — Scema che sei!
Queste so' scappatelle
che costeno la pelle...
— Lo so: — rispose lei —
ma, prima de morì vedo le stelle.
FISCHI
L'Imperatore disse ar Ciambellano:
— Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m'accompagna sempre indove passo.
Io nun so s'è la rota o s'è un cristiano...
Ma in ogni modo daje un po' de grasso.
LA COLOMBA
Incuriosita de sapé che c'era,
una Colomba scese in un pantano,
s'inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: — Commarella mia,
vedo che, pure te, caschi ner fango...
— Però nun ce rimango... —
rispose la Colomba. E volò via.
L'INDECISI
Appena che scoppiava una tempesta,
un Pino in riva ar mare
abbassava la cresta.
Una Quercia je disse: — A quanto pare,
voi pure v'inchinate
secondo le ventate...
— Sì, — je rispose er Pino —
quello che dite è esatto:
ma nun capisco mai, quanno m'inchino,
se me piego davero o se m'adatto.
L'AGNELLO INFURBITO
Un Lupo che beveva in un ruscello
vidde, dall'antra parte de la riva,
l'immancabbile Agnello.
— Perché nun venghi qui? — je chiese er Lupo —
L'acqua, in quer punto, è torbida e cattiva
e un porco ce fa spesso er semicupo1.
Da me, che nun ce bazzica2 er bestiame,
er ruscelletto è limpido e pulito... —
L'Agnello disse: — Accetterò l'invito
quanno avrò sete e tu nun avrai fame.
1
2
Semicupio, mezzo bagno.
Vi frequenta.
DISINTERESSE
Disse un Porco a la Quercia: — Tu sei grande,
forte e potente! È tanto che t'ammiro!...
— Lo so... — rispose lei con un sospiro —
è un pezzo che t'ingrassi co' le ghiande.
L'IDOLO
L'idolo disse: — Io penso
che in tutte quele nuvole d'incenso
c'è una prova d'amore e de fiducia;
ma in quanti casi, l'Omo che l'abbrucia,
m'affumica l'artare
pe' nun famme vedé le cose chiare!
STATURA
Er vecchio Nano de la pantomima,
pe' comparì più grande e più importante,
se fece pijà in braccio dar Gigante:
ma diventò più piccolo de prima.
ER SALICE PIANGENTE
— Che fatica sprecata ch'è la tua!
— diceva er Fiume a un Salice Piangente
che se piagneva l'animaccia sua1 —
Perché te struggi a ricordà un passato
se tutto quer che fu nun è più gnente?
Perfino li rimpianti più sinceri
finisce che te sciupeno er cervello
per quello che desideri e che speri.
Più ch'a le cose che so' state ieri
pensa a domani e cerca che sia bello! —
Er Salice fiottò2: — Pe' parte mia
nun ciò né desideri né speranze:
io so' l'ombrello de le rimembranze
sotto una pioggia de malinconia:
e, rassegnato, aspetto un'alluvione
che in un tramonto me se porti via
co' tutti li ricordi a pennolone3.
Piangeva dirottamente: «anima» è adoperata spesso per dare a un'espressione valore
superlativo.
2
Piagnucolò.
3
Penzoloni.
1
LA GLORIA ARTIFICIALE
Li razzi, a mille a mille,
fischieno in celo e scoppieno. Ogni sparo
sparpaja una fontana de scintille.
Stelle d'argento, serpentelli d'oro,
s'incroceno fra loro con un gioco
de colori de foco.
Ma, finita la festa,
ritorna tutto scuro e tutto zitto:
e nun resta che un fumo fitto fitto
che s'abbassa, se sparge e se ne va.
Quer che rimane, in genere, a chi passa
un quarto d'ora de celebbrità.
PRETENZIONI
Appena se specchiò ne la vetrina
un Mulo disse: — Da l'aspetto, è chiaro
che so' un campione de la razza equina.
Però, vorrei sapé: chi rappresento?
Un perfezzionamento der somaro
o so' un cavallo stile novecento?
LA GENEROSITÀ DER LEONE
Quanno la Vorpe vidde er Re Leone
incominciò a tremà da la paura,
ma fece finta ch'era l’emozzione.
Prova ne sia che disse: — Quante vorte
ho letto su li libbri de lettura
che sei 'na fiera generosa e forte!
Vicino a te me sento più sicura... —
A 'st'uscita er Leone, già in procinto
de dà' de guanto ar1 povero animale,
chiuse le varvolette de l'istinto.
— Vattene pure! — disse — Se nun t'odio,
nun c'è raggione che te faccia male.
Solamente vorrei che 'st'episodio
venisse pubblicato sur giornale...
1
Agguantare.
QUESTIONE DE RAZZA
— Che cane buffo! E dove l'hai trovato? —
Er vecchio me rispose: — È brutto assai,
ma nun me lascia mai: s'è affezzionato.
L'unica compagnia che m'è rimasta,
fra tanti amichi, è 'sto lupetto nero:
nun è de razza, è vero,
ma m'è fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l'azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.
MASSIME ETERNE
— Ama er prossimo tuo come te stesso.
— diceva un Padre ar Fijo —
Vorrei che 'sto consijo
lo ricordassi spesso.
— Ma un tedesco? un francese?
— je chiese er Fijo — pure quello è prossimo?
E l'avrei da trattà come se fossimo
de lo stesso paese?
— Sfido! — rispose er Padre — Sia chi sia.
Tutt'ar più, co' la gente forastiera,
te potrai regolà ne la maniera
ch'ha stabbilito la Dipromazzia.
LA VORPE SINCERA
Doppo d'avé magnato una Gallina,
la Vorpe incontrò un Gallo:
ma, invece d'agguantallo,
lo salutò con una risatina.
— Co' te — je disse — nun m'abbasta l'anima.1
Ritorna a casa ché te fo la grazzia...
— Dunque —je chiese er Gallo — sei magnanima?...
— Sì: — je rispose lei — quanno so' sazzia.
1
Non, me ne sento il coraggio.
IN FINESTRA
La Cornacchia, in cortile, guarda er celo,
spalanca er becco e chiede l'acqua, come
se la chiamasse a nome.
Ma appena che la sente un Gatto rosso,
ch'è l'amico der sole, arruffa er pelo,
je raschia un soffio e je s'affiara1 addosso.
— È inutile che fai, Miciotto mio:
— je strilla la Portiera da la loggia —
er bel tempo e la pioggia
nu' la pô fa' che Lui: Dommineddio.
Qualunque sia la bestia che discute
le decisioni de la Providenza
o cerca rogna2 o manca d'esperienza;
dunque sta' zitto e pensa a la salute3.
1
2
3
Le si avventa.
Va in cerca di guai.
Non t'incaricare di nulla.
LA TARTARUGA LEMME-LEMME
La Tartaruga disse a la Lucertola:
— Abbi pazzienza, férmete un momento!
E giri, e corri, e svicoli, e t'arampichi,
sempre de prescia1, sempre in movimento.
Me fai l'effetto d'una pila elettrica...
Te piace d'esse attiva? Va benone.
Però l'attività, quanno s'esaggera,
lo sai come se chiama? Aggitazzione:
forza sprecata. È la mania der secolo.
Correno tutti a gran velocità:
ognuno cerca d'arrivà prestissimo,
ma dove, propio dove... Nu' lo sa.
1
In fretta.
PECCATO N. 1
Dio chiese a Adamo: — Chi ha magnato er pomo?
— Io! — fece lui — Ma me l'ha dato lei.
— Eva? — Sicuro. Mica lo direi... —
E scappò fòra er primo gentilomo.
RIPARI
Un vecchio Merlo se vantava spesso
de dormì fra le zampe d'un Leone,
senza di' ch'er Leone era de gesso.
Quante persone, co' lo stesso trucco,
hanno scroccato la reputazzione
riparate da un simbolo de stucco!
DIGNITÀ
Un Barbone e un Lupetto
se so' trovati dar veterinario,
ne la sala d'aspetto.
— Me presento da me:
— dice er Lupetto, con un bell'inchino —
io so' quer cagnolino
che giorni fa cascò dal lucernario.
Me chiamo Pomponé1...
— Pomponé; Ma perché — chiede er Barbone —
t'hanno messo quer nome forestiero;
Semo o nun semo2? Dillo ar tu' padrone...
Io, come vedi, ciò la rogna, è vero,
ma me chiamo Nerone!
1
2
«Pomponnet».
Sottinteso: romani.
L'AGNELLO PRUDENTE
— Che ne pensi de me? —
chiese un Lupo a l'Agnello.
Naturarmente, quello
se n'uscì con un beee...
— Spièghete mejo, sbrighete...
— Ah, — dice — no davero!
Me sento troppo debbole
pe' diventà sincero.
LA LUMACA
La Lumachella de la Vanagloria,
ch'era strisciata sopra un obbelisco,
guardò la bava e disse: — Già capisco
che lascerò un'impronta ne la Storia.
PUNTI DE VISTA
Un Cane disse ar Gatto: — Abbi giudizzio,
ch'ammalappena1 che sarai castrato
diventerai fedele e affezzionato
all'omo che t'ha fatto quer servizzio. —
Er Gatto sgnavolò2: — Forse hai raggione:
ma sarei più felice e più contento
d'esse fedele per temperamento,
senza bisogno de l'operazzione.
1
2
Non appena.
Miagolò.
LA PROPRIETÀ
Appena che spuntò l'arcobaleno,
la Tartaruga uscì, ma una fiumana
d'acqua piovana la rivorticò1.
— Ce semo! — sospirò — Questa è la vita!
Ero la propietaria
d'una bella casetta, e so' finita
co' le zampe per aria! —
Come la vidde ruzzicà2 ner fosso,
una Ranocchia je strillò: — Lo vedi?
Sei schiava de la robba che possiedi:
campavi mejo senza pesi addosso.
Chi nun cià gnente, in fonno,
se ne frega de tutti:
in tempi belli o brutti
è padrone der monno.
1
2
La rovesciò.
Ruzzolare.
LO SCIALLETTO
Cór venticello che scartoccia l'arberi1
entra una foja in cammera da letto.
È l'inverno che ariva e, come ar solito,
quanno passa de qua, lascia un bijetto.
Jole, infatti, me dice: — Stammatina
me vojo mette quarche cosa addosso;
nun hai sentito ch'aria frizzantina? —
E cava fôri lo scialletto rosso,
che sta riposto fra la naftalina.
— M'hai conosciuto proprio co' 'sto scialle:
te ricordi? — me chiede: e, mentre parla,
se l'intorcina2 stretto su le spalle —
S'è conservato sempre d'un colore:
nun c'è nemmeno l'ombra d'una tarla3!
Bisognerebbe ritrovà un sistema,
pe' conservà così pure l'amore... —
E Jole ride, fa l'indiferente:
ma se sente la voce che je trema.
1
2
3
Strappa le foglie accartocciate.
Se lo attorciglia.
Tignola.
SOFFITTA
Un tanfo de rinchiuso e de vecchiume,
robba ammucchiata che nessuno addopra,
stracci, cartacce, libbri sottosopra,
un antenato, un lavativo, un lume...
De tant'in tanto nonna, impensierita,
va su in soffitta e passa la rivista
de li ricordimpicci de la vita,
prima che un nipotino futurista
facci piazza pulita...
Ma oramai c'è rimasto poco e gnente.
L'unico che resista è l'antenato
che se la ride sminchionatamente:
forse rivede er secolo passato
e un pochettino er secolo presente...
BAR DE L'ILLUSIONE
La Finzione e l'Inganno
hanno aperto bottega. Su la mostra
c'è scritto: «Sogni. Produzzione nostra.
Speranze garantite per un anno?.
Un vecchio Mago, cór barbone bianco,
serve, dedietro ar banco,
un beverone a quelli che ce vanno.
Tutta gente che spera e ch'ha bisogno
de vede, armeno in sogno,
quer che nun trova ne la vita vera.
Quanno passo davanti a 'sta bottega
guardo la folla e penso,
con un senso de pena, a quel'illusi
che beveno a occhi chiusi
li decotti der Mago e de la Strega.
Li compatisco, sì: ma, certe sere
che le cose nun vanno a modo mio,
me guardo intorno, svicolo1 e pur'io
me ne scolo un bicchiere.
1
Cambio strada.
COMPASSIONE
La Quercia è tutta nera. Una saetta
la fece secca, la lasciò stecchita
e da quer giorno nun s'è mossa più.
Ma la Natura, sempre generosa,
pe' daje l'illusione de la vita
ogni tanto je copre la ferita
co' le foje de rosa...
CORTILE
Li panni stesi giocano cór vento
tutti felici d'asciugasse ar sole:
zinali1, sottoveste, bavarole,
fasce, tovaje... Che sbandieramento!
Su, da la loggia, una camicia bianca
s'abbotta d'aria e ne l'abbottamento
arza le braccia ar celo e le spalanca.
Pare che dica: — Tutt'er monno è mio! —
Ma, appena er vento cambia direzzione,
gira, se sgonfia, resta appennolone2...
E un fazzoletto sventola l'addio.
1
2
Grembiuli.
Penzoloni.
UNA MANO
Mattina
A la finestra der seconno piano
c'è una vecchietta quasi centenaria:
ma io nun j'intravedo che una mano:
una mano che trema e alliscia l'aria
come se accarezzasse le parole
d'una voce lontana e immagginaria:
finché se posa e se riposa ar sole.
Sera
— Che vecchietta simpatica e amorosa! —
ho detto a la portiera: e, incuriosito,
j'ho chiesto se sapeva quarche cosa.
Dice: — Quann'abbitava cór marito
assieme a tre nipote giovenotte
affittava le cammere... — Ho capito.
Allora bona notte... — Bona notte.
MANIA DE PERSECUZZIONE
La notte, quanno guardo l'Ombra mia
che s'allunga, se scorta1 e me viè appresso,
me pare, più che l'ombra de me stesso,
quella de quarcheduno che me spia.
Se me fermo a parlà con un amico
l'Ombra s'agguatta2 ar muro, sospettosa,
come volesse indovinà una cosa
che in quer momento penso, ma nun dico.
Voi me direte: «È poco ma sicuro
che nun te fidi più manco de lei...».
No, fino a questo nun ciarriverei...
Però, s'ho da pensà, penso a l'oscuro.
1
2
S'accorcia.
S'acquatta.
LA STRADA MIA
La strada è lunga, ma er deppiù1 l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.
Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo ajuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cór destino in saccoccia.
1
Il tratto più lungo.
ACQUA E VINO
1944
1931-1944
ACQUA E VINO
Se certe sere bevo troppo e er vino
me ne fa quarchiduna de le sue,
benché sto solo me ritrovo in due
con un me stesso che me viè vicino
e muro-muro1 m'accompagna a casa
pe' sfuggì da la gente ficcanasa.
Io, se capisce, rido e me la canto,
ma lui ce sforma2 e pe' de più me scoccia:
— Nun senti che te gira la capoccia3?
Quanno la finirai de beve tanto?
— È vero, — dico — ma pe' me è una cura
contro la noja e contro la paura.
Der resto tu lo sai come me piace!
Quanno me trovo de cattivo umore
un bon goccetto m'arillegra er core,
m'empie de gioja e me ridà la pace:
nun vedo più nessuno e in quer momento
dico le cose come me la sento.
— E questo è er guajo! — dice lui — Più bevi
più te monti la testa e più discorri
e nun pensi ar pericolo che corri
quanno spiattelli quello che nun devi;
sei sincero, va be', ma ar giorno d'oggi
come rimani se nun ciai l'appoggi?
Impara da Zi' Checco: quello è un omo
ch'usa prudenza e se controlla in tutto:
se pensa ch'er compare è un farabbutto
te dice ch'er compare è un galantomo,
1
2
3
Pian piano lungo i muri.
Non si dà pace.
Testa.
in modo ch'er medesimo pensiero
je nasce bianco e scappa fòri nero.
Tu, invece, quanno bevi co' l'amichi,
svaghi1, te butti a pesce2 e nun fai caso
se ce n'è quarchiduno un po' da naso3
pronto a pesà le buggere4 che dichi,
che magara t'approva e sotto sotto
pija l'appunti e soffia ner pancotto5.
Stasera, a cena, hai detto quela favola
der Pidocchio e la Piattola in pensione:
ma te pare una bell'educazzione
de nominà 'ste bestie propio a tavola
senza nemmanco un occhio de riguardo
pe' l'amichi che magneno? È un azzardo!
Co' tutto che c'è sotto la morale
la porcheria rimane porcheria:
e se quarcuno de la compagnia
se sente un po' pidocchio, resta male.
Co' la piattola è peggio! Quanta gente
vive sur pelo e nun sapemo gnente?
Le verità so' belle, se capisce,
ma pure in quelle ciabbisogna un freno.
Eh! se ner monno se parlasse meno
quante cose annerebbero più lisce!
Ch'er Padreterno te la marmi bona
da li discorsi fatti a la carlona6! —
E ammalappena7 er vino che ciò in testa
sfuma nell'aria e me ritrovo solo
capisco d'avé torto e me consolo
che in un'epoca nera come questa
1
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4
5
6
7
Divaghi.
A capofitto.
Investigatore, spia.
Le minchionerie.
Le minchionerie.
À vanvera.
Non appena.
s'incontri ancora quarche bon cristiano8
che, se sto pe' cascà, me dà una mano.
1942
8
Qualche galantuomo.
LA SERENATA DE LE RANOCCHIE
A mezzanotte è incominciato er coro
de le Ranocchie verde, e tutte quante
strilleno la passione a modo loro
nascoste tra li sassi e tra le piante.
Un Ranocchione co' l'occhiali d'oro,
arampicato in mezzo a un galleggiante,
manna e dirigge con un fiore in mano
er gargarismo1 ch'esce dar pantano.
Co' chi ce l'hanno? Co' la Luna piena
che s'è agguattata2 in una nuvoletta,
tanto che se distingue ammalappena.
Vonno vedella, ma la Luna aspetta
che cresca er tono de la cantilena
perché la messinscena sia perfetta.
A la fine, decisa, se presenta,
saluta le Ranocchie e l'inargenta.
Doppo d'avé strillato Dio sa quanto,
la buriana3 finisce: er direttore
ha fatto segno de sospènne er canto.
— Un po' per uno! — dice; e manna er fiore
a l'Usignolo de la fratta accanto,
che trilla li stornelli de l'amore.
— È giusto. — dico — Un po' per uno! — E penso
ch'è un Ranocchione pieno de bon senso.
1940
1
2
3
Il coro gutturale.
Acquattata.
La cagnara.
CAFFÈ DEL PROGRESSO
Er Caffè del Progresso
è una bottega bassa, così scura
ch'ogni avventore è l'ombra de se stesso.
Nessuno fiata. Tutti hanno paura
de di' un pensiero che nun è permesso.
Perfino la specchiera,
tutt'ammuffìta da l'ummidità,
è diventata nera
e nun rispecchia più la verità.
Io stesso, quanno provo
de guardamme ner vetro,
me cerco e nun me trovo...
Com'è amaro l'espresso
ar Caffè der Progresso!
1938
SOGNO
Jernotte m'insognai
che intrufolavo1 er muso
in un cancello chiuso,
che nun s'apriva mai.
Vedevo un ber giardino
e stavo co' l'idea
de coje un'azalea
ner vaso più vicino.
Ma, propio ner momento
ch'allungavo la mano
m'ariva da lontano
come un bombardamento.
Me svejo tra li lampi
che m'entreno nell'occhi:
che furmini, che scrocchi2,
che tempo, Dio ce scampi!
Pensai: — C'era bisogno
de fa' tanto rumore
perché rubbavo un fiore
ner giardino der Sogno?
1937
1
2
Ficcavo.
Che scoppi.
TINTE
Un Sorcio, che correva a più nun posso
pe' nun fasse acchiappà da un Micio rosso,
s'intrufolò de dietro a un cassabbanco1
dove c'era accucciato un Micio bianco.
Lì pure la scampò; ma verso sera
cascò fra l’ogne2 d'una Micia nera.
— Purtroppo, — disse allora — o brutta o bella,
la tinta cambia, ma la fine è quella.
1938
1
2
Una cassapanca.
Le unghie.
RE LEONE PREVIDENTE
Er vecchio Scimpanzè de la foresta,
pe' mette a posto li nemmichi sui,
se fece dittatore da per lui
e se n'uscì con un pennacchio in testa.
Chiamò le bestie e disse: — D'ora in poi
la penserete sempre a modo mio:
quello che vojo nu' lo so che io
e nun è er caso che lo dica a voi... —
Ma er Re Leone, pratico der gioco,
chiamò d'urgenza er Cane polizzotto1.
— Che succede? — je disse — 'Sto Scimmiotto
è un dittatore che me piace poco...
Nun nego che sia furbo e che nun ciabbia
le bone qualità come animale,
però somija all'Omo a un punto tale
ch'è più prudente de schiaffallo2 in gabbia.
1938
1
2
Poliziotto.
Metterlo.
LA PRESCIA1
Nell'Isoletta de li Presciolosi2
cianno un da fa' che nun finisce mai:
lo stesso Re, che regola er via-vai,
sorveja che nessuno s'ariposi.
— Forza! — je strilla — Presto! — E tutti quanti,
per esse primi, fanno a chi più corre.
Perfino er vecchio orloggio de la torre,
pe' nun sbajasse, va mezz'ora avanti.
1938
1
2
La fretta.
Dei frettolosi.
L'ECO
Ve ricordate l'Eco
che passava la notte
sotto l'arcate rotte
der vicoletto ceco?
Doppo l'urtimi sfratti
fu l'Eco che rimase
ner vôto de le case
a piagne co' li gatti:
finché, persa la voce,
restò disoccupato
ner vicolo sbarrato
da du' palanche1 in croce.
Ma er giorno ch'er piccone
spianò le catapecchie,
l'Eco appizzò2 l'orecchie,
scappò da la priggione.
E in mezzo a quer via-vai
de carri e de cariole
in un mare de sole
che nun finiva mai,
s'intese più leggero
e corse a fa' le gare
appresso a le fanfare
su la via de l'Impero.
Allora solamente
capì che ne la vita
senza una via d'uscita
nun se combina gnente.
1
2
Tavole.
Drizzò.
DIFETTO DE PRONUNZIA
Er Re, finito er giro der castello,
chiese ar guardiano: — E dov'avete messo
quer Pappagallo che strillava spesso
«Viva la libbertà!», dietr'ar cancello?
Ancora me ricordo de la pena1
che provò l'avo mio quanno l'intese;
s'interessò der fatto e a propie spese
decise d'allungaje la catena. —
Er guardiano rispose: — Ancora campa:
ma je s'è rotto er becco p'er motivo
ch'ogni tanto faceva er tentativo
de levasse l'anello da la zampa.
Mo' sta avvilito, povera bestiola,
e ogni vorta che chiacchiera, s'ingrifa2:
invece de di' «viva» dice «fifa»...
e 'r rimanente je s'incastra in gola.
1936
Questa strofa era stata omessa dal poeta nelle edizioni precedenti (nel volume
Sincerità ecc.) pubblicate durante il fascismo.
2
S'imbroglia.
1
LA VERGINELLA CON LA CODA NERA
C'era una vorta una regazza onesta
chiamata Annuccia, onesta a un punto tale
che spesso inciampicava1 pe' le scale
pe' nun volesse tirà su la vesta;
da questo immagginateve er tormento
ne le giornate che tirava vento.
Era un'esaggerata, ve l'ammetto,
ma queste qui so' favole e d'artronne
in quer tempo er pudore de le donne
incominciava da lo stivaletto;
invece, mó, principia dar ginocchio
e je finisce dove ariva l'occhio.
Però 'sta verginella casta e pura,
'st'esempio d'innocenza a tutta prova,
'sto specchio d'onestà, che nun se trova
nemmanco su li Libbri de Lettura,
per quanto fosse bona e fosse bella
era finita pe' restà zitella.
Perché ogni tanto, quanno un giovenotto
ciannava co' l'idea de fa' l'amore,
davanti a quelo straccio de pudore2
pensava: — Quarche buggera3 c'è sotto:
sennò come se spiega 'sta vergogna?
che ciabbia, Dio ce libberi, la rogna? —
Successe che una sera un pretennente,
ch'era rimasto sempre a bocca asciutta,
disse che Annuccia, no, nun era brutta
ma la guastava un certo inconveniente,
perché l'aveva vista quarche vorta
dar bucio de la chiave de la porta.
Dice: — È per quello che nun l'ho sposata:
se tratta d'un difetto troppo grosso...
1
2
3
Inciampava.
Quel pudore tanto grande, così suscettibile.
Magagna.
Immagginate un po' che sotto l'osso4
cià una spece de coda intorcinata2:
lunga, nera, pelosa e quer ch'è buffo
la punta je finisce con un ciuffo. —
E la notizzia, uscita dar caffè,
imboccò difilata un'osteria,
fece una capatina in farmacia,
a la Posta, ar teatro... finacché
Annuccia se chiamò da quela sera
«la Verginella con la coda nera».
Un giorno, mentre usciva dal lavoro,
trovò un signore che je sbarrò er passo
e se vidde davanti un omo grasso
che sorrideva co' li denti d'oro.
— Giacché — je disse — l'ho trovata sola,
permette che j'appunti3 una parola? —
Lì per lì, la regazza s'arintese4:
— Per chi me pija? Vada via! — Ma, appena
fissò nell'occhi quela luna piena
co' li baffetti rossi a la cinese,
cominciò a ride... e se la donna ride
a la lunga nun va5 che se decide.
Infatti cambiò tono: — Abbia pazzienza:
ma capirà, che l'omo d'oggiggiorno,
qualunque donna vede, je va intorno,
fa er cascamorto, pija confidenza
e doppo je s'intrufola6 per casa
come l'amico7 drento la cerasa.
Ma, in fonno, lei, dev'esse un bonaccione...
— Oh! — fece lui — co' me pô sta' tranquilla.
— Come se chiama? — Tappo, pe' servilla...
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7
L'osso sacro.
Attorcigliata.
Le rivolga.
Mostrò risentimento.
Non passa gran tempo.
Le si ficca.
Il verme della ciliegia («cerasa»).
— E che mestiere fa? — Sôno er trombone:
però, se è vero quello che si dice,
presto diventerò ricco e felice!
Nun è la prima vorta che da un danno
ce se ricava un certo tornaconto;
per questo je dichiaro che so' pronto
a sposalla, magari, drento l'anno:
anzi, se accetta, famo la frittata1
a la svérta, così, cotta e magnata2.
— Io — disse Annuccia — me la sentirei;
però vorrei sapé dove m'ha vista... —
Dice: — Jersera, giù dar farmacista,
quanno passò, discorsero de lei
e allora solamente seppi come
j'aveveno affibbiato un soprannome...
È vero o no l'affare de la coda?
— e ner di' questo la guardò de dietro —
è vero o no ch'è lunga più d'un metro,
che quanno esce da casa se l'annoda?
è vero o no ch'è stata una fattura3
che je fece una strega, da cratura4? —
Lei je stava pe' di': — Sor babbaleo5,
qui nun ce stanno code, e in ogni caso
sur corpo mio, ch'è liscio come un raso,
nun c'è neppure l'anima6 d'un neo
e tutt'ar più ce trova un segno solo
prodotto da l'innesto der vajolo. —
Ma invece preferì de regge er gioco7
pe' vede o no se je faceva effetto.
— Sì. — disse — È vero! Pensi! Che difetto!
— E quant'è lunga? — Un metro, pressappoco...
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Concludiamo.
Si dice di cosa risolta e fatta subito, senza indugio.
Un maleficio.
Bambina.
Babbeo.
L'ombra.
Di lasciarlo nella sua persuasione.
— Ma allora — strillò quello — è affare fatto!
Bisogna firmà subbito er contratto...
E mó je spiego come sta la cosa.
Mi' zio, che guadagnò più d'un mijone
co' la Donna barbuta der Giappone
detta Musmè, la Venere pelosa,
ha stabbilito de lasciamme erede
de tutta la fortuna che possiede.
Ma, dato che li sòrdi de mi' zio
vengheno da un fenomeno, m'ha scritto
che perderò qualunquesia diritto
se nun sposo un fenomeno pur'io.
Nun ce speravo più, ma a l'improviso
la coda sua m'ha aperto er Paradiso! —
Povera Annuccia, come intese questo,
capì che s'era messa in un pasticcio.
— E mó — pensava — come me la spiccio?
se chiede un soprallogo, come resto? —
Poi se riprese e sospirò: — Purtroppo
je devo confessa che c'è un intoppo.
La strega volle famme quer servizzio
perché restassi onesta: e se in trent'anni
nessuno m'ha veduta sottopanni
e ho aggito co' prudenza e co' giudizzio,
se, insomma, nun so' stata compromessa
lo devo più a la coda che a me stessa.
Però, la strega ha pure stabbilito
che, come premio a la fatica mia,
la coda metta l'ale e voli via
appena me la vede mi' marito;
perché l'onore è bello, ma nun regge
per chi se spoja in nome de la Legge. —
— Purché — rispose Tappo — se combini,
je garantisco de restaje accosto
coll'occhi chiusi e co' le mano a posto
finché nun riscotemo li quatrini:
ma me riservo, appena more zio,
de daje una guardata a modo mio. —
E pe' sfuggì da tutti li pericoli
pe' la bona riuscita de l'affare,
agnedero1 ar paese2 dove er mare
s'incanala in silenzio ne li vicoli,
mentre l'Amore insonnolito aspetta
le coppie che lo portino in barchetta.
1938
1
2
Andarono.
A Venezia.
ANNIVERSARIO
Un anno fa, li ventisei d'aprile,
un Gatto Nero fu trovato morto
coll'occhi spalancati e er muso storto,
accanto a la fontana der cortile.
Tutti l'appiggionanti1, a la finestra,
parlaveno der fatto. — Che peccato!
— Quant'era bravo! — fece l'avvocato.
— Quant'era bono! — fece la maestra.
— Quer cane-lupo nun m'ha mai convinto2... —
disse er dentista der secondo piano.
— Er caso, certo, se presenta strano...
— disse er pretore, ch'abbitava ar quinto —
In ogni modo escludo l'assassinio... —
E, in questo, comincianno dar portiere,
ereno tutti quanti d'un parere
benché la casa fusse in condominio3.
E pe' deppiù4 se misero d'accordo
de pagà mezzo litro a lo scopino5
che seppellì la bestia ner giardino,
con un mattone sopra pe' ricordo.
Ma er tempo vola, sfoja er calendario,
strappa li giorni, frulla6 li pensieri,
e li rimpianti, spesso e volentieri,
sfumeno prima de l'anniversario.
A un anno de distanza è naturale
che nessuno ritorni co' la mente
a quela pover'anima innocente
finita così presto e così male.
1
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Gl'inquilini.
Non m'ha dato mai affidamento.
I condomini discordano quasi sempre su molti argomenti.
Inoltre
Spazzino.
Agita e fa volare.
Ma er capo de li Sorci, giù in cantina,
commemora l'eroe ch'ebbe er coraggio
de rosica quer pezzo de formaggio
avvelenato co' la strichinina.
Dice: — V'aricordate? Oggi fa l'anno.
«Compagni! — ce strillò — la morte mia
sarà la vita vostra!» E scappò via
co' la speranza d'incontrà er tiranno.
Fu affare d'un minuto. Appena uscito,
er boja1 Micio l'infrociò2 ar cantone:
una stranita3, un mozzico4, un boccone...
E tutto annò com'era stabbilito. —
Ecco perché, li ventisei d'aprile,
un Gatto Nero fu trovato morto
coll'occhi spalancati e er muso storto,
accanto a la fontana der cortile.
1940
1
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4
Quell'infame d'un.
Lo bloccò senza scampo.
Una stratta, uno scossone.
Un morso.
LA DISTRAZZIONE DE CUPÌDO
Dormivo da un par d'ore
quanno intesi un fruscio vicino ar letto:
accenno er lume e vedo un angioletto
ch'era propio Cupido, er Dio d'Amore.
— Che vôi? — je chiedo; e quello,
che stava pe' tiramme una frecciata,
come me vede sbotta1 una risata
che m'arisona come un campanello.
— Caro Cupido, — dico —
te manna forse Margherita mia?
Solo così me spiego l'allegria
sincera e fresca der bertempo antico.
— No, vecchio mio, t'inganni:
— m'ha risposto quer boja de Cupido —
me so' sbajato porta, apposta rido;
io devo ferì un core de vent'anni.
È giovene, è felice
e crede vero tutto quer che sogna...
Ma, a l'età tua, che speri? Ormai bisogna
che te contenti de la cicatrice.
1938
1
Scoppia in.
SENSO DE PROPORZIONE
Come s'intese tinticà1 lì sotto,
er Re de la Foresta, inferocito,
se fece uscì dall'anima un ruggito
pe' da' l'allarme ar Cane polizzotto2.
Er Cane corse e j'abbastò un'occhiata
pe' vede una Lucertola agguattata3.
Ma quanno se trattò de fa' l'inchiesta,
data la dignità che c'era in gioco,
siccome una Lucertola era poco
pe' fa' spavento ar Re de la Foresta,
s'inventò d'avé visto un Coccodrillo
e tutto quanto ritornò tranquillo.
1938
1
2
3
Solleticare.
Poliziotto.
Acquattata, nascosta.
AUTARCHIA
Appena ch'er Droghiere mise in mostra
«Il Vero Insetticida Nazionale»,
la Mosca disse: — Me farà più male,
ma per lo meno è produzzione nostra.
ER PICCIONE E ER POLLO
Un Piccione, che stava su la sua1,
sentì che un Pollo lo chiamò fratello.
— Abbada come parli, — fece quello —
ch'io nun so' mica de la razza tua!
Devi pensà che un Antenato mio
scese dar celo du' mil'anni fa2...
Ma tu, da dove venghi? — E chi lo sa?
— rispose er Pollo — Cià pensato Iddio.
Der resto, lassa fa': tutto er pollame
passa pe' la medesima trafila:
a me, me butteranno ne la pila,
a te, te schiafferanno ner tegame.
1939
1
2
Su le sue; contegnoso.
La colomba dello Spirito Santo.
VENDITORE DE FUMO
Er Gatto entrò in cucina e rubbò un pollo.
Er Coco se n'accorse e, detto fatto,
je corse appresso e l'agguantò p'er collo.
— Ma questa è incomprensione! — disse er Gatto —
Nun hai visto che porto
la collarina nera con un bollo,
e chi cià questa qui, nun ha mai torto?
E tengo, pe' de più, la protezzione
d'un pezzo grosso de li più potenti,
che me le manna tutte quante bone... —
Er Coco che capì la situazzione
se mise su l'attenti.
Conosco più d'un gatto ch'è disposto
a vende er fumo pe' magnà l'arrosto.
1939
IN GABBIA
Un Leone ruggiva sottovoce.
Er Domatore, appena se n'accorse,
— Che fai? — je chiese — Forse
nun te la senti più d'esse feroce?
— Macché! — fece er Leone — Me riposo
perché so' stracco d'esse generoso.
PAPPAGALLO ERMETICO
Un Pappagallo recitava Dante:
«Pape Satan, pape Satan aleppe...»
Ammalappena1 un critico lo seppe
corse a sentillo e disse: — È impressionante!
Oggiggiorno, chi esprime er su' pensiero
senza spiegasse bene, è un genio vero:
un genio ch'è rimasto per modestia
nascosto ner cervello d'una bestia.
Se vôi l'ammirazzione de l'amichi
nun faje capì mai quelo che dichi.
1937
1
Non appena.
SOFFITTO
In cammera da letto, sur soffitto,
c'è dipinta una Venere che dorme,
Apollo nudo, Marte in uniforme
accosto a un Bacco che nun sta più dritto
e a cavacecio1 d'una nuvoletta
l'Amore che je tira una saetta.
La pittura era antica, ma da un anno
è diventata quasi futurista
pe' via ch'er lavandino der dentista,
ch'abbita sopra a me, faceva danno2,
e a furia de patacche3 e sbavature
m'ha scombinato tutte le figure.
Venere stessa nun s'ariconosce,
l'Apollo m'è rimasto senza lira,
l'Amore fa la mossa4 ma nun tira
e Marte cià tre bozzi5 su le cosce.
Se l'è cavata Bacco solamente
e in questo l'acqua è stata inteliggente.
E mó, come me svejo la matina,
ripenso a 'ste figure e me ciaccoro,
perché li confidavo solo a loro
li sogni che facevo a la supina,
quanno m'immagginavo che la vita
fosse una strada commoda e pulita.
E allora fumo. Fumo finattanto
che me resta la cammera annebbiata:
ogni illusione persa è una boccata
ch'esce con un sospiro de rimpianto,
e sento quasi l'inutilità
de quer ch'è stato e quello che sarà.
Ma appena che intravedo er dio der vino
1
2
3
4
5
A cavalcioni.
Spandendo acqua.
Macchie.
Accenna il gesto.
Bernoccoli.
ch'arza er bicchiere e ride come un matto,
scivolo giù dal letto e dettofatto
spalanco la finestra der giardino,
e mentre guardo er fumo che va via
me bevo er sole e m'empio d'allegria.
PRIMAVERA
Er sole che tramonta appoco appoco
sparisce fra le nuvole de maggio
gonfie de pioggia e cariche de foco:
cento ricordi brilleno in un raggio,
cento colori sfumeno in un gioco.
Sur vecchio campanile der convento
nun c'è la rondinella pellegrina
che canta la canzona der momento:
però, in compenso, romba e s'avvicina
un trimotore da bombardamento.
SPARI
— Che succede laggiù? fanno li giochi?
— chiedeva er Pettirosso a la Beccaccia —
È tanta, ormai, la gente che va a caccia
che daje e daje resteremo in pochi.
— Embè, che ce vôi fa'? Nun c'è riparo!
— rispose la Beccaccia — Capirai,
oggi de schioppi ce ne stanno assai
e c'è un fottio1 de porvere da sparo.
Bisogna pazzientà fin'ar momento
che quarche legge nun distinguerà
chi ce fucila per necessità
da chi ciammazza pe' divertimento.
1939
1
Una grande quantità.
LA FESTA DER SOMARO
Le Capre compativeno er Somaro:
— Quanto devi soffrì co' 'sta capezza1!
— Mah! — fece lui — quann'uno ce s'avvezza
finisce che je serve da riparo2.
Eppoi, se la domenica er padrone
me porta in giro, dove c'è la fiera,
co' li pennacchi e co' la sonajera,
me scordo tutto. Che soddisfazzione!
1938
1
2
Cavezza.
Di protezione.
L'INTERROGATORIO
— Ve chiamate? — Pinocchio.
— Fijo? — D'un tavolino.
— Che professione fate? — Er burattino,
ma sto in riposo pe' nun da' nell'occhio.
— E quanno lavorate chi s'incarica
de mette in movimento le rotelle1?
— Che c'entra? Faccio ride a crepapelle
senza bisogno de nessuna carica.
1938
1
Di manovrarvi?
NERONE
Nerone aveva chiesto ar Generale:
— Che penseno de me? Vorrei sapello.
Dicheno che so' brutto o che so' bello?
Dicheno che fo bene o che fo male?
Siccome in fonno nun ce vedo chiaro,
cerca de bazzicà1 quarch'osteria... —
Quello rispose: — Sì, pe' parte mia
me posso travestì da carbonaro.
Vado, bevo un goccetto, faccio er tonto2,
je reggo er gioco3, je do spago4 eppoi
a mezzanotte torno qui da voi
a favve tuttoquanto er resoconto. —
E, lì, se tinse er grugno de carbone,
se messe una giaccaccia e serio serio
agnede5 a l'osteria der Cazzimperio6
framezzo a li gregari de Nerone.
— Bottega7! — dice — Mezzo litro asciutto! —
E locco locco8 se pijò una sedia,
se guardò intorno, fece la commedia9,
finse d'appennicasse10 e intese tutto.
Tornò a la Reggia ch'era mezzanotte.
— Embè?11 — chiese Nerone — che se dice?
Racconta... Com'annamo? — A burr'e alice!12
La gente magna, beve e se ne fotte...
Di frequentare.
Lo stupido.
3
Dò a credere d'esser dei loro sentimenti.
4
Li faccio parlare.
5
Andò.
6
Del Pinzimonio.
7
Chiamata all'oste.
8
Lemme lemme.
9
Rappresentò bene la sua parte.
10
D'appisolarsi.
11
Ebbene?
12
Tutto liscio.
1
2
Data, però, la folla così enorme,
quarche scontento... veramente c'era...
Sciocchezzole, lo so... Ma un'antra sera
è mejo ch'io ce vada in uniforme...
— Va' là! — strillò Nerone — e fila dritto!
Se t'amanca er coraggio, come pare,
de parlà franco e di' le cose chiare,
abbi la furberia de statte zitto.
1942
LO SPARVIERO
Uno Sparviero aveva preso un Tordo.
— Perché me vôi fa' male?
— je strillava l'ucello — Me ricordo
che un giorno pure l'Aquila reale
me prese e me lasciò.
— Ma quella è la Reggina de l'ucelli:
— rispose lo Sparviero — e una Reggina
se mette in vista co' li gesti belli.
Invece, io, se fo 'sta bona azzione,
resto sempre un ucello de rapina
e perdo una bellissima occasione.
1931
RICONOSCENZA
— Fateme largo! — commannò un Mijardo
a un Quatrinello che je stava intorno —
Ormai ciò un nome e merito riguardo.
— Lo so: — disse er Centesimo —
ancora me ricordo de quer giorno
che te tenni a battesimo...
ER LUPO E ER MICIO
Un Lupo, che scannò cinque Capretti
in poco meno d'una settimana,
riunì tutti l'amichi ne la tana
per uno de li soliti banchetti.
Fra l'invitati c'era pure un Micio
che magnava in silenzio. — E tu che fai?
— je chiese er Lupo — che nun ridi mai,
manco se te costasse un sacrificio?
Invece de sta' tutti in allegria
te ne rimani lì come un salame...
— Io — disse er Micio — magno perché ho fame
ma nun festeggio la vijaccheria.
1938
STELLA CADENTE
Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d'agosto tanto belle
ch'er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
a ognuna che ne casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Perché la gente immaggina sur serio
che chi se sbriga a chiede quarche cosa
finché la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa' fotte.
Jersera, ar Pincio, in via d'esperimento,
guardai la stella e chiesi: — Bramerei
de ritrovamme a tuppertù co' lei
come trent'anni fa: per un momento.
Come starà Lullù? dov'è finita
la donna ch'ho più amato ne la vita? —
Allora chiusi l'occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai...
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m'è riapparsa la biondina
quanno venne da me quela matina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce: — È tanto
che sospiravo de tornatte accanto! —
Er fatto me pareva così vero
che feci fra de me: — Questa è la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza è un brutto tiro
de l'illusione che ce pija in giro. —
Però ce fu la mano der Destino:
perché, doppo nemmanco un quarto d'ora,
giro la testa e vedo una signora
ch'annava a spasso con un cagnolino.
Una de quele bionde ossiggenate
che perloppiù ricicceno1 d'estate.
— Chissà — pensai — che pure 'sta grassona
co' quer po' po' de robba che je balla
nun sia stata carina? — E ner guardalla
trovai ch'assommava a 'na persona...
Speciarmente er nasino pe' l'insù
me ricordava quello de Lullù...
Era lei? Nu' lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guarda la gente,
avrei detto: — È Lullù, sicuramente... —
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l'occhi e ritornai da quella
ch'avevo combinato co' la stella.
1938
1
Rigermogliano. Tornano in circolazione.
DIMOSTRAZIONE
Er Re s'era affacciato tra l'evviva
e salutava tutti co' la mano.
— È impressionante! — disse er Ciambellano —
Guardi laggiù la gente dov'ariva!
Io credo che una folla così immensa,
co' 'st'entusiasmo, nun s'è vista mai! —
Er Sovrano rispose: — Strilla assai...
Però vorrei sapé come la pensa.
1938
MULO
Er Mulo è un animale inteliggente,
perché se nun se fida
dell'Omo che cià in groppa e che lo guida,
disubbidisce raggionatamente.
Nun s'aribbella mai, ché nun s'azzarda:
ma quanno è richiamato dar padrone
co' quarche setacciata1 più gajarda,
appena ch'intravede un precipizzio,
s'incammina sull'orlo der burrone...
Er Mulo è un animale de giudizzio.
1
Tirata di guide.
SORDO
De tanto in tanto me ritorna in mente
un vecchio che veniva a casa nostra,
un vecchio che rideva con un dente:
j'era rimasto quello solamente
e lo teneva in mostra.
Quanno ce chiacchieravo m'aricordo
che me dava raggione in tutto quanto
perché nun m'accorgessi ch'era sordo;
qualunque buggiarata1 raccontavo,
diceva: — Bene! Bravo!
Giustissimo! D'accordo! —
E soddisfatto se n'annava via
co' quela risatina permanente,
co' quelo scampoletto d'allegria.
Pur'io, da un po' de tempo, me so' accorto
d'esse duro d'orecchie, dar momento
ch'approvo certe cose che nun sento
e do raggione a tanti ch'hanno torto.
Pur'io je dico: — È vero! È naturale!
La penso tale e quale!... —
Ma ciò sempre a bon conto
un sorisetto pronto.
1940
1
Fandonia.
CAMMERA AMMOBBIJATA
Quanno ne li momenti d'allegria
ripenso a quarche buggera1 passata,
me ne rivado co' la fantasia
in quela cammeretta ammobbijata
dove quann'ero giovane aspettai
la bella donna che nun viddi mai.
La sora Pia me disse: — Signorino,
se volesse passà verso le sei
a Via dell'Orso2, dieci, mezzanino,
je manno un tipo come piace a lei:
un bocconcino propio da poeta... —
E se baciò la punta de le deta.
Perché 'sta sora Pia, che da l'aspetto
pareva una degnissima signora,
s'affittava la cammera da letto,
tutto compreso, a dieci lire l'ora,
e spesso combinava l'abbordaggio3
co' quarche scampoletto de passaggio4.
— Io — disse — n'ho vedute de regazze:
ma co' quell'occhi, mai! So' color celo:
che, quanno li tiè bassi, le pennazze5
je fanno un'ombra blu, che pare un velo.
Eppoi che bocca! Fra le tante cose
ce se diverte a mozzicà6 le rose.
Ecco la chiave. Vada pure franco;
troverà scritto su la porta mia:
«Pia Sbudinfioni, cucitrice in bianco».
Entri e l'aspetti; eppoi, quanno va via,
me rimette la chiave ner cantone
dedietro ar busto de Napoleone. —
1
2
3
4
5
6
Sciocchezza.
Strada prossima a via della Scrofa.
L'incontro.
D'occasione.
Le ciglia.
Mordere.
Nun ve dirò le smanie de quer giorno!
Appena entrato ne la cammeretta
smicciai1 le cose che ciavevo intorno:
el letto, er commodino, la toletta
capii che m'aspettaveno, ma senza
damme neppuro un po' de confidenza.
Rivedo in un ritratto scolorito
la sora Pia, coll'abbito da sposa,
arrampicata ar braccio der marito
che, propio sur più bello de la posa,
aveva fatto un segno de protesta
perché la bomba2 nun je stava in testa.
Napoleone, ne l'atteggiamento
de chi vede er destino da lontano,
fissava rassegnato un paravento
che invece riparava un lavamano,
e faceva una smorfia co' la bocca
quasi volesse di': sotto a chi tocca!
Co' la speranza de trovà un sorriso
me guardai ne lo specchio, ma er cristallo,
spaccato in mezzo, me sformava er viso:
me vedevo li denti de cavallo,
er naso sfranto3 e l'occhi stralunati
da nun conosce più li connotati.
— Va' via, ch'è mejo... — me diceva er core
che in certi casi nun se sbaja mai —
Se a diciott'anni paghi già l'amore,
quanno n'avrai cinquanta, che farai?
T'illudi forse che la gioja nasca
così, a la ceca, come casca casca?
L'amore, quello vero, se conquista.
Tu, invece, te prepari a da' li baci
su la bocca, che ancora nun hai vista,
d'una donna che forse nun je piaci,
ma te farà la stessa pantomima
1
2
3
Sbirciai.
La tuba.
Schiacciato.
ch'ha fatto a quello che c'è stato prima. —
Guardai che or'era: ce mancava poco.
Un po' de sole entrava ne lo specchio
come una freccia e lo mannava a foco.
Pensai: — Ce tornerò quanno so' vecchio... —
E rimisi la chiave ner cantone
dedietro ar busto de Napoleone.
1938
L'AFFARE DE LA RAZZA
Ciavevo un gatto e lo chiamavo Ajò;
ma, dato ch'era un nome un po' giudio1,
agnedi2 da un prefetto amico mio
po' domannaje se potevo o no:
volevo sta' tranquillo, tantoppiù
ch'ero disposto de chiamallo Ajù.
— Bisognerà studià — disse er prefetto —
la vera provenienza de la madre... —
Dico: — La madre è un'àngora, ma er padre
era siamese e bazzicava3 er Ghetto;
er gatto mio, però, sarebbe nato
tre mesi doppo a casa der Curato.
— Se veramente ciai 'ste prove in mano,
— me rispose l'amico — se fa presto.
La posizzione è chiara.:— E detto questo
firmò una carta e me lo fece ariano.
— Però — me disse — pe' tranquillità,
è forse mejo che lo chiami Ajà.
1940
1
2
3
Giudeo, ebraico.
Andai.
Frequentava.
RIMEDIO
Fra Micchele, filosofo sincero
che da tant'anni predica ar deserto,
pe' nun scoccià più l'anima ha scoperto
un tabbacco ch'accommoda er pensiero.
Chi cià quarche ideale, e sur più bello
s'accorge che j'impiccia e che je pesa,
er frate j'offre subbito una presa
e er tabbacco je scarica er cervello.
— Come sarà — je chiesi jerissera —
che in certe cose nun ve dò raggione?
— Io te consijo de cambià opinione... —
rispose er frate. E aprì la tabbacchiera.
1937
CACCIA INUTILE
Er vecchio cacciatore co' lo schioppo
guarda per aria e vede un usignolo
che gorgheggia un assolo1
tra li rami d'un pioppo.
È tutta quanta un'armonia d'amore
imbevuta de sole e de turchino
che dà la pace e t'imbandiera er core.
Come lo chiameremo un cacciatore
che spara su quer povero piumino?
1
Un pezzo «a solo».
SERRAJO
Com'1 entrò ne la gabbia der Leone
la Domatrice lo guardò nell'occhi:
— Se appena vedi a me nun t'inginocchi,
quann'è l'ora der pasto, addio porzione! —
A 'st'uscita er Leone arrotò l'ogna2:
— Nemmeno — disse — se me copri d'oro
Se vôi che t'ubbidisca co' decoro
nun me devi insegnà d'esse carogna3.
1937
1
2
3
Appena.
Le unghie.
Un vigliacco.
PROBLEMA DEMOGRAFICO
Che ne sarebbe de l'Umanità
s'uno dicesse ar fijo appena nato:
— T'ho messo ar monno pe' scontà er peccato
che fece Adamo seimil'anni fa?
L'EROE E ER CAVALLO
L'Eroe disse ar Cavallo: — Quanno senti
che scoppieno le bombe, te la svicoli1
e t'impunti e t'impenni e te spaventi,
e questo, francamente, nun me va.
Io, invece, che nun penso che a la gloria,
me faccio in mezzo e sfido li pericoli:
ma er nome mio rimane ne la storia
e m'assicuro l'immortalità.
— A me, però, nun me ciavanza gnente,
— je rispose er Cavallo — e quest'è er brutto
che, quanno moro io, moro der tutto:
definitivamente.
Ammenoché, magara fra quarch'anno,
ce sia chi m'aricordi indegnamente2
ner monumento equestre che te fanno.
Dovrebbero scorpì sur piedistallo:
«Ar Generale Spartaco Falloppa3
e un po' pure ar Cavallo
ch'ebbe er coraggio de tenello in groppa».
1943
Prendi da un'altra parte.
Degnamente.
3
Uomo millantatore, vano, dal nome d'una maschera del teatro romanesco nel SetteOttocento.
1
2
LA LUCCIOLA
La Luna piena minchionò la Lucciola:
— Sarà l'effetto de l'economia,
ma quel lume che porti è debboluccio...
— Sì, — disse quella — ma la luce è mia!
LUPA ROMANA
Er giorno che la Lupa allattò Romolo
nun pensò né a l'onori né a la gloria:
sapeva già che, uscita da la Favola,
l'avrebbero ingabbiata ne la Storia.
ER NANO ORMÈ, LO SPIRITO FOLLETTO
Spesso la sera quanno vado a letto,
appena smorzo el lume e chiudo l'occhi,
m'accorgo dar rumore de li scrocchi1
ch'è uscito Ormè, lo Spirito Folletto,
pe' famme com'ar solito un'inchiesta
su quello che me passa pe' la testa.
Che muso ciabbia Ormè nun posso dillo
perché nun se fa vivo che a lo scuro;
in mente mia, però, me lo figuro
uguale ar Nano toppacchiolo2 e arzillo
che intravedevo fra la veja e er sonno
s'un vecchio paralume de mi' nonno.
Che sia lui stesso lo dovrei presume
da un occhio che je schizza una favilla,
l'occhio che je cecai con una spilla
quanno correva intorno ar paralume,
e forse è co' quer razzo3 che me spia
ner labirinto de la fantasia.
Così, stanotte, che ripenso ar Nano
con una spece de presentimento,
come appizzo4 l'orecchie, me te sento
la credenza che scrocchia5 a tutto spiano
e scopro Ormè dedietro a un razzo d'oro
che m'incomincia subbito el lavoro.
Me scova li ricordi più lontani,
discute a tu per tu co' li pensieri,
da le minchionerie ch'ho dette jeri
a quelle, spero, che dirò domani,
e cerca e scopre e giudica e s'informa
che idee ciò in mente prima che m'addorma.
Ecco perché stanotte me fa vede
1
2
3
4
5
Degli scricchiolii.
Di bassa statura.
Raggio.
Drizzo.
Scricchiola.
tutte le cose che pijai sur serio
quanno guardavo er monno cór criterio
che la gente parlasse in bonafede,
comprese l'immancabbili illusioni
che m'insognavo ne li tempi boni.
Le riconosco subbito, purtroppo:
ma nun so' più né gioveni né belle;
passa la Libbertà co' le stampelle1,
passa la Fratellanza co' lo schioppo,
vicino a quela povera Uguaglianza
che cià er compasso su la parannanza2.
Ecco la Verità co' la mordacchia3
fra quelli che je soneno la tromba;
la Pace che, in mancanza de colomba,
s'è fatta rimorchià da la cornacchia;
ecco la Civirtà con un lumino
in cerca der rifuggio più vicino.
Passa la Carità co' la Giustizzia...
Ma nun so più se dormo o se sto svejo:
le vedo un po' confuse... Sarà mejo
ch'aspetti un'occasione più propizzia...
Infatti puro er Nano pe' prudenza
s'agguatta4 ne la solita credenza.
1942
1
2
3
4
Con le grucce.
Il grembiule, con disegnato sopra il compasso, indumento del rituale massonico.
Museruola.
S'acquatta.
LA FINE DER FILOSOFO
Appena entrò ne la foresta vergine
er Professore de filosofia,
tutte le scimmie scesero dall'arberi
co' l'intenzione de cacciallo via.
Ma l'Omo disse: — No, nun è possibbile
che torni a fa' er filosofo davero
in una società piena de trappole
dove l'Azzione buggera1 er Pensiero.
Oggi, quelo che conta so' li muscoli:
co' la raggione nun se fa un bajocco...
Mejo le scimmie! —
E er povero filosofo
s'arampicò su un arbero de cocco.
1940
1
Sopraffà.
L'ACQUA
La pila bolle e l'Acqua va sur Foco
ch'a poco a poco frìccica1 e se smorza.
— Perché — je chiede l'Acqua — te lamenti
se sei tu stesso che me dai la forza? —
(Chi riscalla la testa de le folle
tenga d'occhio la pila quanno bolle).
1941
1
Frigge.
UN PUGNALE
Vedete 'sto pugnale? Lo trovai
tant'anni fa, piantato in un cipresso.
A che è servito? Me lo chiesi spesso...
Forse... un delitto? Nu' lo seppi mai.
Sopra la lama, inciso da una parte,
c'è scritto in stampatello: «Fede mia»;
ma siccome nun so che fede sia
l'addopro solo come tajacarte.
1941
ER TESTAMENTO DE MEO DEL CACCHIO
Oggi li ventinove de febbraro
der millenovecentotrentasette,
doppo bevuto dodici fojette1
assieme ar dottor P., reggio notaro,
benché nun sia sicuro de me stesso
dispongo e stabbilisco quanto appresso.
Io sottoscritto, Meo del Cacchio, lascio
li vizzi e l'abbitudini cattive
a mi' nipote Oreste che, se vive,
n'ha da fa', come me, d'ogni erba un fascio,
se invece more passo l'incombenza
a un istituto de beneficenza.
Lascio a l'Umanità, senza speranza,
quer tanto de bon senso e de criterio
che m'ha ajutato a nun pijà sur serio
chi un giorno predicò la Fratellanza,
eppoi, fatti li conti a tavolino,
condannò Abbele e libberò Caino.
Lascio un consijo a Zeppo er cammeriere,
che se lamenta d'esse trovatello,
de nun cercà se er padre è questo o quello,
ma cerchi de fa' sempre er su' dovere
pe' rende conto solamente a Dio
s'è fijo d'un cristiano o d'un giudio.
Lego er pudore de li tempi antichi
a un vecchio professore moralista
che pe' coprì le porcherie più in vista
spojava tutti l'arberi de fichi,
ma a la fine, rimasto senza foje,
lasciò scoperte quelle de la moje.
Lascio a Mimì le pene che provai
quanno me venne a da' l'urtimo addio:
— M'hai troppo compromessa, cocco mio...
Qua bisogna finilla, capirai...
Pippo sa tutto... nun è più prudente...
1
Fogliette, boccali.
(E invece Pippo nun sapeva gnente!)
A l'avvocato Coda, perché impari
a vive co' la massima prudenza,
je lascio quela «crisi de coscenza»
che serve spesso a sistemà l'affari
e a mette ne lo stesso beverone
la convenienza co' la convinzione.
A un'eccellenza... (scuserà l'ardire)1
je lascio invece un piccolo rimprovero:
perché, dieci anni fa, quann'era povero,
annava a caccia de le cinque lire
e adesso che n'ha fatte a cappellate
nun riconosce più chi je l'ha date?
A Tizzio, a Caio e a tutti queli fessi
rimasti sconosciuti fin'a quanno
nun so' arivati a un posto de commanno
je lascio er gusto d'ubbidì a se stessi:
così a la fine de la pantomima
ritorneranno fessi come prima.
A Mario P., che doppo er Concordato
nun attacca più moccoli e va in chiesa,
je lascerò, sia detto senza offesa,
er sospetto che ciabbia cojonato
e fosse più sincero ne li tempi
quanno ce dava li cattivi esempi.
Lego ar portiere mio, ch'è sordomuto,
la libbertà de di' come la pensa,
e a Giovannino l'oste, in ricompensa
de tutt'er vino che me so' bevuto,
je legherò le verità sincere
rimaste in fonno all'urtimo bicchiere.
Lascio a Zi' Pietro un po' de dignità,
che cià perfino la gattina mia
che appena ha fatto quarche porcheria
Questa strofa e la seguente nella prima edizione non c'erano (vedi nel volume di
poesie scelte La sincerità ecc. 1939). Certamente la censura non le avrebbe
consentite.
1
la copre co' la terra e se ne va,
mentre Zi' Pietro, invece de coprilla,
ce passò sopra e fabbricò una villa.
Lascio a l'amichi li castelli in aria
ch'ho fabbricato ne la stratosfera,
dove ciagnedi1 in volo quela sera
con una principessa immagginaria
e feci un atterraggio de fortuna
in mezzo a la risata de la luna.
E a mi' cuggino Arturo, che nun bada
che a le patacche2 de la vanagloria,
lascio l'augurio de piantà la boria
pe' vive in pace e seguità la strada
senza bisogno de nessun pennacchio,
ma sempre a testa dritta!
MEO DEL CACCHIO
1
2
Ci andai.
Macchie; qui, medaglie, onorificenze.
VINO BONO
Mentre bevo mezzo litro
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co' le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant'è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cór salnitro e co' la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una spece d'animale:
pare un'aquila reale
co' la coda de cornacchia.
Là c'è un orso, qui c'è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s'intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l'Amore e da la Fede...
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento;
sarò sbronzo1, ma me sento
più tranquillo e più sicuro.
1940
1
Ubriaco.
ER NANO DIPLOMATICO
Re Bomba era severo, ma in compenso
quanno vedeva Picchiabbò er buffone,
un vecchio Nano pieno de bon senso
e sincero secondo l'occasione,
incominciava a ride e er bon umore
riusciva sempre a intenerije er core.
Er Re, una notte, propio sur più bello
che s'era scatenato un temporale,
strillava: — Qua finisce in un macello1!
in un acciaccapisto2 generale!
A me la spada! A me er cimiero! Alé!3
La corazza, lo scudo! Tutto a me! —
Ammalappena4 Picchiabbò s'accorse
che discoreva solo come un matto,
je chiese: — Sire, a che ripensi? forse
a quer discorso storico ch'hai fatto
quanno li cortiggiani hanno saputo
che un sorcio ha rosicato lo Statuto?
— Ma che Statuto! La questione è seria:
se tratta invece d'affrontà er nemmico! —
disse er Sovrano: e doppo un'improperia
se dette una tirata ar pappafico5;
ché er Re faceva sempre quela mossa
quanno capiva de sparalla grossa.
— Sappi — je disse poi — che stammatina
un'Ape ch'era entrata ne la serra
ha dato un bacio in bocca a la Reggina!
Nun c'è gnente da fa': ce vô la guerra!
Vojo che tutte l'Ape a mille a mille
venghino trapassate da le spille.
Purché nun piova troppo o tiri vento
1
2
3
4
5
In una strage.
In un massacro.
Presto! «allez».
Non appena.
Barba, pizzo.
domani stesso parlerò a la folla
su la portata de l'avvenimento
e la farò scattà come una molla!
L'ora è solenne: è bene ch'er Paese
s'armi, combatta e vendichi l'offese! —
La prima idea che venne in mente ar Nano
fu quella de parlaje chiaramente;
voleva dije: «Sire, vacce piano:
guardamo se c'è tutto l'occorente,
ché spesso nun se pensa e nun s'abbada
che li nemmichi crescheno pe' strada.
L'Ape so' tante, più de quer che pare:
e se domani fanno un'alleanza
co' le Mosche, le Vespe e le Zanzare,
un'incursione sola basta e avanza;
ché tra pizzichi e mozzichi1 in du' botte2
ce fanno un grugno come3 un'or' de notte.
Eppoi ce stanno le materie prime:
perché se l'Ape nun ce manna er miele
chi fa li pasticcetti der reggime?
E se manca la cera? Addio candele!
Er popolo rimane de sicuro
a bocca asciutta e perdeppiù a lo scuro.
Tu, che studi le cose a tavolino
e vedi tutto chiaro e tutto tonno,
piji l'abbonamento cór destino
spalanchi la finestra e parli ar monno,
ma appena la richiudi e te ritiri
cominceno li lagni e li sospiri.»
Er Nano, invece, se ne stette zitto,
e da bon diplomatico com'era
je disse: — Sire, sei ner tu' diritto.
Nun te scordà, però, che a primavera,
se l'Ape vede un fiore, je va addosso
e lo succhia e lo lecca a più nun posso.
1
2
3
Morsi.
In un momento.
Del colore di.
E dove c'è 'na rosa profumata
mejo de la Reggina? nu' la senti
che quanno passa lascia la passata1
da fa' scombussolà li sentimenti?
L'Ape ch'avrà sentito quel'odore
ha pijato la bocca per un fiore. —
A 'st'uscita Re Bomba perse er fiato,
e queli stessi muscoli der viso
che prima lo teneveno inciurmato2
spianarono le rughe a l'improviso,
e fu in quer gioco de fisonomia
che ritornò la pace e l'allegria.
— 'Sta vorta tanto, ne faremo a meno... —
disse er Sovrano, e s'affacciò a la loggia.
Guardò per aria: er celo era sereno.
La luna, rinfrescata da la pioggia,
rideva più der solito e le stelle
pareveno più limpide e più belle.
1942
1
2
La scia.
Imbronciato.
LA GUIDA
Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: — Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... —
Io risposi: — Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... —
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: — Cammina! —
Era la Fede.
1942
LA STELLA
La Pecorella vidde ch'er Pastore1
guardava er celo pe' trovà una stella.
— Quale cerchi? — je chiese — forse quella
che porterà la Pace,
che porterà l'Amore?
— La stella c'è, ma ancora nun se vede...
— je rispose er Pastore — Brillerà
appena sarà accesa da la Fede,
da la Giustizzia e da la Carità.
1942
1
Allusione al Papa Pio XII.
LI DU' SOCI
Un Cane e un Gatto, per un anno e passa1,
aveveno rubbato giù a man bassa
pe' tutte l'osterie de la città.
Meno quarche infortunio sul lavoro
annaveno d'accordo fra de loro
come succede in tante società.
Ma un giorno che magnaveno un preciutto2,
er Cane c'ebbe, forse pe' prudenza,
una de quele «crisi de coscenza»
che vanno3 adesso e che so' bone a tutto.
— No, — disse — me ne vado. È disonesto
che un amico dell'omo faccia questo!
È un ber pezzetto che te reggo er sacco;
nun vojo che me resti 'sta nomea... —
Er Micio je strillò: — Brutto vijacco!
Hai tradito l'Idea! —
E ognuno espose l'opinioni sue
sur modo o no d'esse fedele ar patto;
però chi aveva torto? er Cane o er Gatto?
o aveveno raggione tutt'e due?
1
2
3
E più.
Un prosciutto.
Costumano.
LE CARICHE
—Perché — chiese la Vorpe ar Re Leone —
avete messo un Lupo a la Giustizzia?
Pe' le Pecore è un guajo, e la notizzia
j'ha fatto una bruttissima impressione:
ché er Lupo, quanno batte la campagna,
tante ne vede e tante se ne magna.
— È inutile che fai l'umanitaria,
— je rispose er Leone — ché a la fine
tu sai quer ch'hanno detto le Galline
quanno t'ho nominata fiduciaria...
Se un Re guardasse er sentimento interno
de chi ariva ar potere, addio Governo!
1944
LA LEPRE SINCERA
Una Lepre diceva: — Io so' prudente.
Se passa un Cacciatore da lontano,
m'intrufolo1 ner bosco piano piano
e me la cavo dignitosamente.
Però se vedo un Cane che me spia,
e ciò er sospetto che finisce male,
la prudenza me cresce a un punto tale
che diventa paura... e scappo via!
1944
1
M'introduco.
LA RICETTA MAGGICA
Rinchiuso in un castello medievale,
er vecchio frate co' l'occhiali d'oro
spremeva da le glandole d'un toro
la forza de lo spirito vitale
per poi mischiallo1, e qui stava er segreto,
in un decotto d'arnica e d'aceto.
E diceva fra sé: — Co' 'st'invenzione,
che mette fine a tutti li malanni,
un omo camperà più de cent'anni
senza che se misuri la pressione
e se conserverà gajardo e tosto2
cór core in pace e co' la testa a posto.
Detto ch'ebbe così, fece una croce,
quasi volesse benedì er decotto;
ma a l'improviso intese come un fiotto3
d'uno che je chiedeva sottovoce:
— Se ormai la vita è diventata un pianto
che scopo ciai de fallo campà tanto?
Devi curaje l'anima. Bisogna
che, invece d'esse schiavo com'è adesso,
ridiventi padrone de se stesso
e nun aggisca come una carogna4;
pe' ritrovà la strada nun je resta
che un mezzo solo e la ricetta è questa:
«Dignità personale grammi ottanta,
sincerità corretta co' la menta,
libbertà condensata grammi trenta,
estratto depurato d'erba santa,
bonsenso, tolleranza e strafottina5:
(un cucchiaro a diggiuno ogni matina)».
1944
1
2
3
4
5
Mescolarlo.
Robusto.
Un lamentio.
Un vigliacco.
Strafottenza.
NUMMERI
— Conterò poco, è vero:
— diceva l'Uno ar Zero —
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso vôto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so' li zeri che je vanno appresso.
1944
FEDE
Credo in Dio Padre Onnipotente. Ma...
— Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te.
La Fede è bella senza li «chissà»,
senza li «come» e senza li «perché».
CHIAROSCURO
Giustizzia, Fratellanza, Libbertà...
Quanta gente ridice 'ste parole!
Ma chi le vede chiare? Iddio lo sa!
Er Gallo canta quanno spunta er sole,
er Gufo canta ne l'oscurità.
1944
FELICITÀ
C'è un'Ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
LA VITA E LE OPERE
NOTA BIOGRAFICA
Una volta, in tribunale o in altra autorevole sede, D'Annunzio fu invitato a
declinare le proprie generalità: alla domanda critica della data di nascita, se la cavò
con un'elegante evasione: «Alle signore e ai poeti non si chiedono gli anni».
È vero: i poeti, o almeno parecchi di loro, non sono meno vani delle belle signore.
Trilussa, che non curò mai come D'Annunzio la propria leggenda e in tante cose era
anzi la semplicità stessa, certe debolezze le aveva: come soffriva se altri ostentasse
una cravatta o un fazzoletto da taschino più belli dei suoi, così rifuggiva dal
confessare la propria età. Riuscì perfino a ingannare l'Enciclopedia Italiana, che lo dà
nato nel 1873, mentre l'atto di nascita, quello di battesimo e le schede di censimento
parlano chiaro: Carlo Alberto Salustri nacque a Roma il 26 ottobre 1871.
Il padre, Vincenzo, era di Albano: di Bologna la madre, Carlotta Poldi. Il critico
lascerà volentieri all'etnografo la cura di attribuire all'ascendenza laziale l'italum
acetum che è nella poesia di Trilussa e all'ascendenza bolognese la vena stecchettiana
e panzacchiana che qua e là vi affiora. Il biografo si contenta di registrare che i
coniugi Salustri erano di modestissima condizione: cameriere il marito, sarta la
moglie. E nell'atto di nascita del piccolo Carlo appaiono testimoni un Pietro Ambrosi
cameriere e un Pasquale Salustri cuoco, zio paterno del neonato. Ma nella parentela
c'era anche un prete, don Marco, canonico nella nativa Albano, e padrino al battesimo
fu il marchese Ermenegildo De' Cinque Quintili, patrizio romano coscritto, che non
mancò, pare, agl'impegni della sua parentela spirituale: infatti, morto nel 1874
Vincenzo Salustri, accolse nel proprio palazzo la vedova e l'orfanello quattrenne.
Il palazzo De' Cinque (oggi Lazzaroni) è quel bizzarro grattacielo settecentesco,
contrassegnato col numero civico 52, che sorge dove la via della Colonna Antonina
sbocca in piazza Montecitorio: ma ha anche un'entrata secondaria, con scala a parte,
in piazza di Pietra n. 31, e li, al quinto piano, andò ad abitare Carlotta Poldi con
Trilussa non ancora Trilussa. Erano saliti d'un piano! Al quarto avevano abitato in via
del Babuino 115, dove era nato Carlo e morto Vincenzo; al quarto, per pochi mesi, in
via Ripetta 22; e ora al quinto. In queste altezze forse vagola ancora qualcosa delle
prime fantasie di Trilussa: la poesia degli abbaini incorniciati di piante rampicanti,
dei tettarelli romani popolati di gatti. E forse nella casa di piazza di Pietra, vedendosi
incontro gli splendidi avanzi del così detto tempio di Nettuno, gli sarà balenato in
mente lo stupendo attacco d'un suo sonetto giovanile, La religgione antica (riesumato
poi nel Libro n.9 e integrato con altri due sonetti a formare il trittico Giove):
A immagginasse Roma anticamente
pe' quanto faccia un omo se confonne:
ched'era Roma? un bosco de colonne,
una città de marmo arilucente.
Carlotta continuava lassù il suo mestiere di sarta, forse con maggior impegno ora
che il peso della famiglia gravava tutto su lei. Non disdegnavano di ricorrere all'opera
sua, sia pure per modesti incarichi, signore dell'alta società romana. Una delle "dame
d'oro" di D'Annunzio (una contessa piemontese a cui egli aggiudicò in una sua
cronaca "i più bei capelli della cristianità" e il primato nella difficile arte di saper
vestire) salì più volte a quel quinto piano per il portoncino di piazza di Pietra con una
delle figliole che ne conserva il preciso ricordo. Carlo studiava intanto presso i
Fratelli delle Scuole Cristiane, ma senza eccessivo zelo. Del 1886 è il suo addio
definitivo agli studi regolari. Nel 1889 esce il suo primo volumetto di versi
romaneschi, Le Stelle de Roma (più tardi ristampato contro la sua volontà), in cui son
cantate le più belle fanciulle dell'aristocrazia e della borghesia romana, e versi e prose
in dialetto e in lingua aveva già pubblicato in quel torno di tempo in un giornaletto
vernacolo, il "Rugantino", diretto dal poeta e folclorista Giggi Zanazzo. D'allora è un
lunario, Er Mago de Borgo, che allestì insieme con Francesco Sabatini, professore e
romanista (come oggi si dice).
Poeta, com'è stato detto anche troppo, d'ambiente, d'ispirazione e di linguaggio
piccolo-borghesi, Trilussa aveva nei modi una sicurezza di sé e una prestanza da vero
signore: bisognerebbe aver conosciuto il marchese De' Cinque per dire se quei modi
gli venissero dalla consuetudine col padrino. Forse a questo egli dovette la
conoscenza di Filippo Chiappini, professore di fisica nella scuola superiore femminile
Erminia Fuà Fusinato, eccellente umanista e poeta romanesco buon epigono del Belli.
Tra i sonetti romaneschi del Chiappini ce n'è uno indirizzato sotto forma di lettera
"Ar marchese Riminigirdo Der Cinque", che si chiude con questa terzina:
S'aricordi de me: nun facci sciupo
de la salute sua, ch'adesso è bona,
un saluto a Carlotta e un bacio ar pupo.
Non essendoci nella parentela di Ermenegildo De' Cinque nessuna Carlotta, è
molto probabile che quel saluto vada proprio a Carlotta Poldi. E il pupo? Trilussa,
quando il sonetto fu scritto, aveva diciott'anni ed era alto quasi due metri. Ma il
Chiappini (posto che non ci sia errore nella data del sonetto) potrebbe averlo
chiamato "pupo" per chiudere il suo messaggio con una paradossale variazione della
nota formula romanesca di scherzoso commiato: "Tanti saluti ar pupo e un bacio a la
balia". Posteriore di circa diciannove mesi al sonetto è una lettera (in prosa, questa),
nella quale il Chiappini si rivolge alla "cara Carlotta" col voi dei nostri vecchi
rispettoso e confidenziale a un tempo, per consigliarla su la via da far seguire a Carlo
ormai quasi maggiorenne ma sempre caposcarico: riprenda gli studi con l'aiuto d'un
ripetitore, strappi un diploma di ragioniere purchessia e concorra a un impiego
governativo. È inutile dire che Trilussa si guardò bene dal dar retta al suo troppo
savio mèntore. Tanto più che quei consigli non erano forse disinteressati. Brav'uomo
e buon maestro, il Chiappini era però di carattere ombroso e come s'era ingelosito di
Pascarella (ch'era un po' suo parente) così aveva fatto il viso dell'arme ai primi versi
di Trilussa e s'era messo a satireggiarlo con lazzi alquanto grossolani, accusandolo
perfino di plagio. Magari senza che se ne rendesse ben conto (non c'è bisogno di
psicanalisi per supporlo) poteva non dispiacergli che quella vena poetica ancora
incerta, ma già promettente, inaridisse tra le scartoffie d'un ministero. Eppure, chi lo
direbbe? Dopo un quarto di secolo, nella pienezza della sua gloria, Trilussa aveva
ancora nell'orecchio certe cadenze di quelle mediocri satire del Chiappini. Questi
aveva scritto, parodiando dispettosamente le Stelle:
Cià sei denti lenti lenti
che je stanno pe' cascà.
………………
Una scucchia
co' 'na mucchia
de brugnòccoli qua e là.
E Trilussa nella Calunnia (cercarla tra le Storie del presente volume):
È una Strega co' 'na mucchia
de sbrugnòccoli sur naso,
e tre denti nati a caso
che j'ariveno a la scucchia.
Ovvero questa Calunnia (si badi al titolo) è una poesia riassommata, come tante
altre di Trilussa, cioè in origine una risposta per le rime, e con le stesse immagini, ai
lazzi e alle insinuazioni del vecchio poeta?
Tra le accuse che il Chiappini faceva a Trilussa c'era anche quella di non essere
abbastanza trasteverino:
Scrive: ma lui Trestevere l'ha visto?
Lo vadi a véde, ce stii un giorno sano,
e poi se butti già da Ponte Sisto.
E qui, dal suo punto di vista di custode della pura tradizione belliana, di purista del
dialetto, aveva ragione. Benché dal 1895 al 1912 abbia abitato in Trastevere, prima a
piazza in Piscinula e poi in via della Lungarina, Trilussa non è davvero un poeta
trasteverino, ed è proprio in quegli anni, nemmeno a farlo apposta, ch'egli lasciò
cadere le scorie d'una vieta tradizione, forse più libresca che regionale, per essere il
poeta della nuova Roma. Meglio che in Trastevere, la sua ispirazione e la sua lingua
bisogna cercarle nei rioni più centrali: Trevi, Colonna, Campo Marzio, cioè nel clima
della nuova capitale d'Italia. Lì il suo genio s'incontrò col suo pubblico, più romano
che romanesco e, ben presto, italiano. E dunque la proposta, oggi attuata, d'intitolare
a Trilussa il piazzale di ponte Sisto (di dove il Chiappini avrebbe voluto precipitarlo)
è stata ispirata dall'intenzione d'inserire Trilussa nella tradizione romanesca piuttosto
che dall'effettiva realtà della sua poesia. In Trastevere, se mai, è da ricercare non già
la sua satira, ma la sua elegia: trasteverina era infatti la bella fanciulla dai capelli e
dagli occhi neri morati che fu il grande amore della sua vita e di cui negli anni
precedenti la prima guerra mondiale egli fece una stella del cinema.
Intermediario tra quel più vasto pubblico e Trilussa fu il giornalismo. Dai piccoli
periodici dialettali egli era passato ai quotidiani politici e ai settimanali di grande
tiratura: il "Messaggero", il "Don Chisciotte", il "Capitan Fracassa", il "Travaso delle
idee", dove le lettere prima di Maria Tegami e poi di Clara Tadatti, in italiano
lievemente arromanescato, non ebbero minor successo di quel che avevano avuto e
continuarono ad avere i sonetti e le favole. Era il Trilussa quale
lo rievocò Ugo Fleres nel Caleidoscopio di Uriel, «con polsini e colletto enormi,
col passo da gigante bonaccione e la voce gentile nel recitare e insinuante», il
Trilussa coccolato dalle signore, applaudito nelle letture che faceva non più nelle
catacombe romanesche, ma nei più frequentati circoli della capitale e poi qua e là in
tutta Italia e perfino all'estero. Al Cairo, nel 1914, pare che fosse andato soprattutto
per ragioni intime, cioè per accompagnarvi la bella trasteverina che vi si recava a
mietere allori cinematografici. Una vera tournée fu invece il viaggio in Brasile di
dieci anni dopo.
Morta la madre, la sua vecchietta teneramente amata, era ritornato a star di casa
nella Roma della sua prima infanzia e aveva fatto del famoso studio in via Maria
Adelaide un "buen retiro", in cui viceversa sempre più difficilmente poteva difendersi
da invasori d'ogni genere: giornalisti in cerca d'interviste, poeti esordienti in cerca di
comparàtici, collezionisti in cerca di autografi, curiosi in cerca della bestia rara, e via
dicendo. Giornalismo non ne faceva più che a spizzico. Quel che guadagnava coi
contratti editoriali gli era sufficiente per la sua modesta vita di scapolo che teneva
soprattutto alla propria libertà. Tale il ritmo del suo ultimo venticinquennio o
trentennio. Scansafatiche, ma non già sfaccendato, anzi fin quasi all'ultimo laborioso
affinatore dell'arte sua, lettore attento, assai più colto di quel che generalmente si
crede. Sempre più sofferente di cuore, si lasciava di tanto in tanto trascinare a piccoli
simpòsi in osterie più o meno pittoresche. L'ultima volta fu il 24 novembre 1950, a
porta Settimiana. Del 1° dicembre successivo è il decreto con cui fu nominato
senatore a vita, comunicatogli con una calda lettera dal presidente Einaudi. Tre
settimane dopo (21 dicembre) il poeta moriva nello studio di via Maria Adelaide. E
agl'innumerevoli ammiratori ed amici che s'erano rallegrati con lui della nomina
giungeva postumo il biglietto col facsimile della sua scrittura: Trilussa ringrazia.
PIETRO PAOLO TROMPEO
LE OPERE1
Stelle de Roma, versi romaneschi di Trilussa, con pref. e glossario di Francesco
Sabatini, Roma, Cerroni e Solaro, 1889.
In questa bibliografia si indicano soltanto le prime edizioni delle opere; e le ultime
pubblicate dalla Casa Editrice Mondadori.
1
Er mago de Bborgo, lunario pe' 'r 1890, scritturato in der parlà romanesco da Padron
Checco [Francesco Sabatini] e Trilussa, co' li pupazzi der sor Silhouette,
(accidemmoni che nome indificile!), Ner castelluccio de Roma, a la stamperia der
Cicerone, 1890.
Er mago de Bborgo, lunario romanesco pe' 'r 1891, scritturato da Trilussa e illustrato
da Silhouetta, Ner castelluccio de Roma, a la stamperia der sor Lovesio, 1891.
Trilussa, Quaranta sonetti romaneschi, ill. di Gandolin [Luigi Arnaldo Vassallo],
Roma, Voghera, 1895.
Trilussa, Altri sonetti, preceduti da una lettera di Isacco di David Spizzichino,
strozzino, Roma, tip. Folchetto, 1898.
Trilussa, Caffè-concerto, Roma, Voghera, 1901.
Trilussa, Er serrajo, Roma, Voghera, 1903.
Trilussa, Favole romanesche, ill. di G. G. Bruno, Roma, Voghera, 1901.
Trilussa, Sonetti romaneschi, Roma, Voghera, 1906.
Trilussa, Nove poesie, I° migliaio, Roma, Voghera, 1910.
Trilussa, Le storie, I° migliaio, Roma, Voghera, 1913.
Trilussa, Le stelle de Roma (1886-1889), Poesie varie (1887-89), pref. di E.
[paminonda] Prov. [aglio]. Roma, casa ed. M. Carra e C. di L. Bellini, 1913.
Trilussa,...a tozzi e bocconi (poesie giovanili e disperse), Roma, Carra e Bellini,
1913.
Trilussa, Ommini e bestie, I° migliaio, Roma, Voghera, 1914.
Trilussa, La vispa Teresa, allungata da T., disegni di V. Finoz-zi, Roma, Carra e
Bellini, 1917.
Trilussa,...Le finzioni della vita, dis. di Trilussa, Tito, Gando-lin, Iìandre, Weber,
Baldassarre, Yambo, Zanetti, Montani e note e aneddoti sul Poeta narrati da
Edmondo Corradi, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1918.
Trilussa, Lupi e agnelli, Roma, Voghera, 1919.
Favole di Trilussa, pref. di Ferdinando Martini, dis. e fregi di Duilio Cambellotti,
Roma, soc. ed. di Novissima, 1920.
Trilussa, Lupi e agnelli, Milano, Mondadori, 1922.
Trilussa, Le favole, Milano, Mondadori, 1922.
Trilussa, Nove poesie, Milano, Mondadori, 1922.
Trilussa, Le cose, Milano, Mondadori, 1922.
Trilussa, I sonetti, Milano, Mondadori, 1922.
Trilussa, Le storie, Milano, Mondadori, 1923.
Trilussa, Ommini e bestie, Milano, Mondadori, 1923.
Trilussa, Picchiabbò ossia La moje der ciambellano, spupazzata dall'Autore stesso,
coperta e fregi di Carlo Alberto Petrucci, Roma, edizioni d'arte Fauno, 1927..
Trilussa, La gente, Milano, Mondadori, 1927.
Trilussa, La porchetta bianca, ill. di Bruno Serpi, Milano, Mondadori, 1929.
Trilussa, Libro numero nove, Milano, Mondadori, 1929.
Er segreto der mago, favola di Trilussa, ill., Roma, Grafia, 1930.
Trilussa, Campionario, pref. di Ferdinando Martini, ili. di Guglielmo Wohlgemuth,
A. F. Formiggini ed. in Roma, 1931.
Pulviscolo, aneddoti trilussiani [con molte poesie giovanili], A. F. Formiggini ed. in
Roma, 1931.
Trilussa, Giove e le bestie, Milano, Mondadori, 1932.
Trilussa, Picchiabbò ossia La moje der ciambellano, ill. di Bruno Angoletta, Milano,
Mondadori, 1933.
Trilussa, Cento favole, ill. di Guglielmo Wohlgemuth, Milano, Mondadori, 1934.
Trilussa, Libro muto, Milano, Mondadori, 1935.
Trilussa, Cento apologhi, ill. di Guglielmo Wohlgemuth, Milano, Mondadori, 1935.
Trilussa, Duecento sonetti, ill. di Trilussa, Milano, Mondadori, 1937.
Trilussa, Lo specchio e altre poesie, ill. di Trilussa, Milano, Mondadori, 1938.
Trilussa, La Sincerità e altre fiabe nove e antiche, ill. di Guglielmo Wohlgemuth,
Milano, Mondadori, 1939.
Trilussa, Acqua e vino, Milano, Mondadori, 1944-45.
Trilussa, Acqua e vino, Omtnini e bestie, Libro muto: testo integrale, Milano,
Mondadori, 1950.
Trilussa, Libro n. 9, Le cose, La gente: testo integrale, Milano, Mondadori, 1951.
La vispa Teresa allungata da Trilussa, dis. di [Filiberto] Scarpelli e Sto [Sergio
Tofano], Nuova edizione ancora allungata, Roma, Carra e Bellini, s.d.
INDICI
INDICE DELLE PERSONE, DEI LUOGHI E DELLE COSE NOTEVOLI*
*I nomi preceduti da asterisco indicano personaggi, cose e luoghi inventati dal Poeta.
Abele
Accademia Nazionale di Francia a Roma
* Acqua
Adamo
Africa
Albergo dell'Orso
* Ali de la Gaggia (principessa)
Alighieri Dante
Allàh
* Alloro
Ambasciata d'Austria
America
Anfiteatro Flavio, vedi anche Colosseo
Angelo Custode
* Annuccia
Apollo
Apollo di Belvedere
Aragno (caffè)
* Arbero de Castagne
* Arbero d'Olivo
Arco di Tito
Arenula (largo)
Ariosto Lodovico
Arlecchino
Attila
Bacco
Banca Commerciale
Banca d'Italia
Banco di Roma
Belgio
Belli G. G.
Benedetto XV
Benevento
* Bijetto da Cento
* Bijetto da Mille
* Boccadoro
Borgo (rione)
Brasile
Brest-Litovsk
* Brillante
* Broccolo
Bruno Giordano
Caino
Campidoglio
* Canna
Carlo Alberto
Carlomagno
* Carlone primo
Carnot Sadi
Carrara
Caserio Sante
Castel di Leva
* Cavajer Briccocola
Cavour (via)
Ceccopeppe, vedi Francesco Giuseppe
Cenci Beatrice
* Cencio er porta-ceste
Cerere
Cerrito Fanny
* Checco er benzinaro
* Checco Nocchia
Chiappini Filippo
Cina
Cleopatra
Coffrò
Colonna (galleria di piazza)
Colonna (piazza)
Colonna (principi)
Colosseo
Combes Emilio
Conciliazione
Corso (via del)
* Cortello
Cossa Pietro
* Credenza
* Crisantemo
Cristiano Pietro
Croce Rossa
Cucuzza, vedi Zucca.
* Cunegonda Guazzetti
Cupido
Cupola di S. Pietro in Vaticano
* De Bolè
Destino
Diavolo
Dio
Divin Amore (Madonna del)
* Don Pietro Patta
Europa
Eva
«Facciafresca» (osteria di)
Falloppa (maschera dialettale)
Farfarello
Federico Barbarossa
Ficarazzi (famiglia)
* Fico
* Fifì già Mariantonia
Firenze
Firenze (via)
* Fiume
* Foco Fondiaria (la)
Foro di Traiano
Foro Romano
* Francesca Pomponi
Francesco Giuseppe
Francia
Frascati
Frattina (via)
Friuli
* Fumo
Furlana
Gange
Garibaldi Giuseppe
Gattamavola
Genova
Gentiloni Silveri Ottorino
Germania
Gesù Cristo
Ghetto
Gianicolo
Giardino Zoologico
Giolitti Giovanni
Giove
* Girasole
Giunone
* Gnocco
Guglielmone, vedi Guglielmo II
Guglielmo II
PIòtel de Rome
* Idolo
Inghilterra
* Isa Pupè
Italia
Lampedusa
* Lisa e Mollica sonatori ambulanti
Loubet Emilio
Luna
Lutero
Machiavelli Niccolò
* Madama Sambucè
Mantegazza Paolo
Maometto
Marco Agrippa
* Marco Mappa
* Mardoccheo decimono
* Mardoccheo ventesimo
* Margherita
Maria Vergine
Marte
Mascagni Pietro
* Maschera
Mazzini Giuseppe
Mecca
* Menefrego
* Menepijo
* Meo del Cacchio
Messalina
* Mignone (mammasèl)
Milano
Minerva
* Mollica, vedi Lisa.
Monte Mario
Montenero
Moro (vicolo del)
Museo Nazionale delle Terme di Diocleziano
Museo Vaticano
* Nano Ormè
Napoleone
Napoli
Navona (piazza)
Nazionale (via) Nemi
Nerone
Nettuno
Noè
Nouma-Hawa
* Nuvola
Oberdan Guglielmo
Oca (via dell')
* Olivo
Opera Nazionale Balilla
Orazio
* Orchidea
Orco
Oriente
Orsini (principi)
Orso (via dell')
Paladino Eusapia
Palazzo Braschi
Palazzo Chigi
Palestina
Pantalone
Pantheon
Paraguai
Parlamento Nazionale
* Pasquale Chissené
* Pasquale Teppi
Pasquino (piazza)
Pasquino (torso di)
Pelosi (sor)
Petrarca Francesco
Pia (porta)
* Pia Sbudinfioni
* Pia Tonzi
* Picchiabbò
* Pietro Buschera
Pietro Cavallini (via)
* Pietro Nacchia
* Pietro Palletti
Pincio
* Pino
Pinocchio
* Pio Cianciconi
Pio X
Pio XII
* Pistacchio quinto, Re de li Quattrini
Pola
Politi
Popolo (piazza del)
Popolo (porta del)
Poppea
Porto d'Anzio
Pranzini
Prati (rione)
Pravata (via)
Propaganda (via di)
Plutone
Quattro Fontane (via delle)
* Quercia
Quirinale
Rasella (via)
Ravachol
* Re Bajocco
* Re Bomba
* Re Chiodo
* Re Falloppa
* Regina Mardocchea
Re Magi
* Re Pipino
Ripetta (via di)
* Roccasciutta
Roma
Romolo
* Rosa
Rosa (piazza)
Rotonda, vedi Pantheon
Rotonda (piazza della)
Russia
* Salice piangente
San Domenico
San Giovanni evangelista
San Giovanni (porta)
San Lorenzo martire
San Macuto (piazza di)
San Michele arcangelo
San Pietro apostolo
San Pietro in Vaticano (basilica di)
San Pietro (piazza)
Sansone
Santa Maria in Via
Santa Nega
Sant'Antonio abate
Santa Pupa
Sant'Ignazio di Lojola
San Tommaso apostolo
San Vito (ballo di)
Schönbrunn
Sciarra (principi)
Scrofa (via della)
Seminario (via del)
Serpenti (via de')
Sole
Sonnino Sidney
* Spada
* Spartaco Falloppa
* Specchio
Spirito Santo
* Spizzichino l'antiquario
* Stefano der Q...
Stenterello
* Stronsi Francesca (donna)
Tango
* Tappo
Tasso Torquato
Tomacelli (via)
Tosti Francesco Paolo
Traforo (via del)
Trastevere (rione)
Trento
Trieste
Trinità de'Monti
Turchia
Vaticano
Venere
Venere di Cirene
Venezia
Venezia (piazza)
Venti Settembre (via)
* Vento
Verdi Giuseppe
Vesuvio
* Vetro
Vienna
Vigili del fuoco
Villa Borghese
Villa Medici
Viltòm
* Viola
Vulcano
Voronoff Sergio
Zuara
Zucca
INDICE DEGLI ANIMALI
Abbacchio
Acaro della scabbia
Agnello
Allodola
Ape
Aquila
Baccalà
Bacillo
Baco da seta
Bagarozzetto della rogna, vedi Acaro della scabbia
Bagarozzo, vedi Blatta.
Balena
Beccaccia
Biscia
Blatta
Bove
Camaleonte
Cane
Capinera
Cappone
Capra
Capretto
Caprone
Cavalletta
Cavallo
Centogambe
Cervo
Cicala
Cinghiale
Cigno
Ciriola
Coccodrillo
Colomba
Coniglio
Cornacchia
Drago
Elefante
Fagiano
Farfalla
Formica
Fringuello
Gabbiano
Gallina e gallo
Gambero
Gatto
Ghiro
Giraffa
Granchio
Grillo
Gufa
Jena
Leone
Lepre
Lucciola
Lucertola
Lumaca
Lupa e lupo
Marmotta
Merlo
Mignatta
Millepiedi
Montone
Mosca
Moscone
Mulo
Nottola
Oca
Orang-utan
Orso
Ostrica
Pantera
Pappagallo
Passero
Pavone
Pecora
Pescecane
Pettirosso
Piattola
Piccione
Pidocchio
Pipistrello
Pollo
Porco
Porcospino
Pulce
Ragno
Ranocchia
Rondinella
Rospo
Saltapicchio
Sarapica
Scarabeo
Scimmia
Scimpanzé
Scorpione
Serpente
Somaro
Sorcio
Sparviero
Tarlo
Tartaruga
Tignola
Tigre
Tordo
Toro
Uccello del Paradiso
Usignolo
Vacca
Verdone
Verme
Vespa
Vipera
Vitella
Volpe
Zanzara
Zebra
INDICE DEI VIZI E DELLE VIRTÙ
Abitudini cattive
Accidia
Adulterio
Affezione
Albagia
Ambizione
Amicizia
Amore
Amor proprio
Avarizia
Barbarie
Beneficenza
Boncuore
Bonsenso
Bontà
Boria
Buona fede
Calunnia
Carattere
Carità
Carità cristiana
Carità pelosa
Castità
Compassione
Coraggio
Decoro
Dignità
Disciplina
Disinteresse
Disonore
Divozione
Dovere
Economia
Educazione
Egoismo
Eroismo
Esperienza
Fede
Fedeltà
Ferocia
Fiducia
Finzione
Fortezza
Furberia
Galantomismo
Gelosia
Generosità
Gioco
Giustizia
Gola
Gloria
Gratitudine
Ideale
Imbroglio
Immoralità
Impertinenza
Impostura
Imprudenza
Incontentabilità
Indecisione
Inganno
Ingiustizia
Innocenza
Interesse
Invidia
Ira
Istinto della porcheria
Istinto della vacca
Istinto sanguinario
Lavoro
Lussuria
Magnanimità
Malafede
Modestia
Morale
Odio
Onestà
Onore
Opportunismo
Paura
Pazienza
Pietà cristiana
Pregiudizio
Prepotenza
Presunzione
Pretensione
Previdenza
Prudenza
Pudore
Rassegnazione
Religione
Riconoscenza
Rispetto
Sacrificio
Sbruffo (corruzione mediante danaro)
Segretezza
Sensibilità
Senso pratico
Sentimento umanitario
Sincerità
Solidarietà
Speranza
Superbia
Vanagloria
Vendetta
Vergogna
Verità
Vigliaccheria
Vizio
Vizio di famiglia
Vizio ereditario
INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI
Er barbiere e l'avventore.
Dar botteghino.
L'indovina de le carte.
Le soprascritte.
Questioni de razze.
Er pignoramento.
La donna barbuta.
La consegna der portierato.
Incontri.
Caffè concerto.
Parla Maria, la serva.
L'assassino moderno.
La duchessa.
Er venditore de pianeti.
L'ideale.
La sincerità ne li comizzi.
Bella filosofia!.
Isacco e C.°
L'eroe ar caffè.
Er ceco.
La barchetta de carta.
Er professore de filosofia.
La voce de la coscenza.
Le lettere.
La cicatrice.
Avarizzia.
Come fu che nun presi moje.
La maschietta d'oggi.
Lisa e Mollica.
Er martire de l'idea.
Er sonatore ambulante .
Paesetto..
QUESTO VOLUME È STATO IMPRESSO NEL
MESE DI SETTEMBRE DELL'ANNO MCMLIV
NELLE OFFICINE GRAFICHE VERONESI
DELL'EDITORE ARNOLDO MONDADORI
Fly UP