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2) Andate e Testimoniate

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2) Andate e Testimoniate
Andate e testimoniate la gioia della fede
Imparare ad essere felici diventando missionari di Cristo
“Dio non ha invidia né toglie la gioia dei suoi figli,
ma la dona quando non c’è,
la rafforza quando è fragile,
l’assicura come dimensione permanente della vita”
(Benedetto XVI).
Essere discepoli che accolgono cordialmente la Parola di Dio, e in essa incontrano
Cristo Gesù, ed apostoli che la trasmettono gioiosamente è la vocazione di ogni
cristiano. È la vostra vocazione, cari giovani: “Far conoscere Cristo è il dono più
prezioso che potete fare agli altri... La Chiesa, nel continuare questa missione di
evangelizzazione, conta anche su di voi. Cari giovani, voi siete i primi missionari
tra i vostri coetanei!”1
Nessun cristiano si può sottrarre a questa vocazione e missione. Evangelizzare
significa immettere un lievito con una energia tale da cambiare la mentalità e il
cuore delle persone e, attraverso esse, le strutture sociali, in modo che siano più
consone al disegno di Dio. Non si tratta di un’attività intimista; evangelizzare è
sprigionare la vera rivoluzione sociale, la più profonda, l’unica efficace. Ciò spiega
pure perché essa trovi tante resistenze e contrasti, aperti od occulti.
Prima di pensare ai mezzi e ai modi di evangelizzare è necessario avere un motivo,
essere cioè “innamorati” di Dio, aver fatto esperienza della sua amicizia e della sua
intimità: «non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo
padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto
conoscere a voi» (Gv 15, 15). “L’evangelizzazione parte sempre dall’incontro con il
Signore Gesù: chi si è avvicinato a Lui e ha fatto esperienza del suo amore vuole
subito condividere la bellezza di questo incontro e la gioia che nasce da questa
amicizia. Più conosciamo Cristo, più desideriamo annunciarlo. Più parliamo con
Lui, più desideriamo parlare di Lui. Più ne siamo conquistati, più desideriamo
condurre gli altri a Lui”.2
Tra il momento della chiamata e quello dell’invio si colloca il tempo in cui i discepoli
«stanno» con il Signore per apprendere il suo stile di vita, per imparare a leggere la
storia personale e universale come storia di salvezza, per sperimentare nella propria
1
2
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 2013, n. 2.
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 2013, n. 3.
Giovani, missionari dei giovani
1
vita la verità, la bontà e la bellezza del messaggio che viene loro affidato e che sono
chiamati a proclamare.
“Cari giovani, … anche oggi occorrono discepoli di Cristo che non risparmino
tempo ed energie per servire il Vangelo. Occorrono giovani che lascino ardere
dentro di sé l'amore di Dio e rispondano generosamente al suo appello
pressante… Vi assicuro che lo Spirito di Gesù oggi invita voi giovani ad essere
portatori della bella notizia di Gesù ai vostri coetanei. L’indubbia fatica degli
adulti di incontrare in maniera comprensibile e convincente l'area giovanile può
essere un segno con cui lo Spirito intende spingere voi giovani a farvi carico di
questo. Voi conoscete le idealità, i linguaggi, ed anche le ferite, le attese, ed
insieme la voglia di bene dei vostri coetanei. Si apre il vasto mondo degli affetti,
del lavoro, della formazione, dell’attesa, della sofferenza giovanile.”3
1.
Innanzitutto discepoli di Cristo
Per far portare Gesù ai giovani c’è bisogno di conoscerlo, di vivere con lui, d’essere
dei suoi. Detto con altre parole, non si può essere testimoni ed apostoli di Gesù, se
prima non si è suoi discepoli. Apostolo, infatti, non diventa chi vuole esserlo, ma chi
è chiamato. Filippo, Andrea e gli altri membri del primo gruppo apostolico furono
chiamati da Gesù, uno ad uno, per nome, scelti tra una moltitudine: «andarono da
lui quelli che egli volle», dodici, «perché stessero con lui e per mandarli a predicare»
(Mc 3, 13-14). E per andare da Gesù dovettero allontanarsi dalla gente che Lo
seguiva e seguire Lui. Chi è stato invitato a stare con Gesù e a predicare nel suo
nome non appartiene al gruppo di chi lo cerca; fa parte di coloro che già Lo hanno
incontrato e hanno deciso di restare con Lui.
Il primo mandato che riceve l’apostolo, l’iniziale invito rivolto da chi lo ha chiamato,
è lo «stare» con il suo Signore. Nell’apostolato la convivenza precede l’invio; la
compagnia viene prima della predicazione; la fedeltà personale è premessa alla
missione. Saranno inviati da Gesù, infatti, quelli che hanno vissuto insieme a Lui,
condividendo il cammino e il riposo, il pane e i sogni, i successi e le delusioni, la
vita e i progetti. Prima che il vangelo occupi la loro mente e sia causa delle loro
fatiche, dovrà essere stato accolto nel loro cuore ed essere causa della loro gioia.
Gesù non affida il suo vangelo a chi non gli ha dato la propria vita (cfr. At 1, 21-22).
I primi inviati da Gesù furono i suoi primi compagni.
Per il fatto che erano con Lui, la gente che voleva conoscere Gesù avvicinava i
discepoli; il desiderio di trovare Gesù portava la folla a cercare chi Lo seguiva. Solo
il discepolo che vive con Gesù, può facilitare l’accesso a Lui da parte di chi lo
desidera. Da qui il bisogno urgente che sentono i giovani di incontrare discepoli di
Cristo che li portino a Lui, appunto perché sempre stanno con Lui. Solo dei
discepoli autentici possono essere degli apostoli credibili.
2.
3
2
I giovani come missione dei giovani credenti
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, 2008, n. 7.
Testimoniare la gioia della fede
Il mio caro predecessore, Don Juan Edmundo Vecchi, aveva trattato questa
situazione in modo assai preciso. «Il mondo giovanile è terra di missione per il
numero di soggetti che debbono riascoltare il primo annuncio, per le forme di vita
e i modelli culturali ai quali non è ancora giunta la luce del vangelo, per il
linguaggio verbale, mentale ed esistenziale che non combacia con quello della
tradizione».4
«L'immagine che di Dio hanno i giovani è diversificata, quasi a caleidoscopio. Ma
sarebbe affrettato bollarla come falsa. Piuttosto è incompleta e sfuocata, a volte
parecchio. Affermatasi una certa diffidenza riguardo alle istituzioni e all'immagine
di Dio che esse presentano e dati come scontati alcuni principi di verifica tipici
del pensiero attuale, non rimangono criteri per valutare obiettivamente la validità
delle diverse rappresentazioni di Dio.
Nell'assumerne qualcuna, prevale dunque la scelta soggettiva. Non è totalmente
male: la fede è un atto libero della volontà, mossa dalla grazia e illuminata dalla
ragione. Ma certamente risultano immagini sbilanciate. Dio ne risulta un oggetto,
un'immagine, un interlocutore, un rapporto e una scoperta a misura del singolo.
Ne deriva una concezione notevolmente vaga di Dio stesso […]
Ci sono giovani nei quali l’immagine di un Dio personale è quasi scomparsa. E
così pure qualsiasi interrogativo su Dio. Immagini e interrogativi rimangono tra le
pieghe della coscienza, come in un angolo di essa non più visitato.
In questo contesto, più paragonabile a una piazza che a una chiesa, si pone la
domanda su quando e come parlare di Dio, verso quale immagine di lui orientare
esperienze e messaggi. È chiaro che come Dio si è rivelato attraverso fatti e
parole, anche il nostro parlare avviene mediante fatti e parole, avvenimenti e
illuminazioni».5
Ciò significa che l’evangelizzazione dei giovani portata avanti da giovani discepoli
di Cristo deve partire dalle situazioni concrete in cui essi si trovano, con
un’attenzione particolare alla loro cultura, fortemente segnata dal valore della
soggettività e dall’autoreferenzialità, che li porta a raggrupparsi tra coetanei e ad
allontanarsi dal mondo dei adulti. L’uomo d’oggi, e il giovane in modo lacerante,
appare “mendicante di significato e compimento”, va alla continua ricerca di
risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi»6. Lontananza,
abbandono prematuro e irrilevanza segnano il rapporto di tanta gioventù con
istituzioni, temi e persone religiose. Oggi è sempre più comune imbattersi con
giovani che non hanno mai avuto contatto con il fatto religioso, o che l'hanno
avuto in modo insufficiente a capire la questione di Dio, o che si sono allontanati
dopo un'esperienza iniziale piena di promesse.
J. E. VECCHI, “L’areopago giovanile”, NOTE DI PASTORALE GIOVANILE (NPG) 1997, n. 4
(maggio), p. 3
5 J. E. VECCHI, “Parlare di Dio ai giovani”, NPG 1997, n. 5 (giugno), pp. 3-4
6 BENEDETTO XVI, Udienza generale, Castelgandolfo, 5 agosto 2009, in L’0sservatore
Romano, 6 agosto 2009, p. 8. Il corsivo è nostro.
4
Giovani, missionari dei giovani
3
 Un primo compito del discepolo, ascoltare il «desiderio altrui di vedere Gesù»
L’evangelista Giovanni ricorda che alcuni greci, mentre salivano a Gerusalemme
per la Pasqua, avvicinarono Filippo con la richiesta di «vedere Gesù» (Gv 12, 21).
Non sapendo cosa fare davanti ad una così inaspettata domanda, Filippo ne parlò
con Andrea e, insieme, «andarono a dirlo a Gesù». Allora Egli si rese conto che era
giunta l’ora, tante volte rimandata, di essere glorificato. Gesù giunse alla
consapevolezza della sua ora, quando seppe che c’erano alcuni greci che volevano
vederlo. Egli lo venne a sapere perché due discepoli glielo comunicarono.
Senza accorgersene, Filippo e Andrea aiutarono Gesù a far conoscere il momento
cruciale della sua vita. Senza quei due discepoli i greci non avrebbero potuto
manifestare il desiderio di vedere il Signore; senza di essi Gesù non avrebbe
saputo che era arrivato il momento della sua glorificazione. Gesù ebbe bisogno
dei discepoli per riconoscere, nel desiderio di essere visto dai lontani, l’avvento
dell’ora della sua gloria.
Gesù ha bisogno anche oggi di discepoli che riescano a sentire nel cuore della
gente, nelle loro gioie e nelle loro paure, una voglia non sempre espressa di
accostarsi a Lui e di incontrarlo. Ciò che di nuovo spinge Gesù a operare la
salvezza è sapersi desiderato. Soltanto il discepolo che gli sta vicino può cogliere,
tra quanti lo cercano, chi in realtà desidera trovarlo. Il discepolo segue Gesù per
facilitare l’incontro con Lui di coloro che Lo vogliono vedere. È così che il
discepolo di Gesù diventa suo apostolo: Gesù ha bisogno di discepoli, compagni
di vita e di missione, per riconoscere l’arrivo della sua ora. Portando da Lui coloro
che vogliono vederlo, il discepolo di Gesù si converte in suo apostolo.
A “chi vive oggi la condizione giovanile [e] si trova ad affrontare molti problemi
derivanti dalla disoccupazione, dalla mancanza di riferimenti ideali certi e di
prospettive concrete per il futuro”; a chi può “avere l'impressione di essere
impotente di fronte alle crisi e alle derive attuali”, dovete saper dire, con
Benedetto XVI: “Nonostante le difficoltà, non lasciatevi scoraggiare e non
rinunciate ai vostri sogni! Coltivate invece nel cuore desideri grandi di fraternità,
di giustizia e di pace. Il futuro è nelle mani di chi sa cercare e trovare ragioni forti
di vita e di speranza. Se vorrete, il futuro è nelle vostre mani, perché i doni e le
ricchezze che il Signore ha rinchiuso nel cuore di ciascuno di voi, plasmati
dall’incontro con Cristo, possono recare autentica speranza al mondo! È la fede
nel suo amore che, rendendovi forti e generosi, vi darà il coraggio di affrontare
con serenità il cammino della vita ed assumere responsabilità familiari e
professionali. Impegnatevi a costruire il vostro futuro attraverso percorsi seri di
formazione personale e di studio, per servire in maniera competente e generosa il
bene comune”.7
Discernere tra le tante aspirazioni della gioventù d’oggi il vero desiderio di «vedere
Gesù» è per noi motivo, se non unico, quanto meno fondamentale per diventare
veri discepoli di Cristo. Se non lo fate voi, chi presenterà a Gesù i sogni e i bisogni
7
4
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXV Giornata Mondiale della Gioventù, 2010, n. 7.
Testimoniare la gioia della fede
dei vostri compagni ed amici? Chi li farà vedere Gesù? Tutti siamo chiamati ad
ascoltare l’anelito dei giovani di incontrare Gesù e, nel contempo, a leggere la
situazione giovanile in modo da evidenziare il desiderio che i giovani hanno di
avvicinare Gesù. Questo è il nostro modo per aiutare oggi Gesù a salvare i giovani.
Ed è così che noi diventiamo suoi veri compagni e suoi apostoli.
Ascoltare il grido, esplicito o implicito, dei giovani che vogliono vedere Gesù
comporta nella situazione odierna di uscire verso quegli spazi e temi di vita dove i
giovani si trovano come a casa propria, per render loro palese che tra i desideri
più autentici di vita e felicità c’è nascosta la domanda di senso e la ricerca di Dio.
 Per far «vedere Gesù» dai giovani
Non sempre l’aver ‘trovato’ Gesù, in un’esperienza religiosa forte che suscita una
grande gioia ed entusiasmo, porta alla fede, ad un autentico incontro con il Signore,
perché come nella parabola del seme (cfr. Mc 4,4-9.13-20), il terreno in cui esso
cade non è preparato.
Nell’incontro l’iniziativa è di Gesù. «Egli si fa avanti e cerca l’incontro. Entra in
una casa, si avvicina al pozzo, dove una donna va ad attingere acqua, si ferma
davanti a un esattore, volge lo sguardo verso chi si è arrampicato su un albero, si
aggiunge a chi sta percorrendo un cammino. Dalle sue parole, dai suoi gesti e
dalla sua persona sprigiona un fascino che avvolge il suo interlocutore. È
ammirazione, amore, fiducia e attrazione.
Per molti il primo incontro si trasformerà in desiderio di ascoltarlo ancora, di fare
amicizia con lui, di seguirlo. Si siederanno attorno a lui per interrogarlo, lo
aiuteranno nella sua missione, gli chiederanno di insegnare loro a pregare,
saranno testimoni delle sue ore felici e dolorose. In altri casi l’incontro finisce con
un invito a un cambio di vita».8 Tale è la testimonianza unanime dei quattro
evangeli.
L’esperienza non è diversa quando si pensa all’incontro di Gesù con i giovani. Per
ciascuno di loro l’evento più dirompente accade nel momento in cui Gesù appare
come Colui da cui attingere un senso per la vita, al quale rivolgersi in cerca di
verità, attraverso il quale capire il rapporto con Dio e con cui interpretare la
condizione umana. La cosa più importante è passare dall’ammirazione alla
conoscenza, e dalla conoscenza all’intimità, all’innamoramento, alla sequela, alla
imitazione.
Fatto sta che non si può “vedere Gesù”, se Lui non “si lascia vedere”. Non viene a
me, ha detto Lui, se non chi mi è stato dato dal Padre mio (cfr. Gv 6, 44). Non basta,
dunque, il desiderio di incontrarlo per arrivare alla gioia del riconoscimento; né
basta trovare i suoi discepoli per incontrare Gesù e riconoscerlo come Signore.
8
J. E. VECCHI, “Educare alla fede: l’incontro con Cristo”, NPG 1997, n. 3 (aprile), p. 3
Giovani, missionari dei giovani
5
3-
Gesù Risorto, modello di evangelizzatore
Il racconto di Emmaus, modello esemplare di incontro del credente con la stessa
Parola incarnata (Lc 24, 13-15), identifica il traguardo, cui deve arrivare il credente,
e disegna la strada per arrivarci. L’episodio illustra il cammino della fede e ne
descrive le tappe sempre attuali. Il racconto lucano ci offre un preciso itinerario di
evangelizzazione, in cui si descrive chi è che evangelizza e come si evangelizza: è
Gesù che evangelizza per mezzo della sua parola e del dono eucaristico di sé,
camminando insieme ai discepoli.
 Meta dell’evangelizzazione: portare all’incontro con Cristo nella Chiesa
Il racconto si apre narrando l’allontanamento da Gerusalemme di due discepoli di
Gesù. Desolati per quanto è accaduto ormai da tre giorni, abbandonano la
comunità, nella quale però ci sono alcuni che hanno cominciato a dire che il
Signore è stato visto vivo; i due discepoli non possono credere a dicerie di donne
(Lc 24, 22-23; Mc 16, 11). Soltanto alla fine del viaggio, quando vedranno Gesù
ripetere il gesto di spezzare il pane, lo riconosceranno, per perderlo subito di vista
e ritornare in comunità. La conclusione, inaspettata, del viaggio ad Emmaus fu il
ritrovarsi con la comunità a Gerusalemme. Il Risorto non restò con loro ed essi
non poterono restare da soli: fecero ritorno alla comunità, dove rincontrarono il
Cristo nella testimonianza degli Apostoli: «Davvero il Signore è risorto ed è
apparso a Simone» (Lc 24, 34).
Questo è un criterio di verifica di un incontro autentico con Cristo: il dono della
comunità, che viene riscoperta come la propria casa, abitata dal Signore, il
focolare a cui appartengono tutti quanti hanno visto il Signore. Riscoprire la
comunità e ritrovarsi nella Chiesa, luogo per vivere la fede comune, è la logica
conseguenza dell’incontro personale col Risorto. Fuori dalla comunità l’annunzio
del vangelo sembra rumore da non crederci (cfr. Lc 24, 22-23).
Oggi, come ieri o più che ieri, dobbiamo fare i conti con gli ostacoli che incontra
l’evangelizzazione. Il primo è la disinformazione, perché di Gesù non soltanto si
parla poco, ma si cerca di farlo sparire dalla cultura odierna, dalla organizzazione
sociale, dalla coscienza personale. La sua presenza è sentita come irrilevante nella
società e la sua assenza viene vista come un vantaggio. Il secondo ostacolo è la
visione soggettivistica di Gesù che, privato dalla sua reale storicità, diventa sempre
un Cristo a misura nostra, immaginato secondo i propri desideri o bisogni. Il terzo
ostacolo è più raffinato: in un preteso dialogo interreligioso si vorrebbe ridurre
Cristo a uno tra altri maestri di spirito o fondatori di religioni, sì da non riconoscerlo
più l’unico Salvatore di tutti. Infine, c’è il rischio non immaginario, anzi molto
comune tra gli stessi cristiani, di considerare talmente conosciuto il Cristo che non
ha più niente di nuovo da dirci; divenuto insignificante, non vale più la pena averlo
come guida e Signore.
Il racconto lucano dei discepoli di Emmaus ci dice che se il Risorto non avesse fatto
comunità con loro, durante il viaggio e a tavola, i due discepoli non sarebbero
arrivati a scoprirlo vivo, né avrebbero recuperato la voglia di vivere insieme.
6
Testimoniare la gioia della fede
Notiamolo bene: non importa se colui che torna in comunità l’aveva prima
abbandonata; è però decisivo che si torni quanto prima, subito dopo aver visto il
Signore. Solo chi recupera la vita comune, sa che il Risorto è stato con lui e trova la
gioia di averlo sentito accanto (cfr. Lc 24, 35.32).
Si deve temere una evangelizzazione che, al di là dei metodi e delle intenzioni, non
parta da una vita in comune degli evangelizzatori e che non nasca dalla loro gioia di
aver incontrato Cristo nella comunità. Se così fosse, tale evangelizzazione non
sarebbe nata dall’incontro col Risorto, né porterebbe all’incontrarsi con Lui. Quelli
che videro il Risorto e mangiarono con Lui non poterono trattenerlo con loro, ma
trovarono la voglia di raccontare l’esperienza vissuta, ritornando alla loro comunità.
Ciò non è casuale, ma prova una legge dell’esistenza cristiana: chi sa e proclama
che Gesù è Risorto, vive in comune la sua esperienza.
Anche se è vero che Gesù si può incontrare in qualsiasi posto, la sua casa, il luogo
dove abita, è la Chiesa, la comunità dei credenti, di coloro cioè che Lo confessano
come loro Signore, la famiglia dei suoi discepoli, di coloro che condividono con Lui
vita e missione.
Non c’è dubbio che dobbiamo darci da fare per correggere l’immagine deformata
che può esserci della Chiesa in tanti giovani. Alcuni «ne parlano con affetto quasi
fosse la propria famiglia, anzi la propria madre. Sanno che in essa e da essa
hanno ricevuto la vita spirituale. Anche se ne conoscono limiti, rughe e persino
scandali, ciò tuttavia appare secondario di fronte ai beni che essa porta alla
persona e all’umanità in quanto dimora di Cristo e punto di irradiazione della sua
luce: le energie di bene che si manifestano in opere e persone, l’esperienza di Dio
mossa dallo Spirito che appare nella santità, la saggezza che ci viene dalla Parola
di Dio, l’amore che unisce e crea solidarietà oltre i confini nazionali e continentali,
la prospettiva della vita eterna.
Altri ne trattano con distacco, quasi fosse una realtà che a loro non appartiene e
di cui non si sentono parte. La giudicano dall’esterno. Quando dicono ‘la Chiesa’,
sembrano riferirsi soltanto ad alcune delle sue istituzioni, a qualche formulazione
della fede o a norme di morale che non vanno loro a genio. È l’impressione che si
ricava nella lettura di alcuni giornali. […] Si sbagliano proprio in quello che
costituisce la Chiesa: il suo rapporto, anzi la sua identificazione con Cristo. Per
molti, questa è una verità non conosciuta o praticamente dimenticata. Non
manca chi la interpreta come una pretesa della Chiesa per monopolizzare la
figura di Cristo, controllarne le interpretazioni e gestire il patrimonio di immagine,
di verità, di fascino che Cristo rappresenta.
Per il credente invece questo è il punto fondamentale: la Chiesa è continuazione,
dimora, presenza attuale di Cristo, luogo dove egli dispensa la grazia, la verità e
la vita nello Spirito. […] È proprio così. La Chiesa vive della memoria di Gesù,
rimedita e studia con tutti i mezzi la sua parola estraendone nuovi significati,
riattualizza la sua presenza nelle celebrazioni, cerca di proiettare la luce, che si
sprigiona dal suo mistero, sugli avvenimenti e sulle concezioni di vita attuali e
assume e porta avanti la missione di Cristo nella sua totalità: annuncio del Regno
e trasformazione delle condizioni di vita meno umane. Soprattutto Gesù ne è il
Giovani, missionari dei giovani
7
capo che attira i singoli, li unisce in un corpo visibile e infonde energie nelle
comunità».9
Se questa è la vera realtà della Chiesa, abbiamo il compito di far sì che i giovani
la amino come madre della loro fede, che li cresce come figli di Dio, che fa loro
trovare la vocazione e missione, che li accompagna lungo il percorso della vita e
che li attende per introdurli nella casa del Padre. Vediamo che cosa possiamo fare
noi oggi nei confronti dei giovani che vogliono vedere Gesù.
 Metodo dell’evangelizzazione: camminare insieme
La ragione per cui probabilmente l’episodio di Emmaus risulta così attuale, sta
nella sua contemporaneità con la nostra situazione spirituale. È facile sentirsi
identificati con questi discepoli che tornano a casa, prima del tramonto del sole,
carichi di conoscenze e di tristezza. Nell’avventura dei due discepoli di Emmaus
troviamo le tappe decisive da percorrere per rifare, nell’educazione alla fede dei
giovani, l’esperienza pasquale che accompagna la nascita della vita in comunità e
della testimonianza apostolica.
- Punto di partenza: andare da Gesù con le proprie delusioni
Non ciò che era accaduto a Gerusalemme “in quei giorni”, ma l’intima frustrazione
personale fu il punto di partenza del viaggio verso Emmaus. Avevano vissuto
assieme a Gesù e la convivenza aveva svegliato in loro le migliori speranze:
sembrava che «fosse lui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24, 19.21). Invece, la sua
morte in croce aveva sepolto tutte le loro aspettative e la loro fede. Era più che
logico che provassero il fallimento, che sentissero, delusi, di essere stati
ingannati. Oggi i giovani condividono poche cose con questi discepoli; ma forse
nessuna hanno tanto in comune quanto la frustrazione dei loro sogni, la stanchezza
nella vita e il disincanto nel discepolato. Seguire Gesù, pensano sovente, non
merita, non vale la pena: un assente non ha valore per la loro vita.
È l’ora di andare verso Emmaus. Nel cammino, con le loro angosce, c’è pure
l’opportunità di un incontro con Gesù. Non si deve però andare da soli. I giovani
hanno bisogno di una Chiesa, che rappresentando Gesù si avvicini ai loro problemi
e al loro sconforto, che non solo condivida con essi il cammino e la fatica, ma anche
sappia conversare con loro, collocandosi al loro livello, interessandosi per quello che
li preoccupa, assumendo le loro incertezze. Come potrà oggi la Chiesa
rappresentare il Signore risorto, se non si occupa di loro, se non si interroga sulle
loro “gioie e speranze”, sulle loro “tristezze ed angosce”, insomma se non si mostra
preoccupata per le loro cose e la loro vita?
- Durante il cammino: dal sapere tante cose su Gesù al lasciarlo parlare
Sulla strada, soltanto lo sconosciuto sembrava non avesse alcuna idea
dell’accaduto in Gerusalemme (cfr. Lc 24, 17-24). Il conoscere tante cose su Gesù
9
8
J. E. VECCHI, “Maestro, dove abiti?”, NPG 1997, n. 7 (ottobre), p. 3
Testimoniare la gioia della fede
non portò i discepoli a riconoscerlo; conoscevano il kerygma, ma non erano arrivati
alla fede; sapevano tanto su di lui, ma non erano capaci di vederlo; avevano tante
notizie su di un morto, sì da non riuscire a vederlo vivo. Lo sconosciuto dovette
impegnarsi a fondo per far loro comprendere l’accaduto sotto la luce di Dio. Gesù si
mise a rileggere con loro la sua vita presentandola come compimento delle
promesse. Per poterlo riconoscere, dovettero lasciarlo parlare.
Come Cristo, la Chiesa deve rinunciare ad alimentare nei giovani speranze
inconsistenti, false aspettative; deve invece insegnare a sopportare quel che accade
in loro e attorno a loro, aiutandoli a rileggere gli eventi alla luce di Dio, secondo la
sua Parola. Se non li portiamo alla convinzione che tutto ciò che accade è parte di
un progetto divino, frutto e prova di un colossale amore, come riusciranno i giovani
a sentirsi amati da Dio? Per riuscirci, dobbiamo diventare loro compagni nella
ricerca del senso della vita e nella ricerca di Dio. Ecco qui un percorso, ancora poco
utilizzato nella Chiesa, molto urgente per i giovani: senza conoscere le Scritture,
non si conosce il Cristo.10
- Tappa decisiva: accogliere Gesù in casa propria
Giunti ad Emmaus, i discepoli non erano ancora arrivati alla conoscenza personale
di Gesù, non avevano identificato il Risorto nello sconosciuto accompagnatore. In
realtà, Emmaus non fu la meta del viaggio, ma una tappa decisiva. Invitato a
restare, ancora sconosciuto, Gesù ripete il suo gesto senza dire parola. La prassi
eucaristica è tra i credenti segno della sua reale presenza. I due di Emmaus non
riconobbero il Signore quando assieme a lui facevano strada e da lui imparavano a
capire il senso degli avvenimenti. Quello che Gesù non riuscì a fare con
l’accompagnamento, con la conversazione, con l’interpretazione della Parola di Dio,
si compì con il gesto eucaristico.
Gli occhi per contemplare il Risorto si aprono dove Egli ripete il gesto che meglio Lo
identifica (cfr. Lc 24, 30-31). Quando si spezza il pane in comunità, Gesù esce
dall’anonimato. «Non si edifica comunità cristiana alcuna, se non ha come radice e
cardine la celebrazione dell’Eucaristia»11. Un’educazione alla fede che dimentichi o
rimandi l’incontro sacramentale dei giovani con Cristo, non è la via per trovarlo.
L’Eucaristia è e deve rimanere «fonte e culmine dell’evangelizzazione»12; è «la fonte e
l’apice di tutta la vita cristiana»13.
“Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è
presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della
Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il
suo perdono. Riconoscete e servite Gesù anche nei poveri, nei malati, nei fratelli
che sono in difficoltà e hanno bisogno di aiuto. Aprite e coltivate un dialogo
personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli
10
11
12
13
Cf. DV 25.
PO 6.
PO 5.
LG 11.
Giovani, missionari dei giovani
9
e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella
preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!”.14
«I giovani trovano Gesù nella comunità ecclesiale. Nella vita di questa però ci sono
momenti nei quali egli si rivela e si comunica in modo singolare: sono i
sacramenti, in particolare la Riconciliazione e l’Eucaristia. Senza l’esperienza che
sta in essi, la conoscenza di Gesù risulta inadeguata e scarsa, fino al punto di
non consentire di distinguerlo tra gli uomini come il risorto Salvatore.
Infatti c’è chi, pur condividendo la vita sociale e gli ideali della Chiesa, colloca
Gesù soltanto tra i grandi saggi, tra i geni religiosi; forse lo considera come la
realizzazione più alta dell’umanità che influisce su di noi per la profondità della
sua dottrina e per il suo esempio di vita. Manca però l’esperienza personale del
Risorto, del suo potere di dare la vita, della comunione in lui con il Padre.
A ragione si dice che i sacramenti sono memoria vera di Gesù: di quello che egli
compì e opera ancora oggi per noi, di quello che significa per la nostra vita;
riaccendono quindi la nostra fede in lui, per cui lo vediamo meglio nella nostra
esistenza e negli avvenimenti.
Sono pure rivelazione di quello che sembra nascosto nelle pieghe della nostra
esistenza, per cui ne prendiamo coscienza: nella Riconciliazione scopriamo la
bontà di Dio all’origine e come tessuto della nostra vita; alla sua luce ne
valutiamo il suo decorrere e cerchiamo di costruirla in un modo nuovo. Sono
energia, grazia trasformante perché comunicano la vita di Cristo risorto e ci
innestano in essa; ci danno consapevolezza, non teorica ma vissuta, della sua
portata, dimensioni e possibilità.
Sono profezia, pegno di una promessa di comunione e felicità che ci è stata fatta e
a cui ci affidiamo. Nella Riconciliazione ci si aprono gli occhi e vediamo quello che
possiamo diventare secondo il progetto e il desiderio di Dio; ci viene ridato lo
Spirito che ci purifica e rinnova. Si è detto che è il sacramento del nostro futuro
di figli, anziché del nostro passato di peccatori. Nell’Eucaristia Cristo ci incorpora
alla sua offerta al Padre e rafforza la nostra donazione agli uomini. Ci ispira il
desiderio e ci dà la speranza che entrambi, amore al Padre e amore ai fratelli,
divengano una grazia per tutti e per tutto: annunziamo la sua morte,
proclamiamo la sua risurrezione, vieni Signore Gesù».15
L’urgenza di evangelizzare non è proselitismo, ma esprime la passione per la
salvezza degli altri, la gioia di condividere l’esperienza di pienezza di vita in Gesù.
Chi ha incontrato il Signore non può stare in silenzio: Lo deve proclamare.
Restare zitti sarebbe darLo di nuovo per morto; e Lui vive! Il senso missionario
incarna il comando che Gesù rivolge ai discepoli: «mi sarete testimoni fino agli
estremi confini della terra» (At 1, 8).
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù, 2011, n.4
J. E. VECCHI, “Lo riconobbero nello spezzare il pane”, NPG 1997, n. 8 (novembre), pp.
3-4.
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Testimoniare la gioia della fede
“Spetta soprattutto a voi, giovani discepoli di Cristo, mostrare al mondo che la
fede porta una felicità e una gioia vera, piena e duratura. E se il modo di vivere
dei cristiani sembra a volte stanco ed annoiato, testimoniate voi per primi il volto
gioioso e felice della fede. Il Vangelo è la «buona novella» che Dio ci ama e che
ognuno di noi è importante per Lui. Mostrate al mondo che è proprio così!”
“Siate dunque missionari entusiasti della nuova evangelizzazione! Portate a coloro
che soffrono, a coloro che sono in ricerca, la gioia che Gesù vuole donare.
Portatela nelle vostre famiglie, nelle vostre scuole e università, nei vostri luoghi di
lavoro e nei vostri gruppi di amici, là dove vivete. Vedrete che essa è contagiosa. E
riceverete il centuplo: la gioia della salvezza per voi stessi, la gioia di vedere la
Misericordia di Dio all’opera nei cuori. Il giorno del vostro incontro definitivo con
il Signore, Egli potrà dirvi: «Servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo
padrone!» (Mt 25,21).16
Tutto questo implica di:
-
assumere con creatività ed entusiasmo la nuova evangelizzazione, fino a
raggiungere l’anima della cultura, specialmente quella dei giovani;
ricuperare la centralità di Dio nella vita personale e comunitaria,
assicurando una misura alta di vita spirituale nella comunità e rendendo
leggibile la testimonianza comunitaria della sequela di Cristo;
scommettere sulla creazione di comunità con genuino spirito di famiglia,
ricche di valori umani e completamente dedite al servizio dei giovani, specie
i più poveri, bisognosi, emarginati, fino a farne casa e scuola di comunione;
risignificare le nostre presenze apostoliche tra i giovani, facendo scelte
carismatiche che ci permettano di condividere la vita con i giovani, creando
una nuova modalità di presenza più decisamente evangelizzatrice,
collocandoci dove possiamo essere più fecondi a livello pastorale, spirituale
e vocazionale».17
Cari giovani, la Chiesa conta su di voi! Ha bisogno della vostra fede viva, della
vostra carità creativa e del dinamismo della vostra speranza. La vostra presenza
rinnova la Chiesa, la ringiovanisce e le dona nuovo slancio.
Calcara di Ussita (MC). 13/14.12.’14
Don Pascual Chávez V., SDB
BENEDETTO XVI, Messaggio per la XXVII Giornata Mondiale della Gioventù, 2012, n.7
P. CHÁVEZ, Sotto il soffio dello Spirito. Identità carismatica e passione apostolica. Corso
di esercizi spirituali alle Capitolari FMA, LDC, Torino 2009, 17.
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Giovani, missionari dei giovani
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