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Capirsi è difficile

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Capirsi è difficile
Scienza
Capirsi
è difficile
Emily Esfahani Smith, Th e Atlantic, Stati Uniti
Le incomprensioni nascono perché c'è un divario
enorme tra come noi ci vediamo e come gli altri ci
percepiscono. Mandare segnali chiari è la prima
regola per soddisfare il bisogno di essere capiti
el suo ultimo libro, No
oncunde~ndsyou and
what to do about it (Cosa
fare se nessuno ti capisce), Heieli Grant Halvorson racconta la storia
del suo amico Tim. Quando è diventato dirigente, una delle priorità assolute di Tim è
stata far capire al suo gruppo di lavoro che
apprezzava e aveva a c~ore il contributo di
ciascuno. Perciò durante le riunioni, quando qualcuno illustrava un progetto a cui
stava lavorando, Tim assumeva la "faccia
da ascolto attivo" per mostrarsi interessato.
Ma i suoi collaboratori avevano l'impressione di ricevere un messaggio molto diverso da quello che lui cercava eli mandare.
"Dopo qualche settimana", racconta Halvorson, "uno di loro finalmente ha trovato
il coraggio di fargli la domanda che tutti
avevano in mente: 'Tim, sei arrabbiato con
noi?"'. Quando Tim ha risposto che non era
affatto arrabbiato e che aveva semplicemente assunto la sua "faccia da ascolto attivo", il collega gli ha spiegato con la massima cortesia che la sua faccia da ascolto attivo somigliava moltissimo alla sua faccia
arrabbiata.
Per Halvorson, una psicologa sociale
della Columbia business school che ha svolto molte ricerche sulla nostra percezione
degli altri,la storia di Ti m fotografa uno dei
problemi principali degli esseri umani: per
quantotufacciadeltuomeglioperdareuna
certa impressione, gli altri spesso ti percepì-
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lntemazionaleno6 j ugiugno2015
sco no in un modo completamente diverso.
Una persona potrebbe pensare, per
esempio, di essere percepita come generosa se offre aiuto a un collega. Ma il collega
magari interpreta l'offerta come una mancanza di fiducia nelle sue capacità. Proprio
come lui non capisce lei, lei non capisce lui:
gli ha offerto aiuto perché pensava che fosse sovraccarico dì lavoro e stressato, visto
che arrivava presto al lavoro e tornava a casa tardi tutti i giorni. Ma non era questo il
motivo dei suoi strani orari: semplicemente
lui lavorava meglio quando l'ufficio era meno affollato.
Le incomprensioni di questo genere
provocano conflitti e rancori non solo sul
posto di lavoro, ma anche in famiglia.
Quanti litigi esplodono in una coppia perché uno dei due fraintende le parole o il
comportamento dell'altro? A cena lui fissa
il piatto mentre lei gli racconta qualcosa e
lei deduce che non è interessato a quello
che sta dicendo, mentre in realtà lui sta apprezzando l'ottimo pasto che lei ha preparato. Lei va a letto presto invece di trattenersi
a guardare il loro programma televisivo
preferito, e lui conclude che non è interessata a passare del tempo con lui, mentre in
realtà è semplicemente esausta dopo una
dura giornata di lavoro.
La maggior parte delle volte, dice Halvorson, le persone non si rendono conto eli
dare un 'impressione diversa da quella che
credono di comunicare. "Se chiedo a te come ti vedi -quali sono le caratteristiche che
ti definiscono-e poi faccio la stessa domanda a qualcuno che ti conosce bene, la correlazione tra quello che dici tu e quello che
dice il tuo amico si colloca, su una scala da
-1 a +i1 tra 0,2 e o ,s. C'è un enorme divario
tra come ci vedono le altre persone e come
ci vediamo noi".
L'illusione della trasparenza
Questo divario, spiega Halvorson nel suo
libro, è dovuto ad alcune peculiarità della
psicologia umana. In primo luogo, la maggior parte delle persone soffre di quella che
gli psicologi chiamano "l'illusione della trasparenza", vale a dire la convinzione che i
loro sentimenti, desideri e obiettivi siano di
una chiarezza cristallina per gli altri, anche
se hanno fatto ben poco per comunicare
esplicitamente cosa gli passa per la testa.
Dato che pensano di essere trasparenti, i
percepitiforse non dedicano tempo e sforzi
sufficienti a essere chiari e diretti sulle loro
intenzioni ed emozioni, dando ai percertori
pochissime informazioni con cui formulare
un giudizio preciso.
"È probabile", scrive Halvorson, "che la
tua espressione quando sei leggermente
frustrato non sia poi così diversa da quella
che hai quando sei un po' preoccupato, confuso, deluso o nervoso. La tua faccia 'Sono
un po' ferito da quello che hai appena detto'
probabilmente somiglia moltissimo alla tua
faccia 'Non sono affatto ferito da quello che
hai appena detto'. E la maggior parte delle
volte in cui hai pensato 'Ho chiarito perfettamente le mie intenzioni', oppure 'Sa benissimo quello che voglio dire', non sei stato
chiaro per niente e l'altra persona non ha
capito nulla".
I percettori intanto hanno a che fare
con due potenti forze psicologiche che distorcono la capacità di interpretare gli altri
correttamente. La prima nasce dal fatto
che, se~ondo molte ricerche, gli individui
tendono a essere degli "avari cognitivi",
come li chiamano gli psicologi, cioè tendono a pensare in modo pigro.
Secondo il premio Nobel Daniel Kahneman, la mente ha due modi di elaborare le
informazioni, comprese quelle che riguardano gli altri: attraverso processi cognitivi
che lo studioso chiama sistema 1 e sistema
2. Questi sistemi, che Kahneman descrive
nel libro Pensieri lenti e veloci (Mondadori
2012), sono metafore eli due diversi tipi di
ragionamento. Il sistema 1 elabora le informazioni rapidamente, in modo intuitivo e
automatico, e viene usato quando gli individui pensano senza fare sforzi, per esempio quando risolvono semplici operazioni
matematiche del tipo 3+3=6, oppure quan-
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do guidano su strade che conoscono bene e
intanto chiacchierano con un amico, o ancora quando vedono sorridere qualcuno e
sanno immediatamente che quella persona è contenta. QJ.l.ando è in gioco la percezione sociale, il sistema 1 ricorre a delle
scorciatoie, o procedimenti euristici, per
arrivare a certe conclusioni su un'altra persona. Ci sono molte scorciatoie a cui la
mente si affida quando legge le espressioni
facciali, le intenzioni e il linguaggio del
corpo.
Una delle più comuni è stata chiamata
"effetto di priorità", e spiega perché lepri-
me impressioni sono così importanti. A
causa dell'effetto di priorità, le informazioni che riceviamo nel corso dei primi incontri
influiscono enormemente su come vedremo una persona anche in futuro. A proposito delle ricerche condotte sull'effetto di
priorità, peresempio, Halvorson sottolinea
come un bambino che svolge la prima parte
di un compito di matematica meglio della
seconda potrebbe essere considerato più
bravo di im compagno che svolge peggio la
prima parte del test e meglio la seconda.
Oggettivamente i compiti dei due alunni si
equivalgono, ma il primo si avvantaggereb-
be del pregiudizio favorevole dovuto all'effettodi priorità. "Per i talenti tardivi e perle
persone che faticano all'inizio e riescono a
eccellere solo successivamente, le implicazioni di scoperte come questa sono terrificanti".
A differenza del pensiéro imperfetto e
pieno di pregiudizi del sistema 1, il sistema
2elabora le informazioni in modo consapevole, razionale e meditato. Il sistema 2 entra
in azione, per esempio, quando un individuoaffronta problemi matematici più complessi come l'algebra, quando guida su strade sconosciute o quando cerca di capire
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cosa aveva in mente il capo !asciandogli
sulla scrivania un biglietto criptico che dice
"telefonami immediatamente". Nel sistema 1 il pensiero è automatico e naturale, nel
sistema 2 invece comporta uno sforzo.
L'elemento essenziale del sistema 2 è che
può correggere il sistema 1 valutando, per
esempio, se le prime impressioni- Johnny
va male in matematica- devono continuare
a determinare l'idea che il percettore si è
fatto di Johnny. Se ci sono prove schiaccianti che la prima impressione deve essere aggiornata -l'alunno ha preso buoni voti in
tutti gli altri compiti di matematica- allora
il percettore può usare il sistema 2 per modificare la sua impressionesuJohnny.
Ma il sistema2 richiede sforzi ed energia
mentale. Secondo Halvorson, le persone
devono essere davvero motivate per farlo
entrare in azione. L'insegnante, per esempio, potrebbe sentire il bisogno di valutare
lando con lo sconosciuto di argomenti delicati, come fantasie sessuali, segreti personali e fallimenti privati. Gilbert ha chiesto
anche ad alcuni dei soggetti della ricerca di
memorizzare gli argomenti che comparivano nei sottotitoli. Lo scopo di questo compito era tenerli mentalmente impegnati, di
modo che non potessero entrare nella seconda fase della percezione, che corrisponde al sistema 2 di Kahneman.
Alla fme dell'esperimento, ai partecipanti è stato chiesro se )adonna era o no una
"persona ansiosa". Quando non erano stati
distratti dal compito di memorizzare gli argomenti, i volontari banno risposto secondo le previsioni: pensavano che fosse ansiosa quando parlava di argomenti generali e
sembrava tesa, e l'harmo giudicata non ansiosa quando discuteva argomenti delicati
e appariva tesa. Questi volontari sono riusciti a entrare nella seconda fase della per-
Quasi tutti gli individui sono avari
cognitivi e quando pensano agli altri
si accontentano della rapidità a
scapito della precisione
in modo diverso il rendimento di Johnny
solo quando il ragazzo o i suoi genitori si Laméntano dei suoi voti o se }ohnny improvvisamente si dimostra il genio della classe.
Halvorson sottolinea che quasi tutti gli individui sono avari cognitivi e quando pensano
agli altri si accontentano della rapidità a
scapito della precisione: la percezione di
soliro si ferma al sistema 1.
Questi due sistemi di ragionamento
portano le persone a percepire gli altri io
due fasi diverse, una rapida ma imperfetta
e l'altra riflessiva e ragionata. Uno studio
dello psicologo Dan Gilbert della Harvad
university e dei suoi colleghi ha chiarito come la percezione si articoli in due fasi. rpartecipanti allo studio sono stati riuniti in un
laboratorio e hanno guardato sette brevi
video di una donna che parlava con uno
sconosciuto. In cinque di questi filmati, la
donna appariva stressata e ansiosa. I video
erano muti, ma c'erano dei sottotitoli che
indicavano gli argomenti di cui la donna e
lo sconosciuto stavano parlando. Gilbert e i
suoi colleghi volevano capire come la personalità della donna era interpretata dai
soggetti della ricerca. In un caso, ai volontari è stato detto che in tutti i sette video la
donna e lo sconosciuto parlavano di argomenti generici, come ristoranti o libri. In un
altro, gli harmo deno che nei cinque video
dove la donna appariva ansiosa stava par-
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2)5)
cezione, infatti hanno tenuto conto della
situazione della donna: chiunque si trovi a
rispondere a domande sulle sue fantasie
sessuali può sentirsi a disagio. Ma i volontari che erano stati tenuti mentalmente impegnati sono anivati a un giudizio molto diverso sulla personalità della donna. Aprescindere dalla situazione in cui si trovava,
hanno concluso che era davvero una "persona ansiosa". Per loro, apparire ansiosi
equivaleva a esserlo.
nproblema della percezione
La percezione è offuscata anche da esperienze, emozioni e pregiudizi del pe.rcettore, e questo genera altre incomprensioni.
Secondo HaJvorson, quando interagiamo
con altre persone tutti noi abbiamo un
obiettivo che di regola consiste nel cercare
di ottenere una di queste tte informazioni:
la persona che ho davanti è degna di fiducia, mi è utile, minaccia La mia autostima?
La nostra risposta a queste domande determina se giudichiamo positivamente o negativamente un'altra persona. Prendiamo
l'autostima. r ricercatori sarmo da tempo
che gli individui devono avere una percezione positiva di se stessi per funzionare
bene. Quando il proprio senso di sé è minacciato, come quando s'interagisce con
qualcuno che consideriamo migliore di noi
nel lavoro che entrambi svolgiamo, questa
persona viene giudicata più severamente.
Uno studio ha accertato, per esempio, che i
candidati a un posto di lavoro di bella pre· 1
senza erano ritenuti meno qualificati dalle
persone dello Stesso sesso che da quelle del
sesso opposto. Per i valutatori dello stesso
sesso, hanno scoperto gli psicologi, icandi·
dati di bella presenza rappresentavano una
minaccia alla propria autostima, mentre le
persone del sesso opposto non si sentivano
affatto minacciate.
Segnali espliciti
Considerando i tanti ostacoli che si frap·
pongono a una percezione corretta, cosa
dobbiamo fare per dare l'impressione che
vogliamo?
Una ricerca ci suggerisce la possibile risposta. l volontari di questo studio, pubblicato nel 1998 dal Personality and social
psichology bulletin, dovevano simulare dei
negoziati. Ogni parte aveva scelto un obiettivo specifico, come "ottenere la simpatia
dell'altra persona" o "mantenere ferme le
mie opinioni personali", e doveva affrontare il negoziato cercando di raggiungere il
proprio scopo, ma senza necessariamente
rivelarlo all'altra persona. Dopo il negozia·
to, a ogni parte è stato chiesto qual era
l'obiettivo dell'altra persona. Solo il26 per
cento dei soggetti della ricerca ha indovinato robiettivo dell'altra persona. Eppure, più
della metà di loro credeva di aver trasmesso
chiaramente i suoi obiettivi e le sue intenzioni.
La lezione di questo studio è che le persone possono credere di essere chiare, ma
di fatto non lo sono. ''Se vuoi risolvere il
problema della percezione," dice Halvorson, "è molto più pratico decidere di mandare segnali espliciti, e non limitarsi asperare che il percenore voglia entrare nella
fase due della percezione. Non è realistico
aspettarsi che le persone compiano un tale
sforzo. Riuscite a immaginare quanto sarebbe faticoso soppesare ogni possibile motivazione di un'altra persona? E poi, non si
può controllare quello che passa nella mente di un altro, ma si può controllare l'impressione che si vuole dare".
A detta dei ricercatori, le persone sem·
plici da giudicare-quelle che mandano segnali chiari, come Halvorson ci suggerisce
di fare- sono più felici e più soddisfatte delle loro relazioni, del loro lavoro e della loro
vita. Ed è facile capire perché: sentirsi compresi è un bisogno essenziale degli esseri
umani. Quando soddisfìamo questo bisogno ci sentiamo più in pace con noi stessi e
con le persone intorno a noi, che ci vedono
più simili a come noi ci vediamo. + gc
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