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Ci relazioniamo dunque siamo

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Ci relazioniamo dunque siamo
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17-03-2008
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CONNESSIONI
Ci relazioniamo dunque
siamo
Curiosità e trappole dell’osservatore
... siete voi gli insegnanti, mi
insegnate voi, come fate in
questa catastrofe, con il figlio
che ha l’Aids, con l’altro che è
drogato, la figlia è diventata
la più grande prostituta della
città, eccetera, e voi andate
avanti lo stesso e siete capaci
di parlare. Non avete una
Gianfranco Cecchin*
lira, dipendete dal governo. Io
al vostro posto non ce la farei.
Quindi insegnatemi voi,
ditemi come fate.
ominciamo dall’idea di base che è quella … non c’è niente
L’atteggiamento
è che: solo
al di fuori della relazione. Questo è uno dei pregiudizi che
voi
mi
insegnate.
noi come terapeuti, come insegnati, cerchiamo di vendere a
voi allievi. Non esiste niente, l’essere umano esiste solo in relazione a qualcuno. Se non c’è una relazione, questa persona non c’è.
Questo è un pregiudizio che è molto utile e ogni volta che vediamo una
persona diciamo: “Chi è che rende questa persona viva? Chi è che lo vede?
C’è qualcuno che lo vede?”. E c’è sempre qualcuno. Se non ci fosse nessuno, non esisterebbe, sarebbe già morto, non ci sarebbe più. Il bambino
neonato, appena nasce, subito tutti gli stanno addosso, lo salutano, fanno
scene grandiose per la nascita e dicono “Ci sei, ci sei” tanto che dopo un
po’ gli danno un nome. E lui dice: “Io sono Andrea”. Lui non è nessuno,
gli hanno detto che è Andrea, lui non c’è. È stato qualcuno che lo ha reso
vivo, lo ha reso Andrea, se no non ci sarebbe. E così andiamo avanti: uno
vive sempre avendo delle persone intorno che lo rendono esistente.
C
* Cecchin Ginfranco, co-direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia.
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relazione
e/è
complessità
Quando noi vediamo un individuo in terapia, ci chiediamo sempre
quali sono le persone intorno a lui o lei che rendono questa persona quello
che è. In genere scopriamo sempre un gruppo di persone, in genere la
famiglia nucleare ma non necessariamente. Uno può essere in un convento
e la madre superiora rende questa persona vivente. Uno può vivere in strada, come un barbone, e avere la società di barboni che lo rende vivo. Non
c’è nessuno che non abbia qualcuno a cui si riferisce, questo è un pregiudizio di base. Che dopo la gente lavori, ne faccia di tutti i colori, per riuscire a
esistere, quindi si associa, addirittura si sposa, divorzia, si sposa tre volte, fa
bambini, ne fa di tutti i colori per esistere, per avere gente intorno che dice:
“Ci sei”.
In questa battaglia per esistere si ricreano quello che noi chiamiamo i
sistemi. In genere sono famiglie, possono essere altre cose, che sono molto
complicate in questa battaglia continua per esistere.
Noi arriviamo in genere, quando la gente è già in difficoltà, non riesce a
trovare un orientamento.
Vengono da noi, in genere, con una serie di accuse. L’accusa contro la
madre, il padre, il figlio, il terapeuta, la società, i figli, tutta una serie di
attacchi a tutti quanti e noi siamo lì che li guardiamo con sorpresa. Loro
vogliono che noi siamo d’accordo con loro; è la mamma che è cattiva, il
papà che è assente, le solite storie antiche.
Molto spesso i terapeuti ci sono cascati in passato, hanno creduto a
queste storie. Sono storie di gente che si lamenta che le persone che frequentano non li considerano, non li prendono sul serio, “Non ci sei”. E noi
dovremmo star dietro questi qua “Perché non riconosci tua figlia, povera
deficiente ma buona. È magra, brutta ma dovresti volerle bene lo stesso.”
Cosa difficilissima. Invece noi sappiamo che a volte troviamo delle ragazzine brutte, odiose, cretine, però che sono amate da sua mamma, suo papà e
la nonna. Quindi non c’è logica in queste cose. Quindi è sempre misterioso.
Possiamo trovare una persona simpaticissima, bellissima, però la sua famiglia proprio non la vede. Entriamo nel mistero come mai la gente crea queste
connessioni.
Quando noi vediamo una famiglia, come terapeuti, in genere viene perché una persona sta male. Noi diciamo: “Vieni con la tua famiglia”. “Quale
famiglia?”. ”La gente che vive con te, anche un parente lontano, un amico,
qualcuno”. E quando arriva, il terapeuta ha due scelte: qui entra la storia
del pregiudizio.
La scelta tradizionale è quella che viene dal modello medico: che cos’è
che non funziona in questa famiglia, cos’è che non va. Allora lì, molto pericolosamente, uno va a cercare la mamma che non va, il paziente che ha una
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malattia mentale, il bambino che ha un gene sbagliato, ha il cervello che
non funziona; cerchiamo quello che non funziona.
Quel parola “non”, non c’è.
E allora vai avanti a cercare tutta la descrizione del non funzionamento.
Lì ci sono dei grossi problemi. Il più grosso è che se io vado a cercare quello che non funziona devo avere idea di quello che funziona. Se non so quel lo che è giusto, come faccio a sapere quello che non funziona. Devo studiare quale è l’idea di famiglia giusta. Lì siamo nel pallone totale.
Chi è che lo sa quale è la famiglia giusta, normale?
Anche lì entriamo in una difficoltà enorme, perché la famiglia normale
cambia in ogni città; a Torino è normale e vediamo che a Cuneo non lo è
più.
Ogni famiglia ha un suo concetto di normalità che viene dai parenti,
dagli amici, dalla gente intorno e io chi sono come terapeuta? Faccio parte
dei parenti? Faccio parte di un’altra cultura? Che diritto ho di decidere
cos’è giusto o sbagliato?
Mi propongo come la persona che sa, l’esperto. L’esperto di cosa è giusto o sbagliato. Cosa vuol dire essere una coppia sana? Una coppia malata?
Non si sa. Cosa vuol dire essere un padre buono e un bambino bravo, eccetera.
Quando cerchiamo quello che è sbagliato, prima cosa cadiamo nella
trappola di diventare esperti, lì vediamo che difficoltà è. Tanto se sei un
esperto, devi studiare studiare, non capirai mai niente perché è impossibile
sapere cosa è giusto.
Poi cade nell’altra trappola. Se cominci a sapere cos’è giusto ti scappa la
tentazione di spiegare alla gente come dovrebbero vivere. Come mai mamma
non fa questo, non fa quell’altro. Come mai tu non ti comporti meglio con
la tua zia. Come mai il papà non torna a casa un po’ più spesso, invece di
fare il padre assente. Ti vien voglia subito di fare l’insegnante. E incominci
a insegnare come la gente dovrebbe vivere, tutta una serie di prescrizioni
sull’insegnamento.
Peggio ancora, cominci a dire, quello che fai è sbagliato. Diventi un
moralista, addirittura. “Questo non è giusto, non è giusto trattare i bambini
così”. Allora diventi un esperto, un insegnante e un moralista, tre categorie,
le più odiate che esistano nel pianeta. Sono tre categorie che nessuno sopporta.
Cosa ci resta da fare? Il terapeuta può dire: “Se non posso fare l’esperto, l’insegnante e il moralista che cosa faccio?”. C’era un allievo che è stato
in seminario cinque anni, e ha detto: “Se non posso fare il moralista a cosa
mi serve essere stato in seminario tutto quel tempo!”.
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e/è
complessità
Lì viene fuori la seconda ipotesi: andiamo a cercare quello che funziona in
un sistema.
Questo è un pregiudizio. Il pregiudizio è: se un sistema esiste, vuol dire
che qualcosa funziona. Perché se non funzionasse, sarebbe già morto, non
esisterebbe, non sarebbe di fronte a noi.
Se uno parte da quella idea, trova parecchie cose. Vede una coppia che
si da un sacco di botte, che si insultano, si maltrattano e uno si chiede:
“Come mai sono ancora vivi? Come mai non si sono uccisi? Perché quando
si picchiano a sangue si fermano prima che si rompano le ossa?”. C’è qualcosa che li ferma. Cos’è? Invece di andare cercare cosa non va, cos’è che fa
si che non arrivino al finale.
Cercando, se uno va su questa strada, trova delle cose interessanti;
anche nelle famiglie più disastrate, trova sempre qualcosa che va. Una
nonna lontana che si occupa di tutti quanti, che manda messaggi giusti a
tutti, una persona di riferimento; anche in queste battaglie feroci, sotto
sotto, c’è un amore eccessivo uno per l’altro.
Chi va a cercare trova sempre queste cose.
Cosa trova? Trova le solite cose che tengono in piedi il mondo. Quelle
che noi definiamo: un amore eccessivo, così forte che la gente non riesce a
sopportarsi; una lealtà tremenda verso la suocera, verso la mamma che non
ti permette di stare con la moglie e con i figli; dei doveri, dei sensi di colpa
verso il nonno che ha fatto certe cose … sentimenti che culturalmente vengono definiti come positivi, come lealtà, eccesso di legame, amore che creano questi legami tremendi che li tengono insieme.
Per cui andando su quella strada a uno vengono delle ipotesi diverse.
Cos’è che li tiene insieme? Cos’è che tiene questo sistema che va? Lì vengono delle fantasie.
Ecco allora che il terapeuta passa un’altra categoria, invece di diventare
maestro, moralista o esperto, diventa curioso [Come mai siete quello che
siete?] e rispettoso [Come mai siete arrivati lì?]. Uno potrebbe dire: “Al
vostro posto io sarei già morto. Con una moglie così mi sarei già suicidato!”.
Ti fai domande diverse, cominci ad ammirare la loro resistenza, la loro
capacità di sopravvivenza. In genere c’è un pregiudizio a cui un terapeuta
sistemico, che insiste su questa idea, alla fine ci crede.
Perché io ci credo, quando vedo una persona in queste condizioni,
credo che sia così. Che abbiano questa energia, come mai sono ancora in
piedi? Arrivano l’ammirazione, il rispetto e in più divento io l’allievo; siete
voi gli insegnanti, mi insegnate voi, come fate in questa catastrofe, con il
figlio che ha l’AIDS, con l’altro che è drogato, la figlia è diventata la più
grande prostituta della città eccetera e voi andate avanti lo stesso e siete
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capaci di parlare. Non avete una lira, dipendete dal governo. Io al vostro
posto non ce la farei. Quindi insegnatemi voi, ditemi come fate. L’atteggiamento è che: solo voi mi insegnate.
Sappiamo che la connotazione positiva - quello che abbiamo imparato,
anni fa, ai tempi di Selvini eccetera - la connotazione positiva dei sintomi
aveva un effetto positivo.
Vedendo così la connotazione positiva della loro esistenza, della loro
storia, di come si sono inchiodati in quella situazione e una certa ammirazione che alla fine porta, qualche volta, a una via d’uscita, a un’idea di
come uscirne, anche perché sono abituati a un continuo rimprovero.
Persone in quelle condizioni sono circondate dal sistema sociale, da
tutte le situazioni, la scuola eccetera, che non fanno altro che fare una lista
di tutte le cose che non vanno bene. In contrapposizione, qualcuno che è
ammirato sinceramente della loro battaglia è una novità.
Questo è un po’ il pregiudizio che noi cerchiamo di vendere agli allievi.
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