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FATE PRESTO! L`APPELLO ACCORATO DEL MEDICO

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FATE PRESTO! L`APPELLO ACCORATO DEL MEDICO
FATE PRESTO!
L’APPELLO ACCORATO DEL MEDICO EROE DI LAMPEDUSA
Intervistiamo Pietro Bartolo a Lampedusa, in una giornata di giugno insolitamente piovosa.
Pietro, il medico responsabile del poliambulatorio di Lampedusa che da 26 anni si occupa di accogliere i
migranti, ha lo sguardo stanco ma combattivo di chi da sempre si occupa in prima persona di soccorrere,
curare e spesso seppellire i disperati che sbarcano sulle coste dell’isola.
È straordinariamente loquace e generoso, ci trattiene per quasi due ore, mentre il telefono squilla
incessantemente e i medici e gli infermieri vanno e vengono dal suo ufficio.
Si commuove quando ci racconta di una donna somala da lui curata qualche giorno fa, arrivata in coma da
Mogadiscio da cui è stata costretta a scappare dopo che le avevano decapitato il marito davanti ai suoi
occhi e a quelli dei loro sette figli.
26 anni di attività fin dai primi sbarchi. Come si è evoluta la situazione da allora?
È cambiato tutto tranne i morti! Le politiche di accoglienza e respingimento si sono avvicendate negli anni
con scarso successo, mentre la gente disperata continua ad arrivare e la nostra isola continua ad accogliere.
Abbiamo molto sperato in un cambiamento positivo con il progetto italiano Mare Nostrum, prima, e con
quello europeo Frontex, poi, che permettono alle navi di portare in salvo i migranti a 30 miglia marine dalla
costa libica, ma il risultato è che i morti invece di diminuire sono aumentati.
Se prima i migranti raggiungevano le nostre coste dopo 7 giorni di navigazione, disidratati e in ipotermia, su
imbarcazioni cariche all’inverosimile ma robuste, ora gli scafisti, sapendo che il viaggio durerà poco, li
caricano su natanti fatiscenti, spesso piccoli canotti ad altissimo rischio di ribaltamento.
Anche le patologie sono cambiate. Adesso si è diffusa quella che io definisco “la malattia dei gommoni”,
causata da gravi ustioni chimiche dovute al mix di acqua marina e benzina. Ne sono colpite principalmente
le donne che siedono alla base dei canotti e che vengono investite dalla benzina che fuoriesce dai motori
dei gommoni.
Come pensi di dovrebbe affrontare la questione dell’immigrazione?
Noi parliamo parliamo mentre la gente muore, 700 morti solo negli ultimi giorni! E tra loro tanti bambini,
donne incinta che hanno subito atroci violenze prima di partire. Dobbiamo agire subito!
Prima di tutto bisogna stringere accordi con i paesi del Nord Africa. Fare cessare le torture, gli abusi,
soprattutto nei confronti dei migranti subsahariani, che lì sostano dai 6 mesi ai 2 anni e vengono trattati alla
stregua di animali. Dobbiamo metterli in salvo prima che subiscano i maltrattamenti!
Solo dopo vengono le politiche di integrazioni nei paesi di accoglienza, l’aiuto economico ai paesi d’origine.
Dobbiamo renderci conto che stiamo assistendo ad un nuovo olocausto.
La politica, i media parlano di invasione dei profughi in Europa. È falso! Se solo ognuno dei paesi facesse la
sua parte l’emergenza immigrati si risolverebbe subito.
Domani si inaugura il Museo della fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo promosso e organizzato dalla
nostra associazione First Social Life. Cosa ne pensi di queste iniziative?
Sono colpito molto favorevolmente dalla vostra iniziativa. Bisogna lavorare su più fronti, uno fondamentale
è quello della consapevolezza e certamente una mostra come la vostra avrà un forte impatto sulla
coscienza dei visitatori. Certo, noi lampedusani siamo già più che attenti al tema dei ponti e
dell’accoglienza. Sarebbe importante organizzare iniziative analoghe anche altrove.
A proposito di consapevolezza, confesso di non capire e non condividere la divisione tra rifugiati di guerra e
migranti per fame. Scappano tutti da condizioni terribili, la morte per stenti è lenta ed orribile. Giornalisti,
opinionisti, cosiddetti esperti, venite a vedere uno sbarco per capire di cosa parlo!
A cura di Paola Vinciguerra
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