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Nessuno mi ha mai chiesto l`eutanasia

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Nessuno mi ha mai chiesto l`eutanasia
DOLCE MORTE
un giorno, a Roma, a Carlo, un caro
amico da tempo gravemente malato e
sofferente, che glielo aveva chiesto, gli
ingredienti per una pozione mortale, di
cui in modo esplicito fornisce anche la
ricetta che qui certo non riporteremo:
dieci compresse di XXX e di yyy, una
bottiglia di liquore per aumentarne
l’effetto, un paio di altre pasticche e
«mi raccomando a stomaco quasi
vuoto»… Un’altra morte (soltanto
morte?) strumentalizzata a fini politici e
anticattolici.
E pensare che sia Carlo sia
Piergiorgio Welby avrebbero potuto,
con la loro sofferenza, la loro
intelligenza, la loro capacità vitale,
combattere una grande campagna a
tutto vantaggio dei loro compagni di
sofferenza, vale a dire a favore del non
abbandono, delle cure palliative,
dell’urgenza di realizzare luoghi,
strumenti, protocolli, personale medico
e paramedico per battere il dolore, la
paura, l’angoscia, la solitudine dei
malati inguaribili. Ma l’individualismo è
la cifra identificativa del radicalismo.
soltanto perché si sente abbandonato
e vorrebbe essere ascoltato,
confortato, non abbandonato al dolore
e alla solitudine) si contano sulle dita di
una mano.
LO SFRUTTAMENTO DELLA PIETAS. Il caso
pietoso, si sa, fa sempre effetto, come si
sperimentò largamente nel corso della
campagna per la legalizzazione
dell’aborto. E non si dica che questa
affermazione è frutto di cinismo. Cinico
è chi ne va alla caccia e se ne serve
per giocare sulle emozioni della gente e
per fare in modo che i pochi episodi
singoli producano effetti e norme di
carattere generale. Come, appunto,
il caso che segue, vero o inventato
che sia.
LA RICERCA AFFANNOSA DI ULTERIORI “WELBY”.
Questa è l’arma più efficace, anche
perché accanto al malato che vuole
essere ucciso è facile trovare qualcuno
in cerca di notorietà e che vuol passare
per eroe che sfida le leggi e magari
anche la galera. Sul numero già
ricordato di MicroMega, Lidia Ravera
racconta in modo credibile e con una
certa efficacia narrativa come lei portò
esperienza di questi anni mi ha
insegnato che non c’è condizione che non valga la pena
affrontare alla ricerca di un significato,
nessuna disabilità che non possa essere
sostenuta, nessun dolore che non possa
essere condiviso”. Così il professor
Giovanni Battista Guizzetti, responsabile
dal 1996 del reparto per pazienti in stato
vegetativo del Centro Don Orione di
Bergamo, scrive nell’introduzione del
suo libro “Terri Schiavo e l’umano nascosto”, da poco pubblicato dalla Società
Editrice Fiorentina. Un testo in cui racconta la sua esperienza decennale a
fianco dei malati in stato vegetativo
ospitati dal Centro Don Orione, la struttura che con i suoi 24 posti letto accoglie il più alto numero di questi pazienti
in Italia.
“In realtà - spiega Guizzetti - utilizzare
il termine malato è riduttivo. E' estremamente rischioso considerare lo stato di
queste persone semplicemente un problema medico o un bisogno sanitario.
Preferisco parlare di grave disabilità perché evoca tutta una serie di implicazio-
“L’
«Nessuno
mi ha mai chiesto
l’eutanasia»
di ALESSANDRA TURCHETTI
Sì alla vita
46 febbraio 2007
S O N D A G G I
T R A B O C C H E T T O
L’arte di farsi dare
le risposte desiderate
cienza&vita ha denunciato l'uso scorretto dell'indagine statistica ai fini di legittimare l'eutanasia. È il caso che ha visto protagonista nelle scorse settimane l'Eurispes.
Secondo il sociologo Luca Diotallevi, associato di Sociologia all’Università Roma Tre,
non solo il campione esiguo degli intervistati produce una elevata probabilità di errore,
ma anche le procedure di rilevazione non specificate rendono difficile valutare l’attendibilità dei dati forniti. Inoltre la formulazione del questionario non pone una reale alternativa equipollente, ma platealmente orienta verso una delle possibilità di risposta.
Ad esempio, quando si chiede agli intervistati di pronunciarsi sull’'eutanasia, la domanda orienta la risposta verso un consenso forzato all’eutanasia: non viene offerta altra alternativa al fine di “diminuire le sofferenze” negli ultimi momenti di vita che la morte procurata. Non viene infatti prospettata la possibilità di sedare la sofferenza mediante adeguate cure palliative.
A questa discutibile metodologia di ricerca si aggiunge poi l’uso scorretto del linguaggio medico per quanto riguarda la definizione di “accanimento terapeutico”. Ad
aggravare il tutto la confusione nell'uso di termini dal significato diverso, come “cure” e
“terapie”.
Ancora una volta a malincuore,si deve prendere atto che un sondaggio non viene
utilizzato ai fini di decifrare l'effettivo orientamento dei cittadini rispetto a temi altamente
delicati, quanto per orientare e condizionare il dibattito pubblico.
S
ni che concernono la necessità di un’assistenza globale, non solo verso il singolo
ma nei confronti di tutti coloro che lo circondano”.
Si legge, infatti, nel libro: “considerare
lo stato vegetativo prolungato come
una grave forma di disabilità e non una
malattia o viceversa apre scenari assistenziali e di cura completamente differenti”. Ferma è la volontà di riaffermare il
Il Centro Don Orione
di Bergamo
pieno diritto di cittadinanza alle persone
disabili assicurando un'accoglienza dei
loro bisogni da parte del tessuto sociale.
“E' esattamente questo che fa la differenza” prosegue Guizzetti. “In venticinque anni di professione medica non ho
mai ricevuto una richiesta di eutanasia
perché ho potuto constatare che
anche il dolore più insopportabile diventa “portabile” se accolto e adeguatamente sostenuto. Questo è il problema e
questa è la strada da percorrere. Ho
visto direttamente come il valore e la
dignità, anche in uno stato di grave
disabilità, continuino inalterate”.
Il libro “Terri Schiavo e l’umano nascosto” rappresenta, dunque, un toccante
tentativo di dare una risposta al significato dello stato vegetativo, a come
gestirlo, all'assistenza che richiede, alle
riflessioni morali che evoca. Nel riconoscimento di una relazione ancora possibile e di un bene ancora sperimentabile
pur in una situazione di estrema drammaticità, perché il paziente non smette
continua a pagina 48
Sì alla vita
47 febbraio 2007
DOLCE MORTE
L’ex pastore della Chiesa
ambrosiana è uscito
un’altra volta dal silenzio.
In questo caso ha voluto
toccare la delicata questione
del testamento biologico e
del diritto al rifiuto delle cure.
Un intervento
accolto ed acclamato
dai grandi media che l’hanno
sempre amato e osannato.
Soprattutto perché si offre
come autorevole controcanto
al coro dei vescovi italiani
e al magistero del Papa.
E questo ai giornali piace
ed interessa molto di più
dello stesso contenuto
delle cose che dice
di essere persona e portatore di un valore e di una dignità “che non sono alla
mercè delle circostanze, che nessuna
malattia o disabilità può scalfire”.
“Ci illudiamo che i pazienti vivano nel
terrore dell’accanimento terapeutico, in
realtà quello che temono veramente è
di essere abbandonati nel dolore non
controllato e nella sofferenza insopportabile”, afferma Guizzetti. “Questi ultimi
dieci anni della mia vita mi hanno letteralmente cambiato l'esistenza, dal
punto di vista professionale e personale.
Ho scoperto il valore del quotidiano,
delle piccole azioni che diventano, nella
disabilità, una grande e desiderata conquista. L’etica del prendersi cura ha
dato i suoi frutti: dodici ospiti del nostro
centro hanno mostrato un miglioramento delle loro condizioni. Questo impegno
condiviso - siamo circa 30 operatori nel
reparto - per un’assistenza che allieva il
dolore pur senza poter guarire ci ha trasformati in un gruppo di lavoro solido
che continua a credere in una valida
relazione di aiuto e nel rispetto di ogni
vita umana”.
ra le questioni più delicate per il
profilo umano ed etico vi quella
delle dichiarazioni anticipate di
trattamento. Lo ha ribadito il cardinale
Camillo Ruini nella prolusione al
Consiglio permanente della Cei
apertosi a Roma il 22 gennaio.
Al di là della formulazione con la
quale il paziente esprime le proprie
volontà, in previsione del momento in
cui non sarà più in grado di intendere e
di volere, deve essere chiaro “il rifiuto
dell’eutanasia, quali che siano i motivi
e i mezzi, le azioni o le omissioni, adotti
e impiegati al fine di ottenerla” e il
rifiuto dell’accanimento terapeutico,
cioè “il ricorso a procedure mediche
straordinarie che risultino troppo
onerose o pericolose per il paziente e
sproporzionate rispetto ai risultati attesi”.
Il no all’accanimento terapeutico
non deve, però, condurre
all’abbandono del malato, privandolo
dei sostegni dovuti – alimentazione,
idratazione, respirazione, igiene
personale – e della umana vicinanza.
Considerazioni queste che fanno
T
Sì alla vita
48 febbraio 2007
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