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Licei di quattro anni: meglio tardi che mai

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Licei di quattro anni: meglio tardi che mai
1. Licei di quattro anni: meglio tardi che mai
La notizia che tre scuole secondarie superiori della Lombardia (tutte e tre paritarie) sono state
autorizzate dal ministro dell’istruzione Carrozza a sperimentare la riduzione di un anno della
durata del percorso liceale, dando seguito concreto a un progetto dell’ex ministro Profumo, ha
suscitato l’immediata opposizione dei sindacati della scuola che – al di là delle obiezioni di
carattere socio-pedagogico che alcuni di essi hanno mosso – si sono trovati uniti su un punto:
il rifiuto di un modello di scuola secondaria superiore (i licei farebbero da apripista) che
ridurrebbe l’organico degli insegnanti di un quinto, circa 40.000 posti.
Il ministro Carrozza ha però difeso con forza la sua iniziativa, auspicandone l’estensione alle
scuole statali e dicendo che se da giovane avesse avuto l’opportunità di fare il liceo in quattro
anni anziché in cinque lei l’avrebbe certamente colta.
Ora, se per una serie di ragioni - politiche, sindacali, organizzative, di necessaria
riprogettazione curricolare - sembra assai improbabile che la sperimentazione si generalizzi
fino a tradursi in una riforma (che comunque richiederebbe una legge), non c’è motivo perché
essa debba essere criticata a priori.
Quello dell’allineamento della durata dell’istruzione scolastica in Italia ai 12 anni di quasi tutti i
più importanti Paesi del mondo (USA, Cina, Russia, Giappone, Corea, quasi tutta l’Europa) è un
nodo cruciale da approfondire, trattandosi di una questione strategica, di sistema-Paese.
E’ bene che se ne parli con spirito costruttivo. L’Italia è anche su questo piano in grave ritardo.
Ma meglio tardi che mai.
2. Licei di quattro anni/2. Le occasioni perdute
Il più rilevante tentativo di ridurre di un anno la durata della scuola fu fatto, come noto, dal
centro-sinistra con il ministro Luigi Berlinguer (legge n. 30/2000, riordino dei cicli), che anziché
‘tagliare’ in alto, nella scuola secondaria superiore, scelse di togliere un anno alla scuola di
base, unificando la scuola elementare (5 anni) e quella media (3 anni) in un unico ciclo di 7
anni.
La riforma, approvata l’anno prima delle elezioni politiche, suscitò grandi resistenze e proteste
dentro e fuori della scuola, non fu preceduta da sperimentazioni, e fu prima sospesa e poi
abrogata dal centro-destra, che ne fece uno dei bersagli polemici della sua campagna
elettorale del 2001.
Ma anche il centro-destra, o almeno il ministro Letizia Moratti, si pose il problema, tanto che
nel rapporto preparato dal gruppo di lavoro presieduto da Giuseppe Bertagna, da lei istituito in
vista dei cosiddetti ‘Stati generali dell’istruzione’ (dicembre 2001), veniva delineata l’ipotesi di
ridurre di un anno tutta la scuola secondaria superiore (Sistema di istruzione), affiancando ad
essa un secondo canale quadriennale “di pari dignità”, il Sistema di istruzione e formazione.
In questo caso le resistenze e le proteste vennero soprattutto dall’interno della maggioranza di
centro-destra (AN e Udc), a sostegno della durata quinquennale dei licei a partire dal liceo
classico. Così anche questo modello, che avrebbe comportato la riorganizzazione su basi
quadriennali dei licei da una parte e dell’intera area tecnico-professionale (compresi gli istituti
tecnici) dall’altra, in modo da farne un canale davvero alternativo e competitivo con quello
liceale, fu rapidamente accantonato. Moratti si accontentò di anticipare di mezzo anno l’inizio
della scuola primaria, finse di licealizzare gli istituti tecnici ribattezzandoli ‘licei vocazionali’ e
lasciò in sostanza tutto come prima, tanto che al suo successore Fioroni fu assai facile
rispristinare anche formalmente le denominazioni precedenti. E confermare la durata
quinquennale di tutta la scuola secondaria superiore.
3. Licei di quattro anni/3. Si può se si punta sulle competenze
In Italia, come del resto in Europa, si è molto parlato di ‘competenze’ negli ultimi venti anni,
tanto che il termine è stato usato in testi e contesti normativi, come quelli scolastici, nei quali
in precedenza non era stato mai impiegato.
Il punto di svolta si è avuto nella seconda metà degli scorsi anni novanta, con l’ingresso del
termine nella legge n. 425/97 di riforma dell’esame di maturità (affiancato a ‘conoscenze’ e
‘capacità’), nel DPR 275/99 (Regolamento dell’autonomia), e poi via via in numerosi altri
provvedimenti, in genere con il significato ad esso attribuito in sede Ocse e UE di “capacità di
utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di
lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale” (definizione adottata nell’EQFQuadro europeo delle qualifiche).
Le ‘Indicazioni nazionali’ riguardanti i piani di studio dei percorsi scolastici – in modo più
accentuato quelli dell’istruzione tecnica e professionale, ma non solo quelli – sono state scritte
o riscritte in modo da evidenziare le caratteristiche (contenuto, ampiezza, livello di
complessità) delle competenze attese al termine dei diversi corsi di studio.
Non sta scritto in alcun documento europeo o di altre organizzazioni internazionali in che modo
o in quanti anni tali competenze debbano essere raggiunte. Ci sono Paesi in cui la scuola
secondaria superiore dura quattro anni (USA), tre (Francia) o addirittura due (Spagna). Da noi
cinque. Ma se una scuola, nel quadro di una autonomia didattica e organizzativa effettiva,
riuscisse a far raggiungere in quattro anni anziché in cinque il livello di competenze indicato a
livello nazionale per la conclusione degli studi, perché dovrebbe esserle impedito?
4. Licei di quattro anni/4. Sperimentazione nelle statali
Le critiche sindacali al decreto Carrozza che ha autorizzato la sperimentazione a Brescia (ma
anche a Milano e a Varese) di licei di durata quadriennale hanno riguardato il metodo (mancata
consultazione preventiva), la ristrettezza di localizzazione della sperimentazione (solo in
Lombardia) e l’esclusiva scelta di istituti paritari autorizzati.
C’è preoccupazione in ambito sindacale che la sperimentazione possa riguardare anche istituti
statali: un’estensione generalizzata al sistema statale determinerebbe pesanti effetti sugli
organici del personale docente e Ata.
Ebbene, tra i progetti di sperimentazione presentati ad aprile all’allora ministro Profumo
sembra vi siano anche quelli di cinque-sei istituti statali localizzati in diversi territori del Paese
(Puglia, Campania e Lombardia).
Progetti, a quanto si sa, rimasti nel cassetto probabilmente per la difficoltà di definire l’impiego
dei docenti che al termine del quadriennio – a classi quinte soppresse – risulterebbero in
soprannumero.
A suo tempo il sottosegretario Rossi Doria aveva ipotizzato che la quota di docenti risultanti in
soprannumero andasse a costituire l’organico funzionale d’istituto. Ma per una siffatta ipotesi
occorrerebbe l’ok preventivo del Ministero dell’Economia e Finanze.
Ora che il ministro Carrozza si è sbilanciata a favore della sperimentazione e non solo in
ambito paritario i progetti potrebbero essere autorizzati: dall’anno prossimo, ovviamente, visto
che questo anno scolastico è ampiamente cominciato. Da un momento all’altro potrebbe venire
l’ok ministeriale. Se sarà così, il ministro farà bene a dare una certa sistematicità alla
sperimentazione, ampliando la platea degli istituti partecipanti e fornendo opportune linee
guida e criteri per raccogliere risultati scientificamente probanti per una possibile modifica
ordinamentale.
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