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Perché è andato in crisi il sogno della convivenza

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Perché è andato in crisi il sogno della convivenza
DIARIO
GIOVEDÌ 10 FEBBRAIO 2011
DI REPUBBLICA
■ 42
Secondo il premier inglese David Cameron e la cancelliera tedesca
Angela Merkel occorre abbandonare l’idea della coesistenza tra
gruppi con tradizioni diverse. E in Europa si riapre la discussione
MULTICULTURALISMO
Perché è andato in crisi
il sogno della convivenza
ALAIN TOURAINE
LIBRI
SAMUEL P.
HUNTINGTON
La nuova
America.
La sfida della
società
multiculturale
Garzanti
2005
ULRICH BECK
Lo sguardo
cosmopolita
Carocci 2005
GIACOMO
MARRAMAO
Passaggio a
Occidente
Bollati
Boringhieri
2003
SIMONETTA
PICCONE
STELLA
Esperienze
multiculturali
Carocci 2003
SLAVOJ
ZIZEK
Il soggetto
scabroso
Cortina 2003
MICHAEL
IGNATIEFF
Una
ragionevole
apologia dei
diritti umani
Feltrinelli
2003
SERGE
LATOUCHE
La fine del
mondo
occidentale
Eleuthera
2002
GIOVANNI
SARTORI
Pluralismo,
multiculturalismo e
estranei
Bur 2002
ALAIN
TOURAINE
Libertà,
uguaglianza,
diversità
Il Saggiatore
2002
Q
uando si parla dei
rapporti tra culture
diverse all’interno di
una stessa società
occorre evitare semplificazioni e schematismi, sottraendosi alla tentazione dell’aut aut tra assimilazionismo e
multiculturalismo. Due atteggiamenti contrapposti che nelle loro versioni più intransigenti diventano entrambi irrealistici, e quindi fallimentari. In
Francia, dove si pensava di poter integrare gli immigrati, assimilandoli all’interno di un’identità nazionale, oggi questi
sono prigionieri dei quartieri
ghetto, alle prese con una disoccupazione altissima e una
discriminazione sempre più
marcata. In Inghilterra, David
Cameron - come per altro Angela Merkel in Germania - denuncia i limiti del multiculturalismo, dove la difesa delle differenze culturali alla fine ha prodotto contrapposizioni inaccettabili e il rifiuto dei diritti degli altri. Nei due casi, ha
prevalso un comunitarismo intransigente che resiste ad ogni
integrazione.
Il progetto di una società
multiculturale è dunque in crisi. La causa va cercata soprattutto nel venir meno dei fattori
d’integrazione che avrebbero
dovuto accompagnare tale progetto. Senza integrazione, infatti, il rispetto della diversità
culturale produce l’antagonismo di pratiche, valori e tradizioni, dove l’assenza di un terreno comune finisce per minare la coesistenza civile.
L’idea che diverse comunità
culturali, etniche o religiose
possano continuare a vivere all’interno di una stessa nazione
conservando le loro tradizioni, i
loro valori e le loro identità era
nata proprio in Inghilterra, che
però all’epoca pensava soprattutto alle diverse comunità provenienti dall’impero britannico e quindi unificate dalla lingua inglese. Oltretutto, il multiculturalismo si è affermato in
un contesto di crescita economica e di rafforzamento dell’identità nazionale. Come per altro è avvenuto negli Stati Uniti,
un paese d’immigrati che però
ha immediatamente sviluppato due potenti fattori d’unità: il
sistema giuridico e il mercato
del lavoro. Il multiculturalismo,
infatti, può esistere solo se contemporaneamente si rafforza
l’unità nazionale, sul piano sociale ed economico, ma anche
sul piano dei valori condivisi
che fondano l’appartenenza alla cittadinanza e all’identità
Valori antagonisti
Senza integrazione
il rispetto della diversità
produce l’antagonismo
di etiche e pratiche
che finisce per minare
la coesistenza civile
Prevalenza
Le leggi nazionali
devono sempre
prevalere sui costumi
dei paesi da cui
provengono
gli immigrati
collettiva.
Oggi l’Inghilterra non ha più
la capacità d’integrazione che
aveva in passato. Lo stesso vale
per la Francia e perfino - in parte - per gli Stati Uniti. Un po’
dappertutto assistiamo all’indebolimento della coscienza
dell’identità nazionale. La
mondializzazione, la crisi dei
valori, la congiuntura economica indeboliscono gli Stati,
che quindi non sono più in misura di controbilanciare con
l’integrazione le rivendicazioni
del comunitarismo. Rivendicazioni sempre più oltranzistiche
che spesso nascono come rea-
zione alla xenofobia e all’islamofobia in crescita in tutto
l’Occidente, anche per via delle
tensioni internazionali prodotte dall’11 settembre e dalla
guerra in Iraq.
Riconoscere i limiti di una società multiculturale non significa però rinunciare al rispetto
delle altre culture e al dialogo,
che è sempre un fattore positivo. Tuttavia ciò non può ridursi
semplicemente alla tolleranza,
anche perché talvolta dietro di
essa si cela un sentimento di superiorità. Tolleriamo infatti colui che consideriamo inferiore.
Il multiculturalismo più radica-
JÜRGEN HABERMAS
SILLABARIO
MULTICULTURALISMO
sempi di società multiculturali quali sono la Svizzera e gli Usa dimostrano che, per avere una cultura politica tale che consenta ai principî costituzionali di metter radici, non c’è nessun bisogno di ricorrere
ad una origine etnica, linguistica e culturale che sia comune a tutti i cittadini dello stato. Una cultura politica di
stampo liberale rappresenta semplicemente il comune
punto di riferimento di un “patriottismo costituzionale”, che acuisce nello stesso tempo la sensibilità per la
molteplicità e l’integrità delle diverse “forme di vita” coesistenti dentro una società multiculturale. Anche nella
federazione europea del futuro, identici principî giuridici dovranno essere interpretati a partire dalle prospettive di culture nazionali diverse, nonché di storie nazionali
diverse. Se concepiamo in questo modo l’ancoraggio
particolaristico, esso non toglierà un’oncia di universalismo né alla sovranità popolare né ai diritti dell’uomo.
E
© RIPRODUZIONE RISERVATA
le, che difende una tolleranza
assoluta, nasce spesso da un
sentimento di superiorità economica, culturale e sociale.
Rispettare le altre culture è
un’operazione più complessa,
motivo per cui la tolleranza che
m’interessa è quella che difende i diritti delle minoranze in
nome dei diritti universali, come è stato fatto in passato per i
diritti delle donne. Chi, in nome
del relativismo culturale, rimette in discussione il valore
universale dei diritti dell’uomo
fa un grave errore, perché tutti i
nostri diritti specifici sono sempre stati conquistati in nome di
tali valori universali. Non
avrebbe senso abbandonarli.
Dobbiamo però dimostrare che
l’universalismo dei diritti dell’uomo è conciliabile con il rispetto dei diritti culturali delle
diverse comunità, le quali a loro
volta devono riconoscere il valore dei principi universali. Solo
così è possibile vivere insieme
senza conflitti. Insomma, la
maggioranza deve rispettare i
diritti della minoranza, a condizione che la minoranza rispetti
quelli della maggioranza. E
quando una comunità rifiuta di
farlo, allora occorre farle rispettare la legge che incarna i diritti
di tutti. Le leggi nazionali devono sempre vincere sulle tradizioni dei paesi di provenienza.
Viviamo in un mondo mobile, in cui le nostre società continueranno inevitabilmente ad
accogliere i migranti, anche
perché ne abbiamo bisogno. La
presenza delle loro tradizioni
culturali produrrà forme di meticciato che arricchiranno la
nostra cultura. Per questo vanno rispettate. Ma come ho detto, la tolleranza da sola non basta, dato che non può esserci riconoscimento d’identità senza
integrazione sociale e nazionale. Solo se si rinforza il senso di
appartenenza all’identità collettiva, diventa possibile riconoscere le differenze culturali.
Solo rafforzando le politiche
d’uguaglianza diventa possibile accettare le differenze. Occorre essere uguali e differenti.
In pratica, oltre a chiedere il rispetto delle leggi nazionali da
parte di tutte le comunità, occorre combinare multiculturalismo e assimilazionismo, cercando d’integrare le altre culture, ma dando loro la possibilità
di esprimersi. Solo così si combattono contemporaneamente il comunitarismo e la xenofobia.
(testo raccolto
da Fabio Gambaro)
Gli autori
IL SILLABARIO di Jürgen Habermas
è tratto da Morale, Diritto, Politica (Einaudi). Anthony Giddens, sociologo e
politologo, ha scritto, tra l’altro, L’Europa nell’età globale (Laterza). Tra i
saggi di Alain Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità (Il Saggiatore).
I Diari online
TUTTI i numeri del “Diario” di Repubblica, comprensivi delle fotografie e dei
testi completi, sono consultabili su Internet in formato pdf all’indirizzo web
www.repubblica.it. I lettori potranno
accedervi direttamente dalla homepage del sito, cliccando sul menu “Supplementi”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Repubblica Nazionale
Zygmunt Bauman
Samuel P. Huntington
Charles Taylor
“Multiculturalismo” evoca
l’immagine di mondi culturali
contigui, relativamente chiusi
La sicurezza del mondo richiede
l’accettazione del pluralismo
culturale su scala planetaria
La premessa del multiculturalismo
è che il rifiuto del riconoscimento
è una forma di oppressione
La solitudine del cittadino globale (1999)
Lo scontro delle civiltà (1996)
Multiculturalismo (1992)
■ 43
ANTICHITÀ
IL MEDIOEVO
LA MODERNITÀ
L’800
OGGI
Per i Greci lo straniero
era barbarus, mentre
per i romani l’hostis è il
nemico, che si oppone
al civis, il cittadino
Le differenze sono
riassorbite nella
fratellanza del popolo
dei fedeli, raccolti nella
“res publica christiana”
La scoperta del Nuovo
Mondo provoca il
confronto con l’“altro”.
Per Kant lo straniero
“non è un nemico”
La società europea
diventa multietnica
nell’800, quando
inizia l’emigrazione
dalle ex colonie
Il premier inglese
Cameron riapre il
dibattito sulle società
miste: “Il multiculturalis
ha fallito”
Le tappe
Giddens: perché funzionava la formula Blair
Così Germania e Inghilterra liquidano una dottrina
QUEI VALORI
CONDIVISI
LA CARICATURA
DI UN MODELLO
ENRICO FRANCESCHINI
GIANCARLO BOSETTI
l multiculturalismo britannico è un successo e rimane un modello per il resto d’Europa», sostiene
il sociologo Anthony Giddens, ex-rettore della
London School of Economics, ideatore della Terza Via che ha portato al potere Tony Blair. Certo, bisogna distinguere tra multiculturalismo “ingenuo” e “sofisticato”,
ma una società che sappia integrare culture ed etnie differenti è la formula necessaria per rispondere ai bisogni dell’era globale.
La settimana scorsa il premier conservatore David Cameron ha dichiarato che il multiculturalismo in Gran Bretagna è fallito. Cosa ne pensa, professor Giddens?
«Penso che è una strana critica da fare al Regno Unito, dove si è sviluppata la società multiculturale nettamente di
maggiore successo in tutta Europa. Il nostro paese ha integrato immigrati da ogni parte del mondo per tanto tempo,
riuscendo a rimanere relativamente senza conflitti etnici e
senza un’estrema destra xenofoba come quella che esiste altrove. La diversità culturale ed etnica di Londra è un elemento centrale del suo fascino e del suo successo. In tutto il paese, il livello di armonia razziale è complessivamente molto alto. La politica di Blair a favore del multiculturalismo non sarà
stata perfetta, ma ha prodotto progressi e buoni risultati».
Cameron afferma che, senza forti valori comuni, si la-
una semplificazione comprensibile (per la retorica
della politica affamata di voti), ma non perdonabile
quella che ha spinto sia Cameron sia la Merkel a sostenere che “il multiculturalismo” è una dottrina da
abbandonare perché «incoraggia le diverse culture a vivere
separatamente». Non è perdonabile in bocca a élitesche meritino questa definizione e che abbiano la responsabilità di
grandi stati europei. Quella che viene liquidata in questo
modo è solo una caricatura del concetto e della parola, spacciata per sinonimo di una ideologia che giustifica il matrimonio coatto, e magari anche la mutilazione dei genitali
femminili e l’amputazione della mano ai ladri. Il termine
multiculturalismo può descrivere innanzitutto una situazione di fatto – la presenza di comunità di diversa cultura,
confessione, lingua, etnia in un unico stato – e poi anche un
orientamento favorevole, in vario grado, al rispetto delle diverse identità e diritti, di comunità, nell’ambito dello stato di
diritto e delle regole di una democrazia liberale (che sia o no
federale). È multiculturalismo la tutela della lingua francese
in Val d’Aosta come quella di varie minoranze e maggioranze linguistiche in Canada. Lo è la tutela dei diritti delle comunità Amish o Mormoni o ebree-ortodosse o dei nativi indiani garantita dalla Corte Suprema negli Stati Uniti, ed è
multiculturale anche la tutela dei diritti polietnici che ga-
«I
LE IMMAGINI
Le “varietà del tipo umano” in una illustrazione
di fine ’800; sotto, bambini a New York
È
La ricetta giusta
Giustificazionismo
“Deve essere bandita ogni forma di relativismo, va
data priorità ai diritti umani. Serve un’impostazione
che non consenta alle comunità di svilupparsi come
vogliono. Ma avendo con loro un dialogo costruttivo”
È in voga una concezione inappropriata della teoria
che la spaccia per una ideologia in grado di giustificare
qualunque cosa, dal matrimonio imposto
dalle famiglie alle mutilazioni genitali femminili
sciano gli immigrati alla deriva e si incoraggia l’estremismo. Il premier si riferisce in particolare all’estremismo, e
al terrorismo, islamico, da cui è nato l’attentato a Londra del
2005.
«Attentati ed estremismo, tra i 2 milioni di musulmani britannici, sono un aspetto molto marginale. Ma occorre fare
una distinzione tra ciò che io chiamo multiculturalismo ingenuo e il multiculturalismo sofisticato. Il primo incoraggia
il relativismo, ossia l’idea che ciascun immigrato possa fare e
predicare ciò che vuole, a patto di non violare apertamente la
legge; si basa su una politica non interventista dello Stato, ovvero sul laissez faire nei confronti dei nuovi immigrati; e non
offre loro un’identità storica in cui riconoscersi e con cui confrontarsi. Questo è il modello sviluppatosi quasi ovunque in
Europa, tranne che nella Gran Bretagna del blairismo».
E il multiculturalismo sofisticato?
«Non accetta il relativismo dei valori, affermando invece la
priorità dei diritti umani, a partire da quelli della donna, della democrazia, della libertà: dunque disegna un’impalcatura da accettare allo scopo di promuovere la diversità culturale. È interventista, cioè non consente alle comunità etniche
di sviluppasi come vogliono, intrattenendo con esse un dialogo costruttivo. E riconosce l’importanza della storia, dell’identità nazionale, di valori condivisi».
Qualche esempio concreto?
«Il multiculturalismo sofisticato non accetta i tribunali
della sharia, le corti islamiche che sovrappongono le pratiche della loro religione alle leggi dello Stato. Impone ai nuovi arrivati di imparare la lingua nazionale e superare un test,
per ottenere la cittadinanza. Ma non cosparge tale percorso
di ostacoli invalicabili».
Dunque la Gran Bretagna per lei resta un esempio valido?
«L’Europa può imparare dal Regno Unito, così come da
Canada e Australia, che si muovono molto bene su questo
terreno. In fondo si tratta di capire che il multiculturalismo è
un modo per rendere l’identità nazionale compatibile con i
bisogni cosmopoliti dell’era globale. Un mondo globalizzato può essere solo multiculturale, ma diversità e integrazione devono procedere di pari passo».
rantiscono alle minoranze di poter esprimere la loro particolarità culturale, senza subire discriminazioni e sempre nel
rispetto dei diritti individuali. È multiculturale la difesa della cittadinanza americana con il trattino – hyphen–, degli italo-americani, ispano-americani, african-americani, un
trattino con il quale gli “hyphenated” americani si registrano al censimento.
Che il multiculturalismo abbia avuto interpretazioni
estremiste non significa che tutto il multiculturalismo sia
estremista, così come non tutti i cristiani sono integralisti solo perché alcuni lo sono. Meglio sarebbe definire diversamente queste versioni degenerate dell’idea multiculturale.
Zygmunt Bauman propone per questo la definizione di
“multi-comunitarismo”. Ma ancora più nitida è la formula
di Amartya Sen: quella cui si allude parlando degli errori di
separatezza nella esperienza inglese non è una politica multiculturale, ma una politica che ha fatto «collezione di monoculturalismi».
Una concezione appropriata del multiculturalismo prevede che i gruppi di immigrati che sopraggiungono in una fase successiva alla fondazione degli Stati, come per esempio
i musulmani nei paesi europei, a larga maggioranza cristiani, abbiano diritti in quanto minoranze (la libertà di culto e il
diritto a edificare luoghi di preghiera), ma anche «la responsabilità di integrarsi nelle norme della nazione». Sono parole di uno dei maggiori teorici del multiculturalismo, che è
Will Kimlicka, filosofo canadese, e non di un ideologo leghista. Dunque meglio andar piano nel bruciare sul falò quella
idea. Il multiculturalismo, in una aggiornata versione del
pluralismo liberale, prevede anche che i diversi gruppi culturali interagiscano tra loro dentro lo stato e sul piano internazionale. Si potrebbe per questo adottare il meno usato
concetto di “interculturalità”, molto più dialogico, ma senza concedere tutto il terreno ai nemici del multiculturalismo,
il più noto dei quali è stato Samuel Huntington, che vi vedeva una delle ragioni del declino dell’Occidente e degli Stati
Uniti, al contrario di John Kennedy e Lyndon Johnson che
vedevano nell’immigrazione e nei diritti civili delle minoranze il grande punto di forza del loro multiculturale paese.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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LIBRI
PATRICK
SAVIDAN
Il multiculturalismo
il Mulino
2010
A. C.AMATO
MANGIAMELI,
G. SARACENI
(a cura di)
Lo straniero
Edizioni
Scientifiche
Italiane 2009
JÜRGEN
HABERMAS,
CHARLES
TAYLOR
Multiculturalismo. Lotte
per il
riconoscimento
Feltrinelli
2008
PIERPAOLO
DONATI
Oltre il
multiculturalismo
Laterza 2008
FRANCESCO
POMPEI
(a cura di)
La società
di tutti
Meltemi 2007
MICHAEL
WALZER
Sulla
tolleranza
Laterza 2000
JÜRGEN
HABERMAS
Morale,
diritto e
politica
Einaudi 2001
JOHN RAWLS
Liberalismo
politico
Edizioni di
Comunità
1999
D. COHNBENDIT,
T. SCHMID
Patria
Babilonia
Theoria 1994
Repubblica Nazionale
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