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NEWSLETTER - Centro per la Formazione alla Solidarietà
CFSI TCIC
Centro
per la Formazione
alla Solidarietà
Internazionale
Training
Centre for
International
Cooperation
NEWSLETTER
N°1 | Maggio 2016
Come Botero può
sconfiggere Pablo Escobar
APPUNTAMENTI
Appuntamento del Festival dell’Economia
venerdì 3 giugno alle 15.00 al CFSI
sulle trasformazioni sociali che hanno
cambiato il volto di Medellin e della
Colombia. Città di montagna, sita a
1500 metri di altitudine, con 4 milioni
di abitanti, Medellin è stata per anni
conosciuta per la presenza invasiva del
narcotraffico e del narcoterrorismo...
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Kyenge: contributo
trentino
CONTRIBUTI
Lo scorso mese il Parlamento Europeo
ha approvato, a larga maggioranza, il
“Rapporto sulla situazione nel
Mediterraneo e la necessità di un
approccio globale dell’Ue in materia di
immigrazione”, presentato da Kashetu
Cécile Kyenge e Roberta Metsola dopo
un anno di lavoro che ha visto sedute...
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CIEDEL: la cooperazione
internazionale secondo
Christophe Mestre
INTERVISTE
Da alcuni mesi il Centro per
la Formazione alla Solidarietà
Internazionale ha avviato uno stimolante
e arricchente dialogo con CIEDEL,
Centre International d’Etudes pour le
Développement Local, un centro di
formazione, ricerca e consulenza sui...
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B - Profili invisibili. Una
mostra al Centro
MOSTRE
Fino all’8 giugno 2016 è possibile visitare
nel chiostro di Vicolo San Marco 1 a
Trento la mostra “B – Profili
invisibili” di Raffaele Merler, un
progetto fotografico che ha l’obiettivo di
sensibilizzare sull’importanza di
ogni identità, sul valore della vita e sulla
gioia di viverla. Una linea continua e...
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Agnatior emolupta volupta ipienda sit, nessit quia sin pliti doluptibusam dit eos
as sam que volut pa dere eaquas modicil ipsus consequam es eaquodigniet pellati
quiam, aliquate conecumet amusci antinim ustion plitatum utet est delitatus ipis
endelenist, eat pa dellecat fuga. Ehent esciendae maxim re non nis dolecatem. Ist,
quis quis etum volorepe mossit quatius dandem ea di dendi dis vollam, corrore.
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Newsletter 1 – maggio 2016
Festival dell’economia
Come Botero può sconfiggere Pablo Escobar
Appuntamento del Festival dell’Economia venerdì 3 giugno alle 15.00 al CFSI sulle trasformazioni sociali
che hanno cambiato il volto di Medellin e della Colombia. Città di montagna, sita a 1500 metri di altitudine,
con 4 milioni di abitanti, Medellin è stata per anni conosciuta per la presenza invasiva del narcotraffico e del
narcoterrorismo. Pablo Escobar è stato il simbolo di un’imprenditorialità della morte che veniva lasciata
crescere e veniva vissuta passivamente da politici e cittadini, finché a livello sociale non è iniziata una presa
di consapevolezza delle responsabilità individuali di ognuno. Poco meno di vent’anni fa sono infatti iniziati
dei tavoli di discussione che hanno coinvolto tutti gli attori sociali: l’accademia, il mondo economico,
l’intera cittadinanza hanno iniziato a confrontarsi sul significato della città e sulle prospettive di evoluzione
futura desiderate e immaginate. Negli anni la strategia prospettata ha preso forza: la città è divenuta un
“luogo di crescita”, con investimenti sociali che hanno permesso di raggiungere e rendere vivibili quartieri
dove prima non si poteva mettere piede. Biblioteche, mezzi pubblici, scale mobili hanno reso vive e vitali
intere “comunas” prima vocate ad un regime di morte e terrore.
“Il nome di Pablo Escobar simboleggia una cultura in cui si possono raggiungere determinate posizioni
sociali solo attraverso la violenza e cancellando i diritti”, ha affermato Mario Vargas Sáenz, uno dei relatori
che saranno protagonisti della conferenza del Festival dell’Economia. “Vi si oppone la figura di Botero, che
rappresenta uno sguardo altro, aperto alla comunità e alla partecipazione, intriso di desiderio di giustizia e di
crescita culturale, proteso verso un ideale educativo di consapevolezza e presa in carico delle proprie
responsabilità. E tale prospettiva ha attecchito, si è diffusa in modo ampio, contaminando gran parte della
popolazione cittadina”.
Medellin è stata recentemente eletta la città più innovativa del mondo, grazie alle politiche che hanno puntato
allo sviluppo del trasporto pubblico e dell’ambiente, alla nascita e alla crescita di centri culturali, scuole,
musei e biblioteche, che hanno arricchito l’intera comunità locale. Tutte le amministrazioni succedutesi negli
ultimi 18 anni hanno proseguito tale strada di crescita e di sviluppo culturale: per lunghi periodi oltre il 40%
del bilancio cittadino è stato investito nell’educazione e nella cultura. Sono state create nuove scuole nelle
zone più povere, sono stati rinnovati parchi in disuso ed è stato istituito un innovativo sistema di librerie
pubbliche. Investimenti sociali che hanno trovato lo stimolo dalla comunità. “Un insieme di attori, con
peculiarità ed interessi diversi, si sono uniti nella creazione di una società e di una città diverse”, ha
proseguito Mario Vargas Sáenz. “Lo sguardo plurale è riuscito a portare Medellin da una prospettiva di paura
a una visione di speranza. La città vive una crescente coesione sociale, una maggiore partecipazione e una
forte consapevolezza. Il narcotraffico non è sparito, i problemi permangono, ma la città in questi anni è
rinata, capovolgendo il proprio volto”. La popolazione, protagonista di questo cambiamento, ha coniato due
nuove parole, a simboleggiare la trasformazione: “soyadera”, la volontà di vivere bene con ciò che si ha
senza troppe complicazioni, e “callehjar”, gironzolare senza fretta godendosi ciò che la città offre. La
colomba scolpita da Botero, posta in una delle piazze centrali di Medellin accanto ai resti di quella fatta
saltare in aria nel 1993, può ora portare ogni giorno il suo messaggio di vita e di pacificazione.
Newsletter 1 – maggio 2016
Kyenge: contributo trentino
Lo scorso mese il Parlamento Europeo ha approvato, a larga maggioranza, il "Rapporto sulla situazione nel
Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell'Ue in materia di immigrazione", presentato da
Kashetu Cécile Kyenge e Roberta Metsola dopo un anno di lavoro che ha visto sedute allo stesso tavolo due
opposte fazioni politiche.
Il Rapporto fissa per la prima volta l'Agenda del Parlamento Europeo per far fronte all’arrivo di rifugiati e a
problematiche connesse al fenomeno migratorio. L’approccio, definito olistico, globale e trasversale, affronta
la sfida dell’immigrazione attraverso i principi della “solidarietà” e della “condivisione di responsabilità” tra
tutti gli Stati membri.
I pilastri su cui si regge il rapporto Kyenge sono l’apertura di canali regolari di immigrazione legale; la
necessità di dotarsi di una strategia per agire sulle cause profonde dell’immigrazione, con strumenti di
cooperazione internazionale da implementare al meglio; l’introduzione di un meccanismo obbligatorio di
distribuzione dei migranti tra i Paesi; la revisione del regolamento di Dublino. “La mia proposta è che la
domanda di asilo sia presentata non più nel Paese di primo approdo come succede ora, ma direttamente
all’Unione Europea, che i flussi siano quindi gestiti in maniera solidale tra tutti i 28 stati membri”, ha
affermato l’eurodeputata durante la sua visita a Trento nel marzo scorso.
Durante l’incontro “L’Europa allo specchio”, organizzato l’11 marzo 2016 dal Centro per la Formazione alla
Solidarietà Internazionale, Cécile Kyenge ha incontrato numerosi esponenti della società civile trentina,
impegnati a diverso titolo sul tema dell’immigrazione e dell’accoglienza. Dopo aver letto con attenzione la
proposta elaborata da Kyenge e Metsola, e dopo averne ascoltato la descrizione dalla viva voce della
rappresentante europea, molti rappresentanti di associazioni e enti locali hanno portato il proprio contributo –
anche critico – su quanto proposto nel rapporto.
Le considerazioni sul progetto di relazione sono riportate in questo documento.
Le politiche migratorie attuate negli ultimi vent’anni in Europa hanno inteso la migrazione come un
fenomeno di carattere emergenziale e fortemente collegato al tema della sicurezza. Un tale approccio non è
riuscito a incidere né sulle cause che spingono milioni di persone ad abbandonare i loro Paesi né a gestire in
modo costruttivo la presenza dei migranti nei Paesi d’arrivo. Diventa dunque prioritario un cambio di rotta
per gestire in modo coordinato e solidale le frontiere esterne dell’Europa: l’approvazione del rapporto
Kyenge e Metsola da parte del Parlamento europeo pone basi importanti per una trasformazione che possa
guidare anche le politiche interne degli Stati membri.
Newsletter 1 – maggio 2016
CIEDEL: la cooperazione internazionale secondo Christophe Mestre
Da alcuni mesi il Centro per la Formazione alla Solidarietà Internazionale ha avviato uno stimolante e
arricchente dialogo con CIEDEL, Centre International d'Etudes pour le Développement Local, un centro di
formazione, ricerca e consulenza sui temi dello sviluppo locale con sede a Lione. Rientrati da pochi giorni da
una trasferta per conoscere nel dettaglio il modo di operare del centro francese e per intrecciare progetti e
percorsi, abbiamo approfondito i cambiamenti in atto nel mondo della cooperazione internazionale attraverso
un dialogo con Christophe Mestre, formatore e direttore di PROFADEL, una rete internazionale di centri di
formazione e di ricerca sui temi dello sviluppo locale in Europa, America Latina e Africa.
Cos’è oggi secondo Lei la cooperazione internazionale?
In passato la solidarietà internazionale si diversificava a seconda delle spinte che la generavano, ed aveva
dunque tendenze evidentemente diverse. Vi era la solidarietà di matrice cristiana, espressione dell’idea di
carità propria della vecchia Europa e degli Stati Uniti. C’era la solidarietà generata da un sentimento di
compassione e di intervento immediato, legata ad esempio alla Croce Rossa. E c’era poi una terza matrice,
connessa ai movimenti legati al marxismo, penso in particolare a quelli degli anni ‘70 e ’80 che si
proponevano di dare voce ai popoli. Oggi ci sono due modifiche importanti di queste tre grandi correnti
ideologiche: 1. Le differenze tra mondo “sviluppato” e mondo “sottosviluppato” sono sempre minori perché
ci sono poveri qui e gente molto ricca là, c’è una classe media qui e una classe media là, c’è discriminazione
qui e discriminazione là, e la solidarietà non si pensa solo come una relazione del qui verso il là, ma come
una relazione che mette in gioco gli interessi di tutti, di entrambe le parti, e c’è la possibilità di migliorare le
cose qui come là. Ciò si concretizza negli obiettivi dello sviluppo sostenibile, una prosecuzione degli
obiettivi del millennio rivolti però non solo ai paesi poveri, ma che rappresentano obiettivi comuni a tutti i
paesi, dagli Stati Uniti al Nepal, dall’Italia al Mali. 2. C’è un discorso dilagante che cerca di togliere
fondamento alla solidarietà internazionale: “Se abbiamo povertà da noi, perché andare ad aiutare altrove?”;
ma al contempo in Francia stiamo vedendo che non c’è mai stata tanta partecipazione di persone e
organizzazioni che vogliono realizzare cose a livello internazionale e che si interrogano su come fare cose
intelligenti per essere solidali. Stanno però cambiando le forme dell’impegno, soprattutto da parte dei
giovani, coinvolti in iniziative più individuali e più informali: in passato le proposte provenivano da
associazioni, istituzioni, movimenti cristiani, organizzazioni con rivendicazioni politiche, ecc. Oggi invece i
giovani partono autonomamente e vanno in altri paesi a fare qualcosa, anche se spesso non sanno bene che
cosa. Incontrano un amico o conoscono qualcuno del Togo, della Romania, del Perù e vanno lì per fare
qualcosa. Sono molti i giovani che si impegnano anche sul proprio territorio di origine, con iniziative
evidentemente solidali verso chi è in difficoltà. C’è insomma una militanza solidale diversa dal passato, in
espansione, che si esprime nel tentativo di agire su tematiche globali – e questa è un’evoluzione interessante
–, ad esempio sulla questione del clima, dell’acqua, ecc., per preservare un pianeta che sia duraturo per tutti.
Anche le correnti del vegetarianesimo, del nutrirsi con cibo a Km 0, ecc. sono forme di essere solidali, con il
comportamento quotidiano modificato dalla consapevolezza che non si può qui nel “Nord” continuare ad
usare il 60-70-80% delle risorse del pianeta. Oggi non si può più parlare solo di solidarietà internazionale,
ma si devono osservare i diversi modi di essere solidali.
Quali sono gli elementi che oggi influenzano di più la cooperazione internazionale?
Penso che il tema della sicurezza, il tema del terrorismo, sia un elemento che oggi influenza molto la
cooperazione internazionale, e la influenzerà sempre di più. Il presidente del Mali ha recentemente dichiarato
Newsletter 1 – maggio 2016
che il problema del terrorismo non è un problema nazionale, ma internazionale, e io condivido tale
affermazione. Oggi le politiche di cooperazione devono tenere presente questo, perché i movimenti attivi a
Timbuctu hanno la capacità di essere altrettanto attivi a Roma: le azioni di cooperazione che portiamo avanti
in Mali hanno quindi a che vedere con la sicurezza qui. Se non siamo capaci di contribuire a costruire un
mondo più giusto lì, anche il mondo qui sarà difficile da vivere. Il secondo elemento importante per la
cooperazione internazionale è rappresentato dai temi che mostrano come effettivamente abbiamo beni
comuni e obiettivi comuni su cui lavorare, come ambiente, clima, acqua, ecc.: tematiche che hanno a che fare
con l’intero pianeta. Il terzo elemento è la questione dei mezzi: si parla molto dell’importanza del settore
privato nella cooperazione internazionale, ma io sento parlare di questo da più di 20 anni e non ho visto
cambiare davvero nulla, non ho visto fino ad ora cambi sostanziali nelle modalità di ingresso e di azione del
settore delle imprese nel mondo della cooperazione allo sviluppo. Non è la Fondazione Bill Gates a cambiare
le cose. La questione centrale è piuttosto l’efficacia dell’uso del denaro pubblico e privato – e con privato
non mi riferisco alle imprese ma alle donazioni di cittadini – perché nel settore della cooperazione
internazionale c’è la tendenza ad usare il denaro come denaro facile, anche per lavori non importanti o
magari dannosi. Per me non sarebbe negativa un’implicazione del settore privato, ma non vedo
trasformazioni utili che ne permettano oggi l’ingresso nel mondo della cooperazione allo sviluppo. Gli unici
attori evidenti sono le fondazioni, che però sottostanno spesso più ad una logica di giustificazione, per dare
un segno di solidarietà, che a spinte di rinnovamento o per contribuire fortemente alla cooperazione allo
sviluppo. Le grandi imprese che si occupano di suolo e ambiente in Francia hanno tutte una fondazione, ma
in realtà fanno ben poco, partecipano in modo minimo ai presupposti della cooperazione internazionale.
Su cosa deve puntare la cooperazione internazionale nei prossimi anni?
Credo vadano maggiormente sviluppate le grandi potenzialità della cooperazione decentrata, che ha
l’importante capacità di mettere in relazione tra loro autorità elette, tecnici municipali e attori del territorio
con omologhi di altri paesi. Il potenziale è grande, ma molte delle relazioni di cooperazione internazionale,
anche decentrata, sono ancora relazioni in parte coloniali o comunque paternaliste. Senza dubbio nelle
relazioni che vediamo sorgere verifichiamo costantemente che è possibile modificare tali tendenze, per
costruire relazioni realmente reciproche, tra uguali, nonostante i flussi di finanziamento vadano in una sola
direzione, per creare un vero dialogo politico tra attori locali che permetta di crescere ad entrambe le parti.
La cooperazione decentrata ha inoltre la capacità di far pensare il servizio pubblico in una forma diversa:
sentiamo ad esempio affermare dai tecnici francesi che tornano dagli incontri con tecnici del Burkina Faso
che potrebbero fare il loro lavoro in Francia con molti meno mezzi di quelli che utilizzano quotidianamente.
Siamo poi in una fase storica in cui l’autonomia dei governi locali è sempre più limitata dalle autorità
centrali, e contatti e relazioni tra diversi governi locali possono essere modi per opporsi a tale dinamica: se
dieci sindaci parlano pubblicamente con omologhi del Burkina Faso in merito alla perdita delle autonomie
locali ha un certo peso; se il sindaco di Timbuctu, il sindaco di Lima e il sindaco di Dakar fanno un incontro
pubblico in Italia sulle dinamiche della perdita di potere delle autonomie locali, ha un certo impatto. Ci sono
forme di lotta politica nella cooperazione decentrata – all’interno della democrazia delle città – che possono
far riflettere e limitare questa perdita di autonomia.
Newsletter 1 – maggio 2016
B - Profili invisibili. Una mostra al Centro
"Non si può dipingere di bianco il bianco, di nero il nero. Ciascuno ha bisogno dell'altro per rivelarsi". Manu
Dibango
Fino all’8 giugno 2016 è possibile visitare nel chiostro di Vicolo San Marco 1 a Trento la mostra “B – Profili
invisibili” di Raffaele Merler, un progetto fotografico che ha l’obiettivo di sensibilizzare sull’importanza di
ogni identità, sul valore della vita e sulla gioia di viverla. Una linea continua e durevole lega il Trentino con
la Tanzania, terra in cui il giovane fotografo ha a lungo viaggiato e soggiornato. Un riuscito scambio di volti
e biografie di persone trentine e tanzaniane pone l’attenzione sulla singolarità di ogni identità, e sul valore
unico di ogni persona. L’autore aveva portato con sé in Tanzania alcuni ritratti di soggetti trentini, maschere
simboliche che sono state fatte indossare alle persone che ha incontrato sul suo cammino: giovani e anziani
tanzaniani hanno così assunto i tratti, in bianco e nero, di sconosciuti omologhi europei, di cui hanno appreso
nome e storia. Rientrato in Trentino, Raffaele Merler ha incontrato nuovamente i soggetti ritratti in
precedenza, unendoli con nuovi scatti ai volti e alle vite di chi aveva fotografato e ascoltato nel paese
africano. Il risultato è uno scambio di volti, colori ed emozioni tra due realtà apparentemente opposte, quella
trentina e quella tanzaniana, che – come afferma l’autore – “come magneti si attraggono nelle piccole
vicende che rendono importanti ogni esistenza. Nello sviluppare questo progetto ho trovato molta
collaborazione da entrambe le parti: nelle fotografie e nei racconti le persone hanno fatto emergere l'aspetto
non svelato che si nasconde dentro ognuno di noi”. La “maschera” sul volto infatti confonde; chi osserva le
immagini è portato a non fermarsi al pregiudizio e l'essenza del soggetto ritratto riesce quindi ad emergere:
un’essenza peculiare fatta di scelte di vita, valori ed emozioni.
Il progetto, nato in collaborazione con la Provincia autonoma di Trento, cerca di descrivere attraverso vite
individuali la situazione della Tanzania e del Trentino contemporanei. “La mia idea – continua il giovane
fotografo – è quella di far capire che, per essere solidali con il prossimo, dobbiamo prima conoscerci, capire
chi siamo, guardarci dentro e scoprire ciò che davvero conta: i passi successivi saranno sicuramente più
semplici”. Profili che, attraverso il lavoro di Merler, riescono a divenire finalmente visibili, a tratteggiare un
contorno definito superando l’indeterminatezza generata dalla virtualità e dall’eccessiva mole di
informazioni a cui siamo ogni giorno sottoposti. Se in Europa oggi le persone costruiscono relazioni
attraverso i profili dei social network e l’alterità più ampia sbiadisce nel mare di notizie a cui abbiamo
accesso, il progetto fotografico di Merler cerca di rendere visibile l’invisibile: mentre scompare, il volto
dell’altro ricompare con maggiore precisione, in tutto il suo valore.
La mostra, visitabile – a ingresso libero – fino all’8 giugno, sarà accessibile anche da 20 al 29 giugno 2016 in
occasione delle Feste Vigiliane. A conclusione dell’esposizione si svolgerà un’asta di beneficenza con la
vendita di statue e manufatti tanzaniani. Per conoscere meglio le 90 biografie raccolte e soffermarsi su ogni
singolo ritratto fotografico è possibile visionare un ricco volume che raccoglie le storie e i contesti di questo
progetto, “B – Profili invisibili”. “B”, che si pronuncia come il verbo “essere” in inglese, è una consonante
che ha preso forma da un geroglifico che rappresentava una casa, simbolo di protezione e dimora della
famiglia, ma anche simbolo di comunità e condivisione. “B” è anche l’iniziale di “bianco” e di “black”,
aggettivo inglese che significa nero: due colori opposti che hanno bisogno l’uno dell’altro per potersi
davvero rivelare.
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