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Lavorare fino allo sfinimento?

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Lavorare fino allo sfinimento?
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
Dr. Gerhard Schwarz,
Lavorare fino
allo sfinimento?
La parola d’ordine per risolvere i
problemi di finanziamento degli enti
previdenziali è «flessibilizzazione».
Se non si attua una riforma, non rimane
altro che prendere in mano le redini
della propria previdenza.
Notenstein: Matusalemme generò suo figlio Lamech all’età
di 187 anni e visse poi altri 782 anni. Patriarca antidiluviano
dell’Antico Testamento, egli raggiunse così la proverbiale
età biblica di 969 anni. Se anziché in anni calcolassimo in
mesi lunari giungeremmo comunque alla non trascurabile
età di 78.5 anni, che corrispondono a una vita estremamente
lunga per il passato, ma non certo per oggi, epoca in cui i
Matusalemme si stanno gradualmente moltiplicando. Una
buona notizia nell’ottica individuale, ma di fatto una situa­
zione gravosa per i sistemi previdenziali del mondo occiden­
tale. Al fine di assicurarne la finanziabilità, numerosi paesi
hanno cominciato a innalzare l’età pensionabile, con il risul­
tato che già dodici nazioni industrializzate l’hanno portata
a 67 o 68 anni, con la realistica prospettiva di nuovi ritocchi
verso l’alto. Signor Schwarz, dobbiamo davvero lavorare
fino allo sfinimento?
Gerhard Schwarz: Questa domanda polemica avrebbe do­
vuto essere posta semmai al tempo in cui l’Assicurazione
vecchiaia e superstiti (AVS) fu introdotta. E nel 1891, quan­
do in Germania entrò in vigore la prima assicurazione pen­
sionistica di ispirazione moderna, sotto l’egida di Otto von
Bismarck, essa non sarebbe stata neppure polemica, poiché
l’età pensionabile era fissata a 70 anni, un traguardo che
davvero pochissimi lavoratori riuscivano a raggiungere. Nel
1948, quando in Svizzera nacque l’AVS con la sua età pensio­
nabile di 65 anni per entrambi i sessi, dopo il pensionamento
l’uomo aveva mediamente una speranza di vita di buoni
12 anni, mentre oggi essa è salita a circa 19 anni. Come evi­
denziato dal grafico, per le donne risulta essere di tre o quat­
tro anni in più, per cui se non sono vittime di una grave ma­
lattia o di un infortunio vivono fino a 90 anni e oltre.
Gli svizzeri invecchiano sempre di più
Aspettativa di vita
90
85
80
75
70
65
60
1950
1960
1970
Uomini alla nascita
Donne alla nascita
1980
1990
2000
2010
Uomini all’età di 65 anni
Donne all’età di 65 anni
Fonte: Ufficio federale di statistica
A ciò si aggiunge che questi 20 anni e più possono essere vis­
suti sostanzialmente più a lungo in buone condizioni fisiche.
Notoriamente, l’ultimo anno di vita è sempre il più costoso in
termini di spese sanitarie, a prescindere che si raggiunga
1
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
un’età molto avanzata o solo avanzata. Quindi, anche se si
eleva di tre anni l’età pensionabile, all’inizio del pensiona­
mento si sarebbe ancora 16 anni lontani dallo «sfinimento»,
mentre 50 o 60 anni or sono erano 12.
Dobbiamo trovare una transizione
fluida verso quella età in cui non
svolgeremo più un lavoro retribuito.
Ma la sua domanda è fuorviante anche sotto due altri aspet­
ti. Da un lato, l’espressione «fino allo sfinimento» suggerisce
un lavoro durissimo sino alla fine, ma se in futuro lavoreremo
più a lungo, ipotesi di cui sono convinto, sarà anche necessa­
rio trovare nella vecchiaia un altro ritmo, un altro mix tra
professione e tempo libero, in modo da compiere una transi­
zione fluida verso quella età in cui non svolgeremo più un
­lavoro retribuito. Ma a tale proposito devono entrare in gio­
co e fare la loro parte non solo il mondo politico e i lavora­
tori, ma anche i datori di lavoro. Questa partecipazione non
è affatto scontata ovunque. D’altro lato lei afferma che «dob­
biamo lavorare», ma sono certo che molte persone lavorano
con piacere, anche le più mature e persino quelle che hanno
esercitato professioni molto impegnative dal punto di vista
fisico. Se non hanno compromesso la loro salute, aiutano ami­
ci o parenti oppure svolgono persino un lavoro retribuito e,
se il legislatore glielo vieta, anche a nero se necessario. Il la­
voro dona un senso all’individuo e conferisce una sensazione
di utilità. E non stupisce che nelle tradizionali ripartizioni
dei ruoli nelle famiglie le donne, che proseguono il loro lavo­
ro domestico e familiare, convivano più facilmente con l’in­
vecchiamento e riescano a battersi meglio degli uomini an­
che sul piano della salute quando cade la mannaia dell’età
pensionabile legale.
La follia del nostro sistema risiede
in una grottesca tripartizione della vita.
La follia del nostro sistema risiede in una grottesca triparti­
zione della vita. Dapprima c’è il periodo della formazione,
sempre più lungo e spesso fino ai 30 anni. Poi segue la carrie­
ra, in cui alle persone è richiesto l’impegno più assoluto, la
disponibilità a lavorare così duramente da compromettere la
salute e il matrimonio o addirittura da mandare in pezzi en­
trambi, e poi arriva il tempo in cui ci si dovrebbe godere la
vita. Sarebbe molto più ragionevole riuscire a godersi un po’
la vita già prima, allungare ampiamente il periodo attivo, ma
in contropartita lavorare meno intensamente – il che non
sarebbe proprio «lavorare fino allo sfinimento».
Flessibilizzazione è sempre sinonimo
di individualizzazione.
Notenstein: Vivere più a lungo significa quindi lavorare più
a lungo, anche se non fino allo sfinimento. Ma lei non pro­
muove un innalzamento globale dell’età di pensionamento,
bensì un passaggio fluido al pensionamento. Per consentirne
l’attuazione occorre quindi una flessibilizzazione del lavoro
e della previdenza, tenendo opportunamente conto delle esi­
genze e delle capacità squisitamente personali. Al riguardo è
interessante il raffronto internazionale: esistono paesi che
hanno flessibilizzato i loro sistemi previdenziali in un proces­
so democratico conformandoli alle mutate circostanze? Op­
pure tutti e dodici i paesi menzionati in apertura non sono
che vittime della crisi finanziaria ai quali non è rimasta altra
risorsa che aumentare l’età pensionabile, senza tuttavia otte­
nere un ampio consenso da parte della popolazione?
Gerhard Schwarz: Lei ha ragione, non si può fare di ogni
erba un fascio. Per questo non mi spingerei al punto di chie­
dere allo Stato il varo di incentivi per una vita lavorativa più
lunga. In verità sarebbe più che sufficiente eliminare tutte
le distorsioni e conferire alle rendite basi corrette in termini
­attuariali: chi lavora più a lungo può percepire poi una ren­
dita più elevata e non deve essere certo punito per questo,
ad esempio fiscalmente, e chi va in pensione prima deve ac­
cettare una riduzione proporzionale della rendita. Questo
vale per la larga maggioranza della popolazione. Natural­
mente, per le persone che per motivi di salute non sono più
abili al lavoro occorre trovare una soluzione individuale.
Ma in merito alla sua domanda, cioè se l’innalzamento
dell’età pensionabile nei dodici paesi menzionati è stato ac­
cettato a grandi linee semplicemente perché era praticamen­
te inevitabile a fronte delle casse vuote, il pensiero corre a
paesi come la Germania, che a piccoli passi intende aumenta­
re l’età di pensionamento a 67 anni entro il 2029. Mi sembra
che in questo paese, visto che ci si è adoperati per tro­vare
­soluzioni molto accomodanti per la generazione di transizio­
ne, non siano messi troppo male con il consenso. In Danimar­
ca hanno optato per un piano un poco più flessibile, «intelli­
gente», e si stanno accingendo a innalzare a 67 anni l’età di
pensionamento entro il 2027 per poi adeguarla regolarmente
all’aspettativa di vita. In media tutte le generazioni di pensio­
nati dovrebbero quindi godersi la pensione per un periodo d
­i
tempo uguale, ossia 14.5 anni. Trovo tuttavia molto più illu­
minante ciò che è stato realizzato in Svezia, dove la mannaia
dell’età è stata abolita già nel 1999. Da allora si può percepi­
re una piccola pensione al più presto a 61 anni di età (non
2
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
è possibile evitare di definire una soglia inferiore). Ma la
­legge consente anche di continuare a lavorare praticamente
senza limiti. La rendita aumenta a ogni anno di lavoro in più
secondo un calcolo attuariale preciso. Ritengo altrettanto
importante la possibilità di percepire una rendita parziale a
partire da questa soglia di età, quindi ad esempio lavorare al
60 per cento e percepire una rendita per il 40 per cento. È
molto importante per il passaggio morbido al pensionamento
e solo una tale transizione risponde alle diverse situazioni di
vita delle persone.
che i pensionati percepiscono dalla loro cassa pensione negli
ultimi anni di vita non è quindi quello che hanno accantonato
di persona, ma quello apportato dai membri più giovani della
cassa pensione ancora inseriti nel processo lavorativo.
I pensionati vivono a spese della generazione più giovane
Contributi di risparmio e rendite nell'ambito del 2° pilastro
Aspettativa di
vita effettiva
Aspettativa di
vita presunta
Fase di risparmio
Nella politica del welfare una soluzione
universale è altrettanto improponibile
quanto una taglia unica nell’abbigliamento.
Fase di percepimento
Forse in passato noi economisti, coerenti con la realtà dei
fatti, abbiamo eccessivamente sottolineato che le riforme del­
le pensioni sono un imperativo della scarsità di risorse, che
le promesse di rendite non sono semplicemente finanziabili.
Ma nella fattispecie c’è qualcosa di più, si tratta dell’equità
tra coloro che hanno grossomodo lo stesso reddito, ma che
vogliono andare in pensione con diverso anticipo. E si tratta
di riconoscere che nella politica del welfare una soluzione
universale è altrettanto improponibile quanto una taglia uni­
ca nell’abbigliamento.
Notenstein: Focalizziamo per un momento l’attenzione sulla
problematica del finanziamento. Il sistema svizzero prevede
prestazioni in aspettativa che dovrebbero essere finanziate
correttamente, ciò che oggi però non sempre accade. Da un
lato si pongono i problemi demografici del primo pilastro a ri­
partizione: dalla sua introduzione i parametri fondamentali
dell’AVS non sono mutati, sebbene il rapporto tra soggetti at­
tivi e pensionati stia cambiando drasticamente. Nel 1948 circa
sette attivi versavano contributi per un pensionato, oggi sono
3.5 e nel 2050 non saranno neppure due. Dall’altro, anche nel
secondo pilastro finanziato con il sistema della capitalizzazio­
ne si annidano problemi di finanziamento, imputabili soprat­
tutto a un’aliquota di conversione eccessivamente elevata che
indica l’ammontare delle rendite annue in cui deve essere
convertito il capitale di vecchiaia disponibile al momento del
pensionamento. A fronte di un’aliquota di conversione del
6,8 per cento, un nuovo pensionato con un patrimonio previ­
denziale di un milione di franchi percepisce una rendita an­
nua vitalizia di 68’000 franchi. Il problema? Il tasso non tiene
sufficientemente conto dell’aspettativa di vita, che è cresciuta
dall’introduzione della Legge federale sulla previdenza pro­
fessionale per la vecchiaia, i superstiti e l’invalidità. Il denaro
25
30
35
40
45
Contributi di risparmio
50
55
Rendite
60
65
70
75
80
Lacuna di finanziamento
Fonte: rappresentazione propria
Da varie votazioni popolari e parlamentari è emersa la pre­
senza nel sistema previdenziale di un dilemma tra politica e
matematica attuariale. Molto di quanto appare auspicabile
nell’ottica politica non è finanziabile. Al tempo stesso le mi­
sure che conferirebbero una solida base finanziaria agli isti­
tuti di previdenza non sono politicamente attuabili. Come
uscire da questo dilemma?
Per ogni nuovo pensionato ridistri­buiamo contributi fino a 50’000 franchi.
Un autentico furto di rendite.
Gerhard Schwarz: Ciò che lei descrive è di fatto molto più
drammatico. Da un lato la speranza di vita ci penalizza:
l’aliquota di conversione del 6,8 per cento in vigore dal 2014
in modo ugualitario per uomini e donne riposa sull’aspetta­
tiva di vita antecedente al 1990, che nel frattempo è però
salita di circa tre anni. Dall’altro, tuttavia, anche i mercati
finanziari non contribuiscono, come illustrato dal grafico:
mentre i calcoli delle rendite si fondano su un rendimento
medio annuo del 4 per cento del capitale risparmiato, dal
2000 la performance si situa solo al 2,9 per cento. E per que­
sto ridistribuiamo somme ingenti che, a seconda dell’aliquo­
ta di con­­ver­sione ritenuta corretta, oscillano tra 600 milioni
e 1.5 miliardi, e non dai ricchi ai bisognosi, bensì dalla po­
polazione attiva ai pensionati, a prescindere da come se la
passano questi ultimi. Per ogni nuovo pensionato parliamo di
­importi fino a 50’000 franchi. Un autentico furto di rendite.­
3
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
I mercati finanziari non riescono a tenere il passo con le rendite
in aspettativa
Performance necessaria ed effettiva, indicizzata
180
160
del consiglio di fondazione del singolo istituto di previdenza,
di modo che è possibile tenere in opportuna considerazione
le situazioni assai diverse delle casse ascrivibili alla piramide
dell’età e alle condizioni finanziarie.
Non bisogna farsi illusioni: le falle
non si possono tappare né con la crescita
demografica né con l’immigrazione.
140
120
100
80
2000
2002
2004
2006
2008
2010
2012
Indice di riferimento con il 25% di azioni
Tasso d’interesse implicito (4%)
Fonte: Avenir Suisse
Osservazione: per evitare l’insorgere di lacune di finanziamento,
un’aliquota di conversione del 6,8 per cento implica un rendimento
annuo necessario di ca. il 4 per cento.
Non bisogna neppure farsi illusioni: ­queste falle non si posso­
no tappare ­né con la crescita demografica né con l’immigra­
zione. La difficoltà risiede nel fatto che una riforma dell’AVS
è assolutamente imperativa sotto il profilo economico, ma
sul piano politico le possibilità in tal senso sono ancora ri­
dotte. Trovo particolarmente riuscito il modello svedese trat­
teggiato in precedenza. Ma sapendo quali difficoltà incontra
la Svizzera persino per attuare riforme relativamente mar­
ginali, a breve termine questo modello appare del tutto irre­
alistico. Una prima via d’uscita si aprirebbe se le casse pen­
sioni con prestazioni integrate – ovvero quelle conosciute
come casse mantello, che accolgono oggi circa l’85 per cento
degli assicurati e che erogano prestazioni sia obbligatorie
(prestazione minima richiesta dalla LPP per salari annui fino
a 84’240 franchi) che ­sovraobbligatorie (gli importi rispar­
miati oltre il regime obbligatorio) – abbassassero l’aliquota
di conversione sull’intero avere di vecchiaia. È una prassi
spesso già seguita, tanto che oggi in Svizzera l’aliquota di
conversione effettiva si aggira in media attorno al 6,5 per
cento. Inoltre va da sé che occorrono misure per evitare che
in questa trasformazione la generazione di transizione venga
eccessivamente penalizzata. In ultima analisi ci si dovrebbe
muovere verso il decentramento delle decisioni, quindi non
prescrivere alcuna aliquota di conversione minima, ma la­
sciar fare alle singole casse pensioni. Anche questo modello
esiste già, e precisamente nel Liechtenstein, dove la legge
sulla previdenza professionale è stata realizzata cinque anni
dopo l’introduzione della LPP, identificando ed evitando un
errore capitale della legge svizzera: nel Principato la defini­
zione dell’aliquota di conversione è di esclusiva competenza
Notenstein: Ridurre le aliquote di conversione sulla totalità
degli averi di vecchiaia nelle casse mantello è una soluzione
di ripiego nella migliore delle ipotesi, giacché un’aliquota
di conversione eccessivamente elevata nella previdenza ob­
bligatoria non significa altro che un’aliquota troppo bassa
nel regime sovraobbligatorio. Ne consegue di nuovo una
ridistribuzione, seppur più compatibile nella dimensione
politico-­sociale, dai redditi più alti a quelli più bassi, anziché
dal giovane all’anziano.
In ultima analisi nessuna generazione
deve potersi arricchire a spese dei
suoi figli.
A questo scenario si contrappone il modello delle due casse
pensioni, ossia una bipartizione della previdenza professio­
nale in una soluzione di base nel regime obbligatorio e in
una soluzione per i quadri nella parte sovraobbligatoria. Una
simile soluzione è suggerita dal fatto che è esclusa una ridi­
stribuzione sulla base di un’aliquota di conversione errata.
A tale proposito la legge offre spazi di manovra che vanno
sfruttati: a partire da un dato stipendio, oggi le casse pensioni
possono proporre ai loro assicurati di definire personalmente
entro determinati limiti la strategia d’investimento, cosicché
ciascuno può scegliere la strategia che meglio risponde alle
proprie condizioni di vita e preferenze personali. Chi dunque
Sfruttare gli spazi di manovra della LPP per la diversificazione
Modello delle due casse pensioni
Previdenza
per i quadri
Previdenza
di base
Strategia d’investimento individuale
per ciascun assicurato:
focus sul rendimento di mercato
corretto per il rischio
Strategia d’investimento uniforme per
tutti gli assicurati nella cassa pensione:
focus sulla copertura dei rischi e
sulla sicurezza (tassi d’interesse garantiti)
Fonte: rappresentazione propria
4
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
vuole invertire la rotta rispetto al forte peso delle obbligazio­
ni nella previdenza di base può farlo con una strategia orien­
tata ai valori reali nel regime sovraobbligatorio. Da due anni
le casse pensioni hanno inoltre la possibilità di definire in
modo flessibile l’età pensionabile: un pensionamento può es­
sere rinviato fino al 70° anno di età, se il dipendente e il da­
tore di lavoro lo desiderano.
Una simile flessibilizzazione, anche se certamente utile e
molto invitante per chi la può sfruttare, di fatto non risolve
ancora il problema di fondo dell’intero sistema. In ultima
analisi nessuna generazione deve potersi arricchire a spese
dei suoi figli. Ed è appunto questo patto intergenerazionale
che viene sempre più violato in Svizzera. Ciò che accade ­da
noi, accade già da tempo nella maggior parte degli altri pae­
si industrializzati, dove spesse volte i sistemi pensionistici
sono quasi esclusivamente a ripartizione e a seguito dello
sviluppo demografico non sono più finanziabili, se non at­
traverso un ulteriore indebitamento su ampia scala. Se dun­
que non si fa più affidamento sul sistema previdenziale e
non si intravedono segnali di correzione da parte del mondo
politico, ognuno non dovrebbe forse agire in autonomia e
prendere in mano il timone?
Contare su se stessi e programmare
personalmente la previdenza non è
fondamentalmente una cattiva strategia.
Gerhard Schwarz: Contare su stessi e programmare perso­
nalmente la previdenza non è fondamentalmente una cattiva
strategia e corrisponde alla visione liberale dell’uomo. In
questo, il terzo pilastro è senza ombra di dubbio la compo­
nente più liberale del sistema svizzero dei tre pilastri. Anco­
ra più vicino alla concezione liberalista è naturalmente il ri­
sparmio integralmente libero, in nessun modo incentivato ­
(o ostacolato) fiscalmente. Un’ampia quota individuale di
previdenza consente inoltre di rispecchiare molto meglio le
esigenze personali. E infine la combinazione di sistema a
ripartizione e sistema a capitalizzazione e di decisioni d’in­
vestimento da parte dello Stato, di casse pensioni e del sin­
golo comporta un’eccellente diversificazione dei rischi. Per
questo sarei incline a rafforzare il terzo pilastro e il rispar­
mio privato e a ridimensionare il secondo e il primo pilastro.
Prendere in mano le redini è un’idea che mi tenta e piace
­anche perché il patto intergenerazionale è decisamente una
­finzione. L’espressione è purtroppo parecchio abusata, giac­
ché si finge che le due parti abbiano firmato un contratto. Un
buon esempio del fatto che il più delle volte i concetti mutua­
ti dalla famiglia non sono applicabili senza danni alla società.
Friedrich August von Hayek, premio Nobel per l’eco­nomia
nel 1974, vi ha accennato nel suo ultimo libro «Die verhäng­
nisvolle Anmassung». Mentre all’interno della famiglia aiuto
reciproco, amore, aspettative sociali e pressioni s­ ociali fanno
sì che i genitori provvedano ai loro figli e i nonni ai loro ni­
poti e viceversa, nell’anonimato della società di massa tutto
questo si dissolve. Perché i giovani devono attingere sempre
più al loro reddito per finanziare le crescenti esigenze della
generazione più anziana dettate dalla maggiore longevità?
Il patto intergenerazionale è decisamente
una finzione. L’espressione è purtroppo
parecchio abusata, giacché si finge che le
due parti abbiano firmato un contratto.
Nel vecchio patto generazionale intrafamiliare era di crucia­
le importanza anche l’eredità, utilizzata occasionalmente
come strumento di pressione per ottenere coercitivamente
un comportamento corretto e ubbidiente e il sostegno dei
­figli nonché dei figli dei figli. Ma il più delle volte si trattava
semplicemente di ciò che la generazione più vecchia poteva
dare, insieme all’educazione e alla formazione, a quella più
giovane in cambio, in buona sostanza, delle cure, del soste­
gno e del finanziamento dell’esistenza quotidiana. A causa
della speranza di vita, i discendenti ricevevano questa eredi­
tà perlopiù nella fase della vita attiva, quando potevano
averne realmente bisogno. Viceversa, entro il 2020 due terzi
degli eredi avranno più di 55 anni, quindi quando si stanno
già avvicinando all’età di pensionamento, per cui godranno
per così dire di una doppia previdenza: da un lato hanno pa­
gato contributi LPP per una vita, che a questo punto danno i
loro frutti, e dall’altro dispongono del patrimonio ereditato.
Notenstein: Ovviamente il tema dell’eredità ha un’importan­
za primaria per la scelta della strategia d’investimento. Nei
nostri colloqui con i clienti constatiamo che gli investitori che
desiderano tramandare il loro patrimonio ai propri discen­
denti dispongono di un orizzonte temporale molto più lungo
e sono quindi in grado di esporsi a rischi più elevati con
aspettative di rendimento proporzionalmente più gratificanti.
Se la successione viene ostacolata, come dibattuto oggi, la
­generazione più anziana consumerà più rapidamente il suo
­patrimonio e lo investirà a scadenze decisamente più brevi.
In tempi di massiccio indebitamento
pubblico il patrimonio vincolato in un si­
stema di capitalizzazione è vulnerabile a
forme più o meno drastiche di esproprio.
5
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
Ma torniamo all’affermazione secondo cui si può fare sem­
pre meno affidamento sul sistema previdenziale e che sareb­
be pertanto opportuno guardare maggiormente a se stessi.
Questa tesi è confortata da altri motivi ancora: oggi le dispo­
sizioni d’investimento per le casse pensioni privilegiano da
più parti una cospicua quota obbligazionaria. In tempi di so­
vrabbondanza di liquidità e di tassi zero gli strumenti a red­
dito fisso non sono però più al riparo dai rischi e fruttano
rendimenti insufficienti. In linea generale si emanano sem­
pre più disposizioni d’investimento che sfociano in una quo­
ta minima di titoli pubblici. Così facendo lo Stato – e gli
esempi nel mondo sono numerosissimi – assicura una do­
manda costantemente sufficiente dei propri titoli di debito.
In tempi di massiccio indebitamento pubblico il patrimonio
vincolato in un sistema di capitalizzazione è vulnerabile a
forme più o meno drastiche di esproprio.
Forte peso delle obbligazioni indotto dallo Stato
Allocazione patrimoniale di casse pensioni svizzere
Varie
1,9%
Investimenti presso
il datore di lavoro
1,6%
Ipoteche
2,4%
Investimenti alternativi
Mezzi liquidi e investimenti a breve termine
Immobili
Azioni
Obbligazioni
6,1%
7,4%
17,5%
25,7%
37,3%
Fonte: Ufficio federale di statistica
Su questo sfondo preoccupa anche la tendenza a privilegiare
gli investimenti simmetrici agli indici, quantomeno nel com­
parto obbligazionario. Al riguardo, simmetria all’indice signi­
fica che le controparti più fortemente indebitate hanno la
maggiore ponderazione e quindi – relativamente alle obbli­
gazioni statali di qualità (presumibilmente) elevata – che i
paesi altamente indebitati Giappone, Stati Uniti, Gran Breta­
gna, Francia e Italia rappresentano il 75 per cento dell’indice.
In rapporto al grado di indebitamento e al disavanzo pubbli­
co, paesi più sicuri come Norvegia, Corea del Sud, Svezia, Au­
stralia e Svizzera totalizzano invece solo il quattro per cento.
Per contro, il rendimento reale delle obbligazioni di entram­
be le categorie di paesi non differisce, per cui l’investitore
non viene ripagato per il rischio a cui si espone investendo in
paesi indebitati. Conoscendo il forte peso delle obbligazioni e
la simmetria all’indice del patrimonio previdenziale, il singo­
lo farebbe quindi bene a diversificare e a invertire la rotta del
suo patrimonio privato. Qual è la sua opinione in merito?
Nel settore obbligazionario simmetria
all’indice significa che le controparti più
fortemente indebitate hanno la maggiore
ponderazione.
Gerhard Schwarz: Se si aspetta qualche consiglio d’investi­
mento sta chiedendo alla persona sbagliata. Ma posso portare
qualche riflessione di fondo. La prima è che l’orizzonte tem­
porale ricopre realmente un ruolo importante. Un orizzonte
più lungo consente di assorbire più facilmente eventuali per­
dite o di attendere che gli investimenti siano di nuovo redditi­
zi. Poiché allo stesso tempo rischio e performance sono quasi
inseparabili, la capacità di rischio è un fondamento essenziale
della previdenza per la vecchiaia. Per questo ­è consigliabile
cominciare a programmarla quanto prima. Sarebbe utile e
opportuno un inizio anticipato del regime obbligatorio LPP,
ad esempio a 18 anni anziché solo a 25. L’orizzonte temporale
si allunga ugualmente se in sede di investimento il pensiero
va oltre la propria morte, giacché questo approccio consente
una strategia d’investimento molto più aggressiva. Ma poiché
il successo dell’investimento va a profitto anche delle genera­
zioni future nella forma di un’eredità più consistente, si do­
vrebbe pensare a una ripartizione del rischio. I giovani devo­
no dare una certa sicurezza di base agli anziani; solo a quel
punto saranno disposti a seguire un profilo di rischio a lungo
termine.
Il corpetto che le casse pensioni sono
costrette a portare è troppo stretto
e stringe nei punti sbagliati.
In secondo luogo mi sembra evidente che il corpetto che
le casse pensioni sono costrette a indossare è troppo stretto
e stringe nei punti sbagliati, sicché è nell’interesse primario
degli assicurati adoperarsi affinché le casse pensioni otten­
gano uno spazio di manovra più ampio in modo da poter
­rispondere alla loro situazione specifica e a quella dei loro
clienti. Soprattutto sarebbe importante e auspicabile che si
archiviasse finalmente la fiducia nella sicurezza dei titoli
pubblici e si consentisse una diversificazione più ampia alle
casse. Non si dovrebbe neppure fare di tutta l’erba un fascio:
se adeguatamente diversificate, le obbligazioni societarie
sono molto più sicure delle obbligazioni statali. Pur se que­
ste ultime vengono continuamente rifinanziate senza pari in
6
Dialogo con Notenstein, giugno 2013
un sistema piramidale, al tempo stesso manca sempre più la
sostanza, la base duratura.
Nei prossimi decenni la crescita che
assicura le rendite avverrà in Asia, Africa
e America piuttosto che in Svizzera.
In terzo luogo, stanti le anomalie e gli sviluppi indesiderati
nel secondo pilastro è importante che le persone risparmino
nel terzo pilastro e in forme previdenziali che vanno oltre,
e sarebbe auspicabile che correggessero e compensassero
gli errori nel settore gestito strettamente a livello statale.
Laddove il legislatore prevede nella LPP una quota irrespon­
sabilmente elevata di titoli di Stato, nella propria sfera d’in­
fluenza l’investitore dovrebbe puntare con proporzionale
vigore sulle imprese private. Laddove nell’ambito obbligato­
rio si privilegiano gli strumenti a bassa incidenza di capitale
proprio si dovrebbe aggiungere più capitale di rischio ai ri­
sparmi disponibili. E laddove le disposizioni statali consento­
no, con miope provincialismo, solo una quota relativamente
piccola di investimenti esteri, si dovrebbe tenere conto nel
patrimonio privato della globalizzazione e del fatto che nei
prossimi decenni la crescita che assicura le rendite avverrà in
Asia, Africa e America piuttosto che in Svizzera.
Infine sono convinto, per quanto fuori moda possa sembrare,
che una proprietà abitativa ad uso proprio sia una delle stra­
tegie previdenziali più intelligenti in tempi di incertezza e
aberrazioni normative. Questo investimento frutta come ren­
dimento un reddito in natura sicuro e i proprietari – fintan­
toché possono abitare fino alla morte nella loro casa – non
devono curarsi del valore di vendita così come del prezzo al
quale potrebbero affittare il loro immobile o della domanda
di come sarebbero andate le cose se avessero investito diver­
samente il loro denaro e pagato una pigione. L’immobile può
anche esprimere una performance peggiore rispetto ad altri
investimenti, ma appunto in tempi economicamente così in­
certi, sospesi tra paure di spinte inflazionistiche e deflazioni­
stiche, esso rappresenta di fatto una formidabile garanzia
delle condizioni di vita, e questo in prospettiva di un’esigen­
za primaria non solo esistenziale, bensì anche emozionale.
Notenstein: Signor Schwarz, la ringraziamo per questo inte­
ressante colloquio.
Conclusioni di Notenstein
Chi lavora fino allo sfinimento non ha bisogno di una previ­
denza. Naturalmente nessuno vuole un simile destino, per cui
è importante fare qualche riflessione di fondo sull’argomen­
to. Nel colloquio con il Dr. Gerhard Schwarz ci siamo chinati
sui problemi che affliggono il sistema pensionistico, tematiz­
zandone le possibili soluzioni e le implicazioni per gli investi­
tori. Riepiloghiamo brevemente le conclusioni salienti:
• L’uomo invecchia sempre di più. Se da un lato è una
buona notizia, dall’altro è uno sviluppo che grava pe­
santemente sugli istituti previdenziali. Alcuni paesi
hanno già cominciato a innalzare e a flessibilizzare l’età
pensionabile, indicando la direzione di marcia agli altri.
• Nel 1948, in Svizzera erano circa sette gli attivi che
versavano contributi AVS per un pensionato, oggi sono
3.5 e nel 2050 non saranno neppure due. A causa della
crescente aspettativa di vita e dei magri rendimenti ­dei
mercati finanziari anche la previdenza professionale,
che opera con il sistema di capitalizzazione, incontra
problemi di finanziamento sempre più gravi. Per ogni
nuovo pensionato vengono nel frattempo ridistribuiti
fino a 50’000 franchi attingendo al capitale risparmiato.
• Si fa sempre meno affidamento sui sistemi previdenziali,
poiché le correzioni non sono politicamente sdoganabili
e la loro attuazione è quasi impossibile. Il singolo è
quindi costretto ad agire in autonomia e a prendere in
mano il timone, per cui occorre cominciare quanto pri­
ma con la previdenza nell’ambito del patrimonio priva­
to al fine di approfittare di un orizzonte d’investimento
più lungo e di una capacità di rischio più elevata.
• A partire da un determinato stipendio, la previdenza
professionale consente agli assicurati di alcune casse
pensioni di scegliere personalmente la loro strategia
d’investimento nel regime sovraobbligatorio. Con una
strategia orientata ai valori reali, gli assicurati hanno
così modo di invertire la rotta rispetto al forte peso
delle obbligazioni nella previdenza di base.
• Come contraltare allo stretto corpetto indossato dalle
casse pensioni, nell’allocare il patrimonio disponibile
l’investitore dovrebbe privilegiare le obbligazioni
­societarie, le azioni e un’ampia diversificazione inter­
nazionale, senza trascurare anche la proprietà abitativa
ad uso proprio.
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Interlocutore di Notenstein
Il Dr. Gerhard Schwarz è economista e direttore del think tank Avenir
Suisse nonché professore incaricato all’Università di Zurigo. In precedenza è stato responsabile della redazione economica e caporedattore
aggiunto della Neue Zürcher Zeitung. Gerhard Schwarz è anche autore
ed editore di numerosi libri, l’ultimo dei quali è «Ideen für die Schweiz»
(terza edizione, Zurigo 2013). Dal 2002 al 2011 è stato presidente della
società Friedrich A. von Hayek (Friburgo in Brisgovia). Ricopre inoltre la
carica di vicepresidente della Progress Foundation (Zurigo) e dal 2010
è membro del Consiglio della Mont Pelerin Society. Gerhard Schwarz
ha studiato economia politica e aziendale a San Gallo, Great Barrington
(Massachusetts) e Cambridge (Massachusetts).
Archivio
I numeri pubblicati finora del Dialogo con Notenstein possono essere
consultati sul sito www.notenstein.ch/dialogoconnotenstein.
«In un senso più ampio la proprietà viene scardinata
nell’Occidente sovraindebitato.»
Dr. h.c. Beat Kappeler,
Dialogo con Notenstein, aprile 2013
«Gli Stati Uniti sono al verde. Non lo saranno
fra 30, 15 o 5 anni. Lo sono adesso.»
Prof. Dr. Laurence J. Kotlikoff,
Dialogo con Notenstein, febbraio 2013
Interlocutori per Notenstein
Il Dialogo con Notenstein è stato condotto dal Dr. Michael Zurkinden,
Consulenza d’investimento e gestione patrimoniale, in collaborazione
con il Dr. Ivan Adamovich, responsabile Clientela privata internazionale e membro della Direzione Generale, Patrick Revey, responsabile
Clientela istituzionale e membro della Direzione Generale, Corinne
Marti, Consulenza d’investimento e gestione patrimoniale, e il Dr. Pascal
Gisclon, Macro Research.
«Il franco ha contratto con l’euro un matrimonio
senza convenzione matrimoniale.»
Prof. Dr. Thomas Straubhaar,
Dialogo con Notenstein, dicembre 2012
«Le opportunità sono straordinarie. La popolazione
mondiale continua a crescere e le persone in media
vivono sempre più a lungo.»
Dr. Severin Schwan, CEO Roche,
Dialogo con Notenstein, ottobre 2012
Dialogo con Notenstein
Il Dialogo con Notenstein vuole stimolare a interrogarsi e a riflettere
sulle tendenze economiche e sociali più significative del nostro tempo
e a tematizzarne le possibili implicazioni per gli investitori. A scadenza
bimestrale gli esperti di Notenstein si intrattengono a colloquio con
una personalità del mondo economico o scientifico invitandola
al dibattito e al confronto con i nostri riscontri e le nostre tesi con
l’obiettivo dichiarato di generare una conoscenza che possa, in ultima
analisi, trovare applicazione anche nella pratica. Siamo aperti alle
opinioni controverse che sono la linfa dello scambio di idee. Il Dialogo
con Notenstein si svolge in forma di colloquio scritto sull’arco di più
giorni. Questa modalità di scambio consente di esplorare serenamente e a fondo argomenti d’interesse, in un’epoca spesse volte connotata
da una sovrabbondanza disorientante di informazioni.
«Verso i consulenti che predicono le evoluzioni di
mercato nutro la stessa fiducia che ho nei rinati.»
Prof. Dr. Reiner Eichenberger,
Dialogo con Notenstein, giugno 2012
«Di fronte al mare di liquidità che le misure di politica
monetaria, convenzionali e non, hanno creato,
è alto il rischio di bolle.»
Prof. Dr. Aymo Brunetti,
Dialogo con Notenstein, aprile 2012
Sigla editoriale
Edizione Dialogo con Notenstein n. 7, giugno 2013
Editore Notenstein Banca Privata SA, Bohl 17, casella postale,
CH-9004 San Gallo, [email protected], www.notenstein.ch
Servizio lettori Feedback e ordinazioni vanno inoltrati al sito
www.notenstein.ch/contatto o per posta. Oltre al Dialogo, la banca
privata Notenstein pubblica il commento giornaliero Notenstein
Brunch (in lingua tedesca) e più volte all’anno la rivista d’informa­
zione Focus Asia.
ISSN 2235-8161
S A N G A L LO
BASILEA
LU C E R N A
BERNA
LU G A N O
COIRA
SCIAFFUSA
GINEVRA
LO C A R N O
WINTERTHUR
LO S A N N A
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