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La funzione parlamentare sotto il fascismo

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La funzione parlamentare sotto il fascismo
LA F U N Z I O N E P A R L A M E N T A R E SOTTO I L FASCISMO
LEGALITÀ E ILLEGALISMO
Trattare in maniera non diciamo esauriente, ma appena
approfondita, della funzione parlamentare sotto il fascismo, vorrebbe dire niente di meno che scrivere la storia costituzionale e
politica di tutto quel periodo: perché le visibili alterazioni giuridiche
che in quel ventennio trasformarono fino a ridurli una mera finzione i congegni esterni del sistema parlamentare, non tanto ebbero importanza considerate in sé, ma valsero sopra tutto come
sintomo di una più vasta e profonda crisi, che in quel ventennio
non solamente sconvolse ógni ordine di organi costituzionali
sovvertendone il tradizionale equilibrio, ma colpì alla base le
stesse nozioni, che parevano acquisite per sempre, di sovranità,
di legalità, di Stato. Parlare sotto il fascismo di «crisi del Parlamento » sarebbe fermarsi alla superficie: si trattò, anche a voler
guardare quegli anni con occhio di giuristi più che di politici, di
crisi della legalità, di crisi dello Stato. Questa storia che ancora
non è stata scritta (poiché chi studiò i congegni costituzionali del
fascismo mentre questo era al potere, fu tratto, anche senza accorgersene, alla celebrazione o all'esecrazione; e soltanto oggi è
forse possibile cominciare a considerarli con un certo placato distacco storico), non può essere racchiusa, neanche in forma di note
o di appunti, in un rapido saggio commemorativo; qui si può soltanto indicare certi criteri di metodo e certe idee direttive che,
secondo noi, dovranno necessariamente esser seguiti da chi si
vorrà accingere a questa indagine così complessa e poliedrica.
Intanto è da avvertire che chi si dedicherà nell'avvenire a
questa ricostruzione storica con animo di indagatore spassionato
della verità, sopraggiunto a cose fatte e non pregiudicato nella
ricerca dal ricordo dolente della propria esperienza vissuta, dovrà
servirsi con grande cautela dei testi del tempo: diciamo non sol-
262
PIERO CALAMANDREI
tanto delle fonti legislative, ma anche delle glosse dei loro esegeti
ufficiali ed ufficiosi.
Nei commenti scolastici è nei trattati scientifici di quel periodo,
anche quando non furono scritti (come spesso accadeva) con deliberato proposito di servile esaltazione delle leggi fasciste, fu buona
regola astenersi dal ricercare dietro le formule giuridiche la realtà
politica che vi si celava: e si continuò a qualificare i nuovi
istituti colle vecchie definizioni accomodanti, in modo da lasciare
nel lettore non informato la impressione che le fondamenta costituzionali dello Stato fossero rimaste immutate, e che l'opera del
fascismo non fosse stata, a ben guardare, se non una restaurazione
legalitaria dell'ordine costituito ed un ritorno alla più rigorosa
ortodossia statutaria. I trattati dei giuristi che correvano per le
scuole continuavano a dissertare sui diritti di libertà del cittadino,
come se non fossero stati violentemente soppressi; dello statuto
albertino, coinè se non fosse stato tradito; dello stato costituzionale, come se non avesse dovuto cedere il posto ài più arbitrario
dèi regimi di polizia. La monarchia rappresentativa o il sistema
parlamentare apparivano teorizzati in quelle pagine come se fossero
ancora creature vive: i pochi libri giuridici in cui si osò chiamarli col loro vero nome di fantasmi, furono subito tolti di circolazione, o, stampati alla macchia, dovettero rassegnarsi a circor
lare in segreto (1). I maestri che nell'illustrare l'ordinamento fascista non erano disposti a adoperare frasi eufemistiche, dovettero tacere: o, per poter scrivere t u t t a la verità, andare in
esilio (2).
Ma, non più che alle glosse dei commentatori contemporanei,
potrà lo storico dell'avvenire dare incondizionato credito alla parola delle stesse leggi commentate: chi vorrà tra cent'anni farsi
un'idea esatta dell'ordinamento fascista, non potrà limitarsi a ricercare negli scaffali la raccolta ufficiale delle leggi del ventennio,
(1) Cfr. R U F F I N I , I diritti di libertà ( l a ed. 1925); INGROSSO, La crisi dello
Stato (1» ed. 1925).
(2) Specialmente memorabili le opere del SILVIO T R E N T I N , eminente costituzionalista italiano, che durante l'esilio in Francia non si stancò di mettere in
evidenza, con una serie di libri fondamentali, la vera essenza delle strutture costituzionali del regime fascista: cfr. specialmente: VAventure italienne, Paris, 1928;
Les transformations récentes du droit public italien, Paris, 1929;
Antidémocratie,
Paris, 1930.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
263
e fidarsi alla cieca di quel che vi t r o v e r à registrato. P e r non incorrere in grossolani fraintendimenti, dovrà ricordarsi che molte di
quelle leggi, e specialmente quelle di n a t u r a costituzionale, furono
volute da chi era al potere non col proposito di farle osservare così
come erano scritte, ma col sottinteso polemico di far credere a chi
g u a r d a v a dal di fuori (e specialmente a chi g u a r d a v a a distanza
dall'estero) che il fascismo avesse conservato ed anzi rafforzato
certe garanzie costituzionali, che l'opinione pubblica delle nazioni
democratiche continuava a considerare come conquiste insopprimibili di ogni popolo civile; m a nello stesso t e m p o in cui questa
legalità illusoria era iscritta come u n cartellone pubblicitario sulla
facciata, dietro quel muro erano segretamente predisposti, dallo
stesso legislatore onnipotente, i mezzi illegali per ostacolare o per
impedire l'applicazione di quelle leggi apparenti.
D i questo carattere v e r a m e n t e originale della d i t t a t u r a fascista bisognerà che lo storico futuro non si dimentichi mai: la quale
non fu una d i t t a t u r a senza leggi, ma fu anzi u n a d i t t a t u r a con
molte leggi a doppio fondo, dietro le quali era legalmente organizzato con molta cura u n ingegnoso a p p a r a t o di ipocrisia politica,
fatto apposta per annullarle impunemente colla violenza o colla
frode. Il fascismo si potrebbe perciò definire, se non paresse una
contradictio in adiecto, il regime dell'illegalismo legale: dell'illegalismo manovrato, o, se meglio piace u n a parola ora di moda,
dell'illegalismo pianificato. Come antitesi alla nozione di S t a t o di
diritto, il fascismo inventò il sistema dell'illegalismo
di Stato: in
faccia al quale potrebbe a qualche teorico del diritto venir voglia
di domandarsi se la dottrina generale della simulazione e della
riserva mentale non possa, per merito di certe leggi fasciste (per es.
di quelle che continuarono fino alla riforma del 1939 a garantire
agli elettori la libertà del v o t o !), essere estesa anche nel campo
del diritto costituzionale.
UN
REGIME A D O P P I O FONDO
U n carattere tipico dell'ordinamento fascista, che deve esser
t e n u t o sempre presente da chi voglia farsi un'idea esatta anche della
sorte delle istituzioni parlamentari in questo periodo, fu a p p u n t o
quello della doppiezza. Non soltanto in senso morale, di finzione
e insieme di dissimulazione costituzionale, m a altresì in senso prò-
264
PIERO CALAMANDREI
prio di coesistenza e connivenza di due diverse gerarchie di organi,
costituenti ciascuna un proprio e distinto « ordinamento giuridico »
nel senso ormai classico di questa espressione: lo Stato ed il partito,
stretti fra loro, più che da una coordinazione giuridica, da una specie di complicità politica, ma tuttavia dotati ciascuno di una propria
distinta struttura organica e solo al vertice ricongiunti nell'organo
supremo, costituito dall'unica persona fisica che era insieme «Capo
del governo e Duce del partito »; una specie di unione personale
rappresentata da un comune capo (1), che, se nel corso del ventennio si venne facendo sempre più inscindibile, non arrivò mai
ad una compiuta fusione e identificazione dei due ordinamenti.
Il binomio Stato-partito sussistè fino all'ultimo, perché si volle
conservare fino all'ultimo lo strumento della «rivoluzione continua ».
Dietro agli organi dello Stato incaricati di mantenere all'esterno la
apparenza della legalità, stavano di rincalzo in secondo piano, visibili per trasparenza, gli organi del partito, manovratori autorizzati
dell'illegalismo. Dietro il prefetto c'era i l , segretario federale,
dietro l'esercito c'era la milizia, dietro i tribunali ordinari il
tribunale « per la difesa dello Stato », dietro la scuola la G. I. L.;
e così via.
Tutto questo non fu uno stadio provvisorio di passaggio, che
mirasse come a sua ultima meta al compiuto riassorbimento del
partito nello Stato: fu un sistema studiato e mantenuto così, fatto
apposta per permettere ai panegiristi di buona volontà di esaltare
la moderazione e la saggezza di questa « rivoluzione » conservatrice,
che si dava cura di rinvigorire, invece di abbatterle, le vecchie
istituzioni a cominciar dalla monarchia. Ma in realtà, a vuotare
queste vecchie istituzioni di ogni funzione viva fino a ridurle al
miserevole ufficio di scenari decorativi, provvedevano gli organi
del partito, i quali, prima assai che nelle leggi fosse confessata questa
decadenza, intervenivano al momento giusto col peso del loro illegalismo, a rendere vane e ridicole le leggi apparentemente immutate.
L'illegalismo del partito serviva così allo Stato come strumento
clandestino per raggiungere il duplice scopo di lasciare apparentemente immutate le vecchie leggi e insieme liberarsi dallo scomodo
impegno della loro osservanza: curioso congegno di « doppio giuoco »
(1) Cfr.
VOLPE,
voce Fascismo, in Enc. it., XIV, pag. 867.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
265
costituzionale, in cui lo Stato si presentava come garante della
legalità, ma, per evitare ch'essa accampasse la pretesa di contar
qualcosa, la dava in custodia al p a t e r n o illegalismo del p a r t i t o .
T A P P E DELL'ATTACCO CONTRO I L
PARLAMENTO
Questo ingegnoso sistema del doppio giuoco costituzionale
fu à d o p r a t o in maniera tipica contro le istituzioni parlamentari:
le quali, q u a n t u n q u e u n a t r a le più scoperte correnti ispiratrici
del movimento fascista fosse la violenta polemica contro i «ludi
cartacei » e contro il parlamentarismo (1), n o n furono soppresse ne
subito n e poi: si abolì, come ora si dirà, la loro sostanza e la loro ragion d'essere costituzionale, ma in quanto alle forme teatrali e alle
degenerazioni dell'eloquenza in vaniloquio (proprio quelle forme
e quelle degenerazioni contro le quali più facili s'erano scagliati i
sarcasmi), esse furono m a n t e n u t e , ed anzi coltivate e rese più
goffamente solenni, fino alla fine del ventennio.
La minaccia melodrammatica, lanciata nel primo discorso
presidenziale del 16 novembre 1922, di « sprangare il P a r l a m e n t o »
e di «fare di quest'aula sorda e grigia u n bivacco di manipoli »
non fu seguita da fatti apparenti: l'aula n o n fu sprangata e non fu
ridotta a bivacco. Ma se il cerimoniale esterno e l'arredamento
scenico rimasero i n t a t t i , la funzione e l'anima delle istituzioni
p a r l a m e n t a r i fu subito compromessa, e poi, di anno in anno, sempre più profondamente oppressa fino alla soffocazione totale: di
fatto prima, e poi, con cauti graduali interventi chirurgici nelle
leggi, anche di d i r i t t o . . E proprio qui che si può vedere messo in
a t t o in maniera esemplare contro le istituzioni p a r l a m e n t a r i quel
metodo combinato di attacco, fondato sull'impiego alternato e
tambureggiante della legalità e dell'illegalismo, nel quale è doveroso riconoscere la spiccata originalità della strategia fascista.
IL
COLPO D I STATO DELLA
PAURA
I n u n primo periodo, che durò all'incirca fino alla fine del
1924, le istituzioni p a r l a m e n t a r i rimasero formalmente immut a t e : m a sul funzionamento di esse operò di f a t t o , per
(1) Cfr.
INGROSSO,
La crisi dello Stato, cit., 2a ed., pag. 21 e segg.
266
PIERO CALAMANDREI
ridurle alla mercé del dittatore, la violenza intimidatrice dello
squadrismo.
È noto che, mentre a stare alla lettera dello statuto alhertino,
si sarebbe portati a leggere in quelle disposizioni nient'altro che
i principi di un regime costituzionale puro, fin dalla prima applicazione di esse nel regno sardo il governo costituzionale fu senz'altro
inteso ed attuato come governo di gabinetto, espressione della
maggioranza politica del Parlamento e politicamente responsabile
verso di esso: il governo costituzionale fu, così, fino dall'inizio,
governo parlamentare.
Ora, nei primi due anni il fascismo figurò di voler formalmente
rispettare le regole di quel metodo parlamentare ch'era ormai
collaudato da più di settant'anni di esperimento: e invece di tentare apertamente di sopprimere il Parlamento, o almeno di instaurare nella legalità un regime, costituzionale puro, in cui per rimanere al potere il governo non avesse bisogno della fiducia del Parlamento, trovò più semplice servirsi dell'illegalismo come mezzo per
ricattare il Parlamento, e per forzarlo così a dare prò forma quel
consenso, del quale il governo fascista minacciosamente si vantava
ad ogni istante di poter fare a meno.
La «marcia su Roma », iniziata con squilli di guerra civile,
finì senza sangue e senza gloria, con una sfilata che, meglio di una
parata militare, parve qualcosa di mezzo tra il corteo in maschera
e il ritorno da una scampagnata d'ottobre: e si credè che immediatamente, colle dimissioni del ministero Facta, la crisi fosse
stata rimessa sul binario della legalità costituzionale. Difatti,
formalmente l'avvento* del fascismo al potere parve compiersi
coll'osservanza scrupolosa delle norme tradizionali: consultazioni,
incarico dato dal re su designazione fatta dai capi dei partiti, accordi tra gruppi per formare una maggioranza, governo di coalizione, voto di fiducia; tutto il rituale consueto delle crisi ministeriali in regime parlamentare. (1) Ma nella sostanza questo era
già un colpo di Stato: il vero motivo determinante della crisi parlamentare era stata la minaccia della sedizione armata, e t u t t i gli
atti della Corona e della maggioranza parlamentare, attraverso i
quali quella crisi fu risolta, non furono che atti di dedizione e di
(1) Cfr.
pag. 179.
TRENTIN
S., Les transformations récentes du droit pubblio italien, cit.,
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
267
acquiescènza a quella minaccia. A t t i coartati, inquinati dalla p a u r a :
viltà e t r a d i m e n t o , che poi nel linguaggio degli storici del regime
passarono col nome di saggezza politica e di senso della storia.
Ma il sistema p a r l a m e n t a r e , q u a n t u n q u e formalmente i n t a t t o ,
usciva ferito a m o r t e da questa prova: era ormai dimostrato che
u n a esigua ma risoluta fazione di minoranza poteva impadronirsi
del potere, senza bisogno del consenso e della fiducia, soltanto
col terrore delle b a n d e a r m a t e .
I L D E L I T T O POLITICO
CONTRO L E
OPPOSIZIONI
D a allora, per due anni, il regime seguì la stessa t a t t i c a .
Il primo voto di fiducia fu o t t e n u t o con quel noto discorso del 16
novembre, al quale il nuovo capo del governo, con altalena dialettica della quale la maggioranza del P a r l a m e n t o parve n o n provare sdegno, dichiarava da una p a r t e di volersi appoggiare ad u n a
coalizione, perché non intendeva, finché gli fosse possibile, governare contro la Camera; ma d'altra p a r t e avvertiva b r u t a l m e n t e che
il suo governo era « al di fuori, al disopra e contro ogni designa« zione del P a r l a m e n t o », e che la Camera doveva sentire «la sua
« particolare posizione che la rendeva passibile di scioglimento fra
« d u e giorni o fra due anni ». Con questi argomenti chiedeva la
fiducia e i pieni poteri: e la Camera, persuasa da questi argomenti,
votò la fiducia e gli dette i pieni poteri.
Dei pieni poteri ottenuti con questi metodi il governo fascista si valse subito senza ritegno per iniziare nella legislazione la
soppressione delle fondamentali libertà s t a t u t a r i e (1); m a poiché
di quella maggioranza raccogliticcia ed occasionale, formata per il
primo voto di fiducia sotto il reagente della p a u r a , non poteva sentirsi sicuro, portò la l o t t a contro il P a r l a m e n t o sul piano della riforma elettorale, cercando u n sistema che permettesse alla minoranza fascista di trasformarsi, attraverso nuove elezioni m a n o v r a t e ,
in schiacciante maggioranza p a r l a m e n t a r e . N o n soltanto le violenze dello squadrismo che continuavano a insanguinare il paese,
m a anche i discorsi del capo del governo, oscillanti t r a propositi di
« normalizzazione » e minacce di ripresa rivoluzionaria, tenevano
(1) Cfr. su questo periodo INGROSSO, La crisi dello Stato, cit., pag. 116-125;
RUFFINI, I diritti di libertà, cit..
268
MERO CALAMANDREI
l'opinione pubblica in un continuo stato d'allarme: politici e filosofi
a gara facevano l'elogio della forza, presentata come l'argomento
più persuasivo per ottenere il consenso: « il fascismo... è già pas« sato e, se sarà necessario, tornerà ancora tranquillamente a pasce sare sul corpo più o meno decomposto della dea Libertà» (1); «di« chiaro che voglio governare, se possibile, col consenso del maggior
«numero di cittadini; ma nell'attesa che questo consenso si fòrmi,
« si alimenti e si fortifichi, io accantono il massimo delle forze di«sponibili. Perchè può darsi per avventura che la forza faccia, ri« trovare il consenso, e in ogni caso, quando mancasse il consenso,
« c'è la forza... » (2).
In questo clima fu presentata la riforma elettorale che diventò
poi la legge 13 dicembre 1923: colla quale alla lista «nazionale»
che avesse ottenuto un quarto dei voti, si assicurava in premio la
maggioranza dei due terzi dei seggi. Era il suicidio della Camera
rappresentativa; ma per intendere come potè avvenire che la Camera, nonostante la coraggiosa resistenza dell'opposizione, arrivasse alla fine a votar questa riforma suicida, lo storico non deve
dimenticare che, mentre dalla bocca del capo del governo uscivano
ammonizioni di significato non dubbio ( « ho anche il dovere di dirvi,
e ve lo dico per debito di lealtà, che dal vostro voto dipende in un
certo senso il vostro destino... ») (3), il consenso fu alla fine «stimolato » con una inscenatura di forza, che un deputato presente
in quell'aula così descrisse (4): «Viene il grande giorno. La seduta
è solenne. Storica, scrivono i giornali. I deputati sono tutti nell'aula.
Nelle tribune le camice nere ostentatamente si trastullano con le
pistole. I più faceti sguainano il pugnale con grande calma, si arrotondano le unghie. I deputati fingono di non vedere... »
Così là riforma fu votata: e le elezioni che ebbero luogo il 5
aprile 1924 (sotto la vigilanza paterna ed imparziale della milizia
volontaria di partito, creata per decreto reale il 14 gennaio 1923)
dettero naturalmente una vittoria schiacciante al fascismo. Quello
che avvenne nei mesi successivi in, quell'aula, nella quale si potè
seguire giorno per giorno, quasi rappresentata in un dramma, l'a-
(1)
(2)
(3)
(4)
Forza e consenso, articolo pubblicato in « Gerarchia », marzo 1923.
Discorso del 7 marzo 1923, in risposta al ministro delle finanze.
Discorso sulla riforma elettorale del 15 luglio 1923.
Lussu, Marcia su Roma e dintorni, pag. 168.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
269
gonia della libertà, è vicenda troppo ancora prossima a noi e dolorante, perché abbia bisogno di essere ricordata: l'ultimo discorso di
Giacomo Matteotti (30 maggio 1924); il suo assassinio in risposta a
quel discorso (10 giugno); la secessione « aventiniana » delle opposizioni, capeggiata da Giovanni Amendola (27 giugno); e poi, a distanza di qualche mese, la fine anche di lui, ugualmente condannato
a cader d'assassinio, per avere osato di alzarsi a difesa del Parlamento.
La sorte tragica di questi due parlamentari insigni ha veramente il valore di un simbolo: queste due figure insanguinate
segnano nel ventennio fascista la fine di un periodo di torbida
dissimulazione.
Esattamente è stato scritto che « in Matteotti il fascismo uccise il Parlamento, persino quel malinconico rudere, superstite
delle elezioni del 24. Fino all'assassinio di Matteotti, oppositore
irriducibile, il Parlamento doveva coprire la dittatura » (1). Ma
il Parlaménto, anche menomato e coartato, voleva dire sopravvivenza di una opposizione; ora in Matteotti si volle appunto sopprimere quello che è la forza motrice, lo spirito animatore del sistema parlamentare, cioè l'opposizione: far tacere la critica, la discussione, la efficacia persuasiva della ragione, contro la quale a
lungo andare nessuna tirannia può resistere. Ma anche la soppressione di Giovanni Amendola, consumata qualche mese dopo, ebbe
valore di simbolo. Colpita in Matteotti l'opposizione presente
nell'aula che accusava con la sua fiera parola, si volle colpire in
Amendola l'opposizione allontanatasi dall'aula, che continuava
ad accusare còl suo silenzio e che colla sua assenza voleva testimoniare la sua fede religiosa, capace di attendere senza scoramento, nella invincibile libertà.
La finzione colla quale per due anni si era figurato di lasciare
formalmente immutato l'ordinamento parlamentare, per dominarlo
di fatto colla minaccia dell'illegalismo esterno, non poteva esser
continuata più a lungo: la dittatura non poteva vivere né colla
opposizione presente nell'aula, né coll'opposizione assente dall'aula,
ma presente nel paese. Alla dittatura, per sopravvivere, altro non
rimaneva che sopprimere l'opposizione anche colle leggi: e venne
così, a chiusura di questo periodo, il discorso del 3 gennaio.
(1)
PERTICONE,
La politica italiana nell'ultimo trentennio, pag. 222.
270
PIERO CALAMANDREI
LA TRASFORMAZIONE DELLO STATO
Dal discorso del 3 gennaio 1925, col quale la dittatura gettò
la maschera (quando, negli anni successivi, in qualche luogo si
introdusse l'uso di commentare al popolo i discòrsi del regime
come testi sacri, queste lecturae ducis cominciarono sempre dal
discorso del 3 gennaio !), si inizia, con una sempre più confessata
subordinazione delle istituzioni a quella situazione di fatto ch'era
già stata creata dall'illegalismo manovrato, quella riduzione della
monarchia parlamentare a dittatura totalitaria, che non fu compiuta di colpo, ma, in omaggio al dogma della «rivoluzione continua», fu proseguita e perfezionata con sempre nuovi ritocchi,
fino a quando, dopo venti anni, il regime crollò. Anche i costituzionalisti più ortodossi, i quali non avevano voluto riconoscere nel
colpo di mano del 28 ottobre 1922 un vero colpo di Stato, perché
erano state salvate allora almeno le apparenze costituzionali, dovettero ammettere che, nel discorso del 3 gennaio 1925 e nei provvedimenti eccezionali che ne-seguirono, si riscontravano tutti i requisiti
anche formali del colpo di Stato, col quale il capo del governo, che
la fiducia del monarca aveva investito del potere nei modi apparentemente costituzionali, si valse di questo potere per abolire la costituzione e instaurare la dittatura; dal discorso del 3 gennaio, si
inizia infatti il nuovo periodò in cui « ogni residuo del governò di
coalizione fu eliminato, e il fascismo dominò da solo lo Stato ». (1).
A proposito di questo colpo di Stato, che in realtà si compiè
in due tempi (se nell'ottobre del 1922 il fascismo non avesse trovato
la porta spalancata per insediarsi ài centro dei congegni costituzionali dello Stato, non avrebbe avuto, nel gennaio del 1925, il
potere per farli saltare dal di dentro), è facile osservare ch'esso non
presentò quei caratteri di semplicità e di istantaneità che costantemente si incontrano nei classici colpi di Stato della prima metà
del secolo X I X : attraverso i quali i sovrani, che sotto la pressione
dei moti popolari si erano indotti di malavoglia a concedere la costituzione, al momento opportuno revocavano di sorpresa le concessioni fatte e, abolendo da un giorno all'altro colla forza gli organi
(1) Rocco
ALFR.,
La trasformazione dello Stato, Roma, 1927, pag. 8,
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
271
costituzionali, riassùmevano in sé tutti i poteri della sovranità per
tornare ad essere, come erano prima di aver concesso la costituzione,
sovrani: assoluti.
.
Il procedimento seguito dal fascismo fu molto più complicato
e più lungo: qui non si trattò infatti di trasformare con un colpo
di forza un re costituzionale in re assoluto, ina si trattò di abolire
le garanzie statutarie ; simulando il rispetto dello statuto; di concentrare tutti i poteri effettivi della sovranità in un dittatore, lasciando sul trono, accanto a lui (al quale per essere un re assoluto
mancava soltanto il nome) un altro sovrano nominale, che continuava a professarsi non solo re, ma re costituzionale; e, perfino,
dopo aver soppresso la libertà di opinione e la libertà di parola, di
lasciare in piedi le architetture visibili di quelle assemblee parlamentari, che soltanto là dov'è ammessa la pluralità e il libero dibattito delle opinioni politiche hanno una funzione ed un senso.
Per soddisfare tutte queste esigenze il fascismo dovè compiere,
sul terreno della geometria costituzionale, una specie di quadratura
del circolo. Le stesse mete finali che avrebbero potuto essere raggiunte colla proclamazione brutale di un assolutismo personale
senza infingimenti, furono raggiunte per vie-traverse e desuete
con una serie di provvedimenti legislativi che, considerati separatamente, dichiaravano altri scopi, ma che ricollegati si approssimavano senza dichiararlo al vero scopo voluto, con una funzione
molto simile a quella che, nel diritto privato, hanno i negozi così
detti « indiretti ». Questa tattica fu imposta da due necessità: dalla
presenza della monarchia, della quale il fascismo, per mantenersi
il favore delle classi conservatrici e per non aver decisamente contrario l'esercito, non volle p non potè sbarazzarsi; dalla presenza
del partito, che la dittatura si guardò bene dal lasciar riassorbire
nello Stato, perché in esso teneva in riserva contro la stessa monarchia, come un cane al guinzaglio di cui si vanta la mordacità, il
ricatto sempre all'erta della « rivoluzione in marcia».
Soltanto chi tenga presente la necessità di trovare un posto
nell'ordinamento costituzionale a questi due elementi insopprimibili, può rendersi conto di certi caratteri di questa dittatura, che
altrimenti, nella loro barocca e bizzarra complicazione, sembrerebbero inesplicabili e contraddittori. La presenza della monarchia
impose il mantenimento di certe antiche formule statutarie che
ormai avevano perduto ogni significato, ma che tuttavia dovevano
272
PIERO CALAMANDREI
conservare intorno al monarca un certo prestigio araldico e cerimoniale; la presenza del partito, alle cui « benemerenze rivoluzionarie » non si poteva negare il privilegio di una partecipazione in
massa alla vita dello Stato, consigliò l'adozione di certi metodi, più
che parlamentari, plebiscitari, che a questo regime assoluto, in cui
in realtà t u t t i i poteri si concentravano nella persona del dittatore,
davano, per chi lo considerasse dal difuori, strane turbolenze di
democrazia diretta.
Al lume di queste premesse è più agevole cogliere le linee direttive di quella graduale costruzione totalitaria della dittatura, che
il maggior giurista del regime, Alfredo Rocco, chiamò la « trasformazione dello stato » (1). Non è possibile, in questo rapido saggio,
neanche tentare un'analisi esegetica dei testi legislativi attraverso
i quali questa trasformazione si compie: basterà qui avvertire che
in tutte le leggi costituzionali del regime, dal 1925 al 1939, è rintracciabile, scoperta o sottintesa, una stessa ispirazione fondamentale, ostinata come un'ossessione: combattere le opposizioni,
abolirle, distruggerne le fonti, impedirne ad ogni prezzo e sotto qualunque forma la rinascita. La lotta contro il Parlamento è, sopra
tutto, lotta contro-l'opposizione; distrutta questa, tolta a questa
ogni possibilità di rinascere, il fascismo non disdegna di accettare
nel suo ordinamento u n Parlamento così mutilato. L'ideale del
fascismo non è uno Stato senza Parlamento, ma è un Parlamento
di servi sciocchi, che a qualsiasi furfanteria del governo onnipotente siano pronti a rispondere con un voto per acclamazione. Per
tradurre in realtà questo ideale (che fu poi raggiunto a pieno
soltanto nel 1939, colla cosiddetta « Camera dei fasci e delle corporazioni ») il fascismo batté contemporaneamente diverse strade,
di cui qui non possiamo fare altro che indicare in modo sommario
la direzione.
L'OPPOSIZIONE MESSA FUORI LEGGE
Si mirò prima di t u t t o a sopprimere ogni traccia di opposizione legale non soltanto nel Parlamento, ma anche nel Paese:
nel Parlamento e nel Paese l'opposizione da diritto doveva
(1) La trasformazione dello Stato, cit..
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
273
diventare delitto. La Camera che era stata eletta il 14 aprile
1924 rimase in vita fino alle nuove elezioni del 1929; e anche dopo
che la secessione aventiniana, decisa colla mozione del 27 giugno
1924, ebbe allontanato dall'aula più di un centinaio di deputati,
i quali così si condannarono da sé al silenzio esiliandosi dai dibattiti e illudendosi di poter utilmente continuare la battaglia nel
Paese, una piccola schiera di oppositori rimase al suo posto (la
cosiddetta « opposizione nell'aula »: una quindicina di liberali,
tra i quali Giolitti, Salandra e Orlando; e pochi comunisti) e anche
dopo il discorso del 3 gennaio 1925 continuò a partecipare ai lavori
parlamentari, facendo risuonare in più di una occasione, in faccia
alla canea della maggioranza ululante, gli ultimi dignitosi accenti
della libertà. Ma fu ancora per poco: nella stessa seduta del 3 gennaio fu presentata da questi oppositori una coraggiosa mozione di
sfiducia contro il governo, ma non potè aver seguito di discussione;
nella seduta del 16 gennaio, discutendosi sulla riforma elettorale,
l'onorevole Orlando svolse tra continue interruzioni un ordine del
giorno, per sostenere che era inutile parlar di elezioni se prima non si
garantiva che la volontà popolare potesse esprimersi in condizioni
di libertà. Ma in breve apparve impossibile ogni convivenza tra l'esigua minoranza che parlava ancora il linguaggio della ragione, e la
maggioranza fanatica, che sapeva esprimersi soltanto con vociferazioni e contumelie; questi scontri di ingiurie potevano servire
ai comunisti che si servivano di quei clamori a fini di propaganda
agitatoria, ma un'opposizione democratica non era più possibile
in quel clima. L'onorevole Orlando si dimise da deputato il 18 novembre 1925: le sue dimissioni furono accettate senza che su di
esse fosse chiesta da alcuno la parola.
Un ulteriore passo verso la messa al bando delle opposizioni
fu compiuto nella seduta del 9 novembre 1926, quando il deputato
Augusto Turati, segretario del partito fascista, insieme con altri
dieci firmatari, presentò una mozione per far dichiarare decaduti
dal mandato parlamentare i 123 deputati aventiniani: nessuna
disposizione permetteva alla Camera di dichiarare tale decadenza;
tuttavia la mozione, votata a scrutinio segreto, fu approvata, per
alzata e seduta, all'unanimità. In quello stesso giorno il deputato
Del Croix, in una delle sue orazioni, dichiarò: « Si può dire che con
« le leggi che sono state votate fino a ieri, e con le leggi che voteremo
« oggi e domani, è negato in Italia il diritto di opposizione. Io nego
18.
f
274
PIERO CALAMANDREI
« che ci sia un'opposizione. Non vi può essere opposizione in un
« periodo rivoluzionario ».
E tuttavia il regime non era ancora pago: bisognava introdurre
un sistema elettorale col quale fosse esclusa perfino la possibilità
di una opposizione di minoranza; questo sistema fu trovato, come
tra poco si dirà, colla nuova legge elettorale che fu approvata quasi
senza discussione nella seduta del 16 marzo 1928. Nella votazione a
scrutinio segreto, contro 216 voti favorevoli, si ebbero 15 voti
contrari; e solo l'onorevole Giolitti fece una breve dichiarazione
contraria: «Questa legge, che affidando la scelta dei deputati al
« Gran Consiglio esclude dalla Camera qualsiasi opposizione di
« carattere politico, segna il decisivo distacco del regime fascista
« dal regime retto dallo Statuto ».
Questi 15 voti contrari e questa scarna dichiarazione del
vecchio uomo di Stato furono: gli ultimi segni dell'opposizione
legale in quell'aula: la nuova Camera «corporativa», d'ora in poi,
non conobbe più che l'unanimità.
Più a lungo potè resistere l'opposizione legalitaria nel clima
più calmo e più educato del Senato; a distanza di cinque anni dalla
coraggiosa protesta pronunciata dal senatore Albertini il 24 giugno 1924 in commemorazione di Giacomo Matteotti, la più alta
voce della tradizione liberale del nostro Risorgimento potè ancora
farsi sentire nella tornata del 24 maggio 1929, quando Benedetto
Croce, a nome anche di un piccolo gruppo di senatori liberali
(Albertini, Bergamini, Paterno, Ruffini, Sinibaldi), parlò contro i
Patti Lateranensi (ma vi fu qualcuno che, solo per avergli inviato
per posta un biglietto di saluto dopo quel discorso, fu assegnato
al confino). Ma già anche nel Senato l'atmosfera s'era fatta
sorda e servile, in seguito alla ben manovrata immissione in massa
di senatori devoti al regime e bramosi di ruere in servitium. Anche
in quell'aula, ormai, ogni tentativo di opposizione appariva vano e
sprecato: e da allora anche Benedetto Croce, meglio che da quell'aula, potè continuare a difender la libertà dalla sua biblioteca.
L E « LEGGI FASCISTISSIME »: IL PARTITO ÙNICO
Intanto in quegli anni ogni possibilità di opposizione legale
ed aperta era stata stroncata, prima che in Parlamento, nel Paese:
subito dopo il discorso del 3 gennaio, le fondamentali libertà civili
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
275
e politiche furono soppresse in t u t t a Italia. Contro i giornali di
opposizione, contro le sedi dèi partiti politici, contro le camere del
lavoro squadristi e poliziotti agirono in pieno accordo. Prima
ancora che colle leggi, la libertà di stampa, di riunione e di associazione fu abolita colle violenze degli squadristi, aiutati dalla
polizia, e coi poteri eccezionali di repressione dati ai prefetti ed
ai questori.
Poi vennero le « leggi di difesa » (1), dette anche « leggi fascistissime »: sulle società segrete, sui fuorusciti, sulla stampa, sulla
dispensa dal servizio dei pubblici funzionari; ogni attentato, vero o
«
fìnto, contro il capo del governo diventava prezioso pretesto per
nuovi giri di vite contro gli antifascisti. «Dio ce l'ha dato, guai
a chi lo tocca ! » proclamò, nella seduta del 29 aprile, il presidente
della Camera; e venne la legge del 25 novembre 1926 che istituì
il «tribunale speciale per la difesa dello Stato», e vennero per gli
antifascisti il confino di polizia, le prigionie, la pena di morte.
L'opposizione doveva per forza trasformarsi in cospirazione; soppressi i giornali di opposizione, cominciò fino dal 1925 il periodo
della stampa clandestina, che doveva durare un ventennio.
Ma quello che sopra tutto spianò il terreno alla durevole trasformazione costituzionale del regime fu l'abolizione dei partiti.
La legge di pubblica sicurezza (t. u. 6 novembre 1926). dette
facoltà ai prefetti di disporre lo scioglimento delle associazioni che
svolgessero attività contraria « all'ordine nazionale dello Stato »,
che, nel linguaggio di allora, equivaleva a dire « all'ordine voluto
dal partito fascista » (cfr. art. 210 e 212 t. u. 18 giugno 1931).
Ad uno ad uno t u t t i gli altri partiti, non solo quelli decisamente
antifascisti, ma anche quelli che si erano piegati in un primo tempo
a collaborare col fascismo, furono sciolti o assorbiti: e il «partito nazionale fascista» rimase ufficialmente «il partito unico del
regime » (statuto del p . n. f. approvato con decr. r. 28 aprile 1938,
n. 513, art. 11) (2).
Così l'appartenenza al partito fascista diventò non soltanto
condizione per partecipare agli uffici politici (cioè, come allora si
diceva, per diventare « gerarchi»), ma anche,in un secondo tempo,
condizione di ammissibilità ai pubblici impieghi e perfino all'eser(1) Rocco ALFR., La trasformazione dello Stato, cit., pag. 35 e seg..
(2) Cfr. RANELLETTI, Istituzioni di diritto pubblico, 7 a ed., 1940, pag. 294.
276
PIERO CALAMANDREI
cizio di alcune libere professioni; nonostante che nello statuto continuasse ad essere scritto il principio dell'uguaglianza giuridica di
tutti i cittadini, in realtà sotto il fascismo i non iscritti al partito
vennero a trovarsi in uno stato, se non di assoluta, incapacità,
certo di menomata capacità giuridica (1): avevano perduto del
tutto Vius honorum, ed in gran parte anche Vius commercii.
Ma non si deve credere che l'appartenenza al partito unico
significasse per gli iscritti libera partecipazione, nell'interno del
partito, al dibattito delle idee: per la gran massa degli iscritti
l'appartenenza al partito significava, in cambio del pane e del
quieto vivere, rinuncia ad avere una propria opinione politica e
accettazione supina della disciplina imposta dall'alto. Il partito
fascista, col suo rigido ordinamento autoritario, complicato e ramificato come un doppione della burocrazia dello Stato, non servi,
come qualche ingenuo potè credere prima di entrarvi, a riservare
ai soli fascisti le libertà politiche negate ai semplici cittadini e a
concentrare nel più ristretto ambito del partito quel libero giuoco
delle opinioni che era diventato delitto nel cerchio più vasto dello
Stato; in realtà anche il partito, in cui gli iscritti erano rigorosamente tenuti ad obbedire senza discutere gli ordini che scendevano
dalle gerarchie («credere, obbedire, combattere»), era un mezzo
per controllare e tenere in soggezione la folla degli iscritti, legati
dal giuramento di cieca dedizione al duce (2). Allo stesso scopo
di polizia servì quell'altro macchinoso strumento di controllo e di
dominazione delle masse che fu l'ordinamento sindacale e corporativo (a cominciare dalla legge 3 aprile 1926, n. 563), il quale,
com'ebbe francamente a dichiarare l'artefice tecnico di quella
riforma, più che gli apparenti compiti sociali di conciliazione tra
le classi, ebbe, nella sostanza, « un altissimo compito politico:
« quello di ricondurre nell'orbita dello Stato le forze che si erano
« costituite fuori di esso e contro di esso » (3). Anche nell'interno
dei sindacati, come nel partito, era rigidamente bandito ogni
residuo di metodo democratico e di rappresentanza elettiva: in
t u t t i gli organi sindacali o di partito, da quelli centrali a quelli
periferici, t u t t i i poteri effettivi di direzione, di amministrazione,
(1) Cfr.
RANELLETTI,
(2) RANELLETTI, ivi,
(3) Rocco
ALFR.,
Istituzioni cit., n. 81, pag. 122.
n.
203.
La trasformazione, cit., pag. 31 e pag. 327 e segg.
i
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
277
di ispezione, appartenevano a « gerarchi » calati dall'alto, legittimati a piramide, di gradino in gradino, dall'investitura dell'« Uno » (1); e la parte riservata ai semplici gregari era soltanto
quella di mettersi ogni tanto in camicia nera per accorrere al richiamo delle cartoline-precetto che li convocavano alle adunate
oceaniche, dove era obbligo cantare inquadrati gli inni della rivoluzione ed acclamare a comando: du-ce, du-ce !
L E «LEGGI ORGANICHE»: IL GOVERNO
LEGISLATORE
Profilata su questo sfondo si può meglio intendere nella sua
esatta portata la «riforma costituzionale» che fu compiuta, a
partire dal 1925, attraverso una serie di leggi, miranti a tradurre
in pulite formule giuridiche, di fronte al Parlamento e di fronte
alla monarchia, la posizione singolarissima di un capo del governo
che a questo sommo ufficio era chiamato, prima che dalla fiducia
del re, dalla imposizione sopraffattrice di un partito armato di cui
egli era il «duce ». La riforma costituzionale fu compiuta mediante
le leggi « organiche », che vennero subito dopo le leggi « fascistissime »: le più importanti furono quella del 24 dicembre 1925,
sulle attribuzioni e prerogative del capo del governo, e quella del
31 gennaio 1926, sulla facoltà del potere esecutivo di emanare
norme giuridiche (2); ma ad esse si deve aggiungere, quantunque
posteriore di due anni, la legge 9 dicembre 1928 sull'ordinamento
e attribuzioni del Gran Consiglio del fascismo, che rende compiuto
il quadro costituzionale dell'ordinamento fascista.
La riforma fu da prima presentata, dai suoi più càuti preparatori, come un semplice ritorno dal vituperato sistema parlamentare (considerato il più diretto responsabile di tutti i mali politici
del dopoguerra) al sistema costituzionale puro (3): una specie di.
quel « ritorno allo statuto » che quasi cinquant'anni prima era
(1) « Il fascismo... è la forma più schietta di democrazia, se il popolo è concete pito, come dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea
«più potente, perché più morale, più coerente, più vera, che-nel popolo si a t t u a
«quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno...» (v. Fascismo., in Enciclopedia italiana, X I V , 848.
(2) Cfr. Rocco À L F R . , op. di., pag. 129 e segg.
(3) SOLMI, La riforma costituzionale, 1924.
278
PIERO CALAMANDREI
stato auspicato da qualche uomo politico di destra (1), come rimedio
contro la. decadenza del regime parlamentare, lamentata fino da
allora. Con questo spirito la riforma fu presentata da quella
Commissione di diciotto giuristi scelti per prepararla, che passarono alla storia col nome tra scherzoso e solenne di « diciotto
soloni »; e lo stesso guardasigilli che la mandò ad effetto si curò
di mettere in evidenza questo significato di restaurazione della
purezza statutaria: « ...il significato più profondo della legge sui
« poteri del capo del governo sta nell'avere svincolato, con for« male disposizione di legge, il governo dalla dipendenza del Par« lamento, riconsacrando il principio, già contenuto nello Statuto,
« ma per lunga tradizione dimenticato, che il governo del re è ema« nazione del potere regio e non già del Parlamento, e deve godere la
(«fiducia del re, interprete fedele delle necessità della Nazione » (2).
Ma in realtà si trattava di ben altro. La differenza essenziale
tra regime parlamentare e regime costituzionale puro consiste,
com'è noto (3), in ciò: che in questo la nomina e la revoca dei
ministri sono rimessi unicamente alla valutazione politica ed alla
scelta del capo dello Stato, indipendentemente dall'opinione degli
organi parlamentari; in modo che i ministri, scelti dalla fiducia del
capo dello Stato e responsabili solo dinanzi a lui, non hanno bisogno per rimanere al potere di aver la fiducia del Parlamento, e,
anche se il Parlamento vota contro la loro politica, non sono
tenuti per questo a dimettersi. Tuttavia, anche nel governo costituzionale puro (che di solito ha forma monarchica; ma può conciliarsi anche colle forme repubblicane* come avviene nella repubblica presidenziale) la funzione legislativa è riservata al Parlamento,
il quale può rifiutarsi di tradurre in leggi le proposte del governo;
e non è esclusa la pluralità dei partiti, e l'opposizione parlamentare.
• Ed anche se, di diritto, l'indirizzo politico del governo è segnato
liberamente dal capo dello Stato, sia pure in contrasto, occorrendo,
colle opinioni prevalenti in Parlamento, di fatto il capo dello Stato,
per scegliere la sua politica, non può non tener conto delle correnti
e dei programmi che i partiti di opposizione manifestano in Parlamento e nel Paese.
(1) Cfr. in proposito DELLE PIANE, Liberalismo e parlamentarismo (1946).
(2) Rocco ALFR., op. cit., pag. 28.
(3) Cfr. RANELLETTI, Istituzioni, cit., n. 73.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
279
Ora, a fermarsi alla lettera della legge 24 dicembre 1925 (la
quale, all'articolo 2, disponeva che «il Capo del Governo, primo
« ministro segretario di Stato, è nominato e revocato dal re ed è
« responsabile verso il re dell'indirizzo generale politico del governo »),
ci sarebbe da credere che essa si sia limitata a tornare ai principi
del sistema costituzionale puro, in quanto, col dare al primo ministro il compito esclusivo di segnare e mantenere l'indirizzo generale
politico del governo (1), è venuta a distruggere la unità organica
del gabinetto, espressione tipica del governo parlamentare; e
coll'aflermare che di quell'indirizzo politico il primo ministro è
responsabile verso il re, è venuta a contrario a svincolare il governo
da ogni responsabilità politica verso il Parlamento.
Senonché in realtà la trasformazione era assai più vasta e
profonda di quanto apparisse da questa legge del 1925. Il sistema
parlamentare, ancor prima che il potere esecutivo fosse sottratto, con
questa riforma costituzionale, al controllo politico degli organi parlamentari, aveva cessato di esistere per soffocazione, in seguito
all'abolizione, avvenuta di fatto e poi consacrata nelle leggi, di
tutti i partiti politici diversi dal fascismo. Il sistema del « partito
politico unico» è inconciliabile col sistema parlamentare, la cui
molla è l'opposizione basata sulla pluralità dei partiti: ciò fu riconosciuto anche dai più seri costituzionalisti del tempo, uno dei quali
osservò (2) che sotto il regime del partito unico « è costituzional« mente impossibile parlare di un controllo politico delle Camere
« sul governo e di una responsabilità politica del governo verso
« le Camere. Queste, nell'esercizio delle loro attribuzioni, possono
« ormai fare opera solo di collaborazione ». (E forse anche parlar
di «collaborazione» era troppo audace: sarebbe stato più esatto
parlar di sottomissione e di acclamazione).
Ma la «riforma costituzionale», a volerne intendere la vera
portata, colpiva ben altri bersagli: non si trattava soltanto, come
sarebbe avvenuto con un ritorno puro e semplice al governo costituzionale di svincolare il potere esecutivo dal controllo parla-
(1) Nella relazione ministeriale al disegno di legge era esplicitamente detto:
« L'indirizzo generale del governo è materia riservata al Primo Ministro; l'organo
« che riduce ad unità l'azione dei ministri è il Primo Ministro, non il Consiglio dei
«Ministri ».
(2) RANELLETTI, Istituzioni, cit., pag. 242.
280
PIERO CALAMANDREI
mentare; si trattava bensì di attribuire al governo, o meglio
al capo del governo, poteri legislativi già spettanti secondo lo statuto alle Camere, o di trasferire nel capo del governo prerogative finora riservate al capo dello Stato. In realtà, invece che
un ritorno alla purezza statutaria, era lo smantellamento di
quell'ordinamento costituzionale che poneva negli articoli 3, 5
e 6 dello statuto la fondamentale garanzia della divisione dei
poteri.
Colla legge 31 gennaio 1926, n. 100, il potere esecutivo si attribuì apertamente una cospicua porzione della funzione legislativa finora riservata alle Camere; ciò avvenne in parte coll'estendere in maniera smisurata il potere regolamentare del governo
(specialmente tipica, all'evidente scopo di tenere al guinzaglio i
pubblici impiegati, la stabile attribuzione al governo della facoltà
di emanare con decreto reale « le norme giuridiche necessarie per
« disciplinare l'organizzazione ed il funzionamento delle amministra« zioni dello Stato, e l'ordinamento del personale ad esse addetto»:
art. 1, n. 3) (1), in parte coll'attribuire al governo l'esercizio straordinario del vero e proprio potere legislativo, cioè del potere di emanare
norme giuridiche capaci di derogare a leggi formali del Parlamento:
e ciò nelle due forme dei decreti legislativi fondati su una delegazione, e dei decreti-legge, fondati soltanto sulla necessità (art. 3).
Così colla legge del 1926 trovarono cittadinanza nella legislazione
italiana, in deroga a quegli articoli dello statuto che avevano
costituito per il passato «la chiave di volta di tutto il sistema
«costituzionale italiano» (2), i decreti-legge, coi quali in realtà
l'esercizio del potere legislativo era potenzialmente trasferito nella
sua interezza al governo, il quale restava il solo arbitro di giudicare
se e quando si verificassero quelle ragioni di « assoluta ed urgente
necessità» che gli permettevano di esercitarlo in quella forma,
senza concorso del Parlamento. Vero è che lo stesso articolo 3
aggiungeva che « il giudizio sulla necessità e sull'urgenza non è
« soggetto ad altro controllo che a quello politico del Parlamento »;
ma è anche vero che, col Parlamento asservito nel modo che già
si è visto, la riserva di questo controllo successivo aveva un valore
(1) Cfr. RANELLETTI, Istituzioni cit., n. 256; TRENTIN,;'~Les irdnsformatioris
récentes, cit., pag. 279.
.:._.-.)
(2) ORLANDO, in Rivista di diritto pubblica, 1925, I,'pàgf : 214. i —-^ ('-•)
281
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
p u r a m e n t e tecnico: in pratica la annessione del potere legislativo
al governo era piena ed incondizionata.
N é si può dimenticare che a render più pieno il trasferimento
della funzione legislativa nel governo, la legge 24 dicembre 1925
aveva già stabilito, nel suo articolo 6, cbe «nessun oggetto può
« esser messo all'ordine del giorno di u n a delle due Camere senza
« l'adesione del capo del governo »; così il potere di iniziativa parlam e n t a r e era p r a t i c a m e n t e subordinato all'autorizzazione del capo
del governo. Il governo poteva à sua volontà legiferare senza il
P a r l a m e n t o ; il P a r l a m e n t o senza il beneplacito del capo del governo
non p o t e v a neanche cominciare a discutere su u n disegno di legge !
IL
GRAN
CONSIGLIO,
GARANTE
DELLA
PERPETUITÀ
DEL
REGIME
E , t u t t a v i a , l'aspetto più singolare della « rifórma costituzionale » non fu quello consacrato nelle due leggi di cui si è parlato
finora: la p o r t a t a delle quali si p u ò intendere a pieno solò quando
esse si m e t t a n o in relazione colle leggi 9 dicembre 1928 e 14 dicembre 1929 sull'ordinamento e attribuzioni del « Gran Consiglio del
fascismo », le quali furono v e r a m e n t e , di t u t t i i documenti costituzionali del fascismo, i più tipicamente rivelatori di q u a n t o fosse
sincero e sentito l'ostentato ossequio del fascismo alla tradizione
statutaria.
I l Gran Consiglio, costituito fino dall'ottobre del 1922 come
organo supremo del p a r t i t o fascista, entrò colla legge del 1928 a far
p a r t e dell'ordinamento costituzionale italiano, come « organo sii« premo, che coordina e integra t u t t e le a t t i v i t à del regime sorto
« dalla rivoluzione dell'ottobre 1922 » (art. 1). Così, da organo di
p a r t i t o diventò organo di Stato; m a in realtà, anche dopo questo
suo riconoscimento costituzionale, m a n t e n n e fisionomia bifronte
e funzione ambigua (1). Se il p a r t i t o fosse s t a t o sciolto e assorbito
nello S t a t o , anche l'assorbimento del Gran Consiglio nell'ordinam e n t o costituzionale avrebbe p o t u t o esser pieno e definitivo; ma
poiché il p a r t i t o rimaneva in v i t a , avendo per compito, secondo
l'articolo 3 del suo stesso s t a t u t o , « la difesa e il potenziamento
(1) Discussero i costituzionalisti del tempo se dopo il 1928 il Gran Consiglio
si dovesse considerare soltanto organo dello Stato, o anche, contemporaneamente,
organo del partito: cfr. ROMANO, Corso di diritto costituzionale, 5 a ed. 1940, pag. 226.
282
PIERO CALAMANDREI
« della rivoluzione fascista », il Gran Consiglio rimase un organo di
passaggio e di raccordo tra questi due ordinamenti, il partito e lo
Stato, che continuavano a rimanere distinti; e conservò quindi,
nonostante la posizione ufficiale ora assunta, un certo atteggiamento
intermedio oscillante tra la legge e l'illegalismo, tra la costituzione
stabilita e la rivoluzione « in marcia ». Fu, si potrebbe dire, l'organo
attraverso il quale il turbolento illegalismo del partito continuava
ufficialmente a ricattare la legalità (1): e le sue sessioni ostentarono
sempre, anche quando discuteva di affari d'ordinaria amministrazione, un certo cupo tono giacobino da comitato di salute pubblica.
Quantunque nella legge del 9 dicembre 1928 e in quella del
14 dicembre 1929, che in qualche punto modificò la prima, fossero minuziosamente stabilite le categorie dalle quali potevano
essere scelti i suoi componenti (in ragione dei fatti compiuti in
passato al servizio del fascismo, come i «quadrumviri»; o degli
uffici attualmente ricoperti nello Stato o nel partito; o di altre
loro speciali benemerenze politiche: cfr. articoli 3 e 4 legge 14 dicembre 1929), in realtà la composizione del Gran Consiglio dipendeva dalla volontà del capo del governo, in quanto, anche per quei
membri che ne facevano parte per ragione delle loro funzioni, la
loro appartenenza al Gran Consiglio non diventava effettiva se
non era « riconosciuta con decreto reale su proposta del capo del
governo »; e nelle stesse forme il riconoscimento poteva essere in
ogni tempo revocato (art. 6, legge 9 dicembre 1928). Si aggiunga
poi che la composizione del Gran Consiglio poteva essere in ogni
momento dosata e modificata dallo stesso capo del governo, che
poteva, con proprio decreto, chiamare a farne parte chiunque egli
giudicasse degno per benemerenze nazionali o fasciste.
Presidente del Gran Consiglio era di diritto il capo del
governo (art. 2, legge 9 dicembre 1928), che solo aveva il
potere di convocarlo e di fissarne l'ordine del giorno.
Il Gran Consiglio era l'organo di consulenza ordinaria del
governo in materia politica: il capo del governo aveva facoltà di
chiedere il suo parere su ogni questione « politica, economica o
sociale di interesse nazionale» su cui ritenesse opportuno interrogarlo (art. 1, legge 9 dicembre 1928); ma il parere doveva essere
(1) Cfr.
TRENTIN,
Les transformations récentes, cit., pag. 239 e segg.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
283
obbligatoriamente sentito « su tutte quante le questioni aventi
carattere costituzionale », e l'articolo 12, specificando in un elenco
quali erano le proposte di legge che si consideravano come aventi
tale carattere, indicava al primo posto quelle concernenti « la successione al trono, le attribuzioni e le prerogative della Corona ».
Accanto alle attribuzioni consultive (in relazione alle quali la
dottrina discuteva se si potesse ritenere che il Gran Consiglio, dato
quest'obbligo di sentirne il parere sulle proposte di legge aventi
carattere costituzionale, si potesse considerare in tali casi come partecipante alla funzione legislativa) (1), specialmente significativa
appariva la singolarissima attribuzione (di depositario, potrebbe
dirsi, della perpetuità del regime fascista) deferitagli dall'articolo 13:
« Il Gran Consiglio, su proposta del capo del governo, forma e
« tiene aggiornata la lista dei nomi da presentare Corona, in caso
« di vacanza, per la nomina del capo del governo, primo ministrò
« segretario di Stato. Ferme restando le attribuzioni e le prero«gative del capo del governo, il Gran Consiglio forma altresì e
«tiene aggiornata la lista delle persone che, in caso di vacanza,
«esso reputa idonee ad assumere funzioni di governo ».,
Bastano questi pochi richiami per far intendere quanto profonda fosse la trasformazione apportata dal fascismo nell'ordinamento costituzionale italiano; e quanto fosse insufficiente e superficiale l'opinione di coloro che in tale trasformazione vedevano
soltanto il ritorno a una forma di monarchia costituzionale pura.
In realtà, attraverso il riconoscimento costituzionale del Gran
Consiglio, si rivelava la paradossale situazione di stabile vassallaggio dello Stato monarchico alla dittatura del partito fascista.
Apparentemente la norma per la quale presidente di diritto del
Gran Consiglio era il capo del governo, sembrava significare che
attraverso il Gran Consiglio lo Stato avesse assunto definitivamente il controllo del partito, il cui statuto doveva essere approvato « con decreto reale, su proposta del capo del governo » (1. 14
dicembre 1929, art. 6). Ma vero era l'opposto: attraverso il riconoscimento costituzionale del Gran Consiglio era il partito che
assumeva definitivamente, e non più soltanto di fatto, il controllo
dello Stato. Il presidente del Gran Consiglio cumulava in sé due
(1) In senso contrario,
RANELLETTI,
Istituzioni, cit., pag. 260-261.
PIERO CALAMANDREI
284
qualità, la cui coincidenza nella stessa persona segnava il preciso
punto di sutura dei due ordinamenti: quella di « Capo del Governo»
attinente allo Stato, e quella di « Duce del Fascismo », attinente al
partito (titoli che nell'ultimo decennio del regime apparvero sempre
accoppiati anche negli atti ufficiali) (1). Ora di questi due titoli quello
che aveva in realtà carattere primario e preminente era il secondo,
non il primo. Il dittatore in cui i due ordinamenti si incontravano
non era «Duce del Fascismo » perché fosse capo del governo, ma viceversa era « Capo del Governo » perché questo ufficio spettava, per
permanente imposizione rivoluzionaria, al « Duce del Fascismo».
È vero che formalmente, per l'articolo 2 della legge 24 dicembre 1925, il capo del governo, come nominato, così poteva essere
revocato dal re; ma il ricordato articolo 13 della legge sul Gran
Consiglio chiaramente dimostrava come questo diritto della Corona di revocare il capo del governo non avesse ormai più alcun
valore pratico: anche nel caso di morte o di volontarie dimissióni
del capo del governo, il re non era libero di scegliere a piacer suo
il successore, ma era tenuto a cercarlo nella lista formata e aggiornata, su proposta del predecessore, dal Gran Consiglio. Vero è che
nessuna disposizione esplicitamente stabiliva che la Corona avesse
l'obbligo di rimaner fedele a quella designazione; ma i più autorevoli commentatori cautamente osservavano che «tale proposta,
« nonostante che giuridicamente non sia vincolante, non può non
« avere un grande valore e un grande peso sulle determinazioni della
« Corona... e per conseguenza, essendo la lista formata dal Gran
« Consiglio su proposta del Capo del Governo in carica, questi ha
« modo di influire, sia pure indirettamente, sulla nomina del suo
« successore » (2).. Ed altri avvertiva, che il re, pur non essendo
giuridicamente ' tenuto a scegliere il capo del governo in quella
lista, tuttavia, sotto l'aspetto politico, non poteva «prescindere
« dalla attuale nostra organizzazione costituzionale e dalla posi« zióne in essa del Partito nazionale fascista, partito politico unico,
« base del Regime... Chiamerà quindi al governo il Capo del partito
« nazionale fascista, ma in armonia con le valutazioni che sono nei
« suoi poteri... » (3). Quale poi fosse il campo entro il quale potesse
(1) Gfr.
ROMANO,
Corso, cit, pag. 213.
(2) ROMANO, ivi,
pag.
(3)
Istituzioni, cit., pag. 243.
RANELLETTI,
215.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
285
praticamente valere questo potere di «valutazione» lasciato alla
Corona, non è agevole a dirsi (certo è che, quindici anni più tardi,
gli eventi del luglio 1943 dimostrarono che solo quando il fascismo,
incalzato dalla generale rovina, crollò dal di dentro, la monarchia
trovò il coraggio necessario per « valutare » la convenienza di
revocare la fiducia al capo del governo; e la revoca ebbe l'andamento di un colpo di Stato !).
Ma forse, più che nella prudente fraseologia dei giuristi,
nella quale par di cogliere mal dissimulato un certo disagio e
perfino una certa sotterranea ironia, la realtà della situazione era
già t u t t a spiegata nel perentorio avvertimento pronunziato dal
capo del governo nella seduta del 29 aprile 1926: quand'egli,
rispondendo alle acclamazioni che la Camera gli rivolgeva per
essere ancora una volta sfuggito a un attentato, proclamò: « In
« qualunque ipotesi tutto è già predisposto (si sappia qui e fuori
« di qui) perché il fascismo continui a reggere con la sua mano di
« ferro i destini del popolo italiano ». Questo, almeno, si chiamava
parlar chiaro !
Si intende, arrivati a questo punto, come fosse estremamente
difficile incasellare questo singolarissimo regime in una qualsiasi
delle forme di governo conosciute dai costituzionalisti, e racchiuderlo in una concisa definizione giuridica. Nella monarchia parlamentare il governo, per restare legittimamente al potere, doveva
contemporaneamente godere della fiducia del re e di quella delle
Camere; ma della fiducia delle Camere (già si e visto) il governo
fascista non sapeva più che farsi, e sdegnosamente respingeva ogni
parentela col sistema parlamentare; e in quanto alla fiducia del re,
era ormai pronto a fare a meno anche di quella ! E tuttavia il re
continuava a rimanere sul trono, ed a chiamarsi costituzionale:
stranissima forma di monarchia costituzionale nella quale non
era il capo del governo che derivava i suoi poteri dalla volontà
del sovrano, ma èra viceversa il sovrano che rimaneva sul trono
per graziosa concessione del capo del governo, stabilmente insediatosi al suo posto iure proprio, nella sua qualità di « Duce del
fascismo ».
A definire questa situazione così inusitata non poteva apparire
sodisfacente nessuna delle formule proposte dalla dottrina del
tempo: non era più una monarchia parlamentare, ma non si poteva
dire neanche che fosse rimasta una monarchia costituzionale pura;
286
PIERO CALAMANDREI
non si trattava di « cancellierato » e neanche, come qualcuno ingegnosamente suggerì, di « monarchia presidenziale » (1). E forse non
era neanche più una monarchia: qualcuno parlò infatti di « diarchia »; la formula meno compromettente, anche se tautologica,
fu quella di chi la chiamò «il regime del Capo del Governo» (2).
La verità è che si trattava della mostruosa sovrapposizione di
due diversi regimi, comunicanti attraverso la persona del « Capo
del Governo, Duce del Fascismo »: due ordinamenti distinti, ma
allacciati, di cui uno, quello succube che continuava a chiamarsi
monarchia costituzionale, era tenuto in stato di permanente asservimento dalla incombente dominazione autoritaria dell'altro,
il partito armato che faceva la guardia all'onnipotenza totalitaria del dittatore.
DALLE ELEZIONI AL PLEBISCITO
Che cosa il fascismo aveva ormai più da temere, in questa
situazione di preminenza, dalla sopravvivenza del Parlamento ?
Soppresse colla violenza le opposizioni, svincolato il governo da ogni
controllo parlamentarej concentrata in esso la potestà legislativa,
tolto alle Camere ogni potere di iniziativa, il Parlamento non era
più che un'ombra: e tuttavia anche di quest'ombra la dittatura
continuava ad aver sospetto. E per arrivare a liberarsi anche da
questo ricordo, crede di non esser sicuro fino a che non fosse stata
distrutta l'idea stessa delle elezioni e del suffragio popolare.
La riforma elettorale del 1925 (legge 15 febbraio 1925) segnò
un ritorno al sistema maggioritario dello scrutinio uninominale;
ma non ebbe praticamente seguito, né mai alcuno pensò ad applicarla perché, presentata dal governo nel 1924 come espediente per
far credere ad un ritorno alla «normalità » costituzionale, apparve
un anacronismo nel clima apertamente totalitario che fu instaurato
dal discorso del 3 gennaio.
Venne così, colla legge del 17 maggio 1928 (testo unico 2 settembre 1928) quel sovvertimento del sistema elettorale che fu
presentato come logica conseguenza della riforma sindacale del 3
(1) Cfr. riassunte e discusse le varie opinioni da
cit., n. 168 e note.
(2) ROMANO, Corso, cit., pag. 213.
RANELLETTI,
Istituzioni,
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
287
aprile 1926. (1) Il cittadino, inquadrato nei sindacati, non poteva più
essere considerato (si disse) come un elettore isolato, avulso da
quegli organismi sociali dei quali egli era parte: adottato l'ordinamento sindacale, non poteva più essere mantenuto un corpo elettorale costituito da una somma indifferenziata di cittadini, individualmente privi della competenza indispensabile per scegliere i rappresentanti tecnicamente più idonei alla tutela dei loro interessi; e per
arrivare alla scelta di tali rappresentanti si doveva ormai trar
profitto della esistenza di questi organismi sindacali entro i quali
tutti i cittadini si trovavano inquadrati come produttori o contribuenti (2).
La nuova Camera così, invece di essere espressione caotica del
suffragio universale dominato dalla propaganda dei partiti, avrebbe
fedelmente rappresentato (si diceva) le vere forze produttrici
del paese, ordinate disciplinatamente nei sindacati; e in questo
senso si annunciò la nascita della « Camera corporativa ».
Il numero dei deputati fu ridotto a quattrocento per t u t t o
il Regno, formante il « collegio unico nazionale », con una sola
lista (art. 44, t. u.). Agli elettori fu tolta ogni facoltà di scegliere i candidati, che fu trasferita agli organi sindacali e al Gran
Consiglio. La scelta doveva avvenire in due tempi: in un primo
tempo erano chiamate le grandi associazioni sindacali giuridicamente riconosciute a proporre candidati in numero doppio a
quello dei deputati da eleggere (art. 47-57, t . u.); in un secondo
tempo il Gran Consiglio doveva formare la lista dei quattrocento « deputati designati », scegliendoli liberamente nell'elenco
dei candidati ed anche fuori di esso, qualora lo ritenesse necessario (art. 52, t. u.). La lista dei deputati designati dal Gran
Consiglio, « munita del segno del Fascio littorio », era pubblicata ed affissa in t u t t i i Comuni. Là votazione doveva avvenire con un sì o con un no, su questa sola lista ammessa
(art. 53); e il voto si doveva esprimere collo scegliere nel segreto
della cabina tra due schede che il seggio elettorale consegnava
ad ogni votante: la scheda tricolore per il sì e la scheda bianca
per il no (art. 72).
(1) Cfr. discorso 12 maggio 1928 del Capo del Governo al Senato.
(2) Cfr. RANELLETTI, ^Istituzioni, cit.^ pag. 273.
288
PIERO CALAMANDREI
Non c'è bisogno di lungo commento per spiegare a quale ridicola formalità fossero ridotte con questo sistema le cosiddette
elezioni. La scelta dei candidati era rimessa in seconda istanza al
Gran Consiglio, ossia, in sostanza, al partito ed al beneplacito del
suo capo: il candidato incluso nella lista poteva senz'altro, per
questo, considerarsi eletto (tant'è vero che la legge, per gli inclusi
nella lista, non parlava più di « candidati », ma di « deputati designati»). Gli elettori erano soltanto chiamati ad approvare in blocco
la lista dei deputati scelti dal governo, senza facoltà di apportarvi alcuna variante.
Si trattava dunque di un plebiscito, non di una votazione elettorale (1): il popolo non era chiamato a scegliere i propri rappresentanti, ma ad esprimere in massa non tanto la propria ratifica
alla scelta fatta d'autorità, quanto il proprio devoto attaccamento
al duce del fascismo ed alla sua politica. Queste cosiddette elezioni
dovevano riprodurre in scala nazionale il rito di quei « colloqui
colla folla », che in quegli anni ogni tanto risuonavano sulle fortunate piazze d'Italia: nei quali alle concitate domande che l'arringatore rivolgeva alla moltitudine acclamante, non accadeva mai
che questa rispondesse di no. Difatti, alla vigilia delle elezioni del
1929, nessuno mai dubitò che l'esito delle medesime sarebbe stato
trionfale e che l'unica lista in lizza avrebbe sicuramente sbaragliato quelle avversarie, che non esistevano.
Lo faceva intendere con una certa discrezione la relazione
ministeriale: «L'eventualità di un rifiuto di ratifica da parte del
« corpo elettorale della scelta fatta dal Gran Consiglio, rappresenta,
« a vero dire, un caso difficilmente realizzabile... ». Ma ancora più
apertamente lo dichiarò il capo del governo, nel suo discorso del
9 dicembre 1928 con cui chiuse, alla Camera, la X X V I I legislatura: « Se la Camera, che sta per chiudere oggi i suoi lavori, è stata,
« dal punto di,vista numerico, dell'85 per cento fascista, la Camera
« che si riunirà qui la prima volta il 20 aprile, sabato, dell'anno VII,
« sarà una Camera fascista al cento per cento. E saranno quattro« cento fascisti regolarmente iscritti al Partito ».
Le elezioni ebbero luogo; e l'esito (mirabile esempio di
virtù profetica) fu proprio quale il capo del governo aveva pre-
(1) Cfr.
TRENTIN,
op, cif., pag. 343 e segg.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
289
visto: la Camera « corporativa » fu composta di quattrocento fascisti regolarmente iscritti al partito. E tuttavia non sarà inopportuno rilevare che, anche in quella solenne occasione, l'esito
magnifico del plebiscito disposto dalla nuova legge elettorale fu
opportunamente aiutato, come sempre avvenne nelle più solenni
congiunture del regime, dal provvido intervento della truffa e
della violenza,
Furono pochissime, specialmente nelle campagne, le sezioni
elettorali in cui agli elettori fu consentito di entrare in cabina per
fare in segreto la scelta della scheda; in molti luoghi gli stessi elettori, a scanso di guai peggiori, preferirono rifiutarsi di entrare in
cabina, per sventolare di fronte al seggio composto di vigili camicie nere, prima di metterla nell'urna, la scheda tricolore documento della loro fedeltà. E poi le schede di Stato erano state opportunamente truccate in modo che, anche quando erano chiuse, si
poteva vedere dal di fuori per trasparenza se dentro c'era il bianco
o il tricolore: e quegli elettori, che, ignari del trucco, avevan creduto
di poter senza pericolo scegliere nel segreto della cabina e poi consegnare ben chiusa al seggio la scheda bianca, avevano poi la brutta
sorpresa di trovare sulla porta della sezione gli squadristi addetti
a infliggere agli indisciplinati la regolare bastonatura.
Anche nelle grandi città, dove le forme furono più rispettate,
avvennero episodi del genere: a Firenze, per esempio, quando, la
sera delle elezioni, il segretario federale del tempo annunciò da un
balcone la grande vittoria elettorale della giornata, non ebbe scrupolo di denunciare ufficialmente al disprezzo della folla un elenco
di « intellettuali antifascisti » che avevano votato scheda bianca.
E quegli ingenui, che avevano avuto la dabbenaggine di credere
alla legge in cui era scritto che il voto era segreto, dovettero mettersi
in salvo per non esser massacrati.
L'ABOLIZIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
E tuttavia colla legge elettorale del 1928 il ciclo di distruzione del sistema parlamentare non appariva ancora compiuto; *
anche la forma plebiscitaria conservata da quella legge era
pur sempre una consultazione popolare: i deputati, quantunque
nominati dalle gerarchie del partito, avevano bisogno per entrare
in funzione di una sia pur soltanto simbolica « approvazione » degli
19.
290
PIERO CALAMANDREI
elettori, in v i r t ù della quale qualcuno p o t e v a continuare a credere
che fossero ancora i loro r a p p r e s e n t a n t i ; e c'era da temere che le
garanzie p a r l a m e n t a r i di cui continuavano a godere potessero
risvegliare in t e s t a a qualcuno di essi velleità di indipendenza; lo
stesso nome di « d e p u t a t i » era sospetto, perché p a r e v a u n richiamo alla s u p e r a t a idea del m a n d a t o p a r l a m e n t a r e .
I l ciclo fu concluso colla legge del 19 gennaio 1939, n. 129, il
cui articolo 1 così t e s t u a l m e n t e dispose: « L a Camera dei d e p u t a t i
« è soppressa con la fine della X X I X legislatura. È istituita, in sua
«vece, la Camera dei fasci e delle corporazioni ».
I componenti di questa n u o v a Camera, che si chiamarono n o n
più d e p u t a t i , m a « consiglieri nazionali», n o n ebbero più bisogno di
essere scelti: n o n solo fu abolita per la loro nomina qualsiasi forma,
anche p u r a m e n t e simbolica, di consultazione popolare, ma fu escogitato u n sistema che r e n d e v a superflua u n a apposita designazione
individuale, in q u a n t o furono chiamati a far p a r t e di quella Camera,
ope legis e ratione muneris, t u t t i coloro che già rivestivano nelle
gerarchie del p a r t i t o e delle corporazioni determinate cariche (1):
il solo fatto di ricoprir quegli unici (di componenti del Consiglio
nazionale del p a r t i t o fascista, o di componenti del Consiglio nazionale delle corporazioni: a r t . 3) produceva a u t o m a t i c a m e n t e , di
diritto, l'appartenenza alla Camera dei fasci e delle corporazioni.
L a qualità di consigliere nazionale era in questo modo a t t a c c a t a ,
come i doni dell'Epifania, alla poltrona di d e t e r m i n a t i uffici
politici e corporativi; si acquistava con essi e con essi si perdeva
(art. 8: « I consiglieri nazionali decadono dalla carica col decadere
« dalla funzione esercitata nei Consigli che concorrono a formare
«la Camera dei fasci e delle corporazioni»).
Con questo sistema il capo del governo, non solo era sicuro di
avere ai suoi ordini u n consesso di persone disciplinate e ligie (erano
gente che egli aveva già scelto in precedenza per m e t t e r l e ai posti
gerarchici del p a r t i t o e delle corporazioni), ma aveva altresì in mano
il mezzo legale per espellere i m m e d i a t a m e n t e dalla Camera qualsiasi
sconsigliato che venisse meno al suo dovere di assoluta obbedienza:
perché, col revocarlo dalla carica politica o a m m i n i s t r a t i v a che
ricopriva nel p a r t i t o o nelle corporazioni, veniva insieme a togliergli
(1)
ROMANO,
Corso, cit., pag. 240.
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO I L FASCISMO
291
di sotto il seggio di consigliere nazionale (così non c'era pericolo che
quei consiglieri facessero movimenti bruschi: r a t t e n e v a n o il fiato,
per la paura che quel seggio vacillasse).
Questa Camera, in cui n o n c'erano più né eletti n é elettori,
aveva inoltre il vantaggio di essere immortale: non c'era infatti
più bisogno di scioglierla periodicamente allo scopo di rinnovarla
per intero, poiché la rinnovazione di essa si compieva per stillicidio,
in maniera continua e senza visibili m u t a m e n t i , via via che ad uno
ad u n o scadevano di carica i preposti agli uffici politici o corporativi, ai quali a n d a v a congiunta la qualità di consigliere nazionale.
Non c'è bisogno di dire le ragioni per le quali a siffatto consesso
non potesse più attribuirsi neanche il nome di P a r l a m e n t o : era
u n a specie di grande organo consultivo, formato da funzionari
nominati e revocabili ad nutum dal capo del governo, che se n e
serviva, quando gli pareva, come di collaboratori nel lavoro legislativo: e la loro collaborazione era sopra t u t t o tecnica, n o n politica, perché, come si è visto, la consulenza del governo in materia
politica era riservata al Gran Consiglio. L a Camera aveva cessato
così di essere u n organo legislativo: era soltanto u n organo consultivo che collaborava all'esercizio della funzione legislativa riservata
in realtà al governo.
P e r intendere q u a n t o si era ormai lontani dalla monarchia
costituzionale fondata sulla divisione dei poteri, b a s t a v a mettere a
confronto la formula dell'articolo 3 dello s t a t u t o («il potere legi« slativo sarà collettivamente esercitato dal re e da due camere:
« il senato e quella dei d e p u t a t i ») colla formula dell'articolo 2 della
legge 19 gennaio 1939 (« il Senato del regno e la Camera dei fasci e
« delle corporazioni collaborano col governo per la formazione delle
«leggi »). Il potere legislativo era oramai, anche di diritto, concent r a t o nel governo: il Senato e la Camera, da organi legislativi, erano
diventati subordinati collaboratori del governo. E del re non si
faceva più m e n z i o n e .
Ma i costituzionalisti facevano miracoli di sottigliezza dialettica per sostenere che anche la Camera dei fasci e delle corporazioni continuava ad avere, come voleva lo s t a t u t o (art. 2, 39, 41),
carattere rappresentativo: in q u a n t o , come essi spiegavano, la rappresentanza p u ò anche essere di interessi e non di volontà, e può
avere il suo titolo costitutivo, oltreché nel m a n d a t o volontariamente conferito dal rappresentato al r a p p r e s e n t a n t e , nella legge
292
PIERO CALAMANDREI
che provvede a designare un rappresentante al rappresentato incapace (1).
Era molto sintomatico che per spiegare il carattere a tutti
i costi rappresentativo della nuova Camera, si dovesse far riferimento proprio a quel tipo di rappresentanza necessaria, che è
disposto per legge quando il rappresentato è minorenne o infermo
di mente: evidentemente non era questo il concetto tradizionale
della rappresentanza politica, basato sul principio della sovranità
popolare e inseparabile dall'idea della libera elezione, al quale si
si riferivano, nella seduta del 16 marzo 1928, le ultime parole
pronunciate in quell'aula dall'onorevole Giolitti: «... Affinché una
« Assemblea possa essere la rappresentante della Nazione, occorre
« che i suoi componenti siano scelti con piena libertà dagli elettori
«nei collegi elettorali...».
Qui, nella Camera dei fasci e delle corporazioni, i rappresentanti della Nazione erano scelti non da elettori liberi e capaci di
pensare e di volere, ma dal capo del governo e duce del fascismo,
che pensava e voleva per tutti, e bastava da sé a scegliere d'autorità, col suo intuito infallibile, le persone degne di rappresentare
gli interessi della Nazione: concetto assai elastico di rappresentanza,
che avrebbe permesso di considerar rappresentativo perfino il
dispotismo del buon tiranno, il quale da sé si proclamava, per diritto divino, tutore della felicità del suo popolo e rappresentante
dei benintesi interessi dei suoi fedeli sudditi.
STILE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
Così, colla Camera dei fasci e delle corporazioni, la lotta
ventennale del fascismo contro le istituzioni parlamentari era
compiuta: prima, dal 1922 al 1925, fu l'assalto con tutti i mezzi,
non escluso l'assassinio politico, contro l'opposizione nel Parlamento,
e contro i partiti e la libertà, fonte di essa nel Paese; poi, dal 1926
al 1928, la « trasformazione dello Stato » mirante ad accentrare
tutti i poteri, compreso quello legislativo, nel capo del governo
duce del fascismo; e finalmente, dal 1928 al 1939, l'attacco finale
(1) Cfr. ROMANO, Corso, cit., pag. 24Q e segg.;
pag. 99 e segg..
RANELLETTI,
Istituzioni, cit.,
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
293
contro ogni sopravvivenza, anche formale, del sistema elettorale e del suffragio popolare.
Via via che sotto la raffica ventennale il Parlamento, come un
albero che si dissecca ramo per ramo, perdeva ad una ad una le
sue funzioni politiche e le sue prerogative costituzionali, di pari
passo si abbassava in quell'aula il tono olei dibattiti politici: e
l'eloquenza parlamentare, che pure aveva avuto in Italia per più
di un cinquantennio nobilissime tradizioni, veniva sempre più a
perdere ogni utilità ed ogni serietà, in un consesso dove più non
si tollerava la critica e più non si dava ascolto alla ragione. Durante
la XXVII legislatura, anche dopo le drammatiche sedute che immediatamente seguirono la scomparsa di Giacomo Matteotti e
il ritiro dell'opposizione aventiniana, qualche vivace scontro oratorio si ebbe ancora in quell'aula tra la maggioranza e il gruppo
degli oppositori liberali, e raffiche di invettive furono animosamente respinte dai pochi superstiti comunisti. Ma la X X V I I I legislatura portò l'unanimità, e con essa la grigia e monotona atmosfera del conformismo: abolita l'opposizione, tolto al Parlamento
ogni controllo politico sul governo, quei quattrocento deputati, fabbricati in serie come i soldatini di piombo, non avevano niente da
dire: non tra loro, perché non avevano bisogno di discutere per persuadersi di quelle verità assiomatiche di cui tutti erano già convinti;
non al Paese, perché per parlare ad esso, bastava una voce sola. E
tuttavia bisognava parlare, poiché si era in Parlamento: e furono
quindi, quelli del decennio dal 1928 al 1938 (cioè fino alla fine della
X X I X legislatura), anni di oratoria falsa, pretensiosa e vuota, in
cui gran parte dei deputati cercavano di imitare nel tono militaresco, nella voce maschia e nel mento proteso, un solo modello.
Proprio in quegli anni, da che vi era rimasto incontrastato padrone
il fascismo, quell'aula era diventata davvero « sorda e grigia »: le
tribune del pubblico restavano quasi sempre vuote: talvolta vi si
mandava di servizio qualche funzionario di polizia per far da
riempitivo. Ma su quei banchi ristagnava una noia mortale.
Fin dal 1925, col nuovo regolamento della Camera (art. 76), era
stata istituita la tribuna, allo scopo di accrescere l'impegno e la
risonanza dei discorsi parlamentari (1); in realtà fu un'istigazione,
(1) La discussione sulla istituzione della tribuna ebbe luogo nella seduta del
2 giugno 1925; parlarono in senso contrario i deputati Sandrini e Salandra.
294
PIERO CALAMANDREI
di cui invero non vi era bisogno, alla gonfiezza retorica e al cattivo gusto. Discussioni costruttive non se ne facevano più, perchè
ad animarle mancava il contraddittorio. Ma in compenso, nelle
ricorrenze volute, gli onorevoli, vestiti correttamente in orbace,
si alzavano a cantare t u t t i insieme gli inni della rivoluzione, e,
quando il duce entrava nell'aula o ne usciva, le ovazioni risuonavano per lungo tempo: negli ultimi anni del regime si
introdusse nel rituale parlamentare l'usò del «saluto al duce»,
che interrompeva con scatti di dedizione la monotonia delle
sedute.
Le votazioni avvenivano quasi sempre per acclamazione, specialmente quelle per le leggi più importanti: nella seduta del 14
dicembre 1938, colla quale non solo si chiuse la X X I X legislatura,
ma cessò di esistere, dopo 90 anni di vita, la Camera dei deputati
(la commemorazione ne fu fatta dal deputato Orano, e non mancarono le interruzioni e i lazzi all'indirizzo del vecchio ridicolo Parlamento), la istituzione della nuova Camera dei fasci e delle corporazioni fu approvata per acclamazione; per acclamazione furono
approvate, come se si trattasse di un evento da celebrare con
vociferazioni di giubilo, le vergognose leggi « razziali » di persecuzione contro gli ebrei; e ancora per acclamazione, prima di scioglier
quella memoranda estrema seduta, fu approvata una proposta
di iniziativa parlamentare sulla mobilitazione dei deputati: un articolo unico, il quale disponeva che « in caso di guerra i compo« nenti della Camera fascista, senza limitazione di età o di condi« zioni fisiche, anche se dipendenti dalle ferite o da mutilazioni
«belliche o rivoluzionarie, avranno il privilegio di essere imme« diatamente chiamati alle armi e assegnati alle unità di prima
« linea ».
Poche sedute come questa del 14 dicembre 1938 danno l'impressione, a rileggerne ora il resoconto, di un sì marchiano parossismo retorico, che ancor oggi lascia nel lettore un senso di nausea e
di vergogna. Ma anche senz'andare a ricercare le sedute solenni, è
facile imbattersi nei resoconti parlamentari in annotazioni alle
quali oggi quasi si stenta a credere: ogni tanto, dopo pagine e pagine
piene zeppe di discorsi senza pause e senza capoversi, dei quali
gli stessi caratteri tipografici sembrano voler rivelare la monotonia
e la pesantezza, ecco che a dar varietà alla pagina ci si imbatte in
uno stelloncino in corsivo, che immancabilmente si intitola: « Ma-
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
295
nifestazione al Duce)): e il resoconto, in quel corsivo, abbandona
per qualche riga la sua burocratica compostezza, e s'impenna come
un corsiero (1).
Entrata in funzione, colla X X X legislatura, la Camera dei
fasci e delle corporazioni, si ha l'impressione che i suoi lavorisi
siano svolti in modo più profìcuo e più serio nelle sedute non pubbliche delle varie « commissioni legislative », in cui essa si divideva.
Ma nelle sedute pubbliche dell'Assemblea plenaria lo stile rimase
immutato, tra il falso eroico e il caporalesco: ed anche in quei resoconti si possono leggere le solite « manifestazioni » a comando, intercalate da rimproveri solenni rivolti dal Presidente alla scolaresca, come quello registrato nella seduta del 13 marzo 1940: « ...sono
« certo che tutti voi, camerati, giudicherete come giudico io scon« veniente che camerati entrino nell'aula e raggiungano il loro posto
« quando la riunione è cominciata e sopra tutto quando il Duce si
« trova già nell'aula ».
L'ultima volta che la Camera dei fasci e delle corporazioni si
adunò in assemblea plenaria fu il 10 giugno 1941, per il primo anniversario dell'entrata in guerra: in quella ricorrenza il duce pronunciò un discorso, il suo ultimo intervento oratorio in quell'aula.
Disse: «L'Asse, espressione rivoluzionaria della nuova Europa,
vincerà!». E terminò: « Vinceremo ». E anche quella volta i
consiglieri nazionali, t u t t i mobilitati ma non ancora partiti per
andare in prima linea, acclamarono lungamente, e cantarono gli
inni della rivoluzione, e gridarono: — A noi !
Poi, dopo due anni di silenzio, il regio decreto-legge 2 agosto 1943, n. 705 dispose: « Abbiamo decretato e decretiamo:
«La X X X legislatura è chiusa. La Camera dei fasci e delle corpo« razioni è sciolta. Sarà provveduto, nel termine di quattro mesi
« dalla cessazione dell'attuale stato di guerra, alla elezione di una
(1) Ecco un esempio, tolto testualmente dal resoconto ufficiale del 27 aprile
1940: « La Camera prorompe in una entusiastica intensa ovazione alla quale si
« associa il pubblico delle tribune —Il grido appassionato di: Duce ! Duce ! risuona
« lungamente nell'aula — Il Duce risponde salutando romanamente — L'Assemblea
« intona Vinno: Giovinezza! — Nuove vibranti acclamazioni — Voci di: Affissione!
« __ Generali prolungati applausi — H Presidente ordina il saluto al Duce — La
« Camera risponde con un possente: A noi ! -— Quando il Duce lascia il Suo seggio,
«£ Consiglieri Nazionali Gli si affollano intorno seguendoLo fuori dell'aula tra conti tinue entusiastiche acclamazioni ».
296
PIERO CALAMANDREI
« nuova Camera dei deputati e alla conseguente convocazione ed
« inizio della nuova legislatura... Firmato: Vittorio Emanuele I I I ;
« controfirmato: Badoglio ».
La Camera dei deputati, che con questo decreto la monarchia
prometteva di richiamare in vita, non fu mai eletta.
Invece fu eletta la Costituente, e venne la Repubblica.
CONCLUSIONE
E qui, a cento anni di distanza dalla nascita del Parlamento
piemontese, che diventò poi il primo Parlamento d'Italia, potrebbe venir voglia di chiedere se questo ventennio di progressivo oscuramento e poi di totale eclissi delle libertà politiche
che si ebbe sotto il fascismo, si debba considerare come una
interruzione e come un'aberrazione meramente negativa nella
storia delle istituzioni parlamentari, quasi un periodo di smemoratezza e di follia alla fine del quale si riprende senza mutamenti il filo del ragionamento rimasto interrotto, o se viceversa
esso possa esser considerato come una espressione, morbosa quanto
si vuole e repugnante, ma tuttavia sintomatica ed ammonitrice,
di cause profonde preesistenti,al fascismo; si potrebbe domandare,
cioè, se il cedimento improvviso dello Stato liberale, che sul cammino della civiltà europea dà l'immagine di un abisso imprevedibile aperto dal crollo di. un ponte tra due età, sia stato soltanto
l'effetto fatale di una dittatura personale transitoria come una
meteora, o non sia stato preparato a lunga scadenza e in un certo
senso storicamente giustificato da interne debolezze del sistema
parlamentare decaduto a parlamentarismo, dalla cronica instabilità
dei governi, dalla invadenza dei partiti, dal vaniloquio delle
assemblee e dalla loro inettitudine al lavoro legislativo minuzioso
e preciso, dalla mancanza di una maggioranza omogenea e risoluta e di una opposizione competente e costruttiva; e forse anche
da ragioni più remote e più generali, di carattere sociale ed economico, e sopra tutto morale.
Qualcuno potrebbe anche sentirsi spinto a guardare più vicino
a sé, a queste nostre istituzioni parlamentari, come sono state restaurate e rinvigorite (quasi per celebrare coi fatti più che colle
parole il loro centenario) nella Repubblica: ed a fare una specie
di esame di coscienza, per trarre dalla dolorosa esperienza venten-
LA FUNZIONE PARLAMENTARE SOTTO IL FASCISMO
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naie qualche prezioso ammonimento che serva a difenderle e a
farle sempre più grandi e rispettate nell'avvenire. Se il ventennio
fascista potesse servire a evitare di ricader negli stessi errori che
lo prepararono, anche questa catastrofe (come qualcuno dice che
sempre accada nella storia) potrebb'essere stata, alla fine, fonte
di bene.
PIERO
CALAMANDREI
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