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La Rosinda - Libretti d`opera italiani

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La Rosinda - Libretti d`opera italiani
LA ROSINDA
Dramma per musica.
testi di
Giovanni Faustini
musiche di
Francesco Cavalli
Prima esecuzione: carnevale 1651, Venezia.
www.librettidopera.it
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Informazioni
La Rosinda
Cara lettrice, caro lettore, il sito internet www.librettidopera.it è dedicato ai libretti
d'opera in lingua italiana. Non c'è un intento filologico, troppo complesso per essere
trattato con le mie risorse: vi è invece un intento divulgativo, la volontà di far
conoscere i vari aspetti di una parte della nostra cultura.
Motivazioni per scrivere note di ringraziamento non mancano. Contributi e
suggerimenti sono giunti da ogni dove, vien da dire «dagli Appennini alle Ande».
Tutto questo aiuto mi ha dato e mi sta dando entusiasmo per continuare a migliorare e
ampliare gli orizzonti di quest'impresa. Ringrazio quindi:
chi mi ha dato consigli su grafica e impostazione del sito, chi ha svolto le operazioni
di aggiornamento sul portale, tutti coloro che mettono a disposizione testi e materiali
che riguardano la lirica, chi ha donato tempo, chi mi ha prestato hardware, chi mette a
disposizione software di qualità a prezzi più che contenuti.
Infine ringrazio la mia famiglia, per il tempo rubatole e dedicato a questa
attività.
I titoli vengono scelti in base a una serie di criteri: disponibilità del materiale, data
della prima rappresentazione, autori di testi e musiche, importanza del testo nella
storia della lirica, difficoltà di reperimento.
A questo punto viene ampliata la varietà del materiale, e la sua affidabilità, tramite
acquisti, ricerche in biblioteca, su internet, donazione di materiali da parte di
appassionati. Il materiale raccolto viene analizzato e messo a confronto: viene
eseguita una trascrizione in formato elettronico.
Quindi viene eseguita una revisione del testo tramite rilettura, e con un sistema
automatico di rilevazione sia delle anomalie strutturali, sia della validità dei lemmi.
Vengono integrati se disponibili i numeri musicali, e individuati i brani più
significativi secondo la critica.
Viene quindi eseguita una conversione in formato stampabile, che state leggendo.
Grazie ancora.
Dario Zanotti
Libretto n. 226, prima stesura per www.librettidopera.it: aprile 2012.
Ultimo aggiornamento: 30/11/2015.
In particolare per questo titolo si ringrazia la
Biblioteca nazionale «Braidense» di Milano
per la gentile collaborazione.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Interlocutori
INTERLOCUTORI
NEREA, regina di Corcira, amante di
Clitofonte
.......... SOPRANO
ROSINDA, principessa di Corinto amata da
Thisandro, e innamorata di Clitofonte
.......... SOPRANO
CLITOFONTE, principe di Creta, acceso di
Rosinda
.......... TENORE
RUDIONE, scudiero di Rosinda
.......... BASSO
THISANDRO, principe d'Argo, tradito amante
di Rosinda
.......... BASSO
PLUTONE
.......... BASSO
PROSERPINA
.......... SOPRANO
VAFRILLO, paggio di Nerea
.......... SOPRANO
CILLENA, dama confidente di Nerea
.......... SOPRANO
AURILLA, fanciulla di Nerea
.......... SOPRANO
MEANDRO, mago, balio di Nerea
.......... BASSO
Cori di maghe.
Coro di spiritelli.
Un Gigante tacito.
Coro di spiriti in forma di soldati di Nerea.
Coro di nani.
Coro di mostri di Meandro.
Eccettuata la prima scena, che si finge sopra uno scoglietto vicino a Corcira, si
rappresenta la favola in una delle Strofadi, che sono due isolette del mar Ionio già
nidi di Celeno, e dell'altre Arpie, dette di prima Plote, poscia Strofade, dal ritorno,
che fecero Calaino, e Zeto figliuoli di Borea, avvertiti da Iride di non seguire più i
cani di Giove, intendendo di quelli mostruosi, e voraci augelli, ch'avevano que'
giovanetti Argonauti colà fugati sin dalla Tracia dalle mense del cieco Fineo,
significando «strofe» in greco «ritorno».
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Spettatore
La Rosinda
Spettatore
La Rosinda è un puro romanzo. Le sue peripezie, e le sue azioni, lontane dal naturale,
e del verosimile sono figlie di due verghe, e di due fonti. Mi dichiarai nell'antecedente
Oristeo, che questi due drammi furono da me composti per disobbligazione di debito,
non per avidità d'applauso.
Attendi alla favola.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Delucidazione della favola
Delucidazione della favola
Rosinda principessa di Corinto, avvezza all'armi, e per prove famosa, errando,
com'era l'uso in quei tempi de' cavalieri a difesa de gl'impotenti, e per sradicare dal
mondo i malvagi; giunse con Clitofonte, erede dello scettro di Creta, in Scithia, ambo
là tratti dalla fama d'una difficile impresa; beverono dentro una selva dell'acque di
certa fonte, che con occulta qualità smorzava le fiamme attuali d'Amore, e
n'accendeva di nuove. Rosinda in pochi sorsi, lavata dal cor l'immagine di Thisandro,
il più valoroso principe di quel secolo, s'innamorò del guerriero presente, e Clitofonte,
spento quel foco, che per Nerea, regina di Corcira, l'ardeva, all'improvviso sospirò per
Rosinda: Nerea istrutta nelle magiche discipline da Meandro il balio famosissimo
mago, gettate l'arti, intese le spurie svisceratezze del suo caro, onde fattolo rapire da
un turbine, mentre lusingava l'amata guerriera, in un delizioso loco di Corcira
incantollo, spendendo però invano ogni allettamento per recuperare dall'ammaliato le
perdute dolcezze. Meandro, tormentato nelle fredde impotenze dell'età da acuti stimoli
amorosi per l'allieva, non potendo più vivere taciturno, scoprì il suo male alla bella
regina. Le rigorose repulse, ch'ebbe, destarono lo sdegno nel savio vecchio, quale
ritrovata Rosinda, che lacrimava le perdite del nuovo amante, con il dono d'una spada
incantata, inviolla sopra d'una nave in forma di spaventevole serpe alla liberazione del
sospirato. Dissipò l'innamorata con la virtù del ferro ogn'incanto, e sprigionate le sue
viscere, ritornò al serpentino vascello, che raccolti gl'amanti, battendo l'ali per l'acque,
si volse verso le Strofadi, dove disperato dimorava il principe d'Argo, Thisandro.
Questi navigando il Ionio per andarsene a Corinto, desideroso d'aver nuove della sua
bella, approdata la nave a Zacinto, ritrovò su la spiaggia Rudione, scudiero di
Rosinda, dal quale intese la infedeltà della principessa, ed i suoi recenti amori con
Clitofonte. Tramortì al funesto di quei ragguagli Thisandro, e giunta la notte,
abbandonati nelle tende i sergenti, montò sopra d'un pallaschermo, e si diede
all'arbitrio del mare, che gettollo alle deserte arene d'una delle Strofadi. Scese su
l'incoltivato sasso il dolente, e stabilito di morire, tradito d'Amore, su quel deserto,
separato da' vivi, si spogliò l'armi, ed appesele in forma di trofeo ad una quercia,
intagliò nel tronco della pianta caratteri di disperazione con i quali esprimeva la
cagione della sua morte.
Impose Meandro a quelle intelligenze, ch'invisibili reggevano il natante serpente, che
lo facessero arrivare a quei lidi, acciocché Thisandro, conosciuto l'emulo, l'uccidesse,
per addolorare con la strage del suo adorato, Nerea. Ella avvedutasi della fuga di
Clitofonte, addoppiata la verga, e mormorati i carmi infruttuosamente per ritenerlo,
superata dalli studi del balio, convoca orrendo concilio di maghe amiche su la
solitudine a un scoglio a Corcira vicino, sperando, sconsigliata, di ritrovare in quella
dieta, consiglio, e rimedio all'acerbità de' suoi casi.
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Prologo
La Rosinda
PROLOGO
Scena prima
Con la scena della tenda velata.
Le Furie.
LE FURIE
Del magico concilio
chi vela li spettacoli?
Dei tartarei miracoli
chi chi l'aspetto ottenebra?
Squarcisi questa tenebra,
questa tela si laceri,
e la pompa terribile
fra le felci, e tra gli aceri
si faccia omai visibile.
Su su sorelle Eumenide
al sibilar degl'aspidi
tosto l'opra eseguiscasi
ratto il velo rapiscasi.
(portano con loro volando la tenda)
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
ATTO PRIMO
Scena prima
Selva sul deserto d'uno scoglio a Corcira vicino.
Nerea, Coro Primo, Secondo, Terzo di Maghe.
NEREA Della magica tromba i fiati o saggie,
su quest'aride spiaggie,
tra i sacri orrori, e tra i silenzi amici
di questo bosco annoso,
perché noto vi sia del mio penoso
cordoglio repentin l'aspre ferite
v'invitar risonanti. Udite, udite.
Rosinda, ohimè Rosinda,
la guerriera rivale
da Meandro il ribello, e lo sleale
protetta, favorita,
m'ha rapito la vita.
D'un incantato brando
con il don, che le fece il traditore,
dell'arti mie troncando
la fanciulla virtù, m'ha tolto il core.
L'amato Clitofonte
sovra orribile pin con lei se n' fugge,
io lagrimosa il vedo, e i scherni e l'onte
non posso vendicar maga impotente,
ahi consigliate voi questa dolente.
CORO Quell'anima è insensata,
Iº
ch'amante, e non amata
vuol languir volontaria in mezzo a' lai.
Nerea svegliati omai
dai sonni amorosi, e sciolti i nodi
fa', che fuor del tuo petto amor s'involi,
che della gelosa le sferze, i chiodi,
gl'aspidi, i geli il fier seco portando
ti lascerà d'alto conforto erede,
da servaggio sì reo libera il piede.
NEREA Chi d'amor non conosce
la fatal forza, il suo valor non crede.
A medicar l'angosce,
ch'arreca lo suo strale
ragion punto non vale:
troppo è il suo laccio adamantino, e forte,
né sanar può sua piaga altri, che morte.
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Atto primo
La Rosinda
CORO Se non valgono i carmi
IIº
contro magie canute,
a pro di tua salute,
poderosa reina, adopra l'armi.
NEREA Ove pugna l'inferno
cade ogni uman vigore.
Dell'empio protettore
del vecchio miscredente
troppo l'arte è possente,
le falangi tartaree egli ha devote,
cedon le nostre verghe alle sue note.
CORO Di Persefone amica,
IIIº
CORO
Iº e IIº
NEREA
CORO
Iº, IIº e IIIº
di Ecate a centri orrendi
precipita, discendi,
a lei le tirannie
esponi dal cadente, e i tuoi languori,
implora i suoi favori.
Con il lirico trace
la pietade a quei stagni un dì discese,
e col suo foco insin le furie accese.
Da luminosi superi
sì sì si piomba agl'inferi
il tuo tesor s'acquisti, e si recuperi.
Ite sul dorso alato
de' vostri mostri alle natie contrade,
le sotterranee strade,
approvando il consiglio,
m'appresto di calcar con piante ardite.
Apriti o terra, io scender voglio a Dite.
Da luminosi superi
sì sì si piomba agl'inferi
il tuo tesor s'acquisti, e si recuperi.
Scena seconda
La spiaggia d'una delle Strofadi.
Rosinda, Clitofonte, Rudione.
ROSINDA Il serpentino abete
qui s'arresta mio bene.
Quest'incognite arene
del nostro navigar sono le mete.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
CLITOFONTE Ogni terra, ogni lido
la spada n'assicura,
scendiamo pur, scendiam, bella guerriera
bella per mia ventura.
RUDIONE Padrona mia, padrona, aita, aita.
Se cado in questo luogo,
vado nel mar, m'affogo.
ROSINDA Sei pur, sei pur dappoco,
per sbarcare da un legno
anco chiedi il sostegno?
RUDIONE Legno chiami quel drago?
Egl'è un diavolo vero,
quanto temei, che m'inghiottisse intero.
ROSINDA Più che t'osservo, e miro,
Clitofonte mia speme
più dolcemente peno, e più sospiro.
Quando l'empia magia
dell'emula Nerea
prigionier ti tenea,
oh dio, di gelosia
provai tutti i tormenti, e se son viva,
del tuo nome invocato,
o mio cor sospirato,
oh mia fiamma infinita,
fu la virtù, che mi mantenne in vita.
CLITOFONTE De' dileguati incanti,
degl'importuni, e disprezzati vezzi
la membranza si spezzi,
e fatta in polve la disperda il vento.
Dolce, dolce contento
il mio digiun ricrea, drizza quei sguardi
a' sguardi miei, che tardi?
ROSINDA Li vibro. Eccoli, o caro,
ma se di strali armato
amore in lor s'annida
guarda, ch'ei non t'uccida.
CLITOFONTE O luminosi, o belli
volanti spiritelli
s'uccidermi sapete io vi perdono.
Anco de' miei nel trono
s'asside un faretrato,
che le superbie atterra.
ROSINDA
CLITOFONTE
A guerra dunque, a guerra.
A guerra, a guerra sì.
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Atto primo
La Rosinda
ROSINDA
CLITOFONTE
ROSINDA
Vedrem chi meglio sa
piagar la sua beltà.
Un dardo mi ferì.
Quest'altro aspetta, aspetta.
CLITOFONTE Arrotata saetta
ohimè mi passò il petto.
Lasso son quasi estinto,
non più lucidi arcieri, io son già vinto.
ROSINDA Così, così si doma
il domator dell'alme,
pur ti cedo le palme.
RUDIONE Non fan altro costoro,
ch'amoreggiarsi, ed io
per il terror passato anco mi moro.
CLITOFONTE Rosinda il piè s'inoltri, alta avventura
serba l'isola a noi, che non a caso
qui ci drizzò che della nave ha cura.
ROSINDA Così credo. E sparito il pino alato,
tu qui ci attendi.
RUDIONE
Andate,
non vi vorrei venir, benché chiamato.
CLITOFONTE Fermati. Qual trofeo
sospende là quel tronco? E chi lo pose?
ROSINDA Queste l'armi famose
son di Thisandro. Incise a piè del legno
che dicon quelle note?
CLITOFONTE Infelice guerriero
navigante qui giace
non li pregar, ti prego o requie, o pace.
Disperato morì,
Rosinda lo tradì
amor l'estinse. Fuggi a vele piene
da queste infauste, e maledette arene.
ROSINDA Ossa un tempo dilette,
del generoso pianto
già delle vostre lucide pupille,
ricevete le stille,
pietà vi piange, e intenerisce un petto,
chi vi lasciò per più gradito oggetto.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
CLITOFONTE Se qui d'intorno voli
ombra del grand'eroe,
mira del tuo rival nel volto impresso
del tuo fato il dolor. Le chiome eoe
di funebre cipresso,
e degli Sciti i crini
s'incoronino omai. Colossi, e marmi
eternino i tuoi gesti onor dell'armi.
Scena terza
Rudione.
RUDIONE
Thisandro è qui sepolto?
Rosinda l'ammazzò.
Piangere anch'io lo vo'.
RUDIONE
Ma lagrimar non posso:
mi disseccò degl'occhi il mesto umore
della fame il calore;
roderei, frangerei spolpato un osso
dentro del basilisco
non vidi una vivanda,
e se vi fosse stata
io non l'avrei mangiata,
tanto orror avei di quella furia.
Ora dove è penuria
d'ogni umano alimento
il mio destin m'ha spento.
Se l'isola è deserta, oh me meschino:
non vi sarà vicino,
ch'abbia d'un poveretto
forestier carità,
al sicuro di fame ei perirà.
Di già vacilla il piede,
l'occhio torbido mira,
il capo mi s'aggira,
mancar, morir mi sento,
voglio far testamento.
RUDIONE
Rudion, che mangiò
qual lupo, e divorò
affamato morendo
così tosto, dicendo.
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Atto primo
La Rosinda
RUDIONE
Lascio del mar, del lito
a corvi, alle balene il corpo mio,
a cibarsi di lui qui qui gl'invito.
Se 'l cibo mentre vissi
mi fu giocondo, e grato,
vo' morto esser mangiato.
Scena quarta
Thisandro, Rudione.
THISANDRO Armi, quando vi miro
io son dal vostro oggetto
a singhiozzar costretto.
Per gloriose prove
voi note al mondo, sovra scoglio inculto,
nidi d'infausti augelli, or dimorate,
lasciato il signor vostro; oh cieli, inulto.
Alla crudel troncate
le novelle speranze
esser doveano, e poi di sangue asperse
eleggersi i deserti.
L'erma spiaggia è conforme a' vostri merti.
RUDIONE Sento gente, che parla?
Egl'è un uomo. Allegrezza.
Oh quanto si consola
il voto ventre, e l'affamata gola.
THISANDRO Oh Thisandro, Thisandro
della tua donna infida
mira il caro scudiero, il servo infido.
Chi, chi ci vomitò su questo lido?
RUDIONE Ohimè. Del guerrier morto
è questa l'ombra; ohimè.
THISANDRO Che fa l'empia? Dov'è?
Non rispondi? Che sì
che ti gettò nel mar.
RUDIONE
Spirto va in pace.
La tua Rosinda, e Cli...
THISANDRO Rosinda, oh stelle, e chi?
RUDIONE Rosinda, e Clitofonte.
THISANDRO Clitofonte?
RUDIONE
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Di là
or se ne vanno appunto.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
THISANDRO Per dove? Per di qua?
RUDIONE Sì sì sì per di là.
THISANDRO Il vostro nume invoco,
oh furie, oh voi, che con le tedi, e gl'angeli
flagellandomi il sen m'ardete il core.
Disprezzato d'amore
sugl'occhi alla sleale
vo' sbranar il rivale
da voi spronato, e dallo sdegno invitto:
poscia cader trafitto
della mia destra, alla rival inante.
Non più, non più percosse
prendo l'armi, e li cerco, angui agitanti.
Scena quinta
Rudione.
RUDIONE
La fantasma sparì. Son tutto gelo.
Già già da me prende licenze il pelo.
Se l'avessi lasciato
almen da buon soldato
in un lascivo agone
non mi lamenterei, mi darei pace,
questo sol mi dispiace
pelarmi da poltrone.
Povero disgraziato;
speravo ristorarmi
creduto un uom quell'ombra,
e son stato vicino a spiritarmi,
con diavoli, e con larve
ha d'esser la mia pratica in eterno?
C'ho da far con l'inferno.
Rosinda mia, Rosinda
se mai giungo in sicuro
ti giuro a fé, ti giuro
con un addio lasciarti,
e alla capanna mia di far ritorno.
Non vo', non vo', ch'un giorno,
vivo presomi in spalla,
il demonio mi porti
alle case de' morti,
vo' star dove si mangia,
e scaldarmi col vin sin che potrò
non dove all'aria bruna
si languisce di sete, e si digiuna.
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Atto primo
La Rosinda
RUDIONE
Quanto è soave, quanto
lagrimar per dolcezza
di dolce Bacco tracannando il pianto.
Gusto maggior non ho
quando formo bevendo il clò, clò, clò.
Oh mia fortuna avara,
dove m'hai tu condotto
a veder acqua sola, ed acqua amara.
Quando più sentirò
caro vin mio quel tuo clò, clò, clò?
Scena sesta
La reggia di Dite.
Plutone, Proserpina.
PLUTONE
Amor ti cedo,
una sol dramma
della tua fiamma
di quanto foco
chiude il mio loco
ha più virtù
sceso quaggiù
l'aureo tuo strale
e più mortale;
fa maggior piaga.
Dolce mia vaga,
diva mia bella
per te quel monarca,
ch'impera a Cocito,
che regga la parca,
avvampa ferito.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
PROSERPINA
Se crudele
t'impiagò la mia beltà,
cor fedele
il languor ti addolcirà.
Il mio labbro
nutre umor, ch'il foco ammorza,
e rinforza
il piacer col suo cinabro.
Se tu vuoi la sanità
bacia, o re,
la mia fé,
la mia bocca or te la dà.
PLUTONE
La tua bocca
quando bacia a mille a mille
le faville
nel mio seno avventa, e scocca.
Quando prendo
a baciar quel tuo divino
bel rubino,
più m'infiammo, e più m'offendo.
Per accendere,
per offendere
baciar vuoi spietata mia,
non pietà,
ferità
è la tua barbara, e ria.
Scena settima
Nerea, Plutone, Proserpina.
NEREA
Non col ramo di Cuma, o con la scorta,
tremenda maestade or qui discendo,
disperazion d'amore a voi mi porta,
e di torvi una preda io non pretendo.
Per l'ombre delle selve, e delle fonti,
triforme dèa, per l'orbe tuo d'argento,
per il tuo re de' popoli defonti
dà salubre ristoro al mio tormento.
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Atto primo
La Rosinda
PROSERPINA Efficaci scongiuri
l'innamorata maga
per te signor mi prega.
Gl'affanni tuoi dispiega,
scoprimi la tua piaga.
NEREA Amo guerrier gentile,
questi di pari ardore
mantenne acceso il core;
poscia infido, oh martire,
d'altra beltà seguace,
m'abbandonò fugace.
Io l'arti esercitando,
che tua mercé possedendo
tra i singulti, e tra 'l pianto
all'emula lo toglio,
e sovra ameno scoglio
tra delizie l'incanto.
Meandro, a me scoperti,
temerario vassal, gl'osceni amori,
sdegnato a' miei rigori
alle repulse mie fe', che Rosinda
con le perdite sue per tormentarmi
il caro m'involasse, e rese imbelle
con la mia verga il mormorar de' carmi;
il soccorso, che chiedo
è, che sordo Cocito
renda del traditor vani gli accenti;
le mie note impotenti
sovrastino alle sue come agl'incanti,
d'oltraggiarmi il fellon più non si vanti.
PLUTONE La grazia si conceda.
Ratto sgombri costei l'infernal chiostro:
rieda alla luce, rieda.
De' suoi gelidi affetti
l'Erebo non infetti.
Questa d'Averno, questa,
Ecate mia, calpesta
la tenebrosa ria
colma di gelosia.
PROSERPINA Amante addolorata
ascendi lieta, ascendi, e scaccia i guai,
in tuo favor le mie potenze avrai.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto primo
PLUTONE
Amorosa
bella mia,
di gelosa
peste amore, il cor mi guardi
i suoi dardi
di lassù scocchi pur, scocchi
né mi tocchi
la crudel con il suo gelo,
nell'inferno io godo il cielo.
Scena ottava
Nerea.
NEREA
Qui qui dove inonda
il pianto ogni sponda,
mi brilla il contento.
Qui dove il lamento
assorda col grido
di Stige ogni lido,
d'immenso diletto
fo centro il mio petto.
Speranze fugaci
qui dove non può
sperar chi v'entrò,
tra gli urli, e le faci,
in mezzo alle pene
vi trovo ancor vive.
Su mie fuggitive
all'alme e serene
magion della luce,
a' chiari soggiorni,
s'ascenda, si torni,
amor ci conduce.
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Atto primo
La Rosinda
Scena nona
Coro di Spiritelli.
CORO DI SPIRITELLI
Ora che rapido
chi sferza Cerbero
l'atro dell'Erebo
sgombrò con trivia,
il piè, ch'è libero
da' ligi ossequi
formi con giubilo
danza festevole.
In fieri crucci
gl'altri s'impieghino,
e l'ombre esprimino
tra i lor patiboli
accenti queruli,
noi, noi festevoli,
fendendo l'aria,
carole al giubilo
tessiamo elogio
codardo, e misero
si batti, e maceri.
Sei Spiritelli formano il ballo.
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G. Faustini / F. Cavalli, 1651
Atto secondo
ATTO SECONDO
Scena prima
Bosco.
Clitofonte, Rosinda.
CLITOFONTE L'isoletta è deserta,
incoltivato il pian, di sterpi ha l'erta.
Sol d'infeconde piante
nutre boschi spinosi il scabro sasso,
né può vagar senza fatica il passo.
ROSINDA Quivi annidar si deve
infesta a' naviganti, o belva, o mostro,
l'uccida il valor nostro.
CLITOFONTE Mostro a punto volando
ver noi Rosinda viene, all'armi, al brando.
ROSINDA Dov'è, dov'è? No 'l miro, ove si pose?
CLITOFONTE Volò nella tua bocca, e si nascose.
ROSINDA Così scherzi, o diletto,
anima del mio petto?
CLITOFONTE Non sono scherzi i miei,
entrar lo vidi, e nell'entrar scoccò
l'arco curvo il feroce, e m'impiagò!
ROSINDA Se timido il volante
tra 'l mio labbro si chiusi egli è sicuro.
CLITOFONTE Dunque vuoi dar ricetto
a miei nemici, o bella, a' traditori?
Scaccia, scaccialo fuori.
ROSINDA No, no, l'assida il loco,
ne vorrà uscire. Ed a sforzarlo io temo,
che sceso nelle viscere, e fuggito,
non le squarci adirato, e inviperito.
CLITOFONTE Di raddolcirlo almeno
procura, e fa', che sia pace fra noi,
o dell'anima mia cielo sereno.
ROSINDA Placidetto s'asside
sull'uscio della bocca, eccolo, e ride.
CLITOFONTE Ragion comanda, e vuole
l'uso, che con i baci
s'autentichin le paci.
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Atto secondo
La Rosinda
Scena seconda
Rudione prigioniero d'un Gigante, Clitofonte, Rosinda.
RUDIONE Padrona, Clitofonte
questo diavolo irsuto
all'inferno mi porta, aiuto, aiuto.
Scena terza
Clitofonte, Rosinda.
CLITOFONTE Non par, non par, che voli
quella mole corporea, e smisurata?
Ladron, ladron aspetta.
ROSINDA Ei va sì, che rassembra una saetta.
CLITOFONTE Attendimi Rosinda
qui dove imbosca orridamente il scoglio,
quel villano assassin punire io voglio.
ROSINDA L'impresa a me si deve, interessata
nella prigion del mio.
Della spada incantata
la virtù vincitrice,
più che la forza, e il core,
m'inanima a seguire il predatore.
S'il suo nido nefando
sarà difeso da malvagi incanti
farà svanire ogni custodia il brando.
Incatenar lo vo' con suo gran scorno
spirto del mio spirto, io vado, e torno.
Scena quarta
Clitofonte.
CLITOFONTE
Se parte il mio respiro,
deh non mi lasciar solo
amor, che mi consolo,
se bene io non ti miro.
Lascivetto mio nume
invisibile al lume,
posto da parte il foco,
meco ragiona un poco.
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CLITOFONTE
Atto secondo
Sento mille querele
di questo, e quell'amante,
che ti fanno crudele,
bugiardo, ed incostante.
Sei tale, o pur son queste
calunnie manifeste?
Rispondi amor mio caro
io son un dolce amaro.
Scena quinta
Thisandro, Clitofonte.
THISANDRO Thisandro il corso arresta,
s'il piede la tracciò, la spada tronchi
del nemico rival l'odiata testa.
CLITOFONTE Un guerriero, un guerriero?
Il ferro impugna? Olà chi sei, che chiedi?
THISANDRO Guerra, guerra, non vedi.
CLITOFONTE E guerra avrai, che nato all'armi ed uso
battaglie non ricuso.
THISANDRO Della tua diva indarno
ti salverò la vita
quella imago, che porti in sen scolpita.
Bersaglio de' miei colpi
sarà quel loco, e fragile ritegno
diverrà forte usbergo al mio disegno.
Quell'arcier scellerato
che ciecamente ti protegge, e guida
a tuo favor pugnando entri in steccato,
Thisandro ambo vi sfida.
CLITOFONTE Il famoso Thisandro è questi, è questi?
Reggi la spada coraggiosa e destra
di ferir l'avversario è gran maestra.
Per tornar ne' sepolcri
risuscitasti, oppure
uscisti dagl'avelli
per farti delle belve esca, e d'augelli
per celarti al mio ferro
non ti giovar le fosse in questo lido.
Anch'io sfidato, e solo or ti disfido.
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Atto secondo
La Rosinda
THISANDRO Del valor di Thisandro
i superati incanti,
gl'atterriti giganti
le superbie domate
son prove note al mondo, e celebrate.
Della mia codardia
vo', che ragguaglio questo acciar ti dia.
Scena sesta
Vafrillo, Clitofonte, Thisandro.
VAFRILLO Sospendete quell'ire, o cavalieri,
accorrete pietosi, ov'io vi guido,
gigante il più feroce
di quanti mai ne partorì la terra,
sproporzionata guerra
con ardita fanciulla è in pugna atroce
tutte lacere l'armi, e insanguinate
ha la guerriera, e lena
di reggersi sul piè conserva appena.
CLITOFONTE Ohimè quest'è Rosinda.
La tenzon differita,
non si neghi il soccorso alla ferita
obbligo, cortesia
di cavalier, ci chiama all'opra pia.
THISANDRO Non più ragion, comprendo
lo stimolo, ch'a nove
contese ora ti move
la pugnante piagata
è quella dispietata,
che tradì la mia fede. Io vo' ritorla
di quel mostro al furore,
e poi che veda lei, passarti il core.
Io vi volea congiunti,
il ciel v'unisce: andiam.
CLITOFONTE
S'affretti il passo.
VAFRILLO Indebolito, e lasso
esser ciascun di voi
deve per la contesa.
Prendete pur vigore,
lenti ci incamminiamo. Il traditore
troppo è possente, e forte.
CLITOFONTE Sarà condotta a morte,
se tardiam, la guerriera.
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VAFRILLO
Atto secondo
Ei non uccide:
vive brama le prede, ed ha diletto
tormentarle in prigion. L'infame tetto
se la lite è decisa
vi scorgerò dell'empio, ove i lor fieri
casi, piangon le donzelle, e cavalieri.
THISANDRO E quando giunse, e quando
su questo scoglio abitator sì crudo?
Che vi fosse mai seppi. Egli si trovi,
e col suo fine al pellegrin si giovi.
Scena settima
Palazzo incantato.
Nerea, Cillena.
NEREA Su queste solitudini sassose
raggiunsi i fuggitivi
ora indifesi, e privi
della verga impotente
del lestrigon tiranno,
del lor Meandro in mia balia verranno.
L'incantato palazzo,
ch'eressero a' miei cenni, in un baleno,
spirti architetti, aperto sempre il varco,
la coppia infida ricettando in seno,
li negherà l'imbarco.
Le gigantee fantasme
seguendo la rivale or or qui arriva.
Vafrillo, semiviva
finta Rosinda, e tolto al ferro irato
di Thisandro il feroce,
il mio core, il mio fiato
per cui vivo, e respiro, a me s'invia
con l'incauto prigion, che m'imprigiona,
ch'al rigor del martir mi lascia, e dona.
Per levarmi il tormento
ogni rimedio io tento.
Che credi tu Cillena
svanirà la mia pena?
CILLENA Spero, reina, spero
vederti consolata,
dal tuo crudel baciata, e ribaciata.
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Atto secondo
La Rosinda
CILLENA
NEREA
CILLENA
NEREA
Lusinga, che prega
distempra il rigor.
Placabile è amor
bambino si piega.
Lusinga che prega
distempra il rigor.
Lusingare
una tigre è vanità.
Sempre amare
le bevande amor mi dà.
Lusingare
una tigre è vanità,
Amando si speri
d'aver a gioir.
Tra dolci pensieri
svanisca il martir.
Amando si speri
d'aver a gioir.
Sperar voglio
d'assaggiar di novo il mel,
che di scoglio
non ha il petto il mio crudel.
Sperar voglio
d'assaggiar di novo il mel.
Scena ottava
Rosinda, seguendo il Gigante, che le conduceva prigione il suo
Rudione, appena tocca il limitare dell'incantato palazzo che tramortita
se n' cade.
Cillena, Nerea, Rosinda.
CILLENA Dell'incantato suolo
forza, virtù possente,
disanima la gente.
NEREA Cadesti, empia cadesti,
ne' labirinti miei perfida entrasti.
Tu, che mi divoresti
le delizie, i contenti, alfin giungesti
a vomitarli alla vendetta in grembo:
ti minaccia naufragio orrido nembo
dalle cadute sue
facci il ciel, facci amore,
delle delizie mie, che sorga il fiore.
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Atto secondo
NEREA A quei tuoi svenimenti
svanisca il mio mortoro,
e provi l'alma amante il secol d'oro.
CILLENA Dell'esangue meschina
pietà, pietà reina.
NEREA Tra le reggie, e da regi
nacque Nerea, non tra bistonie selve
da immansuete belve:
inferocir non vo' contro la rea.
La beltà del mio bello
scusa il suo fallo, e gl'amorosi errori
scemano i miei rigori.
Vo', che pena le sia
per gl'atri, e per le sale
infaticabilmente andar vagante
in traccia del gigante.
Le notizie perdute,
il colosso cercato
le sembrerà l'amato,
e Thisandro il fuggivo
per Clitofonte abbraccerà, delusa.
L'anima, ch'è racchiusa
ne' stupidi soggiorni
agl'esercizi suoi la verga torni.
CILLENA Comincia a respirare,
apre gl'occhi, e risorge.
ROSINDA Chi m'ha levato il ferro?
Dov'è questo predon, questo villano?
Con disarmata mano
l'affogherò. Si cela?
Chi di voi me 'l rivela?
Tacete? Se no 'l trovo
con il nascoso loco
farò, ch'ardente incenerisca il foco.
Scena nona
Cillena, Nerea.
CILLENA Come rapida corre?
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Atto secondo
La Rosinda
NEREA Non può tardar l'arrivo
del mio bel fuggitivo;
avvicinar si deve.
Palpita il cor, l'anima trema, e 'l sangue
nelle fibre natie fatto è di neve.
Nerea misera langue,
tra la tema, e 'l desio gela avvampando:
le rigide bellezze, e troppo avare
cominciano i sospiri a salutare.
Scena decima
Vafrillo, Cillena, Nerea, Thisandro, Clitofonte.
VAFRILLO Ecco li prigionieri
all'immobile passo
alla ferma attitudine, o stupore.
Non sembrano di sasso.
NEREA Che mi vuoi morta? Ohimè rallenta amore,
non più rallenta l'arco,
ho di strali novelli il petto carco.
Oh mio dolce spietato, oh mio fugace,
non so come raccorti,
o nemico, od amante. Alla mia pace
ognor tu guerra apporti,
incessante flagello
sempre, sempre ti provo, o caro, o bello.
Per baciar la sua pena
l'alma da suoi recessi al labbro è giunta,
ma importuna onestà te sgrida e affrena
il semimorto senso,
del magico letargo
dalle catene, omai si sciolga, e sferri.
Raccogliete quei ferri.
CILLENA Animate si sono
queste statue guerriere.
THISANDRO Dov'è, dov'è la spada? Ove mi trovo?
In regie costrutture
non abitan ladroni.
CILLENA
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Ahi che di novo
della carcere antica,
sfortunato amator, calco le porte.
Quest'è Nerea l'abbandonata. Oh sorte.
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Atto secondo
NEREA Anco mi neghi ingrato
degl'occhi sprezzatori i rai scortesi?
Oppur del tuo peccato,
della tua fellonia complici resi,
non ardiscon fissarsi
nella lor tradita?
Luce bella, e gradita
ch'in due stelle divisa abbaglia i cori
volgimi i tuoi splendori.
Ti perdono l'offese. Un guardo pio
sconoscente mi neghi? Oh cruccio, oh dio.
CILLENA Obbligate le luci ad altro oggetto
non voglion, ribellanti,
altro viso mirar, ch'il lor diletto.
Contro di me la verga adopra, e l'arti,
te l'affermo Nerea, non posso amarti.
Scena undicesima
Thisandro, Nerea, Cillena.
THISANDRO Colei, che di Corcira
sostien lo scettro è questa,
che tra fiamma funesta
per chi mi tolse l'alma arde, e sospira?
NEREA Così barbaro parti
tu seguiti il mio duolo, e non mai stanco
sempre ti sia con le sue spine accanto
principe, i nostri pianti
han la vena comune.
Amorose fortune
con egual tirannia
ci avvelenò l'ambrosia, onde, costretti,
toschi invece di nettare beviamo.
A raddolcir soletti,
queruli, i nostri amori andiamo, andiamo.
THISANDRO Unisoni sospiri,
accordati singulti
sieno i nostri, o reina. Amor superbo
con fierezze ridenti
udirà l'armonia de' cor dolenti.
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Atto secondo
La Rosinda
Scena dodicesima
Cillena.
CILLENA
Povero amor; ciascuno
ti lacera, e ti chiama
con barbari epiteti ingiusto dio.
Ti seguo pur anch'io,
né tal ti provo, anzi di te mi lodo.
Lascio chi non mi vuole, e così godo.
Mi spiace sol, mi spiace
d'essermi qui ridotta
tra gl'eremi, e tra i sassi a viver casta.
Mi tormenta, e contrasta
il lascivo desio, ch'in petto io covo.
Delle soglie incantate
più d'un spirto ministro
con mentite vaghezze alletta i sguardi.
Affé getto i riguardi
se tardo sul deserto, e col periglio
della sua lunga coda ad un m'appiglio.
Scena tredicesima
Aurilla.
AURILLA
Castigar lo voglio affé.
Più leggero
del pensiero
sempre sta,
sempre va lungi da me.
Castigar lo voglio affé.
So ben io, come si fa.
Nell'amare,
a domare
crudo cor,
schernitor della beltà.
So ben io, come si fa.
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AURILLA
Atto secondo
Qui con Vafrillo il bello
mi condusse di corte
dentro nube volante
la maga mia, la mia reina amante.
Ei si smarrì, né sorte
ho di trovarlo, eppure
tutta ripiena d'amorose cure
il passo affaticando
lo vo, lo vo cercando.
Se crede il ribaldello
con maniere ritrose
spezzarmi il core a colpi di martello,
invece di schernir sarà schernito.
Egli è bene scaltrito,
m'anch'io, se non m'inganno,
semplicetta non sono,
s'alcun me la sa fare, io gli perdono.
Fanciulla anco mi vanto
nell'arti astute addottorar scolari,
e giocando in amor vincer dal pari.
Se n' viene vagabondo,
e discorre tra sé
per udir ciò, che dice,
vo' qui in disparte ritirare il piè.
Scena quattordicesima
Vafrillo, Aurilla in disparte.
VAFRILLO
Povere donne mie,
amor quante pazzie vi sforza a far.
Di rado v'accendete,
ma quando poscia ardete
siete troppo tenaci in adorar.
Povere donne mie,
amor quante pazzie vi sforza a far.
Mille leggiadri amanti
non saranno bastanti a farvi amar.
Alfine un solo è buono,
postevi in abbandono,
i disprezzi di tanti a vendicar.
Povere donne mie,
amor quante pazzie vi sforza a far.
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Atto secondo
La Rosinda
VAFRILLO
Aborrendo la reggia,
senza decoro, a guisa di baccante,
la bella delirante
i rimedi, che sa,
prova per ritenere il fuggitivo,
che posto d'altra amante in libertà,
e dell'amor primiero, è sano, e privo.
Per farci correr dietro
vi vuol la rigidezza, o donne care,
e bisogna con voi l'asprezza usare.
È spedito chi prega;
la vostra ostinazion vieppiù s'indura:
per renderla matura
non vi voglio impiastri, e lenitivi;
l'ammollisce il rigore,
e spesso un legno in voi ritrova amore.
Come il fucil trae dalla pietra il foco,
così da voi, più delle pietre dure,
pon le fiamme destar le battiture.
Vo' con Aurilla anch'io
fingermi rigidetto, acciò maggiore
in lei cresca il desio, sorga l'ardore;
vo' scolorir le sue sembianze belle.
AURILLA Sì, sì, t'accorgerai, s'io son di quelle.
VAFRILLO Eccola appunto. Voglio
finger di non vederla, e per mio gioco.
Far che giaccio geloso
cada sopra il suo foco.
AURILLA Udrem ciò, che sa dir questo ritroso.
VAFRILLO È ben più che stolto
chi adora un sol volto,
io dieci ne vo'.
Per una sola mai non arderò.
Certo, certo m'ha inteso.
AURILLA
Ei m'ha veduto,
e canta in questa guisa,
voglio in sagacità vincer l'astuto.
VAFRILLO Non vo', ch'il mio bene
sia posto in catene
d'alcuna beltà:
voglio amare, e godere in libertà.
Tormentoso sospetto
le dée gelare il petto.
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Atto secondo
AURILLA Aurilla a te. Se n' cada
morto a tuoi piè costui dalla sua spada.
Se crede alcun, ch'amore
alberghi nel mio seno egl'è in errore.
Son falsi i martiri,
son finti i sospiri,
è voce mentita,
mio spirto, mia vita.
Se crede alcun, ch'amore
alberghi nel mio petto egl'è in errore.
VAFRILLO Ohimè costei che dice?
AURILLA Cade trafitto omai questo infelice.
AURILLA
Se pensa alcun, ch'in core
nutri incendio amoroso egl'è in errore.
Per scherzo amoreggio
l'amante beffeggio,
con dirgli mia speme,
mia fiamma, mio bene.
Se pensa alcun, ch'in core
nutri incendio amoroso egl'è in errore.
VAFRILLO Aurilla addio.
AURILLA
Vafrillo!
VAFRILLO Così, così ti vanti
di schernire gl'amanti?
AURILLA Sarei ben senza senno
ch'amassi da dovero:
non ho così leggero
pargoletto mio bello
il core, ed il cervello.
VAFRILLO Eppur con queste voci amorosette
beffeggiando mi vai.
AURILLA
Son tanto avvezza
a mentir parolette, ed adulare,
che senza lusingar non so parlare.
VAFRILLO Oh falsa speme mia, misero me.
Derelitto da te,
Vafrillo, che farà?
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Atto secondo
La Rosinda
AURILLA Altra ritroverà,
che più sinceramente
gli sanerà cortese il cor languente.
Feci patto con Cupido
di piagar, senz'ardor mai.
Sempre vezzi falseggia,
degl'amanti io me ne rido.
Se non è morto, more
il finto rigidetto, il vantatore.
A domar questi tiranni,
della nostra libertà
belle mie così si fa.
VAFRILLO Udì certo costei
i miei proponimenti,
ch'eran d'ingelosirla, e questi accenti
forma, imitando i miei,
per vincermi in rigore, e in gelosie,
d'accortezza natie,
forz'è, ch'io lo confessi,
donne ci superate, e il vostro ingegno
sol di far star gl'amanti aspira al segno.
Ma placherò ben io
l'alterato cor mio.
Queste comuni, e simulate asprezze
ci condiranno i baci, e le dolcezze.
Scena quindicesima
Rudione, Vafrillo.
RUDIONE Ohimè non ho più scampo,
nella disgrazia mia di nuovo inciampo.
VAFRILLO Ch'hai tu? Di che paventi?
RUDIONE Io credea, che tu fossi
quell'orrendo gigante, e maledetto.
Mi torna il cor nel petto.
VAFRILLO Di poco almeno errasti,
t'ingannò la statura
ma dentro queste mura,
che fai, chi sei, che cerchi, e com'entrasti?
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Atto secondo
RUDIONE Son scudier di Rosinda,
qui dalla spiaggia, qui
mi condusse un gigante, e cerco alcuno,
che ristori, e che cibi il mio digiuno.
Cado, non ho più lena,
la fame, ohimè m'uccide,
s'a mangiar son sfidato io vinco Alcide.
VAFRILLO Non temer, vo' saziarti;
olà quivi arrecate
vivande all'affamato,
condite, numerose, e delicate.
Scena sedicesima
Appariscono sei Nani, e s'accostano con sei coppe, ripiene di varie
vivande, a Rudione.
Rudione, Vafrillo, coro di Nani taciti.
RUDIONE
Rallegrati mia gola,
ventre mio ti consola,
per letizia gridate
semivive budelle.
O vivande mie belle
tanto desiderate
voi siete il mio ristoro,
vi prendo, e vi divoro.
In questo, escono dalle coppe de' Nani spaventevoli serpi, quali
vomitando fuoco necessitano alla fuga il povero affamato.
VAFRILLO Ah, ah. Vo' seguitare
il deriso meschino, e da dovero
farlo, farlo cibare.
Partito Vafrillo, i Nani intrecciano un ballo.
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Atto terzo
La Rosinda
ATTO TERZO
Scena prima
Rosinda.
ROSINDA
Onde partii ritorno.
Qual di questo soggiorno
latebra, a me ti cela
o codardo ladrone?
Timido, la tenzone
con disarmata vergine paventi?
Senti il mio grido, senti.
Mi caverò l'usbergo,
mi trarrò l'elmo getterò lo scudo,
e con il corpo ignudo,
coperto sol quanto onestà richiede,
in singolar steccato
entrerò teco, esci pur, esci armato.
Anco non vieni, e temi
vilissimo assassino? O che morrai
nelle tane profonde
ove viltà ti asconde,
o ch'io ti sbranerò. Sì vasta mole
piena di codardia tolgasi al sole.
Scena seconda
Thisandro, Rosinda.
THISANDRO Rosinda l'incostante, ohimè Rosinda.
ROSINDA Oh della vita mia immortale.
Ti fe' la mia tardanza
temer d'infausto evento,
onde, dolce tormento,
seguisti addolorato
l'orme del piede amato.
THISANDRO Clitofonte mi crede,
l'incanto la delude.
O bellezze mie crude
dov'è l'antica fede?
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Atto terzo
ROSINDA Non può chi si nasconde
inciampar nella morte,
sì trionfa del forte.
Fugace, e sbigottita
sempre da me seguita
fu quella belva umana.
Entrò qui, né so dove ella s'intana.
Ma tu lo spirto lasso
con la gemina stella
a ristorar ne vieni anima bella.
THISANDRO Già, ch'a Thisandro, amore,
con barbaro rigore
fuggitivo li rende il suo piacere
vuol come Clitofonte almen godere.
THISANDRO
Non potea,
vaga dèa,
il mio core
star disgiunto
dal suo centro, e dal suo punto.
Disse Amore,
che là solo
pien di duolo
mi scorge
che fai qui? Segui il mio piè.
Così scorto io vengo a te.
ROSINDA
Mio bel fato
sospirato
caro arrivi.
Co' tuoi soli
mi rallegri, e mi consoli.
Sempre vivi
scintillanti
e brillanti
sien per me
quei splendori, e di mia fé
le delizie, e la mercé.
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Atto terzo
La Rosinda
Scena terza
Clitofonte, Rosinda, Thisandro.
CLITOFONTE Non cadi Clitofonte?
L'angoscia non t'uccide?
Le tue bellezze infide
abbraccian lusinghiere, e lusingate,
il tuo rivale? Ah traditrici ingrate.
ROSINDA Ecco il gigante indegno, ecco il rapace.
Ladron sì tardi audace?
Così di pigro ardire
armi quel petto infame?
Preparati alla pugna, ed al morire.
Dov'è la tua rapina?
Ov'è il mio scudiero
uomo non già, ma femmina assassina?
THISANDRO Di novo delirante
le sembra Clitofonte
il cercato gigante.
CLITOFONTE Ah Rosinda, Rosinda,
qual, qual tartareo oblio
la conoscenza mia ti sommerge?
La memoria dov'è
de' nostri dolci amori idolo mio?
ROSINDA Dallo sdegno costui mi tragge il riso.
Chi sei tu?
CLITOFONTE
Clitofonte,
colui che mai te parte indiviso.
ROSINDA Ah, ah, ah, ah; si finge
te mio foco il fellone,
conoscer non ti dée, perché la pena
non mandi il ferro a far grondar la vena.
THISANDRO Lasciam questo codardo.
Non si lordi la mano
di sangue sì villano.
ROSINDA No, no, non fuggirai
per mentir personaggio estremi i guai.
CLITOFONTE Eccomi genuflesso
tua crudeltate appaga.
THISANDRO Il vuoi più vile? Andiamo.
Libero colà parmi
Rudione veder.
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ROSINDA
Atto terzo
Sì sì partiamo.
Ah, ah, la codardia
tiene in quel seno il trono,
e spiega le sue insegne. A lei lo dono.
Scena quarta
Clitofonte.
CLITOFONTE
Ove vai? Torna, senti,
magica verga, bella mia, t'accieca.
Fantasmi fraudolenti
ti mutano gli oggetti.
I sviscerati affetti
ch'amano Clitofonte
son fa larve ingannati
voi, voi cieli, voi fati
queste degl'empi abissi
scelleraggini enormi acconsentite?
Fiera Nerea ti eclissi,
astro vendicativo, ogni contento,
e come martirizzi il mio diletto
con le ceraste sue ti sferzi Aletto.
Scena quinta
Nerea, Clitofonte, Cillena.
NEREA Dettami le parole
amorosa facondia, onde poss'io
del ribellante mio
stemprar nel cor ferino,
con la lingua di foco, il ghiaccio alpino.
CLITOFONTE Vedila Clitofonte.
Fuggi le sue lusinghe, ed i suoi vezzi
dispera con i sprezzi.
NEREA Ferma, arresta quel piede
o nobile macigno,
volubile tu l'hai come la fede.
Non partirai crudele,
pria che di mie querele
non odi il suon dolente, e che non senti
l'aspra tua ferità ne' miei lamenti.
CILLENA Disdegnoso la mira.
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Atto terzo
La Rosinda
CLITOFONTE Che dirai, sempre infesta alla mia pace?
Arsi un tempo per te, smorzai la face,
l'accesi ad altro foco, e te lasciai.
Questi sono i tuoi lai.
Odimi, quel tuo pianto
non può risuscitar fiamma, ch'è spenta,
né il mormorato incanto
può dar la vita ad un estinto ardore,
saggia, chiudi la piaga, e sana il core.
CILLENA Raddoppia la meschina
le calde lagrimatte.
NEREA Ch'io non t'ami spietato?
La ragion non ha fiato
per smorzar quell'incendio aspro, e vorace.
Che nel mio petto infuso
per le vene mi serpe. Egra, ricuso
la sanità. Piuttosto,
che abbandonarti, o disperata speme
voglio amarti nell'odio, e nelle pene.
NEREA
Vieni, vieni in questo seno,
che sereno
già t'accolse entro il suo latte.
Le sue, caro,
mamme intatte,
se già manna a te stillaro,
da quei fini
loro rubini.
Vo', ch'ambrosia or ti zampillino.
NEREA Sii tranquillino
mio placato, e bel Polluce,
le mie sorti alla tua luce.
CLITOFONTE Lusinghevol sirena
credi indarno allettarmi,
molli verran pria, che mi adeschi, i marmi.
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Atto terzo
Scena sesta
Cillena, Nerea.
NEREA Così parti sprezzante?
Il fulmine ti segua;
scaglialo dal tuo soglio, o gran tonante.
Lassa, lassa, chi nuoco?
Il castigo di foco
trattien, trattien signore.
L'amato traditore
m'offenda pure ardito,
inoffeso se n' vada, ed impunito.
Amor fulmina, amor del suo misfatto
è consigliero, e sprone:
sia l'iniquo garzone
confinato a girarsi eternamente
sull'orbe d'Ision tristo, e dolente.
CILLENA Non ti smarrir reina
tra le repulse, ho speme
di vederti a gioir l'alma, che geme.
Scena settima
Meandro, Nerea, Cillena.
MEANDRO Penitente offensore,
rubello supplicante
vedi al tuo piè prostrato, alta regnante.
CILLENA Quest'è Meandro il saggio.
MEANDRO A medicar l'oltraggio
con salubre licore a te ne vegno;
dall'amoroso regno
fuggito, e della fiamma,
che tra le brine dell'etade, il seno
m'ardea per te libero, e sano appieno.
NEREA La reale indulgenza
ti cancella l'offese,
si dimentica i torti.
Ma qual rimedio al mio languire apporti?
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Atto terzo
La Rosinda
MEANDRO Rosinda, e Clitofonte
della scitica fonte
smorzar, libate l'acque, il foco antico,
e suscitaro in loro altro desio.
Tra i Garamanti è un rio,
che con contrari effetti
ravviva i spenti affetti.
L'onda, ch'è qui racchiusa
là, per giovarti io colsi, e a te la porto,
vedrai sorgente il tuo piacer, ch'è morto.
Torna Rosinda al seno
riverita mia figlia,
e vedrai meraviglia.
NEREA
Letizia, e giubilo,
cessate gl'impeti,
non uccidetemi,
il cor, che debole
non può resistere.
Lagrime torbide,
sospiri languidi,
io vi licenzio:
non più di assenzio
beverò i calici,
che del mio strazio
amore è sazio.
Scena ottava
Cillena.
CILLENA
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Gioirà la reina, io penerò,
mi saranno amarezze
le tue care dolcezze,
oggetti tormentosi ognor vedrò.
Ma no, di che m'affanno?
Clitofonte, e Nerea pacificati
i scogli lasceranno.
Io rivedrò la reggia, antico nido
de' miei dolci piaceri,
ove passo le notti, e i giorni interi
con più d'un mio Cupido
in lascive assemblee. Non più timore
ritorneremo a nostri lussi, o core.
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Atto terzo
CILLENA
Bellezze incoltivate
il vostro vago ornate,
accrescete con l'arte i vostri lampi,
chi vi rimira avvampi.
Giunte nella città
incatenate, ardete,
la mia necessità voi, voi sapete.
Affamata digiuno,
il sole è per me bruno
amor di gelo, e l'uomo sparito, e morto,
rendetemi il conforto.
Giunte nella città
incatenate, ardete,
la mia necessità voi, voi sapete.
Scena nona
Cortile del sopraddetto palazzo.
Rudione.
RUDIONE
Lodato il mio Vafrillo ho empito il ventre.
Felici queste bande,
che vino, che vivande.
Mai più di qua mi parto. Addio Rosinda.
RUDIONE
Non voglio più seguirti
fatto gioco de' spirti
al sole, ed alla neve:
qui si mangia, e si beve
in ozio, alla reale.
Ma Venere m'assale,
Bacco col suo calore
m'accende il pizzicore.
Quest'è un altro appetito,
che sopraggiunto m'ha,
e non trovar pavento
chi a questo incitamento
facea la carità.
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Atto terzo
La Rosinda
Scena decima
Aurilla, Rudione.
AURILLA
Del mio petto
con le nevi accendo i cori
del diletto
dispensiera, e degli amori
fo beato
tra le braccia il vago amato.
RUDIONE Uh, che bella fanciulla
piena di leggiadria.
Amor sa 'l mio bisogno, e qui l'invia.
AURILLA Il mio bello ritroso
impetrò la mercé de' vanti arditi,
e confessò tra dolci abbracciamenti,
che gl'uomini, di noi
son schiavi impotenti.
RUDIONE Ohimè l'ho perso, ohimè
nel petto egli non v'è.
AURILLA E c'hai perduto?
RUDIONE
Il core.
Tu, tu me l'hai rubato,
qui venni in mia mal'ora
per restar sviscerato.
AURILLA Povero sfortunato.
A dirtela, il tuo core
non lo rubai, nel petto mi saltò.
È vero sì, sì l'ho.
Ma pietosa al tuo caso atroce, e rio
farò un cambio, se vuoi, ti darò il mio.
RUDIONE Volentieri lo torrò.
Così, così mio ben
con un core nel sen viver potrò.
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Atto terzo
Scena undicesima
Vafrillo, Aurilla, Rudione.
VAFRILLO Aurilla, Aurilla mia
da tue bellezze rare
lontan star non poss'io.
Convien, che come il rio ritorni al mare.
AURILLA Di te, di te più bello
ritrovato ho un amante,
vedilo, quest'è quello.
Vafrillo si dileggi
l'innamorato mostro, e si beffeggi.
VAFRILLO Sì, sì. Se tu mi lasci
prezioso tesoro
perdo l'anima, e moro.
RUDIONE Ospite mio gentile
se la tua cortesia già m'obbligò,
e se risuscitò
Rudione per te morto di fame
alle mie nove brame
concedi l'esca, e insin c'abito qua
rinunziami, ti prego,
questa, questa beltà.
Sana il mal, che mi festi:
col tuo lauto convito
fosti, fosti cagion del mio prurito.
AURILLA Che licenza pretendi?
Non ha, non ha ragione
alcun sopra di me, libera io sono,
di novo mi ti dono.
VAFRILLO Già, già che così vuole il mio destino,
al mio male acconsento.
Ti concedo il favore,
e voglio per tu' amore
soggettarmi al tormento.
Ma pregasi Cupido,
ch'assista a' tuoi diletti amico, e fido.
AURILLA Cantiam, cantiam a tre
«amor di nostra fé».
La sai?
VAFRILLO
RUDIONE
La so, la so.
Anch'io vi seguirò.
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Atto terzo
La Rosinda
AURILLA, VAFRILLO E RUDIONE
Amor di nostra fé
stringi, deh stringi i nodi,
e faccia tua mercé,
ch'il cor le tue dolcezze, e gusti, e godi:
proteggi i nostri ardori,
spargi, spargi il tuo mel sui nostri amori.
RUDIONE Così, così partite?
Così, voi mi schernite?
AURILLA
Bel sembiante,
bell'amante
da baciar le verginelle.
Dove siete,
qui correte,
per baciarlo, o donne belle.
Bel sembiante,
bell'amante
da baciar le verginelle.
Vago labbro
di cinabro
da dar baci in dolci amplessi.
S'io 'l toccassi,
se 'l baciassi
sputerei sin che vivessi.
Vago labbro
di cinabro
da dar baci in dolci amplessi.
RUDIONE Senso mio torna, torna
a tuoi sonni primieri,
né mai più ti destar su questo scoglio.
Esser da te non voglio
tormentato co' stimoli, e pensieri.
Non vuol questa villana in sé raccormi.
Senso mio dormi, dormi.
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Atto terzo
Scena dodicesima
Rosinda, Clitofonte.
ROSINDA Strane cose mi narri.
Maledetti deliri
voi m'arrecaste in sen l'odiato pondo
seno impuro, ed immondo,
contaminato, e infetto
dagl'aborriti amplessi,
della tua viva fiamma unito al petto
purga le sordidezze.
Perdonate all'offese, o mie bellezze.
CLITOFONTE Ohimè di gioia io moro.
Congiunto a questo seno
dolce, grato veleno
con qualità di foco
m'uccide a poco, a poco.
ROSINDA Quai svenimenti, o fido
mi ti rendono esangue, e semivivo?
Vipera non son io.
Apri gl'occhi ben mio.
CLITOFONTE Abbandonati i sensi,
vicina alla tua bocca, uscir volea
l'anima dalla mia per cangiar nido;
s'interpose Cupido
e ritornar la fece a' primi offici
negl'elisi felici
del tuo petto bramava
passar beata l'ore
della carcere sua, caro il mio core.
Scena tredicesima
Meandro, Rosinda, Clitofonte.
MEANDRO Amanti, intempestivi
sono gli scherzi, e gl'amori.
Uscir da questi errori
tosto conviene a voi. Nerea sdegnosa
vi prepara prigion tetra, e penosa.
ROSINDA Oh Meandro, Meandro.
CLITOFONTE
Oh saggio amico.
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Atto terzo
La Rosinda
MEANDRO Turbe di Flegetonte in mille forme
custodiscon l'uscita. Onda v'arreco,
che bevuta da voi farà, che cieco
divenga ogni custode, e ne' lor sibili
deluse l'empie guardie,
verrete agl'invisibili invisibili.
Ma per fuggir, sinché la fuga ha il varco,
dall'incantata rete,
ecco l'acqua bevete.
ROSINDA Il rimedio ricevo.
CLITOFONTE Pronto la prendo, e bevo.
MEANDRO Beuta la salute
con l'onde avete, e risanati i cori
delle piaghe mal nate.
Omai vi ravvivate
dell'antiche faville o spenti ardori.
Già già scopro animarvi estinti affetti
onde prendo congedo,
e de' miei studi a tetti,
lieto alle vostre vite, io me ne riedo.
Scena quattordicesima
Rosinda, Clitofonte.
ROSINDA Thisandro il core invoca,
e l'anima le dice
ch'è morto l'infelice.
CLITOFONTE Nerea, questo sospiro
per messagger ti manda
delle sue conversioni il convertito.
Ei se ne viene ardito
a te sua dolce, e riaccesa face,
sperando d'ottener perdono, e pace.
ROSINDA Tu, tu morte li desti
crudel, cangiando ardore.
Nella tua colpa infida
per vendetta t'uccida
l'affanno, o traditore.
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Atto terzo
CLITOFONTE
Dove sei? Vieni, vieni
mio ravvivato ardore
a rallegrarmi il core
delle bellezze tue con i baleni.
Dove sei? Vieni, vieni.
Scena quindicesima
Nerea, Clitofonte, Cillena, Rosinda.
NEREA Ancor sei tu satollo
di flagellarmi, o bello
mio tiran, mio rubello?
CLITOFONTE Testimoni veraci
del mio cangiato intento
questi umori ti sien del pentimento,
che parti rugiadosi
il lume figlia, e stilla,
meta de' miei riposi,
calma del mio penar vaga, e tranquilla.
NEREA Oh pentito adorato,
s'il ben era insperato
morta mi avrebbe il repentin piacere.
Grazie al bendato arciere
ritorni pur, ritorni
ricuperata speme
di queste braccia mie tra le catene.
CLITOFONTE Delle tue gioie nove,
rinnovata reina,
son stata indovina.
ROSINDA Mi son gl'altrui contenti
spine acute, e pungenti.
CLITOFONTE
NEREA
Non vo', non vo' perdono,
punisci il delinquente.
Ribellante nocente
volontario mi rendo, e m'imprigiono.
Non vo', non vo' perdono,
punisci il delinquente.
Punir ti vo' ben sì,
ma sieno i tuoi castighi
mirati dalla notte, e non dal dì.
Punir ti vo' ben sì.
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Atto terzo
La Rosinda
ROSINDA
Io merto ogni tormento,
ch'il mio guerrier ho spento.
Sveni la vostra fede un'incostante,
esempio ad ogni amante
volubile, e leggera.
Pera la rea d'infedeltade, pera,
sveni la vostra fede un'incostante.
Scena ultima
Thisandro, Nerea, Rosinda, Clitofonte, Cillena, Rudione.
THISANDRO Della mia vaneggiante
traccio l'orme smarrite,
da quei vezzi ingannato
vago d'aver ferite.
NEREA La tua fama, o guerriero, omai ritorni
a tralasciati voli
con le penne d'amore
prove del tuo valore
porti di novo all'occidente all'orto
valorosa Rosinda ecco il tuo morto.
ROSINDA Vive Thisandro, vive? Ed io non spiro
nel vederti spirante
traditrice, spergiura, infida amante?
Non so come abbracciarti:
nella colpa avvilito
non osa rimirarti,
conscio de' suoi misfatti,
l'occhio ch'ad altro oggetto
sovvertì il core a consacrar l'affetto.
THISANDRO Ti rimetto il delitto
bella mia lagrimosa.
In questo petto afflitto
riedi, corri, riposa.
Oh dio son tutto ghiaccio,
e pur stringo la fiamma, e 'l sole abbraccio.
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Atto terzo
CLITOFONTE
Resti il nostro furore
da quei nodi sì stretti incatenato,
e l'odio esanimato
cada tra quelle paci.
Al suon de' nostri baci
fugga la gelosia.
Raddoppiamo gl'amplessi anima mia.
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Indice
La Rosinda
INDICE
Interlocutori............................................3
Spettatore................................................4
Delucidazione della favola......................5
Prologo....................................................6
Scena prima........................................6
Atto primo...............................................7
Scena prima........................................7
Scena seconda....................................8
Scena terza.......................................11
Scena quarta.....................................12
Scena quinta.....................................13
Scena sesta.......................................14
Scena settima....................................15
Scena ottava.....................................17
Scena nona.......................................18
Atto secondo.........................................19
Scena prima......................................19
Scena seconda..................................20
Scena terza.......................................20
Scena quarta.....................................20
Scena quinta.....................................21
Scena sesta.......................................22
Scena settima....................................23
Scena ottava.....................................24
50 / 51
Scena nona.......................................25
Scena decima....................................26
Scena undicesima.............................27
Scena dodicesima.............................28
Scena tredicesima.............................28
Scena quattordicesima......................29
Scena quindicesima..........................32
Scena sedicesima..............................33
Atto terzo..............................................34
Scena prima......................................34
Scena seconda..................................34
Scena terza.......................................36
Scena quarta.....................................37
Scena quinta.....................................37
Scena sesta.......................................39
Scena settima....................................39
Scena ottava.....................................40
Scena nona.......................................41
Scena decima....................................42
Scena undicesima.............................43
Scena dodicesima.............................45
Scena tredicesima.............................45
Scena quattordicesima......................46
Scena quindicesima..........................47
Scena ultima.....................................48
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Brani significativi
BRANI SIGNIFICATIVI
Amor di nostra fé (Aurilla, Vafrillo e Rudione) ......................................................... 44
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