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Io Sono Io Lavoro - Raffaele Lelleri

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Io Sono Io Lavoro - Raffaele Lelleri
Report finale di
Io Sono Io Lavoro
prima indagine italiana sul lavoro
e le persone lesbiche, gay, bisessuali
e transgender/transessuali
A cura di Rafaele Lelleri
contributi di Laura Pozzoli
Priscilla Berardi
Responsabile del progetto Michele Giarratano
Bologna
ottobre 2011
iosonoiolavoro.it
arcigay.it
Pro ge tto
“Lo tta all’o m o fo bia e pro m o z io ne de lla no n dis crim inaz io ne s ui
luo ghi di lav o ro co m e s trum e nto di inclus io ne s o ciale ”
finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
ai sensi della lett. f) della L. 383/2000 – Direttiva annualità 2009
a cura di: Arcigay
www.arcigay.it - www.iosonoiolavoro.it
Responsabile del progetto:
Supervisione del progetto:
Coordinatore Logistico:
Amministrazione:
Supervisione Amministrazione:
Comunicazione e sito web:
Gruppo di supervisione scientifica:
Form a z ion e
Responsabili formazione:
Formatori:
Ricerca
Responsabile scientifico:
Assistenti ricerca:
Ricercatori città focus:
Impaginazione:
Grafica:
Stampa:
Michele Giarratano
Rosario Murdica
Alessandro Ballarin
Alessandro Ballarin, Carmela Castellano,
Antonio Piras
Bert D’Arragon
Stefano Bolognini, Carmela Castellano,
Francesco Giudice
Marco Coppola, Michele Giarratano,
Raffaele Lelleri, Rosario Murdica,
Paolo Patané
Michele Giarratano, Linda Giuriato,
Stefano Basaglia, Claudia Benvegnù,
Michele Giarratano, Linda Giuriato,
Luciana Grieco, Miles Gualdi,
Cathy Latorre, Rosario Murdica,
Luca Pietrantoni, Marina Pirazzi,
Laura Pozzoli, Emilio Tanzi,
Fausto Viviani.
Raffaele Lelleri
Priscilla Berardi (parte qualitativa),
Laura Pozzoli (parte quantitativa)
Marco Carnabuci (Catania),
Laura Guercio (Genova),
Daniele Paolini (Firenze)
Carmela Castellano
Alessandro Ballarin
Tipografia Negri – Bologna
Presidente nazionale Arcigay: Paolo Patané
Segreteria nazionale Arcigay – Area Progetti: Rosario Murdica
Segreteria nazionale Arcigay – Area Formazione: Marco Coppola
Coordinatore nazionale Progetti Arcigay: Bert D’Arragon
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Prefazione
Il lavoro che è presentato in queste pagine nasce in primo luogo
come un impegno di Arcigay ad andare oltre. Oltre l’invisibile.
Squarciare il velo della disconoscenza per arrivare a riflettere, con
dati concreti e con storie di vita, sul quel diritto inalienabile di essere
se stessi e se stesse sul luogo di lavoro.
La ricerca IO SONO IO LAVORO colloca al centro dell’indagine la persona LGBT e il suo diritto alla visibilità anche nei luoghi di lavoro proprio in virtù della sua realizzazione personale.
Questo studio è stata una scommessa.
Molte le perplessità di riuscire a raggiungere un risultato indicativo
attraverso un questionario non facile e ricco di suggestioni anche per
chi, con buona volontà, ci raccontava di sé e della sua storia.
Un percorso di domande che avrebbero ricordato al compilatore,
passo dopo passo, momenti della propria vita, spesso difficili e talvolta racchiusi dentro stereotipi e pregiudizi.
Ci siamo ricreduti.
Molte le risposte raccolte, che hanno fornito corpo e anima a questa scommessa.
Ci siamo resi conto del valore delle risposte, dell’impegno di analisi
che avremmo dovuto svolgere e della pista che si apriva innanzi a noi:
collocare il riconoscimento del diritto al lavoro delle persone LGBT alla
non discriminazione in un ambito di comunità sociale, di pari opportunità, di welfare inclusivo.
Questo non è un lavoro che dà risposte.
Questo lavoro espone come le persone LGBT decidono di affrontare
la visibilità o l’invisibilità, non solo nella vita quotidiana, ma nel proprio ambiente di lavoro e in tutti quegli ambiti che ne caratterizzano
l’accesso. E in alcuni casi non si ferma al tema ma va oltre, mostrandoci
cosa pensa e quali sono le aspettative della persona che ci ha risposto.
Ci mostra come vivano le persone nella loro quotidianità nel contesto complesso del mercato del lavoro, delle sue forme organizzative e
culturali che spesso impongono a ciascun lavoratore regole comportamentali e che talvolta impediscono o ostacolano la piena espressione
della personalità.
Ci rivela, anche, come le persone LGBT sviluppano strategie individuali - spesso efficaci, talora no - soprattutto nei rapporti con i colleghi, nelle possibilità di avanzamento professionale e di carriera nella
propria sopravvivenza psicologica in ambienti di lavoro caratterizzati
da livelli di omofobia diretta e indiretta talvolta insopportabili.
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Al tempo stesso, in alcuni casi, mostra come il valore dell’essere autentici produce qualità e professionalità nell’ambito del lavoro e come
ciò diviene giorno dopo giorno una base feconda di mutamento. Mette,
quindi, in evidenza la necessità di costruire ambiti di protezione giuridica per le persone omosessuali e transessuali sempre più dimenticate, attraverso piste e azioni positive per il raggiungimento delle pari
opportunità per tutti e per tutte.
Vi è, inoltre, da sottolineare la piena disponibilità sulla raccolta di
opinioni, analisi e suggerimenti sul tema da parte degli stakeholder,
non solo in qualità di testimoni privilegiati ma come protagonisti attivi delle policy in materia di diritto, inclusione sociale e di azioni di
lotta alle discriminazioni in termini di mainstreaming.
È quindi un ragionamento ampio quello che si presenta e che si offre
al dibattito, per comprendere in profondità sia il numero di episodi di
omofobia e di discriminazione sul posto di lavoro sia la necessità impellente di dare risposte adeguate e rispettose della vita delle persone
LGBT.
Arcigay, dunque, ancora una volta dimostra il suo impegno concreto
e propulsivo nella storia di questo Paese. Per il diritto al lavoro senza
discriminazione e per un’effettiva pari opportunità per tutti e tutte.
Paolo Patanè
Presidente Nazionale Arcigay
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Il progetto “Lotta all’omofobia e promozione
della non discriminazione sui luoghi di lavoro
come strumento di inclusione sociale”
(di Michele Giarratano)
Il progetto Arcigay “Lotta all’omofobia e promozione della non discriminazione sui luoghi di lavoro come strumento di inclusione sociale”, co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ai
sensi della Legge 383/2000 art. 12 comma 3 lett. F anno finanziario
2009 ed ora concluso, nasce in risposta al fenomeno delle discriminazioni in ambito lavorativo.
L’ambito in cui ha operato ed opera è quello della promozione dell’inclusione sociale e della lotta contro le discriminazioni delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali (LGBT).
Tre erano gli obiettivi principali:
• Costruire una piattaforma scientifica di dati quantitativi e qualitativi sull’estensione e l’articolazione del fenomeno discriminatorio
LGBT in ambito lavorativo.
• Sperimentare metodologie di osservazione standard dei fenomeni
di omo/transfobia e omo/transnegatività, al fine di costituire in seguito un database nazionale sostenibile e fondato sulla realtà.
• Formare dei mediatori in grado di intercettare e riconoscere il fenomeno e, se necessario e opportuno, di intervenire appropriatamente
ed in collegamento con le risorse del territorio.
Il progetto ha permesso, inoltre, di effettuare una mappatura delle
buone prassi esistenti, in modo da divulgarle presso altri enti, associazioni, operatori del diritto, esperti di gestione delle risorse umane.
Sono state così sviluppate competenze trasferibili a tutti quei soggetti pubblici e privati che operano a contatto con le persone omosessuali ed eterosessuali ed erogano servizi complessi e plurimi per la
prevenzione di fenomeni di esclusione o discriminazione sui luoghi di
lavoro.
Le fasi principali del progetto sono state due: quella della formazione e quella della ricerca sociale.
Alla fine del progetto (ottobre 2011) è stata realizzata una conferenza per presentare e diffondere i materiali elaborati ed i dati raccolti.
Il percorso di formazione “Io Sono Io Lavoro”
Il percorso di formazione mirava a creare delle competenze specifiche per mediatori che operano nel mondo del lavoro, di concerto con
gli enti pubblici, gli operatori del diritto e le forze dell’ordine, in grado
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di promuovere le pari opportunità e anche di intervenire negli episodi
di violenza, esclusione o discriminazione sul luogo di lavoro a causa
dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.
Quando richiesto, i mediatori sosterranno, da un lato, un’adeguata
assistenza alla vittima ed eventualmente ai suoi familiari, e, dall’altro
lato, un corretto coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio con
un’ottica di rete.
L’equipe del progetto ha inteso promuovere il dialogo mettendo a
confronto l’esperienza delle associazioni LGBT, delle imprese, delle
associazioni di categoria imprenditoriali e sindacali, degli specialisti
della gestione del personale e degli esperti della comunità scientifica
e universitaria. L’auspicio è di creare una proficua collaborazione tra
tutte queste realtà, attraverso la costituzione di un tavolo permanente
sul tema delle discriminazioni sul lavoro delle persone LGBT.
Il percorso di formazione è durato 6 mesi e si è articolato in 3 weekend intensivi sui seguenti temi:
• Welfare & Workfare.
• Ascolto.
• Inclusione sociale e Contesto giuridico.
La formazione si è svolta in laboratori che hanno fatto uso di diverse metodologie tra loro integrate: da attività di educazione non formale a moduli di condivisione destrutturata, da lezioni frontali a
dinamiche di relazione esperienziale.
La ricerca sociale “Io Sono Io Lavoro”
Il lavoro è una dimensione fondamentale della vita e dell’identità di
tutte e di tutti.
Ciononostante, in Italia, nessuna indagine scientifica di rilievo si è
finora occupata di studiare le condizioni lavorative delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali (LGBT). Le uniche
fonti informative disponibili sono quelle giornalistiche, personali e
aneddotiche.
La ricerca sociologica “Io Sono Io Lavoro” vuole contribuire a colmare questo vuoto.
Si compone di tre interventi di studio:
• Una survey on-line sul sito web www.iosonoiolavoro.it rivolta alle
persone LGBT, in tutta Italia.
• Una raccolta di opinioni, analisi e suggerimenti sul fenomeno da
parte degli stakeholder (cioè i rappresentanti del mondo del lavoro,
delle istituzioni, dell’accademia, della comunità LGBT... ), nelle realtà
provinciali di Genova, Catania e Firenze.
• Una raccolta di storie di vita di persone LGBT discriminate sul la-
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voro, in tutta Italia.
Scopo della ricerca è comprendere più in profondità il numero di
episodi di omofobia e di discriminazione che avvengono sul posto di
lavoro, così come le cause, le prassi di intervento, gli strumenti esistenti e i servizi maggiormente ricercati e utilizzati.
Il modello di osservazione-azione proposto ha le seguenti caratteristiche metodologiche:
• È di tipo sia qualitativo che quantitativo.
• Viene sperimentato approfonditamente in 3 città (una al Nord,
una al Centro ed una al Sud d’Italia) e può, al contempo, contare su una
serie di dati di livello nazionale.
Il report è disponibile da ottobre 2011 sia on-line sul sito web
www.arcigay.it, sia in distribuzione in versione cartacea.
Questo report: cosa raccoglie, a chi si rivolge, da chi è stato redatto
(di Raffaele Lelleri)
Questo report, dopo aver descritto le caratteristiche metodologiche
dell’indagine, ne presenta i risultati, li confronta e ne discute le implicazioni a livello operativo e strategico.
Il report si rivolge sia agli operatori dell’inclusione, sia ai ricercatori, sia alle stesse persone LGBT: per questo motivo privilegia un linguaggio quanto più accessibile possibile. Per gli stessi motivi, è
relativamente limitato nella parte bibliografica e scientifica iniziale, e
ricco di citazioni dirette, di statistiche e di proposte per il lancio del
sistema informativo italiano sulle discriminazioni LGBT in ambito lavorativo.
Due annotazioni, infine:
• Durante l’analisi verranno talvolta utilizzati gli indicatori di posizione centrale o maggioritaria (l’opinione media, l’idea prevalente… ).
Essi non sono però sempre in grado di raccontare l’eterogeneità dei
punti di vista e possono dare l’impressione che ‘tutti la pensino sostanzialmente nello stesso modo’. Così non è, invece. Raccomandiamo
di ricordare sempre che, su vari fronti, le persone da noi intervistate
non avevano gli stessi pareri.
• Si precisa inoltre che, per privilegiare la leggibilità di questo testo,
non faremo uso della doppia desinenza indicante il genere (“o/a”,
“i/e”). Il questionario on-line e le tracce d’intervista erano invece costruiti in tale modo.
Gli autori del report sono Raffaele Lelleri, Laura Pozzoli e Priscilla
Berardi, di cui viene qui fornita una breve presentazione:
• Raffaele Lelleri – Laureato in Sociologia, si occupa di welfare, immigrazione e minoranze sessuali, sia per enti pubblici e locali che per
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organizzazioni del privato sociale. Fa ricerca sociale applicata e formazione. Per conto di Arcigay e dell’Università di Bologna si è occupato, a livello nazionale ed europeo ed in riferimento alle persone
LGBT, di salute e benessere, sessualità, persone HIV+, disabilità, immigrazione, servizi di telefonia-amica, omo-genitorialità e bullismo
omofobico. È stato il responsabile scientifico di “Io Sono Io Lavoro”, di
cui ha anche curato l’organizzazione e la stesura del report finale nel
suo complesso.
• Laura Pozzoli – Laureata in Antropologia culturale e con un Master
in Ricerca sociale, svolge attività di progettazione e ricerca sociale, in
particolare nell’ambito dell’immigrazione, delle discriminazioni e delle
pari opportunità. È socia fondatrice dell’Associazione tra professionisti “Extrafondente - ricerca, formazione, progettazione”, e collabora con
vari soggetti pubblici, privati e del terzo settore del territorio bolognese ed emiliano-romagnolo per i quali ha curato diverse ricerche,
costruito e coordinato progetti sociali. Ha collaborato alla parte quantitativa di “Io Sono Io Lavoro” ed ha redatto il capitolo “2.1 – Il punto
di vista delle persone LGBT” ed il Glossario.
• Priscilla Berardi – Medico, specializzata in psicoterapia sistemicorelazionale. Ha collaborato con Arcigay e Arcilesbica in corsi di formazione e altri progetti di ricerca, tra cui l’indagine “Abili di cuore”
che si è occupata di persone LGB con disabilità. È formatrice per educatori scolastici presso cooperative sociali in corsi su sessualità, disabilità e gestione del limite. Lavora come psicoterapeuta in privato e
presso il CSM di San Lazzaro di Savena (BO). Ha collaborato alla parte
qualitativa di “Io Sono Io Lavoro” ed ha redatto il capitolo “2.2 – Il
punto di vista degli stakeholder” e parte del capitolo “2.3 – 17 storie di
discriminazione LGBT sul lavoro”.
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Ringraziamenti
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L’indagine “Io Sono Io Lavoro” è un’impresa collettiva.
Questo report raccoglie il frutto del lavoro di molte persone che, in
vario modo, hanno contribuito alla sua ideazione e realizzazione, tra
cui: Alessandro Ballarin, Antonio Zaddia Rondinini, Carmine Urciuoli,
Dany Carnassale, Emilio Tanzi, Francesco Giudice, Genesio Petrucci,
Giangiacomo Gamberini, Gianni Di Marco, Giovanni Schiappa, Giuseppe Starace, Jonathan Mastellari, Luca Massimiliano Visconti, Luca
Pietrantoni, Matteo Beghelli, Mattia Belletti, Mauro Meneghelli, Carmela
Castellano, Michele Giarratano, Miles Gualdi, Pasquale Quaranta, Rosario Murdica, Sandro Mattioli.
Desideriamo inoltre ricordare l’impegno di Daniele Paolini, Laura
Guercio, Marco Carnabuci, che – in qualità di intervistatori rispettivamente su Firenze, Genova e Catania – ci hanno permesso di raccogliere
con competenza e creatività, per la prima volta nel nostro Paese, del
materiale qualitativo di rilievo scientifico sui temi delle discriminazioni sul lavoro delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali.
Nelle tre città-focus dove abbiamo particolarmente approfondito
l’analisi qualitativa ci hanno sostenuto e teniamo a ringraziare: Marina
Dondero e Rita Falaschi (Provincia di Genova), Maria Certo (Regione Liguria), Jacopo Riccardi (Comune di Casella), Arcigay Catania e Giovanni
Caloggero, Giusi Milazzo (CGIL Catania), Franca Quaglia (IKEA di Catania), Alessandra Jemma (Università di Catania), Susanna Rossi e tutto il
Settore Associazionismo e Impegno sociale (Regione Toscana), IREOS e
Fabrizio Ungaro, il MIT Toscana e Regina Satariano, l’associazione Trans
Genere, Sonia Spacchini (Provincia di Firenze), Rita Ricci e l’Antenna
Territoriale Antidiscriminazione di Firenze, Luigi Mughini e l’associazione Progetto Arcobaleno onlus, l’A.S.L. 11 di Empoli, il Circondario
Empolese-Valdelsa, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi-Firenze.
Siamo particolarmente grati anche alle varie persone che, in varie
parti d’Italia, ci hanno aiutato a promuovere la compilazione del questionario on-line nelle proprie reti ed attraverso i propri canali – ‘mettendoci anche la faccia.
Infine, una menzione speciale ai 69 intervistati che, tutelati dalla
normativa sulla privacy, ci hanno regalato parte del loro tempo ed alle
2.229 persone che hanno compilato il questionario on-line.
A tutti va il nostro sentito ringraziamento: grazie davvero, senza di
voi non avremmo potuto realizzare alcunché.
Resta inteso, ovviamente, che la responsabilità per quanto riportato
in questo documento è completamente nostra.
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I principali risultati dell’indagine
Ecco i principali risultati della parte quantitativa dell’indagine “Io
Sono Io Lavoro”, sintetizzati in 6 punti:
• Discriminazioni nella ricerca del lavoro
Il 13% ha dichiarato di aver vista respinta la propria candidatura per
un posto di lavoro in ragione della propria identità sessuale; la maggioranza di tali episodi ha avuto luogo nel settore del commercio, dei
servizi all’impresa e delle libere professioni.
• Coming out sul lavoro e sue conseguenze
Oltre un quarto dei rispondenti è completamente invisibile sul posto
di lavoro; si tratta, in particolare, di intervistati con titolo di studio e livelli di inquadramento elevati. Negli enti pubblici lo svelamento è meno
diffuso, mentre lo è maggiormente nelle cooperative e associazioni. Determinante, nella decisione di fare coming out, è la presenza sul posto
di lavoro di altre persone LGBT: dove vi sono altre persone LGBT, cresce tendenzialmente la visibilità dei rispondenti. Il celare la propria
identità sessuale è, per la maggior parte del campione considerato, funzionale all’evitamento di trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di
quanti ancora vivono nell’invisibilità sul posto di lavoro, infatti, teme
che lo svelamento della propria identità sessuale comporterebbe un
peggioramento della propria condizione. Tuttavia, questa aspettativa
non è confermata dall’esperienza di chi ha fatto coming out, che ritiene
invece, nella maggioranza dei casi, che la situazione non sia sostanzialmente cambiata o, nel 6,9% dei casi, addirittura migliorata. L’effetto
positivo della disclosure sul lavoro è confermato anche dalla maggiore
soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro
rispetto a quanti celano la propria identità sessuale.
• Coping
Sono state considerate due strategie di coping: la scelta professionale (vocational choice) e la gestione dell’identità (identity management) (v. figura 1-2).
L’indice medio di vocational choice da parte del campione intervistato è molto basso (1,6 su 10): tale strategie di coping dunque risulta
essere poco diffusa. Lo è in particolar modo tra i rispondenti imprenditori o con un lavoro autonomo: una carriera professionale indipendente è quindi considerata maggiormente preservativa da
discriminazioni. Il vocational choice presenta inoltre una relazione
stretta con il coming out: i dati dimostrano come maggiore sia l’indice
di vocational choice, maggiore sia il coming out. Ciò suggerisce che più
il posto di lavoro è stato scelto con l’attesa di essere accettati, più i rispondenti vi hanno trovato le condizioni per fare coming out. Il voca-
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tional choice, infine, è maggiormente diffuso tra i più giovani e tra i rispondenti con titoli di studio più elevati.
Giovani e laureati, insieme alle donne, sono anche coloro che più
degli altri ricorrono all’identity management, ovvero al controllo delle
informazioni riguardanti la propria vita personale finalizzato non svelare la propria identità sessuale. Tra quanti lavorano, le condizioni che
determinano un maggiore ricorso a questa strategia di coping sono,
tra le altre, il lavorare nel settore dell’industria, artigianato e simili, in
aziende di grandi dimensioni e l’essere assunto con un contratto a
tempo indeterminato.
• Clima e percezione della discriminazione nei luoghi di lavoro
Quanto il proprio ambiente è percepito come discriminatorio? Una
risposta a questa domanda è stata cercata attraverso la costruzione
di due indici di discriminazione, formale e informale, che, attestandosi oltre il valore mediano, testimoniano l’esistenza – nella percezione degli intervistati – di entrambe le forme di discriminazione e il
cui confronto dimostra la maggiore rilevanza della discriminazione informale rispetto a quella formale. Tale rilevanza incide anche sulla
scelta di rimanere invisibili sul lavoro: la relazione tra disclosure e discriminazione percepita è forte, considerando entrambe le forme; nel
caso della discriminazione informale, però, tale relazione è più intensa: i lavoratori LGBT mostrano meno timori e una maggiore disclosure in quegli ambienti lavorativi percepiti come supportivi e privi di
pregiudizi.
Un affondo è stato dedicato all’esperienza di discriminazione sulla
base dell’orientamento sessuale vissuta dagli intervistati negli ultimi
10 anni. La forma più grave di discriminazione, il licenziamento, è
stata esperita dal 4,8% degli intervistati, in particolare trans. Superiore
la quota di chi ha subito un trattamento ingiusto (19,1% del campione
considerato), che ha avuto luogo prevalentemente nel settore del commercio, servizi all’impresa e libere professioni e che ha colpito soprattutto i livelli di inquadramento inferiori.
Abbiamo voluto inoltre indagare l’influenza dell’esperienza di discriminazione su tre aspetti di rilievo: il coming out, la salute psicofisica delle vittime e la soddisfazione nel lavoro.
- Riguardo al primo aspetto, non è emersa alcuna relazione significativa: la percezione dei rischi legati allo svelamento non pare determinata in alcuna misura dal fatto dall’esperienza di discriminazione.
- Le conseguenze delle discriminazioni sulla salute fisica e psicologica sono state misurate attraverso un indice sintetico che comprende
più dimensioni: la salute fisica, il benessere psicologico, le relazioni
personali, condizione economiche, la motivazione e il rendimento sul
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Risultati del questionario on-line: Statistiche essenziali
Argomento
Evidenze
Riferimenti nel report
Discriminazioni LGBT in entrata nel mercato del lavoro
-Sì: 13,0%
-No 61,2%
-Non so: 25,8%
Se si eliminano dal computo
le persone che non sanno, il
sì arriva al 17,5%
Visibilità sul lavoro in
quanto LGBT, con capi, colleghi, sottoposti,
clienti/utenti/committenti
La visibilità è più elevata con
sottoposti (oltre la metà:
63,2%) e colleghi (61,2%),
meno con datori di lavoro
(52,5%), molto meno con
clienti/utenti/committenti
(24,6%)
§ 2.1.3.2
Licenziamento o ingiusto
mancato rinnovo sul lavoro
per motivi LGBT (negli ultimi 10 anni)
-Sì: 4,8%
-No 86,5%
-Non so: 8,7%
Se si eliminano dal computo
le persone che non sanno, il
sì arriva al 5,3% - ovvero poco
più di un 1 caso ogni 20
§ 2.1.5.3
Ingiusto trattamento sul lavoro per motivi LGBT (negli
ultimi 10 anni)
-Sì, nel lavoro attuale: 4,8%
-Sì, nel lavoro attuale ed in
un altro lavoro: 1,8%
- Sì, in un altro lavoro nel
passato: 12,5%
- No: 80,9%
Se si sommano le tre risposte affermative, il sì arriva al
19,1% - ovvero poco meno di
1 caso ogni 5
§ 2.1.5.3
Reporting sull’ultimo ingiusto trattamento sul lavoro
per motivi LGBT
- Sì: 70,4%
- No: 29,6%
In più di 3 casi su 4 il reporting è avvenuto nei confronti di amici e familiari
Nel 63,4% dei casi non ha
prodotto alcun effetto
§ 2.1.6
Condizione dei lavoratori
LGBT ora migliorata rispetto a 5 anni fa
- Sì: 48,5%
- No: 38,8%
- Non so: 12,7%
Condizione dei lavoratori
LGBT migliorerà tra 5 anni
rispetto ad ora
- Sì: 54,6%
- No: 32,1%
- Non so: 13,3%
XI
§ 2.1.2
§ 2.1.7.2
§ 2.1.7.2
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lavoro. L’indice medio, di 5,2, superiore al valore mediano della scala
(5), dimostra una diffusione di tali effetti non trascurabile.
- Infine, l’esperienza discriminatoria incide in maniera significativa
sulla soddisfazione nel lavoro attuale, che risulta più che sufficiente
tra chi non ha mai subito trattamenti ingiusti ed è invece del tutto insufficiente per quanti sono stati vittime di discriminazione nel lavoro
attuale.
• Reporting
Quanto gli episodi di discriminazione vengono effettivamente riportati dalle vittime? Se oltre due intervistato su tre affermano di aver
parlato con qualcuno dell’accaduto, la maggioranza di questi si è rivolto ad amici e parenti, colleghi di lavoro e medici o psicologi, senza
però trovare una effettiva soluzione dell’accaduto: i due terzi di quanti
hanno segnalato la discriminazione subita, infatti, sostengono che
l’aver parlato dell’accaduto non ha prodotto alcun effetto. Sembra di
poter supporre, dunque, che le persone LGBT tendano di fatto a rivolgersi alle proprie reti private e professionali più per sfogare le proprie
emozioni e il proprio disagio che per trovare effettivo supporto nel
contrastare le discriminazioni.
• Il futuro
Per la maggioranza degli intervistati il futuro riserva un miglioramento della situazione per i lavoratori LGBT, sia rispetto al coming
out (oltre la metà prevede di svelare la propria identità sessuale), sia
rispetto alla possibilità di incontrare ambienti rispettosi e non discriminanti verso le persone LGBT. Meno rosee sono le previsioni di quanti
hanno subito un licenziamento o un trattamento ingiusto in ragione
della propria omosessualità, che mostrano un maggiore pessimismo
nel prefigurare il proprio domani lavorativo.
Ed ora i principali risultati della parte qualitativa dell’indagine “Io
Sono Io Lavoro”, sintetizzati in 7 punti:
• Gli stakeholder, in generale, mostrano di avere poche informazioni sull’esistenza di discriminazioni verso le persone LGBT sul luogo
di lavoro, sul panorama legislativo riguardante il mobbing, sulla possibilità di inserire clausole anti-discriminazione in sede contrattuale e
su quali procedure adottare per difendersi da trattamenti ingiusti e
iniqui relativi all’orientamento sessuale. Tuttavia gli intervistati sono
consapevoli della possibilità che fatti discriminatori possano verificarsi e che la tutela dei diritti dei lavoratori LGBT inerente le omo-famiglie è scarsa o nulla.
• Le persone transessuali sono unanimemente considerate le più
soggette a difficoltà al momento dell’assunzione e ad atti aggressivi ed
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offensivi da parte di colleghi e datori di lavoro durante lo svolgimento
dell’attività lavorativa. L’inserimento lavorativo di tipo indipendente
sembra essere privilegiato, rispetto a quello dipendente, per l’opportunità di dimostrare le proprie capacità, di scegliersi i collaboratori e
perché la selezione avviene direttamente da parte del mercato. Senz’altro esiste una distribuzione delle persone LGBT nel panorama lavorativo con maggiori presenze in alcuni contesti e meno in altri –
fatto che rispecchia le scelte di queste persone di inserirsi in luoghi di
lavoro già noti per essere meno soggetti alla pressione dello stigma.
• Accanto alle discriminazioni dirette vere e proprie subite dai lavoratori LGBT, esiste una serie di percezioni di un clima ostile e sfavorevole al buon compimento del proprio lavoro. Tali percezioni non
sono sempre confermate da fatti tangibili, ma finiscono ugualmente
per condizionare, in un certo numero di persone, la possibilità di dichiararsi sul posto di lavoro, le decisioni professionali e la propria
auto-esclusione da taluni incarichi rispetto ai quali si suppone di non
essere all’altezza.
• Le persone LGBT scelgono di essere visibili o invisibili sul lavoro
come omosessuali o transessuali a seconda del timore di ripercussioni
in campo professionale e personale: dichiararsi significa esporre potenzialmente il fianco e fornire strumenti per eventuali vessazioni o
anche, semplicemente, essere oggetto di domande, curiosità o imbarazzo. D’altra parte, questo stato di continua invisibilità è considerato
altamente stressante, poiché una parte importante della propria identità viene continuamente negata o amputata, e in certi casi può ostacolare la persona dal dare il meglio di sé sul lavoro. Sia dalle interviste
agli stakeholder che dalle storie di vita si evince tuttavia che se per le
persone transessuali essere visibili diventa inevitabile nel momento in
cui inizia il percorso delle trasformazioni fisiche, per le persone omosessuali la visibilità sul lavoro è una scelta discrezionale. Tale scelta va
di pari passo con il percorso di maturazione della propria identità sessuale: più si raggiunge una buona accettazione di sé, ci si sente sicuri
e si cessa di sentirsi ‘diversi’, più si è pronti a dichiararsi e ad affrontare le eventuali reazioni negative; anzi, il clima di ostilità finisce per
non essere più percepito e viene sostituito dalla sensazione di vivere
in un’atmosfera sinceramente accogliente e cordiale.
• Una certa confusione sussiste sull’esistenza di servizi a cui rivolgersi in caso si sia vittime di discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere sul lavoro. Nella maggior parte dei casi
l’ingiustizia subita resta non denunciata né segnalata, portando, tra
l’altro, a una grave mancanza di dati statistici e di informazioni tecniche sul fenomeno. I casi reali vengono così sottostimati pubblicamente
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e diventa difficile costruire progetti efficaci per i bisogni effettivi dei
lavoratori LGBT.
• Ancora meno si conosce sulla condizione lavorativa delle persone
HIV+ e sulla loro tutela sociale e sanitaria relativa al campo professionale; l’idea che gli intervistati si sono comunque fatti è che la conoscenza della sieropositività del lavoratore da parte di colleghi e
superiori, o da parte di potenziali datori di lavoro, influisca enormemente sulle possibilità di assunzione e licenziamento, a causa soprattutto della paura del contagio.
• Fortemente sentita è la necessità di creare centri di ascolto, sostegno psicologico e assistenza legale in cui la persona vittima di mobbing possa essere seguita in tutto il percorso di elaborazione del
trauma e nell’iter processuale. Gli operatori dovrebbero essere competenti, presenti, dotati di grande umanità e, secondo gli stakeholder,
non devono necessariamente essere LGBT. Questi centri dovrebbero
nascere dalla collaborazione di associazioni LGBT, sindacati, enti pubblici e risorse già presenti sul territorio, mettendo in rete esperienze
vecchie e idee nuove. La loro esistenza andrebbe pubblicizzata attraverso tutti i canali mediatici, eventi pubblici e passaparola e dovrebbe
essere fatto periodicamente un resoconto alla comunità sia LGBT che
territoriale sull’andamento dei lavori e sui dati raccolti, in modo da
accrescere la fiducia in questo servizio e dissuadere eventuali abusanti
dal commettere ingiustizie. Fondamentale è considerato anche fare
cultura e informazione sulle tematiche dell’identità sessuale e lottare
per leggi efficaci e per il riconoscimento delle coppie di fatto.
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Indice
Prefazione
Il progetto “Lotta all’omofobia e promozione della
non discriminazione sui luoghi di lavoro come strumento di inclusione sociale”
pag. I
pag. III
Il percorso di formazione “Io sono Io lavoro”
La ricerca sociale
Questo report: cosa raccoglie, a chi si rivolge,da
chi è stato redatto
Ringraziamenti
I principali risultati dell’indagine
pag. VII
pag. IX
PRIMA PARTE: INTRODUZIONE
1.1 – Scenario
pag. 23
Sull’influenza della percezione personale e sociale
Sullo stato dell’arte della conoscenza di settore
Sulla visibilità delle persone LGBT
Il modello teorico di Chung
1.2 – Metodologia
pag. 30
Tipo e strumenti
Target e campione
Caratteristiche socio-demografiche
SECONDA PARTE: I RISULTATI
2.1 – Il punto di vista delle persone LGBT
2.1.1 – Il sotto-campione delle persone occupate
2.1.2 – Cercare lavoro
2.1.3 – Il coming out
2.1.3.1 – Coming out con familiari ed amici
2.1.3.2 – Coming out sul lavoro
2.1.4 – Strategie di coping
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
pag.
43
44
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51
52
53
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2.1.4.1 – Scelta professionale /Vocational choice
2.1.4.2 – Gestione dell’identità/Identity management
2.1.5 – L’esperienza di discriminazione subita nei
luoghi di lavoro
2.1.5.1 – Il clima sul luogo di lavoro
2.1.5.2 – Vessazioni e demansionamento
2.1.5.3 – Discriminazioni sulla base dell’identità
sessuale in ambito lavorativo
2.1.5.4 – Conseguenze su di sé, sul lavoro ed il suo
ambiente, sul proprio intorno sociale
2.1.5.5 – La qualità del lavoro: soddisfazione
2.1.6 – Reporting: denunciare o no?
2.1.7 – Come sarà domani? Aspettative sul futuro
2.1.7.1 – Previsioni di coping
2.1.7.2 – La speranza di un’Italia friendly
2.2 – Il punto di vista degli stakeholder
2.2.1 – Discriminazioni sul lavoro: luoghi a rischio, categorie più colpite, modalità attraverso cui
si verificano
2.2.2 – La lotta contro il mobbing e la tutela sul
lavoro: conoscenze degli intervistati sul panorama
legislativo
2.2.3 – Reazioni di fronte alla discriminazione: denunciare o no? Le ragioni dell’under-reporting
2.2.4 – Visibilità- invisibilità: strategia di coping o
assenza di strumenti?
2.2.5 – Pratiche aziendali, iniziative locali, leggi
regionali
2.2.6 – Suggerimenti: cosa manca, cosa serve. La
creazione di un sistema informativo nazionale
2.3 – 17 storie di discriminazione LGBT sul lavoro.
pag. 63
pag. 70
pag. 72
pag. 72
pag.
78
pag. 84
pag. 92
pag. 95
pag. 97
pag. 105
pag. 108
pag. 110
pag. 111
pag.112
pag. 116
pag.119
pag.121
pag.124
pag. 127
pag. 134
Loredana. Silvio. Matteo. Giuliano. Francesco. Salvatore. Riccardo aka Miss Venusia. Roy. Edoardo. Gabriella. Alessandro. Rosa. Carolina. Ernesto. Federico.
Carlo. Emanuele.
2.4 – ‘Messaggi in bottiglia’ (cenni)
pag. 170
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TERZA PARTE: CONCLUSIONI
3.1 – Percorsi di analisi
pag. 181
3.2 – Prospettive
pag. 184
BIBLIOGRAFIA
GLOSSARIO
ALLEGATI
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Prima parte
INTRODUZIONE
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1.1
Scenario
“Io Sono Io Lavoro” si occupa di discriminazioni sul lavoro delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender/transessuali (d’ora in poi
LGBT).
Si tratta di un tema non univoco, che viene cioè spesso definito in
modo eterogeneo e su cui, per altro, non c’è sempre pieno accordo.
Anche gli stakeholder intervistati nel corso dell’indagine (v. § 2.2) mostrano di avere rappresentazioni del fenomeno a tratti divergenti le
une dalle altre.
Opportunamente, il progetto presentato al Ministero, nel descrivere
il proprio oggetto di interesse, riporta non soltanto espressioni specifiche quali mobbing, eterosessismo e omo/transfobia, bensì anche costrutti più generali come ad esempio intolleranza, esclusione e
omo/transnegatività.
La nostra impressione è che a rendere particolarmente complesso il
quadro contribuiscano almeno tre ordini di fattori, interconnessi tra di
loro:
• L’influenza della percezione personale e sociale.
• Lo stato dell’arte della conoscenza di settore.
• La specificità della visibilità delle persone LGBT.
L’influenza della percezione personale e sociale
Ognuno di noi ha un’opinione in merito a ciò che è giusto e ciò che
è invece sbagliato in fatto di giustizia sul lavoro, a ciò che ci è dovuto
in quanto soggetti portatori di diritti e ciò che è, all’opposto, secondario, non esigibile.
Questa percezione influenza fortemente la nostra esperienza dell’iniquità. Quotidianamente accade, infatti, che persone diverse percepiscano lo stesso accadimento in modo persino opposto: assolutamente
discriminatorio e lesivo della propria dignità, per alcune, oppure ‘normale’ e giustificato, per altre. È risaputo, ad esempio, che chi appartiene ad una minoranza debole tende a mostrare livelli di
consapevolezza relativamente limitati, al punto da non realizzare
nemmeno, in taluni casi, le disparità di trattamento che subisce.
L’intensità del proprio empowerment condiziona sia il vissuto su
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questi temi sia la conseguente reazione comportamentale: chi si occupa di discriminazioni è infatti testimone del fatto che uno degli ostacoli principali da risolvere in questo settore è il c.d. under-reporting,
ovvero la tendenza da parte delle vittime a non segnalare e denunciare
le discriminazioni subite.
La discriminazione, in conclusione, si presenta sotto forma di rappresentazione soggettiva e, come tale, è distinta dalla realtà oggettiva.
Difficile è capire quanti casi di discriminazione avvengono su un determinato territorio se ci si basa univocamente sulle storie raccontate
dalle persone che lo abitano.
Di più, le persone non costruiscono le rappresentazioni della discriminazione fondandosi solamente sulla propria esperienza personale; al contrario, fanno anche ricorso al bagaglio di conoscenze
attinte dal livello sociale e comunitario.
Ciò è particolarmente evidente nel caso delle aspettative di discriminazione [1]. Succede infatti che noi tutti apprendiamo, sulla base
delle nostre appartenenze, cosa prevedere, cosa temere, come eventualmente difenderci. Possiamo non essere mai stati discriminati, in
prima persona, ma aspettarcelo ugualmente, e quindi comportarci di
conseguenza, perché vediamo i nostri simili vivere questa esperienza.
Va tuttavia sottolineato che, qualunque sia la fonte della nostra
aspettativa – personale o sociale, ‘reale’ o rappresentata – gli effetti
sulla nostra vita sono sostanzialmente gli stessi: possiamo ad esempio
scegliere di rinunciare ad un’opportunità, di ritirarci dal campo, di intensificare le nostre cautele.
> “Io Sono Io Lavoro” fa i conti con questa complessità in vari suoi
step, per esempio quando chiede alle persone LGBT di raccontare sia
le esperienze passate sia le previsioni future in fatto di discriminazioni sul lavoro. Di certo, lo scenario che restituisce dipende dai punti
di vista degli interlocutori che coinvolge: sarà interessante notare, a
questo riguardo, se ed in che misura sotto-popolazioni LGBT diverse
(maschi e femmine, giovani e adulti, lavoratori dipendenti e autonomi…) presentino storie analoghe o differenti tra di loro.
Lo stato dell’arte della conoscenza di settore
In Italia, la ricerca accademica e istituzionale si è occupata poco
delle persone LGBT e delle loro discriminazioni sul lavoro; fa eccezione – in parte – l’ISFOL con le sue indagini ripetute dal titolo “La
[1] Per un approfondimento, v. anche la ricca letteratura sulle c.d. “Profezie che si
auto-adempiono”.
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qualità del lavoro in Italia” [2] (ISFOL: 2005).
Nel nostro Paese, inoltre, non vi è alcun sistema consolidato di rilevazione di questo tipo di fenomeno.
Il bagaglio di conoscenze di cui disponiamo deriva soprattutto dalla
meritevole opera del Terzo settore di categoria (Sansonetti: 2010) e
dal giornalismo sociale e di comunità; è, di conseguenza, composto in
prevalenza da casi aneddotici e/o mass-mediaticamente rilevanti. La riflessione scientifica è limitata e non può contare su una piattaforma
di dati di qualità.
Altrove, con particolare riferimento al mondo anglosassone, chi si
occupa di questi temi può invece contare su un set noto e condiviso di
esiti di ricerca, e può quindi misurare, con modalità evidence-based,
la qualità della progettazione e della valutazione degli interventi.
È questo il caso di Badgett et al., i quali nel 2007 hanno pubblicato
un articolo che mette in rassegna le pubblicazioni scientifiche edite
nell’ultimo quindicennio sui temi delle discriminazioni LGBT sul lavoro. Gli autori hanno riscontrato quattro tipi di studi – alcuni qualitativi, altri quantitativi:
1. I sondaggi di opinione rivolti alle persone LGBT in merito alle loro
esperienze di discriminazione sul lavoro.
2. L’analisi delle denunce di discriminazione sul lavoro da parte
delle persone LGBT raccolte dalle agenzie istituite ad hoc.
3. L’analisi dei differenziali salariali tra persone LGBT e persone
eterosessuali.
4. Gli esperimenti controllati.
Il quadro di svantaggio che ne emerge è piuttosto preoccupante e rileva, tra gli altri, i seguenti trend:
• In generale, dal 16% al 68% delle persone LGBT intervistate riferisce di essere stata discriminata sul lavoro. Si tratta, soprattutto, di molestie (dal 7% al 41%); seguono le iniquità in fatto di carriera e
promozioni (10-28%), le iniquità in fatto di compensi e benefit (10-19%)
ed il licenziamento (8-17%).
• Le persone transgender/transessuali raccontano livelli pari o superiori di discriminazioni sul lavoro.
• A parità di lavoro, gli uomini omosessuali guadagnano dal 10% al
32% in meno dei loro colleghi eterosessuali. Il caso delle donne lesbiche è più articolato: esse tendono a guadagnare di più delle donne eterosessuali ma meno di tutti gli uomini.
> La ricerca tramite questionario on-line “Io Sono Io Lavoro” (v. §
[2] Anche l’ISTAT ha preannunciato un’indagine campionaria nazionale su tematiche
analoghe, da realizzarsi prossimamente.
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2.1) si situa nel primo dei quattro filoni di ricerca e mira a fotografare
le rappresentazioni delle persone LGBT su tutti gli ambiti del lavoro citati in precedenza. Non è però in grado di confrontare il trattamento
della popolazione LGBT con quello riservato al resto della società.
La visibilità delle persone LGBT
Il terzo fattore di complessità attiene al fatto che, contrariamente a
tutte le altre popolazioni vulnerabili (ad esempio: donne, persone con
disabilità, stranieri, anziani…), la popolazione LGB [3] non è visibile e
la sua riconoscibilità dipende da un atto, più o meno consapevole, di
apertura (il c.d. coming out); in quanto tale, essa non è pertanto immediatamente a rischio di discriminazione.
Si tratta di una specificità delle persone LGB, che possono infatti
anche decidere, al fine di evitare la discriminazione di natura omofobica, di non rivelarsi agli altri, di farlo selettivamente o, in taluni casi,
di farsi persino ‘passare per eterosessuali’.
Questa caratteristica va tenuta in debita considerazione quando si
interpretano i tassi di discriminazione contro le persone LGB suddivisi
per ambito e/o tipo di lavoro. Lo stesso risultato può infatti essere
spiegato in situazioni ben diverse tra di loro.
Ad esempio, l’assenza di casi di discriminazioni in un dato settore
può essere l’esito del fatto che, accentuando i toni:
• Le persone LGBT si trovano effettivamente bene
• Le persone LGBT sono state tutte discriminate in entrata (‘bloccate’) e/o espulse in corso d’opera (non ve n’è quindi più e nessuno
può lamentare discriminazioni).
• Le persone LGBT sono invisibili/costrette a rimanere invisibili e
quindi non corrono rischi di discriminazione.
L’analisi va quindi sviluppata con particolare attenzione.
In definitiva, due sono le lezioni apprese in termini metodologici e
teorici:
• La multidimensionalità > Per conoscere le discriminazioni LGB,
non è sufficiente indagare sulle iniquità occorse sul posto di lavoro,
ma questa informazione va per lo meno corredata da una domanda
sul livello di visibilità. Un certo numero di variabili va, in conclusione,
approfondito
[3] Diversa è la situazione, certamente, delle persone transgender/transessuali (soprattutto MtF), il cui percorso di sperimentazione e accettazione di sé molto spesso
ad un certo punto coincide con l’esplicitazione dei tratti sessuali secondari tipici del
genere di elezione (v. il Real Life Test, ma non solo).
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• L’invisibilità forzata > La seconda lezione è per certi versi più controversa perché propone di considerare anche la c.d. ‘invisibilità imposta’ alla persona LGBT alla stregua di una delle possibili
discriminazioni incontrate sul lavoro.
> L’indagine “Io Sono Io Lavoro” è stata disegnata al fine di occuparsi sia dell’incrocio tra visibilità e discriminazione, sia del prima che
del durante l’attività lavorativa. L’analisi statistica, in particolare, dimostrerà se le correlazioni tra queste variabili sono significative o
meno.
Il modello teorico di Chung
La cornice concettuale elaborata da Chung (Chung: 2001) raccoglie
molte delle sfide qui presentate ed ha il merito di inserirle all’interno
di un modello integrato, chiaro ed operativo, articolato in due sottomodelli: quello delle discriminazioni LGB sul lavoro e quello delle strategie di coping LGB [4].
Dopo aver definito, in generale, la discriminazione sul posto di lavoro come “un trattamento iniquo e negativo di lavoratori o aspiranti
tali, fondato su caratteristiche personali non rilevanti per lo svolgimento
della performance lavorativa” (Saccinto et al.: submitted), lo psicologo
individua, sotto forma di dicotomie, tre accezioni del concetto di discriminazione LGB sul lavoro.
[4] In generale, il coping è l’insieme degli sforzi cognitivi e comportamentali utilizzati da ognuno e ognuna di noi per far fronte alla relazione individuo-ambiente. Con
strategie di coping si intendono gli sforzi specifici, sia a livello dei comportamenti,
sia a livello psicologico, che le persone adottano per dominare, tollerare, ridurre o
minimizzare eventi causa di stress come, appunto, il subire una discriminazione.
In questo contesto, il coping riguarda le strategie messe in atto dalle persone LGBT
per fronteggiare la discriminazione sulla base della propria identità sessuale, soprattutto in quegli ambienti lavorativi più ostili all’omosessualità e alla transessualità (o percepiti come tali) (Saccinto et al.: submitted).
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Fig. 1-1
Le discriminazioni sul lavoro secondo Y. Barry Chung (Chung: 2001)
Discriminazione
Discriminazione
Formale vs. Informale Potenziale vs. Esperita
Discriminazione
Percepita vs. Reale
- La D. formale concerne le politiche istituzionali e le decisioni
che definiscono lo status dei lavoratori:
essere assunti e licenziati, ricevere promozioni, essere assegnati
ad un lavoro, vedersi
riconosciuta una retribuzione.
- La D. potenziale si
riferisce alla discriminazione che potrebbe
realizzarsi se si venisse a sapere l’identità delle persone LGB
(per loro scelta o per
deduzione);
si riferisce ad una situazione futura.
- La D. percepita comprende le azioni valutate
come discriminatorie
in base alla propria
percezione e opinioni.
- La D. informale si
applica alle dinamiche
interpersonali,al clima
lavorativo, agli atteggiamenti ed alle cognizioni.
- La D. esperita si riferisce alle azioni discriminatorie che le
persone incontrano
concretamente
sul
posto di lavoro, nel
presente.
- La D. reale è invece
basata su episodi concreti, oggettivi.
L’incrocio tra questi tre assi descrive otto tipi di discriminazione lavorativa LGB (ad esempio: discriminazione percepita-potenzialeinformale, reale-esperita-formale… ), ognuna delle quali presenta una
propria specificità.
La posizione in cui si trova una persona LGB all’interno di questa
cornice influenza la sua strategia di coping. Noi possiamo decidere di
reagire in una data maniera sulla base della nostra percezione, ad
esempio, oppure a fronte di un effettivo accadimento; alcune strategie,
inoltre, sono volte ad evitare la discriminazione, mentre altre puntano
a minimizzarne l’eventualità o a renderla gestibile.
> Presentando i risultati dell’indagine “Io Sono Io Lavoro” faremo,
per quanto possibile, riferimento a questi modelli ed a queste tipizzazioni. Sarà altresì interessante discutere i motivi per cui alcune strategie di coping appaiano più utilizzate da alcune sotto-popolazioni
rispetto che da altre.
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Fig. 1-2
Le strategie LGB di coping sul lavoro secondo Y. Barry Chung
(Chung: 2001)
Scelta professionale
(“Vocational choice”)
Gestione dell’identità
(“Identity
management”)
Gestione della
discriminazione
(“Discrimination management”)
Riguarda le decisioni
professionali e di carriera che le persone
LGB fanno tenendo a
mente il rischio di discriminazione potenziale.
Riguarda il modo in
cui le persone LGB
scelgono di svelarsi
tenendo a mente le discriminazioni potenziali che potrebbero
incontrare.
Riguarda il modo cui
le persone LGB reagiscono alla discriminazione concretamente
incontrata.
Si applica alla fase
pre-lavorativa vera e
propria.
Si applica al momento
dell’intervista di selezione e durante il lavoro.
Si applica durante il
lavoro.
Chung individua tre
possibili strategie:
- scegliere di lavorare
da soli, per evitare discriminazioni
da parte di capi e colleghi (“self-employment”);
- selezionare un lavoro sulla base del livello di ‘friendliness’
dell’ambiente;
- selezionare un lavoro in riferimento
alle proprie competenze ed aspirazioni,
quindi disponibili ad
affrontare possibili rischi di discriminazione.
Chung individua cinque strategie graduate: dal fingersi
attivamente eterosessuale (“acting”), al fornire informazioni che
facciamo credere di
essere eterosessuale
(“passing”), al nascondere la propria vita
privata (“covering”), al
non celare una serie
di informazioni su di
sé senza tuttavia
esplicitare la propria
appartenenza LGBT
(“implicitly out” – ad
esempio, presentare
pubblicamente il proprio partner come
amico),
all’essere
completamente
ed
esplicitamente ‘out’.
Chung individua
quattro strategie graduate:dall’abbandono
del posto di lavoro,
alla sopportazione,
alla ricerca di un supporto sociale, al confronto diretto col
perpetratore.
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1.2
Metodologia
“Io Sono Io Lavoro” mira a costituire una banca-dati scientificamente attendibile che permetta, da un lato, di comprendere a pieno le
discriminazioni LGBT sul lavoro, e, dall’altro lato, di impostare interventi efficaci di prevenzione e trattamento di questo tipo di fenomeno.
Benché non sia una ricerca-intervento vera e propria, aspira comunque ad avere un diretto impatto operativo.
Le opzioni metodologiche decise dall’équipe di ricerca sono in linea
con questo obiettivo generale.
Fig. 1-3
Le caratteristiche metodologiche di “Io Sono Io Lavoro”
(quadro di sintesi)
Tipo
Strumenti
Target
Campione
Tempi della
rilevazione
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- Quantitativo
- Qualitativo
- Questionario strutturato auto-compilato on-line
- Intervista semi-strutturata somministrata faccia-afaccia
- Persone LGBT (indipendentemente dalla condizione occupazionale)
- Stakeholder
- In merito al questionario: di convenienza, nazionale
- In merito alle interviste agli stakeholder: selezionato, nazionale con particolare focus su tre città:
Catania, Firenze e Genova
- In merito alle interviste alle persone LGBT discriminate sul lavoro: auto-selezionato e nazionale
(auto-candidature) e selezionato nelle tre città di cui
sopra
- Questionario: dal 15 marzo al 15 maggio 2011
(pari a 3 mesi)
- Interviste: da gennaio a luglio 2011 (circa 7 mesi)
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Tipo e strumenti
L’indagine è di tipo quali-quantitativo ed ha fatto uso di tre strumenti:
1. Questionario strutturato on-line, auto-compilato e rivolto alle persone LGBT in generale.
2. Intervista semi-strutturata, somministrata faccia-a-faccia, ad una
serie di stakeholder [v. oltre], volta a raccogliere il loro punto di vista
sul tema delle discriminazioni sul lavoro delle persone LGBT; talvolta
l’intervista è stata di gruppo.
3. Intervista semi-strutturata, somministrata faccia-a-faccia, ad una
serie di persone LGBT discriminate sul lavoro, volta a raccogliere la
loro storia; l’intervista è stata sempre raccolta individualmente.
Gli argomenti toccati, nel pieno rispetto della normativa sulla privacy, sono riportati nella successiva figura.
Fig. 1-4
Aree tematiche degli strumenti d’indagine utilizzati nel corso
dell’indagine “Io Sono Io Lavoro”
Questionario
(86 domande, con filtri e
salti; durata media: 22 minuti)
Intervista agli
stakeholder
(durata media: 1
ora)
- Background socio-demografico, attuale inserimento lavorativo e sociale, visibilità,
livello di soddisfazione in riferimento al lavoro attuale
- Discriminazioni incontrate
nella vita lavorativa presente
e passata, conseguenze su di
sé, reazioni comportamentali
e reporting
- Scelta del lavoro attuale;
equità sul lavoro attuale
- Aspettative sul lavoro futuro
- Opinioni sul rapporto presente e futuro tra lavoro e
persone LGBT, opinioni sul
reporting
- Clima generale e
stato dell’arte in
fatto di omo/transnegatività e discriminazioni
LGBT sul lavoro
- Specificità della
discriminazione
LGBT
- Sistema informativo contro le discriminazioni
LGBT auspicato
Intervista alle persone LGBT discriminate sul lavoro
(durata media: 45
minuti)
- Autobiografia
(cenni)
- La discriminazione subita
- La strategia di coping adottata
- Lezioni apprese e
consigli
- Sistema informativo contro le discriminazioni
LGBT auspicato
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Stimolati dalle best practice maturate da ricercatori italiani ed internazionali su tematiche analoghe (tra cui: ISFOL: 2005; ISTAT: 2010;
Ragins & Cornwell: 2001; Sansonetti: 2010), nonché sollecitati da alcuni pre-tester, nel disegno degli strumenti e nella formulazione delle
domande abbiamo prestato una particolare attenzione ad una serie di
elementi che consideriamo di qualità:
• Il linguaggio > Diretto, accessibile, sensibile al genere. Inoltre, è
stato minimizzato l’utilizzo del termine ‘discriminazione’, data la sua
polisemanticità, la sua connotazione valoriale e di conseguenza le forti
reazioni che talvolta aveva provocato in fase di pre-test; abbiamo preferito usare termini più specifici e neutri. Sempre in riferimento alla discriminazione, non abbiamo dato per scontato che quella
eventualmente incontrata dagli intervistati fosse e/o fosse percepita
necessariamente come di natura omo/transfobica.
• La dimensione temporale > “Io Sono Io Lavoro” si occupa dell’esperienza sia passata, sia attuale, e chiede agli intervistati di rivolgere uno sguardo anche al futuro. Tocca, inoltre, sia il momento della
candidatura al posto di lavoro, sia la fase lavorativa vera e propria.
• L’equilibrio tra aspetti negativi e positivi > “Io Sono Io Lavoro” non
si limita a raccogliere gli aspetti problematici presenti, ma rende conto
anche delle azioni messe in campo dai protagonisti per risolverle, o
quanto meno limitarne l’effetto (strategie di coping). Non intendiamo
veicolare un’immagine passiva, persecutoria o soltanto vittimistica
delle persone LGBT – che è del resto totalmente irrealistica; al contrario, crediamo che siano proprio i comportamenti reattivi e proattivi i
primi elementi da analizzare per migliorare l’esistente. Per la stessa ragione, a tutti gli interlocutori abbiamo chiesto di suggerire percorsi di
miglioramento.
Sempre in riferimento agli indicatori di qualità, va precisato che gli
intervistatori che hanno realizzato la maggior parte delle interviste
sono stati appositamente selezionati, formati, monitorati e supportati
in corso d’opera dall’équipe di ricerca.
Le interviste sono state audio-registrate e successivamente sbobinate integralmente.
Target e campione
Come anticipato, abbiamo ritenuto opportuno interpellare due diversi target:
1. Le persone LGBT, in qualunque condizione occupazionale [5]
[5] Nel panorama internazionale, questa pare una scelta caratterizzante “Io Sono Io
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2. Una serie di stakeholder selezionati oculatamente dagli intervistatori sulla base della loro esperienza, expertise, ruolo e posizione
professionale o sociale, nel rispetto dell’indicazione fornita dall’équipe
di ricerca di intervistare almeno un rappresentante di ognuno dei seguenti gruppi e professioni: associazionismo LGBT e di altro tipo, Enti
pubblici e locali, università, operatori giuridici e avvocati, imprenditori e datori di lavoro, sindacati, operatori della salute, mass-media.
Il campione delle persone LGBT è nazionale mentre quello degli stakeholder è coerente con la scelta iniziale contenuta nel progetto approvato dal Ministero di focalizzare l’attenzione su tre città in
particolar modo: Catania, Firenze e Genova.
Nessuno dei due campioni può essere definito rappresentativo in
senso stretto: il secondo perché è di natura qualitativa; il primo perché, come si evidenzia a livello internazionale (EMIS: 2011), “non esiste alcuno schema di campionamento [… dei gay. Inoltre] sono ignote
le dimensioni della popolazione target [… gay,] la cui grandezza dipende per altro dalla definizione utilizzata di [… ‘gay’]”.
Raccomandiamo pertanto una certa cautela nell’interpretare i dati
che presenteremo nelle pagine successive: essi vanno compresi e valorizzati in qualità di trend piuttosto che di indicatori puntuali; inoltre, non necessariamente essi rispecchiano in ogni dettaglio le
caratteristiche della popolazione generale LGBT – con particolare riferimento ad alcuni gruppi che sono risultati relativamente ‘scoperti’ nel
campione finali, quali: le persone che abitano al Sud o nelle Isole e gli
anziani.
Per motivi diversi, in conclusione, si tratta in entrambi i casi di campioni di convenienza.
Mentre gli stakeholder sono stati cercati e contattati dagli intervistati, le persone LGBT hanno invece risposto ad un appello collettivo.
Il loro reclutamento è infatti avvenuto tramite una campagna di marketing sociale implementata dall’équipe del progetto e da Arcigay, che
si è articolata sostanzialmente in cinque interventi:
• Un sito web dedicato (www.iosonoiolavoro.it), dotato di e-mail e su
cui era caricato il questionario on-line.
• Una pagina informativa e promozionale su Facebook.
Lavoro”. Tutte le indagini consultate si fondano infatti su una qualche forma di filtro della popolazione target: sono rivolte o solo ai gay, ad esempio, oppure soltanto
ai lavoratori dipendenti. Disegnare un questionario adatto e dotato di senso per tutte
le condizioni lavorative esistenti è stata una sfida di rilievo per l’équipe di ricerca.
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• Una serie di comunicati-stampa, articoli e interviste pubblicate dai
mass-media LGBT, anche in collaborazione con le associazioni di categoria.
• Contatti personali e mailing-list.
• Appelli mirati su siti web di profili.
Questo complesso e difficoltoso lavoro di fieldwork è stato essenziale per raccogliere i punti di vista di circa 2.000 persone LGBT altrimenti invisibili sui canali ufficiali, e talvolta nascoste.
Il risultato di questo impegno è descritto nella figura successiva.
Fig. 1-5
Le caratteristiche dei campioni di “Io Sono Io Lavoro”
(quadro di sintesi)
Campione quantitativo:
Persone LGBT che hanno compilato il questionario on-line
2.229 casi raccolti, di cui 1.990
validati
Campione qualitativo n. 2:
Persone LGBT discriminate sul
lavoro
17 interviste realizzate ad altrettante persone
Campione qualitativo n. 1:
Stakeholder
18 interviste realizzate a complessivamente 52 persone
Caratteristiche socio-demografiche
1) Il campione quantitativo (questionario on-line)
2.229 sono stati i casi raccolti complessivamente tramite questionario on-line.
Non tutti, però, hanno potuto essere utilizzati, per due motivi principali:
• Perché alcuni non erano sufficientemente compilati (cioè ‘abbandonati’ in corso d’opera).
• Perché altri riguardavano persone fuori target (cioè eterosessuali).
Il processo di validazione ha comportato un tasso di caduta pari al
10,7%, in linea con esperienze analoghe a livello nazionale ed internazionale.
Il campione valido finale contiene 1.990 casi – una numerosità di
assoluto rilievo per un tema scientifico così inedito per il panorama
italiano.
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Il loro profilo socio-demografico è tratteggiato nelle tabelle che
seguono.
Tab. 1-1
Questionario on-line (campione quantitativo): Archi d’età (N. e %)
Fino a 30 anni
N.
Da 31 a 40 anni
705
%
704
Oltre 40 anni
35,8
559
TOT validi
1.968
(TOT)
1.990
(Mancanti)
35,8
28,4
100
22
-
L’età media del campione è di 35 anni; l’intervistato più giovane ha
18 anni, il più anziano 73.
Come atteso, ed in linea con tutte le indagini nazionali ed internazionali su questa popolazione target (v. ad esempio Lelleri et al: 2006),
la quota dei grandi adulti e degli anziani risulta sotto-rappresentata rispetto alla popolazione complessiva.
Ugualmente sotto-rappresentato è il Sud d’Italia. Ciò significa che
“Io Sono Io Lavoro” fotografa meglio le realtà del Nord e del Centro
del Paese, rispetto a quelle del Meridione.
Tab. 1-2
Questionario on-line: Macro-area di residenza [6] (N. e %)
Nord Italia
Centro Italia
Sud Italia
N.
1.236
416
327
TOT validi
1.979
(TOT)
1.990
(Mancanti)
11
%
62,5
21,0
16,5
100
-
[6] Nelle tre città-focus sono stati raccolti complessivamente 200 questionari: 86 a
Catania, 59 a Firenze e 55 a Genova.
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Per quanto riguarda l’identità sessuale, è evidente che la nostra indagine si è interfacciata più con gli uomini che con le donne. La dimensione del sotto-campione femminile non è comunque irrilevante,
così come di nota sono gli oltre 50 questionari raccolti da persone
transgender/transessuali.
Tab. 1-3
Questionario on-line: Identità sessuale (N. e %)
M omosessuale
M bisessuale
F omosessuale
F bisessuale
Trans MtF
N.
%
1.291
65,2
83
4,2
440
22,2
99
5,0
30
1,5
Trans FtM
21
1,2
Altro
16
0,8
TOT validi
1.980
100
(Mancanti)
10
-
1.990
-
(TOT)
Uno sguardo, poi, alla condizione occupazionale, che abbiamo articolato in 9 voci – ognuna delle quali conduceva, attraverso il questionario, ad un particolare percorso di domande mirate.
Poco meno di 3 intervistati su 4 sono lavoratori; gli studenti approssimano il 12% ed i disoccupati propriamente intesi sono l’8,7% del
totale del campione, a cui si aggiunge l’1,1% di inoccupati. Molto limitato, infine, è il gruppo dei pensionati.
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Tab. 1-4
Questionario on-line: Condizione occupazionale (N. e %)
N.
Lavoro oppure studio e lavoro
Studio e non ho mai lavorato
1461
73,4
123
6,2
118
Studio e ho lavorato in passato
Sono disoccupato e non ho mai lavorato
21
Sono disoccupato e ho lavorato in passato
173
Non lavoro, non cerco lavoro e ho lavorato in passato
25
Non lavoro, non cerco lavoro e non ho mai lavorato
4
In servizio civile, tirocinio, stage
Altro
%
33
32
5,9
1,1
8,7
1,3
0,2
1,7
1,5
TOT validi
1.990
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
-
-
Il campione presenta un livello di istruzione medio-elevato. Oltre la
metà degli intervistati è almeno laureato; solo il 4,6% non è andato
oltre la scuola dell’obbligo.
Tab. 1-5
Questionario on-line: Titolo di studio (N. e %)
Laurea/specializzazione post diploma e oltre
Diploma superiore/formazione professionale
Scuola dell’obbligo
Altro
TOT validi
(Mancanti)
(TOT)
N.
867
762
79
2
1.710
280
1.990
%
50,7
44,6
4,6
0,1
100
-
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Infine, si è tentato di sondare la capacità economica dei rispondenti
(compresi coloro che non lavorano).
Tab. 1-6
Questionario on-line: Disponibilità economica netta mensile (N. e %)
Da 0 a 999 euro
Fra 1.000 e 1.999 euro
Fra 2.000 e 2.999 euro
3.000 euro e oltre
Preferisce non rispondere
N.
%
544
789
31,7
46
158
9,2
98
5,7
128
7,5
TOT validi
1.710
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
280
-
Analisi di maggior dettaglio su questo campione sono fornite al §
2.1.1.
2) Il campione qualitativo n. 1 (stakeholder)
Come richiesto, sono rappresentati stakeholder di tutte le identità
sessuali e di tutti i gruppi sociali e professionali ipotizzati inizialmente.
Tab. 1-7
Campione degli stakeholder: Città-focus (N.)
N.
Catania
14
Firenze
23
Genova
15
TOT
52
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Tab. 1-8
Campione degli stakeholder: Identità sessuale (N.)
N.
M
F
28
Trans
TOT
20
4
Tab. 1-9
Campione degli stakeholder: Appartenenza (N.)
Associazionismo LGBT
Associazionismo di altro tipo
Imprenditori e datori di lavoro
Operatori giuridici e avvocati
Università
Operatori della salute
Mass-media
N.
52
15
1
5
4
2
4
1
Enti pubblici e locali
16
TOT
52
Sindacati
4
3) Il campione qualitativo n. 2 (persone LGBT discriminate sul
lavoro)
Variegato è anche il campione delle persone LGBT discriminate sul
lavoro.
Le interviste raccolte al di fuori delle tre città di cui sopra sono state
raccolte grazie all’opera volontaria di una serie di collaboratori e attivisti di Arcigay.
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Tab. 1-10
Campione delle persone LGBT discriminate sul lavoro:
Area geografica (N.)
Catania e dintorni
N.
Firenze
3
2
Genova
3
Abruzzo
1
Emilia-Romagna
1
Lazio
2
Lombardia
2
Piemonte
3
TOT
17
Tab. 1-11
Campione delle persone LGBT discriminate sul lavoro:
Identità sessuale (N.)
N.
M
12
F
1
Trans MtF
3
Trans FtM
1
TOT
17
L’età degli intervistati va dai 29 ai 70 anni; l’età media è pari a 39 anni.
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Seconda parte
I RISULTATI
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Al fine di valorizzarli al meglio e di rendere, al contempo, la loro
lettura di facile comprensione, i risultati dell’indagine “Io Sono Io Lavoro” verranno presentati in tre diversi capitoli: uno per ciascuno dei
sotto-campioni che abbiamo a disposizione. Inizieremo con il capitolo
sul questionario (§ 2.1); quindi ci dedicheremo alle interviste agli stakeholder (§ 2.2); infine illustreremo le storie di vita (§ 2.3).
Materiali eterogenei richiederanno analisi di diverso tipo: analisi statistica e analisi del contenuto; un apposito capitolo sarà comunque dedicato al confronto tra queste diverse fonti, alla comparazione tra i
risultati di analisi distinte.
Per quanto riguarda, nello specifico, le storie di vita, come équipe
abbiamo scelto di non fare approfondite analisi sul ricco materiale raccolto, bensì di riproporlo come testimonianza, quanto più vicina possibile, compatibilmente con la normativa sulla privacy, alle parole ed
alla ‘calore’ dei racconti che abbiamo ascoltato.
Concludono questa parte del report (§ 2.4) una prima analisi d’insieme del ricco materiale raccolto ed alcune anticipazioni relative ai
numerosissimi commenti ed auspici espressi dagli intervistati in merito alle azioni da intraprendere per risolvere il problema delle discriminazioni LGBT sul lavoro (disponibili on-line nella loro versione
completa al sito web: www.iosonoiolavoro.it).
2.1
Il punto di vista
delle persone LGBT
In questo capitolo presentiamo i dati raccolti tramite questionario
anonimo on-line, analizzati con gli usuali metodi quantitativi. Verranno così utilizzate le frequenze univariate, gli incroci e gli indici sintetici, rappresentati in tabelle e grafici.
In generale, l’incrocio tra variabili verrà citato nel testo solo quando
esso risulterà significativo ai test statistici più frequenti (chi quadro,
analisi della varianza, correlazione e regressione).
Al fine di rendere più agevole la lettera e la comprensione del capitolo, riporteremo di volta in volta le domande cui si riferisce l’analisi,
complete del codice identificativo affinché siano agevolmente rintracciabili all’interno del questionario.
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2.1.1 – Il sotto-campione
delle persone occupate
Siccome una parte importante del questionario ha dedicato affondi
sulla situazione di quanti attualmente lavorano, stanno svolgendo attività di servizio civile, tirocinio o stage o sono in altra condizione occupazionale (pari a 1.526 intervistati, corrispondenti al 76,6%
dell’intero campione; v. tabella 1-4), è opportuno presentare brevemente il profilo di questo sotto-campione. In sintesi:
• La maggioranza degli intervistati lavoratori opera nelle regioni del
Nord Italia (64,8%). Il 21,1% lavora nel Centro Italia. Sotto-rappresentante invece le regioni meridionali (11,9%). Una quota residuale (2,2%)
viaggia e lavora in più regioni.
• La maggior parte dei lavoratori rispondenti svolge la propria attività in comuni di dimensioni piccole e medie (tabella 2-1).
• Il 45,6% degli intervistati lavora nel settore del commercio, dei servizi all’impresa e delle libere professioni. Sotto-rappresentati i lavoratori dell’industria, agricoltura e simili (12,5%) (tabella 2-2).
• Rispetto al livello di inquadramento, ampia è la fascia intermedia
(impiegato; professioni tecniche, del commercio e servizi), che raggiunge il 40,8% del campione qui considerato (tabella 2-3).
• Le organizzazioni private (49,6%) e gli enti pubblici (24,6%) risultano i principali datori di lavoro (tabella 2-4).
• La fetta più grande del campione (35,6%) lavora in aziende di
ampie dimensioni, oltre i 250 dipendenti (tabella 2-5).
• Infine, oltre la metà dei rispondenti lavoratori (54,9%) è dipendente a tempo indeterminato (tabella 2-6).
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Tab. 2-1
Questionario on-line:
Dimensioni del comune dove i rispondenti lavorano (N. e %)
Metropoli (oltre 1.000.000 abitanti)
N.
372
Città grande (500.000-999.999)
211
Città media (100.000-499.999)
24,6
14,0
429
Paese/cittadina (fino a 99.000)
Lavoro in più comuni, viaggio
%
28,4
466
30,9
32
2,1
TOT validi
1.510
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
480
-
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
Tab. 2-2
Questionario on-line: Settore lavorativo [7] (N. e %)
N.
Industria, agricoltura e simili
Commercio; servizi all’impresa; libere professioni
Servizi alla persona pubblici e privati,
pubblica amministrazione
Altro
%
187
12,5
581
38,8
46
3,1
682
45,6
TOT validi
1.496
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
494
-
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
[7] Questa tipologia è una aggregazione delle 23 modalità di risposta presenti nel
questionario (domanda A8).
Nel dettaglio questa era la distribuzione dei casi:
a) Per la tipologia Industria, agricoltura e simili:
• 7 casi in Agricoltura, allevamento, caccia, pesca
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Tab. 2-3
Questionario on-line: Livello di inquadramento (N. e %)
Libero professionista, lavoratore in proprio,
artigiano
Imprenditore, dirigente, dipendente apicale
N.
218
94
%
14,6
6,3
Quadro, funzionario, ricercatore,
insegnante
289
19,3
609
40,8
Operaio specializzato, professioni
esecutive
244
16,3
40
2,7
Impiegato, intermedio; professioni
tecniche, del commercio e servizi
Altro
TOT validi
1.494
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
496
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
-
• 10 casi in Estrazione, energia; fornitura di elettricità, gas, acqua
• 157 casi in Industria e attività manifatturiere (meccanica, alimentare, tessile,
chimica, metallurgica... fabbricazione di macchinari, di prodotti elettronici, di
veicoli... ); manutenzione/installazione di macchine e apparecchiature
• 13 casi in Costruzioni
b) Per la tipologia Commercio, servizi all’impresa, libere professioni:
• 124 casi in Commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione veicoli,
agenzie-viaggio
• 83 casi in Alberghi e ristoranti, bar
• 34 casi in Trasporti pubblici e privati, magazzinaggio, servizi privati di corriere
• 167 casi in Informazione e comunicazione (editoria, informatica, grafica,
marketing... )
• 59 casi in Banche, attività finanziarie e assicurative
• 51 casi in Servizi alle imprese (call-center... pulizie uffici... )
• 73 casi in Libere attività professionali tecniche e scientifiche (avvocato,
commercialista, consulente... )
• 72 casi in Attività artistiche, sportive, ricreative, moda (spettacolo, teatri, arte,
disegno, palestre, discoteche... )
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Tab. 2-4
Questionario on-line: Tipo di datore di lavoro (N. e %)
N.
%
Ente pubblico
372
24,6
Azienda privata; soggetto privato
(famiglia, singola persona)
749
49,6
137
9,1
57
3,8
175
11,6
20
1,3
TOT validi
1.510
100
(Mancanti)
480
-
1.990
-
Cooperativa; associazione
Ente misto
Non sono dipendente
Altro
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
• 7 casi in Attività artigianali per l’abitazione (idraulico, elettricista… )
• 12 casi in Altre attività di servizi per la persona (parrucchiere, massaggiatore...)
c) Per la tipologia Servizi alla persona pubblici e privati; pubblica amministrazione:
• 148 casi in Pubblica amministrazione (attività generali dei ministeri, delle
regioni, degli enti locali; degli altri soggetti pubblici e di diritto pubblico: INPS,
Camera di commercio, Poste italiane...)
• 32 casi in Difesa: esercito e forze dell’ordine; vigili del fuoco, protezione civile
• 138 casi in Sanità pubblica e privata
• 74 casi in Servizi sociali pubblici e privati
• 74 casi in Scuola
• 95 casi in Formazione, università, ricerca
• 8 casi in Servizi alle famiglie (baby-sitter, colf, badante… )
• 12 casi in Attività di organizzazioni associative (sindacati, partiti... )
d) La tipologia Altro comprende 46 casi non riconducibili alle tipologie identificate.
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Tab. 2-5
Questionario on-line:
Numero di dipendenti del datore di lavoro (N. e %)
N.
Fino a 15 dipendentista, lavoratore
in proprio,artigiano
%
331
21,8
Da 16 a 50
218
14,4
Oltre 250
540
35,6
Da 51 a 250
226
Non so
14,9
69
Sono solo io
4,6
131
8,6
TOT validi
1.515
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
475
-
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
Tab. 2-6
Questionario on-line: Posizione contrattuale (N. e %)
Dipendente a tempo indeterminato
Dipendente a tempo determinato e
atipici
Titolare d’impresa, libero professionista, partita IVA, artigiano
Altro
N.
824
381
%
54,9
25,4
201
13,4
94
6,3
TOT validi
1.500
100
(TOT)
1.990
-
(Mancanti)
46
490
(Hanno risposto soltanto le persone occupate)
-
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Molte di queste dimensioni verranno utilizzate per incrociare altre
variabili (c.d. variabili ‘indipendenti’).
Alcuni riferimenti numerici, infine, dei vari sotto-campioni che verranno utilizzati nel corso del report:
• 1.990 sono le persone che compongono il questionario valido totale
• 1.526 sono le persone che sono ora variamente occupate
• 1.785 sono le persone che sono ora variamente occupate o che lo
sono state negli ultimi 10 anni
• 1.389 sono le persone che, ora variamente occupate o che lo sono
state in passato, negli ultimi 10 anni hanno cercato lavoro
• 1.690 sono le persone che prevedono di lavorare o non escludono
di farlo tra 5 anni
È opportuno tenere a mente questi diversi sotto-campioni perché, nel
corso della presentazione dei risultati, faremo esplicitamente ricorso all’uno o all’altro a seconda della parte analizzata del questionario on-line.
2.1.2 – Cercare lavoro
Hanno risposto alla sezione riguardante eventuali esperienze di discriminazione nella ricerca di un lavoro solo quanti, tra le persone attualmente occupate o che abbiano alle spalle almeno una esperienza
lavorativa, negli ultimi 10 anni abbiano cercato lavoro. Essi ammontano a 1.389 casi, pari al 69,8% del totale del campione intervistato.
B2 – Cercando lavoro negli ultimi 10 anni, secondo te, ti è mai successo di non essere stato accettato proprio perché LGBT?
Il 13% (179 persone) dichiara di aver vista respinta la propria candidatura per un posto di lavoro in ragione della propria identità sessuale; rilevante è la quota dei “non so” (25,8%, ovvero 356 persone).
L’età non pare statisticamente rilevante nel determinare differenze
rispetto a tale percezione.
Una variabile significativa è invece l’identità di genere: dichiarano di
essere state rifiutate in quanto LGBT le persone trans in primo luogo
(pari al 45% su 40 casi), seguiti dagli uomini (14,2% su 938 casi) e dalle
donne (6,7% su 388 casi).
Al crescere del titolo di studio diminuisce tendenzialmente la registrazione di esperienze di rifiuto nella ricerca di un lavoro: il 10,4%
dei rispondenti almeno laureati ha incontrato una barriera, contro il
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13,4% dei diplomati e il 15,7% di quanti hanno frequentato la scuola
dell’obbligo. Le differenze non sono però così nette.
Nel 73,9% dei casi, il rifiuto è ad opera del datore di lavoro. Residuali invece le quote relative a soggetti di intermediazione nella ricerca di un lavoro (nell’11,9% dei casi si tratta di agenzia interinale;
nel 7,5% di altri soggetti pubblici di orientamento e supporto nella ricerca di una occupazione, come i centri per l’impiego).
B4 – L’ultima volta che non ti hanno accettato perché LGBT, in che
settore era il lavoro per cui ti candidavi?
Il settore in cui principalmente si è verificato il rifiuto è quello del commercio, dei servizi all’impresa e delle libere professioni (tabella 2-7).
Tab. 2-7
Questionario on-line:
Discriminazioni LGBT in entrata, per settore lavorativo (N. e %)
N.
%
Industria, agricoltura e simili
20
12,4
Commercio; servizi all’impresa; libere
professioni
94
58,4
Servizi alla persona pubblici e privati,
pubblica amministrazione
35
21,7
Altro
12
7,5
TOT validi
161
100
(Mancanti)
18
-
179
-
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone che, cercando lavoro negli ultimi 10 anni, ritengono di essere state discriminate in quanto LGBT)
Come illustra il grafico 2-1, il rifiuto avviene soprattutto in caso di candidature per livelli di inquadramento bassi ed intermedi.
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Graf. 2-1
Questionario on-line, “L’ultima volta che non ti hanno accettato
perché sei LGBT, qual era il livello di inquadramento del lavoro
per cui ti candidavi?” (%)
(Hanno risposto soltanto le persone che, cercando lavoro negli ultimi 10 anni,
ritengono di essere state discriminate in quanto LGBT;
casi validi 158, casi mancanti 21)
Infine, a porre barriere nell’accesso sono soprattutto le aziende private, in cui si sono verificati il 76,6% dei casi di rifiuto subiti dai rispondenti, contro l’8,9% degli enti pubblici, l’8,9% di cooperative e
associazioni, il 2,5% degli enti misti ed il 3,2% delle risposte altro (casi
validi 158, mancanti 21).
2.1.3 – Il coming out
Un aspetto strettamente legato al vissuto delle persone LGBT nel
proprio luogo di lavoro è lo svelamento della propria identità sessuale.
Infatti, quando, nelle persone con un’identità stigmatizzata, lo stigma
non è visibile, fare coming out può determinare conseguenze positive
sull’autostima del lavoratore e sul clima lavorativo, da un lato, e/o conseguenze negative come la discriminazione, l’emarginazione, la ves-
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15.16
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sazione, dall’altro lato.
Tra coloro che sono generalmente occupati, è stata indagata la disclosure in ambito familiare, amicale e lavorativo.
2.1.3.1 – Coming out con familiari ed amici
A12 – Quanti familiari ‘stretti’ (genitori, fratelli-sorelle, coniuge, figli)
sanno che sei LGBT?
A13 – Quanti amici e amiche sanno che sei LGBT?
Come atteso, sono gli amici, più dei familiari, i principali destinatari
del coming out: l’81,1% degli intervistati ha dichiarato la propria identità sessuale ad oltre la metà dei propri amici; lo stesso indicatore riferito ai parenti più stretti è al 61,8%, vale a dire circa 20 punti
percentuali in meno (tabella 2-8).
Tab. 2-8
Questionario on-line: Disclosure con familiari e amici (% e N.)
Tutti o
quasi
tutti
Più
della
metà
Qualcuno,
meno della
metà
Nessuno
TOT
validi
(Mancanti)
Familiari
54,4
7,4
19,0
19,2
1.506
20
Amici
65,2
15,9
16,2
2,7
1.510
16
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
In linea con quanto già rilevato da recente analoghe ricerche, tra le
variabili indipendenti determina differenze statisticamente significative quella relativa all’identità sessuale: gli omosessuali e i trans, più
dei bisessuali, hanno fatto coming out con oltre la metà degli amici
(l’83,8% degli omosessuali, il 70,8% dei trans contro il 56,6% dei bisessuali) e familiari (rispettivamente il 65,0%, il 58,3% e il 27,2%).
Inoltre, parenti ed amici di quanti vivono nel Sud Italia sono maggiormente all’oscuro dell’identità sessuale del campione considerato:
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ha fatto coming out con oltre la metà o tutti i familiari, il 45,9% dei residenti nelle regioni meridionali vs. il 62,0% nel Centro Italia e il 64,7%
nel Nord Italia; con oltre la metà o tutti gli amici il 67,2% di chi vive al
Sud, l’81,2 di chi vive nelle regioni centrali e l’83,6 di coloro che risiedono nelle regioni settentrionali.
2.1.3.2 – Coming out sul lavoro
A14 – Oggi, qualcuna delle persone con cui lavori (capi, colleghi, sottoposti, clienti/utenti/committenti) sa che sei LGBT?
Tab. 2-9
Questionario on-line: Disclosure sul lavoro (% e N.)
Capi, colleghi,
sottoposti,
clienti/utenti/
committenti
Maggioranza
Qualcuno
Nessuno
TOT
validi
(Mancanti)
39,4
34,0
26,6
1.519
7
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
Come illustra la tabella 2-9, oltre un quarto dei rispondenti è completamente invisibile sul posto di lavoro. Si tratta della quota più alta
registrata nei tre ambiti di vita presi a riferimento (cfr. tabella 2-8).
Numerose sono le variabili indipendenti statisticamente significative:
• L’identità sessuale: i bisessuali hanno fatto coming out sul posto
di lavoro meno degli omosessuali e dei trans. Infatti, il 44,8% di quanti
si sono dichiarati bisessuali (116 intervistati) è totalmente invisibile
sul lavoro, contro il 24,7% degli omosessuali e il 12,5% (su un totale di
24 intervistati) dei transessuali.
• Il comune sede del lavoro: all’aumentare della sua dimensione, diminuisce la quota di chi è completamente invisibile sul lavoro. Il 35,5%
di chi lavora in città di piccole dimensioni (inferiore a 100.000 abitanti)
non ha fatto coming out con nessuno, rispetto al 24,3% di chi lavora
in città di medie dimensioni (da 100.000 a 499.999), al 21,8% di quanti
lavorano in città grandi (tra 500.000 e 999.999) e al 21,2% di chi lavora
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nelle metropoli.
• La posizione contrattuale: il 47,3% degli autonomi/liberi professionisti/imprenditori ha dichiarato la propria identità sessuale alla
maggioranza delle persone con cui lavorano, rispetto al 38,8% di chi ha
un contratto a termine (dipendenti a tempo determinato e atipici) ed
al 37,2% di chi ha un contratto a tempo indeterminato; i dipendenti a
tempo indeterminato sono anche coloro che, più degli altri, vivono
nella completa invisibilità sul lavoro.
• Il titolo di studio: inaspettatamente, il 34,2% dei laureati e oltre ha
fatto coming out alla maggioranza delle persone con cui lavora vs. il
46,0% dei diplomati e il 46,6% di chi si è fermato alla scuola dell’obbligo.
• Il livello di inquadramento: al suo crescere si rileva una tendenziale diminuzione della visibilità (grafico 2-2).
Graf. 2-2
Campione on-line:
Disclosure sul lavoro, per livello di inquadramento (%)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate;
casi validi 1.493; mancanti 33)
• Il datore di lavoro: è più alta la visibilità in cooperative e associazioni, dove l’identità sessuale del 46,7% degli intervistati che vi lavorano è nota alla maggioranza delle persone, mentre è più bassa negli
enti pubblici, dove si è dichiarato alla maggioranza il 29,6% dei ri-
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spondenti occupati in questo ambito; inoltre, lo svelamento maggioritario ha riguardato il 40,3% di chi lavora in aziende private e il 28,1%
di chi lavora in enti misti.
• Il reddito mensile netto individuale: a reddito minore corrisponde
minore visibilità (grafico 2-3).
Graf. 2-3
Campione on-line: Disclosure sul lavoro, per reddito (%)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate;
casi validi 1.364; mancanti 162)
Se si incrocia la disclosure per la dimensione aziendale, non si registrano rilevanti differenze.
Altri elementi che risultano essere significativamente correlati alla
visibilità sul posto di lavoro sono:
• L’aver fatto coming out con amici e familiari.
• La presenza di altre persone LGBT sul luogo di lavoro.
Esiste infatti corrispondenza tra la visibilità sul luogo di lavoro e la
visibilità nella vita sociale. Lo conferma il grafico 2-4, che illustra la
relazione tra queste due variabili. È dimostrata una correlazione positiva (coefficiente di correlazione 0,96, altamente significativo secondo
il test statistico) tra l’indice di visibilità sul posto di lavoro [su una
scala da 0 a 10, dove a 0 corrisponde la totale invisibilità e a 10 la
piena visibilità] e l’indice complessivo di visibilità nella vita [conside-
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rando sia gli amici che i familiari; scala da 0 a 10]: maggiore è la visibilità nella vita, maggiore è quella sul posto di lavoro. Il grafico illustra
un altro aspetto di tale relazione, dimostrando che la variabile determinante è la visibilità sulla vita: è maggiore la quota di quanti hanno
fatto coming out nella vita ma non ancora nel lavoro, mentre è inferiore la quota di coloro che hanno seguito un percorso di svelamento
inverso. L’ordine temporale dello svelamento, dunque, è più frequentemente in principio ‘vita’ e poi ‘lavoro’.
Graf. 2-4
Campione on-line:
Differenza tra disclosure nel lavoro (datori, colleghi, sottoposti,
clienti) e disclosure nella vita sociale (amici e familiari) (%)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
La presenza di altre persone LGBT sul luogo di lavoro influisce in
maniera significativa sul proprio coming out. Come evidenzia il grafico
2-5, dove c’è la presenza di altre persone LGBT cresce tendenzialmente
la visibilità dei rispondenti; dove invece non è nota la presenza di altri
LGBT o si ritiene che non esistano altri LGBT, la visibilità è inferiore.
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Graf. 2-5
Campione on-line:
Incrocio tra la presenza di altri LGBT
e la visibilità sul luogo di lavoro (%)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate;
casi validi 1.501, mancanti 25)
È pertanto confermata l’analisi di Saccinto, secondo cui “analizzando i fattori ambientali, si evidenzia l’importanza del grado di supportività di un ambiente di lavoro verso gay, lesbiche e bisessuali. Tale
caratteristica può manifestarsi attraverso alcuni elementi [… tra cui il
fatto]se altri individui LGB hanno già svelato la propria identità sessuale con successo […]. La letteratura mette in luce che il supporto sociale da parte di colleghi e dell’organizzazione stessa è un fattore
incisivo nell’atto di rivelarsi” (Saccinto et al: submitted).
A15 – Per te, è difficile e/o stressante vivere sul lavoro senza che nessuno sappia che sei LGBT?
Se, da un lato, la paura di conseguenze negative può spingere a nascondere la propria identità sessuale nell’ambiente di lavoro, dall’altro
lato vivere nascostamente la propria quotidianità lavorativa e non
poter, così, ricomporre coerentemente la propria vita privata e quella
pubblica può alimentare uno stato costante di ansia e stress.
Questa possibilità è stata indagata attraverso una specifica domanda del questionario rivolta ai 404 rispondenti occupati che hanno
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dichiarato di essere completamente invisibili sul lavoro.
Il 39,5% dei rispondenti dichiara molto o abbastanza stressante vivere nell’invisibilità; il 47,0% lo ritiene poco o per nulla tale. Il quadro
è quindi polarizzato, non c’è convergenza di opinioni (tabella 2-10).
Tab. 2-10
Questionario on-line:
Grado di accordo alla domanda “Per te, è difficile e/o stressante
vivere sul lavoro senza che nessuno sappia che sei LGBT?” (% e N.)
N.
Sì, molto
%
52
12,9
Sì, abbastanza
107
26,6
Un po’, raramente
132
32,8
No, per niente
57
14,2
Non è rilevante
54
13,5
TOT validi
402
100
(Mancanti)
2
-
404
-
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate
totalmente invisibili sul posto di lavoro)
Per le donne è lievemente più stressante vivere sul lavoro senza che
nessuno sia a conoscenza della propria identità sessuale: il 43,4% delle
rispondenti valuta tale condizione molto o abbastanza difficile, rispetto al 39,1% degli uomini, così come la totalità dei 3 rispondenti
trans non svelati.
Non hanno invece rilevanza statistica, tra le variabili indipendenti,
l’età, la zona geografica di lavoro, il titolo di studio, la posizione contrattuale, la dimensione del comune sede di lavoro e l’inquadramento
professionale.
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A16 – Secondo te, cosa ti succederebbe se le persone con cui lavori venissero a sapere che sei LGBT?
Allo stesso sotto-campione di 404 persone che sul lavoro non hanno
fatto per nulla coming out è stato chiesto di prevedere le conseguenze
dell’eventuale svelamento: le condizioni di lavoro migliorerebbero,
peggiorerebbero o resterebbero invariate?
Secondo oltre la metà del campione valido, la situazione sarebbe destinata a peggiorare, mentre appena lo 0,5% ha aspettative ottimiste
(tabella 2-11).
Tab. 2-11
Questionario on-line:
Grado di accordo alla domanda “Secondo te, cosa ti succederebbe
se le persone con cui lavori venissero a sapere che sei LGBT?” (% e N.)
N.
%
Le mie condizioni di lavoro migliorerebbero
2
0,5
Le mie condizioni di lavoro peggiorerebbero
202
50,2
91
22,6
Non so
107
26,7
TOT validi
402
100
(Mancanti)
2
-
404
-
Le mie condizioni di lavoro rimarrebbero uguali
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate
totalmente invisibili sul posto di lavoro)
Il celare la propria identità sessuale, dunque, è, per la maggior parte
del campione considerato, funzionale all’evitamento di trattamenti
sfavorevoli.
Tuttavia, è interessante notare come sono proprio coloro che si nascondono per il timore di un peggioramento della propria situazione
a considerare altamente stressante l’invisibilità (grafico 2-6).
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Graf. 2-6
Campione on-line:
Incrocio le domande “È stressante vivere nell’invisibilità sul lavoro?” e “Che succederebbe se si scoprisse che sei LGBT?” (%)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate
totalmente invisibili sul posto di lavoro)
Il carattere apparentemente paradossale di questo fenomeno è ben
sintetizzato da Saccinto: “Ciò che motiva le persone a nascondersi è la
paura di un trattamento più sfavorevole. Allo stesso tempo, però, celare l’identità stigmatizzata non allevia automaticamente le paure o lo
stress individuale e crea un circolo vizioso in cui il tentativo di ‘passare
come normale’ induce e alimenta uno stato di ansia costante” (Saccinto
et al: submitted).
In merito alle previsioni sul futuro, le uniche variabili indipendenti
statisticamente significative risultano:
• La posizione contrattale: sono meno pessimisti i dipendenti a
tempo determinato e con contratti a termine, il 41,1% dei quali prevede un peggioramento della propria situazione, contro il 54,5% dei
dipendenti a tempo indeterminato e il 43,9% degli autonomi, liberi professionisti e titolari d’impresa
• Il livello di inquadramento: è interessante osservare la distribuzione delle risposte di quanti non si aspettano mutamenti. Il 35,7% dei
liberi professionisti, lavoratori in proprio e artigiani ha indicato questa risposta, contro il 14,8% di imprenditori e apicali, il 23,2% di qua-
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dri, funzionari, ricercatori e insegnanti, il 21,3% di impiegati, intermedi, professioni tecniche, del commercio e dei servizi, il 18,1% di operai specializzati e professioni esecutive
Gli incroci con le altre variabili indipendenti considerate (età, zona
geografica di lavoro, genere, orientamento sessuale, titolo di studio,
dimensioni del comune sede del lavoro, settore lavorativo, datore e dimensioni dell’azienda) non risultano statisticamente significativi.
Neppure il livello di coming out nella vita (con amici e familiari) interviene in modo statisticamente rilevante sulle previsioni delle conseguenze dello svelamento.
A17 – Secondo te, cosa è successo dopo che sono venuti a sapere che
sei LGBT?
Ai 1.115 intervistati occupati la cui identità sessuale è nota ad almeno alcune delle persone con le quali lavorano (cfr. tabella 2-9) è
stato chiesto quali sono state le conseguenze della loro disclosure.
Nella grande maggioranza dei casi (pari all’87,5%), la situazione non
è cambiata, il 6,9% sostiene che la situazione sia migliorata e il 5,6% che
sia peggiorata.
Se si confronta questo risultato con le aspettative di quanti sono invisibili sul lavoro (v. tabella 2-11), si può osservare, in generale, come
l’anticipazione delle conseguenze dello svelamento tenda ad apparire
più negativa degli effetti reali [8].
Tra le variabili indipendenti statisticamente significative segnaliamo:
• L’identità sessuale: le condizioni sono rimaste immutate soprattutto per le donne (93,3% delle 294 donne che hanno risposto a questa domanda, rispetto all’85,8% degli uomini e al 70% delle persone
trans); sono peggiorate in particolare per le persone trans (20% vs. il 2%
delle donne e il 6,5% degli uomini).
• Il settore lavorativo: le condizioni sono peggiorate soprattutto per
chi lavora nel settore dell’industria/agricoltura e simili (12,1% vs. 3,9%
di chi opera nel commercio, servizi all’impresa, libere professioni e
6,5% di chi opera nei servizi alla persona pubblici e privati e nella pubblica amministrazione).
• L’inquadramento professionale: gli operai specializzati (10,6%) ritengono che le proprie condizioni siano peggiorate, seguiti da im[8] Ulteriori indagini sono comunque necessarie per validare appieno questa interpretazione, che assume infatti che i due sotto-campioni siano omogenei e quindi direttamente confrontabili.
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prenditori, dirigenti e apicali (8,8%), impiegati, intermedi, e operatori
di professioni tecniche, del commercio e servizi (4,9%) e, infine, da quadri, funzionari, ricercatori e insegnanti (4,6%).
Non sono viceversa rilevanti, secondo il test statistico utilizzato, le
seguenti variabili indipendenti considerate: età, zona geografica sede
del lavoro, titolo di studio, dimensioni del Comune, posizione contrattuale e reddito.
A18 – I tuoi datori di lavoro/capi/responsabili sanno che sei LGBT?
A19 – I tuoi colleghi (di livello uguale a te) lo sanno?
A20 – I tuoi sottoposti (di cui tu sei il capo) lo sanno?
A21 – I tuoi clienti/utenti/committenti del tuo lavoro lo sanno?
Un approfondimento su chi sono i destinatari del coming out sul lavoro dei 1.115 rispondenti che lo hanno fatto mette in luce come la disclosure sia più diffusa verso i sottoposti e colleghi, e molto meno
frequente nel caso di clienti, utenti o committenti (tabella 2-12).
Tab. 2-12
Questionario on-line: Disclosure sul lavoro, per target (% e N.)
Tutti o
quasi, oltre
la metà
Nessuno,
meno della
metà
TOT
validi
(Mancanti)
Datori di
lavoro, capi
52,5
47,5
1.005
13
Colleghi
61,2
38,8
1.059
12
Sottoposti
63,2
36,8
584
19
Clienti, utenti,
committenti
24,6
75,4
893
16
(Hanno risposto soltanto le persone occupate che hanno fatto coming out sul
lavoro con qualcuno; a seconda dei casi, sono stati esclusi dal calcolo i rispondenti
che non hanno capi, colleghi, sottoposti, clienti/committenti)
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2.1.4 – Strategie di coping
Coerentemente con lo scenario teorico presentato all’inizio di questo report, il questionario on-line, attraverso una serie specifiche domande, ha indagato l’adozione di alcune forme di coping individuate
da Chung (Chung: 2001) da parte degli intervistati che attualmente lavorano o che hanno lavorato negli ultimi 10 anni. La numerosità del
sotto-campione di riferimento è pari a 1.785 casi.
In questo paragrafo presentiamo le analisi disponibili sulle strategie
di “Scelta professionale / Vocational choice” (§ 2.1.4.1) e di “Gestione
dell’identità / Identity management” (§ 2.1.4.2); nei due successivi tratteremo di “Gestione della discriminazione / Discrimination management” (§ 2.1.5 e § 2.1.6).
2.1.4.1 – Scelta professionale/Vocational choice
Per esplorare il grado e le caratteristiche della diffusione di questa
strategia di coping, che si fonda sulla selezione di un lavoro sulla base
dell’aspettativa di essere accettati ed inclusi in quanto LGBT al suo interno, è stato chiesto ai rispondenti di esprimere il proprio grado di accordo in merito alle seguenti quattro affermazioni:
B39 – Ho scelto di fare questo tipo di mestiere per il modo in cui le
persone LGBT che fanno questo lavoro vengono trattate generalmente
B40 – Ho scelto questo posto di lavoro perché sapevo che qui le persone LGBT vengono trattate in modo equo e rispettoso
B41 – Ho evitato di fare alcuni tipi di mestiere, anche se mi piacevano, perché sono LGBT
B42 – Ho scelto questo posto di lavoro perché già sapevo che c’erano
persone LGBT al suo interno
Come illustra la tabella 2-13, le affermazioni sulle quali si registra una
condivisione relativamente maggiore sono la convinzione che il posto di
lavoro prescelto garantisca un trattamento equo e rispettoso alle persone LGBT (12,1% di risposte molto o abbastanza d’accordo) e l’evitamento di alcuni mestieri in ragione della propria identità sessuale (13,1%
delle risposte molto o abbastanza d’accordo). In ogni caso, le strategie di
“scelta professionale” sono utilizzate da una minoranza di intervistati.
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Ho scelto di
fare questo tipo
di mestiere per
il modo in cui le
persone LGBT
che fanno questo lavoro vengono trattate
generalmente
Ho scelto questo posto di lavoro perché
sapevo che qui
le persone
LGBT vengono
trattate in
modo equo e rispettoso
Ho evitato di
fare alcuni tipi
di mestiere,
anche se mi
piacevano, perché sono LGBT
Ho scelto questo posto di lavoro perché già
sapevo che
c’erano persone
LGBT al suo interno
(Mancanti)
TOT
validi
Non so, non
pertinente
Per niente
d’accordo
Poco
d’accordo
Molto d’accordo
Abbastanza
d’accordo
Tab. 2-13
Questionario on-line: Grado di accordo in merito ad alcuni aspetti
della vocational choice (% e N.)
4,0
6,2
14,1
48,7
27,0
1.585
200
3,9
8,2
13,2
48,2
26,5
1.579
206
6,0
7,1
10,9
62,1
13,9
1.574
211
3,3
5,3
8,6
62,9
19,9
1.572
213
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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Combinando le quattro affermazioni, abbiamo creato un indice di
vocational choice [con 0=minimo ricorso a tale strategia di coping e
10=massimo ricorso [9]). Come atteso, l’indice medio di vocational
choice da parte del campione intervistato è molto basso (1,6) se comparato al valore della scala.
I grafici che seguono riportano il confronto tra medie dell’indice di
vocational choice secondo una serie variabili indipendenti.
Uomini e donne omosessuali utilizzano meno questa strategia rispetto agli altri gruppi (grafico 2-7). Rispetto all’età (grafico 2-8) e al titolo di studio (grafico 2-9), l’analisi statistica rileva che sono i più
giovani e gli intervistati con un grado di istruzione inferiore a fare ricorso più degli altri a tale strategia di fronteggiamento delle discriminazioni. Nel caso del titolo di studio, nello specifico, la relazione tra le
due variabili pare linearmente coerente.
Graf. 2-7
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per identità sessuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
[9] Le risposte “non so” sono trattate come dati mancanti.
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Graf. 2-8
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per classi di età (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Graf. 2-9
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per titolo di studio (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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Focalizzando l’attenzione solo su quanti riferiscono di essere occupati al momento della compilazione del questionario (1.526 intervistati, v. tabella 1-4), è possibile osservare quanto sia diffusa nei diversi
profili professionali dei rispondenti lavoratori la strategia di vocational choice.
Non risultano statisticamente significativi né il settore lavorativo né
la zona geografica in cui ha sede il lavoro, mentre rilevanti appaiono la
posizione contrattuale ed il livello di inquadramento (grafici 2-10, 2-11).
Entrambe le variabili dimostrano la maggiore diffusione del vocational choice tra i rispondenti imprenditori o con un lavoro autonomo:
una carriera professionale autonoma è quindi considerata maggiormente preservativa da discriminazioni, in conformità al modello di
Chung del “self employment” (figura 1-2). I dipendenti a tempo indeterminato, invece, sono coloro che meno degli altri hanno scelto il lavoro per le aspettative di un ambiente accogliente.
Rispetto al livello di inquadramento, l’indagine “Io Sono Io Lavoro”
mostra come tendenzialmente siano quelli inferiori a registrare il punteggio di vocational choice più elevato.
Altra variabile significativa è la dimensione dell’azienda (grafico e 212): il valore medio cala linearmente all’aumentare del numero di addetti.
Graf. 2-10
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per posizione contrattuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
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Graf. 2-11
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per livello di inquadramento (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
Graf. 2-12
Campione on-line:
Indice di vocational choice, per dimensione aziendale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
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È interessante notare come vi sia corrispondenza tra l’indice di visibilità sul luogo di lavoro (v. § 2.1.3.2) e l’indice di vocational choice.
Il coefficiente di correlazione tra le due variabili (0,14, statisticamente significativo) dimostra che esiste una correlazione positiva tra
le due variabili considerate: maggiore è l’indice di vocational choice,
maggiore il coming out. Ciò suggerisce che più il posto di lavoro è
stato scelto con l’attesa di essere accettati, più i rispondenti vi hanno
trovato le condizioni per fare coming out.
Infine, abbiamo verificato se vi sia una relazione tra la strategia di
fronteggiamento considerata e l’esperienza del rifiuto nella ricerca di
un lavoro in quanto LGBT (grafico 2-13).
L’analisi rivela che vi è una correlazione di segno positivo. Quanti ritengono di essere stati discriminati in entrata negli ultimi 10 anni, in
altre parole, ricorrono più frequentemente degli altri alla strategia di
coping di tipo vocational choice. Si può pensare che quando la ricerca
del lavoro diventa una corsa ad ostacoli, le persone cerchino strade
per evitare gli ostacoli; allo stesso tempo, questa evidenza confermerebbe, salvo ulteriori approfondimenti, l’ipotesi secondo cui la ricerca
selettiva di un futuro settore di impiego sulla base della sua ‘friendliness’ venga incentivata grandemente dall’effettivo rifiuto incontrato
in un settore di impiego passato.
Graf. 2-13
Campione on-line: Indice di vocational choice, per esperienza di rifiuto LGBT nell’accesso ad un lavoro (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate
e che negli ultimi 10 anni hanno cercato lavoro)
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2.1.4.2 – Gestione dell’identità/Identity management
B43 – Sul lavoro, controllo le mie informazioni personali che comunico agli altri (chi sono, chi è il mio partner, con chi passo il tempo…)
per non correre poi il rischio di venire trattato ingiustamente
Delle 5 diverse strategie individuate da Chung (Chung: 2011; v. figura 2-1) in merito all’identity management, abbiamo scelto di inserire nel questionario on-line una domanda volta a sondare il covering,
ovvero il controllo delle informazioni riguardanti la propria vita personale finalizzato a non svelare la propria identità sessuale e rischiare
di essere trattato ingiustamente.
Quasi un intervistato su due ha dichiarato di fare ricorso a tale strategia (tabella 2-14).
Tab. 2-14
Questionario on-line: Grado di accordo in merito alla domanda
“Sul lavoro, controllo le mie informazioni personali che comunico
agli altri (chi sono, chi è il mio partner, con chi passo il tempo… ) per
non correre poi il rischio di venire trattato ingiustamente” (% e N.)
Molto d’accordo
Abbastanza
d’accordo
N.
407
351
%
25,8
22,3
Poco d’accordo
264
16,7
Non so, non
pertinente
144
9,1
Per niente d’accordo
411
26,1
TOT validi
1.577
100
(TOT)
1.785
-
(Mancanti)
208
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
68
-
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Si registrano differenze di nota tra rispondenti di genere, età e titolo
di studio diverso:
• Sono in particolare modo le donne a ricorrere a questa strategia:
il 52,5% si è dichiarata infatti molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione proposta, contro il 46,5% degli uomini e il 42,9% delle persone trans.
• Sono soprattutto i laureati (il 51,2%) più dei diplomati (44,3%) e di
chi ha la scuola dell’obbligo (37,7%) a scegliere il covering per interagire e relazionarsi con l’ambiente lavorativo.
• I 30 e under hanno espresso accordo con l’affermazione per il
52,2%, contro il 47,5% dei rispondenti tra i 31 e i 40 anni e il 44,9%
degli over 40.
• Infine, come atteso, più è bassa la visibilità nella vita (con amici e
familiari), più si fa ricorso a questa strategia (grafico 2-14).
Graf. 2-14
Campione on-line: Incrocio l’indice di visibilità nella vita con amici
e familiari [10] e la domanda “Sul lavoro, controllo le mie informazioni personali che comunico agli altri (chi sono, chi è il mio partner,
con chi passo il tempo… ) per non correre poi il rischio di venire
trattato ingiustamente” (%)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
[10] La scala continua da 0 a 10 dell’indice di visibilità nella vita con amici e parenti
è stato trasformato in una variabile a tre gradienti: visibilità alta (da 0 a 3), media (da
4 a 6), bassa (da 7 a 10).
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L’approfondimento sul sotto-campione di quanti attualmente lavorano, rivela come a ricorrere maggiormente al covering sono il seguente tipo di lavoratori:
• Soprattutto i lavoratori del settore dell’industria e dell’agricoltura
(molto o abbastanza d’accordo: 55,8%), seguiti da chi opera nei servizi
alla persona pubblici e privati e nella pubblica amministrazione (50,4%)
e, a distanza, da quanti lavorano nel commercio, servizi all’impresa e
nelle libere professioni (41,7%).
• Quando il datore di lavoro è un ente pubblico, il covering pare più
diffuso (56,2% di risposte molto o abbastanza d’accordo); lo è di meno
nelle cooperative o associazioni (35%), nelle aziende private (46,8%),
negli enti misti (46,3%).
• Controllano le proprie informazioni personali in particolare i dipendenti a tempo indeterminato (49,4%, vs. il 46,9% dei dipendenti a
tempo determinato e atipici ed il 37,7% degli autonomi).
• All’aumentare delle dimensioni dell’azienda, cresce tendenzialmente il grado di diffusione del covering: il 50,1% di quanti lavorano
in aziende con oltre 250 dipendenti dichiara di controllare le proprie
informazioni personali, così come il 53,7% di chi lavora in contesti tra
i 51 e i 250 dipendenti, il 46,4% in contesti tra i 16 e i 50 dipendenti e
il 38,9% delle aziende più piccole.
2.1.5 – L’esperienza di discriminazione subita
nei luoghi di lavoro
2.1.5.1 – Il clima sul luogo di lavoro
Una batteria di 6 domande, di diverso segno, ha esplorato il grado
di incisività e supportività del clima lavorativo nei confronti delle persone LGBT che attualmente lavorano o che hanno lavorato negli ultimi
10 anni (sotto-campione di 1.785 intervistati).
B33 – Ci sono pregiudizi negativi nei confronti delle persone LGBT
B34 – I lavoratori LGBT sono concretamente tutelati (ad esempio tramite richiami formali a chi tratta ingiustamente... )
B35 – L’organizzazione di lavoro tratta tutti in modo equo, indipen-
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dentemente dall’essere eterosessuale o LGBT
B36 – Ci sono regole e procedure che sembrano neutrali ma che, invece, concretamente discriminano le persone LGBT (ad esempio: ferie,
congedi, permessi, avanzamenti di carriera… )
B37 – Vengono usati nomignoli sgraditi per indicare le persone LGBT
B38 – Viene manifestata solidarietà nei confronti delle persone LGBT
trattate ingiustamente
È stato chiesto ai rispondenti di esprimere il proprio grado di accordo su ciascuna delle affermazioni proposte.
I risultati (tabella 2-15) rivelano, in particolare, la diffusione di atteggiamenti e comportamenti negativi da parte degli altri lavoratori
(pregiudizi, uso di nomignoli) e la carenza di tutele concrete delle persone LGBT nelle organizzazioni.
(Mancanti)
Molto
d’accordo
Abbastanza
d’accordo
Poco
d’accordo
Per niente
d’accordo
Non so, non
pertinente
TOT
validi
Tab. 2-15
Questionario on-line: Grado di accordo in merito ad alcuni aspetti
del clima sul luogo di lavoro (% e N.)
Ci sono pregiudizi negativi nei
confronti delle persone LGBT
(segno -)
I lavoratori LGBT sono concretamente tutelati (+)
L’organizzazione di lavoro tratta
tutti in modo equo (+)
Ci sono regole e procedure che
sembrano neutrali ma che, invece,
discriminano le persone LGBT (-)
Vengono usati nomignoli sgraditi
per indicare le persone LGBT (-)
Viene manifestata solidarietà nei
confronti delle persone LGBT trattate ingiustamente (+)
23,6 30,4 19,8 15,4 10,8 1.588 197
5,9 13,2 19,1 34,7 27,1 1.580 205
23,2 25,5 18,7 17,2 15,4 1.571 214
14,1 17,8 15,8 29,2 23,1 1.579 206
29,9 24,2 14,4 20,1 11,5 1.580 205
10,8 26,1 26,6 15,0 21,4 1.580 205
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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Attraverso la diversa combinazione delle 6 affermazioni, abbiamo
costruito tre diversi indici:
• L’indice di omo/transnegatività percepita nelle organizzazioni di
lavoro
• L’indice di discriminazione formale [11] percepita
• L’indice di discriminazione informale [12] percepita
L’indice di omo/transnegatività percepita nelle organizzazioni di lavoro
L’indice di omo/transnegatività percepita nelle organizzazioni di lavoro [scala da 0 a 10, dove 0=valore minimo di omo/transnegatività e
10= valore massimo] è stato calcolato considerando tutte le 6 affermazioni di cui sopra [13], fa riferimento ad un’ampia gamma di atteggiamenti e comportamenti negativi verso l’omosessualità, la
transessualità e le persone omosessuali e trans da parte degli altri lavoratori, nonché all’esistenza di pratiche e regole non discriminatorie
all’interno dell’organizzazione.
L’indice medio di omonegatività del campione considerato è 5,7, ovvero superiore al valore mediano (5).
Questa negatività è percepita maggiormente dalle donne e dalle persone trans, come mostra il grafico 2-15. Età e titolo di studio, invece,
non sono variabili statisticamente rilevanti.
Graf. 2-15
Campione on-line: Indice di omo/transnegatività percepita nelle
organizzazioni di lavoro, per identità sessuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
[11] Per la definizione di discriminazione formale v. la figura 1-1.
[12] Per la definizione di discriminazione informale v. la figura 1-1.
[13] Per omogeneizzare le affermazioni al fine di costruire l’indice di omonegatività,
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Interessante è osservare come l’omo/transnegatività percepita da
quanti attualmente lavorano (1.526 rispondenti) sia correlata al grado
di visibilità sul lavoro. La correlazione è negativa: come mostra il grafico 2-16, minore è il coming out, maggiore è questo tipo di negatività
percepita. L’esistenza o l’assenza nell’organizzazione di lavoro di politiche e pratiche a sostegno di delle persone LGBT, così come un clima
positivo e supportivo verso le persone trattate ingiustamente, incidono
sulla disclosure sul lavoro – in linea, per altro, con quanto hanno rilevato nel 2002 Griffith e Hebl (citati in Saccinto et al: submitted) su un
campione di 220 gay e 159 lesbiche.
Graf. 2-16
Campione on-line: Indice di omo/transnegatività percepita nelle
organizzazioni di lavoro, per grado di coming out sul lavoro (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Distinguendo, inoltre, la disclosure per destinatari (datori di lavoro,
colleghi, sottoposti, clienti/utenti/committenti), la percezione dell’omonegatività è più alta quando, in ordine decrescente, sono i colleghi a essere meno informati dell’identità sessuale dei rispondenti
il segno delle affermazioni positive è stato invertito in segno negativo, affinché fosse
attribuito lo stesso valore alle risposte. Pertanto il massimo grado di accordo (valore
10 della scala) corrisponde in tutti i casi alla massima valutazione negativa della
condizione specificata nell’affermazione. Inoltre, le risposte “non so” sono state trattate come risposte mancanti.
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(media pari a 6,4), seguiti dai datori (6,1), dai sottoposti (6,0) ed infine
dai clienti/utenti o committenti (5,5).
Indici di discriminazione formale e di discriminazione informale
percepita
L’indice di discriminazione formale percepita [scala da 0 a 10, dove
0=valore minimo di discriminazione formale e 10=valore massimo] è
stato calcolato sulla base delle affermazioni che considerano l’esistenza o meno di politiche istituzionali e di decisioni organizzative
che determinano un trattamento più o meno paritario dei lavoratori,
indipendentemente dalla loro identità sessuale. Nello specifico, l’indice è costruito sulla base delle tre affermazioni che riguardano: l’esistenza di misure per la concreta tutela dei lavoratori, l’equità di
trattamento da parte dell’organizzazione, la presenza di regole e procedure apparentemente neutrali ma in realtà discriminanti le persone
LGBT.
L’indice di discriminazione informale percepita [scala da 0 a 10,
dove 0=valore minimo di discriminazione informale e 10=valore massimo] fa riferimento al clima e all’insieme di comportamenti e atteggiamenti ostili o di accoglienza verso le persone LGBT che si
manifestano nell’ambito lavorativo. Questo indice è stato calcolato
considerando le tre affermazioni riguardanti la diffusione di pregiudizi verso LGBT nel posto di lavoro, l’uso di nomignoli offensivi per indicare le persone LGBT e l’atteggiamento più o meno solidaristico
verso persone LGBT trattate ingiustamente [14].
L’indice medio di discriminazione formale è di 5,8; l’indice medio di
discriminazione informale è di 5,4. Entrambi sono superiori al valore
mediano (5).
Gli indici di discriminazione formale e informale sono correlati in
modo statisticamente significativo con una serie di variabili.
Focalizzandoci solamente sui lavoratori attuali (pari a 1.526 intervistati), si rileva che:
• Nel settore lavorativo è più elevata la percezione della discriminazione sia formale che informale è quello dell’industria; gli altri comparti registrano valori analoghi.
• Rispetto al datore di lavoro, la discriminazione formale ed informale è più diffusa negli enti pubblici; lo è in misura inferiore nelle cooperative e associazioni.
[14] Come per l’indice di omonegatività, il segno delle affermazioni utilizzati per la
costruzione degli indici di discriminazione formale ed informale è stato uniformato.
Le risposte “non so” sono state considerate come valori mancanti.
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• Per quanto riguarda le dimensioni dell’azienda, nel caso della discriminazione formale all’aumentare delle dimensioni dell’organizzazione aumenta la percezione della discriminazione; nel caso della
discriminazione informale, invece, non si registra la stessa proporzione diretta: le imprese in cui l’indice è maggiore sono quelle tra i 15
e i 50 dipendenti.
• Rispetto alla disclosure, in entrambi i casi la relazione è forte e lineare. Di più, il confronto tra l’indice di discriminazione formale e
quello di discriminazione informale mostra la maggiore influenza del
secondo sulla scelta di rimanere invisibili: come mostra il grafico 217, al crescere della visibilità diminuiscono entrambi gli indici, ma tra
quanti sono totalmente invisibili sul lavoro, l’indice di discriminazione
informale è maggiore di quello formale (7,4 vs. 6,1). Per il coming out
sul lavoro, dunque, l’assenza di un clima supportivo e accogliente
verso le persone LGBT è quindi una dimensione maggiormente rilevante, nella decisione di fare coming out, rispetto dell’adozione di politiche non discriminatorie da parte dell’organizzazione. I lavoratori
LGBT mostrano meno timori e una maggiore disclosure in quegli ambienti lavorativi percepiti come supportivi.
Graf. 2-17
Campione on-line:
Confronto tra l’indice di discriminazione formale e quello di discriminazione informale per grado di coming out sul lavoro (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate)
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2.1.5.2 – Vessazioni e demansionamento
Prima di indagare la discriminazione su base omo/transfobica, attraverso il questionario si è voluto esplorare la diffusione della discriminazione in generale attraverso una batteria di 10 domande volte a
raccogliere l’eventuale vissuto di molestie, vessazioni e demansionamento tra quanti lavorano ora o hanno lavorato negli ultimi 10 anni
(sotto-campione di 1.785 intervistati).
Pensa agli ultimi 10 anni. Ti è mai capitato che le persone con cui lavoravi (datori di lavoro, capi, colleghi, sottoposti, clienti / utenti / committenti del tuo lavoro), per qualunque motivo:
B8 – Ti abbiano preso di mira, criticato senza motivo; ti abbiano fatto
delle scenate, abbiano parlato male di te; ti abbiano deriso o fatto degli
scherzi pesanti?
B9 – Ti abbiano minacciato verbalmente o per iscritto?
B10 – Ti abbiano fatto offese o offerte di tipo sessuale che hai ritenuto
inopportune?
B11 – Non ti abbiano più rivolto la parola, ti abbiano volutamente isolato, impedito di incontrare o parlare con colleghi con cui ti trovavi bene,
ti abbiano escluso da occasioni di incontro, riunioni, conversazioni?
B12 – Ti abbiano impedito di ottenere promozioni o incentivi o riconoscimenti che invece hanno avuto altri colleghi, ti abbiamo danneggiato per le tue aspirazioni di carriera?
B13 – Ti abbiano aggredito fisicamente?
B14 – Ti abbiano volutamente e totalmente privato di compiti da
svolgere?
B15 – Ti abbiano attribuito mansioni inferiori alla tua qualifica con
effetto permanente?
B16 – Ti abbiano pagato meno di quanto concordato e/o rispetto ai
tuoi colleghi di pari livello?
B17 – Non ti abbiano rispettato per il tuo ruolo / per la tua qualifica?
Il grafico 2-18 mostra, come atteso, come i problemi esistenti sono
soprattutto di natura psicosociale e meno legata all’aggressione fisica.
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Graf. 2-18
Campione on-line: Diffusione dei fenomeni di molestia, vessazione
d demansionamento sul lavoro (%)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni;
casi validi 1.651, mancanti 134)
Ancora una volta, combinando le diverse domande, sono stati costruiti due indici sintetici per misurare le diverse dimensioni del disagio vissuto dagli intervistati nell’ambito lavorativo:
• L’indice di vessazione
• L’indice di demansionamento.
Indice di vessazione
Con l’indice di vessazione [con scala da 0 a 10, dove 0=indice minimo di vessazioni subite e 10_massimo; calcolato sulla base delle domande B8, B9, B10, B11 e B13] ci riferiamo alla percezione da parte
delle persone di aver subito un comportamento con un inequivocabile
intento persecutorio o discriminatorio, il cui autore può essere sia un
datore di lavoro che un collega o un sottoposto. L’indice di vessazione
fa riferimento in particolare alle relazioni sociali (minacce, offese, isolamento sistematico… ).
La media dell’indice di vessazione è 1,2, assai inferiore al valore mediano della scala considerata (5).
Il grafico 2-19 [15] rende evidente come l’identità sessuale sia siLa scala rappresentata nel grafico 2-20 riporta solo 3 dei 10 gradienti dell’indice al
fine di garantire maggiore chiarezza dell’immagine.
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gnificativamente correlata alla vessazione: raccontano maggiormente
esperienze di questo tipo, come atteso, le trans MtF, seguiti dai maschi
bisessuali e dai trans FtM.
Graf. 2-19
Campione on-line:
Indice di vessazione, per identità sessuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
L’analisi incrociata tra l’indice di vessazione e l’adozione o meno di
strategie di coping apre scorci interessanti alla comprensione della realtà ed alla riflessione teorica.
Come mostra il grafico 2-20, l’indice di vessazione è maggiore nel
caso di quei rispondenti che, sul lavoro, controllano le proprie informazioni personali (identity management, v. § 2.1.4.2).
Graf. 2-20
Campione on-line: Indice di vessazione, per grado di accordo all’affermazione “Sul lavoro controllo le mie info personali per non essere trattato ingiustamente” (medie)
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(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Le ipotesi che avanziamo per spiegare questo risultato,e che non
sono necessariamente concorrenti tra di loro, richiederebbero ulteriori
analisi; anche volte a comprendere in profondità gli aspetti causali e
motivazioni dei fenomeni qui riscontrati:
• A quanto pare, il dato attesta che la gestione dell’identità è una
conseguenza dell’esperienza di vessazione effettivamente subita.
• Il modello di fronteggiamento della gestione dell’identità si rivela
di fatto inefficace nel tutelare le persone dalle discriminazioni
• Coerentemente con il modello delle c.d. “profezie che si autoadempiono” (v. § 1.1), l’aspettativa della discriminazione, e la conseguente messa in atto di azioni preventive a propria difesa, tende
talvolta a determinare le conseguenze per sé della realtà temuta, ovvero l’anticipazione del rifiuto determina una spiccata percezione
dello stigma ambientale nei confronti dell’omosessualità e transessualità
Allo stesso modo, è interessante la verifica dell’esistenza di una relazione con un’altra strategia di coping: quella denominata vocational
choice (v. § 2.1.4.1).
Confrontando l’indice di vessazione con una delle variabili che nel
nostro questionario rilevano tale strategia (“Ho evitato di fare alcuni
mestieri, anche se mi piacciono, perché sono LGBT”), emerge, di nuovo,
come l’esperienza di vessazione sia maggiore tra quanti mettono in
atto questo tipo di coping preventivo (grafico 2-21).
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Graf. 2-21
Campione on-line: Indice di vessazione, per grado di accordo all’affermazione “Ho evitato di fare alcuni mestieri, anche se mi piacciono, perché sono LGBT” (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Indice di demansionamento
L’indice di demansionamento [con scala da 0 a 10, dove 0=nessun
demansionamento e 10=massimo demansionamento, calcolato sulla
base delle domande B12, B14, B15, B16 e B17] fa riferimento, in particolare, agli attacchi alla situazione professionale e si verifica quando,
ad esempio, la vittima è privata all’improvviso di compiti svolto in precedenza, e/o subisce un demansionamento ingiustificato.
L’indice medio di demansionamento è 1,5, lievemente superiore a
quello di vessazione ma comunque molto limitato.
Confrontando tale indice con le variabili dipendenti, si rileva che la
percezione del demansionamento è più diffusa:
• Tra i più anziani; il demansionamento cresce al crescere dell’età
• Tra le persone trans molto più che tra gli uomini e le donne omosessuali (grafico 2-22)
• Tra i rispondenti con titolo di studio intermedio; quelli con almeno la laurea ne esperimentano di meno di quelli con soltanto l’istruzione obbligatoria
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Graf. 2-22
Campione on-line:
Indice di demansionamento, per identità sessuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Lo stesso confronto fatto in precedenza per l’indice di vessazione
con alcune variabili relative alle strategie di coping è stato replicato
anche per l’indice di demansionamento, sortendo analoghi risultati:
tra quanti mettono in atto le strategia di fronteggiamento del vocational choice e dell’identity management è relativamente maggiore – sebbene rimanga minoritaria, in termini assoluti – l’esperienza percepita
della dequalificazione. Infatti, il coefficiente di correlazione tra l’indice di demansionamento e l’indice di vocational choice (0,18, con elevata significatività statistica) dimostra l’esistenza di una relazione
lineare positiva. Il grafico 2-23 illustra, inoltre, come l’indice di demansionamento sia maggiore nel caso di quanti esprimono alto grado
di accordo con l’affermazione “Ho evitato di fare alcuni mestieri, anche
se mi piacciono, perché sono LGBT”, che è un indicatore della strategia di coping della gestione dell’identità.
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Graf. 2-23
Campione on-line: Indice di demansionamento, per grado di
accordo all’affermazione “Ho evitato di fare alcuni mestieri, anche
se mi piacciono, perché sono LGBT” (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
2.1.5.3 – Discriminazioni sulla base
dell’identità sessuale in ambito lavorativo
B18 – Negli ultimi 10 anni, secondo te, sei mai stato licenziato o ingiustamente non rinnovato proprio perché sei LGBT?
Ha risposto affermativamente il 4,8% degli intervistati (sotto-campione di 1.785 persone che attualmente lavorano o che hanno lavorato negli ultimi 10 anni); hanno risposto di non sapere in 146,
corrispondenti all’8,7% del totale (tabella 2-16).
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Tab. 2-16
Questionario on-line:
“Negli ultimi 10 anni, secondo te, sei mai stato licenziato o
ingiustamente non rinnovato proprio perché sei LGBT?” (N. e %)
N.
Sì
%
81
4,8
No
1.457
86,5
TOT validi
1.648
100
(TOT)
1.785
-
Non so
146
(Mancanti)
8,7
137
-
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
Le differenze socio-demografiche statisticamente significative riguardano l’identità sessuale e il titolo di studio. A subire ingiusto licenziamento o mancato rinnovo per motivi omo/transfobici sono
soprattutto:
• Le persone trans (25% di 40 rispondenti vs. il 2,9% delle donne e
il 4,9% degli uomini)
• Le persone con titolo di studio intermedio (5,7% dei diplomati vs.
il 3,9% dei laureati e oltre e il 4,1% di chi ha la scuola dell’obbligo)
Tab. 2-17
Questionario on-line: Incrocio tra esperienza di licenziamento ingiusto e identità sessuale (%)
Uomo
Sì
Donna
Trans
Altro
Totale
4,9
2,9
25,0
0,0
4,8
86,5
88,5
65,0
85,7
86,5
Non so
8,5
8,6
10,0
14,3
8,6
Totale
100
100
100
100
100
No
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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Tab. 2-18
Questionario on-line:
Incrocio tra esperienza di licenziamento ingiusto e titolo di studio (%)
Laurea/
specializz.
post diploma
e oltre
Diploma
superiore/
formazione
profess.
No
88,8
84,8
86,3
Totale
100
100
100
Sì
3,9
Non
so
7,3
5,7
9,5
Scuola
dell’obbligo
Altr
o
4,1
50,0
9,6
0,0
Totale
4,7
50,0
86,9
100
100
8,3
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
B19 – Negli ultimi 10 anni, secondo te, sei mai stato trattato ingiustamente sul lavoro proprio perché sei LGBT?
La quota complessiva di chi ha subito un trattamento ingiusto sul lavoro in quanto LGBT negli ultimi 10 anni è pari al 19,1% del campione
considerato, pari a 322 persone (tabella 2-19).
Tab. 2-19
Questionario on-line:
“Negli ultimi 10 anni, secondo te, sei mai stato trattato ingiustamente sul lavoro proprio perché sei LGBT?” (N. e %)
N.
No
Sì, nel lavoro attuale
Sì, nel lavoro attuale e nel passato
Sì, in un altro lavoro e nel passato
1.362
80
31
80,9
4,8
1,8
211
12,5
101
-
TOT validi
1.648
(TOT)
1.785
(Mancanti)
%
100
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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-
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Il profilo professionale di chi ha raccontato tali trattamenti ingiusti
è il seguente:
• Il settore lavorativo in cui sono avvenute prevalentemente le discriminazioni subite dai 322 intervistati, nel lavoro attuale e /o in un
lavoro passato, è il settore del commercio, servizi all’impresa e libere
professioni, seguito dai servizi alla persona e pubblica amministrazione
• Sono soprattutto i livelli di inquadramento inferiori ad essere
maggiormente colpiti da discriminazione
• Le aziende private sono quelle in cui si sono verificate discriminazioni nella maggioranza dei casi
Tabella 2-20
Questionario on-line: “Qual era il settore lavorativo in cui è avvenuto il trattamento ingiusto?” (N. e %)
N.
Commercio; servizi all’impresa;
libere professioni
%
172
55,5
Servizi alla persona pubblici e privati,
pubblica amministrazione
87
28,1
Industria, agricoltura e simili
45
14,5
6
1,9
TOT validi
310
100
(Mancanti)
12
-
322
-
Altro
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni, sono
state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di tempo)
85
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Tabella 2-21
Questionario on-line:
“Qual era il tuo livello di inquadramento?” (N. e %)
Professioni esecutive/operaio specializzato
Impiegato, intermedio; professioni tecniche,
del commercio e servizi
N.
110
%
106
35,7
34,4
Quadro, funzionario, ricercatore, insegnante
34
32
10,4
Imprenditore, dirigente, dipendente apicale
13
4,2
TOT validi
308
100
(TOT)
322
-
Libero professionista, lavoratore in proprio,
artigiano
Altro
(Mancanti)
13
14
11
4,3
-
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni, sono
state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di tempo)
Tabella 2-22
Questionario on-line: “Chi era il datore di lavoro?” (N. e %)
Azienda privata
Ente pubblico
Cooperativa
Associazione
Altro
Ente misto
Soggetto privato (famiglia, singola persona)
N.
202
54
20
12
10
8
5
%
65,0
17,4
6,4
3,9
3,2
2,6
1,5
TOT validi
311
100
(TOT)
322
-
(Mancanti)
11
-
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni, sono
state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di tempo)
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Inoltre, a livello socio-demografico, due sono le variabili per le quali
si registrano differenze statisticamente significative:
• L’identità sessuale: a ritenere di essere stati discriminati in quanto
LGBT sono soprattutto le trans MtF (45,8% delle 24 rispondenti) ed i
trans FtM (56,3 dei 16 rispondenti); seguito, a distanza, dai maschi bisessuali (25,4%), dai maschi omosessuali (18,4%), dalle donne omosessuali (17,6%) e dalle donne bisessuali (17,3%)
• Il titolo di studio: a titolo di studio inferiore corrisponde una maggiore esperienza di discriminazione di tipo trans/omonegativa. Il
23,3% di chi non è andato oltre la scuola dell’obbligo (73 intervistati
del campione considerato) è stato trattato ingiustamente, contro il
22,0% dei diplomati e il 15,4% dei laureati e oltre.
Come già per la discriminazione in generale (v. § 2.1.5.2), ci siamo
qui posti l’obiettivo di osservare in che misura ricorrono alle strategie
di coping le persone che si ritengono discriminate per la propria identità sessuale.
Come mostra il grafico 2-24, l’indice di vocational choice è relativamente maggiore tra chi è stato discriminato nel passato ed inferiore
tra chi non è mai stato discriminato.
Analogamente a quanto già rilevato altrove (v. grafico 2-14), si può
pertanto ipotizzare che l’adozione di questa strategia di fronteggiamento sia in molti casi conseguenza dell’esperienza di discriminazione effettivamente subita e non solo anticipata.
Graf. 2-24
Campione on-line: Indice di vocational choice, per esperienza di discriminazione LGBT sul lavoro (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone occupate ora o negli ultimi 10 anni)
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Rispetto al covering (“Controllo le mie informazioni per evitare di
subire trattamenti ingiusti”), di nuovo adottano soprattutto tale strategia quanti hanno vissuto esperienza discriminatorie oggi e/o nel passato (65,7%, vs. il 54,2% di quanti pensano di essere stati discriminati
nel passato e 45,7% di quanto non hanno mai subito discriminazione
in quanto LGBT).
Sugli 111 rispondenti che hanno dichiarato di aver subito trattamenti ingiusti in ragione della propria identità sessuale soltanto nel lavoro che svolgono attualmente, abbiamo mirato a verificare l’esistenza
di eventuali relazioni tra la disclosure sul lavoro e la discriminazione
LGBT subita.
Tale relazione non risulta nel nostro caso statisticamente significativa: nella vita lavorativa dei nostri rispondenti, quindi, la percezione
dell’esperienza di discriminazione omo/transfobica non influisce né è
influenzata dalla propria disclosure.
Le esperienze di discriminazione, in altre parole, non contribuiscono ad aumentare in misura rilevante la percezione dei rischi conseguenti al coming out; altra variabili, presumibilmente, entrano
maggiormente in gioco in questo campo (v. parte finale delal citazione
di Saccinto et al, a seguire).
Si tratta di un risultato che, per quanto riguarda specificamente la
vocational choice, sembra andare parzialmente in controtendenza rispetto a quanto rilevato da altri ricercatori. Saccinto, ad esempio, riporta uno studio del 2007 di Ragins, Singh & Cornwell che, adottando
la prospettiva dello stigma, ha esaminato le paure sottostanti la scelta
di fare coming out sul lavoro: “La percezione di precedenti esperienze
di discriminazione, dovute al proprio orientamento sessuale, è associata
con maggiori paure ma anche con una più frequente disclosure. Malgrado il disegno della ricerca renda impossibile definire le relazioni causali tra le variabili analizzate, questo risultato potrebbe suggerire che
le esperienze di discriminazione possono contribuire a incrementare la
percezione del rischio associato al coming out; allo stesso tempo però il
rischio e la paura delle conseguenze negative non sono capaci di annullare il bisogno di coerenze tra vita pubblica e privata delle persone
omosessuali”(Saccinto et al: submitted).
B23 – L’ultima volta che sei stato trattato ingiustamente sul lavoro
perché sei LGBT, chi erano gli autori di questi comportamenti (sesso)?
Per il 54,1% dei rispondenti, gli autori delle discriminazioni sono
solo o soprattutto uomini (tabella 2-23). Il panorama, del resto, si presenta piuttosto eterogeneo.
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Tab. 2-23
Questionario on-line:
“L’ultima volta che sei stato trattato ingiustamente sul lavoro perché
sei LGBT, chi erano gli autori della discriminazione (sesso)?” (N. e %)
N.
%
Solo maschi
85
27,2
Soprattutto maschi
84
26,9
Maschi e femmine in ugual misura
97
31,1
Soprattutto femmine
28
9,0
Solo femmine
18
5,8
TOT validi
312
100
(Mancanti)
10
-
322
-
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di tempo)
Se per le persone trans e le donne intervistate non vi sono differenze importanti nel genere degli autori di discriminazioni, che sono
“maschi e femmine in uguale misura” rispettivamente per il 44,4% e
36,7% delle situazioni, nel caso degli uomini intervistati gli autori delle
discriminazioni sono prevalentemente maschi: lo riporta il 61,3% dei
rispondenti uomini, contro il 40,5% delle donne e il 38,9% delle persone trans.
B24 – L’ultima volta che sei stato trattato ingiustamente sul lavoro
perché sei LGBT, chi erano gli autori di questi comportamenti (ruolo)?
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Tab. 2-24
Questionario on-line:
“Chi erano gli autori della discriminazione (ruolo)?” (N. e %)
N.
% dei casi
Datori/ capi/ responsabili
222
70,5
Colleghi
182
57,8
Sottoposti (di cui tu sei il capo)
24
7,6
Utenti / clienti / committenti
49
15,6
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di
tempo) Trattandosi di domanda a risposta multipla, i risultati in percentuale si
riferiscono al totale dei casi validi (ovvero relativi a chi ha dato almeno una risposta a questa domanda)
La tabella 2-24 evidenzia che la gran parte delle discriminazioni avvenute sono di natura verticale; anche quelle orizzontali, comunque,
superano la quota del 50% dei casi.
2.1.5.4 – Conseguenze su di sé, sul lavoro ed il
suo ambiente, sul proprio intorno sociale
L’ultima volta che sei stato trattato ingiustamente sul lavoro perché
sei LGBT, hai avuto conseguenze negative sulla sua vita:
B25 – A livello di salute fisica (gastrite, mal di testa, disturbi al cuore…)?
B26 – A livello mentale e psicologico (ansia, depressione, tensione
nervosa…)?
B27 – Dal punto di vista delle relazioni in famiglia e sociali (litigi,
scontrosità, solitudine...)?
B28 – Dal punto di vista economico (perdita o diminuzione dello sti-
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pendio, spese per cure…)?
B29 – Sul modo di lavorare (demotivazione, desiderio di cambiare lavoro, minor rendimento…)?
Le vittime di discriminazione possono subire conseguenze anche
molto importanti in termini di salute fisica e psicologica, vita di relazione, condizione economiche.
Tra chi le ha avute, spiccano in particolare le conseguenze a livello
psicologico (ansia e depressione) e il disinvestimento sul lavoro. La
perdita economica individuale riguarda “molto”più di una vittima su
5; la stessa quota ha riscontrato problemi di salute fisica.
Grafico 2-25
Campione on-line:
Diffusione delle conseguenze della discriminazione LGBT subita (%)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di
tempo; casi validi 299, mancanti 23)
Sommando tutte le variabili, è stato costruito un indice sintetico di
conseguenze della discriminazione [scala da 0 a 10, dove 0=nessuna
conseguenza negativa e 10=massime conseguenze]. L’indice medio è di
5,2, di poco oltre quindi il valore mediano della scala (5).
Il confronto tra medie dell’indice con le principali variabili indipendenti mostra come siano i maschi bisessuali a registrare l’indice mag-
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giore, seguiti dalle persone trans (grafico 2-26).
Non sono invece variabili statisticamente significative l’età, il genere
e il titolo di studio.
Graf. 2-26
Campione on-line: Indice di conseguenze della discriminazione,
per identità sessuale (medie)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di tempo)
La disclosure ha un rilevante effetto protettivo in riferimento a questa tema? I test statistici dimostrano che il coming out con i familiari
non è una dimensione significativa mentre quello con gli amici sì: le
conseguenze della discriminazione tendono a diminuire all’aumentare
della propria visibilità in quanto LGBT alla rete amicale.
Per verificare se il pieno supporto di amici e parenti ha rilevanza
nel contenere gli effetti delle discriminazioni, abbiamo misurato l’indice con il coming out ad amici e familiari. La disclosure con familiari
non ha rilevanza statistica, mentre lo ha aver fatto coming out con
amici: l’indice è inferiore all’aumentare della visibilità tra amici.
Invece, considerando quanti hanno subito discriminazioni nel lavoro attuale e il loro grado di svelamento nell’ambito lavorativo, non
esiste alcuna correlazione statisticamente provata tra la disclosure sul
lavoro e gli effetti delle discriminazioni sulla salute: in altre parole,
l’intensità delle conseguenze sulla salute e sulle relazioni di un atto discriminatorio subito non sembra avere alcuna connessione di nota con
la visibilità della vittima in ambito lavorativo.
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2.1.5.5 – La qualità del lavoro: soddisfazione
Agli intervistati che si trovano oggi in condizione lavorativa è stato
chiesto quanto si ritengano soddisfatti del proprio lavoro.
Il livello di soddisfazione supera la sufficienza: in una scala da 0 a
10, il punteggio medio di soddisfazione è 6,5.
Alcune variabili determinano minore o maggiore soddisfazione:
• Titolo di studio: maggiore è il livello di istruzione, maggiore è la
soddisfazione
• Dimensioni del comune in cui ha sede il lavoro: non vi è andamento
lineare nel livello di soddisfazione; i più soddisfatti sono quanti lavorano in più comuni (7,1), quanti lavorano in città di medie dimensioni
(6,8); seguono i lavoratori delle metropoli (6,5), delle città fino a 99.000
abitanti (6,4) e delle grandi città tra 500.000 e 999.999 abitanti (6,3)
• La soddisfazione è maggiore nel caso di chi lavora nel settore dei
servizi alla persona pubblici e privati, pubblica amministrazione (6,8),
seguito dal commercio, servizi alle imprese e libere professioni (6,5);
sufficiente (6) è la soddisfazione di chi lavora nell’industria, agricoltura e simili
• Livello di inquadramento: al crescere del livello, cresce la soddisfazione
• Gli enti pubblici e gli enti misti (6,8 di punteggio) rappresentano
il datore di lavoro presso cui la soddisfazione è maggiore; seguono le
aziende private (6,2) e le associazioni e cooperative (6,5)
• Le aziende con meno di 15 dipendenti (punteggio di soddisfazione
6,7) e quelle oltre i 250 dipendenti (6,6) sono le aziende in cui la soddisfazione è maggiore; 6,2 è il valore attribuito da quanti lavorano in
aziende tra i 16 e i 50 dipendenti e tra i 51 e 250 dipendenti
Non risultano statisticamente rilevanti, invece, le variabili dell’orientamento sessuale, del genere, dell’età e della zona geografica di
lavoro.
Come atteso, risulta statisticamente significativa la visibilità sul lavoro, sia in generale che articolata secondo il destinatario del coming
out (datori, colleghi o sottoposti): la disclosure, dunque, influisce positivamente sulla soddisfazione lavorativa. Gli scarti numerici non
sono molto particolarmente ampi, ma il loro trend è lineare: è 6,7 il valore di soddisfazione media tra chi ha fatto coming out con la maggioranza delle persone con cui lavora, 6,5 il punteggio medio di chi ha
fatto coming out solo con qualcuno e 6,3 chi è del tutto invisibile.
La tabella 2-25 presenta i risultati differenziati per target.
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Tab. 2-25
Questionario on-line:
Indice di soddisfazione, per disclosure (medie)
Sanno che sei LGBT
Datori
Tutti o quasi/oltre la metà
Nessuno/meno della metà
Colleghi
Sottoposti
6,7
6,8
7,0
6,4
6,3
6,5
(Hanno risposto soltanto le persone attualmente occupate; a seconda dei casi,
sono stati esclusi dal calcolo i rispondenti che non hanno capi, colleghi,
sottoposti, clienti/committenti)
Infine, come atteso, l’esperienza discriminatoria incide in maniera
significativa sulla soddisfazione nel lavoro attuale: chi non ha mai subito discriminazione negli ultimi 10 anni registra un voto di soddisfazione medio più che sufficiente (6,7); appena oltre la sufficienza va la
soddisfazione di chi è stato discriminato nel passato, mentre la discriminazione nel lavoro attuale determina un valore medio insufficiente (5,1).
Nello specifico, nel lavoro attuale quanto sei soddisfatto del tuo rapporto con:
A24 – I datori di lavoro/capi/responsabili?
A25 – I colleghi?
È stata approfondita inoltre la soddisfazione con i datori/capi/responsabili e con i colleghi di lavoro.
La soddisfazione del rapporto coi colleghi raggiunge il punteggio
di 7, mentre il rapporto con i colleghi è giudicato poco più che sufficiente (6,1).
Nel caso dei datori di lavoro:
• La soddisfazione cresce al crescere della visibilità nei confronti
dei datori
• I più soddisfatti sono i più giovani (6,4; da 31 a 40 anni: 6,1;
over 40: 5,9)
• I dipendenti a tempo indeterminato sono i meno soddisfatti del
rapporto col datore di lavoro (5,0), lo sono di più gli atipici e i contratti a tempo indeterminato (6,4)
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• La soddisfazione cresce al crescere del livello di inquadramento
• La soddisfazione è maggiore nelle aziende di piccole dimensioni
• La soddisfazione è relativamente più elevata nel settore del commercio, servizi all’impresa, libere professioni nei servizi alla persona
pubblici e privati e pubblica amministrazione (6,2); minore nell’industria e agricoltura e simili (5,6)
Nel caso dei colleghi, la soddisfazione:
• Di nuovo, cresce al crescere della visibilità nei confronti dei colleghi
• Di nuovo, cresce al crescere del livello di inquadramento
• Di nuovo, è maggiore nelle aziende di piccole dimensioni e tendenzialmente diminuisce all’aumentare delle dimensioni dell’azienda
• È maggiore nel settore del commercio, servizi all’impresa, libera
professione (7,1), seguita dal settore dei servizi alla persona e pubblica
amministrazione (6,9); in coda l’industria, agricoltura e simili (6,7)
• I dipendenti a tempo determinato e indeterminato sono i meno
soddisfatti del rapporto col colleghi di lavoro.
2.1.6 – Reporting: denunciare o no?
B30 – L’ultima volta che sei stato trattato ingiustamente sul lavoro
perché sei LGBT, ha parlato con qualcuno di questi episodi?
Un fenomeno messo in luce da più studi relativo alle discriminazioni è l’under-reporting (v. § 1.1), ovvero la mancata segnalazione di
un episodio di discriminazione da parte della vittima.
Le motivazioni possibili alla base di tale fenomeno, che a sua volta
è anche una delle principali cause della sotto-rappresentazione pubblica del fenomeno delle discriminazioni, sono molteplici: paura di ritorsione, ignoranza delle possibilità offerte di segnalazione, sfiducia
nelle istituzioni e nella possibilità di soluzione del caso, tendenza a
minimizzare il problema per non esasperare il clima o perché è doloroso ammettere di essere vittima di discriminazione…
Per stimare le dimensioni dell’under-reporting nel caso delle discriminazioni sulla base dell’identità sessuale in ambito lavorativo, è stato
chiesto ai 322 intervistati che hanno dichiarato di aver subito trattamenti ingiusti negli ultimi 10 anni in quanto LGBT se avessero riportato l’episodio a qualcuno. Il 70,4% ha risposto di aver parlato con
qualcuno dell’accaduto (tabella 2-26).
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Tab. 2-26
Questionario on-line: Reporting (N. e %)
N.
Sì
No
%
221
70,4
93
29,6
TOT validi
314
(Mancanti)
8
-
322
-
(TOT)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro
perché LGBT nello stesso arco di tempo)
Le uniche variabili che intervengono nel determinare differenze statisticamente significative nel reporting sono l’età e l’orientamento sessuale:
• Sono soprattutto i meno giovani a segnalare i casi (over 40: 78,6%;
da 31 a 40: 66,1%; 30 e under: 65,5%)
• Le persone trans segnalano (78,9% di 19 casi) in misura maggiore
di omosessuali (71,7%) e bisessuali (51,9%)
B31 – Con chi ne hai parlato?
I principali destinatari della segnalazione sono amici e parenti (cui
si rivolgono in particolare i rispondenti più giovani), seguiti dai colleghi di lavoro (senza differenze importanti rispetto alla variabile dell’età) e dal medico o psicologo (in particolare nel caso degli over 40).
Approssimano il 18% le segnalazioni ad associazioni LGBT e sindacati,
preferiti dai rispondenti meno giovani. Residuali le segnalazioni ad organismi che si occupano specificatamente di discriminazioni.
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Tab. 2-27
Questionario on-line: “Con chi ne hai parlato?” (N. e %)
N.
Con amici/familiari
172
% dei
casi
77,8
Con colleghi di lavoro
82
37,1
Con medico, psicologo
58
26,2
Con associazione LGBT
41
18,6
Con sindacato
40
18,1
Con datore di lavoro/capo/responsabile
36
16,3
Con avvocato
35
15,8
Con altri servizi/persone
15
6,8
Con forze dell’ordine
7
3,2
Con altro tipo di associazioni
7
3,2
Con organismo specifico che tutela i diritti dei cittadini
5
2,3
Con mass-media, giornali
3
1,4
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché LGBT nello stesso arco di
tempo). Trattandosi di domanda a risposta multipla, i risultati in percentuale si
riferiscono al totale dei casi validi (ovvero relativi a chi ha dato almeno una risposta a questa domanda)
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B32 – Che effetti ha avuto l’aver parlato a qualcuno del tuo trattamento ingiusto?
In poco meno di un terzo dei casi (32,1%), il reporting ha sortito effetti positivo determinando un miglioramento della situazione. Nel
63,3% dei casi l’aver parlato dell’accaduto non ha prodotto alcun effetto, mentre nel 4,5% dei casi la situazione ha subito addirittura un
peggioramento.
Tab. 2-28
Questionario on-line: Conseguenze del reporting (N. e %)
N.
%
Ha migliorato la mia situazione
71
32,1
Ha peggiorato la mia situazione
10
4,5
Non ha prodotto alcun effetto
140
63,4
TOT validi
221
100
(Mancanti)
101
-
(TOT)
322
-
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro
perché LGBT nello stesso arco di tempo)
Nel tentativo di esplorare i motivi per cui la segnalazione, nella maggior parte dei casi, non ha rappresentato una soluzione efficace, abbiamo posto a confronto l’esito percepito con i principali destinatari
della segnalazione (grafico 2-27).
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Grafico 2-27
Campione on-line: Percezione delle conseguenze del reporting, per
destinatario dello stesso (%)
(Hanno risposto soltanto le persone che, occupate ora o negli ultimi 10 anni,
sono state trattate ingiustamente sul lavoro perché
LGBT nello stesso arco di tempo)
Il reporting è stato sostanzialmente inefficace soprattutto nei casi in
cui è stato realizzato con il datore di lavoro, gli amici e familiari, i colleghi di lavoro e le associazioni LGBT.
Ha migliorato le condizioni di lavoro soprattutto quando ha coinvolto gli operatori della salute, il sindacato e l’avvocato.
Ha persino peggiorato la situazione, nella percezione degli intervistati, quando ha coinvolto, di nuovo, i sindacati, il datore di lavoro e
l’avvocato – probabilmente per l’incremento (almeno nel breve-termine) della conflittualità.
D2 – Secondo te, attualmente in Italia, le persone LGBT che subiscono
discriminazioni sul lavoro parlano di quello che è loro successo a persone
o uffici che possano concretamente aiutarle a risolvere la situazione?
Come sopra illustrato, il reporting di quanti hanno subito discriminazioni ha riguardato prevalentemente amici e familiari o datori e colleghi di lavoro, mentre in misura assai limitata ha cercato il supporto
di strutture in grado di intervenire a contrasto delle discriminazioni.
Ad integrazione di tale dato,è stato chiesto all’intero campione
(1.990 intervistati) quale fosse la loro opinione circa il reporting in ge-
99
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nerale: le persone LGBT segnalano il proprio caso ad uffici che possano aiutarli a risolvere la situazione?
La tabella 2-29 conferma l’esistenza dell’under-reporting nella rappresentazione collettiva della popolazione LGBT: 2 intervistati su 3 ritengono infatti che la segnalazione avvenga raramente o mai.
Tab. 2-29
Questionario on-line: “Secondo te, attualmente in Italia, le persone
LGBT che subiscono discriminazioni sul lavoro parlano di quello che
è loro successo a persone o uffici che possano concretamente aiutarle a risolvere la situazione?”(N. e %)
N.
Sempre
%
32
1,8
440
25,2
1.020
58,5
Mai
137
7,9
Non so
114
6,5
TOT validi
1.743
100
(Mancanti)
247
-
1.990
-
Qualche volta
Raramente
(TOT)
(Tutti hanno risposto a questa domanda)
D3 – Perché non ne parlano sempre?
Tra le ragioni principali dell’under-reporting vi è soprattutto la
paura di ripercussioni negative, spesso specificate anche come rischi
conseguenti alla necessità, nel momento in cui si denuncia, di svelare
la propria identità sessuale. Seguono l’assenza di leggi adeguate. L’assenza o non conoscenza di luoghi preposti al contrasto delle discriminazioni cui rivolgersi e rassegnazione sono altre ragioni addotte dai
100
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rispondenti.
Va del resto segnalata l’elevata dispersione delle risposte: nessuna
pare, infatti, raccogliere ampi consensi nel sotto-campione studiato.
Tab. 2-30
Questionario on-line: “Perché non ne parlano sempre?” (N. e %)
N.
Perché hanno paura di ripercussioni negative
850
% dei
casi
50,1
Perché non ci sono leggi adeguate di tutela
809
47,7
Perché non sanno a chi rivolgersi
442
26,1
Perché credono che non ci sia nulla da fare
373
22,0
Perché non hanno fiducia dei professionisti o degli
uffici
280
16,5
Perché non conoscono i propri diritti
272
16,0
Perché non si rendono conto di essere discriminate
120
7,1
Perché basta loro ‘sfogarsi’ informalmente con gli amici e
le amiche
103
6,1
Perché non c’è nessuno a cui possono rivolgersi
86
5,1
Perché le persone LGBT che lavorano non hanno diritti
65
3,8
Altro
35
2,1
(Hanno risposto a questa domanda coloro che ritengono che non tutte le persone LGBT discriminate sul lavoro fanno reporting). Trattandosi di domanda a risposta multipla, i risultati in percentuale si riferiscono al totale dei casi validi
(ovvero relativi a chi ha dato almeno una risposta a questa domanda)
D4 – Secondo te, soprattutto chi deve difendere le persone LGBT dalle
discriminazione sul lavoro?
Sono la legge e lo Stato, in particolare, i ‘soggetti’ che, nelle opinioni
dei rispondenti, devono occuparsi della tutela delle vittime di discri-
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minazione omofobica e transfobica. Il primato della normativa e della
tutela pubblica è condiviso dalla maggioranza assoluta degli intervistati. I datori di lavoro raccolgono il 16,8% delle risposte, similmente
ai sindacati (15,4%): sebbene notevolmente distaccati dai primi, forte
è la responsabilità che i rispondenti attribuiscono anche a loro.
Tab. 2-31
Questionario on-line: “Chi deve difendere le persone LGBT dalle
discriminazione sul lavoro?” (N. e %)
Le leggi
Lo Stato
Datori di lavoro/capi/responsabili
Sindacato
Organismi specifici a tutela delle vittime
Associazioni LGBT
Colleghi/familiari
Mass-media
Nessuno, devono difendersi da sole
Forze dell’ordine
Amici/familiari
Avvocati
Altro
Associazioni non LGBT
Medici, psicologi
N.
1.054
997
290
265
218
% dei casi
61,1
57,8
16,8
15,4
12,6
172
10,0
71
4,1
66
3,8
43
2,5
41
2,4
24
1,4
22
1,3
20
1,2
18
1,0
5
0,3
(Tutti hanno risposto a questa domanda) Trattandosi di domanda a risposta multipla, i risultati in percentuale si riferiscono al totale dei casi validi (ovvero relativi a
chi ha dato almeno una risposta a questa domanda)
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È interessante, infine, notare come i tre destinatari del reporting
maggiormente prescelti da parte delle persone effettivamente discriminate (v. tabella 2-27) sono molto poco considerati in questa sede: gli
amici e familiari, selezionati allora dal 77,8% delle persone, sono ora
chiamati in causa soltanto dall’1,4% dei rispondenti; i colleghi di lavoro
(rispettivamente 37,1% e 4,1%); e il medico e lo psicologo (26,2% e 0,3%).
In mancanza di riferimenti istituzionali, certi ed funzionale, l’impressione è che le persone LGBT tendano a rivolgersi alle proprie reti
private e professionali, spesso soltanto per trovare uno sfogo al proprio disagio, ma senza beneficiarne sempre in termini di miglioramento ‘strutturale’ della propria condizione lavorativa (v. tabella 2-28).
2.1.7 – Come sarà domani?
Aspettative sul futuro
A quanti, tra tutte le persone raggiunte dal questionario, prevedono
tra 5 anni di lavorare o non escludono di farlo (1.690 rispondenti), è
stato chiesto quali siano le previsioni del proprio futuro lavorativo.
Tra 5 anni, sul lavoro:
C2 – Sarò trattato ingiustamente in quanto LGBT
C3 – Lavorerò in un ambiente giusto e rispettoso verso le persone LGBT
C4 – Tutti sapranno che sono LGBT
In primo luogo, sono state esplorate le aspettative legate:
• Alla possibilità di trovare un ambiente rispettoso ed inclusivo
verso le persone LGBT
• All’eventualità di subire trattamenti ingiusti in ragione della propria identità sessuale
• Al coming out
Come illustra il grafico 2-28, si registra un relativo ottimismo, sia rispetto alla propria disclosure (oltre la metà prevede di svelare la propria identità sessuale), sia rispetto alla possibilità di incontrare
ambienti rispettosi e non discriminanti verso le persone LGBT.
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Grafico 2-28
Campione on-line: Previsione tra 5 anni – grado di accordo (%)
(Tutti hanno risposto a questa domanda; casi validi 1.633, mancanti 357)
- Rispetto alla prima affermazione sulla quale i rispondenti hanno
espresso il loro grado di accordo, si osserva che:
• Rispetto al’identità sessuale, le persone trans sono le più pessimiste (35,3% si dichiara molto o abbastanza d’accordo, contro il 19,3%
delle donne e il 16,3% degli uomini).
• Hanno attese maggiormente negative sul futuro coloro che ritengono di aver subito un licenziamento (risponde molto o abbastanza
d’accordo il 39,7%, contro il 14,1% di chi non ha subito licenziamenti
immotivati) o un trattamento ingiusto in quanto LGBT; tra questi ultimi, i più pessimisti sono coloro che hanno subito discriminazioni nel
lavoro attuale (54,2%) rispetto a chi è stato discriminato nel passato
(34,3%) o a chi non è mai stato discriminato (11,1% di risposte molto
o abbastanza d’accordo).
- Tra chi immagina un ambiente di lavoro futuro equo verso le persone LGBT, si registrano queste differenze statisticamente significative:
• Sono maggiormente ottimisti quanti vivono nelle regioni settentrionali (il 52,9% si dichiara molto o abbastanza d’accordo con l’affermazione proposta, contro il 47,1% del Centro italia e il 45,4% del Sud).
• Anche in questo caso, l’esperienza passata di un trattamento ingiusto determina una previsione peggiore: il 53,7% di quanti non
hanno mai subito discriminazioni ha una visione del futuro positiva,
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contro il 46,9% di chi ha subito discriminazione nel passato e il 22,9%
di l’ha subita nel lavoro attuale.
- Per ciò che riguarda lo svelamento della propria identità sessuale:
• Oltre la metà di chi vive al Nord (54,8%) e al Centro Italia (52,0%) prevede di essere completamente visibile, contro il 42,7% di chi vive al Sud.
• Dopo le persone trans (68,0% MtF e 62,5% FtM), sono soprattutto
i maschi (54,8%) e le donne (51,6%) omosessuali ad immaginare di fare
coming out (vs. maschi bisessuali 23,6% e donne bisessuali 38,8%).
Quando penso al mio lavoro futuro, tra 5 anni, penso che, siccome
sono LGBT:
C5 – Per affermarmi/fare carriera, dovrò lavorare più duramente
ed essere più qualificato degli altri
C7 – Per avere un buon rapporto con capi e colleghi, dovrò lavorare
più duramente ed essere più qualificato degli altri
A conferma del tendenziale ottimismo riscontrato nelle analisi di
cui sopra, sebbene incrinato da chi, avendo subito un’iniquità nel passato, se ne aspetta altre anche in futuro, presentiamo il grafico 2-29,
che riporta le opinioni dei rispondenti in merito alle previsioni di
dover lavorare più duramente per poter superare pregiudizi e barriere
discriminatore sul lavoro. Supera la metà la quota di coloro che si
esprimono poco o per niente d’accordo con tali affermazioni.
Grafico 2-29
Campione on-line: Previsione tra 5 anni – grado di accordo (%)
Tutti hanno risposto a questa domanda; casi validi 1.643, mancanti 348)
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2.1.7.1 – Previsioni di coping
Quando penso al mio lavoro futuro, tra 5 anni, penso che, siccome
sono LGBT:
C6 – Per non essere trattato ingiustamente, non dovrò parlare della
mia vita privata al lavoro e dovrò stare attento a come comportarmi ed
atteggiarmi
C8 – Sarà meglio ‘farmi passare da etero’
Come osservato al § 2.1.4, molti intervistati adottano strategie di
coping a propria tutela dalle discriminazioni. Ma qual è la loro previsione per il futuro? Continueranno a fronteggiare le discriminazioni attraverso tali strategie?
Si è cercata una risposta a questo quesito attraverso due domande
del questionario, con le quali si è esplorata la previsione di ricorso alla
strategia di coping dell’identity management (tabella 2-32).
Sarà meglio ‘farmi
passare da etero’
106
4,9
1.642
348
23,4
70,9
5,7
1.638
352
(Tutti hanno risposto a questa domanda)
(Mancanti)
48,5
TOT
validi.
46,5
Non so
Poco/per niente
d’accordo
Per non essere trattato ingiustamente,
non dovrò parlare
della mia vita privata
al lavoro e dovrò
stare attento a come
comportarmi ed atteggiarmi
Molto/
abbastanza d’accordo
Tab. 2-32
Questionario on-line: Grado di accordo in merito ad alcuni aspetti
dell’identity management tra 5 anni (% e N.)
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Dalla combinazione di queste due domande è stato creato un indice
sintetico di identity management in futuro [usuale scala 0 a 10, dove
0=nessun identity management e 10=massimo [16] ]. L’indice medio è
3,7, al di sotto del valore mediano (5).
Il confronto tra le variabili statisticamente significative mostra che:
• I maschi bisessuali prevedono un maggiore ricorso alla strategia
di coping attraverso l’identity management; i maschi omosessuali e le
trans MtF prefigurano una minore necessità di fronteggiamento attraverso questa modalità (grafico 2-30)
• All’aumentare dell’età diminuisce la previsione di covering; la tendenza e lineare ma gli scarti numerici sono minimi
• Infine, il confronto tra identity management oggi e identity management in futuro mostra diretta corrispondenza: quanti oggi controllano le proprie informazioni, prevedono di farlo anche tra 5 anni
(grafico 2-31). La prospettiva futura di identity management è quindi
direttamente influenzata dall’esperienza presente.
Graf. 2-30
Campione on-line: Indice di identity management in futuro, per
identità sessuale (medie)
(Tutti hanno risposto a questa domanda)
[16] Le risposte “non so” sono state trattate come casi mancanti.
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Graf. 2-31
Campione on-line: Indice di identity management in futuro, per identity management attuale (medie)
(Tutti hanno risposto a questa domanda)
2.1.7.2 – La speranza di un’Italia friendly
D5 – Pensi che, in generale, la condizione delle persone LGBT in Italia sul lavoro sia migliorata adesso rispetto a 5 anni fa?
D6 – Al di là delle tue speranze e desideri, pensi che, in generale, la
condizione delle persone LGBT in Italia sul lavoro sarà migliore fra 5
anni rispetto ad adesso?
All’intero campione intervistato, infine, è stato chiesto di valutare la
‘direzione’ della storia passata e futura, ovvero se ritenessero le condizioni di LGBT sul lavoro migliorate negli ultimi 5 anni e se prefigurassero un miglioramento nei prossimi 5 anni.
Il grafico 2-32 mostra come la maggioranza relativa degli intervistati ritenga che le condizioni siano effettivamente migliorate rispetto
al passato e come oltre la metà del campione prefiguri un ulteriore miglioramento. È interessante notare come, nel passaggio tra passato e
futuro, la quota degli ottimisti incrementi di circa 5 punti – divenendo
così maggioranza assoluta.
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Graf. 2-32
Campione on-line:
Rappresentazioni del passato, del presente e del futuro (%)
(Tutti hanno risposto a questa domanda)
2.2
Il punto di vista degli stakeholder
In questo capitolo presentiamo le opinioni, le riflessioni e le analisi
raccolte degli stakeholder aggregandole in 6 macro-aree tematiche:
• Discriminazioni sul lavoro: luoghi a rischio, categorie più colpite,
modalità attraverso cui si verificano (§ 2.2.1)
• La lotta contro il mobbing e la tutela sul lavoro: conoscenze degli
intervistati sul panorama legislativo (§ 2.2.2)
• Reazioni di fronte alla discriminazione: denunciare o no? Le ragioni dell’under-reporting (§ 2.2.3)
• Visibilità-invisibilità: strategia di coping o assenza di strumenti? (§
2.2.4)
• Pratiche aziendali, iniziative locali, leggi regionali (§ 2.2.5)
• Suggerimenti: cosa manca, cosa serve. La creazione di un sistema
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informativo nazionale (§ 2.2.6)
Relativamente ampio sarà lo spazio che abbiamo attribuito alle citazioni in discorso diretto.
2.2.1 – Discriminazioni sul lavoro:
luoghi a rischio, categorie più colpite,
modalità attraverso cui si verificano
Più della metà degli stakeholder intervistati mostra una mancanza
di conoscenza del fenomeno discriminatorio contro le persone LGBT,
che viene sottostimato o completamente ignorato, e la cui esistenza è
dedotta dal fatto che se esiste l’omofobia in generale, esiste l’omofobia anche sul lavoro.
I propri luoghi di lavoro (in riferimento soprattutto agli enti pubblici, alle grandi aziende ed alle università) sono vissuti come ‘isole felici’ al riparo dal mobbing e dalle discriminazioni.
Da tutti gli intervistati le persone considerate più discriminate sono
le persone transessuali, soprattutto MtF, per motivi di visibilità, pregiudizi culturali sulla prostituzione e sull’essere virili, mentre quelle
meno discriminate sono considerate le persone bisessuali:
- “Sì, forse è più discriminato il transessuale per l'impossibilità di essere invisibile. C'è un dato di fatto: in questo ente ci sono migliaia di dipendenti ma neanche un/una transessuale. Quindi, come dicevamo
prima che qui non ci sono discriminazioni per orientamento sessuale,
occorre anche valutare quanto sia subdola questa discriminazione all'interno dei servizi pubblici. Secondo me, se si presentasse un/una transessuale ad un concorso pubblico, la commissione gli impedirebbe di
fatto di vincere il concorso”.
- “Se sei trans ma non si vede: ‘Occhio non vede, male non può far’.
Invece nel momento in cui tu sei in transizione, se non ci sono elementi
sufficienti per lasciarti a casa perché sei capace, inizia il mobbing. Arriva un punto in cui ti logorano al punto che poi sei costretta a licenziarti perché non ce la fai più a trattenere questo peso”.
- “I gay e le lesbiche possono non farsi vedere, una transessuale no,
quindi è più discriminata”.
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- “Il bisessuale non viene preso in considerazione”.
Tra uomini e donne omosessuali sono considerate leggermente
meno discriminate le donne, per ragioni di minore visibilità e a causa
di stereotipi culturali che fanno appartenere le donne lesbiche all’immaginario erotico maschile, rendendole socialmente più accettate.
Gli uomini eterosessuali, inoltre, sarebbero generalmente più discriminatori rispetto alle donne eterosessuali, in modo particolare
verso gli uomini gay.
È dibattuto, ma poco approfondito, il parallelismo tra discriminazioni per orientamento sessuale, per genere, per etnia e per disabilità
fisiche. Generalmente gli atteggiamenti discriminatori nei confronti
delle varie categorie sono ritenuti sempre uguali, mentre cambiano gli
aspetti motivazionali alla base della discriminazione, anche se la
‘paura del diverso’ è considerata la matrice comune di tutte le discriminazioni. Alcuni stakeholder intervistati considerano i pregiudizi
verso alcune categorie di lavoratori come un pretesto per discriminare
ed ottenere così un maggior profitto dai propri dipendenti e pagarli
meno, da parte dei datori di lavori, o come uno strumento di competizione usato dai pari grado per farsi spazio sul lavoro.
In un paio di casi, viene percepita come più feroce la disparità di
trattamento verso le persone LGBT:
- “Mentre per la persona handicappata, all'inizio puoi fare delle battute però poi è più forte il senso di dispiacere per i problemi che può
avere, e per lo straniero vi può essere l'atteggiamento di chi lo vuole tenere lontano per diffidenza ma poi prevale il buon senso per cui se lavora come gli altri lo accetti, per l'omosessuale è diverso: pensi sempre
che abbia qualcosa che non va, che sia malato, che sia deviato”.
In alcuni casi, invece, è percepita come più forte la discriminazione
lavorativa verso le donne e gli immigrati:
- “È molto più forte la discriminazione di genere”.
- “Sì, la razza è molto più forte, le persone con un colore diverso della
pelle fanno sicuramente lavori umilissimi. Eppure non è un problema di
titoli di studio perché molti sono laureati, specializzati”
- “Secondo me è l'opposto. Io vedo, ad esempio, che nell'ambito della
libera professione gli omosessuali non hanno problemi, mentre nel caso
di handicappati o stranieri vi possono essere, se non discriminazioni,
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delle cautele. Per lo straniero si diffida inizialmente della sua conoscenza della professione e della sua capacità professionale proprio perché straniero. Per la persona handicappata, invece vi può essere il
pietismo oppure ci si domanda sino a che punto potrà svolgere in maniera esaustiva la professione. Invece per l'omosessuale no; anzi, magari alla persona omosessuale gli si attribuisce, per la sua sensibilità,
una capacità in più rispetto agli eterosessuali”.
Viene poi presa in considerazione la possibilità di doppia discriminazione nel caso di ‘transessuale e straniero’ e nel caso di ‘lesbica e
donna’.
La discriminazione sul lavoro può verificarsi, secondo gli intervistati, sia al momento del colloquio di assunzione, sia durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, particolarmente tra colleghi o quando
vi sia un superiore fortemente omofobo.
Per gli omosessuali il mobbing inizierebbe soprattutto nel momento
del coming out, mentre per le persone transessuali al momento dell’inizio del percorso di trasformazione fisica.
Le modalità con cui il mobbing si attua sono: la mancata assunzione
al momento del colloquio iniziale, la costruzione di un clima di tensione e imbarazzo attraverso la diversità di atteggiamento di fronte
e/o alle spalle dell’interessato, le battute irriverenti più o meno sottili,
le domande investigative sulla vita personale dell’interessato, gli insulti aperti, il demansionamento, l’affidamento di mansioni ripetitive,
lo spostamento frequente da un ruolo all’altro, l’allontanamento e la
lenta esclusione dalle decisioni e dal proprio ruolo lavorativo “adducendo motivazioni non vere che nascondono una profonda omofobia o
trans fobia”, fino ad impedire al lavoratore di svolgere la propria attività e di fare carriera.
È considerata discriminazioni e definita “discriminazione al contrario” anche quella in cui il lavoratore LGBT “viene preferito nell’assunzione rispetto ad altri perché si ritiene che abbia meno vincoli affettivi”
e “avendo meno necessità familiari, dedica moltissimo al lavoro”. Viene
inoltre contemplata una forma di discriminazione “dal basso” nella
quale “un direttore o un capo dipartimento di una ditta, per la loro omosessualità, non sono presi in considerazione e tenuti in credito come altri
dai loro dipendenti”.
Uniformità di pareri vi è sul trattamento discriminante nei confronti
delle persone HIV+ sul luogo di lavoro, a causa della paura del contagio: la cura e l’assistenza sociale sono garantite, secondo gli intervistati, ma l’accesso di queste persone nel mondo del lavoro è negato o
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viene attuato il licenziamento qualora la sieropositività sia nota. In realtà alcuni stakeholder intervistati raccontano aneddoti in cui la persona HIV+ sceglie essa stessa di licenziarsi per non dover parlare della
propria sieropositività in caso di periodi di malattia, o sceglie di cambiare mansione per conservare il posto di lavoro:
- “Ha scelto un lavoro dove poteva stare a contatto con le persone ma
non con certi strumenti come il coltello, la lama per affettare. Ha lavorato meravigliosamente. Ha avuto bisogno di 3 giorni per fare una serie
di verifiche sul suo stato di salute ma, per quanto ha riguardato me,
non ha creato problemi. Non ne abbiamo parlato con gli altri colleghi”.
La libera professione sembra essere la forma di lavoro meno passibile di mobbing perché il professionista può decidere con chi relazionarsi, può farsi conoscere per le sue abilità professionali e fugare così
il pregiudizio, e i clienti possono scegliere se intraprendere un rapporto di lavoro con lui: “L'unico che ti può promuovere o bocciare è il
mercato della clientela”. Il lavoro dipendente, soprattutto in piccole
imprese e a gestione familiare, è considerato, al contrario, la forma
più esposta alle discriminazioni, sia al momento dell’assunzione, sia
durante lo svolgimento dell’attività, poiché obbliga a relazioni con colleghi non selezionati, in ambienti socialmente limitati, e consente
meno l’emergere della propria capacità lavorativa dando l’occasione
agli altri di concentrarsi maggiormente su caratteristiche personali.
L’ambiente del turismo, a causa del lavoro con stranieri di mentalità
più aperta, è esperito da un’intervistata che lavora nel settore come
non discriminante, neppure nei confronti delle persone transessuali.
Lo stesso può dirsi per le grandi aziende, soprattutto multinazionali,
che adoperano criteri di selezione standard del personale e mirano soprattutto al profitto e alla produttività mettendo da parte il pregiudizio, almeno nel momento dell’assunzione.
Anche le persone che lavorano in università sostengono che il proprio ambiente di lavoro sia meno predisposto al mobbing per orientamento sessuale a causa dell’elevato livello culturale medio; inoltre, se
un professore è gay, questi può esercitare autorevolezza grazie alla
posizione di spicco e al titolo di studio. Perplessità restano tuttavia
per i dipendenti degli uffici universitari, che possono vantare posizioni di minor pregio e per questo tendono a dichiararsi meno per non
subire eventuali discriminazioni.
Gli ambienti del giornalismo, dell’arte, dello spettacolo, della moda
sono considerati anch’essi più accoglienti verso le persone LGBT, che
possono tranquillamente dichiararsi come tali e rappresentano “i gay
di successo”, mentre le fabbriche, i cantieri, i luoghi di lavoro più umili
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o più ‘maschili’ e quelli in cui il livello socio-culturale è più basso sono
percepiti come i più a rischio per il verificarsi di vessazioni sul lavoro.
Un discorso a parte viene fatto per la scuola, nella quale le persone
LGBT rimangono non dichiarate e l’eventuale mobbing si palesa con
maggiore aggressività, in particolare nel momento in cui l’insegnante
non è in cattedra ed è più esposto a battute e offese da parte di allievi
e colleghi. Secondo gli stakeholder, le occasioni in cui ciò si verifica
con maggiore facilità sono gli incontri sociali e la discriminazione si
palesa attraverso “battute o discorsi volti a far capire loro la loro non
idoneità ad insegnare a dei ragazzi in quanto omosessuali […] perché
si pensa sempre che se sei omosessuale hai una visione sbagliata della
vita e che quindi non puoi istruire dei ragazzi”. Il docente risulta, come
il dipendente, più penalizzato in queste situazioni “perché non ha alternative se non restare con difficoltà sul posto di lavoro o licenziarsi”.
Alcuni stakeholder, d’altra parte, collegano la possibilità di andare
incontro a soprusi o di percepire come differenzianti alcuni trattamenti al grado di maturazione e accettazione della propria identità
sessuale:
- “Quando per esempio vi è una festa, una cena, se i tuoi colleghi non
hanno una certa maturità e tu, omosessuale, non hai preso sicurezza e
consapevolezza che non sei un ‘diverso’, senti maggiormente la diversità di comportamento altrui”.
- “Un’amica mi parlava delle difficoltà che sentiva una sua collega lesbica. Questa pensava di essere sempre oggetto di atteggiamenti particolari per lei e ciò metteva in crisi anche gli altri colleghi eterosessuali
che a quel punto non sapevano più come relazionarsi pensando di essere sempre fraintesi”.
2.2.2 – La lotta contro il mobbing
e la tutela sul lavoro:
conoscenze degli intervistati
sul panorama legislativo
Molti degli stakeholder intervistati ammettono di non avere sufficienti conoscenze riguardo al panorama legislativo che regola la tu-
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tela sul lavoro delle persone LGBT relativamente a: permessi per malattia in caso di malattia del/della partner, congedi parentali per i figli
del/della compagno/a, pensione di reversibilità in caso di decesso
del/della partner, licenze matrimoniali.
Gli intervistati che si sbilanciano maggiormente a commentare questo tema dichiarano comunque carente l’apparato legislativo in difesa
delle persone LGBT in tema di tutela del lavoro. In assenza della possibilità di vedere riconosciuta la coppia omosessuale come coppia di
fatto con gli stessi diritti e tutele sul lavoro delle coppie eterosessuali,
i problemi pratici della coppia omosessuale vengono risolti con giorni
di ferie o di permessi dal lavoro o grazie all’aiuto di una rete di amici
e parenti che possono venire incontro alle esigenze della coppia in
caso di malattia di un partner o di accudimento dei figli. In alcuni casi,
gli intervistati mostrano di confondere la tutela lavorativa delle omofamiglie con la possibilità di partecipare agli eventi ricreativi aziendali
e di gruppo insieme al proprio partner, spostando così la discussione
sul tema della visibilità/invisibilità della coppia.
Anche per quanto riguarda l’esistenza o meno di una legge per la difesa dal mobbing, una parte degli intervistati dichiara di non conoscere l’argomento.
La parte restante ritiene insufficiente l’assetto normativo vigente e
poco conosciuto in Italia il concetto di ‘mobbing’. Gli stakeholder impegnati in ambito giuridico, altresì, conoscono il reato di mobbing e
sono consapevoli dell’assenza di una Legge ad hoc specifica per questo reato: per ovviare a questa mancanza e poter inquadrare di volta
in volta il comportamento discriminante sul luogo di lavoro come atteggiamento mobbizzante sussiste la necessità di fare appello a norme
riguardanti la tutela della salute, a leggi appartenenti al Codice penale
e a sentenze precedenti, ove esistano.
Questi intervistati ritengono tuttavia difficilmente applicabili queste
norme, sia per una impreparazione culturale dei magistrati che dovrebbero applicare la legge, sia per la maggiore facilità che verrebbe
dall’avere a disposizione una legge specifica per configurare tale reato.
- “Come dicevo precedentemente, appellarsi alla Corte Costituzionale,
alle sentenze precedenti, ai regolamenti comunitari è possibile, ma il
problema è l'applicabilità. Manca un assetto normativo specifico per
l'orientamento sessuale”
- “Lo sa come funziona il mobbing? Dobbiamo dimostrare che [chi lo
ha subito] ha problemi di salute. Non è detto che sia così facile. Conviene, se ci sono lesioni o insulti, fare la denuncia penale”
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In un paio di casi, tuttavia, l’assenza di una disposizione di legge
specifica è considerata un vantaggio relativo, proprio perché consente
di spaziare in altri ambiti legislativi e aggirare alcuni ostacoli pratici:
- “Non esiste una normativa che riguarda il mobbing, le norme che
reperisci sono quelle della tutela della salute, le norme di sicurezza, etc.
D’altra parte se venisse creata una disposizione di legge specifica, poi
dovresti andare ad individuare soltanto se ricorrono gli elementi specifici di quella, mentre oggi noi abbiamo la possibilità di spaziare, ad
esempio sul demansionamento o su altre cose, cioè di individuare elementi di discriminazione che possono riguardare tutto: razza, sesso…
Siccome tu hai i principi generali, la riempi tu la fattispecie. Nel momento in cui tu fai una norma più stringente, diventa più complicato,
perché se tu non rientri in quella categoria, va a finire che effettivamente non ci sono i presupposti [per denunciare]”
Sostanzialmente imprecisa è anche la conoscenza delle potenzialità
della contrattazione, con riferimento a questi temi, e del significato
che potrebbe avere l’inserimento nei contratti di clausole contro l’omofobia e la transfobia.
Alcuni intervistati pensano che l’inserimento di ulteriori norme che
sanzionino comportamenti mobbizzanti inerenti l’omofobia e la transfobia presupponga la necessità per le persone LGBT di dichiararsi
come tali:
- “Non credo sia giusto, anche perché non dobbiamo fare lo sbaglio
di pensare che tutti gli omosessuali abbiano accettato la propria omosessualità, per cui, e qui è la parte delicata, occorre rispettare tutte le
fasi di accettazione e i tempi necessari. D’altro canto nella vita bisogna
anche lavorare, quindi imporre a chi decide di non esporsi di definirsi
in base al proprio orientamento sessuale lo vedo come una violazione.
Per esempio, in un colloquio iniziale nessuno mette in chiaro tutto,
aspetti personali, desiderio di maternità per una donna… indipendentemente dall'orientamento sessuale”
Altri temono invece che l’inserimento di clausole contrattuali per la
tutela dalle discriminazioni possa portare vantaggi unilateriali ai lavoratori LGBT che verrebbero a trovarsi in un “enclave di agevolazioni”
con l’effetto di una “discriminazione al contrario”.
Due soli intervistati auspicano l’introduzione a livello locale e aziendale di clausole migliorative del contratto nazionale, sotto forma di ri-
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chiami dei principi generali della lotta alle discriminazioni sul posto di
lavoro.
Complessivamente, comunque, la possibilità che ciò accada è rimessa al buonsenso del datore di lavoro e alla contrattazione tra questi e i sindacati.
2.2.3 – Reazioni di fronte alla discriminazione:
denunciare o no?
Le ragioni dell’under-reporting
Alcuni intervistati sollecitano le persone che subiscono mobbing a
denunciare l’accaduto perché “non rivendicare i propri diritti può ritorcersi contro, nascondersi alimenta l’omofobia, il diritto di prendere
in giro e discriminare”. Ciononostante, secondo loro, elevata è la quota
di persone discriminate che non fa reporting. Spesso la risposta di
fronte alla discriminazione è, invece, il silenzio, la battuta ironica che
aiuta a superare nel breve termine il momento di difficoltà, il confronto soltanto con altri colleghi fidati, soprattutto LGBT, o con amici,
e, nei casi più gravi, l’ansia, la paura che le cose peggiorino, il pensiero
di essere “sbagliati”.
Il limitato numero di denunce da parte delle vittime (under-reporting) è attribuito dagli stakeholder intervistati a numerosi fattori:
• La paura di perdere il lavoro, in primis
• La paura di ritorsioni e di un incremento dell’aggressività
• La disinformazione da parte del lavoratore sui propri diritti in
quanto tale
• La convinzione di non poter essere aiutati perché non si sa a chi
rivolgersi
• La mancanza di strutture professionali competenti e adatte a sostenere e guidare la persona nell’iter burocratico e legale
• La paura di trovarsi all’interno di un percorso legale lungo e faticoso e senza garanzie di successo
• Lo stress di dover dimostrare, conformemente alla normativamente vigente, la discriminazione avvenuta
• Il sentimento di vergogna per l’offesa subita
Per chi non è dichiarato apertamente come LGBT, a queste dimensioni si aggiunge, inoltre, il timore di finire sui giornali, o semplicemente di doversi dichiarare con la famiglia, o con i propri superiori
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sul lavoro, confermando i sospetti e rischiando magari di accentuare
il trattamento discriminatorio:
- “Se hai paura di essere visibile non fai niente. Per fare qualcosa occorre essere ad un livello di accettazione personale della propria omosessualità già avanzato. Mi viene in mente chi subisce derisioni e magari
ancora deve capire la sua omosessualità, che tutela ha un soggetto in
questa situazione? Nessuna!!”
I punti di riferimento principali a cui rivolgersi per raccontare l’accaduto ed eventualmente proseguire con l’iter giudiziario sono le associazioni LGBT e i sindacati, in particolare ove ci siano sportelli di
ascolto anti-discriminazione o consultori legali gratuiti (esempio molto
citato: Rete Lenford) o Comitati per le Pari Opportunità. In misura
molto minore, secondo gli intervistati, è possibile rivolgersi ai Centri
per l’impiego o ai propri colleghi o direttori. Tuttavia, è diffusa una
certa perplessità sulla preparazione degli operatori che lavorano
presso i luoghi suddetti: c’è sfiducia sulla conoscenza del fenomeno,
sulla competenza professionale, sulla capacità di ascolto e supporto
psicologico, sulla costanza e coerenza nel seguire fino in fondo al percorso il soggetto che trova il coraggio di sporgere denuncia.
Anche i datori di lavoro e i dirigenti dei luoghi d’impiego in cui il
mobbing si verifica tendono, secondo gli intervistati, a non riferire l’accaduto e a minimizzare gli eventi discriminanti. Ne risulta una sottostima e una sottovalutazione dei casi. Le ragioni sono essenzialmente
due:
• Volontà di “mantenere una buona immagine” dell’azienda o del
luogo di lavoro
• “Censura morale” di chi mette in atto il comportamento discriminatorio
I colleghi che osservano la discriminazione sembrano restare, agli
occhi degli stakeholder, nella maggior parte dei casi, altrettanto passivi:
- “Si va dalla chiusura… le persone non riescono ad opporsi e difendere il soggetto LGBT... c'è silenzio… tutto come se non fosse successo
niente… Ma ci sono anche persone che intervengono, e basta poco per
riportare equilibrio”
Particolarmente esplicativi della paura di dichiararsi vittime di mobbing e delle ripercussioni in caso di denuncia sono questi due commenti ottenuti da due diversi stakeholder:
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- “Non è semplice. C'è una ragazza transessuale di [questa città], per
esempio, che ha fatto il percorso e mi ha raccontato che al lavoro ha
l’ansia che tutto possa succedere, che deve subire violenza verbale, un
tipo di forte violenza che non è riconosciuta, se non oggi con delle leggi
ben specifiche. Parlo per esperienza: molte persone transessuali tendono a caricarsi, a inglobare questa cosa, e poi esplodono. Posso dirti
che due ragazze transessuali [di due grandi città diverse] entrambe,
quasi in contemporanea, senza neanche conoscersi, hanno espresso la
volontà di sentirsi meno visibili. Hanno deciso di tornare indietro. Tornare indietro vuol dire riprendere cure ormonali, tagliare il seno… e
questo nasce dall'essere invisibile. Perché non sempre la visibilità ti dà
l'energia [sufficiente] per vivere ed andare avanti”
- “...Ha portato il fatto di non trovare neanche più lavoro. È sempre
comunque una persona che ha fatto una vertenza contro il posto in cui
lavorava. Se non si fosse difeso avrebbe avuto più opportunità di lavoro. Per difendersi si è esposto, l’esporsi lo ha portato a non avere più
un lavoro perché giustamente se ne guardano bene. Dopo 3 anni di lavoro ed essendo stato licenziato, avrebbe potuto avere la disoccupazione speciale e invece non ha potuto prendere nemmeno la
disoccupazione, né ordinaria né speciale. Lo stesso TFR bloccato. Cioè
tutta la situazione ad oggi è bloccata dalla giustizia lenta. Questa persona comunque non solo non trova più lavoro, ma non ha potuto usufruire delle agevolazioni previdenziali”
2.2.4 – Visibilità-invisibilità:
strategia di coping o assenza di strumenti?
La maggioranza degli stakeholder considera l’essere ‘visibili’ in
quanto persone LGBT la condizione ideale per combattere le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, per vivere in armonia con se stessi e per giocare le carte migliori sul lavoro:
- “Se non ci proponiamo, se non ci sveliamo, se non facciamo apparire come naturale quella che è la diversità, è chiaro che gli altri ne approfittano per discriminarci”
- “Dichiararsi nei luoghi di lavoro secondo me è un vantaggio perché
più ci avviciniamo a quello che noi siamo, più si rafforza la personalità,
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quindi è un vantaggio a livello esistenziale”
- “La visibilità è importante perché tira fuori le tue capacità nel momento in cui c’è competizione”
La visibilità consente, inoltre, di ottenere vantaggi perché permette
alla persona di appartenere ad una “lobby” culturale ed economica,
che fa sentire protetti e permette così di inserirsi più facilmente nel
mondo del lavoro.
L’invisibilità è d’altro canto considerata contemporaneamente una
necessaria strategia di coping quando la persona “vuole farsi gli affari
suoi, è il suo privato”, quando “non si vuole creare imbarazzo” nei colleghi, quando il rischio di perdere il lavoro è forte (soprattutto nel settore privato e nella scuola pubblica), ma è vista anche come un
minority stress [17], ovvero uno stress continuativo e un disagio risultanti dalle ripetute esperienze di discriminazione e dal clima stigmatizzante in cui la persona vive. Rimanere invisibili fingendosi
eterosessuali è comunque considerato da tutti gli intervistati come una
“strategia [efficace soltanto] nel breve tempo” e una grande fatica che
può portare a un rischio psicologico pesante perché implica una negazione della propria identità e un proprio “non esserci”, “non partecipare”, “auto-escludersi”, “sentirsi più deboli e inferiori”. Viene tuttavia
consigliato di “stare attenti al datore di lavoro”, di avere cautela, prima
di dichiararsi.
Secondo alcuni intervistati, il fatto che l’eterosessualità sia data per
scontata induce la persona LGBT a nascondersi e innescare automatismi volti a coprire la propria reale identità:
- “Non è che si sceglie di essere invisibili, sono gli altri che con il loro
atteggiamento non fanno altro che negarti. Poi ad un certo punto sei
complice e succube di questo stato. È faticoso perché poi ti trovi nello
stato di menzogna permanente. Non mi piace mentire, ma ometto, e
questa omissione diventa una risposta […] All’inizio ci devi fare attenzione, poi la pratica diventa automatica”
Le modalità più frequentemente adottate per restare invisibili sono
quella di omettere informazioni sulla propria vita privata o di fingersi
[17] “Minority stress è il nome che la psichiatria americana dà al disagio psichico
che deriva dalla discriminazione e dalla stigmatizzazione sociale di una minoranza”
(da: “I Pacs? Fanno bene alla salute (mentale)”, di Vittorio Lingiardi [disponibile online > www.gaynews.it/articoli/Primo-piano/72015/I-Pacs-Fanno-bene-alla-salute-mentale-.html | consultato il 15 luglio 2011]).
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attivamente eterosessuali. In certi casi, anche chi è aperto sul proprio
orientamento sessuale preferisce non dichiararsi esplicitamente bensì
di rispondere sinceramente alle domande – se richiesto:
- “Io devo dire che però continuo a mantenermi invisibile ancora per
comodità, perché non sempre ho voglia di raccontarmi. Però da come mi
pongo è lampante per tutti che io sto con una compagna. Ed io non nego
[…] Poi io ho sperimentato che quando lo dici, le persone alla fine ti accettano anche di più, perché sei tu come persona con le tue difficoltà. Per
cui molte volte sono problemi che ci creiamo noi e che non esistono”
La possibilità di dichiararsi sul lavoro come LGBT va di pari passo
con la maturazione e accettazione della propria identità sessuale e
l’essersi già svelati in precedenza nei contesti amicale e familiare:
- “[L’essere invisibili] nasconde una non totale accettazione di sé. C’è
sempre qualcosa che ti fa sentire in colpa, non normale. C’è alla base
una non completa accettazione […] Io sono stato invisibile per i primi
anni del lavoro: avevo 25, 26 anni e non mi sentivo abbastanza forte
per poterlo dire ai colleghi. E questo è uno stress. Adesso sono molto più
tranquillo, anzi ho delle prove di stima dei colleghi. Se ti comporti in
una maniera giusta, gli altri capiscono che sei giusto e non sei una minaccia. E se non ti accettano, il problema è degli altri. Dipende molto da
noi”
D’altra parte gli intervistati concordano sul fatto che esistano situazioni facilitanti per il coming out, come lavorare in grandi multinazionali o avere un elevato titolo di studio o una buona posizione
sociale che consentano di dimostrare le proprie capacità professionali
prima ancora che le proprie caratteristiche personali.
Le persone transessuali sono, per ovvi motivi, le più visibili – fatto
considerato gravemente penalizzante. Nel caso in cui abbiano completato la transizione e siano in possesso dei documenti d’identità aggiornati, le persone transessuali preferiscono evitare di far conoscere
il loro passato restando in tal senso invisibili.
Tra uomini e donne omosessuali sono considerate più nascoste le
donne lesbiche.
In un paio di casi, infine, gli intervistati hanno precisato che “l’ostentazione eccessiva” della propria omosessualità possa nuocere al lavoratore sin dal primo colloquio di lavoro poiché considerata
“stravaganza”.
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2.2.5 – Pratiche aziendali, iniziative locali,
leggi regionali
Durante l’intervista, gli stakeholder hanno raccontato dei loro contesti professionali nei quali lavorano come dipendenti o come datori
di lavoro, menzionando, in alcuni casi, leggi, iniziative locali o pratiche
aziendali che ritenevano interessanti o utili ai fini della ricerca.
Uno degli intervistati parla della propria azienda, una multinazionale con vendita al dettaglio, come esempio di ambiente lavorativo
protetto dalle discriminazioni:
- “L’unico episodio di intolleranza è stato che ogni settimana ci incontravamo prima dell’apertura [del punto vendita], facevamo una
festa tra i dipendenti, e il giorno dopo attaccavamo delle fotografie in
sala mensa, e c’è stato qualcuno che ha ben pensato di scrivere sulla
foto di un collega omosessuale la parola ‘frocio’. Questa cosa qua è stata
fatta notare e poi il giorno dell’apertura abbiamo fatto una riunione
con tutti e trecento i dipendenti, al ristorante, e il responsabile del punto
vendita ha tenuto a sottolineare, a ribadire che questo è un episodio
che non ci piace perché noi professiamo il rispetto per la diversità […]
Però fino ad oggi è l’unico episodio di intolleranza in cinque anni [… I
dipendenti LGBT] hanno dichiarato il loro orientamento. Qualche mese
fa abbiamo fatto questi incontri di team building, e ognuno di noi si è
raccontato, perché la squadra era nuova e cominciavamo a conoscerci,
per iniziare a lavorare insieme, ed uno dei colleghi lo ha detto chiaramente senza nessun problema [… L’azienda] ha assunto una quindicina di non italiani, senegalesi, indiani, cechi, libanesi: abbiamo diverse
provenienze. Lo abbiamo fatto volutamente, perché uno dei nostri obiettivi nell’assunzione è quello di rispecchiare la demografia del mercato
in cui ci inseriamo e abbiamo ritenuto che ciò fosse giusto per radicare
la cultura del rispetto […] C’è una selezione basata più sul riconoscersi
in certi valori dichiarati che su competenze specialistiche. Uno di questi è il rispetto del lavoro altrui e delle persone: se poi questo in concreto
viene meno, non passa inosservato. Aggiungo poi che noi ogni anno facciamo un’indagine sul clima aziendale, si chiama ‘voice’. In particolare
poi, per chi gestisce gruppi di almeno 6/7 persone, i dipendenti di quel
reparto esprimono un giudizio sul Responsabile e viene tracciato un
profilo che si chiama ‘leadership profile’ che ha un peso abbastanza rilevante sulla valutazione del Responsabile. Quindi se il Responsabile ha
dei comportamenti non in linea con quello che viene dichiarato, questo
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certamente verrà fuori. Che ci sia di mezzo la discriminazione o meno,
questo viene fuori e viene tenuto in considerazione. Facciamo due volte
l’anno la valutazione delle prestazioni di tutti i dipendenti e chi è Responsabile o meno deve sottostare al giudizio della propria squadra.
Quindi non è formalizzato nel contratto, però c’è una prassi”
Un altro stakeholder racconta un episodio di intolleranza nei confronti di un collega, omosessuale come lui. A seguito di questo fatto,
l’intervistato ha preso l’iniziativa di difendere il collega discriminato:
- “… allora io mi rivolsi al capo turno… e posso dire che il capo turno
è stato molto disponibile, richiamando questa persona che si era mostrata intollerante, dicendogli che qualora si fosse manifestato di nuovo
il problema, lo avrebbe comunicato al responsabile del personale. Io
non ho avuto problemi, il mio collega ha riscontrato problemi solamente
con quella persona lì. Per il resto, da quel momento in poi, tutti quanti
avevano capito. Tranquillissimi: mai una domanda, mai una battuta,
assolutamente.”
Un terzo intervistato, invece, racconta della multinazionale in cui
lavora come ambiente attivo contro le discriminazioni verso le persone con handicap ma poco attento alle discriminazioni verso le persone LGBT; cerca di spiegarsi questo atteggiamento ma sottolinea
anche un tentativo interessante volto a ovviare a questo problema:
- “Io lavoro in una ditta multinazionale. E devo dire che il fatto che si
abbiano sedi anche all’estero e vi siano lavoratori che lavorano all’estero aiuta molto, perché permette di aprire di più la mente e la cultura rispetto a quella media italiana. Devo dire però che mentre la mia
ditta ha fatto molto per le persone handicappate, invece non ha fatto
nulla per gli LGBT. Credo non abbia fatto nulla perché vi è ancora in
Italia molta arretratezza. Per altro, essendo la mia una ditta di ingegneri, vi sono molti uomini e ciò comporta che quello che fa parte del
sesso, compresa la dimensione affettiva, non viene affrontato. Siamo
molto più razionali come ditta e forse anche questo è il motivo. Poi considera che si lavora anche in molti Paesi in cui l’omosessualità non è
accettata […] L’associazionismo [e la pressione LGBT] ci aiuta. Per esempio, nella mia ditta sono state assunte decisioni importanti: infatti abbiamo fatto un’assicurazione sanitaria che si estende anche al
compagno dello stesso sesso. Non lo abbiamo ottenuto grazie alla nostra
azione, più che altro ce lo siamo trovati già fatto, noi non abbiamo fatto
nulla”
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Alcune iniziative sindacali e regionali sono portate ad esempio come
modelli da imitare:
- “Due anni fa, la CGIL ha organizzato, nella mia azienda e in un
altro paio di luoghi di lavoro, dei momenti di informazione sulle pari opportunità e sulla discriminazione. Inizialmente partiva come una iniziativa rivolta alle donne, poi però naturalmente nel materiale
informativo si parlava complessivamente [anche di tematiche vicine].
C’era un luogo, c’era proprio un banchetto”
- “La Regione Liguria sta portando avanti la Legge 82/2009 che prevede un protocollo di intesa tra Regione e didattica per programmi di
lotta alla discriminazione […] progetto educativo con le scuole”
- “La Regione Toscana ha approvato una legge che permette a chi subisce una discriminazione per orientamento sessuale e in questo caso
anche di genere di poter denunciare. La prima legge in Toscana di questo tipo, la prima Regione in Italia che ha una legge così specifica e importante. Sicuramente una cosa come quella che è stata fatta in
Toscana potrebbe essere interessante se ogni Regione la riuscisse a fare
propria, tramite una legge regionale. Anche se di fatto c'è nello scritto
ma non è ancora stata vissuta come una vera e propria legge, anche
perché le leggi [di riferimento fondamentale] sono nazionali. Ecco, a nostro avviso è stato un punto di arrivo importante, se riuscissimo a portarla a livello nazionale sarebbe sicuramente una conquista grande. Le
persone che come me la conoscono riescono a farla conoscere anche ad
altri. Va divulgata. C'è l’obiettivo di promuoverla all’interno delle scuole
e farla conoscere ai giovani, ma ora è tutto fermo perché mancano le
risorse”
Da più intervistati viene citata la Rete Lenford:
- “Il nostro impegno è fortunatamente oggi ricollegato alla rete Lenford, una rete di avvocati formati nello specifico proprio per il genere
e l'orientamento della comunità LGBT. Per esempio mi rivolgo a questi
avvocati specializzati nel consultorio, proprio perché hanno formazione
su questo… molti avvocati non sanno nemmeno da che parte girarsi”
Infine due imprenditori raccontano in questo modo le politiche
adottate per gestire nella loro attività quotidiana eventuali comportamenti discriminatori verso le persone LGBT:
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- “Non vedo che nella mia impresa vi siano atteggiamenti così come
dite nei confronti dei miei dipendenti omosessuali. Io vedo che sono ben
integrati. Probabilmente non so sempre esattamente quello che succede.
A meno che non sia una cosa particolarmente grave. La mia politica è
di lasciare che le questioni se le risolvano tra loro. Certamente, alcuni
problemi devono uscire allo scoperto ed essere affrontati con l’aiuto di
esperti, sindacati, ma anche con il coinvolgimento del datore di lavoro;
però dipende, non sempre è cosi. A volte è meglio che in certe questioni
che non sono gravi il datore di lavoro non vi rientri e sia lasciato ai dipendenti tra loro. Alla fine, comunque, i problemi di lavoro, la produttività, vengono ad assorbire tutto il resto. Pur aprendo le porte ad ogni
ipotesi di soluzione dei problemi e garantendo il rispetto per tutti, dobbiamo comunque sempre ricordare che stiamo parlando di posti di lavoro. Dovrebbero esserci dei centri [di ascolto] sul posto di lavoro, però
questi devono essere organizzati in maniera che non ci sia paralisi sul
lavoro stesso”
- “Se davanti a me ho un ragazzo eterosessuale, omosessuale o transessuale, non è che io scelgo quello e quell’altro [sulla base dell’identità
sessuale], scelgo viceversa chi è in grado di darmi quella capacità di lavoro, di intraprendenza. È come se avessi tre nomi senza sapere chi
sono le persone. Quando, a volte, ricevo il curriculum di tutte le persone, io non chiedo mai se sei omosessuale, eterosessuale o transessuale
[…] Nel mio locale alcuni da soli se ne vanno perché è una selezione naturale, c'è competizione, c'è quello che riesce ad essere più bravo di un
altro”
2.2.6 – Suggerimenti:
cosa manca, cosa serve.
La creazione
di un sistema informativo nazionale
Complessivamente c’è grande concordia di opinioni tra tutti gli stakeholder intervistati su ciò che serve per combattere il mobbing LGBT
e sulle modalità per raggiungere gli obiettivi.
Accanto alla necessaria lotta politica, condotta da un movimento
politico gay coeso, per ottenere leggi che tutelino le persone LGBT sul
lavoro e per riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, gli intervi-
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stati spingono verso un percorso culturale di informazione, di educazione, di riconoscimento delle differenze e dei diritti dell’Uomo e delle
persone LGBT:
- “Ma certamente potrebbero essere riviste molte leggi. Pensiamo a
quella sullo stalking che è stata approvata stralciando tutta la parte
sull’omofobia. E forse è da ipotizzare anche una legislazione sul lavoro
che tenga conto dell’omofobia e della necessità di tutela. Se vi fosse una
legge che equipara le coppie omosessuali alle coppie eterosessuali, forse
i problemi avrebbero soluzione più semplice”
- “Occorre un serio appoggio politico. Io penso che gli strumenti potrebbero essere lo sciopero, le manifestazioni e l’attivazione politica dei
soggetti LGBT”
- “Il problema resta una questione di cultura. Sino a che non si fa a
livello politico una questione di cultura sul rispetto degli omosessuali
sul lavoro, come di tutti gli uomini, il problema viene relegato all’iniziativa privata del datore di lavoro”
- “Perché solo attraverso la cultura, la formazione, la conoscenza si
può combattere la discriminazione”
Gli intervistati ritengono che esporsi abbia avuto in passato buoni
risultati e sia pertanto importante “parlare di più, dichiararsi di più”
spingendo la collettività a sensibilizzarsi ed accettare. Paragonando le
strategie del movimento LGBT italiano alle strategie di lotta anti-discriminazione europee, un intervistato afferma che solo la condivisione dei percorsi di lotta tra categorie discriminate possa essere la
carta vincente.
Le scuole sono gli ambiti in cui la maggioranza degli intervistati
esorta a condurre programmi di educazione sin dalle elementari, coinvolgendo anche i genitori:
- “… Che nelle scuole si parli con serenità di che cosa è essere gay, lesbica o transessuale, transgender, intersessuale. Parlare già dalle elementari, insegnando anche con i genitori queste cose. Spesso quando
vado a parlare con le scuole le domande più banali arrivano proprio dai
ragazzi, che non conoscono e sono discriminatori proprio perché non
conoscono. Trovi una platea molto attenta. Quando esco da questi incontri organizzati con la comunità LGBT, io […] esco arricchita dallo
scambio con i ragazzi”
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- “I ragazzi vivono le battute dei genitori e non elaborano un loro
pensiero critico e crescono così […] La scuola è la spinta di ogni forma
di insegnamento – non solo didattico, ma anche sociale, di vita”
Sul piano pratico e organizzativo, la soluzione portata è l’apertura
di centri di riferimento “stabili e visibili”, all’interno dei quali cooperino
in équipe avvocati, psicologi, assistenti sociali, medici, sindacalisti,
membri di associazioni appartenenti ai gruppi discriminati. Gli operatori di questi centri dovrebbero essere sia LGBT che eterosessuali
poiché ciò che conta sono le competenze e l’umanità. È molto dibattuto se i centri debbano trovarsi all’interno del luogo di lavoro, per
sentirsi immediatamente protetti e garantiti, oppure fuori da questo
(presso sindacati, associazioni LGBT, enti pubblici o in luogo neutro),
per garantire al lavoratore che voglia rivolgersi ad essi di poterlo fare
in totale anonimato.
Questi centri dovrebbero essere raggiungibili con varie modalità, a
seconda delle esigenze:
- “La comunicazione può avere varie forme, in base al bisogno della
vittima: c'è chi ha bisogno di esprimersi descrivendo l’accaduto senza
mostrarsi, per cui una mail potrebbe essere utile; chi ha bisogno di un
aiuto immediato e un telefono potrebbe fare al caso suo; c'è invece chi
trova la forza di raccontare quello che ha subito direttamente ad un
operatore, quindi uno sportello fisico sarebbe auspicabile”
Il centro di riferimento non dovrebbe essere solo un punto di
ascolto e di sfogo, ma di sostegno a medio-lungo termine e informazione sui diritti del lavoro – un luogo in cui poter denunciare, essere
consigliati sui provvedimenti possibili, aiutati nelle decisioni da prendere in caso di discriminazione subita e accompagnati per tutto l’iter
se si decide di procedere legalmente:
- “Innanzi tutto far capire cos’è la discriminazione, far capire il fenomeno e se il problema è legato alla sua persona o al posto di lavoro.
Ma poi la persona mi dice: ma io dove devo venire, nel suo ufficio? Se
poi mi incontra qualcuno? Allora io dico: forse conviene associarci ad un
gruppo di lavoro esterno all’ente dove poi periodicamente vengono fatte
delle relazioni”
- “Probabilmente per il lavoratore è più facile parlarne al di fuori del
suo mondo lavorativo. Si sente più libero di parlarne, senza timori”
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La discussione verte soprattutto sul lavoro dipendente, ma alcuni intervistati propongono che questi centri funzionino anche per i liberi
professionisti, eventualmente all’interno degli uffici degli Ordini professionali.
Fondamentale è, in tutti i casi, che il lavoratore non si senta abbandonato e abbia la certezza che il suo caso sarà seguito dall’inizio alla
fine, qualunque scelta faccia:
- “Se io faccio la telefonata, so che poi lì qualcuno prende veramente
in carico la mia situazione e quindi mi guida e mi porta fino a dove voglio arrivare. Non è che dopo la telefonata succede il panico, nel senso
che finisce tutto come succede spesso”
- “Non dare la sensazione di accogliere la denuncia e poi abbandonare chi ha trovato il coraggio per farla”
Più della metà degli stakeholder ritiene che questi luoghi debbano
essere aperti a tutte le categorie discriminate, per non riprodurre al
loro interno la distinzione discriminatoria tra eterosessuali e LGBT,
per un verso, ed al fine di non considerare come un mondo a parte le
questioni lavorative di ogni singolo gruppo stigmatizzato (ad esempio: donne, disabili, immigrati… ), per l’altro verso: “Il principio di tutela dei diritti umani è identico”. La parte restante considera più
efficace la creazione di centri specifici sulle tematiche LGBT, affinché
non vi sia dispersione di energie e il lavoratore possa sentirsi meglio
compreso nella sua specificità; in questo caso, gli intervistati sono comunque fautori di una collaborazione con altri centri anti-discriminazione attivi per gli altri gruppi.
I centri non dovrebbero servire però solo ai dipendenti vittime di
mobbing, ma anche ai datori di lavoro, che non sempre sono preparati
per gestire e risolvere le complesse questioni che talvolta si presentano nel quotidiano. Secondo gli intervistati, è auspicabile che il coinvolgimento del datore di lavoro vada oltre la possibilità di consigliarlo.
Poiché l’attività di questi centri non dovrebbe limitarsi all’ascolto e alla
raccolta di denunce, ma sviluppare anche l’organizzazione di incontri
informativi ed educativi, si ritiene che questi incontro con gli esperti
possano essere estesi anche ai datori e ai dirigenti:
- “Gruppi di aiuto all'interno, ad esempio, dello stesso sindacato, appositi per la specifica problematica che le persone omosessuali possono
vivere. Ma questo dovrebbe coinvolgere anche i datori di lavoro. Altrimenti il datore di lavoro resta sempre escluso da certe dinamiche e pro-
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blematiche. Un’ipotesi potrebbe essere quella di creare centri di incontro e di ascolto in cui le persone omosessuali si incontrano e parlano.
Una specie di circoli. Poi se vi sono dei problemi specifici, vi possono essere anche esperti, tipo legali o psicologi. E in questi incontri, una tantum, vi potrebbe essere anche la presenza dei datori di lavoro per fare
il punto della situazione”
- “Farei degli incontri nell’ambito lavorativo non solo per le questioni
degli omosessuali. Farei incontri sui diritti degli uomini, sul rispetto nei
confronti dell'uomo e del lavoratore. Una sorta di corsi di formazione
per datori di lavoro e lavoratori tutti insieme, in cui esperti di diritto e
psicologi affrontano insieme le problematiche che riguardano il rispetto
umano e al rispetto del lavoratore... ma anche del datore di lavoro. E
durante questi corsi prevedere anche delle sedute private, per cui se
uno dei corsisti ha dei problemi, può parlarne anche privatamente con
l’esperto. Questi incontri/corsi fatti ai datori e ai lavoratori insieme potrebbero anche aiutare ad una maggiore comprensione delle diverse
problematiche”
- “E poi sarebbe importante coinvolgere i dirigenti, fare loro, per
esempio, dei corsi sui diritti e su come interfacciarsi con i lavoratori. Sarebbe interessante, a livello nazionale, fare un progetto con oggetto un
corso per dirigenti sul rispetto e sulla tutela dei lavoratori omosessuali”
Un punto cardine della discussione con gli stakeholder è la mancanza di dati a cui riferirsi per strutturare servizi ad hoc e per indirizzare al meglio le proprie azioni: non si conosce quanti casi di
mobbing contro persone LGBT si verificano ogni anno, non esistono
statistiche sulle caratteristiche e la complessità del fenomeno, non si
conoscono a fondo le risorse già presenti sul territorio né cosa in particolare andrebbe sviluppato. Questo vuoto informativo è sentito come
un anello debole della catena e viene proposto di porre rimedio con la
creazione di un database a cui attingere conoscenze. La raccolta potrebbe essere fatta attraverso i centri per l’impiego, i sindacati, le associazioni, i consultori, gli sportelli anti-discriminazione già esistenti,
eventualmente integrati da sistemi di raccolta di denunce anonime via
web e dei veri e propri sondaggi nazionali.
Soggetti di vario tipo, con storie anche diverse, devono incontrarsi
e collaborare insieme alla costituzione di questi centri e alla creazione
di campagne educative, tavole rotonde e giornate di discussione, mettendo a disposizione ognuno la propria esperienza, più o meno positiva che sia, e dando nuova linfa e nuove idee ai progetti:
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- “Ci vuole una sinergia con tante realtà, con altri soggetti che già lavorano su queste tematiche”
- “Deve essere una cosa nuova, non una rivisitazione di ciò che già c’è
o che si è tentato senza risultati di fare… una realtà nuova composta
anche da soggetti che conoscono queste problematiche sul territorio,
per cui anche appartenenti ad associazioni già esistenti […] un’integrazione di chi ha già esperienza, di chi conosce bene la realtà, e di soggetti nuovi che possono portare nuove idee nuove spunti”
Inoltre, necessaria è la sinergia tra istituzioni (Regioni, Province, Comuni) e associazioni, tra Arcigay e sindacati, con i mass media (TV,
radio e giornali), con l’Ordine degli avvocati, con associazioni di avvocatura indipendenti, con le Aziende USL, i consultori, i servizi psicologici e gli ospedali, con la pubblica istruzione, i personaggi politici, la
pubblica amministrazione, le associazioni culturali, i centri giovanili,
prestando attenzione a non entrare in contrapposizione con ciò che
già esiste sul territorio.
Questo nuovo centro andrebbe pubblicizzato ampiamente attraverso una pluralità di canali: volantini, locandine e depliant, giornali,
spot pubblicitari radiofonici e televisivi, siti web, social network, mailing-list, manifestazioni pubbliche, giornate a tema, conferenze, all’interno del servizio pubblico, le sedi delle associazioni, i luoghi di
aggregazione culturale e ludica, i mezzi pubblici, le scuole.
Gli stessi canali informativi utilizzati per la promozione andrebbero
usati anche per aggiornare la comunità sull’andamento dei lavori e sui
piccoli e grandi successi ottenuti.
Questo feedback continuo – e non solo finale – avrebbe lo scopo di
essere vicini alla collettività, per “dare trasparenza”, “continuare a sensibilizzare, anzi è molto più sensibilizzante quando si portano dei dati
sull’operato”, motivare a divulgare le conoscenze.
“Occorre un continuo processo di comunicazione”, commenta uno
stakeholder, e continua: “Occorre dimostrare quello che sai fare e che
ce la fai. Le persone hanno bisogno di sapere che questa rete è efficace,
che si possono fidare. Occorrono anche esempi di persone che hanno
lottato e che ce l’hanno fatta.” L’obiettivo ultimo, in ogni caso, è quello
di far capire agli eventuali abusanti che “alcuni abusano, perché tanto
poi non se ne va a nulla, in qualche maniera ‘ce ne esco’ [perché tanto
poi non ci sono sanzioni, in qualche maniera ne esco pulito, N.d.R.].
Poter sentire invece che queste cose possono essere denunciate, che
ci sarà comunque una persona che farà in modo che queste cose verranno portate a termine” può essere un deterrente per il ripetersi degli
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atti discriminatori.
L’esigenza che va soddisfatta alla base di tutto è comunque quella
di risolvere il senso di inferiorità, superare le divisioni percepite all’interno del mondo LGBT e prevenire gli stati di disagio:
- “Però se pensiamo nel profondo, nel senso di un miglioramento, ovvero un superamento di quella che è la discriminazione dal punto di vista
culturale, cioè di una vera accettazione, secondo me siamo ancora abbastanza distanti: e siamo distanti perché anche chi vive il problema molto
spesso non lo manifesta. Loro stessi si sentono diversi e in quanto ‘diversi’
si sentono inferiori e questo è quello che dovrebbe essere superato”
- “Un’associazione di dipendenti LGBT in Italia è ancora fantascienza.
Io non credo, come molti pensano, che questo sia ghettizzante. A volte
il ‘ghetto’ serve per acquisire la propria forza. Poi magari non serve più
e passa. Però a volte serve per poter dire ‘Sono omosessuale’ anche con
il punto esclamativo”
- “Purtroppo il mondo gay questa cosa [la denuncia di mobbing da
parte di un dipendente gay, N.d.R] l'ha recepita sotto un altro aspetto,
cioè non abbiamo avuto assolutamente la vicinanza dei nostri tesserati.
Anzi, abbiamo avuto più vicinanza dal mondo etero che da quello
LGBT. Ci siamo resi conto che proprio la comunità gay va sensibilizzata
di più sotto questo aspetto”
“Perché se una persona sta bene fisicamente e psicologicamente non
ricorre agli strumenti ospedalieri o alle case di accoglienza. È che c'è
malessere. Se si arriva a prevenire, se si aiutano a crescere persone con
difficoltà… Il consultorio permette alla persona transessuale di accedere a servizi che nel nostro caso sono gratuiti: psicologo, psichiatra ed
endocrinologo. Permette che la persona avrà informazioni e starà bene.
E non a ricorrere magari in solitudine e nella poca conoscenza delle
cose a farmaci e dunque ad aggravare quell’economia sanitaria. È tutto
collegato. Tu previeni, tu sei qui e puoi essere aiutato nel tuo percorso.
La persona arriva a star bene, non arrivi alla depressione, non arrivi a
dieci ricoveri, non tenti il suicidio. Quanto disagio viene in famiglia e tra
amici! Non riesci a trovare lavoro e non sei autonomo. È tutta una catena. Ne guadagnerebbe tantissimo tutta la comunità.”
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2.3
17 storie di discriminazione LGBT
sul lavoro
Nelle pagine a seguire pubblichiamo un’antologia di 17 storie di discriminazioni sul lavoro che ci hanno raccontato altrettante persone
LGBT.
All’interno di questo report, riteniamo utile ed importante proporre
anche direttamente la voce dei protagonisti, per coglierne il calore e lo
stile, da un lato, e dimostrare una volta ancora che questo tipo di iniquità esistono ancora oggi in Italia, dall’altro lato. Auspichiamo inoltre che queste storie servano da specchio per le persone LGBT, e
stimolino la discussione ed il confronto.
Abbiamo scelto di non commentarle, né di analizzarle, ma di lasciare libero il lettore di adottare una propria chiave interpretativa.
Noi non le valutiamo.
Siamo comunque intervenuti sulle sbobinature a nostra disposizione, lungo le seguenti direzioni:
• Per garantire la tutela della privacy, abbiamo cambiato i nomi ed
eliminato i riferimenti puntuali a persone, organizzazioni, accadimenti
e luoghi
• Per garantire la leggibilità e la comparabilità del testo, abbiamo in
parte rivisto il loro sviluppo, sistemato l’italiano, evidenziato una serie
di punti per noi fondamentali
Di queste due azioni ci assumiamo la responsabilità.
Per il resto, teniamo a sottolineare che le storie raccontano degli avvenimenti dal punto di vista dei nostri interlocutori, che noi non abbiamo verificato
Infine, il campionario delle vicende così raccolte è ampio ed articolato, contribuisce ad arricchire il quadro conoscitivo, ma non è comunque rappresentativo di tutte le situazioni potenziali e/o già
occorse.
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1) La storia di Loredana
Trans MtF; 31 anni
La sua storia di discriminazione sul lavoro risale al 2010.
Loredana lavorava a tempo indeterminato nel campo dei servizi alla
persona per una cooperativa sociale.
Ad un certo punto ha deciso di informare i responsabili della sua
scelta di intraprendere il percorso di adeguamento del sesso. La loro
reazione fu molto “carina”.
Anche alcuni suoi utenti erano a conoscenza della sua decisione e
non hanno mai mostrato alcun problema al riguardo.
“Di facciata sembrava andare tutto bene. I problemi sono cominciati
qualche mese dopo, quando la mia referente ed un paio di colleghe
hanno cominciato a segnalare in sede tutte le mie piccole manchevolezze, ingigantendole”.
Ripensando a quel periodo racconta che era molto stanca: per l’inizio della psicoterapia all’interno del percorso e per il rilevante carico
assistenziale a favore dei genitori anziani per il quale aveva anche ottenuto un permesso (Legge 104/1992).
Probabilmente questi due fattori, sommati ai pregiudizi sulle persone trans, sono alla base del comportamento dei suoi capi e colleghi
di lavoro: “Non riuscivano a distinguere il mio aspetto somatico da
quello professionale. Io ho sempre lavorato in maniera encomiabile.
Ciononostante a loro veniva forse in mente solo l’equazione trans = prostituta. E pensare che, allora, io non avevo ancora iniziato né la terapia
ormonale né il Real Life Test [18]; al contrario, vestivo e vesto tuttora in
modo molto unisex”.
Le note sono continuate, anche rivolte a lei stessa. “Mi hanno pro[18] Si tratta di una delle fasi in cui si articola il percorso di transizione.
“Con il Test di Vita Reale (RLT, Real Life Test) la persona, sempre col supporto psicologico, in genere contestualmente all'inizio della terapia ormonale, inizia a vivere
nel mondo come persona del sesso a cui sente di appartenere, adottando il ruolo di
genere consono in termini di abbigliamento, comportamento, espressione etc. È una
fase fortemente auto-diagnostica, in quanto attraverso di essa si deve dimostrare a
se stessi e agli altri che si è in grado di vivere nel mondo reale nel genere scelto[…]”
(Da: “Il Percorso in Pillole”, dell’Osservatorio nazionale sull’Identità di Genere; [disponibile on-line www.onig.it/drupal6/node/9 | consultato il 3 luglio 2011]).
È opportuno aggiungere, come fa criticamente notare il sito web “FtM – Storia di un
uomo qualunque”, che, data la normativa vigente, in questo periodo elevata è la frequenza di “situazioni indefinite e imbarazzanti, a terapia ormonale già iniziata (con
le modifiche somatiche relative) ma senza poter ancora effettuare gli interventi chirurgici e quindi la rettifica anagrafica. Ciò significa, ad esempio, che un transessuale
FtM in attesa di autorizzazione agli interventi si deve aggirare con la barba e le mam-
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posto di cambiare servizio, di riconsiderare il mio rapporto con loro. Mi
hanno scritto che non ero più la stessa, che non ero idonea per questo
lavoro, persino che mi ero comportata male con gli utenti… uno stillicidio”. Loredana racconta di avervi risposto e di aver chiesto – ma inutilmente – spiegazioni ed un confronto con chi la accusava e
calunniava – comprese alcune colleghe ex amiche.
Senza più alleati all’interno della cooperativa, Loredana ha chiesto
consiglio, all’esterno del posto di lavoro, ad un sindacato, con cui era
già in contatto.
Ricorda che il sindacato le consigliò di lasciar perdere l’ipotesi della
vertenza, ché i tempi sarebbero stati certamente molto lunghi ed inoltre, successivamente, lei avrebbe avuto difficoltà a trovare altri lavori.
“Mi hanno suggerito di andare in mutua ad oltranza per stress, di lasciar correre”. Loredana non ha però accettato: “Mi sembrava una decisione molto sbagliata perché io – nonostante la particolarità del
periodo – mi considero una professionista di qualità, e non volevo fare
vigliaccate”.
Da sola, sotto pressione, stanchissima, Loredana ha infine deciso di
dimettersi volontariamente.
Oltre allo stress ed alla prostrazione, con un mercato del lavoro
sempre più difficile, per un periodo “mi sono chiusa a riccio, sempre
più scorata e depressa, ho perso amici, la possibilità di entrate fisse
mensili”.
In seguito ha trovato un lavoro part-time a tempo determinato per
un’altra struttura assistenziale. Anche lì ha raccontato del suo percorso trans. Guadagna di meno, ha meno sicurezze, il lavoro non è
molto gratificante, ma può stare con la madre malata e, soprattutto, ha
ricominciato a vivere a pieno.
È in una storia d’amore ed ha iniziato le cure ormonali atte al transito. Non ha “perso la forza e la dignità, va avanti con coraggio”.
Si è avvicinata all’Arcigay locale, con cui ora collabora, ed alle altre
realtà associative LGBT, ed ha deciso di denunciare la cooperativa per
cui lavorava.
Non vuole il reintegro, non vuole un risarcimento per sé, bensì un
processo equo e la restituzione di una serie di spettanze economiche
che le sono dovute. “Voglio che paghino per la discriminazione che ho
melle, e che in ogni situazione ufficiale in cui sono necessari documenti di identità
(libretto di lavoro, in aeroporto, in banca, nelle frequenti prestazioni mediche necessarie durante l’iter) la sua privacy viene violata costringendolo come minimo a imbarazzanti spiegazioni”
[disponibile on-line > www.transizioneftm.it/riattsex_det.asp?index=247 | consultato il 3 luglio 2011].
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subito per una molteplicità di motivi: perché sono trans, perché ho chiesto un permesso ai sensi della Legge 104, perché mi sono rivolta ai sindacati, perché non mi hanno mai permesso di difendermi all’interno
dell’organizzazione”, commenta. A chi dovesse trovarsi nella sua stessa
situazione, Loredana consiglia vivamente di non dimettersi ma di resistere e di andare sui giornali, per far conoscere la propria storia al pubblico, ma non in modo ‘lacrimoso’. “La visibilità ti rende intoccabile,
illicenziabile. Non è vero che questa fama ostacola, in seguito, il trovare
un altro lavoro. I vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi”.
“A me, allora, è mancato il coraggio”, continua; “il fatto è che non
avevo appoggi esterni, avevo soltanto i miei familiari. Un anno fa non
mi è venuto in mente di rivolgermi ad un'associazione LGBT. Allora non
credevo nell'associazionismo LGBT; ora ho invece cambiato idea e penso
sia importantissimo, è una risorsa fondamentale anche per questo tipo
di problemi”.
2) La storia di Silvio
Gay; 30 anni
Silvio racconta una storia di quotidiana omofobia all’interno del suo
posto di lavoro, culminata, di recente, nel mancato rinnovo del contratto, dovuto quasi certamente alla scoperta della sua sieropositività.
‘Visibile di fatto’ fin da bambino, “nascosto, ma senza vergogna”, Silvio non ha mai fatto esplicitamente coming out né in casa né sul lavoro.
Si definisce una persona molto diretta e non si è mai fatto passare per
eterosessuale – “e chi vuol capire, capisce”. “Non essere visibile non mi
pesava”, racconta, nonostante i soliti “giochini dei colleghi: questo non sta
con una donna, non parla mai di donne, sicuramente è finocchio”.
Il clima è peggiorato nell’ultima azienda dov’è andato a lavorare. Si
è ritrovato con dei colleghi particolarmente omonegativi: “Facevo finta
di niente, perché la mia vita per me era altro, però pesava tantissimo”.
Ciononostante, continuava a funzionare la divisione tra vita personale e vita professionale su cui Silvio faceva affidamento. L’evento
che ha cambiato questo equilibrio è stata la scoperta della propria
sieropositività.
“È una cosa che ti ribalta la vita, ti fa cambiare, […].Sul lavoro [ho voluto che non fosse così]. Mi ricordo che ero al lavoro l'indomani come se
nulla fosse, in giacca e cravatta, sorridente davanti ai clienti, nonostante avessi dentro un mostro che cominciava a mangiarmi... Ho continuato a fare il mio lavoro serenamente, senza chiedere di più, senza
dare di meno”. Silvio racconta che, in quel periodo, si è ritrovato a
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dover fare delle telefonate private dalla sua postazione, prima e dopo
il suo orario di lavoro: “Ho dovuto chiamare l’ospedale, inviare delle
mail all’infettivologo dalla mia casella personale. Ho fatto tutto di nascosto, ovviamente. […] E alla fine di quell’anno il mio contratto non
venne rinnovato”.
Benché stimato ed apprezzato dai capi e dai clienti, nonostante i
soldi spesi dall’azienda per mandarlo ai corsi di formazione, la ditta
gli ha comunicato che non c’era più bisogno di lui. “Ho capito subito
che c’era qualcosa di strano”, commenta, “era una procedura molto
inusuale rispetto a quella utilizzata per i colleghi”. “Mi sono chiesto se
c’era qualcosa di personale in tutto ciò, qualcosa oltre l’aspetto lavorativo. Ho trovato un’altra motivazione. Mi sono detto che probabilmente
avevano scoperto qualcosa”.
Silvio ne ha parlato con il sindacalista interno. Shockato pure lui,
gli ha detto che si sarebbe informato all’Ufficio personale, che poco
dopo riconferma la versione dell’esubero.
“Io non mi accontento di questa risposta ed ho raccontato un po’ della
mia vita personale al sindacalista. Gli ho fatto una domanda precisa: ‘È
possibile che abbiano scoperto qualcosa della mia vita privata che ha influenzato la loro decisione?’”.
Il sindacalista, di ritorno dalla seconda visita all’Ufficio personale,
gli risponde: “Guarda, la tua ipotesi è vera al 99%. La ditta, tra un Silvio malato ed un Sempronio sano, assume in ogni caso Sempronio”.
La sieropositività come un fattore aggravate dell’omosessualità,
dunque.Una situazione percepita come troppo onerosa da parte del
datore di lavoro, che “non voleva prendersi in carico una persona che
negli anni avrebbe dato problemi, assenze per motivi sanitari, visite…”.
“La rabbia era davvero molto grande per l’ingiusto licenziamento.
Mi sono detto che non poteva finire così. Volevo capire a fondo cos’era
successo. Poi però ho parlato con degli amici che mi hanno detto: ‘Ma
no, non pensare malignamente che si tratti di discriminazione, magari
la ditta davvero non aveva più bisogno di te’. Allora mi sono convinto,
e per un po’ ho lasciato perdere”.
Fino a quando Silvio ha verificato in prima persona che, dopo la sua
fuoriuscita, la sua ditta aveva continuato ad assumere, e persone notevolmente meno qualificate di lui. Ha scelto quindi di rivolgersi ad
un avvocato del lavoro, che gli ha detto che, secondo lui, c’erano le
basi per una causa. “Non gli avevo raccontato tutto quanto”, specifica
Silvio, “mi ero limitato a dirgli che la ditta mi aveva licenziato pur continuando ad aprire filiali. Non gli avevo parlato di discriminazione e di
mobbing, né del mio lato personale, per paura del suo giudizio”.
L’avvocato scrive una lettera all’azienda di richiesta di assunzione
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e pagamento degli arretrati. L’azienda risponde immediatamente proponendo solamente un importante rimborso economico.
“Questo mi ha confermato ciò che già pensavo, ho capito una volta
per tutte le discriminazioni che c’erano state”, racconta Silvio, che decide di andare fino in fondo, di prendere coraggio, e di rivolgersi ad
uno sportello legale Arcigay a cui racconta, per la prima volta, la propria storia a tutto tondo – “Ho preferito parlare a voi del fattore discriminante perché di sicuro più pronti, sensibili e preparati. Basti
pensare al fatto che l’avvocato, nonostante l’evidente coda di paglia
della ditta, mi aveva consigliato di non inserire la discriminazione, come
a dire: ‘Prendi quei soldi e taci per sempre’”.
Oggi Silvio ha in corso una trattativa stragiudiziale con il suo datore di lavoro, che ha per certo controllato la sua posta privata tempo
addietro – “Il mio essere single, riservato e quindi al 99% omosessuale,
li ha portati a fare controlli sulla mia via privata”.
“Quando mi è successo, ho subito pensato al film Philadephia […] Cavoli, mi sono detto, ma quelli erano gli anni ’80! Possibile che nel 2011
il Paese dove vivo è ancora così retrogrado?!?”
Se da un lato Silvio raccomanda cautela nello svelarsi sul posto di lavoro – “In una situazione come quella dell'Italia oggi, con una crisi lavorativa molto forte, direi: ‘Guarda, in Italia per tenerti il lavoro, oggi
come oggi, dovresti nasconderti, fingere e avere una seconda vita’”, dall’altro lato si dice molto contento che la sua storia sia andata così. È
tuttora disoccupato, purtroppo, ma questa vicenda l’ha fortemente segnato e cambiato – “È una questione di diritti e son contento di aver intrapreso una causa perché spero che sia di esempio per altre persone.
E quindi a coloro che hanno la forza di farlo, di essere visibili, consiglio
di essere se stessi sempre, anche sul lavoro. Essere se stessi e visibili è
forse l'unico modo per cambiare le cose. Dichiarare la propria omosessualità sul lavoro, con i colleghi, far loro conoscere quale è il tuo mondo,
la tua vita, e far loro capire che non sei un extraterrestre, che sei una
persona preparata sul lavoro e che poi ha una vita che loro definiscono
‘diversa’ ma che poi è uguale alla loro… ”.
Interpellato in merito a chi dovrebbe occuparsi di queste tematiche
sul lavoro, Silvio risponde: “Nella mia esperienza ho visto che i sindacalisti interni hanno paura di sbilanciarsi. Meglio quindi degli operatori specializzati, terzi e retribuiti, che entrano nelle aziende a fare delle
interviste ai lavoratori […] È difficile confidarsi con un collega, che vedi
ogni giorno e che poi va a riferire ai capi comuni […] Le persone discriminate non denunciano perché temono di perdere il posto di lavoro,
di restare isolate […] Per raggiungere gli invisibili, meglio usare, invece,
Internet ed il telefono come primo contatto”.
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3) La storia di Matteo
Gay; 29 anni
Matteo racconta una storia che lo coinvolge tuttora. Non riguarda
specificamente un caso di discriminazione, bensì una serie di episodi
di quotidiana omofobia da parte dei suoi clienti.
Matteo lavora in una struttura dove ogni giorno ha a che fare con
centinaia di persone in difficoltà.
Nei momenti di crisi e di tensione che queste devono affrontare, a
causa delle lunghe attese, dei trattamenti ritenuti inadeguati, o delle
disattese, alcuni”se nel fare le loro lamentele non toccano il privato dei
miei colleghi, quando devono lamentarsi con me mi affibbiano nomignoli omofobici. Quanto litigano con i miei colleghi non li deridono per
la loro sessualità, per il loro privato o per le loro fattezze fisiche. Con
me, invece, per il modo in cui appaio, lo scontro si concentra sul personale”. Per sfogarsi trovano in Matteo il capro espiatorio – “È colpa di
quel ricchione!”. Non c’è alcuni rispetto nei suoi confronti, in quei momenti, così come non ci sarebbe se “fossi di un’altra razza”; verso le
persone con handicap, secondo lui, la gente non arriva ad essere a tal
punto sgradevole.
“Cosa potrei fare in questo caso?”, si domanda, “denunciare la cosa?
e dove si arriverebbe? ne varrebbe la pena?”. Si tratta di un interrogativo con cui Matteo spesso si confronta, anche perché “sono situazioni
imbarazzanti… tu sei impotente e la sala è piena, tutti sentono… vieni
offeso davanti a tutti”.
Riesce ad andare avanti grazie al fatto che sta bene con se stesso
(“Passato il primo momento in cui stai male, ti rendi conto di non avere
fatto nulla di male perché queste persone ti dicessero quelle cose, ma si
sono attaccati al tuo essere gay. E quindi non ho mai pensato di cambiare per loro perché io sto bene con me stesso e non faccio niente di
male o sbagliato e quindi perché dovrei cambiare per loro?” ) e grazie
al supporto dei suoi colleghi e dei suoi capi, con cui fin dall’inizio ha
parlato molto apertamente di sé, e con cui dice di avere un rapporto
buono e franco. “È successo che alcuni colleghi prendessero le mie difese”, racconta.
Se, da un lato, buona è l’integrazione con l’équipe ed i superiori, dall’altro lato Matteo lamenta che l’organizzazione nel suo complesso potrebbe fare qualcosa in generale per migliorare il clima, come ad
esempio “affiggere in sala d’attesa i materiali promozionali del Ministero delle Pari Opportunità – potrebbe essere utile”.
Chi ha la responsabilità della gestione del personale, secondo lui,
deve farsi carico di garantire la qualità dei rapporti interpersonali, e di
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cercare soluzioni se vi sono dei problemi – “Per lavorare bene ci vuole
armonia”.
In merito al ruolo delle forze dell’ordine ha invece una posizione
più cauta: “Io ho sempre chiamato i Carabinieri per spaventare le persone di una possibile denuncia. La denuncia poi conviene anche perché
c’è un risarcimento per danni morali, e la gente così magari evita di ripeterlo. Però alla fine non sono mai andato avanti, non ho mai denunciato. Troppo complicato, e poi troppo lungo ottenere qualcosa”. A
rendere complesso il quadro vi è poi il fatto che un paio di volte, i Carabinieri, chiamati ad intervenire, “si sono accontentati che questi dicessero a fatica scusa e mi hanno invitato a non fare alcuna denuncia”.
Benché Matteo si renda conto che non tutti lavorano con persone
parimenti positive e disponibili, consiglia comunque alle persone LGBT
discriminate sul lavoro di parlarne con i loro superiori.
Quando questo non è possibile, perché magari si è e si vuole rimanere – per il momento – invisibili, raccomanda di usare la mail “perché
c’è il filtro che ti fa sentire sicuro, e poi magari dopo che parli all’inizio
con qualcuno via mail riesci ad arrivare ad un buon rapporto e ti senti
per telefono o ti vedi di persona”.
4) La storia di Giuliano
Gay; 35 anni
Giuliano è laureato in psicologia e lavora come educatore in una cooperativa sociale. Ha un contratto a tempo indeterminato. Giuliano è
dichiarato come omosessuale con gli amici da quando aveva 16 anni;
si è dichiarato con la famiglia dieci anni fa.
L’episodio di mobbing che racconta è avvenuto nel 2006. Era venuto
a sapere che in una cooperativa cercavano un educatore per una comunità di persone con disturbi cognitivi. La direttrice della comunità
gli fissò un colloquio. I suoi requisiti erano tutti buoni e la prima parte
dell’incontro sembrò andare bene. Poi la direttrice gli sottopose un
test che a Giuliano non sembrò particolarmente adeguato al contesto,
Tuttavia, lo fece, e da lì iniziarono le domande personali: tra l’altro, la
direttrice gli domandò se era sposato e lui rispose onestamente che
non poteva sposarsi perché omosessuale. L’atteggiamento della direttrice divenne subito ostile e gli impedì di ottenere il lavoro, dicendogli che: “Uno così non può lavorare con i nostri utenti. Uno del genere
è già stato a lavorare con noi ed è stato licenziato perché ha creato
molti problemi, aveva avuto una tresca con un utente. Per non avere
problemi, abbiamo messo a tacere tutto”. Nonostante Giuliano – basito
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–ribattesse che fosse ingiusto, non venne assunto. Neppure gli amici
potevano credere alle sue parole quando lui raccontò l’accaduto. Giuliano si sentiva completamente stordito, non si rendeva bene conto di
ciò che era successo. Poi iniziò un brutto periodo a livello motivazionale, durante il quale provo una rabbia fortissima.
Approdò alla locale associazione LGBT per cercare sostegno e aiuto.
Lo indirizzarono ad un avvocato della Rete Lenford che gli diede più
o meno la stessa risposta che gli aveva dato il suo amico avvocato:
“Non si poteva fare molto se non c’erano delle prove”. Giuliano lasciò
quindi perdere, ma per molto tempo gli è rimasta l’intenzione di “fargliela pagare. Questa impotenza che è arrivata dopo mi ha fatto diventare molto rabbioso. Mi sono sentito molto supportato sia dai miei
amici che dall’associazione: venire qui mi è servito molto per tirare fuori
questa rabbia, perché trascinarsi delle cose dentro senza avere risposte... è difficile. Quantomeno qui ho tentato di fare qualcosa, soprattutto
a livello personale”.
Giuliano ritiene che la motivazione che sottosta alle diverse discriminazioni sia diversa da tipologia a tipologia, ma “tutte le discriminazioni sono forme crudeli per evidenziare delle differenze”.
Secondo Giuliano le transessuali sono le più discriminate perché
più visibili; viceversa, una persona omosessuale può scegliere di non
rivelarsi.
Nella nuova cooperativa in cui lavora c’è un clima molto aperto e
confidenziale e di questo si sente fortunato.
In base alla propria esperienza, lui, se tornasse indietro a quella situazione, non direbbe niente – “Mi nascondo e prendo il lavoro”. Ha
maturato la convinzione che “quando si cerca lavoro, è bene non manifestarsi subito, è meglio esporsi gradualmente anche se anche dopo si
possono verificare episodi di mobbing perché gay”.
Alle altre persone LGBT consiglia di andarci con i ‘piedi di piombo’.
“La cosa più difficile è se la discriminazione avviene durante il lavoro.
Indirizzerei la potenziale vittima verso associazioni o avvocati, anche se
non c’è una tutela per questi tipi di discriminazione, perché sei tu che
subisci discriminazione che devi portare delle prove, e ciò comporta uno
sforzo maggiore sia a livello emotivo che professionale”.
A chi vuole aiutare le persone vittime di discriminazione suggerisce di creare in prima battuta uno sportello di ascolto, perché – ritiene
– chi viene discriminato sul lavoro non accetta di essere invisibile – “È
importante andare da qualcuno, confidarsi, buttare fuori la rabbia e
la frustrazione”.
Grazie alle testimonianze raccolte attraverso lo sportello e la linea
telefonica sarebbe possibile comprendere il fenomeno e, sulla base di
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ciò, creare un servizio in grado di intervenire efficacemente a livello assistenza giuridica, psicologica, politica. Inoltre, ci vorrebbe una collaborazione tra sindacati e associazioni e questo servizio andrebbe
promosso attraverso tutti i canali comunicativi possibili. Gli operatori
di questo servizio, secondo Giuliano, dovrebbero essere LGBT essi
stessi: “È molto importante trovare una persona gay che possa capire
veramente quello che ti è successo”.
5) La storia di Francesco
Gay; 35 anni
Francesco racconta, con molta partecipazione, una storia umiliante
che lo coinvolge ancora adesso. Riguarda l’esperienza di una persona
trattata come lavoratore di serie B soltanto in ragione della sua identità sessuale.
Francesco, che da vari anni è completamente e felicemente visibile
con i suoi amici e familiari, ha iniziato la sua vita lavorativa proprio
nell’azienda dove si trova tuttora.
L’ha vista crescere e ritiene di avere personalmente contribuito al
suo sviluppo con il proprio impegno: “Io ho sempre lavorato lì […] All’inizio eravamo poco più di 10, una impresa a gestione familiare; ora
ci sono più di 100 dipendenti”. A causa di quest’espansione, e avendo
dimostrato il proprio valore (confermato anche dal fatto che l’azienda
gli anticipò il passaggio da apprendistato a tempo indeterminato),
qualche tempo dopo Francesco si è trovato a coordinare un reparto
con circa 10 persone. In linea con il suo ruolo, attualmente ha un livello di inquadramento di livello piuttosto elevato.
Il clima in azienda, racconta Francesco, è sempre stato poco inclusivo nei confronti delle persone LGBT: “Battutine... Sentivo sempre riferimenti ad altre persone.... ‘Sai, quello è gay’, ‘Quella è lesbica’ – da
parte di colleghi e soprattutto superiori […] Io non subivo in silenzio, rispondevo anche acidamente alle volte”.
Le discriminazioni vere e proprie hanno però cominciato ad avvenire solo ad un certo punto, per quanto ricorda, o per lo meno questa
è la sua percezione. Francesco ricorda la confidenza che gli fece – stupito – un professionista, assunto appositamente per fare la selezione
del personale: “Mi disse che la Direzione gli aveva detto che, da ora in
poi, quando selezionerò qualcuno dovrò... se capisco che questa persona potrebbe essere omosessuale, di non assumerla... in ogni caso, di
non assumere persone omosessuali”.
Un altro momento significativo della vicenda avvenne quando se ne
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andò un collega anch’egli omosessuale, e questi scrisse una lettera in
cui accusava i datori di lavori ed alcuni dirigenti di maltrattamento e
di comportamento omofobico, “sia nei propri confronti, sia nei confronti di noi due altri lavoratori gay dell’azienda. Ci ha messo in mezzo,
praticamente”.
Da qui, racconta Francesco, è iniziato il suo declassamento lavorativo, senza alcuna motivazione, e dall’oggi al domani: “Prima coordinavo un reparto, poi mi hanno messo a fare lavori da niente. Mi hanno
spostato, mi hanno tolto responsabilità”.
Oltre a ciò, è iniziato il mobbing: “Hanno spinto le persone a non frequentarmi […] Se, ad esempio alla macchinetta del caffè, vedevano altre
persone insieme a me […] facevano brutte espressioni. Poi, tramite questi capo-reparto, hanno detto loro che non era il caso di frequentarmi”.
È iniziato il meccanismo di allontanamento, di isolamento, che si è
acuito quando all’unico altro collega visibile gay non è stato rinnovato
il contratto a termine. La maggioranza gli ha fatto il vuoto intorno, alcuni “se ne sono fregati” e gli sono rimasti vicini “ma non se la passano
molto bene nemmeno loro […] Si innesca questo meccanismo di similitudine, per cui se tu sei il nero in un gregge bianco, tutta la gente che è
intorno a te diventa nera […] vengono tutti additati come te”.
Il fatto di avere un contratto a tempo indeterminato lo ha tutelato,
per lo meno a livello di mantenimento del posto e di lavoro e di salario (che è rimasto invariato, per legge): “Io ero l'unico ad avere questa
garanzia e quindi più di quello che mi fanno non mi possono fare. Loro,
dal punto di vista lavorativo, mi fanno fare cose abbastanza di basso
profilo […] sicuramente nella speranza che io mi annoio e che abbandono e me ne vado […] Io lì disimparo, è frustrante e riduttivo”.
Francesco considera il demansionamento di cui è vittima un “comportamento anomalo”, irrazionale in termini aziendali: “Tu praticamente utilizzi la mia professionalità al minimo. Io ti potrei fare tante più
cose che so fare rispetto a quelle che faccio ora […] Sono una risorsa che
tu impieghi ad un decimo di quello che ti potrebbe dare”, ma, a quanto
pare, “‘sta cosa a loro non interessa”.
Ricorda che era entrato in un periodo di disperazione, “non ne potevo più […] ad un certo punto ti senti inadeguato, ti sembra che tutto
ti sia contro […] Poi ho fatto un esame di coscienza: ‘Merito questo trattamento? Mi posso rimproverare qualcosa?’ mi sono chiesto. La mia risposta è stata: ‘No’. Avevo sempre dato il massimo, ero sempre stato
fedele. Non ti dai una spiegazione”.
Preoccupato che la situazione potesse ulteriormente peggiorare,
Francesco si è quindi iscritto al sindacato – “Tutte le persone che vanno
via o che vengono mandate via automaticamente si iscrivono al sinda-
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cato per fare vertenze. Sono state loro a consigliarmi di farlo per essere più tutelato”.
Questa scelta gli è ‘costata’ un po’, visto che la Proprietà ha “sempre
combattuto l’ingresso del sindacato in azienda […] se ti iscrivi al sindacato sei da eliminare prima possibile”; allo stesso tempo, però, ha “praticamente stabilizzato la mia situazione […] non sono più ricattabile […]
sono diventato trasparente”: hanno infatti smesso di minacciarlo di togliergli i buoni pasti, e altri benefit simili contrattualmente previsti
nella busta paga. Definisce la propria situazione attuale “di stallo”.
In merito al sindacato, Francesco è dell’opinione che, per quanto ha
potuto vedere nella sua realtà di provincia, “non sono competenti della
discriminazione dal punto di vista omosessuale e omofobica. Loro fanno
un discorso generale, per cui tu puoi essere discriminato per diversi fattori”. Ha comunque parlato apertamente di sé a loro, e si sente abbastanza seguito. Ha intenzione di fare una denuncia aperta, ma ha
rimandato il momento in cui la farà: “Non è che puoi fare più di tanto
mentre sei dentro. Loro mi dicono: ‘Possiamo andare avanti con la procedura di segnalazione, e poi comincia un vero e proprio processo’. Io
sto così e lavoro lì dentro – figurati se tu denunci il tuo datore di lavoro
e continui a lavorare per lui!?! Diventa ancora più spinosa la situazione... Quindi loro hanno detto: ‘Decidi tu cosa fare’. Io per adesso
cerco di mantenere una situazione di equilibrio, perché vorrei entro
l'anno andar via e trasferirmi”.
Francesco passa parte del suo tempo leggendo e studiando – desidera riprendere gli studi e qualificarsi per auto-realizzarsi e per poter
incrementare le proprie chance di occupazione. È ben conscio che ha
un mutuo da pagare e che il mercato non è molto positivo al momento
attuale: “Io vorrei andare via anche subito, ma ho bisogno di una certa
stabilità […] non mi posso permettere di ricominciare con l’apprendista”. La sua impressione è che “io sia incatenato a loro, e loro siano incatenati a me” – un equilibrio doloroso che spera di risolvere quanto
prima.
Ripensando alla sua esperienza, Francesco consiglia a tutte le persone LGBT discriminate di iscriversi al sindacato, ché è “l’unica soluzione che uno può avere in quei momenti. Non ci sono leggi specifiche
che ci possono proteggere: se un datore di lavoro odia gli omosessuali,
non puoi farci granché”.
Al sindacato raccomanda di portare anche nei piccoli comuni le
buone prassi ed i materiali documentali anti-discriminatorie maturate
nei grossi centri – “Ho iniziato io a parlare di questi temi al mio sindacato, loro penso che non si sarebbero mai immaginate certe cose”.
Servono sia avvocati esperti in questo campo che professionisti ca-
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paci di ascoltare ed aiutare le persone discriminate, che hanno bisogno
di molto supporto psicologico – stress, depressione; l’incontro faccia
a faccia con questi operatori rimane fondamentale, secondo Francesco, ma può essere introdotto da un contatto telefonico o via e-mail
per le persone deboli o con problemi di visibilità. Le persone vittime
di discriminazione devono poter uscire dalla ‘cappa del silenzio’: “Ti
trovi nel silenzio assoluto, da solo, non c’è nessuno che comunica con te,
non sai cosa dire a chi”.
È inoltre necessaria una campagna informativa per informare le vittime di discriminazione dei propri diritti e delle tutele a cui hanno diritto, anche in assenza di una legge specifica contro l’omofobia:
“Perché le persone dicono: ‘Ah beh tanto non fa nulla anche se non denunci’. Invece no. Non c'è informazione. Non si sa che si può essere tutelati. Certo non per la cosa specifica dell’ omosessualità. Ma in quanto
lavoratore hai delle tutele, in quanto lavoratore”.
6) La storia di Salvatore
Gay; 32 anni
Salvatore racconta una storia di mobbing, di violenza psicologica e
di esclusione di tipo omofobico di cui è stato vittima in una piccola realtà aziendale. La vicenda risale ad un paio di anni fa; Salvatore la rievoca con molta partecipazione, intervallandola con pause e silenzi.
Salvatore racconta dei suoi primi giorni nella nuova ditta, tra cautele
e timori, nell’invisibilità: “Temevo di far capire che ero gay. Sentivo
battutine […] Si chiedevano se ero o non ero frocio […] Se veniva qualche cliente gay, tutti, pure i capi, lo prendevano in giro. Io facevo finta
di niente ma ci stavo male”. Il clima è via via peggiorato: “Poi sono venuti atteggiamenti del tipo: chiamarmi, e al mio ‘Che c’è?’, rispondevano con delle pernacchie […] Dopo arrivavano le offese sessuali […]
mongolo, fissato, pazzo, qualche volta ti incaprettiamo, malato, allontanati che mi infetti… ”. Ciò ad opera soprattutto dei colleghi di parilivello, che hanno cominciato anche a lamentarsi della qualità del suo
lavoro nonché a sovraccaricarlo di compiti gravosi e non dovuti con il
solo obiettivo di “stressarmi psicologicamente”: “‘Non fai niente, fai
male il tuo lavoro’ – mi dicevano […] Mi facevano trovare degli scatoloni davanti la mia postazione di lavoro […] ho dovuto spostare le casse
da solo, senza aiuto”. L’infamia maggiore, racconta Salvatore, è avvenuta quando l’hanno anche accusato di furto.
Salvatore racconta di essersi rivolto al titolare per riferire di questa
situazione. Grazie a questa segnalazione, i comportamenti diretti sono
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terminati, ma sono continuati quelli indiretti: “Canzoni a tema, il WC
lasciato sporco, sigarette dappertutto a terra che io dovevo pulire, immagini di donne nude caricate apposta sul salvaschermo del PC… ”. Se
si lamentava, la loro risposta era che “non veniva fatto apposta e che
ero io permaloso”.
Questi continui atti fecero diventare Salvatore “una nullità […] perdevo la forza di reagire”. Nell’estate del 2009, come reazione all’ennesima provocazione su un capo di vestiario indossato quel giorno,
Salvatore dice loro di essere gay “e che ora si sentissero soddisfatti che
lo avevo detto”; l’impatto su di lui di questo evento non è però positivo:
“Mi sentivo così umiliato che scoppio in lacrime, piango in un angolo in
disparte ma nessuno è venuto a chiedermi, anzi hanno infierito con battutine a tema”.
Salvatore, a questo punto, dice di aver “perso la testa”. Entra in una
profonda depressione con cui sta ancora oggi combattendo; tenta due
volte il suicidio. Lo salva la fede, l’amore per se stesso ed il rapporto
con la madre.
“Incapace di reagire” e con “un fortissimo dolore interiore”, inizia
un periodo a tratti confuso, contraddistinto da una serie di tentativi di
risolvere la propria situazione poi dimostratisi non sempre efficaci.
Va da uno psicologo “perché non mi interessava più nient’altro,
avevo solo un pensiero fisso, quello del lavoro. I miei amici mi stavano
vicini ma non mi interessava”.
Un amico gli suggerisce di chiamare il presidente di un’associazione
LGBT. Lo chiama ma non rimane soddisfatto, ché non considera risolutivo il suo intervento: “Avevo tanta rabbia e lui mi ha consigliato di
resistere. È stata gentile ma stringi stringi non ha fatto niente”.
I sindacati, a cui si rivolge, gli consigliano di andare sul posto di lavoro con due persone, in qualità di testimoni, per continuare a lavorare, ma il responsabile non li fa entrare, ed aggiunge che “io non ero
normale come loro”.
Un giorno, dopo un attacco di panico, chiama la Polizia, “che mi dice
si tratta di mobbing. Volevano che andassi a denunziare, ma io non l’ho
fatto perché temevo che non mi avrebbero creduto… Non riuscivo a
guardare in faccia le persone”.
La fine del rapporto di lavoro è vicina: “Volevo che fossero loro a
mandarmi via dalla farmacia: non volevo licenziarmi, ho combattuto.
Mi sono messo in malattia per depressione per 10 giorni, fumavo 3 pacchi di sigarette al giorno, piangevo in continuazione… Poi mi sono
messo in malattia un altro paio di volte… Mi hanno licenziato un giorno
che ero tornato dal periodo di malattia con una lettera di licenziamento
motivata per riduzione attività aziendale”.
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Alla richiesta di trarre un bilancio della sua esperienza, Salvatore,
oltre a non augurare a nessuno quanto lui ha vissuto, torna sul tema
della visibilità in quanto gay: “È peggio nascondersi. Penso sia positivo
dichiararsi, prima no perché temevo che toglieva qualcosa, rendeva più
squallidi, a briglie sciolte. Adesso non lo sbandiero a tutti, ma a volte mi
sono sentito di dirlo […] Frequento un corso di formazione: quando l’ho
detto ai colleghi del corso che prima offendevano i gay ci sono rimasti
di merda, ma ho legato con tanti […] Questo progetto della ricerca è
utile: se ne deve parlare visto molte persone sono chiuse”.
Salvatore spera che la sua testimonianza sia d’aiuto per le persone
che hanno vissuto storie simili alla sua, e le stimoli a denunciare ed a
non nascondersi.
Oggi, sul suo caso, è pendente un processo innanzi al Giudice del lavoro, avviato grazie al successivo coinvolgimento di un servizio di consulenza giuridica attivo all’interno di un’associazione LGBT.
7) La storia di Riccardo aka Miss Venusia
Gay e drag queen; 35 anni
Riccardo racconta una vicenda occorsa un paio d’anni fa: la fine del
suo rapporto di lavoro avvenuta per motivi legati alla sua saltuaria attività serale di drag queen.
Allora, lavorava per una grossa impresa, a diretto contatto col pubblico, con un contratto a tempo indeterminato. Non si era rivelato
come gay, benché “se lo potessero immaginare […] battutine ce
n’erano”.
Rientrato in servizio dopo un periodo di malattia, il suo responsabile gli consegnò una lettera “in cui mi si accusava di aver fatto uno
spettacolo di drag queen durante la mia assenza. Io ho negato […] Dopo
5 minuti mi inizia a minacciare. Mi dice che lo diceva alla mia mamma
[sic!] che facevo queste cose, che mi avrebbe denunciato e che avrei
avuto tanti di quei problemi!?”. Travolto da queste accuse, fortemente
sotto pressione, intimorito e confuso per il ricatto, Riccardo dà le proprie dimissioni immediate “per paura che i miei venissero a sapere […]
fui costretto a farlo”.
Uscito dal luogo di lavoro, piangendo disperatamente, in macchina,
telefona ad alcuni suoi amici, per raccontare loro cosa gli è appena
successo. Uno di questi è un attivista gay, che lo accompagna subito
da un avvocato, che lo sostiene nell’impugnare le proprie dimissioni.
Qualche giorno dopo arriva la lettera di licenziamento “per etica morale e costume professionale […] perché l’azienda deve dare un’imma-
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gine di sé […] come se io facessi la drag mentre lavoravo”.
Visto l’interesse dei mass-media, “oramai perso per perso”, sceglie
a questo punto di dare rilievo pubblico alla propria storia, di “mostrarsi tutto [...] prima per me e poi per gli altri”. Porta in TV la propria
denuncia. Conosce così un periodo di ‘fama’, con i suoi pro ed i suoi
contro.
In qualità di Miss Venusia, partecipa ad alcune trasmissioni, con
soddisfazione personale.
I familiari scoprono di lui dai giornali – “Poco dopo ho dovuto fare
coming out in famiglia. Fare loro capire che la drag queen non è una
travestita. Non è una trans”.
Le persone si schierano: ha accanto a sé la locale associazione gay,
ma “purtroppo tutti i miei colleghi sono contro di me” e, soprattutto,
non gode della solidarietà di molte persone LGBT. Al contrario, alcune
lo accusano di comportarsi in questo per diventare famoso; altre, soprattutto quelle invisibili, evitano di farsi vedere in giro con lui e smettono persino di andare ai suoi spettacoli per non essere a lui abbinati:
“Avevano paura che ai miei show ci fossero telecamere nascoste ad inquadrarli. Ero troppo esposto per loro”. Si aspettava un maggiore supporto, una qualche vicinanza, ma “alla fin fine sono e rimango un
ragazzo solo”, commenta – “I nostri simili sono stati i primi a tagliarmi
le gambe”. Paradossalmente, il maggior sostegno gli è giunto dalle persone eterosessuali.
Ciononostante, è soddisfatto della propria scelta e rifarebbe lo
stesso percorso: “Io l’ho fatto anche per dire basta. Io ho subito molto
nella mia vita, fin da bambino, nei vari lavori che ho avuto. Ho sofferto.
Ora basta, voglio giustizia e continuerò a farlo […] Non voglio che altri
debbano patire quello che ho subito io […] Io metto in gioco la mia vita
per avere giustizia […] una dimostrazione anche per gli altri”.
Il caso di Riccardo è controverso, determina – come si è visto – reazioni contrastanti (“odio e amore, invidia”) ed è fortemente condizionato dall’invisibilità che voleva mantenere, al punto che “se troverò un
altro lavoro, sarò io il primo a dire che sono gay […] Se dici che sei gay,
poi stai con l’animo in pace e lavori tranquillo”. Crede che l’invisibilità
confonda la vita lavorativa e la vita privata in un mix drammaticamente inaspettato: “Al lavoro ho sempre fatto il mio dovere. Mai una
negligenza. Mi hanno contestato una parte della mia vita privata che
non c’entrava nulla con quanto facevo la mattina. Ed io, ciononostante,
sono crollato”.
Ripensando alla propria storia, Riccardo riconosce che è stato essenziale decidere di non stare zitto e poi trovare un avvocato friendly
e competente in materia, “un professionista che, avendo già collabo-
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rato con il locale gruppo gay, avrebbe capito le mie esigenze”.
A chi si trova in situazioni analoghe alla sua, Riccardo raccomanda
di “denunciare. E di essere oltretutto sereni. Mostrarsi sempre, ad ogni
costo […] Ci sono molte altre storie attorno a noi di questo tipo, ma a
volte facciamo finta di non vedere […] Basta subire!”. “Io ero single e vivevo da solo”, aggiunge, “ho potuto quindi fare coming out. Altri non
possono, perché sono bisessuali o sposati con moglie e figli”. Se potesse
tornare indietro, direbbe al suo responsabile: “Lascia stare mia
mamma. Chi sei tu per andare da mia mamma?!? Sa già tutto lei”.
Al movimento LGBT raccomanda di essere veramente vicino a persone come lui, anche nelle realtà più piccole – “Non basta scendere tre
giorni con le bandiere in mano, e poi andare via”. Chiede anche maggiore protagonismo, e la voglia di mettersi in gioco a tutto tondo: “Non
c’è molta voglia di conoscenza di queste situazioni […] Finché non si
trovano nelle stesse situazioni, non se ne interessano [… Il risultato è
che] poi chiamano quando e se sono in grande difficoltà, ma è spesso
troppo tardi […] Dobbiamo crescere ancora molto come comunità”.
Da parte degli imprenditori LGBT si aspetta maggiore aiuto nel dare
opportunità di occupazione alle persone in difficoltà di reinserimento
come lui. Perché denunciare la propria discriminazione sul lavoro può
divenire, nel medio termine, un “boomerang: nessuno mi vuole più assumere. Se non mi fossi difeso, ora avrei maggiori opportunità di lavoro”.
Riccardo ha scelto di ricorrere alle vie legali, sorprendendo la stessa
impresa – “Non andare da nessuna parte se no ti roviniamo” gli aveva
detto il suo capo dopo le dimissioni. Il processo è prossimo ad iniziare, oramai, e Riccardo è tutto proteso a quel momento – sebbene
tema che duri molto “se no sono rovinato [ride]”. Racconta che è in
pace con se stesso, che anche la sua famiglia ha accettato la sua omosessualità, che è impegnato nella comunità LGBT, che è fiero di “aver
aperto una strada” ma che, allo stesso tempo, è tuttora senza lavoro:
“Non riesco a trovarlo, e sono in grande disagio”.
8) La storia di Roy
Trans FtM; 37 anni
Se paragonata con le altre 16, l’intervista a Roy appare come a sé
stante. La sua particolarità sta nel fatto che non si fonda sul racconto
di una storia di discriminazione sul lavoro, che per altro Roy riferisce
di non aver mai sperimentato, bensì tratta, più in generale, della vita
delle persone trans, e, soprattutto, delle sue strategie di coping. Abbiamo voluto includerla nel campione perché offre stimoli utili a com-
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prendere, all’interno del mondo trans, lo specifico dell’esperienza delle
persone FtM.
Roy sta assumendo ormoni da qualche anno, veste abiti maschili e
non si è ancora sottoposto all’intervento di riattribuzione sessuale.
Lavora in proprio per un’organizzazione LGBT.
Sul lavoro riferisce di non aver mai avuto problemi connessi alla sua
identità sessuale. Qualche screzio c’è stato, da parte di alcuni clienti –
“Non hanno nemmeno idea di dove vanno a ballare”, e di qualche collega – “Cameratismo stupido fra persone ignoranti”, ma di poca importanza, secondo Roy.
A livello sociale, in questi anni, gli sono successe cose che definisce
“divertenti”. È il caso, ad esempio, di “quando vado di banca, oppure di
quando mi fermano i poliziotti in auto, mi chiedono i documenti e non
capiscono con chi stanno parlando… Per ora non mi hanno mai chiesto niente, oppure io lo dico senza alcun problema”. Questi eventi sono,
in ogni caso, sempre di meno – “La gente comincia ad entrare nel concetto”.
Interpellato sul fatto se la sua scelta di lavorare presso un’organizzazione LGBT sia connessa al timore di subire discriminazioni, Roy
dice di non sapere rispondere, ed aggiunge: “Credo che il fatto che io
sia arrivato qui sia casuale. Il fatto che non me ne sia ancora andato
non è [invece] molto casuale”. Per quanto riguarda il mercato ‘esterno’,
racconta che all’inizio si aspettava iniquità, ma che queste non si sono
mai realizzate – grazie alle tappe giù conseguite del suo percorso: “Più
risultati fisici ottengo con l’assunzione ormonale, e quindi più sono conforme al concetto di maschile, e meno divento visibile. A nessuno viene
in mente che io ero o che sono in parte una donna. Prima pensavo fosse
più difficile; adesso credo non sia un problema”.
La sua personalità ed il suo modo di vedere le cose sono fattori che
facilitano e confermano questa sua presa di posizione: “Io non ho nessun tipo di paranoie”, commenta, e continua: “Se vedo qualcuno che mi
guarda strano, dico: ‘Sì, sono un transessuale’. Io non ho problemi; se li
ha qualcun altro… pace!”. Anche il tipo di contratto di lavoro che ha
influisce sul suo punto di vista: “Se per te io sono un problema, me ne
vado. Ma me ne vado io, non c'è bisogno che mi mandi via tu. Sei una
persona con cui non mi piacerebbe né lavorare, né avere accanto, nemmeno averti sotto di me... ”.
In caso di eventuali discriminazioni di accesso al lavoro, spera “che
esistano dei meccanismi legali che mi possano aiutare […] con sanzioni
economiche […] un sistema di legislazione che ti tutela: è importante
che ci sia, anche a livello psicologico, perché ti dà la conferma che anche
la società pensa che tu sei nel giusto”. Un legale è il primo professioni-
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sta a cui si rivolgerebbe in caso di necessità di questo tipo.
Ribadisce di non conoscere “alcun FtM che abbia avuto discriminazioni sul lavoro. Lavorano tutti”, anche se pochi sono quelli che hanno
posizioni di spicco. Racconta che molti FtM fanno, per scelta, lavori
manuali, e che questo ha un positivo effetto su di loro: “Fare l'operaio
è un lavoro molto binario: maschio e femmina […] Fare dei lavori manuali rende psicologicamente più maschili […] Molto spesso in questo
tipo di ambienti, è più facile che le persone capiscano la transessualità
piuttosto che l'omosessualità. Perché è più facile pensare che ‘Dio ha
sbagliato’ – discorso che mi è stato fatto da una persona – ‘perché tu sei
un uomo e ti ha fatto nascere nel corpo di una donna o al contrario’,
piuttosto che, invece, pensare ad un uomo che va con un altro uomo…
No, quello non rientra nei loro schemi. Certo, se io fossi anche gay sarebbe un problemone […] I colleghi operai non hanno problemi. Certo
possono esserci un po' di problemi durante la transizione”. Roy approfondisce. “Gli FtM non si fanno vedere e questo ci dà legittimità. Se non
ti notano, vuol dire che tu esisti e che sei esattamente come gli altri.
L'invisibilità, in questi casi, equivale a legittimazione: tu sei un uomo, sei
arrivato. Quando nessuno ti nota, quando a nessuno viene il dubbio, tu
sei arrivato e dei documenti quasi nemmeno ti importa. Sei rientrato in
contatto con te stesso”.
Come buona pratica, infine, Roy tiene a ricordare quanto fa, da qualche tempo, l’Università di Bologna con gli studenti trans in transizione:
“Cambia loro il nome sul libretto”, allineando così la documentazione
ufficiale di identità con i loro tratti sessuali secondari.
9) La storia di Edoardo
Gay; 54 anni
Edoardo ha svolto molteplici lavori. Ora è dipendente in una multinazionale, è in prova per 6 mesi. Il suo compito è aggiornare i dati dell’azienda, ma il suo lavoro è molto distante da ciò che avrebbe voluto
fare. In questo posto di lavoro si annoia e si sente un po’ “in galera”.
In famiglia la sua omosessualità non è mai stata accettata. Ha iniziato a frequentare l’ambiente omosessuale a 24 anni, solo dopo la
morte del padre, pur essendo consapevole da tempo del proprio orientamento sessuale. Quando Edoardo era giovane, di omosessualità non
si parlava, la sua città era provinciale e chiusa. Non c’erano modelli da
imitare; l’unico era quello ridicolizzato della ‘checca’. Edoardo era
molto timido e aveva difficoltà di relazione con gli altri.
Nel suo percorso di vita, la sua presa di consapevolezza e di forza
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è stata aiutata dalla frequentazione degli ambienti universitari.
Avrebbe voluto studiare musica o lingue ma i suoi familiari lo ostacolarono in ogni modo perché pensavano che non avrebbe avuto una sicurezza economica. Edoardo scelse così la Facoltà di Scienze naturali,
frequentata prevalentemente da donne. “Non ho più dovuto scontrarmi
con un modello di uomo diverso dal mio. Ho capito che avevo una testa
come tutti e che non ero diverso dagli altri”.
Il suo primo lavoro era attinente al suo campo di studi: per qualche
anno fu consulente per il Museo di Storia Naturale. Erano gli anni ‘80.
Edoardo aveva reso chiara alle sue colleghe la sua identità sessuale.
Non c'era stato bisogno di dichiararsi, lo avevano capito dai suoi comportamenti e lui le invitava a casa propria dove viveva con il suo compagno. Non ci furono problemi, le sue colleghe si comportavano
tranquillamente.
Poi i finanziamenti pubblici per le consulenze cessarono, e fu costretto ad iniziare altri lavori. Per 10 anni fu insegnante supplente nei
licei. Ricorda quel periodo con emozioni contrastanti: “I ragazzi avevano già dei problemi per conto loro, per cui magari quando passavo
scappavano gli epiteti, ma in realtà devo dire che i ragazzi mi volevano
bene. Con i loro genitori non ho avuto nessun problema; anzi, spesso i
genitori sono andati a chiedere che io restassi. Volevano sostituirmi al
loro insegnante di ruolo. La difficoltà era la mia: sentivo che dovevo comunque mantenere il mio ruolo di professore. Non è mai successo, ma
nel momento in cui mi avessero chiesto qualcosa in più su di me, cosa
potevo rispondere? Per me poteva essere imbarazzante”. Edoardo dubitava di poter essere un modello, di poter rappresentare un’istituzione, tanto che quando gli venne proposto un lavoro da educatore in
un rapporto uno a uno lo rifiutò. Se gli capitasse adesso lo accetterebbe, ma allora la sua consapevolezza era diversa: “Non potevo sapere la reazione da parte degli altri, dei genitori del ragazzo”.
Edoardo si è quindi auto-escluso: “Io mi sono imposto dei limiti per
conto mio”. In questa auto-esclusione si è sentito diverso, frustrato,
ma non ne ha mai parlato con nessuno. Pensava: “Vado avanti e via!”.
Secondo Edoardo, ciò che impedisce di parlare è “innanzitutto il fatto
di non capire la propria situazione. Ti puoi sentire più vulnerabile a
parlarne. Nel momento in cui ne parli, ti palesi. E ti rendi più debole.
Non appena hai consapevolezza della situazione, se l’hai ben chiara,
riesci a parlarne”.
Non gli hanno mai rifiutato un lavoro perché omosessuale, ma battute, sguardi, atteggiamenti freddi a causa dell’omosessualità lui li ha
percepiti, e li ricorda bene. Quando ha avuto un incarico ai mercati generali, ad esempio, il direttore, inizialmente molto carino e socievole,
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ha smesso di andare a trovarlo e chiacchierare con lui dopo aver capito
che era gay – “I rapporti si erano un po’ raffreddati […] Questo raffreddamento del direttore è la posizione più netta che ho percepito nell’ambito di lavoro verso la mia omosessualità”.
Edoardo ha lavorato anche come accompagnatore turistico e insegnante per l’Università della terza età. Alcune signore si innamoravano
di lui, altre capivano che era omosessuale e parlottavano tra loro: “Sai è
così, ma è tanto bravo”. A volte portava il suo compagno alle escursioni.
C’era a chi andava bene e a chi non andava; qualcuno – ricorda – non ha
più partecipato alle gite dopo la prima volta e si capiva che era perché
lui era omosessuale. Lo si capiva da come lo guardavano, dall’imbarazzo
che trasmettevano, anche se non dicevano nulla di specifico.
Nella vita lavorativa di Edoardo, quindi, non vi è stato alcun atteggiamento palese di ostilità, nessuna offesa grande, nessuno che abbia
mai detto: “Tu non lavori perché sei gay” – anche perché “io non glielo
avrei mai permesso. Quando lavoro, mi impongo per il mio ruolo, non
permetto a nessuno di manipolarmi”. “Però i sorrisini e le battute sì”, aggiunge, e in questo clima di omonegatività indiretta Edoardo sente che
si è probabilmente auto-limitato, che si è negato una serie di percorsi.
Ora gli sguardi non gli pesano più, chè sono passati tanti anni, chè l’atteggiamento verso gli omosessuali è cambiato, se sente qualche battuta, ci ride sopra. Abita in un piccolo paese insieme al suo compagno
e fa pubblicamente coppia con lui.
Per combattere le discriminazioni, Edoardo consiglia la creazione
di gruppi di dialogo in cui le persone discriminate siano guidate da figure professionali: un’equipe di professionisti di diverse discipline.
Anche gli sportelli di ascolto, secondo lui, potrebbero essere davvero
importanti.
10) La storia di Gabriella
Trans MtF; età non nota per volere dell’intervistata
Gabriella è una donna transessuale che ha subito discriminazioni
sin dal periodo in cui frequentava il liceo, quando decise di iniziare la
sua trasformazione: al quinto anno fece l’intervento di mastoplastica.
Gli insegnanti continuavano a chiamarla con il suo nome maschile, nonostante lei avesse espressamente richiesto di essere chiamata Gabriella. Un giorno ebbe un battibecco con una professoressa alla quale,
per protesta, si rivolse chiamandola al maschile: “Tu a me mi devi chiamare al femminile, se no io ti chiamo al maschile”. Gabriella fu portata
dal Preside che la sospese per tre giorni.
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In quel momento Gabriella decise di abbandonare la scuola e se ne
andò di casa per vivere in un’altra città. La madre ne denunciò la scomparsa ai carabinieri e, nonostante Gabriella fosse maggiorenne, riuscì
a ritrovarla. "Devo dire che la mia famiglia mi ama”, commenta, “La
mia fortuna più grande è quella di avere avuto una famiglia che mi
adora”. La madre se la riportò a casa e le presero in affitto un appartamento per permetterle di essere indipendente.
Gabriella frequentò un corso di specializzazione come artigiana ed
iniziò a lavorare presso uno dei suoi docenti. La sua busta paga però
era diversa da quella delle sue colleghe: percepiva ugualmente lo stipendio, ma “non so come dirtelo… stavamo in ufficio un po’ più
tempo… insomma dovevo andare a letto con il datore di lavoro. E allora, siccome ero molto giovane e mi serviva il posto di lavoro, l’ho
fatto”.
Dopo qualche tempo, Gabriella si stancò di questo trattamento “diversificato” e si licenziò. Se avesse voluto prostituirsi, era certa di poterlo fare per un compenso maggiore.
Purtroppo non fu molto fortunata nemmeno con i lavori seguenti:
“Tantissime persone cercavano commesse e mi dicevano di sì al colloquio telefonico, forse sembravo un ragazzo dalla voce. Ma quando mi
presentavo dicevano di avere già dato la parola a un’altra o che c’era
già una ragazza in prova”. La cosa si ripeté più volte. Quando inviava
il suo curriculum, allegava sempre una fotografia. Gabriella è bella e le
sue sembianze erano molto femminili, non aveva quindi difficoltà ad
essere selezionata, non girava “con barba e parrucca”. Ma ogni volta
che poi si presentava personalmente sul lavoro, chi doveva assumerla
faceva marcia indietro. Una volta il direttore di un centro commerciale,
che diceva di essersi sbagliato e che il posto era già occupato, minacciò di chiamare la polizia perché Gabriella gli fece notare l’incongruenza del suo atteggiamento: “Perché io ti piaccio, tu mi vuoi... però
non mi assumi nel tuo negozio perché sul mio documento anziché essere scritto Gabriella c'è scritto Gabriele. Una vocale deve veramente
condizionare la vita di una persona!?!”.
Per lungo tempo Gabriella non trovò nessun altro posto di lavoro ed
iniziò a farsi mille domande e mille complessi. I suoi amici omosessuali erano inseriti nella società, erano architetti, avvocati. Cosa aveva
lei che non andava? Eppure non voleva rimanere un maschio.“Mi devo
sentire io in colpa di avere il cervello di una donna intrappolato nel
corpo di un uomo?”, si domandava. Si sentiva così diversa e fuori posto
che tentò tre volte il suicidio perché non si accettava.
Le trasformazioni aumentavano e vedendosi chiudere la porta in
faccia tante volte si fidò di uno sfruttatore e per un periodo fece la
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prostituta. Due anni fa ha denunciato quell’uomo impedendogli di
sfruttare altre donne nella sua situazione. Oggi egli è in carcere.
Nel frattempo Gabriella è diventata attrice e ha lavorato in alcune
trasmissioni televisive, sceneggiati ed a teatro. Nell’ambiente dello
spettacolo non si è mai sentita discriminata “perché tutti gli artisti sono
più aperti”.
Recentemente si è anche candidata alle elezioni. Alla presentazione
della candidatura non ci sono stati problemi, ma dopo sì: è stata giudicata una “puttana”, anche se non fa più questo mestiere: “Non ti nego
che sono stanca… Io sono un'attrice. Se il mio passato è stato quello che
è stato, perché deve influire sul mio futuro? Io sono Gabriella l’attrice...
e poi prima di essere un’attrice sono una persona, la mia vita privata
non deve influire sulla mia vita sociale”.
A coprirle le spalle nel suo cammino non c’è stata nessuna associazione LGBT. Quando iniziò il suo percorso, di associazioni di persone
transessuali non ce n’erano o non erano conosciute nel suo paese. Non
ha mai denunciato le vessazioni subìte, non si è mai rivolta ai sindacati, perché era sola. Ora pensa che “questi fatti vanno denunciati. Molti
hanno il timore di farlo perché vengono giudicati, ma solo denunciando
queste cose si può cambiare”. Affinché ciò possa realizzarsi, è necessario però risolvere il già citato problema della solitudine: “Il problema
è che sappiamo di essere sole. Denuncio io da sola? Mi ridono dietro. È
già successo”.
Per combattere contro le discriminazioni suggerisce di fare tanta informazione – una informazione approfondita e corretta, perché le trans
sono sempre esistite ma negli studi televisivi non le fanno vedere se
non come prostitute – “Come puttane ci vogliono, come istituzione no”.
Alle altre persone transessuali consiglia di non abbattersi mai, perché avere il coraggio di iniziare una trasformazione, ingoiare “questi
rospi amari”, significa essere delle persone forti.
Il suo pensiero finale è rivolto al futuro: “Un giorno saremo tutti giudicati non dall’Uomo ma dalla Legge Divina. Davanti ai Suoi occhi
siamo tutti uguali. Se Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, allora l’errore l’avrà fatto lui, non è colpa nostra essere nati così”.
11) La storia di Alessandro
Gay; 70 anni
Alessandro ripercorre la sua lunga carriera nel mondo dello spettacolo. Non ha peculiari storie di discriminazione da raccontare, tranne
– forse – un recente rifiuto.
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La scelta di lavorare in questo campo è coincisa con il suo coming
out: “Per un lungo periodo non ero né carne né pesce, non sapevo cosa
ero”, racconta,”quando ho cominciato a lavorare qui, i miei freni sono
venuti meno”.
I motivi che portarono a questa liberazione sono diversi: “Nel mondo
dello spettacolo vedi tutto [...] Non ci sono regole comportamentali a cui
conformarsi, qui più alternativo e anticonformista sei e più quotato e interessante sei ritenuto. Nel settore artistico la checca diventa omosessuale, assume un valore, una qualità”.
Al di là di questo, ciò che fa la differenza rispetto ad altri comparti,
secondo Alessandro, è il ciclo virtuoso della visibilità che vi si respira:
“Da noi nessuno ci fa caso se sei gay. È un modo di essere e punto. Vivi
quindi più sereno, libero e manifesto. Fai gruppo con altri gay. Ti senti
meno solo”.
Ripensando a quegli anni, vivendo ora in un contesto diverso, maggiormente consapevole di sé, Alessandro si chiede se questo “vivere distaccato dalla realtà quotidiana [...] auto-ghettizzandoci con dei cliché
comportamentali [...] abbiamo in realtà soltanto alimentato le differenze ed affermato l’equazione ‘Gay = stravagante’”. Per molto tempo,
racconta, “noi omosessuali abbiamo pensato che potevamo nella società
solo spazi non nella norma... Questo probabilmente per quel senso di accuse e di critiche che ci siamo sempre portati addosso e che ci hanno indotto a trovare rifugio o tra gli attori o tra i preti”.
Certo, anche nel mondo dello spettacolo il clima non è sempre stato
inclusivo nei confronti dei gay – anche in ragione del fatto che non
tutti i colleghi erano omosessuali. Alessandro non ha mai avvertito
grandi e importanti discriminazioni nei propri confronti, ma ricorda
battutine, “prese di mira”, “sorrisetti scemi” ed attestazioni di ‘normalità’ da parte di un collega a tal punto enfatiche da rivelare, invece,
“che secondo lui io ero un diverso”.
Alessandro ha reagito non curandosene – “Passa oltre e non ti curar
di loro”, con, sullo sfondo, una sorta di concezione “realista disincantata” del mondo: “La storia si ripete sempre. Un tempo venivano attaccate gli ebrei e gli omosessuali. Ora la gente si concentra contro gli
stranieri [...] Noi omosessuali nella concezione generale siamo ‘diversi’.
Potranno migliorare le condizioni e i livelli di cultura dei diritti e della
coscienza sociale, ma non pensare che potremo mai toglierci questa
concezione. Io credo che siano stati fatti enormi passi in avanti grazie
anche alla diversa coscienza sociale e del diritto [...] Ma non possiamo
negare che non siamo ancora di fatto arrivati a una cultura davvero democratica [...]cosi come non siamo ancora arrivati ad affermare la normalità del vivere omosessuale. E probabilmente in fondo non ci
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arriveremo mai”.
Di recente, racconta che gli è successa una cosa che lo ha fatto riflettere: “Una carissima persona, che conosco da tempo e con cui sono
davvero molto amico, si è lasciato scappare che non pensava di darmi
una parte perche riteneva che non fosse appropriata per un omosessuale”. Alessandro commenta: “Non c’entra nulla la mia omosessualità
quando lavoro. Il mio amico ha annullato la mia professionalità, che
mi permette di fare il macho come il prete”. Ciò che lo fa riflettere è che
“chi me lo ha detto è una persona alla quale io do molto credito, perché
intelligente e capace”. Di nuovo, ha reagito “ridendo dentro di me, e riconoscendo la grettezza del mio amico. ‘È roba di poco conto’, mi sono
detto... Certo, sono stato discriminato in quell'occasione, ma cosa dovevo fare? Sono andato oltre ed ho trovato un’altra parte”.
Volgendo lo sguardo al futuro, Alessandro crede che sia importante
“parlare socialmente” di questi temi, anche con l’aiuto di “dati come
quelli raccolti con questo progetto”.
È necessaria una lobby che educhi la società e che richiami le istituzioni alle loro responsabilità, “perché non ci possiamo sentire tranquilli nel nostro posto di lavoro se poi pubblicamente non ci sentiamo
appoggiati”.
Altrettanto importante è “creare dei servizi di supporto, per ascoltare
chi ha bisogno [...] e aiutare le persone a capire quello che sta loro succedendo, se vengono discriminate, come me”. Il tema dell’under-reporting è particolarmente caro ad Alessandro: “Noi dobbiamo assumere
coscienza di quello che viviamo nella vita privata, e dobbiamo fare in
modo che il fatto privato diventi un fatto sociale [...] Le persone che subiscono discriminazioni non devono rinchiudersi in sé, vergognarsi, non
devono fare finta di niente. Devono parlarne con qualcuno”. “A volte
non si realizza subito di essere vittime”, conclude, “oppure si sopprime
ciò che si percepisce e si decide di andare avanti facendo finta di
niente... che è un effetto inconsapevole della discriminazione... o persino dell’auto-discriminazione”.
12) La storia di Rosa
Lesbica; 50 anni
Rosa si è trasferita in Italia molti anni fa. Ha una laurea umanistica
ma svolge e ha svolto lavori lontani dai suoi studi, anche ora che ha un
contratto a tempo determinato presso un’università privata.
Mentre racconta si emoziona ricordando le ripetute discriminazioni
subite sul lavoro, si commuove, ma è molto determinata a far sentire
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la sua storia.
Rosa è dichiarata come omosessuale e in tutti gli ambiti della sua
vita privata.
La prima esperienza di discriminazione che racconta è accaduta nel
2003, quando lei e la sua compagna prestavano assistenza domiciliare
presso una signora. Quando la sua compagna si ammalò, Rosa chiese
un permesso di qualche giorno per poterla assistere e fu così che
emerse la loro situazione sentimentale. Dopo un mese venne licenziata, e dopo due mesi venne licenziata la sua compagna. Il motivo del
licenziamento non venne palesemente ricollegato all’omosessualità
delle due donne, ma vi furono vari commenti e battutine che fecero ricondurre il gesto a questa motivazione. Quello che avevano era un contratto a tempo indeterminato: perdere quel lavoro mise Rosa e la sua
compagna in serie difficoltà, soprattutto finanziarie. Non fu facile trovare un’altra casa più economica e un altro lavoro – “A livello di coppia è stato molto destrutturante. Abbiamo avuto un momento
veramente difficile, lei ha avuto grandi problemi depressivi dopo questo evento, si sentiva responsabile dell'accaduto”.
Nel 2009 prestò assistenza a un uomo la cui figlia origliava le telefonate di Rosa e frugava nei suoi effetti personali per confermare i
propri sospetti che Rosa fosse lesbica, finché non trovò la tessera di
un’associazione LGBT. Quando Rosa ebbe un infortunio, la famiglia
approfittò per licenziarla dichiarandola non più idonea al lavoro.
Anche questo era un contratto a tempo indeterminato.
Un ultimo episodio di discriminazione avvenne quando lavorava
presso un ufficio nel campo delle telecomunicazioni. Si confidò con i
colleghi e questi iniziarono ad isolarla ed a rivolgerle accuse infondate
fino a costruire una situazione in cui Rosa appariva come la colpevole
di una cosa che però non aveva fatto. Venne nuovamente licenziata.
Rosa non ha mai denunciato quanto le è successo, nonostante faccia parte di una associazione – “È molto difficile provare questi tipi di
discriminazione. Mi sono sfogata con amici e psicologi ma non ho mai
intrapreso azioni legali. C’è paura di parlare e la consapevolezza che il
sistema legale italiano non tutela nella maniera giusta, quindi si preferisce incassare e cercare lavoro da un’altra parte sperando che l’esperienza non si ripeta. Sento un grande vuoto in Italia per gestire questo
aspetto della mia vita. Anche adesso non so se denuncerei. Forse ora
ho più strumenti per reagire ad attacchi, sono più prevenuta, più prudente, non permetto agli altri di intromettersi in situazioni che poi si
possono ritorcere contro di me. Ciò non toglie che essere invisibili sul lavoro sia] una grande fatica e frustrazione: significa non essere visti,
non essere considerati sotto un aspetto umano”.
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Sempre a causa della visibilità, secondo lei, le transessuali, soprattutto MtF, sono maggiormente discriminate, perché questo va ad offendere il senso di virilità culturale e la mascolinità dell’uomo medio
italiano.
Nel suo caso, forse, hanno tuttavia influito più elementi di discriminazione: essere visibilmente donna, essere visibilmente straniera,
essere dichiaratamente lesbica.
In ogni caso, questi episodi, racconta, le sono serviti a rafforzarsi:
“La cosa molto difficile è non piangere. È la prima reazione che ti viene,
ma lo sconsiglio. E sconsiglio di diventare violenti, perché è peggio ancora. È difficilissimo chiedere aiuto, ma tante altre testimonianze potrebbero fare la differenza. Se aumentano le denunce magari le cose
potrebbero cambiare. Quindi raccomando di segnalare [i torti subiti]”.
Inoltre, “ci vorrebbe il coming out di persone famose, sarebbe utile
usare l’immagine di persone note alla popolazione in modo da far rendere conto alla gente che quello che conta sono le caratteristiche personali e non l’orientamento sessuale”.
Rosa suggerisce di promuovere campagne di sensibilizzazione e di
aprire uno sportello, pubblicizzato attraverso associazioni, giornali,
TV, internet, in cui operatori con competenza giuridica, psicologica,
sindacale possano aiutare le persone vittime di mobbing. Gli operatori
dovrebbero essere gay perché “la comunicazione, la vicinanza, l’empatia sono più fluide e permettono alle persone di sentirsi veramente capite. Condividere un vissuto è molto importante perché l’altro si apra”.
Rosa raccomanda di dare continuità all’intervento anti-discriminatorio per non fare sentire le persone usate. Non può esserci solo una
raccolta di dati, ci deve essere serietà.
13) La storia di Carolina
Trans MtF; 43 anni
L'episodio di discriminazione grave che Carolina racconta non è accaduto a lei direttamente, ma al suo compagno che, molti anni fa, fu
licenziato perché stava con lei.
Sul lavoro scoprirono che l’uomo stava con una transessuale.
Quando prese qualche giorno in più di ferie per accompagnare Carolina a fare un intervento, al suo ritorno venne licenziato, con motivazioni del tipo: “Sai dobbiamo evitare discussioni... Perché sai, la
situazione in cui ti sei messo, che si è venuta a creare... Non abbiamo più
bisogno”.
Il compagno di Carolina andò in depressione per almeno un mese,
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anche perché aveva una figlia da mantenere. Ma Carolina e il suo compagno non denunciarono il fatto: “Io ho preferito evitare, perché, sai,
tanti anni fa non era come ora: oggi li avrei massacrati, ma prima, sai...
iniziare una causa del genere avrebbe significato perderla a priori”.
Carolina accudisce le persone anziane. Lascia che prendano fiducia
in lei un po’ alla volta. Le sembra che gli anziani si lascino andare più
facilmente. Né loro né i familiari le hanno mai creato problemi –
“Sanno che sono una brava persona, che lavoro bene, che accudisco le
persone che hanno bisogno". L’unico problema di questo lavoro per Carolina è la paga, che è esigua tanto da dover fare altri lavori di artigianato per arrotondare.
Il suo lavoro Carolina l’ha scelto per evitare di trovarsi di fronte a un
rifiuto: “Se cerchi un lavoro di cattedra, non te lo danno; se cerchi un
lavoro da commessa, quando vai al colloquio, ti dicono di no”.
Fino a un anno fa Carolina evitava di parlare in pubblico: soffriva
per la sua voce maschile, non sopportava che qualcuno la guardasse o
iniziasse a sparlarle dietro quando apriva bocca. Le discriminazioni
che ricorda sono le classiche battutine quando ancora la voce era da
uomo. La sua reazione era quella di offendere, di mandare a quel paese
e non dare modo di attaccarla facilmente.
Quasi un anno fa ha fatto l’intervento alle corde vocali ed oggi è più
serena.
Nonostante le sue esperienze complessivamente positive, Carolina
è consapevole delle discriminazioni a cui le persone transessuali sono
sottoposte – “Ci sono persone che vengono discriminate per il loro
corpo, mi dicono che vanno a fare un colloquio di lavoro e vengono rifiutate. A una mia amica è successo: ha visto un cartello ‘Cercasi commessa’ e ha chiesto se cercavano ancora una persona per il lavoro. Loro
hanno risposto di sì e quando lei si è [presentata di persona] per dichiararsi disponibile, nel giro di un secondo le hanno detto che avevano
già preso contatti con un’altra persona”.
Constatando l’assenza di strutture che aiutino le persone transessuali discriminate nel campo del lavoro, Carolina ha iniziato a prestare
volontariato nelle associazioni LGBT – “Non c’è niente qui nella mia
zona. Sto cercando di fare tutto io, devo iniziare da zero. Le ragazze si
rivolgono a me e io le mando da qualche legale che conosco. Però ci
sono anche tante esperienze positive, ragazze bene inserite. Ad esempio c’è una ragazza che […] è inserita benissimo nel mondo del lavoro
come responsabile delle vendite. È una ragazza in gamba, è un bel lavoro e lei è molto intelligente”.
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14) La storia di Ernesto
Gay; 39 anni
Prima di diventare assistente sociale, Ernesto è stato un militare in
servizio volontario. Proveniva da una formazione cattolica e, presso
la struttura dov’era assegnato, aiutava il cappellano come ministro
straordinario dell’eucarestia.
Fino ad allora aveva cercato di punirsi per le sue pulsioni naturali –
“Pensavo di non essere in regola con la norma e pensavo di dover pulire la mia anima. Mi reprimevo. Mi astenevo. Facevo in modo di non esistere. Ci ho messo parecchi anni prima di prendere atto di chi fossi”. Ma
poi lui e il prete si innamorarono. Ernesto lo descrive come un sentimento di “affetto e amore, più che di attrazione fisica” – corrisposto
fino a che l’altro uomo non si è tirato indietro e si è tolto l’abito. Oggi
è sposato con una donna.
Dopo questa esperienza, Ernesto si è trasferito in un’altra città e si
è iscritto alla scuola per assistenti sociali.
Nel suo ambiente di lavoro non ha mai avuto grossi problemi,
“anche perché non devi dirlo per forza”. Non ha mai avvertito allontanamenti o azioni negative. Almeno con i veri professionisti con cui ha
collaborato. Gli sfottò e i sorrisini ci sono stati, ma quelli “li subiscono
tutti... anche a scuola, il più bravo, il secchione... ”. Ernesto non li considera nulla di grave.
Nel suo primo posto di lavoro non si è dichiarato per timore di essere giudicato: “Non avevo preso coscienza di quanto sia importante
parlarne. Quando non hai coscienza, non hai coraggio. Temi sempre
di essere giudicato, puoi anche avere paura di ritorsioni sul lavoro o
che ti rendano il lavoro difficile. Ti senti in qualche modo ‘diverso’ anche
se non lo sei. E finché non prendi coscienza del tuo essere, pensi di esserlo – ‘diverso’. E ovviamente pensi che gli altri ti possano punire per
quello che sei. Nel mio nuovo posto di lavoro ho detto chi sono. Ho preso
coraggio. I miei colleghi lo sanno, anche i miei utenti”. Ernesto racconta
che due fattori lo hanno molto sostenuto in questo percorso: “Poi ho
cominciato ad avere colleghi omosessuali e questo sicuramente mi ha
aiutato. E inoltre è stato importante il mio compagno. Quando non ti
trovi solo, ma sei supportato, è certamente importante”.
Per Ernesto tenere nascosto il proprio essere è difficile, non si sta
bene perché ti senti comunque non a posto in un verso o nell’altro –
“Non ti senti pulito perché sei definito ‘diverso’, e non ti senti sereno
perché non vivi con serenità il tuo essere”.
Ora Ernesto ne parla con tranquillità con tutti, anche con le colleghe eterosessuali, e, se tornasse indietro, direbbe chi è anche nel
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primo lavoro.
Per lui la discriminazione è quando ti creano problemi seri sul lavoro – non ti danno una promozione, ad esempio. A chi accade ciò,
suggerisce di parlarne con amici, colleghi e di non vergognarsi di se
stessi. Ad aiutarli potrebbero esserci degli esperti, che lavorano in dei
centri a cui rivolgersi se si ha bisogno, non necessariamente di associazioni LGBT. Ci dovrebbero essere professionisti, legali e psicologi.
I centri dovrebbero essere all’interno dei luoghi di lavoro, secondo lui,
in collaborazione coi sindacati. “Ma sarebbe opportuno creare anche
dei centri di ascolto per gli omofobi, perché il problema non è il nostro
ma il loro”, conclude.
15) La storia di Federico
Gay; 29 anni
Federico è un ingegnere in una grossa azienda edile. È dichiarato sia
con i familiari che con gli amici, ma non sul luogo di lavoro.
“Io non vivo una situazione di discriminazione sul lavoro, ma forse
solo perché ho scelto di non rivelare apertamente il mio orientamento
sessuale: le battute sui gay, i commenti però ci sono sempre sul lavoro,
e mi spingono a non essere del tutto me stesso”, racconta. “Mi rendo
conto che in qualche modo non vivo pienamente bene sul lavoro e che
mi sembra quasi normale che debba essere così […] La mia ditta, che è
internazionale, ha politiche di Diversity management pure sull’orientamento sessuale, anche se poi nella pratica in Italia non so quanto
siano applicate... In realtà ci vogliono tutti uguali, con lo stampino”.
Federico non vive una situazione serena sul lavoro.
Anche se non subisce discriminazioni dirette, è costretto a sentire
da alcuni colleghi e anche dai capi commenti del tipo: “Meglio uno che
va a puttane che uno che va coi trans, perché i finocchi di merda fanno
schifo”, oppure: “Fanno bene ad andare contro le unioni di fatto, io
quelli li brucerei tutti”.
Fortunatamente “non sono tutti così. Ci sono colleghi che hanno una
sensibilità diversa, anche perché hanno capito che sono gay. Alcuni intervengono controbattendo oppure lasciano cadere il discorso, per fortuna”.
Senz’altro il timore che il suo orientamento sessuale possa influire
sulla sua carriera c’è, ma al momento non è mai accaduto e Federico
fa in modo di non rivelare apertamente la sua omosessualità proprio
per evitare problemi.
“Non sto male, ma forse potrei stare meglio”, commenta infine.
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16) La storia di Carlo
Gay; 41 anni
Il racconto di Carlo è una storia di continue discriminazioni sul lavoro, alle quali ha cercato di reagire come meglio poteva e sapeva. Nel
narrare la sua vicenda, talvolta Carlo non riesce a fornire informazioni
precise, non ricorda alcuni particolari, forse perché l’emozione è alta.
Ciò non toglie alle sue parole la loro drammaticità e tutta l’inquietudine di avere percepito ostilità e derisione nei suoi confronti.
Carlo si è dichiarato con la propria famiglia intorno ai 25 anni e non
ha avuto mai grossi problemi con loro. Attualmente frequenta l’ambiente gay (locali e associazioni).
Verso la fine degli anni dell’università, Carlo è riuscito ad ottenere
l’esonero dal servizio militare [in quanto omosessuale]. Si era rivolto
ad uno psicologo e gli aveva dichiarato la propria omosessualità. Secondo lui, questo fatto potrebbe avere condizionato l’atteggiamento
dei suoi capi e dei suoi colleghi nei suoi posti di lavoro da quel momento in poi.
Già durante il tirocinio post-universitario aveva percepito un atteggiamento malevolo nei suoi confronti, che lui aveva attribuito al fatto
che avessero saputo che era gay – “Era un ambiente abbastanza giovanile e informale, nello stile ‘Siamo tutti una grande famiglia’, senza
tanti segreti anche nelle questioni private. Mi sono accorto di questo atteggiamento un po’ diffidente nei miei confronti, di queste facce da funerale. Ho capito che c’era qualcosa che non andava e l’ho fatto
presente, forse con i toni sbagliati”. Carlo presentò una sorta di esposto ma non ricorda bene a quale Procura. Non ricevette risposta ma la
situazione migliorò.
Dopo qualche tempo trovò un posto a tempo indeterminato presso
una grande azienda. Da subito non si sentì a proprio agio, sia per i
problemi logistici che gli ponevano, sia perché gli incarichi che gli assegnavano riguardavano i campi che lui conosceva meno. In apparenza
erano molto gentili, ma Carlo sentiva che cercavano sempre di metterlo un po’ in un angolo. Dopo una nuova segnalazione, sempre alla
stessa Procura, la situazione migliorò temporaneamente. Anche in quel
caso Carlo ritiene di aver chiesto chiarimenti con toni molto negativi,
come se non si sentisse “nel pieno delle sue capacità”.
Dopo sei mesi, la situazione precipitò ed iniziarono gli insulti da
parte dei capi. Per lui fu una situazione talmente gravosa che fu costretto al ricovero ed iniziò una cura pesantissima e debilitante. Le
persone che aveva intorno sul lavoro gli sembravano ipocrite e l’ambiente era diventato invivibile. “Se non avessi avuto la riforma del mi-
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litare per quel motivo non mi sarebbe successo tutto questo”, commenta. Contattata nuovamente la Procura, ricevette la visita di due
ispettori, ai quali però non riuscì a raccontare la situazione in modo
oggettivo né riuscì a fornire delle prove. Si dimise e non fu facile trovare un nuovo lavoro. Scelse così di tornare a lavorare in università.
L’impressione che Carlo aveva dei suoi colleghi e dei suoi superiori
era che sospettassero che lui volesse “fregarli. Nel senso che ‘Magari è
una persona che ha già denunciato in altri ambienti e lo farà anche
con noi’. Oppure pensavano che fossi raccomandato. Allora mi isolavano ed io non sapevo a che santo votarmi, tanto che mi rivolsi anche
ad una mistica. La situazione però da allora migliorò e riuscii ad andare
avanti fino alla fine del contratto”. La proposta di lavoro che gli fecero
successivamente gli sembrò penalizzarlo e decise di non accettarla.
Ora Carlo è disoccupato e sta seguendo un corso lontano dai suoi
studi e interessi professionali iniziali. Gli sembra che tutti siano molto
prevenuti nei suoi confronti.
Attualmente è seguito dai Servizi che gli hanno proposto di ottenere un’esenzione, una sorta di invalidità. Ma lui non si sente invalido
e ritiene che le sue preoccupazioni siano reali.
Carlo sente comunque di essere stato abbastanza supportato ogni
volta che ha chiesto aiuto, non ha trovato muri dall’altra parte. Sarebbe
utile per lui conoscere altre persone nella sua stessa situazione per
potersi confrontare e chiedere loro come si sono evolute le cose.
17) La storia di Emanuele
Gay; 35 anni
Emanuele è laureato in filosofia e teologia e negli ultimi 10 anni ha
fatto l’insegnante di religione in una scuola superiore statale. Emanuele spiega che gli insegnanti di religione in Italia sono dipendenti
dello Stato a tutti gli effetti, ma lo Stato lascia alla Chiesa cattolica il
compito di selezionare gli insegnanti, verificarne l’idoneità all’insegnamento e decidere di confermarne o meno l’incarico.
Lo scorso anno, in quanto consigliere di istituto all’interno della
scuola dove insegnava, Emanuele votò a favore di un progetto provinciale di educazione alla sessualità e di prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse promosso in collaborazione con la LILA. Il
progetto prevedeva anche l’installazione, all’interno della scuola, di
un distributore automatico di preservativi e un corso ampio e articolato comprendente incontri con psicologi, medici, sociologi.
Questo voto a favore creò malumori presso l’ufficio del Vicariato
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preposto a dare l’incarico per l’insegnamento, ma nessuno disse
niente.
Ad anno scolastico concluso e quello nuovo ormai alle porte, Emanuele non ricevette la lettera di rinnovo dell’incarico. Quando chiese
delucidazioni in merito, gli fu detto che “quel voto favorevole era contrario alla deontologia dell’insegnante di religione". Emanuele – sorpreso – chiese ulteriori informazioni ed emerse che “il problema non
era soltanto quello, ma anche che io fossi omosessuale. E il fatto che io
fossi omosessuale, non essendo documentabile, non avendo prove della
mia attività sessuale in senso stretto, lo avevano desunto dal fatto che
io avessi partecipato nei mesi precedenti a manifestazioni pubbliche in
difesa dei diritti delle coppie di fatto. La partecipazione a quell’evento
aveva dato loro la prova della mia identità sessuale e per loro era qualcosa di contraddittorio ai fini dell’insegnamento, perché probabilmente
diseducativo”. Il dirigente scolastico, che ha come unico compito quello
di controfirmare il contratto di assunzione, non poté fare nulla in
quella vicenda e la scuola non ebbe responsabilità in senso negativo;
anzi, gli “è stata accanto prima, durante e dopo, nel senso che ha subito
essa stessa come un torto quello che stava accadendo”.
Emanuele illustra meglio gli aspetti tecnici e procedurali dell’accaduto: “Se un insegnante di religione fosse pagato dalla Chiesa e fosse
solamente un consulente interno alla scuola pubblica, allora ci sta che la
Chiesa cattolica decida nel bene o nel male della sua vita professionale,
e l’insegnante è consapevole che è dipendente dalla Chiesa e si attiene a
quello che è il suo regolamento interno. L’insegnante di religione, invece,
è un dipendente dello Stato pagato dallo Stato, quindi con i soldi dei contribuenti; ciononostante può essere tanto assunto quanto licenziato sulla
base di criteri che in qualsiasi altro settore della pubblica amministrazione non avrebbero valore: nel mio caso si parla di omosessualità, ma
ci sono colleghi che solo perché convivono o perché sono in crisi matrimoniale e pensano alla separazione o al divorzio rischiano di perdere il
posto perché si trovano in una situazione di incompatibilità”.
Emanuele si è così trovato d’un tratto disoccupato, ed il forte disagio sia materiale che psicologico è durato per alcuni mesi: “Inizialmente, proprio nel momento in cui mi è stata comunicata questa cosa,
sono rimasto incredulo. Razionalmente sapevo che una cosa del genere
poteva accadere, ma non avrei mai creduto che materialmente le persone con cui avevo rapporti da almeno 10 anni si sarebbero spinte fino
a tanto, senza peraltro ratificare il provvedimento, senza chiedermi
prima un confronto, senza spiegarmi che per loro poteva essere un problema che io fossi in un modo e non in un altro. Poi sono seguite amarezza e delusione e per tanto tempo un senso di sconforto e di
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impotenza di fronte a quella che percepivo come una discriminazione.
Non mi sentivo capace di reagire. Questo stato è durato un po’ di mesi:
l’episodio si è consumato a settembre, la mia storia è venuta fuori anche
dal punto di vista mediatico solo a marzo, grazie alla spinta dei miei ex
studenti”.
A marzo, quando stava per scadere il termine per le iscrizioni per il
nuovo anno scolastico, gli ex allievi di Emanuele gli hanno inviato in
copia la lettera che avrebbero poi inviato al Vicariato chiedendo spiegazioni sulla vicenda e soprattutto comunicando al Vicariato che per
l’anno scolastico seguente, come forma estrema di solidarietà nei confronti del loro ex insegnante, non si sarebbero avvalsi dell’insegnamento della religione cattolica. “Questa cosa mi ha risvegliato”,
commenta Emanuele, “È un gesto che per me è il miglior risultato che
potessi ottenere: al di là della soddisfazione personale verso il Vicariato
e la Chiesa cattolica, c’è l’idea che comunque questi anni di insegnamento siano serviti a creare un rapporto umano con questi ragazzi e
con i loro genitori (perché dietro ogni studente c’è una famiglia), per i
quali non è mai stato un problema il fatto che io potessi essere gay. E
di sinistra. Perché l’altra accusa che mi è stata mossa è non solo che io
fossi gay ma anche di sinistra”.
Secondo Emanuele c’è una “ambiguità ontologica” all’interno di certi
ambienti [religiosi]: “Il problema non è tanto quello che sei, ma il fatto
che tu dica di esserlo” – come dire che nascostamente si può essere
qualunque cosa e fare le cose peggiori, purché non si dica e non venga
riferito. Una doppia vita dunque, che diventa però un problema
quando si decide di vivere in pienezza e di essere se stessi a 360 gradi.
Emanuele non ha mai pensato che l’identità sessuale andasse dichiarata, ma non ha mai fatto mistero di essere gay, tanto in famiglia
che fuori da questa. Con i suoi studenti non è mai entrato in classe dichiarando di essere gay e non ha mai preteso che loro si presentassero dicendo quale era il loro orientamento sessuale. Quando è
capitato che gli facessero domande perché incuriositi da alcuni elementi, o che semplicemente venisse fuori l’argomento, Emanuele ne
ha parlato serenamente e non si è mai trovato di fronte a reazioni
scandalizzate o negative. Lo stesso è accaduto con i colleghi con i
quali, superata la fase iniziale di semplice conoscenza e diventati
amici, ha condiviso la sua identità e non si è mai trovato di fronte a
reazioni ostili o derisione – “Probabilmente questo, più di altro, ha dato
fastidio, cioè il fatto che il mio essere omosessuale non creasse problemi
sul posto di lavoro e passasse invece il concetto della normalità”. Rimane il fatto che in tutti questi anni di insegnamento, non ha mai ricevuto note o rimostranze da parte del dirigente, dei colleghi o dei
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familiari dei propri studenti.
Emanuele trova molte analogie tra il proprio caso e le discriminazioni che possono subire altre categorie di persone, come gli stranieri
o i disabili, ed osserva che tutto ciò che non è noto, che è percepito
come diverso da sé automaticamente può essere oggetto di discriminazione: la persona che minaccia quello che è il nostro concetto di normalità, il nostro equilibrio, va allontanata. Quando si parla di persone
transgender o transessuali si giunge alla “apoteosi dell’anormalità [percepita]” e, poiché l’impatto visivo è maggiore, queste persone sono vittime di discriminazioni anche più immediate rispetto a quanto accade
a gay e lesbiche.
Emanuele ha infine deciso di denunciare. Essendo un operatore di
una linea telefonica amica, ha chiesto aiuto all’ufficio legale di questa
e all’Arcigay della sua città. Contemporaneamente è stato contattato
da una giornalista, alla quale a scuola era stato raccontato il fatto, e
che si è interessata alla sua storia rendendola pubblica. È stato come
unire le forze e impostare insieme una strategia d’azione. Per tutti
c’era il desiderio di fare chiarezza sul caso e dare la possibilità a questo insegnante di ottenere giustizia in senso lato, poiché il reintegro
sul posto di lavoro in termini legali non è semplicissimo – “Però per me
era importante che la questione venisse fuori, perché mi sono reso conto
che tantissima gente non sa come funzionano queste cose e come sia facile per una persona essere messa per strada semplicemente perché è
qualcosa o qualcuno o dice e pensa in un particolare modo”.
Emanuele si è sentito accolto e aiutato dall’associazione e dalla
stampa, che si è mossa con delicatezza e attenzione, ma la cosa più importante che sente di avere ottenuto è stata la solidarietà intensa e
continua dei suoi colleghi e degli studenti. Il supporto gli è giunto da
uomini e donne indistintamente, omosessuali ed eterosessuali, a volte
lo ha sorpreso. È stata aperta un’azione legale anche grazie al patrocinio gratuito. La strada sarà lunga ma Emanuele si sente sostenuto
moralmente, ideologicamente e dal punto di vista pratico.
Da pochi mesi Emanuele è impiegato presso una grande azienda.
Ciò che lo ha colpito quando ha firmato il contratto è stato il capitolo
sulle discriminazioni nel documento di policy aziendale: “Dice espressamente che all’interno della nostra azienda non sono ammesse discriminazioni legate all’etnia... e poi parla esplicitamente di orientamento
sessuale, di identità di genere e manifestazione di identità di genere.
Quando ho chiesto che cosa intendessero, mi hanno esplicitato che
ognuno al lavoro viene per quello che è e se una persona è transgender
e si veste da donna, viene vestita da donna. Se ai clienti non piace, è un
problema dei clienti. È vero che nella società ideale dovrebbe essere la
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cultura a creare la legge, ma molto spesso è la legge a creare la cultura.
Per cui è brutto che si debba scriverlo, ma a volte è necessario che venga
formalizzato. Probabilmente il fatto che si introducano nel contesto lavorativo certe regole può cominciare a creare un atteggiamento
nuovo”.
Se potesse tornare indietro, Emanuele comincerebbe ad essere se
stesso ancor prima di quanto non abbia fatto in questa situazione: “È
rischiosissimo mettersi in gioco, ma è fondamentale farlo. Anche se non
ho mai avuto problemi di coming out, ammetto che tutte le volte che in
questi anni associavo il mio nome alla parola ‘ omosessuale’ una certa
difficoltà la sentivo, forse per una serie di complessi legati alla mia formazione cattolica. Il risultato migliore in assoluto nei confronti di me
stesso è quello di poter pronunciare liberamente questa associazione di
parole. Spesso si dice che si è liberi di fare ciò che si vuole purché lo si
faccia con discrezione. Ma che significa? L’etero è discreto quando fa
l’etero??!”
Alle persone potenzialmente vittime di mobbing consiglia di parlare subito con qualcuno appena si ha il sentore che si stia mettendo
in atto una forma di discriminazione, e di non commettere l’errore di
pensare che è un caso e che passerà. A chi sta dall’altra parte della
barricata ed assiste persone che hanno subito discriminazioni, Emanuele suggerisce di non sottovalutare mai il disagio di chi sta di fronte,
bensì di dare una mano a capire come fare a risolverlo, anche quando
ciò che viene riferito può sembrare stupido e limitato – “Se l’eco che
procura all’interno di quella persona è grande, allora va accolto [per
questa ‘grandezza’]”.
Una buona rete di supporto dovrebbe fondarsi sulla testimonianza
e l’incontro: secondo Emanuele ci dovrebbe essere una rete che sensibilizzi vis-a-vis i lavoratori all’interno degli ambienti professionali.
Avere di fronte una persona reale che racconta la propria esperienza
di discriminazione e di denuncia e che mostra benefici maggiori delle
difficoltà può stimolare a comporre il numero di una help-line molto
più di un cartellone o delle parole di una associazione.
Ad accogliere le persone che decidono di parlare dovrebbe esserci
un’equipe di psicologi, sociologi, avvocati e medici, tutti di chiara competenza ma soprattutto con grande capacità di ascolto e immedesimazione. Non importa che siano LGBT o eterosessuali, perché
Emanuele ha ricevuto sostegno da entrambi. Non importa neppure che
siano operatori di servizi già esistenti: persone nuove potrebbero avere
uno sguardo più ampio e meno stereotipizzato.
Per promuovere questa rete, secondo Emanuele, bisognerebbe utilizzare i social network, in modo che il messaggio arrivi più immediato
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e capillare, le associazioni sindacali e gli incontri sui luoghi di lavoro.
Emanuele, a conclusione del suo racconto, riconosce che “sì, è vero,
puoi sentirti solo, puoi nell’ambito lavorativo ricevere feedback negativi
ulteriori. Però alla fine”, continua, “[dichiarandoti e denunciando],
quello che ricevi in bene è maggiore di quello che ricevi in negativo”.
2.4
‘Messaggi in bottiglia’ (cenni)
Invitate, alla fine della compilazione del questionario on-line, a dare
un “consiglio su come migliorare la condizione delle persone LGBT in
Italia sul lavoro”, ben 630 persone (pari a poco meno di 1 intervistato
su 3) hanno voluto lasciare un proprio pensiero.
Le opinioni così raccolte sono piuttosto diverse, sia come stile che
come argomento; alcune sono anche opposte tra di loro. Alcuni commenti sono molto articolati, altri sono sintetici e monografici. Alcuni
assomigliano a degli auspici, altri dettagliano già un piano di interventi. Alcuni richiamano responsabilità dall’alto, altri sollecitano la
base e le singole persone.
Colpisce, nella maggioranza dei casi, la forte determinazione nel
voler migliorare la situazione esistente al giorno d’oggi, nonostante la
limitatezza delle risorse e i limiti personali.
Ne riportiamo qui una selezione, senza alcuna valutazione da parte
nostra, al fine di dare direttamente voce ai protagonisti.
La tipologia che presentiamo è – per necessità – una semplificazione
che non rende conto dell’estrema ricchezza dei punti di vista e delle
vicende personali dei nostri interlocutori.
Per trasparenza, l’elenco completo dei ‘messaggi in bottiglia’ è pubblicato sul sito web dedicato www.iosonoiolavoro.it.
Sostanzialmente 8 sono le aree tematiche toccate, con varie interconnessioni reciproche.
• È necessario promuovere il cambiamento dell’opinione pubblica –
considerata retrograda – degli italiani, in termini culturali, civili e sociali, attraverso azioni informative, educative e promozionali.
Troppi sono i pregiudizi e le posizioni ideologiche in questo campo,
disancorati dalla realtà. Le persone LGBT sono percepite in modo ir-
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realistico; invece, sono come tutte le altre.
L’avere a disposizione dati attendibili ed aggiornati come quelli di
“Io Sono Io Lavoro” è considerato un fattore favorente per quest’opera
di sensibilizzazione:
- “Bisogna cambiare l’Italia, combattendo l’omofobia e il pregiudizio”
- “La condizione delle persone LGBT sul lavoro, come anche fuori dal
lavoro, migliorerà sensibilmente quando la mentalità della gente cambierà, maturerà e smetterà di discriminare”
- “Fare tante campagne d’informazione”
- “Serve maggiore informazione su cosa è veramente LGBT… farci conoscere dagli etero”
- “Combattere l’ignoranza”
- “Serve un rinnovamento culturale per una società felice e non
chiusa in se stessa”
- “Formazione anti-discriminazione”
- “Finché non riusciremo a cancellare ‘gay’, ‘lesbica’, ‘trans’ utilizzati
come un marchio di infamia, non cambierà nulla[…]Va cambiato l’atteggiamento derisorio e ostile di una popolazione ignorante e arrogante. Anche se con gli anni ci si fa l'abitudine, quando accade, subire
certe mortificazioni in pubblico, fa male uguale”
- “Educare alla differenza, a partire dalle scuole”
- “Mi era piaciuta la pubblicità, tempo addietro, in cui si diceva che il
tuo idraulico. o commercialista o avvocato o macellaio… che fosse etero
o gay, lesbo o trans… non cambiava nulla nel suo lavoro per te. Mi piacerebbe che la gente capisse la normalità di una scelta di genere o di
vita senza paura”
- “Se ne parli di più nei mass-media”
- “Presentare i gay come uguali e non come diversi dagli altri”
- “Più campagne pubblicitarie istituzionali”
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- “Quello che fate voi con questo progetto è già un grande passo
avanti”
• Un fattore cruciale è la visibilità delle persone LGBT.
Tale livello non è ancora soddisfacente: troppi gay e lesbiche, secondo molti, non danno sufficiente valore a se stessi; altri evidenziano
invece le difficoltà di questo processo, e gli ostacoli che – specie in alcuni ambiti – è necessario risolvere.
Rimane il fatto che le persone LGBT tendono ad essere percepite dal
resto della società come dei corpi estranei, e non, viceversa, come cittadini e cittadine già parte del quotidiano – vicini, simili, una presenza
senza clamore, in piena “naturalezza”:
- “Se ognuno di noi vivesse serenamente e apertamente la propria
sessualità, anche sul luogo di lavoro, si capirebbe molto di più quanti
LGBT ci sono attorno a noi e verrebbe meno la discriminazione verso i
pochi che oggi hanno il coraggio di dichiararsi!!!”
- “Non nascondersi e fare finta di essere altro”
- “Accettarsi per essere accettati”
- “Essere se stessi sempre e ovunque”
- “Non avere paura, dare valore a noi stessi ed alle persone con cui
lavoriamo”
- “Non avere paura”
- “Solitamente i colleghi ed i capi danno per scontata l’eterosessualità
di tutti”
- “La nostra invisibilità è l’essenza della nostra oppressione”
- “Coraggio e fierezza, farsi valere”
- “Molto dipende da noi e dal modo in cui ci poniamo nel momento del
coming out, basta trovare la maniera giusta; anche se in alcuni casi
non c'è soluzione buona… ”
- “Non si deve mai avere paura di parlare di omosessualità... il tabù
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è un meccanismo che non si deve mai più attivare”
- “Esorterei ad un maggior coraggio nel venir fuori, con dignità e trasparenza! L''esilio' non è mai stata una soluzione”
- “Dobbiamo esporci ed educare le persone che lavorano assieme a
noi”
- “Non bisogna nascondersi, qualsiasi siano le possibili conseguenze.
Anche coloro che si nascondono pensando che possa aiutarli nella carriera, se non fanno male a se stessi lo faranno ad altri colleghi che sono
come loro. Da sempre, è il numero che fa potere. Più siamo e più siamo
visibili, più attenti devono stare quelli che discriminano. Nel mio piccolo, il fatto che tutti sappiano che sono gay in azienda, e sono ‘out’ dal
1989 nella stessa azienda, evita che chi è omofobo si senta autorizzato
a fare battute”
• Sono insoddisfacenti l’assetto normativo, a partire dalla legge sull’omofobia, ed il conseguente apparato sanzionatorio.
Lo Stato non chiede conto e non fa pagare agli omofobi le conseguenze del proprio comportamento.
Questa carenza si riscontra anche all’interno delle aziende; per questo motivo, attiene anche alla contrattazione sindacale centrale e periferica.
Intrecciato a questo tema, vi è anche il ritardo legislativo, lamentato
da molti, in merito alle coppie di fatto ed alla modificazione delle generalità anagrafiche per le persone trans.
Senza parità giuridica, commentano alcuni, non vi può essere piena
cittadinanza.
Un ostacolo importante alla realizzazione di questo cambiamento è
l’inadeguatezza della classe politica attuale:
- “Vengano fatte apposite leggi che puniscano coloro che discriminano”
- “Stabilire dure sanzioni per chi discrimina. E premiare chi sa valorizzare”
- “Servono leggi di tutela e di riconoscimento”
- “Si avrà un miglioramento solo quando lo Stato, attraverso una
legge imporrà, uno stato di eguaglianza effettivo anche per le persone
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LGBT: in primis matrimonio civile, adozioni ai gay e procreazione assistita. Credo che questo sia la base di tutto”
- “Bisogna dare dignità sociale alle persone LGBT e solo successivamente si può iniziare a parlare di dignità nel lavoro. Finché non ci riconoscono uguali diritti e doveri degli eterosessuali, saremo sempre
‘carne da macello’ da sacrificare da ogni palco o pulpito per ottenere facili consensi popolari”
- “Alcune leggi ci sono, basta farle applicare”
- “Concedere pari diritti e non solo pari doveri”
- “Vorrei che i diritti lavorativi e contrattuali di lavoro che vengono
garantiti ai familiari venissero estesi per legge anche ai conviventi,
etero o gay, presenti nello stesso stato di famiglia. Se vado in ospedale
per assistere il mio compagno, non ho il permesso di lavoro, devo prendermi un giorno di ferie – e questo da contratto”
- “Una legge contro l’omofobia non elimina il problema, ma cambia
notevolmente gli equilibri e le convenienze, influenza l’opinione pubblica”
- “Matrimonio egualitario. Il resto sono ‘contentini’”
- “Ci deve essere la possibilità di denunciare le discriminazioni omofobiche”
- “Aumentare i diritti civili aiuterebbe l’inserimento nella società”
- “Innanzitutto l’omosessualità deve essere riconosciuta come una
condizione di normalità dallo Stato”
• Va migliorato il reporting dei casi di discriminazione, attraverso
la diffusione e qualificazione dei servizi di tutela e delle risorse specializzate in questo campo (sportelli), da un lato, e l’empowerment
delle stesse persone LGBT discriminate sul lavoro, parte delle quali
non conosce i propri diritti, dall’altro lato.
Senza reporting, inoltre, non vi può essere giurisprudenza.
Un fattore favorente questo processo è la costituzione di un osservatorio nazionale riconosciuto, che potrebbe raccogliere le segnalazioni dal territorio e poi pubblicarle in modo aggregato, a cadenza
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fissa, pluriennale:
- “Far venire alla luce le cose che ci succedono”
- “Creare gruppi d’ascolto, luoghi di incontro sul lavoro”
- “Direi che ci vorrebbe molta più informazione per quanto riguarda
gli strumenti posti a tutela del lavoratore LGBT perché non se ne sa
molto”
- “Non tollerare soprusi, e rivolgersi sempre ad un interlocutore
adatto per risolvere il problema: responsabili, capi, sindacati, associazioni esterne”
- “Ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo”
- “Campagne informative rivolte ai lavoratori LGBT, per dire loro che
possono rivolgersi a certi servizi per denunciare le discriminazioni”
- “Puntualizzare sempre. Evidenziare le discriminazioni nascoste
negli ‘innocenti atteggiamenti’ e nelle ‘innocenti parole’”
- “Denunciare sempre a voce alta qualsiasi forma di discriminazione”
- “Obbligare i datori di lavoro a distribuire all’interno delle proprie
aziende dei questionario anonimi come questo, che possano realmente
dimostrare la realtà. Pubblicarne i risultati su una bacheca concordata
con la Proprietà, assicurandole la diffusione e discussione. Trasmettere
il tutto alle figure competenti per accelerare una legge”
- “Molto spesso gli omosessuali hanno interiorizzato il proprio stigma
e non passa loro neanche per la testa che possano ottenere un ‘risarcimento’ alle ingiustizie che subiscono, e come possano attenere questo
‘risarcimento’. Bisogna invertire la situazione dei ‘rinforzi’: punizione
per i discriminatori e gratificazione per le vittime”
• Un passaggio obbligato per raggiungere questo obiettivo è la qualificazione della comunità LGBT e delle sue associazioni, che troppo
spesso appaiono divise e in competizione.
Anche le discriminazioni interne alla comunità vanno risolte per divenire un soggetto collettivo unico, forte, autorevole, capace di promuovere ed accompagnare il cambiamento e di ispirare fiducia nelle
singole persone LGBT:
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- “Penso che in Italia le persone GLBT non riescono ad essere unite e
questo non aiuta per niente. Le associazioni stesse servono a poco e sono
troppo frammentate, non esiste una vera politica comune per ottenere
diritti […] Ne consegue che a livello politico nessuno se ne prende cura
perché ‘non facciamo numero e differenza’”
- “Se la nostra condizione è questa è anche (ovviamente non solo ma
anche) colpa nostra. Non siamo capaci di aggregarci in maniera efficace perché troppo individualisti”
- “Una lobby dichiarata che faccia da esempio”
- “Stare uniti”
- “Agire in massa”
- “Va migliorata la comunicazione delle associazioni LGBT”
- “Riunire i vari gruppi ed associazioni LGBT, non pensare solo a ‘primeggiare’ ma agli interessi della comunità, proprio perché facendo la
guerra tra loro riescono solo ad indebolire ulteriormente la posizione
del movimento e la sua visibilità”
• Altri puntano al ruolo insostituibile dei sindacati, che possono e devono fare di più in tema di discriminazioni LGBT sul lavoro, divenendo
per tutti un punto di riferimento strategico. In alcuni territori la collaborazione è promettente; altrove la partnership va invece migliorata.
Qualcuno sottolinea che, assieme ai sindacati, altri soggetti vanno
coinvolti in questo processo: gli avvocati, le forze dell’ordine, i datori
di lavoro ed i direttori del personale.
In merito a questi ultimi, in ambito aziendale una nuova cultura è
fortemente raccomandata da alcuni:
- “Formazione ai rappresentanti sindacali”
- “Vorrei un sindacato abbinato alle associazioni LGBT, organizzato
sul territorio, capillare, con operatori ed avvocati pronti ad assistere, in
rete con tutte le associazioni di volontariato, facendo assieme lobbying”
- “I sindacalisti imparino ad usare un linguaggio meno sessista”
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- “Il maggiore impegno dovrebbe venire dalle organizzazioni sindacali. Non fanno invece nessuna iniziativa, nessuna sensibilizzazione dell'opinione pubblica, nessuno sprone ai politici”
- “Basta considerare tutti etero di default, soprattutto le donne. Basta
pensare che chi non è etero sposato con figli non ha niente da fare e
quindi può ‘sgobbare’ ore e ore in più”
- “I datori di lavoro devono garantire la qualità dell’ambiente di lavoro se vogliono la produttività”
- “Codici di comportamento interni alle aziende”
- “Nelle aziende non omofobe si rende di più”
- “Diversity management”
- “Si dovrebbero incentivare organizzazioni gay tra colleghi all’interno dei settori lavorativi, che fungano da contatto per altri soci in difficoltà, con un ottima di aiuto e collaborazione”
- “Un organismo super-partes che possa entrare nelle aziende”
- “Un sindacato che non sia influenzato dal ‘tira di qui’ e dal ‘tira di
lì’, per dei voti opportunistici alla destra o alla sinistra”
- “Introdurre nelle imprese, anche in Italia, il Company Equality
Index”
• Altri riconoscono di non avere soluzioni pronte per affrontare le
discriminazioni LGBT sul lavoro, talvolta in ragione della sua complessità, altre volte perché in prima persona ancora alle prese con questo tipo di problemi nella propria vita:
- “Non ho consigli. Anzi ne vorrei io”
- “Non ho consigli, semplicemente perché io stesso non so come gestire la cosa”
- “Essere visibili in maniera serena aiuta molto. Ma come fare ad aiutare tutti ad essere visibili in maniera serena, proprio non lo so”
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• Altri ancora, infine, si dicono scoraggiati e senza speranza, considerano insormontabili le difficoltà esistenti e l’unico consiglio che
danno è di emigrare in un altro Paese:
- “Purtroppo non cambierà mai niente finché lo Stato sarà così dipendente dalla posizione della Chiesa”
- “Dovrebbero cambiare troppe cose... ”
- “Non ho molta fiducia, vedo il mio futuro all’estero”
- “Non saprei, non voglio essere negativo ma forse è meglio emigrare
verso altri lidi”
- “Fino a che, in Italia, dare del mafioso a qualcuno sarà meno offensivo che dargli del finocchio non ci saranno speranze di migliorare
le condizioni delle persone LGBT nell'ambito lavorativo ed altrove”
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Terza parte
CONCLUSIONI
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3.1
Percorsi di analisi
Conclusa la fase di analisi, presentiamo alcune brevi riflessioni d’insieme lungo 4 direttrici:
• Dimensioni del fenomeno
• Tra visibilità ed invisibilità
• Centri anti-discriminazione: specifici LGBT o trasversali?
• Future tracce di ricerca
Dimensioni del fenomeno
Quant’è estesa la discriminazione dei lavoratori LGBT? Si tratta di
un problema dilagante?
La risposta a questi interrogativi è un giudizio che dipende dalle
aspettative e dal punto di vista del rispondente.
Indipendentemente dalla sua gravità, la discriminazione coinvolge
direttamente una parte minoritaria delle persone LGBT: non tutti sono
infatti vittime di molestie, demansionamento, vessazioni e mobbing. Il
suo impatto indiretto è invece molto più ampio, al punto che è legittimo ipotizzare che tutte le persone LGBT si ritrovano, prima o poi, a
farci i conti – in termini di esperienza diretta e/o di aspettative e previsioni.
Di certo, si tratta di un fenomeno ‘carsico’, complesso dal punto di
vista delle reazioni psicosociali che provoca, e quindi nella maggior
parte dei casi pubblicamente invisibile. “Io Sono Io Lavoro” ne ha stimato l’entità ed i confini, nei limiti delle sue possibilità.
Altrettanto certamente, i dati a nostra disposizione rilevano come le
sue forme prevalenti non attengono tanto agli aspetti formali e comportamentali, che abbiamo visto essere relativamente limitati, quanto
invece a quelli informali e di clima, che sono assai più pervasivi.
A rendere più complicato, e per molti versi più doloroso, il quadro
è poi la mancanza o carenza – percepite – di forme di sostegno esplicite e ufficiali su cui poter contare – sia in generale, sia nel momento
del bisogno. Come si è visto, il reporting non è particolarmente esteso,
e quello che viene realizzato si rivela efficace solo in una minoranza
dei casi. Se e quando la discriminazione si manifesta, le vittime si ritrovano spesso sole a gestire problematiche così complesse, senza tutele.
Sorprende il fatto che la zona geografica non risulti quasi mai si-
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gnificativa nell’incrocio con le variabili di questo tipo: “Io Sono Io Lavoro” ci restituisce infatti un panorama relativamente omogeneo a livello territoriale. Altri sono i fattori determinanti: l’età, l’ambito di
inserimento, il livello di inquadramento, il tipo di datore di lavoro, il
titolo di studio.
Non sorprende, invece, la situazione davvero drammatica della maggior parte delle persone trans che lavorano (specie quelle MtF): il loro
specifico caso merita pertanto assoluta attenzione.
Non va nondimeno sottaciuta l’esistenza di una serie di best practice di interesse, nonché – soprattutto – l’esperienza, la forza e l’inventiva di decine di migliaia di gay, lesbiche, bisessuali e di trans che,
nonostante l’avverso scenario ed i piccoli e grandi ostacoli di ogni
giorno, attestano con la propria vita che anche le minoranze discriminate possono conseguire un inserimento nel mercato del lavoro soddisfacente, di qualità e vantaggioso per tutte le parti.
Tra visibilità ed invisibilità
Come si è visto, le persone LGBT si distinguono dalle altre minoranze a rischio di discriminazione per il fatto che hanno a propria disposizione una strategia di coping in più: quella di selezionare
accuratamente il grado preferito di visibilità personale.
“Io Sono Io Lavoro” ha raccolto varie evidenze e rappresentazioni
su questa specificità. Come atteso, il quadro emergente non è coeso
bensì composto da una giustapposizione di punti di vista anche molto
divergenti tra di loro: semplificando, se da un lato c’è chi difende l’assoluto diritto alla privacy, dall’altro lato c’è chi sottolinea che i lavoratori LGBT invisibili non sono in grado di essere protagonisti delle
scelte fondamentali che li riguardano.
L’impressione è che, mentre la comunità LGBT pare abituata a convivere con tale molteplicità di opinioni, che peraltro è divenuta uno
degli argomenti topici di riflessione personale e di comunità, gli stakeholder, viceversa, sembrano talvolta ‘bloccati’, di fronte a tale eterogeneità; le loro proposte in fatto di soluzioni realistiche al problema
delle discriminazioni LGBT sul lavoro paiono, in molti casi, fondate su
stereotipi o semplificazioni. Questo può fungere da ostacolo nella costruzione di alleanze e di network con soggetti di diverso tipo e provenienza, che, secondo tutte le persone interpellate, è proprio la strada
maestra da percorrere per ottenere assieme un miglioramento nella
società e nelle sue istituzioni.
Nei riguardi delle persone LGBT; pur nel rispetto delle singole posizioni, rimane forte l’esigenza, secondo molti, di continuare a promuovere l’empowerment e la visibilità.
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Significativamente, sono di quest’opinione soprattutto alcune persone LGBT discriminate sul lavoro. Con la loro vicenda, dimostrano
che se, per un verso, quella della invisibilità può essere una strategia
vincente per evitare le discriminazioni, per lo meno nel breve-medio
periodo ed in alcuni contesti, allo stesso tempo, per l’altro verso, essa
può tramutarsi in vulnerabilità nei casi in cui si concretizzassero dei
problemi di natura discriminatoria e si renderebbe quindi necessario
rivolgersi a persone e uffici competenti e di fiducia per ottenere un
aiuto efficace. Piuttosto lungo è l’elenco dei casi provati in cui l’invisibilità non soltanto non ha protetto appieno dalle discriminazioni, ma
ha anche posto degli ostacoli ai tentativi messi in atto per risolvere o
minimizzare tali iniquità. Tutte le persone discriminate sul lavoro,
comprese quelle che al tempo del caso erano invisibili, raccomandano
di essere ‘out’, preferibilmente fin dall’inizio.
Centri anti-discriminazione: specifici LGBT o trasversali?
Un altro versante su cui l’opinione delle persone LGBT e l’opinione
degli stakeholder si sono dimostrate di essere divergenti riguarda una
delle scelte di fondo da affrontare nella costituzione di un centro antidiscriminazione: esso deve essere trasversale o specifico per una minoranza? Inoltre, il suo personale deve necessariamente condividere
buona parte dei tratti di vita delle persone-target a cui si rivolge?
Mentre sostanzialmente tutti gli stakeholder sottolineano che un
centro mirato sarebbe di fatto ‘ghettizzante’, e che ciò che conta non
sono le caratteristiche personali bensì quelle professionali, le persone
LGBT hanno invece posizioni più articolate ed una buona parte promuove esplicitamente tale opzione, in ragione di fattori quali l’empatia, la percezione di vicinanza e – di nuovo – il timore di rivelarsi ad
altri esterni al proprio gruppo di appartenenza.
Non è chiaro, ed andrebbe approfondito, se e fino a che punto alla
base di tali punti di vista vi siano questioni ideologiche, strategiche, organizzative o più meramente difensive. Contemporaneamente, “Io
Sono Io Lavoro” non è in grado di valutare se ed in che misura i timori
ed i rischi richiamati dagli intervistati siano autentici o sovra-dimensionati.
Rimane il fatto che, nella prospettiva del network con gli altri gruppi
della società, di cui sopra, questo punto dovrà essere compreso, decostruito e chiarito, al fine di giungere ad una soluzione quanto più
condivisa della questione.
Future tracce di ricerca
L’impianto metodologico quali-quantitativo ed i canali informativi e
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promozionali utilizzati di “Io Sono Io Lavoro” si sono rivelati adatti
per realizzare una ricerca sociale così complessa. La mole di dati e di
informazioni così raccolta, in ogni caso, non ha potuto essere valorizzata appieno in questo report, che si è limitato all’analisi mono- e bivariata, e potrà essere utilizzata in futuro per ulteriori analisi
multivariate, causali e secondarie.
Per quanto riguarda il target di riferimento, dobbiamo riconoscere
che non siamo riusciti a coprire tutti gli aspetti della problematica e
tutti i gruppi di cui si compone la comunità LGBT. Per il futuro, raccomandiamo in particolare di approfondire gli aspetti motivazioni dei
comportamenti, da un lato, e il caso delle donne, delle persone LGBT
che lavorano nel Sud d’Italia e degli studenti, dall’altro lato. La limitata
numerosità dei sotto-campioni relativi a queste categorie non ci ha infatti permesso di realizzare elaborazioni statistiche avanzate.
Infine, in merito al’oggetto di studio, va ribadito che “Io Sono Io Lavoro” rappresenta per il panorama italiano una prima indagine esplorativa sui temi del lavoro e delle persone LGBT. La maggioranza delle
tematiche non ha potuto essere affrontata in profondità. Numerosi
sono pertanto gli ambiti su cui in futuro sarà possibile – e lo auspichiamo, come équipe – realizzare ricerche monografiche, eventualmente ampliando le tecniche finora utilizzate fino ad includere, ad
esempio, l’intervista ai colleghi e capi non LGBT e l’analisi organizzativa. Quest’ultima, in particolare, eventualmente integrata dall’osservazione partecipante, ci pare indicata per rispondere alla
sollecitazione giunta da vari stakeholder: studiare i contesti lavorativi
ritenuti virtuosi per valutarne le opportunità e le modalità di applicazione in altri contesti, secondo una logica di benchmarking.
3.2
Prospettive
Nel mondo di oggi la sola costante per produrre cambiamento è
quella di mettersi sempre in discussione e di proporre nuove strategie.
Crediamo che questo lavoro rientri a pieno titolo in quell'ambito di
azioni positive che le associazioni LGBT svolgono da anni nel nostro
Paese e che fa di loro dei veri e propri stakeholder analysis nella lotta
alle discriminazioni. Soggetti attivi impegnati in prima linea per il diritto all'uguaglianza, alla salute, all'alloggio, alla cura, alla forma-
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zione/istruzione e al lavoro. I risultati realizzati dal progetto Io sono Io
lavoro evidenziano non solo la necessità primaria di un rapporto stretto
tra Arcigay e il mondo del lavoro per contrastare le problematiche discriminatorie ma dimostrano, soprattutto, quanto questa associazione
oggi più di ieri, sia un soggetto attivo e portatore di interessi non solo
peculiari ai suoi fabbisogni ma collettivi dell’intera comunità sociale.
La strategia adottata da Arcigay nei progetti è quella di coniugare
azioni di ricerca e attività formative per dare effetto moltiplicatore
alla conoscenza, al saper essere e al saper fare all'interno dell’associazione e per dare sostanza, concretezza e linee guida alle decisioni
che i politici debbono prendere in materia di lotta alle discriminazioni.
Vogliamo che questo progetto diventi un modello di buone prassi.
I primi beneficiari diretti sono i soc* che quotidianamente lavorano all’interno delle loro comunità, nelle quali agiscono e si interfacciano
con la società civile e con le istituzioni locali, affinchè forniscano assistenza e sostegno alle persone per una politica antidiscriminatoria,
in controtendenza rispetto alla cultura della negazione dei diritti ancora imperniata da stereotipi e pregiudizi.
Io sono Io lavoro ha prodotto, oltre al presente Report di ricerca un
manuale per mediatori che operano nel mondo del lavoro contro le discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale e identità di genere.
Un prodotto che non solo raccoglie i temi ed i materiali presentati durante l’azione formativa ma che evidenzia le informazioni e le conoscenze che i soggetti pubblici e privati debbono tener presente
nell’affrontare le tematiche relative alla discriminazione nei luoghi di
lavoro. Un prodotto innovativo con un alto livello di trasferibilità e di
impatto. Uno strumento complementare al lavoro di ricerca che rafforza nella sua diffusione quella strategia e quell’approccio integrato
necessario perché i mutamenti culturali diventino effettivi e producano a cascata azioni positive.
I prodotti realizzati all'interno del progetto Io sono io lavoro sono a
disposizione di tutti i soc* e di tutti coloro che desiderano approfondire il tema sulle discriminazioni nei luoghi di lavoro, con la consapevolezza che una responsabile politica di lotta alle discriminazioni e di
pari opportunità per tutti e per tutte non può avere esito positivo se
non vengono coinvolti tutti gli interpreti del lavoro e della politica che
a diversi livelli di responsabilità ne sono i protagonisti, con il fine di
raggiungere, nell’ambito dell’occupazione e nelle condizioni di lavoro,
la parità di trattamento per le persone LGBT e un ampliamento concreto del diritto di cittadinanza.
La Segreteria Nazionale
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lesbiche e bisessuali: implicazioni per il career counseling” – in Giornale Italiano di Psicologia dell’Orientamento
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delle persone LGBT – Italia” – documento redatto per la Rete di esperti
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sul lavoro da parte di omosessuali nella regione Veneto”
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www.frittfram.se/files/StraightTalk_eng.pdf | consultato il 28 giugno
2011]
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GLOSSARIO
• Coming out
Deriva dall’inglese “coming out of the closet” (letteralmente: “uscire
dall’armadio”). Indica il percorso di auto-accettazione che porta la persona LGBT a prendere coscienza della propria identità sessuale e a dichiararsi socialmente.
• Covering
S’intende l’omissione di informazioni su di sé e sulla propria vita
privata al fine di evitare di essere identificati come LGBT (ad esempio:
una lesbica che non parla della propria partner all’interno dell’ambiente di lavoro).
• Disclosure
È lo svelarsi agli altri delle persone LGBT (v. coming out).
• Diversity management
La “gestione della diversità” è nata come metodo per migliorare la
produttività, la creatività e l’efficienza di un’organizzazione – sia questa un’impresa privata, un’istituzione pubblica o un’associazione di
volontariato – attraverso la promozione, all’interno della stessa, di un
clima e di una cultura in cui i potenziali vantaggi della diversità siano
massimizzati e, contemporaneamente, le difficoltà che la diversità
comporta siano contenute. Il diversity management ha dunque un effetto di contrasto alla discriminazione perché valorizza le diversità
considerandole una ricchezza.
• Empowerment
È un processo attraverso cui le persone (ma anche le organizzazioni
e le comunità) acquisiscono competenza sulle proprie vite al fine di
cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’equità
e la qualità della vita.
• Identity management
Riguarda il modo in cui le persone LGBT scelgono di svelarsi tenendo a mente le discriminazioni potenziali che potrebbero incontrare. Comprende diversi tipi di strategie categorizzate in vario modo
dalla letteratura: dalla semplice dicotomia ‘visibile-invisibile’, ad articolazioni più complesse.
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• Minority stress
È il disagio psichico vissuto da una minoranza in seguito alla discriminazione e alla stigmatizzazione sociale.
• Mobbing
È una forma di aggressione psicologica e morale sul lavoro, esercitata e reiterata nel tempo, più o meno intenzionalmente, da uno o più
aggressori (“mobber”) verso un singolo (“mobbizzato”), per mezzo di
azioni negative volte a spingere la persona nella condizione di non potersi difendere e al suo isolamento ed espulsione dal contesto socioproduttivo. Si parla di mobbing “verticale” sia quando la vittima è un
subordinato che quando un gruppo di dipendenti vittimizza un superiore; “orizzontale” in riferimento ad azioni moleste fra pari; “aziendale” quando l’azione è ispirata dal capo ma praticata dai pari di grado
della vittima; “strategico-organizzativo” quando l’iniziativa è destinata
all’eliminazione di particolari gruppi di lavoratori.
• Passing
Con riferimento alle persone LGB, significa farsi passare per eterosessuale fabbricando false informazioni su di sé (ad esempio: un uomo
omosessuale che racconta ai colleghi di un presunto appuntamento
con una donna).
• Reporting
È la segnalazione dei casi di discriminazione subiti, non necessariamente nella forma di una denuncia alle forze dell’ordine.
• Stakeholder
Qualunque individuo, gruppo di persone, istituzioni, imprese, organizzazioni pubbliche che possa avere un interesse significativo nel
successo o nel fallimento di un progetto.
• Strategia di coping
Per strategie di coping (dal verbo inglese “to cope with”, fare fronte
a) si intendono gli sforzi specifici, sia a livello dei comportamenti, sia
a livello psicologico, che le persone adottano per dominare, tollerare,
ridurre o minimizzare eventi che sono causa di stress, come il subire
una discriminazione.
• Under-reporting
È la mancata segnalazione dei casi di discriminazione da parte delle
vittime. Tra le possibili cause di questo fenomeno vi sono: la paura di
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ritorsioni, la sfiducia nelle istituzioni e nella loro capacità di agire, la
rassegnazione, la riluttanza ad ammettere di essere vittima di un caso
di discriminazione, la minimizzazione dell’evento, etc.
• Vocational choice / Scelta professionale
La strategia di coping della “scelta professionale” descrive come le
persone LGBT compiono scelte di carriera in considerazione il rischio
di essere discriminati. Le strategie di questo tipo possono essere di
vario tipo, a esempio: scegliere un lavoro autonomo per evitare la discriminazione da parti di capi e/o colleghi, selezionare oculatamente
un posto di lavoro che accetti persone LGBT (ad esempio: lavorare per
aziende di proprietà di persone LGBT, o che hanno la comunità LGBT
come principale mercato).
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ALLEGATI
Sul sito web dedicato www.iosonoiolavoro.it sono liberamente consultabili e scaricabili i seguenti documenti:
• Testo del questionario somministrato on-line
• Traccia di intervista agli stakeholder
• Traccia di intervista alle persone LGBT discriminate sul lavoro
• Elenco completo dei ‘messaggi in bottiglia’ scritti dai rispondenti
del questionario on-line (v. § 2.4)
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Via Don Minzoni 18, 40121 Bologna
Tel. +39 051 0957241 - Fax. +39 051 0957243
www.arcigay.it - [email protected]
La presente pubblicazione è stata realizzata all’interno del progetto
“Lotta all’omofobia e promozione della non discriminazione sui luoghi di lavoro
come strumento di inclusione sociale”
con il contributo del fondo per l’associazionismo (ex legge 383/2000)
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
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