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Questione di genere: Il femminismo e la

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Questione di genere: Il femminismo e la
eBook Laterza
Judith Butler
Questione di genere
Il femminismo e la sovversione dell'identità
© 2013, Gius. Laterza & Figli
Edizione digitale: settembre 2013
www.laterza.it
Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
Realizzato da Graphiservice s.r.l. - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 9788858108529
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata
Sommario
Prefazione all’edizione 1999
Prefazione all’edizione 1990
1. Soggetti di sesso/genere/desiderio
I. Le «donne» come soggetto del femminismo
II. L’ordine obbligatorio di sesso/genere/desiderio
III. Il genere: le rovine circolari del dibattito contemporaneo
IV. Teorizzare il binario, l’unitario e oltre
V. Identità, sesso e metafisica della sostanza
VI. Il linguaggio, il potere e le strategie della dislocazione
2. Il divieto, la psicoanalisi e la produzione della matrice eterosessuale
I. Lo scambio critico dello strutturalismo
II. Lacan, Rivière e le strategie della mascherata
III. Freud e la melanconia del genere
IV. La complessità del genere e i limiti dell’identificazione
V. Riformulare il divieto come potere
3. Atti sovversivi del corpo
I. La politica del corpo di Julia Kristeva
II. Foucault, Herculine e la politica della discontinuità sessuale
III. Monique Wittig: la disintegrazione del corpo e il sesso fittizio
IV. Iscrizioni corporee, sovversioni performative
Conclusione: dalla parodia alla politica
Prefazione all’edizione 1999
Dieci anni sono passati da quando conclusi il testo di Questione di genere1 e lo inviai alla casa
editrice Routledge per la pubblicazione. Non sapevo che questo libro avrebbe avuto un pubblico così
vasto e che avrebbe rappresentato un «intervento» provocatorio nella teoria femminista o che
sarebbe stato citato come uno dei testi fondanti della teoria queer2. La vita del testo è andata oltre le
mie intenzioni, e questo è stato sicuramente, in parte, il risultato del cambiamento di contesto in cui è
avvenuta la ricezione del testo stesso. Mentre lo scrivevo, sentivo di avere un rapporto polemico e di
contrapposizione con certe forme di femminismo, per quanto considerassi il testo parte del
femminismo stesso. Ho scritto nel solco della tradizione della critica immanente che cerca di
provocare una revisione critica del vocabolario fondamentale del movimento di pensiero cui
appartiene. Questo tipo di critica è ancora giustificata ed è ancora giustificato distinguere tra
un’autocritica che promette una vita più democratica e inclusiva per un movimento e una che cerca di
minarlo dalle fondamenta. Naturalmente, è sempre possibile scambiare l’una per l’altra, ma io spero
che non accada con Questione di genere.
Nel 1989 mi interessava soprattutto criticare gli assunti eterosessuali che pervadevano la teoria
letteraria femminista. Cercavo di controbattere a quei punti di vista che facevano dei limiti e della
proprietà del genere un presupposto e ne restringevano il significato a nozioni consolidate di
mascolinità [masculinity] e femminilità [femininity]. Ritenevo, e lo ritengo ancora, che ogni teoria
femminista che restringe il significato del genere ai presupposti della sua stessa pratica istituisca
norme di genere che producono esclusioni all’interno del femminismo, e che spesso conducono
all’omofobia. Mi sembrava, e mi sembra ancora, che il femminismo dovesse fare attenzione a non
idealizzare certe espressioni del genere che, a loro volta, producono nuove forme di gerarchizzazione
ed esclusione. In particolare, ero contro quei regimi di verità che sanciscono il fatto che certe
espressioni connotate dal punto di vista del genere [gendered expressions ] debbano essere ritenute
false o derivative e altre vere e originarie. Mi stava a cuore di non prescrivere un nuovo modo di
vita di genere che diventasse poi un modello per i lettori e le lettrici. Anzi, lo scopo del testo era
proprio quello di aprire il campo delle possibilità di genere senza prescrivere quali possibilità
dovessero essere realizzate. Ci si potrebbe chiedere a cosa serva alla fin fine «aprire delle
possibilità», ma è improbabile che una simile domanda venga da chi sa cosa significhi vivere nella
condizione di ciò che è socialmente «impossibile», illeggibile, irrealizzabile, irreale e illegittimo.
Questione di genere cercava di svelare i modi in cui persino pensare ciò che è possibile nella vita
di genere viene escluso da assunti abituali e violenti. Il testo cercava anche di minare qualunque uso
strumentale di un discorso di verità per delegittimare pratiche sessuali e di genere minoritarie.
Questo non significa che tutte le pratiche minoritarie debbano essere giustificate o celebrate, significa
invece che dovremmo essere in grado di pensarle prima di trarre qualunque conclusione su di esse.
Mi preoccupavano soprattutto i modi in cui queste diventavano impensabili per via del panico
suscitato. Un esempio: la rottura del binarismo di genere è davvero così mostruosa, così spaventosa,
da essere ritenuta impossibile per definizione ed essere euristicamente esclusa da qualsiasi tentativo
di pensare il genere?
Alcuni di questi assunti si ritrovavano in ciò che all’epoca veniva definito come «femminismo
francese» e godevano di grande popolarità tra studiosi e studiose di letteratura e di teoria sociale.
Ma io stessa, anche se mi sono opposta a quello che ritenevo l’eterosessismo insito nel
fondamentalismo della differenza sessuale, mi sono rifatta allo strutturalismo francese per sostenere
le mie argomentazioni. Questione di genere è stato anche un lavoro di traduzione culturale. Ho
applicato la teoria strutturalista alle teorie statunitensi relative al genere e alle implicazioni politiche
del femminismo. Se, in alcune versioni, il post-strutturalismo sembra essere un formalismo, lontano
da questioni relative al contesto sociale e da finalità politiche, non così è stato per le recenti
rielaborazioni nordamericane. In effetti quello che mi stava a cuore non era «applicare» il poststrutturalismo al femminismo, ma sottoporre quelle teorie a una specifica riformulazione femminista.
Se alcuni/e fautori/fautrici del formalismo post-strutturalista disapprovano l’orientamento
dichiaratamente «tematico» cui esso viene sottoposto in Questione di genere, le critiche rivolte al
post-strutturalismo da parte della sinistra vicina agli studi culturali hanno espresso un forte
scetticismo rispetto all’idea che da tali premesse possa nascere qualcosa di politicamente
progressista. Da entrambe le parti, tuttavia, il post-strutturalismo è considerato come qualcosa di
unificato, puro, monolitico. Recentemente, però, questa teoria, o insieme di teorie, è migrata negli
studi sul genere e sulla sessualità, negli Studi postcoloniali e in quelli sulla razza. Ha perso il
formalismo degli inizi e ha acquisito nuova vita trapiantandosi nell’ambito della teoria culturale. Si
continua a discutere se il mio lavoro, quello di Homi Bhabha, di Gayatri Chakravorty Spivak o di
Slavoj Žižek appartengano agli studi culturali o alla teoria critica, ma forse tali discussioni
mostrano soltanto che è venuta meno una distinzione netta tra i due progetti. Ci sarà chi, nella teoria,
rivendicherà tutto questo all’ambito degli studi culturali; e ci sarà chi, nella pratica degli studi
culturali stessi, si dichiarerà contro ogni teoria (anche se tra costoro, significativamente, non c’è
Stuart Hall, uno dei fondatori degli studi culturali in Gran Bretagna). Ma entrambi i fronti del
dibattito perdono talora di vista il fatto che il volto della teoria è cambiato proprio grazie
all’apertura alla dimensione culturalista. C’è oggi un nuovo spazio per la teoria, uno spazio
necessariamente impuro, dove la teoria stessa emerge nell’evento e come evento di traduzione
culturale. Non si tratta di dislocare la teoria attraverso lo storicismo, e nemmeno di una semplice
storicizzazione della teoria che mostra i limiti contingenti delle sue rivendicazioni più
generalizzabili. Si tratta piuttosto dell’emergere della teoria nel luogo di incontro tra orizzonti
culturali, là dove la richiesta di traduzione è profonda e incerta è la speranza che abbia successo.
Questione di genere si radica nella «French Theory», che, a sua volta, è una curiosa invenzione
statunitense. Solo negli Stati Uniti, infatti, teorie tanto disparate vengono messe insieme come se
formassero una sorta di unità. Questo libro, anche se è stato tradotto in molte lingue e ha avuto un
impatto particolarmente forte nelle discussioni su genere e politica in Germania, emergerà in Francia,
se poi emergerà, molto più tardi che in altri paesi. Lo dico per sottolineare quanto l’apparente
«francocentrismo» del testo sia in realtà lontano dalla Francia e dalle vicende della teoria in Francia.
Questione di genere tende a leggere insieme, allineandoli in modo sincretico, diversi/e intellettuali
francesi (Lévi-Strauss, Foucault, Lacan, Kristeva, Wittig) che raramente si sono alleati/e tra loro e
che in Francia non vengono mai, o solo raramente, letti/e insieme. In realtà, è tale promiscuità
intellettuale a connotare questo testo come statunitense e a renderlo estraneo al contesto francese.
Così come è per l’enfasi sulla tradizione sociologica e antropologica anglo-americana degli studi di
«genere», che va distinta dal discorso della «differenza sessuale» derivato dalla ricerca
strutturalista. Se negli Stati Uniti il testo corre il rischio di essere considerato eurocentrico, le poche
case editrici francesi che l’hanno preso in considerazione hanno paventato la minaccia di
un’americanizzazione della teoria in Francia3.
Certo, la «French Theory» non è l’unica lingua parlata in questo libro. Il testo nasce da un lungo
confronto con la teoria femminista, con i dibattiti sul carattere di costruzione sociale del genere, con
la psicoanalisi e con il femminismo, con lo straordinario lavoro di Gayle Rubin sul genere, la
sessualità e la parentela, con il lavoro pionieristico di Esther Newton sul drag, con la magnifica
scrittura teorica e creativa di Monique Wittig e con le prospettive gay e lesbiche nelle discipline
umanistiche. Mentre negli anni Ottanta molte posizioni femministe partivano dal presupposto che il
lesbismo incontrasse il femminismo nel lesbo-femminismo, Questione di genere ha cercato di
rifiutare l’idea che la pratica lesbica rappresenti un modello per la teoria femminista, istituendo una
relazione più problematica tra i due termini. In questo testo il lesbismo non rappresenta un ritorno a
ciò che è più importante nell’essere una donna; non consacra la femminilità né prospetta un mondo
ginocentrico. Il lesbismo non è la consumazione erotica di un insieme di convinzioni politiche
(sessualità e convinzioni intrattengono relazioni molto più complesse e spesso in contraddizione tra
loro). Invece, il testo si chiede: in che modo pratiche sessuali non normative mettono in questione la
stabilità del genere quale categoria di analisi? In che modo certe pratiche sessuali spingono a
chiedersi: che cos’è una donna, che cos’è un uomo? Se il genere non va più inteso come ciò che si
consolida attraverso la sessualità normativa, esiste allora una crisi del genere specifica dei contesti
queer?
L’idea che la pratica sessuale abbia il potere di destabilizzare il genere mi è venuta leggendo il
saggio The Traffic in Women di Gayle Rubin. Da qui ho cercato di affermare che una sessualità
normativa rafforza la normatività di genere. In poche parole, in base a questo quadro, si è donna nella
misura in cui si funziona come donna all’interno della cornice eterosessuale dominante e mettere in
questione tale cornice significa forse rinunciare alla sensazione di avere una collocazione definita
rispetto al genere. Ritengo che questa sia la prima formulazione di una «questione di genere» nel
testo. Ho cercato di comprendere in parte il terrore e l’angoscia che alcune persone provano nel
«diventare gay», la paura di perdere il proprio posto definito rispetto al genere oppure di non sapere
chi si è andando a letto con una persona che è palesemente dello «stesso» genere. Si tratta di una
specifica crisi a livello ontologico che viene esperita sia nella sessualità sia nel linguaggio. La
questione è diventata ancora più spinosa se si pensa alle diverse e nuove forme di costruzione del
genere che sono emerse con le pratiche transgender e transessuali, della genitorialità lesbica e gay,
delle nuove identità butch e femme. Quando e perché, per esempio, accade che alcune lesbiche butch,
che diventano genitori, diventino «papà» e altre diventino «mamme»?
E che cosa si può dire della nozione, suggerita da Kate Bornstein, che una persona transessuale
non può essere descritta con il sostantivo «donna» o «uomo», ma che ci si deve rapportare a lei
usando verbi attivi che attestino quella trasformazione costante che «è» la nuova identità o, in realtà,
la condizione di «in-between» che mette in questione l’essere dell’identità di genere? Anche se
alcune lesbiche sostengono che le butch non hanno nulla a che vedere con il fatto di «essere un
uomo», altre insistono sul fatto che il loro essere butch è o è stato solamente una via per raggiungere
lo status di uomini che desideravano. Paradossi che hanno proliferato negli ultimi anni, testimonianze
di declinazioni della questione di genere che il mio testo non aveva previsto4.
Ma qual è il legame tra genere e sessualità che ho cercato di evidenziare? Di sicuro non intendo
sostenere che determinate forme di sessualità producano determinati generi, ma solamente che, in
certe condizioni di eterosessualità normativa, il fatto di tenere sotto controllo il genere a volte viene
usato come un mezzo per assicurare l’eterosessualità. Catharine MacKinnon ha dato una formulazione
del problema che presenta assonanze con la mia, sebbene vi siano anche, come credo, differenze
cruciali e importanti. Scrive MacKinnon:
Bloccata in quanto attributo della persona, la disuguaglianza sessuale assume la forma del genere; come movimento della relazione tra
persone, prende la forma della sessualità. Il genere si rivela come forma irrigidita della sessualizzazione della disuguaglianza tra uomini e
donne5.
In quest’ottica la gerarchia sessuale produce e consolida il genere. Non è la normatività
eterosessuale che produce e consolida il genere, ma la gerarchia di genere che si dice sottostia alle
relazioni eterosessuali. Se la gerarchia di genere produce e consolida il genere e se la gerarchia di
genere presuppone una nozione operativa di genere, allora il genere è ciò che causa il genere e la
formulazione finisce per essere una tautologia. Può essere che MacKinnon voglia semplicemente
sottolineare il meccanismo di autoriproduzione della gerarchia di genere, ma questo non è ciò che ha
detto.
La «gerarchia di genere» basta a spiegare le condizioni di produzione del genere? In che misura la
gerarchia di genere è al servizio di una eterosessualità più o meno obbligatoria, e quanto spesso le
norme di genere sono poste sotto controllo proprio per il mantenimento dell’egemonia eterosessuale?
Katherine Franke, teorica del diritto, fa un uso innovativo delle prospettive sia femministe sia
queer, quando nota che, per assumere il primato della gerarchia di genere rispetto alla produzione del
genere, MacKinnon accetta anche di assumere un modello eterosessuale per pensare la sessualità.
Franke offre un modello della discriminazione di genere alternativo a quello di MacKinnon,
sostenendo, in modo convincente, che la molestia sessuale è l’allegoria paradigmatica della
produzione del genere. Non tutte le discriminazioni possono essere intese come molestia, la quale
può consistere nell’atto per cui una persona viene «costruita» entro un determinato genere. Ma ci
sono anche altri modi di sancire il genere. Per Franke, infatti, è importante distinguere
provvisoriamente tra discriminazione di genere e discriminazione sessuale. I gay e le lesbiche, per
esempio, possono subire discriminazioni sul luogo di lavoro perché non «hanno un aspetto» in
sintonia con le norme di genere comunemente accettate. E la molestia sessuale nei confronti di queste
persone può avvenire non per mantenere la gerarchia tra i generi, ma per promuovere la normatività
di genere.
Per quanto MacKinnon offra una efficace critica della molestia sessuale, finisce per istituire un
altro tipo di regolamentazione: avere un genere significa essere già dentro una relazione
eterosessuale di subordinazione. A livello più analitico, istituisce un’equazione che è in consonanza
con alcune delle argomentazioni omofobiche dominanti. Tale ottica prescrive e giustifica
l’ordinamento sessuale del genere, per cui gli uomini che sono uomini saranno eterosessuali, e le
donne che sono donne saranno eterosessuali. Altri punti di vista, tra i quali quello di Franke,
criticano proprio questa forma di regolamentazione del genere. Esiste dunque una differenza tra punti
di vista sessisti e punti di vista femministi sulla relazione tra genere e sessualità: la prospettiva
sessista sostiene che una donna mostra il suo essere donna solo nell’atto del coito eterosessuale in
cui la sua subordinazione diventa il suo piacere (un’essenza emana ed è confermata dalla
subordinazione sessuale delle donne); una prospettiva femminista sostiene, invece, che il genere
dovrebbe essere rovesciato, eliminato o reso inevitabilmente ambiguo, proprio perché sempre segno
di subordinazione per le donne. Questo secondo punto di vista accetta il potere della descrizione
ortodossa fornita dal primo, accetta il fatto che sia già operante come potente ideologia, ma cerca di
opporvisi.
Insisto su questo punto perché alcuni teorici e teoriche queer hanno tracciato una distinzione
analitica tra genere e sessualità, rifiutando qualunque legame causale o strutturale tra essi. Ciò ha
senso da un solo punto di vista: se con tale distinzione si intende che la normatività eterosessuale non
dovrebbe dare un ordine al genere e che ci si dovrebbe opporre a tale ordine, allora io sono
decisamente favorevole a tale tesi6. Se, però, si intende che (in termini di descrizione) non c’è una
regolamentazione sessuale del genere, allora penso che una dimensione importante (anche se non
l’unica) del modo in cui funziona l’omofobia non venga riconosciuta proprio da coloro che
chiaramente desiderano combattere l’omofobia stessa. Tuttavia, mi preme ammettere che la
performance della sovversione del genere non dice niente in merito alla sessualità o alle pratiche
sessuali. Si può rendere ambiguo il genere, senza per questo mettere in questione o riorientare
minimamente la sessualità normativa. A volte l’ambiguità di genere può operare proprio in funzione
del contenimento o dello sviamento delle pratiche sessuali non normative, finendo per mantenere
intatta la sessualità normativa7. Non si può dunque istituire nessuna correlazione, per esempio, tra il
drag o il transgender e le loro pratiche sessuali, e la distribuzione di inclinazioni etero, bi- e
omosessuali non può essere mappata in modo prevedibile rispetto alle traiettorie del gender-bender o
del cambio di genere.
Negli ultimi anni molto del mio lavoro è stato dedicato a chiarire e rivedere la teoria della
performatività, così come si è delineata in Questione di genere8. È difficile dire esattamente che
cos’è la performatività, non solo perché il mio stesso modo di vedere ciò che la «performatività»
potrebbe significare è cambiato nel tempo, molto spesso in risposta a ottime critiche9, ma anche
perché la nozione è stata ripresa e riformulata da tante parti. Per leggere la performatività del genere
originariamente presi spunto dalla lettura di Davanti alla legge di Kafka proposta da Jacques
Derrida. Qui chi aspetta la legge, chi siede davanti alla porta della legge, attribuisce una certa forza
alla legge che aspetta. L’anticipazione di uno svelamento di significati da parte dell’autorità è il
mezzo attraverso il quale quella stessa autorità è conferita e insediata: l’anticipazione evoca il suo
oggetto. Mi sono chiesta se non patiamo una simile attesa per quanto riguarda il genere, che essa
mette in funzione come un’essenza interiore che potrebbe essere svelata, un’attesa che finisce per
produrre il fenomeno che anticipa. In primo luogo, dunque, la performatività del genere ruota attorno
a questa metalessi, il modo in cui l’anticipazione di un’essenza di genere produce ciò che pone come
esterno a sé. In secondo luogo, la performatività non è un atto singolare, ma una ripetizione e un
rituale, che raggiunge i suoi effetti attraverso la naturalizzazione in un corpo inteso, in parte, come
durata culturalmente istituita10.
Sono state sollevate molte questioni importanti in relazione a tale dottrina, e mi sembra valga la
pena ricordarne una in particolare. La tesi che il genere sia performativo cercava di mostrare che ciò
che consideriamo come un’essenza interiore del genere stesso è qualcosa che viene fabbricato
attraverso una serie costante di atti, postulati attraverso la stilizzazione di genere del corpo. Così
facendo, mostrava che quella che consideriamo una nostra caratteristica «interiore» è ciò che in
realtà anticipiamo e produciamo attraverso determinati atti del corpo, al limite, un effetto
allucinatorio di gesti naturalizzati. Questo significa che tutto ciò che è inteso come «interiore»
rispetto alla psiche viene evacuato e che l’interiorità è una falsa metafora? Anche se Questione di
genere si basava chiaramente sulla metafora di una interiorità psichica nel discutere dapprima della
melanconia di genere, l’accento posto su tale aspetto non è entrato nel mio modo di pensare la
performatività11. Sia La vita psichica del potere12sia altri miei articoli recenti su temi psicoanalitici
hanno cercato di fare i conti con tale questione; cosa che da più parti è stata vista come una frattura
problematica tra i primi e gli ultimi capitoli di questo libro. Anche se non direi mai che tutto il
mondo interiore della psiche non è che l’effetto di una serie stilizzata di atti, continuo a pensare che
dare per scontata l’«interiorità» del mondo psichico sia un errore teorico significativo. Certe
caratteristiche del mondo, comprese le persone che conosciamo e che perdiamo, diventano davvero
caratteristiche «interiori» del sé, ma vengono trasformate nel processo di interiorizzazione, e il
mondo interno, come lo chiamano i/le seguaci di Melanie Klein, si costituisce proprio in conseguenza
delle interiorizzazioni messe in atto dalla psiche. Cosa che potrebbe suggerire di approfondire
meglio la possibilità di una teoria psichica della performatività.
Per quanto questo testo non risponda alla domanda se la materialità del corpo sia del tutto
costruita, tale domanda ha costituito il fulcro di tanti dei miei lavori successivi, che spero
costituiscano un chiarimento per chi legge13. Molti studiosi e studiose hanno riflettuto sulla
possibilità di trasporre la teoria della performatività sul piano delle questioni razziali14. Voglio
ricordare qui che non soltanto gli assunti razziali immancabilmente sottostanno a quelli di genere in
modi che vanno esplicitati, ma anche che il genere e la razza non dovrebbero essere trattati
semplicemente come analoghi. Vorrei dunque suggerire che la domanda da porre non è se sia
possibile trasporre la teoria della performatività nella dimensione razziale, ma che cosa accade a
questa teoria quando cerca di affrontare la questione razziale. Molti dei dibattiti si sono concentrati
sullo status della categoria di «costruzione», chiedendosi se la razza sia costruita nello stesso modo
in cui lo è il genere. Secondo me non c’è un unico modo di dare conto della «costruzione»: tali
categorie funzionano sempre come sfondo le une per le altre, potenziandosi attraverso la reciproca
articolazione. Perciò la sessualizzazione delle norme di genere razziale chiede di essere letta
contemporaneamente attraverso lenti multiple, chiarendo così i limiti del genere quale unica
categoria di analisi15.
Anche se ho elencato alcune tradizioni accademiche e alcuni dibattiti che hanno animato questo
libro, il mio scopo non è quello di fornire una apologia completa del mio lavoro in queste poche
pagine. Una delle circostanze in cui questo testo è nato non sempre viene compresa adeguatamente:
non è stato prodotto nel solo ambito accademico, ma anche all’interno dei diversi movimenti sociali
convergenti di cui ho fatto parte, e nel contesto della comunità gay e lesbica della East Coast degli
Stati Uniti in cui ho vissuto per quattordici anni prima di scrivere questo libro. Nonostante lo
spiazzamento del soggetto messo in atto dal testo, qui c’è una persona: sono stata a tante riunioni, in
tanti bar, a tante manifestazioni e ho visto tanti tipi di generi, ho capito di trovarmi io stessa
all’incrocio di alcuni di essi e di aver incontrato la sessualità in molti dei suoi estremi culturali. Ho
conosciuto molte persone che cercavano di trovare la loro strada nel cuore di un movimento
significativo per il riconoscimento e la libertà sessuale e ho provato io stessa l’euforia e la
frustrazione che accompagnano l’essere parte di quel movimento con le sue speranze e con i suoi
dissensi interni. Comodamente sistemata nell’accademia, vivevo anche una vita fuori da quelle mura,
e per quanto Questione di genere sia un libro accademico, è nato in una sorta di attraversamento
incrociato [crossing over], mentre, seduta sulla spiaggia di Rehoboth, mi chiedevo come avrei potuto
collegare i diversi aspetti della mia vita. Penso che la possibilità di scrivere in un registro
autobiografico non ricollochi il soggetto che io sono, ma forse tutto questo dà a chi legge un senso di
sollievo nel sapere che qui c’è una persona (per il momento tralascio il problema che questa persona
è data nel linguaggio).
Fino a oggi una delle esperienze più gratificanti per me è stata il fatto che questo testo continui a
muoversi fuori dall’ambito accademico. Il libro è stato adottato dal gruppo di attivisti e attiviste
antiomofobiche di Queer Nation e alcune delle riflessioni sulla teatralità dell’autorappresentazione
queer riecheggiano le tattiche di ACT UP, il gruppo di attivisti/e che si dedica al miglioramento delle
condizioni generali di vita delle persone malate di AIDS; allo stesso tempo il libro è potuto figurare
tra i materiali che hanno spinto la American Psychoanalytical Association e la American
Psychological Association a rivedere alcune delle loro opinioni sull’omosessualità. Le questioni
relative alla performatività del genere sono state fatte proprie in modi diversi nelle arti visive, in
alcune mostre del Whitney Museum o alla Otis School for the Arts a Los Angeles, tra l’altro. Alcune
formulazioni sulla questione delle «donne» e sulla relazione tra sessualità e genere sono riuscite a
trovare spazio nella giurisprudenza femminista e tra chi studia il diritto in prospettiva
antidiscriminatoria, in particolare nel lavoro di Vicki Schultz, Katherine Franke e Mary Jo Frug.
A mia volta sono stata spinta a rivedere alcune delle posizioni espresse in Questione di genere in
virtù del mio stesso impegno politico. Nel libro tendo a concepire la rivendicazione
dell’«universalità» in termini esclusivamente negativi ed escludenti. Tuttavia, lavorando, prima come
parte del direttivo e poi come presidente dello stesso, con uno straordinario gruppo di attivisti e
attiviste, nella International Gay and Lesbian Human Rights Commission (1994-1997),
un’organizzazione che rappresenta le minoranze sessuali riguardo a un’ampia gamma di questioni
relative ai diritti umani, sono arrivata a capire che il termine svolge un importante ruolo strategico
proprio in quanto categoria aperta e non-sostanziale. È lì che ho compreso come asserire
l’universalità possa essere un atto prolettico e performativo, poiché evoca una realtà che non esiste
ancora e tende alla possibile convergenza di orizzonti culturali che non si sono ancora incontrati.
Sono quindi arrivata a un secondo modo di intendere l’universalità, per cui è definita quale lavoro di
traduzione culturale orientato verso il futuro16. Più recentemente sono stata spinta a mettere il mio
lavoro in relazione con la teoria politica e, ancora una volta, con il concetto di universalità, in un
libro che sto scrivendo insieme a Ernesto Laclau e Slavoj Žižek sulla teoria dell’egemonia e sulle
sue implicazioni per una sinistra che sia attivista anche sul piano della teoria17. Un’altra dimensione
pratica del mio pensiero ha trovato spazio nel confronto con la psicoanalisi, intesa come progetto
clinico e di ricerca. Con un gruppo di terapeuti/e progressisti/e sto lavorando al progetto di una
nuova rivista intitolata «Studies in Gender and Sexuality», che cerca di far dialogare produttivamente
il lavoro di ricerca e quello clinico sulle questioni della sessualità, del genere e della cultura.
Sia chi ha criticato, sia chi ha amato Questione di genere ha attirato l’attenzione sulla difficoltà
del suo stile. Senza dubbio è strano, e irrita più di una persona, constatare come un libro di non facile
fruibilità secondo standard accademici sia diventato «popolare». Ci si sorprende forse perché si
sottovaluta il pubblico e chi legge, la sua capacità e il suo desiderio di leggere testi complicati, che
costituiscono una sfida, dove la complessità non è gratuita e dove la sfida sta nel mettere in questione
verità date per scontate che, proprio per il fatto di essere scontate, diventano in realtà oppressione.
Penso che quello dello stile sia un terreno complicato, un terreno che non scegliamo
unilateralmente o controlliamo attraverso gli scopi che ci siamo prefissi/e consapevolmente. Fredric
Jameson l’ha detto molto chiaramente nel suo primo libro su Sartre. Certo, si possono praticare stili
diversi, ma quelli che si hanno a disposizione non sono mai del tutto una questione di scelta. Inoltre,
né la grammatica né lo stile sono politicamente neutrali. Imparare le regole che governano
l’intelligibilità delle parole significa farsi inculcare un linguaggio normalizzato, per cui, se non ci si
conforma, si paga il prezzo della perdita di intelligibilità. Come mi ricorda Drucilla Cornell, sulle
orme di Adorno: non c’è niente di radicale nel senso comune. Sarebbe un errore pensare che la
grammatica standard sia il mezzo migliore per esprimere opinioni radicali, viste le limitazioni che
quella stessa grammatica impone sul pensiero, o addirittura su ciò che è pensabile. Ma per alcune
persone sono decisamente fastidiose quelle formulazioni che sottopongono la grammatica a storture o
che implicitamente mettono in questione la sequenza soggetto-verbo nella costruzione della
proposizione. Inducono una fatica maggiore in chi legge e a volte chi legge si sente offeso/a da simili
richieste. Ma chi sente di subire tale offesa sta semplicemente avanzando la legittima richiesta di
«parlar chiaro» oppure la lamentela nasce da aspettative di tipo consumistico rispetto alla vita
intellettuale? Esiste forse un valore che si può derivare da tali esperienze di difficoltà linguistica? Se
il genere stesso viene naturalizzato attraverso le norme grammaticali, come ha sostenuto Monique
Wittig, allora l’alterazione del genere al livello epistemico più fondamentale sarà condotta, in parte,
attraverso una contestazione della grammatica in cui il genere si dà.
Nell’avanzare una richiesta di chiarezza si dimentica che dietro una posizione apparentemente
«chiara» ci sono degli stratagemmi. Avital Ronell ricorda il momento in cui Nixon guardò negli occhi
la nazione, disse: «Lasciatemi chiarire una cosa una volta per tutte» e iniziò a mentire. Che cosa si
muove sotto il segno della «chiarezza» e quale sarebbe il prezzo da pagare per rinunciare
all’esercizio di un certo sospetto critico di fronte all’annuncio dell’avvento della trasparenza? Chi
escogita i protocolli della «chiarezza» e questi protocolli quali interessi servono? Che cosa viene
lasciato da parte nell’insistenza sui ristretti standard della trasparenza quale requisito di ogni
comunicazione? Che cosa viene mantenuto oscuro dalla trasparenza?
Sono cresciuta sperimentando su me stessa qualcosa della violenza delle norme di genere: uno zio
incarcerato a causa di un corpo anatomicamente anomalo, privato della famiglia e degli amici, finito
a trascorrere i suoi giorni in un «istituto» nelle praterie del Kansas; cugini gay costretti ad andarsene
da casa a causa della loro sessualità, reale e immaginata; il mio tempestoso coming out all’età di
sedici anni; e poi nella mia vita adulta una successione di occasioni di lavoro, case e amanti perdute.
Tutto questo mi ha fatto ritrovare in balia di una condanna dura e minacciosa, ma fortunatamente non
mi ha impedito di cercare il piacere e di insistere per avere un riconoscimento che legittimasse la
mia vita sessuale. È stato difficile portare alla luce questa violenza proprio perché il genere era dato
per scontato tanto quanto tenuto violentemente sotto controllo. Era considerato una manifestazione
naturale del sesso o una costante culturale che nessuna capacità umana di agire poteva sperare di
modificare. Sono arrivata anche a capire qualche cosa della violenza della vita esclusa, quella che
non ottiene la definizione di «vivente», quella la cui incarcerazione implica una sospensione della
vita stessa o una prolungata sentenza di morte. Il tentativo ostinato di «denaturalizzare» il genere, in
questo testo nasce, credo, da un forte desiderio di contrapporsi alla violenza normativa implicata
dalle morfologie ideali del sesso e di sradicare l’assunto pervasivo, che si forma nei discorsi comuni
e in quelli accademici sulla sessualità, che l’eterosessualità sia un presupposto naturale. La scrittura
di questa denaturalizzazione non è stata fatta solo per il desiderio di giocare con il linguaggio o di
prescrivere pagliacciate teatrali, in sostituzione della politica «vera», come hanno ipotizzato alcune
critiche (come se teatro e politica fossero sempre distinti). È nata piuttosto da un desiderio di vivere,
di rendere possibile la vita e di ripensare il possibile in quanto tale. Come dovrebbe essere il mondo
perché mio zio potesse vivere con la sua famiglia, i suoi amici o altre persone a lui variamente
legate? Come dobbiamo ripensare i vincoli morfologici ideali imposti all’umano in modo che chi non
si avvicina alla norma non venga condannato/a a una morte in vita?18
Tra coloro che hanno letto questo libro c’è chi si è chiesto/a se esso cerchi di estendere l’ambito
delle possibilità di genere per una qualche ragione particolare. La domanda è: a che fini vengono
escogitate nuove configurazioni di genere? E come dovremmo fare per giudicarle? La domanda
spesso presuppone una premessa, e cioè che il testo non prende in considerazione la dimensione
normativa o prescrittiva del pensiero femminista. Ovviamente nell’incontro critico tra prescrittività e
femminismo, il termine «normativo» assume almeno due significati, visto che si tratta di una parola
che utilizzo spesso, soprattutto per descrivere la violenza comunemente messa in atto da certi tipi di
ideali di genere. Di solito uso «normativo» come sinonimo di qualcosa «che si riferisce alle norme
che governano il genere». Ma il termine «normativo» fa anche riferimento alla giustificazione etica,
al modo in cui essa viene stabilita e alle sue concrete conseguenze. Una delle questioni critiche
sviluppatesi da Questione di genere è stata: in che modo possiamo formulare dei giudizi su come
vivere il genere in base alle descrizioni teoriche qui proposte? Non è possibile opporsi alle forme
normative del genere senza sottoscrivere, al contempo, una determinata concezione normativa del
modo in cui il mondo connotato in termini di genere dovrebbe essere. Voglio suggerire, tuttavia, che
la concezione normativa di tipo positivo che questo testo comunque presenta non ha e non può avere
la forma di una prescrizione del tipo: «sovverti il genere nel modo che dico io e la tua vita sarà
migliore».
Coloro che impongono tali prescrizioni, o che vogliono mettere in alternativa espressioni
sovversive e non sovversive del genere, formulano il loro giudizio sulla base di una descrizione. Il
genere appare in questa o in quella forma, e poi si esprime un giudizio normativo su quelle apparenze
e sulla base di ciò che appare. Ma da che cosa dipende l’ambito dell’apparenza per quanto riguarda
il genere stesso? Si potrebbe essere tentati/e di fare la seguente distinzione: un approccio descrittivo
al genere implica considerare ciò che lo rende intelligibile, indagare le sue condizioni di possibilità,
mentre un approccio normativo cerca di dirimere la questione in merito a quali espressioni siano
accettabili e quali no, fornendo motivazioni persuasive per distinguere in questo modo tra di esse.
Tuttavia, la domanda in merito a ciò che si qualifica come «genere» è essa stessa già un problema
che segnala un’operazione di potere pervasivamente normativa, un’operazione effimera che derubrica
un «caso da verificare» in uno «stato delle cose». Perciò la stessa descrizione dell’ambito del genere
non precede né è separabile dalla questione del suo funzionamento operativo.
Non mi interessa dare giudizi su cosa distingua ciò che è sovversivo da ciò che non lo è. Non solo
penso che tali giudizi non possano essere formulati fuori da un contesto, ma anche che non possano
essere espressi in modi che resistono nel tempo (gli stessi «contesti» sono unità postulate, soggette al
cambiamento nel tempo, e che mostrano la loro essenziale eterogeneità). Come le metafore perdono
la loro metaforicità quando con il tempo si irrigidiscono in concetti, così le performance sovversive
corrono sempre il rischio di diventare dei cliché che perdono forza attraverso la ripetizione e, cosa
ancora più importante, attraverso la ripetizione nella società dei consumi, dove la «sovversione» ha
un valore di mercato. Il tentativo di dare un nome al criterio che determina il grado di sovversività è
sempre destinato a fallire, ed è giusto che sia così. Quindi, a che scopo usare il termine?
Quel che continua a premermi riguarda questioni come: che cosa costituirà o non costituirà una vita
intelligibile? come gli assunti relativi al genere e alla sessualità normativi determinano in anticipo
ciò che si qualificherà come l’«umano» e il «vivibile»? In altre parole: in che modo funzionano gli
assunti normativi che riguardano il genere per arrivare a delimitare l’ambito della descrizione che
abbiamo a disposizione per l’umano? Con quali mezzi possiamo cogliere questo potere di
delimitazione e con quali mezzi riusciamo a trasformarlo?
La discussione del drag proposta in Questione di genere per spiegare la dimensione costruita e
performativa del genere a rigore non è un esempio di sovversione. Sarebbe un errore considerarla un
paradigma dell’azione sovversiva o addirittura un modello di azione politica. Si tratta di qualcosa di
diverso. Se si pensa di vedere un uomo vestito da donna o una donna vestita da uomo, allora si
assume il primo termine di ognuna di queste percezioni come la «realtà» del genere: il genere che
viene introdotto attraverso la similitudine manca di «realtà» ed è considerato come un’apparenza
illusoria. In tali percezioni, in cui una realtà apparente è unita a un’irrealtà, crediamo di sapere qual è
la realtà e consideriamo l’apparenza secondaria del genere come mero artificio, gioco, falsità e
illusione. Ma che senso ha la «realtà del genere» che fonda così questa percezione? Forse crediamo
di sapere quale sia l’anatomia di una persona (a volte non lo sappiamo, e di sicuro non siamo
consapevoli delle variazioni possibili nella descrizione anatomica). Oppure ricaviamo tale
conoscenza dai vestiti che quella persona indossa o dal modo in cui sono indossati. Si tratta di una
conoscenza naturalizzata, per quanto essa possa essere basata su una serie di inferenze culturali,
alcune delle quali profondamente sbagliate. Infatti, già se ci si sposta dal drag alla transessualità non
è più possibile formulare un giudizio di stabilità anatomica a partire dai vestiti che ricoprono e
articolano il corpo. Quel corpo può non aver ancora subito un’operazione, può essere in fase di
transizione oppure può aver già subito un’operazione; anche il fatto di «vedere» il corpo può non
essere sufficiente a rispondere alla domanda: a che cosa servono le categorie attraverso le quali si
vede? È proprio nel momento in cui vengono meno le proprie percezioni stabili e consolidate, in cui
non si può leggere con sicurezza il corpo che si vede, che non si dà più la certezza che quel corpo
che si ha davanti sia quello di un uomo o quello di una donna. L’oscillazione tra le due categorie
costituisce di per sé l’esperienza del corpo in questione.
Quando queste categorie vengono messe in dubbio, anche la realtà del genere entra in crisi: non è
più chiaro come si possa distinguere il reale dall’irreale. Ed è questa l’occasione in cui arriviamo a
capire che ciò che consideriamo come «reale», ciò che invochiamo come conoscenza naturalizzata
del genere è, di fatto, una realtà passibile di cambiamento e revisione. Che la si chiami sovversiva o
che la si chiami in qualsiasi altro modo. Per quanto questa consapevolezza non costituisca di per sé
una rivoluzione politica, tuttavia nessuna rivoluzione politica è possibile senza che si sposti
radicalmente la nozione che ognuno e ognuna ha di ciò che è reale e di ciò che è possibile. A volte
questo spostamento è l’esito di determinati tipi di pratiche che precedono la loro teorizzazione
esplicita e che spingono a ripensare le nostre categorie di base: che cos’è il genere, come viene
prodotto e riprodotto, quali sono le sue possibilità? Allora, il campo sedimentato e reificato della
«realtà» del genere viene inteso come qualcosa che può essere costruito in modo diverso e, anzi,
meno violento.
L’assunto principale di questo testo non è di celebrare il drag come espressione di un genere
autentico, che faccia da modello (anche se è importante opporsi a chi sminuisce il drag, come a volte
accade), ma di mostrare che la conoscenza naturalizzata del genere opera nella forma di una
delimitazione preventiva e violenta della realtà. Nella misura in cui le norme di genere (dimorfismo
ideale, complementarità eterosessuale dei corpi, ideali e canoni per definire la mascolinità e la
femminilità appropriate o meno, laddove molte di queste norme sono supportate da codici razziali di
purezza e da tabù dell’incrocio tra razze) stabiliscono che cosa sarà e che cosa non sarà intelligibile
come umano, che cosa sarà e che cosa non sarà considerato «reale», stabiliscono anche l’ambito
ontologico nel quale ai corpi può essere data legittima espressione. Se Questione di genere ha un
compito positivamente normativo, tale compito sta nell’insistere sulla necessità di estendere questa
legittimità a corpi che sono stati considerati falsi, irreali e inintelligibili. Il drag altro non è che un
esempio per mostrare che la «realtà» non è poi così fissa come generalmente crediamo. L’esempio
mira a svelare l’esilità della «realtà» del genere per contrapporsi alla violenza messa in atto dalle
norme di genere.
In questo testo, come altrove, ho cercato di capire in cosa consista la capacità di agire
politicamente, tenuto conto del fatto che non può essere isolata dalle dinamiche di potere che la
informano. L’iterabilità della performatività è una teoria della capacità di agire, che non può
disconoscere il potere come sua condizione di possibilità. Questo testo non esamina a sufficienza la
dimensione sociale, psichica, corporea e temporale della performatività. In un certo modo, il lavoro
continuo di precisazione di questi aspetti, portato avanti in risposta a molte ottime critiche, orienta la
maggior parte delle mie pubblicazioni successive.
Negli ultimi dieci anni attorno a questo testo sono emersi altri quesiti ai quali ho cercato di
rispondere in varie pubblicazioni. Per quanto riguarda lo statuto della materialità del corpo, ho
fornito una riconsiderazione e una revisione delle mie posizioni in Corpi che contano. Sulla
questione della necessità della categoria delle «donne» per l’analisi femminista ho rivisto e ampliato
le mie idee nel saggio Contingent Foundations, contenuto nel volume Feminists Theorize the
Political, da me curato insieme a Joan W. Scott e pubblicato da Routledge nel 1993, e nel volume
collettaneo Feminist Contentions, pubblicato sempre da Routledge nel 1995.
Non credo che il post-strutturalismo implichi la morte della scrittura autobiografica, ma che ci
faccia davvero concentrare sulla difficoltà dell’«io» nell’esprimere se stesso attraverso il linguaggio
che ha a disposizione. Perché questo «io» che state leggendo è in parte la conseguenza della
grammatica che governa la disponibilità delle persone nel linguaggio. Io non sono fuori dal
linguaggio che mi struttura, ma non sono nemmeno determinata dal linguaggio che rende possibile
questo «io». È questo il vincolo dell’espressione di sé, così come io lo intendo. Questo significa che
tu non ricevi mai me al di là della grammatica che stabilisce la mia disponibilità per te. Se considero
trasparente questa grammatica, finisco per non richiamare l’attenzione proprio su quella sfera del
linguaggio che stabilisce e abolisce l’intelligibilità, cosa che equivarrebbe a vanificare il mio stesso
progetto, così come ve l’ho descritto in queste pagine. Non sto cercando di fare la difficile, ma solo
di attirare l’attenzione su una difficoltà senza la quale nessun «io» può apparire.
Questa difficoltà assume una dimensione specifica quando la si accosta da una prospettiva
psicoanalitica. Nel mio sforzo di comprendere l’opacità dell’«io» nel linguaggio, dopo la
pubblicazione di Questione di genere mi sono rivolta sempre più alla psicoanalisi. Tentare, come si
usa fare, di istituire una polarizzazione tra la teoria della psiche e quella del potere è
controproducente, perché le forme sociali del genere sono così oppressive in parte proprio per le
difficoltà psichiche che producono. Ho cercato di considerare i modi in cui Foucault e la psicoanalisi
possono essere pensati insieme in La vita psichica del potere, originariamente pubblicato dalla
Stanford U.P. nel 1997. Mi sono servita della psicoanalisi anche per tenere a freno l’eventuale
volontarismo del mio modo di intendere la performatività, senza per questo indebolire una teoria più
generale della capacità di agire. Questione di genere a volte dà l’impressione che il genere sia
semplicemente un’autoinvenzione o che il significato psichico di un modo di presentarsi connotato
dal punto di vista del genere possa essere rilevato direttamente a partire dalla superficie. Entrambi
questi assunti hanno dovuto essere ridefiniti con il tempo. Inoltre, la mia teoria a volte oscilla tra una
concezione linguistica della performatività e una sua proiezione verso la dimensione teatrale. Sono
arrivata alla conclusione che i due aspetti sono immancabilmente collegati, con un chiasmo, e che una
riconsiderazione dell’atto del discorso come istanza di potere richiama immancabilmente l’attenzione
sia sulla dimensione teatrale sia su quella linguistica. In Parole che provocano, ho cercato di
mostrare che l’atto del discorso è allo stesso tempo una performance (e dunque è teatrale, presentato
a un pubblico, soggetto a interpretazione) e qualcosa che agisce nel linguaggio, perché provoca una
serie di effetti attraverso la sua relazione implicita con le convenzioni linguistiche. Se il problema è
capire come una teoria dell’atto del discorso sia collegata ai gesti del corpo, basta solo pensare al
fatto che il discorso stesso è un atto del corpo con specifiche conseguenze linguistiche. Perciò il
parlare non appartiene in modo esclusivo alla presentazione corporea né al linguaggio, e il suo
statuto come parola e azione è necessariamente ambiguo. Un’ambiguità che ha effetti sulla pratica del
coming out, per via del potere insurrezionale dell’atto del discorso, per via della dimensione
linguistica come condizione della seduzione del corpo e come minaccia di un’offesa al corpo stesso.
Se dovessi riscrivere questo libro oggi, includerei una discussione del transgender e
dell’intersessualità, di come l’ideale dimorfismo di genere funzioni in entrambi i tipi di discorso e
delle diverse relazioni con l’intervento chirurgico che tali questioni correlate intrattengono.
Includerei anche una discussione della sessualità razzializzata e, in particolare, del modo in cui i tabù
sull’incrocio tra razze (e la romanticizzazione dello scambio sessuale interrazziale) siano essenziali
per le forme naturalizzate e denaturalizzate che il genere assume. Continuo a sperare in una
coalizione di minoranze sessuali che vada oltre le semplici categorie dell’identità, che rifiuti la
cancellazione della bisessualità, che si contrapponga e dissipi la violenza imposta da norme
restrittive relative al corpo. Spero che una tale coalizione si basi sulla complessità irriducibile della
sessualità e sul suo coinvolgimento in diverse dinamiche del potere discorsivo e istituzionale, e che
nessuno o nessuna riduca troppo frettolosamente il potere a una gerarchia e rifiuti la sua dimensione
politica produttiva. Continuo a pensare che ottenere il riconoscimento del proprio status come
minoranza sessuale, anche se è un compito arduo all’interno dei discorsi dominanti del diritto, della
politica e del linguaggio, sia necessario per la sopravvivenza. Rendere mobili le categorie identitarie
per renderle politiche corre sempre il rischio che l’identità diventi uno strumento del potere cui ci si
oppone. Questo non è un motivo per non usare l’identità, e per non essere usati/e da essa. Non c’è
posizione politica del tutto depurata dal potere, e forse proprio questa impurità è ciò che produce la
capacità di agire, come una potenziale interruzione e rovesciamento dei regimi di regolamentazione.
Coloro che sono destinati e destinate a essere definiti/e come «irreali» si appropriano comunque del
reale; ed è un’appropriazione che avviene sulla base di un piano condiviso, cosicché quella che è una
sorpresa performativa produce un’instabilità vitale. Questo libro è stato dunque scritto come parte
della vita culturale di una lotta collettiva che ha conseguito, e continuerà a conseguire, qualche
successo nell’aumentare le possibilità di avere una vita vivibile per coloro che vivono, o cercano di
vivere, ai margini della sessualità19.
Judith Butler
Berkeley, California, giugno 1999
1
Tanto del significato e della vita di questo testo è racchiuso nella felice scelta del titolo inglese: Gender Trouble. Un «trouble» che non
è un neutrale problema, o semplicemente una questione aperta, ma che mette in gioco il senso di un disturbo, di un fastidio, di un «guaio»
e di una confusione, che si può provocare o subire, ma anche provocare e subire allo stesso tempo. La «questione di genere» disturba, dà
fastidio, irrita, è urticante, ma allo stesso tempo può sparigliare le carte del suo stesso gioco. Non è insomma una frivola «questione» tra
le tante. La plurivocità semantica e non conciliante che il titolo proietta sulle sue possibili letture è importante che resti come chiave
d’accesso, al di là delle scelte traduttive e al di là della vita singolare che questo testo ha continuato ad avere in contesti a volte non
previsti e mai del tutto prevedibili. Per questo va ricordato che questa traduzione italiana è in realtà una ri-traduzione, che prova però a
confrontarsi solo ed esclusivamente con il testo inglese e che nell’accettare la sfida si augura che ciò che ne sarà in italiano di Gender
Trouble continui a provocare disturbi, problemi e confusione creativa (N.d.T.).
2
Termini come ‘queer’, ‘drag’, ‘butch’, ‘femme’, ‘transgender’, ‘straight’, ‘girl’, tra gli altri, in questa traduzione sono inseriti nel
discorso italiano senza indicazione della loro provenienza dall’inglese (con un corsivo, per esempio). Questo, da un lato, per indicare che
sono ormai entrati nell’uso all’interno dei dibattiti sul genere, dall’altro a prefigurare la possibilità di una loro circolazione in italiano ancora
maggiore, come segno dell’apertura di un dibattito su questi temi a un livello più ampio (N.d.T.).
3
Nel momento in cui è andata in stampa questa prefazione c’erano alcune case editrici francesi che stavano prendendo in
considerazione la traduzione di questo lavoro, ma solo perché Didier Eribon e altri/e hanno inserito le tesi sostenute in questo testo nei
dibattiti della politica contemporanea francese sulla ratifica delle unioni omosessuali. [Il testo è stato poi tradotto in francese nel 2005 con
il titolo di Trouble dans le genre. Le féminisme et la subversion de l’identité, prefazione di E. Fassin, trad. di C. Krauss, La
Découverte, Paris (N.d.T.)].
4
Ho scritto due brevi pezzi su questo: le postfazioni rispettivamente al volume Butch/Femme: Inside Lesbian Gender, a cura di S.
Munt, Cassell, London 1998, e a Transgender in Latin America: Persons Practices and Meanings, numero monografico della rivista
«Sexualities», V, 1998, 3.
5
C. MacKinnon, Feminism Unmodified: Discourse on Life and Law, Harvard U.P., Cambridge (MA), 1987, pp. 6-7.
6
Purtroppo Questione di genere è uscito pochi mesi prima del monumentale Epistemology of the Closet di Eve Kosofsky Sedgwick
(University of California Press, Los Angeles 1991; trad. it., Stanze private, Carocci, Roma 2011) e le mie tesi non hanno potuto
beneficiare della sottile discussione sul genere e sulla sessualità contenuta nel primo capitolo del libro.
7
Su questo punto mi ha convinto Jonathan Goldberg.
8
Per una bibliografia più o meno completa delle mie pubblicazioni e delle citazioni dei miei lavori cfr. l’ottimo lavoro di Eddie Yeghiayan
presso la biblioteca di Irvine dell’Università della California: http://www.lib.uci.edu/about/publications/wellek/butler/index.html [aggiornato
al 2002 (N.d.T.)].
9
Devo molto a Biddy Martin, Eve Sedgwick, Slavoj Žižek, Wendy Brown, Saidiya Hartman, Mandy Merck, Lynne Layton, Timothy
Kaufmann-Osborne, Jessica Benjamin, Seyla Benhabib, Nancy Fraser, Diana Fuss, Jay Presser, Lisa Duggan ed Elizabeth Grosz per l
loro critiche intelligenti alla mia idea di performatività.
10
La nozione della dimensione rituale della performatività è affine alla nozione di «habitus» elaborata da Pierre Bourdieu, cosa che sono
arrivata a capire solo dopo aver scritto questo testo. Per un mio tardivo tentativo di dare conto di questa risonanza cfr. il capitolo finale di
Excitable Speech: A Politics of the Performative, Routledge, New York 1997 (trad. it., Parole che provocano. Per una politica del
performativo, Raffaello Cortina, Milano 2010).
11
Jacqueline Rose mi ha giustamente segnalato una frattura tra le prime e le ultime parti di questo testo. Le prime interrogano la
costruzione melanconica del genere, ma le ultime sembrano dimenticare l’inizio psicoanalitico. Forse questo dà conto in parte della
«mania» del capitolo finale, uno stato definito da Freud come parte del disconoscimento della perdita che la melanconia rappresenta.
Questione di genere nelle sue pagine conclusive sembra dimenticare o disconoscere la perdita che ha appena articolato.
12
The Psychic Life of Power. Theories in Subjection, Stanford U.P., Stanford (CA) 1997 (trad. it., La vita psichica del potere,
Meltemi, Roma 2006).
13
Cfr. Bodies that Matter, Routledge, New York 1993 (trad. it., Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso, Feltrinelli, Milano
1996), nonché la critica competente e interessante che mette in relazione alcune delle questioni sollevate qui con gli studi scientifici
contemporanei contenuta in K. Barad, Getting Real: Technoscientific Practices and the Materialization of Reality, in «differences»,
V, 1998, 2, pp. 87-126.
14
Il mio lavoro è stato influenzato da studiose come Saidiya Hartman, Lisa Lowe e Dorinne Kondo. Anche molti degli studi attuali sul
«passing» hanno affrontato questo problema. Il mio saggio sull’opera di Nella Larsen Passing contenuto nell’edizione originale inglese di
Corpi che contano, cit., ha cercato preliminarmente di porre il problema. Certo, il lavoro di Homi Bhabha sulla scissione mimetica del
soggetto postcoloniale si avvicina alle mie posizioni in molti modi: non solo l’appropriazione della «voce» coloniale da parte di chi subisce il
colonialismo, ma anche la condizione scissa dell’identificazione è cruciale per una nozione di performatività che enfatizza il modo in cui, in
condizioni di dominio, le identità minoritarie sono prodotte e allo stesso tempo sono scisse.
15
Il lavoro di Kobena Mercer, Kendall Thomas e Hortense Spillers è stato molto utile per l’elaborazione del mio pensiero su questi temi
che ha fatto seguito a Questione di genere. Spero anche di pubblicare presto un saggio su Frantz Fanon che affronta questioni di mimesi
e iperbole nel suo Pelle nera, maschere bianche [un saggio su questi temi è effettivamente uscito con il titolo di Violence, NonViolence, Sartre on Fanon, in «Graduate Faculty Philosophy Journal», 2006, 1, pp. 3-24; trad. it., Violenza e non-violenza: Sartre su
Fanon, in Judith Butler. Violenza e non-violenza, a cura di S. Adamo, numero monografico di «aut aut», 2009, 344, pp. 32-64
(N.d.T.)]. Sono grata a Greg Thomas, che ha recentemente concluso una tesi di dottorato in retorica all’Università di Berkeley dedicata
alla razzializzazione delle sessualità negli Stati Uniti, per aver stimolato e arricchito la mia comprensione di questa intersezione cruciale.
16
Ho fornito riflessioni sull’universalità in miei scritti successivi, soprattutto nel capitolo 2 di Parole che provocano, cit.
17
Il libro è uscito nel 2000: J. Butler, E. Laclau, S. Žižek,Contingency, Hegemony, Universality: Contemporary Dialogues On The
Left, Verso, London-New York 2000; trad. it., Dialoghi sulla sinistra. Contingenza, egemonia, universalità, Laterza, Roma-Bari
2010 (N.d.T.).
18
Si vedano le importanti pubblicazioni della Intersex Society of North America (comprese le pubblicazioni di Cheryl Chase) che più di
ogni altra organizzazione ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica lo stretto e violento controllo esercitato su neonati/e e bambini/e
nati/e con corpi anomali dal punto di vista del genere. Per maggiori informazioni si può contattare l’associazione all’indirizzo web
http://www.isna.org [anche se tale indirizzo internet esiste ancora, l’associazione si è sciolta nel 2008 (N.d.T.)].
19
Ringrazio Wendy Brown, Joan W. Scott, Alexandra Chasin, Frances Bartkowski, Janet Halley, Michel Féher, Homi Bhabha, Drucilla
Cornell, Denise Riley, Elizabeth Weed, Kaja Silverman, Ann Pellegrini, William Connolly, Gayatri Chakravorty Spivak, Ernesto Laclau
Eduardo Cadava, Florence Dore, David Kazanjian, David Eng e Dina Al-kassim per il loro sostegno e la loro amicizia nella primavera del
1999, quando ho scritto questa prefazione.
Prefazione all’edizione 1990
Nel femminismo contemporaneo i dibattiti sui significati del genere continuano spesso a provocare un
senso di disturbo, come se l’indeterminatezza del genere potesse infine culminare nel fallimento del
femminismo. Forse l’idea di una questione aperta, di un problema, non dovrebbe avere una valenza
così negativa. Creare problemi, nei discorsi che hanno dominato la mia infanzia, era qualcosa che
non si doveva mai fare, perché ti poteva mettere nei guai. I trouble, in inglese, cioè lo stesso termine
che dà il titolo all’edizione originale di questo libro (Gender Trouble) e che rimanda all’idea sia di
creare problemi, di disturbare, di fare confusione sia di mettersi o trovarsi nei guai. La ribellione e la
sua reprimenda sembravano così racchiusi nello stesso termine, cosa che diede origine al mio primo
sguardo critico nei confronti degli stratagemmi del potere: la legge predominante minacciava di farti
finire nei guai, ti ci metteva addirittura nei guai, e tutto questo per tenerti fuori dai guai. Da qui sono
arrivata alla conclusione che i guai e i problemi sono inevitabili e che non c’è miglior modo di
affrontarli che di entrarci dentro. Con il passare del tempo si presentarono ulteriori ambiguità sulla
scena critica. Iniziai a notare che il termine trouble era talvolta un eufemismo per esprimere un
qualche problema fondamentalmente misterioso di solito legato al presunto mistero di tutto ciò che
riguarda la femminilità. Lessi Beauvoir, la quale spiegava che essere donna, nel quadro di una
cultura maschilista, significa essere fonte di mistero e inconoscibilità per gli uomini; e questo sembrò
trovare conferma in qualche modo quando lessi Sartre, per il quale ogni desiderio,
problematicamente assunto come eterosessuale e al maschile [masculine], era definito dalla parola
trouble che in francese significa scompiglio, disturbo, turbamento20. Per quel soggetto al maschile di
desiderio la questione si trasformò in uno scandalo con l’improvvisa intrusione, l’imprevista
capacità di azione, di un «oggetto» femminile [female] che inesplicabilmente restituisce lo sguardo,
ribalta il punto di vista e contesta il posto e l’autorità della posizione al maschile. La dipendenza
radicale del soggetto al maschile dall’«Alterità» femminile mette improvvisamente in evidenza
l’illusorietà dell’autonomia del soggetto stesso. Quel particolare rovesciamento dialettico di potere,
tuttavia, non riusciva a trattenere la mia attenzione – anche se altri rovesciamenti sicuramente lo
facevano. Il potere sembrava essere qualche cosa di più di uno scambio tra soggetti o di una
relazione di costante inversione tra il soggetto e un «Altro»; di fatto, il potere sembrava operare nella
produzione di quella stessa cornice binaria che serviva per pensare il genere. Mi chiedevo: quale
configurazione di potere costruisce il soggetto e l’Altro, la relazione binaria tra «uomini» e «donne»
e la stabilità interna di questi termini? Quale restrizione è all’opera qui? Questi termini sono
aproblematici solo in quanto conformi a una matrice eterosessuale che serve a concettualizzare il
genere e il desiderio? Che cosa succede al soggetto e alla stabilità delle categorie di genere quando
il regime epistemico della presunta eterosessualità viene smascherato come ciò che produce e reifica
quelle che si presentano come categorie ontologiche?
Ma come si può mettere in dubbio un regime epistemologico/ontologico? Qual è il modo migliore
di mettere seriamente in questione le categorie di genere che sostengono le gerarchie di genere e
l’eterosessualità obbligatoria? Si pensi al destino dell’espressione «female trouble», che in inglese
designa storicamente quell’indisposizione femminile senza nome, sotto il cui velo si allude
sottilmente alla nozione che l’essere di sesso femminile sia una naturale indisposizione. Per quanto la
medicalizzazione dei corpi delle donne sia un problema serio, il termine fa anche ridere, e il riso di
fronte alle categorie serie è qualcosa di indispensabile per il femminismo. Senza dubbio, il
femminismo continua ad avere bisogno di proprie forme di seria giocosità. Female Trouble è altresì
il titolo del film di John Waters con l’attore/attrice Divine, protagonista anche di Hairspray, che
impersona le donne in modo da suggerire implicitamente che il genere è un tipo di personificazione
persistente che passa per vera. La sua performance destabilizza proprio la distinzione tra naturale e
artificiale, tra profondità e superficie, tra interno ed esterno; distinzione attraverso la quale il
discorso sui generi quasi sempre opera. Il drag è un’imitazione del genere o una messa in scena dei
gesti significanti attraverso i quali il genere stesso viene istituito? L’essere femminile costituisce un
«fatto naturale», una performance culturale, oppure è «naturalità» costituita attraverso atti
performativi discorsivamente obbligati che producono il corpo attraverso e all’interno delle
categorie del sesso? Nonostante Divine, le pratiche di genere nelle culture gay e lesbiche spesso
tematizzano il «naturale» in contesti parodici che mettono in rilievo la costruzione performativa di un
sesso vero e originale. Quali altre categorie identitarie fondative – il binarismo del sesso, del genere
e del corpo – si può dimostrare siano produzioni che creano l’effetto del naturale, dell’originale e
dell’inevitabile?
Mettere in evidenza il fatto che le categorie fondative del sesso, del genere e del desiderio sono
effetti di una specifica formazione di potere richiede un tipo di indagine critica che Foucault,
riformulando la proposta di Nietzsche, definisce «genealogia». Una critica genealogica si rifiuta di
cercare le origini del genere, l’intima verità del desiderio femminile, un’identità sessuale genuina o
autentica che la repressione ha impedito di vedere; anzi, la genealogia indaga la posta politica che è
in gioco nel designare come origine e causa quelle categorie identitarie che in realtà sono effetti di
istituzioni, pratiche, discorsi che hanno origini multiple e diffuse. Il compito di questa analisi è di
concentrarsi su – e decentrare – tali istituzioni definitorie: il fallogocentrismo e l’eterosessualità
obbligatoria.
Proprio perché quella del «femminile» non sembra più essere una nozione stabile, essendo il suo
significato disturbato e instabile tanto quanto quello di «donna», e proprio perché entrambi i termini
diventano problematici solo in quanto termini relazionali, questa indagine si concentra sul genere e
sull’analisi relazionale che esso suggerisce. Inoltre, non è più così chiaro se la teoria femminista
debba risolvere la questione dell’identità primaria per poter procedere con il proprio compito
politico. Piuttosto, dovremmo chiederci quali possibilità politiche conseguono da una critica radicale
delle categorie identitarie. Quale nuova forma di politica emerge quando non è più l’identità come
base comune a determinare il discorso sulle politiche femministe? E in che misura lo sforzo di
individuare un’identità comune come momento fondativo di una politica femminista impedisce
un’indagine radicale sulla costruzione e sulla regolamentazione politica dell’identità stessa?
Questo testo è diviso in tre capitoli che producono una genealogia critica delle categorie di genere
in ambiti discorsivi molto diversi tra loro. Il primo, Soggetti di sesso/genere/desiderio, riconsidera
lo status delle «donne» come soggetto del femminismo e la distinzione sesso/genere.
L’eterosessualità obbligatoria e il fallogocentrismo sono intesi come regimi di potere/discorso che
rispondono in modi spesso divergenti alla domanda fondamentale del discorso sul genere: in che
modo il linguaggio costruisce le categorie del sesso? La «femminilità» [feminine] resiste alla
rappresentazione all’interno del linguaggio? Il linguaggio va inteso come fallogocentrico (la domanda
posta da Luce Irigaray)? Il sesso «al femminile» [feminine] è l’unico rappresentato all’interno di un
linguaggio che fa convergere il femminile e il sessuale (secondo la tesi di Monique Wittig)? Dove e
come l’eterosessualità obbligatoria e il fallogocentrismo arrivano a coincidere? E dove divergono
l’una dall’altro? Come fa il linguaggio a produrre la costruzione finzionale del «sesso» che sostiene
questi diversi regimi di potere? Quali tipi di continuità si pensa esistano tra genere, sesso e desiderio
all’interno di un linguaggio che presuppone l’eterosessualità? Questi termini sono distinti gli uni
dagli altri? Quali tipi di pratiche culturali producono una discontinuità e una dissonanza sovversive
tra sesso, genere e desiderio e mettono in questione le loro relazioni che si danno comunemente per
scontate?
Il secondo capitolo, Il divieto, la psicoanalisi e la produzione della matrice eterosessuale,
propone una lettura selettiva dei resoconti strutturalisti, psicoanalitici e femministi del tabù
dell’incesto come meccanismo che cerca di sancire identità di genere distinte e coerenti all’interno di
una cornice eterosessuale. In alcuni discorsi psicoanalitici la questione dell’omosessualità è
invariabilmente associata a forme di inintelligibilità culturale e, nel caso del lesbismo, alla
desessualizzazione del corpo femminile. Su un altro versante, l’uso della teoria psicoanalitica ai fini
di una descrizione di «identità» di genere complesse viene praticato attraverso l’analisi dei concetti
di identità, identificazione e travestimento in Joan Rivière e in altra letteratura psicoanalitica. Dopo
aver sottoposto il tabù dell’incesto alla critica dell’ipotesi repressiva proposta da Foucault nella
Storia della sessualità, mostro come quella struttura interdittiva o giuridica fondi l’eterosessualità
obbligatoria entro un’economia sessuale maschilista e al contempo ne renda possibile una sfida
critica. La psicoanalisi è un’indagine antifondazionale che afferma una complessità sessuale la quale
deregolamenta efficacemente codici sessuali rigidi e gerarchici, oppure mantiene una serie di assunti
non riconosciuti relativi ai fondamenti delle identità che operano a vantaggio proprio di quelle stesse
gerarchie?
L’ultimo capitolo, Atti sovversivi del corpo, parte da una considerazione critica della costruzione
del corpo materno in Julia Kristeva per mostrare le norme implicite che governano l’intelligibilità
culturale del sesso e della sessualità nel suo lavoro. Anche se viene usato Foucault per una critica di
Kristeva, un’analisi ravvicinata del lavoro dello stesso Foucault rivela una problematica indifferenza
alla differenza sessuale. La sua critica della categoria di sesso, tuttavia, ci dà la possibilità di
guardare dentro le pratiche di regolamentazione di alcune finzioni mediche contemporanee,
finalizzate a designare un sesso univoco. Le riflessioni teoriche e la scrittura creativa di Monique
Wittig propongono una «disintegrazione» dei corpi costituiti culturalmente, suggerendo che la stessa
morfologia sia la conseguenza di uno schema concettuale egemonico. L’ultimo paragrafo di questo
capitolo, Iscrizioni corporee, sovversioni performative, prende in considerazione la costruzione
politica dei limiti e della superficie dei corpi, a partire dal lavoro di Mary Douglas e Julia Kristeva.
Come strategia di denaturalizzazione e risignificazione delle categorie del corpo, descrivo e
propongo una serie di pratiche parodiche basate su una teoria performativa degli atti di genere che
faccia delle categorie di corpo, sesso, genere e sessualità una questione aperta e scomoda e ne
determini la risignificazione e la proliferazione sovversiva e al di là della cornice del binarismo.
Sembra che ogni testo abbia più fonti di quante ne possa ricostruire al proprio interno. Si tratta di
fonti che definiscono e danno forma allo stesso linguaggio del testo in modi che non potrebbero
essere compresi senza un completo dispiegamento del testo stesso, naturalmente senza garanzie che
quel dispiegamento possa arrivare a una conclusione. Anche se ho iniziato questa prefazione con una
storia che fa parte della mia infanzia, devo dire che si tratta di una fabula irriducibile a meri fatti. In
effetti il mio scopo, più in generale, è di delineare il modo in cui le invenzioni che riguardano il
genere stabiliscono e fanno circolare una designazione erronea dei fatti naturali. Ovviamente è
impossibile ritrovare l’origine di questi saggi, individuare i diversi momenti che hanno reso
possibile questo testo. I diversi testi sono stati qui raccolti per facilitare una convergenza politica tra
il femminismo, le prospettive gay e lesbiche sul genere e la teoria post-strutturalista. La filosofia è il
meccanismo disciplinare predominante che mobilita questo soggetto-autrice, sebbene raramente, o
mai, appaia separato da altri discorsi. Questa indagine cerca di attestare quelle posizioni che sono ai
margini critici della vita disciplinare. Il punto non è rimanere marginali, ma partecipare a qualunque
rete e zona di marginalità che siano generate da altri centri disciplinari e che, insieme, costituiscano
una dislocazione multipla di quelle autorità. La complessità del genere richiede una serie di discorsi
interdisciplinari e post-disciplinari per resistere all’addomesticamento degli studi di genere e dei
Women Studies in ambito accademico e per radicalizzare la nozione di critica femminista.
La stesura di questo testo è stata resa possibile da varie forme di sostegno istituzionale e
individuale. L’American Council of Learned Societies mi ha conferito una borsa Recent Recipient of
the Ph.D. per il semestre autunnale del 1987 e la School of Social Science presso l’Institute for
Advanced Study di Princeton mi ha fornito borsa di studio, alloggio e discussioni stimolanti nel corso
dell’anno accademico 1987-1988. Il mio lavoro è stato sostenuto anche dalla borsa di ricerca per
docenti offerta dalla George Washington University nell’estate del 1987 e in quella del 1988. Joan
W. Scott ha dato un inestimabile e incisivo sguardo critico sul mio lavoro in diversi momenti della
stesura. Il suo impegno nel ripensare criticamente i termini su cui si basano i presupposti della
politica femminista ha rappresentato per me un confronto e una fonte di ispirazione. Il Gender
Seminar che si è riunito presso l’Institute for Advanced Study di Princeton sotto la direzione di Joan
Scott mi ha aiutato a chiarire ed elaborare le mie idee grazie alle contrapposizioni significative e
stimolanti che sono emerse nel lavoro collettivo. Perciò, ringrazio Lila Abu-Lughod, Yasmine Ergas,
Donna Haraway, Evelyn Fox Keller, Dorinne Kondo, Rayna Rapp, Carroll Smith-Rosenberg, Louise
Tilly. I miei studenti e le mie studentesse nel seminario su genere, identità e desiderio, che ho tenuto
rispettivamente presso la Wesleyan University e l’Università di Yale nel 1985 e nel 1986, sono
stati/e indispensabili grazie alla loro volontà di immaginare mondi connotati in modo alternativo
rispetto al genere. Ho apprezzato anche la varietà di reazioni critiche ricevute quando ho presentato
parti di questo lavoro al Women’s Studies Colloquium di Princeton, allo Humanities Center della
Johns Hopkins University, alla University of Notre Dame, all’Università del Kansas, all’Amherst
College e alla Yale University School of Medicine. I miei ringraziamenti vanno anche a Linda Singer,
il cui costante radicalismo è stato un apporto inestimabile, a Sandra Bartky, per il suo lavoro e per le
sue tempestive parole di incoraggiamento, a Linda Nicholson, per i suoi consigli a livello di editing e
per le sue osservazioni critiche, e a Linda Anderson, per le sue acute intuizioni politiche. Ringrazio
anche gli amici e le amiche, i colleghi e le colleghe che hanno dato forma e sostegno al mio pensiero:
Eloise Moore Aggar, Inés Azar, Peter Caws, Nancy F. Cott, Kathy Natanson, Lois Natanson, Maurice
Natanson, Stacy Pies, Josh Shapiro, Margaret Soltan, Robert V. Stone, Richard Vann ed Eszti Votaw.
Ringrazio Sandra Schmidt per il suo lavoro attento e per l’aiuto nella preparazione del manoscritto, e
Meg Gilbert per la sua assistenza. Ringrazio anche Maureen MacGrogan per l’incoraggiamento a
questo e ad altri progetti, con il suo spirito, la sua pazienza e la sua attenta cura editoriale.
Come sempre, ringrazio Wendy Owen per la sua immaginazione inarrestabile, per le sue sottili
osservazioni critiche e per gli stimoli che il suo lavoro mi offre.
20
Trouble in francese è anche un aggettivo che vuol dire «opaco, torbido, poco chiaro» (N.d.T.).
1. Soggetti di sesso/genere/desiderio
Donna non si nasce, lo si diventa
Simone de Beauvoir
A rigor di termini, non si può dire che esistano «le donne»
Julia Kristeva
La donna non ha un sesso
Luce Irigaray
È il dispositivo della sessualità [...] a istituire la nozione di sesso
Michel Foucault
La categoria del sesso è la categoria politica che fonda la società in quanto eterosessuale
Monique Wittig
I. Le «donne» come soggetto del femminismo
Buona parte della teoria femminista si è basata sul presupposto che esistesse un’identità, concepita
attraverso la categoria delle donne, che non solo istituisce gli interessi e gli obiettivi femministi
all’interno del discorso, ma anche costituisce il soggetto per il quale si cerca una rappresentanza e
una rappresentazione politica. Ma politica e rappresentanza/rappresentazione sono termini
controversi. Da una parte, rappresentanza funziona come termine operativo in un processo politico
che cerca di allargare la visibilità e la legittimità delle donne come soggetti politici; dall’altra parte,
rappresentazione è la funzione normativa di un linguaggio che si dice riveli o distorca ciò che si
presuppone sia vero a proposito della categoria delle donne. Alla teoria femminista è sembrato
necessario sviluppare un linguaggio che rappresentasse pienamente o adeguatamente le donne per
favorire la loro visibilità politica. E questo era ovviamente importante se si pensa alla diffusa
condizione culturale in cui le vite delle donne erano rappresentate in modo falsato o non erano
rappresentate affatto.
Di recente, questa modalità prevalente nel concepire la relazione tra la teoria femminista e la
politica è stata messa in questione dall’interno dello stesso discorso femminista. Perfino il soggetto
«donne» non è più inteso come qualcosa di stabile o costante. Non solo c’è una gran mole di
materiali che mette in dubbio l’applicabilità del «soggetto» come candidato per eccellenza alla
rappresentazione o, addirittura, alla liberazione, ma, tutto considerato, manca persino un pieno
accordo su che cosa costituisca, o dovrebbe costituire, la categoria delle donne. Gli ambiti della
«rappresentanza/rappresentazione» politica e linguistica stabiliscono in anticipo i criteri secondo cui
i soggetti stessi sono formati, con il risultato che la rappresentanza e la rappresentazione si estendono
solo a ciò che può essere riconosciuto come soggetto. In altre parole, bisogna qualificarsi come
soggetto prima che la rappresentanza/rappresentazione possa essere estesa.
Foucault ha mostrato come i sistemi giuridici di potere producono i soggetti che in seguito
arrivano a rappresentare21. Le nozioni giuridiche del potere sembrano regolare la vita politica in
termini meramente negativi, vale a dire attraverso la limitazione, la regolamentazione, il divieto, il
controllo e persino la «protezione» degli individui legati a quella struttura politica attraverso
l’operazione contingente e revocabile della scelta. Ma i soggetti regolati da tali strutture, per il fatto
di esserne soggiogati, vengono definiti e riprodotti in accordo con le esigenze di tali strutture. Se
questa analisi è corretta, allora la formazione giuridica del linguaggio e della politica che
rappresenta le donne come «soggetto» del femminismo è essa stessa una formazione discorsiva e dà
origine a una determinata versione della politica rappresentativa. E il soggetto femminista si rivela
essere costruito discorsivamente dallo stesso sistema politico che si suppone ne promuova
l’emancipazione. Tutto ciò diventa politicamente problematico se si può dimostrare che quel sistema
produce soggetti connotati dal punto di vista del genere lungo un asse differenziale di dominio o
soggetti che si presume siano al maschile. In tali casi appellarsi acriticamente a tale sistema per
l’emancipazione delle donne non può avere altro esito che quello di autoinfliggersi una sconfitta.
La questione del «soggetto» è cruciale per la politica, e per la politica femminista in particolare,
perché i soggetti giuridici sono immancabilmente prodotti attraverso determinate pratiche di
esclusione che non si «mostrano» più una volta che la struttura giuridica della politica sia stata
istituita. In altre parole, la costruzione politica del soggetto procede con determinati scopi di
legittimazione ed esclusione, e queste operazioni politiche vengono efficacemente nascoste e
naturalizzate da un’analisi politica che si fonda sulla struttura giuridica. Il potere giuridico
inevitabilmente «produce» ciò che dice soltanto di rappresentare; è per questo che la politica deve
occuparsi di questa funzione duale del potere: giuridica e produttiva. In effetti, il diritto produce e
poi nasconde la nozione di «un soggetto davanti alla legge»22 per invocare quella formazione
discorsiva come premessa fondativa naturalizzata che in seguito legittima la stessa egemonia
regolamentativa di quella legge. Non basta ragionare sul modo in cui le donne potrebbero arrivare a
essere più pienamente rappresentate nel linguaggio e nella politica. La critica femminista dovrebbe
anche capire come la categoria delle «donne», il soggetto del femminismo, viene prodotta e
delimitata dalle stesse strutture di potere attraverso le quali si cerca l’emancipazione.
Di fatto porre il problema delle donne come soggetto del femminismo apre all’eventualità per cui
potrebbe non esserci un soggetto che sta «davanti» alla legge, in attesa di
rappresentanza/rappresentazione all’interno o da parte della legge stessa. Forse il soggetto, così
come l’invocazione di un «davanti» inteso nei termini temporali di un «prima», è costituito dalla
legge come fondamento fittizio della sua stessa rivendicazione di legittimità. Il fatto di presupporre,
come si fa diffusamente, l’integrità ontologica del soggetto davanti alla legge potrebbe essere
considerato come la traccia contemporanea dell’ipotesi di uno stato di natura, quella parabola
fondativa delle strutture giuridiche del liberalismo classico. L’invocazione performativa di un
«davanti/prima» non storico diventa la premessa fondativa che garantisce un’ontologia pre-sociale di
persone che liberamente acconsentono a essere governate e, perciò, costituiscono la legittimità del
contratto sociale.
Al di là, però, delle finzioni fondative che sostengono la nozione del soggetto, si dà il problema
politico cui il femminismo va incontro quando assume che il termine donne denoti un’identità
comune. Invece che un significante stabile che impone l’assenso di coloro che intende descrivere e
rappresentare, donne, anche al plurale, è diventato un termine problematico, uno spazio conteso, un
motivo di ansia. Il fatto di chiedersi, come suggerisce il titolo di Denise Riley, Sono io quel nome?
nasce dalla stessa possibilità che quel nome abbia una molteplicità di significati23. Anche se si «è»
una donna, ciò di sicuro non è tutto ciò che si è; il termine non riesce a essere esaustivo, non perché
una «persona» che non ha ancora una connotazione di genere trascenda gli accessori specifici del
proprio genere, ma perché il genere non è sempre costituito in modo coerente o costante in diversi
contesti storici, e poi perché il genere interseca le modalità razziali, di classe, etniche, sessuali e
regionali delle identità costituite discorsivamente. Di conseguenza, diventa impossibile separare
nettamente il genere dalle intersezioni politiche e culturali in cui esso è immancabilmente prodotto e
mantenuto.
L’assunto politico che il femminismo debba avere una base universale, da rinvenire in un’identità
che si presume esistere in diverse culture, spesso accompagna la tesi per cui l’oppressione delle
donne ha una qualche forma singolare rintracciabile nella struttura universale o egemonica del
patriarcato o del dominio al maschile. La nozione di un patriarcato universale è stata ampiamente
criticata in anni recenti per il fatto che non riesce a dare conto del funzionamento dell’oppressione di
genere nei contesti culturali concreti in cui si verifica. E quando questi diversi contesti sono stati
presi in considerazione da tali teorie, si sono trovati «esempi» o «illustrazioni» di un principio
universale presupposto sin dall’inizio. Questo tipo di teorizzazione femminista è stato criticato non
solo in quanto tentativo di colonizzazione e appropriazione delle culture non occidentali, finalizzato
ad appoggiare nozioni di oppressione prettamente occidentali, ma anche perché quel tipo di
teorizzazione tende a costruire un «Terzo mondo» o persino un «Oriente» in cui l’oppressione di
genere viene sottilmente spiegata come sintomatica di una barbarie essenzialmente non occidentale.
L’urgenza del femminismo di sancire lo statuto universale del patriarcato, così da rafforzare
l’apparenza che le sue rivendicazioni in alcuni casi siano rappresentative, ha talora condotto troppo
rapidamente a una universalità categoriale o fittizia della struttura del dominio, ritenuta responsabile
della produzione della comune esperienza di sottomissione delle donne.
Anche se la tesi di un patriarcato universale non gode più della credibilità che aveva un tempo, la
nozione di una concezione generalmente condivisa delle «donne», che ne costituisce il corollario, è
stata molto più difficile da sradicare. Certo, ci sono state innumerevoli discussioni: esiste un
qualcosa di comune tra le «donne» che pre-esiste alla loro oppressione oppure le donne hanno un
legame tra loro solo in virtù della comune oppressione? Esiste una specificità delle culture delle
donne che non dipende dalla subordinazione indotta dalle culture egemoniche maschiliste? La
specificità e l’integrità delle pratiche linguistiche o culturali delle donne si definiscono sempre in
opposizione a, e dunque all’interno dei termini posti da, alcune formazioni culturali predominanti?
Esiste una zona della «femminilità specifica», una zona che è differenziata dalla mascolinità in
quanto tale e riconoscibile nella sua differenza da una universalità, non marcata e dunque solo
presunta, delle «donne»? Non solo il binarismo mascolinità/femminilità costituisce l’unico quadro di
riferimento in cui quella specificità può essere riconosciuta, ma anche, per quanto riguarda tutto il
resto, lo «specifico» della femminilità viene di nuovo del tutto decontestualizzato e separato
analiticamente e politicamente dalla costituzione della classe, della razza, dell’etnicità, e degli altri
assi di relazioni di potere che costituiscono l’«identità» e allo stesso tempo rendono inappropriata la
nozione di identità singolare24.
Vorrei suggerire che la presunta universalità e unità del soggetto del femminismo sono
significativamente minate dai vincoli del discorso rappresentazionale entro cui funziona. In effetti la
prematura insistenza sulla stabilità del soggetto del femminismo, inteso come categoria uniforme
delle donne, genera immancabilmente i rifiuti più diversi ad accettare tale stabilità. Questi ambiti di
esclusione svelano le conseguenze coercitive e regolative di tale costruzione, anche quando questa
sia stata elaborata in vista dell’emancipazione. Infatti la frammentazione interna al femminismo e la
paradossale opposizione a esso da parte di «donne» che il femminismo sostiene di rappresentare, ci
rivelano i limiti inevitabili di una politica identitaria. L’idea che il femminismo possa cercare una
più ampia rappresentanza/rappresentazione per un soggetto che esso stesso costruisce, ha come
conseguenza ironica il rischio di un fallimento degli obiettivi femministi a seguito del rifiuto di
considerare i poteri costitutivi insiti nelle stesse rivendicazioni di rappresentatività. Il problema non
si risolve facendo appello alla categoria delle donne per scopi meramente «strategici», perché le
strategie hanno sempre significati che ne travalicano gli scopi. In questo caso, la stessa esclusione
può qualificarsi come un significato consequenziale, per quanto involontario. Il femminismo,
nell’adempiere al requisito proprio di una politica rappresentativa dell’articolazione di un soggetto
stabile del femminismo, si espone ad accuse di grossolana rappresentazione falsata.
Ovviamente il compito politico del femminismo non consiste nel rifiutare la politica
rappresentativa, sempre ammesso che lo si possa fare. Le strutture giuridiche del linguaggio e della
politica costituiscono oggi il campo contemporaneo del potere; perciò non si dà alcuna posizione al
di fuori di tale campo, ma si dà solo una genealogia critica delle sue pratiche di legittimazione.
Dunque il punto di partenza critico è il presente storico, per dirla con Marx. E il compito sta nel
formulare, all’interno di questa cornice costituita, una critica delle categorie dell’identità generate,
naturalizzate e fissate dalle strutture giuridiche contemporanee.
Forse, in questa congiuntura della politica culturale, un periodo che viene talvolta definito postfemminista, abbiamo l’opportunità di riflettere, entro una prospettiva femminista, sull’ingiunzione a
costruire un soggetto del femminismo. All’interno della pratica politica femminista sembra
necessario ripensare radicalmente le costruzioni ontologiche dell’identità, per poter formulare una
politica della rappresentanza/rappresentazione che possa far rivivere il femminismo su altre basi.
D’altra parte potrebbe essere anche il momento giusto per intraprendere una critica radicale che
cerchi di liberare la teoria femminista dalla necessità di costruire un fondamento univoco o stabile
che viene poi immancabilmente contestato dalle posizioni identitarie o anti-identitarie che
immancabilmente esclude. Non potrebbe essere che proprio le pratiche di esclusione che fondano la
teoria femminista attraverso la nozione del soggetto «donne», finiscano paradossalmente per
intralciare gli scopi femministi di estendere le proprie istanze «rappresentative»?25
Ma forse il problema è ancora più grave. La costruzione della categoria delle donne come soggetto
stabile e coerente è una regolazione e reificazione delle relazioni di genere davvero involontaria?
Una simile reificazione non contrasta con gli stessi obiettivi femministi? In che misura la categoria
delle donne acquisisce stabilità e coerenza solo nel contesto della matrice eterosessuale?26 Se una
nozione stabile del genere dimostra di non essere più la premessa fondativa della politica
femminista, allora è forse desiderabile che sorga un nuovo tipo di politica femminista, che contesti le
reificazioni del genere e dell’identità, una politica che assuma la costruzione variabile dell’identità
come suo prerequisito dal punto di vista sia metodologico sia normativo, se non addirittura come fine
politico.
Evidenziare le operazioni politiche che producono e nascondono ciò che si qualifica come il
soggetto giuridico del femminismo è proprio il compito che spetta a una genealogia femminista della
categoria delle donne. Invocare la categoria «donne» in modo aproblematico, mentre si dà corso al
tentativo di metterla in questione, può risolversi in un gesto che preclude al femminismo la
possibilità di porsi come politica rappresentativa. Che senso ha estendere la
rappresentanza/rappresentazione a soggetti che sono costruiti attraverso l’esclusione di chi non riesce
a conformarsi ai requisiti impliciti del soggetto? Quali relazioni di dominio ed esclusione vengono
involontariamente veicolate quando la rappresentanza/rappresentazione diventa l’unico elemento su
cui la politica concentra l’attenzione? L’identità del soggetto femminista non dovrebbe costituire il
fondamento della politica femminista, se è vero che la formazione del soggetto avviene in un campo
di potere che è regolarmente sepolto proprio attraverso l’asserzione di quel fondamento. Forse,
paradossalmente, la «rappresentanza/rappresentazione» dimostrerà di avere un senso per il
femminismo solo quando il soggetto «donne» non ne costituirà più in alcun modo un presupposto.
II. L’ordine obbligatorio di sesso/genere/desiderio
Anche se l’unità aproblematica delle «donne» viene spesso invocata per costruire una solidarietà
identitaria, la distinzione tra sesso e genere introduce una scissione nel soggetto femminista.
Originariamente intesa come ciò che avrebbe messo in discussione l’idea che la biologia sia un
destino, la distinzione tra sesso e genere serve a sostenere la tesi che, mentre il sesso dal punto di
vista biologico è variamente resistente, il genere è costruito culturalmente: di conseguenza il genere
non è il risultato causale del sesso, né ha, pare, la stessa fissità. L’unità del soggetto viene così già
potenzialmente contestata da quella distinzione che permette di vedere il genere come interpretazione
multipla del sesso27. Se il genere consiste nei significati culturali assunti dal corpo sessuato, allora
non si può dire che un genere derivi univocamente da un sesso. Portata alle sue estreme conseguenze
logiche, la distinzione tra sesso e genere suggerisce una radicale discontinuità tra corpi sessuati e
generi culturalmente costruiti. Pur assumendo provvisoriamente la stabilità del binarismo sessuale,
non ne consegue che la costruzione degli «uomini» derivi esclusivamente da corpi di sesso maschile
[male] o che il termine «donne» interpreti solo corpi di sesso femminile. Inoltre, anche se i sessi
appaiono aproblematicamente binari nella loro morfologia e costituzione (cosa che discuterò) non
c’è ragione di assumere che anche i generi dovrebbero rimanere due28. Presupporre che il sistema del
genere sia binario ribadisce implicitamente la convinzione che il genere sia in relazione mimetica
con il sesso, e che dunque lo rispecchi o ne sia altrimenti limitato. Se si teorizza lo statuto di
costruzione del genere in quanto radicalmente indipendente dal sesso, il genere stesso diventa un
artificio fluttuante, con la conseguenza che termini come uomo o mascolinità possono significare con
la stessa facilità un corpo di sesso sia femminile sia maschile, e termini come donna o femminilità
un corpo di sesso sia maschile sia femminile.
Questa radicale scissione del soggetto connotato dal punto di vista del genere pone un’altra serie
di problemi. Possiamo fare riferimento a un «dato» sesso o a un «dato» genere, senza prima indagare
il modo in cui il sesso e/o il genere sono dati, attraverso quali mezzi? E comunque, che cos’è il
«sesso»? È naturale, anatomico, cromosomico o ormonale? Un/a critico/a femminista come deve
valutare i discorsi scientifici che dicono di stabilire per noi tali «fatti»?29 Il sesso ha una storia?30
Ogni sesso ha una storia differente o storie diverse? Esiste una storia di come è stata istituita la
dualità dei sessi, una genealogia che potrebbe far apparire le opzioni binarie come una costruzione
variabile? Il sesso, come fatto apparentemente naturale, è prodotto discorsivamente da diversi
discorsi scientifici, al servizio di altri interessi politici e sociali? Se si contesta il carattere
immutabile del sesso, allora forse questo costrutto detto «sesso» è culturalmente costruito proprio
come lo è il genere; anzi, forse il sesso è già da sempre genere, così che la distinzione tra sesso e
genere finisce per rivelarsi una non-distinzione31.
Non avrebbe dunque senso definire il genere un’interpretazione culturale del sesso, visto che la
stessa categoria di sesso è connotata dal punto di vista di genere. Il genere non andrebbe concepito
come mera iscrizione culturale di significato su un sesso già dato (concezione giuridica); il genere
deve anche designare quell’apparato di produzione per mezzo del quale vengono istituiti i sessi. Ne
consegue che il genere non sta alla cultura come il sesso sta alla natura; il genere è anche il mezzo
discorsivo/culturale con cui la «natura sessuata» o «un sesso naturale» vengono prodotti e fissati in
quanto «pre-discorsivi», precedenti la cultura, una superficie politicamente neutrale su cui agisce la
cultura. Il problema della costruzione del «sesso», in quanto radicalmente non costruito, tornerà al
capitolo 2 nella discussione di Lévi-Strauss e dello strutturalismo. Ma è già chiaro a questo punto
che uno dei modi per fissare la stabilità interna e la struttura binaria del sesso sta nel proiettare
questa sua dualità in un ambito pre-discorsivo. La produzione del sesso in quanto pre-discorsivo
dovrebbe essere intesa come effetto di quell’apparato di costruzione culturale designato dal termine
genere. Come va allora riformulata la nozione di genere per contemplare quelle relazioni di potere
che hanno per effetto sia la produzione discorsiva di un sesso pre-discorsivo sia il suo
nascondimento?
III. Il genere: le rovine circolari del dibattito contemporaneo
Esiste «un» genere che si può dire una persona abbia oppure si tratta di un attributo essenziale, di
qualcosa che si può dire una persona sia, come implica la domanda «di che genere sei?». Quando
teorici e teoriche femministe sostengono che il genere è l’interpretazione culturale del sesso o che il
genere è culturalmente costruito, qual è la maniera o il meccanismo che governa tale costruzione? Se
il genere è costruito, potrebbe essere costruito in modi diversi oppure ciò implica una qualche forma
di determinismo sociale, escludendo così la possibilità di agire [agency] e determinare una
trasformazione? L’idea di «costruzione» suggerisce che alcune leggi danno origine a differenze di
genere lungo gli assi universali della differenza sessuale? Come e dove ha luogo la costruzione del
genere? Che senso possiamo dare a una costruzione, che non può presupporre un agente umano che la
preceda? Da un certo punto di vista, l’idea che il genere sia costruito sembra suggerire un certo
determinismo dei suoi significati iscritti su corpi anatomicamente differenziati, laddove tali corpi
sono intesi come destinatari passivi di una legge culturale inesorabile. Quando la specifica «cultura»,
che «costruisce» il genere, viene concepita nei termini di tale legge o serie di leggi, il genere finisce
per apparire fisso e determinato come nella formulazione per cui la biologia è un destino. Così, non è
la biologia ma la cultura a diventare un destino.
D’altro canto, Simone de Beauvoir nel Secondo sesso ci dice che «donna non si nasce, lo si
diventa»32. Per Beauvoir il genere è «costruito», ma la sua formulazione implicita presuppone
un(’)agente, un cogito che in qualche modo assume e si appropria di quel genere e in linea di
principio potrebbe assumerne un altro. Il genere è variabile e dipendente dalla volontà, come sembra
suggerire Beauvoir? La «costruzione» può in tal caso ridursi a una forma di scelta? Beauvoir dice
chiaramente che «si diventa» donna, ma rimanendo nella coazione culturale a diventarlo. E
chiaramente la coazione non viene dal «sesso». Niente nella sua descrizione garantisce che «chi»
diventa donna sia necessariamente di sesso femminile. Se il corpo è «una situazione»33, come
sostiene Beauvoir, non si può ricorrere a un corpo che non sia già stato interpretato da significati
culturali; quindi, il sesso non può qualificarsi come fatticità anatomica pre-discorsiva. Anzi, si
dimostrerà che il sesso, per definizione, è già da sempre genere34.
La polemica sul significato di costruzione sembra affondare nella polarità tra libero arbitrio e
determinismo della tradizione filosofica. Di conseguenza, si potrebbe ragionevolmente sospettare che
una qualche comune restrizione linguistica applicata al pensiero dia forma e limiti ai termini del
dibattito. Entro questi termini, «il corpo» appare come un medium passivo, su cui sono iscritti i
significati culturali, o come lo strumento attraverso il quale una volontà interpretativa e appropriativa
determina per se stessa un significato culturale. In entrambi i casi, il corpo è rappresentato come un
mero strumento o medium attraverso il quale vengono messi in relazione significati culturali in modo
meramente estrinseco. Ma «il corpo» è di per sé una costruzione, come la miriade di «corpi» che
costituiscono l’ambito dei soggetti di genere. Non si può dire che i corpi abbiano un’esistenza dotata
di significato prima che siano marcati dal punto di vista del genere; e allora sorge un problema: fino
a che punto il corpo viene alla luce nella (nelle) e attraverso la (le) marcatura/e di genere? Come
possiamo riconcepire il corpo non più come medium passivo o come strumento in attesa di essere
animato da una volontà precipuamente immateriale?35
Che il genere o il sesso sia fisso o libero è funzione di un discorso che, come proverò a ipotizzare,
cerca di porre determinati limiti all’analisi o di salvaguardare certi dogmi dell’umanismo come
presupposto di ogni analisi del genere. Il punto in cui si colloca il tema dell’intrattabilità, che sia del
sesso o del genere o del significato stesso di «costruzione», fornisce un indizio per capire quali
possibilità culturali possono essere mobilitate o meno da ogni ulteriore analisi. I limiti dell’analisi
discorsiva del genere presuppongono e prevengono le configurazioni di genere che si possono
immaginare e realizzare entro una cultura. Questo non significa che qualunque possibilità sia aperta
per il genere, ma piuttosto che i confini dell’analisi veicolano i limiti di un’esperienza
discorsivamente condizionata. Limiti che sono sempre stabiliti entro i termini di un discorso culturale
egemonico, formulato sulla base di strutture binarie, che si presentano come la lingua della
razionalità universale. Il vincolo viene dunque costruito attraverso ciò che il linguaggio costituisce
come l’ambito dell’immaginazione del genere.
Per quanto gli/le scienziati/e sociali trattino il genere come un «fattore» o una «dimensione»
dell’analisi, questo viene applicato a persone dotate di un corpo come «una marcatura», che indica la
differenza biologica, linguistica e/o culturale. In questi casi, il genere può essere inteso come una
significazione assunta da un corpo (già) sessualmente differenziato, ma anche qui tale significazione
esiste solo in relazione a un’altra significazione opposta. Alcuni/e teorici/che femministi/e
sostengono che il genere è «una relazione», di più, è una serie di relazioni e non un attributo
individuale. Altri/e, sulla scorta di Beauvoir, affermano che soltanto il genere al femminile è
marcato, che persona universale e genere al maschile coincidono, così che le donne vengono definite
solo sulla base del sesso e gli uomini sono portatori di un essere persona universale che trascende il
corpo.
Con una mossa che complica ancora di più la discussione, Luce Irigaray sostiene che le donne
costituiscono un paradosso, se non una contraddizione, all’interno dello stesso discorso sull’identità.
Le donne sono il «sesso» che non è «uno». All’interno di un linguaggio pervasivamente maschilista,
un linguaggio fallogocentrico, le donne costituiscono l’irrappresentabile. In altre parole, le donne
rappresentano il sesso che non può essere pensato, un’assenza e un’opacità linguistica. In un
linguaggio che riposa su una significazione univoca, il sesso femminile costituisce l’incontenibile e
l’indesignabile. È in questo senso che le donne sono il sesso che non è «uno» ma multiplo36. In
opposizione a Beauvoir, secondo la quale le donne sono designate come Altro, Irigaray sostiene che
sia il soggetto sia l’Altro sono i pilastri al maschile di un’economia di significazione chiusa e
fallogocentrica, che raggiunge i suoi scopi totalizzanti attraverso la completa esclusione della
femminilità. Per Beauvoir le donne sono il negativo degli uomini, sono la mancanza dalla quale
l’identità al maschile si differenzia; per Irigaray questa particolare dialettica costituisce un sistema
che esclude un’economia di significazione del tutto differente. Le donne non sono soltanto
rappresentate in modo falsificato nella cornice sartriana del soggetto significante e dell’Altro
significato, ma anche la falsità della significazione evidenzia l’inadeguatezza dell’intera struttura di
rappresentazione. Il sesso che non è sesso, allora, fornisce un punto di partenza per una critica della
rappresentazione occidentale egemonica e della metafisica della sostanza che struttura la nozione
stessa del soggetto.
Che cos’è la metafisica della sostanza e come informa il pensiero sulle categorie del sesso?
Innanzitutto, le concezioni umaniste del soggetto tendono a presupporre una persona sostanziale,
portatrice di attributi essenziali e non. Una posizione femminista umanista potrebbe intendere il
genere quale attributo di una persona, essenzialmente caratterizzata come sostanza o «nucleo» ancora
privo di genere e che è chiamato persona, denotando con ciò una capacità universale di ragione, di
deliberazione morale e di linguaggio. La concezione universale della persona, come punto di
partenza per una teoria sociale del genere, è tuttavia soppiantata da quelle posizioni storiche e
antropologiche che intendono il genere come relazione tra soggetti socialmente costituiti in contesti
specificabili. Questa prospettiva relazionale o contestuale mostra come quello che la persona «è», e
per giunta quello che il genere «è», sia sempre relativo alle relazioni costruite attraverso le quali
viene determinato37. In quanto fenomeno mobile e contestuale, il genere non denota un essere
sostanziale, ma un punto di convergenza relativo tra serie di relazioni culturalmente e storicamente
specifiche.
Irigaray, tuttavia, affermerebbe che il «sesso» al femminile rappresenta un punto di assenza
linguistica, l’impossibilità di una sostanza denotata grammaticalmente e dunque il punto di vista che
rivela quanto quella sostanza sia l’illusione costante e fondativa di un discorso maschilista. Questa
assenza non è indicata come tale nell’economia della significazione al maschile – si tratta di un
assunto che rovescia la tesi di Beauvoir (condivisa anche da Wittig) che il sesso femminile è una
marcatura, mentre quello maschile non lo è. Per Irigaray, il sesso femminile non è una «mancanza» o
un «Altro» che definisce il soggetto in modo immanente e negativo rispetto alla sua mascolinità. Al
contrario, il sesso femminile elude i requisiti stessi della rappresentazione, perché esso non è né
«Altro», né «mancanza», categorie che fanno riferimento al soggetto sartriano, immanente allo stesso
schema fallogocentrico. Dunque, per Irigaray, la femminilità non potrebbe mai essere la marcatura
di un soggetto, come direbbe Beauvoir. Anzi, la femminilità non potrebbe nemmeno essere teorizzata
nei termini di una determinata relazione tra la mascolinità e la femminilità entro un qualsiasi
discorso dato, essendo quella di discorso una nozione qui non rilevante. Per quanto vari, i discorsi
costituiscono altrettante modalità del linguaggio fallogocentrico. Perciò, il sesso femminile è anche il
soggetto che non è uno. La relazione tra la mascolinità e la femminilità non può essere rappresentata
in una economia di significazione in cui la mascolinità costituisce il circolo chiuso di significante e
significato. In modo alquanto paradossale, Beauvoir nel Secondo sesso aveva prefigurato questa
impossibilità, quando sosteneva che gli uomini non possono risolvere la questione femminile, perché
in tal caso sarebbero allo stesso tempo giudici e parti in causa38.
Le differenze tra le posizioni descritte sono tutt’altro che nette; si può dire che ognuna
problematizza il posizionamento e il significato della nozione di «soggetto» e di «genere»,
nell’ambito di una asimmetria di genere socialmente istituita. Le possibilità interpretative del genere
non si esauriscono affatto nelle alternative qui sopra proposte. La circolarità problematica
dell’indagine femminista sul genere viene evidenziata dalla presenza di posizioni che, da una parte,
assumono il genere come una caratteristica secondaria delle persone e, dall’altra, sostengono che la
stessa nozione di persona, posizionata nel linguaggio come soggetto, è una costruzione maschilista e
una prerogativa che esclude efficacemente la possibilità strutturale e semantica di un genere al
femminile. È in conseguenza di tali netti disaccordi sul significato del genere (sul fatto che genere sia
il termine da discutere o che la costruzione discorsiva del sesso sia più fondamentale, o che forse lo
siano le categorie di donne o donna e/o uomini e uomo) che nasce il bisogno di ripensare
radicalmente le categorie dell’identità entro un contesto relazionale improntato a una radicale
asimmetria di genere.
Per Beauvoir, nell’analitica esistenziale della misoginia il «soggetto» è sempre già al maschile,
coincide con l’universale e si differenzia da un «Altro» al femminile che si pone al di fuori delle
norme universalizzanti che regolano l’essere persona e che è sempre e comunque «particolare»,
incarnato in un corpo, condannato all’immanenza. Anche se Beauvoir viene spesso considerata una
sostenitrice dei diritti delle donne, in realtà la sua posizione implica anche che, per diventare soggetti
esistenziali e dunque per aspirare all’inclusione nei termini di una universalità astratta, sia necessaria
una critica fondamentale della disincarnazione del soggetto epistemologico astratto al maschile39. Un
soggetto che è astratto nella misura in cui rinnega la sua incarnazione socialmente marcata e che,
inoltre, proietta quella negazione e svilimento della corporeità sulla sfera della femminilità, finendo
per rinominare il corpo come femminile. L’associazione tra corpo e femminile opera lungo linee di
relazioni magiche di reciprocità, per cui il sesso femminile viene ristretto al proprio corpo, e il
corpo maschile, totalmente denegato, diventa, paradossalmente, lo strumento disincarnato di una
libertà apparentemente radicale. L’analisi di Beauvoir pone implicitamente la domanda: qual è l’atto
di negazione e disconoscimento con cui la mascolinità si pone come universalità disincarnata e la
femminilità diventa la costruzione di una corporeità denegata? La dialettica servo-padrone, qui
completamente riformulata nei termini non reciproci dell’asimmetria di genere, prefigura quella che
Irigaray descriverà in seguito come l’economia al maschile della significazione che comprende sia il
soggetto esistenziale, sia il suo Altro.
Beauvoir propone che il corpo femminile diventi la situazione e la strumentalità della libertà delle
donne, non un’essenza definitoria e limitante40. La teoria dell’incarnazione che informa l’analisi di
Beauvoir ha chiaramente i suoi limiti nella riproduzione acritica della distinzione cartesiana tra
libertà e corpo. Nonostante i tentativi da me compiuti in passato per dimostrare il contrario, sembra
che Beauvoir mantenga il dualismo mente/corpo, anche quando propone una loro sintesi41. Il fatto che
tale distinzione venga conservata può essere letto come sintomatico di quel fallogocentrismo che
Beauvoir sottovaluta. Nella tradizione filosofica che incomincia con Platone e si perpetua con
Cartesio, Husserl e Sartre, la distinzione ontologica tra anima (coscienza, mente) e corpo sostiene
immancabilmente relazioni gerarchiche e di subordinazione psichica e politica. La mente non solo
soggioga il corpo, ma talora fantastica persino di poter sfuggire alla propria incarnazione. Associare
culturalmente la mente alla mascolinità e il corpo alla femminilità è qualcosa che ricorre
frequentemente nell’ambito della filosofia e in quello del femminismo42. Di conseguenza, ogni
riproduzione acritica della distinzione tra mente e corpo andrebbe ripensata proprio a causa
dell’implicita gerarchia di genere, prodotta, mantenuta e razionalizzata da quella stessa distinzione.
La costruzione discorsiva del «corpo» e la sua separazione dalla «libertà» impedisce a Beauvoir
di iscrivere sugli assi del genere la stessa distinzione tra corpo e mente, che si pensa dovrebbe
chiarire la persistenza dell’asimmetria di genere. Ufficialmente, Beauvoir afferma che il corpo
femminile è marcato nel discorso maschilista, dove il corpo al maschile, coincidendo con
l’universale, rimane non marcato. Irigaray sostiene apertamente che sia il marcatore sia il marcato
sono presi all’interno di una modalità maschilista di significazione, in cui il corpo femminile è
«separato», per così dire, dall’ambito del significabile. In termini post-hegeliani, è «superato», ma
non conservato. Nella lettura di Irigaray, la tesi di Beauvoir per cui la donna «è sesso» viene
rovesciata per dire che la donna non è il sesso che è designata essere, ma è il sesso al maschile che
sfila in parata encore (ed en corps) nel modo dell’alterità. Per Irigaray tale modalità fallogocentrica
di significazione del sesso femminile riproduce all’infinito i fantasmi del suo desiderio che si
autoamplifica. Invece di un gesto linguistico che si autolimita e conferisce l’alterità o la differenza
alle donne, il fallogocentrismo dà un nome per eclissare la femminilità e prenderne il posto.
IV. Teorizzare il binario, l’unitario e oltre
Beauvoir e Irigaray si trovano chiaramente su posizioni diverse per quanto riguarda le strutture
fondamentali attraverso le quali viene riprodotta l’asimmetria di genere; Beauvoir guarda alla
mancata reciprocità di una dialettica asimmetrica, mentre Irigaray afferma che la stessa dialettica è
l’elaborazione monologica di un’economia maschilista di significazione. Anche se è evidente che
Irigaray amplia il raggio della critica femminista, mettendo in luce le strutture epistemologiche,
ontologiche e logiche di un’economia maschilista di significazione, l’efficacia della sua analisi viene
indebolita proprio dalla sua portata globalizzante. È possibile individuare un’economia maschilista
monolitica tanto quanto monologica, che attraversi tutti i contesti culturali e storici in cui ha luogo la
differenza sessuale? Il mancato riconoscimento della specificità culturale secondo cui opera la
specificità di genere, non è esso stesso una sorta di imperialismo epistemologico, un imperialismo
che non è reso migliore dalla semplice elaborazione di differenze culturali quali «esempi» del
medesimo fallogocentrismo? Il tentativo di includere «Altre» culture, alla stregua di amplificazioni
variegate di un fallogocentrismo globale, costituisce un atto di appropriazione che rischia di ripetere
il gesto di autoesaltazione del fallogocentrismo, colonizzando sotto il segno del medesimo quelle
differenze che altrimenti potrebbero mettere in discussione proprio quella concezione totalizzante43.
La critica femminista dovrebbe esplorare le rivendicazioni totalizzanti di un’economia maschilista
di significazione, ma dovrebbe anche mantenersi critica verso se stessa e verso i gesti totalizzanti che
lo stesso femminismo può compiere. Tentare di identificare il nemico come singolare nella forma è
un controdiscorso che mima acriticamente la strategia di chi opprime invece di offrire una serie
diversa di termini. Il fatto che questa tattica possa operare parimenti in contesti femministi e
antifemministi ci dice che la colonizzazione non è un gesto primariamente o irriducibilmente
maschilista. Può operare producendo altre relazioni di subordinazione razziale, di classe,
eterosessuale, per citarne solo alcune. E, chiaramente, elencare le varietà di oppressione, come ho
iniziato a fare, presuppone una loro coesistenza discreta e sequenziale lungo un asse orizzontale, cosa
che comunque non riesce a dare conto delle loro convergenze in ambito sociale. Ma anche un
modello verticale sarebbe ugualmente insufficiente; le diverse oppressioni non possono essere
classificate sommariamente, organizzate secondo relazioni causali, distribuite secondo piani di
«originalità» e «derivatività»44. In effetti, il campo del potere, strutturato in parte dal gesto
imperialista dell’appropriazione dialettica, eccede e include l’asse della differenza sessuale e offre
una mappatura di intersezioni differenziali che non possono essere sommariamente gerarchizzate né
nei termini del fallogocentrismo, né in quelli di un qualunque altro candidato alla posizione di
«condizione primaria di oppressione». L’appropriazione dialettica e la soppressione dell’Altro non è
una tattica esclusiva dell’economia maschilista della significazione, ma solo una tra le tante messe in
campo principalmente, ma non esclusivamente, per espandere e razionalizzare il dominio maschilista.
I dibattiti femministi contemporanei sull’essenzialismo sollevano in modo diverso il problema
dell’universalità dell’identità del sesso femminile e dell’oppressione maschilista. Le rivendicazioni
universalistiche si fondano su una prospettiva epistemologica comune o condivisa, intesa come
coscienza articolata o come strutture di oppressione condivise, oppure come strutture apparentemente
transculturali della femminilità, della maternità, della sessualità e/o dell’écriture féminine.
All’inizio di questo capitolo ho sostenuto che questo gesto globalizzante ha dato origine a una serie
di critiche da parte di donne le quali sostengono che la categoria «donne» sia normativa ed
escludente, e venga invocata senza mettere in discussione le dimensioni non marcate del privilegio di
razza e di classe. In altre parole, insistere sulla coerenza e sull’unità della categoria delle donne ha
comportato il rifiuto delle molteplici intersezioni politiche, culturali e sociali attraverso le quali si
costruisce la gamma concreta delle donne.
Sono stati fatti alcuni tentativi per formulare una politica di coalizione che non postuli in anticipo
il contenuto della categoria «donne». Tali tentativi propongono una serie di incontri dialogici
attraverso i quali donne con posizioni diverse articolano identità separate nel quadro di una
coalizione emergente. Ovviamente, il valore di una politica di coalizione non va sottostimato, ma la
forma stessa della coalizione, un insieme di posizioni che emerge in modo imprevedibile, non può
essere prefigurata. Nonostante l’evidente spinta democratica che motiva la costruzione di coalizioni,
chi le teorizza può inavvertitamente reiscriversi quale soggetto sovrano del processo in corso,
cercando di affermare in anticipo quale sarà la forma ideale delle strutture della coalizione, quella
che garantirà effettivamente un esito unitario. I tentativi affini di determinare quale sia o meno la vera
forma di un dialogo, che cosa costituisca la posizione di soggetto e, soprattutto, quando l’«unità» sia
stata raggiunta, possono ostacolare le necessarie dinamiche di autoformazione e di autolimitazione
all’interno della coalizione.
Insistere in anticipo sul fatto che l’«unità» della coalizione debba essere l’obiettivo da raggiungere
presuppone che la solidarietà, qualunque sia il prezzo da pagare per ottenerla, sia il prerequisito
dell’azione politica. Ma che politica è quella che richiede un investimento a priori sull’unità? Forse
una coalizione deve riconoscere le proprie contraddizioni ed entrare in azione mantenendole intatte.
Forse anche l’accettazione della divergenza, della rottura, della spaccatura e della frammentazione
come parte del processo di democratizzazione, che è spesso un percorso tortuoso, è una delle
implicazioni della comprensione dialogica. La stessa nozione di «dialogo» è culturalmente specifica
e legata a un contesto storico, così, mentre ci può essere qualcuno/a che parla sicuro/a del fatto che
sia in corso una conversazione, dall’altra parte ci può essere qualcuno/a che è sicuro/a del contrario.
Vanno innanzitutto interrogate le relazioni di potere che condizionano e limitano le possibilità
dialogiche. Altrimenti il modello del dialogo rischia di ricadere in quel modello liberale il quale
presume che gli agenti parlanti occupino uguali posizioni di potere e parlino a partire dagli stessi
assunti in merito a ciò che costituisce «l’accordo» e «l’unità» e al fatto che proprio questi siano gli
obiettivi da perseguire. Sarebbe sbagliato presupporre in anticipo che esista una categoria «donne»
che va riempita con le varie componenti della razza, classe, età, etnicità e sessualità così da essere
completa. Presupporre invece che questa categoria è essenzialmente incompleta può renderla uno
spazio sempre disponibile ad accogliere i significati in discussione. L’incompletezza definitoria
della categoria può dunque servire come ideale normativo alleggerito della forza coercitiva.
Ma l’«unità» è davvero necessaria per un’azione politica efficace? Insistere prematuramente
sull’unità come obiettivo non finisce per causare una frammentazione ancora più aspra nella
coalizione stessa? Riconoscere apertamente certe forme di frammentazione potrebbe facilitare
l’azione della coalizione proprio perché «l’unità» della categoria delle donne non viene né
presupposta né desiderata. L’«unità» non finisce per istituire al livello dell’identità una norma
escludente che elimina la possibilità stessa di azioni che potrebbero rompere persino i confini dei
concetti identitari o che anzi se lo pongono proprio come obiettivo politico esplicito? Se non si
considera l’«unità», che comunque è sempre istituita al livello concettuale, come un presupposto o un
obiettivo, potranno delinearsi unità provvisorie nel contesto di azioni concrete che hanno scopi
diversi dall’articolazione dell’identità. Se non ci si aspetta obbligatoriamente che le azioni
femministe debbano essere istituite a partire da una qualche identità stabile, unificata e condivisa, tali
azioni potrebbero benissimo offrirsi come base più solida e sembrare più congeniali a quelle
«donne» per le quali il significato di questa categoria è costantemente opinabile.
Tale approccio antifondazionale alla politica di coalizione non presuppone che l’«identità» sia una
premessa né che la forma o il significato dell’unificazione di una coalizione possano essere noti
prima che si realizzi. Siccome l’articolazione di un’identità nei termini culturali disponibili istituisce
una definizione che esclude in anticipo l’emergere di nuovi concetti di identità nelle e attraverso le
azioni politicamente impegnate, la tattica fondazionalista non può assumere come proprio obiettivo
normativo la trasformazione o l’espansione di concetti di identità già esistenti. Inoltre quando le
identità o le strutture dialogiche concordate, attraverso le quali vengono comunicate identità già
stabilite, non costituiscono più il tema o il soggetto della politica, allora le identità possono venire
alla luce e dissolversi a seconda delle pratiche concrete che le costituiscono. Alcune pratiche
politiche istituiscono identità contingenti per conseguire l’obiettivo eventuale. La politica della
coalizione non richiede né l’allargamento della categoria delle «donne» né un sé internamente
molteplice che mostri immediatamente la propria complessità.
Il genere è una complessità la cui totalità è costantemente differita, e non è mai pienamente ciò che
è in una data congiuntura temporale. Una coalizione aperta, dunque, affermerà identità che sono di
volta in volta istituite e abbandonate a seconda degli scopi del momento. Sarà un insieme aperto che
permette convergenze e divergenze multiple, senza che si debba obbedire al telos normativo di una
chiusura definitoria.
V. Identità, sesso e metafisica della sostanza
Dunque, che cosa si può intendere con «identità» e su che cosa si fonda l’assunto che le identità siano
identiche a se stesse, che continuino a essere identiche nel tempo, internamente unitarie e coerenti? E,
cosa ancora più importante, in che modo questi assunti informano i discorsi sull’«identità di genere»?
Sarebbe sbagliato pensare che la discussione sull’«identità» debba precedere la discussione
sull’identità di genere, per il semplice motivo che le «persone» diventano intelligibili soltanto
acquisendo una connotazione di genere conforme a riconoscibili standard di intelligibilità di genere. I
dibattiti sociologici hanno generalmente cercato di intendere la nozione di persona nei termini di una
capacità di agire che gode di una priorità ontologica rispetto ai ruoli e funzioni attraverso i quali
assume visibilità e significato sociale. Nello stesso discorso filosofico, la nozione di «persona» è
stata elaborata analiticamente a partire dall’assunto che ogni contesto sociale all’«interno» del quale
la persona si trovi rimanga in qualche modo legato estrinsecamente alla struttura che definisce
l’essere persona [personhood], si tratti della coscienza, della capacità di linguaggio o di giudizio
morale. Per quanto non prenda qui in esame la bibliografia relativa, posso dire che una premessa di
tali indagini si esplica nella selezione del tema su cui esercitare l’analisi e l’inversione critica. Se
nelle descrizioni filosofiche l’analisi del problema di che cosa costituisca «l’identità personale» si
incentra quasi sempre sulla questione di quale caratteristica interna della persona stabilisca nel
tempo la continuità o l’identità del sé, la domanda qui diventa: in che misura le pratiche che
regolamentano la formazione e la divisione del genere costituiscono l’identità, la coerenza interna
del soggetto, di più, lo statuto per cui la persona è identica al proprio sé? In che misura l’«identità» è
un ideale normativo più che una istanza descrittiva dell’esperienza? E in che modo le pratiche di
regolamentazione che governano il genere governano anche le nozioni culturalmente intelligibili di
identità? In altre parole, la «coerenza» e la «continuità» della «persona» non sono caratteristiche
logiche o analitiche dell’essere persona, ma, piuttosto, norme di intelligibilità socialmente istituite e
conservate. Dal momento che l’«identità» è garantita per mezzo dei concetti stabilizzatori di sesso,
genere e sessualità, la nozione stessa di «persona» viene messa in discussione dall’emergere
culturale di quegli esseri «incoerenti» e «discontinui» dal punto di vista di genere che pur sembrando
delle persone non riescono a conformarsi alle norme di genere relative all’intelligibilità culturale che
rendono tali le persone.
I generi «intelligibili» sono quelli che in un certo senso istituiscono e mantengono relazioni di
coerenza e continuità tra sesso, genere, pratica sessuale e desiderio. In altre parole, gli spettri della
discontinuità e dell’incoerenza, pensabili solo in relazione alle norme di coerenza e continuità
vigenti, sono costantemente sottoposti a divieto e prodotti da quelle stesse leggi che cercano di
stabilire linee di connessione causale o espressiva tra sesso biologico, generi culturalmente costituiti
e la loro «espressione» o «effetto» nella manifestazione del desiderio sessuale attraverso la pratica
sessuale.
L’idea per cui potrebbe esserci una «verità» del sesso, come ironicamente la chiama Foucault, è
prodotta proprio dalle pratiche di regolamentazione che generano identità coerenti attraverso la
matrice di norme di genere coerenti. L’eterosessualizzazione del desiderio richiede e istituisce la
produzione di opposizioni distinte e asimmetriche tra «femminilità» e «mascolinità», intese come
attributi espressivi del «maschile» e del «femminile». La matrice culturale attraverso la quale
l’identità di genere è diventata intelligibile implica che certi tipi di «identità» non possano
«esistere», quelli cioè in cui il genere non deriva dal sesso e quelli in cui le pratiche del desiderio
non «derivano» né dal sesso, né dal genere. In questo contesto la «derivazione» è una relazione
politica di implicazione istituita dalle leggi culturali che stabiliscono e regolano la forma e il
significato della sessualità. In effetti, certi tipi di «identità di genere», proprio perché non riescono a
conformarsi a tali norme di intelligibilità culturale, appaiono solo come difetti dello sviluppo o come
impossibilità logiche intrinseche. La loro persistenza e la loro proliferazione, tuttavia, offrono
l’opportunità di svelare criticamente i limiti e gli scopi di regolamentazione di quell’ambito di
intelligibilità, e dunque di aprire, entro i limiti stessi di quella matrice di intelligibilità, matrici rivali
e sovversive di disturbo di genere.
Tuttavia, prima di prendere in considerazione tali pratiche di disturbo, mi sembra cruciale
comprendere che cosa sia «la matrice dell’intelligibilità». È singolare? Da che cosa è composta?
Quale alleanza peculiare si presume esista tra un sistema di eterosessualità obbligatoria e le
categorie discorsive che stabiliscono i concetti identitari del sesso? Se l’«identità» è un effetto di
pratiche discorsive, in che misura l’identità di genere, costruita come relazione tra sesso, genere,
pratica sessuale e desiderio, è l’effetto di una pratica di regolamentazione che può essere individuata
come eterosessualità obbligatoria? Una spiegazione di questo tipo non ci riporterebbe ancora una
volta a quella cornice totalizzante dove l’eterosessualità obbligatoria non fa che sostituirsi al
fallogocentrismo quale causa monolitica dell’oppressione di genere?
All’interno dell’ampio spettro della teoria femminista e post-strutturalista francese, regimi di
potere molto diversi vengono considerati come produttori dei concetti identitari del sesso. Si pensi
alla divergenza esistente tra posizioni come quella di Irigaray, che sostiene che c’è solo un sesso,
quello al maschile, che elabora se stesso nella e attraverso la produzione dell’«Altro/a», e posizioni
come quella di Foucault, per esempio, il quale assume che la categoria del sesso, al maschile o al
femminile, consista nella produzione di una diffusa economia di regolamentazione della sessualità. Si
pensi anche alla tesi di Wittig, secondo cui la categoria del sesso è, in condizioni di eterosessualità
obbligatoria, sempre al femminile (visto che quella al maschile rimane non marcata, e dunque è
sinonimo di «universale»). Wittig concorda, per quanto paradossalmente, con Foucault nel sostenere
che la stessa categoria di sesso scomparirebbe e addirittura si dissiperebbe una volta dislocata e
disgregata l’egemonia eterosessuale.
I vari modelli esplicativi qui esposti ci dicono che ci sono molti modi diversi di intendere la
categoria di sesso, modi che dipendono dall’articolazione del campo del potere. È possibile
mantenere la complessità di questi campi di potere e pensare, contemporaneamente, attraverso le loro
capacità produttive? Da una parte, Irigaray e la sua teoria della differenza sessuale ci dicono che le
donne non possono mai essere concepite sul modello del «soggetto» all’interno dei sistemi di
rappresentazione della tradizione culturale occidentale, proprio perché costituiscono il feticcio della
rappresentazione e, dunque, l’irrappresentabile in quanto tale. Le donne non possono mai «essere», in
base a questa ontologia delle sostanze, proprio perché sono la relazione di differenza, l’escluso, ciò
da cui quell’ambito si smarca. Le donne sono altresì una «differenza» che non può essere intesa come
semplice negazione o come «Altro» del soggetto che è sempre già al maschile. Come detto in
precedenza, esse non sono né il soggetto né il suo Altro, ma una differenza rispetto all’economia
dell’opposizione binaria, che è essa stessa uno stratagemma per un’elaborazione monologica della
mascolinità.
Tuttavia in ognuna di queste prospettive è centrale l’idea per cui il sesso appare nel linguaggio
egemonico, come una sostanza, come un essere – metafisicamente parlando – identico a se stesso.
Questa apparenza è il risultato di una torsione performativa del linguaggio e/o del discorso, la quale
nasconde il fatto che «essere» un sesso o un genere è fondamentalmente impossibile. Per Irigaray la
grammatica non può mai essere un vero indice delle relazioni di genere, proprio perché sostiene il
modello sostantivo del genere quale relazione binaria tra due termini positivi e rappresentabili45.
Secondo Irigaray, la grammatica sostantivale del genere, che presuppone l’esistenza di uomini e
donne, nonché degli attributi della mascolinità e della femminilità, è l’esempio di un binarismo che
maschera efficacemente il discorso univoco ed egemonico della mascolinità, il fallogocentrismo, che
mette a tacere la femminilità quale luogo di una molteplicità sovversiva. Per Foucault la grammatica
sostantivale del sesso impone un’artificiale relazione binaria tra i sessi insieme a un’artificiale
coerenza interna a ciascuno dei termini dell’opposizione binaria. La regolamentazione binaria della
sessualità sopprime la molteplicità sovversiva di una sessualità che rompe l’egemonia eterosessuale,
riproduttiva e medico-giuridica.
Per Wittig la restrizione binaria è imposta al sesso in funzione degli scopi riproduttivi di un
sistema di eterosessualità obbligatoria; talvolta Wittig sostiene che il rovesciamento
dell’eterosessualità obbligatoria inaugurerà un vero umanesimo della «persona» liberata dalle catene
del sesso. In altri contesti, Wittig ipotizza che la profusione e la diffusione di un’economia erotica
non fallocentrica dissiperà l’illusione di sesso, genere e identità. Eppure, in altri passi del testo
sembra che «la lesbica» emerga come un terzo genere che promette di trascendere la restrizione
binaria imposta al sesso dal sistema dell’eterosessualità obbligatoria. Nella sua difesa del «soggetto
cognitivo», Wittig sembra non aprire contenziosi metafisici con modi egemonici di significazione o
rappresentazione; in effetti, il soggetto, connotato dall’autodeterminazione, appare come la
riabilitazione dell’agente della scelta esistenziale sotto il nome di lesbica: «l’avvento dei soggetti
individuali richiede prima di tutto di distruggere la categoria del sesso [...] quello della lesbica è
l’unico concetto di cui sono a conoscenza che va oltre le categorie del sesso»46. Wittig non critica «il
soggetto», in quanto invariabilmente al maschile secondo le regole di un Simbolico immancabilmente
patriarcale, ma propone di sostituirlo con l’equivalente di un soggetto lesbico quale utilizzatore di
linguaggio47.
L’identificazione delle donne con il «sesso», per Beauvoir come per Wittig, è una fusione tra la
categoria delle donne e le caratteristiche apparentemente sessualizzate del loro corpo e, dunque, è un
rifiuto di garantire alle donne quella libertà e autonomia di cui si presume godano gli uomini. Perciò,
la distruzione della categoria di sesso sarebbe la distruzione di un attributo, il sesso, che attraverso
un gesto misogino di sineddoche è arrivato a prendere il posto della persona, quel cogito che si
autodetermina. In altre parole, solo gli uomini sono «persone» e non c’è altro genere se non quello al
femminile:
Il genere è l’indice linguistico dell’opposizione politica tra i sessi. Il genere è usato qui al singolare perché di fatto non ci sono due
generi. Ce n’è solo uno: quello al femminile, dato che quello «al maschile» non è un genere. Perché al maschile non è al maschile, ma in
generale48.
Per questo Wittig invoca la distruzione del «sesso» in modo che le donne possano assumere lo
status di un soggetto universale. Procedendo verso quella distruzione, le «donne» devono assumere
un punto di vista sia particolare sia universale49. Come soggetto che può realizzare un’universalità
concreta attraverso la libertà, la persona lesbica di Wittig più che contestare conferma la promessa
normativa degli ideali umanisti fondati sulla metafisica della sostanza. Da questo punto di vista
Wittig si distingue da Irigaray non solo per quanto riguarda le opposizioni, ormai familiari, tra
essenzialismo e materialismo50, ma anche per quanto riguarda l’aderenza a una metafisica della
sostanza che conferma il modello normativo dell’umanismo come cornice del femminismo. Se Wittig
sembra aver sottoscritto un progetto radicale di emancipazione lesbica e legittimato una distinzione
tra «lesbica» e «donna», ciò avviene perché sostiene la «persona» non ancora connotata dal genere,
caratterizzata come libertà. Questa mossa non solo conferma lo status pre-sociale della libertà
umana, ma aderisce a quella metafisica della sostanza che è responsabile della produzione e
naturalizzazione della stessa categoria di sesso.
Nell’ambito della critica contemporanea del discorso filosofico l’espressione metafisica della
sostanza è associata a Nietzsche. Nel suo commento a Nietzsche, Michel Haar sostiene che alcune
ontologie filosofiche sono rimaste intrappolate in quelle illusioni dell’«Essere» e della «Sostanza»,
che trovano appoggio nella credenza che la struttura grammaticale soggetto-predicato rifletta la realtà
ontologica originaria della sostanza e dell’attributo. Questi costrutti, sostiene Haar, costituiscono lo
strumento filosofico artificiale attraverso il quale la semplicità, l’ordine e l’identità vengono
effettivamente istituiti. In nessun modo, tuttavia, rivelano o rappresentano un qualche ordine vero
delle cose. Per i nostri scopi, la critica nietzscheana diventa istruttiva quando applicata alle categorie
psicologiche che governano molto del pensiero comune e teorico sull’identità di genere. Secondo
Haar, criticare la metafisica della sostanza implica una critica dello stesso concetto di persona
psicologica in quanto sostanza:
La distruzione della logica per mezzo della sua genealogia porta con sé anche la rovina delle categorie psicologiche fondate su questa
logica. Tutte le categorie psicologiche (l’ego, l’individuo, la persona) derivano dall’illusione di un’identità sostanziale. Ma questa illusione
può essere riportata fondamentalmente a una superstizione che inganna non solo il senso comune, ma anche i filosofi – precisamente il
fatto di credere nel linguaggio, e, più specificamente, nella verità delle categorie grammaticali. È stata la grammatica (la struttura
soggetto-predicato) che ha ispirato la sicurezza di Cartesio nel fatto che l’«io» sia il soggetto di «penso», mentre esso è piuttosto i pensieri
che vengono a «me». In realtà, la fede nella grammatica semplicemente trasmette la volontà di essere la «causa» dei propri pensieri. Il
soggetto, il sé, l’individuo, sono solo tanti falsi concetti, in quanto trasformano in sostanze unità fittizie che all’inizio hanno solo una realtà
linguistica51.
Wittig offre un’alternativa critica, mostrando che le persone non possono acquisire significato
all’interno del linguaggio senza la marcatura di genere, e lo fa a partire da un’analisi politica della
grammatica del genere nella lingua francese. Secondo Wittig il genere non solo designa le persone, le
«qualifica», per così dire, ma costituisce anche un’episteme concettuale in base alla quale il
binarismo del genere si universalizza. Anche se il francese attribuisce il genere a ogni tipo di nome e
non solo a quelli di persona, Wittig sostiene che tale sua analisi possa essere applicata anche
all’inglese. In apertura del saggio intitolato The Mark of Gender (1984) scrive:
La marcatura di genere riguarda i sostantivi, secondo i/le grammatici/he. Costoro ne parlano in termini di funzione. Se ne mettono in
dubbio il significato, sono autorizzati/e a scherzarci sopra, definendo il genere come un «sesso fittizio». [...] per quanto riguarda le
categorie della persona entrambe le lingue [inglese e francese] sono portatrici del genere in egual misura. Entrambe in realtà danno
spazio a un concetto ontologico primitivo che rafforza nel linguaggio una divisione degli esseri in sessi [...]. In quanto concetto ontologico
che ha a che fare con la natura dell’Essere, insieme con un’intera costellazione di altri concetti primitivi che appartengono alla stessa
linea di pensiero, il genere sembra appartenere primariamente al campo della filosofia52.
Per il genere, «appartenere al campo della filosofia» significa, secondo Wittig, appartenere «a
quel corpus di concetti autoevidenti senza i quali i/le filosofi/e non credono di poter sviluppare una
linea di ragionamento e che per loro sono ovvi, perché esistono prima di ogni pensiero, di ogni
ordine sociale, in natura»53. La visione di Wittig è corroborata da quel discorso comune sull’identità
di genere che impiega in modo acritico l’attribuzione flessiva dell’«essere» ai generi e alle
«sessualità». L’affermazione aproblematica di «essere» una donna e di «essere» eterosessuale
sarebbe sintomatica di tale metafisica delle sostanze di genere. Nel caso sia degli «uomini», sia delle
«donne», questa affermazione tende a subordinare la nozione di genere a quella di identità e a
condurre alla conclusione che una persona sia un genere e sia un solo genere in virtù del proprio
sesso, del senso psichico di sé e delle varie espressioni di quel sé psichico, tra le quali la più
rilevante è il desiderio sessuale. In un tale contesto prefemminista, il genere ingenuamente (anziché
criticamente) confuso con il sesso serve come principio unificante del sé incarnato e mantiene
quell’unità in contrapposizione a un «sesso opposto» la cui struttura si presume mantenga una
coerenza interna, parallela ma oppositiva, tra sesso, genere e desiderio. L’articolazione «mi sento
una donna» da parte di un individuo di sesso femminile o «mi sento un uomo» da parte di uno di
sesso maschile presuppone che in nessuno dei due casi l’affermazione sia insensatamente ridondante.
Per quanto possa sembrare aproblematico essere una determinata anatomia (e tuttavia più avanti
prenderemo in considerazione il modo in cui anche tale progetto è irto di difficoltà), l’esperienza di
una disposizione psichica o di un’identità culturale di genere è considerata una conquista. Perciò, la
frase «mi sento una donna» è vera nella misura in cui si assume l’invocazione che Aretha Franklin fa
dell’Alterità definitoria: «you make me feel like a natural woman» [letteralmente, mi fai sentire come
una donna naturale]54. Questa conquista richiede una differenziazione dal sesso opposto. Dunque, si è
del genere che si è nella misura in cui non si è dell’altro genere, formulazione che presuppone e
legittima la restrizione del genere a tale coppia binaria.
Il genere può denotare un’unità di esperienza, di sesso, genere e desiderio, solo quando il sesso
può essere inteso, per certi versi, come ciò che necessita il genere (laddove il genere è una
designazione psichica e/o culturale del sé) e il desiderio (laddove il desiderio è eterosessuale e
perciò si differenzia attraverso una relazione oppositiva rispetto all’altro genere che desidera). La
coerenza interna o unità di entrambi i generi, uomo o donna, richiede pertanto un’eterosessualità che
sia stabile e oppositiva allo stesso tempo. Tale eterosessualità istituzionale richiede e produce al
contempo l’univocità di ognuno dei termini di genere che costituiscono il limite delle possibilità di
genere all’interno di un sistema di genere binario e oppositivo. Questa concezione del genere non
solo presuppone una relazione causale tra sesso, genere e desiderio, ma ipotizza anche che il
desiderio rifletta o esprima il genere e che il genere rifletta o esprima il desiderio. L’unità metafisica
di questi tre elementi si presuppone sia veramente conosciuta ed espressa in un desiderio basato sulla
differenziazione e rivolto a un genere in opposizione – vale a dire in una forma di eterosessualità
opposizionale. Che sia nella forma di un paradigma naturalistico che stabilisce una continuità causale
tra sesso, genere e desiderio o nella forma di un paradigma di espressione autentica per cui si dice
che un qualche vero sé si rivela simultaneamente o successivamente nel sesso, nel genere e nel
desiderio, qui l’«antico sogno di simmetria», come l’ha chiamato Irigaray, viene presupposto,
reificato e razionalizzato.
Questo schizzo rudimentale del genere ci dà un indizio per capire le ragioni politiche di una
visione sostanzialistica del genere. L’istituzione di una eterosessualità obbligatoria e naturalizzata
richiede e regola il genere quale relazione binaria in cui il termine al maschile è differenziato dal
termine al femminile, una differenziazione che si compie attraverso le pratiche del desiderio
eterosessuale. L’atto di differenziare i due momenti dell’opposizione binaria sfocia in un
consolidamento di ognuno dei due termini, vale a dire la rispettiva e interna coerenza di sesso,
genere e desiderio.
La dislocazione strategica di tale relazione binaria e la metafisica della sostanza su cui essa
poggia presuppongono che le categorie di femminile e maschile, donna e uomo, siano parimenti
prodotte all’interno della cornice del binarismo. Foucault aderisce implicitamente a questa
spiegazione. Nel capitolo finale del primo volume della Storia della sessualità e nella sua breve ma
significativa introduzione a Una strana confessione: memorie di un ermafrodito55, Foucault ipotizza
che la categoria di sesso, precedente a qualsiasi categorizzazione della differenza sessuale, sia essa
stessa costruita attraverso una modalità storicamente specifica della sessualità. La produzione tattica
della categorizzazione distinta e binaria del sesso nasconde gli scopi strategici di quello stesso
apparato di produzione postulando il «sesso» come «una causa» dell’esperienza, del comportamento
e del desiderio sessuale. L’indagine genealogica di Foucault rivela questa «causa» apparente come
«un effetto», la produzione di un determinato regime di sessualità che cerca di regolare l’esperienza
sessuale istituendo le categorie distinte del sesso come funzioni fondamentali e causali all’interno di
ogni descrizione discorsiva della sessualità.
Nell’introduzione ai diari di Herculine Barbin, Foucault ipotizza che la critica genealogica delle
categorie reificate del sesso sia la conseguenza involontaria di pratiche sessuali di cui non si può
dare conto all’interno del discorso medico-legale di una eterosessualità naturalizzata. Herculine non
è un’«identità», ma l’impossibilità sessuale di un’identità. Per quanto gli elementi anatomici maschili
e femminili siano distribuiti congiuntamente nel e sul suo corpo, non è questo il vero motivo dello
scandalo. Le convenzioni linguistiche che producono sé intelligibili, connotati dal punto di vista del
genere, trovano il loro limite in Herculine proprio perché lei/lui dà origine a una convergenza e a una
disorganizzazione delle regole che governano sesso/genere/desiderio. Herculine dispiega e
ridistribuisce i termini di un sistema binario, ma quella stessa ridistribuzione disgrega e fa
proliferare quei termini al di fuori dell’opposizione binaria. Secondo Foucault, Herculine così
com’è, non è categorizzabile all’interno del binarismo di genere; la sconcertante convergenza tra
eterosessualità e omosessualità nella sua persona è solo occasionata, ma mai causata, dalla
discontinuità anatomica. L’appropriazione foucaultiana di Herculine è sospetta56, ma la sua analisi
implica la convinzione interessante che l’eterogeneità sessuale (paradossalmente esclusa da
un’«etero»-sessualità naturalizzata) implichi a sua volta una critica della metafisica della sostanza, in
quel che dà forma alle categorie identitarie del sesso. Foucault immagina l’esperienza di Herculine
come «un mondo di piaceri» in cui, come nel mondo delle meraviglie in cui precipita Alice, «c’è il
ghigno, ma non c’è il gatto»57. Sorrisi, giochi, piaceri e desideri sono rappresentati come qualità di
cui non si può dire che aderiscano a una sostanza stabile. In quanto attributi fluttuanti, indicano la
possibilità di un’esperienza connotata dal punto di vista di genere che non può essere afferrata
attraverso la grammatica sostanzializzante e gerarchizzante dei sostantivi (res extensa) e degli
aggettivi (attributi, necessari e accidentali). Attraverso la sua rapida lettura di Herculine, Foucault
propone un’ontologia degli attributi accidentali che fa vedere il postulato dell’identità quale
principio culturalmente limitato di ordine e gerarchia, quale finzione regolativa.
Se è possibile parlare di un «uomo» con un attributo al maschile e intendere quell’attributo come
una caratteristica opportuna ma accidentale di quell’uomo, allora è anche possibile parlare di un
«uomo» con un attributo al femminile, qualunque esso sia, e comunque mantenere l’integrità di quel
genere. Ma una volta che facciamo a meno della priorità di «uomo» e «donna» quali sostanze stabili,
non è più possibile subordinarvi caratteristiche di genere dissonanti alla stregua di attributi secondari
e accidentali in un’ontologia del genere che fondamentalmente rimane intatta. Se la nozione di una
sostanza stabile è una costruzione finzionale prodotta attraverso un ordinamento coattivo degli
attributi in sequenze di genere coerenti, allora sembra che il genere come sostanza, l’applicabilità di
uomo e donna in quanto sostantivi, vengano messi in questione dal gioco dissonante di quegli
attributi che non riescono a conformarsi a modelli sequenziali o causali di intelligibilità.
La comparsa di una sostanza stabile o di un sé connotato dal punto di vista di genere, ciò che lo
psichiatra Robert Stoller chiama «un nucleo di genere»58, è dunque prodotta dalla regolamentazione
degli attributi secondo linee di coerenza fissate culturalmente. Ne consegue che lo svelamento di
questa produzione fittizia è condizionato dal gioco deregolamentato di attributi che resistono
all’assimilazione nei quadri precostituiti dei sostantivi primari e degli aggettivi secondari. Certo, si
può sempre sostenere che gli aggettivi dissonanti agiscono retroattivamente sulla ridefinizione delle
identità sostantive che si presume modifichino, e dunque sull’espansione delle categorie sostantive
del genere, includendo possibilità precedentemente escluse. Ma se è vero che queste sostanze non
sono altro che coerenze create in modo contingente attraverso la regolamentazione degli attributi,
allora sembrerebbe che la stessa ontologia delle sostanze sia non soltanto un effetto artificiale, ma
anche fondamentalmente superfluo.
In questo senso genere non è un sostantivo, ma non è nemmeno una serie di attributi fluttuanti,
perché abbiamo visto che l’effetto sostantivo del genere è prodotto performativamente e imposto
dalle pratiche di regolamentazione della coerenza di genere. Dunque, all’interno del discorso
tradizionale della metafisica della sostanza il genere si rivela performativo, cioè costituisce
l’identità che è supposto essere. In questo senso il genere è sempre un fare, anche se non un fare il cui
agente è un soggetto che potrebbe dirsi preesistente all’atto. La sfida per poter ripensare le categorie
di genere al di fuori della metafisica della sostanza dovrà considerare l’importanza di quanto
sostiene Nietzsche nella Genealogia della morale, quando dice che «non esiste alcun ‘essere’ al di
sotto del fare, dell’agire, del divenire: ‘colui che fa’ non è che fittiziamente aggiunto al fare – il fare
è tutto»59. Utilizzando questa affermazione in un senso che lo stesso Nietzsche non avrebbe né
previsto né approvato, potremmo dire, a corollario: non esiste nessuna identità di genere dietro le
espressioni del genere; tale identità è costituita performativamente dalle espressioni stesse che si
dice siano i suoi risultati.
VI. Il linguaggio, il potere e le strategie della dislocazione
Molta parte della teoria e della letteratura femministe ha comunque ritenuto e continua a ritenere che
dietro al fare ci sia un/a «colui/colei che fa». Senza un(’)agente, si sostiene, non ci può essere
capacità di agire e dunque non può darsi la potenzialità per dare inizio a una trasformazione delle
relazioni di dominio all’interno della società. La teoria femminista radicale di Wittig occupa una
posizione ambigua nel continuum delle teorie sulla questione del soggetto. Da una parte, Wittig
sembra mettere in discussione la metafisica della sostanza, ma dall’altra mantiene il soggetto umano,
l’individuo, come luogo metafisico della capacità di agire. L’umanismo di Wittig assume in modo
evidente che ci sia un/a «colui/colei che fa» dietro al fare, e tuttavia la sua teoria individua la
costruzione performativa del genere nelle pratiche materiali della cultura, mettendo in discussione la
temporalità delle spiegazioni che confonderebbero la «causa» con il «risultato». In un passo che ci
mostra lo spazio intertestuale che la collega a Foucault (e svela le tracce della nozione marxista di
reificazione in entrambe le teorie), Wittig scrive:
Un approccio femminista materialista dimostra che ciò che consideriamo come la causa o l’origine dell’oppressione è in realtà niente
altro che il marchio impresso dall’oppressore; il «mito della donna», più i suoi effetti e le sue manifestazioni nella coscienza e nei corpi
appropriati delle donne. Perciò, questo marchio non preesiste all’oppressione [...], il sesso è considerato un «dato immediato», un «dato
sensibile», «caratteristiche fisiche» che appartengono a un ordine naturale. Ma quello che crediamo essere una percezione fisica e diretta
è solamente una costruzione sofisticata e mitica, una «formazione immaginaria»60.
Siccome questa produzione della «natura» opera in accordo con i dettami dell’eterosessualità
obbligatoria, l’emergere del desiderio omosessuale, nella visione di Wittig, trascende le categorie
del sesso: «se il desiderio potesse liberarsi, non avrebbe niente a che fare con la marcatura
preliminare operata dai sessi»61.
Wittig parla del «sesso» come di un marchio, o una marcatura, che l’eterosessualità
istituzionalizzata appone, una marcatura che può essere cancellata o sfumata attraverso pratiche che
contestino efficacemente quell’istituzione. La sua visione, naturalmente, differisce in modo radicale
da quella di Irigaray. Quest’ultima intende la «marcatura» di genere come parte di un’economia
egemonica di significazione al maschile che opera attraverso meccanismi autoreferenziali di
specularizzazione, che hanno virtualmente determinato il campo dell’ontologia nella tradizione
filosofica occidentale. Per Wittig, il linguaggio è uno strumento o un mezzo che non è affatto misogino
nelle sue strutture, ma nelle sue applicazioni62. Per Irigaray la possibilità di un altro linguaggio o di
un’altra economia di significazione è l’unica occasione per sfuggire alla «marcatura» di genere, la
quale, per la femminilità, non è altro che la cancellazione fallogocentrica del sesso femminile.
Mentre Irigaray cerca di mettere in evidenza che l’apparente relazione «binaria» tra i sessi è uno
stratagemma maschilista che esclude completamente il femminile, Wittig sostiene che posizioni come
quella di Irigaray consolidano l’opposizione binaria tra mascolinità e femminilità e rimettono in
circolo una nozione mitica della femminilità. Riferendosi chiaramente alla critica di Beauvoir del
mito dell’eterno femminino presente nel Secondo sesso, Wittig afferma: «la ‘scrittura femminile’ non
esiste»63.
Wittig è chiaramente sintonizzata sul potere del linguaggio di subordinare ed escludere le donne.
Tuttavia, come «materialista» considera il linguaggio «un altro ordine di materialità»64, un’istituzione
che può essere radicalmente trasformata. Il linguaggio va annoverato tra le pratiche e le istituzioni
concrete e contingenti che vengono mantenute in vita dalle scelte degli individui, e possono perciò
essere indebolite dalle azioni collettive di individui dotati della facoltà di scelta. La finzione
linguistica del «sesso», sostiene Wittig, è una categoria prodotta e messa in circolazione dal sistema
dell’eterosessualità obbligatoria nel tentativo di limitare la produzione di identità lungo l’asse del
desiderio eterosessuale. In alcune parti del suo lavoro, l’omosessualità sia maschile sia femminile,
così come altre posizioni indipendenti dal contratto eterosessuale, diventano l’occasione per
rovesciare e far proliferare la categoria di sesso. Nel Corpo lesbico e altrove, Wittig sembra tuttavia
non concordare con l’idea di una sessualità organizzata genitalmente in sé e invocare piuttosto
un’economia alternativa dei piaceri, che contesti anche la costruzione della soggettività femminile in
quanto marcata dalla funzione riproduttiva, ritenuta distintiva delle donne65. La proliferazione dei
piaceri al di fuori dell’economia riproduttiva ipotizza anche una forma di diffusione erotica
specificamente femminile, quale controstrategia rispetto alla costruzione riproduttiva della genitalità.
In un certo senso, Il corpo lesbico può essere inteso, per Wittig, come una lettura «invertita» dei Tre
saggi sulla sessualità, in cui Freud sostiene la superiorità di sviluppo della sessualità genitale
rispetto alla sessualità infantile meno ristretta e più diffusa. Solo «l’invertito/a» (la classificazione
medica invocata da Freud per indicare l’«omosessuale») non riesce a «raggiungere» la norma
genitale. Nell’intraprendere una critica politica della genitalità, Wittig sembra mettere in campo
l’«inversione» come pratica critica di lettura, valorizzando proprio quelle caratteristiche di una
sessualità non sviluppata individuate da Freud e inaugurando efficacemente «una politica postgenitale»66. In effetti, la nozione di sviluppo può essere letta solo come normalizzazione all’interno
della matrice eterosessuale. Ma questa è l’unica lettura possibile di Freud? E in che misura la pratica
dell’inversione di Wittig si affida allo stesso modello di normalizzazione che tenta di smantellare? In
altre parole, se il modello di una sessualità più diffusa e antigenitale serve da alternativa singolare e
contrappositiva rispetto alla struttura egemonica della sessualità, in che misura tale relazione binaria
è destinata a riprodursi all’infinito? E quali possibilità ci sono di distruggere l’opposizione binaria
stessa?
La relazione contrappositiva che Wittig intrattiene con la psicoanalisi fa sì che inaspettatamente la
sua teoria finisca per fondarsi proprio su quei presupposti della teoria psicoanalitica dello sviluppo,
sebbene del tutto «invertita», che cerca di superare. La perversione polimorfa, che si presume esista
prima della marcatura operata dal sesso, viene valorizzata come fine della sessualità umana67. Una
possibile risposta psicoanalitica femminista potrebbe sostenere che Wittig non teorizza
adeguatamente e anche sottovaluta il significato e la funzione del linguaggio in cui avviene «la
marcatura» del genere. Wittig considera la pratica di marcatura contingente, radicalmente variabile e
persino come qualcosa di cui si può fare a meno. Nella teoria lacaniana lo statuto di un divieto
originario opera in modo più coercitivo e meno contingente della nozione di pratica regolativa in
Foucault o della descrizione materialista del sistema di oppressione eterosessista in Wittig.
In Lacan, come nella riformulazione post-lacaniana di Freud operata da Irigaray, la differenza
sessuale non è una semplice opposizione binaria che mantiene a fondamento la metafisica della
sostanza. Il «soggetto» al maschile è una costruzione fittizia prodotta dalla legge che proibisce
l’incesto e costringe a un’infinita dislocazione del desiderio eterosessualizzante. La femminilità non è
mai una marcatura del soggetto; la femminilità non potrebbe essere l’«attributo» di un genere. Anzi,
la femminilità è la significazione di una mancanza, significata dal Simbolico, una serie di regole
linguistiche di differenziazione che creano effettivamente la differenza sessuale. La posizione
linguistica al maschile è sottoposta all’individuazione e all’eterosessualizzazione richieste dai divieti
che fondano la legge simbolica, la Legge del padre. Il tabù dell’incesto che vieta la madre al figlio e
in questo modo istituisce tra loro una relazione di parentela è una legge messa in atto «nel nome del
Padre». Allo stesso modo, la legge che respinge il desiderio della bambina per la madre e per il
padre richiede che questa assuma l’emblema della maternità e perpetui le leggi della parentela.
Entrambe le posizioni, sia quella al maschile, sia quella al femminile, sono perciò istituite attraverso
leggi di divieto che producono generi culturalmente intelligibili, ma solo attraverso la produzione di
una sessualità inconscia che riemerge nell’ambito dell’immaginario68.
L’appropriazione femminista della differenza sessuale, che sia scritta in opposizione al
fallogocentrismo di Lacan (Irigaray) o sia una rielaborazione critica dello stesso Lacan, cerca di
teorizzare il femminile non come espressione della metafisica della sostanza, ma come un’assenza
irrappresentabile prodotta dalla negazione (al maschile) che fonda l’economia della significazione
attraverso l’esclusione. La femminilità, in qualità di ciò che è ripudiato/escluso all’interno di quel
sistema, costituisce la possibilità di criticare e distruggere quello schema concettuale egemonico. Le
opere di Jacqueline Rose69 e di Jane Gallop70 sottolineano in modi diversi lo statuto di costruzione
della differenza sessuale, la sua instabilità intrinseca e la doppia consequenzialità di un divieto che
istituisce un’identità sessuale e al contempo mostra l’esiguità del suo fondamento. Anche se Wittig e
altre femministe materialiste di area francese potrebbero sostenere che la differenza sessuale è una
replica che esula dal pensiero di una serie reificata di polarità sessuate, va detto che osservazioni
simili perdono di vista la dimensione critica dell’inconscio che, in quanto luogo della sessualità
repressa, riemerge nel discorso del soggetto come l’impossibilità stessa di una sua coerenza. Come
Rose sottolinea molto chiaramente, la costruzione di un’identità sessuale coerente lungo gli assi
disgiuntivi della femminilità/mascolinità è destinata a fallire71; l’annientamento di tale coerenza,
attraverso un inavvertito ritorno del rimosso, rivela non solo che l’identità è una costruzione, ma
anche quanto il divieto che costruisce l’identità sia inefficace (la Legge del padre non andrebbe
intesa come una volontà divina deterministica, ma come un’eterna dilettante che prepara il terreno
per un’insurrezione contro di sé).
La differenza tra la posizione materialista e quella lacaniana (e post-lacaniana) emerge sul terreno
di un dissenso normativo rispetto alla questione se possa rinvenirsi o meno una sessualità «prima»
della legge o «fuori» di essa, nella modalità dell’inconscio, oppure «dopo» la legge quale sessualità
post-genitale. Paradossalmente, il tropo normativo della depravazione polimorfa è considerato come
ciò che caratterizza entrambi i modi di concepire la sessualità alternativa. Non c’è accordo, tuttavia,
su come delimitare quella «legge» o quella serie di «leggi». La critica psicoanalitica riesce bene a
descrivere la costruzione del «soggetto» – e forse anche l’illusione della sostanza – all’interno di una
matrice di relazioni di genere normative. Nella sua dimensione esistenzial-materialista, Wittig parte
dal presupposto che il soggetto, la persona, abbia un’integrità pre-sociale e precedente alla
connotazione di genere. Dall’altra parte, «la Legge del padre» in Lacan, così come il dominio
monologico del fallogocentrismo in Irigaray, portano il segno di una singolarità monoteistica che
forse è culturalmente meno unitaria e meno universale di quanto implichino i postulati strutturalisti di
tale approccio72.
Ma il dissenso sembra vertere anche sulle articolazioni del tropo temporale di una sessualità
sovversiva che prospera prima dell’imposizione della legge, dopo il suo ribaltamento o durante il
suo regno come sfida costante alla sua autorità. A questo punto sembra sensato tornare a Foucault
che, nel sostenere che sessualità e potere sono coestensivi, implicitamente rifiuta il postulato di una
sessualità sovversiva o emancipatoria che potrebbe essere libera dalla legge. Possiamo spingere
oltre la sua idea, evidenziando che «il prima» e «il dopo» della legge sono modalità temporali
istituite discorsivamente e performativamente, invocate nei termini di un quadro normativo, che
afferma che la sovversione, la destabilizzazione o la rimozione richiedono una sessualità che sfugge
in certa misura ai divieti imposti al sesso. Per Foucault, tali divieti sono immancabilmente e
inconsapevolmente produttivi, nel senso che «il soggetto», fondato e prodotto in e attraverso tali
divieti, non ha accesso a una sessualità che è in qualche modo «fuori», «prima» o «dopo» il potere
stesso. È il potere, più che la legge, che comprende la funzione sia giuridica (ambito del divieto e
della regolamentazione) sia produttiva (involontariamente generativa) delle relazioni differenziali.
Perciò, la sessualità che emerge all’interno della matrice delle relazioni di potere non è una semplice
replica o copia della legge stessa, una ripetizione uniforme di un’economia maschilista dell’identità.
Le produzioni deviano dai loro scopi originari e involontariamente mobilitano possibilità di
«soggetti» che non solo eccedono i limiti dell’intelligibilità culturale, ma espandono efficacemente i
confini di ciò che è intelligibile culturalmente.
La norma femminista di una sessualità post-genitale è stata oggetto di una critica importante da
parte di teoriche femministe della sessualità, alcune delle quali hanno tentato di appropriarsi di
Foucault con un approccio specificamente femminista e/o lesbico. L’idea utopica di una sessualità
liberata dai costrutti eterosessuali, una sessualità che va oltre il «sesso», non è riuscita a riconoscere
i modi in cui per le donne le relazioni di potere continuano a costruire la sessualità, anche entro i
termini di una eterosessualità o di un lesbismo «liberati»73. La stessa critica viene rivolta all’idea di
un piacere sessuale specificamente al femminile, radicalmente differente dalla sessualità fallica. I
tentativi compiuti a volte da Irigaray nel derivare una specifica sessualità al femminile da una
specifica anatomia femminile, per un certo periodo sono stati il bersaglio di obiezioni antiessenzialiste74. Il ritorno alla biologia, quale base di una sessualità o di un significato femminile
specifici sembra far venir meno la premessa femminista per cui la biologia non è un destino. Ma resta
problematico caratterizzare la sessualità al femminile come radicalmente distinta da
un’organizzazione fallica della sessualità che sia qui articolata attraverso il discorso della biologia
per ragioni puramente strategiche75, o che si tratti, di fatto, di un ritorno femminista all’essenzialismo
biologico. Le donne che o non riescono a riconoscere quella sessualità come propria o non intendono
la propria sessualità come parzialmente costruita entro i termini di un’economia fallica vengono
potenzialmente cancellate da quella teoria, in quanto «identificate al maschile» oppure «non
illuminate». In effetti nel testo di Irigaray spesso non è chiaro se la sessualità sia costruita
culturalmente o possa essere tale soltanto in termini fallici. In altre parole: il piacere specificamente
al femminile è «fuori» dalla cultura in quanto sua preistoria o in quanto suo futuro utopico? E se è
così, a che cosa serve una tale nozione nella negoziazione delle lotte contemporanee sulla sessualità
e sulla sua costruzione?
Nella teoria e pratica femminista il movimento pro-sessualità ha efficacemente sostenuto che la
sessualità è sempre costruita entro i termini del discorso e del potere, laddove il potere è in parte
inteso quale convenzione culturale eterosessuale e fallica. L’emergere di tale sessualità costruita (e
non determinata) nei contesti lesbici, bisessuali ed eterosessuali non è, perciò, segno di una
identificazione al maschile in un qualche senso riduttivo. Non è il venir meno del progetto di critica
del fallogocentrismo e dell’egemonia eterosessuale, come se la critica politica potesse effettivamente
disfare la costruzione culturale della sessualità della teorica femminista. Se la sessualità è
culturalmente costruita all’interno di relazioni di potere esistenti, allora ipotizzare una sessualità
normativa che sta «prima» del, «fuori» dal oppure «oltre» il potere è un’impossibilità culturale e un
sogno politicamente impraticabile; un sogno che pospone il compito concreto e tutto attuale di
ripensare le possibilità sovversive che si aprono per la sessualità e l’identità entro i termini stessi
del potere. Questo compito critico presuppone, naturalmente, che operare entro la matrice del potere
non coincida con il replicare acriticamente relazioni di dominio. Offre piuttosto la possibilità di una
ripetizione della legge che non consiste nel suo consolidamento, ma nella sua dislocazione. Invece di
una sessualità «identificata in senso maschile», per cui il «maschile» funziona come causa e
significato irriducibile di quella sessualità, potremmo sviluppare una nozione di sessualità costruita
in termini di relazioni falliche di potere che ripetono e ridistribuiscono le possibilità di questo
fallicismo proprio attraverso operazioni sovversive di «identificazione» che sono, nel campo di
potere della sessualità, inevitabili. Se, per seguire Jacqueline Rose, le «identificazioni» si possono
rivelare fantasmatiche, allora deve essere possibile mettere in atto un’identificazione che esibisca la
propria struttura fantasmatica. Se non si ripudia radicalmente la sessualità culturalmente costruita,
allora rimane il problema di come riconoscere e di come «agire» la costruzione entro la quale
immancabilmente ci si trova. Esistono forme di ripetizione che non costituiscano una semplice
imitazione o riproduzione e quindi un consolidamento della legge (la nozione anacronistica di
«identificazione maschile» che andrebbe abbandonata dal lessico femminista)? Quali possibilità di
configurazioni di genere esistono tra le varie matrici emergenti e a volte convergenti
dell’intelligibilità culturale che governano la vita di genere?
Nei termini della teoria sessuale femminista, è chiaro che la presenza di dinamiche di potere nella
sessualità non coincide affatto con il mero consolidamento o aumento di un regime di potere
eterosessista o fallogocentrico. La «presenza» delle cosiddette convenzioni eterosessuali in contesti
omosessuali, così come la proliferazione di discorsi specificamente gay sulla differenza sessuale,
come è il caso di «butch» e «femme» quali identità storiche di stile sessuale, non possono spiegarsi
come rappresentazioni chimeriche di identità originariamente eterosessuali. E non possono nemmeno
essere intese come l’insistenza perniciosa di costrutti eterosessisti nella sessualità e nell’identità gay.
La replica di costrutti eterosessuali entro cornici non eterosessuali mette in rilevo lo statuto
profondamente costruito del cosiddetto originale eterosessuale. Perciò gay sta a «straight» non come
una copia sta all’originale, ma, piuttosto, come una copia sta a una copia. La ripetizione parodica
dell’«originale» che sarà discussa nei paragrafi conclusivi del capitolo 3 di questo libro, svela che
l’originale non è altro che una parodia dell’idea del naturale e dell’originale76. Anche se i costrutti
eterosessisti circolano in quanto luoghi di potere/discorso disponibili, dai quali si può fare il genere
di per sé, la domanda resta aperta: quali possibilità di rimessa in circolo esistono? Che possibilità ci
sono di fare una ripetizione di genere e di dislocarlo attraverso l’iperbole, la dissonanza, la
confusione interna e la proliferazione di quei costrutti che le mobilitano?
Va tenuto presente non solo che le ambiguità e le incoerenze dentro e tra le pratiche eterosessuali,
omosessuali e bisessuali sono soppresse e ridefinite nel quadro reificato del binarismo disgiuntivo e
asimmetrico mascolinità/femminilità, ma anche che queste configurazioni culturali di una confusione
di genere operano come luoghi di intervento, svelamento e dislocazione di tali reificazioni. In altre
parole, l’«unità» del genere è l’effetto di una pratica regolativa che vuole uniformare l’identità di
genere attraverso un’eterosessualità obbligatoria. La forza di questa pratica consiste nel restringere,
attraverso un apparato di produzione che opera delle esclusioni, i significati relativi di
«eterosessualità», «omosessualità» e «bisessualità» come anche i luoghi sovversivi della loro
convergenza e risignificazione. Il fatto che i regimi di potere dell’eterosessimo e del
fallogocentrismo cerchino di accrescere se stessi attraverso una ripetizione costante della loro
logica, metafisica e ontologie naturalizzate, non implica che la ripetizione vada interrotta, quasi che
la si potesse davvero interrompere. Se la ripetizione è destinata a persistere, quale meccanismo della
riproduzione culturale delle identità, allora emerge una questione cruciale: quale ripetizione
sovversiva potrebbe mettere in questione la pratica che regolamenta l’identità stessa?
Se non si può ricorrere a una «persona», a un «sesso» o a una «sessualità» che sfuggano alla
matrice del potere e delle relazioni discorsive le quali producono e regolano in maniera efficace
l’intelligibilità di tali concetti per noi, che cosa costituisce la possibilità di una reale inversione,
sovversione o dislocazione dell’identità così costruita? Quali possibilità si aprono proprio in virtù
del carattere costruito di sesso e genere? Se Foucault è ambiguo quando parla del carattere preciso
delle «pratiche regolative» che producono la categoria di sesso e se Wittig sembra attribuire la piena
responsabilità della costruzione alla riproduzione sessuale e al suo strumento, l’eterosessualità
obbligatoria, esistono tuttavia altri discorsi che concorrono a produrre questa finzione categoriale,
per ragioni non sempre chiare o coerenti tra loro. Non è facile minare le relazioni di potere di cui
sono pervase le scienze biologiche, e l’alleanza medico-legale che è emersa nell’Europa
dell’Ottocento ha creato finzioni categoriali impossibili da prevedere. La stessa complessità della
mappa discorsiva che costruisce il genere sembra aprire a una convergenza involontaria e generativa
di queste strutture discorsive e regolative. Se le finzioni regolative di sesso e genere diventano luoghi
di significati contestati, allora la molteplicità stessa della loro costruzione apre alla possibilità di un
annientamento dell’univocità con cui sono posti.
Chiaramente questo progetto non si propone di delineare nei termini filosofici tradizionali
un’ontologia del genere, attraverso cui il significato dell’essere una donna o un uomo possa essere
spiegato nei termini di una fenomenologia. Qui l’assunto è piuttosto che l’«essere» del genere sia un
effetto, l’oggetto di un’indagine genealogica che mappa i parametri politici della sua costruzione in
una prospettiva ontologica. Sostenere che il genere è costruito non significa asserire la sua illusorietà
o artificialità, una volta che si ritiene che tali termini si pongano in un quadro binario che
contrappone il «reale» e l’«autentico». Quale genealogia dell’ontologia del genere, questa ricerca
cerca di cogliere la produzione discorsiva della plausibilità di una relazione binaria e di mostrare
come alcune configurazioni culturali del genere prendano la forma del «reale» e consolidino e
accrescano la loro egemonia attraverso un’efficace auto-naturalizzazione.
Se c’è qualcosa di vero nell’affermazione di Simone de Beauvoir che non si nasce donna, ma lo si
diventa, ne consegue che persino donna è un termine in progress, un divenire, un costruire di cui non
si può dire a ragione che inizi o finisca. In quanto pratica discorsiva sempre in corso, è aperto
all’intervento e alla risignificazione. Anche quando il genere sembra fissarsi nella più reificata delle
forme, questa «fissazione» è essa stessa una pratica insistente e insidiosa, sostenuta e regolata da
svariati scopi sociali. Per Beauvoir non è mai possibile diventare definitivamente una donna, quasi
che ci fosse un telos che governa il processo di acculturazione e costruzione. Il genere è la
stilizzazione ripetuta del corpo, una serie di atti ripetuti in una cornice assai rigida di
regolamentazione che si fissa nel tempo per produrre l’apparenza di una sostanza, di un certo essere
naturale. Una genealogia politica delle ontologie di genere, per avere successo, dovrà decostruire
l’apparenza sostanziale del genere per arrivare ai suoi atti costitutivi e localizzare e dare conto delle
diverse forze che presidiano l’apparenza sociale del genere. Il compito di svelare gli atti contingenti
che creano l’apparenza di una necessità naturalistica, un gesto che è stato parte della critica culturale,
almeno a partire da Marx, ora si accompagna al peso di dover mostrare come la stessa nozione di
soggetto, intelligibile soltanto attraverso la propria apparenza connotata dal punto di vista del genere,
apre a possibilità che sono state escluse forzosamente dalle diverse reificazioni del genere
costituitesi in ontologie contingenti.
Il capitolo che segue indaga alcuni aspetti della descrizione psicoanalitica e strutturalista della
differenza sessuale e della costruzione della sessualità, in particolare in relazione al potere che ha di
contestare i regimi di regolamentazione qui delineati e al ruolo che svolge nella riproduzione acritica
di tali regimi. L’univocità del sesso, la coerenza interna del genere e il quadro binario che si applica
al sesso e al genere sono esaminati quali finzioni di regolamentazione che consolidano e
naturalizzano i convergenti regimi di potere dell’oppressione al maschile ed eterosessista. Il capitolo
finale prende in considerazione la stessa nozione di «corpo», non come superficie che attende la
significazione, ma come serie di confini, individuali e sociali, politicamente significati e conservati.
Non più concepibile come «verità» interiore di disposizioni e identità, il sesso apparirà allora come
una significazione attuata in modo performativo (e dunque non «essere»); una significazione che,
liberata da una interiorità e una superficie naturalizzate, può dare origine alla proliferazione parodica
e al gioco sovversivo dei significati di genere. Questo testo continua, dunque, come un tentativo di
analizzare la possibilità di sovversione e dislocazione delle nozioni reificate e naturalizzate del
genere, alla base dell’egemonia al maschile e del potere eterosessista, per fare del genere una
questione, un problema, non attraverso quelle strategie che prefigurano un oltre utopico, ma
attraverso la mobilitazione, la confusione sovversiva e la proliferazione proprio di quelle categorie
costitutive che cercano di tenere il genere al suo posto, mimando le illusioni fondative dell’identità.
21
Cfr. M. Foucault, Diritto di morte e potere sulla vita, in La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1997, pp. 119-142. In
questo capitolo conclusivo Foucault discute la relazione tra la dimensione giuridica e la dimensione produttiva del diritto. La sua nozione di
produttività del diritto deriva chiaramente da Nietzsche, anche se non è sovrapponibile con la nozione nietzscheana di volontà di potenza.
L’uso della nozione foucaultiana di potere produttivo non va inteso qui come «applicazione» ingenua di Foucault alle questioni di genere.
Come cerco di far vedere nel capitolo 3, paragrafo II, Foucault, Herculine e la politica della discontinuità sessuale, la
considerazione della differenza sessuale nel lavoro dello stesso Foucault rivela delle contraddizioni che sono centrali nella sua teoria.
Sottoporrò a una critica anche il suo modo di vedere il corpo nel capitolo conclusivo.
22
In questo lavoro ogni volta che parlo di un soggetto davanti alla legge rimando alla lettura che Derrida ha fatto dell’apologo kafkiano
Davanti alla legge, pubblicata in Kafka and the Contemporary Critical Performance: Centenary Readings, a cura di A. Udoff,
Indiana U.P., Bloomington 1987. [Il testo di Derrida, letto per la prima volta a una conferenza tenuta nel 1982 presso la Royal
Philosophical Society di Londra, ha avuto diverse versioni, in diverse lingue, ma il riferimento di Butler resta comunque quello da lei
indicato alla versione inglese del 1987. Per una versione italiana cfr. Pre-giudicati davanti alla legge, a cura di F. Garritano, Adamo,
Catanzaro 1996 (N.d.T.)].
23
D. Riley, Am I That Name?: Feminism and the Category of ‘Women’ in History, Macmillan, New York 1988.
24
Cfr. S. Harding, The Instability of the Analytical Categories of Feminist Theory, in Ead., J.F. O’Barr (a cura di), Sex and
Scientific Inquiry, University of Chicago Press, Chicago 1987, pp. 283-302.
25
Mi viene in mente l’ambiguità intrinseca del titolo di Nancy Cott, The Grounding of Modern Feminism [Porre i fondamenti del
femminismo moderno], Yale U.P., New Haven 1987. Cott sostiene che i movimenti femministi dell’inizio del XX secolo cercavano di
«porre i propri fondamenti» in un programma che alla fine li avrebbe «affondati». La sua tesi storica costringe implicitamente a chiedersi
se fondazioni accettate acriticamente non operino come «ritorno del rimosso»; in quanto basate su pratiche di esclusione, le identità
politiche stabili che fondano i movimenti politici possono immancabilmente arrivare a essere minacciate dalla stessa instabilità che viene
creata dal gesto di fondazione.
26
Uso l’espressione matrice eterosessuale per designare quella griglia di intelligibilità culturale attraverso cui i corpi, i generi e i desideri
vengono naturalizzati. Traggo da Monique Wittig la nozione di «contratto eterosessuale» e, in minor misura, da Adrienne Rich la nozione
di «eterosessualità obbligatoria» per caratterizzare un modello discorsivo epistemico di intelligibilità di genere che presuppone che i corpi,
per essere coerenti e avere senso, debbano avere un sesso stabile espresso attraverso un genere stabile (il maschile esprime il maschio, il
femminile esprime la femmina) che è definito in modo oppositivo e gerarchico attraverso la pratica obbligatoria dell’eterosessualità.
27
Per una discussione della distinzione sesso/genere nell’antropologia strutturale e nelle sue elaborazioni e critiche femministe, rimando
al capitolo 2, par. I, Lo scambio critico dello strutturalismo.
28
Per un interessante studio sul/la berdache e sulle configurazioni della molteplicità di genere nelle culture native americane, cfr. W.L.
Williams, The Spirit and the Flesh: Sexual Diversity in American Indian Culture, Beacon Press, Boston 1988. Cfr. anche Sh.B.
Ortner, H. Whitehead (a cura di), Sesso e genere: l’identità maschile e femminile (1981), ed. it. a cura di G. D’Agostino, Sellerio,
Palermo 2000. Per un’analisi politicamente sensibile e provocatoria dei/lle berdaches, dei/lle transessuali e del carattere contingente delle
dicotomie di genere cfr. S.J. Kessler, W. McKenna, Gender: An Ethnomethodological Approach, University of Chicago Press,
Chicago 1978.
29
È stata condotta molta ricerca femminista nel campo della biologia e della storia della scienza e questa ha valutato gli interessi politici
insiti nelle varie procedure discriminatorie che stabiliscono la base scientifica del sesso. Cfr. R. Hubbard, M. Lowe (a cura di), Genes
and Gender, voll. 1 e 2, Gordian Press, New York 1978-1979; i due numeri di «Hypatia: A Journal of Feminist Philosophy» su
femminismo e scienza (II, 1987, 3 e III, 1988, 1), in particolare The Importance of Feminist Critique for Contemporary Cell Biology
scritto da The Biology and Gender Study Group nel secondo numero citato (III, 1988, 1); S. Harding,The Science Question in
Feminism, Cornell U.P., Ithaca 1986; E. Fox Keller, Sul genere e la scienza (1984), Garzanti, Milano 1987; D. Haraway, In the
Beginning Was the Word: The Genesis of Biological Theory, in «Signs: Journal of Women in Culture and Society», VI, 1981, 3; Ead.,
Primate Visions, Routledge, New York 1989; S. Harding, J. O’Barr, Sex and Scientific Inquiry, University of Chicago Press, Chicago
1987; A. Fausto-Sterling, Myths of Gender: Biological Theories About Women and Men, Norton, New York 1979.
30
Chiaramente la Storia della sessualità di Foucault offre un modo di ripensare la storia del «sesso» all’interno di un determinato
contesto moderno eurocentrico. Per un’analisi più dettagliata, cfr. Th. Laqueur, C. Gallagher (a cura di), The Making of the Modern
Body: Sexuality and Society in the 19th Century, University of California Press, Berkeley 1987, pubblicato originariamente come
numero monografico di «Representations», 14, 1986.
31
Cfr. il mio Variations on Sex and Gender: Beauvoir, Wittig, Foucault, in S. Benhabib, D. Cornell (a cura di), Feminism as
Critique, University of Minnesota Press, Minneapolis 1987.
32
S. de Beauvoir, Il secondo sesso (1949), il Saggiatore, Milano 1994, p. 325.
33
Ivi, p. 63.
34
Cfr. il mio Sex and Gender in Beauvoir’s «Second Sex», in «Yale French Studies», 72, 1986, numero monografico Simone de
Beauvoir: Witness to a Century.
35
Si noti quante teorie fenomenologiche, come quelle di Sartre, di Merleau-Ponty e di Beauvoir, tendano a usare il termine
incarnazione. Essendo tratto da contesti teologici, esso tende a rappresentare «il» corpo come modalità di incarnazione, appunto, e, di
conseguenza, a preservare la relazione esterna e dualistica tra un’immaterialità significante e la materialità del corpo stesso.
36
Cfr. L. Irigaray, Questo sesso che non è un sesso (1977), Feltrinelli, Milano 1990.
37
Cfr. J. Scott, Gender as a Useful Category of Historical Analysis, in Gender and the Politics of History, Columbia U.P., New
York 1988, pp. 28-52 (originariamente uscito in «American Historical Review», XCI, 1986, 5).
38
Beauvoir, Il secondo sesso, cit., pp. 24-25.
39
Cfr. il mio Sex and Gender in Beauvoir’s «Second Sex», cit.
40
L’ideale normativo del corpo come «situazione» e allo stesso tempo come «strumento» viene accolto sia da Beauvoir, per quanto
riguarda il genere, sia da Frantz Fanon, per quanto riguarda la razza. Fanon conclude la sua analisi della colonizzazione ricorrendo al
corpo come strumento di libertà, dove la libertà è, cartesianamente, equiparata con una coscienza capace di sollevare il dubbio: «O mio
corpo, fai di me sempre un uomo che interroga!» (F. Fanon, Pelle nera maschere bianche. Il nero e l’altro [1952], Tropea, Milano
1996, p. 204).
41
In Sartre la radicale disgiunzione ontologica tra coscienza e corpo è parte dell’eredità cartesiana della sua filosofia. Significativamente,
è proprio la distinzione cartesiana che Hegel interroga implicitamente all’inizio della sezione su servo e padrone nella Fenomenologia
dello spirito. L’analisi che Beauvoir compie del Soggetto al maschile e dell’Altro al femminile è chiaramente collocata all’interno della
dialettica hegeliana e della riformulazione sartriana di quella dialettica nella sezione sul sadismo e il masochismo di L’essere e il nulla.
Criticando la possibilità stessa di una sintesi tra coscienza e corpo, Sartre effettivamente torna alla problematica cartesiana che Hegel
cercava di superare. Beauvoir insiste sul fatto che il corpo può essere uno strumento e una situazione di libertà, e che il sesso può essere
l’occasione per arrivare a un genere che non sia reificazione, ma una modalità di libertà. A prima vista, questa sembra una sintesi di
corpo e coscienza, dove la coscienza è intesa come condizione di libertà. La domanda che rimane aperta tuttavia è se questa sintesi
richieda e mantenga la distinzione ontologica tra corpo e mente da cui è composta e, per associazione, la posizione gerarchica della mente
come superiore al corpo e della mascolinità come superiore alla femminilità.
42
43
Cfr. E.V. Spelman, Woman as Body: Ancient and Contemporary Views, in «Feminist Studies», VIII, 1982, 1.
Gayatri Spivak interpreta molto acutamente questo tipo particolare di spiegazione binaria come un atto di colonizzazione e
marginalizzazione. Criticando «l’auto-presenza del sé sovrastorico che prende cognizione», caratteristica dell’imperialismo epistemico del
cogito filosofico, colloca la politica nella produzione di conoscenza che crea e censura i margini che costituiscono, attraverso l’esclusione,
l’intelligibilità contingente del dato regime di conoscenza di quel soggetto: «Definisco come ‘politica in quanto tale’ l’interdizione della
marginalità che è implicita nella produzione di ogni spiegazione. Da tale punto di vista, la scelta di particolari opposizioni binarie [...] non è
assolutamente una mera strategia intellettuale. È, in ogni caso, la condizione della possibilità di centralizzazione (con le dovute scuse) e,
corrispondentemente, di marginalizzazione» (G. Chakravorty Spivak, Explanation and Culture: Marginalia, in Ead., In Other Worlds:
Essays in Cultural Politics, Routledge, New York 1987, p. 113)
44
Cfr. le argomentazioni contro le oppressioni operate dai dispositivi di classificazione contenute in Ch. Moraga, La Güera, in G.
Anzaldúa, Ead. (a cura di), This Bridge Called My Back: Writings of Radical Women of Color, Kitchen Table, Women of Color
Press, New York 1982.
45
Per una più completa elaborazione dell’irrappresentabilità delle donne nel discorso fallogocentrico, cfr. L. Irigaray, Ogni teoria del
«soggetto»..., in Speculum. L’altra donna (1974), Feltrinelli, Milano 1998, pp. 129-141. Irigaray sembra rivedere le sue argomentazioni
in Sessi e genealogie (1987), La tartaruga, Milano 1989.
46
M. Wittig, One is Not Born a Woman, in «Feminist Issues», I, 1981, 2, p. 53, poi in The Straight Mind and Other Essays, Beacon
Press, Boston 1992, pp. 9-20.
47
La nozione del Simbolico viene discussa diffusamente nel capitolo 2 di questo testo. Deve essere intesa come una serie ideale e
universale di leggi culturali che governano la parentela e la significazione e, all’interno dello strutturalismo psicoanalitico, governano la
produzione della differenza sessuale. Basato sulla nozione di una «legge paterna» idealizzata, il Simbolico viene riformulato da Irigaray
come un discorso dominante ed egemonico del fallogocentrismo. Alcune femministe francesi propongono un linguaggio alternativo a
quello governato dal Fallo o dalla legge paterna, e così intraprendono una critica del Simbolico. Kristeva propone il «semiotico» come
dimensione specificamente materna del linguaggio, e sia Irigaray sia Hélène Cixous sono state associate con l’écriture féminine.
Tuttavia Wittig è stata sempre restia a riconoscersi in quel movimento, sostenendo che il linguaggio, nella sua struttura, non è né misogino,
né femminista, ma è uno strumento che si può mettere in campo per scopi politici ben sviluppati. Chiaramente la sua fede in un
«soggetto cognitivo» che esiste prima del linguaggio favorisce la sua concezione del linguaggio come strumento, piuttosto che come
campo di significazioni che preesistono e strutturano la formazione del soggetto stesso.
48
M. Wittig, The Point of View: Universal or Particular?, in «Feminist Issues», III, 1983, 2, p. 64, poi in The Straight Mind and
Other Essays, cit., pp. 59-67.
49
«Bisogna assumere sia un punto di vista particolare sia uno universale, almeno per essere parte della letteratura» (M. Wittig, The
Trojan Horse, in «Feminist Issues», IV, 1984, 2, p. 68. Cfr. anche infra, cap. 3 n. 64).
50
La rivista «Questions Feministes», disponibile in traduzione inglese con il titolo «Feminist Issues», di solito difendeva un punto di vista
«materialista» che considerava le pratiche, l’istituzione e lo statuto di costruzione del linguaggio come la «base materiale» dell’oppressione
delle donne. Wittig faceva parte della redazione originaria. Insieme con Monique Plaza, Wittig sosteneva che la differenza sessuale era
essenzialista per il fatto che faceva derivare il significato della funzione sociale delle donne dalla loro fatticità biologica, ma anche perché
aderiva all’idea della significazione primaria dei corpi delle donne come materni, e in questo modo dava forza ideologica all’egemonia
della sessualità riproduttiva.
51
M. Haar, Nietzsche and Metaphysical Language, in D. Allison (a cura di), The New Nietzsche: Contemporary Styles of
Interpretation, Delta, New York 1977, pp. 17-18.
52
M. Wittig, The Mark of Gender, in «Feminist Issues», V, 1985, 2, p. 4. Cfr. anche infra, cap. 3 n. 48.
53
Ivi, p. 3.
54
La canzone di Aretha, scritta originariamente da Carole King, contesta anche la naturalizzazione del genere. «Come una donna
naturale» è un’espressione che suggerisce che la «naturalità» diventa qualcosa di compiuto solo attraverso l’analogia o la metafora. In
altre parole, «Mi fai sentire come una metafora del naturale», e senza di «te» si rivelerebbe qualche fondamento denaturalizzato. Per una
discussione più approfondita dell’affermazione di Aretha alla luce della tesi di Simone de Beauvoir secondo cui «donna non si nasce, lo si
diventa», cfr. il mio Beauvoir’s Philosophical Contribution, in A. Garry, M. Pearsall (a cura di), Women, Knowledge and Reality,
Unwyn Hyman, Boston 1989; Routledge, New York 19962.
55
Una strana confessione: memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault (1978), Einaudi, Torino 1979; trad. inglese,
Herculine Barbin, Being the Recently Discovered Memories of a Nineteenth Century Hermaphrodite, Colophon, New York 1980
[il riferimento di Butler è all’introduzione di Foucault contenuta nell’edizione inglese e non presente nel testo francese di partenza
(N.d.T.)].
56
Cfr. infra, cap. 2, par. II.
57
Foucault, Herculine Barbin, cit., p. X.
58
R. Stoller, Presentations of Gender, Yale U.P., New Haven 1985, pp. 11-14.
59
F. Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico (1887), Adelphi, Milano 1984, p. 34.
60
Wittig, One is Not Born a Woman, cit., p. 48. Wittig fa risalire sia la nozione di «marcatura di genere», sia quella di «formazione
immaginaria» dei gruppi naturali a Colette Guillaumin, il cui lavoro sulla marcatura di razza fornisce a Wittig un’analogia per la sua analisi
del genere in Race et nature: Système des marques, idée de group naturel et rapport sociaux , in «Pluriel», XI, 1977. Il «mito della
donna» fa riferimento al terzo capitolo della prima parte del Secondo sesso di Beauvoir, cit.
61
M. Wittig, Paradigm, in E. Marx, G. Stambolian (a cura di), Homosexualities and French Literature: Cultural Contexts, Critical
Texts, Cornell U.P., Ithaca 1979, p. 114.
62
Chiaramente Wittig non concepisce la sintassi come l’elaborazione linguistica o la riproduzione di un sistema di parentela organizzato
secondo una linea paterna. Il suo rifiuto dello strutturalismo a questo livello le consente di intendere il linguaggio come neutrale dal punto
di vista di genere. Il libro di Irigaray, Parlare non è mai neutro (1985), Editori Riuniti, Roma 1991, critica proprio il tipo di posizione
umanistica, caratteristica qui di Wittig, che sostiene la neutralità del linguaggio dal punto di vista politico e da quello di genere.
63
Wittig, The Point of View: Universal or Particular?, cit., p. 63.
64
Ead., The Straight Mind, in «Feminist Issues», I, 1980, 1, p. 108. Cfr. anche infra, cap. 3 n. 53.
65
Ead., Il corpo lesbico (1973), Edizioni delle donne, Roma 1976.
66
Sono grata a Wendy Owen per avermi suggerito questa espressione.
67
Naturalmente, lo stesso Freud faceva una distinzione tra «il sessuale» e «il genitale», fornendo proprio ciò che Wittig usa contro di lui.
Cfr. per esempio, S. Freud, Lo sviluppo della funzione sessuale (1893), in Compendio di psicoanalisi, in Opere, Boringhieri, Torino
1989, vol. XI, pp. 579-583.
68
Un’analisi più approfondita della posizione lacaniana viene fornita infra in varie parti del capitolo 2.
69
J. Rose, Sexuality in the Field of Vision, Verso, London 1987.
70
J. Gallop, Reading Lacan, Cornell U.P., Ithaca 1985; The Daughter’s Seduction: Feminism and Psychoanalysis, Cornell U.P.,
Ithaca 1982.
71
«Ciò che distingue la psicoanalisi da descrizioni sociologiche del genere (da cui, secondo me, deriva la fondamentale impasse del
lavoro di Nancy Chodorow) è che mentre le seconde presuppongono sommariamente che l’interiorizzazione delle norme funzioni, la
premessa di base e di fatto il punto di partenza della psicoanalisi è che essa invece non funzioni. L’inconscio rivela costantemente il
‘fallimento’ dell’identità» (Rose, Sexuality in the Field of Vision, cit., p. 90).
72
Probabilmente non c’è da meravigliarsi del fatto che nella nozione strutturalista singolare della «Legge» risuoni chiaramente la legge
del divieto del Vecchio Testamento. La «legge paterna» viene dunque sottoposta a critica dal post-strutturalismo attraverso la via,
facilmente comprensibile, di una riappropriazione francese di Nietzsche. Questi biasima la «morale degli schiavi» giudeo-cristiana per il
fatto di concepire la legge in termini di singolarità e divieto. La volontà di potenza, d’altro canto, designa le possibilità allo stesso tempo
multiple e produttive della legge, facendo vedere come la nozione di «Legge» nella sua singolarità abbia un carattere fittizio e repressivo.
73
Cfr. G. Rubin, Thinking Sex: Notes for a Radical Theory of the Politics of Sexuality, in C.S. Vance (a cura di), Pleasure and
Danger, Routledge and Kegan Paul, Boston 1984, pp. 267-319. Nello stesso volume cfr. anche C.S. Vance, Pleasure and Danger:
Towards a Politics of Sexuality, pp. 1-28; A. Echols, The Taming of the Id: Feminist Sexual Politics, 1968-1983, pp. 50-72; A.
Hollibaugh, Desire for the Future, Radical Hope in Pleasure and Passion, pp. 401-410. Cfr. A. Hollibaugh, Ch. Moraga, What
We’re Rolling Around in Bed with: Sexual Silences in Feminism, e A. Echols, The New Feminism of Yin and Yang, in A. Snitow,
Ch. Stansell, Sh. Thompson (a cura di), Powers of Desire: The Politics of Sexuality, Virago, London 1984; «Heresies», 1981, 12,
numero monografico sul «sesso»; Samois (a cura di), Coming to Power. Writings and Graphics on Lesbian S/M, Samois, Berkeley
1981; D. English, A. Hollibaugh, G. Rubin,Talking Sex: A Conversation on Sexuality and Feminism, in «Socialist Review», 1981, 58;
B.T. Kerr, M.N. Quintanales, The Complexity of Desire: Conversation on Sexuality and Difference, in «Conditions», III, 1982, 2, pp.
52-71.
74
Tra le affermazioni di Irigaray forse quella che ha fatto più scalpore è stata che è la struttura della vulva con «il toccarsi di [...] due
labbra» a costituire il piacere delle donne come non unitario e autoerotico; un piacere precedente alla «separazione» di questa struttura
doppia che avviene attraverso l’atto della penetrazione da parte del pene la quale priva del piacere. Cfr. Irigaray, Questo sesso che non
è sesso, cit. Sulla scorta di Monique Plaza e Christine Delphy, Wittig ha sostenuto che la valorizzazione della specificità anatomica da
parte di Irigaray è essa stessa una replica acritica di un discorso riproduttivo che marca e modella artificialmente il corpo femminile in
«parti» quali «vagina», «clitoride» e «vulva». A una conferenza al Vassar College fu chiesto a Wittig se aveva una vagina e lei rispose di
no.
75
Cfr. l’argomentazione stringente su questo punto contenuta in D.J. Fuss, Essentially Speaking, Routledge, New York 1989.
76
Se dovessimo applicare la distinzione di Fredric Jameson tra parodia e pastiche, per quanto riguarda le identità gay sarebbe più
appropriato parlare di pastiche. Se la parodia, come sostiene Jameson, ha una relazione simpatetica con l’originale di cui è una copia, il
pastiche mette in dubbio la possibilità stessa di un «originale» o, nel caso del genere, rivela che l’originale è un tentativo fallito di
«copiare» un ideale fantasmatico che non può essere copiato senza che abbia luogo un fallimento. Cfr. F. Jameson, Postmodernism and
Consumer Society, in H. Foster (a cura di), The Anti-Aesthetic: Essays on Postmodern Culture, Bay Press, Port Towsend, WA, 1983,
pp. 111-125 [cfr. trad. it., Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo capitalismo (1991), Fazi, Roma 2007, pp. 34-36].
2. Il divieto, la psicoanalisi e la produzione della matrice
eterosessuale
La mentalità straight continua ad affermare che è l’incesto, e non l’omosessualità, la sua interdizione principale. Perciò, quando viene
pensata secondo una mentalità straight, l’omosessualità non è altro che eterosessualità
Monique Wittig
The Straight Mind
Alle volte la teoria femminista si è rivolta a un pensiero dell’origine, di un tempo precedente a ciò
che qualcuno/a chiamerebbe «patriarcato», il quale fornirebbe una prospettiva immaginaria da cui
partire per definire il carattere contingente della storia dell’oppressione delle donne. Si è discusso
sull’esistenza o meno di culture pre-patriarcali, sul fatto che avessero una struttura matriarcale o
matrilineare, sul fatto che si possa dimostrare che il patriarcato ha avuto un inizio e, dunque, può
essere soggetto a una fine. L’impeto critico che sta dietro a questi filoni di ricerca ha cercato,
comprensibilmente, di dimostrare che la tesi antifemminista dell’inevitabilità del patriarcato
rappresentava in realtà la reificazione e naturalizzazione di un fenomeno storico e contingente.
Sebbene il rivolgersi a uno stato pre-patriarcale della cultura mirasse a denunciare l’autoreificazione del patriarcato, lo schema pre-patriarcale si è rivelato anch’esso una reificazione di
altro tipo. Successivamente alcune femministe hanno proposto un’autocritica di alcuni costrutti
reificati presenti nel femminismo stesso. La stessa nozione di «patriarcato» rischiava di diventare un
concetto universalizzante, che annulla o riduce articolazioni distinte dell’asimmetria di genere nei
diversi contesti culturali. Man mano che il femminismo ha cercato di mettersi in relazione
continuativa con le lotte contro l’oppressione razziale e colonialista, è diventato sempre più
importante resistere alla strategia epistemologica della colonizzazione, che subordinerebbe diverse
configurazioni di dominio a una nozione transculturale di patriarcato. L’articolazione della legge del
patriarcato come struttura di repressione e regolamentazione chiede di essere riarticolata anche a
partire da questa prospettiva critica. Bisogna fare attenzione a che il ricorso femminista a un passato
immaginario non promuova una reificazione politicamente problematica dell’esperienza delle donne,
minimizzando al tempo stesso le tesi auto-reificanti del potere maschilista.
L’autogiustificazione di una legge di repressione o di subordinazione si fonda sempre su una storia
che racconta come stavano le cose prima dell’avvento della legge stessa e come è accaduto che la
legge sia emersa nella sua forma attuale e necessaria77. La fabbricazione di tali origini tende a
descrivere uno stato delle cose precedente alla legge, secondo una narrazione necessaria e unilineare
che culmina (giustificandola) nella costituzione della legge stessa. La storia delle origini è perciò una
tattica strategica all’interno di una narrazione che, nel raccontare un’unica, autorevole storia su un
passato irrecuperabile, presenta la costituzione della legge come un’inevitabilità storica.
Alcune femministe hanno ritrovato nel passato pre-giuridico tracce di un futuro utopico, una
risorsa potenziale per la sovversione o l’insurrezione, che promette di portare alla distruzione della
legge e all’istituzione di un nuovo ordine. Ma se questo «prima» immaginario è sempre rappresentato
nei termini di una narrazione pre-storica, che legittima lo stato presente della legge o, in alternativa,
il futuro immaginario che conseguirà al superamento della legge, allora questo «prima» è sempre già
permeato da costrutti che autogiustificano interessi presenti e futuri, siano essi femministi o
antifemministi. Nella teoria femminista postulare un «prima» diventa politicamente problematico nel
momento in cui costringe il futuro a materializzare una nozione idealizzata del passato, oppure
quando sostiene, anche involontariamente, la reificazione di una sfera pre-culturale della femminilità
autentica. Il ricorso a una femminilità originale o autentica è un ideale nostalgico e retrivo che non
accoglie l’urgenza attuale di dare conto del genere quale costruzione culturale complessa. Tale ideale
tende a rispondere a scopi culturalmente conservatori, oltre che a istituire pratiche di esclusione
all’interno del femminismo stesso, producendo così proprio quella frammentazione che l’ideale
sostiene di voler superare.
È nella linea che dalle speculazioni engelsiane arriva al femminismo socialista, e poi alle
posizioni femministe fondate sull’antropologia strutturale, che emergono i tentativi di individuare
momenti e strutture storiche e culturali nei quali si istituisce la gerarchia di genere. L’individuazione
di tali strutture o periodi chiave mira a sconfessare quelle teorie reazionarie che vogliono
naturalizzare o universalizzare la subordinazione delle donne. Come tentativi significativi di fornire
una dislocazione critica del gesto universalizzante dell’oppressione, queste teorie fanno parte del
campo della teoria contemporanea, in cui si sta delineando una nuova contestazione dell’oppressione.
Bisogna però chiedersi se queste forti critiche alla gerarchia di genere non facciano a loro volta uso
di finzioni presuntive che implicano degli ideali normativi problematici.
L’antropologia strutturale di Lévi-Strauss, compresa la distinzione problematica tra natura e
cultura, è stata fatta propria da alcune teoriche femministe per sostenere e spiegare la distinzione tra
sesso e genere: è la tesi secondo cui esiste un femminile naturale o biologico che viene poi
trasformato in una «donna» socialmente subordinata, così che il «sesso» sta alla natura o al «crudo»
come il genere sta alla cultura o al «cotto». Se l’inquadramento presentato da Lévi-Strauss fosse
vero, sarebbe possibile tracciare la trasformazione del sesso in genere individuando lo spazio in cui
agisce quel dispositivo culturale costante, le regole di scambio nella parentela, che presiedono in
modo tendenzialmente regolare a tale trasformazione. Secondo questa tesi, il sesso sta prima della
legge e davanti alla legge, nel senso che è culturalmente e politicamente indeterminato, offrendo, per
così dire, il «materiale grezzo» della cultura, che diventa significante solo attraverso e dopo la sua
sottomissione alle regole della parentela.
Tuttavia, il concetto stesso di sesso come materia o quello di sesso come strumento della
significazione culturale sono formazioni discorsive che agiscono quali fondamenti naturalizzati della
distinzione natura/cultura e delle strategie di dominio che sostengono. La relazione binaria tra natura
e cultura promuove una relazione gerarchica in cui la cultura «impone» liberamente il significato alla
natura e, dunque, la trasforma in un «Altro» di cui appropriarsi per usi illimitati, salvaguardando
l’idealità del significante e la struttura della significazione entro un modello del dominio.
Le antropologhe Marilyn Strathern e Carol MacCormack hanno sostenuto che i discorsi basati sulla
distinzione tra natura e cultura rappresentano sempre la natura come femminile e bisognosa di
subordinazione da parte di una cultura che è immancabilmente raffigurata come maschile, attiva e
astratta78. Come nella dialettica esistenziale della misoginia, questo non è che l’ennesimo esempio
per cui mente e ragione sono associate alla mascolinità e alla capacità di agire, mentre corpo e natura
sono considerati come la muta fatticità della femminilità in attesa di essere significata da un soggetto
al maschile che le è contrapposto. Come accade per questa dialettica misogina, materialità e
significato sono termini che si escludono a vicenda. Le politiche sessuali che costruiscono e
conservano questa distinzione vengono efficacemente occultate attraverso la produzione discorsiva di
una natura e, di fatto, di un sesso naturale, che si pone come fondazione indiscussa della cultura. Chi
ha criticato lo strutturalismo, come Clifford Geertz, ha sostenuto che questo quadro universalizzante
non tiene conto delle molteplici configurazioni culturali della «natura». L’analisi che parte dal
presupposto che la natura sia singolare e pre-discorsiva non può avanzare la domanda: che cosa si
qualifica come «natura» entro un determinato contesto culturale e a quali scopi risponde? Il dualismo
è davvero necessario? Come vengono costruiti e naturalizzati i dualismi sesso/genere e natura/cultura
l’uno nell’altro e l’uno attraverso l’altro? A quali gerarchie di genere servono e quali relazioni di
subordinazione reificano? Se la stessa designazione del sesso è politica, allora «sesso», la
designazione che si suppone stia più dalla parte del crudo, si rivela essere già sempre dalla parte del
«cotto», così che le distinzioni fondamentali dell’antropologia strutturale sembrano venire meno79.
Il tentativo di collocare una natura sessuata davanti alla legge e prima di essa appare
comprensibilmente radicato nel progetto più fondamentale di essere in grado di pensare che la legge
patriarcale non sia universalmente vera e omni-determinante. In effetti, se non c’è altro che un genere
costruito, allora sembra non esserci alcun «fuori», nessun ancoraggio epistemico in un
«davanti/prima» pre-culturale che faccia da punto di partenza epistemico alternativo per una
valutazione critica delle relazioni di genere esistenti. Individuare il meccanismo attraverso il quale il
sesso viene trasformato in genere mira a stabilire non solo il «fatto di essere costruito»
[constructedness] del genere, il suo statuto non naturale e non necessario, ma anche l’universalità
culturale dell’oppressione in termini non biologistici. Come viene formulato questo meccanismo?
Può essere rinvenuto o può essere solo immaginato? La designazione della sua apparente universalità
non è una reificazione tanto quanto la tesi che fonda l’oppressione universale nella biologia?
Tale «fatto di essere costruito» si rivela in sé utile al progetto politico che mira ad ampliare lo
spettro delle possibili configurazioni di genere solo quando il meccanismo della costruzione del
genere rimanda alla sua stessa contingenza. Ma se invece a emergere come fine normativo della
teoria femminista è una vita del corpo che va oltre la legge o un ricupero del corpo che viene prima o
sta davanti alla legge, tale norma distoglie definitivamente l’attenzione della teoria femminista dai
termini concreti della battaglia culturale attuale. In effetti, i paragrafi che seguono, riguardanti la
psicoanalisi, lo strutturalismo e lo statuto e il potere dei divieti che, secondo tali approcci,
istituiscono il genere, si concentrano proprio su questa nozione della legge: qual è il suo statuto
ontologico? Vale a dire: la legge è giuridica, oppressiva e riduttiva nel suo funzionamento, oppure
inavvertitamente crea la possibilità della sua stessa dislocazione culturale? In che misura
l’articolazione di un corpo che è precedente all’articolazione stessa contraddice performativamente
se stessa e fa nascere delle alternative?
I. Lo scambio critico dello strutturalismo
Il discorso strutturalista tende a parlare della Legge al singolare, riprendendo l’affermazione di LéviStrauss secondo cui esiste una struttura universale di scambio regolativo che caratterizza tutti i
sistemi di parentela. Secondo Le strutture elementari della parentela, l’oggetto dello scambio, che
consolida e insieme differenzia le relazioni di parentela, è la donna, offerta in dono da un clan
patrilineare a un altro attraverso l’istituzione del matrimonio80. La sposa, il dono, l’oggetto dello
scambio, costituisce dei «valori e insieme [dei] segni» che aprono un canale di scambio il quale non
solo ha il fine funzionale di facilitare il commercio, ma anche mette in atto il fine simbolico o rituale
del consolidamento dei legami interni, l’identità collettiva, di ogni clan che viene a differenziarsi
attraverso quell’atto81. In altre parole, la sposa funziona quale termine relazionale tra gruppi di
uomini: non ha un’identità, né scambia un’identità per un’altra. Riflette l’identità maschile proprio
nell’essere il luogo della sua assenza. I membri del clan, immancabilmente maschi, invocano la
prerogativa dell’identità attraverso il matrimonio, atto ripetuto di differenziazione simbolica.
L’esogamia distingue e lega patronimicamente tipi specifici di uomini. La patrilinearità è garantita
dall’espulsione rituale delle donne e, reciprocamente, dall’importazione rituale delle donne. In
quanto mogli, le donne non solo garantiscono la riproduzione del nome (il fine funzionale), ma
realizzano anche una relazione simbolica tra clan di uomini. In quanto luogo dello scambio
patronimico, le donne sono e non sono il segno patronimico, sono escluse dal significante, cioè dallo
stesso patronimico che portano. Nel matrimonio la donna non si qualifica come identità, bensì come
semplice termine relazionale che distingue e insieme lega i vari clan in un’identità patrilineare,
comune, ma internamente differenziata.
La sistematicità strutturale della spiegazione che Lévi-Strauss dà delle relazioni di parentela fa
appello a una logica universale che strutturerebbe le relazioni umane. Per quanto in Tristi tropici
affermi di aver abbandonato la filosofia perché l’antropologia gli offriva un tessuto culturale più
concreto per l’analisi della vita umana, Lévi-Strauss assimila quel tessuto culturale a una struttura
logica universalizzante che finisce per ricondurre la sua analisi a quelle strutture filosofiche
decontestualizzate che si proponeva di abbandonare. Per quanto si possano discutere ampiamente i
presupposti di universalità presenti nell’opera di Lévi-Strauss (come fa l’antropologo Clifford
Geertz nel suo libro Antropologia interpretativa), il problema qui riguarda il ruolo svolto dagli
assunti identitari in questa logica universale e la relazione che tale logica identitaria intrattiene con lo
status di subordinazione delle donne nella realtà culturale che questa stessa logica descrive. Se la
natura simbolica dello scambio consiste anche nel suo carattere universalmente umano, e se tale
struttura universale assegna alle persone maschili l’«identità» e alle donne un «vuoto» o una
«negazione» relazionale, allora questa logica potrebbe benissimo essere messa in dubbio da quella
posizione o da quella serie di posizioni che vengono escluse proprio dai suoi stessi termini. Quale
potrebbe essere una logica alternativa della parentela? In che misura i sistemi logici identitari
esigono sempre che la costruzione di identità socialmente impossibili vada a occupare una relazione
senza nome, esclusa, ma prerequisita e dunque occultata da quella stessa logica? Si capisce così
meglio la foga di Irigaray nel delimitare l’economia fallogocentrica e l’imponente impulso poststrutturalista all’interno del femminismo che mette in questione il fatto che una critica efficace del
fallogocentrismo richieda un dislocamento del Simbolico, nei termini della definizione di LéviStrauss.
Nello strutturalismo la totalità e la chiusura del linguaggio vengono presupposte e insieme
contestate. Per quanto Saussure concepisca la relazione tra significato e significante come arbitraria,
la colloca all’interno di un sistema linguistico necessariamente completo. Tutti i termini linguistici
presuppongono una totalità linguistica di strutture, la cui interezza è presupposta e implicitamente
richiamata da ogni singolo termine che sia portatore di significato. Questa prospettiva quasi
leibniziana, in cui il linguaggio figura come una totalità sistematica, in effetti sopprime il momento
della differenza tra significato e significante, mettendo in relazione e unificando quel momento di
arbitrarietà entro un campo totalizzante. La rottura post-strutturalista rispetto a Saussure e alle
strutture identitarie di scambio di Lévi-Strauss respinge le istanze di totalità e universalità e le
opposizioni binarie strutturali che operano implicitamente per reprimere l’insistente ambiguità e
apertura della significazione linguistica e culturale82. Ne consegue che la discrepanza tra significato e
significante diventa la différance operativa e senza limiti del linguaggio che trasforma ogni
referenzialità in una dislocazione potenzialmente senza limiti.
Per Lévi-Strauss l’identità culturale al maschile viene stabilita attraverso un atto aperto di
differenziazione tra clan patrilineari dove la «differenza» in questa relazione è hegeliana, è cioè una
differenza che contemporaneamente distingue e lega. Ma la «differenza» istituita tra gli uomini e le
donne, le quali rendono effettiva la differenziazione tra uomini, elude del tutto la dialettica. In altre
parole, il momento di differenziazione dello scambio sociale si presenta come un legame sociale tra
uomini, un’unità hegeliana tra termini al maschile che sono simultaneamente specificati e
individualizzati83. A livello astratto, si tratta di una identità-in-differenza, visto che entrambi i clan
mantengono un’identità simile: maschile, patriarcale e patrilineare. Nell’avere nomi diversi si
particolarizzano all’interno di questa identità culturale maschile onnicomprensiva. Ma quale è la
relazione che mette le donne nella posizione di oggetto di scambio, vestito prima con un patronimico
e poi con un altro? Quale tipo di meccanismo di differenziazione distribuisce in questo modo le
funzioni di genere? Che tipo di différance differenziante viene presupposta ed esclusa dalla
negazione esplicita, mediata dal maschile, condotta da Lévi-Strauss nei confronti dell’economia
hegeliana? Come sostiene Irigaray, questa economia fallogocentrica dipende essenzialmente da
un’economia di différance che non è mai manifesta, ma sempre presupposta e insieme rinnegata. In
effetti, le relazioni tra clan patrilineari sono basate sul desiderio omosociale (ciò che Irigaray con un
gioco di parole chiama «(u)omosessualità»84), una sessualità repressa e dunque disprezzata, una
relazione tra uomini che riguarda, alla fin fine, i legami tra gli uomini, ma che ha luogo attraverso lo
scambio eterosessuale e la distribuzione delle donne85.
In un passaggio che rivela l’inconscio omoerotico dell’economia fallogocentrica, Lévi-Strauss
propone un collegamento tra il tabù dell’incesto e il consolidamento dei legami omoerotici:
Il fatto è che in realtà lo scambio non vale soltanto per quel che valgono le cose scambiate: lo scambio – e di conseguenza la regola di
esogamia che lo esprime – ha, di per se stesso, un valore sociale: fornisce il mezzo per legare gli uomini tra loro [...]86.
Il tabù genera l’eterosessualità esogamica che Lévi-Strauss concepisce come realizzazione
artificiale di un’eterosessualità non incestuosa estratta, attraverso il divieto, da una sessualità più
naturale e libera (ipotesi condivisa da Freud nei Tre saggi sulla teoria della sessualità).
La relazione di reciprocità che si stabilisce tra gli uomini, tuttavia, è la condizione di una relazione
di radicale non reciprocità tra uomini e donne e di una relazione, per così dire, di non-relazione tra
donne. La nota affermazione di Lévi-Strauss per cui «l’emergere del pensiero simbolico doveva
esigere che, come le parole, anche le donne fossero cose che vengono scambiate»87 indica una
necessità che Lévi-Strauss stesso trae dalle presunte strutture universali della cultura dalla posizione
retrospettiva di chi osserva senza essere visto. Ma il «doveva» appare come un’inferenza solo per
funzionare come performativo; Lévi-Strauss, visto che non ha potuto essere un testimone del momento
in cui il simbolico è emerso, ipotizza una storia necessaria: il resoconto diventa così un’ingiunzione.
La sua analisi ha spinto Irigaray a riflettere su che cosa accadrebbe se «le merci tra loro» si unissero
e rivelassero l’imprevista capacità di agire un’economia sessuale alternativa. Un libro più recente di
Irigaray, Sessi e genealogie88, offre un’esegesi critica del modo in cui questa costruzione di scambio
reciproco tra uomini presuppone sia una non reciprocità tra i sessi che non è articolabile all’interno
di quell’economia, sia l’impossibilità di dare un nome alla sessualità femminile, al femminile e
lesbica.
Se c’è un ambito sessuale che è escluso dal Simbolico e che può potenzialmente mostrare che il
Simbolico nella sua portata è egemonico più che totalizzante, allora deve essere possibile collocare
questo ambito escluso o all’interno o all’esterno di quella economia e rendere strategico il suo
intervento riguardo a tale collocazione. La rilettura, che qui propongo, della legge strutturalista e
della narrazione che dà conto della produzione della differenza sessuale entro i suoi termini, si
concentra sulla presunta fissità e universalità di quella legge e, attraverso una critica genealogica,
cerca di mostrarne il potere di generatività inavvertita e autodistruttiva. La Legge produce queste
posizioni in modo unilaterale o invariabile? Può produrre configurazioni della sessualità in grado di
sfidarla efficacemente, oppure queste sfide sono inevitabilmente fantasmatiche? La generatività di
questa legge può essere definita variabile se non addirittura sovversiva?
La legge che proibisce l’incesto è il luogo di questa economia di parentela che proibisce
l’endogamia. Lévi-Strauss sostiene che la centralità del tabù dell’incesto stabilisca un nesso
significativo tra l’antropologia strutturalista e la psicoanalisi. E anche se riconosce che le tesi di
Freud in Totem e tabù sono state screditate su basi empiriche, considera tale gesto di ripudio una
prova paradossale a sostegno della tesi di Freud. L’incesto, per Lévi-Strauss, non è un fatto sociale,
ma una fantasia culturale pervasiva. Presupponendo la mascolinità eterosessuale del soggetto di
desiderio, Lévi-Strauss sostiene che «né il desiderio per la madre o per la sorella, né l’assassinio
del padre e il pentimento dei figli corrispondono ad un qualche fatto o insieme di fatti che occupi un
dato posto nella storia. Essi però traducono forse, sotto forma simbolica, un sogno che è al tempo
stesso antico e duraturo»89.
Nel tentativo di affermare la comprensione psicoanalitica della fantasia incestuosa inconscia,
Lévi-Strauss parla del «prestigio di questo sogno, [del] suo potere di modellare a loro insaputa i
sogni degli uomini», dicendo che «le azioni evocate da quel sogno non vennero mai commesse,
perché la cultura vi si è sempre e dovunque opposta»90. Questa affermazione alquanto sorprendente
illumina non solo gli evidenti poteri di denegazione di Lévi-Strauss (azioni incestuose che «non
vennero mai commesse»!), ma anche la sua difficoltà fondamentale nel delineare l’efficacia di tale
divieto. Il fatto che il divieto esista non significa assolutamente che funzioni. Anzi, la sua stessa
esistenza ci dice che desideri, azioni, persino pervasive pratiche sociali di incesto vengono generati
proprio in virtù dell’erotizzazione di quel tabù. Il fatto che i desideri incestuosi siano fantasmatici
non implica affatto che non siano anche «fatti sociali». La domanda da porre invece è: come succede
che tali fantasmi arrivino a essere generati e, anzi, istituiti come conseguenza del divieto? Inoltre, in
che modo la convinzione sociale, qui sintomaticamente articolata attraverso Lévi-Strauss, che il
divieto sia efficace disconosce e dunque cancella uno spazio sociale in cui le pratiche incestuose
sono libere di riprodursi senza proscrizione?
Per Lévi-Strauss, il tabù dell’incesto eterosessuale tra madre e figlio come pure la stessa fantasia
incestuosa si instaurano come verità universali della cultura. In che modo l’eterosessualità incestuosa
viene costituita come matrice apparentemente naturale e pre-artificiale del desiderio, e il desiderio si
istituisce come prerogativa eterosessuale maschile? La naturalizzazione dell’eterosessualità e della
capacità maschile di agire sessualmente sono costruzioni discorsive di cui non si dà mai conto, ma
che sempre vengono assunte in tale cornice strutturalista fondativa.
La rielaborazione lacaniana di Lévi-Strauss si concentra sul divieto dell’incesto e sul ruolo
dell’esogamia nella riproduzione della cultura, laddove la cultura è concepita primariamente quale
serie di strutture e di significazioni linguistiche. Per Lacan, la Legge che proibisce l’unione
incestuosa tra il bambino e sua madre inaugura le strutture della parentela, una serie di dislocamenti
libidici fortemente regolati che avvengono attraverso il linguaggio. Anche se le strutture del
linguaggio, che nel loro insieme vengono definite Simbolico, mantengono un’integrità ontologica al di
là dei diversi agenti di parola attraverso i quali funzionano, la Legge riafferma e individua se stessa a
ogni ingresso infantile nella cultura. La parola emerge solo alla condizione dell’insoddisfazione,
insoddisfazione che viene istituita dal divieto dell’incesto: la jouissance originaria si perde nella
rimozione primaria che fonda il soggetto. Al suo posto affiora il segno, ugualmente barrato rispetto al
significante, che cerca in ciò che esso stesso significa un ricupero di quel piacere irrecuperabile.
Fondato da quel divieto, il soggetto parla solo per dislocare il desiderio nelle sostituzioni
metonimiche di quel piacere non più rintracciabile. Il linguaggio è il residuo e il compimento
alternativo del desiderio insoddisfatto, la variegata produzione culturale di una sublimazione mai
davvero soddisfacente. Il fatto che il linguaggio fallisca inevitabilmente nel significare è la
necessaria conseguenza del divieto che fonda la sua stessa possibilità, e segna la vanità dei suoi gesti
referenziali.
II. Lacan, Rivière e le strategie della mascherata
Interrogarsi sull’«essere» del genere e/o del sesso in termini lacaniani significa contraddire lo scopo
stesso della teoria del linguaggio in Lacan. Questi contesta il primato dell’ontologia nella metafisica
occidentale e insiste sulla secondarietà della domanda «Che cos’è/ha l’essere?» rispetto alla
domanda prioritaria: «Come si istituisce e distribuisce l’essere nelle pratiche di significazione
dell’economia del padre?». La determinazione ontologica dell’essere, della negazione e delle loro
relazioni viene concepita come determinata da un linguaggio strutturato dalla Legge del padre e dai
suoi meccanismi di differenziazione. Una cosa assume la caratterizzazione dell’«essere» e viene
mobilitata da quel gesto ontologico solo all’interno di una struttura di significazione che, come il
Simbolico, è essa stessa pre-ontologica.
Dunque non si dà indagine sull’ontologia in sé, non si dà accesso all’essere, senza una indagine
preliminare sull’«essere» del Fallo, la significazione della Legge che autorizza e assume la
differenza sessuale quale presupposto della sua stessa intelligibilità. «Essere» il Fallo e «avere» il
Fallo denotano posizioni sessuali divergenti o non-posizioni (di fatto, posizioni impossibili)
all’interno del linguaggio. «Essere» il Fallo significa essere il «significante» del desiderio dell’Altro
e apparire come tale significante. In altre parole, consiste nell’essere l’oggetto, l’Altro di un
desiderio maschile (eterosessualizzato), ma anche rappresentarlo o rifletterlo. Si tratta di un Altro
che non costituisce affatto il limite della mascolinità da parte di un’alterità femminile, ma il luogo di
un’auto-elaborazione maschile. Per le donne, «essere» il Fallo significa, dunque, riflettere il potere
del Fallo, significare quel potere, «incarnare» il Fallo, fornire il luogo in cui esso penetra e
significare il Fallo «essendo» il suo Altro, la sua assenza, la sua mancanza, la conferma dialettica
della sua identità. Nel sostenere che l’Altro cui manca il Fallo è chi è il Fallo, Lacan ci dice
chiaramente che il potere è esercitato da questa posizione femminile del non avere, che il soggetto
maschile che «ha» il Fallo ha bisogno di questo Altro per confermare e dunque essere il Fallo, in
senso «lato»91.
Questa caratterizzazione ontologica presuppone che l’apparenza o l’effetto dell’essere siano
sempre prodotti attraverso le strutture della significazione. L’ordine simbolico crea l’intelligibilità
culturale attraverso le posizioni mutualmente escludenti dell’«avere» il Fallo (la posizione degli
uomini) e dell’«essere» il Fallo (la posizione paradossale delle donne). L’interdipendenza di queste
due posizioni richiama la struttura hegeliana della mancata reciprocità tra servo e padrone, in
particolare l’imprevista dipendenza del padrone dal servo nell’istituire la propria identità attraverso
la riflessione92. Ma Lacan proietta questa scena in un ambito fantasmatico. Ogni tentativo di istituire
l’identità secondo questa disgiunzione binaria tra «essere» e «avere» riporta all’inevitabile
«mancanza» e «perdita» che ne fonda la costruzione fantasmatica e segna l’incommensurabilità tra
Simbolico e reale.
Se il Simbolico viene inteso come una struttura universale di significazione che non trova mai
pieno riscontro nel reale, ha senso chiedersi: chi, o che cosa, significa chi, o che cosa, in questa
faccenda che sembra incrociare diverse culture? La domanda, tuttavia, viene posta a partire da una
cornice che presuppone un soggetto in quanto significante e un oggetto in quanto significato, secondo
la dicotomia epistemologica della tradizione filosofica precedente alla dislocazione del soggetto
operato dallo strutturalismo. Lacan mette in questione tale schema di significazione. La relazione tra i
sessi viene formulata in termini che rivelano quanto l’«Io» parlante sia l’effetto mascolinizzato della
rimozione, un effetto che assume la postura di un soggetto autonomo e auto-fondato, ma la cui
coerenza viene minata dalle posizioni sessuali che esclude nel processo di formazione della propria
identità. Per Lacan il soggetto viene a essere – vale a dire inizia a porsi come significante che si
auto-fonda nel linguaggio – solo a condizione di una rimozione primaria del piacere incestuoso preindividuale associato al(l’ormai rimosso) corpo materno.
Solo il soggetto al maschile sembra originare significati e dunque significare. La sua apparente
autonomia, auto-fondata, cerca di occultare quella rimozione che è il suo fondamento come anche la
perenne possibilità di destituirlo del fondamento stesso. Ma questo processo di costituzione del
significato implica che le donne riflettano tale potere al maschile e lo rassicurino sempre e comunque
sulla realtà della sua illusoria autonomia. Questo compito viene contraddetto, a dir poco, quando la
richiesta che le donne riflettano il potere autonomo del soggetto/significante al maschile diventa
essenziale per la costruzione di quella autonomia e, dunque, configura una dipendenza radicale che
finisce per minare la stessa funzione che dovrebbe svolgere. Per giunta questa dipendenza, per quanto
denegata, viene anche perseguita dal soggetto al maschile, perché la donna in quanto segno
rassicurante è il corpo materno dislocato, la promessa vana ma costante di ritrovare la jouissance
pre-individuale. Il conflitto della mascolinità sembra dunque consistere proprio nella richiesta di un
pieno riconoscimento di autonomia che promette anche e comunque un ritorno ai piaceri totali che
precedono la rimozione e l’individuazione.
Si dice che le donne «siano» il Fallo nel senso che conservano il potere di riflettere o
rappresentare la «realtà» delle posture di auto-fondazione del soggetto maschile, un potere che, se
revocato, metterebbe fine alle illusioni fondative della posizione di soggetto maschile. Per «essere»
il Fallo, cioè colui che riflette e garantisce un’apparente posizione di soggetto al maschile, le donne
devono diventare, devono «essere» (nel senso di «postura del come se») proprio ciò che gli uomini
non sono e, in questa mancanza, devono istituire la funzione essenziale degli uomini. Perciò, «essere»
il Fallo è sempre un «essere per» un soggetto al maschile che cerca di riconfermare e accrescere la
sua identità attraverso il riconoscimento di quell’«essere per». In senso forte, Lacan contesta l’idea
che gli uomini significhino il significato delle donne o che le donne significhino il significato degli
uomini. La divisione e lo scambio tra questo «essere» e «avere» il Fallo vengono istituiti dal
Simbolico, dalla Legge del padre. Parte del carattere da commedia di questo modello mancato di
reciprocità deriva ovviamente dal fatto che sia la posizione al maschile sia quella al femminile sono
significate, mentre è il Simbolico a detenere il significante che può essere assunto solo come indizio
da entrambe le posizioni.
Essere il Fallo vuol dire essere significato dalla Legge del padre, essere sia il suo oggetto sia il
suo strumento e, in termini strutturalisti, essere il «segno» e la promessa del suo potere. Dunque,
quale oggetto costituito o significato dello scambio con cui la Legge del padre estende il suo potere e
le sue sembianze, le donne sono dette essere il Fallo, cioè l’emblema della sua circolazione costante.
Ma «essere» il Fallo è necessariamente insoddisfacente perché le donne non possono mai riflettere
pienamente tale legge; alcune femministe sostengono che bisogna rinunciare al desiderio stesso delle
donne (una doppia rinuncia, in effetti, che corrisponde alla doppia ondata di rimozione che secondo
Freud fonderebbe la femminilità)93, quell’espropriazione del desiderio che consiste nel desiderio di
non essere niente altro che un riflesso, la garanzia della pervasiva necessità del Fallo.
Dall’altra parte, si dice che gli uomini «abbiano» il Fallo, ma mai che lo «siano», nel senso che il
pene non è equivalente a quella Legge e non può mai simbolizzarla pienamente. Si dà dunque
un’impossibilità necessaria e postulata rispetto a qualsiasi tentativo di occupare la posizione di chi
«ha» il Fallo, così che entrambe le posizioni, quella dell’«avere» e quella dell’«essere», vanno in
definitiva intese, in termini lacaniani, come fallimenti da commedia, costretti tuttavia ad articolare e
inverare tali ripetute impossibilità.
Ma come avviene che una donna «sembri» essere il Fallo, la mancanza che incarna e afferma il
Fallo? Secondo Lacan ciò avviene attraverso la mascherata, l’effetto di una melanconia che è
essenziale alla posizione al femminile in quanto tale. Nel suo saggio La significazione del fallo,
Lacan parla della «relazione tra i sessi»:
Possiamo dire che questi rapporti ruoteranno attorno a un essere e a un avere che, poiché si riferiscono a un significante, il fallo,
producono un effetto contrastante, d’un lato quello di dare realtà al soggetto in questo significante, dall’altro di irrealizzare le relazioni da
significare94.
Nelle righe immediatamente successive, Lacan sembra riferirsi tanto all’apparenza della «realtà»
del soggetto al maschile quanto all’«irrealtà» dell’eterosessualità. Sembra anche riferirsi alla
posizione delle donne (il commento tra parentesi quadre è mio): «Ciò grazie all’intervento di un
sembrare che si sostituisce all’avere [viene senz’altro richiesta una sostituzione, perché le donne
sono dette ‘non avere’] d’un lato per proteggerlo, dall’altro per mascherarne la mancanza»95. Anche
se in questo brano non c’è genere grammaticale, sembra che Lacan stia descrivendo la posizione
delle donne, le quali sono caratterizzate dalla «mancanza» che dunque necessita un mascheramento e
hanno, in un certo senso non meglio specificato, bisogno di protezione. Lacan afferma poi che questa
situazione produce «l’effetto [...] di proiettare interamente le manifestazioni ideali o tipiche del
comportamento di ciascuno dei sessi, fino al limite dell’atto della copulazione, nella commedia»96.
Proseguendo nell’esposizione della commedia eterosessuale, Lacan spiega che questo «sembiante
d’essere» il Fallo cui le donne sono obbligate è immancabilmente una mascherata. Il termine è
significativo perché suggerisce accezioni contraddittorie: da una parte, se l’«essere», la
specificazione ontologica del Fallo, è una mascherata, tutto l’essere sembrerebbe allora ridursi a una
forma di apparire, l’apparenza dell’essere, con la conseguenza che tutta l’ontologia del genere
sarebbe riducibile al gioco delle apparenze. Dall’altra parte, la mascherata suggerisce che ci sia un
«essere» o specificazione ontologica della femminilità che viene prima della mascherata, un
desiderio – o domanda – al femminile mascherato e capace di rivelarsi, e che anzi potrebbe far
intravvedere una rottura e una dislocazione definitive dell’economia di significazione
fallogocentrica.
Nella struttura ambigua dell’analisi lacaniana si possono individuare almeno due compiti molto
diversi. Da una parte, la mascherata può essere intesa come la produzione performativa di
un’ontologia sessuale, un apparire che si rende convincente in quanto «essere»; dall’altra parte, può
essere letta come la negazione di un desiderio al femminile che presuppone una femminilità
ontologica precedente mai rappresentata dall’economia fallica. Dello stesso tenore è l’osservazione
di Irigaray, secondo cui «la maschera [...] è ciò che le donne fanno [...] per essere partecipi del
desiderio dell’uomo, ma a costo di rinunciare al proprio»97. Il primo compito comporterebbe una
riflessione critica sull’ontologia del genere come (de)costruzione parodica e, forse, perseguirebbe
quelle mobili possibilità che derivano dalla sfuggente distinzione tra «apparire» ed «essere»,
radicalizzando quella dimensione «da commedia» dell’ontologia sessuale solo parzialmente
perseguita da Lacan. Il secondo promuoverebbe strategie femministe di smascheramento per un
ricupero o una liberazione di qualunque desiderio al femminile sia rimasto soffocato all’interno
dell’economia fallica98.
Forse questi percorsi alternativi non si escludono a vicenda, come sembra, visto che le apparenze
diventano sempre più sospette. Le riflessioni di Lacan sul significato della mascherata e quelle
proposte da Joan Rivière nel saggio La femminilità come travestimento offrono interpretazioni
molto diverse di che cosa esattamente venga mascherato dalla mascherata (o travestimento). La
mascherata è la conseguenza di un desiderio al femminile che deve essere negato, e dunque, deve
essere trasformato in una mancanza, che però deve nondimeno apparire? Oppure è la conseguenza
della negazione di questa mancanza al fine di sembrare il Fallo? La mascherata costruisce la
femminilità come riflesso del Fallo per camuffare le possibilità bisessuali che altrimenti potrebbero
distruggere la costruzione coerente di una femminilità eterosessualizzata? Oppure, come suggerisce
Rivière, trasforma l’aggressione e la paura di una rappresaglia in seduzione e flirt? Bisogna
innanzitutto cancellare o reprimere una femminilità già data, un desiderio al femminile che
istituirebbe un’alterità insubordinata al soggetto maschile ed evidenzierebbe il necessario fallimento
della mascolinità? Oppure la mascherata è il mezzo attraverso il quale la femminilità viene
primariamente istituita, la pratica escludente che caratterizza la formazione dell’identità, in cui la
mascolinità viene effettivamente esclusa e istituita quale fuori rispetto ai confini di una posizione al
femminile quanto al genere?
Il brano di Lacan sopra citato prosegue così:
Per quanto paradossale questa formulazione possa sembrare, diciamo che per essere il fallo, cioè il significante del desiderio
dell’Altro, la donna rigetterà una parte essenziale della femminilità, specialmente tutti i suoi attributi nella mascherata. Ella intende essere
desiderata e amata a un tempo per quello che non è. Ma quanto al suo desiderio ella ne trova il significante nel corpo di colui cui è rivolta
la sua domanda d’amore. Certo, non va dimenticato che per questa funzione significante, l’organo che ne è rivestito assume una funzione
di feticcio99.
Se questo «organo» senza nome, presumibilmente il pene (trattato come il termine ebraico Yahweh,
ciò che non si può pronunciare), è un feticcio, perché dovrebbe accadere che possiamo dimenticarlo
tanto facilmente, come sostiene Lacan? E qual è «la parte essenziale della femminilità» che deve
essere rifiutata? È, di nuovo, quella parte non nominata che, una volta rifiutata, appare come una
mancanza? O è la mancanza stessa che deve essere rifiutata, in modo che possa sembrare il Fallo
stesso? L’impossibilità di dare un nome a questa «parte essenziale» è la stessa impossibilità relativa
all’«organo» maschile che rischiamo sempre di dimenticare? È proprio questa dimenticanza a
costituire la rimozione che si trova al cuore della mascherata al femminile? Si tratta di una presunta
mascolinità cui si deve rinunciare per apparire in quanto mancanza che conferma, e perciò è il Fallo,
oppure si tratta di una possibilità fallica che deve essere negata per poter essere quella mancanza che
conferma?
Lacan chiarisce la sua posizione quando nota che «la funzione della maschera [...] domina le
identificazioni in cui si risolvono i rifiuti della domanda»100. In altre parole, la maschera è parte della
strategia di incorporazione della melanconia, l’assunzione di attributi dell’oggetto/Altro perduto,
dove la perdita è la conseguenza di un rifiuto di amore101. Il fatto che la mascherata «domini» e allo
stesso tempo «risolva» questi rifiuti ci dice che l’appropriazione è la strategia attraverso la quale
questi rifiuti vengono a loro volta rifiutati, una doppia negazione che raddoppia la struttura
dell’identità attraverso l’assorbimento melanconico di chi è, in effetti, perduto/a due volte.
È significativo che Lacan leghi la discussione sulla mascherata alla descrizione dell’omosessualità
femminile. Sostiene che «l’omosessualità femminile come è mostrato nell’osservazione si orienta su
una delusione che rinforza il versante della domanda d’amore»102. Per comodità non viene fatto
riferimento a chi sta osservando e a chi è oggetto dell’osservazione, ma Lacan considera il suo
commento ovvio per chiunque abbia un interesse a guardare. Quello che si vede attraverso
l’«osservazione» è la delusione fondante dell’omosessuale di sesso femminile, laddove questa
delusione rimanda ai rifiuti che vengono dominati/risolti attraverso la mascherata. Si «osserva»
anche per così dire che l’omosessuale di sesso femminile è soggetta a un’idealizzazione forzata, una
domanda d’amore perseguita a spese del desiderio.
Lacan prosegue questo paragrafo sull’«omosessualità femminile» completando come segue
l’affermazione parzialmente citata sopra: «queste notazioni [...] meriterebbero le sfumature offerte da
un ritorno sulla funzione della maschera in cui si risolvono i rifiuti della domanda»103. Se
l’omosessualità femminile è intesa come conseguenza di una delusione, «come è mostrato
nell’osservazione», allora questa delusione deve apparire e deve apparire chiaramente per poter
essere osservata. Se Lacan parte dal presupposto che l’omosessualità femminile derivi da
un’eterosessualità delusa – come sostiene si mostri nell’osservazione –, non potrebbe essere
ugualmente chiaro a chi osserva che l’eterosessualità deriva da un’omosessualità delusa? È la
maschera dell’omosessuale di sesso femminile che viene «osservata», e se è così, quale espressione
chiaramente leggibile dà prova di quella «delusione» e di quell’«orientamento», nonché della
dislocazione del desiderio a opera della (idealizzata) domanda d’amore? Lacan ci sta forse dicendo
che ciò che risulta chiaro nell’osservazione è lo statuto desessualizzato della lesbica,
l’incorporazione di un rifiuto che appare come assenza di desiderio104. Ma possiamo intendere questa
conclusione come l’esito necessario di un punto di osservazione eterosessualizzato e al maschile, che
considera la sessualità lesbica come un rifiuto della sessualità in sé solo perché si presume che la
sessualità sia eterosessuale e che chi osserva, costruito qui come maschio eterosessuale, viene
evidentemente rifiutato. Di più, questa descrizione non è forse la conseguenza di un rifiuto che delude
chi osserva e la cui delusione, rinnegata e proiettata, viene trasformata nel carattere essenziale delle
donne che di fatto lo rifiutano?
Glissando in modo peculiare sulle collocazioni pronominali, Lacan non riesce a chiarire chi rifiuti
chi. Tuttavia chi legge è chiamato/a a capire che questo «rifiuto» liberamente fluttuante è legato in
modo precipuo alla maschera. Se in definitiva ogni rifiuto è una questione di lealtà a qualche altro
legame presente o passato, il rifiuto è allora anche preservazione. La maschera occulta dunque questa
perdita, ma la preserva (e la nega) proprio attraverso il suo occultamento. La maschera ha una
duplice funzione, la duplice funzione della melanconia. La maschera viene assunta attraverso il
processo dell’incorporazione che è un modo di iscrivere e poi indossare una identificazione
melanconica nel e sul corpo; in effetti, è la significazione del corpo nello stampo dell’Altro che è
stato rifiutato. Dominato attraverso l’appropriazione, ogni rifiuto fallisce, e chi rifiuta diventa parte
dell’identità di chi è rifiutato/a, anzi, diventa il rifiuto psichico del/la rifiutato/a. La perdita
dell’oggetto non è mai assoluta, perché viene ridistribuita entro un confine psichico/corporeo che si
espande per incorporarla. Il che colloca il processo di incorporazione del genere entro l’orbita più
ampia della melanconia.
Il saggio di Joan Rivière La femminilità come travestimento105, pubblicato nel 1929, presenta la
nozione di femminilità come mascherata attraverso una teoria dell’aggressività e della risoluzione
dei conflitti. A prima vista, questa teoria sembra molto lontana dall’analisi lacaniana della
mascherata quale commedia delle posizioni sessuali. Rivière inizia con una rispettosa rassegna della
tipologia proposta da Ernest Jones dello sviluppo della sessualità femminile secondo forme
eterosessuali e omosessuali. Si concentra, tuttavia, sui «tipi intermedi» che annullano i confini tra
l’eterosessuale e l’omosessuale e implicitamente contestano la capacità descrittiva del sistema
classificatorio di Jones. In una nota che riecheggia il superficiale riferimento di Lacan
all’«osservazione», Rivière ricorre alla percezione o esperienza comune per avvalorare l’attenzione
rivolta a questi «tipi intermedi»: «nella vita quotidiana ci si imbatte costantemente in tipi di uomini e
di donne che pur essendo fondamentalmente eterosessuali nel loro sviluppo, rivelano tuttavia
chiaramente delle marcate caratteristiche tipiche dell’altro sesso»106. Molto chiaramente si vedono
qui le classificazioni che condizionano e strutturano la percezione di tale mescolanza di attributi.
Evidentemente, Rivière parte dalle nozioni consolidate di ciò che significa mostrare le caratteristiche
del proprio sesso e di come queste chiare caratteristiche esprimano o riflettano un apparente
orientamento sessuale107. Tale percezione o osservazione non solo presuppone una correlazione tra
caratteristiche, desideri e «orientamenti»108, ma crea anche questa unità attraverso l’atto percettivo
stesso. L’unità postulata da Rivière tra attributi di genere e un orientamento «naturalizzato» sembra
essere un esempio di ciò che Wittig definisce come «formazione immaginaria» del sesso.
E tuttavia Rivière mette in questione queste tipologie naturalizzate facendo appello a una
descrizione psicoanalitica che colloca il significato degli attributi di genere misti nell’«azione
reciproca di diversi conflitti»109. Significativamente, Rivière contrappone a questo tipo di teoria
psicoanalitica una teoria che ridurrebbe la presenza di attributi apparentemente «maschili» nella
donna a «una tendenza radicale o fondamentale». In altre parole, l’acquisizione di tali attributi e la
realizzazione di un orientamento eterosessuale o omosessuale sono prodotti attraverso la risoluzione
di conflitti il cui scopo è la soppressione dell’angoscia. Citando Ferenczi per istituire un’analogia
con la sua personale descrizione, Rivière scrive:
Ferenczi (1916) ha sottolineato [...] che gli uomini omosessuali esagerano la propria eterosessualità come «difesa» dalla loro stessa
omosessualità. Cercherò quindi di mettere in evidenza la possibilità che certe donne, mosse da un intenso desiderio di mascolinità,
indossino una maschera di femminilità allo scopo di allontanare da sé l’angoscia e il timore delle ritorsioni che potrebbero subire da parte
degli uomini110.
Non è chiaro quale sia la forma «esagerata» di eterosessualità che si sostiene l’uomo omosessuale
ostenti, ma il fenomeno da registrare potrebbe semplicemente consistere nel fatto che gli uomini gay
non hanno un aspetto molto diverso da quello dei loro corrispettivi eterosessuali. Tale mancanza di
uno stile o di un aspetto apertamente differente può essere diagnosticato come «difesa» sintomatica
solo perché l’uomo gay in questione non si conforma all’idea di omosessuale che l’analista ha tratto e
mantiene a partire dagli stereotipi culturali. Un’analisi lacaniana potrebbe sostenere che nell’uomo
omosessuale la presunta «esagerazione» di qualsiasi attributo che valga come un’apparente
eterosessualità sia il tentativo di «avere» il fallo, quella posizione di soggetto che implica un
desiderio attivo ed eterosessualizzato. Non diversamente, la «maschera» delle «donne mosse da un
intenso desiderio di mascolinità» può essere interpretata come un tentativo di rinunciare all’«avere»
il Fallo per scongiurare la punizione da parte di chi lo dovrebbe procurare attraverso la castrazione.
Rivière spiega questa paura della punizione quale conseguenza della fantasia di una donna di
prendere il posto degli uomini, più precisamente, il posto del padre. Nel caso presentato dalla stessa
Rivière, che secondo alcuni/e sarebbe autobiografico, la rivalità con il padre non va a toccare il
desiderio della madre, come ci si potrebbe aspettare, ma il posto del padre nel discorso pubblico in
quanto oratore, conferenziere, scrittore, vale a dire in quanto utilizzatore di segni, anziché segnooggetto o elemento di scambio. Questo desiderio di castrazione potrebbe essere inteso come il
desiderio di abbandonare lo status di donna in quanto segno per apparire come soggetto nel
linguaggio.
In effetti l’analogia che Rivière istituisce tra l’uomo omosessuale e la donna mascherata non è, dal
suo punto di vista, un’analogia tra omosessualità maschile e omosessualità femminile. La femminilità
viene assunta da una donna che «desidera intensamente la mascolinità», ma teme le conseguenze
punitive che le deriverebbero dall’assumere l’aspetto pubblico della mascolinità. La mascolinità
viene assunta dall’omosessuale di sesso maschile che, presumibilmente, cerca di nascondere – non
agli/lle altri/e, ma a se stesso – una manifesta femminilità. La donna assume la mascherata
consapevolmente per nascondere la sua mascolinità al pubblico al maschile che vuole castrare. Ma si
sostiene che l’uomo omosessuale esageri la sua «eterosessualità» (intendendo una mascolinità che gli
permetta di passare per eterosessuale?) quale «difesa» inconsapevole, perché non può riconoscere la
propria omosessualità (o forse è l’analista che non la riconoscerebbe, qualora si trattasse della
propria?). In altre parole, l’uomo omosessuale assume su di sé una punizione inconscia, nel
desiderare e temere al contempo le conseguenze della castrazione. L’omosessuale di sesso maschile
non «conosce» la propria omosessualità, Ferenczi e Rivière sembrano farlo.
Ma Rivière conosce veramente l’omosessualità della donna nella mascherata che descrive?
Quando si arriva alla controparte dell’analogia che lei stessa ha istituito, la donna che «desidera la
mascolinità» è omosessuale solo in quanto sostiene un’identificazione maschile, ma non nei termini
di un orientamento o di un desiderio sessuale. Chiamando in causa ancora una volta la tipologia di
Jones, come se fosse uno scudo fallico, Rivière formula una «difesa» che designa come asessuata una
classe di omosessuali di sesso femminile considerate appartenenti al tipo della mascherata, «e cioè
al primo gruppo delle donne omosessuali: esse infatti, se da un lato non provano alcun interesse per
le altre donne, aspirano dall’altro al ‘riconoscimento’ della propria mascolinità da parte degli
uomini e si vantano di essere pari agli uomini o, per dirla con altre parole, di essere esse stesse degli
uomini»111. Come in Lacan, la lesbica è qui significata come posizione asessuata, di più, come
posizione che rifiuta la sessualità. Per portare a compimento l’analogia con Ferenczi, questa
descrizione sembrerebbe sancire una «difesa» contro l’omosessualità femminile in quanto sessualità
che è comunque intesa come struttura riflessiva dell’«uomo omosessuale». Non si dà tuttavia una
lettura univoca di questa descrizione di un’omosessualità femminile che non implica il desiderio
sessuale per le donne. Rivière vorrebbe farci credere che questa curiosa anomalia tipologica non
possa essere ridotta a un’omosessualità o eterosessualità femminile rimossa. A essere nascosta non è
la sessualità, ma la rabbia.
Una possibile interpretazione è che la donna nella mascherata aspira alla mascolinità per
affrontare nel discorso pubblico gli uomini e in quanto uomo partecipare a uno scambio maschile
omoerotico. E proprio perché quello scambio omoerotico maschile significherebbe la castrazione,
teme la stessa punizione che induce la «difesa» nell’uomo omosessuale. In effetti, forse la femminilità
come travestimento o mascherata, che dir si voglia, mira a deviare dall’omosessualità maschile –
essendo quest’ultima il presupposto erotico del discorso egemonico, l’«(u)omosessualità» suggerita
da Irigaray. In ogni caso, Rivière ci vorrebbe far pensare che tali donne sostengano identificazioni
maschili non tanto per non occupare una posizione in uno scambio sessuale, quanto per perseguire
una rivalità che non ha oggetto sessuale o, per lo meno, che non ne ha uno cui lei potrebbe dare un
nome.
Il testo di Rivière ci dà modo di tornare alla domanda: che cosa viene mascherato dalla
mascherata? In un passaggio chiave, che segna un allontanamento dai limiti imposti all’analisi dal
sistema classificatorio di Jones, Rivière ci dice che la mascherata o travestimento è qualcosa di più
della caratteristica di un «tipo intermedio», che è centrale per qualsiasi «femminilità»
[womanliness]:
Il lettore a questo punto potrà chiedersi qual è la mia definizione di femminilità o qual è a mio avviso la linea che separa la genuina
femminilità dal «travestimento». Tuttavia io non suggerisco affatto l’esistenza di una differenza di questo genere; radicati o superficiali, i
due atteggiamenti sono la stessa cosa112.
Questo rifiuto di postulare una femminilità [femininity] che preceda l’imitazione e la maschera
viene ripreso da Stephen Heath nel saggio intitolato Joan Rivière and the Masquerade, a riprova
dell’idea che «la femminilità autentica consiste in questa imitazione, è la mascherata». Basandosi sul
postulato della caratterizzazione della libido come mascolina, Heath conclude che la femminilità è la
negazione di tale libido, «la dissimulazione di una mascolinità fondamentale»113.
La femminilità diventa una maschera che domina/risolve un’identificazione al maschile, perché
un’identificazione al maschile produrrebbe, all’interno della presunta matrice eterosessuale del
desiderio, il desiderio di un oggetto femminile, il Fallo; perciò, indossare la maschera della
femminilità potrebbe indicare il rifiuto di un’omosessualità femminile e, insieme, l’incorporazione
iperbolica di quell’Altro femminile che viene rifiutato (uno strano modo di preservare e proteggere
quell’amore nel circolo del narcisismo melanconico e negativo che deriva dall’inculcamento
psichico dell’eterosessualità obbligatoria).
In questo testo si potrebbe intravedere la paura della stessa Rivière per il proprio fallicismo114,
vale a dire per quell’identità fallica che rischia di manifestare con il suo intervento orale, la sua
scrittura, scrittura di un fallicismo che il saggio stesso occulta e insieme attua. Tuttavia non sarebbe
tanto la sua identità al maschile quanto il desiderio eterosessuale al maschile, cioè la sua firma, ciò
che Rivière cerca di negare e attuare al contempo, trasformandosi nell’oggetto che lei stessa si
proibisce di amare. Si tratta dell’aporia prodotta da una matrice che dà conto di ogni desiderio
rivolto alle donne da parte di soggetti di qualsiasi sesso o genere, a partire da una posizione maschile
eterosessuale. La «libido in quanto al maschile» è la fonte da cui si presume derivi ogni possibile
sessualità115.
Qui la tipologia del genere e della sessualità deve lasciare spazio a un resoconto discorsivo della
produzione culturale del genere. Se la paziente di Rivière è un’omosessuale senza omosessualità, ciò
avviene perché l’opzione le viene rifiutata fin dall’inizio; l’esistenza culturale di questo divieto è là,
nello spazio della conferenza, che determina e differenzia lei quale oratrice e il suo pubblico come
prevalentemente maschile. Anche se teme che il suo desiderio castrante possa essere inteso, nega che
sia in corso una contesa su un comune oggetto di desiderio, senza il quale l’identificazione al
maschile che lei di fatto riconosce non avrebbe una conferma e mancherebbe di un segno essenziale.
In effetti, la sua descrizione assume il primato dell’aggressività sulla sessualità, il desiderio di
castrare e prendere il posto del soggetto al maschile, un desiderio notoriamente radicato nella
rivalità, ma un desiderio che, per lei, si esaurisce nell’atto della dislocazione. Ma può essere utile
avanzare una domanda: questa aggressività è al servizio di quale fantasia sessuale, e quale sessualità
autorizza? Per quanto il diritto di occupare la posizione di utilizzatrice di un linguaggio sia lo scopo
manifesto dell’aggressività della paziente, possiamo comunque chiederci se non si dia un ripudio
della femminilità preliminare a questa posizione nel discorso che, invariabilmente, riaffiora come
Altro-Fallico il quale conferma fantasmaticamente l’autorità del soggetto che parla.
Potremmo così ripensare le stesse nozioni di mascolinità e femminilità, qui costruite in quanto
radicate in un investimento omosessuale irrisolto. Il rifiuto/dominio melanconico dell’omosessualità
culmina nell’incorporazione dell’oggetto del desiderio dello stesso sesso e riemerge nella
costruzione di «nature» sessuali distinte che, attraverso l’esclusione, richiedono e istituiscono i loro
opposti. Assumere il primato della bisessualità o una caratterizzazione primaria della libido come
mascolina non significa ancora dare conto della costruzione di questi diversi «primati». Alcune
descrizioni psicoanalitiche sosterrebbero che la femminilità è basata sull’esclusione della
mascolinità, laddove la mascolinità è una «parte» della composizione psichica bisessuale. Si
presuppone la coesistenza del binarismo e poi si fanno intervenire rimozione ed esclusione per
modellare secondo quel quadro binario «identità» distinte connotate dal punto di vista di genere, con
il risultato che l’identità è sempre già inerente a una predisposizione bisessuale la quale, attraverso
la rimozione, viene suddivisa nelle sue componenti. In un certo senso, la restrizione binaria imposta
alla cultura si pone quale bisessualità pre-culturale che andrà a scindersi nella familiarità
eterosessuale con la sua venuta alla «cultura». Tuttavia fin dall’inizio la restrizione binaria imposta
alla sessualità mostra chiaramente come la cultura non conferisca affatto una posteriorità temporale
alla bisessualità che cerca di reprimere: costituisce la matrice di intelligibilità attraverso la quale
diventa pensabile la stessa bisessualità primaria. La «bisessualità» che viene posta come fondamento
psichico e che si dice venga rimossa in un momento successivo è una produzione discorsiva che
afferma di essere precedente a qualsiasi discorso, realizzata con le pratiche di esclusione coatte e
generative dell’eterosessualità normativa.
Il discorso lacaniano si incentra sulla nozione di «una scissione», una frattura primaria o
fondamentale che rende il soggetto internamente diviso e che stabilisce la dualità dei sessi. Ma
perché questa attenzione esclusiva all’esito duale? In termini lacaniani, sembra che la divisione sia
sempre l’effetto della legge e non una condizione preesistente su cui la legge agisce. Jacqueline Rose
scrive che «per entrambi i sessi, la sessualità necessariamente riguarderà la duplicità che mina la sua
scissione fondamentale»116, e ipotizza che la divisione sessuale, realizzata attraverso la rimozione,
sia immancabilmente minata dall’espediente stesso dell’identità. Ma non è proprio quella duplicità
pre-discorsiva a minare la postura univoca assunta da ciascuna posizione nell’ambito della
differenza sessuale? Rose osserva con lucidità che «per Lacan, come si è visto, non esiste realtà prediscorsiva (‘Come ritornare, se non attraverso un discorso speciale, a una realtà pre-discorsiva?’117),
non c’è un luogo che venga prima della legge e che sia disponibile e possa essere ritrovato».
Criticando indirettamente il tentativo di Irigaray di definire uno spazio per la scrittura femminile al di
fuori dell’economia fallica, Rose aggiunge: «E non c’è femminilità al di fuori del linguaggio»118. Se
il divieto crea la «scissione fondamentale» della sessualità e se questa «scissione» rivela una
qualche doppiezza proprio per via dell’artificialità di tale divisione, allora si deve dare una
divisione che resiste alla divisione, una doppiezza psichica o una bisessualità intrinseca che arrivi a
minare qualsiasi tentativo di separazione. Considerare questa doppiezza psichica come effetto della
Legge è lo scopo dichiarato di Lacan, ma anche il punto di resistenza nella sua teoria.
Rose ha sicuramente ragione quando sostiene che ogni identificazione, proprio perché ha il
fantasma come suo ideale, è destinata a fallire. Ogni teoria psicoanalitica che prescrive un processo
evolutivo, che presuppone il compimento di una data identificazione tra padre e figlio o tra madre e
figlia, fa erroneamente coincidere il Simbolico e il reale e perde di vista il punto critico
dell’incommensurabilità che mostra come l’«identificazione» e la messa in scena dell’«essere» e
dell’«avere» il Fallo siano immancabilmente fantasmatiche119. E tuttavia, che cosa determina
l’ambito del fantasmatico, le regole che regolamentano l’incommensurabilità del Simbolico rispetto
al reale? Chiaramente non basta sostenere che questa messa in scena funziona per la sfera privata
tardocapitalista occidentale e che forse in un’epoca ancora da definire qualche altro regime
simbolico governerà il linguaggio dell’ontologia sessuale. Nell’introdurre il carattere
immancabilmente fantasmatico del Simbolico, l’«immancabilmente» migra nell’«inevitabilmente»,
generando una descrizione della sessualità in termini che finiscono per promuovere la stasi culturale.
L’interpretazione di Lacan che concepisce il pre-discorsivo come un’impossibilità prefigura una
critica che concettualizza la legge come interdittiva e generativa al contempo. Che il linguaggio della
fisiologia o della predisposizione qui non compaia è una buona notizia, sebbene le restrizioni binarie
continuino a funzionare per inquadrare e formulare la sessualità e per delimitarne in anticipo le forme
di resistenza al «reale». Cancellando persino l’ambito di ciò che è soggetto a rimozione, l’esclusione
opera prima della rimozione – vale a dire, delimitando la Legge e i suoi oggetti di subordinazione.
Sebbene si possa obiettare che per Lacan la rimozione crea il rimosso attraverso la Legge del divieto
e del padre, questa argomentazione non dà conto della nostalgia per la perduta pienezza della
jouissance che pervade la sua opera. In effetti, la perdita non potrebbe essere concepita come perdita
se l’irrecuperabilità di quel piacere non designasse un passato barrato per il presente dalla legge del
divieto. Non poter conoscere il passato dalla posizione del soggetto fondato non significa che quel
passato non riemerga nelle parole del soggetto come fêlure, discontinuità, slittamento metonimico.
Come per Kant esisteva la più vera realtà noumenica, il passato pre-giuridico della jouissance è
inconoscibile dall’interno del linguaggio parlato; il che non significa tuttavia che questo passato non
abbia una realtà. La sua stessa inaccessibilità, segnata dallo slittamento metonimico nel discorso
presente, conferma quella pienezza originaria come realtà ultima.
Emerge così una domanda ulteriore: che plausibilità può essere attribuita a una descrizione del
Simbolico che richiede una impossibile conformità alla legge, e che non lascia spazio a una sua
flessibilità, a una sua riformulazione culturale in forme più plastiche? L’ingiunzione a diventare
sessuati/e nei modi prescritti dal Simbolico porta sempre al fallimento e, in alcuni casi, allo
svelamento della natura fantasmatica della stessa identità sessuale. Il fatto che il Simbolico
rivendichi la propria intelligibilità culturale nella sua forma presente ed egemonica consolida
fortemente il potere di quei fantasmi come anche le diverse messe in scena dei fallimenti
nell’identificazione. L’alternativa non consiste nel suggerire che l’identificazione possa diventare una
conquista realizzabile. Siamo di fronte a una romanticizzazione o, peggio, a un’idealizzazione
religiosa del «fallimento», una postura di umiltà e limitazione davanti alla Legge, cosa che rende la
narrazione lacaniana ideologicamente sospetta. La dialettica tra un imperativo giuridico che non può
essere realizzato e un inevitabile fallimento «davanti alla legge» richiama la relazione tormentata tra
il Dio dell’Antico Testamento e quei servitori e servitrici che offrono la loro obbedienza senza
ricompensa. Il fatto che la sessualità ora incarni questo impulso religioso nella forma della domanda
d’amore (considerata una domanda «assoluta»), distinta sia dal bisogno, sia dal desiderio (una sorta
di trascendenza estatica che eclissa completamente la sessualità), dà ulteriore credibilità al
Simbolico come ciò che per i soggetti umani opera alla stregua di una divinità inaccessibile ma
omnideterminante.
Nella teoria lacaniana questa struttura da tragedia religiosa mina decisamente ogni strategia che
miri, a livello di politica culturale, a configurare un immaginario alternativo per il gioco dei
desideri. Se il Simbolico garantisce il fallimento dei compiti che comanda, forse i suoi fini, come
quelli del Dio del Vecchio Testamento, sono del tutto ateleologici, non mirano al raggiungimento di
un qualche scopo, ma all’obbedienza e alla sofferenza per rafforzare il senso della propria
limitatezza nel «soggetto» «davanti alla legge». Questa messa in scena assume ovviamente anche dei
toni da commedia, quando emerge l’impossibilità costante di realizzare l’identità. Ma anche questa
commedia è la manifestazione contraria di un asservimento al Dio che essa sostiene di non poter
sconfiggere.
La teoria lacaniana deve essere intesa come una sorta di «morale degli schiavi». Come si potrebbe
riformulare la teoria lacaniana riprendendo la tesi nietzscheana della Genealogia della morale
secondo cui Dio, il Simbolico inaccessibile, è reso inaccessibile da un potere (la volontà di potenza)
che costantemente istituisce la propria mancanza di potere?120 Questa figurazione della Legge del
padre come autorità inevitabile e inconoscibile davanti alla quale il soggetto sessuato è destinato a
fallire deve essere letta alla luce dell’impulso teologico che la produce tanto quanto alla luce della
critica della teologia che punta al suo superamento. La costruzione della legge come ciò che
garantisce il fallimento è sintomatica di una morale degli schiavi che rinnega gli stessi poteri
generativi che usa per costruire la «legge» come impossibilità permanente. Qual è il potere che crea
questa finzione di un inevitabile assoggettamento? Quali sono le poste in gioco culturali nel
mantenere il potere entro quel circolo di auto-negazione e come si potrebbe rivendicare quel potere
sottraendolo alle trappole di una legge del divieto che consiste nella dissimulazione e autoassoggettamento di quello stesso potere?
III. Freud e la melanconia del genere
Anche se Irigaray sostiene che la struttura della femminilità e la melanconia presentano delle
«coincidenze»121 e anche se Kristeva, nel saggio Maternità in Giovanni Bellini e nel volume Sole
nero: depressione e malinconia 122, identifica la maternità con la melanconia, rari sono i tentativi di
capire la negazione/preservazione melanconica dell’omosessualità nella produzione del genere nella
cornice dell’eterosessualità. Freud individua il meccanismo della melanconia come essenziale alla
«formazione dell’Io» e al «carattere», ma fa soltanto un’allusione alla centralità della melanconia nel
genere. In L’Io e l’Es, del 1923, ragiona sulla struttura del lutto come struttura incipiente della
formazione dell’Io, una tesi le cui tracce possono essere trovate nel saggio del 1917 Lutto e
melanconia123. Nell’esperienza della perdita di un altro essere che si è amato, sostiene Freud, si dice
che l’Io incorpori tale altro/a nella struttura stessa dell’Io, assumendo attributi dell’altro/a e
«accogliendo» l’altro/a attraverso atti magici di imitazione. La perdita dell’altro/a che si desidera e
si ama viene superata attraverso uno specifico atto di identificazione che cerca di accogliere questo
altro/a all’interno della struttura stessa del sé: «Rifugiandosi nell’Io, l’amore si sottrae così alla
dissoluzione»124. Questa identificazione non è semplicemente momentanea o occasionale, ma diventa
una nuova struttura dell’identità; in effetti, l’altro/a diventa parte dell’Io attraverso l’interiorizzazione
permanente dei suoi attributi125. Nei casi in cui una relazione ambivalente venga divisa attraverso la
perdita, tale ambivalenza viene interiorizzata quale predisposizione auto-critica o auto-degradante in
cui il ruolo dell’altro/a è ora occupato e diretto dall’Io stesso: «L’identificazione narcisistica con
l’oggetto si trasforma poi in un sostituto dell’investimento amoroso; l’esito di ciò è che, nonostante il
conflitto con la persona amata, non è necessario abbandonare la relazione d’amore»126. In seguito,
Freud chiarisce che il processo di interiorizzazione e accoglienza degli amori perduti è cruciale per
la formazione dell’Io e della sua «scelta oggettuale». In L’Io e l’Es, Freud fa riferimento al processo
di interiorizzazione descritto in Lutto e melanconia e nota:
Eravamo riusciti a chiarire la sofferenza dolorosa della melanconia supponendo che [in chi ne è colpito] un oggetto perduto tornasse a
ergersi nell’Io, che cioè un investimento oggettuale venisse sostituito da un’identificazione. Allora però non conoscevamo ancora tutto il
significato di questo processo e non sapevamo quanto frequente e tipico esso sia. In seguito abbiamo compreso che una tale sostituzione
concorre in misura notevole alla configurazione dell’Io, contribuendo in modo essenziale a produrre ciò che viene chiamato il suo
«carattere»127.
Ma nel prosieguo di questo capitolo dedicato all’Io e il Super-io (ideale dell’Io), non viene
descritto soltanto il «carattere», ma anche l’acquisizione di un’identità di genere. Nel sostenere che
«forse questa identificazione è l’unica che consente all’Es di rinunciare ai propri oggetti»128, Freud
ipotizza che la strategia di interiorizzazione della melanconia non si oppone al lavoro del lutto, ma
che potrebbe essere il solo modo per l’Io di sopravvivere alla perdita dei suoi legami emotivi
fondamentali con gli/le altri/e. Freud continua dicendo che «il carattere dell’Io [è] un sedimento degli
investimenti oggettuali abbandonati, contenente in sé la storia di tali scelte d’oggetto»129. Il processo
di interiorizzazione degli amori perduti tocca poi la formazione del genere quando appare chiaro che
il tabù dell’incesto ha la funzione, tra le altre, di inaugurare per l’Io la perdita di un oggetto d’amore
e che l’Io si riprende dalla perdita attraverso l’interiorizzazione dell’oggetto di desiderio sottoposto
a tabù. Nel caso di un’unione eterosessuale che viene interdetta, è l’oggetto a essere negato, non la
modalità del desiderio, tanto che tale desiderio viene deviato da quello verso altri oggetti di sesso
opposto. Ma nel caso di un’unione omosessuale che viene interdetta è chiaro che sia il desiderio sia
l’oggetto implicano una rinuncia, diventando così soggetti alla strategia di interiorizzazione della
melanconia. Perciò, «del padre il maschietto si impossessa mediante identificazione»130.
Freud ipotizza che nella prima fase dell’identificazione del «maschietto» con il padre questa abbia
luogo senza il preliminare investimento oggettuale131, intendendo con ciò che l’identificazione non è
la conseguenza di un amore perduto o proibito del figlio per il padre. Tuttavia, in seguito, Freud
postula effettivamente una bisessualità primaria quale fattore di complicazione nel processo di
formazione del genere e del carattere. Se si postula una serie bisessuale di predisposizioni libidiche,
non c’è allora motivo di negare un amore sessuale originario del figlio per il padre, eppure Freud lo
nega. Ma il «maschietto» sviluppa un investimento primario nei confronti della madre e Freud
osserva che la bisessualità appare in questo caso nel comportamento al maschile e al femminile con
cui il «maschietto» tenta di sedurre la madre.
Per quanto Freud introduca il complesso di Edipo per spiegare perché il bambino dovrebbe
ripudiare la madre e adottare un atteggiamento ambivalente nei confronti del padre, subito dopo nota
che «potrebbe anche darsi che l’ambivalenza constatata nei rapporti con i genitori debba senz’altro
essere attribuita alla bisessualità; piuttosto che svilupparsi, come ho ora sostenuto, dalla
identificazione attraverso la rivalità»132. Ma da che cosa sarebbe allora condizionata questa
ambivalenza? È chiaro che Freud intende dire che il bambino dovrebbe optare non solo tra due scelte
d’oggetto, ma anche tra due predisposizioni sessuali, la mascolinità e la femminilità. Il fatto che il
bambino scelga comunemente la predisposizione eterosessuale sarebbe dunque il risultato non della
paura di castrazione da parte del padre, ma della paura di castrazione, vale a dire la paura della
«femminilizzazione» che nelle culture eterosessuali viene associata all’omosessualità maschile. In
effetti, non è il desiderio eterosessuale per la madre che deve essere punito e sublimato in prima
istanza, ma è l’investimento omosessuale che deve essere subordinato a un’eterosessualità sancita
culturalmente. Infatti, se la bisessualità primaria, e non la scena edipica della rivalità, produce il
ripudio della femminilità da parte del bambino e la sua ambivalenza nei confronti del padre, allora il
primato dell’investimento materno diventa sempre più sospetto e, di conseguenza, lo diventa anche
l’eterosessualità primaria dell’oggetto di investimento del bambino.
Indipendentemente dal motivo che il bambino ha per ripudiare la madre (costruiamo il padre che
punisce come un rivale o come un oggetto di desiderio che proibisce se stesso in quanto tale?), il
ripudio diventa il momento fondante di ciò che Freud definisce come «consolidamento» del genere.
Perdendo la madre come oggetto di desiderio il bambino interiorizza la perdita identificandosi con
lei o disloca il suo attaccamento eterosessuale, nel qual caso rafforza il suo attaccamento al padre e
attraverso questo «consolida» la sua mascolinità. Come suggerisce la metafora del consolidamento,
chiaramente parti e pezzi di mascolinità vanno ritrovati all’interno del panorama psichico, e
predisposizioni, tendenze, scopi sessuali, ma sono sparsi e disorganizzati, lasciati liberi proprio
dall’esclusività di una scelta d’oggetto eterosessuale. Infatti, se il bambino rinuncia sia allo scopo sia
all’oggetto, e, di conseguenza, anche all’investimento eterosessuale, interiorizza la madre e insedia
un Super-io al femminile che dissolve e disorganizza la mascolinità, consolidando al suo posto
disposizioni libidiche al femminile.
Anche per la bambina il complesso di Edipo può essere «positivo» (identificazione con il proprio
sesso) e «negativo» (identificazione con il sesso opposto); la perdita del padre inaugurata dal tabù
dell’incesto può avere come esito sia un’identificazione con l’oggetto perduto (un consolidamento
della mascolinità) sia una deviazione dello scopo dall’oggetto, nel qual caso l’eterosessualità trionfa
sull’omosessualità, e viene trovato un oggetto sostitutivo. Alla fine del breve capoverso sul
complesso di Edipo negativo nella bambina, Freud sottolinea che il fattore che decide quale
identificazione venga compiuta è la forza o la debolezza della mascolinità e della femminilità nella
sua predisposizione. Significativamente, Freud ammette la propria confusione rispetto a che cosa
siano esattamente le predisposizioni al maschile o al femminile, quando interrompe la sua
affermazione a metà con l’inciso dubitativo «comunque costituitesi»133.
Quali sono queste predisposizioni primarie sulle quali lo stesso Freud manifestamente si basa? Si
tratta di attributi di una organizzazione libidica inconscia? E come operano esattamente le varie
identificazioni determinatesi a seguito del complesso edipico nel rafforzare o dissolvere ciascuna
predisposizione? Quale aspetto della «femminilità» definiamo predisposizione, e quale consegue
invece dall’identificazione? Infatti, che cosa ci impedisce di pensare che le predisposizioni della
bisessualità siano effetti o produzioni di una serie di interiorizzazioni? Inoltre, come identifichiamo
una predisposizione «al femminile» o «al maschile» al suo sorgere? Attraverso quali tracce si
manifesta e in che misura consideriamo una predisposizione «al maschile» o «al femminile» quale
precondizione di una scelta d’oggetto eterosessuale? In altre parole, in che misura leggiamo il
desiderio per il padre come prova di una predisposizione femminile solo perché partiamo,
nonostante il postulato di una bisessualità primaria, da una matrice eterosessuale del desiderio?
La concettualizzazione della bisessualità in termini di predisposizioni, al femminile e al maschile,
che hanno scopi eterosessuali quali correlati intenzionali, ci dice che per Freud la bisessualità è la
coincidenza di due desideri eterosessuali all’interno di una singola psiche. La predisposizione al
maschile, in effetti, non è mai orientata verso il padre come oggetto di amore sessuale, né la
predisposizione al femminile è orientata verso la madre (la bambina può sì esservi orientata, ma ciò
avviene solo prima della rinuncia a quel lato «mascolino» della natura delle sue predisposizioni).
Ripudiando la madre come oggetto di amore sessuale, la bambina ripudia necessariamente la sua
mascolinità e, per paradossale conseguenza, «fissa» la sua femminilità. Per questo nella tesi
freudiana di una bisessualità primaria non si dà omosessualità e solo gli opposti si attraggono.
Ma che prova offre Freud dell’esistenza di tali predisposizioni? Se non c’è modo di distinguere tra
una femminilità acquisita attraverso le interiorizzazioni e un’altra che è strettamente legata alla
predisposizione, allora che cosa impedisce di concludere che tutte le affinità che hanno una
specificità di genere derivano da interiorizzazioni? Su che basi le sessualità e le identità legate alla
predisposizione sono ascritte agli individui e che significato possiamo dare alla «femminilità» e alla
«mascolinità» al loro sorgere? Partendo dal problema dell’interiorizzazione, possiamo prendere in
esame lo statuto delle identificazioni interiorizzate nella formazione del genere e, successivamente, la
relazione tra un’affinità di genere interiorizzata e la melanconia autopunitiva delle identificazioni
interiorizzate.
I n Lutto e melanconia Freud interpreta gli atteggiamenti autocritici del/la melanconico/a quale
risultato dell’interiorizzazione di un oggetto d’amore perduto. Proprio perché quell’oggetto è
perduto, anche se la relazione rimane ambivalente e irrisolta, l’oggetto viene «riportato all’interno»
dell’Io dove l’alterco magicamente riprende in forma di dialogo interiore tra due parti della psiche.
In Lutto e melanconia l’oggetto perduto si insedia all’interno dell’Io come una voce o un’azione
critica e la rabbia originariamente provata per l’oggetto si rovescia così che l’oggetto interiorizzato
ora rimprovera l’Io:
Se si ascoltano con pazienza le molteplici e svariate autoaccuse del melanconico, alla fine non ci si può sottrarre all’impressione che
spesso le più intense di esse si attagliano pochissimo alla persona del malato e che invece con qualche insignificante variazione si
adattano perfettamente a un’altra persona che il malato ama, ha amato o dovrebbe amare [...] gli autorimproveri sono in realtà rimproveri
rivolti a un oggetto d’amore – e da questo poi distolti e riversati sull’Io del malato134.
Il/la melanconico/a rifiuta la perdita dell’oggetto e l’interiorizzazione diventa una strategia per
resuscitare magicamente l’oggetto perduto, non solo perché la perdita è dolorosa, ma anche perché
l’ambivalenza provata verso l’oggetto richiede che questo sia trattenuto finché le differenze non siano
ricomposte. In questo saggio della prima fase del suo lavoro, Freud concepisce la sofferenza del lutto
come il ritiro dell’investimento libidico dall’oggetto e come buon esito del trasferimento di tale
investimento su un nuovo oggetto. In L’Io e l’Es, tuttavia, Freud rivede la distinzione tra lutto e
melanconia e ipotizza che il processo di identificazione associato alla melanconia possa essere
«l’unica condizione che consente all’Es di rinunciare ai propri oggetti»135.
In altre parole, l’identificazione con gli amori perduti caratteristica della melanconia diventa la
precondizione per il lavoro del lutto. I due processi, originariamente concepiti come contrapposti,
sono ora intesi come aspetti del processo di elaborazione del lutto interamente correlati136. Sulla
scorta di questa tesi più tarda, Freud nota che l’interiorizzazione della perdita è compensativa:
«Quando l’Io assume i tratti dell’oggetto, si autoimpone per così dire all’Es come oggetto d’amore e
cerca di risarcirlo della perdita subita dicendogli: ‘Vedi, puoi amare anche me, che sono così simile
all’oggetto’»137. A rigor di termini, la rinuncia all’oggetto non è una negazione dell’investimento, ma
la sua interiorizzazione e quindi la sua conservazione.
Qual è esattamente la topologia della psiche in cui l’Io e i suoi amori perduti risiedono in
perpetuità? Chiaramente Freud concettualizza l’Io in eterna compagnia dell’ideale dell’Io, che
funziona come una capacità di agire morale diversificata. Le perdite interiorizzate dell’Io vengo
reistituite come parte di questa capacità di agire del giudizio morale, vale a dire come
interiorizzazione della rabbia e del senso di colpa originariamente provati per l’oggetto esterno. Con
l’interiorizzazione, rabbia e senso di colpa, inevitabilmente esacerbati dalla perdita, vengono rivolti
verso l’interno e accolti; l’Io scambia il proprio posto con l’oggetto interiorizzato investendo così
questa esteriorità interiorizzata di capacità di agire e potere morali. Perciò l’Io perde la propria
rabbia ed efficacia nel trasferirle all’ideale dell’Io, che si rivolge contro lo stesso Io che lo accoglie;
in altre parole, l’Io costruisce un modo per rivolgersi contro se stesso. Infatti Freud mette in guardia
dalle possibilità ipermorali di questo ideale dell’Io che, portato al suo estremo, può spingere al
suicidio138.
La costruzione dell’ideale dell’Io interiore riguarda anche l’interiorizzazione dell’identità di
genere. Freud nota che l’ideale dell’Io rappresenta una soluzione del complesso edipico ed è perciò
utile alla riuscita del consolidamento della mascolinità e della femminilità:
Il Super-io non è però soltanto un residuo delle prime scelte oggettuali dell’Es, esso ha anche il significato di una potente formazione
reattiva nei confronti di quelle scelte. Il suo rapporto con l’Io non si esaurisce nella ammonizione: «Così (come il padre) devi essere», ma
contiene anche il divieto: «Così (come il padre) non ti è permesso essere; ciò significa che non puoi fare tutto ciò che egli fa: alcune cose
rimangono una sua prerogativa»139.
L’ideale dell’Io funziona dunque come una capacità di agire interiore costituita da sanzioni e tabù
che, secondo Freud, operano per il consolidamento dell’identità di genere attraverso l’appropriato
ri-orientamento e la sublimazione del desiderio. L’interiorizzazione del genitore quale oggetto
d’amore subisce una necessaria inversione di significato. Il genitore non è solo proibito in quanto
oggetto d’amore, ma è anche interiorizzato come oggetto d’amore che proibisce o nega. Il ruolo di
divieto svolto dall’ideale dell’Io opera quindi al fine di inibire o, addirittura, reprimere
l’espressione del desiderio per quel genitore, ma anche istituisce uno «spazio» interiore in cui
quell’amore può essere preservato. Dato che la soluzione al dilemma edipico può essere «positiva»
o «negativa», il divieto del genitore del sesso opposto può portare a un’identificazione con il sesso
del genitore perduto o a un rifiuto di quell’identificazione e, di conseguenza, a una deviazione dal
desiderio eterosessuale. Quale serie di sanzioni e tabù, l’ideale dell’Io regola e determina
l’identificazione maschile e femminile. Poiché le identificazioni sono dei sostituti delle relazioni
d’oggetto e poiché le identificazioni sono conseguenze della perdita, l’identificazione di genere è un
certo tipo di melanconia, in cui il sesso dell’oggetto proibito viene interiorizzato come divieto.
Questo divieto sanziona e regola l’identità di genere in quanto distinta, come anche la legge del
desiderio eterosessuale. La risoluzione del complesso edipico influenza l’identificazione di genere
non solo attraverso il tabù dell’incesto ma anche, prima ancora, attraverso il tabù dell’omosessualità.
Il risultato è che ci si identifica con l’oggetto d’amore dello stesso sesso, interiorizzando sia lo scopo
sia l’oggetto dell’investimento omosessuale. Le identificazioni che derivano dalla melanconia sono
modi di preservare relazioni d’oggetto irrisolte e, nel caso dell’identificazione di genere dello stesso
sesso, le relazioni d’oggetto irrisolte sono immancabilmente omosessuali. In effetti, quanto più è
rigida e stabile l’affinità di genere, tanto meno è risolta la perdita originaria, così che la rigidità dei
confini di genere opera inevitabilmente all’occultamento della perdita di un amore originario che,
non riconosciuta, non arriva a risoluzione.
Ovviamente non tutte le identificazioni di genere si basano sull’efficacia del tabù
dell’omosessualità. Se le predisposizioni al femminile e al maschile sono il risultato dell’effettiva
interiorizzazione di quel tabù, e se la risposta melanconica alla perdita dell’oggetto dello stesso
sesso consiste nell’incorporare e, addirittura, nel diventare quell’oggetto attraverso la costruzione
dell’ideale dell’Io, allora l’identità di genere sembra essere innanzitutto l’interiorizzazione di un
divieto che si rivela come ciò che dà forma all’identità. Per di più questa identità è costituita e
mantenuta dall’applicazione coerente del tabù, non solo attraverso la stilizzazione del corpo secondo
le distinte categorie del sesso, ma anche attraverso la produzione e «predisposizione» del desiderio
sessuale. Il lessico della predisposizione si sposta da una formazione verbale (essere predisposti/e )
a una formazione sostantivale sulla quale si immobilizza (avere delle predisposizioni ); il lessico
delle «predisposizioni» si presenta dunque alla stregua di un falso fondazionalismo, quale esito di
un’affettività che viene formata o «fissata» attraverso gli effetti del divieto. Di conseguenza, le
predisposizioni non sono fatti sessuali psichici primari ma effetti prodotti da una legge imposta dalla
cultura e da atti dell’ideale dell’Io conniventi e transvalutanti.
Nella melanconia l’oggetto amato viene perduto attraverso svariati mezzi: la separazione, la morte
o la rottura di un legame emotivo. Nella situazione edipica, tuttavia, la perdita è dettata da un divieto
sostenuto da una serie di punizioni. La melanconia dell’identificazione di genere che «risponde» al
dilemma edipico deve essere intesa allora come interiorizzazione di una direttiva morale interiore
che acquisisce la sua struttura e la sua energia da un tabù rafforzato esternamente. Anche se Freud
non si dichiara esplicitamente in tal senso, sembrerebbe che il tabù dell’omosessualità dovesse
precedere il tabù eterosessuale dell’incesto; in effetti il tabù dell’omosessualità crea le
«predisposizioni» eterosessuali che rendono possibile il conflitto edipico. Il bambino e la bambina
che fanno il loro ingresso nella scena edipica con scopi incestuosi eterosessuali sono già stati
soggetti ai divieti che li/le «predispongono» in direzioni sessuali distinte. Dunque le predisposizioni
che Freud considera fatti primari o costitutivi della vita sessuale sono effetti di una legge che,
interiorizzata, produce e regolamenta le identità di genere in quanto distinte e l’eterosessualità.
Lungi dall’essere fondative, queste predisposizioni sono il risultato di un processo che mira a
mascherare la sua stessa genealogia. In altre parole, le «predisposizioni» sono le tracce di una storia
di divieti sessuali imposti che resta non detta e che i divieti cercano di rendere indicibile. La
descrizione narrativa dell’acquisizione del genere che comincia postulando le predisposizioni riesce
ad escludere efficacemente il punto di partenza della narrazione che svelerebbe quanto la narrazione
stessa sia una tattica di auto-amplificazione del divieto. Nella narrazione psicoanalitica le
predisposizioni sono coltivate, fissate e consolidate da un divieto che in seguito e in nome della
cultura arriva a reprimere il disturbo creato da un investimento omosessuale non rimosso. Raccontata
dal punto di vista che assume la legge del divieto quale momento fondante della narrazione, la legge
produce la sessualità nella forma delle «predisposizioni» e insieme sembra falsamente, in un
momento successivo, trasformare queste predisposizioni che appaiono come «naturali» nelle strutture
culturalmente accettabili della parentela esogamica. Per occultare il fatto che la genealogia della
legge produce il fenomeno stesso che in seguito afferma solo di incanalare o reprimere, la legge
svolge una terza funzione: insediare se stessa come principio di continuità logica in una narrazione di
relazioni causali, in cui i fatti psichici sono assunti a punto di partenza; questa configurazione della
legge esclude la possibilità di una genealogia più radicale che arrivi fino alle origini culturali della
sessualità e delle relazioni di potere.
Che cosa significa esattamente rovesciare la narrazione causale di Freud e considerare le
predisposizioni primarie effetti della legge? Nel primo volume della Storia della sessualità Foucault
critica l’ipotesi repressiva in quanto presuppone un desiderio originario (non «il desiderio» nei
termini di Lacan ma la jouissance) che mantiene un’integrità ontologica e una priorità temporale
rispetto alla legge repressiva140. In seguito questa legge, secondo Foucault, mette a tacere o trasforma
quel desiderio in una forma o espressione secondaria, inevitabilmente insoddisfacente (la
dislocazione). Foucault sostiene che il desiderio, che è concepito come originario e rimosso allo
stesso tempo, sia effetto della stessa legge di assoggettamento. Di conseguenza la legge produce
l’idea del desiderio rimosso per razionalizzare le sue stesse strategie di auto-amplificazione e
dunque tale legge, nella sua dimensione giuridica, dovrebbe essere riconcepita, in questo caso come
in altri, invece che come ciò che esercita una funzione repressiva, come una pratica discorsiva (nel
senso che produce la finzione linguistica del desiderio rimosso per mantenere la sua posizione di
strumento teleologico), pratica che è produttiva o generativa. Il desiderio in questione assume il
significato di «rimosso» nella misura in cui la legge ne costituisce la cornice di contestualizzazione;
infatti, la legge identifica il «desiderio rimosso» in quanto tale, ne fa circolare il termine, e
addirittura, modella lo spazio discorsivo per un’esperienza autocosciente e linguisticamente
elaborata che viene chiamata «desiderio rimosso».
Il tabù dell’incesto, e implicitamente quello dell’omosessualità, è un’ingiunzione repressiva, che
presuppone un desiderio originario situato nella nozione di «predisposizioni», la quale subisce la
rimozione di una direzionalità libidica originariamente omosessuale e produce il fenomeno dislocato
del desiderio eterosessuale. La struttura di questa particolare metanarrazione dello sviluppo infantile
raffigura le predisposizioni sessuali quali pulsioni pre-discorsive, temporalmente primarie e
ontologicamente distinte, che hanno uno scopo e dunque un significato che precede il loro emergere
nel linguaggio e nella cultura. È proprio l’entrata nel campo della cultura a far deviare quel desiderio
dal suo significato originario, con la conseguenza che all’interno della cultura il desiderio si presenta
necessariamente come una serie di dislocazioni. La legge repressiva dunque produce effettivamente
l’eterosessualità e non agisce semplicemente come un codice negativo o esclusivo, ma come una
sanzione e, più precisamente, come una legge del discorso che distingue il dicibile dall’indicibile
(delimitando e costruendo l’ambito dell’indicibile), il legittimo dall’illegittimo.
IV. La complessità del genere e i limiti dell’identificazione
Le analisi qui sopra proposte di Lacan, di Rivière e dell’Io e l’Es di Freud offrono versioni
alternative di come funzionano le identificazioni di genere, sempre che si possa dire che queste
«funzionino». Si può dare conto della complessità e della dissonanza del genere attraverso la
moltiplicazione e la convergenza di diverse identificazioni culturalmente dissonanti? Oppure
ciascuna identificazione è costruita attraverso l’esclusione di una sessualità che metterebbe in
discussione le identificazioni stesse? Nel primo caso, identificazioni multiple possono costituire una
configurazione non gerarchica di identificazioni mobili e sovrapposte che rimettono in discussione il
primato di qualunque attribuzione univoca del genere. Nel quadro di Lacan, l’identificazione è intesa
come qualcosa che è fissato entro la disgiunzione binaria tra l’«essere» o l’«avere» il Fallo, con la
conseguenza che il termine dell’opposizione binaria che viene escluso abita e disgrega continuamente
il posizionamento coerente di chiunque. Il termine escluso rappresenta una sessualità esclusa che
contesta le pretese di autofondazione del soggetto così come le sue rivendicazioni di conoscere la
fonte e l’oggetto del suo desiderio.
Per lo più, la critica femminista che si è occupata della problematica psicoanalitica
dell’identificazione si è spesso concentrata sul problema dell’identificazione materna e ha cercato di
elaborare una posizione epistemologica femminista, a partire da tale identificazione materna e/o da
un discorso materno sviluppato da tale identificazione e dalle sue difficoltà. Gran parte di quel
lavoro, che comunque è estremamente significativo ed evidentemente influente, è arrivato a occupare
una posizione egemonica nel canone della teoria femminista. Per di più, tende a rafforzare proprio la
struttura binaria, eterosessista, che modella i generi come qualcosa che va declinato al maschile e al
femminile e esclude una descrizione adeguata dei tipi di convergenze sovversive e parodiche che
caratterizzano le culture gay e lesbiche. Come tentativo, del tutto parziale, di fare i conti con questo
discorso maternalista, nel prossimo capitolo verrà presa in esame la descrizione del semiotico quale
sovversione materna del Simbolico, formulata da Kristeva.
Quali strategie critiche e quali fonti per una sovversione si danno come conseguenza delle
descrizioni psicoanalitiche prese in considerazione fin qui? Il ricorso all’inconscio come fonte per
una sovversione ha senso, pare, solo se la Legge del padre viene intesa alla stregua di un
determinismo rigido e universale che rende l’«identità» una faccenda fissa e fantasmatica. Possiamo
anche accettare il contenuto fantasmatico dell’identità, ma non c’è ragione per ritenere che la legge
che fissa i termini di quella fantasia sia impermeabile alla variabilità e all’eventualità storica.
In quanto opposta alla Legge che fonda il Simbolico, la quale fissa in anticipo l’identità, potremmo
riconsiderare la storia delle identificazioni costitutive senza presupporre una Legge fissa e fondante.
Per quanto l’«universalità» della Legge del padre possa essere contestata nei circoli
dell’antropologia, sembra importante tenere presente che il significato mantenuto dalla legge in ogni
contesto storicamente dato è meno univoco e meno deterministicamente efficace di quanto la
descrizione lacaniana sembri ammettere. Si potrebbe delineare uno schema dei modi in cui una
costellazione di identificazioni si conformi o meno agli standard culturalmente imposti riguardo
all’integrità di genere. Le identificazioni costitutive di una narrazione autobiografica sono sempre
parzialmente inventate nel racconto. Lacan sostiene che non possiamo mai raccontare la storia delle
nostre origini, proprio perché il linguaggio barra il soggetto che parla rispetto alle origini libidiche
rimosse della sua parola; tuttavia, il momento fondativo in cui la Legge del padre istituisce il
soggetto sembra funzionare come una metastoria che non solo possiamo, ma anche dovremmo dire,
sebbene i momenti fondativi del soggetto, vale a dire l’istituzione della legge, precedano il soggetto
parlante al pari dell’inconscio stesso.
Nella teoria psicoanalitica emerge anche una prospettiva alternativa in merito all’identificazione
secondo cui le identificazioni multiple e coesistenti producono conflitti, convergenze e dissonanze
innovative all’interno delle configurazioni di genere, che sfidano la fissità delle collocazioni
maschili e femminili in relazione alla Legge del padre. Infatti la possibilità di identificazioni multiple
(in definitiva non riducibili a quelle identificazioni primarie o fondative fissate in posizioni al
maschile e al femminile) ci dice che la Legge non è deterministica e che «la» legge potrebbe
addirittura non essere singolare.
A oggi il dibattito in merito al significato o alle possibilità sovversive delle identificazioni non ha
chiarito proprio la questione di dove debbano essere rinvenute tali identificazioni. Lo spazio
psichico interiore, entro cui si sostiene che le identificazioni vengano conservate, ha senso solo se lo
possiamo concepire come un ambiente di fantasia che svolge però un’altra funzione psichica. In
apparente accordo con Nicolas Abraham e Maria Torok, lo psicoanalista Roy Schafer sostiene che
l’«incorporazione» è una fantasia e non un processo; lo spazio interiore, nel quale un oggetto viene
assunto, è immaginato, ed è immaginato all’interno di un linguaggio che può evocare e reificare tali
spazi141. Se le identificazioni attuate nella melanconia sono «incorporate», allora resta aperta una
domanda: dove si trova questo spazio incorporato? Se esso non si trova letteralmente nel corpo,
forse è sul corpo in quanto sua significazione di superficie tale che il corpo stesso va inteso come
spazio incorporato.
Abraham e Torok hanno sostenuto che l’introiezione è un processo al servizio dell’elaborazione
del lutto (laddove l’oggetto non è solo perduto ma anche riconosciuto come perduto)142. D’altra parte,
l’incorporazione appartiene più propriamente alla melanconia, quello stato di negazione o
sospensione della sofferenza, in cui l’oggetto viene in un certo senso magicamente accolto «nel
corpo». Abraham e Torok ipotizzano che l’introiezione della perdita caratteristica del lutto istituisca
uno spazio vuoto, reso letterale dalla bocca vuota che diventa la condizione della parola e della
significazione. L’esito positivo della dislocazione libidica dall’oggetto perduto si dà attraverso la
formazione di parole che significano e insieme dislocano quell’oggetto; tale dislocazione
dall’oggetto originario è un’attività essenzialmente metaforica in cui le parole «figurano» l’assenza e
la superano. L’introiezione viene intesa come elaborazione del lutto, ma l’incorporazione, che denota
una risoluzione magica della perdita, caratterizza la melanconia. Se l’introiezione fonda la
possibilità della significazione metaforica, l’incorporazione è antimetaforica, proprio perché
conserva la perdita come radicalmente innominabile; in altre parole, l’incorporazione non è solo il
fallimento nel nominare o ammettere la perdita, ma erode persino le condizioni della stessa
significazione metaforica.
Come nella prospettiva lacaniana, anche per Abraham e Torok il ripudio del corpo materno è
condizione di significazione nel Simbolico. Abraham e Torok sostengono inoltre che questa
rimozione primaria fonda la possibilità dell’individuazione e della parola significante, laddove la
parola è necessariamente metaforica, nel senso che il referente, l’oggetto del desiderio, è una
dislocazione perpetua. In effetti, la perdita del corpo materno in quanto oggetto d’amore è intesa
come ciò che determina lo spazio vuoto fuori dal quale si originano le parole. Ma il rifiuto di tale
perdita – la melanconia – comporta il fallimento della dislocazione nelle parole; di fatto il luogo del
corpo materno viene istituito nel corpo, «criptato» per usare il loro termine, e lì gli viene data
residenza stabile come parte del corpo morta o morente, o come parte del corpo abitata o posseduta
da fantasmi di vario tipo.
Nel momento in cui consideriamo l’identità di genere come una struttura melanconica, ha senso
scegliere l’«incorporazione» come modalità secondo cui si compie tale identificazione. Infatti,
secondo lo schema di cui sopra, l’identità di genere verrebbe istituita attraverso un rifiuto della
perdita che cripta se stessa nel corpo e che di fatto determina il corpo vivente in contrapposizione al
corpo morto. In quanto attività antimetaforica, l’incorporazione letteralizza la perdita sul o nel corpo
e in questo modo si presenta come fatticità del corpo, il mezzo con cui il corpo diventa portatore del
«sesso» come sua verità letterale. La localizzazione e/o divieto dei piaceri e dei desideri in
determinate zone «erogene» rappresenta proprio il tipo di melanconia che differenzia il genere il
quale si diffonde sulla superficie del corpo. La perdita dell’oggetto del piacere viene risolta
attraverso l’incorporazione di quello stesso piacere, con il risultato che quest’ultimo viene
determinato e insieme interdetto dagli effetti obbligatori della legge di differenziazione del genere.
Il tabù dell’incesto è ovviamente più inclusivo del tabù dell’omosessualità, ma nel caso del tabù
dell’incesto eterosessuale, con cui si stabilisce l’identità eterosessuale, la perdita viene portata come
sofferenza. Nel caso del divieto dell’incesto omosessuale, con cui si stabilisce l’identità
eterosessuale, invece, la perdita viene sostenuta da una struttura melanconica. La perdita dell’oggetto
eterosessuale, sostiene Freud, ha per esito la dislocazione di quell’oggetto, ma non dello scopo
eterosessuale; dall’altra parte, la perdita dell’oggetto omosessuale implica la perdita dello scopo e
dell’oggetto. In altre parole, l’oggetto non solo è perduto, ma lo stesso desiderio viene del tutto
negato, così che «io non ho mai perso quella persona e non ho mai amato quella persona, in realtà
non ho mai provato quel tipo di amore». La preservazione melanconica di quell’amore è quanto più
possibile salvaguardata attraverso la traiettoria totalizzante della negazione.
La tesi di Irigaray, secondo cui nel lavoro di Freud le strutture della melanconia e quelle della
femminilità sviluppata sono molto simili, si riferisce alla negazione sia dell’oggetto sia dello scopo
che costituisce «la doppia ondata» di rimozione caratteristica di una femminilità pienamente
sviluppata. Per Irigaray, è il riconoscimento della castrazione che inizia la ragazza a «una ‘perdita’
che sfugge ad ogni rappresentazione»143. La melanconia è dunque per le donne una norma
psicoanalitica, una norma che riposa sul loro desiderio apparente di avere il pene, un desiderio che,
per convenienza, non può più essere provato o conosciuto.
La lettura di Freud proposta da Irigaray, una lettura piena di citazioni sarcastiche, ben a ragione
ridimensiona le tesi sullo sviluppo della sessualità e della femminilità, che pervadono chiaramente il
testo freudiano. Come anche mostra Irigaray, esiste la possibilità di leggere quella teoria in modi che
eccedono, invertono e dislocano gli scopi dichiarati di Freud. Si pensi che il rifiuto dell’investimento
omosessuale, desiderio e scopo a un tempo, un rifiuto che è sia imposto dal tabù sociale sia fatto
proprio attraverso gli stadi dello sviluppo, ha come risultato una struttura melanconica che
effettivamente include quello scopo e quell’oggetto all’interno dello spazio o «cripta» del corpo
istituito da una negazione costante. Se la negazione eterosessuale dell’omosessualità ha come
risultato la melanconia, e se la melanconia opera attraverso l’incorporazione, allora l’amore
omosessuale rinnegato viene preservato coltivando un’identità di genere definita in modo oppositivo.
In altre parole, l’omosessualità maschile rinnegata culmina in una mascolinità accentuata o
consolidata, una mascolinità che ritiene la femminilità impensabile e innominabile. Il riconoscimento
del desiderio eterosessuale, tuttavia, porta a una dislocazione da un oggetto originario a uno
secondario, proprio quel distacco e riattaccamento libidico che Freud ritiene caratterizzare la
normale sofferenza del lutto.
Chiaramente un/a omosessuale per cui il desiderio eterosessuale è impensabile potrebbe
benissimo mantenere l’eterosessualità attraverso una struttura melanconica di incorporazione,
un’identificazione e un’incarnazione dell’amore che non prevede né riconoscimento né sofferenza.
Ma qui diventa chiaro che il rifiuto eterosessuale di riconoscere l’attaccamento omosessuale
primario è culturalmente sancito da un divieto posto sull’omosessualità, che non trova alcun parallelo
nel caso dell’omosessuale melanconico/a. In altre parole, la melanconia eterosessuale viene istituita
e mantenuta culturalmente come prezzo di identità di genere stabili legate tra loro attraverso desideri
contrapposti.
Ma quale linguaggio della superficie e del profondo esprime adeguatamente questo effetto di
incorporazione della melanconia? Una prima risposta è possibile dall’interno del discorso
psicoanalitico, ma una comprensione ulteriore di ciò ci porterà, nell’ultimo capitolo, a riconsiderare
il genere come messa in atto che costituisce performativamente l’apparenza della sua stessa fissità
interiore. A questo punto, tuttavia, l’assunto che l’incorporazione sia una fantasia ci dice che
l’incorporazione di un’identificazione è una fantasia di letteralizzazione o una fantasia
letteralizzante144. Proprio in virtù della sua struttura melanconica questa letteralizzazione del corpo
nasconde la propria genealogia e si presenta sotto la categoria di «fatto naturale».
Che cosa significa ammettere una fantasia letteralizzante? Se la differenziazione di genere deriva
dal tabù dell’incesto e dal precedente tabù dell’omosessualità, allora «divenire» un genere è un
processo laborioso per cui si diventa naturalizzati/e, il che implica una differenziazione dei piaceri
e delle parti del corpo sulla base dei significati di genere. Si dice che i piaceri risiedano nel pene,
nella vagina e nei seni o che emanino da essi, ma tali descrizioni corrispondono a un corpo che è già
stato costruito o naturalizzato secondo una specificità di genere. In altre parole, alcune parti del
corpo diventano fulcri di piacere concepibili proprio perché corrispondono all’ideale normativo di
un corpo connotato secondo un genere specifico. In un certo senso i piaceri sono determinati dalla
struttura melanconica del genere, attraverso cui alcuni organi vengono spenti al piacere mentre altri
vengono portati alla vita. Quali piaceri vivranno e quali moriranno è spesso una questione che
dipende da quali tra di essi sono al servizio delle pratiche di legittimazione della formazione
dell’identità, che hanno luogo all’interno della matrice delle norme di genere145.
I transessuali spesso rivendicano una radicale discontinuità tra piaceri sessuali e parti del corpo.
Molto spesso ciò che si vuole in termini di piacere implica una partecipazione immaginaria nelle
parti del corpo, siano esse membra o orifizi, che non si potrebbero veramente possedere; o,
analogamente, il piacere potrebbe richiedere di immaginare una serie di parti che vengono esagerate
o diminuite. Lo statuto immaginario del desiderio, naturalmente, non è ristretto all’identità
transessuale; la natura fantasmatica del desiderio svela il corpo non come proprio fondamento o
causa, ma come propri occasione e oggetto. La strategia del desiderio è in parte la trasfigurazione
dello stesso corpo desiderante. Di più, per desiderare in sé potrebbe essere necessario credere in un
Io-corpo146 alterato che, entro le regole di genere dell’immaginario, potrebbe corrispondere ai
requisiti di un corpo capace di desiderio. Questa condizione immaginaria del desiderio eccede
sempre il corpo fisico con cui o su cui funziona.
Essendo sempre già un segno culturale, il corpo pone dei limiti ai significati immaginari cui dà
origine, ma non è mai libero da una costruzione immaginaria. Il corpo fantasticato non può mai essere
concepito in relazione al corpo considerato come reale; può solo essere inteso in relazione a un’altra
fantasia culturalmente istituita, che rivendica il posto del «letterale» e del «reale». I limiti posti al
«reale» sono prodotti all’interno dell’eterosessualizzazione naturalizzata dei corpi, in cui i fatti fisici
svolgono il ruolo di cause e i desideri riflettono gli effetti inesorabili di quella fisicità.
La coincidenza tra desiderio e reale (vale a dire la convinzione che siano le parti del corpo, il
pene «letterale», la «vagina» letterale, a provocare piacere e desiderio), è proprio il tipo di fantasia
letteralizzante che caratterizza la sindrome dell’eterosessualità melanconica. L’omosessualità
rinnegata che sta alla base dell’eterosessualità melanconica riemerge come fatticità anatomica autoevidente del sesso, laddove «sesso» designa l’unità indistinta di anatomia, «identità naturale» e
«desiderio naturale». La perdita viene negata e incorporata e la genealogia di quella trasmutazione
viene del tutto dimenticata e rimossa. La superficie sessuata del corpo emerge dunque quale segno
necessario di un’identità e di un desiderio naturali(zzati). La perdita dell’omosessualità viene
rifiutata e l’amore assunto o criptato nelle parti del corpo stesso, letteralizzato nella fatticità
anatomica apparente del sesso. Si vede qui la strategia generale della letteralizzazione quale forma di
oblio che, nel caso di un’anatomia sessuale letteralizzata, «dimentica» l’immaginario e con esso
un’omosessualità immaginabile. Nel caso del maschio melanconico eterosessuale, si tratta di
qualcuno che non ha mai amato un altro uomo, che è un uomo e che fa ricorso ai fatti empirici che lo
proveranno. Ma la letteralizzazione dell’anatomia non solo non dimostra nulla ma costituisce anche
una restrizione letteralizzante del piacere a quell’organo assunto a campione in quanto segno
dell’identità maschile. L’amore per il padre viene depositato nel pene, salvaguardato attraverso una
negazione inaccessibile e il desiderio, ora incentrato su quel pene, ha come sua struttura e compito
quella continua negazione. Infatti, la «donna in quanto oggetto» deve essere il segno che lui non ha
mai provato non solo il desiderio omosessuale ma neanche il dolore per la sua perdita. La «donna in
quanto segno» deve effettivamente dislocare e occultare quella storia pre-eterosessuale a favore di
una che consacri un’eterosessualità senza discontinuità.
V. Riformulare il divieto come potere
Per quanto la critica genealogica foucaultiana del fondazionalismo abbia guidato la lettura di LéviStrauss, di Freud, e della matrice eterosessuale che ho proposto qui sopra, è ora necessaria una
comprensione ancora più precisa del modo in cui la legge della psicoanalisi nella sua dimensione
giuridica, ovvero la rimozione, produca e faccia proliferare i generi che cerca di tenere sotto
controllo. Le teorie femministe hanno guardato al resoconto psicoanalitico della differenza sessuale,
anche perché le dinamiche edipiche e pre-edipiche sembrano offrire la possibilità di delineare una
costruzione primaria del genere. Il divieto dell’incesto, che prescrive e sancisce le posizioni
gerarchiche e binarie di genere, può essere ripensato come un potere produttivo che genera
inavvertitamente diverse configurazioni culturali di genere? Il tabù dell’incesto è soggetto alla critica
delle ipotesi repressive fornita da Foucault? Quale potrebbe essere la messa in campo da parte
femminista di tale critica? Questa critica riuscirebbe a mobilitare il progetto di confondere le
restrizioni binarie imposte dalla matrice eterosessuale al sesso/genere? Una delle più autorevoli
letture femministe di Lévi-Strauss, di Lacan e di Freud è senz’altro quella proposta da Gayle Rubin
nell’articolo The Traffic in Women: Notes on the Political Economy of Sex, pubblicato nel 1975147.
Sebbene il nome di Foucault non compaia nel testo, Rubin prepara efficacemente il terreno per una
critica foucaultiana. Il fatto che lei stessa successivamente, nel suo lavoro nell’ambito della teoria
sessuale radicale, faccia proprie le tesi di Foucault solleva retrospettivamente la questione di come
quell’articolo fondamentale potrebbe essere riscritto in una cornice foucaultiana.
L’analisi foucaultiana delle capacità culturalmente produttive della legge del divieto trova
evidentemente appoggio nella teoria già circolante sulla sublimazione che Freud articola nel Disagio
della civiltà e che Marcuse riformula in Eros e civiltà. Freud e Marcuse individuano gli effetti
produttivi della sublimazione, affermando che artefatti e istituzioni culturali sono gli effetti dell’Eros
sublimato. Anche se Freud considera la sublimazione della sessualità come qualcosa che produce un
«disagio» generale, Marcuse subordina in termini chiave platonici l’Eros al Logos e vede nell’atto
della sublimazione l’espressione più soddisfacente dello spirito umano. Pur divergendo radicalmente
da queste teorie della sublimazione, Foucault sostiene l’idea di una legge produttiva ma senza
postulare un desiderio originario; il funzionamento della legge viene giustificato e consolidato
attraverso la costruzione di una descrizione narrativa della sua stessa genealogia che ne maschera
efficacemente l’immersione nelle relazioni di potere. Il tabù dell’incesto, dunque, non reprimerebbe
delle predisposizioni primarie, ma creerebbe proprio la distinzione tra predisposizioni «primarie» e
«secondarie», per descrivere e riprodurre la distinzione tra un’eterosessualità legittima e
un’omosessualità illegittima. Quindi, se concepiamo il tabù dell’incesto come primariamente
produttivo nei suoi effetti, allora il divieto che fonda il «soggetto» e sopravvive in quanto legge del
suo desiderio diventa lo strumento attraverso il quale l’identità, e in particolare l’identità di genere
viene costituita.
Nel sottolineare come il tabù dell’incesto sia insieme un divieto e una sanzione, Rubin scrive:
[...] il tabù dell’incesto impone lo scopo sociale dell’esogamia e dell’alleanza con eventi biologici quali il sesso e la procreazione. Il tabù
dell’incesto divide l’universo della scelta sessuale in categorie di partner sessuali permessi e proibiti148.
Dato che tutte le culture cercano di riprodurre se stesse, e dato che la particolare identità sociale
del gruppo parentale deve essere preservata, l’esogamia è istituita come anche l’eterosessualità
esogamica, quale suo presupposto. Quindi, il tabù dell’incesto non solo proibisce unioni sessuali tra
membri della stessa linea di parentela, ma implica anche un tabù contro l’omosessualità. Scrive
Rubin:
Il tabù dell’incesto presuppone un tabù dell’omosessualità che è precedente e meno articolato. Un divieto di alcune unioni
eterosessuali dà per scontato un tabù contro le unioni non eterosessuali. Il genere non è solo un’identificazione con un sesso; esso
comporta anche il fatto che il desiderio sessuale sia diretto verso l’altro sesso. La divisione sessuale del lavoro è implicata in entrambi gli
aspetti del genere – maschile e femminile, li crea, e li crea eterosessuali149.
Rubin considera la psicoanalisi, in particolare nella sua incarnazione lacaniana, come un
complemento della descrizione delle relazioni di parentela di Lévi-Strauss. Più precisamente, ritiene
che «il sistema sesso/genere», il meccanismo culturale regolamentato per trasformare maschi e
femmine biologiche in generi distinti e gerarchizzati, sia autorizzato dalle istituzioni culturali (la
famiglia, le forme residuali di «scambio di donne», l’eterosessualità obbligatoria) e allo stesso
tempo inculcato attraverso le leggi che strutturano e stimolano lo sviluppo psichico individuale.
Dunque, il complesso di Edipo esemplifica ed esegue il tabù culturale dell’incesto, sfociando in una
identificazione di genere astratta e nel corollario di una predisposizione eterosessuale. Nel suo
saggio, Rubin sostiene inoltre che, prima della trasformazione di un maschio o di una femmina
biologici in un uomo o in una donna con connotazioni di genere, «ogni bambina/o ha in se tutte le
possibilità sessuali disponibili all’espressione umana»150.
Il tentativo di individuare e descrivere una sessualità «davanti alla legge» come bisessualità
primaria o come poliformismo ideale e libero, implica che la legge preceda la sessualità. In quanto
restrizione di una pienezza originaria, la legge interdice alcune serie di possibilità sessuali prepunitive e ne sanziona altre. Ma se applichiamo la critica foucaultiana dell’ipotesi repressiva al tabù
dell’incesto, legge repressiva per eccellenza, allora vediamo che la legge produce sia
l’eterosessualità sanzionata sia l’omosessualità trasgressiva. Entrambe sono davvero effetti,
temporalmente e ontologicamente successivi alla legge, e l’illusione di una sessualità «davanti alla
legge» è essa stessa la creazione di tale legge.
Il saggio di Rubin rimane legato a una distinzione tra sesso e genere che presuppone la realtà
ontologica, distinta e antecedente, di un «sesso» che viene rielaborato in nome della legge, vale a
dire successivamente trasformato in genere. Questa narrazione dell’acquisizione del genere implica
un certo ordine temporale degli eventi, che presuppone che chi narra sia in qualche modo nella
posizione di «sapere» ciò che sta prima o davanti alla legge come anche ciò che viene dopo. E
tuttavia la narrazione ha luogo all’interno di un linguaggio che a rigor di termini viene dopo la legge,
che è conseguenza della legge, e che dunque si sviluppa a partire da un punto di vista posticipato e
retrospettivo. Se questo linguaggio è strutturato dalla legge e la legge viene esemplificata, addirittura
attuata nel linguaggio, allora la descrizione, la narrazione, non può sapere che cosa sta fuori di essa
(vale a dire che cosa è anteriore [prior] alla legge), e per giunta la descrizione di quel «prima» sarà
sempre al servizio del «dopo». In altre parole, non solo la narrazione rivendica la possibilità di
avere accesso a un «prima» da cui è per definizione preclusa (in virtù della sua natura linguistica),
ma anche la descrizione del «prima» ha luogo nei termini del «dopo» e di conseguenza diventa
un’attenuazione della legge stessa in direzione del luogo della sua assenza.
Per quanto sostenga che per l’infante pre-edipico/a esiste un universo illimitato di possibilità
sessuali, Rubin non sottoscrive l’idea di una bisessualità primaria. In effetti, la bisessualità è
conseguenza di pratiche con cui i bambini e le bambine vengono cresciuti/e, in cui genitori di
entrambi i sessi sono presenti e occupati/e contemporaneamente nella cura dei figli e delle figlie e in
cui il ripudio della femminilità non funziona più né per gli uomini né per le donne quale
precondizione dell’identità di genere151. Quando invoca una «rivoluzione nella parentela», Rubin
prevede che venga estirpato lo scambio delle donne, le cui tracce sono evidenti non solo
nell’istituzionalizzazione contemporanea dell’eterosessualità ma anche nelle norme psichiche
residuali (l’istituzionalizzazione della psiche) che sanciscono e costruiscono la sessualità e l’identità
di genere in termini eterosessuali. Con il venir meno del carattere coattivo dell’eterosessualità e con
il contemporaneo emergere delle possibilità culturali di comportamenti e identità bisessuali e
omosessuali, Rubin prevede che il genere stesso possa essere rovesciato152. Così come il genere è la
trasformazione culturale di una polisessualità biologica in una eterosessualità imposta culturalmente,
e così come tale eterosessualità schiera identità di genere distinte e gerarchizzate per raggiungere i
suoi scopi, il venir meno del carattere coattivo dell’eterosessualità implicherebbe, secondo Rubin, il
corollario del venir meno del genere stesso. Il fatto che il genere possa o non possa essere del tutto
estirpato e il senso in cui questo «venir meno» del genere sia immaginabile culturalmente sono
implicazioni della sua analisi stimolanti, ma non del tutto chiarite.
La tesi di Rubin poggia sulla possibilità che la legge sia effettivamente rovesciata e che
l’interpretazione culturale di corpi sessuati differentemente possa svilupparsi idealmente, senza fare
riferimento alla disparità di genere. Appare evidente che i sistemi dell’eterosessualità obbligatoria
possano variare, e in effetti sono cambiati, e che lo scambio delle donne, in qualunque forma
residuale esso avvenga, non sempre determini lo scambio eterosessuale; da questo punto di vista,
Rubin riconosce le implicazioni misogine dello strutturalismo notoriamente non diacronico di LéviStrauss. Ma che cosa la porta a concludere che il genere è solo una funzione dell’eterosessualità
obbligatoria e che senza tale coattività il campo dei corpi non sarebbe più marcato in termini
connotati dal punto di vista di genere? È evidente che Rubin ha già previsto un mondo sessuale
alternativo, un mondo attribuito a una fase utopica nello sviluppo infantile, un «prima/davanti» alla
legge che promette di riaffiorare «dopo» la fine o la dispersione di tale legge. Come potremmo
rivedere questa narrazione dell’acquisizione del genere, alla luce delle critiche di Foucault e Derrida
sulla possibilità di conoscere o fare riferimento a un «prima/davanti»? Se respingiamo il postulato di
una sessualità ideale, che precede il tabù dell’incesto, e se rifiutiamo anche la premessa strutturalista
della permanenza culturale di tale tabù, quale relazione tra sessualità e legge ci rimane per la
descrizione del genere? Dobbiamo ricorrere a uno stato di maggiore felicità prima della e davanti
alla legge per sostenere che le attuali relazioni di genere e la produzione punitiva dell’identità di
genere sono oppressive?
Foucault, nella sua critica dell’ipotesi repressiva, condotta nel primo volume della Storia della
sessualità, sostiene che (a) la «legge» strutturalista potrebbe essere intesa come una delle formazioni
di potere, una sua specifica configurazione storica e che (b) si potrebbe intendere la legge come
qualcosa che produce o genera quel desiderio che si presume reprima. L’oggetto della rimozione non
è il desiderio che viene preso a oggetto manifesto, ma le configurazioni multiple del potere stesso, la
cui vera e propria pluralità dislocherebbe l’apparente universalità e necessità della legge nella sua
dimensione giuridica o repressiva. In altre parole, il desiderio e la sua rimozione sono occasione di
consolidamento delle strutture giuridiche; il desiderio viene fabbricato e vietato quale gesto
simbolico rituale attraverso il quale il modello giuridico esercita e consolida il proprio potere.
Il tabù dell’incesto è la legge nella sua dimensione giuridica che si presume vieti i desideri
incestuosi e, insieme, costruisca determinate soggettività di genere attraverso il meccanismo
dell’identificazione coattiva. Ma che cosa ne garantisce l’universalità e la necessità? Ovviamente
esistono dibattiti antropologici che sostengono o smentiscono l’universalità del tabù dell’incesto153,
ed esiste anche una polemica derivata sulle implicazioni, sempre che ce ne siano, della
rivendicazione di universalità rispetto al significato dei processi sociali154. Sostenere che la legge è
universale non significa sostenere che operi allo stesso modo in diverse culture o che determini la
vita sociale in modo unilaterale. Infatti, attribuire universalità a una legge può semplicemente
implicare che questa operi come una struttura dominante entro cui hanno luogo le relazioni sociali. Di
più, sostenere la presenza universale della legge nella vita sociale non significa affatto sostenere che
essa esista in ogni aspetto della forma sociale in esame; significa tuttalpiù che in ogni forma sociale
la legge esiste e opera da qualche parte.
Il mio compito qui non è di mostrare che esistono culture nelle quali il tabù dell’incesto in quanto
tale non è operativo, ma di sottolineare la generatività, non solo lo statuto giuridico, di tale tabù, i
luoghi in cui è operativo. In altre parole, il tabù non solo vieta e detta la sessualità in determinate
forme, ma anche, inavvertitamente, produce una varietà di desideri e identità sostitutive che non sono
affatto limitate preliminarmente, se non per il fatto di essere in un certo senso dei «sostituti». Se
applichiamo la critica foucaultiana al tabù dell’incesto, allora sembra che il tabù e il desiderio
originario per la madre e per il padre possano essere storicizzati in modi che resistono
all’universalità formulare di Lacan. Si potrebbe pensare il tabù come qualcosa che crea e sostiene il
desiderio per la madre e per il padre così come la dislocazione obbligatoria di tale desiderio. L’idea
di una sessualità «originaria», per sempre repressa e proibita, diventa allora una produzione della
legge che successivamente funziona come suo divieto. Se la madre rappresenta il desiderio
originario, e questo potrebbe benissimo essere vero per una vasta gamma di coabitazioni domestiche
tardo-capitaliste, allora si tratta di un desiderio che è prodotto e vietato nei termini di quello
specifico contesto culturale. In altre parole, la legge che vieta quell’unione è la medesima legge che
la sollecita, e non è dunque più possibile isolare la funzione repressiva del tabù giuridico
dell’incesto da quella produttiva.
Chiaramente la teoria psicoanalitica ha sempre riconosciuto la funzione produttiva del tabù
dell’incesto; è questo che crea il desiderio eterosessuale e l’identità di genere distinta. La
psicoanalisi è sempre stata chiara sul fatto che il tabù dell’incesto nel produrre il genere e il
desiderio non sempre opera nei modi in cui intendeva farlo. L’esempio di un complesso edipico
negativo è solo una delle occasioni in cui il divieto dell’incesto è evidentemente più forte verso il
genitore del sesso opposto rispetto al genitore dello stesso sesso, così che il genitore proibito
diventa la figura con cui ci si identifica. Ma come si potrebbe ri-descrivere questo esempio
all’interno della concezione del tabù dell’incesto che lo considera nel suo aspetto giuridico e
generativo? Il desiderio provato per il genitore che, sottoposto a tabù, diventa figura di
identificazione è prodotto e negato dallo stesso meccanismo di potere. Ma a quale scopo? Se il tabù
dell’incesto regola la produzione di identità di genere distinte, e se quella distinzione richiede il
divieto e la sanzione dell’eterosessualità, allora l’omosessualità appare come un desiderio che deve
essere prodotto per poter rimanere rimosso. In altre parole, l’eterosessualità, per poter rimanere
intatta quale forma sociale distinta, implica una concezione intelligibile di omosessualità e insieme
implica un divieto di quella stessa concezione che la rende culturalmente inintelligibile. All’interno
della psicoanalisi, la bisessualità e l’omosessualità sono considerate come predisposizioni libidiche
primarie, mentre l’eterosessualità è la faticosa costruzione basata sulla loro graduale rimozione. Se
questa dottrina sembra avere in sé una possibilità di sovversione, la costruzione discorsiva della
bisessualità e dell’omossessualità nella letteratura psicoanalitica confuta la tesi del suo statuto
preculturale. La discussione del lessico delle predisposizioni bisessuali, sopra esposta, ne
rappresenta un esempio significativo155.
La bisessualità che si presume stia «fuori» dal Simbolico e funzioni come luogo della sovversione
è, in realtà, una costruzione interna a quel discorso costitutivo, la costruzione di un «fuori» che è
comunque pienamente «dentro», non una possibilità oltre la cultura, ma una possibilità culturale
concreta che viene respinta e ri-descritta come impossibile. Ciò che rimane «impensabile» e
«indicibile» nei termini di una forma culturale esistente non necessariamente è ciò che viene escluso
dalla matrice di intelligibilità di quella forma; al contrario, è ciò che viene marginalizzato, non ciò
che viene escluso, a costituire la possibilità culturale che invoca il timore o, perlomeno, la perdita
delle sanzioni. Non avere riconoscimento sociale in quanto veri/e eterosessuali significa perdere una
possibile identità sociale e forse acquisirne una che è radicalmente meno sanzionata.
L’«impensabile» è dunque pienamente interno alla cultura, ma è del tutto escluso dalla cultura
dominante. La teoria che assume che la bisessualità o l’omosessualità siano un «prima» rispetto alla
cultura, e che poi pone quell’«essere prima» come la fonte di una sovversione pre-discorsiva,
ostacola efficacemente dall’interno della cultura quella stessa sovversione che difende e da cui si
difende con ambivalenza. Come sosterrò rispetto a Kristeva, la sovversione diventa così un gesto
futile, intrapreso solo secondo una modalità estetica derealizzata, che non può mai essere tradotta in
altre pratiche culturali.
Nel caso del tabù dell’incesto, Lacan sostiene che il desiderio (contrapposto al bisogno) viene
istituito attraverso tale legge. L’esistenza «intelligibile» nel Simbolico implica l’istituzionalizzazione
del desiderio come anche la sua insoddisfazione, conseguenza necessaria della repressione del
piacere e del bisogno originari associati al corpo materno. Questo piacere pieno, che abita il
desiderio come ciò che esso non può mai raggiungere è il ricordo irrecuperabile del piacere che sta
prima della e davanti alla legge. Lacan dice chiaramente che tale piacere è solo una fantasia
ricorrente negli infiniti fantasmi del desiderio. Ma in che senso il fantasma, cui anche è proibito il
recupero letterale di un piacere originario, è la costituzione di una fantasia di «originarietà», che
potrebbe o meno corrispondere a uno stato libidico letterale? Di più, in che misura si può dirimere il
problema nei termini della teoria lacaniana? Una dislocazione o una sostituzione può essere intesa
come tale solo in relazione a un originale, che in questo caso non può mai essere ricuperato o
conosciuto. Questa origine speculativa è sempre costituita da una speculazione condotta a partire da
una posizione retrospettiva, da cui assume il carattere di un ideale. La santificazione di questo
«oltre» del piacere viene istituita facendo appello a un ordine simbolico essenzialmente
immutabile156. Di più, la messa in scena del Simbolico, del desiderio, dell’istituzione della
differenza sessuale, va letta come un’economia di significazione autoreferenziale che esercita il
potere nel delimitare ciò che può o non può essere pensato nei termini dell’intelligibilità culturale.
Chiamare in causa la distinzione tra ciò che è «prima» e ciò che è «durante» la cultura rappresenta un
modo per escludere da subito delle possibilità culturali. L’«ordine delle apparenze», la temporalità
fondativa della descrizione, nella misura in cui sfida la coerenza narrativa introducendo la frattura
nel soggetto e la fêlure nel desiderio, preistituisce una coerenza sul piano dell’esposizione
temporale. Così, questa strategia narrativa, che ruota attorno alla distinzione tra un’origine
irricuperabile e un presente perpetuamente dislocato, fa convergere tutti i suoi sforzi nel tentativo di
ritrovare quell’origine in nome di una sovversione inevitabilmente posticipata.
77
Mentre scrivo questo capitolo, in questo semestre, sto insegnando Nella colonia penale di Kafka, in cui viene descritto uno
strumento di tortura che presenta un’interessante analogia con il campo contemporaneo del potere e con il potere maschilista in
particolare. La narrazione esita ripetutamente nel suo tentativo di raccontare la storia che custodirebbe quello strumento come parte
vitale di una tradizione. Le origini non possono essere ricuperate, e la mappa che potrebbe ricondurre a esse è diventata illeggibile con il
tempo. Coloro cui la mappa potrebbe essere spiegata non parlano la stessa lingua e non possono ricorrere a una traduzione. In realtà, la
macchina stessa non può essere totalmente immaginata; il modo in cui le sue parti si incastrano non è immaginabile, tanto che chi legge è
costretto/a a immaginare il suo stato di frammentazione senza poter ricorrere a una nozione ideale della sua integrità. Questa sembra
un’emanazione letteraria della nozione foucaultiana secondo la quale il potere è diventato così diffuso da non esistere più come una
sistematica totalità. Derrida interroga la problematica autorità di tale legge nel contesto di Davanti alla legge di Kafka nel saggio
Before the Law, pubblicato in A. Udoff (a cura di), Kafka and the Contemporary Critical Performance: Centenary Readings,
Indiana U.P., Bloomington 1987. Egli sottolinea la radicale ingiustificabilità di questa repressione attraverso una ricapitolazione narrativa
di un tempo che viene prima della (o sta davanti alla) legge. Significativamente, rimane impossibile articolare una critica di quella legge
ricorrendo a un tempo davanti alla legge [l’inglese «before», che rimanda continuamente in Butler al riferimento kafkiano e alla lettura
che ne ha dato Derrida, contiene in sé una doppia dimensione, spaziale e temporale (prima/davanti), che questa traduzione ha cercato di
evidenziare (N.d.T.)].
78
Cfr. C. MacCormack, M. Strathern (a cura di), Nature, Culture and Gender, Cambridge U.P., New York 1980.
79
Per una discussione più ampia di queste problematiche, cfr. il capitolo di Donna Haraway, Gender for a Marxist Dictionary: the
Sexual Politics of a World, in Simians, Cyborgs, and Women: the Reinvention of Nature, Routledge, New York 1990, pp. 127-148.
80
Gayle Rubin parla ampiamente di questo processo in The Traffic in Women: Notes on the Political Economy of Sex, in R.R. Reiter
(a cura di), Toward an Anthropology of Women , Monthly Review Press, New York 1975, pp. 157-210. Il suo saggio diventerà un
punto focale più avanti in questo capitolo. Rubin usa la nozione della sposa come dono traendola dal Saggio sul dono di Mauss per
mostrare come le donne concepite quali oggetti di scambio effettivamente consolidino e definiscano il legame sociale tra uomini.
81
Cfr. C. Lévi-Strauss, I principi della parentela, in Le strutture elementari della parentela (1949), Feltrinelli, Milano 2003, p. 635.
82
Cfr. J. Derrida, Struttura, segno e gioco nel discorso delle scienze umane, in La scrittura e la differenza (1967), Einaudi, Torino
1980, pp. 359-376; Id., Linguistica e grammatologia, in Della Grammatologia (1967), Jaca Book, Milano 1969; Id., La différance, in
Margini della filosofia (1972), Einaudi, Torino 1997, pp. 27-59.
83
Cfr. Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, cit., p. 615.
84
L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, Feltrinelli, Milano 1998, pp. 98-100.
85
Si potrebbe prendere in considerazione l’analisi letteraria proposta da Eve Sedgwick in Between Men: English Literature and
Homosocial Desire (Columbia U.P., New York 1985) alla luce della descrizione di Lévi-Strauss delle strutture di reciprocità all’interno
della parentela. Sedgwick sostiene che le attenzioni adulatorie rivolte alle donne nella poesia romantica sono una deviazione e
un’elaborazione del desiderio omosociale maschile. Le donne sono oggetti poetici di scambio, nel senso che esse mediano la relazione del
desiderio non riconosciuto tra uomini come oggetto del discorso apparentemente esplicito.
86
Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, cit., p. 615.
87
Ivi, p. 635.
88
L. Irigaray, Sessi e genealogie (1987), La tartaruga, Milano 1989.
89
Cfr. Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, cit., p. 629.
90
Ibidem. Chiaramente, Lévi-Strauss perde l’occasione di analizzare l’incesto allo stesso tempo come fantasia e come pratica sociale,
visto che le due cose assolutamente non si escludono a vicenda.
91
Essere il Fallo significa «incarnare» il Fallo come luogo in cui esso penetra, ma anche significare la promessa di un ritorno alla
jouissance preindividuata che caratterizza la relazione indifferenziata con la madre.
92
Dedico all’appropriazione da parte di Lacan della dialettica hegeliana servo-padrone un paragrafo intitolato Lacan: l’opacità del
desiderio, in Soggetti del desiderio (1987), Laterza, Roma-Bari 2009, pp. 207-227.
93
Freud ha inteso l’acquisizione della femminilità come qualcosa che richiedeva una doppia ondata di rimozione: la ragazza deve non
solo trasferire affetto libidinale dalla madre al padre, ma anche sostituire il desiderio per il padre in un oggetto più accettabile. Per una
descrizione che getta un’ombra quasi mitica sulla teoria freudiana, cfr. S. Kofman, L’enigma donna: la sessualità femminile nei testi
di Freud (1980), Bompiani, Milano 1982, pp. 129-133.
94
J. Lacan, La significazione del fallo: die Bedeutung des Phallus, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, vol. II, pp. 682-693 [691].
95
Ibidem.
96
Ibidem.
97
Cfr. L. Irigaray, Questo sesso che non è un sesso (1977), Feltrinelli, Milano 1990.
98
La letteratura femminista sulla mascherata è ampia e diversificata; il mio tentativo qui si limita a un’analisi della mascherata in
relazione alla problematica dell’espressione e della performatività. In altre parole, la questione è se la mascherata celi una femminilità che
potrebbe essere intesa come genuina o autentica, oppure se la mascherata non sia il mezzo attraverso il quale vengono prodotte la
femminilità e le discussioni sulla sua autenticità. Per una discussione più ampia dell’appropriazione femminista della mascherata, cfr.
M.A. Doane, The Desire to Desire: the Woman’s Film of the 1940s, Indiana U.P., Bloomington 1987; Ead., Film and Masquerade:
Theorizing the Female Spectator, in «Screen», XXIII, 1982, 3-4, pp. 74-87; Ead.,Woman’s Stake: Filming the Female Body, in
«October», XVII, estate 1981. Gayatri Spivak fornisce una lettura provocatoria della donna come mascherata che si basa su Nietzsche e
Derrida in Displacement and the Discourse of Woman, in M. Krupnick (a cura di), Displacement: Derrida and After, Indiana U.P.,
Bloomington 1983; cfr. anche M. Russo, Female Grotesques Carnival and Theory, University of Wisconsin-Center for TwentiethCentury Studies, Milwaukee 1985.
99
Lacan, La significazione del fallo: die Bedeutung des Phallus, cit., pp. 691-692.
100
Ivi, p. 693.
101
Nel prossimo paragrafo di questo capitolo, intitolato Freud e la melanconia del genere, provo a delineare il significato centrale della
melanconia come conseguenza di un dolore disconosciuto con riferimento al tabù dell’incesto, che fonda le posizioni sessuali e il genere
istituendo determinate forme di perdite disconosciute.
102
Lacan, La significazione del fallo: die Bedeutung des Phallus, cit., pp. 692-693.
103
Ivi, p. 693.
104
Significativamente, la discussione sulla lesbica nel testo di Lacan è contigua a quella sulla frigidità, quasi a suggerire metonimicamente
che il lesbismo costituisce la negazione della sessualità. Chiaramente, è necessaria un’ulteriore lettura dell’operare della negazione in
questo testo.
105
J. Rivière, La femminilità come travestimento, in Il mondo interno. Scritti 1920-1958, Raffaello Cortina, Milano 1998, pp. 88-100.
L’articolo fu pubblicato per la prima volta in «The International Journal of Psycho-Analysis», X, 1929, pp. 303-313. Vedi anche il bel
saggio di Stephen Heath intitolato Joan Rivière and the Masquerade che segue quello di Rivière nell’edizione inglese curata da V.
Burgin, J. Donald e C. Kaplan, Formations of Fantasy, Methuen, London-New York 1986, pp. 45-61.
106
Rivière, La femminilità come travestimento, cit., p. 88.
107
Per una confutazione contemporanea di tali evidenti inferenze, cfr. E. Newton, S. Walton, The Misunderstanding. Toward a More
Precise Sexual Vocabulary, in C. Vance (a cura di), Pleasure and Danger, Routledge, Boston 1984, pp. 242-250. Newton e Walton
distinguono tra identità erotiche, ruoli erotici e atti erotici e mostrano come possano esistere radicali discontinuità tra stili di desiderio e stili
di genere tali che le preferenze erotiche non possono essere direttamente dedotte dalla rappresentazione di un’identità erotica in contesti
sociali. Sebbene trovi le loro analisi utili (e coraggiose), mi chiedo se categorie come queste non siano esse stesse specifiche di
determinati contesti discorsivi e se quel tipo di frammentazione della sessualità in parti componenti non abbia un senso solo come
controstrategia di rifiuto della riduttiva unificazione di questi termini.
108
La nozione di orientamento sessuale è stata abilmente messa in dubbio da bell hooks in Feminist Theory: From Margin to Center,
South End Press, Boston 1984. Bell hooks sostiene che si tratti di una reificazione che è un finto segno di apertura a tutti i membri del
sesso che è designato come l’oggetto del desiderio. Anche se bell hooks critica il termine perché mette in dubbio l’autonomia della
persona da esso descritta, vorrei sottolineare che gli «orientamenti» di per sé non sono mai, o solo raramente, alcunché di fisso.
Ovviamente possono cambiare nel tempo e sono aperti a riformulazioni culturali che non sono assolutamente univoche.
109
Rivière, La femminilità come travestimento, cit., p. 88.
110
Ivi, pp. 88-89.
111
Ivi, p. 91.
112
Ivi, p. 92.
113
Heath, Joan Rivière and the Masquerade, cit., pp. 45-61.
114
Stephen Heath evidenzia che la situazione che Rivière affronta come intellettuale donna in lotta per un riconoscimento da parte
dell’establishment psicoanalitico suggerisce forti paralleli, se non una definitiva identificazione, con la paziente che essa descrive
nell’articolo.
115
Cfr. J. Mitchell, J. Rose (a cura di), Feminine Sexuality: Jacques Lacan and the Ecole Freudienne, MacMillan, London 1982, p.
85.
116
Rose, Introduction-II, in Feminine Sexuality, cit., p. 44.
117
J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972-1973), Einaudi, Torino 2011, p. 31.
118
Ivi, p. 55.
119
Rose critica il lavoro di Moustapha Safouan in particolare perché non riesce a capire l’incommensurabilità che intercorre tra il
Simbolico e il reale. Cfr. il suo La sessualità femminile nella dottrina freudiana (1976), Garzanti, Milano 1980. Devo molto a Elizabeth
Weed per aver discusso con me dell’impeto contrario allo sviluppo in Lacan.
120
Cfr. F. Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico (1887), Adelphi, Milano 1984, Prima dissertazione: «Buono e
malvagio», «buono e cattivo», per l’analisi della morale degli schiavi. Qui, come ovunque nella sua opera, Nietzsche afferma che Dio è
creato dalla volontà di potenza come atto di auto-degradazione e che il recupero della volontà di potenza da questa costruzione mentale di
auto-sottomissione diventa possibile se si rivendicano gli stessi poteri creativi che hanno prodotto il pensiero di Dio e, paradossalmente, la
mancanza umana di potere. Sorvegliare e punire di Foucault è chiaramente basato sulla Genealogia della morale, più chiaramente
ancora sulla seconda dissertazione, così come su Aurora, Pensieri sui pregiudizi morali (1881), sempre di Nietzsche. Anche la
distinzione foucaultiana tra potere produttivo e potere giuridico è chiaramente radicata nell’analisi che Nietzsche fa dell’autosottomissione al potere. In termini foucaultiani, la costruzione della dimensione giuridica della legge è l’effetto del potere produttivo, ma si
tratta di una costruzione nella quale il potere produttivo istituisce il suo stesso occultamento e la sua stessa subordinazione. La critica
foucaultiana a Lacan [cfr. M. Foucault, La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1997, pp. 72-73] e l’ipotesi repressiva
generalmente sono incentrate sullo statuto di sovradeterminazione della dimensione giuridica della legge.
121
Irigaray, Speculum. L’altra donna, cit., pp. 61-67.
122
Cfr. J. Kristeva, Desire in Language. A Semiotic Approach to Literature and Art, a cura di L. Roudiez, Columbia U.P., New
York 1980 [il testo inglese cui fa riferimento Butler presenta una scelta di saggi tradotti in italiano in Semeiotike: ricerche per una
semanalisi (1969), Feltrinelli, Milano 1978, Materia e senso: pratiche significanti e teoria del linguaggio (1977), Einaudi, Torino
1980 e Sole nero: depressione e malinconia (1987), Feltrinelli, Milano 1988 ( N.d.T.)]. La lettura che Kristeva dà della melanconia in
quest’ultimo testo è basata in parte sugli scritti di Melanie Klein. La melanconia è l’impulso matricida rivolto contro il soggetto femminile
e quindi è connesso con il problema del masochismo. Kristeva sembra accettare la nozione di aggressività primaria in questo testo e
differenziare i sessi in base all’oggetto primario dell’aggressività e in base al modo in cui essi rifiutano di commettere gli omicidi che nel
loro profondo vogliono commettere. La posizione maschile, perciò, è intesa come un sadismo diretto esternamente, laddove quella
femminile è un masochismo diretto internamente. Per Kristeva, la melanconia è una «tristezza voluttuosa» che sembra legata alla
produzione sublimata dell’arte. La più alta forma di questa sublimazione sembra incentrarsi sulla sofferenza che è la sua origine. Di
conseguenza, Kristeva conclude il suo libro, bruscamente e un po’ polemicamente, esaltando le grandi opere del modernismo che
articolano la struttura tragica dell’azione umana e condannando lo sforzo postmoderno di affermare, anziché soffrire, le frammentazioni
contemporanee della psiche. Per una discussione sul ruolo della melanconia in Maternità in Giovanni Bellini [trad. it. in «Donna
Woman Femme», 1978, 6/7, pp. 113-142] cfr. il cap. 3, par. I, di questo libro: La politica del corpo di Julia Kristeva.
123
Cfr. S. Freud, L’Io e il Super-io (ideale dell’Io), in Io e l’Es, in Opere, Boringhieri, Torino 1977, vol. IX, pp. 491-501, per la
discussione freudiana del lutto e della melanconia e della loro relazione con l’Io e con la formazione del carattere, nonché per la
trattazione delle risoluzioni alternative al complesso di Edipo. Sono grata a Paul Schwaber per avermi suggerito questo capitolo. Cfr. S.
Freud, Lutto e melanconia, in Opere, cit., vol. VIII, pp. 102-118.
124
Ivi, p. 116.
125
Per un’interessante discussione dell’«identificazione», cfr. R. Wollheim, Identification and Imagination: The Inner Structure of a
Psychic Mechanism, in Id. (a cura di), Freud: A Collection of Critical Essays, Anchor Press, Garden City 1974, pp. 172-195.
126
Freud, Lutto e melanconia, cit., p. 109.
127
Id., L’Io e l’Es, cit., p. 491.
128
Ivi, p. 492.
129
Ibidem.
130
Ivi, p. 494.
131
Ibidem.
132
Ivi, pp. 495-496.
133
Ivi, p. 495.
134
Id., Lutto e melanconia, cit., p. 107.
135
Id., L’Io e l’Es, cit., p. 492.
136
Nicolas Abraham e Maria Torok rappresentano un’eccezione rispetto a questa fusione di lutto e melanconia. Vedi infra, n. 66.
137
Freud, L’Io e l’Es, cit., pp. 492-493.
138
Per una teoria psicoanalitica che argomenta a favore di una distinzione tra il Super-io come meccanismo di punizione e l’ideale dell’Io
(come idealizzazione al servizio di un desiderio narcisistico), una distinzione che Freud non fa con chiarezza in L’Io e l’Es, si potrebbe
consultare J. Chasseguet-Smirgel, L’ideale dell’Io: saggio psicoanalitico sulla malattia d’idealità (1975), Raffaello Cortina, Milano
1991. Il testo di Chasseguet-Smirgel adotta un modello ingenuo dello sviluppo della sessualità che avvilisce l’omosessualità e ingaggia una
polemica continua contro il femminismo e contro Lacan.
139
S. Freud, L’Io e l’Es, cit., pp. 496-497.
140
Cfr. Foucault, La volontà di sapere, cit., pp. 10-11.
141
R. Schafer, A New Language for Psycho-Analysis, Yale U.P., New Haven 1976, p. 162. Interessanti anche le prime distinzioni di
Schafer tra vari tipi di interiorizzazione – introiezione, incorporazione, identificazione – in R. Schafer, Aspetti dell’interiorizzazione
(1968), Armando, Roma 1972. Per una storia psicoanalitica dei termini interiorizzazione e identificazione, cfr. W.W. Meissner,
Internalization in Psychoanalysis, International Universities Press, New York 1968.
142
Questa discussione di Abraham e Torok fa riferimento a N. Abraham, M. Torok, Lutto o melanconia. Introiettare-incorporare, in
La scorza e il nocciolo (1987), Borla, Roma 1993. Parte di questa discussione si può trovare in inglese anche in N. Abraham, M Torok,
Introjection-Incorporation: Mourning or Melancholia, in S. Lebovici, D. Widlocher (a cura di), Psychoanalysis in France,
International Universities Press, New York 1980, pp. 3-16. Vedi anche degli stessi autori Notes on the Phantom: A Complement to
Freud’s Metapsychology, in F. Meltzer (a cura di), The Trial(s) of Psychoanalysis, University of Chicago Press, Chicago 1987, pp.
75-80 e A Poetics of Psychoanalysis: The Lost Object-Me, in «Substance», XLIII, 1984, pp. 3-18.
143
Irigaray, Speculum. L’altra donna, cit., p. 63.
144
Cfr. Schafer, A New Language for Psycho-Analysis, cit., p. 177. In questo e nel suo lavoro precedente (Aspects of
Internalization, International Universities Press, New York 1968) Schafer chiarisce il fatto che i tropi degli spazi interiorizzati sono
costruzioni fantasmatiche, ma non processi. Questo coincide chiaramente e in modo interessante con le tesi proposte da Nicholas
Abraham e Maria Torok, secondo cui «incorporare è semplicemente una fantasia che rassicura l’Io» ( Abraham, Torok, IntrojectionIncorporation, cit., p. 5).
145
Chiaramente, questo è il fondamento teorico di Monique Wittig nel suo Il corpo lesbico (1973), Edizioni delle donne, Roma 1976,
che suggerisce che il corpo femminile eterosessualizzato è compartimentalizzato e trasformato in qualcosa che non risponde
sessualmente. Lo smembrare e rimettere assieme i pezzi di quel corpo durante il rapporto sessuale lesbico mette in atto l’«inversione»
che rivela il cosiddetto corpo integrato come del tutto disintegrato e de-eroticizzato e il corpo «letteralmente» disintegrato come capace di
piacere sessuale in tutte le superfici del corpo. Significativamente, non ci sono superfici stabili in quei corpi, poiché il principio politico
dell’eterosessualità obbligatoria è inteso come qualcosa che determina che cosa valga come corpo intero, completo e anatomicamente
distinto. La narrazione di Wittig (che è sin da subito un’anti-narrazione) rimette in discussione queste nozioni costruite culturalmente
dell’integrità del corpo.
146
Questa nozione di superficie del corpo proiettata viene parzialmente affrontata dallo stesso concetto freudiano di Io-corpo (in L’Io e
l’Es, cit., p. 488). L’affermazione di Freud, secondo cui «L’Io è innanzitutto un’entità corporea» suggerisce che c’è un concetto del
corpo che determina lo sviluppo dell’Io. Freud continua la frase sopra citata dicendo che «[l’Io] non è soltanto un’entità superficiale, ma
anche la proiezione di una superficie». Per un’interessante discussione della visione freudiana, cfr. R. Wollheim, The Bodily Ego, in R.
Wollheim, J. Hopkins (a cura di), Philosophical Essays on Freud, Cambridge U.P., Cambridge 1982. Per una provocatoria descrizione
dell’«Io-pelle» che, purtroppo, non considera le implicazioni che la sua descrizione può avere per il corpo sessuato, cfr. D. Anzieu, L’Iopelle (1985), Borla, Roma 1994.
147
Vedi supra, n. 4.
148
Rubin, The Traffic in Women: Notes on the Political Economy of Sex, cit., p. 173.
149
Ivi, p. 180.
150
Ivi, p. 189.
151
Ivi, p. 199.
152
Ivi, p. 204.
153
Per una descrizione deterministica dell’incesto, cfr. (anche se sarebbe meglio non prenderlo in considerazione) J. Stepher (a cura di),
Incest: A Biosocial View, Academic Press, London 1985.
154
Cfr. M.Z. Rosaldo, The Use and Abuse of Anthropology: Reflections on Feminism and Cross-Cultural Understanding, in
«Signs: Journal of Women in Culture and Society», V, 1980, 3, pp. 389-417.
155
156
S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in Opere, cit., vol. IV, pp. 456-459.
Peter Dews ipotizza, in The Logics of Disintegration: Post-Structuralist Though and the Claims of Critical Theory,Verso,
London 1987, che l’appropriazione che Lacan fa del concetto di Simbolico riprendendolo da Lévi-Strauss implichi un considerevole
restringimento del concetto stesso: «Nell’adattamento che Lacan fa di Lévi-Strauss, e che trasforma questi ultimi molteplici ‘sistemi
simbolici’ in un singolo ordine simbolico, vengono trascurate le possibilità di sistemi di significato che promuovano o mascherino relazioni
di forza» (p. 105).
3. Atti sovversivi del corpo
I. La politica del corpo di Julia Kristeva
La teoria della dimensione semiotica del linguaggio di Kristeva sembra, in un primo momento,
avvalersi di assunti lacaniani, ma solo per esporne i limiti e fornire all’interno del linguaggio un
luogo specificamente femminile di sovversione della Legge del padre157. Secondo Lacan, la Legge
del padre struttura ogni significazione linguistica, denominata come «il Simbolico», e diventa così un
principio universale di organizzazione della cultura. Questa legge crea la possibilità di un linguaggio
dotato di significato, e dunque di un’esperienza dotata di significato, attraverso la rimozione delle
pulsioni libidiche primarie, ivi inclusa la radicale dipendenza del/la bambino/a dal corpo materno.
Di conseguenza, il Simbolico diventa possibile attraverso il ripudio della relazione primaria con il
corpo materno. Il «soggetto» che emerge in conseguenza di tale rimozione diventa portatore o fautore
di tale legge repressiva. Il caos libidico che caratterizza quella prima dipendenza è ora del tutto
vincolato da un agente unitario il cui linguaggio è strutturato da tale legge. A sua volta il linguaggio
struttura il mondo, sopprimendo i significati multipli (che richiamano sempre la molteplicità libidica
che caratterizza la relazione primaria con il corpo materno) e instaurando al loro posto significati
univoci e distinti.
Kristeva contesta la narrazione lacaniana, la quale assume che il significato culturale richieda la
rimozione della relazione primaria con il corpo materno. Sostiene che il «semiotico» è una
dimensione del linguaggio originata da quel corpo materno primario, che non solo confuta la
premessa primaria di Lacan, ma anzi diventa una risorsa continua di sovversione all’interno del
Simbolico. Per Kristeva, il semiotico esprime quella molteplicità libidica e originaria, fin dentro la
cultura, cioè più precisamente nel linguaggio poetico, luogo in cui prevalgono i significati multipli e
la non-chiusura semantica. Infatti, il linguaggio poetico rappresenta il ricupero del corpo materno nel
linguaggio, un ricupero che ha la potenzialità di disgregare, sovvertire e dislocare la Legge del
padre.
Malgrado la sua critica di Lacan, tuttavia la strategia di sovversione di Kristeva si rivela dubbia.
La sua teoria sembra dipendere dalla stabilità e dalla riproduzione della stessa Legge del padre che
cerca di dislocare. Pur mostrando in modo efficace i limiti del tentativo lacaniano di universalizzare
la Legge del padre nel linguaggio, Kristeva comunque ammette che il semiotico è immancabilmente
subordinato al Simbolico e che assume la sua specificità entro i termini di una gerarchia immune al
cambiamento. Se il semiotico promuove la possibilità della sovversione, della dislocazione o della
rottura della Legge del padre, che significati possono avere questi termini se il Simbolico riafferma
sempre la propria egemonia?
La critica di Kristeva che propongo qui di seguito si concentra su diversi passaggi delle sue
argomentazioni a favore del semiotico quale risorsa di sovversione efficace. Innanzitutto, non è
chiaro se la relazione primaria con il corpo materno, che sia Kristeva sia Lacan sembrano ammettere,
sia un costrutto praticabile e addirittura un’esperienza conoscibile nella teoria linguistica dell’una o
dell’altro. Le pulsioni multiple, che caratterizzano il semiotico, costituiscono un’economia libidica
pre-discorsiva che talora si rende nota nel linguaggio, pur mantenendo uno statuto ontologico
anteriore rispetto al linguaggio stesso. Questa economia libidica pre-discorsiva, manifesta nel
linguaggio e nel linguaggio poetico in particolare, diventa un luogo di sovversione culturale. Emerge
poi un secondo problema, quando Kristeva sostiene che questa risorsa libidica di sovversione non
può essere mantenuta entro i termini della cultura, che la sua presenza continuativa nella cultura porta
alla psicosi e al tracollo della stessa vita culturale. Dunque, Kristeva pone e insieme nega il
semiotico come ideale di emancipazione. Per quanto affermi che si tratta di una dimensione del
linguaggio regolarmente rimossa, ammette anche che si tratta di un tipo di linguaggio che non può mai
essere mantenuto in modo coerente.
Per valutare la sua teoria, che sembra confutarsi da sé, dobbiamo chiederci: questa molteplicità
libidica come si rende manifesta nel linguaggio e che cosa ne condiziona la durata temporale nel
linguaggio stesso? Inoltre, Kristeva descrive il corpo materno quale portatore di una serie di
significati che precedono la cultura. Così facendo salvaguarda la nozione di cultura come struttura
paterna e circoscrive la maternità a una realtà essenzialmente pre-culturale. Le sue descrizioni
naturalistiche del corpo materno reificano la maternità e impediscono un’analisi della sua costruzione
e della sua variabilità culturale. Nel chiederci se una molteplicità libidica pre-discorsiva sia
possibile, dobbiamo anche considerare se ciò che Kristeva sostiene di scoprire nel corpo materno
pre-discorsivo non sia esso stesso una produzione di un determinato discorso storico, un effetto della
cultura, anziché il suo segreto e la sua causa primaria.
Anche se accettiamo la teoria di Kristeva delle pulsioni primarie, rimane irrisolto se gli effetti
sovversivi di queste pulsioni possano svolgere una funzione che, attraverso il semiotico, vada più in
là di una futile e temporanea disgregazione dell’egemonia della Legge del padre. Cercherò di
dimostrare come il fallimento della strategia politica di Kristeva derivi in parte dalla sua
appropriazione, decisamente acritica, della teoria delle pulsioni. Inoltre, a un’attenta disamina delle
sue descrizioni della funzione semiotica del linguaggio sembra che Kristeva re-instauri la Legge del
padre proprio a livello del semiotico. Alla fine Kristeva sembra offrirci una strategia di sovversione
che non può mai diventare una pratica politica continuativa. Nella conclusione di questo paragrafo
proporrò un modo di riconcettualizzare la relazione tra pulsioni, linguaggio e prerogativa patriarcale
che potrebbe funzionare come una strategia più efficace di sovversione.
La descrizione che Kristeva fa del semiotico procede attraverso una serie di passaggi
problematici. Kristeva assume che le pulsioni abbiano degli scopi che sono precedenti al loro
affiorare nel linguaggio, che il linguaggio immancabilmente le reprima o sublimi e che tali pulsioni si
rendano manifeste solo in quelle espressioni linguistiche che disobbediscono, per così dire, ai
requisiti univoci della significazione nel Simbolico. Kristeva sostiene poi che l’emergere di pulsioni
molteplici nel linguaggio si manifesti nel semiotico, quell’ambito del significato linguistico distinto
dal Simbolico che è il corpo materno manifesto nella parola poetica.
Già ai tempi del suo La rivoluzione del linguaggio poetico (1974), Kristeva sostiene l’esistenza
di una relazione causale necessaria tra l’eterogeneità delle pulsioni e le possibilità plurivoche del
linguaggio poetico. Differenziandosi da Lacan, afferma che il linguaggio poetico non è fondato su una
rimozione di pulsioni primarie. Al contrario, il linguaggio poetico, sostiene Kristeva, è l’occasione
linguistica in cui le pulsioni smembrano i termini comuni, univoci del linguaggio e rivelano
un’irreprimibile eterogeneità di suoni e significati multipli. Con questo Kristeva contesta l’equazione
lacaniana tra il Simbolico e ogni significato linguistico, asserendo che il linguaggio poetico ha una
propria modalità di significato che non si conforma ai requisiti della designazione univoca.
In questo stesso lavoro Kristeva aderisce all’idea di un’energia libera e non investita, che si
manifesta nel linguaggio attraverso la funzione poetica. Sostiene, per esempio, che «nell’intrecciarsi
delle pulsioni nel linguaggio [...] si può vedere l’economia del linguaggio poetico» e che in questa
economia «il soggetto unitario non trova più il suo [his] posto»158. Questa funzione poetica è una
funzione linguistica di rigetto o divisione che tende a frazionare e moltiplicare i significati; mette in
atto l’eterogeneità delle pulsioni attraverso la proliferazione e la distruzione della significazione
univoca. Quindi, la spinta verso una serie di significati altamente differenziati o carichi di plurivocità
appare come il riscatto delle pulsioni contro il dominio del Simbolico, fondato, a sua volta, sulla
loro rimozione. Kristeva definisce il semiotico come quella molteplicità delle pulsioni che si
manifesta nel linguaggio. Con la loro persistente energia ed eterogeneità, queste pulsioni disgregano
la funzione significante. In questo testo della prima fase del suo pensiero, Kristeva definisce dunque
il semiotico come «la funzione della significanza [...] connessa alla modalità del processo
primario»159.
Nei saggi raccolti nell’edizione inglese Desire in Language, Kristeva fonda la sua definizione del
semiotico su basi più propriamente psicoanalitiche. Le pulsioni primarie che il Simbolico reprime e
che il semiotico indirettamente indica vengono ora intese come pulsioni materne, e non si tratta
soltanto delle pulsioni della madre ma anche di quelle che caratterizzano la dipendenza del corpo
dell’infante (di entrambi i sessi) dalla madre. In altre parole «il corpo materno» designa una
relazione di continuità piuttosto che un soggetto o oggetto di desiderio distinti; di più, designa quella
jouissance che precede il desiderio e la dicotomia soggetto/oggetto che il desiderio implica. Mentre
il Simbolico si fonda sul rifiuto della madre, il semiotico, attraverso il ritmo, l’assonanza, le
intonazioni, il gioco sonoro e la ripetizione ri/rap-presenta o ricupera il corpo materno nella parola
poetica. Anche «le prime ecolalie dei bambini» e le «glossolalie nel discorso psicotico» sono
manifestazioni della continuità della relazione madre-bambino/a, un campo eterogeneo d’impulso che
viene prima della separazione/individuazione dell’infante e della madre, parimenti realizzate
dall’imposizione del tabù dell’incesto160. La separazione della madre e dell’infante messa in atto dal
tabù viene espressa linguisticamente come la divisione del suono dal senso. Per usare le parole di
Kristeva «un fonema in quanto elemento distintivo del senso appartiene al linguaggio come
simbolico; ma questo stesso fonema [è] preso nelle ripetizioni ritmiche di intonazioni, e tendente
perciò a rendersi autonomo rispetto al senso, a rimanere in una modalità semiotica, a collegarsi più
strettamente al corpo pulsionale»161.
Il semiotico è descritto da Kristeva come ciò che disgrega o erode il Simbolico; viene definito
come ciò che viene «prima» del significato, come quando un/una bambino/a inizia a emettere delle
lallazioni, oppure «dopo» il significato, come quando uno/a psicotico/a non usa più le parole per
costruire significati. Se il Simbolico e il semiotico sono intesi come due modalità di linguaggio e se
il semiotico è inteso come qualcosa che viene generalmente represso dal Simbolico, allora il
linguaggio per Kristeva è inteso come un sistema in cui il Simbolico rimane sempre egemonico, a
parte i casi in cui il semiotico distrugge il suo processo di significazione attraverso l’elisione, la
ripetizione, il suono puro e la moltiplicazione del significato per mezzo di immagini e metafore
indefinitamente significanti. Nella sua modalità simbolica, il linguaggio riposa sulla separazione
rispetto alla relazione di dipendenza dalla madre, che lo rende astratto (astratto dalla materialità del
linguaggio) e univoco; tutto ciò si manifesta in modo ancora più evidente nel ragionamento
quantitativo o puramente formale. Nella sua modalità semiotica il linguaggio è impegnato in un
ricupero poetico del corpo materno, quella materialità diffusa che resiste a ogni significazione
distinta e univoca. Scrive Kristeva:
Così, in ogni linguaggio poetico, non solo i vincoli ritmici, ad esempio, svolgono una funzione organizzatrice che può giungere a
infrangere certe regole grammaticali della lingua nazionale [...], ma in alcuni testi recenti questi vincoli semiotici (ritmi, timbri vocalici
fonici nei simbolisti, e anche disposizione grafica sulla pagina) sono accompagnati da ellissi sintattiche «non recuperabili»: non è possibile
ricostituire la categoria sintattica elisa (oggetto o verbo), il che rende indecidibile il significato dell’enunciato [...]162.
Per Kristeva questa indecidibilità costituisce proprio il momento istintuale del linguaggio, la sua
funzione disgregante. Il linguaggio poetico perciò suggerisce una dissoluzione del soggetto coerente e
produttore di significato nella continuità primaria costituita dal corpo materno:
Il linguaggio in quanto funzione simbolica si costituisce nella rimozione della pulsione e del rapporto continuo con la madre. Per contro,
attraverso una riattivazione di questo rimosso pulsionale, materno, riemergerà il soggetto in processo del linguaggio poetico, per il quale la
parola non è mai soltanto un segno163.
I riferimenti di Kristeva al «soggetto» del linguaggio poetico non sono del tutto appropriati, perché
il linguaggio poetico erode e distrugge il soggetto, laddove il soggetto è inteso come un essere
parlante che partecipa al Simbolico. Seguendo Lacan, Kristeva sostiene che il divieto dell’unione
incestuosa con la madre è la legge che fonda il soggetto, una fondazione che separa o rompe le
relazioni continue proprie della dipendenza materna. Nel creare il soggetto, la legge del divieto crea
l’ambito del simbolico o il linguaggio come sistema di segni che significano in modo univoco.
Kristeva conclude dunque che «il linguaggio poetico sarebbe, per il suo soggetto in processo,
l’equivalente di un incesto»164. La rottura del linguaggio simbolico che avviene a causa della sua
stessa legge fondante o, in modo equivalente, l’emergere della rottura nel linguaggio dall’interno
della sua istintualità interiore non rappresentano solo l’esplosione dell’eterogeneità libidica nel
linguaggio; significano anche lo stato somatico di dipendenza dal corpo materno antecedente
all’individuazione dell’Io. Dunque il linguaggio poetico indica sempre un ritorno al terreno materno,
dove il materno significa dipendenza libidica e eterogeneità pulsionale.
Nel saggio La maternità in Giovanni Bellini Kristeva ipotizza che, poiché il corpo materno
significa la perdita di un’identità coerente e distinta, il linguaggio poetico tende alla psicosi. E, nel
caso delle espressioni semiotiche di una donna nel linguaggio, il ritorno al materno significa
un’omosessualità pre-discorsiva, anche questa associata chiaramente da Kristeva alla psicosi. Pur
riconoscendo che il linguaggio poetico è ammesso culturalmente grazie alla sua partecipazione al
Simbolico e dunque alle norme della comunicabilità linguistica, Kristeva non riesce ad ammettere
che l’omosessualità sia capace di una simile espressione sociale non psicotica. Direi che la chiave
per capire la concezione di Kristeva della natura psicotica dell’omosessualità va rinvenuta nella sua
ripresa dell’assunto strutturalista per cui l’eterosessualità è coestensiva alla fondazione del
Simbolico. Perciò, l’investimento del desiderio omosessuale può compiersi, secondo Kristeva, solo
attraverso dislocazioni autorizzate all’interno del Simbolico, quali il linguaggio poetico o l’atto di
partorire:
Partorendo, lei tocca sua madre, diviene lei, è lei, esse sono una medesima continuità differenziantesi: così si realizza il versante
omosessuale della maternità, per cui una donna è ad un tempo più vicina alla sua memoria pulsionale, più aperta alla sua psicosi e, di
conseguenza, più denegatrice del legame simbolico sociale165.
Secondo Kristeva l’atto del partorire non riesce a ristabilire quella relazione continua che precede
l’individuazione, perché immancabilmente l’infante subisce il divieto dell’incesto e viene separato in
una identità distinta. Nel caso della separazione della madre dalla bambina l’esito per entrambe è la
melanconia, perché la separazione non arriva mai a compimento.
In quanto contrapposta alla sofferenza o al lutto, nei quali la separazione viene riconosciuta e la
libido attaccata all’oggetto originario viene compiutamente dislocata su un nuovo oggetto sostitutivo,
la melanconia designa un’incapacità di soffrire, in cui la perdita viene semplicemente interiorizzata
e, in questo senso, rifiutata. Il corpo materno viene interiorizzato come negazione, anziché secondo
un attaccamento negativo al corpo, tanto che l’identità della bambina diventa essa stessa una sorta di
perdita, una privazione o mancanza caratteristica.
La presunta psicosi dell’omosessualità consiste dunque nella sua piena rottura con la Legge del
padre e con la fondazione dell’«Io» femminile, per quanto esile questo possa essere, la risposta
melanconica alla separazione dal corpo materno. Dunque, secondo Kristeva, l’omosessualità
femminile è l’emergere della psicosi nella cultura:
Versante materno-omosessuale: vertigine di parole, non più senso, né visione, al tatto, spostamenti, ritmi, suoni, bagliori e l’abbraccio
fantasmatico con il corpo materno come paravento davanti al naufragio [...] paradiso perduto per le donne, ma come a portata di mano
[...]166.
Per le donne tuttavia questa omosessualità si manifesta nel linguaggio poetico che diventa, in
realtà, l’unica forma del semiotico, oltre al parto, che può essere ammessa nel Simbolico. Per
Kristeva l’omosessualità esplicita non può dunque essere un’attività culturalmente sostenibile perché
costituirebbe un’infrazione non mediata del tabù dell’incesto. E tuttavia, perché?
Kristeva accetta il presupposto per cui la cultura equivale al Simbolico, il Simbolico è pienamente
sussunto sotto la «Legge del padre» e le uniche modalità di attività non psicotica sono quelle che
partecipano in qualche misura al Simbolico. Il suo compito strategico non è dunque di sostituire il
Simbolico con il semiotico, né di istituire il Simbolico come possibilità culturale antagonistica, ma
di legittimare all’interno del Simbolico quelle esperienze che permettono di rivelare i confini che
dividono il Simbolico dal semiotico. Come la nascita è intesa quale investimento di pulsioni
istintuali ai fini di una teleologia sociale, così la produzione poetica è concepita come il luogo in cui
la scissione tra istinto e rappresentazione esiste in una forma culturalmente comunicabile:
Il parlante non raggiunge questo limite – condizione della socialità – che attraverso una pratica specifica del discorso, detta «arte».
Una donna la realizza anche – e, nella nostra società, soprattutto – attraverso questa strana forma di simbolizzazione spezzata (limite del
linguaggio e della pulsione, del «simbolico» e del «semiotico») che è il parto167.
Dunque per Kristeva la poesia e la maternità rappresentano delle pratiche privilegiate all’interno
della cultura legittimata dal punto di vista paterno, pratiche che permettono un’esperienza non
psicotica di quella eterogeneità e di quella dipendenza che caratterizzano il terreno materno. Questi
atti di poesis rivelano un’eterogeneità istintuale che mostra poi il fondamento rimosso del Simbolico,
sfida il dominio del significante univoco e diffonde l’autonomia del soggetto che si pone come loro
fondamento necessario. L’eterogeneità delle pulsioni opera culturalmente come strategia sovversiva
di dislocazione, una strategia che scaccia l’egemonia della Legge del padre liberando la molteplicità
rimossa che è interna al linguaggio stesso. Questa eterogeneità istintuale, proprio perché deve essere
ri/rap-presentata nella e attraverso la Legge del padre, non può sfidare fino in fondo il tabù
dell’incesto, ma deve rimanere all’interno delle regioni più fragili del Simbolico. Nell’obbedire,
dunque, ai requisiti della sintassi, le pratiche poetico-materne di dislocazione dalla Legge del padre
rimangono sempre legate, per quanto debolmente, a tale legge. Perciò è impossibile un rifiuto totale
del Simbolico e per Kristeva è fuori questione un discorso di «emancipazione». Nel migliore dei
casi le sovversioni e le dislocazioni tattiche della legge mettono in questione il suo presupposto autofondativo. Ma, ancora una volta, Kristeva non mette seriamente in dubbio l’assunto strutturalista per
cui la Legge del padre nella sua dimensione di divieto è fondante per la cultura stessa. Di
conseguenza, la sovversione di una cultura sancita in termini paterni non può venire da un’altra
versione della cultura, ma solo dall’interno rimosso della stessa cultura, dall’eterogeneità pulsionale
che ne costituisce il fondamento occultato.
Tale relazione tra pulsioni eterogenee e Legge del padre produce una visione eccessivamente
problematica della psicosi. Da una parte, designa l’omosessualità femminile come una pratica
culturalmente inintelligibile, costitutivamente psicotica; dall’altra, impone la maternità come difesa
obbligatoria contro il caos libidico. Sebbene Kristeva espliciti tali tesi, entrambe queste implicazioni
derivano direttamente dalla sua concezione della legge, del linguaggio e delle pulsioni. Va
considerato che per Kristeva il linguaggio poetico infrange il tabù dell’incesto e dunque tende
sempre verso la psicosi. Quale ritorno al corpo materno e concomitante deindividuazione dell’Io, il
linguaggio poetico diventa particolarmente minaccioso quando è proferito dalle donne. Il poetico
dunque contesta non solo il tabù dell’incesto, ma anche il tabù dell’omosessualità. Il linguaggio
poetico è quindi, per le donne, una dipendenza materna dislocata, come anche una omosessualità
dislocata, proprio perché quella dipendenza è libidica.
Per Kristeva l’investimento non mediato del desiderio omosessuale femminile conduce
inequivocabilmente alla psicosi. Di conseguenza, si può soddisfare questa pulsione solo attraverso
una serie di dislocazioni: attraverso l’incorporazione dell’identità materna (vale a dire diventando
madre a propria volta) oppure attraverso il linguaggio poetico che indirettamente manifesta
l’eterogeneità delle pulsioni, caratteristica della dipendenza materna. Essendo le uniche dislocazioni
socialmente autorizzate, e dunque non psicotiche, del desiderio omosessuale, maternità e poesia
costituiscono per le donne esperienze melanconiche acculturate in modo appropriato
nell’eterosessualità. La madre-poeta eterosessuale patisce in modo interminabile a causa della
dislocazione dell’investimento omosessuale. E tuttavia la consumazione di tale desiderio porterebbe
a una rottura della trama psicotica dell’identità, secondo Kristeva (sulla base del presupposto che,
per le donne, eterosessualità e coerenza del sé sono indissolubilmente legati).
Come dobbiamo intendere questa costituzione dell’esperienza lesbica in quanto luogo di una
irricuperabile perdita del sé? Kristeva assume chiaramente l’eterosessualità come prerequisito della
parentela e della cultura. Di conseguenza identifica l’esperienza lesbica come l’alternativa psicotica
rispetto all’accettazione delle leggi sancite da un punto di vista paterno. E tuttavia, perché il lesbismo
viene costituito come psicosi? Quale è la prospettiva culturale che costruisce il lesbismo come luogo
di fusione, perdita di sé e psicosi?
Proiettando la lesbica come «Altro» rispetto alla cultura e caratterizzando la parola lesbica come
«vertigine di parole» psicotica, Kristeva costruisce la sessualità lesbica come intrinsecamente
inintelligibile. La destituzione e riduzione tattica dell’esperienza lesbica messe in atto in nome della
legge collocano Kristeva nell’orbita del privilegio paterno/eterosessuale. La Legge del padre che la
protegge da questa incoerenza radicale è proprio il meccanismo che produce il costrutto del lesbismo
come luogo dell’irrazionalità. Significativamente, questa descrizione dell’esperienza lesbica viene
attuata dal di fuori, e ci informa ulteriormente sulle fantasie prodotte da una cultura eterosessuale
impaurita che vuole difendersi dalle sue stesse possibilità omosessuali più che dell’esperienza
lesbica in sé.
Nel sostenere che il lesbismo designa una perdita del sé, Kristeva sembra presentare una verità
psicoanalitica sulla repressione necessaria all’individuazione. La paura di una tale «regressione»
all’omosessualità è allora la paura di perdere insieme legittimazione e privilegio culturali. Per
quanto Kristeva sostenga che questa perdita designa un luogo precedente alla cultura, non c’è ragione
per non considerarlo una forma culturale nuova o non riconosciuta. In altre parole, Kristeva
preferisce spiegare l’esperienza lesbica come uno stato libidico regressivo, precedente alla stessa
acculturazione, piuttosto che accettare la sfida rappresentata dal lesbismo rispetto alla sua ristretta
concezione delle leggi culturali sancite in senso paterno. La paura, codificata nella costruzione della
lesbica come psicotica, è l’esito di una repressione resa necessaria dalla logica dello sviluppo? O
non è, piuttosto, la paura di perdere legittimità culturale e dunque di essere spinta/i, non tanto fuori o
prima della cultura, ma fuori dalla legittimità culturale, sempre all’interno della cultura ma messi/e
culturalmente «fuorilegge»?
Kristeva descrive sia il corpo materno sia l’esperienza lesbica da una posizione di eterosessualità
sanzionata che non riesce a riconoscere la sua stessa paura di perdere tale sanzionamento. La sua
reificazione della Legge del padre non solo ripudia l’omosessualità femminile, ma nega anche i
diversi significati e possibilità della maternità quale pratica culturale. Ma non è la sovversione
culturale a interessare davvero Kristeva, perché la sovversione, quando appare, emerge da sotto la
superficie della cultura solo per ritornarvi immancabilmente. Il semiotico, per quanto sia una
possibilità del linguaggio che sfugge alla Legge del padre, rimane inevitabilmente al suo interno o,
addirittura, al di sotto del territorio di quella legge. Perciò, il linguaggio poetico e i piaceri della
maternità costituiscono dislocazioni locali della Legge del padre, sovversioni temporanee, che
finiscono per sottomettersi a ciò contro cui si sono inizialmente ribellate. Relegando la fonte della
sovversione in un luogo che sta fuori dalla cultura, Kristeva sembra escludere la possibilità di
sovversione quale pratica culturale efficace o realizzabile. Un piacere che vada oltre la Legge del
padre può essere immaginato solo insieme alla sua inevitabile impossibilità.
La teoria di Kristeva di una sovversione contrastata si fonda sulla premessa della sua visione
problematica della relazione tra pulsioni, linguaggio e legge. Il postulato di una molteplicità
sovversiva di pulsioni solleva una serie di problemi epistemologici e politici. In primo luogo, se
queste pulsioni si manifestano solo nel linguaggio o in forme culturali già determinate in quanto
Simbolico, come possiamo allora verificare il loro statuto ontologico pre-Simbolico? Kristeva
sostiene che il linguaggio poetico ci dà accesso alle pulsioni nella loro fondamentale molteplicità,
ma questa risposta non è del tutto soddisfacente. Visto che si assume che il linguaggio poetico
dipende dalla pre-esistenza di queste pulsioni molteplici, allora non possiamo, in modo circolare,
giustificare il postulato della loro esistenza ricorrendo al linguaggio poetico. Se le pulsioni devono
essere prima represse, perché il linguaggio esista, e se possiamo attribuire significato solo a ciò che
è rappresentabile nel linguaggio, allora è impossibile attribuire significato alle pulsioni prima che
emergano nel linguaggio. Analogamente, attribuire alle pulsioni una causalità che agevoli la loro
trasformazione in linguaggio e attraverso cui il linguaggio stesso vada spiegato, è qualcosa che non
può compiersi in modo ragionevole entro i limiti del linguaggio stesso. In altre parole, conosciamo
queste pulsioni in quanto «cause» solo nei e attraverso i loro effetti e, in quanto tali, non abbiamo
motivo per non identificarle con i loro effetti. Ne consegue che o (a) le pulsioni e le loro
rappresentazioni sono coestensive o (b) le rappresentazioni pre-esistono alle pulsioni stesse.
Direi che questa alternativa è cruciale, perché come possiamo sapere che l’oggetto istintuale del
discorso di Kristeva non è una costruzione del discorso stesso? E su che basi possiamo porre questo
oggetto, questo campo molteplice, come qualcosa che precede la significazione? Se il linguaggio
poetico deve partecipare al Simbolico per poter essere culturalmente comunicabile, e se i testi
teorici della stessa Kristeva sono emblematici del Simbolico, allora dove possiamo trovare un
convincente «fuori» rispetto a questo ambito? Il suo postulato di una molteplicità pre-discorsiva del
corpo diventa ancor più problematico quando scopriamo che le pulsioni materne sono considerate
parte di un «destino biologico» e sono esse stesse manifestazioni di una «causalità altra dalla
simbolica o dalla paterna»168. Questa causalità pre-simbolica e non paterna è per Kristeva una
causalità semiotica, materna, o più specificamente una concezione teleologica degli istinti materni:
Esegesi della materia, spasmo della memoria della specie che si congiunge o si divide per perpetuarsi, serie di impronte senza
significazione altra se non l’eterno ritorno del ciclo biologico vita-morte. Come parlare questa memoria anteriore al linguaggio,
irrappresentabile? I flussi di Eraclito, gli atomi di Epicuro, la polvere vorticosa dei mistici della Cabala, arabi, indiani; le tracce punteggiate
degli psichedelici, sembrano esserne metafore migliori che non le teorie dell’essere, del logos e delle sue leggi169.
Qui il corpo materno rimosso non è solo luogo di pulsioni multiple, ma anche il portatore di una
teleologia biologica; una teleologia che, sembra, si rende evidente agli inizi della filosofia
occidentale, nelle credenze e nelle pratiche religiose non occidentali, nelle rappresentazioni estetiche
prodotte da stati psicotici o parapsicotici, e anche nelle pratiche artistiche delle avanguardie. Ma
perché dovremmo ritenere che queste varie espressioni culturali manifestino il medesimo principio
dell’eterogeneità materna? Kristeva semplicemente subordina allo stesso principio ognuno di questi
momenti culturali. Di conseguenza, il semiotico rappresenta qualsiasi tentativo culturale di dislocare
il logos (che curiosamente Kristeva mette a confronto con il fluire eracliteo), laddove il logos
rappresenta il significante univoco, la legge dell’identità. La sua contrapposizione tra il semiotico e
il Simbolico si riduce qui a una disputa metafisica tra il principio di molteplicità, che sfugge
all’onere della non contraddizione, e un principio di identità basato sulla soppressione di quella
molteplicità. Curiosamente questo principio di molteplicità che Kristeva difende sempre funziona per
molti aspetti come un principio di identità. Si noti il modo in cui qualunque cosa sia «primitiva» e
«orientale» venga sommariamente subordinata al principio del corpo materno. Sicuramente la
descrizione di Kristeva si merita un’accusa di orientalismo, ma solleva anche la questione, molto
significativa, se, ironicamente, la molteplicità non sia diventata un significante univoco.
L’attribuzione di un fine teleologico alle pulsioni materne, che precede la loro costituzione nel
linguaggio o nella cultura, solleva una serie di domande rispetto al programma politico di Kristeva.
Sebbene intraveda chiaramente un potenziale di sovversione e di rottura in quelle espressioni
semiotiche che mettono in discussione l’egemonia della Legge del padre, non è poi altrettanto chiaro
in cosa faccia consistere precisamente questa sovversione. Se si concepisce la legge come qualcosa
che poggia su un fondamento costruito, sotto il quale spunta il terreno materno rimosso, quali
concrete opzioni culturali emergono nella cultura in conseguenza di tale rivelazione? Manifestamente,
la molteplicità associata all’economia libidica materna ha la forza di disperdere l’univocità del
significante paterno e, pare, di creare la possibilità di altre espressioni culturali, non più strettamente
vincolate dalla legge di non contraddizione. Ma questa attività di rottura rappresenta l’apertura di un
campo di significazioni oppure è la manifestazione di un arcaismo biologico che opera secondo una
causalità naturale e «pre-paterna»? Se Kristeva credesse nella prima ipotesi (e non lo fa), allora
sarebbe interessata a una dislocazione della Legge del padre a favore di un campo proliferante di
possibilità culturali. Invece, prescrive il ritorno a un principio di eterogeneità materna, che si rivela
un concetto chiuso, di più, un’eterogeneità circoscritta da una teleologia che è allo stesso tempo
unilineare e univoca.
Kristeva intende il desiderio di partorire come un desiderio della specie, come parte di una
pulsione libidica femminile, collettiva e arcaica, che costituisce una realtà metafisica sempre
ricorrente. Qui Kristeva reifica la maternità, e poi promuove questa reificazione a potenziale di
rottura del semiotico. Ne consegue che la Legge del padre, intesa come il fondamento della
significazione univoca, è dislocata da un significante ugualmente univoco, il principio del corpo
materno, che rimane identico a se stesso nella propria teleologia nonostante le sue manifestazioni
«molteplici».
Kristeva, nella misura in cui concettualizza questo istinto materno come qualcosa che ha uno
statuto ontologico precedente alla Legge del padre, non riesce a pensare a come quella stessa legge
potrebbe benissimo essere la causa di quello stesso desiderio che si dice reprima. Invece che la
manifestazione di una causalità pre-paterna, questi desideri potrebbero essere la prova del fatto che
la maternità è una pratica sociale implicata e compendiata dalle esigenze della parentela. Kristeva
accetta l’analisi di Lévi-Strauss dello scambio delle donne quale prerequisito per il consolidamento
dei legami di parentela. Tuttavia, intende questo scambio come il momento culturale della rimozione
del corpo materno, anziché come un meccanismo della costruzione culturale obbligatoria del corpo
femminile in quanto corpo materno. Effettivamente, dovremmo intendere lo scambio delle donne
come ciò che impone sui corpi delle donne un vincolo obbligatorio di riproduzione. Secondo la
lettura che Gayle Rubin fa di Lévi-Strauss la parentela «scolpisce [...] la sessualità» in modo tale che
il desiderio di partorire è il risultato di pratiche sociali che richiedono e producono tali desideri per
poter mettere in atto i loro scopi riproduttivi170.
Su quali basi allora Kristeva attribuisce al corpo femminile una teleologia materna precedente al
suo emergere nella cultura? Porre la domanda in questo modo significa già mettere in dubbio la
distinzione tra il Simbolico e il semiotico, che costituisce il presupposto della sua concezione del
corpo materno. Kristeva considera il corpo materno nella sua significazione originaria come
precedente alla significazione stessa; perciò, diventa impossibile, nella sua costruzione, considerare
il materno come significazione aperta alla variabilità culturale. La sua argomentazione chiarisce che
le pulsioni materne costituiscono quei processi primari che il linguaggio immancabilmente reprime o
sublima. Ma forse questa argomentazione potrebbe essere rivista in una costruzione ancora più
inclusiva: quale configurazione culturale del linguaggio, di più, del discorso, genera la figura di una
molteplicità libidica pre-discorsiva e per quali scopi?
Nel restringere la Legge del padre a una funzione di divieto o di rimozione, Kristeva non riesce a
comprendere i meccanismi paterni che generano la stessa affettività. La legge che si presume reprima
il semiotico potrebbe certo essere il principio che governa lo stesso semiotico, così che ciò che
passa per «istinto materno» potrebbe anche essere un desiderio costruito culturalmente, interpretato
attraverso un vocabolario naturalistico. E se quel desiderio è costruito secondo la legge della
parentela, che richiede la produzione e la riproduzione eterosessuale del desiderio, allora il
vocabolario naturalistico degli affetti rende invisibile la «Legge del padre». Ciò che per Kristeva è
una causalità pre-paterna apparirebbe allora come una causalità paterna con le sembianze di una
causalità naturale o specificamente materna.
Significativamente, la figurazione del corpo materno e della teleologia dei suoi istinti quale
principio metafisico identico a se stesso e persistente (l’arcaismo di una costituzione biologica
collettiva e specifica per ogni sesso) si basa su una concezione univoca del sesso femminile. E
questo sesso, concepito allo stesso tempo come origine e come causalità, si pone come principio di
pura generatività. In effetti, per Kristeva si identifica con la poesis stessa, quell’attività del fare
considerata nel Simposio di Platone come atto di nascita e di concezione poetica al contempo171. Ma
la generatività femminile è veramente una causa non causata, e veramente inaugura la narrazione che
unisce tutta l’umanità sotto la forza del tabù dell’incesto e nel linguaggio? La causalità pre-paterna di
cui parla Kristeva significa un’economia primaria femminile di piacere e significato? Possiamo
rovesciare l’ordine di questa causalità e intendere l’economia semiotica come produzione di un
discorso precedente?
Nel capitolo conclusivo del primo volume della Storia della sessualità Foucault mette in guardia
dall’usare la categoria di sesso come «unità artificiale [... e] principio causale» e sostiene che la
categoria artificiale del sesso agevola un rovesciamento delle relazioni causali, così che il «sesso» è
inteso come ciò che causa la struttura e il significato del desiderio:
[...] la nozione di «sesso» ha permesso di raggruppare in un’unità artificiale elementi anatomici, funzioni biologiche, comportamenti,
sensazioni, piaceri, ed ha permesso di far funzionare quest’unità fittizia come principio causale, senso onnipresente, segreto da scoprire
dovunque: il sesso ha dunque potuto funzionare come significante unico e come significato universale172.
Per Foucault il corpo non è «sessuato» in alcun senso significativo prima di essere determinato
entro un discorso che lo investe dell’’«idea» di sesso naturale o essenziale. Il corpo acquisisce
significato all’interno del discorso solo nel contesto delle relazioni di potere. La sessualità è
un’organizzazione storicamente specifica del potere, del discorso, dei corpi e dell’affettività. In
questo senso la sessualità è intesa da Foucault come ciò che produce il «sesso» in quanto concetto
artificiale che effettivamente estende e maschera le relazioni di potere che sono responsabili della
sua genesi.
Il quadro proposto da Foucault ci indica un modo per risolvere alcune delle difficoltà
epistemologiche e politiche che derivano dalla visione che Kristeva ha del corpo femminile.
Possiamo intendere l’asserzione di Kristeva di una «causalità pre-paterna» fondamentalmente come
un’inversione. Laddove Kristeva postula un corpo materno che viene prima del discorso e che
esercita la propria forza nella struttura delle pulsioni, Foucault senza dubbio sosterrebbe che la
produzione discorsiva del corpo materno come pre-discorsivo è una tattica nell’auto-amplificazione
e nell’occultamento di quelle specifiche relazioni di potere da cui viene prodotta la figura del corpo
materno. In questi termini, il corpo materno non sarebbe più inteso come il fondamento nascosto di
ogni significazione, la causa tacita di ogni cultura. Sarebbe inteso invece come un effetto o una
conseguenza di un sistema di sessualità in cui al corpo femminile viene richiesto di assumere la
maternità come essenza del proprio essere e come legge del proprio desiderio.
Se accettiamo il quadro di Foucault siamo costretti/e a ri-descrivere l’economia libidica materna
quale prodotto di un’organizzazione della sessualità storicamente specifica. Inoltre il discorso della
sessualità, esso stesso pervaso da relazioni di potere, diventa la vera base della figura del corpo
materno pre-discorsivo. La formulazione di Kristeva subisce un completo rovesciamento: il
Simbolico e il semiotico non sono più interpretati come quelle dimensioni del linguaggio che
derivano dalla rimozione o dalla manifestazione libidica materna. Questa stessa economia viene
invece intesa come una reificazione che al contempo estende e occulta l’istituzione della maternità
come obbligo per le donne. Di più, quando i desideri che sostengono l’istituzione della maternità
vengono transvalutati come pulsioni pre-paterne e pre-culturali, allora l’istituzione guadagna una
legittimazione permanente attraverso le strutture invarianti del corpo femminile. In effetti, quella
legge, che chiaramente si riferisce al padre e che sancisce e richiede al corpo femminile di essere
caratterizzato primariamente nei termini della sua funzione riproduttiva, è iscritta su quel corpo come
legge della sua necessità naturale. Kristeva, nel salvaguardare la legge di una maternità
biologicamente necessitata come operazione sovversiva che pre-esiste alla stessa Legge del padre,
contribuisce alla produzione sistematica della sua invisibilità e di conseguenza all’illusione della sua
inevitabilità.
Poiché Kristeva si limita a una concezione esclusivamente interdittiva della Legge del padre, non
è in grado di dare conto dei modi in cui la Legge del padre genera determinati desideri nella forma
di pulsioni naturali. Il corpo femminile che Kristeva cerca di esprimere è esso stesso un costrutto
prodotto dalla legge che si presume mini. Le mie critiche alla concezione che Kristeva ha della Legge
del padre non intendono affatto invalidare la sua tesi generale che la cultura o il Simbolico sono
basati su un ripudio dei corpi delle donne. Vorrei dire tuttavia che qualunque teoria che affermi che
la significazione è basata sulla negazione o sulla rimozione di un principio femminile dovrebbe
chiedersi se quel femminile [femaleness] sia realmente esterno alle norme culturali che lo reprimono.
In altre parole, nella mia lettura, la rimozione della femminilità non richiede che capacità di agire
della rimozione e oggetto della rimozione siano ontologicamente distinti. Infatti la rimozione può
essere intesa come qualcosa che produce l’oggetto che arriva a negare. Tale produzione potrebbe
benissimo essere l’elaborazione della capacità di agire della rimozione stessa. Come dice
chiaramente Foucault, l’impresa culturalmente contraddittoria del meccanismo della repressione è
interdittiva e generativa a un tempo e rende la problematica della «liberazione» particolarmente
acuta. Il corpo femminile che viene liberato dai vincoli della Legge del padre potrebbe benissimo
rivelarsi come l’ennesima incarnazione di quella legge, ponendosi come sovversivo, ma operando al
servizio dell’auto-amplificazione e proliferazione di quella stessa legge. Per evitare l’emancipazione
di chi è in uno stato di oppressione nel nome di chi opprime, è necessario prendere in considerazione
fino in fondo la complessità e la sottigliezza della legge e guarirci dall’illusione di un corpo vero che
sta al di là della legge. Se la sovversione è possibile, non potrà che essere una sovversione che
avviene dall’interno dei termini della legge, attraverso le possibilità che emergono quando la legge si
rivolta contro se stessa e genera impreviste permutazioni. Il corpo culturalmente costruito sarà allora
liberato, non per tornare al suo passato «naturale», né ai suoi piaceri originari, ma per andare verso
un futuro aperto di possibilità culturali.
II. Foucault, Herculine e la politica della discontinuità sessuale
La critica genealogica di Foucault ci ha dato modo di problematizzare le teorie lacaniane e
neolacaniane che etichettano forme culturalmente marginali di sessualità come culturalmente
inintelligibili. Scrivendo nella prospettiva di una disillusione rispetto all’idea di un Eros liberatorio,
Foucault concepisce una sessualità saturata dal potere e offre una considerazione critica delle teorie
che fanno riferimento a una sessualità che viene prima o dopo la legge. Tuttavia, se si considerano i
passaggi foucaultiani in cui vengono criticate le categorie del sesso e il regime di potere della
sessualità, si vede chiaramente che la sua stessa teoria rimane legata a un ideale di emancipazione
non riconosciuto, che si dimostra sempre più difficile da sostenere, pur con le limitazioni del suo
stesso apparato critico.
La teoria della sessualità presentata da Foucault nel primo volume della Storia della sessualità
viene per certi versi contraddetta dalla sua breve ma significativa introduzione ai diari, da lui
pubblicati, di Herculine Barbin, un/a ermafrodita francese dell’Ottocento. A Herculine fu assegnato il
sesso «femminile» alla nascita. A poco più di vent’anni, dopo una serie di confessioni rese a medici
e preti, fu costretta/o legalmente a cambiare il suo sesso in «maschile». I diari che Foucault sostiene
di aver trovato vengono pubblicati e raccolti insieme con i documenti medici e legali che discutono il
fondamento in base al quale fu decisa la designazione del suo «vero» sesso. Viene anche incluso un
racconto satirico dello scrittore tedesco Oscar Panizza. Foucault scrive un’introduzione alla
traduzione inglese del testo in cui si chiede se la nozione di sesso vero sia proprio necessaria. In un
primo momento, questa domanda sembra essere in linea con la genealogia critica della categoria di
«sesso», che espone verso la fine del primo volume della Storia della sessualità173. Tuttavia, i diari
e l’introduzione sono l’occasione per mettere a confronto la lettura foucaultiana di Herculine con la
teoria della sessualità esposta nel primo volume della Storia della sessualità. Foucault, infatti, per
quanto nella Storia della sessualità sostenga che la sessualità è coestensiva al potere, non riesce a
riconoscere le concrete relazioni di potere che costruiscono e insieme condannano la sessualità di
Herculine. Di più, sembra che faccia del romanticismo sul suo mondo di piaceri, «limbo felice di una
non-identità»174, un mondo che eccede le categorie del sesso e dell’identità. Il riemergere di un
discorso sulla differenza sessuale e sulle categorie del sesso negli scritti autobiografici di Herculine
ci porterà a una lettura alternativa di Herculine, contrapposta all’appropriazione romantica e al
rifiuto del suo testo che caratterizzano la lettura foucaultiana.
Nel primo volume della Storia della sessualità, Foucault sostiene che la costruzione univoca del
«sesso» (si è di un sesso e dunque non dell’altro) (a) è prodotta in funzione della regolamentazione e
del controllo sociale della sessualità, (b) occulta e unisce artificialmente una varietà di funzioni
sessuali disparate e non legate tra loro, e ancora (c) si pone nel discorso come una causa, un’essenza
interiore che produce e insieme rende intelligibile qualsiasi modalità di sensazione, piacere e
desiderio in quanto specifica di un sesso. In altre parole, i piaceri del corpo non sono solo
causalmente riducibili all’essenza manifestamente specifica di un sesso, ma diventano anche
facilmente interpretabili quali manifestazioni o segni di quel «sesso»175.
In opposizione a questa falsa costruzione del «sesso» come univoco e causale a un tempo, Foucault
si impegna nel discorso contrario che tratta il «sesso» come un effetto e non come un’origine. Invece
del «sesso» quale causa originaria e costante e quale significazione del piacere del corpo, propone la
«sessualità» quale sistema storico, aperto e complesso, di discorso e di potere, che produce la
designazione impropria di «sesso», quale parte di una strategia che mira a occultare e dunque a
perpetuare le relazioni di potere. Uno dei modi con cui il potere è perpetuato e insieme occultato
consiste nello stabilire una relazione esterna o arbitraria tra il potere, concepito come repressione o
come dominio, e il sesso, concepito come un’energia coraggiosa, ma contrastata, che attende di
essere liberata o di potersi esprimere in modo autentico. L’uso di questo modello giuridico implica
che la relazione tra potere e sessualità non solo venga distinta sul piano ontologico, ma anche che il
potere funzioni sempre e solo per sottomettere o liberare un sesso che è fondamentalmente intatto,
autosufficiente e altro rispetto al potere stesso. Quando il «sesso» viene essenzializzato in questo
modo, sul piano ontologico si trova ad essere immunizzato dalle relazioni di potere e dalla propria
storicità. Il risultato è che l’analisi della sessualità finisce per coincidere con l’analisi del «sesso» e
che questa causalità invertita e falsificante impedisce qualunque indagine sulla produzione storica
della categoria stessa di «sesso». Secondo Foucault, non solo il «sesso» va ricontestualizzato nei
termini della sessualità, ma anche il potere giuridico va riconcettualizzato quale costruzione prodotta
da un potere generativo che a sua volta occulta i meccanismi della sua stessa produttività:
la nozione di sesso ha assicurato un ribaltamento essenziale; ha permesso d’invertire la rappresentazione dei rapporti tra il potere e la
sessualità e di far apparire quest’ultima, non nella sua relazione essenziale e positiva con il potere , ma radicata in un’istanza
specifica ed irriducibile che il potere cerca di assoggettare come può 176.
Nella Storia della sessualità, Foucault si oppone esplicitamente ai modelli di emancipazione o
liberazione della sessualità, perché aderiscono a un modello giuridico che non riconosce la
produzione storica del «sesso» come categoria, vale a dire come «effetto» mistificante delle
relazioni di potere. L’evidente problema che Foucault ha nei confronti del femminismo sembra
emergere anche qui. Mentre l’analisi femminista assume come punto di partenza la categoria del
sesso e, dunque, secondo Foucault, la restrizione binaria imposta al genere, Foucault concepisce il
suo progetto come un’indagine sul modo in cui la categoria di «sesso» e la differenza sessuale
vengono costruiti nel discorso come caratteristiche necessarie dell’identità corporea. Il modello
giuridico della legge, che struttura il modello femminista di emancipazione implica, secondo
Foucault, che il soggetto dell’emancipazione, «il corpo sessuato» in un certo senso, non abbia
bisogno di una decostruzione critica. Come osserva Foucault a proposito di alcuni sforzi umanisti per
giungere a una riforma delle prigioni, il soggetto criminale che si emancipa potrebbe essere ancora
più profondamente incatenato di quanto l’umanista originariamente pensasse. Essere sessuati/e per
Foucault significa essere soggetti/e a una serie di regolamentazioni sociali, significa mettere la legge
che dirige tali regolamentazioni sia nella posizione di principio formativo del proprio sesso, del
proprio genere, dei propri piaceri e desideri, sia nella posizione di principio ermeneutico di autointerpretazione. Dunque il sesso è immancabilmente una categoria di regolamentazione e qualsiasi
analisi che la assuma a presupposto ne amplia acriticamente e ne legittima ulteriormente la strategia
di regolamentazione in quanto regime di potere/sapere.
Nel curare e pubblicare i diari di Herculine Barbin, Foucault sta chiaramente cercando di
dimostrare come un corpo ermafroditico o intersessuato metta in luce e confuti implicitamente le
strategie regolative della categorizzazione sessuale. Siccome pensa che il «sesso» unifichi funzioni e
significati corporei, che non hanno necessariamente un legame tra loro, Foucault predice che la
scomparsa del «sesso» produrrà una felice dispersione di queste funzioni, significati, organi,
processi somatici e fisiologici, insieme alla proliferazione dei piaceri al di fuori di quella struttura di
intelligibilità che è rafforzata da sessi univoci all’interno di una relazione binaria. Il mondo sessuale
in cui abita Herculine, secondo Foucault, è un mondo in cui i piaceri del corpo non significano
immediatamente il «sesso» quale loro causa primaria e significato ultimo; è un mondo, dice Foucault,
in cui «c’è il ghigno ma non c’è il gatto»177. Di più, si tratta di piaceri che chiaramente trascendono la
regolamentazione loro imposta, ed è qui che troviamo l’indulgenza sentimentale di Foucault verso
quello stesso discorso di emancipazione che la sua analisi nella Storia della sessualità voleva
dislocare. Secondo questo modello foucaultiano della politica sessuale di emancipazione, il
rovesciamento del «sesso» porta all’affrancamento di una molteplicità sessuale primaria, nozione
questa che non è poi così lontana dal postulato psicoanalitico di un polimorfismo primario o da
quella di Marcuse di un Eros bisessuale originario e creativo, che in seguito viene represso da una
cultura dello strumentalismo.
La significativa differenza che intercorre tra il Foucault del primo volume della Storia della
sessualità e il Foucault dell’introduzione a Herculine Barbin si ritrova nella stessa Storia della
sessualità (quando Foucault parla dei piaceri «bucolici» e «innocenti» negli incontri sessuali
intergenerazionali che esistevano prima dell’imposizione di varie strategie regolative178). Da una
parte, Foucault vuole sostenere che non esiste «sesso» in sé che non sia prodotto da interazioni
complesse tra discorso e potere, e tuttavia sembra effettivamente darsi una «molteplicità di piaceri»
in sé, che non è l’effetto di alcuno specifico scambio discorso/potere. In altre parole, Foucault
invoca la figura di una molteplicità libidica pre-discorsiva che effettivamente presuppone una
sessualità «davanti alla legge», di più, una sessualità che attende di essere emancipata dai vincoli del
«sesso». Dall’altra parte, Foucault insiste ufficialmente sul fatto che la sessualità e il potere sono
coestensivi, che non dobbiamo pensare che dicendo sì al sesso diciamo no al potere. Nel suo registro
anti-giuridico e anti-emancipativo il Foucault «ufficiale» sostiene che la sessualità è sempre
collocata all’interno di matrici di potere, che è sempre prodotta o costruita entro pratiche storiche
specifiche, sia discorsive sia istituzionali, e che il ricorso a una sessualità davanti alla legge
rappresenta l’idea illusoria e connivente di una politica sessuale di emancipazione.
I diari di Herculine ci danno l’opportunità di leggere Foucault contro Foucault o, forse in modo più
appropriato, di mettere in evidenza la contraddizione costitutiva di questo tipo di appello antiemancipativo alla libertà sessuale. Herculine, che nel testo si chiama Alexina, narra la storia della
sua tragica situazione di persona che vive una vita fatta di ingiusta vittimizzazione, inganno, brama e
inevitabile insoddisfazione. Sin da quando era una ragazzina, lei/lui racconta, era diversa/o dalle
altre ragazze. Questa differenza è la causa di stati di angoscia e di auto-esaltazione che si alternano
nel corso della storia, ma è presente come conoscenza tacita prima che la legge diventi un attore
esplicito nella storia. Anche se Herculine nei suoi diari non fa diretto riferimento alla propria
anatomia, le relazioni mediche che Foucault pubblica insieme al testo della stessa Herculine ci
dicono che si potrebbe ragionevolmente presumere che Herculine avesse ciò che viene descritto o
come un piccolo pene o come una clitoride più grande della media, che dove ci si aspetterebbe di
trovare una vagina si trovasse un «cul de sac», come dicono i dottori, e, ancora, che lei non
sembrasse avere un petto identificabile come femminile. Sembra anche ci fosse una qualche capacità
di eiaculazione, di cui i documenti medici non danno pienamente conto. Herculine non parla mai
dell’anatomia in quanto tale, ma descrive la sua situazione nei termini di un errore naturale, un
metafisico essere senza dimora, uno stato di desiderio insaziabile e una solitudine radicale che,
prima del suicidio, si trasforma in aperta rabbia, dapprima diretta verso gli uomini ma poi verso il
mondo intero.
Herculine descrive in termini ellittici le sue relazioni con le ragazze a scuola, con le «madri» nel
convento e infine il suo attaccamento più appassionato, quello a Sara che diventa la sua amante.
Perseguitata prima dalla colpa e poi da un qualche disturbo genitale non precisato, Herculine rivela
il suo segreto a un medico e poi a un prete, con una serie di atti confessionali che di fatto la
costringono a separarsi da Sara. Le autorità le accordano e danno corso alla sua trasformazione
legale in uomo, dopo la quale lei/lui è legalmente obbligata/o a vestirsi con abiti maschili e a
esercitare i vari diritti degli uomini nella società. Scritti in un tono sentimentale e melodrammatico, i
diari trasmettono il senso di una crisi continua che culmina nel suicidio. Si potrebbe sostenere che
prima della trasformazione legale di Alexina in uomo, lei/lui era libera/o di godere di quei piaceri
che sono effettivamente esenti dalle pressioni giuridiche e regolative della categoria del «sesso». E
davvero Foucault sembra pensare che i diari ci offrano uno sguardo proprio su quel campo non
regolamentato di piaceri che precede l’imposizione della legge del sesso univoco. La sua lettura
tuttavia costituisce in realtà un fraintendimento radicale di quanto quei piaceri siano da sempre
inclusi in una legge, pervasiva ma inarticolata e, di fatto, generati da quella stessa legge che i piaceri
dovrebbero sfidare.
Sicuramente bisognerebbe tenere a freno la tentazione di fare del romanticismo sulla sessualità di
Herculine, così come bisognerebbe rifiutare il gioco utopico di piaceri precedente all’imposizione e
alle restrizioni del «sesso». Ma è sempre possibile, tuttavia, porre la domanda foucaultiana
alternativa: quali pratiche e convenzioni sociali producono la sessualità in questa forma? Nel tentare
di rispondere a questa domanda penso che abbiamo l’opportunità di comprendere qualcosa a
proposito (a) della capacità produttiva del potere, vale a dire del modo in cui le strategie di
regolamentazione producono i soggetti che sono arrivate a soggiogare, e (b) del meccanismo
specifico con cui il potere produce la sessualità nel contesto di questa narrazione autobiografica. Il
problema della differenza sessuale riaffiora sotto una nuova luce quando facciamo a meno della
reificazione metafisica della sessualità molteplice e indaghiamo, nel caso di Herculine, le concrete
strutture narrative e le convenzioni politiche e culturali che producono e regolano i teneri baci, i
piaceri diffusi e i fremiti contrastati e trasgressivi del mondo sessuale di Herculine.
Fra le varie matrici di potere che producono la sessualità tra Herculine e le sue partner ci sono,
ovviamente, le convenzioni dell’omosessualità femminile, a un tempo incoraggiate e condannate dal
convento e dall’ideologia religiosa su cui poggia. Una cosa che sappiamo di Herculine è che lei/lui
legge, e legge molto, che la sua educazione nella Francia del XIX secolo comprendeva lo studio dei
classici e anche del romanticismo francese, e che la sua stessa narrazione ha luogo entro una serie di
consolidate convenzioni letterarie. E in effetti sono queste convenzioni che producono e interpretano
per noi una sessualità che Foucault come Herculine considerano fuori da qualsiasi convenzione. Nel
testo, le narrazioni romantiche e sentimentali di amori impossibili sembrano produrre ogni tipo di
desiderio e di sofferenza, al pari delle leggende cristiane sui destini infelici dei santi, dei miti greci
che parlano di androgini suicidi e, ovviamente, della stessa figura di Cristo. Che stiano «davanti»
alla legge in quanto sessualità molteplice o «fuori» dalla legge come trasgressione innaturale, questi
posizionamenti sono immancabilmente «dentro» un discorso che produce la sessualità e poi ne
occulta la produzione attraverso la configurazione di una sessualità coraggiosa e ribelle posta «fuori»
dal testo stesso.
Spiegare le relazioni sessuali di Herculine con le ragazzine ricorrendo alla componente mascolina
della sua doppiezza biologica è naturalmente la continua tentazione che il testo induce. Se Herculine
desidera una ragazza, allora, forse, si trova una prova di ciò, nelle strutture ormonali o
cromosomiche, o nella presenza anatomica di un pene non perforato, della presenza di un sesso
mascolino più definito, che poi genera la capacità e il desiderio eterosessuali. I piaceri, i desideri,
gli atti non emanano forse, in un certo senso, dal corpo biologico e non c’è forse un modo per
concepire questa emanazione come qualcosa che è causalmente necessitato da quel corpo e che è
anche espressione di quella specificità di sesso?
Forse perché il corpo di Herculine è ermafroditico, diventa particolarmente difficoltoso separare
concettualmente la descrizione delle sue caratteristiche sessuali primarie dalla sua identità di genere
(il senso che attribuisce al proprio genere che, tra l’altro, è sempre mobile e niente affatto chiaro)
come anche dall’orientamento e dagli oggetti del suo desiderio. In momenti distinti lei/lui presume
che il suo corpo sia la causa della propria confusione di genere e dei piaceri trasgressivi, quasi
fossero il risultato e allo stesso tempo la manifestazione di un’essenza che in qualche modo cade
fuori dall’ordine naturale/metafisico delle cose. Ma invece di intendere il suo corpo anomalo come
la causa del suo desiderio, dei suoi problemi, delle sue relazioni e della sua confessione, potremmo
leggere questo corpo, qui completamente testualizzato, come il segno di un’ambivalenza irrisolvibile
prodotta dal discorso giuridico sul sesso univoco. Al posto dell’univocità non scopriamo una
molteplicità, come Foucault vorrebbe farci fare; invece, ci troviamo davanti a un’ambivalenza fatale,
prodotta dalla legge del divieto che, malgrado tutti i suoi effetti di felice dispersione, culmina nel
suicidio di Herculine.
Se si segue l’esposizione narrativa che Herculine fa di se stessa/o, e che è di per sé una sorta di
produzione confessionale del sé, sembra che la sua predisposizione sessuale sia sin dall’inizio fatta
di ambivalenza, che la sua sessualità compendi la struttura ambivalente della sua stessa produzione,
costruita in parte come ingiunzione istituzionale a ricercare l’amore delle varie «sorelle» e «madri»
della famiglia allargata del convento e come divieto assoluto di spingere quell’amore troppo in là.
Inconsapevolmente Foucault suggerisce che il «limbo felice di una non-identità» di Herculine sia
stato reso possibile da una formazione della sessualità storicamente specifica, più precisamente
un’«esistenza reclusa in compagnia quasi esclusiva di donne». Questa «strana felicità», come la
descrive Foucault, era insieme «obbligatoria e proibita» entro i confini delle convenzioni del
convento. Qui Foucault suggerisce chiaramente che in questo ambiente omosessuale, strutturato da un
tabù erotizzato, il «limbo felice di una non-identità» venisse sottilmente favorito. Viene poi
repentinamente ritrattata l’idea che Herculine partecipasse a una pratica di convenzioni omosessuali
femminili, e Foucault insiste sul fatto che qui è in gioco una «non-identità» anziché una varietà di
identità femminili. Per Foucault, perché Herculine occupi la posizione discorsiva dell’«omosessuale
di sesso femminile», bisognerebbe adottare la categoria del sesso – cosa che Foucault vuole che la
narrazione di Herculine ci persuada a respingere.
Ma forse Foucault davvero vuole disporre di entrambe le possibilità; di più, vuole suggerire
implicitamente che la non-identità viene prodotta nei contesti omosessuali, cioè che l’omosessualità è
il mezzo per il rovesciamento della categoria di sesso. Si noti come nella descrizione che Foucault fa
dei piaceri di Herculine, qui di seguito riportata, la categoria di sesso venga invocata e rifiutata
insieme: la scuola e il convento «incoraggiano i teneri piaceri che la non-identità scopre e provoca
quando deraglia tra quei corpi che sono simili uno all’altro»179. Foucault qui assume che la similarità
di questi corpi condizioni il limbo felice della loro non identità, una formulazione difficile da
accettare tanto sul piano logico quanto su quello storico, ma anche quale descrizione adeguata di
Herculine. Che cos’è che produce questi piaceri trasgressivi nella modalità obbligatoria della
confessione? È forse la consapevolezza della loro similarità che influenza le relazioni sessuali delle
giovani donne nel convento, o piuttosto è la presenza erotizzata della legge che vieta
l’omosessualità? Herculine mantiene il proprio discorso della differenza sessuale anche all’interno
di questo contesto manifestamente omosessuale: nota la sua differenza dalle giovani donne che
desidera, e ne gode, e tuttavia questa differenza non è una mera riproduzione della matrice
eterosessuale del desiderio. Sa che in quello scambio la sua posizione è trasgressiva, che è
un’«usurpatrice» di una prerogativa maschile, come dice, e che contesta quel privilegio anche quando
lo replica.
L’uso di un linguaggio che ruota attorno all’usurpazione suggerisce una partecipazione alle stesse
categorie da cui Herculine si sente immancabilmente tenuta/o a distanza, e suggerisce anche le
possibilità denaturalizzate e fluide insite in tali categorie, una volta che non siano più collegate, come
causa o espressione, a una presunta fissità del sesso. L’anatomia di Herculine non cade fuori dalle
categorie del sesso, ma ne confonde e ridistribuisce gli elementi costitutivi; di più, il libero gioco
degli attributi ha l’effetto di mettere in evidenza il carattere illusorio del sesso quale sostrato
sostanziale permanente cui si presume tali attributi aderiscano. Inoltre, la sessualità di Herculine
costituisce una serie di trasgressioni di genere che mettono in dubbio la stessa distinzione tra
scambio erotico eterosessuale e lesbico, sottolineandone i punti di ambigua convergenza e
ridistribuzione.
Ma sembra che siamo costretti/e a chiederci se non ci sia anche al livello di una ambiguità
sessuale costituita discorsivamente un problema del «sesso» e, di fatto, della sua relazione con il
«potere» che pone dei limiti al libero gioco delle categorie sessuali. In altre parole, quant’è libero
quel gioco, sia esso concepito come una molteplicità libidinale discorsiva o come una molteplicità
costituita discorsivamente? L’obiezione originaria di Foucault nei confronti della categoria del sesso
riguarda il fatto che essa impone l’artificio dell’unità e dell’univocità a una serie di funzioni e di
elementi sessuali ontologicamente disparati. Con un gesto quasi rousseauiano, Foucault costruisce
l’opposizione binaria di una legge culturale artificiale che riduce e distorce ciò che potremmo
benissimo intendere come un’eterogeneità naturale. Herculine stessa/o parla della sua sessualità
come di un’«incessante lotta della natura contro la ragione»180. Tuttavia un’analisi sommaria di questi
«elementi» disparati rimanda a una loro totale medicalizzazione in quanto «funzioni» «sensazioni»
addirittura «pulsioni». Dunque, l’eterogeneità cui Foucault fa appello è costituita da quello stesso
discorso medico cui lui attribuisce la posizione della legge giuridica repressiva. Ma che cos’è questa
eterogeneità che Foucault sembra apprezzare, e a che cosa serve?
Quando Foucault sostiene che la non-identità sessuale viene promossa in contesti omosessuali,
sembra identificare i contesti eterosessuali come quelli in cui viene propriamente costituita l’identità.
Sappiamo già che intende la categoria del sesso e quella dell’identità in generale come l’effetto e lo
strumento di un regime sessuale regolativo, ma non è poi chiaro se tale regolazione sia riproduttiva o
eterosessuale o altro. La regolazione della sessualità produce le identità maschili e femminili
secondo una relazione binaria simmetrica? Se l’omosessualità produce la non-identità sessuale, nel
momento in cui non si basa più su identità simili le une alle altre, allora l’omosessualità non può più
essere descritta come tale. Ma se con omosessualità si intende designare il luogo di una eterogeneità
libidica innominabile, forse allora possiamo chiederci se non si tratti, invece, di un amore che non
può, o non osa, dire il proprio nome. In altre parole, Foucault, che in vita sua ha rilasciato una sola
intervista sull’omosessualità e che nel suo stesso lavoro ha sempre resistito al momento
confessionale, comunque presenta la confessione di Herculine in un modo imperturbabilmente
didattico. Si tratta forse di una confessione dislocata, che presuppone una continuità o un parallelo tra
la sua vita e quella di Herculine?
Nella presentazione della collana in cui fu pubblicato il testo in francese, Foucault nota che
Plutarco pensava che persone illustri avessero vite parallele, le quali in un certo senso procedono su
rette infinite per incontrarsi nell’eternità. Nota anche che ci sono alcune vite che si discostano dalla
rotta dell’infinito e rischiano di scomparire in un’oscurità irrecuperabile, vite che non seguono un
percorso diritto, «straight» come si direbbe in inglese, verso un’eterna comunità di grandi, ma
deviano e rischiano di diventare totalmente irrecuperabili. «Sarebbe come il rovescio di Plutarco»,
scrive Foucault, «vite talmente parallele che nessuno le può raggiungere»181. Qui il riferimento
testuale rimanda molto chiaramente alla separazione di Herculine, il nome maschile adottato (anche
se, curiosamente, con una desinenza femminile) da Alexina, il nome che designava Herculine al
femminile. Ma c’è anche un riferimento a Herculine e Sara, la sua amante, che vengono letteralmente
separate e i cui percorsi ovviamente finiscono per divergere. Ma forse Herculine è in un certo modo
anche parallela/o a Foucault, proprio nel senso in cui potrebbero esserlo linee di vita divergenti, mai
diritte, ovvero «straight». Davvero, forse, Herculine e Foucault sono paralleli non in senso letterale,
ma proprio nella loro contestazione del letterale in quanto tale, in particolar modo quando viene
applicato alle categorie del sesso.
L’idea espressa da Foucault nella prefazione, che ci siano corpi in un certo senso «simili» gli uni
agli altri, tralascia la distintiva particolarità ermafroditica del corpo di Herculine e anche la sua
presentazione di sé come molto diversa/o dalle donne che desidera. Di fatto, dopo alcune mosse
nello stile dello scambio sessuale, Herculine adotta il linguaggio dell’appropriazione e del trionfo,
dichiarando apertamente che Sara è una sua eterna proprietà: «Oramai Sara mi apparteneva!! ... Ella
era mia!!!...»182. Perché, allora, Foucault dovrebbe resistere proprio al testo che intende usare, così
da poter fare una tale affermazione? Nell’unica intervista sull’omosessualità che Foucault abbia
rilasciato, James O’Higgins, l’intervistatore, osserva che «esiste una crescente tendenza nei circoli
intellettuali americani, e particolarmente tra le femministe radicali, a distinguere tra omosessualità
maschile e femminile», una posizione, sostiene O’Higgins, secondo la quale accadono cose molto
differenti dal punto di vista fisico nei due tipi di rapporti e le lesbiche tendono a preferire la
monogamia o rapporti simili, a differenza solitamente degli uomini gay. Foucault risponde con una
risata segnalata da un’indicazione tra parentesi «[Ride]», e dice: «Tutto quello che posso fare è
mettermi a ridere»183. Questo mettersi a ridere, ricordiamo, era seguito anche alla lettura di Borges,
come riporta Foucault nella prefazione di Le parole e le cose:
Questo libro nasce da un testo di Borges: dal riso che la sua lettura provoca, scombussolando tutte le familiarità del pensiero [...]
sconvolgendo tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri, facendo vacillare e rendendo a
lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro184.
Il brano è tratto naturalmente da una «certa enciclopedia cinese» che confonde la distinzione
aristotelica tra categorie universali e casi particolari. Ma c’è anche la «risata» di Pierre Rivière, il
cui massacro della propria famiglia o, forse, per Foucault, della famiglia, sembra letteralmente
negare le categorie della parentela e, per estensione, quelle del sesso185. E poi c’è, naturalmente,
l’ormai famoso riso di Bataille che, come ci dice Derrida in La scrittura e la differenza, designa
quell’eccesso che sfugge al dominio concettuale della dialettica hegeliana186. Foucault, allora,
sembra mettersi a ridere proprio perché la domanda instaura quella opposizione binaria che vuole
dislocare, quella tetra opposizione binaria tra Medesimo e Altro che ha infestato non solo il retaggio
della dialettica, ma anche la stessa dialettica del sesso. Ma allora c’è anche, naturalmente, il riso
della Medusa che, come ci dice Hélène Cixous, disintegra la placida superficie costituita dallo
sguardo pietrificante e rivela quanto la dialettica tra Medesimo e Altro abbia luogo lungo l’asse della
differenza sessuale187. In un gesto che riecheggia consapevolmente il racconto della Medusa,
Herculine stessa/o scrive che «la fredda immobilità del [suo]sguardo sembra raggelar[e]»188 coloro
che la/lo incontrano.
Ma è naturalmente Irigaray a mettere in evidenza come questa dialettica tra Medesimo e Altro sia
una falsa opposizione binaria, l’illusione di una differenza simmetrica che consolida l’economia
metafisica del fallogocentrismo, l’economia del medesimo. Dal suo punto di vista sia l’Altro sia il
Medesimo sono marcati come maschili; l’Altro non è che l’elaborazione negativa del soggetto
maschile con il risultato che il sesso femminile è irrappresentabile, vale a dire è il sesso che, in
questa economia di significazione, non è un sesso. Ma non è un sesso anche nel senso che elude la
significazione univoca che caratterizza il Simbolico e perché non è un’identità sostanziale, ma
sempre e soltanto una relazione indeterminata di differenza rispetto all’economia che la rende
assente. Non è «un» sesso nel senso che è multiplo e diffuso nei suoi piaceri e nella sua modalità di
significazione. E davvero, forse, i piaceri apparentemente multipli di Herculine potrebbero arrivare
ad avere la marcatura del femminile nella sua polivalenza e nel suo rifiuto di sottomettersi ai tentativi
di ridurlo a una significazione univoca.
Ma non dimentichiamo la relazione che Herculine ha con il riso e che sembra presentarsi due
volte: dapprima come paura di essere derisa/o189 e poi come riso sprezzante che rivolge al dottore,
quando perde ogni rispetto per lui perché non parla alle autorità competenti dell’irregolarità naturale
che gli si è rivelata190. Per Herculine, allora, il riso sembra indicare o l’umiliazione o il disprezzo,
due posizioni collegate senza alcuna ambiguità a una legge che condanna, soggette a essa come suo
strumento o oggetto. Herculine non ricade fuori dalla giurisdizione di quella legge; anche il suo esilio
viene concepito sul modello della punizione. Proprio nella prima pagina, Herculine riferisce che «il
mio posto non era segnato [pas marquée] in questo mondo che mi fuggiva»191. E articola il suo
precoce senso di abiezione, che in seguito viene messo in atto dapprima in quanto figlia o amante
devota paragonata a un «cane» o a uno/a «schiavo/a» e poi in forma piena e fatale quando viene
espulsa/o e si espelle dall’ambito umano. Nell’isolamento che precede il suicidio, Herculine afferma
di librarsi al di sopra di entrambi i sessi, ma la sua rabbia è più decisamente rivolta verso gli
uomini, il cui «titolo» aveva cercato di usurpare nell’intimità con Sara e che ora accusa, senza più
contenersi, di essere quelli che in qualche modo le proibiscono di avere la possibilità dell’amore.
All’inizio della narrazione, Herculine propone due capoversi paralleli di un’unica frase, che
segnalano l’incorporazione melanconica del padre perduto, il differimento della rabbia da
abbandono attraverso l’insediamento strutturale di quella negatività nella sua identità e nel suo
desiderio. Prima di dirci che lei/lui stessa/o è stata/o abbandonata/o da sua madre, repentinamente e
senza preavviso, ci racconta che, per ragioni che non vengono esplicitate, ha passato alcuni anni in
una casa per bambini/e abbandonati/e e orfani/e. Parla delle «povere creature private sin dalla culla
delle carezze materne»192. Nella frase successiva parla di questa istituzione come di un «asilo [asile]
della sofferenza e del dolore» e nella frase ancora successiva parla di suo padre «che una fulminea
morte rapì troppo presto al dolce affetto di mia madre»193. Anche se il fatto di essere stata/o
abbandonata/o viene aggirato due volte attraverso la pietà per gli altri e le altre che sono rimasti/e
improvvisamente senza madre, Herculine stabilisce un’identificazione attraverso quella deviazione,
un’identificazione che poi riemerge come triste condizione condivisa dal padre e dalla figlia privati
delle carezze della madre. Le deviazioni del desiderio vengono combinate semanticamente, per così
dire, mentre Herculine s’innamora di una «madre» dopo l’altra e poi si innamora di varie «figlie» di
madri, cosa che non può che scandalizzare qualsiasi madre. Di più, oscilla tra essere l’oggetto
dell’adorazione ed eccitazione da parte di chiunque ed essere oggetto del disprezzo e dell’abbandono
da parte di chiunque; è la conseguenza scissa di una struttura melanconica che si è auto-alimentata
senza alcun intervento esterno. Se la melanconia implica l’auto-recriminazione, come sostiene Freud,
e se la recriminazione è un tipo di narcisismo negativo (si occupa del sé, anche se solo nel modo del
rimprovero), allora si può pensare che Herculine oscilli costantemente attraverso l’opposizione tra
narcisismo negativo e narcisismo positivo, pensandosi a volte come la più abbandonata e trascurata
delle creature sulla terra e a volte come colei/colui che incanta chiunque le/gli si avvicini, migliore
di qualsiasi «uomo» per ogni donna194.
Herculine parla dell’orfanotrofio come di quel primo «asilo della sofferenza», una dimora che
ritroverà in senso figurato alla fine della sua narrazione come «rifugio della tomba». Proprio come
quel primo rifugio si presta a una comunione e identificazione magica con il fantasma del padre, così
la tomba della morte è già occupata dal padre stesso che spera la morte le/gli farà incontrare: «la
vista di una tomba mi riconcilia con la vita», scrive. «Provo una certa tenerezza per colui le cui ossa
sono ai miei piedi [là à mes pieds]»195. Ma tale amore, formulato come una sorta di solidarietà
contro la madre che li ha abbandonati, non è affatto purificato dalla rabbia dell’abbandono: il padre
«ai suoi piedi» viene prima ingrandito fino a farlo coincidere con la totalità degli uomini, su cui
lei/lui si libra e che afferma di dominare196, e poi verso cui rivolge il suo riso sprezzante. In
precedenza, a proposito del medico che aveva scoperto la sua condizione anomala, aveva osservato:
«Avrei voluto vederlo cento piedi sotto terra!!!»197.
L’ambivalenza di Herculine rimanda qui ai limiti della teoria foucaultiana sul «limbo felice di una
non-identità». Quasi prefigurando il posto che assumerà per Foucault, Herculine si chiede se lei/lui
non sia «la vittima di un sogno impossibile»198. La predisposizione sessuale di Herculine è fin
dall’inizio segnata dall’ambivalenza e, come ho già detto, la sua sessualità compendia la struttura
ambivalente della propria produzione, in parte costruita come ingiunzione istituzionale a ricercare
l’amore delle varie «sorelle» e «madri» nella famiglia allargata del convento e come divieto
assoluto di spingere troppo oltre quell’amore. La sua sessualità non sta fuori dalla legge, è la
produzione ambivalente della legge, una produzione in cui la nozione stessa di divieto abbraccia il
terreno psicoanalitico e quello istituzionale. Le sue confessioni, così come i suoi desideri, sono allo
stesso tempo un assoggettamento e una sfida. In altre parole, l’amore interdetto dalla morte o
dall’abbandono, o da entrambi, è un amore che assume il divieto come sua condizione e scopo.
Dopo essersi sottomessa/o alla legge, Herculine diventa un soggetto sancito giuridicamente come
«uomo», e tuttavia la categoria del genere si dimostra meno fluida di quanto possa far pensare il suo
riferimento alle Metamorfosi di Ovidio. Il suo discorso eteroglossico mette in dubbio la praticabilità
della nozione di «persona», che pre-esisterebbe al genere o scambierebbe un genere per l’altro. Se
non fosse attivamente condannata/o dagli altri e dalle altre, Herculine si condannerebbe da sé (si
definisce addirittura un «giudice»199), rivelando così che la dimensione giuridica della legge è ben
più estesa di quella empirica che attua la sua conversione di genere. Di più, Herculine non può mai
davvero incarnare quella legge, proprio perché non può offrirle l’occasione di naturalizzarsi
attraverso le strutture simboliche dell’anatomia. In altre parole, la legge non è una mera imposizione
culturale su un’eterogeneità che altrimenti rimarrebbe naturale; la legge richiede che ci si conformi
alla sua propria nozione di «natura» e acquisisce legittimità attraverso la naturalizzazione binaria e
asimmetrica dei corpi rispetto a cui il Fallo, per quanto chiaramente non coincidente con il pene,
dispiega il pene quale suo strumento e segno naturalizzati.
I piaceri e i desideri di Herculine non hanno affatto quell’innocenza bucolica che fiorisce e
prolifera prima dell’imposizione della legge nella sua dimensione giuridica. Né Herculine cade fuori
dall’economia di significazione della mascolinità. Lei/lui è «fuori» dalla legge, ma la legge mantiene
questo «fuori» dentro di sé. In effetti, Herculine incarna la legge, non come soggetto autorizzato a
farlo, ma quale testimonianza attuata della capacità perturbante della legge di produrre solo quelle
ribellioni che è sicura sconfiggeranno se stesse, per eccesso di fedeltà, e quei soggetti che,
profondamente assoggettati, non avranno altra scelta che di reiterare la legge della loro genesi.
Un poscritto ascientifico, per concludere
Nel primo volume della Storia della sessualità Foucault sembra collocare la ricerca dell’identità nel
contesto delle forme giuridiche del potere, che si articolano pienamente con l’avvento delle scienze
sessuali, tra cui la psicoanalisi, verso la fine dell’Ottocento. Sebbene Foucault abbia rivisto la sua
storiografia del sesso all’inizio del secondo volume, L’uso dei piaceri, e abbia cercato di
individuare le regole repressive/generative della formazione del soggetto nei primi testi greci e
romani, il suo progetto filosofico, che consisteva nel mettere in luce la produzione regolativa degli
effetti di identità, si è comunque mantenuto costante. Un esempio contemporaneo di questa ricerca
dell’identità è offerto dai recenti sviluppi della biologia cellulare; e si tratta di un esempio che
involontariamente conferma la perdurante applicabilità della critica foucaultiana.
Un ambito in cui interrogare l’univocità del sesso è la recente polemica sul gene «master» che
alcuni ricercatori e ricercatrici del MIT, alla fine del 1987, dicevano di aver scoperto quale occulto
e certo fattore determinante del sesso. Il gene «master» regolatore, che costituisce una specifica
sequenza del DNA sul cromosoma Y, è stato scoperto dal dottor David Page e dai suoi colleghi e
colleghe, per mezzo di strumenti tecnologici altamente sofisticati, ed è stato denominato «TDF»
(«testis-determining factor»), ovvero fattore che determina lo sviluppo dei testicoli. Nella
pubblicazione che raccoglie i risultati delle sue ricerche, apparso nel numero 51 della rivista «Cell»,
il dottor Page afferma di aver scoperto «l’accensione binaria da cui derivano tutte le caratteristiche
del dimorfismo sessuale»200. Prendiamo allora in esame le affermazioni fatte in occasione di questa
scoperta e vediamo perché le questioni problematiche sulla decidibilità del sesso continuano a
rimanere aperte.
Secondo quanto dice l’articolo di Page, sono stati presi dei campioni di DNA da un gruppo molto
atipico di persone, alcune delle quali avevano i cromosomi XX, ma erano state definite maschi da un
punto di vista clinico, mentre altre avevano una costituzione cromosomica XY, ma erano state
definite femmine da un punto di vista clinico. Page non ci dice esattamente in base a che cosa queste
persone erano state definite in modo contrario rispetto ai dati disponibili, ma ci lascia presumere che
caratteristiche primarie e secondarie evidenti suggerivano che quelle fossero davvero le definizioni
appropriate. Page e i suoi collaboratori e collaboratrici fecero la seguente ipotesi: deve esserci un
qualche segmento del DNA, che non può essere visto a un’osservazione comune al microscopio, che
determina il sesso maschile, e questo segmento deve essersi spostato in qualche modo dal
cromosoma Y, sua collocazione usuale, a qualche altro cromosoma dove non ci si aspetterebbe di
trovarlo. Solo se potessimo (a) presupporre questa sequenza irrintracciabile del DNA e (b) provare
che la sua translocazione è possibile saremmo in grado di capire perché accade che un XX maschio
non abbia alcun cromosoma Y rintracciabile, ma sia, a tutti gli effetti, sempre un maschio.
Analogamente, potremmo spiegare la presenza del cromosoma Y in individui femminili proprio con
il fatto che quel tratto di DNA sia stato in qualche modo messo nel posto sbagliato.
Per quanto limitato fosse il campione che Page e i suoi ricercatori e ricercatrici hanno usato per
arrivare a questi risultati, la speculazione su cui le loro ricerche si basavano era, in parte, fondata sul
fatto che un buon 10 per cento della popolazione presenta variazioni cromosomiche che non rientrano
nettamente nella serie delle categorie XX-femminile e XY-maschile. Perciò, la scoperta del «gene
‘master’ regolatore» viene considerata come una base più certa per comprendere la determinazione
del sesso e, dunque, la differenza sessuale, rispetto a quanto potevano offrire i precedenti criteri
cromosomici.
Purtroppo per Page, però, restava aperto un problema che inficiava le affermazioni relative alla
scoperta del segmento di DNA. Si era scoperto, in realtà, che proprio lo stesso segmento di DNA che
si presumeva determinasse l’essere maschio era presente sul cromosoma X degli individui femmina.
Page, in un primo momento, reagì a questa curiosa scoperta dicendo che forse non era la presenza
della sequenza del gene negli individui maschio contrapposta alla sua assenza in quelli femmina a
essere determinante, ma il fatto che il gene fosse attivo negli individui maschio e passivo in quelli
femmina (lunga vita ad Aristotele!). Ma questa possibilità rimane un’ipotesi e, secondo Anne FaustoSterling, Page e i suoi collaboratori e collaboratrici non avevano menzionato in quell’articolo di
«Cell» il fatto che gli individui da cui erano stati presi i campioni genetici erano tutt’altro che non
ambigui quanto alla loro costituzione anatomica e riproduttiva. Cito dall’articolo di Fausto-Sterling,
intitolato Vita all’XY Corral:
[...] i quattro individui XX maschili studiati erano tutti sterili (produzione di sperma nulla), avevano testicoli piccoli e del tutto privi di cellule
germinali, ossia di precursori degli spermatozoi. Presentavano inoltre alti livelli di ormoni femminili e bassi livelli di testosterone.
Presumibilmente erano stati classificati come maschi per i loro genitali esterni e per la presenza dei testicoli [...]. Analogamente [...],
entrambi i genitali esterni degli individui XY femmina erano normali, [ma] le loro ovaie erano prive di cellule germinali201.
È chiaro che si tratta di casi in cui le componenti del sesso non formano una coerenza
riconoscibile o quell’unità che solitamente viene designata dalla categoria di sesso. Questa
incoerenza mette in questione anche la tesi di Page, visto che non è chiaro perché dovremmo
preliminarmente condividere l’assunto che questi individui sono maschi XX e femmine XY, quando è
proprio la definizione di maschile e femminile a essere in questione e a essere già implicitamente
decisa quando si fa riferimento ai genitali esterni. Se questi rappresentassero davvero un criterio
sufficiente a determinare o ad assegnare il sesso, allora la ricerca sperimentale sul gene «master»
regolatore non sarebbe più nemmeno necessaria.
Ma si consideri un altro problema, quello che riguarda il modo in cui questa ipotesi viene
formulata, testata e convalidata. Si noti che Page e i suoi collaboratori e collaboratrici fanno
coincidere la determinazione del sesso con la determinazione del maschile e con la presenza dei
testicoli. Le genetiste Eva Eicher e Linda L. Washburn sulla «Annual Review of Genetics» ci dicono
che la presenza delle ovaie non viene mai presa in considerazione nella letteratura scientifica sulla
determinazione del sesso e che l’essere femminile è sempre concettualizzato in termini di assenza del
fattore che accerta il maschile o della presenza passiva di tale fattore. In quanto assente o passivo,
l’essere femminile, per definizione, non ha le qualità per essere considerato un oggetto di studio.
Eicher e Washburn ipotizzano, tuttavia, che esso sia attivo e che esista un pregiudizio culturale – di
fatto una serie di presupposti, connotati dal punto di vista del genere, relativi al sesso e a ciò che
potrebbe rendere valida un’indagine –, che distorce e limita la ricerca sull’accertamento del sesso.
Fausto-Sterling cita Eicher e Washburn:
Alcuni ricercatori e ricercatrici hanno attribuito eccessiva enfasi all’ipotesi secondo cui il cromosoma Y è implicato nello sviluppo del
testicolo, presentando la formazione del tessuto testicolare come un evento attivo (diretto dal gene, dominante) e presentando invece la
formazione del tessuto ovarico come un evento passivo (automatico). La formazione del tessuto ovarico è senza dubbio un processo
evolutivo tanto attivo e geneticamente diretto quanto lo è la formazione del tessuto testicolare, o quanto lo è, a questo riguardo, lo sviluppo
di qualunque processo di differenziazione cellulare. Non è stato scritto quasi nulla sui geni coinvolti nella formazione del tessuto ovarico
dalle gonadi indifferenziate202.
Analogamente, l’intero campo dell’embriologia è stato criticato per essersi focalizzato sul ruolo
centrale svolto dal nucleo nella differenziazione cellulare. Chi ha criticato la biologia cellulare
molecolare da una prospettiva femminista ha argomentato contro i suoi presupposti nucleocentrici. In
opposizione a un orientamento di ricerca volto a individuare il nucleo di una cellula pienamente
differenziata quale master o direttore nello sviluppo di un nuovo organismo completo e ben formato,
viene proposto un programma di ricerca che riconcettualizzi il nucleo come qualcosa che acquisisce
il proprio significato e capacità di controllo solo all’interno del contesto cellulare di cui fa parte.
Secondo Fausto-Sterling, «la domanda da porre non è come cambi un nucleo cellulare durante la
differenziazione, ma piuttosto come cambino le interazioni dinamiche tra il nucleo e il citoplasma
durante la differenziazione»203.
La struttura dell’indagine di Page rientra perfettamente nelle tendenze generali della biologia
molecolare della cellula. Il quadro entro cui lavora Page segnala un rifiuto preliminare di prendere in
considerazione il fatto che quegli individui mettono implicitamente in discussione la forza descrittiva
delle categorie del sesso disponibili; Page si pone il problema del modo in cui quell’«accensione
binario» ha inizio, non se la descrizione dei corpi nei termini del binarismo del sesso sia adeguata al
compito da porsi. Inoltre, il fatto che si concentri sul gene master segnala che l’essere di sesso
femminile andrebbe inteso come presenza o assenza del sesso maschile o come passività che, negli
uomini, sarebbe immancabilmente attiva. Questa affermazione viene fatta, naturalmente, in un
contesto di ricerca in cui non si è mai presa seriamente in considerazione la formazione attiva delle
ovaie nella differenziazione del sesso. La conclusione da trarre qui non è che non si possono fare
affermazioni valide e dimostrabili in merito alla determinazione del sesso, ma piuttosto quanto siano
i presupposti culturali sullo statuto relativo di uomini e donne e sulla relazione binaria del genere a
impostare e orientare la ricerca sulla determinazione del sesso. Il compito di distinguere il sesso dal
genere diventa sempre più difficile una volta che capiamo quanto i significati connotati dal punto di
vista del genere impostino le ipotesi e i ragionamenti delle indagini biomediche che cercano di
stabilire il «sesso» come qualcosa che precede i significati culturali che acquisisce. Il compito è
ancora più complicato quando ci rendiamo conto che il linguaggio della biologia partecipa ad altri
tipi di linguaggio e riproduce quella sedimentazione culturale nell’oggetto che intende scoprire e
descrivere in modo neutrale.
Non è forse per una convenzione meramente culturale che Page e gli altri e le altre decidono che un
individuo XX anatomicamente ambiguo è maschio, una convenzione che considera i genitali quale
«segno» decisivo del sesso? Si potrebbe sostenere che in questi casi la discontinuità non può essere
risolta con il ricorso a un unico fattore determinante e che il sesso, quale categoria che comprende
una varietà di elementi, funzioni e dimensioni cromosomiche e ormonali, non opera più in un quadro
di opposizione binaria che diamo per scontata. Qui non si tratta di ricorrere a eccezioni, bizzarrie,
solo per relativizzare le affermazioni fatte in nome di una vita sessuale normale. E tuttavia, come dice
Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale, sono l’eccezione e la stranezza a darci gli indizi per
capire come si costituisce il mondo ordinario e «dato per scontato» del sesso. Soltanto da una
posizione consapevolmente denaturalizzata possiamo cogliere il modo in cui viene costituita
l’apparenza stessa della naturalità. Le supposizioni che formuliamo sui corpi sessuati, sul loro essere
l’uno o l’altro, sui significati che si presumono inerenti o derivanti dal loro essere sessuati, vengono
ora improvvisamente e significativamente sconvolte da casi che non si adeguano a quelle categorie
che naturalizzano e stabilizzano per noi il campo dei corpi secondo le convenzioni culturali. Così, lo
strano e l’incoerente, ciò che resta «fuori», ci dà modo di comprendere che il mondo della
categorizzazione sessuale, che viene dato per scontato, è in realtà una costruzione e che potrebbe
addirittura essere costruito diversamente.
Anche se possiamo non concordare immediatamente con l’analisi di Foucault, cioè con l’idea che
la categoria del sesso sia al servizio del sistema della sessualità regolativa e riproduttiva, è
interessante notare che Page definisce i genitali esterni, quelle parti anatomiche essenziali per la
simbolizzazione della sessualità riproduttiva, quali fattori determinanti a priori e senza ambiguità
l’assegnazione del sesso. Si potrebbe tranquillamente sostenere che la ricerca di Page è stretta tra
due discorsi che, in questo caso, sono in conflitto: il discorso culturale che, mettendosi al servizio
degli interessi riproduttivi, considera i genitali esterni un segno sicuro del sesso, e il discorso che
cerca di fissare il principio maschile come attivo e monocausale, se non addirittura auto-genetico. Il
desiderio di determinare il sesso una volta per tutte, e di determinarlo come un sesso piuttosto che
l’altro, sembra dunque derivare dall’organizzazione sociale della riproduzione sessuale attraverso la
costruzione di identità e posizioni chiare e inequivocabili dei corpi sessuati gli uni rispetto agli altri.
Dato che nel quadro della sessualità riproduttiva il corpo maschile viene comunemente raffigurato
come l’agente attivo, il problema della ricerca di Page è, in un certo senso, quello di riconciliare il
discorso della riproduzione con quello dell’attività maschile, due discorsi che di solito operano
insieme culturalmente, ma che in questo caso si sono separati. Per questo è interessante la volontà di
Page di dare l’ultima parola alla sequenza attiva del DNA, accordando di fatto la priorità al
principio dell’attività maschile rispetto al discorso della riproduzione.
Tuttavia, secondo la teoria di Monique Wittig, questa priorità sarebbe solo un’apparenza. La
categoria del sesso appartiene a un sistema di eterosessualità obbligatoria che chiaramente opera
attraverso un sistema di riproduzione sessuale obbligatoria. Nella concezione di Wittig, di cui ci
occuperemo ora, la «mascolinità» e la «femminilità», il «maschile» e la «femminile», esistono solo
all’interno della matrice eterosessuale; di più, sono termini naturalizzati che mantengono occultata
quella matrice, mettendola al riparo da una critica radicale.
III. Monique Wittig: la disintegrazione del corpo e il sesso fittizio
Il linguaggio proietta fasci di realtà sul corpo sociale
Monique Wittig
Simone de Beauvoir ha scritto nel Secondo sesso che «donna non si nasce, lo si diventa».
L’espressione suona strana, può apparire, addirittura un nonsenso, perché come si può diventare una
donna se non lo si è sempre state/i? E a che cosa fa riferimento questo «si» cui viene riferita l’azione
del diventare? C’è qualche essere umano che diventa il proprio genere in un dato momento? È giusto
ipotizzare che questo essere umano non fosse il proprio genere prima di diventarlo? Come si
«diventa» un genere? Qual è il momento o il meccanismo della costruzione del genere? E, forse in
modo più pertinente, quand’è che questo meccanismo si affaccia sulla scena culturale a trasformare il
soggetto umano in un soggetto connotato dal punto di vista del genere? Possono mai esserci esseri
umani che non siano, per così dire, già da sempre connotati dal punto di vista del genere? La
marcatura del genere sembra «qualificare» i corpi come corpi umani; il momento in cui un/a infante
diventa umanizzato/a coincide con il momento in cui si risponde alla domanda «è un maschio o una
femmina?». Le figure del corpo che non rientrano perfettamente in nessuno dei due generi, cadono
fuori dall’umano, di più, costituiscono quell’ambito di deumanizzazione e abiezione rispetto al quale
l’umano si costituisce. Se il genere è sempre là, a delimitare preliminarmente ciò che si qualifica
come umano, come possiamo parlare di un essere umano che diventa il proprio genere, quasi che il
genere fosse un poscritto o un ripensamento culturale?
Ovviamente, Beauvoir voleva dire soltanto che la categoria delle donne è una realizzazione
culturale variabile, una serie di significati che vengono assunti o accolti entro un campo culturale, e
che nessuno e nessuna nasce con un genere – il genere è sempre acquisito. Su un altro versante,
Beauvoir intendeva affermare che si nasce con un sesso, come un sesso, sessuati/e, e che l’essere
sessuati/e e l’essere umani/e sono coestensivi e simultanei; il sesso è un attributo analitico
dell’umano; non c’è essere umano che non sia sessuato/a; il sesso qualifica l’umano come suo
attributo necessario. Ma il sesso non causa il genere e il genere non può essere inteso come qualcosa
che riflette o esprime il sesso; di più, per Beauvoir il sesso è una fatticità immutabile, ma il genere è
acquisito, e mentre il sesso non può essere cambiato (per lo meno questo è quanto pensava lei), il
genere è la costruzione culturale variabile del sesso, la miriade di possibilità aperte del significato
culturale a partire da un corpo sessuato.
La teoria di Beauvoir comportava delle conseguenze apparentemente radicali, che lei stessa non
aveva preso in considerazione. Per esempio, se sesso e genere sono radicalmente distinti, allora non
ne consegue che essere un determinato sesso corrisponda a diventare un determinato genere; in altre
parole, non c’è bisogno che «donna» sia la costruzione culturale del corpo femminile, e «uomo»
interpreti corpi maschili. Questa formulazione radicale della distinzione sesso/genere ci dice che i
corpi sessuati possono occasionare una serie di generi diversi e, inoltre, che non c’è bisogno che il
genere stesso sia limitato ai soliti due. Se il sesso non delimita il genere, allora forse ci sono generi,
modi di interpretare culturalmente il corpo sessuato, che non si restringono affatto all’apparente
dualità del sesso. Si pensi all’ulteriore conseguenza, per cui, se il genere è qualcosa che si diventa –
ma non si può mai essere –, allora il genere è esso stesso una sorta di divenire o un’attività, e il
genere non dovrebbe essere concepito come un sostantivo o come un oggetto sostanziale, oppure
ancora come un marcatore culturale stabile, ma anzi come una sorta di azione incessante e ripetuta.
Se il genere non è legato al sesso, come sua causa o come sua espressione, allora il genere è un tipo
di azione che può potenzialmente proliferare al di là dei limiti binari imposti dall’apparente
binarismo del sesso. Il genere sarebbe davvero un tipo di azione culturale/corporea che richiede un
nuovo vocabolario che istituisca e faccia proliferare vari tipi di participi presenti, categorie di
risignificazione ed espansione che resistano alle restrizioni grammaticali binarie e sostanzializzanti
imposte al genere. Ma questo progetto come potrebbe diventare culturalmente concepibile e come
potrebbe evitare il destino di essere un progetto utopico, vano e impossibile?
Donna non si nasce: Monique Wittig ha fatto risuonare la frase di Beauvoir nel titolo di un suo
articolo pubblicato sul primo numero della rivista «Feminist Issues». Ma che tipo di risonanza e di
ri/rap-presentazione di Beauvoir ci offre Monique Wittig? Due delle sue affermazioni richiamano e
insieme allontanano Beauvoir. La prima sostiene che la categoria del sesso non è né invariabile né
naturale, ma è un uso specificamente politico della categoria di natura ai fini della sessualità
riproduttiva. In altre parole, non ci sarebbe ragione di suddividere i corpi umani nei sessi maschile e
femminile, se non fosse perché tale divisione risponde alle necessità economiche dell’eterosessualità
e conferisce un’apparenza di naturalità all’istituzione dell’eterosessualità. Dunque, per Wittig, non
c’è distinzione tra sesso e genere; la stessa categoria di «sesso» è una categoria connotata dal punto
di vista del genere, pienamente investita dal punto di vista politico, naturalizzata, ma non naturale. La
seconda affermazione di Wittig, alquanto controintuitiva, è la seguente: una persona lesbica non è una
donna. Una donna, sostiene Wittig, esiste solo come termine che stabilizza e consolida una relazione
binaria e oppositiva con un uomo; quella relazione, dice Wittig, è l’eterosessualità. Una persona
lesbica, afferma Wittig, nel suo rifiuto dell’eterosessualità non viene più definita nei termini di tale
relazione oppositiva. Di più, una persona lesbica, continua Wittig, trascende l’opposizione binaria
tra donna e uomo: non è né una donna, né un uomo. Ma, ancora oltre, una persona lesbica non ha
sesso; è al di là delle categorie del sesso. Attraverso il rifiuto lesbico di tali categorie, la persona
lesbica (e qui la declinazione del genere grammaticale diventa un problema) mette in luce la
costituzione culturale contingente di tali categorie e l’assunto, tacito ma persistente, della matrice
eterosessuale. Dunque potremmo dire che, per Wittig, non si nasce donna, c’è chi lo diventa; ma, per
andare oltre, non si nasce femmina, c’è chi diventa femmina, ma ancora più radicalmente si può, se
lo si sceglie, non diventare né maschio, né femmina, né donna, né uomo. La persona lesbica sembra
essere davvero un terzo genere o, come cercherò di dimostrare, una categoria che problematizza
radicalmente sia il sesso sia il genere quali categorie politiche stabili di descrizione.
Wittig sostiene che la discriminazione linguistica del «sesso» garantisce l’operare politico e
culturale dell’eterosessualità obbligatoria. Questa relazione di eterosessualità, sostiene Wittig, non è
né reciproca, né binaria nel senso consueto; il «sesso» è da sempre femminile, e c’è un sesso solo,
quello femminile. Essere maschio non significa essere «sessuato»; essere «sessuato» è sempre un
modo di diventare particolari e relativi, e i maschi partecipano a questo sistema nella forma della
persona universale. Per Wittig, dunque, il «sesso femminile» non implica un qualche altro sesso,
come quando si dice «sesso maschile»; il «sesso femminile» implica solo se stesso, è avviluppato,
per così dire, nel sesso, intrappolato in ciò che Beauvoir ha definito come il circolo dell’immanenza.
Dato che il «sesso» è un’interpretazione politica e culturale del corpo, non c’è distinzione
sesso/genere che si collochi lungo linee convenzionali; il genere è costruito nel sesso e il sesso
dimostra di essere stato genere fin dall’inizio. Wittig sostiene che all’interno di questa serie di
relazioni sociali obbligatorie, le donne diventano ontologicamente pervase dal sesso; sono il loro
sesso e, per contro, il sesso è necessariamente al femminile.
Wittig intende il «sesso» come qualcosa che viene prodotto discorsivamente e fatto circolare
attraverso un sistema di significazioni oppressivo nei confronti di donne, gay e persone lesbiche.
Rifiuta di partecipare a questo sistema significante o di credere nella praticabilità di una posizione
riformista o sovversiva dall’interno del sistema; invocarne una parte significa invocarlo e
confermarlo per intero. Di conseguenza, indica come compito politico il rovesciamento di tutto il
discorso sul sesso, di più, della grammatica stessa che istituisce il «genere» (o «sesso fittizio») quale
attributo essenziale tanto degli esseri umani quanto degli oggetti (caratteristica questa particolarmente
pronunciata nella lingua francese)204. Attraverso i suoi scritti teorici e quelli creativi, Wittig invita a
riorganizzare radicalmente la descrizione dei corpi e delle sessualità, senza ricorrere al sesso e,
quindi, neanche alle differenziazioni grammaticali che regolano e distribuiscono il diritto di parola
all’interno della matrice del genere.
Wittig considera le categorie discorsive, quale quella di «sesso», come astrazioni imposte
forzosamente al campo sociale, astrazioni che producono una «realtà» di second’ordine o reificata.
Per quanto possa sembrare che gli individui abbiano una «percezione diretta» del sesso, assunto
come dato oggettivo dell’esperienza, Wittig sostiene che tale oggetto è stato violentemente modellato
nella forma di questo dato e che la storia e il meccanismo di quella violenta messa in forma
nell’oggetto non si vedono più205. Dunque, il «sesso» è l’effetto di realtà prodotto da un processo
violento che viene occultato da quello stesso effetto. Tutto ciò che si vede è «sesso» e dunque il
«sesso» viene percepito come la totalità di ciò che è, qualcosa che non ha una causa, ma solo perché
la causa non si vede da nessuna parte. Wittig sa che la sua è una posizione controintuitiva, ma
coltivare politicamente l’intuizione è proprio ciò che vuole chiarire, articolare e contestare:
Il sesso viene assunto come un «dato immediato», «un dato sensibile», come «caratteristiche fisiche», come appartenente a un ordine
naturale. Ma quella che riteniamo una percezione fisica e diretta è soltanto una costruzione sofisticata e mitica, una «formazione
immaginaria» che reinterpreta le caratteristiche fisiche (di per sé neutrali come le altre, però marcate da un sistema sociale) attraverso la
rete di relazioni in cui sono percepite206.
Le «caratteristiche fisiche» in un certo senso sembrano essere là, sul versante più remoto del
linguaggio, non marcate da un sistema sociale. Non è chiaro, tuttavia, se sarebbe possibile dare un
nome a queste caratteristiche in un modo che non riproducesse l’operare riduttivo delle categorie del
sesso. Queste svariate caratteristiche ottengono un significato sociale e una unificazione attraverso la
loro articolazione nella categoria del sesso. In altre parole, il «sesso» impone un’unità artificiale a
una serie di attributi che altrimenti sarebbe discontinua. Essendo relativo al discorso come anche alla
percezione, il «sesso» denota un regime epistemico storicamente contingente, un linguaggio che
forma la percezione modellando forzatamente le interrelazioni attraverso le quali vengono percepiti i
corpi fisici.
Esiste un corpo «fisico» che precede il corpo percepito percettivamente? Non è possibile dare una
risposta definitiva a questa domanda. A essere sospetta non è solo la raccolta degli attributi sotto la
categoria di sesso, ma lo è anche la discriminazione delle «caratteristiche» stesse. Il fatto che pene,
vagina, seni, e così via, siano denominati come parti sessuali rappresenta sia una riduzione del corpo
erogeno a quelle parti, sia una frammentazione del corpo come intero. Di più, l’«unità» imposta al
corpo dalla categoria del sesso è una «disunità», una frammentazione, una compartimentalizzazione e
una riduzione dell’eterogeneità. Non c’è da meravigliarsi, allora, del fatto che Wittig metta in atto
testualmente il «rovesciamento» della categoria del sesso attraverso la distruzione e la
frammentazione del corpo sessuato nel suo Il corpo lesbico. Così come il «sesso» frammenta il
corpo, il rovesciamento lesbico del «sesso» prende di mira quali modelli di dominio quelle norme di
integrità corporea sessualmente differenziate che dettano ciò che deve «unificare» e rendere coerente
il corpo in quanto corpo sessuato. Nel suo lavoro teorico e in quello creativo, Wittig mostra come
l’«integrità» e l’«unità» del corpo, spesso concepite quali ideali positivi, adempiano a fini di
frammentazione, restrizione e dominio.
Il linguaggio acquisisce il potere di creare «il reale sociale» attraverso gli atti locutori dei soggetti
che parlano. Nella teoria di Wittig, sembrano darsi due livelli di realtà, due ordini ontologici.
L’ontologia costituita socialmente emerge da un’ontologia più fondamentale che sembra pre-sociale e
pre-discorsiva. Mentre il «sesso» appartiene a una realtà costituita discorsivamente (il secondo
ordine), esiste un’ontologia pre-sociale che dà conto della costituzione della stessa dimensione
discorsiva. Wittig rifiuta chiaramente gli assunti strutturalisti sull’esistenza di una serie di strutture
universali significanti, precedenti al soggetto parlante, che orchestrerebbero la formazione di quel
soggetto e le sue parole. Dal suo punto di vista, esistono strutture storicamente contingenti,
caratterizzate come eterosessuali e obbligatorie, che distribuiscono ai maschi il pieno diritto a una
parola autorevole e lo negano alle femmine. Ma questa asimmetria socialmente costituita maschera e
viola un’ontologia pre-sociale fatta di persone unificate ed eguali.
Il compito che si pone alle donne, sostiene Wittig, è di assumere la posizione di soggetto che parla
in modo autorevole (che in un certo senso è un loro «diritto», ontologicamente fondato) e di
rovesciare sia la categoria del sesso, sia il sistema dell’eterosessualità obbligatoria che ne è
l’origine. Il linguaggio, per Wittig, è una serie di atti ripetuti nel tempo, i quali producono effetti di
realtà che finiscono per essere erroneamente percepiti come «fatti». Considerata nella sua
dimensione collettiva, la pratica ripetuta di dare un nome alla differenza sessuale ha creato
l’apparenza di una divisione naturale. «Dare un nome» al sesso è un atto compulsivo di dominio, un
performativo istituzionalizzato, che crea e insieme regola la realtà sociale, esigendo la costruzione
discorsiva/percettiva dei corpi secondo i principi della differenza sessuale. Dunque, conclude
Wittig, «nei nostri corpi e nelle nostre menti siamo costrette e costretti a corrispondere, in ogni
singola caratteristica, all’idea di natura che è stata stabilita per noi [...], ‘uomini’ e ‘donne’ sono
categorie politiche, e non fatti naturali»207.
Il «sesso», come categoria, impone il «sesso» quale configurazione sociale dei corpi, attraverso
ciò che Wittig definisce contratto coatto. Dunque la categoria di «sesso» è un nome che asservisce. Il
linguaggio «proietta fasci di realtà sul corpo sociale», ma questi fasci non sono facili da eliminare. E
continua Wittig: «marchiandolo e modellandolo in modo violento»208. Wittig sostiene che «la
mentalità straight», che è evidente nel discorso delle scienze umane, «opprime tutti/e noi, persone
lesbiche, donne e uomini omosessuali» perché «dà per scontato che ciò che fonda la società,
qualunque società, sia l’eterosessualità»209. Il discorso diventa oppressivo quando richiede che il
soggetto che parla, per poter parlare, sia partecipe dei termini stessi di quell’oppressione, vale a dire
che dia per scontata l’impossibilità o l’inintelligibilità dello stesso soggetto che parla. Questo
assunto eterosessuale, sostiene Wittig, agisce all’interno del discorso per comunicare una minaccia:
«‘sarai straight o non sarai’»210. Le donne, le lesbiche e gli uomini gay, sostiene Wittig, non possono
assumere la posizione del soggetto che parla all’interno del sistema linguistico dell’eterosessualità
obbligatoria. Parlare all’interno del sistema significa essere privati/e della possibilità di parola;
quindi parlare in quel contesto rappresenta di per sé una contraddizione performativa, l’asserzione
linguistica di un sé che non può «essere» all’interno del linguaggio che lo asserisce.
Il potere che Wittig attribuisce a questo «sistema» di linguaggio è enorme. Concetti, categorie e
astrazioni, sostiene, possono produrre una violenza fisica e materiale contro quei corpi che dicono di
organizzare e interpretare: «non c’è niente di astratto nel potere che le scienze e le teorie hanno di
agire materialmente e concretamente sui nostri corpi e sulle nostre menti, anche se il discorso che lo
produce è astratto. È una delle forme del dominio, la sua stessa espressione, come diceva Marx. E io
direi, anzi, è uno dei suoi esercizi. Chiunque sia oppresso/a conosce questo potere e ha dovuto farci i
conti»211. Il potere che il linguaggio ha di operare sui corpi è allo stesso tempo la causa
dell’oppressione sessuale e il modo per andare oltre. Il linguaggio non funziona né magicamente né
inesorabilmente: «esiste una plasticità del reale per il linguaggio: il linguaggio ha un’azione plastica
sul reale»212. Il linguaggio assume e modifica il suo potere di agire sul reale attraverso atti locutori
che, ripetuti, diventano pratiche consolidate e, infine, istituzioni. La struttura asimmetrica del
linguaggio che identifica il soggetto che parla per e come l’universale con il maschile e identifica la
parlante femminile come «particolare» e «interessata» non è affatto intrinseca a linguaggi specifici o
al linguaggio in generale. Non si possono considerare queste posizioni asimmetriche come qualcosa
di derivante dalla «natura» degli uomini o delle donne, perché, come ha stabilito Beauvoir, tale
«natura» non esiste: «bisogna capire che gli uomini non sono nati con la facoltà di accedere
all’universale e che le donne non sono ridotte sin dalla nascita al particolare. L’universale è sempre
stato, ed è continuamente, in ogni momento, fatto proprio dagli uomini. Non accade, viene fatto. È un
atto, un atto criminale, perpetrato da una classe nei confronti di un’altra. È un atto compiuto al livello
dei concetti, della filosofia, della politica»213.
Anche se Irigaray sostiene che «il soggetto è già sempre al maschile», Wittig contesta l’idea che
«il soggetto» sia un territorio esclusivamente al maschile. La plasticità stessa del linguaggio, per
Wittig, impedisce la fissazione della posizione di soggetto al maschile. Di più, l’assunzione di un
soggetto assoluto che parla è, per Wittig, lo scopo politico delle «donne» che, se raggiunto, riuscirà a
dissolvere del tutto la stessa categoria di «donne». Una donna non può usare la prima persona,
l’«io», perché, in quanto donna, è un/a parlante «particolare» (relativa, interessata, prospettica) e
l’invocazione dell’«io» presuppone la capacità di parlare per e in quanto universale umano: «un
soggetto relativo è inconcepibile, un soggetto relativo non può nemmeno parlare»214. Basandosi
sull’assunto che parlare presupponga sempre ed invochi implicitamente linguaggio nella sua
interezza, Wittig descrive il soggetto che parla come chi, nell’atto di «dire», «si riappropria del
linguaggio nella sua totalità, procedendo da se stesso/a solo/a, con il potere di usare tutto il
linguaggio». Nell’esposizione di Wittig, questa fondazione assoluta dell’«io» che parla assume
dimensioni quasi divine. Il privilegio di dire «io» istituisce un sé sovrano, un centro di pienezza e di
potere assoluti; parlare istituisce «l’atto supremo della soggettività». Questo venire alla soggettività
rappresenta il vero rovesciamento del sesso e, dunque, della femminilità: «nessuna donna può dire io
senza essere di per sé un soggetto totale, vale a dire un tutto senza genere, universale»215.
Wittig prosegue con una sorprendente speculazione sulla natura del linguaggio e dell’«essere» che
situa il suo progetto politico nell’alveo del discorso tradizionale dell’ontoteologia. Nella sua
prospettiva, l’ontologia primaria del linguaggio dà a ogni persona le stesse opportunità di fondare la
soggettività. Il compito pratico che le donne si trovano davanti nel cercare di istituire la soggettività
attraverso la parola dipende dalla loro capacità collettiva di rigettare le reificazioni del sesso che
vengono loro imposte e che le deformano riducendole a esseri parziali o relativi. Dato che questo
rifiuto deriva dall’esercizio di una piena invocazione dell’«io», le donne dicono la loro uscita dal
genere. Le reificazioni sociali del sesso possono essere concepite come ciò che maschera o distorce
una realtà ontologica precedente, una realtà che è quella della pari opportunità per tutte le persone,
che viene prima della marcatura operata dal sesso, di esercitare il linguaggio nell’asserzione della
soggettività. Nell’atto del parlare, l’«io» assume la totalità del linguaggio e, dunque, potenzialmente
parla da ogni posizione – vale a dire, in un registro universale. «Il genere [...] lavora su questo fatto
ontologico per annullarlo», scrive Wittig, assumendo a principio primario un uguale accesso
all’universale per qualificarsi come quel «fatto ontologico»216. Tale principio di uguale accesso è
tuttavia fondato a sua volta sull’assunto ontologico dell’unità degli esseri parlanti in un Essere che
precede l’essere sessuato. Il genere, sostiene Wittig, «cerca di compiere la divisione dell’Essere»,
ma «l’Essere in quanto essere non è diviso»217. Qui l’asserzione coerente dell’«io» presuppone non
solo la totalità del linguaggio ma anche l’unità dell’essere.
Qui, in modo molto più evidente che altrove, Wittig si colloca all’interno del discorso tradizionale
della ricerca filosofica sulla presenza, sull’Essere, sulla pienezza radicale e ininterrotta.
Distinguendosi da una posizione derridiana, per cui tutta la significazione dipenderebbe da una
différance operativa, Wittig sostiene che parlare richiede e invoca un’identità di tutte le cose senza
soluzione di continuità. Questa finzione fondazionalista le offre un punto di partenza per criticare le
istituzioni sociali esistenti. Rimane tuttavia aperta una questione critica: al servizio di quali relazioni
sociali contingenti si pone il presupposto (il fatto di presupporre) relativo all’essere,
all’autorevolezza e alla soggettività universale? Perché dare valore all’usurpazione di una
concezione autoritaria del soggetto? Perché non perseguire, invece, il decentramento del soggetto e
delle sue strategie epistemiche di universalizzazione? Pur criticando la «mentalità straight» perché
universalizza il proprio punto di vista, Wittig sembra non solo universalizzare «la» mentalità straight,
ma anche perdere di vista le conseguenze totalitarie di questa teoria degli atti linguistici sovrani.
Politicamente, la divisione dell’essere – una violenza esercitata contro la sfera della pienezza
ontologica, per Wittig –, secondo la distinzione tra universale e particolare, determina una relazione
di assoggettamento. Il dominio deve essere inteso quale negazione di un’unità precedente e primaria
di tutte le persone in un essere pre-linguistico. Il dominio ha luogo attraverso un linguaggio che, nella
sua azione sociale plastica, crea un’ontologia artificiale di second’ordine, un’illusione di differenza,
la disparità e, di conseguenza, la gerarchia che diventa realtà sociale.
Paradossalmente, Wittig non prende mai in considerazione il mito di Aristofane dell’unità
originaria dei generi, perché il genere è un principio di divisione, uno strumento di assoggettamento,
che resiste all’idea stessa di unità. Significativamente, i suoi romanzi seguono una strategia narrativa
di disintegrazione, suggerendo che la formulazione binaria del sesso ha bisogno di frammentarsi e di
proliferare fino al punto in cui la stessa opposizione binaria si rivela contingente. La libera
interazione degli attributi, o «caratteristiche fisiche», non è mai una distruzione assoluta, perché la
sfera ontologica, distorta dal genere, è una sfera di pienezza continua. Wittig critica «la mentalità
straight» perché è incapace di liberarsi dal pensiero della «differenza». Alleandosi temporaneamente
con Deleuze e Guattari, Wittig si oppone alla psicoanalisi in quanto scienza fondata su un’economia
della «mancanza» e della «negazione». In Paradigm, un saggio che appartiene alla prima fase del suo
lavoro, Wittig prende in considerazione il fatto che il rovesciamento del sistema del sesso binario
potrebbe inaugurare una sfera culturale caratterizzata da molti sessi. Nel saggio fa riferimento
all’Anti-Edipo; «per noi non ci sono uno o due sessi ma tanti (cfr. Guattari, Deleuze), tanti sessi
quanti sono gli individui»218. La proliferazione illimitata dei sessi, tuttavia, comporta logicamente la
negazione del sesso in quanto tale. Se il numero dei sessi corrispondesse al numero degli individui
esistenti, il sesso non avrebbe più alcuna applicazione generale come termine: ne sarebbe una
proprietà radicalmente singolare e non potrebbe più funzionare come generalizzazione utile o
descrittiva.
Le metafore di distruzione, rovesciamento e violenza che operano nel lavoro teorico e letterario di
Wittig hanno uno statuto ontologico difficile. Anche se le categorie linguistiche danno forma alla
realtà in modo «violento», creando delle finzioni sociali in nome del reale, sembra esserci una realtà
più vera, una sfera ontologica di unità rispetto a cui vengono commisurate queste finzioni sociali.
Wittig rifiuta di distinguere tra un concetto «astratto» e una realtà «materiale», sostenendo che i
concetti vengono formati e messi in circolazione all’interno della materialità del linguaggio e che il
linguaggio opera in modo materiale per costruire il mondo sociale219. Su un altro versante, queste
«costruzioni» sono concepite come distorsioni e reificazioni che vanno giudicate alla luce di una
precedente sfera ontologica di radicale unità e pienezza. I costrutti sono dunque «reali» nella misura
in cui sono fenomeni fittizi che acquisiscono potere all’interno del discorso. Questi costrutti tuttavia
sono privati della loro carica potenziale attraverso atti locutori che implicitamente fanno ricorso
all’universalità del linguaggio e all’unità dell’Essere. Wittig sostiene che «è davvero possibile che
un’opera letteraria funzioni come una macchina da guerra», addirittura come «una perfetta macchina
da guerra»220. La principale strategia di questa guerra per le donne, le persone lesbiche e gli uomini
gay (che sono stati/e tutti/e particolarizzati/e attraverso l’identificazione con il «sesso«) consiste
nell’occupare la posizione del soggetto parlante e nell’invocare un punto di vista universale.
Il problema di come un soggetto particolare e relativo possa dire la sua uscita dalla categoria del
sesso orienta le varie considerazioni di Wittig su Djuna Barnes221, Marcel Proust222 e Nathalie
Sarraute223. In ognuno di questi casi, il testo letterario come macchina da guerra viene puntato contro
la divisione gerarchica del genere e contro la scissione tra universale e particolare, in nome del
ricupero di un’unità precedente ed essenziale di tali termini. Universalizzare il punto di vista delle
donne significa distruggere la categoria delle donne e insieme istituire la possibilità di un nuovo
umanismo. La distruzione è perciò sempre anche una restaurazione, cioè la distruzione di una serie di
categorie che introducono divisioni artificiali in un’ontologia altrimenti unificata.
Le opere letterarie, tuttavia, mantengono un accesso privilegiato a questa sfera primaria di
abbondanza ontologica. La frattura tra la forma e il contenuto corrisponde alla distinzione filosofica
artificiale tra pensiero astratto, universale, e realtà concreta, materiale. Wittig, come invoca Bachtin
per istituire i concetti quali realtà materiali, così invoca il linguaggio letterario più in generale per
ristabilire l’unità del linguaggio in quanto forma e contenuto indissolubili: «attraverso la letteratura
[...] le parole ci tornano indietro intere»224; «il linguaggio esiste come paradiso fatto di parole
visibili, udibili, palpabili, gustabili»225. Ma, soprattutto, le opere letterarie danno a Wittig
l’occasione di fare esperimenti con i pronomi che, all’interno dei sistemi del significato obbligatorio,
fanno coincidere il maschile con l’universale e immancabilmente particolarizzano il femminile. In
Les Guérillères226 cerca di eliminare qualsiasi rimando tra egli e loro (il-ils), di più, qualsiasi «egli»
(il), e di porre elles come ciò che sta per il generale, l’universale. «Lo scopo», scrive, «non è di
femminilizzare il mondo ma di rendere le categorie del sesso obsolete nel linguaggio»227.
Adottando consapevolmente una provocatoria strategia imperialista, Wittig sostiene che solo
assumendo il punto di vista dell’universale e dell’assoluto, lesbizzando effettivamente il mondo
intero, si può distruggere l’ordine obbligatorio dell’eterosessualità. Il j/e del Corpo lesbico si
presume istituisca la persona lesbica, non come soggetto diviso ma come il soggetto sovrano che può
dichiarare una guerra linguistica a quel «mondo» che ha costituito un attacco semantico e sintattico
contro la persona lesbica stessa. A Wittig non interessa richiamare l’attenzione sulla presenza dei
diritti delle «donne» o delle «persone lesbiche» in quanto individui, ma avversare l’episteme
eterosessista globalizzante con un controdiscorso di uguale portata e potere. Non si tratta di assumere
la posizione del soggetto che parla al fine di essere un individuo riconosciuto entro una serie di
relazioni linguistiche di reciprocità; piuttosto, il soggetto che parla diventa qualcosa di più
dell’individuo, diventa una prospettiva assoluta che impone le proprie categorie all’intera sfera
linguistica altrimenti detta «il mondo». Soltanto una strategia di guerra, le cui proporzioni rivaleggino
con quelle dell’eterosessualità obbligatoria, sostiene Wittig, riuscirà a contrastare efficacemente la
sua egemonia epistemica.
In senso ideale parlare è, per Wittig, un atto potente, un’affermazione di sovranità che allo stesso
tempo implica una relazione di eguaglianza con gli altri soggetti che parlano228. Questo «contratto»
ideale o primario del linguaggio opera a un livello implicito. Il linguaggio ha una duplice possibilità:
può essere usato per affermare una vera e inclusiva universalità delle persone, oppure può istituire
una gerarchia in cui soltanto alcune sono idonee a parlare, mentre altre, in virtù della loro esclusione
dal punto di vista universale, non possono «parlare» senza contemporaneamente delegittimare le loro
parole. Prima di questa relazione asimmetrica con la parola, tuttavia, c’è un contratto sociale ideale
in cui ogni atto linguistico in prima persona presuppone e afferma una reciprocità assoluta tra soggetti
che parlano (questa è la versione di Wittig della situazione linguistica ideale). Tuttavia, questa
reciprocità ideale viene distorta e occultata dal contratto eterosessuale, che costituisce il fulcro del
lavoro teorico più recente di Wittig229, pur essendo presente in tutti i suoi saggi teorici230.
Tacito, ma sempre operativo, il contratto eterosessuale non può essere ridotto a nessuna delle sue
apparenze empiriche. Scrive Wittig:
Mi sto confrontando con un oggetto che non esiste, un feticcio, una forma ideologica che non può essere afferrata nella realtà se non
attraverso i suoi effetti, la cui esistenza sta nella mente delle persone, ma in una maniera che influenza tutta la loro vita, il modo in cui si
comportano, il modo in cui si muovono, il modo in cui pensano. Dunque abbiamo a che fare con un oggetto che è allo stesso tempo
immaginario e reale231.
Come in Lacan, anche nella formulazione di Wittig l’idealizzazione dell’eterosessualità sembra
esercitare un controllo sui corpi di chi pratica l’eterosessualità, un controllo che si rivela infine
impossibile e che di fatto è destinato a inciampare nella sua stessa impossibilità. Wittig sembra
credere che solo un allontanamento radicale dai contesti eterosessuali, più precisamente, diventare
una persona lesbica o gay, possa provocare il crollo del regime eterosessuale. Ma questo esito
politico si dà solo a patto di considerare qualsiasi «partecipazione» all’eterosessualità come una
ripetizione e un consolidamento dell’oppressione eterosessuale. Le possibilità di risignificare la
stessa eterosessualità sono respinte proprio perché l’eterosessualità viene considerata un sistema
totale che richiede una decisa dislocazione. Le opzioni politiche che conseguono da tale concezione
totalizzante del potere eterosessista sono (a) la conformità radicale o (b) la rivoluzione radicale.
L’assunto di un’integrità sistemica dell’eterosessualità è estremamente problematico, sia per come
Wittig intende la pratica eterosessuale, sia per la sua concezione dell’omosessualità e del lesbismo.
In quanto radicalmente «fuori» dalla matrice eterosessuale, l’omosessualità è concepita come
radicalmente non condizionata dalle norme eterosessuali. Questa purificazione dell’omosessualità,
una sorta di modernismo lesbico, viene attualmente contestata da molti discorsi lesbici e gay, che
concepiscono la cultura lesbica e gay come incorporata nelle più ampie strutture dell’eterosessualità,
pur essendo collocata in una posizione di sovversione o risignificazione rispetto alle configurazioni
culturali eterosessuali. La concezione di Wittig respinge, pare, la possibilità di un’eterosessualità che
dipenda dalla volontà o dalla scelta; tuttavia, anche se l’eterosessualità è presentata come
obbligatoria o come un presupposto, non ne consegue che tutti gli atti eterosessuali siano
radicalmente determinati. Inoltre, la disgiunzione radicale di Wittig tra persone straight e gay replica
quel binarismo disgiuntivo che lei stessa caratterizza come il gesto filosofico di divisione proprio
della mentalità straight.
Sono convinta che la disgiunzione radicale di Wittig tra eterosessualità e omosessualità sia
semplicemente non vera, e che si diano strutture di omosessualità psichica nelle relazioni
eterosessuali e strutture di eterosessualità psichica nella sessualità e nelle relazioni gay e lesbiche.
Inoltre, esistono altri centri di potere/discorso che costruiscono e strutturano sia la sessualità gay sia
quella straight; l’eterosessualità non è l’unica manifestazione obbligatoria del potere che dà forma
alla sessualità. L’ideale di una eterosessualità coerente, che Wittig descrive come la norma e lo
standard del contratto eterosessuale, è un ideale impossibile, un «feticcio», come lei stessa
sottolinea. Un’elaborazione psicoanalitica potrebbe asserire che questa impossibilità si manifesta in
virtù della complessità e della resistenza di una sessualità inconscia che non è sempre già
eterosessuale. In questo senso, l’eterosessualità fornisce delle posizioni sessuali normative che sono
intrinsecamente impossibili da incarnare, e il ricorrente fallimento nell’identificarsi pienamente e
senza incoerenza con tali posizioni rivela che l’eterosessualità stessa non solo è una legge
obbligatoria ma anche una commedia inevitabile. È proprio questo il punto che vorrei sostenere:
riuscire a far vedere l’eterosessualità come un sistema obbligatorio e allo stesso tempo come una
commedia intrinseca, una costante parodia di se stessa, come una prospettiva gay e lesbica
alternativa.
Chiaramente la norma dell’eterosessualità obbligatoria opera davvero con la forza e la violenza
descritte da Wittig, ma secondo me questo non è l’unico modo in cui opera. Per Wittig le strategie di
resistenza politica all’eterosessualità normativa sono abbastanza dirette. In realtà, solo la gamma
delle persone dotate di un corpo, non impegnate in una relazione eterosessuale entro i confini della
famiglia, avente la riproduzione come il fine o telos della sessualità, contesta attivamente le categorie
del sesso o, perlomeno, non è complice degli assunti normativi e degli scopi di tali categorie. Per
Wittig essere delle persone lesbiche o gay significa non sapere più il proprio sesso, essere
impegnate/i in una confusione e proliferazione di categorie che fanno del sesso una categoria
impossibile dell’identità. Per quanto possa sembrare emancipativa, la proposta di Wittig ricalca quei
discorsi che nella cultura gay e lesbica fanno proliferare identità sessuali specificamente gay,
facendo proprie le categorie del sesso e rimettendole in campo. Parole come queens, butches,
femmes, girls, persino la riappropriazione parodica di termini come dyke, queer e fag, rimettono in
campo e destabilizzano le categorie del sesso e quelle categorie originariamente dispregiative
utilizzate per definire l’identità omosessuale. Tutti questi termini potrebbero essere intesi come
sintomi della «mentalità straight», modalità di identificazione con la versione che chi opprime dà
dell’identità dell’oppressa/o. D’altro canto, è certo che il termine lesbica è stato parzialmente
rivendicato rispetto ai suoi significati storici, e le categorie parodiche sono utili al fine di
denaturalizzare il sesso. Quando il ristorante gay del quartiere chiude per ferie, chi lo gestisce mette
fuori un cartello per spiegare che «ha lavorato troppo, è stanchissima e ha bisogno di riposare».
Questa appropriazione molto gay della femminilità funziona in direzione di una moltiplicazione dei
luoghi in cui è possibile applicare il termine, di un disvelamento della relazione arbitraria tra
significante e significato e di una destabilizzazione e mobilitazione del segno. Si tratta di una
«appropriazione» che colonizza la femminilità? A me sembra di no. Questa accusa presuppone che la
femminilità appartenga alle donne, un assunto sicuramente sospetto.
Nei contesti lesbici, l’«identificazione» con la mascolinità che si manifesta come identità butch
non è una mera riassimilazione del lesbismo ai termini dell’eterosessualità. Come mi ha spiegato una
femme lesbica, a lei piace che i suoi boys siano girls, intendendo che «essere una girl» contestualizza
e risignifica la «mascolinità» in un’identità butch. Il risultato è che la mascolinità, se così la si può
chiamare, viene sempre messa in rilievo rispetto a un «corpo femminile» culturalmente intelligibile.
E sono proprio questa giustapposizione dissonante e la tensione sessuale che deriva dal trasgredirla a
costituire l’oggetto del desiderio. In altre parole, l’oggetto del desiderio [e chiaramente qui non ce
n’è uno solo] della lesbica-femme non è né un corpo femminile decontestualizzato, né un’identità
maschile distinta ma sovraimposta, ma la destabilizzazione di entrambi i termini nel momento in cui
entrano in un’interazione erotica. Analogamente alcune donne eterosessuali o bisessuali potrebbero
benissimo preferire che la relazione tra «figura» e «sfondo» funzionasse nella direzione opposta,
potrebbero preferire che le loro girls fossero boys. In questo caso, la percezione di un’identità «al
femminile» verrebbe giustapposta al «corpo maschile» quale sfondo, ma con quella giustapposizione
entrambi i termini perderebbero la loro stabilità interna e la loro distinzione reciproca. Chiaramente
questo modo di concepire scambi di desiderio connotati dal punto di vista del genere introduce una
complessità assai maggiore, perché il gioco della mascolinità e della femminilità così come
l’inversione tra sfondo e figura, costituisce una produzione altamente complessa e strutturata del
desiderio. Significativamente, sia il corpo sessuato in quanto «sfondo» sia l’identità butch o femme in
quanto «figura» possono cambiare posizione, invertirsi e creare vari tipi di confusione erotica.
Nell’uno e nell’altra possono avanzare rivendicazioni in direzione del «reale», sebbene entrambi
possano qualificarsi come oggetto di una credenza, a seconda della dinamica dello scambio sessuale.
L’idea che butch e femme siano in un certo senso «repliche» o «copie» dello scambio eterosessuale
sottovaluta la significatività erotica di queste identità, che sono internamente dissonanti e complesse
nella risignificazione delle categorie egemoniche che le legittimano. Le femme lesbiche potrebbero
richiamare la scena eterosessuale, per così dire, ma insieme anche dislocarla. Nell’identità butch e
nell’identità femme la stessa idea di un’identità originale e naturale viene messa in questione; ed è
proprio tale messa in questione, così come è incarnata in queste identità, che diventa una delle fonti
della loro rilevanza erotica.
Anche se Wittig non esamina il significato delle identità butch/femme, la sua nozione di sesso
fittizio suggerisce l’analoga dissimulazione di una nozione naturale o originale della coerenza di
genere, che si presume esista tra corpi sessuati, identità di genere e sessualità. Nella descrizione di
Wittig del sesso come categoria fittizia è implicita l’idea che le varie componenti del «sesso»
potrebbero benissimo disaggregarsi. In questo venir meno della coerenza del corpo, la categoria del
sesso potrebbe non funzionare più in senso descrittivo in nessuna sfera culturale data. Se la categoria
del «sesso» viene istituita attraverso atti ripetuti, allora, per contro, l’azione sociale dei corpi entro
il campo della cultura può togliere quel potere di realtà che i corpi stessi hanno investito in questa
categoria.
Per togliere potere, si dovrebbe concepire il potere stesso come un’operazione volontaria
revocabile; di più, il contratto eterosessuale andrebbe concepito nella sua dipendenza da una serie di
scelte, così come il contratto sociale in Locke e in Rousseau presuppone la scelta razionale o la
volontà deliberata di coloro che governa. Ma se si rifiuta di ricondurre il potere alla volizione e se si
rifiuta il modello classico, liberale ed esistenziale, di libertà, allora le relazioni di potere possono
essere concepite, come io credo si dovrebbe fare, come ciò che limita e costituisce le stesse
possibilità volitive. Dunque, il potere non può essere né annullato né respinto, lo si può solo
rimettere in campo. In effetti, secondo me, la pratica gay e lesbica dovrebbe concentrarsi
normativamente sulla rimessa in campo sovversiva e parodica del potere, anziché sulla fantasia
impossibile di un suo completo trascendimento.
Mentre Wittig chiaramente immagina il lesbismo come un rifiuto totale dell’eterosessualità, io
sosterrei che anche quel rifiuto costituisce un impegno e, in definitiva, una dipendenza radicale dagli
stessi termini che il lesbismo intende trascendere. Se la sessualità e il potere sono coestensivi e se la
sessualità lesbica non è né più né meno costruita di altre modalità della sessualità, allora non si dà
alcuna promessa di un piacere illimitato dopo che siano state spezzate le catene della categoria del
sesso. La presenza strutturante dei costrutti eterosessuali nella sessualità gay e lesbica non significa
che questi costrutti la determinino, né che la sessualità gay e lesbica sia derivabile da tali costrutti, o
riducibile a essi. Infatti, si pensi agli effetti di depotenziamento e denaturalizzazione della messa in
campo specificamente gay dei costrutti eterosessuali. La presenza di queste norme non solo
costituisce un luogo di potere che non può essere respinto, ma può diventare e in effetti diventa il
luogo di una contestazione ed esposizione parodica, che priva l’eterosessualità obbligatoria delle sue
rivendicazioni di naturalità e originalità. Wittig fa appello a una posizione al di là del sesso, che
riporta la sua teoria verso un umanismo problematico, basato su una metafisica della presenza
altrettanto problematica. E tuttavia le sue opere letterarie sembrano mettere in atto una strategia
politica diversa da quella che chiama esplicitamente in causa nei suoi saggi teorici. Nel Corpo
lesbico e Les Guérillères, la strategia narrativa attraverso la quale viene articolata la trasformazione
politica fa ripetutamente uso di rischieramenti e transvalutazioni per riutilizzare termini
originariamente oppressivi e privarli, allo stesso tempo, delle loro funzioni di legittimazione.
Per quanto Wittig sia una «materialista», il termine nel quadro teorico del suo lavoro assume un
significato specifico. Intende superare la scissione tra materialità e rappresentazione che caratterizza
la mentalità «straight». Il materialismo non implica né una riduzione delle idee alla materia né una
concezione della teoria come rispecchiamento della sua base economica, strettamente intesa. Il
materialismo di Wittig pone alla base dell’analisi critica istituzioni e pratiche sociali, in particolare
l’istituzione dell’eterosessualità. Nei suoi saggi sulla mentalità straight e sul contratto sociale The
Straight Mind e On the Social Contract232, concepisce l’istituzione dell’eterosessualità quale base
fondante degli ordini sociali dominati dal maschile. La «natura» e la sfera della materialità sono
idee, costrutti ideologici prodotti da queste istituzioni sociali per sostenere gli interessi politici del
contratto eterosessuale. In questo senso, Wittig è un’idealista classica che concepisce la natura come
rappresentazione mentale. Un linguaggio di significati obbligatori produce questa rappresentazione
della natura per promuovere la strategia politica di dominio sessuale e per razionalizzare
l’istituzione dell’eterosessualità obbligatoria.
Diversamente da Beauvoir, Wittig concepisce la natura non come una materialità resistente, un
medium, una superficie o un oggetto; è un’«idea» generata e mantenuta ai fini del controllo sociale.
Nel Corpo lesbico viene messa in evidenza la vera e propria elasticità dell’apparente materialità del
corpo, mentre il linguaggio figura e rifigura le parti del corpo in configurazioni sociali della forma (e
dell’anti-forma) radicalmente nuove. Al pari di quei linguaggi comuni e scientifici che mettono in
circolazione l’idea di «natura» e così producono in una concezione naturalizzata dei corpi sessuati in
modo distinto, il linguaggio di Wittig mette in atto uno sfigurare e rifigurare alternativo dei corpi. Il
suo scopo è di rivelare come l’idea di un corpo naturale sia una costruzione e di offrire una serie di
strategie di decostruzione e ricostruzione per configurare corpi che contestino il potere
dell’eterosessualità. La stessa configurazione e forma dei corpi, il principio che li unifica, le loro
parti composite sono sempre figurati da un linguaggio intriso di interessi politici. Per Wittig la
scommessa politica sta nell’impadronirsi del linguaggio come mezzo di rappresentazione e di
produzione, nel trattarlo come uno strumento che sempre costruisce la sfera dei corpi e che andrebbe
utilizzato per decostruire e costruire i corpi al di fuori delle categorie oppressive del sesso.
Se la moltiplicazione delle possibilità del genere ne mette in evidenza e ne disgrega le reificazioni
binarie, quale è la natura dell’attuazione di tale sovversione? In che modo tale attuazione può
costituire una sovversione? Nel Corpo lesbico l’atto del fare l’amore frammenta letteralmente i corpi
delle partner. In quanto sessualità lesbica questa serie di atti, che si collocano fuori dalla matrice
riproduttiva, produce il corpo come centro incoerente di attributi, gesti e desideri. Anche in Les
Guérrilères, nella lotta tra le «donne» e chi le opprime, emerge lo stesso effetto di disintegrazione,
di violenza persino. In tale contesto, Wittig prende chiaramente le distanze da chi vorrebbe sostenere
la nozione di un piacere, di una scrittura, o di un’identità «specificamente femminili»; praticamente si
prende gioco di chi elegge il «cerchio» a proprio emblema. Per Wittig non si tratta di prediligere il
lato al femminile dell’opposizione binaria rispetto a quello al maschile, ma di dislocare
l’opposizione binaria in quanto tale, attraverso una disintegrazione specificamente lesbica delle sue
categorie costitutive.
La disintegrazione appare in modo letterale nel testo di finzione, come accade con la lotta violenta
in Les Guérrilères. I testi di Wittig sono stati criticati per l’uso della violenza e della forza, nozioni
che in superficie sembrano antitetiche rispetto agli scopi femministi. Ma va tenuto presente che la
strategia narrativa di Wittig non consiste nell’identificare la femminilità attraverso una strategia di
differenziazione o di esclusione dalla mascolinità, la quale consolida la gerarchia e il binarismo
attraverso una transvalutazione dei valori per la quale le donne rappresentano ora l’ambito di valore
positivo. Contro una strategia che consolida l’identità delle donne attraverso un processo di
esclusione differenziante, Wittig offre una strategia di riappropriazione e di rimessa in campo
sovversiva proprio di quei «valori» che originariamente sembravano appartenere all’ambito della
mascolinità. Si potrebbe benissimo obiettare che Wittig ha assimilato dei valori al maschile, o che
addirittura è «identificata al maschile», ma la stessa nozione di «identificazione» riaffiora nel
contesto di questa produzione letteraria in modo incommensurabilmente più complesso di quanto
l’uso acritico del termine suggerisca. Significativamente, nel suo testo, la violenza e la lotta vengono
ricontestualizzate, non assumono più gli stessi significati che hanno in contesti di oppressione. Non si
tratta né di un semplice «cambiare le carte in tavola», per cui le donne iniziano a esercitare la
violenza contro gli uomini, né di una semplice interiorizzazione di norme al maschile, per cui le
donne ora iniziano a esercitare la violenza contro se stesse. La violenza del testo ha come bersaglio
l’identità e la coerenza della categoria del sesso, un costrutto senza vita, un costrutto che mira a
spegnere la vita del corpo. Dato che questa categoria è il costrutto naturalizzato che fa apparire
inevitabile l’istituzione dell’eterosessualità normativa, la violenza testuale di Wittig viene attuata
contro quella istituzione, e non tanto per la sua eterosessualità, quanto per la sua obbligatorietà.
Si noti anche che la categoria del sesso e l’istituzione naturalizzata dell’eterosessualità sono
costrutti, fantasie o «feticci» socialmente istituiti e regolati, categorie non naturali ma politiche
(categorie che dimostrano che in tali contesti il ricorso al naturale è sempre politico). Perciò il
corpo che viene frammentato, le guerre tra donne, sono violenze testuali, sono la decostruzione di
costrutti che rappresentano già sempre una sorta di violenza contro le possibilità del corpo.
Ma a questo punto potremmo chiederci: che cosa resta quando il corpo, reso coerente dalla
categoria del sesso, viene disaggregato, reso caotico? Questo corpo può essere ri-membrato,
ricomposto di nuovo? Esistono possibilità di azione che non richiedono un riassemblaggio coerente
di questo costrutto? Il testo di Wittig non si limita a decostruire il sesso e a offrire un modo per
disintegrare la falsa unità designata dal sesso, mette anche in atto una sorta di diffusa capacità di
agire corporea, generata da un certo numero di centri di potere differenti. In effetti, fonte della
capacità di agire personalmente e politicamente non si ritrova all’interno dell’individuo, ma avviene
all’interno di e attraverso complessi scambi culturali tra corpi, in cui l’identità è sempre mobile,
anzi, dove l’identità viene costruita, disintegrata e rimessa in circolo soltanto nel contesto di un
campo dinamico di relazioni culturali. Dunque, per Wittig come per Beauvoir, essere una donna
significa diventare una donna, ma poiché questo processo non è assolutamente fisso, è possibile
diventare un essere che non è veramente descritto né dal termine uomo né dal termine donna. Non si
tratta della figura dell’androgino/a, nemmeno di un qualche ipotetico «terzo genere», né si tratta di
trascendere l’opposizione binaria. Si tratta invece di una sovversione interna, per cui l’opposizione
binaria è insieme assunta e fatta proliferare fino al punto in cui non ha più senso. La forza della
narrativa di Wittig, la sua sfida linguistica consiste nell’offrire un’esperienza che va al di là delle
categorie dell’identità, una lotta erotica per creare nuove categorie dalle rovine di quelle vecchie,
nuovi modi di essere un corpo all’interno della sfera culturale e linguaggi completamente nuovi per
descriverli.
In risposta alla formulazione di Beauvoir, «donna non si nasce, lo si diventa», Wittig sostiene che
anziché diventare una donna si può (chiunque può?) diventare una persona lesbica. Nel respingere la
categoria delle donne, il femminismo lesbico di Wittig sembra eliminare qualsiasi solidarietà con le
donne eterosessuali e assumere implicitamente che il lesbismo è la conseguenza logicamente o
politicamente necessaria del femminismo. Questo tipo di prescrittivismo separatista non è
sicuramente più praticabile. Ma se anche fosse politicamente desiderabile, quali criteri sarebbero
usati per definire la questione dell’«identità» sessuale?
Se diventare una lesbica è un atto, un prendere o lasciare l’eterosessualità, un’auto-nominazione
che contesta i significati obbligatori dell’eterosessualità di donne e uomini, che cosa impedisce al
nome lesbica di diventare una categoria altrettanto obbligatoria? Che cosa qualifica in quanto
lesbica? Qualcuno/a lo sa? Se una persona lesbica confuta la disgiunzione radicale tra economia
eterosessuale e omosessuale promossa da Wittig, rimane una persona lesbica o non lo è più? E se si
tratta di un «atto» che fonda l’identità quale realizzazione performativa della sessualità, esistono
determinati tipi di atti che si definiscono fondativi rispetto ad altri? Si può compiere questo atto con
una mentalità «straight»? Si può concepire la sessualità lesbica in quanto contestazione non solo
della categoria di «sesso», di «donne», di «corpi naturali», ma anche della categoria di «lesbica»?
È interessante che Wittig suggerisca una relazione necessaria tra il punto di vista omosessuale e il
linguaggio figurativo, quasi che essere un/a omosessuale significasse contestare la sintassi e la
semantica obbligatorie che costituiscono il «reale». Escluso dal reale, il punto di vista omosessuale,
sempre che esista, potrebbe davvero concepire il reale come ciò che viene costituito attraverso una
serie di esclusioni, come margini che non appaiono, come assenze che non figurano. Che tragico
errore sarebbe, allora, costruire un’identità gay/lesbica con gli stessi mezzi di esclusione, come se
chi è escluso/a non fosse, proprio per via dell’esclusione, sempre presupposto/a e, addirittura,
richiesto/a ai fini della costruzione di quell’identità. Paradossalmente, questa esclusione istituisce
proprio la relazione di dipendenza radicale che cerca di superare: il lesbismo richiederebbe dunque
l’eterosessualità. Il lesbismo, che si definisce attraverso la radicale esclusione dall’eterosessualità,
si priva della capacità di risignificare i costrutti eterosessuali dai quali è parzialmente e
inevitabilmente costituito. L’esito sarebbe una strategia lesbica che consolida l’eterosessualità
obbligatoria nelle sue forme oppressive.
La strategia più insidiosa ed efficace pare sia quella di una decisa appropriazione e rimessa in
campo delle categorie stesse dell’identità, non una mera contestazione del sesso, ma l’articolazione
della convergenza di discorsi sessuali multipli nel luogo dell’«identità», per rendere questa
categoria, in qualunque forma si presenti, permanentemente problematica.
IV. Iscrizioni corporee, sovversioni performative
«Greta Garbo ‘diventava drag’ ogni qualvolta recitava una parte altamente glamour, ogni qualvolta si lasciava andare o si scioglieva
dall’abbraccio di un uomo, ogni qualvolta lasciava semplicemente che il suo collo divinamente flessuoso [...] sostenesse il peso della testa
rovesciata all’indietro [...]. Com’è splendida l’arte della recitazione! È tutta una personificazione, che sia vero o no il sesso che vi sta
dietro»
Parker Tyler
The Garbo Image, cit. in Esther Newton, Mother Camp
Le categorie del vero sesso, del genere distinto e della sessualità specifica hanno rappresentato il
punto di riferimento stabile per molta teoria e per molta politica femminista. Questi costrutti
dell’identità funzionano come punti di partenza epistemici da cui emerge la teoria e in base ai quali la
politica stessa viene modellata. Nel caso del femminismo, la politica è modellata al fine di esprimere
gli interessi e le prospettive delle «donne». Ma esiste una forma politica delle «donne», per così
dire, che precede e prefigura l’elaborazione politica dei loro interessi e del loro punto di vista
epistemico? Come viene configurata questa identità? Si tratta di una formazione politica che assume
la morfologia e i confini del corpo sessuato a propria base, superficie o luogo di iscrizione culturale?
Che cosa circoscrive quel luogo come «il corpo femminile»? «Il corpo» o «il corpo sessuato» è il
fondamento sicuro su cui operano il genere e i sistemi della sessualità obbligatoria? Oppure «il
corpo» stesso è modellato da forze politiche che hanno interessi strategici nel mantenere quel corpo
legato e costituito dalle marcature del sesso?
La distinzione sesso/genere e la stessa categoria di sesso sembrano presupporre una
generalizzazione «del corpo» che preesiste all’acquisizione del suo significato sessuato. Questo
«corpo» spesso sembra essere un medium passivo, che viene significato da un’iscrizione derivante
da una fonte culturale figurata [figured] come «esterna» a quel corpo. Qualunque teoria del corpo
culturalmente costruito, tuttavia, dovrebbe mettere in questione «il corpo» come costrutto dalla
generalità sospetta, quando viene figurato come passivo e antecedente al discorso. Tali concezioni
hanno precedenti cristiani e cartesiani che, prima della nascita della biologia vitalistica ottocentesca,
intendevano «il corpo» come una materia inerte, che non significava nulla o che, più specificamente,
significava un vuoto profano, una caduta: l’inganno, il peccato, l’eterno femminino e le metafore
prefiguranti l’inferno. Nell’opera di Sartre e di Beauvoir si trovano molti passi in cui «il corpo» è
figurato come una fatticità muta, che anticipa un significato che può venire solo da una coscienza
trascendente, concepita in termini cartesiani come radicalmente immateriale. Ma che cosa instaura
questo dualismo? Che cosa separa «il corpo», come ciò che è indifferente alla significazione, dalla
significazione, quale atto di una coscienza radicalmente disincarnata, o meglio, quale atto che
disincarna radicalmente la coscienza? In che misura questo dualismo cartesiano è assunto dalla
fenomenologia rielaborata nel quadro dello strutturalismo, in cui il binomio mente/corpo viene
ridescritto nei termini del binomio natura/cultura? Rispetto al discorso di genere, in che misura questi
dualismi problematici operano ancora nelle descrizioni che dovrebbero condurci fuori da quel
binarismo e dalla sua implicita gerarchia? Quanto distintamente vengono delimitati i contorni del
corpo, quella base o superficie «data per scontata» su cui vengono iscritte le significazioni di genere,
quella mera fatticità priva di valore, precedente il significato?
Wittig ci dice che è un a priori epistemico culturalmente specifico a istituire la naturalità del
«sesso». Ma per quali enigmatiche vie «il corpo» è stato accettato come un dato prima facie che non
ammette alcuna genealogia? Persino nel saggio di Foucault sul tema della genealogia, il corpo viene
figurato come una superficie e come la scena di un’iscrizione culturale: «il corpo: superficie
d’iscrizione degli eventi»233.
Il compito della genealogia, sostiene Foucault, è di «mostrare il corpo tutto impresso di storia». La
frase continua però con un riferimento allo scopo della «storia» (qui chiaramente intesa sul modello
freudiano della «civiltà»), come ciò che «devasta il corpo»234. Forze e impulsi con direzionalità
multiple sono proprio ciò che la storia distrugge e preserva insieme attraverso l’Entstehung (evento
storico) dell’iscrizione. In quanto «volume in perpetuo sgretolamento»235, il corpo è sempre sotto
assedio, patisce la distruzione da parte della storia stessa. E la storia è creazione di valori e
significati a opera di una pratica significante che richiede l’assoggettamento del corpo. Questa
devastazione del corpo è necessaria per produrre il soggetto che parla e le sue significazioni. Si
tratta di un corpo, descritto attraverso il lessico della superficie e della forza, indebolito attraverso
«l’opera recitata su questo teatro senza luogo» fatta di dominio, iscrizione e creazione236. Questo non
è il modus vivendi di un tipo di storia piuttosto che di un’altra, è, per Foucault, «la storia»237 nel suo
gesto essenziale e repressivo.
Pur scrivendo che «nulla nell’uomo [sic] – nemmeno il suo corpo – è abbastanza saldo per
comprendere gli altri uomini [sic] e riconoscersi in essi»238, Foucault sottolinea comunque la
costanza dell’iscrizione culturale quale «opera recitata» che agisce sul corpo. Se la creazione dei
valori, quella modalità storica di significazione, richiede la distruzione del corpo, proprio come, nel
racconto kafkiano Nella colonia penale, lo strumento di tortura distrugge il corpo su cui scrive,
allora deve esserci un corpo che precede quell’iscrizione, stabile e identico a se stesso, soggetto a
quella distruzione sacrificale. In un certo senso per Foucault, come per Nietzsche, i valori culturali
emergono come risultato di un’iscrizione sul corpo, considerato alla stregua di un medium,
addirittura come una pagina bianca: tuttavia perché questa iscrizione significhi, quello stesso medium
deve essere distrutto, vale a dire totalmente transvalutato in una sfera sublimata di valori. All’interno
dello spettro metaforico di questa nozione dei valori culturali si trovano la figura della storia, quale
implacabile strumento di scrittura, e il corpo, quale medium che deve essere distrutto e trasfigurato
perché la «cultura» emerga.
Nel sostenere l’idea di un corpo che precede la propria iscrizione culturale, Foucault sembra
presupporre una materialità precedente alla significazione e alla forma. Questa distinzione, dato che
è essenziale per il compito della genealogia, così come lo definisce Foucault, non è mai oggetto, a
sua volta, di un’indagine genealogica. Talora, nella sua analisi di Herculine, Foucault aderisce
all’idea di una molteplicità pre-discorsiva di forze corporee, che erompono alla superficie del
corpo, per disgregare le pratiche regolative della coerenza culturale, imposte a quel corpo da un
regime di potere concepito come una vicissitudine della «storia». Se si respinge il presupposto di
una qualche fonte di distruzione, è ancora possibile fornire una descrizione genealogica della
demarcazione del corpo in quanto tale come pratica di significazione? Questa demarcazione non è
intrapresa da una storia reificata o da un soggetto. Questa marcatura è il risultato di una strutturazione
diffusa e attiva del campo sociale. Questa pratica di significazione dà origine a uno spazio sociale
per e del corpo all’interno di determinate griglie regolatorie di intelligibilità.
Purezza e pericolo di Mary Douglas ci dice che i contorni stessi del «corpo» sono stabiliti
attraverso marcature che cercano di instaurare specifici codici di coerenza culturale. Ogni discorso
che istituisce i confini del corpo lavora al fine di insediare e naturalizzare alcuni tabù relativi ai
limiti, alle posture e ai modi di scambio appropriati, che definiscono ciò che costituisce i corpi:
le idee di separazione, purificazione, demarcazione e punizione delle trasgressioni svolgono come funzione principale quella di
sistematizzare un’esperienza di per sé disordinata. È solamente esagerando la differenza tra unito e separato, sopra e sotto, maschio e
femmina, con e contro che si crea l’apparenza dell’ordine239.
Anche se Douglas aderisce chiaramente alla distinzione strutturalista tra una natura intrinsecamente
trasgressiva e un ordine imposto con mezzi culturali, la «sporcizia» di cui parla può essere
ridescritta come una zona di trasgressione e disordine culturali. Nell’assumere la struttura
inevitabilmente binaria della distinzione natura/cultura, Douglas non può guardare a una
configurazione alternativa della cultura, in cui queste distinzioni diventino malleabili o proliferino al
di là della cornice binaria stessa. Tuttavia, la sua analisi offre un possibile punto di partenza per
comprendere la relazione attraverso la quale i tabù sociali istituiscono e mantengono i confini del
corpo in quanto tale. La sua analisi ci dice che ciò che costituisce il limite del corpo non è mai
meramente materiale, ma che la superficie, la pelle, è sistematicamente significata da tabù e da
trasgressioni anticipate; in effetti nella sua analisi, i confini del corpo diventano i limiti del sociale in
sé. Una rielaborazione poststrutturalista della sua prospettiva potrebbe benissimo concepire i confini
del corpo come i limiti di ciò che è socialmente egemonico. In diverse culture, sostiene Douglas, ci
sono
i poteri della contaminazione che sono inerenti alla stessa struttura concettuale; questi poteri puniscono la simbolica rottura di ciò che
dovrebbe essere unito e l’unione di ciò che dovrebbe essere separato. Ne consegue che la contaminazione è un tipo di pericolo che non
ha probabilità di verificarsi, a eccezione del caso in cui siano chiaramente definite le linee di struttura del cosmo o della società.
Una persona responsabile di contaminazione è sempre in torto. Essa ha prodotto delle condizioni non giuste o semplicemente ha
varcato dei confini che non avrebbe dovuto varcare, e questo sconfinamento è cagione di pericolo per qualcuno240.
Simon Watney, nel suo libro Policing Desire: AIDS, Pornography and the Media,ha individuato,
in un certo senso, la costruzione contemporanea della «persona responsabile di contaminazione» in
chi ha l’AIDS241. Non solo la malattia viene figurata come «l’infezione gay», ma nella reazione
isterica e omofoba dei media alla malattia stessa si è persino data la costruzione tattica di una
continuità tra lo statuto contaminato dell’omosessuale, relativo all’attraversamento di confine
costituito dall’omosessualità, e l’infezione quale specifica modalità di contaminazione omosessuale.
Il fatto che la malattia sia trasmessa attraverso lo scambio di liquidi corporei indica, nei tracciati
sensazionalistici dei sistemi omofobi di significazione, i pericoli che i confini permeabili del corpo
presentano per l’ordine sociale in quanto tale. Douglas nota che «il corpo è un modello che può
valere per qualsiasi sistema circoscritto: i suoi confini possono servire a raffigurare tutti i confini
minacciati e precari»242. E pone una domanda che avremmo potuto aspettarci da Foucault: «perché i
margini del corpo umano si dovrebbero ritenere investiti in modo speciale di poteri e di
pericoli?»243.
Douglas ci dice che tutti i sistemi sociali sono vulnerabili ai margini e che dunque tutti i margini
vengono considerati pericolosi. Se il corpo è una sineddoche del sistema sociale in sé, o il luogo in
cui convergono sistemi aperti, allora qualsiasi tipo di permeabilità non regolamentata costituisce un
luogo di contaminazione e pericolo. Dato che il sesso anale e orale tra uomini istituisce chiaramente
alcuni tipi di permeabilità del corpo non sanciti dall’ordine egemonico, l’omosessualità maschile
costituirebbe, secondo questa prospettiva egemonica, un luogo di pericolo e contaminazione,
precedente alla, e indipendente dalla, presenza culturale dell’AIDS. Analogamente, lo statuto
«contaminato» delle lesbiche, indipendentemente dal loro statuto a basso rischio rispetto all’AIDS,
mette in rilievo i pericoli connessi agli scambi tra i loro corpi. Significativamente, essere «fuori»
dall’ordine egemonico non significa essere «dentro» a uno stato di natura sporco e disordinato.
Paradossalmente, l’omosessualità viene quasi sempre concepita, entro un’economia omofobica della
significazione, come non civilizzata e non naturale al contempo.
La costruzione di contorni stabili del corpo si fonda su luoghi fissi di permeabilità e
impermeabilità del corpo. Le pratiche sessuali che, in contesti omosessuali ed eterosessuali, aprono
alla significazione erotica superfici e orifizi, o ne chiudono altri, reiscrivono effettivamente i confini
del corpo lungo nuove linee culturali. Il sesso anale tra uomini ne è un esempio, come lo è il radicale
ri-membramento del corpo nel Corpo lesbico di Wittig. Douglas allude a «un tipo di contaminazione
sessuale che rivela la volontà di mantenere intatto il corpo (fisico o sociale)»244, suggerendo che la
nozione naturalizzata «del» corpo sia essa stessa una conseguenza dei tabù che rendono quel corpo
distinto in virtù dei propri confini stabili. Inoltre, i riti di passaggio che governano i diversi orifizi
del corpo presuppongono una costruzione eterosessuale degli scambi, delle posizioni e delle
possibilità erotiche connotate dal punto di vista di genere. La deregolamentazione di tali scambi
rompe dunque proprio i confini che determinano ciò che significa essere un corpo. Di più, l’indagine
critica che traccia le pratiche regolative entro le quali sono costruiti i contorni del corpo, costituisce
proprio la genealogia «del corpo» nella sua separatezza, e potrebbe radicalizzare ulteriormente la
teoria foucaultiana245.
Significativamente, quando in Poteri dell’orrore Kristeva discute dell’abiezione, adombra l’uso
dell’idea strutturalista di un tabù che traccia confini al fine di costruire attraverso l’esclusione un
soggetto distinto246. L’«abietto» designa ciò che è stato espulso dal corpo, eliminato come
escremento, reso letteralmente «Altro». Si presenta come un’espulsione di elementi alieni, ma in
effetti è l’espulsione a stabilire ciò che è alieno. La costruzione del «non me» in quanto abietto
istituisce i confini del corpo che sono anche i primi contorni del soggetto. Scrive Kristeva:
[...] la nausea mi fa inarcare contro quella panna di latte e mi separa dalla madre e dal padre che me la presentano. Questo elemento,
segno del loro desiderio, «io» non lo voglio, «io» non ne voglio sapere, «io» non l’assimilo, «io» lo espello. Ma poiché quel cibo non è un
«altro» per «me» che sono solamente nel loro desiderio, io mi espello, mi sputo, mi abietto nello stesso movimento con cui «io» pretendo
di pormi247.
Il confine del corpo così come la distinzione tra interno ed esterno vengono stabiliti attraverso
l’espulsione e la transvalutazione di qualcosa che originariamente era parte dell’identità in una
alterità contaminante. Come ha proposto Iris Young utilizzando Kristeva per comprendere il
sessismo, l’omofobia e il razzismo, il ripudio dei corpi per via del loro sesso, della loro sessualità
e/o del loro colore, è un’«espulsione» seguita da una «repulsione», che fonda e consolida le identità
culturalmente egemoniche lungo gli assi di differenziazione del sesso/razza/sessualità248. Il modo in
cui Young si appropria di Kristeva mostra come l’operazione della repulsione possa consolidare le
«identità» fondate sull’istituzione dell’«Altro» o di una serie di «Altri/e» attraverso l’esclusione e il
dominio. Ciò che costituisce, attraverso la divisione, i mondi «interni» ed «esterni» del soggetto, è
una frontiera e un confine mantenuti solo debolmente al fine della regolazione e del controllo sociale.
Il confine tra l’interno e l’esterno viene confuso da quei passaggi escretori in cui l’interno
effettivamente diviene esterno e tale funzione escretoria diventa, per così dire, il modello in base al
quale si compiono le altre forme di differenziazione dell’identità. In effetti, questo è il modo in cui
gli/le Altri/e diventano merda. Perché i mondi interni ed esterni rimangano assolutamente distinti,
l’intera superficie del corpo dovrebbe raggiungere un’impossibile impermeabilità. La sigillatura
delle sue superfici costituirebbe il confine ininterrotto del soggetto; ma questa chiusura verrebbe fatta
immancabilmente esplodere proprio dalla sporcizia escretoria che paventa.
Pur essendo metafore interessanti, le distinzioni spaziali di interno ed esterno rimangono termini
linguistici che favoriscono e articolano una serie di fantasie, temute e desiderate. «Interno» ed
«esterno» hanno senso solo in riferimento a un confine di mediazione che aspira alla stabilità. E
questa stabilità, questa coerenza, è in gran parte determinata da ordini culturali che sanciscono il
soggetto e gli impongono di differenziarsi dall’abietto. «Interno» ed «esterno» costituiscono dunque
la distinzione binaria che stabilizza e consolida il soggetto coerente. Quando quel soggetto viene
messo in questione, il significato e la necessità dei termini sono soggetti a una dislocazione. Se il
«mondo interiore» non designa più un topos, allora la fissità interna del sé e addirittura la
localizzazione interna dell’identità di genere diventano analogamente sospette. Il problema critico
non è ‘come quell’identità è stata interiorizzata?’, come se l’interiorizzazione fosse un processo o un
meccanismo ricostruibile in modo descrittivo. Piuttosto la domanda da porre è: a partire da quale
posizione strategica nel discorso pubblico, e per quali ragioni, la figura dell’interiorità e
l’opposizione binaria disgiuntiva interno/esterno si sono consolidate? Entro quale linguaggio lo
«spazio interiore» trova la sua figurazione? Di che tipo di figurazione si tratta, e attraverso quale
figura del corpo viene significata? In che modo un corpo raffigura in superficie l’invisibilità della
sua profondità nascosta?
Dall’interiorità ai performativi di genere
In Sorvegliare e punire Foucault mette in questione il linguaggio dell’interiorizzazione, in quanto
opera al servizio del regime disciplinare di assoggettamento e soggettivazione dei criminali249. Pur
avendo criticato, nella Storia della sessualità, ciò che considerava la credenza psicoanalitica in una
verità «interiore» del sesso, Foucault si rivolge a una critica della dottrina dell’interiorizzazione per
scopi diversi, nel quadro della sua storia della criminologia. In un certo senso, Sorvegliare e punire
può essere letto come il tentativo di Foucault di riscrivere, sul modello dell’iscrizione, la dottrina
nietzscheana dell’interiorizzazione presente nella Genealogia della morale. Per quanto riguarda i
detenuti e le detenute, scrive Foucault, la strategia non è consistita nell’imporre loro di reprimere i
loro veri e propri essenza, necessità, stile. Tale legge non viene letteralmente interiorizzata, ma
incorporata, così che vengono prodotti dei corpi che la significano sul corpo e attraverso di esso; la
legge si manifesta quale l’essenza del loro sé, come significato della loro anima e della loro
coscienza, come legge del loro desiderio. In effetti, la legge è insieme pienamente manifesta e
pienamente latente, perché non appare mai come esterna ai corpi che assoggetta e soggettivizza.
Scrive Foucault:
Non bisognerebbe dire che l’anima è un’illusione o un effetto ideologico: ma che esiste, che ha una realtà, che viene prodotta in
permanenza, intorno, alla superficie, all’interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che
vengono puniti250.
La figura dell’anima interiore, concepita come qualcosa che sta «all’interno» del corpo, viene
significata attraverso la sua iscrizione sul corpo, sebbene la sua modalità primaria di significazione
avvenga attraverso la sua stessa assenza, la sua potente invisibilità. L’effetto di uno spazio interiore
strutturante viene prodotto attraverso la significazione di un corpo quale recinto vitale e sacro.
L’anima è proprio ciò che manca al corpo; così dunque il corpo si presenta come una mancanza
significante. La mancanza che il corpo è significa l’anima come ciò che non può mostrarsi. In questo
senso, dunque, l’anima è una significazione di superficie, che contesta e disloca la distinzione
interno/esterno, una figura dello spazio psichico interiore iscritto sul corpo quale significazione
sociale che rinuncia perpetuamente a se stessa in quanto tale. In termini foucaultiani, l’anima non è
imprigionata dal o nel corpo, come suggerirebbe un certo immaginario cristiano, ma «l’anima [è] la
prigione del corpo»251.
La ridescrizione dei processi intrapsichici nei termini di una politica della superficie del corpo
implica come corollario la ridescrizione del genere in quanto produzione disciplinare delle figure di
fantasia attraverso il gioco della presenza e dell’assenza sulla superficie del corpo, attraverso la
costruzione del corpo connotato dal punto di vista del genere, per mezzo di una serie di esclusioni e
negazioni, di assenze significanti. Ma che cosa determina il testo manifesto e latente del corpo
politico? Qual è la legge di divieto che genera la stilizzazione corporea del genere, la figurazione
fantastica e fantasticata del corpo? Abbiamo già considerato il tabù dell’incesto e il precedente tabù
dell’omosessualità quali momenti generativi dell’identità di genere, in quanto divieti che producono
l’identità secondo le griglie culturalmente intelligibili di un’eterosessualità idealizzata e
obbligatoria. La produzione disciplinare del genere provoca una falsa stabilizzazione ai fini della
costruzione eterosessuale e della regolazione della sessualità all’interno della sfera riproduttiva. La
costruzione della coerenza occulta le discontinuità di genere che dilagano nei contesti eterosessuali,
bisessuali, gay e lesbici, dove il genere non necessariamente deriva dal sesso e dove il desiderio, o
la sessualità in generale, non sembrano derivare dal genere, dove per di più nessuna di queste
dimensioni di corporeità significativa si esprime o si riflette reciprocamente. Quando la
disorganizzazione e la disaggregazione della sfera dei corpi rompe la finzione regolativa della
coerenza eterosessuale, allora sembra che il modello espressivo perda la sua forza descrittiva.
Quell’ideale regolativo si rivela una norma e una finzione che maschera se stessa, quale legge dello
sviluppo che regola la sfera sessuale che intende descrivere.
Secondo la concezione dell’identificazione quale fantasia o incorporazione sancita, tuttavia, è
chiaro che la coerenza è qualcosa che si desidera, che si auspica, si idealizza, e che questa
idealizzazione è l’effetto di una significazione del corpo. In altre parole, gli atti, i gesti e il desiderio
producono l’effetto di un nucleo o di una sostanza interna, ma lo producono sulla superficie del
corpo, attraverso il gioco di assenze significanti che suggeriscono, ma non rivelano mai, il principio
organizzatore dell’identità in quanto causa. Questi atti, gesti, realizzazioni, generalmente costruiti,
sono performativi nel senso che l’essenza o l’identità che altrimenti intendono esprimere sono
montature fabbricate e mantenute attraverso segni del corpo e altri strumenti discorsivi. Il fatto che il
corpo connotato dal punto di vista del genere sia performativo indica che non ha uno statuto
ontologico al di là dei diversi atti che ne costituiscono la realtà. Questo indica anche che, se quella
realtà è fabbricata in quanto essenza interiore, quella interiorità è un effetto e una funzione di un
discorso nettamente pubblico e sociale, la regolazione pubblica della fantasia attraverso una politica
della superficie del corpo, il controllo del confine del genere che differenzia l’interno dall’esterno,
istituendo così l’«integrità» del soggetto. In altre parole, atti e gesti, desideri articolati e desideri
attuati creano l’illusione di un nucleo di genere interiore e organizzatore, un’illusione che viene
mantenuta discorsivamente per la regolazione della sessualità nella cornice obbligatoria
dell’eterosessualità riproduttiva. Se la «causa» del desiderio, del gesto e dell’atto può essere situata
all’interno del «sé» dell’attore/trice, allora le regolazioni politiche e le pratiche disciplinari, che
producono quel genere apparentemente coerente, vengono effettivamente sottratte alla vista. La
dislocazione di un’origine politica e discorsiva dell’identità di genere verso un «nucleo» psicologico
preclude un’analisi della costituzione politica del soggetto connotato dal punto di vista del genere e
delle relative nozioni fabbricate riguardo all’interiorità ineffabile del suo sesso o della sua vera
identità.
Se la verità interiore del genere è una fabbricazione e se un vero genere è una fantasia istituita e
iscritta sulla superficie dei corpi, allora sembra proprio che i generi non possano essere né veri né
falsi, ma che siano solo prodotti quali effetti di verità di un discorso dell’identità stabile primaria.
Nel suo libro Mother Camp: Female Impersonators in America, l’antropologa Esther Newton ci
dice che la struttura dell’impersonificazione rivela uno dei meccanismi chiave di fabbricazione con
cui ha luogo la costruzione sociale del genere252. Io vorrei suggerire che anche il drag sovverte
completamente la distinzione tra spazio psichico interno ed esterno e che fa il verso al modello
espressivo del genere e alla nozione di una vera identità di genere. Scrive Newton:
[...] nelle sue forme più complesse, [il drag] è una doppia inversione che dice «l’apparenza è un’illusione». Il drag dice [è curiosa la
personificazione che ne fa Newton] «il mio aspetto ‘esteriore’ è al femminile, ma la mia essenza ‘interiore’ [il corpo] è al maschile». Allo
stesso tempo è simbolo dell’inversione opposta: «il mio aspetto ‘esteriore’ [il mio corpo, il mio genere] è al maschile, ma la mia essenza
‘interiore’ [il mio sé] è al femminile»253.
Le due asserzioni di verità si contraddicono reciprocamente e così facendo dislocano l’intera
attuazione delle significazioni di genere rispetto al discorso della verità e della falsità.
La nozione di un’identità di genere originaria o primaria viene spesso parodiata nelle pratiche
culturali del drag, nel travestimento di genere e nella stilizzazione sessuale delle identità
butch/femme. Nella teoria femminista queste identità parodiche sono state considerate degradanti per
le donne, nel caso del drag e del travestimento di genere, oppure come un’appropriazione acritica,
dall’interno della pratica eterosessuale, della stereotipizzazione dei ruoli sessuali, in particolare nel
caso delle identità lesbiche butch/femme. Ma la relazione tra l’«imitazione» e l’«originale» è, credo,
più complessa di quanto questa critica sia generalmente disposta ad ammettere. Per giunta, ci offre un
indizio per capire come potrebbe essere reinquadrata la relazione tra l’identificazione primaria, vale
a dire i significati originari attribuiti al genere, e la successiva esperienza di genere. La performance
del drag gioca sulla distinzione tra l’anatomia di chi compie la performance e il genere oggetto della
performance. Ma in realtà siamo in presenza di tre dimensioni contingenti di corporeità significativa:
il sesso anatomico, l’identità di genere e la performance di genere. Se l’anatomia di chi compie la
performance è già distinta dal suo genere ed entrambi sono distinti dal genere della performance,
allora la performance indica una dissonanza non solo tra il sesso e la performance, ma anche tra il
sesso e il genere e tra il genere e la performance. Il drag, così come crea un’immagine unificata della
«donna» (cosa che viene spesso contestata), rivela anche la distintività di quegli aspetti
dell’esperienza connotata dal punto di vista del genere che vengono falsamente naturalizzati come
un’unità attraverso la finzione regolativa della coerenza eterosessuale. Nell’imitare il genere, il drag
rivela implicitamente la struttura imitativa del genere stesso, nonché la sua contingenza. Per
giunta, parte del piacere, la vertigine della performance sta nel riconoscimento di una radicale
contingenza nella relazione tra sesso e genere a fronte di configurazioni culturali di unità causali, che
vengono regolarmente considerate come naturali e necessarie. Invece della legge della coerenza
eterosessuale assistiamo alla denaturalizzazione di sesso e genere attraverso una performance che ne
nega la separatezza e che mette in scena il meccanismo culturale della loro unità fabbricata.
L’idea di parodia di genere che sostengo qui non presuppone che ci sia un originale che viene
imitato da queste identità parodiche. In effetti la parodia è davvero quella della nozione di un
originale; come la nozione psicoanalitica di identificazione di genere è costituita dalla fantasia di una
fantasia, la trasfigurazione di un Altro che è già sempre una «figura» in questo senso duplice, così la
parodia di genere rivela che l’identità originale su cui si modella il genere è un’imitazione senza
un’origine. Per essere più precisa: è una produzione che in effetti, vale a dire, nei suoi effetti, assume
la postura di un’imitazione. Questa dislocazione perpetua costituisce una fluidità di identità che
indica un’apertura alla risignificazione e ricontestualizzazione; la proliferazione parodica priva la
cultura egemonica e chi la critica della possibilità di rivendicare identità di genere naturalizzate o
essenzialiste. I significati di genere assunti in questi stili parodici, anche se sono chiaramente parte di
una cultura egemonica e misogina, sono comunque denaturalizzati e mobilitati attraverso la loro
ricontestualizzazione parodica. In quanto imitazioni che effettivamente dislocano il significato
dell’originale, imitano il mito dell’originalità stessa. Al posto di un’identificazione originaria, che
funziona come una causa determinante, l’identità di genere potrebbe essere riconcettualizzata come
storia personale/culturale di significati acquisiti, soggetti a una serie di pratiche imitative, che
rimandano lateralmente ad altre imitazioni e che, congiuntamente, costruiscono l’illusione di un sé
connotato dal punto di vista del genere primario e interiore o parodiano il meccanismo di tale
costruzione.
Secondo il saggio di Fredric Jameson, Postmodernism and Consumer Society (Il postmoderno e
la società dei consumi), l’imitazione che fa il verso alla nozione di originale è caratteristica del
pastiche più che della parodia:
Il pastiche è, come la parodia, l’imitazione di uno stile peculiare o unico, l’indossare una maschera stilistica, parlare in una lingua
morta: ma è una pratica neutrale di imitazione senza l’ulteriore motivo della parodia, senza l’impulso satirico, senza il riso, senza quel
sentimento ancora latente che ci sia qualcosa di normale rispetto al quale ciò che viene imitato è alquanto comico. Il pastiche è una
parodia vuota, una parodia che ha perso il suo humor254.
La perdita del senso del «normale», tuttavia, può essere a sua volta l’occasione che suscita il riso,
specialmente quando «il normale», «l’originale», si rivela essere una copia e immancabilmente una
copia fallita, un ideale che nessuno/a può incarnare. In questo senso il riso emerge quando si capisce
che comunque l’originale è derivato.
La parodia di per sé non è sovversiva, e ci deve essere un modo per capire che cosa rende certi
tipi di ripetizione parodica effettivamente dirompenti, veramente disturbanti, e quali ripetizioni
vengono invece addomesticate e rimesse in circolo come strumenti di egemonia culturale.
Chiaramente non basta proporre una tipologia di azioni, perché la dislocazione parodica, di più, il
riso parodico, dipende da un contesto e da una ricezione, che favoriscono le confusioni sovversive.
Quale performance invertirà la distinzione interno/esterno e darà impulso a un radicale ripensamento
dei presupposti psicologici dell’identità di genere e della sessualità? E dove lo farà? Quale
performance darà impulso a una riconsiderazione del posto e della stabilità del maschile e del
femminile? E dove lo farà? Quale tipo di performance di genere metterà in atto e rivelerà la
performatività del genere stesso in modo da destabilizzare le categorie naturalizzate dell’identità e
del desiderio?
Se il corpo non è un «essere», ma un confine variabile, una superficie la cui permeabilità è
regolata politicamente, una pratica di significazione all’interno del campo della cultura fatto di
gerarchia di genere ed eterosessualità obbligatoria, allora quale linguaggio ci resta per comprendere
questa attuazione corporea, il genere, che costituisce la propria significazione «interiore» sulla sua
superficie? Sartre avrebbe forse definito questo atto come «uno stile dell’essere», Foucault come una
«stilistica dell’esistenza». In una mia precedente lettura di Beauvoir i corpi connotati dal punto di
vista del genere sono altrettanti «stili della carne». Questi stili non sono mai del tutto auto-stilizzati,
perché gli stili hanno una storia e queste storie ne condizionano e limitano le possibilità. Si consideri
il genere, per esempio, come uno stile corporeo, un «atto», per così dire, che è intenzionale e
performativo, laddove il termine «performativo» indica una costruzione spettacolare e contingente
del significato.
Wittig concepisce il genere come l’operare del «sesso», laddove «sesso» è un’ingiunzione
obbligatoria rivolta al corpo a diventare un segno culturale, a materializzare se stesso obbedendo a
una possibilità storicamente delimitata e a farlo, non una o due volte, ma in un progetto accettato e
ripetuto del corpo. La nozione di «progetto», tuttavia, suggerisce la forza originaria di una volontà
radicale, e siccome il genere è un progetto che ha come fine la sopravvivenza culturale, il termine
strategia è più adeguato a indicare la condizione di coercizione in cui avviene sempre e variamente
la performance del genere. Perciò, in quanto strategia di sopravvivenza all’interno di sistemi
obbligatori, il genere è una performance che ha conseguenze evidentemente punitive. Generi distinti
sono parte di ciò che «rende umani» gli individui nella cultura contemporanea; in effetti, puniamo
regolarmente chi manca al proprio dovere di genere. Dato che non c’è né un’«essenza» che il genere
esprima o esteriorizzi, né un ideale oggettivo cui il genere aspiri, e dato che il genere non è un fatto,
sono i vari atti del genere a creare l’idea stessa del genere e senza quegli atti non ci sarebbe genere.
Il genere è, dunque, una costruzione che regolarmente occulta la propria genesi; il tacito accordo
collettivo, che riguarda la performance, la produzione e il mantenimento di generi distinti e
polarizzati quali finzioni culturali, è oscurato dalla credibilità di tali produzioni, e dalle punizioni
che conseguono se non si acconsente a crederci; la costruzione ci «impone» di credere nella sua
necessità e naturalità. Le possibilità storiche materializzate attraverso diversi stili corporei non sono
altro che quelle finzioni culturali regolamentate in senso punitivo, ora incarnate e ora deviate sotto
coercizione.
Si pensi che la sedimentazione delle norme di genere produce il fenomeno peculiare di un «sesso
naturale» o di una «donna vera» o di qualunque altra finzione sociale prevalente, che impone di
essere rispettata, e si pensi che questa è una sedimentazione che nel tempo ha prodotto una serie di
stili corporei che, in forma reificata, appaiono come la configurazione naturale dei corpi in sessi, che
esistono in una reciproca relazione binaria. Se questi stili sono messi in atto, e se producono soggetti
coerenti dal punto di vista del genere, nella postura di ciò che li origina, quale tipo di performance
potrà rivelare che questa causa apparente è un effetto?
In che senso, allora, il genere è un atto? Come in altre messe in scena sociali rituali, l’azione del
genere richiede una performance che è ripetuta. Questa ripetizione è allo stesso tempo un riattuare e
un rifare esperienza di una serie di significati già istituiti socialmente; è la forma corrente e
ritualizzata della loro legittimazione255. Per quanto ci siano corpi individuali che attuano queste
significazioni divenendo stilizzati secondo modalità di genere, questa «azione» è un’azione pubblica.
Sono azioni che hanno una dimensione temporale e collettiva, e il loro carattere pubblico non è
irrilevante; in effetti la performance è realizzata allo scopo strategico di mantenere il genere
all’interno di questa cornice binaria, uno scopo che non può essere attribuito a un soggetto, ma che,
anzi, va inteso come ciò che fonda e consolida il soggetto. Il genere non dovrebbe essere costruito
come un’identità stabile o come la sede della capacità di agire da cui conseguono vari atti; piuttosto,
il genere è un’identità costituita debolmente nel tempo, istituita in uno spazio esteriore attraverso una
ripetizione stilizzata di atti. L’effetto del genere viene prodotto attraverso la stilizzazione del corpo
e, perciò, deve essere inteso come il modo più comune attraverso il quale gesti del corpo, movimenti
e stili di vario tipo costituiscono l’illusione di un sé di genere costante. Questa formulazione sposta
radicalmente la concezione del genere da un modello sostanziale dell’identità a uno che richiede una
concezione del genere come temporalità sociale costituita. Significativamente, se il genere viene
istituito attraverso atti che sono internamente discontinui, allora l’apparenza della sostanza è
proprio questo, un’identità costruita, una realizzazione performativa che il pubblico sociale più
comune, compresi gli stessi attori e attrici, arriva a credere e a mettere in atto nella modalità della
credenza. Il genere è anche una norma che non può mai essere interiorizzata; «l’interno» è una
significazione di superficie e le norme di genere in definitiva sono fantasmatiche, impossibili da
incarnare. Se il fondamento dell’identità di genere è la ripetizione stilizzata di atti nel tempo e non
un’identità apparentemente ininterrotta, allora la metafora spaziale del «fondamento» verrà dislocata
e svelata quale configurazione stilizzata, di più, come una corporeizzazione di genere del tempo. Il sé
costante connotato dal punto di vista del genere si mostrerà allora essere strutturato da atti ripetuti
che cercano di approssimarsi all’ideale di un fondamento sostanziale dell’identità, ma che, nella loro
occasionale discontinuità, rivelano l’infondatezza temporale e contingente di questo «fondamento».
Le possibilità di una trasformazione del genere vanno rinvenute proprio nella relazione arbitraria tra
questi atti, nella possibilità di un fallimento della ripetizione, una de-formità o una ripetizione
parodica che mette in evidenza l’effetto fantasmatico dell’identità costante quale costruzione
politicamente labile.
Se però gli attributi di genere non sono espressivi ma performativi, allora questi attributi
effettivamente costituiscono l’identità che si presume esprimano o rivelino. La distinzione tra
espressione e performatività è cruciale. Se gli attributi e gli atti di genere, ovvero i vari modi in cui
un corpo mostra o produce la propria significazione culturale, sono performativi, allora non c’è
alcuna identità pre-esistente, in base alla quale un atto o un attributo potrebbe essere misurato; non ci
sarebbero atti di genere veri o falsi, reali o distorti, e il postulato di una vera identità di genere si
rivelerebbe una finzione regolativa. Il fatto che la realtà di genere sia creata attraverso performance
sociali accettate culturalmente significa che anche le nozioni stesse di un sesso essenziale e di una
mascolinità o femminilità vera o costante sono costituite come parte della strategia che occulta il
carattere performativo del genere e le possibilità performative di far proliferare configurazioni di
genere al di fuori delle cornici restrittive del dominio maschilista e dell’eterosessualità obbligatoria.
I generi non possono essere né veri né falsi, né reali né apparenti, né originali né derivati. In
quanto portatori credibili di tali attributi, tuttavia, i generi possono anche essere resi completamente
e radicalmente incredibili.
157
Questa parte, La politica del corpo di Julia Kristeva, è stata pubblicata originariamente sulla rivista «Hypatia», nel numero
monografico dedicato alla filosofia femminista francese, III, 1989, 3, pp. 104-118.
158
J. Kristeva, Revolution in Poetic Language (1974), Columbia U.P., New York 1984, p. 132 [cfr. trad. it., La rivoluzione del
linguaggio poetico, Marsilio, Venezia 1979].
159
Ivi, p. 25.
160
J. Kristeva, Desire in Language. A Semiotic Approach to Literature and Art, (a cura di L. Roudiez) Columbia U.P., New York
1980, p. 135 [il testo inglese cui fa riferimento Butler presenta una scelta di saggi, alcuni dei quali sono tradotti in italiano in Semeiotiké:
ricerche per una semanalisi (1969), Feltrinelli, Milano 1978 e altri in Materia e senso: pratiche significanti e teoria del linguaggio
(1977), Einaudi, Torino 1980. Questa specifica citazione è però da Ead., Da un’identità all’altra (1977), in Materia e senso, cit., pp.
154-181 [164] (N.d.T.)].
161
Ivi, p. 167.
162
Ivi, p. 166.
163
Ivi, p. 168.
164
Ivi, p. 169 (corsivo di J. Kristeva).
165
Ead., La maternità in Giovanni Bellini (1977), in «Donna Woman Femme», 1978, 6/7, pp. 113-142 [119].
166
Ivi, pp. 119-120 (corsivo di J. Kristeva).
167
Ivi, p. 120. Per un’analisi estremamente interessante delle metafore riproduttive come descrizioni del processo della creatività
poetica, cfr. W. Owen, A Riddle in Nine Syllables: Female Creativity in the Poetry of Sylvia Plath, tesi di dottorato, Yale University,
Department of English, 1985.
168
Kristeva, La maternità in Giovanni Bellini, cit., p. 119.
169
Ibidem.
170
The Traffic in Women: Notes on the Political Economy of Sex, in R.R. Reiter (a cura di), Toward an Anthropology of Women ,
Monthly Review Press, New York 1975, pp. 157-210 [182] (vedi supra, cap. 2 n. 4).
171
Cfr. quanto scrive Platone nel Simposio a proposito della «fecondità propria del nostro spirito» (209a), affermando che si tratta di
una specifica capacità del poeta. Quindi le creazioni poetiche sono intese come desiderio sublimato di riproduzione.
172
M. Foucault, La volontà di sapere (1976), Feltrinelli, Milano 1997, p. 137.
173
Herculine Barbin detta Alexina B. Una strana confessione: memorie di un ermafrodito presentate da Michel Foucault
(1978), Einaudi, Torino 1979. Trad. ingl. Herculine Barbin, Being the Recently Discovered Memories of a Nineteenth Century
Hermaphrodite, Colophon, New York 1980 [i riferimenti di Butler a pagine con numeri romani sono alla prefazione di Foucault
contenuta nell’edizione inglese e non presente nel testo francese di partenza, né nell’edizione italiana (N.d.T.)].
174
Ivi, p. XIII.
175
«[...] la nozione di ‘sesso’ ha permesso di raggruppare in un’unità artificiale elementi anatomici, funzioni biologiche, comportamenti,
sensazioni, piaceri, ed ha permesso di far funzionare quest’unità fittizia come principio causale [...]» (Id., La volontà di sapere, cit., p.
137, vedi supra, paragrafo I, per la citazione di questo passaggio).
176
Ivi, p. 138 (corsivo di J. Butler).
177
Herculine Barbin, cit., p. XIII.
178
Id., La volontà di sapere, cit., pp. 32-33.
179
Herculine Barbin, cit., p. XIV.
180
Una strana confessione, cit., p. 86.
181
Ivi, p. VII.
182
Ivi, p. 43.
183
Scelta sessuale, atto sessuale: intervista a Michel Foucault (1983), a cura di J. O’Higgins, in R. e P. Boyers (a cura di),
Omosessualità, Feltrinelli, Milano 1984, pp. 24-39 [28].
184
M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane (1966), Rizzoli, Milano 1998, p. 5.
185
Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella... : un caso di parricidio nel XIX secolo (1973), a cura di M.
Foucault, Einaudi, Torino 1991.
186
J. Derrida, Dall’economia ristretta all’economia generale. Un hegelismo senza riserve, in Id., La scrittura e la differenza
(1967), Einaudi, Torino 2002, pp. 325-358.
187
H. Cixous, Il riso della Medusa (1975), in R. Baccolini et al. (a cura di), Critiche femministe e teorie letterarie, CLUEB, Bologna
1997, pp. 221-245.
188
Una strana confessione, cit., p. 88.
189
Ivi, p. 19.
190
Ivi, p. 60.
191
Ivi, p. 3.
192
Ivi, p. 4.
193
Ibidem.
194
Ivi, p. 89.
195
Ivi, p. 91.
196
Ivi, p. 89.
197
Ivi, p. 58.
198
Ivi, p. 66.
199
Ivi, p. 89.
200
Citato in A. Fausto-Sterling, Life in the XY Corral, in «Women’s Studies International Forum», XII, 1989, 3, numero monografico
intitolato Feminism and Science: in Memory of Ruth Bleier, a cura di S.V. Rosser, pp. 319-331 [328]. Nell’articolo vengono citati
anche D.C. Page et al., The Sex-Determining Region of the Human Y Chromosome Encodes a Finger Protein, in «Cell», 1987, 51,
pp. 1091-1104 ed E. Reicher, L. Washburn, Genetic Control of Primary Sex Determination in Mice, in «Annual Review of Genetics»,
1986, 20, pp. 327-360.
201
Fausto-Sterling, Life in the XY Corral, cit., p. 328.
202
Ivi, p. 325.
203
Ivi, pp. 323-324.
204
Wittig nota che «l’inglese rispetto al francese ha la reputazione di non avere quasi il genere, mentre il francese passa per una lingua
dalle forti connotazioni di genere. È vero che a rigor di termini l’inglese non applica la marcatura di genere agli oggetti inanimati, alle cose
o agli esseri non umani. Ma per quanto riguarda le categorie della persona entrambe le lingue sono portatrici del genere in egual misura»
(The Mark of Gender, in «Feminist Issues», V, 1985, 2, pp. 3-12 [3], ripubblicato anche in The Straight Mind and Other Essays,
Beacon Press, Boston 1992, pp. 76-89; vedi infra, n. 72).
205
Anche se la stessa Wittig non propone questa argomentazione, la sua teoria potrebbe dare conto della violenza attuata contro i
soggetti sessuati (donne, persone lesbiche, gay, per elencarne solo alcuni) come imposizione violenta di una categoria costruita con la
violenza. In altre parole, i reati sessuali riducono effettivamente questi corpi al loro «sesso», riaffermando in questo modo e imponendo
una riduzione della categoria stessa. Dato che il discorso non si limita alla scrittura o alla parola, ma è anche un’azione sociale, per di più
violenta, dovremmo intendere anche lo stupro, la violenza sessuale e i pestaggi delle persone queer come la categoria del sesso in azione.
206
M. Wittig, One is Not Born a Woman, in «Feminist Issues», I, 1981, 2, pp. 47-54 [53]. Contenuto anche in The Straight Mind and
Other Essays, cit., pp. 9-20; vedi infra, n. 72.
207
Ivi, p. 17.
208
Ead., The Mark of Gender, cit., p. 4.
209
Ead., The Straight Mind, in «Feminist Issues», I, 1980, 1, pp. 103-111 [105] (contenuto anche in The Straight Mind and Other
Essays, cit., pp. 21-32); vedi infra, n. 72.
210
Ivi, p. 107.
211
Ivi, p. 106.
212
Ead., The Mark of Gender, cit., p. 4.
213
Ivi, p. 5.
214
Ibidem.
215
Ibidem.
216
Ibidem.
217
Ibidem.
218
M. Wittig, Paradigm, in E. Marx, G. Stambolian (a cura di), Homosexualities and French Literature: Cultural Contexts, Critical
Texts, Cornell U.P., Ithaca 1979, pp. 114-121 [119]. Si consideri, comunque, la radicale differenza tra l’accettazione dell’uso del
linguaggio che valorizza il soggetto parlante come autonomo e universale e lo sforzo nietzscheano di Deleuze di collocare l’Io parlante
come centro del potere linguistico. Sebbene entrambi siano critici nei confronti della psicoanalisi, la critica che Deleuze fa al soggetto
ricorrendo alla volontà di potenza mantiene stretti paralleli con la dislocazione del soggetto parlante presso il semiotico/inconscio che
avviene nel discorso psicoanalitico lacaniano e post-lacaniano. Per Wittig, sembra che la sessualità e il desiderio siano articolazioni autodeterminate del soggetto individuale, laddove sia per Deleuze sia per i suoi avversari psicoanalitici, il desiderio colloca e decentra
necessariamente il soggetto. «Lungi dal presupporre un soggetto», sostiene Deleuze, «il desiderio non può essere raggiunto se non nel
punto in cui qualcuno è privato del potere di dire «io»», G. Deleuze, C. Parnet, Dialogues, Columbia U.P., New York 1987, p. 89.
219
In diverse occasioni Wittig riconosce di aver tratto questo concetto dall’opera di Michail Bachtin.
220
M. Wittig, The Trojan Horse, in «Feminist Issues», IV, 1984, 2, pp. 45-49 [47]. Cfr. anche The Straight Mind and Other Essays,
cit., pp. 68-75, e vedi infra, n. 72.
221
Cfr. Ead., The Point of View: Universal or Particular?, in «Feminist Issues», III, 1983, 2, pp. 63-69. Cfr. anche The Straight
Mind and Other Essays, cit., pp. 59-67; vedi infra, n. 72.
222
Ead., The Trojan Horse, cit.
223
Ead., The Site of Action, in L. Oppenheimer (a cura di), Three Decades of the French New Novel, University of Illinois Press,
Urbana 1986. Cfr. anche The Straight Mind and Other Essays, cit., pp. 90-100, e infra, n. 72.
224
Cfr. Ead., The Trojan Horse, cit., p. 48.
225
Cfr. Ead., The Site of Action, cit., p. 135. In questo saggio, Wittig distingue tra un «primo» e un «secondo» contratto all’interno della
società: il primo è quello della reciprocità radicale tra soggetti parlanti che si scambiano parole che «garantiscono che il linguaggio sia a
totale ed esclusiva disposizione di chiunque» (p. 135); il secondo contratto è quello nel quale le parole operano per esercitare una forza di
dominio sugli/lle altri/e, di fatto, per privare gli/le altri/e del diritto e della capacità sociale di linguaggio. In questa forma degradata di
reciprocità, scrive Wittig, la stessa individualità è cancellata dal fatto di essere interpellata in un linguaggio il quale preclude che chi
ascolta sia anche potenzialmente chi parla. Wittig conclude il saggio con le seguenti parole: «il paradiso del contratto sociale esiste
soltanto in letteratura, dove i tropismi, con la loro violenza, sono in grado di riportare qualsiasi riduzione dell’‘io’ a un comune
denominatore, di lacerare il tessuto strettamente materiale dei luoghi comuni, e di prevenire continuamente la loro organizzazione in un
sistema di significato obbligatorio» (p. 139).
226
Ead., Les Guérillères (1969), Avon, New York 1973 (originariamente pubblicato in francese con lo stesso titolo).
227
Ead., The Mark of Gender, cit., p. 9.
228
In On the Social Contract, un intervento presentato alla Columbia University nel 1987 (cfr. The Straight Mind and Other
Essays,cit., pp. 33-45), Wittig situa la sua stessa teoria di un contratto linguistico primario nei termini della teoria rousseauviana del
contratto sociale. Sebbene non sia esplicita a questo riguardo, sembra intenda il contratto pre-sociale (pre-eterosessuale) come un’unità
della volontà, vale a dire, come una volontà generale nel senso romantico di Rousseau. Per un interessante uso di questa teoria, cfr. T. de
Lauretis, Sexual Indifference and Lesbian Representation, in «Theatre Journal», XL, 1988, 2, pp. 155-177 e Ead.,The Female Body
and Heterosexual Presumption, in «Semiotica», 1987, 3-4, pp. 259-279.
229
Wittig, On the Social Contract, cit.
230
Cfr. Ead., The Straight Mind, cit. e One is Not Born a Woman, cit.
231
Ead., On the Social Contract, cit., pp. 40-41.
232
Ead., The Straight Mind, cit. e On the Social Contract, cit.
233
M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia (1971), in Il discorso, la storia, la verità. Interventi 1969-1984, Einaudi, Torino
2001, pp. 43-64 [50].
234
Ibidem.
235
Ibidem.
236
Ivi, p. 52
237
Ivi, p. 50.
238
Ivi, p. 55.
239
M. Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù (1966), il Mulino, Bologna 1975, p. 23.
240
Ivi, p. 175.
241
S. Watney, Policing Desire: AIDS, Pornography and the Media, University of Minnesota Press, Minneapolis 1988.
242
M. Douglas, Purezza e pericolo, cit., p. 178.
243
Ivi, p. 186.
244
Ivi, p. 213.
245
Il saggio di Foucault, Prefazione alla trasgressione (in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 55-72) effettivamente fornisce
una giustapposizione interessante con la nozione di Douglas di confini del corpo costituiti dal tabù dell’incesto. Scritto originariamente in
onore di Georges Bataille, questo saggio esplora in parte lo «sporco» metaforico dei piaceri trasgressivi e l’associazione dell’orifizio
proibito con la tomba coperta di sporcizia. Cfr. pp. 68-69.
246
Kristeva discute il lavoro di Mary Douglas in una breve sezione di Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione (1980), Spirali, Milano
1981. Assimilando la visione di Douglas alla sua riformulazione di Lacan, Kristeva scrive: «La sozzura è quanto del ‘sistema simbolico’
cade. Quanto sfugge a quella razionalità sociale e a quell’ordine logico su cui poggia un insieme sociale che si differenzia da un
agglomerato provvisorio di individui per costituire un sistema di classificazione o una struttura» (p. 75).
247
Ivi, p. 5.
248
I.M. Young, Abjection and Oppression: Dynamics of Unconscious Racism, Sexism, and Homophobia, intervento presentato
agli incontri della Society of Phenomenology and Existential Philosophy, presso la Northwestern University (Illinois), nel 1988. Si trova in
A.B. Dallery, Ch.E. Scott, H. Roberts (a cura di), Crises in Continental Philosophy, Suny Press, Albany 1990, pp. 201-214.
249
Parti della discussione che segue sono state pubblicate in due diversi contesti, nei miei articoli Gender Trouble, Feminist Theory
and Psychoanalytic Discourse, in L.J. Nicholson (a cura di), Feminism/Postmodernism, Routledge, New York 1989, pp. 324-340 e
Performative Acts and Gender Constitution: An Essay in Phenomenology and Feminist Theory
, in «Theatre Journal», XX, 1988, 3,
pp. 519-531.
250
M. Foucault, Sorvegliare e punire (1975), Einaudi, Torino 1993, p. 33. Il corsivo è mio.
251
Ibidem.
252
Cfr. il capitolo Role Models, in E. Newton, Mother Camp: Female Impersonators in America, University of Chicago Press,
Chicago 1972, pp. 97-111.
253
Ivi, p. 103.
254
F. Jameson, Postmodernism and Consumer Society, in H. Foster (a cura di), The Anti-Aesthetic. Essays on Postmodern Culture,
Bay Press, Port Townsend, WA, 1983, pp. 111-125 [114] [cfr. trad. it., Postmodernismo, ovvero la logica culturale del tardo
capitalismo (1991), Fazi, Roma 2007, pp. 34-36].
255
Cfr. V. Turner, Dramas, Fields and Metaphors, Cornell U.P., Ithaca 1974. Cfr. anche C. Geertz, Generi confusi: la
rappresentazione allegorica del pensiero sociale, in Antropologia interpretativa (1983), il Mulino, Bologna 1988, pp. 25-46.
Conclusione: dalla parodia alla politica
Ho iniziato ponendo una domanda di ordine speculativo: la politica femminista può fare a meno di un
«soggetto» situato all’interno della categoria delle donne? In gioco non c’è solo il fatto di capire se
abbia ancora senso, nella prospettiva di una strategia o di una transizione, fare riferimento alle donne
per avanzare rivendicazioni di rappresentatività a loro nome. Il «noi» femminista è sempre e solo una
costruzione fantasmatica, una costruzione che ha i propri scopi, ma che nega la complessità e
l’indeterminatezza interna del termine e si costituisce solo attraverso l’esclusione di una parte della
base che allo stesso tempo cerca di rappresentare. Lo statuto debole e fantasmatico del «noi»,
tuttavia, non è un buon motivo per perdere la speranza o, per lo meno, non è solo un buon motivo per
perdere la speranza. La radicale instabilità della categoria mette in discussione le restrizioni di
carattere fondativo imposte alla teoria politica femminista e apre ad altre configurazioni non solo di
generi e di corpi, ma anche della stessa politica.
Il ragionamento fondazionalista della politica identitaria tende a presupporre che si debba
innanzitutto dare un’identità per elaborare interessi politici e, successivamente, per intraprendere
un’azione politica. La mia tesi è che non ci sia bisogno di un/a «agente dietro all’atto», ma che
l’agente sia immancabilmente costruito/a nel e attraverso l’atto. Non si tratta di ritornare a una teoria
che vede il sé in senso esistenziale come costituito attraverso i propri atti, perché tale teoria prevede
una struttura pre-discorsiva sia per il sé sia per i suoi atti. Ciò che mi interessava qui era proprio la
costruzione discorsivamente variabile di ognuno/a nel e attraverso l’altro/a.
Il problema di situare la «capacità di agire» viene generalmente associato alla variabilità «del
soggetto», laddove il «soggetto» è inteso come qualcosa che ha una qualche esistenza stabile che
precede il campo della cultura da esso negoziata. Oppure, se il soggetto è culturalmente costruito,
viene comunque rivestito di una capacità di agire, figurato solitamente come capacità di mediazione
riflessiva che rimane intatta nonostante il suo inserimento nella cultura. In base a tale modello, «la
cultura» e il «discorso» fanno impantanare il soggetto, ma non costituiscono tale soggetto. Questo
gesto volto a definire e far impantanare il soggetto pre-esistente è apparso necessario per istituire un
punto di azione che non sia totalmente determinato da tale cultura e da tale discorso. E tuttavia
questo tipo di ragionamento presuppone erroneamente che (a) la capacità di agire possa essere
istituita solo ricorrendo a un «io» pre-discorsivo, anche se quell’«io» viene rinvenuto nel mezzo di
una convergenza discorsiva e che (b) essere costituiti/e dal discorso significa essere determinati/e
dal discorso, laddove la determinazione esclude la possibilità della capacità di agire.
Anche nelle teorie che sostengono l’idea di un soggetto altamente qualificato o situato, il soggetto
continua ad andare incontro al suo ambiente costituito discorsivamente in una cornice epistemologica
oppositiva. Il soggetto impantanato nella cultura negozia le sue costruzioni, anche quando tali
costruzioni sono proprio i predicati della sua stessa identità. In Beauvoir, per esempio, si ritrova un
«io» che fa il proprio genere, che diventa il suo genere, ma questo «io», immancabilmente associato
al proprio genere, è comunque un punto di azione mai del tutto identificabile con il proprio genere.
Un cogito che non è mai pienamente parte del mondo culturale che negozia, indipendentemente dalla
ridotta distanza ontologica che separa quel soggetto dai suoi predicati culturali. Le teorie
dell’identità femminista che elaborano i predicati del colore, della sessualità, dell’etnicità, della
classe e dell’idoneità fisica terminano immancabilmente con un imbarazzato «ecc.» alla fine
dell’elenco. Attraverso questa traiettoria orizzontale di aggettivi, tali posizioni si sforzano di
includere un soggetto situato, ma immancabilmente non riescono a essere complete. Il fallimento è
tuttavia istruttivo: quale impulso politico deve essere fatto derivare dall’esasperato «ecc.» che si
trova così spesso alla fine di tali elenchi? È insieme il segno di un esaurimento e dell’illimitabile
processo della significazione stessa. È il supplément, l’eccesso che necessariamente accompagna
qualsiasi tentativo di postulare l’identità una volta per tutte. Questo illimitabile eccetera si offre però
come un nuovo punto di partenza per la teorizzazione politica femminista.
Se l’identità viene affermata attraverso un processo di significazione, se l’identità è già sempre
significata, e tuttavia continua a significare mentre circola all’interno di diversi discorsi collegati,
allora il problema della capacità di agire non deve trovare risposta attraverso il ricorso a un «io»
pre-esistente alla significazione. In altre parole, le condizioni che legittimano l’affermazione
dell’«io» sono fornite dalla struttura della significazione, dalle regole che regolano l’invocazione
legittima e illegittima di questo pronome, dalle pratiche che stabiliscono i termini di intelligibilità
entro i quali quel pronome può circolare. Il linguaggio non è un medium o uno strumento esterno in
cui riverso un sé e da cui racimolo una riflessione di quel sé. Il modello hegeliano
dell’autoriconoscimento, che Marx, Lukács e vari discorsi contemporanei di liberazione hanno fatto
proprio, presuppone un adeguamento potenziale tra l’«io» che si trova di fronte al proprio mondo,
compreso il suo linguaggio, come di fronte a un oggetto, e l’«io» che si trova in quel mondo in quanto
oggetto. Ma la dicotomia soggetto/oggetto, che appartiene alla tradizione dell’epistemologia
occidentale, condiziona la stessa problematica dell’identità che cerca di risolvere.
Quale è la tradizione discorsiva che fissa l’«io» e il suo «Altro» in un confronto epistemologico
che in seguito decide dove e come vadano definite le questioni della conoscibilità e della capacità di
agire? Quali tipi di capacità di agire vengono esclusi nel postulare un soggetto epistemologico,
proprio perché le regole e le pratiche, che governano l’invocazione di quel soggetto e che regolano
preventivamente la sua capacità di agire sono estromesse come luoghi di analisi e di intervento
critico? Il banale operare del linguaggio ordinario conferma, in modo ingenuo e pervasivo, il fatto
che il punto di partenza epistemologico non sia per nulla inevitabile – così come è ampiamente
documentato in antropologia –, laddove la dicotomia soggetto/oggetto appare strana e contingente,
quando non un’imposizione filosofica violenta. Il lessico dell’appropriazione, della strumentalità, del
distanziamento, proprio dell’approccio epistemologico, appartiene anche a una strategia di dominio
che oppone l’«io» all’«Altro» e, una volta realizzata tale separazione, crea una serie artificiale di
domande sulla conoscibilità e la ricuperabilità dell’«Altro».
Parte dell’eredità epistemologica insita nei discorsi politici contemporanei dell’identità, questa
opposizione binaria è una mossa strategica che si dà entro una determinata serie di pratiche di
significazione, una mossa che instaura l’«Io» in e attraverso questa opposizione e che reifica
quest’ultima come una necessità, occultando l’apparato discorsivo che la costituisce. Lo spostamento
da una descrizione epistemologica dell’identità a una descrizione che colloca la problematica
all’interno di pratiche di significazione consente un’analisi che considera la modalità epistemologica
solo come una una pratica di significazione possibile e contingente. Inoltre, il problema della
capacità di agire viene riformulato come domanda aperta sul funzionamento della significazione e
della risignificazione. In altre parole, ciò che viene significato come identità non è significato una
volta per tutte, per poi rimanere un pezzo inerte del linguaggio entitativo. Certo, le identità possono
apparire come altrettanti sostantivi inerti; in effetti, i modelli epistemologici tendono ad assumere
questa apparenza a loro punto di partenza teorico. Tuttavia l’«io» sostantivo appare come tale solo
attraverso una pratica di significazione che cerca di occultare la propria elaborazione e di
naturalizzarne gli effetti. Inoltre, qualificarsi come identità sostantiva è un’impresa ardua, perché
queste apparenze sono identità generate da regole, identità che si fondano sull’invocazione coerente e
ripetuta di regole, che condizionano e delimitano le pratiche dell’identità culturalmente intelligibili.
Di fatto, intendere l’identità come una pratica, e come una pratica di significazione, significa
considerare i soggetti culturalmente intelligibili quali effetti derivanti da un discorso delimitato da
regole, che si introduce negli atti di significazione pervasivi e comuni della vita linguistica. Da un
punto di vista astratto, il linguaggio fa riferimento a un sistema aperto di segni che insistentemente
crea e contesta l’intelligibilità. In quanto organizzazioni storicamente specifiche del linguaggio, i
discorsi si presentano al plurale, coesistono all’interno di cornici temporali, istituendo in modo
imprevedibile e involontario delle convergenze, che generano specifiche modalità di possibilità
discorsive.
In quanto processo, la significazione accoglie al proprio interno ciò che il discorso epistemologico
definisce come «capacità di agire». Le regole che governano l’identità intelligibile, che sanciscono e
delimitano cioè l’intelligibilità dell’asserzione di un «Io», sono regole parzialmente strutturate
secondo le matrici della gerarchia di genere e dell’eterosessualità obbligatoria e operano attraverso
l a ripetizione. Infatti, affermare che il soggetto viene costituito significa semplicemente dire che il
soggetto è una conseguenza di determinati discorsi governati da regole, che governano a loro volta
l’invocazione intelligibile dell’identità. Il soggetto non è determinato dalle regole che lo generano,
perché la significazione non è un atto fondante, ma anzi un processo regolato di ripetizione che
occulta se stesso e insieme legittima le proprie regole attraverso la produzione di effetti di
sostanzializzazione. In un certo senso tutta la significazione ha luogo nell’orbita della coazione a
ripetere; «la capacità di agire» va allora situata entro la possibilità di variazione di tale ripetizione.
Se le regole che governano la significazione non solo restringono ma anche permettono
l’affermazione di sfere alternative di intelligibilità culturale, ovvero nuove possibilità di genere che
contestano i rigidi codici del binarismo gerarchico, allora è solo all’interno delle pratiche di
significazione ripetitiva che una sovversione dell’identità diventa possibile. L’ingiunzione a essere
un dato genere produce necessariamente dei fallimenti, una varietà di configurazioni incoerenti che,
nella loro molteplicità, eccedono e sfidano l’ingiunzione che li genera. Inoltre, l’ingiunzione stessa a
essere un dato genere ha luogo attraverso percorsi discorsivi: essere una buona madre, essere un
oggetto desiderabile in senso eterosessuale, essere un/a bravo/a lavoratore/trice, significare una
molteplicità di garanzie in risposta a una varietà di richieste, tutto in una volta. La coesistenza o
convergenza di tali ingiunzioni discorsive produce la possibilità di una complessa riconfigurazione e
rimessa in campo; non è un soggetto trascendentale ciò che permette l’azione nel mezzo di tale
convergenza. Non c’è nessun sé che precede la convergenza o che mantiene una «integrità»
precedente all’entrata in questa sfera culturale di conflitti. C’è solo un’assunzione degli strumenti là
dove si trovano, là dove la stessa «assunzione» è permessa dallo strumento che là si trova.
Che cosa costituisce una ripetizione sovversiva nelle pratiche di significazione del genere? Io ho
sostenuto («io» metto in campo la grammatica che governa il genere testuale della conclusione
filosofica, ma si noti che è la grammatica stessa a mettere in campo e permettere questo «io», anche
quando l’«io» che su questa si appoggia ripete, rimette in campo e, come stabilirà la critica, contesta
la grammatica filosofica che lo autorizza e insieme lo limita), io dicevo, ho sostenuto che, per
esempio, nella distinzione sesso/genere il sesso si pone come «il reale» e la «fatticità», come il
fondamento materiale o corporeo su cui il genere opera come atto di iscrizione culturale. E tuttavia il
genere non è scritto sul corpo nello stesso modo in cui lo strumento di tortura che funziona attraverso
la scrittura nel racconto di Kafka Nella colonia penale si iscrive in modo inintelligibile nella carne
dell’accusato. La domanda non è: di che significato è portatrice l’iscrizione? Ma: qual è l’apparato
culturale che organizza questo incontro tra lo strumento e il corpo, quali interventi sono possibili in
questa ripetizione rituale? Il «reale» e la «fatticità sessuale» sono costruzioni fantasmatiche (illusioni
di sostanza) cui i corpi sono costretti ad approssimarsi pur non riuscendo mai a farlo. Dunque, che
cosa permette di evidenziare la spaccatura tra il fantasmatico e il reale, quando il reale ammette di
essere fantasmatico? E tutto questo offre la possibilità di una ripetizione che non sia totalmente
forzata dall’ingiunzione a riconsolidare le entità naturalizzate? Le superfici del corpo, così come
sono sancite in quanto natura, possono anche diventare il luogo di una performance dissonante e
denaturalizzata che rivela lo statuto performativo del naturale stesso.
Le pratiche della parodia possono servire a riprendere e riconsolidare la distinzione stessa tra una
configurazione di genere privilegiata e naturalizzata e un’altra derivata, fantasmatica e mimetica, una
copia non riuscita, per così dire. Certo, la parodia è stata usata per promuovere una politica della
disperazione, quella che afferma l’esclusione apparentemente inevitabile dei generi marginali
dall’ambito del naturale e del reale. E tuttavia questo fallimento nel diventare «reale» e
nell’incarnare il «naturale» è, credo, un fallimento costitutivo di ogni attuazione del genere, proprio
perché questi ambienti ontologici sono fondamentalmente inabitabili. Perciò, c’è un riso sovversivo
nell’effetto da pastiche delle pratiche parodiche, nelle quali l’originale, l’autentico e il reale sono
essi stessi costituiti come effetti. La perdita delle norme di genere avrebbe l’effetto di far proliferare
le configurazioni del genere, destabilizzando l’identità sostantiva e privando le narrazioni
naturalizzanti dell’eterosessualità obbligatoria dei loro protagonisti principali: l’«uomo» e la
«donna». La ripetizione parodica del genere mette anche in evidenza quanto l’identità di genere,
intesa come profondità intrattabile e sostanza interiore, sia un’illusione. In quanto serie di effetti di
una performatività sottile e politicamente legittimata, il genere è un «atto», per così dire, che è aperto
a scissioni, all’auto-parodia, all’autocritica e alle esibizioni iperboliche del «naturale», che nella
loro esagerazione rivelano il suo statuto fondamentalmente fantasmatico.
Ho cercato di suggerire che le categorie dell’identità che spesso si presume siano fondative per la
politica femminista, vale a dire quelle che sono considerate necessarie per mobilitare il femminismo
in quanto politica dell’identità, operano simultaneamente per limitare e circoscrivere
preventivamente le possibilità culturali che il femminismo si suppone apra. Le limitazioni tacite che
producono il «sesso» culturalmente intelligibile andrebbero intese quali strutture politiche
generative, anziché come fondamenti naturalizzati. Paradossalmente, la riconcettualizzazione
dell’identità come effetto, cioè come qualcosa di prodotto o generato, apre a possibilità di «azione»
[agency] che sono insidiosamente escluse da posizioni che considerano le categorie dell’identità
come fondative e fisse. Per un’identità, essere un effetto significa non essere né fatalmente
determinata né totalmente artificiale e arbitraria. Il fatto che lo statuto costituito dell’identità venga
frainteso secondo queste due linee contrapposte, indica i modi in cui il discorso femminista sulla
costruzione culturale rimane intrappolato nel binarismo non necessario del libero arbitrio e del
determinismo. La costruzione non è in opposizione alla capacità di agire; è la scena necessaria della
capacità di agire, i termini stessi in cui la capacità di agire è articolata e diventa culturalmente
intelligibile. Il compito critico del femminismo non è di costruire un punto di vista esterno alle
identità costruite; questa idea coincide con la costruzione di un modello epistemologico, che
rinnegherebbe la sua stessa collocazione culturale e, dunque, si autopromuoverebbe a soggetto
globale, una posizione che mette in campo proprio le strategie imperialiste che il femminismo
dovrebbe criticare. Il compito critico è invece quello di individuare strategie di ripetizione
sovversiva sancite da queste costruzioni, di affermare possibilità localizzate di intervento,
partecipando proprio a quelle pratiche di ripetizione che costituiscono l’identità e che, quindi,
presentano la possibilità immanente di contestarle.
Questa indagine teorica ha tentato di collocare il politico nelle stesse pratiche di significazione
che instaurano, regolamentano e deregolamentano l’identità. Questo tentativo, tuttavia, può trovare
una realizzazione solo attraverso l’introduzione di una serie di domande che ampliano la nozione
stessa del politico. Come distruggere le fondazioni che coprono figurazioni culturali alternative del
genere? Come destabilizzare e restituire alla loro dimensione fantasmatica le «premesse» della
politica dell’identità?
Questo compito ha richiesto una genealogia critica della naturalizzazione del sesso e dei corpi in
generale. Ha anche sollecitato una riconsiderazione della figura del corpo muto, precedente alla
cultura, in attesa di significazione, una figura che si incrocia con quella del femminile, che è in attesa
dell’iscrizione, come incisione del significante maschile, per entrare nel linguaggio e nella cultura. A
partire da un’analisi politica dell’eterosessualità obbligatoria, è stato necessario mettere in questione
la costruzione del sesso come binario, come un’opposizione binaria gerarchica. Dal punto di vista
del genere come attuazione, sono emerse alcune domande sulla fissità dell’identità di genere, in
quanto profondità interiore che si presume venga esteriorizzata in diverse forme di «espressione». Si
è mostrato come la costruzione implicita della costruzione primaria eterosessuale del desiderio
persiste anche quando appare nella modalità della bisessualità primaria. Si è mostrato anche come le
strategie di esclusione e gerarchizzazione persistono nella formulazione della distinzione
sesso/genere e nel ricorso al «sesso» inteso come dimensione pre-discorsiva e anche come priorità
della sessualità rispetto alla cultura, in particolare alla costruzione culturale della sessualità come
pre-discorsiva. Infine, il paradigma epistemologico, che presuppone la priorità dell’agente rispetto
all’azione, instaura un soggetto globale e globalizzante che rinnega la propria posizionalità e, allo
stesso tempo, le condizioni per un intervento localizzato.
Considerati come i fondamenti della teoria o della politica femminista, questi «effetti» della
gerarchia del genere e dell’eterosessualità obbligatoria vengono falsamente descritti come
fondazioni. Ma non solo: anche le pratiche di significazione che permettono tale falsa descrizione
metalettica, rimangono al di fuori dell’ambito di una critica femminista delle relazioni di genere.
Entrare nelle pratiche ripetitive di questo terreno di significazione non è una scelta, perché l’«io» che
potrebbe entrare è già da sempre dentro: non è possibile avere capacità di agire o realtà al di fuori
delle pratiche discorsive che conferiscono a questi termini l’intelligibilità che hanno. Il compito non
è di chiedersi se sia il caso di ripetere, ma come ripetere o, meglio, ripetere e, attraverso una
radicale proliferazione del genere, dislocare le stesse norme di genere che permettono la ripetizione
stessa. Non c’è un’ontologia del genere su cui potremmo costruire una politica, perché le ontologie di
genere operano sempre all’interno di contesti politici istituiti come ingiunzioni normative, che
determinano ciò che si qualifica come sesso intelligibile, invocando e consolidando le limitazioni
riproduttive imposte alla sessualità, fissando i requisiti prescrittivi attraverso i quali corpi sessuati o
connotati dal punto di vista del genere arrivano all’intelligibilità culturale. L’ontologia, quindi, non è
una fondazione, ma un’ingiunzione normativa che opera in modo insidioso installandosi nel discorso
politico come suo fondamento necessario.
La decostruzione dell’identità non è la decostruzione della politica; anzi, istituisce come politici i
termini con cui viene articolata l’identità. Questo tipo di critica mette in questione la cornice
fondazionalista entro cui è stato articolato il femminismo in quanto politica dell’identità. Il paradosso
interno a questo fondazionalismo consiste nel fatto che presuppone, fissa e circoscrive i «soggetti»
stessi che spera di rappresentare e liberare. Il compito qui non è quello di celebrare ogni singola
nuova possibilità proprio in quanto possibilità, ma di ridescrivere le possibilità che esistono già,
ma che esistono all’interno di sfere culturali designate come culturalmente inintelligibili e
impossibili. Se le identità non fossero più fissate come premesse di un sillogismo politico, e se la
politica non fosse più concepita come una serie di pratiche derivate dai presunti interessi di una serie
di soggetti preconfezionati, allora dalle rovine del vecchio emergerebbe senz’altro una nuova
configurazione della politica. Le configurazioni culturali del sesso e del genere potrebbero allora
proliferare o, per meglio dire, la loro attuale proliferazione potrebbe allora diventare articolabile
all’interno di quei discorsi che stabiliscono ciò che è una vita culturale intelligibile, confondendo il
binarismo del sesso ed evidenziando la sua innaturalità fondamentale. Quali altre strategie localizzate
di coinvolgimento dell’«innaturale» potrebbero condurre alla denaturalizzazione del genere in quanto
tale?
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