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Gesù Eucaristico Amore

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Gesù Eucaristico Amore
Gesù
Eucaristico
Eucaristico Amore
PREFAZIONE
"La devozione all'Eucaristia - disse S. Pio X, il Papa dell'Eucaristia - è
la piú nobile perché ha per oggetto Dio; è la più salutare perché ci dà
l'Autore della grazia; è la più soave perché soave è il Signore."
La devozione all'Eucaristia, insieme alla devozione alla Madonna, è
una devozione di Paradiso, perché è la devozione che hanno anche gli
Angeli e i Santi del Cielo. "Figurando una accademia in Paradiso diceva Santa Gemma Galgani estatica - si deve imparare ad amare
soltanto. La scuola è nel Cenacolo, il maestro è Gesù, le dottrine sono
la sua carne e il suo sangue".
L'Eucaristia è Gesù Amore. Per questo è il Sacramento dell'Amore, di
tutto l'amore: contiene Gesú vivo e vero che è "Dio Amore" (Giov. 4, 8)
e che "ci ha amato fino all'eccesso" (Giov. 13, 1).
Tutte le espressioni dell'amore, le più alte e le più profonde, sono
racchiuse nell'Eucaristia: l'amore crocifisso, l'amore unitivo, l'amore
adorante, l'amore contemplativo, l'amore orante, l'amore inebriante.
Gesù Eucaristico è Amore crocifisso nel S. Sacrificio della Messa, in cui
rinnova l'immolazione di Sé per noi; è Amore unitivo nella
Comunione Sacramentale e spirituale, in cui si fa "uno" con chi Lo
riceve; è Amore adorante nel S. Tabernacolo, in cui è presente come
olocausto di adorazione al Padre; è Amore contemplativo nell'incontro
con le anime che amano "stare ai suoi piedi" come Maria di Betania
(Luc. 10, 39); è Amore orante nella sua "incessante intercessione per
noi" al cospetto del Padre (Ebr. 1,25); è Amore inebriante nelle celesti
ebbrezze dell'unione nuziale con i suoi prediletti, i vergini e le vergini,
che Egli stringe a Sé con amore esclusivo, come strinse a sé S. Giovanni
Evangelista, l'apostolo vergine, l'unico che nel Cenacolo "riposò sul
petto di Gesù" (Giov. 21, 20).
"Essere posseduti da Gesù e possederlo: ecco il regno perfetto
dell'amore", ha scritto S. Pietro Giuliano Eymard. Ebbene, l'Eucaristia
realizza questo "regno perfetto dell'amore" in tutti i puri di cuore che
si accostano ai Santi Tabernacoli e si uniscono a Gesù Ostia con umiltà
e amore. Gesù nell'Eucaristia si immola per noi, si dona a noi, resta fra
noi con umiltà e amore infiniti.
"O meravigliosa altezza e degnazione che dà stupore! - esclamava il
Serafico Padre S. Francesco - O umiltà sublime e sublimità umile che il
Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, abbia ad umiliarsi così da
nascondersi sotto la piccola figura del pane per la nostra salute!
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Guardate, fratelli, l'abbassamento di Dio... Quindi non tenetevi nulla
di voi stessi, affinché interamente vi accolga colui che tutto si dà a
voi".
E S. Alfonso de' Liguori aggiunge, con la sua solita tenerezza
affettuosa: "Mio Gesù! Quale invenzione amorosa è stata mai questa
del SS mo Sacramento, di nascondervi sotto l'apparenza del pane per
farvi amare e trovare da chi Vi desidera!".
he ogni giorno ci dona Gesù, e alla Beata Vergine Maria che è la
Madre Divina di Gesù e di tutti i Sacerdoti, sia sempre presente al
nostro affetto verso il SS. Sacramento, perché l'Eucaristia, la Madonna
e il Sacerdote sono inseparabili, così come sul Calvario furono
inseparabili
Gesù,
Maria
e
S.
Giovanni
Evangelista.
Impariamo tutto questo alla scuola dei Santi. Essi l'hanno vissuto in
maniera ardente e sublime, da veri serafini di amore all'Eucaristia. Ed
essi soli, come dice la Lumen Gentium (n. 50), sono la "via sicurissima"
a Gesù Eucaristico Amore.
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I) O DIVINA EUCARISTIA!
Gesù Eucaristico è l’"Emanuele", ossia "Dio con noi" (Mt. 1, 23)
• Gesù Eucaristico è Dio fra noi
• Conoscere, amare e vivere l’Eucaristia
GESÙ EUCARISTICO È DIO FRA NOI
Quando S. Giovanni Maria Vianney arrivò nel piccolo e sperduto
paesello di Ars, qualcuno gli disse con amarezza: “Qui non c’è più
nulla da fare”. “Dunque c’è tutto da fare”, rispose il Santo.
E cominciò subito a fare. Che cosa?... Si alzava alle due di notte e si
metteva in preghiera presso l’altare nella buia Chiesa. Recitava
l’Ufficio Divino, faceva la meditazione, si preparava per la S. Messa;
dopo la S. Messa faceva il ringraziamento, poi restava ancora in
preghiera fino a mezzogiorno: sempre in ginocchio sul pavimento,
senza appoggio, la corona del Rosario fra le mani, lo sguardo fisso al
Tabernacolo.
Così durò per un po’ di tempo.
Poi, però..., dovette cominciare a cambiare orari; e arrivò al punto da
trasformare radicalmente l’ordinamento delle sue cose. Gesù
Eucaristico e la Vergine Santa attraevano via via le anime in quella
povera Parrocchia, fino a che la Chiesa non apparve insufficiente a
contenere le folle e il confessionale del santo Curato venne assiepato
da file interminabili di penitenti. Il S. Curato fu costretto a confessare
per dieci, quindici, diciotto ore al giorno!
Come mai quella trasformazione? Una povera Chiesa, un altare
deserto, un tabernacolo abbandonato, un vecchio confessionale, un
sacerdote sprovveduto di mezzi e poco dotato: come potevano operare
in quello sconosciuto paesello una trasformazione così mirabile?
Le stesse domande possiamo farcele oggi per un paese del Gargano, S.
Giovanni Rotondo, fino a pochi decenni fa sperduto e ignorato fra le
balze pietrose di quel promontorio. Oggi S. Giovanni Rotondo è un
centro di vita spirituale e culturale di fama più che nazionale.
Anche lì, un povero frate infermo, un vecchio conventino cadente, una
piccola Chiesa deserta, un altare e un tabernacolo sempre soli con quel
povero frate che consumava la corona e le mani nella recita
instancabile di Rosari.
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Come mai? A che cosa è dovuta la mirabile trasformazione avvenuta
ad Ars e a S. Giovanni Rotondo per centinaia di migliaia, forse milioni
di persone accorse da ogni parte della terra?
Solo Dio poteva operare quelle trasformazioni, servendosi, secondo il
suo stile, delle “cose inconsistenti per umiliare quelle consistenti” (1
Cor. 1, 28). Tutto è dovuto a Lui, alla potenza divina e infinita
dell’Eucaristia, alla forza onnipotente di attrazione che si irradia da
ogni Tabernacolo, e si è irradiata dai Tabernacoli di Ars e di S.
Giovanni Rotondo raggiungendo le anime attraverso il ministero di
quei due Sacerdoti, veri “ministri del Tabernacolo” (Ebr. 13, 10) e
“dispensatori dei misteri divini” (1 Cor. 4, 1).
Che cos’è, infatti, l’Eucaristia? È Dio fra noi. È il Signore Gesù presente
nei Tabernacoli delle nostre Chiese con il suo Corpo, Sangue, Anima e
Divinità. È Gesù velato dalle apparenze del pane, ma realmente,
fisicamente presente nelle Ostie consacrate per dimorare in mezzo a
noi, operare in noi, per noi, a nostra disposizione. Gesù Eucaristico è il
vero “Emanuele”, ossia “Dio con noi” (Matt. 1, 23).
“La fede della Chiesa - ci insegna S. S. Pio XII - è questa: che uno e
identico è il Verbo di Dio e il Figlio di Maria, che soffrì sulla croce, che
è presente nella Eucaristia, che regna nel Cielo”.
Gesù Eucaristico è fra noi come fratello, come amico, come sposo
delle nostre anime. Egli vuol venire in noi per essere il nostro cibo di
vita eterna, il nostro amore, il nostro sostegno; vuole incorporarci a Sé
per essere il nostro Redentore e Salvatore, Colui che ci porta nel Regno
dei cieli per immergerci nell’eternità dell’Amore.
Con l’Eucaristia Dio ci ha dato veramente tutto. S. Agostino esclama:
“Dio essendo onnipotente non poté dare di più; essendo sapientissimo
non seppe dare di più; essendo ricchissimo non ebbe da dare di più”.
Andiamo all’Eucaristia, quindi. Avviciniamoci a Gesù che vuol farsi
nostro per farci Suoi divinizzandoci. “Gesù cibo delle anime forti esclamava S. Gemma Galgani - fortificami, purificami, divinizzami”.
Accostiamoci all’Eucaristia con cuore puro e ardente. Come i Santi.
Non sia mai troppa la nostra cura per conoscere questo Mistero
ineffabile. La meditazione, lo studio, la riflessione sull’Eucaristia
trovino spazio di tempo geloso nel quotidiano avvicendarsi delle
nostre ore. Sarà il tempo più benedetto della nostra giornata.
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CONOSCERE, AMARE, VIVERE L’EUCARISTIA
Per scoprire almeno qualcosa delle ricchezze sterminate racchiuse nel
mistero eucaristico, impegnamoci in un triplice esercizio costante e
unitario: esercizio della mente, del cuore, della volontà.
1) Esercizio della mente: ossia la meditazione attenta e ordinata
sull’Eucaristia, fatta su libri che ci portino alla scoperta e
all’approfondimento personale di questo mistero d’amore (semplice,
ma ricco, è il volumetto di S. Alfonso M. de’ Liguori, Visite al SS.
Sacramento e a Maria SS.; preziosi i due volumetti di S. Pietro
Giuliano Eymard, La Presenza Reale, La S. Comunione).
Andiamo soprattutto alla scuola di S. Pietro Giuliano Eymard, che fu
impareggiabile apostolo dell’Eucaristia. Portare tutti all’Eucaristia fu
la sua vocazione e missione. Quando fondò la Congregazione dei
Sacerdoti del SS. Sacramento, egli offrì la sua vita per il Regno
Eucaristico di Gesù e scrisse allora le ardenti parole: “Eccovi, o caro
Gesù, la mia vita: eccomi pronto a mangiare pietre, a morire
abbandonato, pur di riuscire a innalzarvi un trono, a darvi una
famiglia di amici, un popolo di adoratori”.
Se conoscessimo il dono di Dio che è Amore, e che donandoci Se stesso
ci dona tutto l’Amore! “L’Eucaristia - dice S. Bernardo - è l’amore che
supera tutti gli amori nel cielo e sulla terra”. E S. Tommaso ha scritto:
“L’Eucaristia è il Sacramento dell’amore, significa amore, produce
amore”.
Un giorno un emiro arabo, Abd-el-Kader, girando per le vie di
Marsiglia in compagnia di un ufficiale francese, si incontrò con un
Sacerdote che portava il S. Viatico a un moribondo. L’ufficiale francese
si fermo, si scoprì il capo e piegò il ginocchio. L’amico gli chiese la
ragione di quel saluto. “Adoro il mio Dio che il Sacerdote sta portando
a un ammalato”, rispose il bravo ufficiale. “Come mai - reagì l’emiro potete voi credere che Dio, così grande, si faccia tanto piccolo, e
consenta di andare anche nelle soffitte dei poveri? Noi maomettani
abbiamo un’idea ben più alta di Dio”. “È perchè voi - replicò l’ufficiale
- avete soltanto un’idea della grandezza di Dio; ma non conoscete il
suo amore”.
Proprio così. "L’Eucaristia - esclama S. Pietro G. Eymard - è la suprema
manifestazione dell’amore di Gesù: dopo di essa non c’è più che il
cielo”. Eppure, quanti di noi cristiani ignoriamo ancora la portata
immensa dell’Amore contenuto nell’Eucaristia!
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2) Esercizio del cuore. Se ogni cristiano deve amare Gesù Cristo (“Chi
non ama il Signore Gesù sia maledetto”: 1 Cor. 16, 22), l’amore verso
l’Eucaristia dovrebbe essere spontaneo e sempre vivo in tutti. Ma
anche l’amore esige l’esercizio. Bisogna esercitare il cuore a desiderare
il vero Bene, a bramare “l’Autore della vita” (Att. 3, 15).
La S. Comunione rappresenta il vertice di questo esercizio d’amore
che si consuma nell’unione fra il cuore della creatura e Gesù. S.
Gemma Galgani poteva esclamare a riguardo: “Non posso più reggere
a pensare che Gesù nella prodigiosa espansione del suo amore, si fa
sentire e si manifesta all’ultima sua creatura con tutti gli splendori del
suo cuore”. E che dire degli “esercizi” del cuore di Santa Gemma che
desiderava essere una “tenda d’amore” in cui tenere sempre Gesù con
sé? che bramava avere “un posticino nel ciborio” per poter stare
sempre con Gesù? che chiedeva di poter diventare “la sfera delle
fiamme di amore” di Gesù?
Quando S. Teresa del Bambino Gesù era già ammalata gravemente, si
trascinava con grande sforzo in Chiesa per ricevere Gesù. Una
mattina, dopo la S. Comunione, fu trovata nella sua cella, esausta,
sfinita. Una delle suore le fece osservare di non doversi sforzare tanto.
La Santa rispose: “Oh, che cosa sono queste sofferenze di fronte a una
Comunione?”. E il suo dolce lamento per non poter fare la Comunione
quotidiana (non permessa ai suoi tempi) si risolse nell’invocazione
ardente a Gesù: “Restate in me come nel Tabernacolo, non
allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia”.
Quando S. Margherita Maria Alacoque lasciò il mondo e si consacrò a
Dio nel monastero, fece un voto particolare e lo scrisse con il suo
sangue: “Tutto per l’Eucaristia: nulla per me”. Inutile tentar di
descrivere l’amore struggente della Santa per l’Eucaristia. Quando non
poteva comunicarsi, usciva in accenti d’affetto bruciante come questi:
“Ho un tale desiderio della S. Comunione, che, se fosse necessario
camminare a piedi nudi sopra una strada di fuoco per giungervi, lo
farei con indicibile gioia”.
S. Caterina da Siena diceva spesso al suo Confessore: “Padre, ho fame:
per l’amore di Dio date a questa anima il suo nutrimento, Gesù
Eucaristico”; oppure, confidava: “Quando non posso ricevere il
Signore, vado in Chiesa, ed ivi Lo guardo... Lo guardo ancora...: e
questo mi sazia”.
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Questo si chiama “esercizio del cuore”.
3) Esercizio della volontà. La volontà deve esercitarsi nel tradurre in
vita le divine lezioni dell’Eucaristia. A che servirebbe scoprire il valore
infinito dell’Eucaristia (con la meditazione) per cercare di amarla (con
la S. Comunione), se poi non ci si applica a viverla?
L’Eucaristia è lezione di amore indicibile, di immolazione totale, di
umiltà e nascondimento senza pari, di pazienza e dedizione illimitate.
Cosa facciamo noi? Dobbiamo pur realizzare qualcosa! Possibile che
Gesù ci ha amato e ci ama “fino all’eccesso” (Giov. 13, 1), e noi
restiamo indifferenti e inerti? No, Gesù, non sia più così!
Se ci sentiamo deboli e fragili, ricorriamo a Lui, diciamolo a Lui e
cerchiamo da Lui senza indugi l’aiuto e il sostegno, perché è proprio
Lui che ha detto: “Senza di Me non potete far nulla” (Giov. 15, 5). Ma
innanzitutto andiamo da Lui! “Venite a Me... e lo vi ristorerò” (Matt.
11, 28). Andiamo a visitarlo spesso, entrando in Chiesa ogni volta che
possiamo e sostando un po’ di tempo presso il Tabernacolo, vicini
vicini a Lui col cuore e col corpo. Erano ansia costante dei Santi la
“Visita” a Gesù Eucaristico, l’ora di Adorazione eucaristica, le
Comunioni Spirituali, le Giaculatorie, gli atti di amore a gettito
spontaneo e vivace. Quanto bene ne ricevevano e quanto ne
trasmettevano!
Un giorno, a Torino, un amico chiese a Pier Giorgio Frassati, suo
compagno di università: “Andiamo a prendere un aperitivo”. Pier
Giorgio colse a volo l’occasione, e rispose indicando all’amico la vicina
Chiesa di S. Domenico: “Ma sì andiamo a prenderlo in quel... bar”.
Entrarono in Chiesa e pregarono per un po’ di tempo presso il
Tabernacolo; poi, avvicinandosi alla cassetta delle offerte, Pier Giorgio
disse: “Ecco l’aperitivo...”. E dalle tasche dei due giovani uscì
l’elemosina per i poveri.
Pensando all’Eucaristia, S. Giovanni Crisostomo chiese una volta
durante la predica: “Come potremmo fare noi dei nostri corpi
un’ostia?”. E rispose lui stesso: “I vostri occhi non guardino nulla di
cattivo, e avrete offerto un sacrificio; la vostra lingua non preferisca
parole sconvenienti, e avrete fatto un’offerta; la vostra mano non
commetta
peccato,
e
avrete
compiuto
un
olocausto”.
Pensiamo agli occhi di S. Coletta, sempre bassi e raccolti in soave
modestia; perché? “I miei occhi li ho riempiti di Gesù che ho fissato
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all’elevazione dell’Ostia nella S. Messa, e non voglio sovrapporGli
nessun’altra immagine”.
Pensiamo al riserbo e all’edificazione dei Santi nel parlare, usando
esattamente la lingua consacrata dal contatto con il Corpo di Gesù.
Pensiamo alle opere buone che le anime innamorate dell’Eucaristia
hanno compiuto, perché Gesù comunicava loro i suoi stessi sentimenti
di amore a tutti i fratelli, specialmente ai più bisognosi.
Non potremmo anche noi esercitare così la nostra volontà? Impariamo
dai Santi, e mettiamoci all’opera.
II GESÙ PER ME
Gesù “mi ha amato e ha immolato se stesso per me”
(Gal. 2,20)
• La S. Messa è il Sacrificio della Croce
• La S. Messa quotidiana
• La partecipazione attiva e fruttuosa
• La S. Messa e le anime del Purgatorio
LA S. MESSA È IL SACRIFICIO DELLA CROCE
Soltanto in cielo comprenderemo quale divina meraviglia sia la S.
Messa. Per quanto ci si sforzi e per quanto si sia santi e ispirati, non si
può che balbettare su questa opera divina che trascende gli uomini e
gli Angeli.
Un giorno fu chiesto a P. Pio da Pietrelcina: “Padre, spiegateci la S.
Messa”. “Figli miei - rispose il Padre - come posso spiegarvela? La
Messa è infinita come Gesù... Chiedete ad un Angelo cosa sia una
Messa ed egli vi risponderà con verità: capisco che è e perché si fa, ma
non comprendo però quanto valore abbia. Un Angelo, mille Angeli,
tutto il cielo sanno questo e così pensano”.
S. Alfonso de’ Liguori arriva ad affermare: “Dio stesso non può fare
che vi sia un’azione più santa e più grande della celebrazione di una S.
Messa”. Perché? Perché la S. Messa è, si può dire, la sintesi
dell’Incarnazione e della Redenzione; contiene in sé la Nascita, la
Passione e la Morte di Gesù per noi. Il Concilio Vaticano II ci insegna:
“Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il
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Sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare
nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce” (Sacrosantum
Concilium, n. 47) E. S. Tommaso d’Aquino con frase luminosa scrisse:
“Tanto vale la celebrazione della S. Messa quanto vale la morte di
Gesù in croce”.
Per questo S. Francesco d’Assisi diceva: “L’uomo deve tremare, il
mondo deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando
sull’altare, tra le mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio”.
In realtà, rinnovando il Sacrificio della Passione e Morte di Gesù, la S.
Messa è cosa tanto grande da bastare essa sola a trattenere la Giustizia
Divina. S. Teresa di Gesù diceva alle sue figlie: “Senza la S. Messa che
cosa sarebbe di noi? Tutto perirebbe quaggiù, perché soltanto essa può
fermare il braccio di Dio”. Senza di Essa certamente la Chiesa non
durerebbe e il mondo andrebbe disperatamente perduto. “Sarebbe più
facile che la terra si reggesse senza sole, anziché senza la S. Messa”,
affermava P. Pio da Pietrelcina, facendo eco a S. Leonardo da Porto
Maurizio, che diceva: “lo credo che se non ci fosse la Messa, a
quest’ora il mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso delle sue
iniquità. È la Messa il poderoso sostegno che lo regge”.
Gli effetti salutari, poi, che ogni Sacrificio della Messa produce
nell’anima di chi vi partecipa sono ammirabili: ottiene il pentimento e
il perdono delle colpe, diminuisce la pena temporale dovuta ai peccati,
indebolisce l’impero di satana e i furori della concupiscenza, rinsalda i
vincoli dell’incorporazione a Cristo, preserva da pericoli e disgrazie,
abbrevia la durata del Purgatorio, procura un più alto grado di gloria
in Cielo. “Nessuna lingua umana - dice S. Lorenzo Giustiniani - può
enumerare i favori dei quali è sorgente il sacrificio della Messa; il
peccatore si riconcilia con Dio, il giusto diviene più giusto, sono
cancellate le colpe, annientati i vizi, alimentati le virtù e i meriti,
confuse le insidie diaboliche”. Per questo S. Leonardo da Porto
Maurizio non si stancava di esortare le folle che l’ascoltavano: “O
popoli ingannati, che fate voi? Perché non correte alle Chiese per
ascoltare quante Messe potete? Perché non imitate gli Angeli, che,
quando si celebra la S. Messa, scendono a schiere dal Paradiso e
stanno attorno ai nostri altari in adorazione, per intercedere per noi?”.
Se è vero che tutti abbiamo bisogno di grazie per questa e per l’altra
vita, nulla può ottenercele da Dio come la S. Messa. S. Filippo Neri
diceva: “Con l’orazione noi domandiamo a Dio le grazie; nella S.
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Messa costringiamo Dio a darcele”. La preghiera fatta durante la S.
Messa impegna tutto il nostro sacerdozio, sia quello ministeriale
(esclusivo del celebrante) sia quello comune a tutti i fedeli. Nella S.
Messa la nostra preghiera è unita alla sofferta preghiera di Gesù che si
immola per noi. Specialmente durante il Canone, che è il cuore della
Messa, la preghiera di tutti noi diventa anche preghiera di Gesù
presente fra noi. I due momenti del Canone Romano in cui si possono
ricordare i vivi e i defunti sono i momenti d’oro della nostra supplica:
possiamo pregare per i nostri bisogni, possiamo raccomandare le
persone a noi care, vive e defunte, proprio negli attimi supremi della
Passione e Morte di Gesù fra le mani del Sacerdote. Approfittiamone
con cura; i Santi ci tenevano molto, e quando si raccomandavano alle
preghiere dei Sacerdoti chiedevano loro di ricordarli soprattutto
durante il Canone.
In particolare, nell’ora della morte le Messe devotamente ascoltate
formeranno la nostra più grande consolazione e speranza, e una Messa
ascoltata durante la vita sarà più salutare di molte Messe ascoltate da
altri per noi dopo la nostra morte. “Assicurati - disse Gesù a S.
Gertrude - che a chi ascolta devotamente la S. Messa, io manderò,
negli ultimi istanti della sua vita, tanti dei miei Santi per confortarlo e
proteggerlo, quante saranno state le Messe da lui bene ascoltate”.
Quanto è consolante ciò! Aveva ragione il S. Curato d’Ars di dire: “Se
conoscessimo il valore del S. Sacrificio della Messa, quanto maggiore
zelo porremmo per ascoltarla!”. E S. Pietro G. Eymard esortava:
“Sappi, o cristiano, che la Messa è l’atto più santo della Religione: tu
non potresti far niente di più glorioso a Dio, né di più vantaggioso alla
tua anima che di ascoltarla piamente e il più sovente possibile”.
Per questo dobbiamo stimarci fortunati ogni volta che ci è offerta la
possibilità di ascoltare una S. Messa, né tirarci mai indietro di fronte a
qualche sacrificio per non perderla, specialmente nei giorni di precetto
(domenica e feste). Pensiamo a S. Maria Goretti che per andare a
Messa la domenica percorreva a piedi, tra andata e ritorno, 24
chilometri! Pensiamo a Santina Campana che si recava a Messa con la
febbre altissima addosso. Pensiamo al B. Massimiliano M. Kolbe che
celebrava la S. Messa anche quando era in condizioni di salute così
pietose che un confratello doveva sostenerlo all’altare perché non
cadesse. E quante volte P. Pio da Pietrelcina celebrò la Messa
febbricitante e sanguinante?
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Nella nostra vita di ogni giorno, dobbiamo preferire la S. Messa ad
ogni altra cosa buona, perché, come dice S. Bernardo: “Si merita di più
ascoltando devotamente una S. Messa, che col distribuire ai poveri
tutte le proprie sostanze e col girare pellegrinando su tutta la terra”. E
non può essere diversamente, perché nessuna cosa al mondo può
avere il valore infinito di una S. Messa.
Tanto più dobbiamo preferire la S. Messa ai divertimenti in cui si
sciupa il tempo senza nessun vantaggio per l’anima. S. Luigi IX, re di
Francia, ascoltava ogni giorno diverse Messe. Qualche ministro se ne
lamentò dicendo che poteva dedicare quel tempo agli affari del regno.
Il santo re disse: “Se impiegassi doppio tempo nei divertimenti, nella
caccia, nessuno avrebbe da ridire”.
Siamo generosi, e facciamo volentieri qualche sacrificio per non
perdere un bene così grande. S. Agostino diceva ai suoi cristiani:
“Tutti i passi che uno fa per recarsi ad ascoltare la S. Messa sono da un
Angelo numerati, e sarà concesso da Dio un sommo premio in questa
vita e nell’eternità”. E il S. Curato d’Ars aggiunge: “Com’è felice
quell’Angelo Custode che accompagna un’anima alla S. Messa”.
LA S. MESSA QUOTIDIANA
Quando si è compreso che la S. Messa ha un valore infinito, non fa più
meraviglia l’amore e la premura dei Santi nell’ascoltarla ogni giorno,
anzi nell’ascoltarne ogni giorno più che potevano.
S. Agostino ci ha lasciato questo elogio di sua madre Santa Monica:
“Non lasciava passar giorno senza esser presente al Divin Sacrificio
davanti al tuo altare, o Signore”.
S. Francesco di Assisi ascoltava di solito due Messe ogni giorno; e
quando era ammalato pregava qualche confratello sacerdote di
celebrargli la Messa in cella, pur di non restare senza Messa!
S. Tommaso d’Aquino, ogni mattina, dopo aver celebrato la sua
Messa, serviva un’altra Messa per ringraziamento.
S. Pasquale Baylon, piccolo pastorello, non poteva recarsi in Chiesa ad
ascoltare tutte le Messe che avrebbe desiderato, perché doveva portare
le pecore al pascolo. E allora, ogni volta che udiva la campana dare il
segnale della S. Messa, si inginocchiava sull’erba fra le pecorelle,
davanti a una croce di legno fatta da lui stesso, e seguiva così, da
lontano, il Sacerdote che stava offrendo il Divin Sacrificio. Caro Santo,
vero serafino d’amore eucaristico! Anche sul letto di morte egli udì la
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campana della Messa, ed ebbe la forza di sussurrare ai confratelli:
“Sono contento di unire al Sacrificio di Gesù quello della mia povera
vita”. E morì, alla Consacrazione!
Una mamma di otto figli, S. Margherita, regina di Scozia, si recava e
conduceva con sé i figli a Messa tutti i giorni; e con materna premura
insegnava loro a considerare come tesoro il messalino, che ella volle
adornare di pietre preziose.
Ordiniamo bene le nostre cose, in modo da non farci mancare il tempo
per la S. Messa. Non diciamo di essere troppo impegnati in faccende,
perché Gesù potrebbe ricordarci: “Marta, Marta..., tu ti affanni in
troppe cose, invece di pensare all’unica cosa necessaria!” (Lc. 10, 41).
Quando si vuole veramente, il tempo per andare a Messa si trova,
senza venir meno ai propri doveri. S. Giuseppe Cottolengo
raccomandava a tutti la S. Messa quotidiana: agli insegnanti, alle
infermiere, agli operai, ai medici, ai genitori... E a chi gli opponeva di
non avere il tempo per andarci, rispondeva deciso: “Cattiva economia
del tempo! "Cattiva economia del tempo!”. È così. Se veramente
pensassimo al valore infinito della S. Messa, brameremmo parteciparvi
e cercheremmo in tutti i modi di trovare il tempo necessario.
S. Carlo da Sezze, andando per la questua a Roma, faceva le sue soste
presso qualche Chiesa per ascoltarvi altre Messe, e proprio durante
una di queste Messe in più, ebbe il dardo d’amore al cuore al
momento dell’elevazione dell’Ostia.
S. Francesco di Paola ogni mattina si recava in Chiesa e si tratteneva là
dentro ad ascoltare tutte le Messe che si celebravano. S. Giovanni
Berchmans, S. Alfonso Rodriguez, S. Gerardo Maiella ogni mattina
servivano più Messe che potevano, e con un contegno così devoto da
attirare molti fedeli in Chiesa.
Il venerabile Francesco del Bambin Gesù, carmelitano, serviva ogni
giorno dieci Messe. Se gli capitava di servirne qualcuna in meno,
diceva. “Oggi non ho fatto intera la mia colazione”... Che dire infine di
P. Pio da Pietrelcina? Quante Messe non ascoltava egli ogni giorno,
partecipandovi con la recita di tanti Rosari? Non sbagliava davvero il
S. Curato d’Ars a dire che “la Messa è la devozione dei Santi”.
Lo stesso bisogna dire dell’amore dei Santi Sacerdoti alla celebrazione
della Messa. Non poter celebrare era per loro una sofferenza terribile.
“Quando sentirai che non posso più celebrare, tienimi per morto”,
arrivò a dire a un confratello S. Francesco Saverio Bianchi.
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S. Giovanni della Croce fece capire che lo strazio più grande patito
durante il periodo delle persecuzioni fu quello di non poter celebrare
la Messa né ricevere la S. Comunione per nove mesi continui.
Ostacoli o difficoltà non contavano per i Santi, quando si trattava di
non perdere un bene così eccelso. Dalla vita di S. Alfonso M. de’
Liguori sappiamo che, un giorno, in una via di Napoli, il Santo fu
assalito da violenti dolori viscerali. Il confratello che l’accompagnava
lo esortò a fermarsi per prendere un calmante. Ma il Santo non aveva
ancora celebrato, e rispose di scatto al confratello: “Caro mio,
camminerei così dieci miglia, per non perdere la S. Messa”. E non ci fu
verso di fargli rompere il digiuno (allora obbligatorio dalla
mezzanotte). Aspettò che i dolori si calmassero un po’, e riprese poi il
cammino fino in Chiesa.
S. Lorenzo da Brindisi, cappuccino, trovandosi in un paese di eretici
senza Chiesa cattolica, fece quaranta miglia a piedi per raggiungere
una Cappella tenuta da cattolici, in cui poter celebrare la S. Messa.
Anche S. Francesco di Sales si trovò in paese protestante e per
celebrare la S. Messa doveva recarsi ogni mattina, prima dell’alba, in
una parrocchia cattolica, che si trovava al di là di un grosso torrente.
Nell’autunno piovoso il torrente si ingrossò più del solito e travolse il
piccolo ponte su cui passava il Santo. Ma S. Francesco non si
scoraggiò. Gettò una grossa trave là dov’era il ponte, e continuò a
passare ogni mattina. D’inverno, però, con il gelo e con la neve c’era
serio pericolo di sdrucciolare e cadere nell’acqua. Allora il Santo si
ingegnò mettendosi a cavalcioni sulla trave, strisciando carponi,
andata e ritorno, pur di non restare senza la celebrazione della S.
Messa!
Noi non rifletteremo mai abbastanza sul mistero ineffabile della S.
Messa che riproduce sui nostri altari il sacrificio del Calvario. Né
ameremo mai troppo questa suprema meraviglia dell’amore divino.
“La S. Messa - scrive S. Bonaventura - è l’opera in cui Dio ci mette
sotto gli occhi tutto l’amore che ci ha portato; è in certo modo la sintesi
di tutti i benefici elargitici”.
15
LA PARTECIPAZIONE ATTIVA E FRUTTUOSA
La grandezza infinita della S. Messa ci deve far comprendere
l’esigenza di una partecipazione attenta e devota al Sacrificio di Gesù.
Adorazione, amore e dolore dovrebbero dominarci incontrastati.
Il Sommo Pontefice Pio XII ha scolpito in pensieri stupendi (ripetuti
con forza dal Concilio Vaticano II) lo stato d’animo con cui bisogna
partecipare alla S. Messa, ossia con “lo stato d’animo che aveva il
Divin Redentore quando faceva sacrificio di sé: l’umile sottomissione
dello spirito, cio'è l’adorazione, l’amore, la lode e il ringraziamento
alla Somma Maestà di Dio..., riprodurre in se stessi le condizioni della
vittima, l’abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il
volontario e spontaneo sacrificio della penitenza, il dolore e
l’espiazione dei propri peccati”.
La vera partecipazione attiva alla S. Messa è quella che ci rende
vittime immolate come Gesù, che ottiene lo scopo di “riprodurre in noi
i lineamenti dolorosi di Gesù” (Pio XII), dandoci “la comunanza dei
patimenti di Cristo e la conformità alla Sua Morte” (Fil. 3, 10). Tutto il
resto è soltanto rito liturgico, veste esterna. S. Gregorio Magno
insegnava: “Il Sacrificio dell’altare sarà per noi un’Ostia veramente
accetta a Dio, quando noi stessi ci faremo Ostia”. Per questo, nelle
antiche comunità cristiane i fedeli, per la celebrazione della S. Messa,
con alla testa il Papa, si recavano in processione all’altare, in abiti di
penitenza, cantando le litanie dei Santi. Effettivamente, nell’andare a
Messa, noi dovremmo ripetere con S. Tommaso Apostolo: “Andiamo
anche noi a morire con Lui” (Giov. 11, 16).
Quando Santa Margherita Alacoque ascoltava la S. Messa, guardando
l’altare, non mancava mai di dare un’occhiata al Crocifisso e alle
candele accese. Perché? Per imprimersi bene due cose nella mente e
nel cuore: il Crocifisso le ricordava quel che Gesù aveva fatto per lei; le
candele accese le ricordavano quel che lei doveva fare per Gesù, ossia:
sacrificarsi e consumarsi per Lui e per le anime.
Il modello più alto di partecipazione al S. Sacrificio, ci è offerto da
Maria SS., da S. Giovanni Evangelista e dalla Maddalena con le pie
Donne ai piedi della croce (Giov. 19, 25). Assistere alla Messa, infatti, è
come trovarsi sul Calvario.
“Non si può separare la Santissima Eucaristia dalla Passione di
Gesù”, gemeva fra le lagrime S. Andrea Avellino.
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Un giorno un figlio spirituale chiese a P. Pio da Pietrelcina: “Padre,
come dobbiamo partecipare alla S. Messa?”. Il Padre rispose: “Come la
Madonna, S. Giovanni e le pie Donne sul Calvario, amando e
compatendo”. E sul messalino di un suo figlio spirituale, P. Pio scrisse:
“Nell’assistere alla S. Messa accentra tutto te stesso al tremendo
mistero che si sta svolgendo sotto i tuoi occhi: ‘La Redenzione della
tua anima e la riconciliazione con Dio’.” Un’altra volta gli venne
chiesto: “Padre, come mai lei piange tanto durante la Messa?”. “Figlia
mia - rispose il Padre - che cosa sono quelle poche lacrime di fronte a
ciò che avviene sull’altare? Torrenti di lagrime ci vorrebbero!”. E
un’altra volta ancora, gli fu detto: “Padre, quanto le tocca soffrire a
stare per tutta la Messa in piedi, poggiato sulle piaghe sanguinanti dei
piedi!”. Il Padre rispose: “Durante la Messa non sto in piedi: sto
appeso”. Che risposta! Le due parole “sto appeso” esprimono
fortemente al vivo quell’essere “concrocifisso con Cristo” di cui parla
S. Paolo (Gal. 2, 19) e che distingue la vera e piena partecipazione alla
Messa dalla partecipazione vana, accademica, magari chiassaiola.
Diceva bene Santa Bernardetta Soubirous a un Sacerdote novello:
“Ricordati che il Sacerdote all’altare è sempre Gesù Cristo in croce”. E
S. Pietro d’Alcantara si vestiva per la S. Messa come per salire sul
Calvario, perché tutti gli indumenti sacerdotali hanno un riferimento
alla Passione e Morte di Gesù: il camice ricorda la tunica bianca di cui
Erode fece vestire Gesù come pazzo; il cingolo ricorda i flagelli; la stola
ricorda i legacci; la chierica ricordava la corona di spine; la pianeta,
segnata a croce, ricorda la croce sulle spalle di Gesù.
Chi ha assistito alla Messa di P. Pio ricorda quelle sue lagrime
brucianti, ricorda quella sua imperiosa richiesta ai presenti di seguire
la S. Messa in ginocchio, ricorda il silenzio impressionante in cui si
svolgeva il sacro rito, ricorda la sofferenza crudele che si sprigionava
dal volto di P. Pio quando sillabava a strappi violenti le parole della
Consacrazione, ricorda il fervore della preghiera silenziosa dei fedeli
che riempivano la Chiesa mentre le dita sgranavano Rosari per più di
un’ora.
Ma la sofferta partecipazione di P. Pio alla S. Messa è quella stessa di
tutti i Santi. Le lagrime di P. Pio erano come quelle di S. Francesco
d’Assisi (che a volte diventavano sanguigne), come quelle di S.
Vincenzo Ferreri, di S. Ignazio, di S. Filippo Neri, di S. Lorenzo da
Brindisi (che arrivava a inzuppare di lagrime sette fazzoletti), di S.
17
Veronica Giuliani, di S. Giuseppe da Copertino, di S. Alfonso, di S.
Gemma... Ma, del resto, come rimanere indifferenti di fronte alla
Crocifissione e Morte di Gesù? Non saremo mica come gli Apostoli
addormentati nel Getsemani, e tanto meno come i soldati che, ai piedi
della Croce, pensavano al gioco dei dadi, incuranti degli spasimi atroci
di Gesù morente! (Eppure, questa è l’impressione angosciosa che si
prova oggi assistendo alle Messe cosiddette beat celebrate al ritmo
delle chitarre e delle tarantole, con donne in abiti sconci e giovani dalle
fogge più stravaganti... “Signore, perdona loro!”).
Guardiamo alla Madonna e ai Santi. Imitiamoli. Soltanto seguendo
loro siamo sulla via giusta che “è
piaciuta a Dio”" (1 Cor. 1, 21).
LA S. MESSA E LE ANIME DEL
PURGATORIO
Una volta lasciato questo mondo,
nulla dobbiamo desiderare tanto
come la celebrazione di SS. Messe per
la nostra anima. Il S. Sacrificio
dell’altare, infatti, è il più grande
suffragio
che
sorpassa
ogni
preghiera, ogni penitenza, ogni opera
buona. Né deve esserci difficile
comprendere ciò, se pensiamo che la
S. Messa è lo stesso Sacrificio di Gesù
offerto sull’altare con il suo infinito
valore espiatorio. Gesù immolato è la
vera vittima di “espiazione per i
nostri peccati” (1 Giov. 2, 2), e il suo
Divin Sangue viene effuso “in remissione dei peccati” (Matt. 26, 28).
Assolutamente nulla può stare alla pari con la S. Messa, e i frutti
salutari del Sacrificio possono estendersi a un numero illimitato di
anime.
Una volta, durante la celebrazione della S. Messa nella Chiesa di S.
Paolo alle tre Fontane, a Roma, S. Bernardo vide una scala
interminabile che saliva fino al Cielo. Moltissimi Angeli andavano su e
giù per essa, portando dal Purgatorio al Paradiso le anime liberate dal
Sacrificio di Gesù, rinnovato dai Sacerdoti sugli altari di tutta la terra.
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Alla morte di un nostro parente, quindi, preoccupiamoci molto più
della celebrazione e dell’ascolto di SS. Messe, che delle corone di fiori,
degli abiti neri, del corteo funebre...
Quando il B. Giovanni d’Avila si trovò sul letto di morte, i confratelli
gli chiesero che cosa desiderasse maggiormente dopo la sua morte. Il
Beato subito rispose: “Messe!... Messe!... Nient’altro che Messe!...”.
Di P. Pio da Pietrelcina si raccontano molte apparizioni di anime
purganti che andavano a chiedere il suffragio della sua S. Messa per
poter lasciare il Purgatorio. Un giorno egli celebrò la S. Messa in
suffragio del papà di un suo confratello. Al termine del S. Sacrificio, P.
Pio disse al confratello: “Stamattina l’anima di tuo papà è entrata in
Paradiso”. Il confratello ne fu felicissimo, e tuttavia disse a P. Pio: “Ma,
Padre, il mio buon papà è morto trentadue anni fa!”. “Figlio mio - gli
rispose il Padre - davanti a Dio tutto si paga!”. Ed è la S. Messa che ci
procura un prezzo di infinito valore: il Corpo e il Sangue di Gesù
“Agnello immolato” (Apoc. 5, 12).
In una predica, un giorno, il S. Curato d’Ars portò l’esempio di un
sacerdote che, celebrando la Messa per un suo amico defunto, dopo la
Consacrazione così pregò: “Padre Santo ed Eterno, facciamo un
cambio. Voi possedete l’anima del mio amico nel Purgatorio: io ho il
corpo del vostro Figlio nelle mie mani. Voi liberatemi l’amico, e io vi
offro il vostro Figliolo, con tutti i meriti della sua Passione e morte”.
Ricordiamolo: tutti i suffragi sono cosa buona e raccomandabile, ma
quando possiamo, anzitutto facciamo celebrare SS. Messe (magari le
30 SS. Messe gregoriane) per le anime defunte a noi care.
Nella vita del B. Enrico Susone leggiamo che da giovane egli aveva
fatto questo patto con un confratello: “Chi di noi due sopravvivrà
all’altro, affretterà la gloria di chi è passato nell’eternità con la
celebrazione di una S. Messa ogni settimana”. Il compagno del Beato
Enrico morì per primo in terra di missione. Il Beato si ricordò della
promessa per un po’ di tempo; poi, impegnato in obblighi di Messe,
sostituì la Messa settimanale con preghiere e penitenze. Ma l’amico gli
comparve e lo rimproverò tutto afflitto: “Non mi bastano le tue
preghiere e le tue penitenze; ho bisogno del Sangue di Gesù”: perché è
con il Sangue di Gesù che noi paghiamo i debiti delle nostre colpe
(Col. 1, 14).
Anche il grande S. Girolamo ha lasciato scritto che “per ogni Messa
devotamente celebrata molte anime escono dal Purgatorio per
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volarsene al Cielo”. Lo stesso si deve dire per le SS. Messe
devotamente ascoltate. S. Maria Maddalena de’ Pazzi, la celebre
mistica carmelitana, era solita offrire il Sangue di Gesù per suffragare
le anime del Purgatorio, e in un’estasi Gesù le fece vedere come
realmente molte anime purganti venivano liberate dall’offerta del
Divin Sangue. Né può essere diversamente, perché, come insegna S.
Tommaso d’Aquino, una sola goccia del Sangue di Gesù, per il suo
valore infinito, può salvare tutto l’universo da ogni delitto.
Preghiamo per le anime del Purgatorio, quindi, e liberiamole dalle loro
pene facendo celebrare e ascoltando molte sante Messe. “Tutte le
opere buone riunite insieme - diceva il S. Curato d’Ars - non possono
valere una S. Messa, perché esse sono opere degli uomini, mentre la S.
Messa è opera di Dio”.
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III GESÙ IN ME
“Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimane
in Me e Io in lui”. (Giov. 6, 57)
• La S. Comunione: Gesù è mio
• La purità di anima per la S. Comunione
• Il ringraziamento alla S. Comunione
• Il Pane dei forti e il Viatico per il cielo
• Ogni giorno con Lui
• La Comunione Spirituale
LA S. COMUNIONE: GESÙ È MIO
Nella S. Comunione Gesù si dona a me e diventa mio, tutto mio in
Corpo, Sangue, Anima e Divinità. “Sono padrona di Te”, diceva a
Gesù con candore S. Gemma Galgani.
Con la Comunione, Gesù penetra nel mio petto e rimane
corporalmente presente in me fin quando durano le specie del pane,
ossia per circa un quarto d’ora. Durante questo tempo, insegnano i
Santi Padri, gli Angeli mi circondano per continuare ad adorare Gesù
e amarLo ininterrottamente. “Quando Gesù è presente corporalmente
in noi, attorno a noi fanno la guardia d’amore gli Angeli”, scriveva S.
Bernardo.
Forse noi pensiamo tanto poco alla sublimità di ogni S. Comunione.
Eppure, S. Pio X diceva che “se gli Angeli potessero invidiare, ci
invidierebbero la S. Comunione”. E S. Maddalena Sofia Barat definiva
la S. Comunione “il Paradiso sopra la terra”.
Tutti i Santi hanno compreso la divina meraviglia dell’incontro e
dell’unione con Gesù Eucaristico, per essere posseduti da Lui e
possederLo “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in
Me e lo in lui” (Giov. 6, 57). “È notte - scriveva una volta Santa
Gemma - mi avvicino a domattina: Gesù possederà me e io possederò
Gesù”. Non è possibile unione d’amore più profonda e totale: Lui in
me e io in Lui: l’uno nell’altro: che si può voler di più?
“Voi invidiate - diceva S. Giovanni Crisostomo - la sorte della donna
che toccò le vesti a Gesù, della peccatrice che bagnò i piedi con le sue
lagrime; delle donne di Galilea che ebbero la felicità di seguirlo nelle
21
sue peregrinazioni, degli apostoli e dei discepoli con i quali
conversava familiarmente; della popolazione del tempo che ascoltava
le parole di grazia e di salveza che uscivano dalle sue labbra. Voi
chiamate felici coloro che lo videro... Ma venite all’altare, e voi lo
vedrete, lo toccherete, gli donerete baci santi, lo bagnerete con le
vostre lagrime, lo porterete dentro di voi come Maria SS.”.
Per questo i Santi hanno desiderato e bramato la S. Comunione con
amore struggente. S. Francesco d’Assisi o S. Caterina da Siena, S.
Pasquale Baylon o S. Veronica, S. Gerardo o S. Margherita Alacoque, S.
Domenico Savio o S. Gemma Galgani...; è inutile continuare, perchè
bisognerebbe elencarli proprio tutti!
A S. Caterina da Genova, ad esempio, successe una notte di sognare
che il giorno seguente non avrebbe potuto ricevere la S. Comunione. Il
dolore che provò fu cosi forte che pianse inconsolabilmente, e quando
si svegliò al mattino si trovò con il volto tutto bagnato dalle lacrime
versate nel sogno!
S. Teresa del Bambin Gesù ha scritto un piccolo poema eucaristico,
“Desideri presso il Tabernacolo”, in cui, tra le altre cose deliziose, dice:
“Vorrei essere il calice ove adoro il Sangue divino. Posso però anch’io,
nel Santo Sacrificio, raccoglierlo in me ogni mattina. Più cara è perciò a
Gesù l’anima mia, che il più prezioso dei vasi d’oro”. E quale non fu la
felicità dell’angelica Santa quando, durante un’epidemia, le fu
concessa la Comunione quotidiana?
S. Gemma Galgani, una volta venne messa alla prova dal Confessore
che le proibì la Comunione. “O Padre, Padre - scriveva ella al suo
Direttore spirituale - oggi sono stata a confessarmi, e il Confessore ha
detto di levarmi Gesù. O Padre mio, la penna non mi vuole più
scrivere, la mano mi trema forte, io piango". Cara Santa! vero serafino
tutto fuoco e sangue d’amore a Gesù Eucaristico.
Anche S. Gerardo Maiella, per una calunnia di cui non volle scolparsi,
venne punito con la privazione della S. Comunione. La sofferenza del
Santo fu tale che un giorno si rifiutò di andare a servire la S. Messa a
un sacerdote di passaggio, “perchè - diceva - a vedere Gesù Ostia fra
le mani del Sacerdote, non resisterei e glielo strapperei di mano!”.
Quale brama consumava questo mirabile Santo! E quale rimprovero
per noi che forse possiamo comunicarci con ogni comodità, e non lo
facciamo. È segno che ci manca l’essenziale: l’amore. E forse siamo cosi
innamorati dei piaceri terreni che non possiamo più gustare le delizie
22
celesti dell’unione con Gesù Ostia. “Figliuolo, come puoi tu sentire le
fragranze di Paradiso che si diffondono dal Tabernacolo?”, diceva S.
Filippo a un giovane amante dei piaceri di carne, dei balli, dei
divertimenti... Le gioie dell’Eucaristia e le soddisfazioni dei sensi sono
“cose opposte” (Gal. 5, 17) e “l’uomo carnale non può gustare le cose
dello spirito” (1 Cor. 2, 14). Questa è sapienza che viene da Dio.
S. Filippo Neri era cosi amante dell’Eucaristia che, pur gravamente
infermo, si comunicava ogni giorno, e se non gli si portava Gesù molto
presto al mattino, dava in smanie e non poteva trovar riposo in nessun
modo: “Ho un tal desiderio di ricevere Gesù - esclamava - che non
posso darmi pace ad attendere”. La stessa cosa avveniva, ai nostri
tempi, a P. Pio da Pietrelcina, che soltanto l’ubbidienza poteva placare
nell’attesa della celebrazione della S. Messa alle quattro o alle cinque
del mattino. Veramente l’amore di Dio è un “fuoco divorante” (Deut.
4, 24).
Quando Gesù è mio, esulta la Chiesa intera, quella dei Cieli, quella
del Purgatorio, quella della terra. Chi potrà esprimere il gaudio degli
Angeli e dei Santi ad ogni Comunione ben fatta? Una novella corrente
d’amore arriva in Paradiso e fa vibrare quegli spiriti beati ogni volta
che una creatura si unisce a Gesù per possederLo ed essere posseduta
da Lui. Vale molto di più una Comunione che un’estasi, un rapimento,
una visione. La S. Comunione trasporta il Paradiso intero nel mio
povero cuore!
Per le anime del Purgatorio, poi, la S. Comunione è il dono personale
più caro che esse possono ricevere da noi. Chi può dire quanto giovino
alla loro liberazione le SS. Comunioni? A S. Maria Maddalena de’
Pazzi un giorno apparve il fratello defunto e le disse che gli erano
necessarie centosette Comunioni per poter lasciare il Purgatorio.
Difatti, all’ultima delle centosette Comunioni, la Santa rivide il suo
papà salire al cielo.
S. Bonaventura si fece apostolo di questa verità, e ne parlava in termini
vibranti: “O anime cristiane, volete voi dare le prove del vero amore ai
vostri defunti? Volete loro inviare i più preziosi soccorsi e la chiave
d’oro del cielo? Fate spesso la S. Comunione per il riposo delle loro
anime!”.
Infine, riflettiamo che nella S. Comunione noi ci uniamo non solo a
Gesù, ma anche a tutte le membra del Corpo Mistico di Gesù,
specialmente alle anime più care a Gesù e più care al nostro cuore. È
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nella Comunione che ogni volta si realizza pienamente la parola di
Gesù: “Io in essi... affinchè siano perfetti nell’unita” (Giov. 17, 23).
L’Eucaristia ci rende “uno” anche fra noi sue membra: “uno solo in
Gesù”, come dice S. Paolo (Gal. 3, 28). La Comunione è davvero tutto
l’amore di Dio e del prossimo. È la vera “festa dell’Amore”, come
diceva Santa Gemma Galgani. E in questa “festa dell’Amore” l’anima
innamorata può esultare cantando con S. Giovanni della Croce: “Miei
sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e
miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose
sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poichè Cristo è mio e tutto per
me”.
LA PURITÀ DI ANIMA PER LA S. COMUNIONE
Che dire della grande purità di anima con cui i Santi si accostavano a
ricevere il Pane degli Angeli? Sappiamo che erano di una delicatezza
veramente angelica. Consapevoli della propria miseria, essi cercavano
di presentarsi a Gesù "santi e immacolati" (Ef. 1, 4) ripetendo con il
pubblicano: "O Dio, abbi pietà di me che sono peccatore" (Luc. 18, 9), e
ricorrendo con grande premura al lavacro della S. Confessione.
Quando a S. Girolamo venne portato il S. Viatico, in fin di vita, si vide
il Santo prostrarsi a terra in adorazione, e lo si udì ripetere con
profonda umiltà le parole di S. Elisabetta e quelle di S. Pietro: "Donde
questo, che viene a me il mio Signore? Allontanati da me, che sono
uomo peccatore" (Luc. 1, 43; 5, 10). E quante volte l'angelica e serafica
S. Gemma fu tentata di non comunicarsi, ritenendosi nient'altro che un
vile "letamaio"?
E P. Pio da Pietrelcina ripeteva con trepidazione ai confratelli "Dio
vede le macchie anche negli Angeli, figuriamoci in me!". Per questo
egli
era
molto
assiduo
alla
Confessione
sacramentale.
"Oh se potessimo comprendere chi è quel Dio che riceviamo nella
Comunione, quale purezza di cuore gli porteremmo!", esclamava S.
Maria Maddalena de' Pazzi.
Per questo S. Ugo, S. Tommaso d'Aquino, S. Francesco di Sales, S.
Ignazio, S. Carlo Borromeo, S. Francesco Borgia, S. Luigi Bertrando, S.
Giuseppe da Copertino, S. Leonardo da Porto Maurizio e tanti altri
Santi si confessavano ogni giorno prima di celebrare la S. Messa.
S. Camillo de Lellis non celebrava mai la S. Messa senza prima
confessarsi, perchè voleva almeno "spolverare" la sua anima. Una
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volta in una piazza di Livorno, al tramonto, prima di separarsi da un
confratello, il Santo, prevedendo che il mattino seguente non avrebbe
avuto un Sacerdote per confessarsi prima di celebrare, si fermò, si levò
il cappello, si fece il segno di croce e si confessò li in piazza dal
confratello.
Anche S. Alfonso, S. Giuseppe Cafasso, S. Giovanni Bosco, S. Pio X, P.
Pio da Pietrelcina, si confessavano molto spesso. E perchè mai S. Pio X
volle anticipare a sette anni l'età della Prima Comunione per i piccoli,
se non per fare entrare Gesù nei cuori dei fanciulli innocenti che tanto
somigliano agli Angeli? E P. Pio da Pietrelcina, perchè esultava
quando gli portavano bambini di cinque anni preparati per la Prima
Comunione?
I Santi applicavano alla perfezione la direttiva dello Spirito Santo:
"Ciascuno esamini prima se stesso, e poi mangi di quel Pane e beva di
quel Calice, perchè chi mangia e chi beve indegnamente, mangia e
beve la propria condanna" (1 Cor. 11, 28).
Esaminarsi, pentirsi, accusarsi, chiedere perdono approfittando anche
ogni giorno del Sacramento della Confessione era cosa naturale per i
Santi. Beati loro, capaci di tanto! E i frutti di santificazione erano
costanti e abbondanti, perchè l'anima pura che accoglie in sè Gesù,
"Frumento degli eletti" (Zac. 9, 17), è come la "terra fertile... che
produce frutto con perseveranza" (Luc. 8, 15).
S. Antonio M. Claret illustra molto bene la cosa: "Quando ci
comunichiamo, tutti noi riceviamo il medesimo Signore Gesù, ma non
tutti riceviamo le medesime grazie, nè produce in tutti gli stessi effetti.
Ciò proviene dalla nostra maggiore o minore disposizione. Per
spiegare questo fatto, mi serve un paragone naturale: l'innesto. Quanto
più le piante si rassomigliano, tanto meglio è per l'innesto. Così,
quanta più somiglianza ci sarà tra chi si comunica e Gesù, tanto
migliori saranno i frutti della S. Comunione". Il Sacramento della
Confessione è appunto il mezzo eccellente di restauro della
somiglianza fra l'anima e Gesù.
Per questo S. Francesco di Sales insegnava ai suoi figli spirituali:
"Confessatevi con umiltà e devozione... se è possibile ogni volta che vi
comunicate, quantunque non vi sentiate nella coscienza alcun rimorso
di peccato mortale".
Per questo S. Teresa di Gesù, quando era consapevole della minima
colpa veniale, non si comunicava senza prima confessarsi.
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A questo proposito, è bene ricordare l'insegnamento della Chiesa. La
Comunione deve essere fatta stando in grazia di Dio. Perciò, quando si
è commesso un peccato mortale, anche se si è pentiti e si ha un grande
desiderio di comunicarsi, è necessario, è indispensabile confessarsi
prima della S. Comunione, altrimenti si commette peccato gravissimo
di sacrilegio, per il quale, come disse Gesù a S. Brigida,"non esiste
sulla terra supplizio che basti a punirlo"!
Invece, la Confessione fatta prima della Comunione, soltanto per
rendere più pura e più bella l'anima già in grazia, non è necessaria, ma
è preziosa, perchè riveste l'anima del più bell' "abito nuziale" (Matt. 22,
14) con cui assidersi alla mensa degli Angeli. Per questo le anime più
delicate hanno sempre cercato con frequenza (almeno ogni settimana)
la assoluzione sacramentale anche per le colpe leggere. Se infatti la
purità dell'anima deve essere massima per ricevere Gesù, nessuna
purità è più fulgente di quella che si ottiene confessandosi, con il
bagno nel Sangue di Gesù che rende l'anima pentita divinamente bella
e splendente. "L'anima che riceve il Sangue Divino diventa bella, come
rivestita dell'abito più prezioso, e così risplendente, che, se poteste
vederla, sareste tentati di adorarla" (S. Maria Maddalena de' Pazzi).
Quale conforto per Gesù l'essere ricevuto da una anima purificata e
rivestita del suo Divin Sangue! E quale gioia tutta d'amore per Lui se
si tratta di un'anima verginale, perchè "l'Eucaristia venne dal cielo
della verginità" (S. Alberto Magno) e non trova il suo cielo che nella
verginità. Nessuno come la vergine può ripetere con la Sposa dei
Cantici ad ogni Comunione: "Il mio Diletto è mio e io sono tutta del
mio Diletto che pascola fra i gigli e a me rivolge il suo amore" (Cnt.
2,16).
Un modo delicato di preparamento alla S. Comunione è quello di
invocare l'Immacolata e affidarci a Lei perchè ci faccia ricevere Gesù
con la sua umiltà, con la sua purezza e con il suo amore, e anzi, venga
Ella stessa a riceverLo in noi. Questa pia pratica venne raccomandata
molto dai Santi, specialmente da S. Luigi Grignon de Montfort, da S.
Pietro G. Eymard, da S. Alfonso de' Liguori e dal B. Massimiliano M.
Kolbe. "La migliore preparazione alla S. Comunione è quella che si fa
con Maria", scrisse S. Pietro G. Eymard. Una descrizione deliziosa ci è
fatta da S. Teresina quando immagina la sua anima come una bimba di
tre o quattro anni, tutta in disordine nei capelli e nei vestiti,
vergognosa di presentarsi all'altare per ricevere Gesù. Ma fa ricorso
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alla Madonna e "subito - scrive la Santa - la Vergine Maria si
affaccenda attorno a me; mi toglie prestamente il grembiulino sudicio
e riannoda i miei capelli con un bel nastro o anche con un semplice
fiore... E ciò basta per farmi apparire graziosa e farmi sedere, senza
arrossire, al banchetto degli Angeli". Facciamone anche noi la prova.
Non ne resteremo delusi. Anzi, potremo anche noi esclamare con S.
Gemma estatica: "Quanto è bella la Comunione fatta con la Mamma
del Paradiso".
IL RINGRAZIAMENTO ALLA S. COMUNIONE
Il tempo del Ringraziamento alla S. Comunione è il tempo più reale
dell'amore intimo con Gesù. Amore di appartenenza totale reciproca:
non più due, ma uno, nell'anima e nel corpo. Amore di
compenetrazione e fusione: Lui in me e io in Lui, a consumarci
nell'unità e nell'unicità dell'amore. “Sei la mia preda amorosa, come io
sono preda della tua immensa carità”, diceva S. Gemma a Gesù con
tenerezza. “Beati gli invitati alla cena nuziale dell'Agnello”, è detto
nell'Apocalisse (c. 19, 9). Ebbene, nella Comunione Eucaristica l'anima
realizza veramente, in celeste unione verginale, l'amore nuziale a Gesù
Sposo, a cui può dire con il trasporto tenerissimo della Sposa dei
Cantici: “Baciami con il bacio della tua bocca” (Cant. 1, 1).
Il Ringraziamento alla S. Comunione è una piccola esperienza
dell'amore paradisiaco su questa terra: in Paradiso, infatti, come
ameremo Gesù se non essendo eternamente uno con Lui? Gesù caro,
Gesù dolce, come dobbiamo ringraziarti di ogni S. Comunione che ci
concedi! Non aveva forse ragione S. Gemma di dire che in Paradiso Ti
avrebbe ringraziato dell'Eucaristia più che di ogni altra cosa? Quale
miracolo di amore quell'essere interamente fusi con Te, Gesù!
S. Cirillo di Alessandria, Padre della Chiesa, si serve di tre immagini
per illustrare la fusione d'amore con Gesù nella S. Comunione: “Chi si
comunica è santificato, divinizzato nel suo corpo e nella sua anima nel
modo con cui l'acqua che è messa sul fuoco diventa bollente... La
Comunione opera come il lievito immerso nella farina: fermenta tutta
la massa... Nello stesso modo che fondendo insieme due ceri, la cera
risulterà l'una nell'altra, così, io credo, chi si ciba della Carne e del
Sangue di Gesù è con Lui fuso per tale partecipazione, e si trova a
essere egli in Cristo e Cristo in lui”.
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Per questo S. Gemma Galgani parlava con stupore dell'unione
eucaristica fra “Gesù tutto e Gemma nulla”, ed esclamava estatica:
“Quanta dolcezza, Gesù, nella Comunione! Con Te abbracciata voglio
vivere, con Te abbracciata voglio morire”. E il B. Contardo Ferrini
scriveva: “La Comunione! Oh dolci amplessi del Creatore con la sua
creatura! Oh elevazione ineffabile dello spirito umano! Che cosa ha il
mondo che si possa paragonare a queste gioie purissime di cielo, a
questi saggi della gloria eterna?”.
Si pensi anche al valore trinitario della S. Comunione. Un giorno, S.
Maria Maddalena de' Pazzi, dopo la Comunione, inginocchiata fra le
novizie, con le braccia in croce, alzò gli occhi al cielo e disse: “Sorelle,
se comprendessimo che nel tempo in cui durano in noi le specie
eucaristiche, Gesù è presente e opera in noi inseparabilmente con il
Padre e con lo Spirito Santo, e quindi c'è tutta la Trinità Santissima...”,
e non potè finire di parlare, perchè rapita in sublime estasi.
Per questo i Santi, quando potevano, non mettevano limiti di tempo al
ringraziamento, che durava almeno mezz'ora. S. Teresa di Gesù
raccomandava alle sue figlie: “Tratteniamoci amorevolmente con Gesù
e non perdiamo l'ora che segue la Comunione: è un tempo eccellente
per trattare con Dio e per sottoporgli gli interessi dell'anima nostra...
Poiché sappiamo che Gesù buono resta in noi fino a quando il calore
naturale non ha consumato gli accidenti del pane, dobbiamo avere
grande cura di non perdere cosi bella occasione per trattare con Lui e
presentargli le nostre necessità”.
S. Francesco d'Assisi, S. Giuliana Falconieri, S. Caterina, S. Pasquale, S.
Veronica, S. Giuseppe da Copertino, S. Gemma, e tanti altri, subito
dopo la S. Comunione cadevano quasi sempre in estasi d'amore: e il
tempo, allora, lo misuravano solo gli Angeli!
S. Giovanni d'Avila, S. Ignazio di Loyola, S. Luigi Gonzaga facevano il
ringraziamento in ginocchio per due ore. S. Maria Maddalena de'
Pazzi non avrebbe mai voluto interromperlo, e bisognava costringerla,
perché si nutrisse un po'. “I minuti che seguono la Comunione - diceva
la Santa - sono i più preziosi che noi abbiamo nella vita; i più adatti da
parte nostra per trattare con Dio, e da parte di Dio per comunicarci il
suo amore”.
S. Teresa di Gesù quasi sempre andava in estasi subito dopo la S.
Comunione, e talvolta bisognava toglierla di peso dal comunichino
delle Suore!
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S. Luigi Grìgnon de Montfort, dopo la S. Messa, si fermava almeno
mezz'ora per il ringraziamento, e non c'era preoccupazione o impegno
che valesse a farglielo omettere, poiché, diceva, “non darei quest'ora
del ringraziamento neppure per un'ora di Paradiso”.
L'Apostolo ha scritto: “Glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1
Cor. 6, 20). Ebbene, non c'è tempo in cui queste parole le realizziamo
alla lettera come nel tempo subito dopo la S. Comunione. Che brutto,
quindi, il comportamento di chi ha fatto la Comunione ed esce subito
di Chiesa non appena finita la Messa, o addirittura subito dopo la
Comunione! Ricordiamo l'esempio di S. Filippo Neri che fece
accompagnare da due chierichetti con le candele accese quel tale che
usciva di Chiesa appena fatta la Comunione... Che bella lezione! Se
non altro per educazione, quando si riceve un ospite ci si intrattiene e
ci si interessa di lui. Se poi quest'ospite è Gesù, allora dovremmo solo
rammaricarci che la Sua presenza corporale in noi dura appena un
quarto d'ora o poco più. A questo proposito, S. Giuseppe Cottolengo
sorvegliava personalmente la confezione delle ostie per la Messa e per
le Comunioni, e alla suora addetta aveva ordinato espressamente: “Le
ostie per me fatele grosse, perché ho bisogno di trattenermi a lungo
con Gesù, e non voglio che le sacre specie si consumino presto”.
E S. Alfonso de' Liguori perché riempiva di vino il calice quasi fino
all'orlo? Solo per possedere più a lungo nel suo corpo Gesù.
Non siamo forse all'opposto dei Santi, noi, quando consideriamo il
ringraziamento sempre troppo lungo e forse non vediamo l'ora che
finisca? Attenti, però! Perchè se è vero che ad ogni Comunione Gesù
“ricambia al centuplo l'accoglienza che gli si fa” (S. Teresa di Gesù), è
anche vero che saremo responsabili al centuplo delle nostre mancate
accoglienze. Un confratello di P. Pio da Pietrelcina ha raccontato che
un giorno andò a confessarsi dal santo Frate, accusando fra l'altro
qualche omissione del ringraziamento alla S. Messa per ragioni di
ministero. Benevolo nel giudicare le altre mancanze, P. Pio, quando
udi questa mancanza divenne serio, dal volto scuro, e disse con voce
ferma: “Guardiamo che il non potere non sia il non volere. Il
ringraziamento lo devi fare sempre, se no la paghi cara”!
Pensiamoci, riflettiamoci seriamente. Per una cosa tanto preziosa
come il ringraziamento, facciamo nostro l'ammonimento dello Spirito
Santo: “Non perdere neppure la più piccola parte di un cosi grande
bene” (Eccl. 14, 14).
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Particolarmente bello è il ringraziamento fatto in intima unione con la
Madonna Annunziata. Subito dopo la S. Comunione, anche noi
portiamo Gesù nelle nostre anime e nel nostro corpo, a somiglianza di
Maria SS. Annunziata; e non potremmo adorare Gesù nè amarLo
meglio che unendoci alla Divina Mamma, facendo nostri i sentimenti
di adorazione e di amore che Ella nutrì verso Gesù Dio racchiuso nel
suo seno immacolato. A questo fine, può essere utile la recita meditata
dei misteri gaudiosi del Rosario. Proviamo. Non potremo che
guadagnarci a stare uniti alla Madonna per amare Gesù con il suo
Cuore di Paradiso!
IL PANE DEI FORTI E IL VIATICO PER IL CIELO
Dovrebbe essere superfluo dire che Gesù Eucaristico è per tutti il vero
Pane dei forti, il nutrimento degli eroi, il sostegno dei martiri, il
conforto degli agonizzanti.
Nell’Eucaristia Gesù ripete i suoi amorosi richiami a noi travagliati e
penanti in questa valle di lagrime: “Venite a Me, voi che siete affaticati
e oppressi, e lo vi ristorerò” (Matt. 21, 28). È vero che “la vita dello
uomo è un combattimento su questa terra” (Giob. 7, 1); è vero che i
seguaci di Gesù “saranno perseguitati” come il loro Signore (Matt. 5,
10; 2 Tim. 3, 12); è vero che “coloro che sono di Cristo hanno crocifisso
la loro carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze” (Gal. 5, 24), e
debbono vivere “morti al mondo” (Gal. 6, 34); ma è anche vero che con
Gesù “io posso tutto” (Fil: 4, 13), perché Gesù è “tutto” (Giov. 1, 3; Col.
1, 17) e nella S. Comunione si fa proprio “tutto mio”. E allora “che ho
da temere? - posso dire con la Serva di Dio Luisa M. Claret de la
Touche - Colui che mantiene il mondo sui suoi poli è in me. Il Sangue
di un Dio circola nelle mie vene. Non temere anima mia: Il Signore del
mondo ti ha preso fra le sue braccia e vuole che ti riposi in Lui”.
Per questo S. Vincenzo de’ Paoli poteva chiedere ai suoi missionari:
“Quando avete ricevuto nei cuori Gesù ci può essere un sacrificio
impossibile per voi?”. E S. Vincenzo Ferreri, nei due anni di carcere
che dovette patire come perseguitato, “sovrabbondò di gioia fra i
travagli” (2 Cor. 7, 4), perché riuscì a ottenere di poter celebrare ogni
giorno la S. Messa fra i ceppi, le catene e l’oscurità della galera. La
stessa forza ed esultanza invase Santa Giovanna d’Arco quando le fu
concesso di ricevere Gesù Eucaristico prima di salire sul rogo. Entrato
Gesù nel tetro carcere, la santa si gettò in ginocchio fra le catene,
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ricevette Gesù e si raccolse in profonda preghiera. Appena chiamata
per andare alla morte, si alzò e s’incamminò senza interrompere le
preghiere, salì sul rogo e morì tra le fiamme, sempre unita a Gesù che
le dimorava nell’anima e nel corpo immolato.
Ma tutta la storia dei martiri, da S. Stefano protomartire, all’angelico
martire S. Tarcisio, ai martiri più recenti, attesta la forza sovrumana
che l’Eucarestia dona nella lotta contro il demonio e contro tutte le
forze demoniache che operano sulla terra (1 Piet. 5, 9).
Per riferire un solo esempio più recente, anni fa, nella Cina comunista,
alcune Suore vennero arrestate e messe insieme ad altri prigionieri con
la proibizione perfino di pregare. Le guardie sorvegliavano i loro gesti,
la posizione del corpo, l’atteggiamento del volto e i movimenti delle
labbra, per punire duramente ogni infrazione. Le poverine bramavano
soprattutto una cosa: l’Eucaristia. Una vecchia cristiana si offrì al
Vescovo per portare a loro segretamente le Ostie consacrate avvolte in
un fazzoletto, e usò uno stratagemma ben riuscito. Si presentò alle
prigioniere, davanti alle guardie, come stravolta dalla collera,
vomitando una valanga di ingiurie contro le Suore; al momento
propizio, però, passò lo involtino nella mano di una Suora, e lasciò la
prigione, promettendo alle guardie che sarebbe tornata a... insultare le
Suore!
Infine, ricordiamo il conforto celeste che la S. Comunione arreca agli
infermi, e non solo alle loro anime, ma anche ai corpi, a volte
prodigiosamente risanati. A S. Liduina e ad Alexandrina Da Costa, ad
esempio, sparivano d’incanto le terribili sofferenze fisiche per tutto il
tempo di durata delle sacre Specie nel loro corpo. Lo stesso, a S.
Lorenzo da Brindisi e a S. Pietro Claver, quando celebravano la S.
Messa, cessavano tutti i dolori delle gravi malattie da cui erano
tormentati.
Più consolante di tutte, però, è l’ultima S. Comunione, quella detta
Viatico, ossia cibo per il viaggio da questa all’altra vita. Come ci
tenevano i Santi a riceverlo per tempo e con le migliori disposizioni!
Quando S. Domenico Savio fu mandato a casa perché gravemente
ammalato, il medico del suo paese gli dette buone speranze di
guarigione; ma il santo giovanetto chiamò suo papà e gli disse: “Papà,
sarà bene fare un consulto con il Medico Celeste. Io desidero
confessarmi e ricevere la Comunione”.
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Quando la salute di S. Antonio M. Claret cominciò a destare serie
apprensioni, furono chiamati due medici per un consulto. Avvertito, il
Santo intui la gravità del male, e disse ai suoi: “Ho capito, ma prima
pensiamo all’anima, poi al corpo”; e volle ricevere subito i Sacramenti;
poi fece entrare i due medici, e disse loro: “Ora fate quello che volete”.
Prima l’anima e poi il corpo. Possibile che non lo comprendiamo?
Eppure, spesso noi siamo così incoscienti che ci affanniamo tanto a
portare il medico al letto di un ammalato, mentre ci riduciamo a
chiamare il Sacerdote solo all’ultimo momento, quando magari
l’infermo non è in grado di ricevere i Sacramenti con piena coscienza o
addirittura non può neppure riceverli. Stupidi e stolti che siamo!
Come non ci rendiamo conto che se non chiamiamo a tempo il
Sacerdote mettiamo a rischio l’eterna salvezza del morente e lo
priviamo del sostegno e del conforto più grande che si possa ricevere
in quegli estremi momenti?
L’Eucaristia è il supremo pegno di vita del cristiano su questa povera
terra d’esilio. “Il corpo nostro - scrive S. Gregorio Nisseno - unito al
Corpo di Cristo acquista un principio d’immortalità, perché si unisce
all’Immortale”. Quando la vita caduca del corpo viene meno, ecco
Gesù, ecco Colui che è la Vita eterna. Egli si dona a noi nella
Comunione per essere la Vita vera e perenne della nostra anima
immortale, per essere la Resurrezione del nostro corpo mortale: “Chi
mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna” (Giov. 6,
55), “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59), perché
“lo sono la resurrezione e la vita” (Giov. 11, 25).
Il S. Viatico: che grazia! Quando il S. Curato d’Ars, moribondo, sentì il
suono del campanello che annunciava l’arrivo del S. Viatico, si
commosse fino alle lagrime, e disse: “Come trattenersi dal piangere
quando Gesù viene a noi per l’ultima volta con tanto amore?”.
Si, Gesù Eucaristico è l’Amore divenuto mio cibo, mia forza, mia vita,
mio cuore. Ogni volta che Lo ricevo, in vita come in morte, Egli si fa
mio per farmi Suo. Si: Lui tutto mio e io tutto Suo. L’uno nell’altro,
l’uno dello altro (Giov. 6, 58). Questa è la pienezza dell’Amore per
l’anima e per il corpo, sulla terra e nei Cieli.
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OGNI GIORNO CON LUI
Gesù sta nel Tabernacolo per me. Lui è il pane della mia vita
soprannaturale. Lui è il cibo della mia anima. “La mia carne è
veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda” (Giov. 6, 56). Se
voglio nutrirmi spiritualmente ed essere pieno di vita debbo ricevere
Lui: “Se non mangiate la mia Carne e non bevete il mio Sangue non
avrete la vita in voi” (Giov. 6, 54). S. Agostino ci fa sapere che i suoi
fedeli della Chiesa d’Africa chiamavano l’Eucaristia con la parola
“Vita”; quando decidevano di accostarsi alla mensa eucaristica,
dicevano:
“Andiamo
alla
Vita”.
Espressione
mirabile!.
Per sostenere il mio organismo soprannaturale debbo nutrirlo: e
l’Eucaristia è appunto il “Pane di vita” (Giov. 6, 35), il “Pane disceso
dal cielo” (Giov. 6, 59) che dona e rinnova, conserva e accresce le
energie spirituali della anima. S. Pietro G. Eymard arriva a dire: “La
Comunione è così necessaria a noi per sostenere la nostra vita
cristiana, come è necessaria agli Angeli la visione di Dio per
mantenere la loro vita gloriosa”.
Ogni giorno debbo nutrire la mia anima, come ogni giorno nutro il
mio corpo per donargli vigore. S. Agostino insegna: “L’Eucaristia è un
pane quotidiano che si prende a rimedio della nostra quotidiana
debolezza”. E S. Pietro G. Eymard aggiunge: “Gesù ha preparato non
un’Ostia soltanto, ma una per ogni giorno della nostra vita. Le nostre
Ostie sono preparate: non perdiamone neppure una”.
Gesù è l’Ostia d’amore così soave e salutare da far esclamare a S.
Gemma Galgani: “Sento un gran bisogno di essere rinvigorita da quel
cibo tanto dolce che mi dà Gesù. Questo tratto d’amore che Gesù mi fa
ogni mattina, mi intenerisce e attira a sé tutti gli affetti del mio cuore”.
Per i Santi, la Comunione quotidiana è un’imperiosa esigenza di Vita e
di Amore, corrispondente alla brama divina di Gesù di donarsi per
essere la Vita e l’Amore di ogni anima. Non dimentichiamoci che il
Giovedì Santo fu il giorno da Gesù “tanto desiderato” (Luc. 22, 15).
Perciò il S. Curato d’Ars diceva con passione: “Ogni Ostia consacrata è
fatta per struggersi d’amore in un cuore umano”. E S. Teresina
scriveva alla sorella: “Non è per restare in una pisside d’oro, che Gesù
discende ogni giorno dal cielo, ma per trovare un altro cielo, quello
della nostra anima, dove Egli trova le sue delizie”; e quando un’anima,
potendolo, non vuole ricevere Gesù nel suo cuore, “Gesù piange”; per
questo, continua ancora S. Teresina, “quando il demonio non può
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entrare col peccato nel santuario di un’anima, vuole almeno che essa
sia vuota, senza padrone, e allontana dalla Comunione”. È evidente,
infatti, che si tratta di insidia diabolica, perché solo il demonio può
avere interesse a tenerci lontani da Gesù. Stiamo all’erta, quindi.
Cerchiamo di non cadere negli inganni del demonio: “Fate in modo di
non perdere nessuna Comunione - raccomanda S. Margherita M.
Alacoque - ; noi non sapremmo dare maggior gioia al nostro nemico, il
demonio, che ritirandoci da Gesù, il quale gli toglie il potere che ha
sopra di noi”.
La Comunione quotidiana è sorgente quotidiana di amore, di forza, di
luce, di gioia, di coraggio, di ogni virtù e di ogni bene. “Chi ha sete
venga a Me e beva” (Giov. 7, 37), ha detto Gesù; Egli solo è la “fonte di
acqua zampillante per la vita eterna” (Giov. 4, 14). Come è possibile
che ci sia chi non voglia o trovi difficoltà ad accostarsi ogni giorno a
questa divina “mensa del Signore” (1 Cor. 10, 21)?
S. Tommaso Moro, Gran Cancelliere d’Inghilterra, morto martire per
essersi opposto allo scisma, ascoltava ogni mattina la S. Messa e
riceveva la S. Comunione. Alcuni amici cercavano di fargli notare che
una tale assiduità non era conveniente ad un laico immerso in tanti
affari di stato. “Voi mi opponete - rispondeva il Santo - tutte quelle
ragioni che invece mi convincono di più a ricevere la S. Comunione
ogni giorno. La mia dissipazione è grande, e con Gesù io imparo a
raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io prendo
ogni giorno forza da Lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di
prudenza per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso
consultare Gesù nella S. Comunione: Egli è il mio grande Maestro”.
Al celebre biologo Banting fu chiesto una volta perché ci tenesse tanto
alla Comunione quotidiana. “Avete mai pensato - rispose - che
avverrebbe se ogni notte non scendesse la rugiada dal cielo? Nessuna
pianta potrebbe svilupparsi; le erbe e i fiori non reggerebbero alla
traspirazione che il calore diurno provoca in un modo o nell’altro. Il
recupero di forze, il refrigeramento, l’equilibrio degli umori linfatici, e
la vita stessa delle piante son dovuti alla rugiada...”. Fatta una pausa,
continuò: “Anche la mia anima è come una piantina: qualcosa di
delicato su cui vento e calore imperversano ogni giorno. Allora è
necessario che ogni mattina io vada a fare il mio rifornimento di
rugiada spirituale, accostandomi alla S. Comunione”.
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S. Giuseppe Cottolengo raccomandava ai medici della “Casa della
Divina Provvidenza” di ascoltare la Messa e fare la Comunione, prima
di impegnarsi in difficili operazioni chirurgiche, perché, diceva, “la
medicina è una grande scienza, ma il grande medico è Dio”. E il beato
Giuseppe Moscati, celebre medico di Napoli, si regolava appunto così:
si industriava fino all’incredibile (a costo di sacrifici anche enormi,
specie a causa dei frequenti viaggi da fare) per non perdere la
Comunione quotidiana; ma se qualche giorno gli era proprio
impossibile comunicarsi, quel giorno non aveva coraggio di fare le
visite mediche, perché, diceva, “senza Gesù non ho lumi sufficienti per
i poveri ammalati”.
Oh! la passione dei Santi per la Comunione quotidiana! Chi può
ridirla? S. Giuseppe da Copertino, che non mancò di unirsi ogni
giorno al suo Diletto, arrivò a dire una volta ai suoi confratelli:
“Sappiate che quel giorno in cui non potrò ricevere lo Pecoriello (così
chiamava confidenzialmente l’Agnello Divino) passerò all’altra vita”.
Difatti, soltanto un giorno la violenza del male gli impedi di ricevere
Gesù Eucaristico: il giorno della morte!
Quando il papà di S. Gemma Galgani, preoccupato per la salute della
figlia, la rimproverò perché ogni mattina usciva troppo presto per
andare a Messa, sentì rispondersi dalla santa figlia: “Ma papà, a me mi
fa male stare lontana da Gesù Sacramentato”.
Quando S. Caterina da Genova seppe dell’interdetto che gravava sulla
sua città con la proibizione di celebrare la S. Messa e di distribuire la
Comunione, ogni mattina si recava a piedì fuori Genova fino a un
lontano Santuario, per potersi comunicare. Le fu detto che esagerava; e
la Santa rispose: “Se dovessi percorrere miglia e miglia sui carboni
accesi pur di arrivare a ricevere Gesù, direi quella via facile come se
camminassi su un tappeto di rose”.
Impariamo la lezione, noi che forse abbiamo la Chiesa a pochi passi,
ove recarci a nostro agio per ricevere Gesù nel cuore. E anche se
dovesse costarci qualche sacrificio, non ne varrebbe forse la pena?
Ma c’è di più ancora, se pensiamo che i Santi avrebbero desiderato
comunicarsi non una volta sola, ma più volte al giorno. A una figlia
spirituale che in buona fede vantava il suo eroismo nel comunicarsi
tutti i giorni, P. Pio da Pietrelcina una volta disse: “Figlia mia, se si
potesse, farei dieci Comunioni al giorno con tutto il cuore!”. E quella
volta che un figlio spirituale si accusò in confessione di aver fatto, per
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pura dimenticanza, due Comunioni nella stessa mattinata, P. Pio
illuminandosi disse: “Beata dimenticanza!”.
Avanti! non facciamoci pregare per fare una cosa così santa come la
Comunione quotidiana, a cui attingere ogni bene per l’anima e per il
corpo.
Per l’anima. S. Cirillo di Gerusalemme. Padre e Dottore della Chiesa,
scrive: “Se il veleno dell’orgoglio ti gonfia, ricorri all’Eucaristia, e il
Pane, sotto le cui apparenze si è annichilato il tuo Dio, t’insegnerà
l’umiltà. Se in te arde la febbre dell’avarizia, cibati di questo pane, e
imparerai la generosità. Se ti rattrista il vento gelido dell’avarizia,
ricorri al Pane degli Angeli, e nel tuo cuore spunterà rigogliosa la
carità. Se ti senti spinto dall’intemperanza, cibati della Carne e del
Sangue di Cristo, che nella vita terrena praticò sì eccellentemente la
sobrietà, e diverrai temperante. Se sei pigro e indolente nelle cose
spirituali, rinforzati con questo cibo celeste, e diverrai fervente. Se,
infine, ti senti ardere dalla febbre dell’impurità, accostati al banchetto
degli Angeli, e la Carne immacolata di Cristo ti farà puro e casto”.
Quando si volle sapere come avesse fatto S. Carlo Borromeo a
conservarsi puro e delicato tra i suoi giovani coetanei dissipati e
frivoli, si scoprì il suo segreto: la Comunione frequente. E fu lo stesso
S. Carlo a raccomandare la Comunione frequente al ragazzo Luigi
Gonzaga, divenuto il santo tutto angelico e liliale. Veramente
l’Eucaristia si rivela “frumento degli eletti e vino che fa germogliare i
vergini” (Zac. 9, 17). E S. Filippo Neri, conoscitore profondo dei
giovani, diceva: “La devozione al SS. Sacramento e la devozione alla
Vergine sono, non il migliore, ma l’unico mezzo per conservare la
purezza. Non vi è che la Comunione che può conservare puro un
cuore a venti anni... Non ci può essere castità senza Eucaristia”. È
verissimo.
Per il corpo. Quante volte a Lourdes non si è ripetuto per l’Eucaristia
quel che il Vangelo dice di Gesù: “usciva da lui una virtù e guariva
tutti” (Luc. 8, 46)? Quanti corpi non sono stati sanati dal dolce Signore
racchiuso nei candidi veli? Quanti poveri e sofferenti non hanno
ricevuto, con il Pane eucaristico, il pane della salute, del
sostentamento, della Provvidenza?... S. Giuseppe Cottolengo un
giorno si avvide che parecchi ricoverati della “Casa della
Provvidenza” non si erano accostati a ricevere la S. Comunione. La
Pisside era rimasta piena. Proprio in quel giorno scarseggiava il pane.
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Il Santo, deposta la Pisside sull’altare, si voltò e disse con grande
animazione queste parole più che espressive: “Pisside piena, sacchi
vuoti!”.
Proprio così. Gesù è la pienezza di vita e di amore della mia anima.
Senza di Lui resto vuoto e arido. Con Lui, invece, possiedo ogni giorno
le riserve infinite di ogni bene, purezza e gioia.
LA COMUNIONE SPIRITUALE
La Comunione Spirituale è la riserva di vita e di amore eucaristico
sempre a portata di mano per gli innamorati di Gesù Ostia. Mediante
la Comunione Spirituale, infatti, vengono soddisfatti i desideri
d’amore dell’anima che vuole unirsi a Gesù suo Diletto Sposo. La
Comunione spirituale è unione d’amore fra l’anima e Gesù Ostia.
Unione tutta spirituale, ma reale più reale della stessa unione fra
l’anima e il corpo, “perché la anima vive più dove ama che dove vive”,
dice S. Giovanni della Croce.
La Comunione spirituale suppone, è evidente, la fede nella Presenza
Reale di Gesù nei Tabernacoli; comporta il desiderio della Comunione
Sacramentale; esige il ringraziamento per il dono ricevuto da Gesù.
Tutto questo è espresso con semplicità e brevità nella formula di S.
Alfonso de’ Liguori: “Gesù mio, credo che voi siete nel SS.
Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa. Vi desidero nell’anima mia.
Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno
spiritualmente nel mio cuore... (pausa). Come già venuto, Vi abbraccio
e tutto mi unisco a Voi. Non permettete che io mi abbia mai a separare
da voi”.
La Comunione spirituale produce gli stessi effetti della Comunione
Sacramentale a seconda delle disposizioni con cui si fa, della maggiore
o minore carica di affetto con cui si desidera Gesù, dell’amore più o
meno intenso con cui si riceve Gesù e ci si intrattiene con Lui.
Privilegio esclusivo della Comunione spirituale è quello di poter
essere fatta quante volte si vuole (anche centinaie di volte al giorno),
quando si vuole (anche in piena notte), dove si vuole (anche in un
deserto o su... un aereo in volo).
È conveniente fare la Comunione spirituale specialmente quando si
assiste alla S. Messa e non si può fare la Comunione sacramentale.
All’atto in cui il Sacerdote si comunica, l’anima si comunichi anch’ella
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chiamando Gesù nel suo cuore. In questo modo ogni Messa ascoltata è
completa: offerta, immolazione, comunione.
Quanto sia preziosa la Comunione spirituale lo disse Gesù stesso a S.
Caterina da Siena in una visione. La Santa temeva che la Comunione
spirituale non avesse nessun valore rispetto alla Comunione
sacramentale. Gesù in visione le apparve con due calici in mano, e le
disse: “In questo calice d’oro metto le tue Comunioni sacramentali; in
questo calice d’argento metto le tue Comunioni spirituali. Questi due
calici mi sono tanto graditi”.
E a S. Margherita Maria Alacoque, molto assidua nel mandare i suoi
desideri di fiamma a chiamare Gesù nel Tabernacolo, una volta Gesù
disse: “Mi è talmente caro il desiderio di un’anima di ricevermi, che lo
mi precipito in essa ogni volta che mi chiama con i suoi desideri”.
Quanto sia stata amata dai Santi la Comunione spirituale non ci vuol
molto a intuirlo. La Comunione spirituale soddisfa almeno in parte a
quell’ansia ardente di essere sempre “uno” con chi si ama. Gesù stesso
ha detto: “Rimanete in Me e io rimarrò in voi” (Giov. 15, 4). E la
Comunione spirituale aiuta a restare uniti a Gesù, sebbene lontani
dalla sua dimora. Altro mezzo non c’è per placare gli aneliti di amore
che consumano i cuori dei Santi. “Come una cerva anela ai corsi delle
acque, così la mia anima anela a Te, o Dio” (Salm. 41, 2): è il gemito
amoroso dei Santi. “O Sposo mio diletto - esclama S. Caterina da
Genova - io desidero talmente la gioia di stare con te, che, mi pare, se
fossi morta risusciterei per riceverti nella Comunione”. E la B. Agata
della Croce provava così acuto il desiderio di vivere sempre unita a
Gesù Eucaristico, che ebbe a dire: “Se il confessore non mi avesse
insegnato a fare la Comunione spirituale, non avrei potuto vivere”.
Per S. Maria Francesca delle Cinque Piaghe, ugualmente, la
Comunione spirituale era l’unico sollievo al dolore acuto che provava
nello stare chiusa in casa, lontana dal suo Amore, specialmente
quando non le era concesso di fare la Comunione sacramentale. Allora
saliva sul terrazzo della casa e guardando la Chiesa sospirava fra le
lagrime: “Beati coloro che oggi ti hanno ricevuto nel Sacramento,
Gesù. Fortunate le mura della Chiesa che custodiscono il mio Gesù.
Beati i Sacerdoti che sono sempre vicini a Gesù amabilissimo”. E solo
la Comunione spirituale poteva placarla un po’.
Ecco uno dei consigli che P. Pio da Pietrelcina dava a una sua figlia
spirituale: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare
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altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con
gemito rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con
la anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo
spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e
là sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che
se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente”.
Approfittiamo anche noi di questo grande dono. Specialmente nei
momenti di prova o di abbandono, che cosa ci può essere di più
prezioso dell’unione con Gesù Ostia mediante la Comunione
Spirituale? Questo santo esercizio può riempirci le giornate di amore
come d’incanto, può farci vivere con Gesù in un abbraccio d’amore che
dipende solo da noi rinnovare spesso fino a non interromperlo
pressoché mai.
S. Angela Merici aveva la passione amorosa della Comunione
Spirituale. Non soltanto la faceva spesso ed esortava a farla, ma arrivò
a lasciarla come “eredità” alle sue figlie perche la praticassero
perpetuamente.
La vita di S. Francesco di Sales non dovette forse essere tutta una
catena di Comunioni spirituali? Era suo proposito fare una
Comunione spirituale almeno ogni quarto d’ora. Lo stesso proposito
l’aveva fatto il B. Massimiliano M. Kolbe fin da giovane. E il Servo di
Dio Andrea Beltrami ci ha lasciato una breve pagina del suo diario
intimo che è un piccolo programma di vita vissuta in Comunione
spirituale ininterrotta con Gesù Eucaristico. Ecco le sue parole:
“Ovunque mi trovi, penserò sovente a Gesù in Sacramento. Fisserò il
mio pensiero al S. Tabernacolo anche quando mi svegliassi di notte,
adorandolo da dove mi trovo, chiamando Gesù in Sacramento,
offrendogli l’azione che sto facendo. Stabilirò un filo telegrafico dallo
studio alla Chiesa, un altro dalla camera, un terzo dal refettorio; e
manderò più sovente che mi sarà possibile dei dispacci d’amore a
Gesù in Sacramento”. Quale continua corrente d’amore divino su quei
cari... fili telegrafici!
Di queste e simili sante industrie i Santi sono stati molto attenti a
servirsi per dare sfogo alla piena del loro cuore che non si saziava mai
d’amare. “Più Ti amo, meno Ti amo - esclamava Santa Francesca
Saverio Cabrini - perché di più vorrei amarTi. Non ne posso più...
dilata, dilata il cuor mio...”.
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Quando S. Rocco da Montpellier passò cinque anni carcerato perché
ritenuto un pericoloso vagabondo, nel carcere stava sempre con gli
occhi fissi al finestrino, pregando. Il carceriere gli chiese: “Che
guardi?”. Il Santo gli rispose: “Guardo il campanile della Parrocchia”.
Era il richiamo di una Chiesa, di un Tabernacolo, di Gesù Eucaristico
suo indivisibile amore.
Anche il S. Curato d’Ars diceva ai fedeli: “Alla vista di un campanile
voi potete dire: là è Gesù, perché là un Sacerdote ha celebrato la
Messa”. E il B. Luigi Guanella, quando accompagnava in treno i
pellegrinaggi ai Santuari, raccomandava sempre ai pellegrini di
rivolgere il pensiero e il cuore a Gesù ogni volta che vedevano un
campanile dal finestrino del treno. “Ogni campanile - diceva - ci
richiama a una Chiesa, nella quale è un Tabernacolo, si celebra la
Messa, sta Gesù”.
Impariamo dai Santi anche noi. Vogliano essi comunicarci qualche
fiamma dell’incendio di amore che consumava i loro cuori. Ma
mettiamoci anche noi all’opera, facendo molte Comunioni spirituali,
specialmente nei momenti più impegnativi della giornata. Allora
anche in noi avverrà presto l’incendio d’amore, perché è
consolantissimo quel che ci assicura S. Leonardo da Porto Maurizio:
“Se voi praticate parecchie volte al giorno il santo esercizio della
Comunione spirituale, vi dò un mese di tempo per vedere il vostro
cuore tutto cambiato”. Appena un mese: inteso?
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IV GESU’ CON ME
“Sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”.
(Mt. 28, 20)
• La Presenza Reale
• La “Visita” a Gesù
• Gesù, Ti adoro!
• Amare la “Casa di Gesù”
LA PRESENZA REALE
La Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è mistero divino, è
dono divino, è amore divino. Durante la S. Messa, negli attimi della
Consacrazione, quando il Sacerdote pronuncia le divine parole di
Gesù, “Questo è il mio Corpo ... Questo è il Calice del mio Sangue”
(Mt. 26, 26-7), il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Gesù.
La sostanza del pane e del vino non c’è più perchè trasformata
(“transustanziata”) nel divino Corpo e Sangue di Gesù. Il pane e il
vino conservano solo le loro apparenze (o “accidenti”) a esprimere la
realtà del “cibo” e della “bevanda”, secondo le parole di Gesù.
“La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è veramente bevanda”
(Gv. 6, 56). Sotto i veli dell’Ostia, quindi, e dentro il Calice c’è la
Divina Persona di Gesù con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità,
che si dona a chiunque lo riceve nella S. Comunione, e rimane
permanentemente nelle Ostie consacrate chiuse nel Tabernacolo.
S. Ambrogio insegna: “Come fa il pane a diventare il corpo di Cristo?
Per mezzo della Consacrazione. La Consacrazione con quali parole
viene effettuata? Con le parole di Gesù. Venuto il momento di
compiere il sacro mistero, il sacerdote cessa di parlare da sè, parla in
persona di Gesù”.
Le parole della consacrazione sono le parole più strabilianti che Dio
abbia donato alla Chiesa. Hanno il potere di trasformare un po’ di
pane e vino in Gesù Dio Crocifisso! Realizzano un mistero arcano di
somma potenza che supera il potere dei Serafini, e appartiene solo a
Dio e ai Sacerdoti. Non dovremmo meravigliarci, allora, se ci sono
stati Santi sacerdoti che soffrivano angosciosamente quando
pronunziavano quelle divine parole. S. Giuseppe da Copertino e, ai
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nostri giorni, P. Pio da Pietrelcina apparivano visibilmente oppressi da
angoscia mortale, e solo stentatamente, a strappi, riuscivano a
terminare le due formule della consacrazione. Il P. Guardiano volle
chiedere a S. Giuseppe da Copertino: “Come mai pronunci in modo
limpido tutta la Messa, e inciampi a ogni sillaba della consacrazione?”.
Il Santo rispose: “Le parole santissime della consacrazione sono sulle
mie labbra come carboni ardenti; pronunciandole, devo fare come chi
deve ingoiare cibi bollenti”.
È per quelle divine parole della consacrazione che Gesù è sui nostri
altari, è nei nostri Tabernacoli, è nelle candide ostie. Ma come?
“Com’è possibile - chiedeva uno studioso maomettano ad un Vescovo
missionario - che il pane e il vino diventino carne e sangue di Cristo?”.
Il Vescovo rispose: “Quando nascesti eri piccolo; sei cresciuto perchè il
corpo ha trasformato in carne e sangue il nutrimento che hai preso. Se
il corpo dell’uomo è capace di trasformare in carne e sangue il pane e
il vino, tanto più facilmente lo potrà Iddio”. Il maomettano chiese
ancora: “Com’è possibile che in un’ostia così piccola sia presente Gesù
tutto intero?”. Il Vescovo rispose: “Guarda il paesaggio che hai qui
davanti, e pensa quanto il tuo occhio è più piccolo in confronto ad
esso. Eppure nel tuo occhio così piccolo c’è l’immagine di questa
campagna così vasta. Non può Dio fare in realtà, nella sua persona,
quello che in figura è in noi?”. Ancora, il maomettano chiese: “Com’è
possibile che lo stesso corpo si trovi contemporaneamente presente in
tutte le vostre Chiese e in tutte le ostie consacrate?” E il Vescovo: “A
Dio nulla è impossibile, e questa risposta potrebbe bastare. Ma anche
la natura risponde a questa domanda. Ecco uno specchio; buttalo a
terra e frantumalo: ogni frammento riporterà la stessa immagine che
riproduceva lo specchio intero. Così, lo stesso e medesimo Gesù si
riproduce, non in figura, ma in realtà, in ogni ostia consacrata; Egli è
veramente in ognuna di esse”.
Ricordiamo S. Rosa da Lima, la B. Angela da Foligno, S. Caterina da
Siena, S. Filippo Neri, S. Francesco Borgia, S. Giuseppe da Copertino, e
tanti altri Santi, che avvertivano sensibilmente la Presenza Reale di
Gesù nel Tabernacolo e nelle Ostie consacrate, vedendolo con i loro
occhi o gustandone l’ineffabile fragranza.
Ricordiamo l’episodio di S. Antonio di Padova, che a un incredulo fece
vedere un mulo affamato inginocchiarsi di fronte all’ostensorio con il
Santissimo, anzichè buttarsi sul cesto di biada posto accanto
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all’ostensorio. Ricordiamo S. Alfonso M. de’ Liguori che, infermo,
ricevette la S. Comunione in cella. Una mattina, appena ricevuta
l’ostia, il Santo si mise a gemere ad alta voce fra le lacrime: “Ma che
avete fatto? Mi avete portato un’ostia senza Gesù, un’ostia non
consacrata...”. Si indagò sulla cosa e si scoprì che il Sacerdote
celebrante quella mattina, per pura distrazione, era passato dal
Memento dei vivi al Memento dei morti (Canone Romano), saltando
intemente la consacrazione del pane e del vino. Il Santo aveva
avvertito l’assenza di Gesù in quell’ostia non consacrata!
Si potrebbero ricordare tanti altri episodi tratti dalla vita dei Santi.
Così come si potrebbero ricordare gli atti degli esorcismi sugli ossessi
liberati dal demonio mediante l’Eucaristia. E si potrebbero elencare
quelle grandi manifestazioni di fede e di amore che sono i Congressi
Eucaristici, e i celebri Santuari Eucaristici (come Torino, Lanciano,
Siena, Orvieto, S. Pietro a Patierno...) che ancora oggi conservano le
testimonianze vive degli episodi strepitosi accaduti a conferma della
Presenza Reale.
Ma più essenziale di ogni episodio o testimonianza, è la Fede su cui si
basa la verità della Presenza Reale e su cui deve basarsi la nostra
incrollabile certezza che è così. Gesù è verità (Giov. 14, 6) e Lui ci ha
lasciato l’Eucaristia come un mistero di fede a cui credere con tutta la
mente e con tutto il cuore. Quando a S. Tommaso d’Aquino, il Dottore
Angelico, venne portato il S. Viatico, egli si sollevò dalla cenere, su cui
si era fatto distendere, si inginocchiò e disse: “Anche se esistesse una
luce mille volte più splendente di quella della fede, io non crederei con
maggiore certezza che Colui che sto per ricevere è il Figlio dell’eterno
Dio”.
“Mistero di fede”: con queste due parole il Papa Paolo VI ha voluto
intestare la sua enciclica eucaristica, proprio perchè le realtà divine
non hanno fonte di verità e di certezza più alta della fede teologale.
Era per questa fede che i Santi vedevano Gesù nell’Ostia e non
avevano bisogno di altre prove. Il Papa Gregorio XV ebbe a dire che S.
Teresa di Gesù (da lui canonizzata) “vedeva così distintamente, con gli
occhi dello spirito, nostro Signore Gesù Cristo presente nell’Ostia, che
affermava di non invidiare per nulla la felicità dei Beati, che
contemplano nel cielo il Signore faccia a faccia”. E S. Domenico Savio
scrisse una volta nel suo quaderno di diario: “Per essere felice non mi
manca nulla in questo mondo: mi manca solo di vedere in cielo Gesù,
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che ora con occhio di fede miro e adoro sull’altare”.
È con questa Fede che noi dobbiamo accostarci alla Eucaristia,
dobbiamo stare alla sua Presenza, dobbiamo amare Gesù Eucaristico e
farlo amare.
LA “VISITA” A GESÙ
Con la Presenza Reale, Gesù è nei nostri Tabernacoli. Lo stesso Gesù
portato dall’Immacolata nel suo grembo verginale sta rinchiuso nel
piccolo grembo di una candida ostia. Lo stesso Gesù che fu flagellato,
coronato di spine e crocifisso come vittima per i peccati del mondo sta
nel ciborio come Ostia immolata per la nostra salvezza. Lo stesso Gesù
che risuscitò da morte e ascese al cielo dove ora regna glorioso alla
destra del Padre, sta sui nostri altari circondato da una moltitudine
quasi infinita di Angeli adoranti, come la Beata Angela da Foligno
potè contemplare in una visione.
Gesù è proprio con noi, quindi. Si, Gesù è là! Il S. Curato d’Ars non
poteva finire di ripetere queste tre parolette senza sciogliersi in
lacrime. Anche S. Pietro Giuliano Eymard esclamava rapito: “Gesù è
là! Dunque tutti a Lui”. E S. Teresa di Gesù quando sentiva chi diceva:
“Se fossi vissuto al tempo di Gesù... Se avessi visto Gesù... Se avessi
parlato con Gesù...”, rispondeva con vivacità: “Ma Gesù non è
presente vivo, vero e reale nell’Eucaristia? Perchè cercare altro?”. I
Santi davvero non cercavano altro. Sapevano dove era Gesù e non
desideravano che di poter stare con Lui inseparabilmente con il cuore
e con il corpo. Stare sempre con chi si ama, non è forse un’altra
esigenza primaria del vero amore? Per questo, sappiamo che le Visite
al Santissimo e la Benedizione Eucaristica erano la brama segreta e
manifesta dei Santi. Il tempo della Visita a Gesù è tutto tempo
d’amore, che ritroveremo in Paradiso, perchè solo l’amore “dura per
sempre” (1 Cor. 13, 8). Non sbagliava S. Caterina da Genova a dire: “Il
tempo trascorso davanti al tabernacolo è il tempo più bene speso della
mia vita”.
Ma vediamo alcuni esempi dei Santi.
Il B. Massimiliano M. Kolbe, apostolo dell’Immacolata, fin da giovane
studente faceva in media dieci Visite al SS.mo ogni giorno. Durante
l’anno scolastico, nei momenti di intervallo fra un’ora e l’altra di
scuola, correva in Cappella, e così in mattinata riusciva a fare cinque
visite a Gesù. Nel resto della giornata faceva altre cinque Visite, tra cui
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quella durante il passeggio pomeridiano che aveva sempre come
tappa obbligatoria, a Roma, una Chiesa in cui ci fosse il SS.mo esposto.
Anche S. Roberto Bellarmino, da giovane, nell’andare e tornare da
scuola passava quattro volte dinanzi a una Chiesa: quattro volte al
giorno si fermava a far Visita a Gesù.
Quante volte anche a noi non capita di passare dinanzi a una Chiesa?
Possibile che siamo così insensibili e duri? I Santi speravano di poter
incontrare qualche Chiesa lungo le strade da percorrere; noi invece
siamo completamente indifferenti anche se ci capitano davanti!
“Quando vi sono due strade per arrivare in un luogo - scriveva il
venerabile Olier - passo per quella in cui si incontrano più Chiese, per
stare più vicino al Santissimo Sacramento. Al vedere un luogo dove
sta il mio Gesù, sono tutto contento e dico: ‘Siete qui, mio Dio e mio
tutto’”.
S. Stanislao Kostka, giovane angelico, approfittava di ogni momento
libero per correre vicino a Gesù Eucaristico; e quando non poteva
proprio andarci, si rivolgeva al suo Angelo Custode e gli diceva
confidenzialmente: “Angelo mio caro, va’ là tu per me”. Questa e una
trovata veramente angelica! Ma perchè non farla nostra? L’Angelo
Custode sarebbe lietissimo di obbedirci. Anzi, non potremmo dargli
incarico più nobile e felice.
S. Alfonso Rodriguez era portinaio. Gli toccava spesso passare davanti
alla porta della Cappella. Ebbene, non c’era volta che almeno non si
affacciasse a mandare uno sguardo d’amore a Gesù! Quando poi
usciva di casa e quando tornava, si recava sempre da Gesù a
chiederGli la benedizione.
Della sua mamma S. Monica, S. Agostino ha lasciato scritto che ogni
giorno, oltre la S. Messa, si recava due volte da Gesù, il mattino e la
sera. Lo stesso faceva l’altra santa mamma di sette figli, la B. Anna
Maria Taigi. E S. Venceslao, re di Boemia, usciva più volte, di giorno e
di notte, anche nel rigore dell’inverno, per visitare il SS. Sacramento
nelle Chiese.
Un esempio graziosissimo in casa di sovrani: quando Sant’Elisabetta
d’Ungheria, fanciulla, giocava con le compagne nella reggia, sceglieva
sempre un luogo vicino alla Cappella, perché ogni tanto, senza farsi
notare, si fermava davanti alla porta, baciava la serratura e diceva a
Gesù: “Mio Gesù, io gioco, ma non ti dimentico: benedici me e le mie
compagne. Arrivederci”. Quando si ama!
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Dei tre cari pastorelli di Fatima, Francesco era un piccolo
contemplativo e aveva la passione particolare per le visite eucaristiche;
voleva recarsi spesso e intrattenersi più a lungo che poteva in Chiesa,
per starsene vicino al Tabernacolo, accanto a “Gesù nascosto”,
com’egli chiamava l’Eucaristia con fanciullesca e profonda
espressione. E quando la malattia lo immobilizzò sul suo povero
lettino, egli confidò alla cuginetta Lucia che la sua pena più grande era
quella di non poter più andare a visitare “Gesù nascosto”, e pregava la
cugina di andare lei da “Gesù nascosto” a portargli tutti i suoi baci e i
suoi affetti. Ecco un ragazzo che ci insegna come si ama!
Ancora: S. Francesco Borgia faceva almeno sette Visite al Santissimo
ogni giorno. S. Maria Maddalena de’ Pazzi, in un periodo della sua
vita ne faceva trentatrè al giorno. Lo stesso faceva la B. Maria
Fortunata Viti, umile monaca benedettina dei nostri tempi. La B.
Agata della Croce, terziaria domenicana, arrivò a farne cento al giorno
(tra Chiesa e casa). Che dire infine di Alexandrina Da Costa, che
immobilizzata sul letto per anni e anni, non faceva che volare col cuore
presso tutti i “Santi Tabernacoli” della terra?
Forse a noi recano stupore questi esempi, e ci possono sembrare
eccezioni anche fra i Santi. Ma non è così. Le Visite a Gesù sono un
fatto di fede e di amore. Chi più ha fede e amore, più sente il bisogno
di stare con Gesù. E i Santi di che cosa vivevano se non di fede e
amore?
Un bravo catechista spiegava un giorno ai suoi ragazzi: “Se venisse a
voi un Angelo del cielo e vi dicesse: “Gesù in persona è nella tal casa e
vi attende”, non lascereste subito tutto per correre da Lui?
Interrompereste ogni divertimento, sospendereste ogni occupazione;
vi stimereste anzi fortunati di poter fare un piccolo sacrificio per
andare da Gesù. Ebbene, sappiate e ricordate che Gesù sta nel
Tabernacolo, e vi aspetta sempre perché vuole avervi vicini e desidera
ricolmarvi delle sue grazie”.
A quale tensione di amore i Santi avvertivano la presenza fisica di
“Gesù in persona” nel Tabernacolo e il desiderio che Gesù ha di averci
vicini? A tensione così alta da far dire a S. Francesco di Sales:
“Centomila volte al giorno noi dovremmo visitare Gesù nel SS.
Sacramento!”.
Impariamo dai Santi ad amare anche noi le Visite a Gesù Eucaristico.
Andiamo da Lui. Tratteniamoci con Lui, parlandogli con affetto di ciò
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che ci sta a cuore. Egli ci avvolge con il suo sguardo di amore e ci attira
al suo Cuore. “Quando noi parliamo a Gesù con semplicità e con tutto
il cuore - diceva il S. Curato d’Ars - egli fa come una mamma che tiene
la testa del suo bambino fra le sue mani, per coprirlo di baci e di
carezze”.
Se non sappiamo fare le Visite con il colloquio personale,
procuriamoci il bellissimo e ineguagliabile libretto di S. Alfonso, Visite
al SS. Sacramento e a Maria SS. Come non ricordare la Visita al SS. e a
Maria SS. (di S. Alfonso) che P. Pio da Pietrelcina leggeva ogni sera
con voce di pianto ai piedi di Gesù esposto, prima della Benedizione
Eucaristica?
Incominciamo e siamo fedeli almeno a una Visita giornaliera a Gesù
che ci aspetta con ansia di amore. Cerchiamo poi di aumentarle più
che possiamo. E se non abbiamo il tempo di fare le Visite lunghe,
facciamo le “Piccole Visite”, ossia: entriamo in chiesa ogni volta che
possiamo, inginocchiamoci e fermiamoci pochi istanti davanti al SS.
Sacramento, dicendo con amore: “Gesù, sei qui; Ti adoro, Ti amo;
vieni nel mio cuore”. È cosa semplice e breve, ma tanto salutare.
Ricordiamo sempre le consolanti parole di S. Alfonso M. de’ Liguori:
“Siate certi che di tutti gli istanti della vostra vita, il tempo che
passerete davanti al Divin Sacramento sarà quello che vi darà più
forza durante la vita, più consolazione nell’ora della morte e durante
l’eternità”.
GESÙ, TI ADORO!
Quando si ama davvero, e si ama tanto, si adora. Amore grande e
adorazione sono due cose distinte, ma formano un tutt’uno: diventano
amore adorante e adorazione amorosa.
Gesù nel Tabernacolo viene adorato solo da chi lo ama davvero, e
viene amato in modo eminente da chi Lo adora.
I Santi, artisti dell’amore, sono stati adoratori fedeli e ardenti di Gesù
Eucaristico. Anzi, l’adorazione eucaristica è stata sempre considerata
l’immagine più reale dell’adorazione eterna che costituirà tutto il
nostro Paradiso. La differenza sta solo nel velo che nasconde la vista di
quella realtà divina di cui la fede ci dona certezza incrollabile.
L’adorazione eucaristica è stata la grande passione dei Santi.
Adorazione per ore e ore, a volte per giornate o per nottate intere. Lì,
“ai piedi di Gesù” come Maria di Betania (Luc. 10, 39), in unione
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amorosa con Lui, da Lui assorbiti in contemplazione, essi
consumavano il loro cuore in oblazione pura e fragrante d’amore
adorante. Ascoltiamo Fratel Carlo De Foucauld che scriveva ai piedi
del Tabernacolo: “Che dolcezza delle dolcezze, mio Dio!... Più di
quindici ore senza aver altro da fare che questo: guardare a Voi e
dirVi: Signore, Vi amo! Oh che dolcezza!...”.
Dai grandi Dottori della Chiesa come S. Tommaso e S. Bonaventura, ai
Sommi Pontefici come S. Pio V e S. Pio X, ai Sacerdoti come il S.
Curato d’Ars e S. Pietro G. Eymard, alle umili creature come Santa
Rita, S. Pasquale Baylon, S. Bernardetta Soubirous, S. Gerardo, S.
Domenico Savio, S. Gemma Galgani..., tutti i Santi sono stati
appassionati adoratori dell’Eucaristia. Essi, che amavano davvero, non
contavano le ore di adorazione di amore che trascorrevano di giorno e
di notte ai piedi di Gesù nel Tabernacolo.
Pensiamo a S. Francesco d’Assisi, che trascorreva tanto tempo, spesso
le notti intere, ai piedi dell’altare, e vi stava con tale devozione e
umiltà da commuovere chiunque si fermasse a osservarlo. Pensiamo a
S. Benedetto Labre, chiamato “il povero delle Quarant’ore”, che
trascorreva le sue giornate nelle Chiese in cui c’era il Santissimo
solennemente esposto. Per anni e anni questo Santo fu visto
peregrinare a Roma di Chiesa in Chiesa là dove c’erano le
“Quarant’ore”, e stava lì, dinanzi a Gesù, sempre in ginocchio, assorto
in preghiera adorante, per otto ore immobile, nonostante gli insetti,
suoi amici, che gli torturavano tutto il corpo!
Quando si volle fare un quadro di S. Luigi Gonzaga e si discusse in
quale atteggiamento raffigurarlo, si concluse di ritrarre il Santo in
adorazione davanti all’altare, perché l’adorazione eucaristica fu la
caratteristica più espressiva della sua santità.
S. Margherita M. Alacoque, la prediletta del Sacro Cuore, in un
giovedì Santo arrivò a stare quattordici ore di seguito prostrata in
adorazione. E S. Francesca Sav. Cabrini, in una festa del Sacro Cuore,
stette in adorazione per dodici ore continue, assorta e come
magnetizzata da Gesù Eucaristico, tanto che, alla domanda di una
suora se le era piaciuto l’addobbo speciale di fiori e drappi che
ornavano l’altare, ella rispose: “Non ci ho fatto caso: ho visto un solo
Fiore, Gesù; null’altro”.
Anche a S. Francesco di Sales capitò, dopo una visita al Duomo di
Milano, di sentirsi chiedere: “Ha visto, Eccellenza, che profusione di
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marmi, che grandiosità di linee?”. E il santo Vescovo rispose: “Che
volete che vi dica? La presenza di Gesù nel Tabernacolo ha talmente
assorbito il mio spirito, che è scomparsa davanti ai miei occhi tutta la
bellezza dell’arte”. Quale lezione è questa risposta per noi che con
grande leggerezza ci mettiamo a visitare le Chiese celebri come se
fossero sale di museo!
A proposito dell’intensità del raccoglimento durante l’adorazione, al
B. Contardo Ferrini, professore all’università di Modena, successe
questo fatto. Entrato in una Chiesa per una Visita a Gesù, cadde così
assorto in adorazione, con lo sguardo fisso al Tabernacolo, da non
accorgersi che qualcuno gli stava rubando il mantello togliendoglielo
da sopra le spalle.
“Neanche un fulmine potrebbe distrarla”, si diceva di S. Maria
Maddalena Postel, a vederla così raccolta e amorosa durante
l’adorazione eucaristica. A S. Caterina da Siena, invece, accadde una
volta, durante l’adorazione, di sollevare lo sguardo verso una persona
che le passava accanto. Per quella distrazione di un istante, la Santa si
afflisse tanto, da piangere a lungo esclamando: “io sono una
peccatrice, io sono una peccatrice”.
Come non vergognarci noi con il nostro comportamento? Anche
dinanzi a Gesù solennemente esposto noi siamo così facili a girarci per
guardare a destra e a sinistra, ci muoviamo e ci distraiamo per dei
nonnulla, senza provare, e questo è terribile, nessun dispiacere. Ah, la
delicatezza d’amore dei Santi! S. Teresa insegnava: “Noi dobbiamo
stare alla presenza di Gesù in Sacramento come i Santi nel cielo
davanti all’Essenza Divina”. È così che ci stavano i Santi; il Curato
d’Ars adorava Gesù Eucaristico con tale fervore e raccoglimento da
indurre il popolo a convincersi che il Santo vedesse con gli occhi Gesù
in persona. Lo stesso si diceva di S. Vincenzo de’ Paoli: “Egli vede là
dentro Gesù”. Lo stesso avveniva per S. Pietro G. Eymard, l’apostolo
impareggiabile dell’adorazione eucaristica, del quale fu devoto
imitatore P. Pio da Pietrelcina che si iscrisse fra i Sacerdoti adoratori e
tenne per quarant’anni l’immaginetta del B. Eymard sul suo tavolino.
Ricordiamo, anzi, che il Signore sembra aver premiato in modo
singolare alcuni Santi facendo loro compiere anche dopo la morte
qualche atto di adorazione all’Eucaristia. Così, S. Caterina da Bologna,
da più giorni morta, dinanzi all’altare del Sacramento si sollevò in
preghiera di adorazione. Il cadavere dì S. Pasquale Baylon, durante la
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S. Messa esequiale, all’elevazione dell’Ostia e del Calice, aprì due volte
gli occhi in segno di adorazione all’Eucaristia. Il Beato Matteo da
Girgenti, trasportato in Chiesa per la S. Messa esequiale, congiunse le
mani in adorazione verso l’Eucaristia. Il B. Bonaventura da Potenza, a
Ravello, mentre il suo corpo veniva trasportato passando dinanzi
all’altare del Santissimo, fece un devoto inchino a Gesù nel
Tabernacolo.
È proprio vero che “l’amore è più forte della morte” (Cant. 8, 6) e “chi
mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59). L’Eucaristia è
Gesù Amore. L’Eucaristia è Gesù Vita. L’adorazione eucaristica è
amore celeste che vivifica e fa essere “uno” con Gesù Vittima che
“incessantemente intercede per noi” (Ebr. 7, 25). Ricordiamolo: chi
adora si fa “uno” con Gesù Ostia nell’intercedere presso Dio Padre per
la salvezza dei fratelli. Questa è la carità suprema verso tutti gli
uomini: ottenere loro il Regno dei cieli. E solo in Paradiso vedremo
quante anime sono state strappate all’inferno dall’adorazione
eucaristica riparatrice dei santi conosciuti e sconosciuti. Né dobbiamo
dimenticare che a Fatima l’Angelo in persona insegnò ai tre pastorelli
la bellissima preghiera eucaristica riparatrice, che dovremmo imparare
anche noi: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi
adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue,
Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i
tabernacoli del mondo, in riparazione dei peccati con i quali Lui stesso
è offeso. Per i meriti infiniti del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato
di Maria, io vi domando la conversione dei peccatori”. L’adorazione
eucaristica è l’estasi dell’amore divino ed è l’azione salvifica più
possente
nell’apostolato
per
la
salvezza
delle
anime.
Per questo il B. Massimiliano M. Kolbe, il grande apostolo mariano, in
ogni sua fondazione, prima ancora delle celle per i frati, voleva che si
costruisse la Cappella per introdurre subito l’adorazione perpetua al
Santissimo esposto. E un giorno, in Polonia, mentre accompagnava un
ospite in visita alla “Città dell’Immacolata”, arrivato nella grande
Cappella dell’adorazione, disse all’ospite indicando con la mano il
Santissimo Sacramento: “Tutta la nostra vita dipende da qui”.
P. Pio da Pietrelcina, il frate stimmatizzato del Gargano, a cui
accorrevano folle da ogni parte, dopo le sue ore giornaliere di
confessionale, trascorreva quasi tutto il tempo del giorno e della notte
presso il Tabernacolo in adorazione con Maria SS. (recitando Rosari a
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centinaia). Una volta il Vescovo di Manfredonia, Mons. Cesarano,
scelse il convento di P. Pio per farvi otto giorni di Esercizi Spirituali.
Ogni notte il Vescovo si alzava ad ore diverse per recarsi in Cappella,
e ogni notte, a tutte le ore, trovava sempre P. Pio in adorazione! Il
grande apostolo del Gargano operava invisibilmente su tutta la terra
(e talvolta anche visibilmente con le bilocazioni) stando lì, prostrato ai
piedi di Gesù, con il Rosario fra le mani. E lo diceva lui stesso ai suoi
figli spirituali: “Quando volete trovarmi, venite vicini al Tabernacolo”.
Don Giacomo Alberione, altro grande apostolo a noi contemporaneo, a
fondamento di tutta la sua dinamica opera, la “Società Apostolato
Stampa”, pose espressamente l’adorazione eucaristica, con la
Congregazione delle Pie Discepole del Divin Maestro, che hanno la
missione unica e specifica di adorare giorno e notte Gesù Eucaristico
solennemente esposto.
Davvero l’adorazione eucaristica è l’“ottima parte” di cui parla Gesù
nel rimprovero a Marta che si affaccenda dietro “molte cose”
secondarie, trascurando l’“unica necessaria” scelta da Maria:
l’adorazione umile e amorosa (Luc. 10, 41).
Con quale impegno, quindi, non dobbiamo anche noi amare
l’adorazione eucaristica? Se Gesù è “la consistenza di tutte le cose”
(Col. 1, 17), andare da Lui, stare con Lui, unirsi a Lui significa trovare,
acquistare, possedere la consistenza di se stesso e dell’universo intero.
“Solo Gesù è tutto, il resto è nulla”, diceva S. Teresina. E allora,
rinunciare al nulla per il Tutto, consumare se stesso per il Tutto
anziché per il nulla, non dovrebbe essere la nostra vera ricchezza e
suprema sapienza? Così doveva ragionare P. Pio da Pietrelcina
quando scriveva: “Mille anni trascorsi in mezzo alla gloria degli
uomini non compensano neppure un’ora sola trascorsa in dolce
colloquio con Gesù Sacramentato”.
Come dovremmo anche noi, al pari dei Santi, invidiare gli Angeli che
circondano ininterrottamente i Tabernacoli!
AMARE LA “CASA DI GESÙ”
La divina Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è stata sempre
oggetto di immensa riverenza e rispetto da parte dei Santi. La loro
delicatezza amorosa, verginale, per le “cose di Gesù” (1 Cor. 7, 32) era
una delle espressioni più evidenti del loro grande amore che non
ammetteva riserve, che tutto considerava di grande importanza, anche
51
una semplice cosa di rito esterno, per la quale S. Teresa e S. Alfonso si
dicevano pronti a sacrificare la stessa vita.
Ed è dai Santi che dobbiamo imparare ad amare Gesù circondando di
premure affettuose i santi Tabernacoli, gli altari e le Chiese sue
“dimore” (Marc. 11, 17).
Del resto, Gesù stesso volle istituire il Sacramento dell’amore in un
luogo nobile e bello: il Cenacolo, una grande sala con addobbi e
tappeti (Luc. 22, 12). E i Santi hanno sempre zelato con tutte le forze il
decoro per la Casa di Dio.
S. Francesco d’Assisi, ad esempio, nelle sue peregrinazioni apostoliche
portava con sé o si procurava una... scopa, per scopare le Chiese che
non trovava pulite; dopo la predica al popolo, di solito egli radunava il
clero del paese e raccomandava con ardore lo zelo per il decoro della
Casa del Signore; faceva preparare da S. Chiara e dalle clarisse i sacri
lini per gli altari, e, nonostante la sua povertà, procurava e inviava
pissidi, calici, tovaglie alle Chiese povere e abbandonate.
Dalla vita di S. Giovanni Battista De La Salle sappiamo che il Santo
voleva vedere la Cappella sempre linda e ornata, l’altare in perfetto
ordine, la lampada eucaristica sempre accesa. Le tovaglie sporche, gli
ornamenti strappati, i vasi poco puliti, ferivano i suoi occhi e più
ancora il suo cuore. Nessuna spesa egli riteneva eccessiva, quando si
trattava del culto a Gesù.
S. Paolo della Croce voleva così lindi gli arredi e gli oggetti sacri, che
un giorno mandò indietro uno dopo l’altro due corporali perché non
gli sembravano abbastanza puliti.
Tra i sovrani amanti dell’Eucaristia, S. Venceslao, re di Boemia,
preparava da sé il terreno, seminava il grano, lo mieteva, lo macinava,
lo passava a staccio, e col fior fiore della farina preparava le ostie per il
S. Sacrificio. E S. Radegonda, regina di Francia, divenuta umile
religiosa, era felice di poter macinare con le sue mani il grano scelto
per le sante Messe, e ne provvedeva gratuitamente le Chiese povere.
Ricordiamo anche S. Vincenza Gerosa che si prendeva cura delle viti
per il vino delle Sante Messe. Con le sue mani le coltivava, le potava,
felice al pensiero che quei grappoli d’uva da lei curati sarebbero
diventati Sangue di Gesù.
Che dire poi della delicatezza dei Santi verso le Specie eucaristiche?
Intatta era la loro fede nella Presenza Reale di Gesù anche nel più
piccolo frammento di Ostia. Bastava vedere P. Pio con quale delicata
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finezza purificava la patena e i vasi sacri all’altare: gli si leggeva
l’adorazione sul volto!
Quella volta che S. Teresina vide un piccolo frammento di Ostia sulla
patena, dopo la S. Messa, chiamò le novizie e in processione ella portò
in sacrestia la patena con una grazia e un’adorazione veramente
angeliche. E S. Teresa Margherita, trovato un frammento di Ostia a
terra presso l’altare, scoppiò in pianto perché pensò a una irriverenza
verso Gesù, e si pose in adorazione accanto al frammento fino a che
non venne un Sacerdote a raccoglierlo e riporlo nel Tabernacolo.
Una volta a S. Carlo Borromeo, mentre distribuiva la Comunione,
cadde inavvertitamente di mano una Sacra Particola. Il Santo si ritenne
colpevole di grave irriverenza a Gesù, e ne soffrì tanto che per quattro
giorni non ebbe il coraggio di celebrare la S. Messa e si impose per
penitenza otto giorni di digiuno!
E che dire di S. Francesco Saverio che a volte, distribuendo la S.
Comunione, si sentiva afferrare da un tale senso di adorazione verso
Gesù fra le sue mani, che si poneva in ginocchio a comunicare i fedeli?
Non era quello uno spettacolo di fede e di amore degno del cielo?
Ancor più fine, inoltre, era il tatto dei Santi Sacerdoti nel toccare la SS.
Eucaristia. Come avrebbero desiderato essi avere le stesse mani
verginali dell’Immacolata! A S. Corrado di Costanza capitava che di
notte gli indici e i pollici gli diventavano luminosi, per la fede e
l’amore con cui usava quelle dita nel toccare il Corpo Santissimo di
Gesù. S. Giuseppe da Copertino, il santo estatico che volava come un
Angelo, rivelava la sua squisita delicatezza d’amore a Gesù
nell’espresso desiderio di avere un altro paio di indici e di pollici, da
poter mettere solo per toccare la Carne Santissima di Gesù. E P. Pio da
Pietrelcina talvolta stentava visibilmente a prendere fra le dita l’Ostia
Santa, ritenendosi indegno di toccarla con le sue mani
“stimmatizzate”. (Cosa dire, oggi della penosa leggerezza con cui si
tenta di introdurre ovunque la Comunione sulla mano anziché sulla
lingua? Di fronte ai Santi così umili e angelici non si fa forse la figura
di rozzi presuntuosi?).
Altra grande preoccupazione dei Santi, per il decoro della Chiesa e
delle anime, è stata quella di esigere la modestia e il pudore dalle
donne. La severità su questo punto particolare si trova costantemente
riaffermata da tutti i Santi, da S. Paolo Apostolo (il velo alle donne
perché non abbiano la testa “come se fosse rasa!”: 1 Cor. 11, 5-6) a S.
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Giovanni Crisostomo, a S. Ambrogio ecc., fino a P. Pio da Pietrelcina
che non ammetteva mezze misure, ma esigeva sempre abiti modesti
lunghi ben sotto le ginocchia. E come potrebbe essere altrimenti? Il
Servo di Dio P. Leopoldo da Castelnuovo cacciava fuori di Chiesa le
donne in abiti poco modesti chiamandole “carne da mercato”. Cosa
direbbe oggi che quasi tutte le donne, anche dentro le Chiese fanno
strazio del pudore e della decenza? Esse continuano, persino nei
luoghi sacri, la diabolica arte seduttrice di Eva verso la concupiscenza
dell’uomo, come dice lo Spirito Santo (Eccli. 9, 9); ma la giustizia di
Dio non lascerà impunita tanta stoltezza e immondezza; anzi, come
dice l’Apostolo, “è soprattutto per questi peccati (della carne) che si
scatena la collera di Dio” (Col. 3, 5-6).
Ugualmente, i Santi hanno sempre raccomandato, con l’esempio e con
la parola, l’angelica compostezza con cui entrare in Chiesa, segnarsi
devotamente con l’acqua santa, genuflettere piamente, e, prima di
ogni altra cosa, adorare Gesù in Sacramento unendosi agli Angeli e ai
Santi che gli stanno attorno. Se si sosta in preghiera, bisogna
raccogliersi con cura per conservarsi attenti e devoti; è anche bene
accostarsi più che si può all’altare del Sacramento, perché il B.
Giovanni Duns Scoto ha dimostrato che l’influsso fisico dell’Umanità
Santissima di Gesù è tanto più intenso quanto più si è vicini al suo
Corpo e Sangue (S. Gemma Galgani, infatti, diceva che a volte non le
era possibile accostarsi di più all’altare del Santissimo, perché le si
accendeva un tale fuoco d’amore nel cuore da arrivare a bruciarle i
panni sul petto!).
Chi vedeva S. Francesco di Sales entrare in Chiesa, segnarsi,
genuflettere, pregare davanti al Tabernacolo, doveva dar ragione al
popolo che diceva: “Così fanno gli Angeli e i Santi in cielo”.
Una volta un principe della corte di Scozia disse a un amico: “Se tu
vuoi vedere come pregano gli Angeli in cielo, va in Chiesa e guarda la
Regina Margherita come prega con i suoi figli davanti all’altare”. A
tutti i frettolosi e i distratti bisognerebbe ricordare con fermezza le
parole del B. Luigi Guanella: “La Chiesa non può mai diventare né un
corridoio, né un cortile, né una via, né una piazza”. E S. Vincenzo de’
Paoli raccomandava con tristezza di non fare davanti al SS.
Sacramento certe genuflessioni da “marionette”.
Non siano vani per noi questi esempi e ammaestramenti dei Santi.
Leggiamo nel Vangelo un piccolo episodio che contiene un grande
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gesto d’amore tutto grazia e profumo. È il gesto che compì S. Maria
Maddalena nella casa di Betania, quando si avvicinò a Gesù “con un
vaso di alabastro pieno di profumo di gran valore, e lo versò sul capo
di Lui” (Matt. 26, 7). Circondare di grazia e di profumo i santi
Tabernacoli è stato un compito affidato sempre a quelle creature
gentili e profumate che sono i fiori. E anche in questo i Santi non sono
stati secondi a nessuno. Quando l’Arcivescovo di Torino volle entrare
un giorno, occasionalmente, nella Chiesa della “Piccola Casa della
Provvidenza,” la trovò così nitida, con l’altare ornato e profumato di
fiori, che chiese a S. Giuseppe Cottolengo: “Che festa si celebra oggi?”.
Il Santo gli rispose: “Nessuna festa facciamo oggi: ma qui, in Chiesa, è
sempre festa”.
S. Francesco Di Geronimo si industriava a piantare e a coltivare da sé i
fiori per l’altare del Sacramento, e talvolta li faceva anche crescere
miracolosamente perché Gesù non restasse senza fiori.
“Un fiore a Gesù”: non priviamoci di questo delicato gesto d’amore a
Gesù. Sarà una piccola spesa settimanale, ma verrà ricompensata da
Gesù “al centuplo” e i nostri fiori sull’altare esprimeranno con la loro
grazia e fragranza la nostra presenza d’amore accanto a Gesù.
C’è di più, anzi. S. Agostino ci ricorda una pia usanza dei suoi tempi:
dopo la S. Messa i fedeli si disputavano i fiori dell’altare; li portavano
a casa e li conservavano come reliquie, perché sull’altare erano stati
vicini vicini a Gesù, presenti al suo Divin Sacrificio. E Santa Giovanna
Francesca di Chantal, diligentissima nel portare sempre fiori freschi a
Gesù, appena cominciavano ad appassire accanto al Tabernacolo, li
prendeva e li portava in cella per averli con sé ai piedi del suo
Crocifisso. Quando si ama!
Impariamo e imitiamo.
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V COLUI CHE CI DONA GESÙ
Il Sacerdote è l’“uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17)
COLUI CHE Cl DONA GESÙ
Chi è che ci prepara l’Eucaristia e ci dona Gesù? È il Sacerdote. Se non
ci fosse il Sacerdote, non esisterebbero né il Sacrificio della Messa, né
la S. Comunione, né la Presenza Reale di Gesù nei Tabernacoli.
E chi è il Sacerdote? È l’“Uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17). Difatti, è solo
Dio che lo sceglie e lo chiama da mezzo agli uomini, con una
vocazione specialissima (“Nessuno assume da sé questo onore, ma
solo chi è chiamato da Dio”: Ebr. 5, 4), lo separa da tutti gli altri
(“segregato per il Vangelo”: Rom. 1, 1), lo segna con un carattere sacro
che durerà eternamente (“Sacerdote in eterno”: Ebr. 5, 6) e lo investe
dei divini poteri del Sacerdozio ministeriale perché sia consacrato
esclusivamente alle cose di Dio: il Sacerdote “scelto fra gli uomini è
costítuito a pro’ degli uomini in tutte le cose di Dio, per offrire doni e
sacrifici per i peccati” (Ebr. 5, 1-2).
Con la Sacra Ordinazione il Sacerdote viene consacrato nell’anima e
nel corpo. Diviene un essere tutto sacro, configurato a Gesù Sacerdote.
Per questo il Sacerdote è il vero prolungamento di Gesù; partecipa
della stessa vocazione e missione di Gesù; impersona Gesù negli atti
più importanti della redenzione universale (culto divino ed
evangelizzazione); è chiamato a riprodurre nella sua vita l’intera vita
di Gesù: vita verginale, povera, crocifissa. È per questa conformità a
Gesù che egli è “ministro di Cristo fra le genti” (Rom. 15, 16), guida e
maestro delle anime (Matt. 28, 20).
S. Gregorio Nisseno scrive: “Colui che ieri era confuso col popolo,
diventa suo maestro, suo superiore, dottore delle cose sante e capo dei
sacri misteri”. Ciò avviene ad opera dello Spirito Santo, poiché “non è
un uomo, non un angelo, non un arcangelo, non una potenza creata,
ma lo Spirito Santo quegli che investe del Sacerdozio” (S. Giovanni
Crisostomo). Lo Spirito Santo configura l’anima del Sacerdote a Gesù,
impersona Gesù in lui, di modo che “il Sacerdote all’altare opera nella
stessa Persona di Gesù” (S. Cipriano), ed “è padrone di tutto Dio” (S.
Giovanni Crisostomo). Non ci sarà da meravigliarsi, allora, se la
dignità del Sacerdote viene considerata “celestiale” (S. Cassiano),
“divina” (S. Dionisio), “infinita” (S. Efrem), “venerata con amore dagli
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stessi Angeli” (S. Gregorio Nazianzeno), tanto che “quando il
Sacerdote celebra il Sacrificio Divino, gli Angeli stanno vicini a lui, e in
coro intonano un cantico di lode in onore di colui che si immola” (S.
Giovanni Crisostomo). E ciò avviene ad ogni S. Messa!
Sappiamo che S. Francesco d’Assisi non volle diventare Sacerdote
perché si riteneva troppo indegno di così eccelsa vocazione. Venerava
i Sacerdoti con tale devozione da considerarli suoi “Signori”, poiché in
essi vedeva solamente “il Figlio di Dio”; e il suo amore alla Eucaristia
si fondeva con l’amore al Sacerdote, il quale consacra e amministra il
Corpo e Sangue di Gesù. In particolare, venerava le mani dei
Sacerdoti, che egli baciava sempre in ginocchio con grande devozione;
e anzi baciava anche i piedi e le stesse orme dove era passato un
Sacerdote.
La venerazione per le mani consacrate del Sacerdote, baciate con
riverenza dai fedeli, è da sempre nella Chiesa. Basti pensare che
durante le persecuzioni, nei primi secoli, un oltraggio particolare ai
Vescovi e ai Sacerdoti consisteva nell’amputare loro le mani, perché
non potessero più né consacrare né benedire. I cristiani raccoglievano
quelle mani e le conservavano come reliquie fra gli aromi. Anche il
bacio delle mani del Sacerdote è una espressione delicata di fede e di
amore a Gesù che il Sacerdote impersona. Più si ha fede e amore, più
si è spinti a prostrarsi dinanzi al Sacerdote e a baciare quelle mani
“sante e venerabili” (Canone Romano) fra cui Gesù si fa
amorosamente presente ogni giorno. “O veneranda dignità del
Sacerdote - esclama S. Agostino - nelle cui mani il Figlio di Dio si
incarna come nel seno della Vergine!”. E il S. Curato d’Ars diceva: “Si
dà un gran valore agli oggetti che sono stati deposti, a Loreto, nella
scodella della Vergine Santa e del Bambino Gesù. Ma le dita del
Sacerdote, che hanno toccato la Carne adorabile di Gesù Cristo, che si
sono affondate nel calice, dove è stato il suo Sangue, nella pisside dove
è stato il suo Corpo, non sono forse più preziose?”. Forse non ci
abbiamo mai pensato, ma è così. E gli esempi dei Santi lo confermano.
La venerabile Caterina Vannini vedeva in estasi gli Angeli che durante
la Messa circondavano le mani del Sacerdote e le sostenevano al
momento dell’elevazione dell’Ostia e del Calice. Possiamo
immaginare con quale rispetto e affetto la venerabile baciava quelle
mani?
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Santa Edwige, regina, ogni mattina assisteva a tutte le SS. Messe che si
celebravano nella Cappella di Corte, mostrandosi molto grata e
riverente verso i Sacerdoti che avevano celebrato: li invitava dentro,
baciava loro le mani con somma devozione, li faceva nutrire,
trattandoli con tutti gli onori più distinti. La si udiva esclamare
commossa: “Benedetto chi ha fatto discendere Gesù dal cielo e lo ha
dato a me”.
S. Pasquale Baylon era il portinaio del Convento. Ogni volta che
arrivava un Sacerdote, il santo fraticello si inginocchiava e gli baciava
riverentemente tutte e due le mani. Di lui, come di S. Francesco, si
disse che “era devoto delle mani consacrate dei Sacerdoti”. Egli le
riteneva capaci di tener lontani i mali e di ricolmare di beni chi le
toccava con venerazione, perché sono le mani di cui si serve Gesù.
E non era forse edificante vedere come P. Pio da Pietrelcina cercava di
baciare con amore le mani di qualche sacerdote, magari afferrandole a
sorpresa? E che dire dell’altro servo di Dio, Don Dolindo Ruotolo, il
quale non ammetteva che un Sacerdote potesse negargli “la carità” di
fargli baciare le mani?
Del resto, sappiamo che questo atto di venerazione spesso è stato
premiato da Dio con veri miracoli. Nella vita di S. Ambrogio, si legge
che un giorno, appena celebrata la S. Messa, il Santo fu avvicinato da
una donna paralitica che volle baciargli le mani. La poveretta riponeva
grande fede in quelle mani che avevano consacrato l’Eucaristia: e fu
guarita all’istante. Lo stesso, a Benevento, una donna paralitica da
quindici anni, chiese al Papa Leone IX di poter bere l’acqua da lui
adoperata durante la S. Messa per l’abluzione delle dita. Il Santo Papa
accontentò l’inferma in questa richiesta umile come quella della
Cananea che chiese a Gesù “le briciole che cadono dalla mensa dei
padroni” (Matt. 15, 27). E fu subito guarita anch’essa.
La fede dei Santi era davvero gigante e operante! Vivevano di fede
(Rom. 1, 17) e operavano per fede con un amore che non ammetteva
limiti quando si trattava di Gesù. E il Sacerdote per essi era né più né
meno che Gesù. “Nei Sacerdoti vedo il Figlio di Dio”, diceva S.
Francesco d’Assisi. “Ogni volta che vedete un Sacerdote - predicava il
S. Curato d’Ars - pensate a Gesù”. S. Maria Maddalena de’ Pazzi,
infatti, parlando di qualche Sacerdote soleva dire: “questo Gesù”. Ed è
per questo che S. Caterina da Siena e S. Teresa di Gesù baciavano la
terra dove era passato un Sacerdote. Ancor più, S. Veronica Giuliani,
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un giorno, visto il Sacerdote salire la scala del monastero per portare la
S. Comunione alle ammalate, si inginocchiò in fondo alla scalinata e
salì quei gradini in ginocchio, baciandoli uno ad uno e bagnandoli di
lagrime d’amore. Quando si ama!
“Se io incontrassi - diceva il S. Curato d’Ars - un Sacerdote e un
Angelo, saluterei prima il Sacerdote, poi l’Angelo... Se non ci fosse il
Sacerdote, a nulla gioverebbe la Passione e la Morte di Gesù... A che
servirebbe uno scrigno ricolmo d’oro, quando non vi fosse chi lo apre?
Il Sacerdote ha la chiave dei tesori celesti...”. Chi fa discendere Gesù
nelle candide ostie? Chi mette Gesù nei nostri Tabernacoli? Chi dona
Gesù alle nostre anime? Chi purifica i nostri cuori per poter ricevere
Gesù?... Il Sacerdote, solo il Sacerdote. Egli è il “ministro del
Tabernacolo” (Ebr. 13, 10), è il “ministro della riconciliazione” (2 Cor.
5, 18), è il “ministro di Gesù per i fratelli” (Col. 1, 7), è il “dispensatore
dei misteri divini” (1 Cor. 4, 1). E quanti episodi non si potrebbero
narrare di Sacerdoti eroici nel sacrificare se stessi per donare Gesù ai
fratelli? Ne riferiamo uno solo fra i tanti.
Alcuni anni fa, in una parrocchia bretone stava per morire il vecchio
curato. Insieme a lui, era in fin di vita anche uno dei suoi parrocchiani,
tra i più lontani da Dio e dalla Chiesa. Il povero Parroco era desolato
perché impossibilitato a muoversi, e mandò a lui il viceparroco
avvertendolo di ricordare al moribondo che una volta aveva promesso
di non morire senza i Santi Sacramenti. “Ma io lo promisi al Parroco, e
non a voi”, si scusò il malato. Il vice-parroco dovette andarsene, e
riferì la risposta al Parroco. Questi non si tirò indietro, pur sapendo di
avere solo poche ore di vita. Pregò e ottenne di essere portato a casa
del peccatore. Vi arrivò; riuscì a confessare e a dare Gesù al
moribondo; poi gli disse: “Arrivederci in Paradiso!”. Su una lettiga il
coraggioso Parroco fu riportato in canonica. Arrivati, si sollevò la
coperta, ma il parroco non si muoveva più: era spirato.
Veneriamo il Sacerdote e siamogli grati perché ci dona Gesù; ma
soprattutto preghiamo per la sua altissima missione, che è la missione
stessa di Gesù: “Come il Padre ha mandato Me, così io mando voi”
(Gv. 20, 21). Missione divina che fa girar la testa e impazzir di amore, a
rifletterci fino in fondo. Il Sacerdote “è assimilato al Figlio di Dio” (Eb.
7,3), e il Santo Curato d’Ars diceva che “solo in cielo misurerà tutta la
sua grandezza. Se già sulla terra lo intendesse, morrebbe non di
spavento, ma di amore... Dopo Dio, il Sacerdote è tutto”.
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Ma questa sublimità di grandezza comporta responsabilità enormi che
pesano sulla povera umanità del Sacerdote; umanità in tutto identica a
quella di ogni altro uomo. “Il Sacerdote - diceva S. Bernardo - per
natura è come tutti gli altri uomini, per dignità è superiore a qualsiasi
altro uomo della terra, per condotta deve essere emulo degli Angeli”.
Vocazione divina, missione sublime, vita angelica, dignità eccelsa, pesi
sterminati... in povera carne umana! Diceva bene il Servo di Dio Don
Edoardo Poppe, sacerdote mirabile: “Il Sacerdozio è Croce e Martirio”.
Si pensi al peso delle responsabilità per la salvezza delle anime
affidate al Sacerdote. Egli ha da preoccuparsi di portare alla fede gli
increduli, di convertire i peccatori, di infervorare i tiepidi, di
sospingere sempre più in alto i buoni, di far camminare sulle vette i
santi. Ma come può fare tutto ciò se non è davvero “uno” con Gesù?
Per questo Padre Pio da Pietrelcina diceva: “Il Sacerdote o è un santo o
è un demonio”. O santifica o rovina. Ma quale disastro incalcolabile
non provoca il Sacerdote che profana la sua vocazione con un indegno
comportamento o addirittura la calpesta rinnegando il suo stato di
consacrato ed eletto del Signore (Giov. 15, 16)?
Il S. Curato d’Ars, è scritto nei Processi canonici, versava lagrime
abbondantissime “pensando alla disgrazia dei sacerdoti che non
corrispondono alla santità della loro vocazione”. E P. Pio da
Pietrelcina ha descritto visioni angosciose sulle sofferenze spaventose
di
Gesù per colpa di
sacerdoti indegni
e infedeli.
Si sa che S. Teresina, l’angelica carmelitana, fece la sua ultima
Comunione, prima di morire, per questa sublime intenzione: ottenere
il ritorno di un Sacerdote traviato che aveva rinnegato la sua
vocazione. E si sa che questo sacerdote morì pentito, invocando Gesù.
Sappiamo che non sono rare le anime, specialmente verginali, che si
sono offerte vittime per i Sacerdoti. Sono anime predilette da Gesù in
modo assolutamente singolare. Ma preghiamo anche noi, e offriamo
anche noi sacrifici per i Sacerdoti, per quelli in pericolo e per quelli più
saldi, per quelli traviati e per quelli già avanti nella perfezione.
E in particolare, ogni volta che vediamo un Sacerdote all’altare,
preghiamo anche noi la Madonna con le parole del venerabile Carlo
Giacinto: “O cara Madonna, presta il tuo Cuore a quel Sacerdote,
affinché possa degnamente celebrare”. Meglio ancora, anzi, preghiamo
perché ogni Sacerdote possa imitare S. Gaetano, il quale si preparava
alla celebrazione della S. Messa unendosi così intimamente a Maria
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SS., che di lui si diceva: “celebra la Messa come se fosse Lei”. E difatti,
come la Madonna accolse Gesù fra le sue mani a Betlem, così il
Sacerdote riceve Gesù fra le sue mani nella S. Messa. Come la
Madonna offrì Gesù Vittima sul Calvario, così il Sacerdote offre
l’Agnello immolato sull’altare. Come la Madonna ha donato Gesù
all’umanità, così il Sacerdote ci dona Gesù con la S. Comunione. Dice
bene, quindi, S. Bonaventura: ogni sacerdote all’altare dovrebbe essere
interamente identificato alla Madonna, perché “come per mezzo di Lei
ci è stato dato questo Santissimo Corpo, così per le sue mani si deve
offrire”. E S. Francesco d’Assisi diceva che la Madonna rappresenta
per tutti i Sacerdoti lo specchio della loro santità, data la stretta
vicinanza che c’è fra l’incarnazione del Verbo nel seno di Maria e la
consacrazione eucaristica fra le mani del Sacerdote.
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VI IL PANE DI MAMMA
“ ... Maria da cui è nato Gesù” (Matt. 1, 16)
IL PANE DI MAMMA
L’Eucaristia è il Pane della nostra Mamma divina. È il Pane fatto da
Maria con la farina della sua carne immacolata, impastata del suo latte
verginale. Scriveva S. Agostino: “Gesù ha preso carne dalla carne di
Maria”.
Anche nell’Eucaristia, lo sappiamo, insieme alla Divinità c’è tutto il
Corpo e Sangue di Gesù tratti dal Corpo e Sangue di Maria tutta
Vergine. Perciò sarà tanto vero e tanto bello, ad ogni S. Comunione
che si fa, avvertire nell’Eucaristia la dolce e misteriosa presenza di
Maria SS., inseparabile e tutt’una con Gesù Ostia. Gesù è sempre il suo
Figliolo adorato, Carne della sua Carne e Sangue del suo Sangue. Se
Adamo poteva chiamare Eva, tratta dalla sua costola, “ossa delle mie
ossa, carne della mia carne” (Gen. 2, 23), quanto più non potrà Maria
SS. chiamare Gesù “carne della mia carne e sangue del mio sangue”?
Tratta dall’“intatta Vergine”, come dice S. Tommaso d’Aquino, la
Carne di Gesù è la carne materna di Maria, il Sangue di Gesù è il
sangue materno di Maria. Non sarà mai possibile, quindi, separare
Gesù da Maria.
Per questo, ad ogni S. Messa che si celebra, anche la Beata Vergine può
ripetere con verità a Gesù nell’Ostia e nel Calice: “Tu sei mio Figlio.
Oggi io ti ho generato” (Salm. 2, 7), E giustamente S. Agostino ci
insegna che nell’Eucaristia “Maria estende e perpetua la sua Divina
Maternità”, mentre S. Alberto Magno esorta con amore: “Anima mia,
se vuoi godere l’intimità di Maria, lasciati portare fra le sue braccia e
nutriti del suo sangue... Va’ con questo pensiero ineffabilmente casto
alla mensa di Dio e troverai nel Sangue del Figlio il nutrimento della
Madre”. Dicono parecchi Santi e teologi (S. Pier Damiani, S. Bernardo,
S. Bonaventura, S. Bernardino...), che Gesù istituì l’Eucaristia anzitutto
per Maria, e poi, tramite Maria, Mediatrice universale di ogni grazia,
per tutti noi. È da Maria, quindi, che ci viene donato Gesù giorno per
giorno: e in Gesù è sempre la carne immacolata e il sangue verginale
della Sua Mamma divina che penetra nel nostro cuore e inebria la
nostra anima. In un’estasi durante la celebrazione della S. Messa, S.
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Ignazio di Loyola contemplò un giorno la realtà svelata di questa
dolcissima verità, e ne restò celestialmente commosso.
Se pensiamo, inoltre, che Gesù, frutto del seno inmacolato di Maria, è
tutto l’amore, tutta la dolcezza, tutta l’intimità, tutta la ricchezza, tutta
la vita di Maria, ricevendo Lui noi non possiamo non ricevere anche
Colei che per i vincoli del sommo amore, oltre che per i vincoli della
carne e del sangue, forma un’unica cosa, un solo tutto con Gesù,
sempre e indissolubilmente “unita al suo Diletto” (Cant. 8, 5). Non è
forse vero che l’amore, è soprattutto l’amore divino, unisce e unifica?
E possiamo noi pensare, dopo quella in seno alla Trinità Beata, una
unità più intima e totale di quella fra Gesù e Maria Vergine?
L’immacolatezza di Maria, la verginità di Maria, la tenerezza, la
dolcezza, l’amore di Maria, e perfino gli stessi tratti del volto celestiale
di Maria: tutto noi ritroviamo in Gesù, giacché l’umanità santissima
assunta dal Verbo è tutta e solo umanità di Maria, per il mistero
ineffabile della Concezione verginale, operata dallo Spirito Santo, che
rese Maria Madre di Gesù consacrandola Vergine eternamente intatta
e splendente nell’anima e nel corpo.
Per questo “l’Eucaristia - scrive ancora S. Alberto Magno - crea gli
impulsi dell’amore angelico e ha la singolare efficacia di mettere nelle
anime un sacro istinto di tenerezza per la Regina degli Angeli. Ella ci
ha dato la carne della sua carne, le ossa delle sue ossa, e continua a
darci nell’Eucaristia questa dolce e verginale vivanda celeste”.
Infine, come nella generazione eterna del Verbo, in seno alla Trinità, il
Padre si dona tutto al Figlio, “Specchio del Padre”, così nella
generazione temporale dello stesso Verbo, in seno all’umanità, la
Madre Divina si dona tutta al Figlio, al suo Gesù, “il fiore verginale
della Vergine Madre” (Pio Xll); e il Figlio a sua volta si dona tutto alla
Madre assimilandosi a Lei e rendendola “tutta deificata” (S. Pier
Damiani).
S. Pietro Giuliano Eymard, il santo tutto amore alla Eucaristia,
affermava che già su questa terra, dopo l’Ascensione di Gesù al cielo,
la Beata Vergine “viveva nel Santissimo Sacramento, viveva di esso”,
ed egli amava perciò chiamarla “Nostra Signora del Santissimo
Sacramento”. E P. Pio da Pietrelcina diceva talvolta ai suoi figli
spirituali: “Ma non vedete la Madonna sempre accanto al
Tabernacolo?”. E come potrebbe non esserci Lei che sul Calvario
“stava presso la Croce di Gesù” (Giov. 19, 25)? Per questo S. Alfonso
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de’ Liguori ad ogni Visita a Gesù Eucaristico univa sempre la Visita a
Maria SS. E il Beato Massimiliano M. Kolbe raccomandava che,
andando da Gesù Eucaristico, non si trascurasse mai il ricordo della
presenza di Maria, chiamandola e unendosi a Lei, facendosi almeno
attraversare la mente dal suo Nome soave.
Nella vita di S. Giacinto, domenicano, si legge che una volta, il Santo,
ad evitare una profanazione del Santissimo Sacramento, corse a
prendere dal Tabernacolo la Pisside con le Sante Particole, per metterla
al sicuro. Mentre S. Giacinto stava per andar via con Gesù Eucaristico
stretto al petto, udì una voce venire dalla statua di Maria SS. posta
accanto all’altare: “E come? Porti via Gesù senza portare anche me?...”.
Il Santo si fermò interdetto, capì il richiamo, ma non sapeva come fare
a portare via anche la statua della Celeste Mamma; incerto, si avvicinò
alla statua per cercare di prenderla con la sola mano libera che poteva
avere, ma non ci fu bisogno di sforzo alcuno, perché la statua era
divenuta leggera come una piuma. Il significato del prodigio è
delicatissimo: prendere Maria con Gesù non può pesare né costare
assolutamente nulla, perché Essi “stanno l’uno nell’altro” (Giov. 6, 57)
in maniera divinamente sublime.
Bellissima è anche la risposta che S. Bernardetta Soubirous diede a chi
voleva metterla in difficoltà con una domanda un po’ imbarazzante:
“Ti piace di più ricevere la S. Comunione o vedere la Madonna nella
grotta?”. La piccola Santa pensò qualche istante e poi rispose: “Che
domanda strana! Son cose che non si possono separare. Gesù e Maria
vanno sempre insieme”.
L’unione fra la Madonna e l’Eucaristia resterà di sua natura
indissolubile “fino alla consumazione dei secoli” (Matt. 28, 20). Sì,
Maria SS. con il suo corpo e con la sua anima è il celeste “Tabernacolo
del Signore” (Apoc. 21, 3); è l’incorruttibile ostia “santa e immacolata”
(Ef. 5, 27) che riveste di sé il Verbo di Dio fatto uomo; S. Germano
arriva a chiamarla “Paradiso soavissimo di Dio!” E anzi, secondo una
pia sentenza, avvalorata dalle estasi e visioni di S. Veronica Giuliani, e
soprattutto della Beata Maddalena Martinengo, anche in Paradiso la
Vergine Santissima conserva e conserverà in eterno Gesù Ostia visibile
nel suo petto, e ciò a sua “eterna consolazione, per giubilo di tutti i
Beati, e specialmente a perenne letizia dei devoti del SS. Sacramento”.
È l’immagine della Madonna Mediatrice universale fatta dipingere
anche recentemente da adre Speranza e collocata nel Santuario di
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Collevalenza. È la stessa immagine riprodotta di frequente negli
ostensori eucaristici dei secoli scorsi, che rappresentano la Madonna
con l’incavo nel petto per collocarvi l’Ostia Consacrata. “Beato il
grembo che ti ha portato”, gridò la donna in mezzo alla folla. E per
questo in alcune chiese di Francia il tabernacolo eucaristico veniva
collocato in una statua dell’Assunta. Il significato è luminoso: e
sempre Maria SS. che ci dona Gesù, Frutto Benedetto del suo seno
verginale e Cuore del suo Cuore Immacolato. Ed Ella continuerà per
l’eternità a portare Gesù Eucaristico nel suo petto per offrirLo alla
contemplazione gioiosa dei Beati ai quali è dato già adesso vedere la
Divina Persona di Gesù nelle Specie eucaristiche, secondo
l’insegnamento del Dottore Angelico, S. Tommaso d’Aquino.
Ma anche l’unione nostra con la Madonna trova il suo punto ardente
di fusione piena e più amorosa proprio nell’Eucaristia, e specialmente
nella S. Comunione. Con Gesù Ostia anch’Ella entra in noi, si fa
tutt’una con ciascuno di noi suoi figli, effondendo il suo amore
materno sulla nostra anima e sul nostro corpo. Scrisse bene, infatti, il
grande S. Ilario, Padre e Dottore della Chiesa: “La gioia più grande che
noi possiamo dare a Maria è quella di portare Gesù Eucaristico nel
nostro petto”. La Sua materna unione con Gesù diventa unione anche
con chi si unisce a Gesù, specialmente nella S. Comunione. E che cosa
può allietare tanto chi ama, quanto l’unione con la persona amata? E
noi, non siamo forse i figli diletti della Celeste Mamma?
Quando noi andiamo da Gesù all’altare, troviamo sempre, come i Re
Magi a Betlem, “Gesù con Maria sua Madre” (Mt. 2,2); e Gesù Ostia,
sull’altare del nostro cuore, può ripetere a ciascuno di noi come a S.
Giovanni Evangelista sull’altare del Calvario: “Ecco tua Madre” (Gv.
19,27).
Con sublime elevazione, S. Agostino ci illustra ancora meglio come
Maria SS. si fa nostra e si unisce a ciascuno di noi con la Comunione
Eucaristica: “Il Verbo è il nutrimento degli Angeli. Gli uomini non
hanno la forza di nutrirsi, eppure ne hanno bisogno. Occorre trovare
una madre che mangi di questo Pane soprasostanziale, e lo trasformi
in latte per nutrire i suoi poveri figli. Ed ecco Maria: ella si nutre del
Verbo e lo trasforma nella SS. Umanità, lo trasforma in Corpo e
Sangue, in questo latte soavissimo che si chiama Eucaristia”.
Per questo è cosa naturale che nei grandi, come nei piccoli Santuari
mariani si sviluppa sempre la pietà eucaristica, al punto da poterli
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considerare anche Santuari eucaristici. Si pensi a Lourdes, Fatima,
Loreto, Pompei..., dove le folle si accostano all’altare a file quasi
interminabili per nutrirsi del Frutto di Maria. E non può essere
diversamente, perché non c’è unione così intima e dolce con la
Madonna come quella che si realizza ricevendo la SS. Eucaristia.
Davvero Gesù e Maria “vanno sempre insieme”, come diceva S.
Bernardetta!
Riflettiamo, inoltre, che la Madonna stessa a Fatima, insieme al S.
Rosario, chiese soprattutto la Comunione riparatrice per tutte le offese
e gli oltraggi che riceve il suo Cuore Immacolato. Ella cerca cuori
amanti che vogliano consolarLa “accogliendola nella propria dimora”,
come fece S. Giovanni Evangelista (Giov. 19, 27). E noi davvero
L’accogliamo nella dimora del nostro cuore, nel modo più intimo e a
Lei più caro, ogni volta che La facciamo penetrare con Gesù Ostia in
noi, e Le offriamo Gesù vivo e vero a suo supremo conforto e delizia.
Ma quale grazia non è mai questa, di trovarci anche noi uniti alla
Madonna, con Gesù e in Gesù? Non voleva forse S. Ambrogio che tutti
i cristiani avessero “l’anima di Maria per magnificare il Signore, lo
spirito di Maria per esultare in Dio?” Proprio questo ci vien concesso
in maniera superlativa in ogni Santa Comunione. Pensiamoci con
affetto e gratitudine.
Alla base di uno degli antichi ostensori raffiguranti Maria SS. che
porta l’Eucaristia nel petto, si trovano incise queste parole: “O
cristiano, che pieno di fede vieni a ricevere il Pane di vita, mangialo
degnamente, e ricordati che esso è stato impastato con il purissimo
sangue di Maria”. In realtà, Maria può davvero chiamarci a Sé e dirci
con il Profeta ispirato: “Venite e mangiate il mio pane, bevete il vino
che io ho preparato per voi” (Prov. 9, 5). Il B. Massimiliano M. Kolbe
voleva esprimere il contenuto di questo passo ispirato quando
progettava che tutti gli altari del SS. Sacramento fossero sormontati da
una statua dell’Immacolata con le braccia distese in avanti a invitare
tutti perchè si accostassero a mangiare il Pane fatto da Lei stessa.
Con bella immagine, S. Gregorio di Tour diceva che il seno
immacolato di Maria SS. è la celeste “madia” ripiena del Pane di vita
fatto per nutrire i figli. “Beato il grembo che ti ha portato e il petto che
ti ha allattato!”, gridò quella donna a Gesù (Luc. 11, 27). L’Immacolata
ha portato Gesù nel suo purissimo grembo, formandone il corpo con la
propria carne e con il proprio sangue. Per questo, ogni volta che ci
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accostiamo alla mensa dell’altare, ci sia soave ricordarci che Gesù
Eucaristico è il Pane di vita fatto da Maria con la farina della sua carne
immacolata, impastata del suo latte verginale. L’ha fatto per noi, suoi
figli. E noi ci sentiremo davvero più fratelli, mangiando tutti questo
delizioso e fragrante Pane di Mamma.
VII PREGHIERE PER LA S. EUCARISTIA
“ . . . si prostrarono e Lo adorarono” (Matt. 2, 11)
• La S. Comunione: Preparazione. Ringraziamento.
• La Comunione con Maria.
• La Visita Eucaristica:Visita al SS. Sacramento.
Comunione Spirituale. Visita a Maria SS.
LA S. COMUNIONE
Preparazione
Fede - Signor mio Gesù Cristo, io credo con tutta l’anima che Tu sei
realmente presente nel Sacramento dell’altare. Credo perché Tu l’hai
detto, suprema Verità, che io adoro. Rivolto a quell’Ostia santa,
anch’io ti dico con S. Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Adorazione - Ti adoro e ti riconosco per mio Creatore, Signore,
Redentore e per mio sommo, unico Bene.
Speranza - Signore, spero che donandoti tutto a me in questo divin
Sacramento, mi userai misericordia e mi concederai le grazie
necessarie per poter raggiungere più facilmente il Paradiso.
Amore - Signore, io ti amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, perché
Tu sei il mio Dio infinitamente amabile. Perdonami di averti amato
così poco finora. Vorrei amarti con l’ardore dei Serafini: anzi col Cuore
stesso della tua e mia Madre Immacolata, Maria.
Per amor tuo, o Gesù, voglio amare i mie fratelli come me stesso.
Umiltà - Signore, io non son degno che Tu entri dentro di me, ma dì
soltanto una parola e l’anima mia sarà salva.
Dolore - Prima di accostarmi a Te, o Gesù, ti chiedo ancora una volta
perdono dei miei peccati. Tu mi hai amato fino a morire per me, ed io
sono stato tanto cattivo e ti ho offeso innumerevoli volte. Abbi pietà di
me, perdonami, cancella con la tua grazia ogni più piccola macchia di
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peccato. Vorrei accostarmi a Te con una purità angelica, per poterti
ricevere degnamente.
Desiderio - Mio Dio, vieni nell’anima mia a santificarla; mio Dio, vieni
nel mio cuore a purificarlo; mio Dio, entra nel mio corpo a custodirlo,
e non mi separare mai dal tuo amore.
Consuma tutto ciò che vedi di indegno della tua presenza, e che possa
fare ostacolo alla tua grazia, al tuo amore.
Fra pochi istanti Gesù sarà dentro di te. È questo il momento più bello
e più grande della tua giornata.
Preparati molto bene. Presenta a Gesù un cuore ardente di amore e di
desiderio. Sentiti indegno di tanta predilezione, e non accostarti a Lui
con l’anima macchiata dal peccato mortale.
Cerca di fare la S. Comunione durante la S. Messa. Ma se non puoi,
accostati ugualmente a ricevere la S. Comunione fuori della S. Messa:
purché tu non rimanga senza Gesù ogni giorno. Ricorda che la
Comunione fervorosa: 1) conserva e aumenta in te la grazia; 2) ti
rimette i peccati veniali; 3) ti preserva dai mortali; 4) ti dà consolazione
e conforto, accrescendo la carità e la: speranza della vita eterna.
Ringraziamento
Ora che Gesù è dentro di te, sei diventato un tabernacolo vivente. Sta
raccolto e adora il tuo Signore. Esprimigli tutta la gioia di possederlo.
Apri a Lui il tuo cuore e parlagli con grande confidenza.
Preghiera - Davanti al tuo infinito amore, o Gesù, io mi sento
profondamente commosso, e, pieno di riconoscenza, non so far altro
che ripetere: grazie o Gesù. Ma che cosa ti renderò io, o Signore, in
cambio del tuo dono?
Sento la tua dolcissima voce che mi ripete: “Figlio, dammi il tuo
cuore”. Si, o Signore, ti offro il mio cuore e l’anima mia; ti consacro
tutta la mia vita, voglio essere tutto tuo per l’eternità.
A Gesù Crocifisso - Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che alla tua
santissima presenza prostrato, ti prego col fervore più vivo a stampare
nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza e di carità, di dolore dei
miei peccati e di proponimento di non più offenderti; mentre io con
tutto l’amore e con tutta la compassione vado considerando le tue
cinque piaghe, cominciando da ciò che disse di te, o mio Gesù il santo
Profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e i miei piedi; hanno
contato tutte le mie ossa”.
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Invocazioni - Anima di Cristo, santificami. Corpo di Cristo, salvami.
Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami.
Passione di Cristo, confortami. O buon Gesù, esaudiscimi. Dentro le
tue piaghe, nascondimi. Non permettere che io mi separi da te. Dal
maligno nemico difendimi. Nell’ora della morte chiamami: e comanda
che io venga a te, affinché ti lodi con i tuoi santi, nei secoli dei secoli.
Amen.
Preghiera di S. Bonaventura - Trafiggi, o dolcissimo Gesù, la parte più
intima dell’anima mia con la soavissima e salutifera ferita del tuo
amore e con la verace, sincera, apostolica e santissima carità, affinché
la mia anima languisca e si strugga per il tuo amore e desiderio verso
di Te; Te solo brami e si consumi per il desiderio della tua casa, aspiri
a liberarsi dai legami del corpo e a restare sempre con Te.
Concedimi che l’anima mia abbia fame di Te, pane degli Angeli,
nutrimento delle anime sante, pane nostro quotidiano, che ci dà forza
e contiene in sé ogni dolcezza, ogni delizia e ogni soave sapore. Il mio
cuore brami solo di cibarsi di Te, in cui gli Angeli desiderano fissare lo
sguardo e la mia anima sia ripiena della dolcezza del tuo sapore. Che
io abbia sempre sete di Te, fonte di vita, fonte di sapienza e di scienza,
fonte di luce eterna, torrente di ogni delizia, abbondanza della casa di
Dio.
Che io aneli sempre a Te, Te cerchi, Te ritrovi, a Te sospiri, a Te
giunga, Te mediti, di Te parli, e tutto compia a gloria del tuo nome,
con umiltà e discrezione, con amore e diletto, con facilità e affetto, con
perseveranza sino alla fine.
Tu solo sii sempre la mia speranza, tutta la mia fiducia, la mia
ricchezza, la mia delizia, la mia gioia, il mio gaudio, la mia quiete e la
mia tranquillità. Tu sii la mia pace, la mia dolcezza, il mio profumo, il
mio cibo, il mio nutrimento, il mio rifugio, la mia possessione. Tu
finalmente sii il mio tesoro, nel quale la mia mente e il mio cuore
restino fissi, fermi e immobilmente radicati per sempre. Amen.
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LA COMUNIONE CON MARIA (meditando l’Ave)
Preparazione.
Vergine santa, sto per ricevere il tuo Gesù. Vorrei che il mio cuore
fosse simile al tuo quando divenisti Madre del Salvatore all’annuncio
dell’Angelo.
Ave Maria - Ti saluto, o Madre buona; permetti che io mi unisca a Te
per adorare Gesù. Imprestami i tuoi affetti, anzi adoralo Tu per me.
Ave, o vero Corpo di Gesù, nato da Maria Vergine: io credo e adoro.
Piena di grazia - Tu, o Maria, eri degna di ricevere Dio, tutto santo,
perché fosti ricolma di grazia fin dal primo istante della tua vita. Ma
io... sono povero e peccatore. La mia cattiveria mi rende indegno di
accostarmi alla Comunione. O Madre mia, coprimi dei tuoi meriti e
conducimi a Gesù.
Il Signore è con Te - Il Signore è con Te, o Vergine Santissima, Tu l’hai
attirato dal cielo nel tuo cuore coi tuoi ardentissimi desideri. Metti
anche nel mio cuore un desiderio ardente e una fame insaziabile di
Gesù, sicché possa dirgli con verità: “a Vieni, o Gesù mio; io ti
desidero col cuore della tua e mia Madre Maria”.
Tu sei benedetta fra le donne - Benedetta Tu, o Maria, che non conoscesti
mai il rimorso delle colpe commesse, perché esente da ogni sorta di
peccato e di imperfezione. Ma io so di aver peccato e non sono certo di
essermi pentito abbastanza. Fammi comprendere la malizia del mio
peccato e la bontà di Dio che ho offeso. Piango i miei peccati.
Presentami così pentito al tuo Gesù.
E benedetto è il frutto del tuo seno - Madre buona, che regalo ci hai fatto
dandoci Gesù, il nostro Salvatore! Ecco che Egli vuol venire in me per
rendermi un figliuolo caro al tuo cuore. Io vado con fiducia a riceverlo
e gli dico: Gesù mio, in Te mi abbandono. Vieni a darmi la forza di
servirti fedelmente e la speranza di goderti per sempre con la tua
Mamma in Cielo.
Gesù - Fa’ ch’io provi, o Madre, quei sentimenti che tu provavi nel
vivere assieme a Gesù, nel chiamarlo per nome. Ora io sto per
riceverlo. Permettimi che possa dirgli: “Vieni, o Gesù mio; in me
troverai la stessa accoglienza che avesti dalla Madre tua in terra. Per
sua intercessione spero che Tu mi farai buona accoglienza in Cielo”.
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RINGRAZIAMENTO
Santa Maria, Madre di Dio - O Madre mia, come sono contento di
trovarmi unito col tuo Gesù! Ma qual è il mio merito perché sia venuto
a me il mio Signore? O Maria, Tu che sei santa e Immacolata,
presentagli per me un ringraziamento degno.
Tu che per prima sentisti i palpiti di quel Gesù che ora accolgo in me,
Tu che lo amasti più di tutti i Santi insieme e che sulla terra vivesti
solo per Lui, fa ch’io partecipi in questo momento dei tuoi sentimenti e
del tuo amore.
E Tu, o Gesù, accetta l’amore di tua Madre come fosse mio e non
negarmi uno sguardo di tenerezza mentre anch’io ti dico con tutto il
cuore: Ti amo.
Prega per noi peccatori - Si, o Maria, prega per me; unisci in questo
istante la tua alla mia preghiera. E poiché Gesù è venuto nel mio cuore
disposto a farmi tutte le grazie, gli voglio chiedere anzitutto che io non
abbia mai a separarmi da Lui col peccato. E Tu preservami dal male e
sii il mio rifugio nella tentazione.
Adesso - E poi, o mia cara Madre, chiedo tutte le grazie che sono utili
all’anima mia. Ottienimi di rivestirmi di bontà e di mitezza, di vivere
nella più illibata purezza.
... E nell'ora della nostra morte - Ti prego fin d'ora, o Gesù, che io possa
riceverti degnamente in punto di morte, e che la mia morte sia santa.
L’accetto quando e come me la manderai Tu, in unione con il tuo
sacrificio, compiùto sulla Croce. L’accetto per sottomettermi alla
divina Volontà, per la gloria di Dio, per la salvezza mia e delle anime.
Vergine Addolorata, assistimi come hai assistito Gesù nell’agonia.
Così sia - Ecco, o Gesù, la parola che io voglio ripetere in tutti gli istanti
della mia giovinezza e della mia vita. Sia fatta sempre la tua Volontà.
Tutto ciò che Tu disponi è la cosa migliore per me ed io fin d’ora
l’accetto e Ti ringrazio. Così sia.
LA VISITA EUCARISTICA
Visita al SS.mo Sacramento
Vi adoro nell'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi
avete fatte; specialmente di avermi donato Voi stesso in questo
Sacramento, e di avermi data per Avvocata la vostra santissima Madre
Maria e di avermi chiamato a visitarvi in questa chiesa.
Io saluto oggi il vostro amantissimo Cuore ed intendo salutarlo per tre
fini: primo, in ringraziamento di questo gran dono; secondo, per
compensarvi di tutte le ingiurie, che avete ricevuto da tutti i vostri
nemici in questo Sacramento: terzo, intendo con questa visita adorarvi
in tutti i luoghi della terra, dove Voi sacramentato ve ne state meno
riverito e più abbandonato.
Gesù mio, io vi amo con tutto il cuore. Mi pento di aver per il passato
tante volte disgustata la vostra Bontà infinita. Propongo con la vostra
grazia di non offendervi più per l'avvenire: ed al presente, miserabile
qual sono, io mi consacro tutto a Voi: vi dono e rinunzio tutta la mia
volontà, gli affetti, i desideri e tutte le cose mie.
Da oggi in avanti fate di me e delle mie cose tutto quello che vi piace.
Solo vi chiedo e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e
l'adempimento perfetto della vostra volontà.
Vi raccomando le anime del Purgatorio, specialmente le più devote del
Santissimo Sacramento e di Maria Santissima. Vi raccomando ancora
tutti i poveri peccatori.
Unisco infine, Salvator mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del
vostro amorosissimo Cuore e così uniti li offro al vostro Eterno Padre,
e lo prego in nome vostro, che per vostro amore li accetti e li
esaudisca. Così sia.
Comunione spirituale
Gesù mio, credo che voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo sopra ogni
cosa e vi desidero nell'anima mia. Poiché ora non posso ricevervi
sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore.
(Si faccia una breve pausa in cui unirsi a Gesù).
Come già venuto io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi; non
permettete che io mi abbia mai a separare da voi.
Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini, ve ne
state notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e di
amore, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che
vengono a visitarvi, io vi credo presente nel Sacramento dell'Altare.
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72
Visita a Maria SS.ma
APPENDICE
Santissima Vergine Immacolata e Madre mia Maria, a Voi che siete la
Madre del mio Signore, la Regina del mondo, l'Avvocata, la Speranza,
il Rifugio dei peccatori, ricorro oggi io, che sono il più miserabile di
tutti.
Vi venero, o gran Regina, e Vi ringrazio di quante grazie mi avete fatto
finora, specialmente di avermi liberato dall'inferno, da me tante volte
meritato.
Io Vi amo, Signora amabilissima, e per l'amore che Vi porto, Vi
prometto di volerVi sempre servire, e di far quanto posso, affinché
siate amata anche dagli altri.
Io ripongo in Voi tutte le mie speranze, tutta la mia salute; accettatemi
per vostro servo, ed accoglietemi sotto il vostro manto Voi, Madre di
misericordia.
E poiché siete così potente presso Dio, Voi liberatemi da tutte le
tentazioni, oppure ottenetemi forza di vincerle sino alla morte.
A Voi domando il vero amore a Gesù Cristo. Da Voi spero di fare una
buona e santa morte.
Madre mia, Maria, per l'amore che portate a Dio, Vi prego di aiutarmi
sempre, ma più nell'ultimo punto della mia vita. Non mi lasciate,
fintanto che non mi vedrete già salvo in cielo, a benedirvi ed a cantare
le vostre misericordie per tutta l'eternità. Così spero. Così sia.
(S. Alfonso M. de' Liguori)
73
IL MIRACOLO EUCARISTICO
DI LANCIANO:
FEDE, SCIENZA E PIETA’
POPOLARE.
Tutte le strade dell’Eucarestia
debbono passare per LANCIANO.
Lanciano (Ch), infatti, è città del
primo Miracolo Eucaristico della
storia e unico, nel genere, come
dimostra quanto
segue.
Con
Bolsena, Siena e Ferrara (per fare
qualche riferimento), Lanciano è un
nome
importante
nella
nomenclatura religiosa d’Italia e del
mondo. L ‘Abruzzo, terra di Santi e
di santuari, ne va orgoglioso. Ma ecco i fatti. Una mattina di dodici
secoli fa (anno 700), un monaco basiliano, oppresso dal dubbio sulla
presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, fatta la doppia consacrazione
del pane e del vino, improvvisamente vide l'Ostia mutarsi in Carne e il
Vino in Sangue. Attonito e non potendo occultare l’accaduto,
manifestò il fatto ai pochi fedeli presenti, i quali, in un baleno,
divulgarono la notizia in tutta la città e dintorni. Così, in una piccola
città frentana e in un'umile chiesa agreste, intitolata a S. Legonziano, si
verificava il più grande miracolo eucaristico della storia. I fedeli
lancianesi hanno sempre creduto, per una tradizione ininterrotta, al
Prodigio, anche se circostanze diverse lungo i secoli hanno variamente
contribuito a rendere il Miracolo poco diffuso. La custodia e i luoghi
“oscuri” della riposizione (suggeriti forse da una eccessiva prudenza)
sono i motivi principali dell’oblio che ha avvolto così a lungo questo
meraviglioso Tesoro. Dal 1902 le Ss. Reliquie custodite in un artistico
ostensorio d’argento (1713) e collocate alla sommità di un altare
monumentale, possono essere ammirate e venerate da vicino, per un
doppio ordine di scale marmoree che vi conducono i numerosi
pellegrini. Oggi, a distanza di dodici secoli, la Carne conserva la forma
rosea. Il Sangue, contenuto in un calice di cristallo molto antico e
fissato alla base dell’ostensorio, è suddiviso in cinque grumi, del peso
complessivo di grammi 16 e milligrammi 505, terreo all’aspetto, ma
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dai colori naturali alla luce ravvicinata. Tutte queste circostanze hanno
favorito una larga e rapida diffusione del Miracolo stesso. Finché nel
1971 non si ebbe il solenne e universale riconoscimento. Infatti, dopo
varie ricognizioni ecclesiastiche, effettuate dai Vescovi locali a partire
dal 1500, a cavallo degli anni 1970-1971, L 'illustre scienziato italiano
prof. dott. Odoardo Linoli, libero docente di anatomia e istologia
patologica e di chimica e di microscopia clinica, primario de “Gli
Ospedali Riuniti” di Arezzo, operò la prima ricognizione scientifica
della Carne e del Sangue, su incarico del Religiosi del Santuanio. La
ricognizione previde due tempi: quello del prelievo dei campioni e
quello della relazione pubblica sui risultati acquisiti. Il prelievo fu
effettuato il 18 novembre 1970, alla presenza dell’Arciv. di Lanciano,
Mons. Perantoni, del Ministro Provinciaie dei Conventuali d’Abruzzo
e di tutta la Comunità religiosa del Santuario. Rotti i sigilli, apposti
dall’Arciv. Petrarca nel 1886, l‘esimio professore prelevò dalla Carne
due piccolissimi frammenti del peso cormplessivo di milligrammi 20,
e dal Sangue altri frammenti del peso complessivo di milligrammi 318.
Condotto il tutto nel suo laboratonio scientifico di Arezzo, il Prof.
Linoli analizzò i Reperti per quasi tre mesi. Aquisiti tutti i dati, prima
di pronunciarsi, intese avvalersi della collaborazione del suo illustre
collega Prof. Ruggero Bertelli, ordinario fuori ruolo di anatomia
umana normale all'università di Siena. Ottenute le convalide
desiderate ed essendo tutto pronto per la pubblicazione, il 4 marzo
1971, nella Chiesa di S. Francesco (e cioè del Miracolo), davanti ad un
pubblico scelto e numeroso, il Prof. Linoli comunicò ufficialmente i
risultati delle analisi, corredandoli di un’ abbondante documentazione
fotografica. Egli sintetizzò così: 1)Il Sangue del Miracolo Eucaristico è
vero
sangue
e
la
Carne
è
vera
carne.
2) La Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore (miocardio).
3) Il Sangue e la Carne appartengono alla specie umana.
4) Il gruppo sanguigno è identico nel Sangue e nella Carne e ciò sta ad
indicare l’unicità della persona donante, restando aperta la possibilità
della provenienza da due persone diverse, fornite però dello stesso
gruppo ematico.
5) Nel Sangue sono state ritrovate le proteine normalmente frazionate
con i rapporti percentuali quali si hanno nel quadro siero-proteico del
sangue fresco normale.
75
6) Nel Sangue sono stati anche ritrovati i minerali Cloruro, Fosforo,
Magnesio, Potassio, Sodio in quantità ridotta, mentre è risultato
aumentato il Calcio. Il noto scienziato, ampliando le conclusioni, asserì
che:
a) per la Carne, è da escludere una derivazione da dissezione
anatomica, operata su un cuore umano;
b) nessun processo conservativo ha mai riguardato la Carne e il
Sangue;
c) è, perciò, assolutamente eccezionale la conservazione delle proteine
e dei minerali nella Carne e nel Sangue. L ‘intervento scientifico del
Prof. Linoli, pubblicato su tutte le più importanti riviste mediche,
nonché sul testo redatto dal Santuario, ha suscitato e suscita una vasta
gamma di consensi in campo scientifico nazionale ed internazionale.
Nel 1973, iI Prof. Giuseppe Biondini, medico e biologo italiano,
interessò del fatto il Consiglio Superiore della Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS), di cui, è membro effettivo. Detto
Consiglio, di fronte al caso eccezionale, accolse la sollecitazione e
affidò ad un'équipe di esperti di sette nazioni una verifica dei risultati
acquisiti dal prof. Linoli, non per disistima verso il suo operato, ma
per l'estrema importanza scientifica dell’analisi effettuata. Dopo 15
mesi di indagini, condotte collegialmente e non, la predetta
Commissione scientifica internazionale, avvalendosi di tecniche e
attrezzature aggiornatissime, non escluse quelle offerte dalla medicina
nucleare, confermò pienamente i brillanti risultati conseguiti dal Prof.
Linoli, allegando il tutto agli “ATTI” dell' OMS, in vista di una
opportuna pubblicazione ufficiale. I predetti scienziati dell’ONU
hanno precisato che iI Miracolo Eucaristico di Lanciano è e rimarrà un
Caso Unico” scientificamente inspiegabile. Una conclusione solo
apparentemente sorprendente, considerata l’ indimostrabilità
scientifica del “mistero” corrispondente.
Il valore teologico e spirituale della definizione scientifica del Miracolo
Eucaristico di Lanciano meriterebbe un discorso a parte, ma è,
comunque, intuito dalle folle pellegrinanti. Dinanzi al Miracolo si
constata de visu “l’emozione commossa e austera dell’anima religiosa
popolare” (Paolo VI), nonché l‘attenzione che il Miracolo suscita negli
animi, anche i più prevenuti...
Solo per dare qualche cifra approssimativa, nell’anno 1978 sono stati
contati più di 700 gruppi e nell’anno in corso si prevede di superare ll
76
migliaio, ai quali vanno aggiunti i tanti pellegrini “spiccioli” che
quotidianamente passano per il Santuario. L 'Italia è praticamente di
casa a Lanciano! Si registrano, inoltre, moltissime presenze estere,
provenienti da ogni parte d’Europa e delle Americhe. Il testo “IL
MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO" già alla terza edizione, è
stato edito anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e,
prossimamente, in lingua locale, nelle Isole Filippine. Dinanzi al
Miracolo Eucaristico di Lanciano emerge, a volte esplode, la grande
pietà eucaristica del popolo, di qualunque cultura ed estrazione
sociale. Di fronte a questo “segno”, perfettamente adeguato alla realtà
Significata, non c’è chi, seppure “assente”, non percepisce un forte
richiamo religioso e un profondo senso del divino. Il Miracolo
Eucaristico di Lanciano, dono eccelso del Signore alla Chiesa, rimane,
nella beatitudine evangelica della fede pura (cfr. Gv 20,29), un “segno”
imponente delle realtà invisibili, un richiamo stimolante a una
decisiva presa di coscienza religiosa, per un concreto rinnovamento di
vita. Il mattino del 3 novernbme 1974 sostava al Santuario, con un
gruppo di prelati polacchi, il Card. WOJTYLA, ora Papa Giovanni
Paolo II°. Dopo una lunga visita, ricca di interesse e di pietà, lasciava
scritte, nell' Album dei visitatori, queste parole: “Fac nos tibi semper
magis credere, in te spem habere, te diligere".
INDICE
I) O DIVINA EUCARISTIA!
- Gesù Eucaristico è Dio fra noi
- Conoscere, amare, vivere l'Eucaristia
II) GESÙ PER ME
- La S. Messa è il Sacrificio della Croce
- La S. Messa quotidiana
- La partecipazione attiva e fruttuosa
- La S. Messa e le anime del Purgatorio
III) GESÙ IN ME
- La S. Comunione: Gesù è mio
- La purità di anima per la S. Comunione
- Il Ringraziamento alla S. Comunione
- Il Pane dei forti e il viatico per il cielo
- Ogni giorno con Lui
- La Comunione Spirituale
IV) GESÙ CON ME
- La Presenza Reale
- La “Visita” a Gesù
- Gesù, Ti adoro!
- Amare la “Casa di Gesù”
V) COLUI CHE CI DONA GESÙ
VI) IL PANE DI MAMMA
VII) PREGHIERE PER L'EUCARISTIA
- La S. Comunione: Preparazione. Ringraziamento
- La Comunione con Maria: Preparazione. Ringraziamento
- La visita Eucaristica : Visita al SS. Sacramento;
Comunione Spirituale; Visita a Maria SS.
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VIII) APPENDICE
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