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REF Ricerche - Salva la tua birra

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REF Ricerche - Salva la tua birra
IL SETTORE DELLA BIRRA
CARATTERISTICHE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA,
EFFETTI DELLA TASSAZIONE
GIUGNO 2014
STUDIO COMMISSIONATO DA ASSOBIRRA - ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI DELLA BIRRA E DEL MALTO
Il lavoro è stato commissionato da AssoBirra e realizzato da un gruppo di lavoro REF Ricerche
composto da Fedele De Novellis (coordinatore), Anna Menozzi e Sara Signorini
SOMMARIO
Sintesi e conclusioni........................................................................................................................... 2
1. Caratteristiche della domanda........................................................................................................ Consumo di alcolici moderato in Italia, peso contenuto della birra...................................................... 6
7
2. L’evoluzione della domanda negli ultimi anni................................................................................ 12
Le difficili condizioni di contesto degli ultimi anni.............................................................................. 13
Le tendenze recenti della domanda di birra: si va meno al pub, aumenta il consumo fra le mura
domestiche....................................................................................................................................... 15
.Perché la crisi frena l’accesso ai consumi on premise....................................................................... 15
.La tenuta delle quantità acquistate.................................................................................................... 16
.L’andamento dei prezzi..................................................................................................................... 16
.Prezzi, valori e downgrading della spesa: come sono andati “veramente” consumi?.......................... 17
.Attività industriale e domanda........................................................................................................... 19
3. Prezzi e fiscalità indiretta............................................................................................................... 20
.Dinamica dei prezzi e tassazione...................................................................................................... 21
.Riquadro - Imposte sulla birra: un confronto internazionale............................................................... 22
.Incidenza delle imposte indirette sui prezzi della birre: canale off premise......................................... 24
Incidenza delle imposte indirette sui prezzi della birre: canale on premise......................................... 25
Struttura del prezzo........................................................................................................................... 26
4. Fiscalità, prezzi e domanda............................................................................................................. 28
.Imposte indirette e prezzi.................................................................................................................. 29
.Riquadro – La traslazione dell’accisa................................................................................................ 29
.Prezzi e domanda............................................................................................................................. 30
.Riquadro - La domanda di birra in Italia: una stima............................................................................ 32
.Effetti di variazioni delle accise sulle birre......................................................................................... 33
.Effetti di variazioni delle accise sulla birra sull’intera economia......................................................... 35
Riferimenti bibliografici...................................................................................................................... 39
1
SINTESI E CONCLUSIONI
2
CARATTERISTICHE DEL MERCATO E TENDENZE DEGLI ULTIMI ANNI
L’Italia è un paese a consumo di bevande alcoliche relativamente contenuto. All’interno dei consumi di alcolici
è preponderante il vino, mentre la birra viene consumata in quantità contenute, decisamente inferiori rispetto a
molti altri paesi.
Anche per la domanda di birra, come per altri prodotti alimentari, i comportamenti di consumo nel corso degli
ultimi anni sono stati dominati dagli effetti della crisi sui redditi delle famiglie. La recessione ha comportato gravi
perdite di potere d’acquisto, aggravate dai numerosi interventi di natura fiscale che hanno compresso la capacità
di spesa dei consumatori. Fra questi, la pressione sulla fiscalità indiretta è risultata particolarmente marcata.
Gli andamenti di carattere macroeconomico hanno condizionato le perfomance aziendali, sovrastando il peso
relativo delle strategie adottate da parte di ciascuna azienda. La crisi ha difatti colpito indistintamente tutti i
settori esposti all’andamento della domanda interna.
Anche il settore della birra ha subito le conseguenze della crisi. I consumatori non hanno modificato molto
la quantità di birra acquistate, ma hanno ugualmente ridimensionato la spesa, riducendo il consumo on
premise a favore degli acquisti presso la distribuzione commerciale. Anche all’interno di questo segmento
si osserva uno spostamento della domanda verso prodotti delle fasce di prezzo più basse.
I comportamenti di spesa sono differenti a seconda del canale, on premise e off premise, e la natura stessa del
consumo nei due casi è profondamente diversa, tanto da potersi parlare quasi di due prodotti distinti.
I comportamenti di spesa emersi nel corso della crisi vedono un consumatore molto “attivo” nel cercare di
economizzare. Il valore della spesa registra difatti una significativa contrazione. Tale contrazione (che discende
da una discesa del valore medio unitario della birra consumata) non deriva da contrazioni dei prezzi praticati dai
produttori, ma principalmente dal cambiamento delle forme di consumo e delle tipologie di prodotti acquistati.
Emerge una caduta dei consumi on premise a favore della spesa off premise. Tale andamento è coerente con
l’ipotesi che il primo sia un consumo caratterizzato da una elasticità della domanda al reddito più elevata.
Circa la spesa off premise, la relativa tenuta delle quantità, misurate dai litri di birra acquistati dalle famiglie,
non è da leggere alla stregua di una maggiore tenuta dei consumi di birra rispetto ai consumi alimentari nel
complesso, quanto piuttosto nei termini di una modifica del mix dei prodotti acquistati, con uno spostamento
della domanda verso le birre meno costose che, di conseguenza, ha portato ad una riduzione dei valori unitari.
Il tema dell’attenzione del consumatore al prezzo è naturalmente esploso con la crisi. Questo è un comportamento
abbastanza usuale: al ridursi del reddito l’elasticità della domanda al prezzo tende ad aumentare e viceversa
quando il reddito aumenta. Non deve dunque sorprendere che le imprese abbiano cercato in tutti i modi di tenere
bassa l’inflazione dei loro prodotti. Va anche considerato che in fasi di bassa domanda il potere di mercato dei
produttori tende a ridursi, spingendo ad uno schiacciamento della marginalità del settore.
3
LA TASSAZIONE DELLA BIRRA
La bassa inflazione del comparto delle birre appare ancor più significativa alla luce dei rilevanti incrementi della
fiscalità indiretta registrati nel corso degli ultimi anni. In particolare, si rammentano i due rialzi dell’aliquota
dell’Iva ordinaria e l’aumento dell’accisa, cui potrebbe fare seguito un altro rilevante incremento a partire da
gennaio 2015.
Nel confronto internazionale la tassazione sulla birra presenta una varietà di trattamenti, che riflettono la
combinazione di imposte ad valorem oppure basate sulla quantità. Le divergenze sono spiegate in alcuni paesi
afflitti da alcolismo diffuso dall’obiettivo di scoraggiare i consumi. Le disparità di trattamento fiscale hanno anche
mostrato in passato la possibilità di spostamento dei consumatori tra paesi limitrofi, con il trasporto delle merci
dal paese con regime fiscale più favorevole.
Frequente è la presenza di aliquote differenziate con livelli dell’Iva in genere più bassi per il settore dell’horeca
rispetto ai prodotti venduti presso la distribuzione alimentare. Questo avviene in genere per incentivare la domanda
presso i pubblici esercizi, attività ad elevato contenuto di manodopera. Nei paesi mediterranei, come l’Italia, i
prezzi dei pubblici esercizi rappresentano anche un fattore di competitività dell’industria turistica nazionale.
Considerando una birra di media gradazione l’incidenza complessiva della fiscalità indiretta sul prezzo
finale è di quasi il 36 per cento. Considerando gli incrementi programmati dell’accisa nel 2015 potremmo
arrivare a sfiorare il 40 per cento.
Tale incidenza, calcolata su un prezzo medio, si modifica in base al tipo di prodotto, visto che l’accisa si rapporta,
diversamente dall’Iva, alle quantità di prodotto. Quindi l’incidenza delle indirette è inferiore per i prodotti di fascia
alta e maggiore per il prodotti di prezzo inferiore.
Non a caso il peso della fiscalità indiretta scende ulteriormente se si considerano i consumi on premise. Nel
complesso su una birra di prezzo basso acquistata presso la grande distribuzione la fiscalità indiretta
arriva a incidere per oltre il 45 per cento, mentre per una birra di prezzo alto acquistata presso un locale
delle località più esclusive si scende sino al 12 per cento.
Dato che l’incidenza delle diverse tipologie di consumo è diversa al variare dei redditi medi, la struttura delle
fiscalità indiretta così congegnata appare fortemente regressiva.
Non è solo la fiscalità a incidere diversamente sul prezzo degli acquisti presso l’horeca rispetto ai consumi off
premise. L’incidenza del prezzo industriale sul totale è molto più bassa nel caso dell’horeca. Di fatto gli acquisti
presso i servizi pubblici attivano in larga misura l’offerta da parte di settori produttivi che non sono coincidenti
con quelli attivati dai consumi off premise. Il peso dell’industria difatti si riduce, a vantaggio dei settori dei servizi.
VARIAZIONI DELLA FISCALITÀ E EFFETTI SULLA DOMANDA DI BIRRA
Gli effetti delle variazioni delle accise sui consumi dipendono da una parte dal grado di traslazione dell’accisa sui
prezzi e, dall’altro, dall’elasticità della domanda al prezzo.
Circa la reazione dei prezzi in risposta a modifiche delle accise e dell’Iva, vi è convergenza delle analisi sull’ipotesi
di traslazione completa delle variazioni dell’imposizione indiretta sui prezzi finali.
Riguardo all’elasticità della domanda al prezzo, vale innanzitutto l’idea di valori differenti a seconda dei canali di
consumo. I consumi on premise presentano certamente elasticità al prezzo inferiori mentre per la domanda off
4
premise gli studi convergono sull’ipotesi di valori più elevati dell’elasticità. I valori stimati di tali elasticità sono
diversi a seconda degli studi e dei paesi analizzati.
Nel caso dell’Italia stimiamo che l’elasticità della domanda al prezzo sia prossima all’unità, un valore più elevato
di quanto stimato dalle analisi su altri paesi, spiegabile anche in virtù del fatto che la quota di mercato della birra
sul totale dei consumi di bevande alcoliche è inferiore rispetto ad altri paesi.
La funzione della domanda di birra stimata per l’economia italiana mostra come questa risulti spiegata
dall’andamento del reddito delle famiglie, dall’andamento delle temperature medie, dal prezzo della birra e da
quello del vino. La domanda aumenta al crescere del reddito e quando le temperature sono più elevate della
media, si riduce all’aumentare del prezzo delle birra, mentre aumenta al crescere del prezzo del vino (elasticità
incrociata).
Una simulazione delle conseguenze di una variazione delle accise sul mercato della birra induce a quantificare
una contrazione dei volumi di vendita. Tale effetto si traduce in una perdita di gettito, tale per cui l’impatto
dell’accisa sui conti pubblici appare decisamente inferiore rispetto a quello stimabile ex-ante applicando l’accisa
alle quantità di birra acquistate in Italia.
Tale effetto è piuttosto marcato e deriva non tanto da comportamenti peculiari dei consumatori o dei settori
produttivi, quanto dal fatto che la birra è uno di quei prodotti a incidenza della tassazione così elevata da far sì
che variazioni dei consumi abbiano effetti sul gettito ben superiori rispetto a quelle che si osserverebbero per
altri prodotti.
Una variazione di 10 centesimi dell’accisa sulla birra determina una flessione dello 0.6 per cento delle
quantità vendute presso l’horeca, e del 7 per cento delle vendite presso la distribuzione commerciale, per
una caduta complessiva delle quantità vendute del 5 per cento. A tale caduta della domanda corrisponde
una flessione del Pil di 130 milioni.
A tale caduta del Pil si stima possa corrispondere una perdita occupazionale il cui ordine di grandezza
è pari a 2400 unità di lavoro circa. Le perdite maggiori sono subite dalla distribuzione commerciale seguita
dall’industria alimentare, dall’agricoltura e dalla ristorazione.
Infine, la riduzione del Pil comporta a sua volta un peggioramento ulteriore del deficit pubblico, pari a quasi 50
milioni.
In conclusione, l’effetto dell’accisa sul bilancio pubblico, misurato ex-ante pari a 177 milioni di euro
includendo l’Iva, si riduce a soli 116 milioni per effetto della contrazione delle quantità vendute di birra
sul gettito delle accise e dell’Iva, e si ridimensiona ulteriormente, portandosi a soli 68 milioni una volta
tenuto conto degli effetti della riduzione dei consumi sul Pil. In altri termini, l’effetto sul bilancio pubblico
derivante da variazioni delle accise sulla birra si rivela ex-post decisamente inferiore al gettito atteso
ex-ante.
5
1. CARATTERISTICHE DELLA DOMANDA
6
CONSUMO DI ALCOLICI MODERATO IN ITALIA, PESO CONTENUTO DELLA BIRRA
L’Italia è un paese a consumo di bevande alcoliche basso e in diminuzione. Il consumo medio per abitante è
inferiore al dato medio delle altre maggiori economie europee.
Nel confronto internazionale anche la composizione è del tutto peculiare, dato il peso elevato del vino, mentre
per il consumo di birra, così come per quello di altri alcolici, siamo su valori bassissimi. Nel caso della birra, i
paesi di maggiore tradizione dell’Europa centro-settentrionale - come Germania o Austria - presentano
livelli di consumo per abitante tre o quattro volte superiori a quelli italiani.
Si può quindi affermare che i bassi consumi di birra in Italia derivano in parte dal fatto che non siamo un paese
“di grandi bevitori”, e in parte dalle nostre tradizioni, che vedono una prevalenza della domanda di un prodotto
sostituto, come il vino.
I CONSUMI DI BEVANDE ALCOLICHE: UN CONFRONTO INTERNAZIONALE
15
10
5
Ind
Ita
Chin
Mex
Jap
Bra
Us
Olan
Gre
Austr
Sp
DenK
Uk
Germ
Fra
Austl
Pol
Rus
0
in % della popolazione aduta (oltre 15 anni) in litri di alcohol equivalenti
Elaborazioni REF Ricerche su dati Oms
I CONSUMI DI VINO: UN CONFRONTO INTERNAZIONALE
9
6
3
Ind
Mex
Chin
Jap
Bra
Pol
Us
Rus
Sp
Germ
Olan
Austr
Uk
Ita
Austl
Gre
DenK
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0
in % della popolazione aduta (oltre 15 anni) in litri di alcohol equivalenti
Elaborazioni REF Ricerche su dati Oms
7
I CONSUMI DI BIRRA: UN CONFRONTO INTERNAZIONALE
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Jap
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Us
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in % della popolazione aduta (oltre 15 anni) in litri di alcohol equivalenti
Elaborazioni REF Ricerche su dati Oms
I CONSUMI DI APERITIVI, AMARI, SUPERALCOLICI: UN CONFRONTO INTERNAZIONALE
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Us
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in % della popolazione aduta (oltre 15 anni) in litri di alcohol equivalenti
Elaborazioni REF Ricerche su dati Oms
Da tali evidenze emerge come non vi siano in Italia i problemi di eccessivo consumo di bevande alcoliche che
hanno ispirato le normative restrittive in altri contesti.
L’acquisto di birra rappresenta inoltre nel caso italiano un segmento ben identificato nelle abitudini di consumo,
associato a particolari tipi di pasto (ad esempio nella tradizione italiana la birra è la bevanda consumata
tipicamente con la pizza) o a determinati periodi dell’anno, con una concentrazione nelle giornate più calde e nei
periodi di vacanza.
8
I risultati mostrati dai grafici precedenti fanno riferimento al volume di alcol assunto attraverso i consumi di bevande. Il posizionamento relativo dell’Italia trova conferma anche se si prende in considerazione l’incidenza relativa
delle bevande alcoliche sul paniere dei consumi; in questo caso, la variabile cui si fa riferimento è la spesa in termini
monetari. Si nota come le bevande alcoliche incidano sui consumi delle famiglie italiane, al pari di quelle spagnole,
molto meno rispetto alle altre maggiori economie europee. Oltre al menzionato differenziale in termini di volumi
consumati, conta anche il fatto che i paesi mediterranei presentano una maggiore incidenza dei pasti fuori casa
sulla spesa per consumi, il che tende a spiazzare parte dei consumi effettuati fra le mura domestiche (1).
INCIDENZA DEI CONSUMI DI BEVANDE ALCOLICHE (ACQUISTI OFF PREMISE)
SUL PANIERE DEI CONSUMI DELLE FAMIGLIE
birra
vino
spirits
totale
3.0
2.5
2.0
1.5
1.0
0.5
0.0
Sve
Bel
Uk
Ger
Fra
Aust
Olan
Ita
Spa
Elaborazioni REF Ricerche su dati Eurostat
INCIDENZA DEI CONSUMI PER SERVIZI DI RISTORAZIONE SUL PANIERE DEI CONSUMI DELLE FAMIGLIE
14
12
10
8
6
4
2
0
Spa
Aust
Uk
Ita
Bel
Fra
Elaborazioni REF Ricerche su dati Eurostat
Sve
Olan
Ger
1. Nelle statistiche della
contabilità nazionale i consumi
di bevande comprendono la sola
componente off premise, ovvero
i consumi effettuati dalle famiglie
che hanno acquistato il prodotto
presso la distribuzione commerciale. I consumi on premise sono
inclusi nella voce dei consumi
presso i pubblici esercizi,
all’interno della quale non è però
possibile isolare le singole voci di
spesa come la birra.
9
Le caratteristiche sopra evidenziate fanno sì che i comportamenti di consumo delle famiglie italiane in
relazione al comparto delle bevande alcoliche non siano assimilabili del tutto a quelli delle altre maggiori
economie: da noi il consumo di birra è associato a specifiche forme di pasto mentre in altri paesi la birra
è la bevanda prevalente nei pasti. Inoltre, l’incidenza relativamente contenuta della birra sui consumi totali di
alcolici fa sì che variazioni nei comportamenti possano avere una incidenza percentuale sui consumi di birra ben
più elevata rispetto ad altri paesi.
Le caratteristiche strutturali evidenziate – bassa incidenza delle bevande alcoliche sul totale dei consumi, peso
limitato della birra all’interno di queste, e peso relativo del consumo on premise – definiscono la cornice entro la
quale si sono innestate le tendenze degli ultimi anni, guidate essenzialmente dalla risposta delle famiglie italiane
ad un contesto macroeconomico profondamente avverso.
10
11
2. L’EVOLUZIONE DELLA DOMANDA
NEGLI ULTIMI ANNI
12
LE DIFFICILI CONDIZIONI DI CONTESTO DEGLI ULTIMI ANNI
L’economia italiana nel corso degli ultimi anni è stata colpita da un crollo della domanda interna esteso a tutte
le sue principali componenti. Solo le esportazioni hanno tenuto, non riuscendo però a sostenere da sole i livelli
produttivi.
La caduta della domanda ha inciso profondamente sul tessuto produttivo nazionale. Tutti i settori industriali sono
stati caratterizzati da performances molto deludenti.
La contrazione dei redditi delle famiglie è stata particolarmente pronunciata. La recessione si è tradotta in pesanti
perdite di posti di lavoro e in una riduzione del potere d’acquisto dei redditi da lavoro; anche i redditi lordi degli
autonomi e gli utili delle aziende si sono pesantemente contratti. La perdita di potere d’acquisto delle famiglie
è stata acuita dagli incrementi della pressione fiscale derivanti dai diversi interventi volti al consolidamento
dei saldi di finanza pubblica. Alcuni di essi hanno portato ad inasprimenti delle imposte dirette, hanno cioè
gravato direttamente sui redditi. In altri casi il canale di trasmissione della crisi ai bilanci familiari è passato
attraverso le misure di controllo della spesa pubblica, come nelle misure di blocco salariale dei dipendenti
pubblici. La maggior parte degli interventi fiscali ha invece agito attraverso l’imposizione indiretta. Vale a dire
che le famiglie hanno subito gli aumenti della tassazione attraverso rincari dei prezzi dei prodotti acquistati. Fra i
diversi interventi che hanno sostenuto l’andamento delle imposte indirette si ricordano le variazioni delle accise
sui carburanti, l’aumento dell’imposta di bollo, le imposte sui giochi, l’accisa sulle sigarette, l’accisa sulle birre,
l’aumento dell’Iva ordinaria dal 20 al 21 per cento a partire da ottobre 2011 e il nuovo incremento, dal 22 al 23
per cento, da ottobre 2013.
Nel complesso, il reddito disponibile delle famiglie in termini reali
ha subito una contrazione clamorosa, pari a circa il 12 per cento
fra il 2007 e il 2013. La flessione dei consumi, pur di entità eccezionale
(di quasi l’8 per cento) è stata inferiore a quella del reddito, in quanto
le famiglie, nel tentativo di sostenere il proprio tenore di vita, hanno
ridotto il tasso di risparmio. Questo naturalmente è stato possibile alle
famiglie con redditi più elevati, caratterizzate da un tasso di risparmio
positivo. I meno abbienti, che non hanno capacità di risparmio, hanno
invece dovuto adeguare completamente i propri livelli di consumo ai più
bassi livelli del reddito. Si spiega quindi anche la marcata contrazione
osservata per gli acquisti di prodotti di prima necessità, che hanno una incidenza elevata nei panieri di consumo
delle famiglie delle fasce di reddito più basse. Fra queste vi è la contrazione della spesa alimentare, ben
documentata in una ricca aneddotica (si pensi ad esempio al fenomeno della “quarta settimana”) oltre che dalle
statistiche, da cui emerge un importante risvolto di natura sociale della recessione.
LA CRISI HA COLPITO
ANCHE I CONSUMI ALIMENTARI:
-7% NEL TRIENNIO 2011-2013
I consumi alimentari hanno difatti registrato anch’essi una contrazione marcata. Tale comportamento è del tutto
peculiare rispetto ad altre fasi di crisi, in cui la spesa food aveva mostrato un andamento relativamente stabile.
Secondo l’Istat la variazione a prezzi costanti dei consumi alimentari cumulata nel corso dell’intero
triennio 2011-2013 è pari a circa il 7 per cento; tale caduta si aggiunge alle già significative perdite
subite nel corso del triennio 2007-2009.
13
Rispetto a un arretramento così marcato del dato aggregato, tutte le tipologie di consumo alimentare, compresa
la domanda di bevande, alcoliche e non, hanno subito severe contrazioni. Della caduta della domanda hanno
risentito i livelli produttivi dell’industria, con contrazioni attenuate in alcuni casi da un andamento relativamente
vivace dell’export o da flessioni delle importazioni.
14
LE TENDENZE RECENTI DELLA DOMANDA DI BIRRA: SI VA MENO AL PUB, AUMENTA IL
CONSUMO FRA LE MURA DOMESTICHE
A partire dal quadro generale sopra sintetizzato, la domanda di birra ha evidenziato andamenti che non si scostano a livello qualitativo dalle tendenze in aggregato. Sulla base dei dati offerti da fonti di mercato si calcola
che il mercato (2) della birra in Italia abbia registrato nel corso degli ultimi anni una relativa tenuta delle
quantità consumate, misurate in termini di litri pro-capite, ma evidenziando un’ampia contrazione della
spesa on premise, a favore dei consumi domestici. A parità all’incirca di quantità consumate (in termini
di litri), le famiglie hanno quindi optato per forme di consumo meno costose.
Anche i consumi off premise hanno a loro volta evidenziato un cambiamento nella composizione della spesa, con
il passaggio a prodotti a minore valore unitario.
PERCHÉ LA CRISI FRENA L’ACCESSO AI CONSUMI ON PREMISE
Le decisioni di spesa, e in particolare le tendenze dei consumi on premise, riflettono diversi fattori, di cui alcuni
anche di natura culturale, e in particolare riconducibili a due tipi di comportamento.
Il primo è relativo al fatto che il pasto fuori casa è un tipo di consumo elevato, la cui incidenza sulla spesa tende
ad aumentare al crescere del reddito, e questo va in direzione opposta rispetto ai consumi alimentari che, invece,
dopo determinate soglie di reddito, tendono a saturarsi, riducendo quindi progressivamente la loro incidenza sui
consumi totali (legge di Engel).
In secondo luogo, un altro aspetto importante è rappresentato dalla trasformazione del mercato del lavoro;
paesi dove il tasso di femminilizzazione del mercato del lavoro è elevato tendono a sviluppare tutta una serie di
attività sostitutive del lavoro domestico (servizi di assistenza ai membri del nucleo familiare, come colf e badanti,
asili nido, servizi di lavanderia e, fra gli altri, i servizi di ristorazione). Questo genere di servizi svolge un ruolo
importante nell’assecondare la conciliazione fra tempi di lavoro e tempi per la famiglia da parte delle donne, e
quindi ne favorisce la partecipazione al mercato del lavoro.
In generale si può affermare che i consumi on premise si caratterizzano per una elasticità della domanda al
reddito più elevata rispetto ai consumi off premise. Al contrario questi ultimi dovrebbero presentare una maggiore
elasticità della domanda al prezzo.
2.La fonte dei dati sui consumi di
birra è Canadean, società indipendente che annualmente raccoglie
informazioni presso le aziende del
settore. Rispetto al dato Istat la
rappresentazione dei dati presenta differenze di natura metodologica (ad es il riferimento può
essere ai litri consumati rispetto
ai dati di contabilità nazionale che
sono espressi a “prezzi costanti”);
questi indicatori di quantità sono
utilizzati per ottenere, a partire
dai dati espressi in valore, degli
indicatori di prezzo che di fatto,
essendo dei valori medi unitari,
non corrispondono a degli indici
dei prezzo. Nel seguito questi
aspetti metodologici sono spiegati
solo ove lo si ritenga utile ai fini
della comprensione dei fenomeni.
Va detto che al netto di queste
differenze nella costruzione delle
statistiche, che impediscono un
raffronto immediato con il dato
Istat i dati Canadean paiono rappresentare in maniera accurata i
trend del settore, sono cioè una
fonte affidabile.
15
Pertanto, non stupisce la contrazione dei consumi on premise in un contesto di crisi dell’economia, rispecchiando
ciò sia l’emergere di vincoli di bilancio per le famiglie sempre più stringenti, che hanno spinto a tagliare i consumi
non essenziali, sia l’arretramento del mercato del lavoro, che ha inciso sul trend dei pasti fuori casa durante la
settimana lavorativa.
Alla luce di queste considerazioni, appare opportuno certamente distinguere almeno fra il canale dei consumi on
premise e off premise, in quanto la natura del consumo in questi due canali è profondamente diversa, tanto da
potersi parlare quasi di due prodotti distinti di cui il secondo fa parte a tutti gli effetti dei consumi “di base” delle
famiglie, del tutto assimilabile pertanto a molti altri prodotti alimentari.
Soprattutto in fasi di profonda crisi economica, come quella che stiamo attraversando, vi sarebbero ragioni per
esercitare almeno in parte una sorta di “tutela fiscale” di alcune forme di consumo di base, all’interno delle quali
rientrano i consumi di birra. La birra però non è fra i prodotti sui quali la fiscalità ha adottato un trattamento di
riguardo. Anzi, si tratta certamente di uno dei prodotti a maggiore incidenza della fiscalità indiretta in Italia.
LA TENUTA DELLE QUANTITÀ ACQUISTATE
Alla luce di tali considerazioni, si perviene ad un risultato in parte controintuitivo, ovvero che la tenuta dei
consumi di birra in termini di litri pro-capite è un fenomeno contestuale alla crisi, che ha portato i consumatori a
ridimensionare i pasti fuori casa, optando per un aumento dei consumi
fra le mura domestiche. In tal modo il costo del consumo risulta
evidentemente decisamente ridimensionato, senza che ciò richieda una
marcata contrazione del volume del prodotto acquistato.
Si deve notare come questo comportamento abbia permesso una
riduzione del valore unitario medio (il rapporto fra il valore delle
vendite e il volume espresso in litri) dei consumi nonostante i prezzi
medi degli acquisti effettuati presso la distribuzione commerciale siano
leggermente aumentati.
Tale comportamento mette in luce come alla stabilità dei consumi
espressi in litri si associ una elevata variabilità delle modalità di fruizione
di tale consumo (acquisti fuori casa, diverse tipologie di prodotto).
I CONSUMATORI HANNO
RIDIMENSIONATO I PASTI FUORI CASA,
OPTANDO PER UN AUMENTO DEI CONSUMI TRA LE MURA DOMESTICHE
Non è un caso che le politiche di prezzo seguite dagli operatori commerciali e dalle imprese del settore siano state
molto accorte nel corso dell’ultima fase. I comportamenti dei consumatori rilevati nel caso della birra presentano
d’altra parte evidenti tratti di analogia con quanto è stato osservato negli ultimi anni per molti altri prodotti.
L’ANDAMENTO DEI PREZZI
Il valore medio unitario della birra venduta presso il canale della distribuzione commerciale è rimasto all’incirca
stabile nel corso degli ultimi anni, restando intorno agli 1.80 euro al litro. Rispetto agli indici di prezzo puro,
l’andamento dei vmu risente dei cambiamenti nel mix dei prodotti acquistati dai consumatori sia dal punto di
vista della scelta del tipo particolare di birra acquistata che dei formati distributivi presso i quali avvengono le
scelte d’acquisto.
Un’analisi in termini di indici di prezzo è però possibile utilizzando le statistiche degli indici dei prezzi al consumo
fornite dall’Istat. In generale, si conferma una dinamica molto blanda dei prezzi della birra, anche se le variazioni,
16
per quanto modeste (fra l’1.5 e il 2 per cento all’anno negli ultimi anni), sono mediamente superiori a quelle
osservate per i valori medi unitari. Il fatto che i valori medi unitari siano cresciuti meno dei prezzi potrebbe in
parte riflettere il fatto che gli indici di prezzo sono calcolati sulla base di alcune tipologie di prodotti a maggiore
incidenza sulla spesa (le marche più acquistate) mentre i vmu si riferiscono all’intero universo. E’ probabile però
che la spiegazione principale di tale differenza stia nel fatto che anche all’interno delle vendite off premise vi sia
stato un cambiamento del mix di prodotti acquistati dal consumatore, con uno spostamento della domanda verso
prodotti a valore unitario inferiore.
PREZZI AL CONSUMO DELLA BIRRA
6.0
5.0
4.0
3.0
2.0
1.0
0.0
07
08
09
10
11
12
13
14
var % tendenziali- Elaborazioni REF su IPCA
Alla luce di questa considerazioni, possiamo anche desumerne che la relativa tenuta delle quantità, misurata
dai litri di birra acquistati dalle famiglie, non è da leggere alla stregua di una maggiore tenuta dei consumi
di birra rispetto ai consumi alimentari nel complesso, quanto piuttosto nei termini di una modifica del
mix dei prodotti acquistati, con uno spostamento della domanda verso le birre meno costose che, di
conseguenza, ha portato ad una riduzione dei valori unitari.
PREZZI, VALORI E DOWNGRADING DELLA SPESA: COME SONO ANDATI “VERAMENTE” I
CONSUMI?
Confrontando l’andamento dei consumi di birra misurati in valore, con quello dell’intero aggregato dei consumi
alimentari a prezzi correnti: negli ultimi tre anni a fronte di un modesto incremento della spesa alimentare,
l’incremento delle vendite di birra off premise è stato solo leggermente più marcato.
17
Un punto importante è che l’evoluzione dei consumi a valori correnti dipende anche dall’andamento crescente
dei prezzi, non correttamente approssimato attraverso l’andamento dei valori medi unitari (vmu) nelle fasi in cui
il mix dei prodotti acquistati si modifica. Adottando l’ipotesi per cui l’effetto di cambiamento del mix dei prodotti
acquistati dai consumatori sia misurato dalla differenza fra l’andamento dei prezzi e quello dei vmu, è possibile
calcolare la variazione delle quantità depurate dall’effetto del cambiamento del mix qualitativo dei prodotti.
Si ottiene quindi una scomposizione della variazione del valore dei consumi di birra che riflette l’andamento dei
consumi a parità di prezzi (“a prezzi costanti”) e dei rispettivi prezzi. Si noti che le variazioni di consumi così
calcolate sono prossime alle indicazioni che l’Istat fornisce riguardo all’andamento dei consumi di bevande
alcoliche a prezzi costanti e del rispettivo deflatore.
18
L’analisi precedente porta a concludere che i consumi a prezzi costanti sono nel corso degli ultimi anni,
diversamente da quanto appare guardando solamente alle quantità misurate in litri di birra acquistati.
ATTIVITÀ INDUSTRIALE E DOMANDA
Un ultimo commento sulle tendenze del settore riguarda l’evoluzione dell’attività produttiva. I dati mettono in
luce come l’industria stia compiendo uno sforzo notevole, al fine di contrastare la tendenza recessiva
della domanda. I dati di produzione mostrano difatti una sostanziale tenuta dei volumi prodotti, a fronte
della contrazione del volume dei consumi. In parte questo tipo di andamento è spiegabile alla luce del tentativo
dei produttori di mantenere le quote sul mercato nazionale. Tale circostanza è confermata dalla flessione della
quota delle importazioni di birra sul totale dei consumi. Le performances in termini di volumi prodotti sono
quindi migliori rispetto all’andamento dei consumi, evidenziando una tendenza che accomuna altri comparti
dell’industria alimentare in Italia. A tale risultato ha contribuito anche l’arrivo sul mercato di numerosi birrifici di
piccola dimensione, che occupano posizioni di nicchia, e che cercano di caratterizzarsi per livelli qualitativi del
prodotto molto elevati.
19
3. PREZZI E FISCALITÀ INDIRETTA
20
DINAMICA DEI PREZZI E TASSAZIONE
Il tema dell’attenzione del consumatore al prezzo è naturalmente esploso con la crisi. Questo è un fatto
abbastanza scontato: al ridursi del reddito, l’elasticità della domanda al prezzo tende ad aumentare, e viceversa
quando il reddito aumenta. Non deve dunque sorprendere che le imprese abbiano cercato in tutti i modi di tenere
bassa l’inflazione dei loro prodotti. Va anche considerato che in fasi di bassa domanda, una parte degli impianti
produttivi risulta sottoutilizzata e il potere di mercato dei produttori tende a ridursi, spingendo naturalmente ad
uno schiacciamento della marginalità del settore.
Ad ulteriore commento della bassa inflazione nel comparto delle birre si deve rammentare che nel corso degli
ultimi anni si è osservata una significativa crescita dell’incidenza della fiscalità indiretta.
Va ricordato innanzitutto che la birra è assoggettata all’aliquote dell’Iva ordinaria, che quindi ha registrato due
incrementi, a fine 2011 e a fine 2013, con il passaggio dell’aliquota, rispettivamente, dal 20 al 21 e poi al 22 per cento.
A ciò si devono poi aggiungere gli aumenti delle accise.
In Italia attualmente gravano accise sulla birra per un ammontare pari a 2.7 euro per ettolitro e per
grado-Plato rispetto ai 2.35 vigenti sino alla scorsa estate e aumenterà ancora secondo i programmi,
sino a 3.04 euro a gennaio 2015.
Gli aumenti dell’imposizione indiretta osservati nel corso degli ultimi anni sono stati dunque significativi. Le
imprese, in una fase di bassa domanda, non sono riuscite neanche a traslare immediatamente i rincari della
fiscalità indiretta, tant’è che, una volta nettata dagli effetti delle variazioni dell’imposizione indiretta, l’inflazione
del comparto delle birre si porta su valori addirittura di segno negativo a fine 2013. Deve essere del resto
ricordato come nel corso degli ultimi anni si sia verificata una significativa crescita dell’intensità promozionale
da parte delle imprese e delle aziende della distribuzione. Sono molto diffuse azioni di promozione delle vendite
con sconti di entità significativa.
Guardando invece ai dati sul gettito dell’accisa è possibile apprezzare immediatamente le conseguenze della
crisi. Difatti, rispetto al massimo del 2008 il gettito dell’accisa sulle birre ha addirittura registrato un
decremento a prezzi correnti, conseguenze diretta dell’andamento cedente delle quantità vendute che ha
evidentemente compensato gli effetti derivanti dagli aggravi nella tassazione.
21
IMPOSTE SULLA BIRRA: UN CONFRONTO INTERNAZIONALE
Le imposte sulle bevande alcoliche vengono applicate con due modalità. L’imposta può essere “specifica”, nel senso che viene applicata
in maniera specifica in relazione al contenuto di alcol nella bevanda, oppure può trattarsi di imposta “ad valorem”, che viene applicata
quindi al valore del prodotto.
Le due tipologie di imposta possono anche essere combinate in modo da tener conto sia del volume che del valore nella tassazione.
Le imposte specifiche penalizzano maggiormente prodotti a basso costo o poco lavorati, mentre l’opposto può dirsi per le imposte ad
valorem, e questa è una delle motivazioni che spingono verso un utilizzo combinato delle due modalità di imposizione fiscale.
Un’eccezione a questo schema è, ad esempio, il Messico, in cui le imposte sulle bevande alcoliche sono applicate esclusivamente in
funzione del valore del prodotto. Solo per la birra, sempre in Messico, si prevede una aliquota variabile a seconda del tasso alcolico
della bevanda.
La computazione delle accise sulle bevande alcoliche in generale, incluse le imposte sulla birra, è piuttosto complicata, e soprattutto
è difficile operare un confronto internazionale, dato che in ogni paese il regime fiscale è differente e viene espresso con modalità
diverse (dal mix tra imposte specifiche e ad valorem, alla previsione o meno di agevolazioni per piccoli produttori, alla scelta se riferire
l’imposizione fiscale ai gradi di alcol assoluto o alla scala Plato per la birra, ecc.).
Informazioni tra loro confrontabili possono essere dedotte dal rapporto OCSE (2012) sull’imposizione sui consumi, che dedica un
capitolo alle accise sulle bevande alcoliche, indicando per ciascun paese le aliquote d’imposta (accisa sulla bevanda e aliquota Iva), le
eventuali agevolazioni per particolari categorie di produttori e le caratteristiche di progressività dell’accisa.
Il grafico presenta i valori delle accise sulla birra vigenti nei maggiori paesi europei. Il valore indica l’imposta pagata dal produttore per
ettolitro e per grado assoluto di alcol presente nella bevanda (3).
A livello internazionale vi è un’ampia variabilità nel valore dell’imposta: si va da un massimo di quasi 50 euro per ettolitro in Israele al
minimo di meno di due euro ad ettolitro in Lussemburgo. Il valore più alto tra le imposte europee è quello della Finlandia, che applica
sulla birra un’imposta di più di 25 euro per ettolitro per grado di alcol, cui si aggiunge un’aliquota Iva del 23 per cento.
Le marcate differenze, anche all’interno della stessa comunità europea, dipendono anche da esigenze di policy differenti. La mancata
armonizzazione delle tasse sulla birra e della struttura dei regimi fiscali evidenzia disparità nell’imposizione fiscale sul settore. Vi sono paesi,
come Regno Unito e Irlanda, che hanno accise sulla birra tra le più elevate mentre altri paesi, come Germania, Belgio e Austria, presentano
livelli delle aliquote inferiori all’Italia. Vanno poi menzionate le differenze in termini di aliquote Iva, oppure le aliquote agevolate per i
produttori piccoli. Non solo le aliquote, ma anche la struttura stessa delle accise sulla birra, a livello internazionale presenta differenze
profonde da paese a paese (4).
Alcuni paesi, soprattutto quelli dove consumo e produzione di birra sono più rilevanti (come Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia e
Germania) prevedono aliquote agevolate per produttori di piccole quantità, dove anche la definizione di “piccolo” varia molto da paese
a paese . Differenze importanti riguardano anche la progressività o meno delle aliquote: in alcuni paesi infatti (Messico, Spagna,
Portogallo, Svizzera, Paesi Bassi, Norvegia…), le accise sono progressive in funzione della forza della birra.
Per quanto riguarda i paesi membri dell’Unione Europea l’armonizzazione in tema di bevande alcoliche è limitata principalmente alla
definizione dei prodotti e ad accordi sulle imposte minime da applicare, mentre permangono ampie disparità nelle imposte applicate
sugli alcolici, birra inclusa (5).
Principalmente l’Unione Europea ha focalizzato l’attenzione sul problema di un corretto funzionamento del mercato, cercando di limitare
22
le pratiche nazionali discriminatorie: la Corte di Giustizia, pur lasciando estrema flessibilità nelle scelte nazionali di imposizione fiscale
sulle bevande alcoliche, impedisce ai singoli paesi di favorire con la tassazione prodotti nazionali a discapito di prodotti simili di altri paesi.
In generale, le diversità nei regimi fiscali si trasmettono sui prezzi di vendita, determinando in alcuni casi anche attività di trasporto del
prodotto fra paesi limitrofi al fine di beneficiare del regime fiscale più favorevole, come accaduto in casi di incrementi particolarmente
marcati di alcune aliquote. Vi è oggi un consenso sul fatto che in presenza di differenze particolarmente ampie nei prezzi fra paesi
limitrofi tendono a svilupparsi forme di spostamento del consumatore.
LE IMPOSTE GRAVANTI SULLA BIRRA NEI MAGGIORI PAESI EUROPEI
Accisa (1)
Aliquota Iva
25.0
23
22
20.0
21
20
15.0
19
10.0
18
17
5.0
16
0.0
Uk
Spa
Ita
Fra
Ger
15
(1) euro per ettolitri per grado di alcol, scala sin; consumioff premise - Elaborazioni REF Ricerche su dati Ocse
Occorre tenere presente che una quota importante del valore aggiunto derivante dalle vendite di birra presso la distribuzione alimentare
è di pertinenza dello stesso settore del commercio e di altri settori diversi dall’industria produttrice. Per questo motivo disparità di
aliquote molto ampie possono avere effetti di rilievo sul Pil del paese anche quando in questo non vi sono produzioni di birra significative.
Un altro aspetto da menzionare è la presenza di aliquote differenziate con livelli dell’Iva in genere più bassi per il settore dell’horeca
rispetto ai prodotti venduti presso la distribuzione alimentare. Questo avviene in genere per incentivare la domanda presso i pubblici
esercizi, attività ad elevato contenuto di manodopera. Nei paesi mediterranei, come l’Italia, i prezzi dei pubblici esercizi rappresentano
anche un fattore di competitività dell’industria turistica nazionale.
3. In diversi paesi, tra cui l’Italia, il calcolo dell’accisa è effettuato sulla base della scala Plato dei gradi alcolici. Sebbene non esista una conversione precisa tra gradi
Plato e gradi di alcol assoluto, parlando di imposte si assume 1% di alcol equivalga a 2.5 gradi Plato. Per questo motivo, per uniformare le informazioni e renderle più
leggibili, per i paesi in cui l’accisa è riferita ai gradi Plato l’OCSE moltiplica l’imposta per 2.5 per ottenere l’equivalente espresso in gradi di alcol assoluto.
4. Ad esempio in Austria le agevolazioni sono previste solo per produttori con una produzione annua di 50 mila ettolitri l’anno. In Belgio, Germania, Danimarca, Repubblica Ceca e Francia invece la produzione massima entro la quale si accede all’imposta agevolata è di 200 mila ettolitri l’anno.
5. Alcohol Taxation and Regulation in the European Union, Sijbren Cossen, Novembre 2006.
23
INCIDENZA DELLE IMPOSTE INDIRETTE SUI PREZZI DELLA BIRRE: CANALE OFF PREMISE6
Considerando una birra di media gradazione l’accisa pesa oggi su un litro di birra per circa 30 centesimi. Vi sono
naturalmente differenze a seconda della gradazione del prodotto. L’Iva incide all’incirca altrettanto, nell’ipotesi
di un prezzo medio al litro pari a 1.8 euro. Raggiungiamo quindi i 65 cents su un prezzo di 1.80 euro al litro, per
un’incidenza complessiva sul prezzo finale quasi del 36 per cento. Considerando gli incrementi programmati
dell’accisa nel 2015 potremmo sfiorare il 40 per cento.
L’andamento storico, e le prospettive sulla base delle ipotesi della tassazione sono riportate nei due grafici
allegati.
L’incidenza della tassazione sin qui discussa è calcolata su un prezzo medio, ma in realtà si modifica in base al
tipo di prodotto, visto che l’accisa si rapporta, diversamente dall’Iva, alle quantità di prodotto. Quindi l’incidenza
delle indirette è inferiore per i prodotti di fascia alta e maggiore per i prodotti di prezzo inferiore.
6. Questa parte dell’analisi si
basa su indicazioni raccolte
presso aziende del settore cui è
stata richiesta una valutazione
della struttura dei prezzi del prodotto più rilevante per ciascuna di
esse. In particolare alle aziende
è stato richiesto di valutare
la differenza fra il prezzo al
produttore ex-fabrica e il prezzo
pagato dal consumatore finale,
oltre a indicazione sull’incidenza
dell’accisa. I dati riportati nel
seguito sono un’approssimazione
anche se di entità modesta, dato
che la dispersione delle risposte
fornite dalle aziende è risultata
nel complesso contenuta.
24
Allo scopo possiamo esemplificare facendo il caso di quattro prodotti a parità di gradazione alcolica, con prezzi
corrispondenti alla media (1.8 euro al litro), e alla fascia bassa e alta di prezzo, con prezzi di vendita al litro
di 1.2, 2.4 e 3 euro rispettivamente. Da questi prezzi abbiamo scorporato l’Iva e le accise. L’ammontare di
queste ultime è ovviamente costante al crescere del prezzo, mentre l’Iva aumenta proporzionalmente. Come
si osserva dalla tavola, l’incidenza complessiva della fiscalità indiretta sul prezzo finale tende a ridursi
significativamente al crescere del prezzo. Nel caso del prodotto a prezzo più basso il peso della fiscalità
arriva addirittura poco al di sotto del 50 per cento, mentre nel caso del prezzo più alto si scende al di
sotto del 30 per cento.
INCIDENZA DELLA TASSAZIONE INDIRETTA AL VARIARE DEI PREZZI DI VENDITA
CONSUMI OFF PREMISE
p al litro
[1]
[2]
[3]
[4]
1.2
1.8
2.4
3.0
accisa al
litro
0.33
0.33
0.33
0.33
iva al litro
0.22
0.32
0.43
0.54
iva + accisa al litro
(cents)
0.55
0.65
0.76
0.87
iva + accisa al litro
in % del prezzo
46
36
32
29
Elaborazioni REF Ricerche
Il fatto che le imposte indirette gravino in misura maggiore sui prodotti a prezzo inferiore comporta anche che
la tassazione incide maggiormente sui consumatori che tendono ad acquistare prodotti delle fasce di prezzo più
basse. Poiché è ragionevole che su questi prodotti si orientino in misura maggiore i consumatori a reddito
inferiore, ne deriva anche che le imposte indirette sulla birra sono strutturate in modo da avere un peso
tendenzialmente decrescente all’aumentare del reddito, hanno cioè natura regressiva.
Questo aspetto acquisisce un significato particolare in una fase storica come quella in corso, in cui il downgrading
lungo la scala di prezzo ha rappresentato uno dei meccanismi difensivi attuati dai consumatori per contrastare
la perdita di potere d’acquisto. I recenti rincari di Iva e accise hanno quindi inciso in misura particolare
proprio sui ceti sociali in sofferenza.
INCIDENZA DELLE IMPOSTE INDIRETTE SUI PREZZI DELLA BIRRE: CANALE ON PREMISE
Naturalmente, questo tipo di differenza appare quanto mai di rilievo se si distingue a seconda del canale
di vendita. I consumi fuori casa sono difatti caratterizzati da prezzi di vendita molto più elevati. L’incidenza
dell’accisa sul prezzo finale è quindi decisamente superiore per i prodotti acquistati presso la distribuzione
commerciale rispetto al consumo presso i pubblici esercizi.
A ciò si deve poi aggiungere anche che l’Iva pagata presso questo canale gode dell’aliquota ridotta del 10 per
cento. L’incidenza della fiscalità indiretta sui consumi on premise si riduce pertanto ulteriormente.
Nella tavola seguente abbiamo simulato l’incidenza della fiscalità sul prezzo finale confrontando i due canali
di vendita. Va considerato come l’esemplificazione proposta intenda semplicemente fornire un riferimento di
massima, visto che la varianza dei prezzi presso l’horeca è molto ampia: i prezzi presso un fast-food sono
non distanti dagli acquisti presso la distribuzione commerciale mentre i prezzi nei pub o nei ristoranti sono
decisamente più elevati, con differenze poi a seconda dei tipi di localizzazione e del tipo di birre che vengono
consumate.
25
INCIDENZA DELLA TASSAZIONE INDIRETTA: CONSUMI DOMESTICI VS ON PREMISE
p al litro
[A]
[B1]
[B2]
[B3]
accisa al
litro
1.8
4.0
8.0
12.0
0.33
0.33
0.33
0.33
iva al litro
0.32
0.36
0.73
1.09
iva + accisa al litro
(cents)
0.65
0.69
1.06
1.42
iva + accisa al litro
in % del prezzo
36
17
13
12
Elaborazioni REF Ricerche
I risultati illustrati nella tavola confermano quanto sostenuto nel commento del paragrafo precedente, accentuando
ulteriormente le differenze. In particolare, stupisce che l’incidenza della tassazione indiretta, da un massimo
del 50 per cento sui prodotti a prezzo basso acquistati presso la distribuzione si riduca a meno di un
terzo per i consumi fuori casa, che costituiscono un consumo superiore, e non accessibile a tutti.
STRUTTURA DEL PREZZO
A partire dalle precedenti considerazioni, tenendo conto delle informazione statistiche a nostra disposizione, e
avvalendosi delle indicazioni fornite da operatori del settore, sono stati ricostruiti gli ordini di grandezza della
struttura del prezzo finale della birra individuando l’incidenza dell’imposta. Si distingue fra le vendite presso la
distribuzione commerciale, e i consumi presso i pubblici esercizi.
Sulla base dei risultati riportati nella tavola si osserva come la differenza del valore unitario della birra consumata
nei due canali sia sostanziale. Tale differenza riflette essenzialmente il diverso contenuto di servizio che
caratterizza i due canali di consumo.
Nella tavola si utilizza il concetto di markup lordo inteso come differenza fra prezzo al pubblico (al netto delle
indirette) e il prezzo pagato all’industria; sono quindi incluse diverse fasi delle filiera, ad esempio il trasporto o i
grossisti quando questi intermediano il prodotto industriale presso l’horeca.
Il mark up lordo nell’horeca è decisamente più alto di quello della distribuzione. Tale aspetto riflette oltre al
contenuto di servizio più elevato, anche i diversi volumi intermediati da ciascuno dei punti vendita nei due canali.
L’Iva e le accise hanno un’incidenza sul prezzo finale per ogni litro di prodotto venduto diversa nei due canali sia
perché l’accisa si rapporta al volume, sia perché l’horeca paga un’aliquota Iva agevolata del 10 per cento. Il loro
peso sul prezzo finale passa dal 34 per cento nel caso del prodotto medio acquistato presso la distribuzione al
12 per cento nel caso del consumo on premise di fascia medio-alta.
La rappresentazione proposta è utile per comprendere come le due tipologie di consumo non solo siano molto
diverse dal punto di vista del consumatore, che di fatto nel caso degli acquisti presso i pubblici esercizi paga
un prezzo più elevato, che remunera principalmente il servizio; è anche importante per avere presente come
dietro due atti di consumo apparentemente molto simili vi sia l’attivazione di valore aggiunto da parte di settori
economici anche molto diversi.
In effetti, una volta scorporata la componente delle indirette, il valore della produzione attivato dai consumi off
premise vede una proporzione di un terzo riferita alla distribuzione commerciale e di due terzi all’industria; nel
caso invece dell’on premise, le proporzioni si capovolgono, con solo il 20 per cento del valore che remunera
l’industria e il restante 80 che remunera l’attività dei settori a valle.
26
STRUTTURA DEL PREZZO DELLA BIRRA: DISTRIBUZIONE COMMERCIALE VS HORECA
Prezzo off premise base = 100
off premise (1)
Prezzo finale
Iva
P netto Iva
Mark up della distribuzione
Prezzo ex mark up retail
Accisa
Prezzo netto sell in
100.0
18.0
82.0
22.0
59.9
16.3
43.6
on premise (1)
Prezzo finale
Iva
P netto Iva
Mark up del ristoratore
Prezzo ex mark up
Accisa
Prezzo netto sell in
483
44
439
347
92
16
76
STRUTTURA DEL PREZZO DELLA BIRRA: DISTRIBUZIONE COMMERCIALE VS HORECA
valori in euro
off premise (1)
Prezzo finale
Iva
P netto Iva
Mark up della distribuzione
Prezzo ex mark up retail
Accisa
Prezzo netto sell in
Mark up della distribuzione
% Retail margin
1.8
0.3
1.5
0.4
1.1
0.3
0.8
37%
27%
on premise (1)
Prezzo finale
Iva
P netto Iva
Mark up del ristoratore
Prezzo ex mark up
Accisa
Prezzo netto sell in
Mark up distribuzione - ristorazione
% distribuz-ristorazione margin
8.7
0.8
7.9
6.3
1.7
0.3
1.4
377%
79%
Le ampie differenze di prezzo a seconda del canale di vendita hanno anche naturalmente effetto sul peso relativo
dei due canali.
I consumi on premise contano per poco più del 30 per cento del mercato della birra in termini di volumi
di vendita, ma ad essi è attribuibile circa il 75 per cento del valore della spesa complessiva. Tale differenza
rispecchia, evidentemente, come abbiamo visto, le divergenze in termini di prezzo, che riflettono in buona misura
i maggiori prezzi a parità di prodotto, e in parte il fatto che le tipologie di birra vendute presso i due canali
sono molto diverse. Le birre più economiche sono difatti acquistate prevalentemente presso la distribuzione
commerciale.
27
4. FISCALITÀ, PREZZI E DOMANDA
28
IMPOSTE INDIRETTE E PREZZI
La distinzione fra le due tipologie di consumo – on premise versus off premise - è cruciale anche per valutare
come la domanda si modifica rispetto a variazioni della fiscalità.
Intervengono su questo versante due tipi di analisi. Il primo fa riferimento alla traslazione dell’imposizione sui
prezzi finali; il secondo si riferisce all’elasticità della domanda al prezzo.
Gli studi sul tema della traslazione dell’accisa tendono in generale a concludere che il trasferimento
dell’imposta sul prezzo finale non è immediato, ma risulta comunque pressoché completo dopo alcuni
trimestri. Si può quindi affermare che le accise sulla birra si traducono in un innalzamento del prezzo
pagato dal consumatore, a parità di prezzo praticato dall’impresa. Questo non comporta però che
l’accisa sia senza conseguenze per le imprese, nella misura in cui l’incremento dei prezzi si traduce in
una diminuzione delle quantità vendute, tanto maggiore quanto più elastica al prezzo risulta la curva
della domanda.
In particolare, la traslazione sarà completa nel caso in cui il mercato in questione sia prossimo a condizioni di
concorrenza perfetta, mentre la traslazione sarà parziale all’aumentare del grado di monopolio del mercato. In
generale, questo tipo di mercato è relativamente concentrato per le vendite presso i pubblici esercizi, con un set
limitato di produttori che detengono quote importanti e un numero ampi di piccoli produttori che occupano una
nicchia posizionata nella fascia alta del mercato.
In alcune analisi (PricewaterhouseCoopers, 2010) si propongono peraltro anche analisi che evidenziano casi di
pass through superiori al 100 per cento, soprattutto con riferimento al canale dell’horeca. Questo può accadere, ad
esempio, per i prodotti di fascia più elevata. Un’imposta in somma fissa tende difatti ad incidere proporzionalmente
di più sui prodotti a prezzo inferiore. Una traslazione completa dell’imposta da parte di questi può quindi addirittura
rendere possibile una traslazione superiore al 100 per cento per i prodotti di fascia più elevata.
LA TRASLAZIONE DELL’ACCISA
Nel grafico a fianco si fa riferimento ad un mercato
concorrenziale con costi marginali costanti. Quest’ultima
ipotesi appare ragionevole nelle applicazioni concrete
quando non si ipotizzano variazioni troppo ampie dei
prezzi e dei volumi prodotti.
Date tali ipotesi la curva di offerta è orizzontale.
Inizialmente il mercato è in equilibrio in corrispondenza
del prezzo P1 e delle quantità Y1. L’introduzione dell’accisa
comporta una traslazione della curva di offerta verso
l’alto pari all’ammontare dell’accisa (ovvero P2-P1), e una
riduzione delle quantità. La riduzione delle quantità è
tanto maggiore quanto più elevata risulta l’elasticità della
domanda al prezzo.
EFFETTI DELL'INTRODUZIONE DI UN'ACCISA
Prezzo
B
P2
Curva di offerta dopo
l'introduzione
dell'accisa
Entrate
fiscali
A
Curva di offerta
P1
Curva di
domanda
Y2
Y1
Quantità
L’area grigia rappresenta il gettito fiscale. Dal grafico si
osserva anche un’altra caratteristica dell’accisa, ovvero la traslazione sul consumatore dell’aumento dei prezzi che essa provoca.
29
Nel caso invece in cui la curva di offerta sia inclinata
positivamente, anche l’impresa si trova a pagare una
quota dell’accisa, dovendo subire una riduzione del
prezzo ricevuto. La parte di prezzo assorbita dall’impresa
è tanto maggiore quanto meno elastica la curva di offerta
del prodotto. Una curva di domanda molto elastica al
prezzo tende a traslare una quota maggiore dell’imposta
sul produttore.
EFFETTI DELL'INTRODUZIONE DI UN'ACCISA
Prezzo
Curva di offerta dopo
l'introduzione
dell'accisa
B
P2
Entrate
fiscali
A
P1
Curva di offerta
P3
Questo schema è particolarmente utile nel nostro caso
considerando come le caratteristiche dell’offerta e
della domanda possano essere anche molto diverse a
seconda delle tipologie di consumo, delle caratteristiche
dei prodotti e dei canale di vendita.
Curva di domanda
Y2
Y1
Quantità
PREZZI E DOMANDA
Le variazioni delle quantità in risposta a variazioni nell’incidenza della tassazione e dunque dei prezzi riflettono
pertanto la struttura della domanda finale. L’analisi della domanda in risposta a variazioni dei prezzi comporta
che concettualmente ci si colloca all’interno di uno schema in cui variazioni dei prezzi derivanti da fattori di
offerta (nel nostro caso variazioni nella fiscalità indiretta) possono o meno ripercuotersi sui livelli della domanda.
La reazione della domanda a variazioni dei prezzi viene in questo caso sintetizzata attraverso la quantificazione
della cosiddetta “elasticità della domanda al prezzo”.
Quando rappresentiamo graficamente una curva di domanda con un andamento decrescente delle quantità
acquistate all’aumentare del prezzo del bene, intendiamo rappresentare il cambiamento nelle quantità domandate
al variare del prezzo, tenendo costanti tutte le altre variabili che influenzano la domanda. Di fatto però la funzione
di domanda è una relazione multi-variata, ovvero che descrive il nesso che passa fra un insieme di variabili
esogene, fra le quali il prezzo del bene, e la quantità domandata.
7. Gli studi citati sono delle
meta-analisi, ovvero raccolgono
i risultati di un insieme di studi
e ottengono misure di sintesi
attraverso procedure statistiche.
Secondo la meta analisi di Gallet
(2007) l’elasticità della domanda
al prezzo è -0.36, al reddito
+0.394; secondo il lavoro di
Fogarty (2009) i valori delle due
elasticità sono pari, rispettivamente, a -0.45 e +0.64; secondo
Nelson (2012) sono pari a -0.42
e +0.60.
30
Un punto da sottolineare è anche che in questo tipo di relazioni l’elasticità della domanda al prezzo non è
indipendente dal livello delle altre variabili. In particolare, è normale che la domanda sia molto elastica al
prezzo in corrispondenza di livelli del reddito bassi, essendo, viceversa, meno elastica al prezzo per livelli
di reddito elevati. Per questa ragione, nelle analisi internazionali vengono in genere stimate elasticità
della domanda al prezzo più elevate nelle economie a basso reddito pro-capite, e più alte nelle economie
avanzate.
La letteratura sul tema ottiene in genere stime dell’elasticità della domanda di birra al prezzo diverse a seconda
dei casi, ma con un valore medio intorno a -0.4 (Gallet, 2007, Fogarty 2009, Nelson 2012) (7). Tale valore
comporta, ad esempio, che a un incremento del prezzo della birra del 10 per cento consegua una riduzione delle
quantità domandate del 4 per cento. Queste stime mostrano una reattività dei consumi di birra al prezzo inferiore
rispetto a quanto si riscontra per altri tipi di bevande alcoliche, come, il vino, dove le stime dell’elasticità sono
intorno ad un valore di 0.7.
A livello internazionale le stime relative alla contenuta elasticità della domanda di birra possono essere ricondotte
al fatto che nei paesi dove il consumo di birra è maggiormente diffuso (i paesi dell’Europa centro-orientale)
questa è percepita come una sorta di bene “necessario” essendo parte delle abitudini di consumo consolidate;
inoltre, si tratta di paesi a livello di reddito pro-capite abbastanza elevato, per cui è normale che la domanda
reagisca poco al variare dei prezzi.
Vi è poi anche un secondo aspetto da segnalare: la maggior parte degli studi calcola l’elasticità della domanda
facendo riferimento alle quantità fisiche di prodotto consumato (8) . In situazioni in cui i cambiamento delle abitudini
di spesa si esplicano non tanto a partire dalle quantità fisiche, ma attraverso variazioni nella composizione della
spesa, non deve sorprendere che le reazioni del consumatore rispetto alle variazioni dei prezzi finali in termini di
volumi acquistati siano relativamente contenute.
Uno degli aspetti da tenere in considerazione è che nella letteratura internazionale gli studi sull’elasticità della
domanda sono sovente riferiti a paesi molto diversi dall’Italia, soprattutto perché, come ricordato, il peso della
birra all’interno del consumo di bevande alcoliche è molto alto. Nel caso italiano, non dovrebbe stupire l’ipotesi di
una elasticità più alta, dato che il reddito pro-capite è inferiore rispetto ai paesi ad elevato consumo di birra, per
cui variazioni di prezzo possono più facilmente vedere variazioni di spesa a vantaggio o meno di prodotti sostituti
in quanto il peso del prodotto concorrente sul mercato è più rilevante. In altri termini, un cambiamento dei prezzi
relativi può modificare le decisioni di consumo, spostando una quota di mercato che incide molto sulla quantità
della birra, che ha in Italia un peso basso sulla domanda complessiva di alcolici.
Pur tenendo presente che vi sono alcuni limiti nella
disponibilità delle serie storiche di base, l’elasticità
complessiva della domanda al prezzo appare
per l’Italia più elevata rispetto a quanto emerge dalla
letteratura internazionale.
Una stima per l’Italia delle determinanti delle quantità di
birra acquistate, misurate in volume, rivela un’elasticità dei
consumi al reddito prossima all’unità. Inoltre la domanda di
birra evidenzia una elasticità positiva rispetto all’andamento
delle temperature. Secondo le nostre stime l’elasticità della
domanda al prezzo risulta nel caso italiano più elevata
rispetto alle stime ottenute per altri paesi. Un aumento dell’1
per cento del prezzo della birra induce una diminuzione del
consumo di birra vicino all’1 per cento con differenze contenute a seconda della specificazione prescelta. Inoltre,
la domanda di birra presenta anche un’elasticità (positiva) rispetto al prezzo del vino, pari a 0.5, il che conferma
che il vino e la birra sono sostituti.
La nostra analisi suggerisce quindi che un’imposta che fa aumentare dell’1 per cento il prezzo della birra riduce
i consumi di birra all’incirca dell’1 per cento mentre un’imposta che aumenta il prezzo della birra, ma anche
quello del vino, dell’1 per cento, fa ridurre i consumi di birra solamente dello 0.5 per cento. Implicitamente ne
deriva che, a parità di peso sul prezzo finale, gli incrementi delle accise hanno un effetto sulla domanda di birra
maggiore rispetto a variazioni delle aliquote Iva.
UN AUMENTO DELL’ 1 PER CENTO
DEL PREZZO DELLA BIRRA
INDUCE UNA DIMINUZIONE DEL CONSUMO
DI BIRRA VICINO ALL’ 1 PER CENTO
Purtroppo, limiti nella disponibilità delle serie storiche di base impediscono di dettagliare questa analisi
distinguendo fra horeca e consumi domestici. In ogni caso è plausibile che i livelli dell’elasticità della domanda
al prezzo siano più bassi nell’horeca, per cui nelle simulazioni successive assumeremo elasticità leggermente
differenziate per i due diversi segmenti della spesa.
8. Si tratta in effetti per lo più
di studi finalizzati a valutazioni
sulle condizioni di salute della
popolazione, dove l’interesse va
nella direzione delle determinanti
dell’alcol consumato.
31
LA DOMANDA DI BIRRA IN ITALIA: UNA STIMA
Una stima della funzione di domanda della birra per l’economia italiana mostra come questa risulti spiegata
dall’andamento del reddito delle famiglie, dall’andamento delle temperature medie, dal prezzo della birra e
da quello del vino. La domanda aumenta al crescere del reddito, e quando le temperature sono più elevate
della media, si riduce all’aumentare del prezzo delle birra, mentre aumenta al crescere del prezzo del vino
(elasticità incrociata)
Le variabili rappresentano serie storiche di osservazioni annuali di consumo e produzione di birra, reddito
delle famiglie e prezzi.
Si è stimato il modello lineare:
applicando sia alla variabile dipendente sia alle variabili indipendenti il logaritmo naturale: la stima OLS dei
parametri del modello lineare può quindi essere interpretata come l’elasticità della variabile dipendente
rispetto alle variabili indipendenti.
La variabile dipendente “lcbir” è il logaritmo naturale del consumo di birra in litri. Il coefficiente della
variabile “lydisn”, il logaritmo naturale del reddito disponibile a prezzi correnti, è positivo e significativo: la
birra è un bene normale, un aumento dell’1% del reddito disponibile aumenta il consumo di birra di una
percentuale compresa tra lo 0.9% e l’1.3% a seconda delle diverse specificazioni proposte. Il coefficiente
della variabile “ltemp”, il logaritmo naturale delle temperature medie dell’anno, è anch’esso positivo e
significativo e pari a 0.3.
Il coefficiente associato al logaritmo del prezzo della birra a prezzi correnti, “lpbin”, è negativo e significativo:
il consumo di birra rispetta la legge della domanda, un aumento dell’1% del prezzo della birra induce una
diminuzione del consumo di birra intorno all’1%.
Il confronto tra modelli di stima diversi evidenzia che l’impatto di un aumento di un punto percentuale del
prezzo della birra è pari a -0.6% quando “lpbin”
è la sola variabile di prezzo inclusa nel modello;
invece, l’effetto dello stesso aumento di un punto
percentuale di “lpbin” sul consumo di birra è
prossimo a -1% quando si include nella stima
anche “lpwine”, il logaritmo del prezzo del vino.
L’inclusione della variabile “lpwine” permette di
stimare l’elasticità incrociata della domanda di
birra al prezzo del vino, che è pari a circa 0.5.
L’inclusione, nel modello di stima, della variabile
dipendente ritardata di un periodo, “l1lcbir”, per
dare conto di un’eventuale persistenza nel tempo
del consumo di birra, non altera la significatività
dei parametri delle altre variabili indipendenti.
Qui a lato l’equazione stimata:
32
EFFETTI DI VARIAZIONI DELLE ACCISE SULLE BIRRE
Come già osservato, il mercato della birra si caratterizza per una segmentazione della domanda, con la presenza
di comportamenti ben distinti a seconda del canale di consumo. In particolare, i consumi on premise hanno
la caratteristica di essere poco elastici al prezzo, essendo invece molto elastici al reddito: di fatto, si tratta di
consumi accessibili solo ad un segmento delle popolazione, caratterizzato da redditi mediamente elevati; d’altra
parte, questo tipo di consumo dal punto di vista teorico risulta per sua natura più elastico rispetto a variazioni del
reddito degli operatori. Viceversa, l’elasticità della domanda al prezzo è più elevata per i consumi off premise. La
rinuncia al consumo in presenza di aumenti dei prezzi è più probabile da parte dei soggetti a reddito basso, la cui
domanda è concentrata sui prodotti a minore valore unitario.
A partire dalle stime aggregate delle elasticità della domanda al prezzo, si può proporre una quantificazione
utilizzando una elasticità aggregata della domanda al prezzo prossima all’unità che media un valore di
0.5 per l’horeca e di 1.2 per la domanda off premise.
Dati gli ordini di grandezza delle elasticità della domanda al prezzo è possibile analizzare gli effetti sul mercato
derivanti da variazioni delle accise. In particolare, a scopo illustrativo, faremo riferimento ad un’accisa che
incida mediamente per 10 centesimi su un litro di birra (circa un terzo dunque del livello attuale). Considerando
i prezzi medi del canale off premise, tale accisa avrebbe pertanto un’incidenza sul prezzo finale del 6 per cento.
Decisamente inferiore risulta, invece, l’incidenza dell’accisa sul prezzo, ben più elevato, del prodotto venduto
presso i pubblici esercizi, dove l’accisa incide per un valore dell’1 per cento circa.
Nel seguito adotteremo l’ipotesi che vi sia traslazione completa dell’accisa sul prezzo finale; tale ipotesi è, come
visto, in linea con i risultati degli studi sul tema.
I risultati di sintesi del nostro esercizio sono i seguenti.
•L’introduzione dell’accisa provoca in media una variazione dei prezzi della birra poco superiore
al 2 per cento. Tale variazione si scompone in un aumento dell’1 per cento circa sul canale on premise
e quasi del 7 per cento per i consumi off premise.
•A tale variazione corrisponde una contrazione dei volumi venduti di circa il 5 per cento,
corrispondenti a oltre 800mila ettolitri in meno, anche in questo caso con differenze marcate in
base al formato distributivo. Difatti la componente maggiormente penalizzata è quella degli acquisti
off premise, sia perché i prezzi aumentano in misura maggiore, sia perché l’elasticità della domanda al
prezzo è superiore. I consumi on premise restano di fatto sostanzialmente stabili (-0.6 per cento), mentre
la spesa off premise si contrae del 7 per cento.
•Il valore complessivo della birra venduta resta nel complesso grosso modo stabile, perché ai
minori volumi si applicano prezzi più elevati.
•Il gettito complessivo dell’accisa di 10 cent, risulta pari ex-ante (cioè calcolato sui volumi senza
assumere alcuna retroazione sulla domanda) a 165 milioni di euro di cui 52 raccolti presso l’horeca, e
113 dagli acquisti presso la distribuzione commerciale. Inoltre l’aumento dei prezzi comporterebbe un
incremento del gettito dell’Iva pari a 12 milioni. Pertanto il gettito atteso ex-ante dalla maggiorazione
dell’accisa risulta pari a 177 milioni di euro.
•Il gettito ex-post dell’accisa di 10 cent si rivela però inferiore rispetto alle stime ex-ante, proprio a
seguito della contrazione delle quantità vendute indotta dagli aumenti di prezzo. L’incremento del gettito
33
delle accise risulta difatti pari a 132 milioni di euro. Inoltre, a ciò si deve aggiungere che l’effetto della
riduzione dei volumi comporta anche una leggera contrazione del gettito dell’Iva sulla birra, per 17
milioni. Per questa ragione l’aumento del gettito complessivo delle indirette sulla birra risulta pari
a soli 116 milioni, una cifra decisamente inferiore rispetto alla stima del gettito ex-ante.
EFFETTO DI UN AUMENTO DI 10 CENTESIMI DELLE ACCISE SULLA BIRRA
diff ass
diff %
Valori
Tot
On premise
Off premise
milioni di euro
Volumi
Tot
On premis
Off premis
migliaia di ettolitri
-0.1
0.6
-1.6
-4
28
-32
-5.0
-0.6
-7.1
-827
-29
-798
EFFETTO DI UN AUMENTO DI 10 CENTESIMI DELLE ACCISE SULLA BIRRA
milioni di euro
Gettito Iva
Tot
On premise
Off premise
Gettito accisa
Tot
On premise
On premise
Effetto d'impatto*
Effetto complessivo**
12
5
7
-17
3
-19
165
52
113
132
51
82
*a quantità invariate
* tiene conto degli effetti delle variazioni di prezzi e quantità
La sintesi dell’analisi proposta è che una variazione delle accise sul mercato della birra induce a quantificare
una contrazione dei volumi di vendita. Si tratta di un effetto di retroazione che tende a ridimensionare di molto
l’impatto a regime della maggiore accisa sul gettito per le finanze pubbliche. Questo si spiega proprio per
l’elevato contenuto di imposte che caratterizza la filiera della birra che fa sì che alla contrazione della domanda
conseguente all’introduzione dell’accisa corrisponda una significativa riduzione delle imposte indirette pagate
sul valore dei consumi.
Quello che abbiamo calcolato non è però ancora l’effetto complessivo dell’introduzione dell’accisa sulle entrate
dello Stato. Alla riduzione della domanda che abbiamo quantificato corrisponde difatti anche una riduzione del
Pil, e questo, evidentemente comporta a sua volta altri effetti sfavorevoli sulle entrate pubbliche.
Peraltro, appare utile segnalare come ad essere colpita dalle variazioni dei volumi consumati non sia
34
solo l’industria della birra, ma anche in prima battuta il settore della distribuzione commerciale e tutto
l’horeca. Da questi settori poi l’effetto si distribuisce lungo la catena del valore a tutti i settori a monte. Per
illustrare questo processo, è utile una ricostruzione degli attori della filiera.
EFFETTI DI VARIAZIONI DELLE ACCISE SULLA BIRRA SULL’INTERA ECONOMIA
La ricostruzione degli effetti sulla filiera può partire come primo passo dalla scomposizione del valore dei consumi
di birra che abbiamo esposto nel precedente paragrafo 3. Considerando anche il peso relativo che i due canali –
horeca e distribuzione commerciale – hanno rispetto al totale dei consumi di birra, possiamo ricondurre in prima
battuta l’attività economica indotta dai consumi di birra a tre settori: l’industria, la distribuzione commerciale e
i pubblici esercizi.
Un ordine di grandezza dell’effetto sul Pil derivante dalla variazione dei consumi di birra può quindi essere
calcolato a partire dall’effetto di primo impatto sui tre settori che deriva dalla riduzione dei consumi di birra
cercando poi di risalire a monte lungo la filiera. Fra i settori che rappresentano l’indotto a monte dell’industria
della birra vi sono innanzitutto quelli legati al packaging (soprattutto il vetro o l’alluminio) e l’agricoltura (orzo).
Una rappresentazione dei settori che sono attivati da una variazione della domanda di birra si scontra però
con i limiti legati alla base informativa disponibile. I dati per i quali vi è una maggiore ricchezza informativa
sono difatti disponibili con riferimento ad aggregazioni settoriali ben più ampie. A titolo di esempio, si
consideri che la contabilità nazionale per i dati riferiti agli andamenti settoriali presenta diverse informazioni
di interesse per l’intero aggregato dell’”industria delle bevande alcoliche” di cui però l’industria delle birra
rappresenta solamente una frazione. Peraltro, la ricostruzione
delle caratteristiche della filiera può essere realizzata ricorrendo
anche alle informazioni fornite dalla tavole input output per
l’economia italiana, e anche questo strumento non ci consente
di scendere ad un livello di disaggregazione settoriale dettagliato
come quello richiesto dall’analisi del solo settore della birra. Per
sviluppare una ricostruzione delle interdipendenze fra possibili
variazioni della domanda finale e attività economica occorre però
utilizzare aggregati settoriali omogenei fra le diverse fonti, e questo
comporta la necessità di fare riferimento al livello di classificazione
meno disaggregato per ottenere, almeno inizialmente, un quadro
coerente. In questo paragrafo sviluppiamo quindi un esercizio che, partendo dalla disaggregazione della
domanda finale rivolta ai tre principali aggregati settoriali – industria, commercio, pubblici esercizi – stima
l’impatto sui settori dell’economia che deriva dalla variazione dei consumi indotta dall’incremento dell’accisa.
Questo naturalmente comporta dei margini di approssimazione. In ogni caso, visto che la maggior parte degli
effetti indotti sono prodotti dalle attività del commercio e della ristorazione, anche uno strumento come la matrice
delle transazioni infrasettoriali, che utilizza settori molto aggregati, può fornire gli ordini di grandezza di massima
dell’interazione dei consumi di birra con i diverse settori dell’economia.
CON UN AUMENTO
DI 10 CENTESIMI/LITRO DELLE ACCISE
SULLA BIRRA SI RISCHIA
DI PERDERE 2.400 POSTI DI LAVORO
Tenendo quindi conto dei seguenti caveat, possiamo riprendere i risultati dell’esercizio sviluppato nelle pagine
precedenti, da cui avevamo stimato che una variazione di 10 centesimi dell’accisa sulla birra determina
una flessione dello 0.6 per cento delle quantità vendute presso l’horeca, e del 7.1 per cento delle vendite
presso la distribuzione commerciale, per una caduta complessiva delle quantità vendute pari al 5 per
cento, pari a 170 milioni di euro. A tale caduta della domanda corrisponde una flessione del Pil di 130
milioni. A tale caduta del Pil si stima possa corrispondere una perdita occupazionale pari a 2400 unità
35
di lavoro, declinate settorialmente come nella seguente tavola. Le perdite maggiori sono subite dalla
distribuzione commerciale (600 posti in meno) seguita dall’industria alimentare, dall’agricoltura e dalla
ristorazione (ciascuno con più di 400 posti di lavoro persi). La parte restante delle perdite occupazionali
è distribuita fra gli altri settori.
RIDUZIONE DELL'OCCUPAZIONE E SETTORI MAGGIORMENTE COLPITI
UNITÀ DI LAVORO
Totale
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
Commercio
Ind. Alimentare
Agricoltura
Alberghi e ristoranti
Altre attività dei servizi
Trasporti
Costruzioni
Altri servizi sociali
Banche e assicurazioni
Attività dell’informatica
Prod in metallo
Carta, stampa, editoria
Prod lavorazione minerali non metalliferi
Energia
Gomma e plastica
Altri
-2393
-568
-431
-388
-378
-200
-134
-36
-29
-26
-22
-20
-17
-15
-13
-11
-105
Infine, la riduzione del Pil comporta a sua volta un peggioramento del deficit pubblico, derivante principalmente
dalle riduzione delle entrate. Utilizzando una elasticità standard del bilancio pubblico al Pil si può stimare tale
peggioramento in circa 48 milioni.
Pertanto, l’effetto netto dell’accisa sul bilancio pubblico,
misurato ex-ante pari a 177 milioni di euro includendo l’Iva,
e ridottosi a soli 116 milioni per effetto della contrazione
delle quantità vendute di birra sul gettito delle accise, si
ridimensiona ulteriormente, portandosi a soli 68 milioni una
volta tenuto conto degli effetti della riduzione dei consumi
sul Pil. In altri termini, l’effetto sul bilancio pubblico
derivante da variazioni delle accise sulla birra si rivela expost decisamente inferiore al gettito atteso ex-ante.
L’INCIDENZA DELLA FISCALITÀ
SULLA BIRRA È GIUNTA SU LIVELLI
TALI DA FARE SÌ CHE OGNI INCREMENTO
DELLE ALIQUOTE AL MARGINE
DETERMINA UN GETTITO
PROSSIMO ALLO ZERO
Lo stesso tipo di esercizio può essere riproposto naturalmente
per disporre degli ordini di grandezza relativi agli effetti di
variazioni dell’accisa di altra entità. In particolare, nel caso di
una variazione inferiore rispetto al caso sopra discusso, con una variazione dell’accisa pari 5 centesimi, si
dimezzerebbero anche gli effetti sul gettito e l’impatto sull’economia. Le maggiori entrate pubbliche,
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pari ex-ante a 88 milioni (effetto accise e maggiore Iva a parità di volumi) si tradurrebbero ex-post in
un miglioramento del saldo di soli 34 milioni, conseguito al costo di una perdita di 1200 posti di lavoro.
In generale, l’analisi svolta mostra che l’impatto degli effetti di retroazione
è molto marcato, tanto da pressoché vanificare gli effetti sul
bilancio pubblico dell’incremento dell’imposta. La peculiarità
di questo risultato è da imputare al tipo di bene sottoposto ad
aumento della tassazione.
Tale peculiarità, va sottolineato, non è riconducibile a comportamenti
dei consumatori diversi da quelli che si prospetterebbero nel caso
di introduzioni dell’accisa su altri prodotti. La differenza sta nel
fatto che la birra è uno di quei prodotti a incidenza della tassazione
così elevata da far sì che variazioni dei consumi abbiano effetti sul
gettito ben superiori rispetto a quelle che si osserverebbero per
altri prodotti.
In altri termini, l’incidenza della fiscalità sulla birra è giunta
L’EFFETTO NETTO DELL’ACCISA
SUL BILANCIO PUBBLICO,
MISURATO EX ANTE
PARI A 177 MILIONI DI EURO,
SI RIDUCE A 68 MILIONI
PER EFFETTO DELLA
CONTRAZIONE DELLA DOMANDA
su livelli tali da fare sì che ogni incremento delle aliquote al margine determina un gettito prossimo a
zero.
Va infine segnalato che limiti alla disponibilità di dati non rendono facilmente distinguibili tali effetti di retroazione
nei due canali – on premise e off premise. La sensazione però è che l’elasticità del gettito a variazioni delle
aliquote al margine possa essere addirittura di segno negativo nel caso degli acquisti presso la distribuzione e
per i prodotti a prezzo inferiore, quelli sui quali la fiscalità incide in misura maggiore.
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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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