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Diceva Hegel che ci sono alcune persone che non ve

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Diceva Hegel che ci sono alcune persone che non ve
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iceva Hegel che ci sono alcune persone che non vedono il bosco per colpa degli alberi. È quello che
sembra accadere a un folto gruppo di osservatori
della realtà italiana (e non solo italiana) oggi: gli individualisti incalliti vedono esclusivamente individui, i loro oppositori vedono i lati oscuri dell’«atomismo», ma non sembrano sempre individuare tutte le dimensioni possibili dell’intersoggettività. Il far parte di una generazione è una di queste dimensioni, forse tra le più importanti, anche se non viene quasi mai tematizzata e analizzata in modo attento e approfondito. E colpisce il fatto che soprattutto la filosofia sia
alquanto disattenta a tale argomento.
I significati correntemente attribuiti al termine «generazione» sono molteplici. Se ne possono indicare, a mo’ di esempio, due. Primo: «insieme di individui che hanno pressappoco la stessa età o
vivono la stessa epoca». Secondo: «periodo di tempo di circa 25
anni che intercorre tra due generazioni successive» (Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana).
Vorrei aggiungere una breve citazione, la cui densità fa da pendant
all’apparente povertà teorica delle due prime accezioni, ma indica
anche che dietro l’apparenza di povertà si può trovare, a cercar bene, una ricchezza: «Quale uomo di animo nobile non vuole e non
desidera ripetere di nuovo, in modo migliore, la sua vita personale nei suoi figli e poi ancora nei figli di questi? E sopravvivere ancora a lungo su questa terra dopo la morte, in modo più nobile e
perfetto, nella vita di costoro? [...] Ora, nel significato superiore
della parola, inteso dal punto di vista della concezione di un mondo spirituale in generale, un popolo è il tutto degli uomini che sopravvivono insieme in società, e che si generano con continuità da
se stessi» (J.G. Fichte, Discorsi alla nazione tedesca, tr. it. di G. Rametta, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 112-113 [VIII Discorso]).
Rispetto a queste due modalità di intendere il termine (la voce del
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vocabolario e il testo «ficthiano»), l’impressione è che sovente abbia prevalso una sorta di passiva accettazione della prima e un
mancato approfondimento delle implicazioni della seconda (non
necessariamente, com’è ovvio, in una prospettiva interamente o
prevalentemente fichtiana). Insomma, ci siamo appagati e ci appaghiamo del significato più povero e meramente descrittivo facendo come se non ci fosse la possibilità di ragionare (o non fosse
utile farlo) su un significato più denso teoreticamente e anche più
fertile, per quanto riguarda direttamente la rivista Dialoghi, dal
punto di vista della riflessione e dell’esperienza ecclesiali, nonché
per un confronto con altre posizioni spirituali e culturali su questo
disertato tema.
La citazione di Fichte illumina, mi pare, un aspetto importante
dell’idea di «generazione» come forma dell’intersoggettività che si
distende nel tempo e unisce chi vive nel presente a quanti vivranno
dopo di lui in una relazione che contiene in sé implicazioni religiose,
culturali, morali, politiche (indico solo come esempio il nesso generazione-nazione come unità dinamica, di cui molto si è parlato
nel recente Convegno dell’Istituto «Vittorio Bachelet» su “L’unità
della Repubblica oggi. Tra solidarietà nazionale, autonomie e dinamiche internazionali”). Credo che non sia superfluo tentare di
approfondire, in un tempo così povero di memoria storica collettiva, questa peculiare accezione.
Essa contiene un preciso e determinato aspetto morale: la responsabilità intergenerazionale, che ci porta a riflettere sulla generazione
come insieme di persone che vivono in un tempo dato, avvertendo un duplice dovere: il primo è nei confronti di chi ha consegnato ad essa un patrimonio civile, politico, morale, culturale, religioso, che va custodito e implementato, mentre la seconda è nei
confronti di quanti riceveranno ciò che noi viventi nel presente
tramanderemo loro a partire da quanto abbiamo avuto in consegna. Hans Jonas ci ha insegnato quanto sia rilevante questo modo
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di concepire il rapporto tra generazioni, che spesso un pensiero
individualista fa fatica a comprendere.
Qui sta un altro nesso importante: quello tra generazione e tradizione, dove il termine «tradizione» è da intendere come ciò che collega passato, presente e futuro, non nel senso, che starei per dire
«passivo», del raccogliere semplicemente dal passato per affidare
immutato quello che da esso ci viene (insomma il concetto conservatore di «tradizione» che spesso pesa fortemente anche oggi
nei dibattiti sull’ethos pubblico), ma nel senso dell’arricchimento
continuo delle produzioni materiali e spirituali.
Contro una concezione olistica di filosofia della storia (Marx e i
suoi eredi), contro un’idea di storia come mero «frammento»
(Vattimo, Lyotard), contro un’accezione della storia come prodotto inintenzionale di azioni individuali irrelate (Popper e l’individualismo metodologico), forse vale la pena di tentare un accostamento al problema della storia che la consideri come il dipanarsi
problematico, non garantito, spesso tragico, qualche volta esaltante, delle generazioni che si succedono. Si può obiettare che tematizzare la generazione come un soggetto della storia non è forse
molto originale. Ma certo lo diventa oggi, quando cioè la generazione non è più pensata come possibile spazio umano del divenire
e come legame significativo tra uomini nel tempo.
E le generazioni si succedono alcune lasciando un segno forte,
spesso indelebile, altre non lasciando (almeno apparentemente)
apporti ed eredità altrettanto determinanti. Ci sono le generazioni segnate dalle guerre, ci sono le generazioni contraddistinte dall’aver vissuto eventi cruciali della storia, ci sono infine le generazioni che potremmo pensare composte da quelle che Hegel chiamava (incontrando l’esecrazione di «Burckardt») le «esistenze ingiustificate», cioè le vite trascinate all’ombra dell’insignificanza.
Ma – se ci vogliamo opporre validamente a concezioni che sembrano sposare tesi derivabili dalla posizione hegeliana per la quale,
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senza un grande apporto alla storia del mondo, di generazione
non si può parlare, così come, senza l’apparire di un uomo eccezionale che la connoti, una generazione non è tale (con tutte le varianti possibili di tale posizione) – il punto è che stabilire il senso,
la direzione di marcia, il ruolo di una generazione non è, almeno
per un cristiano, compito solo umano. Qui subentra, mi pare, in
corrispondenza di un passaggio molto delicato (il «significato» e il
«fine» della storia), la necessità di collocare il problema delle generazioni in una prospettiva anche teologica, che potrebbe coinvolgere,
per esempio, il tema dei «segni dei tempi» e da questo partire per
ampliare il quadro oltre il piano meramente storico.
Queste ed altre tematiche sembrano affacciarsi quando si prova a
tematizzare il concetto di «generazione» svincolandolo da un’accezione unicamente sociologica (che pure ovviamente ha un suo
innegabile valore). E sono le tematiche che, con diversi gradi di consapevolezza, la gente si pone in un momento storico, come l’attuale, che pare aver portato a un grande rimescolamento delle carte
per quanto riguarda le questioni precedentemente indicate, ed altre ancora. I tempi delle generazioni cambiano (vedi il «mondo
giovanile» e il forzato allungamento di questo periodo della vita,
con conseguenze che tutti abbiamo sotto gli occhi), le incombenze delle generazioni mutano, esiste il grave problema della continuità generazionale per gli sradicati dal loro mondo, cioè per gli
immigrati, ecc. ecc.
Non c’è alcun dubbio che quella che si potrebbe definire l’identità
delle generazioni cambia e chiede una riflessione che sia di supporto non solo per la comprensione generale del fenomeno, ma per
aiutare, con tutti i limiti del caso, i nostri lettori a capire.
Ciò che avviene è sotto il segno di una sostanziale ambivalenza, perché gli aspetti negativi (per esempio, la difficoltà dei giovani di trovare lavoro, che ne fa degli sradicati interni) si affiancano a quelli
positivi (la rivalutazione della dignità e delle funzioni della «terza
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età»). Su tutto domina la domanda sul senso complessivo di questo
tempo di transizione in cui viviamo, che fa diventare oggi la riflessione sulle generazioni un modo per interrogarsi sulla condizione
umana in questo passaggio di secolo, in cui le domande più gravi
sembrano pesare sul futuro, chiuso già per molti, incerto per tantissimi, insignificante per altrettanti. Ma la storia insegna che i tempi di crisi possono essere anche tempi fertili, a patto che non vengano
vissuti con spirito nichilistico, a patto che agisca la speranza nel
senso forte che in altri numeri di Dialoghi è stato analizzato.
Non c’è spazio qui allora anche per una domanda sulla cultura delle generazioni, cioè su tutto quanto influisce in merito all’orientamento nel mondo di giovani, adulti, anziani? Detto con Gramsci,
non c’è spazio per pensare il «senso comune» che orienta gli atteggiamenti di uomini e donne del nostro tempo, sempre tenendo
presente che la nostra riflessione dovrebbe cercare di cogliere donne e uomini non nella loro anonimia, nel loro isolamento «atomistico», nel loro appagato narcisismo, ma nel loro far parte di quell’insieme profondamente significativo, impegnativo, coinvolgente, che è la generazione? Certo fa problema il fatto che spesso molte persone abbiano imparato a pensarsi come non collocate entro
alcun insieme collettivo e si considerino unicamente a sé stanti,
cosicché il concetto di «generazione» sembrerebbe essere smentito
dai comportamenti concreti e quotidiani delle persone. Siamo in
un tempo abitato prevalentemente da uomini e donne che non
sanno più situarsi nella dimensione dell’inter-esse, che hanno
l’ambizione di essere senza collocarsi in un legame relazionale nello spazio e nel tempo. Per le quali il contesto in cui si forma la nostra identità è un ingombrante bagaglio da cui bisogna sapersi
emancipare per essere se stessi e per potersi reinventare ogni giorno di nuovo, in una sorta di permanente dissipazione del nostro
io. Spesso si ha l’impressione di stare di fronte a generazioni senza
consapevolezza, senza il senso del loro dovere collettivo, senza pasdialoghi n. 3 settembre 2011
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sato e senza futuro. L’esperienza ci dice che il quadro non è così fosco e soprattutto che non è a tinte univoche. Ma, senza pensare
questa esperienza, tutto rimane chiacchiera, approssimazione, allusione, moralismo. Il senso del Dossier dovrebbe appunto essere
questo sforzo di pensare un tema poco pensato, nei suoi lati oscuri e preoccupanti, ma anche senza dimenticare che pur nei passaggi più difficili della storia può essere rintracciato il filo che consente di ritessere la tela delle relazioni che ci costituiscono e che
danno senso alla nostra vita come vita fatta di rapporti senza i quali non saremmo ciò che siamo. Meditare sulla generazione è uno
dei modi per fronteggiare la presunzione di chi è sempre pronto a
sposare la retorica gratificante dell’autocostituzione del soggetto;
ma è anche un antidoto contro la tentazione di pensare che, dopo
la «crisi del soggetto», l’unica via percorribile sia la scommessa, paradossalmente vista come liberatoria proprio in ragione del suo
nichilismo privo di vincoli duraturi e di obbligazioni cogenti, sulla sua decostruzione.
Alla «condanna a essere liberi» è preferibile la sobria assunzione di
responsabilità verso noi stessi e verso gli altri che ci viene dal sapere che la nostra identità è nella relazione e che questa ci vincola nel
momento stesso in cui ci emancipa dalle illusioni generate dall’idea fallace che l’autoreferenzialità sia la cifra dell’umano.
Il tentativo di affrontare tali questioni costituisce il filo rosso che
lega i vari articoli di questo Dossier. Abbiamo chiesto agli estensori di inquadrare, secondo le loro proprie competenze, il problema
delle generazioni da alcuni punti di vista che ci sono parsi particolarmente significativi: sociologico, filosofico, teologico, antropologico, morale, politico. Ma nutriamo la fiducia che, su queste basi, il dibattito possa continuare.
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