...

38 Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi

by user

on
Category: Documents
0

views

Report

Comments

Transcript

38 Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi
SCHEDA PRATICA
LA LECTIO DIVINA NELLA VITA DELLA CHIESA
In un suo bel libro, intitolato La pratica del testo biblico, il card. C.M. Martini ha raccolto
alcuni esempi di lectio divina per aiutare l’apprendimento di questo tipo di accostamento al testo
biblico; un accostamento, dice il cardinale, che ogni ragazzo cristiano dovrebbe imparare a
praticare almeno dall’età di dodici anni. Il capitolo introduttorio del libro presenta l’intento
dell’autore: cercare di rispondere alla domanda: In quale modo utilizzare il testo biblico per una
meditazione che sfoci in preghiera e in atti concreti di vita? E spiega: «L’orazione tende al
cambiamento del cuore, alla conversione. E confesso che è la domanda a cui mi sforzo di
rispondere da una vita, una domanda sempre da rinnovare, da rilanciare, da rimettere in cantiere».
In concreto, il card. Martini cerca di delineare un sentiero ideale, che permetta il passaggio non
facile ma indispensabile “dal testo biblico alla vita”; e immagina un ponte di otto arcate che
vengono indicate con otto parole:
1. lettura, 2. meditazione, 3. contemplazione, 4. preghiera, 5. consolazione, 6.
discernimento, 7. decisione, 8. azione.
Insieme queste parole definiscono un vero e proprio itinerario, un itinerario di incarnazione
della Parola di Dio. Bisogna che la Parola di Dio (il Vangelo) prenda carne e cioè assuma
pensieri, sentimenti, decisioni e comportamenti umani; bisogna, reciprocamente, che la esistenza
del credente assuma la forma della Parola di Dio, del Vangelo.
Invece di fare un discorso astratto, cercherò, come posso, di descrivere questo itinerario
applicandolo anche a un testo concreto molto semplice ma che, proprio per questo, permette di
vedere con più chiarezza la dinamica della lectio: Mc 12,36-44. Poi tenterò di proporre alcune
riflessioni che mi sembrano utili per comprendere la rilevanza della lectio divina nella vita della
chiesa oggi. Ho davanti il testo.
38 Nel suo insegnamento Gesù diceva: «Guardatevi dagli scribi, che amano
passeggiare in lunghe vesti, ed essere salutati nelle piazze, 39 e avere i primi seggi
nelle sinagoghe e i primi posti nei conviti; 40 essi che divorano le case delle vedove
e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra. Costoro riceveranno una maggior
condanna». 41 Sedutosi di fronte alla cassa delle offerte, Gesù guardava come la
gente metteva denaro nella cassa; molti ricchi ne mettevano assai. 42 Venuta una
povera vedova, vi mise due spiccioli che fanno un quarto di soldo. 43 Gesù,
chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico che questa povera
vedova ha messo nella cassa delle offerte più di tutti gli altri: 44 poiché tutti vi
hanno gettato del loro superfluo, ma lei, nella sua povertà, vi ha messo tutto ciò che
possedeva, tutto quanto aveva per vivere».
1. Primo passo: la lettura vuole rispondere alla domanda: che cosa dice questo brano? Ogni
itinerario di lectio divina parte con questo tipo di accostamento al testo. Vuol dire che non siamo
di fronte a una lettura qualsiasi del testo. Un testo biblico può facilmente divenire pretesto per
una preghiera libera, spontanea, personale. Niente di male; ma non si tratta di lectio divina. La
Chiesa sconsiglia la prassi di aprire a caso il testo biblico e leggere la pagina che capita come
portatrice di un messaggio per me a chi non ha lunga esperienza.
La lettura suppone un accostamento serio, attento, del significato letterale del testo.
Naturalmente questo accostamento può essere fatto a livelli diversi di “scientificità”, secondo la
preparazione delle persone; ma rimane essenziale che ci si chieda per prima cosa che cosa il
testo, così come è, vuole dire, quale sia il suo significato esatto.
1
L’accostamento al testo è la prima preoccupazione. Lo tentiamo nel modo più semplice,
quale può apparire da un’analisi accurata, ma elementare, della lettera. Non è difficile cogliere
un’articolazione fondamentale del testo che lo fa essere un vero e proprio ‘dittico’ e cioè
un’unità composta di due quadri diversi ma collegati tra loro in modo che si illuminino e
s’integrino a vicenda sia per le somiglianza che per i motivi di contrasto:
il primo quadro è un ammonimento di Gesù rivolto alla folla che prende lo spunto dal modo
di operare degli scribi (vv. 38-40);
il secondo quadro è invece un insegnamento rivolto ai discepoli che prende lo spunto
dall’osservazione del comportamento di una vedova (vv. 41-44).
Ci sono due personaggi: gli scribi e una vedova; gli esperti della legge, che godono di un
grande prestigio nella società ebraica e una donna che si definisce solo per la sua condizione di
debolezza sociale: la vedovanza1. Il testo confronta e contrappone queste due figure; vediamo
come.
☼ Anzitutto il primo quadro. Si tratta, come dicevamo, di un ammonimento di Gesù alla
folla, un ammonimento collocato esplicitamente entro l’insegnamento di Gesù: “Guardatevi
dagli scribi…”. Si suppone che la folla possa essere ingannata, nel suo giudizio, da uno
spettacolo che presenta una certa apparenza mentre, in realtà, è diverso da quello che appare.
Lo spettacolo riguarda gli scribi. Essi sono studiosi, esperti della legge giudaica, che
studiano con scrupolosità e ne espongono accuratamente il significato e la valenza, prendendo in
esame tutti i possibili casi di applicazione della legge stessa, in modo da non lasciare nulla di
incerto. Normalmente appartengono alla setta dei farisei e quindi sono rappresentanti di una
religiosità fervorosa, che si assume con generosità i numerosi impegni che provengono dalla
legge, anzi, che cerca di garantire un’osservanza perfetta attraverso opere supererogatorie, che
vanno oltre la lettera della legge. Il ritratto che Gesù ne fa mette insieme diversi tratti:
amano passeggiare in lunghe vesti. Le spiegazioni di questo tratto possono essere diverse ma il
significato appare sufficientemente chiaro: amano vestire in modo vistoso, farsi vedere e ammirare;
amano ricevere i saluti nelle piazze, i primi posti nella sinagoghe e nei banchetti: tre tratti
evidentemente affini, che esprimono il desiderio di primeggiare nella società. Ovunque vanno
(piazza, sinagoga, banchetto) cercano il primo posto, il posto d’onore;
segue un tratto specificamente religioso: ostentano di fare lunghe preghiere. Fanno davvero lunghe
preghiere, ma le fanno per farsi vedere, ammirare, stimare dalla gente. Il fatto che si tratti, in questo
caso, di un gesto religioso (la preghiera) rende il comportamento ancor più riprovevole, perché
manifesta una religiosità falsa, che sembra voler dare culto a Dio, ma in realtà cerca un vantaggio
mondano (l’ammirazione).
Insieme a tutti questi elementi ce n’è un altro sorprendente: divorano le case delle vedove.
L’interpretazione non è facile: in che modo gli scribi fanno questo? Forse con la loro interpretazione
della legge? Forse facendo pagare a caro prezzo i loro consigli? Forse... In ogni modo alcune cose
sono chiare: anzitutto questi scribi, come cercano riconoscimenti sociali, cercano anche vantaggi
economici; in secondo luogo, nel cercare questi vantaggi, non si preoccupano di danneggiare persone
che dal punto di vista economico sono deboli, come le vedove; in terzo luogo uniscono un
comportamento avido e ingiusto a gesti religiosi.
Il loro comportamento però è così falso da essere sottoposto al giudizio di Dio. «Per loro la religione
si è trasformata in un principio di onore personale ed egoista: li fa arricchire, dà loro ricchezze
1
Sarebbe facile cercare nella Bibbia i testi nei quali la figura sociale della vedova viene
caratterizzata per la sua debolezza, una debolezza che l’affida alla protezione speciale di Dio. Cf.
ERNESTO DELLA CORTE, Vedova in GIUSEPPE DE VIRGILIO, Dizionario Biblico della Vocazione, Editrice
Rogate, Roma 2007, pp. 964-972.
2
materiale (un vestito diverso, gesti di riverenza nei loro confronti)» 2. Gli scribi ritengono di contare
unicamente grazie a ciò che mostrano all’esterno (vesti) e per questo hanno bisogno che il proprio
valore venga riconosciuto e approvato dagli altri (desiderano essere salutati in pubblico). In realtà
dentro non sono nulla, mancano di verità personale. Saccheggiano le case delle vedove e pregano a
lungo, ostentando il loro culto. Gesù mette in guardia dal principio di dominio che li anima, un
principio che si tematizza attraverso due filoni complementari: simulano davanti a Dio e divorano i
beni dei poveri.
Pur avendo in sé la cultura del divino ed essendo interpreti della Parola di Dio, in realtà essi sono il
simbolo di una non-fede, di un’anti-religione. Forti della loro autorità reputano giusto anche
approfittare e arricchire alle spalle delle categorie più deboli, protette da quella Legge che proprio
essi sono tenuti a rispettare e a far rispettare. «Giuseppe Flavio (Ant. 17, 2, 4) afferma che i farisei
facevano credere di essere altamente favoriti da Dio, e che riuscivano ad adescare le donne» 3.
Anche la loro connivenza con i ricchi li condanna, perché così facendo sono solo una loro copertura,
quasi a volerli far sembrare i protettori della Legge. Le loro offerte mettono a tacere le loro coscienze.
Clero e ricchi vengono ad essere così i simboli della religione ipocrita e perversa.
Gesù però maggiormente mette in guardia in questo testo dagli scribi, piuttosto che dai ricchi, perché
sono essi a giustificare e a benedire le loro nefandezze. Gli scribi approfittano della loro posizione per
ricavare profitti e in tal modo «capovolgono così la religione: opprimono le vedove (povere) invece di
regalare loro la propria ricchezza. In tal modo elaborano una religione che serve a tenere oppressi i
poveri per strumentalizzarli, dominarli e spremerli con alibi di pietà e servizi religiosi.
Le vedove divorate ora diventano il segno di Gesù, anch’egli consegnato e condannato da questa
religione ufficiale degli scribi»4.
A questo punto viene il giudizio: cosa bisogna pensare di un comportamento simile? Gesù
risponde: «Essi riceveranno una condanna più grave», sottinteso: da Dio. Dunque il loro
comportamento [il desiderio di apparire come motivazione dei comportamenti; la ricerca di
vantaggi economici anche a costo di danneggiare i deboli] è da condannare e in modo ancora più
grave perché si accompagna a uno stile di vita religioso. La religiosità rende il comportamento
più riprovevole, perché anziché ‘servire Dio’ con gli elementi del mondo finisce per essere un
‘servirsi di Dio’ per acquistare vantaggi mondani; per di più gli scribi sono studiosi attenti e
scrupolosi; non possono perciò nascondersi dietro la giustificazione di una coscienza rozza, poco
sensibile.
☼ Il secondo quadro è più complesso e, a sua volta, si articola in due momenti:
il primo è l’osservazione della scena: l’offerta delle elemosine nel tempio; 
il secondo è l’interpretazione di questa scena.
Primo: i personaggi: Gesù è seduto di fronte all’edificio del tesoro; la folla passa gettando
elemosine nel tesoro; una parte della folla (i ricchi) viene osservata in modo particolare e si vede
che si tratta di offerte quantitativamente significative (molte monete); l’obiettivo si sposta su
un’altra parte della folla (una vedova) e si nota l’offerta di due monetine equivalenti a un
quadrante, pochi centesimi. Il testo sottolinea il contrasto tra le molte monete gettate dai ricchi e
le poche, piccole monete gettate dalla vedova. Il confronto è stridente!
La seconda parte del quadro vede Gesù che chiama a sé i suoi discepoli e offre loro un
insegnamento, aiutandoli a cogliere la realtà oltre le apparenze. A un primo sguardo sembrerebbe
che i ricchi abbiano offerto molto e la vedova poco; in realtà la vedova ha offerto più di tutti i
ricchi. Come mai? Bisogna passare da una valutazione quantitativa dei gesti (valore economico
delle offerte) a una valutazione qualitativa (valore esistenziale delle offerte). In questa nuova
2
Ivi, 328.
TAYLOR, Marco, 579.
4
PIKAZA, Marco, 329.
3
3
prospettiva l’offerta dei ricchi appare come offerta del ‘superfluo’, quindi di ciò che, per
definizione, non tocca direttamente l’esistenza della persona che dona, non mette a rischio il suo
benessere; mentre l’offerta della vedova appare come offerta del ‘necessario’ e cioè di ciò che
tocca direttamente la vita della vedova. Si può dire: i ricchi hanno offerto qualcosa di ciò che
avevano; la vedova ha messo in gioco la sua sicurezza e quindi ha offerto se stessa, un pezzo
della sua stessa vita.
Aggiungiamo un’altra osservazione: il nostro brano conclude una serie di episodi collocati
a Gerusalemme, nel Tempio e che hanno la forma di controversie tra Gesù e i Giudei. Anche nel
nostro caso non si tratta di valutare dal di fuori la religiosità di qualcuno; si tratta, invece, di
contrapporre la religiosità di Gesù e quella degli scribi. La vedova, con la sua piccola/grande
elemosina, permette a Gesù di esprimere il modo in cui egli valuta il rapporto con Dio.
Davanti a Gesù, annunciatore del regno e profeta, vengono collocate due figure religiose
contrapposte: gli scribi e una vedova. Il “pre-giudizio” di ogni lettore deve partire riconoscendo
la superiorità religiosa degli scribi: essi conoscono accuratamente la legge mentre la vedova
(dobbiamo presumere) no; essi esprimono socialmente una preoccupazione religiosa dominante,
mentre la vedova no. Quindi agli occhi della società religiosa del tempo, il modello della vita
religiosa sono gli scribi; agli occhi di Cristo Gesù, invece, il vero modello è la vedova. Agli
ascoltatori viene chiesto di passare dal loro giudizio ‘naturale’ a un nuovo giudizio, che dipende
dalla rivelazione di Gesù, dal suo modo nuovo di vedere in profondità e di esprimere il giudizio
di Dio sui comportamenti dell’uomo.
2. Secondo passo: meditazione. Risponde alla domanda: che cosa ci dice il testo? E cioè:
quali sono i valori presenti nel testo? Si suppone, quindi, non solo che il testo abbia un
significato (è quanto abbiamo chiarito nella lectio), ma che abbia un significato per noi lettori.
Ogni lettore può, poco o tanto, entrare nel mondo del testo e comprendere. È quindi,
inevitabilmente, confrontarsi col testo. L’autore ispirato ha scritto secondo un suo progetto e
questo progetto comprende la sua volontà - esplicita o implicita - di rivolgersi a un
lettore/ascoltatore. L’ispirazione fa sì che questa relazione autore-lettore comprenda una
dimensione più profonda: Dio-popolo di Dio (e il singolo all’interno del popolo). Al di là del
singolo episodio, dunque, quale appello mi giunge attraverso il testo? Quali valori umani comuni
uniscono il mondo dell’autore e il mio mondo?
Anzitutto un evidente dis-valore: l’ammirazione degli altri cercata coi propri
comportamenti. Naturalmente il riconoscimento sociale è un valore, un bene desiderabile. Ma
quando esso è cercato e motiva i comportamenti e le scelte, diventa un dis-valore, perché spinge
a fare certe scelte non perché sono buone, ma perché sono vantaggiose; ci troviamo allora entro
una moralità infantile, che non ha ancora sviluppato il senso autentico del bene.
Questo aspetto diventa ancora più evidente nello spazio dell’esperienza religiosa
(“ostentano di fare lunghe preghiere”), perché il gesto religioso non è posto in vista di Dio, per
proclamare la sua gloria, ma in vista di se stessi, per ottenere un credito mondano. In contrasto il
testo presenta quindi il vero valore religioso, che può essere definito tale: la trasparenza, cioè il
non avere doppi fini, ma cercare sinceramente quello che i nostri gesti, le nostre scelte
esprimono. E, in particolare, per quanto riguarda la nostra fede, viverla ‘al cospetto di Dio’ e non
del mondo, cercare di ‘piacere a Dio’ e non al mondo, di avere l’approvazione di Dio e non del
mondo. Viene spontaneo citare Mt 6,l: «Guardatevi dal realizzare la vostra giustizia davanti agli
uomini per essere ammirati da loro, perché allora non avrete ricompensa presso il Padre vostro
che è nei cieli...». Cito anche una serie di testi paolini che pongono il problema in prospettiva
positiva: l’apostolo opera sotto lo sguardo di Dio e chiama Dio stesso a testimone della sua
autenticità: «come Dio ci ha fatti degni di affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non
cercando di piacere agli uomini, ma a Dio, che prova i nostri cuori» (1Ts 2,4; cfr. 2Cor 1,18.23;
4,2...).
4
Nella figura della vedova appaiono invece, incarnati, i valori più alti della religione:
anzitutto la dedizione totale a Dio (in questo senso questa donna è profeta: anticipa il dono totale
di sé fatto da Gesù sulla Croce). Come ricordavamo, Dio deve essere amato «con tutto il cuore,
con tutta l’anima...». Quella parolina tutto è decisiva: se Dio è Dio, non si può misurare quello
che gli si consacra; ‘tutto’ è l’unica misura degna di lui. Questa radicalità è espressa nel Vangelo
non solo nei confronti di Dio, ma anche nei confronti di Gesù come maestro. Il discepolo che
vuole andargli dietro deve «rinunciare a tutti i suoi averi». Per questo Gesù chiama
esplicitamente i suoi discepoli: l’insegnamento è per loro.
Questa radicalità nel dono suppone un’evidente radicalità della fiducia. Si può dare tutto a
Dio se ci si fida di lui senza riserve, nella convinzione che Dio è Padre e che non farà mancare ai
suoi figli nulla di ciò che è loro necessario (cf. Mt 6,25-26). Solo una fiducia di questo genere
può giustificare il gesto della vedova e renderlo comprensibile.
Notiamo infine che ciò che si dona a Dio è davvero dono gradito se tocca la nostra vita, se
non è solo una cosa che possediamo, ma qualcosa che ci coinvolge come persone. Donando le
sue due monetine la donna non ha donato solo un valore economico preciso; ha donato una
fiducia senza riserve, un amore appassionato, una speranza salda.
3. Terzo passo: contemplazione. È il passaggio delicatissimo, dice il card. Martini,
dall’attività umana al lasciarsi muovere e guidare dalla grazia di Dio. Finora abbiamo proceduto
con analisi, confronti, riflessioni (conoscenza, memoria, studio dei commentari...). Adesso
dobbiamo lasciare spazio maggiore all’azione di Dio. Ogni accostamento a un testo richiede
intelligenza (uso corretto dei metodi di interpretazione), sensibilità (una forma di empatia che
crea una familiarità tra il testo e il lettore), rettitudine etica (solo questa rettitudine garantisce
l’accoglienza dell’appello ed evita il rischio che questo appello venga deformato o nascosto
secondo gli interessi della persona). Ma adesso viene richiesto qualcosa di più: uno sguardo di
innamorato, che faccia percepire la parola come un dono da accogliere nella gratitudine. È solo
questo sguardo di amore che può produrre non solo la comprensione corretta del testo, ma la
comunione amicale tra chi parla e chi ascolta.
Diventa naturalmente difficile dare indicazioni precise e dobbiamo piuttosto descrivere dal
di fuori il cammino interiore. Come?
Sono anch’io nel Tempio, in mezzo a quella folla che ascolta Gesù, nel gruppo dei
discepoli che Gesù istruisce a parte, e le parole di Gesù sono rivolte a me. Non insegnano solo
una verità da capire ma interpellano e chiamano a condividere l’orizzonte religioso di Gesù. Gli
occhi puri di Dio vedono la realtà senza deformarla come accade spesso ai nostri occhi offuscati
dalla paura o dal desiderio. Guardo allora gli scribi, osservo il loro desiderio di apparire, ne
colgo la esteriorità e, poco alla volta, il fascino dell’esibizione si spegne: il cuore non desidera
più apparire. Si rende conto che la verità non consiste negli abiti attraenti e nemmeno nei primi
posti; non li desidero, ne comprendo tutta la superficialità.
Viceversa la scena della vedova mi attira. Povera, socialmente insignificante,
religiosamente trascurabile; eppure... che profondità di fede in quel piccolo gesto di gettare due
monete! Che libertà interiore di fronte alla vita, al futuro, ai riconoscimenti sociali! Lo sguardo
della contemplazione diventa uno sguardo che coglie con affetto la figura della donna e desidera
interiorizzare i valori presenti nel suo gesto. Guardo la scena con gli occhi di Gesù, per
condividerne l’orizzonte religioso. In questo modo, poco alla volta, le mie abitudini mentali si
sgretolano e si formano immagini nuove, sentimenti nuovi, valutazioni nuove, desideri nuovi. La
contemplatio tende non ad arricchire la conoscenza, ma a interiorizzarla e farla scendere a livello
di desideri e sentimenti del cuore.
5
4. A questo punto può (deve) scaturire la preghiera5. Valgono le parole della Dei Verbum:
«Si ricordino che la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera,
affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché “gli parliamo quando preghiamo e
lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini”» (DV 25 = EV 1908).
Hai ragione, Signore. Non serve indossare paramenti ricchi od occupare posti di prestigio.
L’abito non muta la qualità del cuore e il posto non conferisce grandezza vera a chi lo occupa. È
l’uomo che può dare valore al vestito e rendere onorevoli i posti, non viceversa. Quante volte,
Signore, nasce in me il desiderio dei figli di Zebedeo, di sedere alla tua destra o alla tua sinistra,
di occupare posti che impongano la mia presenza agli altri come significativa. Donami, Signore,
di non essere preso dai lacci dell’esteriorità, dalla presunzione del potere, dalla schiavitù
dell’interesse. Vorrei che la mia vita religiosa si stendesse entro il tuo modo di vedere, sapesse
condividere i tuoi giudizi. Soprattutto, Signore, rendimi libero dalla ricerca del mio vantaggio
attraverso la religione; che mi renda conto quando mi servo di ciò che sono, di ciò che so per
strappare agli altri vantaggi.
Dammi, invece, la gioia di donarti tutto: “Tutto ciò che ho e possiedo, me lo hai donato tu la libertà, la memoria, l’intelligenza, le cose - tutto viene da Te. Che io sappia donartelo,
metterlo nelle tue mani senza riserve, senza paura”. Credo in Te, Signore; credo nel tuo amore e
vorrei riuscire a fidarmi sempre, in ogni occasione. Se tu ti prendi cura dei gigli del campo, degli
uccelli del cielo, a maggior ragione ti prenderai cura di me. E allora, perché ho paura? Perché
l’incertezza del futuro riesce a turbare i miei pensieri e a paralizzare la mia capacità di donare?
Mi piacerebbe, Signore, avere la libertà interiore della vedova. Sapere mettere nelle tue
mani quello che ho, il poco che ho, con tutta la fiducia, con la certezza di non perdere nulla ma
di guadagnare tutto. “Il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio”
(Sal 73,28).
5. Quinto passo: consolazione. L’incontro col testo biblico è in grado di liberare da paure
che bloccano e intristiscono e di rilanciare nella gioia il desiderio profondo di Dio, dei suoi doni.
Come leggiamo nella lettera ai Romani: «Ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per
nostra istruzione, perché in virtù della speranza e della consolazione che ci vengono dalle
Scritture teniamo viva la nostra speranza» (Rm 15,4). Cosa intendiamo per consolazione? È utile
notare che la parola greca tradotta con «consolazione» «paraklesis», è una parola che significa
anche «esortazione, incoraggiamento, conforto». La consolazione divina non è soltanto una
consolazione affettiva che porta rimedio alla pena, ma è allo stesso tempo una forza che permette
di sopportare meglio e in modo più positivo la prova; è un conforto interiore, che dà uno slancio,
la forza di non rimanere schiacciati, di sapere rinnovare la speranza in ogni situazione.
Prendo coscienza che tutti siamo al cospetto di un Padre che si prende cura di noi, che ha
tempo per noi, che dice una sua parola a noi: «Qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé
come il Signore nostro Dio è vicino a noi, ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7).
Dio ha un progetto sulla storia, su di noi e ci chiama a diventarne protagonisti insieme con
lui. È questa vocazione che dà un senso radicale alla nostra vita, comunque essa si presenti. Può
essere facile o difficile, leggera o pesante, ma certo è un’avventura ricca di significato e di
valore. E se c’è una vocazione che dà senso alla nostra vita, vuol dire che c’è anche una strada
aperta per noi: c’è per noi un futuro, una speranza. Per questo siamo consolati.
Nel nostro testo, paradossalmente, è fonte di consolazione l’immagine degli scribi: è
consolazione anche se sono costretto a rispecchiarmi con vergogna nel loro comportamento, nel
loro desiderio di apparire e nella loro avidità di riconoscimenti sociali. Di fatto, Gesù inizia
dicendo: «Guardatevi da...» e, naturalmente, dice questo perché noi siamo esattamente portati a
fare così. Consolazione significa in questo caso il desiderio, la forza della conversione. Fino a
5
Tradizionalmente la preghiera viene collocata prima della contemplazione; ma non è un problema che c’interessi
più di tanto. Ci sembra utile piuttosto cogliere la ricchezza che ciascuno di questi momenti produce nell’accostamento al
testo.
6
che mi guardo allo specchio, fino a che mi faccio misura dei miei comportamenti, faccio fatica a
riconoscere la mia superficialità e il mio egoismo. Ma se sto davanti alla Parola di Dio, se mi
lascio accusare da lei, allora la tristezza per il mio peccato diventa speranza di vita nuova e
fiorisce dentro di me la consolazione.
Ancora più è motivo di consolazione l’immagine della vedova: la generosità di un dono
senza limite. Osservare questa povera vedova significa ritrovare fiducia nell’umanità dell’uomo,
nelle sue misteriose capacità di fiducia e di amore: nasce un atteggiamento di speranza che
coinvolge i nostri desideri.
6. Segue il discernimento, cioè quel processo attraverso il quale impariamo a riconoscere le
motivazioni reali che stanno all’origine dei nostri desideri e comportamenti e a valutarle a
seconda che siano buone o cattive, autentiche o false. Qui ci soccorre la lettera agli Ebrei che
scrive: «Viva è la Parola di Dio, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e
scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui,
ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto» (Eb 4,12-13). Il
senso è chiaro: attraverso l’ascolto della Parola di Dio, noi siamo collocati sotto lo sguardo di
Dio; e sotto lo sguardo di Dio sentimenti e pensieri del cuore vengono distinti e pesati in modo
che ogni cosa appaia nel suo giusto valore: «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore - insegna
Geremia - e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere?» (Ger 17,9).
Qui si tratta di operare sull’interpretazione del nostro cuore a partire dalla luce prodotta dal
testo. Dal cuore nascono desideri e aspirazioni (cf. Mc 7); è da questi desideri che si sviluppa
l’energia della vita. Ma è decisivo, per la maturazione della personalità e per il cammino verso la
pienezza della esperienza religiosa, imparare a discernere i sentimenti e riconoscere se
provengono da egoismo, invidia, risentimento o se invece portano i lineamenti dell’amore, della
mitezza, del dono di sé. Non per censurare i sentimenti egocentrici (non servirebbe a molto), ma
per riconoscerli per quello che sono in modo da purificarli.
Ascolto il mio cuore? Cerco con troppa insistenza i posti di onore? Devo valutare senza
falsità, davanti a Dio. Devo accettare il cammino lento e a volte doloroso che può portare verso
un’umiltà più autentica. La Verità ci fa liberi, insegna Gesù.
7. Decisione. È un passo decisivo. Lo scopo della lectio divina, infatti, non è produrre
qualche emozione gradevole, ma trasformare la vita a partire dalla Parola di Dio. La decisione è
un passo decisivo. Ho preso coscienza un poco meglio di ciò che sono, di ciò che faccio, delle
motivazioni che stanno all’origine delle mie azioni. Può aiutarmi il Salmo 15, che definisce le
condizioni di ingresso nel Tempio di Dio, quindi nella sfera della vita divina; può aiutarmi il
Salmo 101 che raccoglie le sagge decisioni di un principe: «Agirò con saggezza nella via
dell’innocenza... camminerò con cuore integro...»; poi vengono alcuni propositi concreti. Ma è
importante che questo salmo inizi con la lode: «Amore e giustizia voglio cantare, voglio cantare
inni a te, Signore» e, poco più avanti, chieda: «Quando verrai a me?» Tanto basta per dire che la
decisione non è una lista di propositi della buona volontà; è anzitutto lode dell’amore e della
giustizia di Dio. Da questa lode scaturisce la forza della decisione. Il problema è vivere una vera
decisione della libertà, consapevoli di sé e dei valori in gioco nelle scelte. E questo viene dalla
grazia di Dio.
8. E arriviamo così alla conclusione del cammino: l’azione. Non si tratta di fare qualcosa,
ma di cambiare qualcosa nel proprio modo di vivere (quindi anche sentimenti, modi di vedere, di
giudicare, scala di valori e così via). Il motivo per cui l’azione è così importante può essere
espresso in due modi. Dal punto di vista della persona è il punto di arrivo di tutto il processo di
conoscenza, di decisione. Si può dire che l’azione esprime nel modo più pieno la persona proprio
perché assume e porta a compimento tutte le altre dimensioni della sua esperienza. Dal punto di
vista del Vangelo basta ricordare la conclusione del discorso della montagna: «Non chiunque mi
dice: Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei
7
cieli... Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica...» (Mt 7,21.24). Né si potrebbe
contrapporre a Matteo il pensiero paolino, dal momento che anche Paolo è chiaro: il giusto
giudizio di Dio si manifesta in questo, che Egli «renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rm
2,6). E ancora: «Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la
ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene sia in male» (2Cor 5,10).
Non è difficile comprendere quali trasformazioni una lectio divina su Mc 12 possa
sollecitare e richiedere: trasformazione nel modo di vivere le relazioni con gli altri (non in modo
esibizionistico), nel modo di vivere la fede (in modo autentico), nel dono di noi stessi al Signore.
Si tratta di passare da uno stile di vita ‘farisaico’, quale appare nel quadro degli scribi, a uno stile
di vita simile a quello della vedova. Il Vangelo ci afferra quando siamo immersi (poco o tanto)
nella condizione di inautenticità e ci conduce un poco alla volta verso la condizione di
autenticità. Questo richiede il coinvolgimento di tutta la persona: gli occhi che hanno letto,
l’intelligenza che ha cercato di capire, il sentimento che ha desiderato, la libertà che ha deciso e
adesso tutto il nostro essere che si manifesta in comportamenti nuovi.
8
Fly UP