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Vivere soli o essere soli?

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Vivere soli o essere soli?
Pubblicato su NEODEMOS.it il 12 marzo 2014
Vivere soli o essere soli?
VITTORIO FILIPPI
Secondo il sociologo Eric Klinenberg (2012) il netto aumento delle persone che vivono sole (i
singleton) costituisce una rivoluzione demografica e profonda nelle nostre società. La principale
differenza rispetto al passato è che la “solitudine” costituisce una convinta scelta di vita e non un
triste destino da subire. Di più, secondo Klinenberg, il vivere da soli da un lato non significa
necessariamente essere soli (si può infatti essere desolatamente soli all’interno di un matrimonio che
non funziona) e dall’altro non comporta una disgregazione della società. Perché abbiamo ormai tante
tecnologie comunicative che ci connettono ed anche perché i single – afferma Klinenberg – appaiono
fortemente propensi a socializzare ed a creare relazioni. Più dei coniugati.
Vivere da soli in Italia
Le cosiddette famiglie unipersonali, secondo le serie storiche dell’Istat, che erano 2 milioni al
censimento del 1971, sono ora 7,7 milioni, con un aumento di più di tre volte e mezzo nell’arco di
quaranta anni. In termini percentuali costituivano il 12,9% delle famiglie nel 1971, costituiscono il
31,1% al censimento del 2011 con picchi in Liguria ed in Valle d’Aosta. Solo nell’ultimo decennio
intercensuario l’incremento è stato superiore ai 2 milioni e 200 mila unità (Istat 2013). Certo, su
questi dati influisce in maniera determinante la vedovanza, trascinata da quell’invecchiamento che
ha visto raddoppiare dal 1971 ad oggi gli ultrasessantacinquenni e triplicare gli
ultrasettantacinquenni. Tuttavia, si è assistito negli ultimi anni a un deciso incremento anche dei
giovani adulti che vivono da soli per effetto della mobilità universitaria e lavorativa e del continuo
posticipare del tempo in cui si sceglie di vivere in coppia. Un dilatarsi del celibato e del nubilato che
fa crollare i tassi di nuzialità e comunque li ritarda talvolta sine die nelle biografie. All’aumento dei
percorsi di vita in solitario contribuisce anche la crescente quota di adulti reduci da una rottura
coniugale. Se prendiamo le separazioni legali, queste interessano oggi quasi un matrimonio su tre.
Nel complesso, comprendendo coloro che hanno dai venti anni in su, celibato, nubilato, separazioni,
divorzi e vedovanze producono una potenziale massa di persone sole pari al 42% del totale della
popolazione italiana.
Vivere da soli non vuol dire sentirsi soli
Il vivere da soli oggi presenta almeno quattro caratteristiche sociali rilevanti. La prima è che è una
realtà assai mobile e dinamica, che riflette il modo stesso con cui si intende il ritmo libero da dare
alla propria esistenza. Per cui in questa condizione si entra, si esce, si rientra (come ad es. i single di
ritorno dopo una fallita esperienza coniugale) e così via, in assenza di un copione sociale rigido che,
come nel passato, dettava le convenienze e le scansioni spesso irreversibili delle scelte di vita. Il che
comporta anche problemi rilevanti di stima e di calcolo statistico del fenomeno.
In secondo luogo il vivere da soli ha perso lo stigma sociale con cui era connotato nel passato, specie
nei confronti di nubili e celibi (da qui i termini dispregiativi zitella ed anche scapolo, da scapolare,
sottrarsi ad un impegno: un impegno che si riteneva naturale ed ineludibile). Ed ha perso anche
l’alone psicologico negativo della solitudine, con le sue conseguenze in termini di depressione e di
scarsa autostima (Miceli, 2003).
In terzo luogo il vivere da soli appare sempre più compatibile con l’essere coppia e addirittura con
l’essere famiglia. Infatti si moltiplicano le cosiddette coppie a distanza (in inglese: living apart
together) che già una decina di anni fa l’Istat quantificava in un milione e 127 mila (ventenni e più
che non vivono con i genitori) con prevalenza nella fase dei 30-39 anni (sono il 34,8% del totale) ed
in quella superiore ai 50 anni (25%) (Istat 2007). Oltre alle coppie a distanza si diffondono le
famiglie a distanza, formule spinte soprattutto dai flussi migratori che creano, ad esempio, la figura
della madre a distanza che riesce comunque a stare in relazione d’amore con i figli (magari
correggendo i compiti di scuola via Skype), il marito e la parentela rimasti nel paese di origine.
Emerge insomma la famiglia “transnazionale”, che rompe non solo i confini della convivenza fisica,
ma anche quelli geografici e culturali. D’altronde la despazializzazione del vivere insieme fa
sprecare le definizioni: coppie del weekend, a coabitazione intermittente, a convivenza alternata,
con doppia residenza, amore pendolare, amore a distanza, amore part time. Alle spalle c’è
certamente la crescente globalizzazione del lavoro, della carriera, della vita affettiva, ma anche il
ruolo facilitante delle comunicazioni: fisiche, come i voli low cost, e virtuali come le tecnologie
informatiche (Beck, Beck-Gernsheim 2012).
Infatti vivere da soli non significa necessariamente essere o sentirsi soli anche perché esiste oggi
uno spettro sempre più ricco di tecnologie della comunicazione, dall’auto al telefono portatile (con
tanto di app per corteggiare), fino al mare magnum di tutto ciò che di social offre la rete (quindi soli
ma sempre connessi: il networked single). Oltre alla vita urbana, che ovviamente facilita contatti ed
incontri.
In conclusione
Certamente il vivere da soli – senza però sentirsi mestamente soli – è spinto da quel processo di
“individualizzazione della società” che esalta la libertà e l’autonomia e che riformula in modo inedito
le espressioni della socialità. Di conseguenza, come è stato detto, “per la prima volta nella storia
l’individuo sta divenendo l’unità di base della riproduzione sociale” (Beck, Beck-Gernsheim 2002).
Però, alla fin fine, non è importante se le persone vivono sole: forse ciò che conta è che non si
percepiscano sole o isolate.
Fonti bibliografiche
Beck U., Beck-Gernsheim E., Individualization : Institutionalized Individualism and Its Social and
Political Consequences, Sage, London, 2002.
Beck, Beck-Gernsheim E., L’amore a distanza, Laterza, Roma-Bari, 2012
Istat, Popolazione e famiglie, Roma, 2013
Istat, Vivere non insieme : approcci conoscitivi al Living Apart Together, Roma, 2007
Klinenberg E., Going Solo, Duckworth Overlook, London, 2013
Miceli M., Sentirsi soli, il Mulino, Bologna 2003.
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