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Delitti contro la vita

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Delitti contro la vita
Capitolo I
Delitti contro la vita
Sommario
1. Introduzione. – 2. L’elemento oggettivo dei delitti di omicidio. – 2.1. Il bene giuridico della
vita. – 2.2. Il soggetto passivo. – 2.3. L’evento. – 2.4. La condotta. – 2.5. Il nesso di causalità.
– 3. L’omicidio doloso. – 3.1. Il dolo dell’omicidio e le ipotesi di dolo eventuale. – 3.2. Le ipotesi di aberratio causae ed il c.d. dolus generalis. – 3.3. La prova del dolo di omicidio. – 3.4.
Cause di giustificazione. – 3.5. Il tentativo di omicidio: l’elemento oggettivo e la desistenza. –
3.6. Concorso di persone. – 3.7. Rapporti con altre figure di reato. – 3.8. Profili processuali. –
4. Le circostanze aggravanti speciali dell’omicidio doloso. – 4.1. Premessa e classificazione. –
4.2. Le circostanze inerenti alle modalità oggettive dell’azione. – 4.3. Le circostanze attinenti
al coefficiente soggettivo dell’autore. – 4.4. Le circostanze inerenti ai rapporti tra il colpevole
e l’offeso o a particolari qualità della persona offesa. – 4.5. Le circostanze relative a qualità
personali dell’autore. – 4.6. Le circostanze relative alla connessione con altre figure di reato. –
4.7. L’estensione delle circostanze ai concorrenti nel reato. – 5. Le ipotesi privilegiate di omicidio volontario e l’istigazione o aiuto al suicidio. – 5.1. Premessa. – 5.2. L’infanticidio in condizioni di abbandono morale e materiale. – 5.3. L’omicidio del consenziente. – 5.4. L’istigazione o aiuto al suicidio. – 6. Le diverse figure di eutanasia. – 6.1. Premessa. – 6.2. L’eutanasia attiva. – 6.3. L’eutanasia indiretta. – 6.4. L’eutanasia passiva di soggetto cosciente. – 6.5.
L’eutanasia passiva di soggetto incosciente. – 7. L’omicidio colposo. – 7.1. Premessa. – 7.2.
Le circostanze aggravanti e l’omicidio colposo plurimo. – 7.3. Circolazione stradale. – 7.4. Attività medico-chirurgica. – 7.5. Infortuni e malattie professionali. – 7.6. Attività sportiva: rinvio. – 8. Le ipotesi speciali di omicidio colposo: l’omicidio preterintenzionale e l’art. 586 c.p. –
8.1. Premessa. – 8.2. L’omicidio preterintenzionale. – 8.3. La morte come conseguenza di altro delitto doloso. – Bibliografia.
1. Introduzione.
L’omicidio rappresenta l’archetipo di fatto illecito, punito con le più severe
sanzioni criminali in tutti gli ordinamenti ed in tutte le epoche storiche. La tutela
della vita di ciascun consociato dalle offese che altri possano arrecarvi costituisce
un nucleo irriducibile delle funzioni statuali, ed in qualsiasi ordinamento giuridico è prevista una sanzione per il fatto di privare un altro della propria vita: cagio-
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nare la morte altrui è un’azione che nessuna collettività umana può tollerare, pena
il ritorno ad un pre-sociale homo homini lupus.
Posto il principio che uccidere è vietato (salva la sussistenza di eventuali cause
di giustificazione), ogni sistema giuridico si preoccupa poi di delineare (all’interno
del codice penale, per gli ordinamenti di civil law) i tratti caratterizzanti ciascuna
species in cui si può manifestare il genus “causazione della morte di un uomo”: in
questo capitolo daremo conto della disciplina attualmente vigente nel nostro Paese in materia di omicidio, quale risultante dalle norme contenute al capo I, titolo
XII, libro II del codice penale.
L’analisi prenderà l’avvio da quello che è il tratto comune a tutte le figure legali
di omicidio che andremo ad analizzare: l’essere stato arrecato un danno al bene
giuridico della vita, mediante la causazione della morte di un uomo. Sotto il profilo oggettivo, in effetti, tutti i reati qui allo studio presentano la medesima struttura e pongono la medesima tipologia di problemi: l’individuazione dell’oggetto materiale del reato (con i problemi relativi al momento a partire dal quale si possa
parlare di uomo), della condotta (attiva od omissiva) con cui si realizza il reato,
dell’evento costitutivo del reato stesso (la morte di un uomo), e del nesso causale
che deve sussistere tra la condotta e l’evento perché si possa affermare la penale
responsabilità dell’agente.
Chiariti i profili di natura oggettiva, l’analisi si concentrerà sulle singole fattispecie omicidiarie disciplinate dal codice penale.
Prenderemo in primo luogo in esame le ipotesi di causazione volontaria della
morte di un uomo: l’omicidio doloso, con l’articolato sistema di circostanze aggravanti speciali di tale fattispecie delittuosa; le figure privilegiate di omicidio e l’istigazione o aiuto al suicidio, dove il ricorrere di peculiari elementi fattuali impone
per ragioni diverse di rendere meno grave il rimprovero per la morte volontariamente cagionata; le diverse tipologie di eutanasia, cui abbiamo ritenuto necessario
dedicare una trattazione autonoma in ragione dell’acceso dibattito sviluppatosi al
riguardo negli ultimi anni.
Quanto invece alle ipotesi di causazione involontaria della morte, la figura generale è quella dell’omicidio colposo, di cui – in un sistema che ha rinunciato alla
responsabilità oggettiva, e dove dunque la colpa costituisce il coefficiente soggettivo minimo di imputazione dell’evento – le altre figure legali di omicidio involontario (l’omicidio preterintenzionale, e la morte come conseguenza di altro delitto)
rappresentano nient’altro che ipotesi speciali, caratterizzate dalla natura di per sé
penalmente illecita della condotta cui è eziologicamente riconducibile la morte.
2. L’elemento oggettivo dei delitti di omicidio.
2.1. Il bene giuridico della vita. – L’interesse giuridico tutelato da tutte le fattispecie di omicidio presenti nel nostro ordinamento è la vita umana: interesse che,
per quanto non esplicitamente previsto dalla Costituzione, è comunque da ritenere dotato di copertura costituzionale, in quanto costituisce il presupposto logico-
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fattuale per il godimento di ogni altro diritto della persona, ed è dunque implicitamente tutelato dall’art. 2 Cost., secondo il quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo».
Lungamente discussa in dottrina è stata la questione circa la natura del bene
giuridico in oggetto: la vita umana è tutelata in quanto diritto individuale di ciascun essere umano, o invece oggetto della tutela penale è anche (e soprattutto)
l’interesse dello Stato alla conservazione della consistenza demografica della popolazione, in modo che ciascun individuo possa adempiere ai suoi doveri nei confronti della famiglia e della collettività?
Nell’attuale sistema costituzionale, che pone i diritti della persona al vertice
dei valori ordinamentali, l’interrogativo non può che apparire anacronistico, posto che l’eventuale rilevanza anche pubblicistica della tutela della vita umana non
è che il riflesso della protezione degli interessi del singolo individuo, che costituisce sempre il fine, e mai il mezzo, dell’azione dei pubblici poteri [cfr. (b) VENEZIANI, 3918 e (b) CANESTRARI, 389].
Il nostro codice penale, tuttavia, risale ad un’epoca in cui i rapporti Statoindividuo risentivano dell’autoritarismo del regime fascista, ed in adesione a tale
impronta ideologica molti dei primi commentatori [cfr. per tutti (b) MANZINI, 8
ed (b) ANTOLISEI, 44] ricostruirono il bene giuridico dell’omicidio proprio in
quella prospettiva anti-liberale superata con il ritorno alla democrazia. L’argomento normativo addotto a sostegno di tale impostazione risiedeva nella constatazione dell’indisponibilità del bene vita da parte del suo titolare, che si ricava dalla
punibilità anche dell’omicidio di persona consenziente (art. 579 c.p.).
Rinviando al paragrafo in tema di eutanasia la disamina dei più recenti sviluppi
in tema di indisponibilità della vita, è solo il caso ora di accennare come tale dato
normativo non sia comunque sufficiente a revocare in dubbio il carattere personalistico del bene giuridico qui allo studio. Come correttamente sottolineato in dottrina
[cfr. (b) VENEZIANI, 3918], l’indisponibilità dell’interesse alla vita da parte del suo
titolare «non rappresenta altro che una caratteristica dell’oggetto della tutela, destinata ad incidere sul piano della disciplina applicabile», ma non è in grado di porre
in discussione la dimensione esclusivamente individuale di tale interesse, che sola
può giustificare l’ovvia estensione della tutela pure a soggetti (pensiamo, ad esempio, ad un criminale di professione, privo di legami affettivi o familiari) la cui morte
non arreca alcun danno alla collettività, e che dunque dovrebbero rimanere privi di
protezione (o godere almeno di una protezione attenuata) ove l’oggettività giuridica
dei reati di omicidio venisse ricostruita in chiave anche pubblicistica (conclusione
questa cui peraltro non erano mai pervenuti neppure gli studiosi di epoca fascista,
che non hanno voluto trarre le logiche, quanto odiose, conseguenze della negazione
dell’esclusiva dimensione individualistica del bene giuridico della vita).
2.2. Il soggetto passivo. – A) Soggetto passivo e insieme oggetto materiale dei
reati di omicidio è l’uomo (da intendere come sinonimo di persona umana, senza
ovviamente alcuna limitazione di genere) di cui viene cagionata la morte.
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In relazione a tale elemento del reato, la prima questione da risolvere concerne il
momento a partire dal quale si può ritenere che l’essere vivente sia uscito dallo stadio
prenatale per diventare un essere umano: momento che, nella prospettiva del diritto
penale, segna il discrimine tra l’applicabilità delle discipline extra-codicistiche in materia di tutela del feto (la legge n. 194/1978, contenente «norme per la tutela sociale
della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza») e dell’embrione (la
legge n. 40/2004, recante «norme in materia di procreazione medicalmente assistita»), e delle norme del codice penale poste a protezione della persona.
Il dato normativo fornisce al riguardo indicazioni preziose. L’art. 578 c.p., che
disciplina la fattispecie dell’infanticidio in condizioni di abbandono materiale e
morale, equipara l’uccisione del “neonato immediatamente dopo il parto” a quella del “feto durante il parto”, esplicitando così l’intenzione del legislatore di anticipare rispetto alla nascita il momento di inizio della qualità di uomo, con l’equiparazione al neonato del feto non ancora fuoriuscito dall’alveo materno, quando
sia già iniziata la fase del parto [da intendersi secondo la nostra giurisprudenza
con la rottura delle acque: cfr. Cass., Sez. V, 29.5.1981, Basile, in Giust. pen., 1982,
II, 684].
Benché la norma faccia riferimento alle sole ipotesi di uccisione del feto da
parte della madre che versi in condizioni di abbandono, è opinione unanime in
dottrina come in giurisprudenza che tale equiparazione abbia valenza generale,
posto che sarebbe del tutto irragionevole punire per infanticidio la madre che cagioni la morte del feto durante il parto, applicando invece le lievi sanzioni previste
dalla legge n. 194/1978 in materia di aborto, in luogo della pena prevista per
l’omicidio doloso comune, quando lo stesso fatto sia stato compiuto in assenza
delle condizioni “privilegianti” di cui all’art. 578.
Isolata, per quanto autorevole, è la posizione di una dottrina [cfr. (b) MANTOVANI, 28], che ritiene invece di attribuire la qualifica di soggetto passivo dell’omicidio anche al feto ancora nel grembo materno, indipendentemente dall’inizio del
parto, alla sola condizione che lo stato di avanzamento della gestazione lo renda
già capace di vita autonoma.
Posto dunque che anche il feto può essere soggetto passivo del delitto di omicidio, quando ne venga cagionata la morte durante il parto, si è discusso in passato circa la necessità che il feto (o il neonato), oltre ad essere vivi, fossero anche vitali, cioè capaci di sopravvivenza per un apprezzabile lasso di tempo. La tesi che
richiedeva la vitalità, sulla base di una trasposizione al diritto penale del principio
civilistico (fatto proprio dal codice civile del 1865) per cui infans non vitalis pro
nulla persona habetur [cfr. CARRARA, § 1234], è oggi da reputarsi definitivamente
superata, essendo priva di alcun riscontro normativo, anche in ambito civilistico
[cfr. (b) CANESTRARI, 390]; come ugualmente superati sono ormai i dubbi avanzati in passato circa la riconducibilità alla nozione di uomo di neonati gravemente
deformi o addirittura privi di sembianze umane (i c.d. monstra).
Facendo applicazione dei consolidati criteri appena esposti, una recente sentenza della Cassazione [Cass., Sez. I, 18.10.2004, Spallone, in Cass. pen., 2005, 3365] è giunta a conclusioni
molto severe, che meritano di essere sinteticamente riportate.
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Il caso riguardava la penale responsabilità dei membri di un’équipe medica, che in diverse
occasioni avevano proceduto ad interruzioni volontarie di gravidanza senza rispettare i limiti
fissati dalla legge n. 194/1978: in particolare, la violazione della disciplina normativa derivava
dal fatto che gli aborti erano stati praticati ben oltre i novanta giorni di gestazione, senza che
ricorressero i rigorosi requisiti di liceità fissati per tali ipotesi all’art. 6 («L’interruzione volontaria
della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il
parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi
patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna») e all’art. 7 («Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l’interruzione della gravidanza può essere praticata
solo nel caso di cui alla lettera a) dell’articolo 6 e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto»).
Invece di applicare l’art. 19 della legge n. 194/1978, che al comma 3 punisce con la reclusione da uno a quattro anni chi pratichi l’interruzione volontaria della gravidanza «senza l’accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell’art. 6 o comunque senza l’osservanza
delle modalità previste dall’art. 7» (il comma 4 prevede per la donna la pena della reclusione
sino a sei mesi), i giudici condannano gli imputati a titolo di omicidio doloso, poiché le prove
assunte nei giudizi di merito inducevano a ritenere che «le condotte volte alla soppressione dei
prodotti del concepimento, tutti in avanzato stato di gestazione (oltre la ventiseiesima settimana), venivano poste in essere dopo il distacco, forzatamente indotto, dall’utero della madre», e
dunque non risultavano più applicabili le norme in materia di aborto, che si riferiscono invece
ad ipotesi di causazione della morte del feto nel grembo materno.
L’avanzato stato di gestazione dei feti di cui è stata cagionata la morte (tutti casi in cui, sussistendo la possibilità di vita autonoma convenzionalmente fissata alla ventiquattresima settimana, ex art. 7 il medico aveva l’obbligo di cercare di salvare la vita del feto), e le modalità di esecuzione della pratica abortiva, che prevedevano la causazione del decesso dopo l’espulsione
del feto dall’utero materno, motivano la scelta della Corte di non applicare la normativa speciale della legge n. 194 (l’art. 19 sarebbe applicabile solo quando non vengano rispettate le modalità dell’aborto terapeutico, e non invece quando a mancare siano gli stessi presupposti di praticabilità dell’intervento), confermando la pesantissima condanna per omicidio volontario inflitta
nei giudizi di merito; con l’ulteriore conseguenza della necessità di procedere per concorso in
omicidio (aggravato) anche a carico delle donne che volontariamente si erano sottoposte all’intervento abortivo (a questo scopo la Corte d’appello, nel confermare la condanna di primo grado, aveva trasferito gli atti al pubblico ministero per le iniziative di sua competenza: non sono
peraltro noti gli esiti del procedimento a carico delle madri).
B) Soggetto passivo del delitto di omicidio può essere qualsiasi essere umano,
quali che siano le sue caratteristiche o il suo status economico o sociale. Quando
però la persona offesa è il Presidente della Repubblica o un Capo di Stato straniero, in luogo delle norme sull’omicidio trovano applicazione le disposizioni speciali di cui agli artt. 276 e 295 c.p., ove vengono sanzionate a titolo di delitto consumato già le condotte di attentato alla vita o all’incolumità fisica di tali soggetti.
Per quanto concerne in particolare la disposizione relativa al Presidente della Repubblica (cui è equiparato il Pontefice ai sensi dell’art. 8 dei Patti Lateranensi del
1929), la norma punisce con la pena dell’ergastolo il mero fatto di attentare alla
vita, alla incolumità fisica o alla libertà personale del Presidente, risultando irrilevante se dal fatto sia effettivamente derivata la morte o le lesioni dello stesso: a inequivocabile conferma di come in tali disposizioni la vita delle personalità protette non venga tanto presa in considerazione nella sua qualità di bene giuridico
individuale, ma in quanto interesse dello Stato a garantire le rilevantissime funzioni pubbliche cui tali soggetti sono deputati.
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2.3. L’evento. – L’evento costitutivo del reato è rappresentato dalla morte del
soggetto passivo: ciò rende per definizione estranee all’area di applicabilità delle
fattispecie di omicidio le condotte incidenti su un essere umano già morto, cioè su
un cadavere, la cui tutela è apprestata dai delitti contro la pietà dei defunti, di cui
agli artt. 410 ss. c.p. Qualora poi all’esito dell’istruttoria risulti incerto se il soggetto passivo era ancora in vita al momento della condotta finalizzata a cagionarne la
morte, il principio dell’in dubio pro reo impone di mandare assolto l’imputato dall’accusa di omicidio.
Cfr. Ass. App. Milano, 24.4.2002, Forzatti, in Riv. it. dir. proc. pen., 2003, 665 ss., commentata da CENTONZE.
Quanto alla nozione di morte, per lungo tempo si è dibattuto a quale parametro fare riferimento per stabilire la fine della vita: se alla cessazione dell’attività respiratoria, o di quella cardiaca, o di quella cerebrale, o di tutte tali funzioni [cfr.
ampiamente sul punto (b) MANTOVANI, 33 ss.]. Nel 1993, con la legge n. 578, il
legislatore ha definitivamente risolto la questione, stabilendo all’art. 1 che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo».
2.4. La condotta. – Trattandosi di un reato d’evento a forma libera, il delitto di
omicidio può essere realizzato con qualsiasi condotta attiva od omissiva, che rappresenti un antecedente causale dell’evento-morte.
Ovviamente, in applicazione del principio generale in materia di responsabilità omissiva enunciato all’art. 40 comma 2 c.p., di omicidio in forma omissiva potrà rispondere solo colui che rivestiva una posizione di garanzia nei confronti del
soggetto passivo, o in altri termini colui su cui gravava un obbligo giuridico di impedire eventi lesivi dell’integrità fisica in capo alla persona offesa: gli esempi più
ricorrenti in giurisprudenza sono quelli del medico nei confronti del paziente affidato alle sue cure, o quelli del datore di lavoro rispetto al soggetto che opera alle
sue dipendenze.
Proprio nei settori appena citati, la giurisprudenza ha mostrato a lungo incertezze nel fissare il confine tra azione ed omissione: problema rilevante non solo sotto il
profilo teorico, posto che la qualificazione della responsabilità come attiva o omissiva comporta conseguenze pratiche importanti – su cui avremo modo di soffermarci
nel prossimo paragrafo – in ordine ai criteri di accertamento del nesso causale.
Per quanto concerne il settore delle malattie professionali, la giurisprudenza era
solita qualificare in termini omissivi la responsabilità del datore di lavoro, sul presupposto che oggetto di rimprovero fosse la condotta omissiva di mancata predisposizione delle misure di sicurezza idonee ad eliminare o ridurre l’esposizione dei lavoratori alla sostanza tossica cui era riconducibile la patologia rivelatasi letale.
Cfr. ex plurimis, tra le più recenti, Cass., Sez. IV, 2.10.2003, Monti, in ISL, 2003, 717; Cass.,
Sez. IV, 19.6.2003, Giacomelli, in Foro it., 2004, II, 69; Cass., Sez. IV, 11.7.2002, Macola, in
Foro it., 2003, II, 324.
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Tale opzione qualificatoria, impostasi già a partire dagli anni ’90, derivava dal
fatto che in ambito omissivo la giurisprudenza di quel periodo reputava sufficiente ad integrare il nesso causale il mero riscontro di un aumento del rischio addebitabile alla condotta dell’imputato, e dunque qualificare come omissiva la responsabilità dell’imprenditore rendeva molto più agevole la prova del nesso eziologico
rispetto all’insorgere della malattia.
Sin dal primo apparire di tale orientamento, tuttavia, la dottrina [cfr. in particolare DONINI, 68] ne aveva posto in luce l’evidente erroneità concettuale: l’omissione delle cautele rileva al momento di valutare la natura colposa della condotta
dell’imputato (nella colpa è sempre presente una componente omissiva, posto che
si rimprovera all’agente di non avere tenuto il comportamento doveroso), ma la
responsabilità ha natura commissiva, poiché ciò che si contesta all’imputato è di
avere positivamente esposto i lavoratori al contatto con un agente chimico che ne
ha cagionato l’ammalarsi.
Le critiche della dottrina paiono finalmente aver fatto breccia nella giurisprudenza più recente: nella sentenza che ha posto fine al più importante processo in
materia di malattie professionali, che vedeva come imputati i dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera, la Cassazione ha affermato che «gli imputati non
hanno violato un comando ma hanno violato un divieto: quello di sottoporre i lavoratori alle esposizioni nocive e questa condotta attiva è connotata anche da
condotte omissive (l’omesso apprestamento delle cautele) che non possono però
mutare la natura della condotta che rimane pur sempre attiva» [così Cass., Sez.
IV, 17.5.2006, B.E., in Foro it., 2007, II, 550, con nota di GUARINIELLO].
Più complessa è, invece, la demarcazione tra responsabilità attiva od omissiva
nel contesto dell’attività medica, dove è comune assistere ad un intrecciarsi di
comportamenti attivi ed omissivi del sanitario, in vario modo coinvolti nell’episodio storico oggetto di valutazione da parte del giudice. Si pensi al caso di un medico, che non riconosce la patologia da cui è affetta la parte offesa, e le prescrive
un blando analgesico, del tutto inidoneo ad influire sul decorso patologico che
condurrà alla morte del paziente: l’aver tenuto una condotta attiva (la prescrizione
del farmaco non adeguato alla reale patologia da cui era affetto il paziente) basta
per qualificare in termini commissivi la responsabilità del sanitario, o il rimprovero resta a titolo omissivo, dal momento che il dato giuridicamente rilevante è l’omessa prescrizione della terapia corretta?
Secondo la dottrina largamente prevalente [cfr. ROMANO, 316; (a) VENEZIANI,
1970 ss.; (a) MASERA, 500; (b) VIGANÒ, 962], in queste ipotesi la responsabilità ha
natura omissiva, in quanto l’imputazione è a titolo commissivo solo quando il comportamento attivo dell’agente abbia ricoperto un ruolo effettivo nel decorso che ha
condotto alla verificazione dell’evento, introducendovi un nuovo fattore di rischio.
In giurisprudenza, per le ragioni di semplificazione probatoria cui si è fatto
cenno sopra, è diffusa la tendenza a qualificare in termini omissivi la responsabilità del sanitario, senza soffermarsi ex professo sui criteri distintivi tra azione ed omissione. Di recente, diverse pronunce della Cassazione hanno peraltro preso esplicitamente posizione a favore dell’orientamento dottrinale, ritenendo «condivi-
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sibile il più recente orientamento secondo cui, nell’ambito della responsabilità
medica, avrebbe natura commissiva la condotta del medico che ha introdotto nel
quadro clinico del paziente un fattore di rischio poi effettivamente concretizzatosi
nel decorso causale che ha condotto all’evento; sarebbe invece omissiva la condotta del sanitario che non abbia contrastato un rischio già presente nel quadro clinico del paziente».
Così Cass., Sez. IV, 14.11.2007, n. 10795; in senso conforme cfr. anche Cass., Sez. IV,
6.11.2007, B.G., in Dir. e giust., 2007 e Cass., Sez. IV, 13.3.2008, R.V., in Cass. pen., 2009, 1971.
Di particolare difficoltà in relazione alla questione che qui interessa è infine un caso di recente deciso in sede di legittimità (Cass., Sez. I, 22.11.2007, L.E.G., in Cass. pen., 2009, 1162),
avente ad oggetto la responsabilità di un soggetto, esperto di medicina alternativa, che aveva
indotto una donna cui era stato diagnosticato un carcinoma al seno a non praticare le cure tradizionali, per affidarsi ai metodi da lui stesso elaborati; per qualche mese la donna aveva dunque seguito le bizzarre indicazioni terapeutiche dell’imputato (tra cui prolungati digiuni ed impacchi con terra delle Dolomiti), e quando infine aveva deciso di sottoporsi alle cure della medicina ufficiale il tumore aveva raggiunto un livello di sviluppo tale da condurla entro breve
tempo alla morte. La Cassazione conferma qui la decisione della Corte d’appello, che aveva
condannato l’imputato a titolo di omicidio doloso. Per quanto concerne la questione della qualificazione giuridica della condotta, la Corte ritiene di escludere la responsabilità a titolo omissivo, in quanto l’imputato non era laureato in medicina e non incombeva su di lui alcuno degli
obblighi caratteristici del personale sanitario, ma lo reputa responsabile della morte della vittima
a titolo commissivo, dal momento che con la sua condotta di persuasione aveva indotto la vittima a non farsi curare presso le strutture accreditate, consentendo in tal modo che la patologia
conducesse rapidamente al decesso.
2.5. Il nesso di causalità. – A) Il problema centrale nell’accertamento dell’elemento oggettivo dei reati di omicidio consiste senza dubbio nella verifica del nesso di causalità tra la condotta (attiva od omissiva) dell’imputato e la morte della
persona offesa. Proprio la casistica sull’omicidio ha da sempre rappresentato il
terreno privilegiato sul quale verificare la tenuta delle diverse teorie elaborate dalla dottrina in materia di nesso eziologico, e dunque affrontare il problema della
causalità nelle fattispecie di omicidio altro non significa che affrontare la tematica
causale nei suoi profili generali: per questa ragione, non possiamo che rinviare al
volume di parte generale per una trattazione sistematica dell’argomento, limitandoci in questa sede solo ad una brevissima ricognizione dei più recenti orientamenti giurisprudenziali.
Negli ultimi vent’anni, il problema della causalità è stato affrontato dalla giurisprudenza soprattutto nei due ambiti ai quali si è già fatto cenno nel paragrafo
precedente, quelli cioè delle malattie professionali e della responsabilità medica,
cui più di recente si è affiancato il settore (dalla rilevanza prasseologica comunque
infinitamente minore rispetto ai precedenti) del contagio da HIV: i principi e le
categorie logiche utilizzate in motivazione sono i medesimi nei diversi contesti, e
se ne darà conto dunque in maniera unitaria.
Nel corso degli anni ’90, aveva prevalso in giurisprudenza un orientamento assai estensivo della nozione di causalità, che, perlomeno in ambito omissivo, veniva
identificata con il concetto di aumento del rischio, conducendo a ritenere ammis-
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sibile l’attribuzione eziologica dell’evento alla condotta omissiva dell’imputato
sulla scorta del mero riscontro ex ante che la condotta doverosa omessa avrebbe
diminuito le probabilità di verificazione dell’evento stesso.
Cfr. per tutte, nel settore della responsabilità medica, Cass., 12.7.1991, Silvestri, in Foro it.,
1992, II, 363, ove si afferma esplicitamente il principio per cui il medico risponde di omicidio
colposo anche quando la terapia antitetanica colpevolmente omessa avrebbe avuto solo il 30%
di probabilità di evitare il decesso del paziente; nell’ambito delle malattie professionali, cfr.
Pret. Torino, 9.2.1995, Barbotto Beraud, in Foro it., 1996, II, 107, che per la ricchezza dell’apparato argomentativo rappresenta l’indiscusso leading case in materia.
Una vera e propria mutazione genetica del concetto di causa, motivata alla luce
delle peculiarità strutturali della causalità omissiva, che in quanto causalità ipotetica non poteva essere accertata con il medesimo grado di affidabilità richiesto in
ambito commissivo; considerata poi la frequenza con cui la giurisprudenza qualificava in termini omissivi la responsabilità in entrambi i settori-chiave in materia
di causalità, ciò condusse in quegli anni ad un deciso ampliamento dell’area della
responsabilità penale colposa per la causazione dell’evento.
L’orientamento appena tratteggiato sollevò numerose critiche in dottrina [cfr.
in particolare FIANDACA, 128; PALIERO, 847 ss.; (b) STELLA, 1249 ss.], dove si
sottolineava in particolare il suo contrasto con i principi costituzionali di legalità
(dal momento che la collocazione del giudizio di causalità in una prospettiva ex
ante condurrebbe surrettiziamente al risultato di trasformare l’omicidio da reato
di danno in reato di pericolo) e di in dubio pro reo (posto che il dubbio circa l’efficacia impeditiva dell’azione omessa non verrebbe ritenuto ostativo della condanna dell’imputato). Critiche che nei primi anni Duemila trovarono riscontro in alcune pronunce di legittimità, ove in reazione al precedente orientamento venne
affermato l’opposto principio per cui, tanto in ambito omissivo che commissivo, il
nesso causale poteva essere affermato solo laddove il giudice disponesse di una
legge scientifica che affermasse la sussistenza di una relazione eziologica tra condotta ed evento con una probabilità statistica prossima al 100%.
Cfr., in ambito sanitario, Cass., 29.11.2000, Di Cintio e Cass., 28.9.2000, Baltrocchi, entrambe in Riv. it. dir. proc. pen., 2001, 2777; nell’ambito delle malattie professionali, cfr. Cass.,
13.2.2002, Covili, in Foro it., 2002, II, 289.
Con la conseguenza, esplicitamente perseguita in lavori successivi dell’autore
da cui tale orientamento aveva tratto ispirazione (cfr. (c) STELLA, 387 ss.), di escludere la possibilità di ricorrere al diritto penale d’evento ogniqualvolta si trattasse di indagare nessi eziologici complessi, posto che in ambito medico-biologico
sono praticamente inesistenti leggi scientifiche dotate del coefficiente statistico
richiesto.
Visto lo stridente contrasto venutosi in questo modo a creare, la questione
venne rimessa alla Sezioni Unite [Cass., Sez. Un., 10.7.2002, Franzese, in Riv. it.
dir. proc. pen., 2002, 1133: per un commento alla decisione, cfr. fra i molti
BLAIOTTA, 1176 ss.; (a) DI GIOVINE, 608 ss.; DI MARTINO, 58 ss.; MASSA, 3661
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I reati contro la persona
ss.; PIEMONTESE, 757 ss.; (d) STELLA, 767 ss.], che la risolsero con una pronuncia
i cui principi costituiscono ancora oggi l’indiscusso punto di riferimento della giurisprudenza in materia, tanto che è raro trovare una decisione che, dovendo affrontare il problema del nesso causale, non si richiami espressamente al dictum
delle Sezioni Unite.
In estrema sintesi, la sentenza propone un modello bifasico di accertamento
causale. Nella prima fase, il giudice accerta la causalità generale, cioè la disponibilità di un’affidabile legge scientifica che attesti l’idoneità di quel tipo di condotta
(attiva od omissiva) a cagionare quel tipo di evento; nella seconda, si procede alla
verifica della causalità individuale, cui il giudice può pervenire anche in presenza
di una legge scientifica dal basso coefficiente statistico, purché sia stato possibile
escludere oltre ogni ragionevole dubbio nel caso concreto la presenza di possibili
spiegazioni alternative dell’evento, indipendenti dalla condotta dell’imputato.
Lo schema concettuale così delineato ci pare sicuramente efficace in ambito
commissivo, e proprio la giurisprudenza in materia di contagio da HIV ne costituisce l’esemplare conferma. Pur in presenza di una legge scientifica di copertura
dal basso coefficiente statistico (la probabilità di trasmissione del virus con un unico rapporto sessuale non protetto è addirittura inferiore all’1%), è possibile accertare oltre ogni ragionevole dubbio il nesso causale tra la condotta dell’imputato
ed il contagio della vittima quando l’istruzione probatoria abbia consentito di escludere con ragionevole certezza che la persona offesa sia stata esposta a possibili
fattori di trasmissione del virus diversi dai rapporti con l’imputato.
Cfr. per tutti il notissimo caso Lucini, dove l’accertamento del nesso eziologico viene fondato proprio sul riscontro che la vittima non aveva avuto trascorsi di tossicodipendenza, non era
stata sottoposta a trasfusioni di sangue, né – stando alle numerose testimonianze di parenti ed
amici assunte in istruttoria – aveva intrattenuto rapporti extra-coniugali a rischio: la decisione in
punto causalità dei giudici di primo grado (Trib. Cremona, 14.10.1999, Lucini, in Riv. it. dir.
proc. pen., 2001, 299, con nota di (a) SUMMERER) viene confermata tanto in appello (C. App.
Brescia, 26.9.2000, Lucini, in Foro it., 2001, II, 285, con nota di (a) NICOSIA e FORTE: limpidissima la motivazione sul punto: «un caso come quello in discussione è di elementare semplicità
dal punto di vista della ricostruzione del nesso causale, essendo ragionevolmente da escludere
altre vie di contagio ad eccezione di quella sessuale ad opera di un ben individuato portatore»)
che in sede di legittimità (Cass., Sez. I, 14.6.2001, Lucini, in Cass. pen., 2003, 1932).
Il modello delle Sezioni Unite ci sembra, invece, impercorribile in ambito omissivo, dove la natura prognostica del giudizio (si tratta di immaginare che cosa sarebbe successo se l’agente avesse tenuto la condotta doverosa, mentre in ambito
commissivo il giudizio verte sulle effettive conseguenze della condotta sul decorso
che ha portato alla morte della vittima) rende logicamente impraticabile il fondamentale momento di eliminazione dei decorsi alternativi, che ha senso solo ove si
tratti di verificare ex post i fattori che sono realmente intervenuti nel concreto decorso causale sfociato nella morte della vittima, e non – come nel caso della causalità omissiva – quelli che avrebbero dovuto intervenire, ma non sono intervenuti
[per questa critica alla decisione delle Sezioni Unite, cfr. (a) MASERA, 499 e (a)
VENEZIANI, 1992].
Delitti contro la vita
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Un esempio per chiarire la questione. Torniamo al caso citato sopra del medico che colpevolmente omette di praticare la terapia antitetanica che aveva il 30%
di possibilità di migliorare le condizioni del paziente. Stabilita la causalità generale (la condotta omessa era idonea ad impedire l’evento), il giudice – secondo il
modello bifasico delle Sezioni Unite – dovrebbe a questo punto procedere ad accertare la causalità individuale, eliminando le possibili spiegazioni alternative dell’evento, diverse dalla condotta dell’imputato. Si procederà, dunque, a verificare
che il decesso sia effettivamente avvenuto a causa dell’infezione tetanica, e non
per l’intervento di altri fattori di rischio, che la terapia non avrebbe comunque
potuto fronteggiare. Ma quando si sia ricostruito il reale decorso eziologico che
ha condotto alla morte, e risulti che essa si è verificata proprio per il tetano, non
vi è alcuno strumento logico che consenta di stabilire se quel paziente sarebbe o
meno rientrato nel novero di quelli su cui la terapia avrebbe avuto effetto; procedere ad escludere i decorsi alternativi non ha senso, perché per definizione un decorso indipendente dall’imputato, e causale rispetto all’evento, sussisterà sempre,
ed è proprio la malattia che il medico colposamente non ha fronteggiato.
In conclusione, mentre per quanto riguarda la causalità attiva si può affermare
che la giurisprudenza ha elaborato uno schema logicamente ed epistemologicamente affidabile di accertamento causale, per quanto concerne la causalità omissiva il continuo richiamo al modello delle Sezioni Unite pare in realtà nascondere
una situazione di profonda incertezza concettuale, in cui la verifica del nesso eziologico è affidata alla libera discrezionalità (se non alla vera e propria intuizione)
del singolo giudice di merito, ed in cui dietro al consolidato ricorso alle formule
della “ragionevole certezza” e dell’“alta o altissima credibilità razionale” si cela un
sostanziale affidamento alla convinzione soggettiva dell’organo giudicante.
B) Solo un accenno, infine, alla questione della possibilità di ritenere sussistente il nesso causale anche quando la condotta (attiva od omissiva) abbia soltanto
anticipato il decesso della vittima, che comunque era destinata di lì a poco a morire per cause del tutto indipendenti dal contegno dell’imputato. Sul punto la giurisprudenza (come la dottrina) non ha incertezze: in applicazione del principio generale per cui la relazione eziologica va instaurata tra la condotta e l’evento hic et
nunc, è pacifico che per l’imputazione causale della morte sia sufficiente dimostrare che in mancanza della condotta dell’imputato il decesso sarebbe avvenuto
qualche giorno o qualche ora più tardi rispetto a quanto si è realmente verificato.
Così, in ambito medico, basta provare che le terapie omesse avrebbero prolungato la vita del paziente, anche se la patologia avrebbe poi potuto comunque
condurre alla morte [cfr. di recente Cass., Sez. IV, 2.10.2008, C.F., n. 40924, in
dejure]; oppure, nel settore delle malattie professionali, è sufficiente verificare che
il periodo di esposizione alla sostanza tossica riconducibile alla responsabilità dell’imputato abbia accelerato lo sviluppo della malattia rivelatasi letale, anche se la
patologia ed il decesso si sarebbero comunque verificati in un momento successivo per le esposizioni nocive cui la vittima era andata incontro in un periodo antecedente all’assunzione di responsabilità in azienda da parte dell’imputato [cfr. da
ultimo Cass., Sez. IV, 11.4.2008, M.G., n. 22165, in dejure].
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