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G. Verga, I Malavoglia, cap. IV: Il peggio era che i lupini li avevano

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G. Verga, I Malavoglia, cap. IV: Il peggio era che i lupini li avevano
G. Verga, I Malavoglia, cap. IV:
Il peggio era che i lupini li avevano presi a credenza, e lo zio Crocifisso non si contentava di «buone parole
e mele fradicie», per questo lo chiamavano Campana di legno, perché non ci sentiva da quell’orecchio,
quando lo volevano pagare con delle chiacchiere, e diceva che «alla credenza ci si pensa». Egli era un buon
diavolaccio, e viveva imprestando agli amici, non faceva altro mestiere, che per questo stava in piazza tutto il
giorno, colle mani nelle tasche, o addossato al muro della chiesa, con quel giubbone tutto lacero che non gli
avreste dato un baiocco; ma aveva denari sin che ne volevano, e se qualcheduno andava a chiedergli dodici
tarì glieli prestava subito, col pegno, perché «chi fa credenza senza pegno, perde l’amico, la roba e
l’ingegno» a patto di averli restituiti la domenica, d’argento e colle colonne, che ci era un carlino dippiù,
come era giusto, perché «coll’interesse non c’è amicizia». Comprava anche la pesca tutta in una volta, con
ribasso, quando il povero diavolo che l’aveva fatta aveva bisogno subito di denari, ma dovevano pesargliela
colle sue bilancie, le quali erano false come Giuda, dicevano quelli che non erano mai contenti, ed hanno un
braccio lungo e l’altro corto, come San Francesco; e anticipava anche la spesa per la ciurma, se volevano, e
prendeva soltanto il denaro anticipato, e un rotolo di pane a testa, e mezzo quartuccio di vino, e non voleva
altro, ché era cristiano e di quel che faceva in questo mondo avrebbe dovuto dar conto a Dio. Insomma era la
provvidenza per quelli che erano in angustie, e aveva anche inventato cento modi di rendere servigio al
prossimo, e senza essere uomo di mare aveva barche, e attrezzi, e ogni cosa, per quelli che non ne avevano, e
li prestava, contentandosi di prendere un terzo della pesca, più la parte della barca, che contava come un
uomo della ciurma, e quella degli attrezzi, se volevano prestati anche gli attrezzi, e finiva che la barca si
mangiava tutto il guadagno, tanto che la chiamavano la barca del diavolo - e quando gli dicevano perché non
ci andasse lui a rischiare la pelle come tutti gli altri, che si pappava il meglio della pesca senza pericolo,
rispondeva: - Bravo! e se in mare mi capita una disgrazia, Dio liberi, che ci lascio le ossa, chi me li fa gli
affari miei? - Egli badava agli affari suoi, ed avrebbe prestato anche la camicia; ma poi voleva esser pagato,
senza tanti cristi; ed era inutile stargli a contare ragioni, perché era sordo, e per di più era scarso di cervello, e
non sapeva dir altro che «Quel ch’è di patto non è d’inganno», oppure «Al giorno che promise si conosce il
buon pagatore».
G. Verga, Rosso Malpelo 1880:
Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo
malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo
chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il
suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana;
e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non
sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche
troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano
come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
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Così si persero persin le ossa di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel
sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.
G. Verga, Rosso Malpelo 1880:
In quel tempo era crepato di stenti e di vecchiaia l’asino grigio; e il carrettiere era andato a buttarlo lontano
nella sciara. – Così si fa, brontolava Malpelo; gli arnesi che non servono più, si buttano lontano. – Ei andava
a visitare il carcame del grigio in fondo al burrone, e vi conduceva a forza anche Ranocchio, il quale non
avrebbe voluto andarci; e Malpelo gli diceva che a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni
cosa bella o brutta; e stava a considerare con l’avida curiosità di un monellaccio i cani che accorrevano da
tutte le fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del grigio. I cani scappavano guaendo, come comparivano i
ragazzi, e si aggiravano ustolando sui greppi dirimpetto, ma il Rosso non lasciava che Ranocchio li
scacciasse a sassate. – Vedi quella cagna nera, gli diceva, che non ha paura delle tue sassate; non ha paura
perché ha più fame degli altri. Gliele vedi quelle costole! Adesso non soffriva più, l’asino grigio, e se ne
stava tranquillo colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani si divertissero a vuotargli le occhiaie
profonde e a spolpargli le ossa bianche e i denti che gli laceravano le viscere non gli avrebbero fatto piegar la
schiena come il più semplice colpo di badile che solevano dargli onde mettergli in corpo un po’ di vigore
quando saliva la ripida viuzza. Ecco come vanno le cose! Anche il grigio ha avuto dei colpi di zappa e delle
guidalesche, e anch’esso quando piegava sotto il peso e gli mancava il fiato per andare innanzi, aveva di
quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: Non più! non più! Ma ora gli occhi se li
mangiano i cani, ed esso se ne ride dei colpi e delle guidalesche con quella bocca spolpata e tutta denti. E se
non fosse mai nato sarebbe stato meglio.
L. Capuana, “Fanfulla della Domenica”, 1883:
L’umorismo del Verga scaturisce dalle intime viscere della situazione fortissimamente resa: è
l’osservazione acuta dello scrittore che prende corpo e vita e s’impone. Somiglia a quella gomitata di un
amico che vi dice: guarda! guarda!
L. Capuana, Per l’arte, 1885:
L’umorismo, parlando del Verga, non può significare qualcosa di personale, una specie d’intervenzione
dell’autore fra i suoi personaggi e il lettore. Il Verga è di quei pochi scrittori moderni che hanno il coraggio e
la forza (la forza soprattutto) di spingere il processo artistico dell’impersonalità fino all’estremo limite
possibile.
G. Verga, Il Reverendo (Novelle rusticane, 1882):
Nel far del bene cominciava dai suoi, come Dio stesso comanda; e s’era tolta in casa una nipote, belloccia,
ma senza camicia, che non avrebbe trovato uno straccio di marito; e la manteneva lui, anzi l’aveva messa
nella bella stanza coi vetri alla finestra, e il letto a cortinaggio, e non la teneva per lavorare, o per sciuparsi le
mani in alcun ufficio grossolano. Talchè parve a tutti un vero castigo di Dio, allorquando la poveraccia fu
presa dagli scrupoli, come accade alle donne che non hanno altro da fare, e passano i giorni in chiesa a
picchiarsi il petto pel peccato mortale – ma non quando c’era lo zio, ch’ei non era di quei preti i quali amano
farsi vedere in pompa magna sull’altare dall’innamorata.
C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli (1945):
Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i
contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano
per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati,
per le prigioni.
G. Verga, Libertà (Novelle rusticane, 1882):
Ma il peggio avvenne appena cadde il figliolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l’oro,
non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di strascinarsi a finire nel
mondezzaio, gridandogli: – Neddu! Neddu! – Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati
senza poter gridare. Lo rovesciarono; si rizzò anch’esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli
passò di sopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e glie l’aveva sfracellata; nonostante il ragazzo
chiedeva ancora grazia colle mani. — Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; –
strappava il cuore! – Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse
dovuto abbattere un rovere di cinquant’anni – e tremava come una foglia. – Un altro gridò: – Bah! egli
sarebbe stato notaio, anche lui!
Vitaliano Brancati, Paolo il caldo 1955:
Tutti gli affetti sono approfonditi da ombre di sciagure ipotetiche […]. Apprensione, parola ricorrente nella
mia Isola; e più della parola, la cosa stessa. […] Nonostante la sua intensità, o forse a causa di questa, la luce
del sud rivela nella memoria una profonda natura di tenebra. Nella sua esorbitanza, varca continuamente i
confini del regno opposto, e quando si dice ch’è accecante, si vuole forse alludere, senz’averne esatta
coscienza, a certi guizzi di buio che vengono dal suo interno, a certi squarci sulla notte cupa come può farli
un’eclissi nel cielo di mezzogiorno [...], sicché la sensazione della luce per chi, insospettito della propria
malinconia o tetraggine, voglia esaminarla, risulta composta di due sensazioni contrarie, di chiaro e di scuro,
alternate fulmineamente, in modo che l’impressione totale è di chiaro. […] Quella che... penetra subito i
cervelli è la parte luttuosa della luce, la ripresa buia della sua alternativa, e ad essa si deve quell’espressione
di angoscia che raggrinza i volti anche dei giovani, quell’abuso di gramaglie e d’interminabili discorsi sulla
malattia e la morte, ad essa pure la felicità folle, piena di risate che squarciano l’aria, di beffe e d’invenzioni
scandalose, quale suole scoppiare nei banchetti profani durante la calamità.
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