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Cosa evita il peggio? - Diocesi di San Miniato

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Cosa evita il peggio? - Diocesi di San Miniato
ECONOMIA
Cosa evita il peggio?
Inflazione o deflazione al palo
di SERGIO PIERANTONI
Due numeri con uno zero davanti sono comparsi nelle prime settimane di luglio 2009, secondo
anno di dura recessione. Il primo riguarda l’inflazione che in Italia, nel mese di giugno, è salita
dello 0,1% sul mese precedente “strisciando” verso lo 0,5% annuo. Il secondo è il rendimento
dell’ultima asta dei Bot che ha permesso al Tesoro italiano di pagare il suo debito a breve in un
“range” compreso tra lo 0,45% e lo 0,88% su base annua. Un rendimento che, considerate le
commissioni bancarie, scende a valori compresi tra lo 0,46 e lo 0,04%.
Non è ancora arrivata l’inflazione malgrado la politica di espansione monetaria attuata dalle
diverse banche centrali che hanno inondato gli intermediari finanziari di liquidità. Anzi, più che
l’inflazione sembra che incomba la deflazione. Ma cosa evita le spinte inflazionistiche?
L’inflazione, oltre che dalla quantità di moneta, dipende da altre due variabili: la prima è la
velocità di circolazione di moneta, la seconda è rappresentata dal credito che gli intermediari
mettono a disposizione del mercato. La velocità di circolazione in questo momento è molto
bassa perché gli individui preferiscono risparmiare piuttosto che consumare, c’è incertezza e
quindi si preferisce mantenere depositi a breve, inoltre il reddito a disposizione non cresce.
Contemporaneamente gli intermediari finanziari, in prevalenza le banche, preferiscono tenere
alta la quota di liquidità investendo in titoli di stato (sono loro, non i risparmiatori, a richiedere
i Bot) piuttosto che prestare i soldi alle imprese e alle famiglie. Lo fanno soprattutto per poter
essere solvibili in ogni momento: se a fine settembre e inizi di ottobre 2008 un qualsiasi
depositante non avesse potuto ritirare le sue disponibilità dal conto per mancanza di
disponibilità da parte di una qualsiasi banca, il panico ci avrebbe avvicinati alla situazione già
vissuta dall’Argentina! Dal lato delle imprese, a parte le necessità finanziarie a breve per la
normale attività, si richiedono meno fondi per la parte relativa agli investimenti. Sempre
l’incertezza spinge le imprese a rinviare gli investimenti. In altri casi invece le banche
preferiscono non prestare perché non si sentono o non percepiscono di essere sufficientemente
garantite. Un’osservazione importante: è giusto criticare le banche quando, anziché fare il loro
dovere, usano i soldi per speculare sui derivati, sulle materie prime…, come è giusto criticare i
vertici per i compensi “stratosferici” che si fanno attribuire dai “soci anonimi” (quali le
Fondazioni); ma non possiamo criminalizzare le banche se non concedono credito a chi non se
lo merita o a chi vuole gettarsi in un’impresa che sicuramente sarà fallimentare. Come non va
trascurato che ogni individuo può scegliere di cambiare la banca che non lo soddisfa. È
paradossale che solo il 10% dei depositanti cambi banca a fronte di una percentuale ben
maggiore di insoddisfatti.
In questo contesto vi è il rischio che la prossima “bolla” che esploderà sarà quella relativa ai
titoli di stato e alle obbligazioni a tasso fisso. Sia gli intermediari finanziari (banche, fondi
comuni, fondi pensione) sia i risparmiatori stanno acquistando a piene mani i titoli di stato
(prevalentemente le banche) e le obbligazioni (i risparmiatori e i fondi pensione e comuni). I
risparmiatori italiani disinvestono dai più sicuri titoli di stato per affidare i loro risparmi alle
obbligazioni bancarie e societarie prevalentemente a reddito fisso che offrono rendimenti
maggiori: dimenticando con ciò precedenti esperienze negative quali la verifica dell’affidabilità
del debitore e il rischio tassi che si paleserà nel momento in cui i tassi incominceranno a salire.
Le banche prendono in prestito denaro dalla Banca centrale europea al tasso dell’1% dando in
garanzia i titoli di stato che hanno in portafoglio; nello stesso tempo vendono le proprie
obbligazioni ai risparmiatori. Chi continua ad investire nei titoli del Tesoro italiano sono i
residenti all’estero.
Questa situazione è da considerarsi transitoria: infatti il risparmio nel lungo periodo ottiene
sempre un rendimento positivo rispetto all’inflazione. Finita la paura i tassi d’interesse
saliranno: chi in quel momento avrà in portafoglio titoli a reddito fisso subirà perdite tanto più
forti quanto più lunga sarà la scadenza dei titoli. Non subiranno perdite coloro che invece
hanno in portafoglio titoli indicizzati a parametri monetari (quali i Certificati di credito del
tesoro Cct) o correlati all’andamento dell’inflazione (quali i Buoni del tesoro indicizzati
all’inflazione Btpi). Nel frattempo, prima che i tassi si rialzino, coloro che hanno titoli a reddito
fisso godranno di maggiori rendimenti. Continua a valere la massima che collega più alti
rendimenti al più alto rischio.
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