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Dovevo morire a 18 mesi: vivo con i paladini da 50 anni

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Dovevo morire a 18 mesi: vivo con i paladini da 50 anni
La vita straordinaria del cavalier Emanuele
Dovevo morire a 18 mesi: vivo con i
paladini da 50 anni
Emanuele Macrì, che da mezzo secolo dà vita, all’Opera dei Pupi di
Acireale, alle battaglie di Orlando e Rinaldo, ci racconta la sua storia
avventurosa. “Quando avevo 18 mesi, la mia famiglia fu distrutta dal
terremoto di Messina: io fui estratto vivo dalle macerie dal puparo
Mariano Pennini”.“Quando si spense, gli giurai che le sue marionette non
sarebbero morte con lui. Così è stato”
Il prode Orlando, primo paladino di Carlo Magno, muore anche nel Ventesimo secolo. La
scena si svolge sotto i nostri occhi. L’eroe è a terra, il corpo scosso da sussulti. Su di lui si scatena la
pioggia, e tra le folgori appare l’arcangelo san Michele, che riceve dalle mani del caduto la fedele
spada Durlindana e scompare con essa nel cielo. Una voce sicilianissima ci avverte: Tutti temono
che cada il mondo e dicono: “E’ giunta la fine del secolo nostro”. Essi non sanno il vero: questo è il
pianto della terra di Francia per Orlando che muore a Roncisvalle.
Fine. Cala il sipario sul piccolo palcoscenico di marionette istallato sopra il grande
palcoscenico del teatro dell’Arte di Milano. I bambini applaudono freneticamente, anche se in cuor
loro avevano sperato fino all’ultimo che li prode Orlando, per qualche intervento “in extremis”,
risuscitasse e tornasse a vincere altri duelli. Il cavaliere Emanuele Macrì, “voce” dei paladini e dei
saraceni di legno e ottone che si sono dati battaglia nel suo teatrino, si asciuga il sudore e beve un
bicchier d’acqua. Su iniziativa dell’Associazione Teatro Giovani, è giunto a Milano con il suo
pittoresco esercito da Acireale, dove dirige l’Opera dei Pupi. Si è trattato di una fugace apparizione
e sta per ripartire. Per accontentare il foltissimo pubblico, dà due e anche tre spettacoli al giorno, ma
è un lavoro che stanca. Per un’ora e mezzo, quanto dura lo spettacolo, lui è di scena. I suoi aiutanti
provvedono a far muovere i pupi, alti un metro e mezzo, quanto dura lo spettacolo, lui è di scena. I
suoi aiutanti provvedono a far muovere i pupi, alti un metro e pesanti ciascuno una ventina di chili,
ma l’unica voce che si sente, durante l’azione, è la sua. Parla per Carlo Magno, per Orlando, per il
perfido Gano di Magonza, per tutti.
“Cavaliere, ma perché vuoi parlare sempre lei ?”
Sorride d’un sorriso mite e ispirato, mentre si aggiusta il foulard sul collo con gesti quasi
solenni.
“Non lo voglio così, ma la tradizione. Una è la voce, e cento sono i pupi. Il puparo è i suoi
pupi, e i suoi pupi sono il puparo. Sono pezzi di legno, dottore, ma io a questi pezzi di legno do
anima e vita, come papà Geppetto. Sa una cosa ? Quando li vedo muoversi sulla scena, dimentico
che sono delle marionette. Sono miei figli: vivono, camminano”.
“Le daranno dei dispiaceri, allora. Muiono a ogni spettacolo”.
“Si, muiono ma risuscitano sempre, perché io faccio il miracolo. Io dovrei essere oramai
l’unico uomo autorizzato a fare la guerra, perché ho l’arte di ridare ai caduti la vita che gli tolgo”.
Nel retropalcoscenico, le luci si sono abbassate. Sono andati via tutte tranne i pupi, che
pendono in due file dalle loro rastrelliere: da una parte i cristiani, dall’altra i saraceni. “Di qua il
bene, di là il male”, dice il cavaliere Macrì.
“Ma per me sono tutti uguali, tutti figli. Ogni sera, prima di spegnere, li accarezzo e gli do la
buonanotte”.
“Tutti figli ? Anche il traditore Gano di Magonza ?”.
“Anche lui. E’ la pecora nera della mia grande famiglia”.
Si siede, accende una sigaretta. “Vuole la mia storia, dottore ? La sanno un po’ tutti … e non
la sanno. Io gliela racconto volentieri. Però al giornalista bisogna parlare come al confessore e io
non so se, rievocando certi episodi particolarmente dolorose riuscirò a trattenere le lacrime. Se
questo accadrà gliene chiedo scusa in anticipo.
“DIMOSTRAMI CHE SEI BRAVO”
Fa una pausa. Ho la sensazione che il sipario si sia alzato di nuovo, che un’altra battaglia stia
per cominciare.
“Dottore, io le ho detto prima che sono figlio di un puparo. Non è esatto. Io sono nato a
Messina nel 1906 da un gran gentiluomo e da una bellissima donna di cui però non ricordo i volti
perché, 18 mesi dopo la mia nascita, venne il terremoto e li uccise. La nostra casa crollò e travolse
tutti: i miei genitori, le mie due sorelle, me che dormivo nella culla. Ma io rimasi miracolosamente
in vita. Mi ritrovò, dopo aver scavato per due giorni e due notti fra le macerie, il grande puparo
Mariano Pennini, che era stato amico della mia famiglia e mio padrino di battesimo.
“Mi portò con sé ad Acireale, dove dirigeva l’Opera dei Pupi e mi allevò come un figliolo.
Voleva fare di me un professionista. Ma Dio, caro dottore, quando crea gli uomini gli traccia subito
la strada. Io da bambino scelsi i pupi, e non ci fu più nulla da fare. Arrivai a stento alla terza
elementare, e mi fermai lì. Eppure talento per lo studio ne avevo, tant’è vero che quando, molto più
avanti negli anni, presi la licenza di quinta elementare, gli insegnanti si meravigliarono che non
l’avessi fatto prima.
A 15 anni Mariano Pennisi mi disse: “Tu mi dai dei grandi dispiaceri. Volevo fare di te un
professionista e tu invece hai scelto i pupi. Bene, voglio che ti assuma l’intera responsabilità dello
spettacolo. Farai tutto, tranne la voce. Dimostrarmi che sei bravo, o ti mando in un collegio di
punizione”. E l’avrebbe fatto, sa, dottore. Non scherzava. Per diventare bravo, io mi misi ad andare
in teatro di giorno, per mio conto. Stavo fra i pupi, e imparavo.
Nel 1933, Mariano Pennini si ammalò di un male tremendo: cancro al fegato. Io cercavo di
fargli coraggio, ma in cuor mio sapevo che era finita. Un giorno mi chiamò e mi disse: “Non ce la
faccio più. Togli il cartello da teatro, si chiude”. Un fulmine, dottore, non m’avrebbe fatto un effetto
più tremendo di quelle parole. Pensai ai pupi di Pennini, al mio avvenire. Io ero allora fidanzato con
la mia futura moglie. “Che figura faccio”, mi dissi, “nei confronti della fidanzata e dei futuri
suoceri, se lascio che l’Opera dei Pupi finisca così ?”. Dovevo continuare il lavoro di Pennisi.
LA PROMESSA A SANT’ANTONIO
Macrì mi indica un’immagine appesa al retropalcoscenico. “Vede quel quadretto? E’
Sant’Antonio. Mi segue dal primo giorno che faccio il puparo. Io non sono un bigotto, però credo.
Allora andai davanti a quell’immagine e dissi: “Sant’Antonio, dammi la forza di diventare puparo.
T’offro questa catenina, è tutto quello che ho”. Me fece la grazia, dottore. Il mio primo spettacolo fu
un trionfo. Con l’aiuto di Dio, superai gli incassi del mio stesso maestro, e dopo la scena della
morte di Orlando i carabinieri dovettero tenere indietro il pubblico che urlava per la commozione.
Mariano Pennisi, a mia insaputa, era venuto in teatro. Tornò a casa dicendo: “Ora posso morire
contento”.
Morì infatti poco tempo dopo, l’11 gennaio del ’34. Sul letto di morte, volli la sua
benedizione e gli giurai che, me vivo, non sarebbero morti né il suo nome né i suoi pupi. Ho
mantenuto il giuramento, dottore. Il teatro si chiama ora Mariano Pennisi, e i suoi pupi vivono ogni
sera. In Sicilia non si muore. Da noi si dice che i morti si levano il 2 novembre per aiutare i vivi. Ma
Mariano Pennisi, per me, si leva tutti i giorni. In palcoscenico, la sua voce fa ancora da guida alla
mia voce. Vivo, l’amavo come un padre. Morto, l’adoro come un Dio. Mi chiese, prima di morire,
di farlo seppellire accanto a sua moglie nella cappella di Santa Maria degli Angeli. Di lì, dopo il
tempo regolamentare, avrebbe dovuto essere rimosso, ma io non ho voluto. Continuo a pagare
quello che è necessario perché lui resti lì. Finché vivo, io pago. Ecco dottore: questa è la mia vita
del puparo Emanuele Macrì”.
“Questa è la vita con il suo padre adottivo. Ma dopo ?”.
“Dopo ? Tante cose. C’è stata una guerra, dottore, e in Sicilia è stata molto dura. Il ferro
nemico e l’invisibile nemica, la fame. I pupi, in quel tempo, facevano le loro battaglie solo di
domenica, e io il resto della settimana conducevo la mia battaglia contro la fame facendo un po’ di
tutto. Per mangiare sono stato anche scaricatore. Poi è finita, e le cose sono andate meglio. Sono
approdato per la mia prima volta sul continente andando a Roma con i pupi nel ’53. Poi sono stato
in tanti altri posti e anche all’estero: Austria, Belgio, Germania. Nel ’71, fra pochi mesi, festeggio,
le mie nozze d’oro con l’Opera dei Pupi. Ho qui, in testa, tante storie quante bastano a fare una
biblioteca. Io i testi dei miei spettacoli me li faccio da me, adattando, e non mai correggendo,
antiche storie della cavalleria. Solo con la storia della famiglia reale di Francia, io metto insieme
400 spettacoli. Guerin Meschino lo do in 32 puntate. Adesso poi sto rappresentando ad Acireale la
storia di Guido di Santacroce. Non la conosce ? E’ bella. Se permette, gliela racconto”.
“MIO FIGLIO TORNERA’ ?”
Me la racconta davvero: un susseguirsi indescrivibile di nomi, di amori e di duelli. Anche
Orlando, dalla sua rastrelliera, sembra interessarsi al racconto, quando si arriva alla morte del
cattivo. “Se sapesse, dottore”, mi dice Macrì, “con quale animo il mio pubblico segue la scena in
cui guido uccide lentamente il suo mortale nemico! Urlando, insultano, pretendono che la sua
agonia sia eterna. Ma i siciliani, grandi e piccini, sono un pubblico leale, riconoscono i meriti dove
ci sono. Quando muore un saraceno onesto, come ad esempio Traiano, la gente si commuove. Noi
amiamo la semplicità: nessuno vuole essere Gano di Magonza, tutti vogliono essere Orlando”.
Cavaliere, lei non ha niente di scritto, tiene a memoria tanti nomi e tanti fatti. Come ci
riesce?.
Faccio anche qualcosa di più difficile. Devo ricordarmi, magari a distanza di un mese, con
quale inflessione di voce parla questo o quel guerriero. Qualcuno mi dice: “Ma perché non registri
quello che dici?”. No, io non registro. Il puparo non lo fa.
E’ contento della sua vita, cavaliere ?
Completamente. A teatro ho i miei pupi, che faccio con le mie mani. A casa, una casa antica
che risale alla dominazione spagnola, ho riconoscimenti e medaglie, che sono per me come
altrettante battaglie vinte. Io ho tre figli, dottore, e a loro non lascio denari, come Mariano Pennisi
non ne lasciò a me. Lascio però venti volumi in cui sono raccolte firme ed elogi di gente venuta da
tutto il mondo per i miei pupi. Ho dediche in cinese, in giapponese, e quelle non le posso leggere.
Posso però leggerne e rileggerne una italiana che dice: “Sono felice di essere venuto al teatro dei
pupi dove ho conosciuto un puparo signore”.
Non lascerà solo questo, ai suoi figli. Lascerà anche un teatro, una tradizione ….
Sarà quel che Dio vorrà. Il mio primogenito, Salvatore, ha 30 anni e da ragazzo ha lavorato
con me in teatro. Il mestiere lo sa. Poi ho due femminucce, Maria e Rosaria, che però non possono
prendere il mio posto: troppa fatica, per una donna, e troppa responsabilità. Solo Salvatore potrebbe,
ma lui è partito per l’America con una borsa di studio: doveva starci un mese,ci è rimasto sei anni.
Laggiù si è fatto una famiglia e una posizione, dirige una ditta di manufatti d’acciaio. Recita,
per divertimento, in compagnie di attori professionisti e ha il dono dell’arte, io lo so.
Una sera, quando era ancora ad Acireale, gli affidai la rappresentazione del canto diciannove
della Gerusalemme liberata, sa dottore, il duello di Tancredi e Argante: andò tutto benissimo. Il
mestiere lo sa. Se torna, i miei pupi non moriranno con me. Ma torna ?
Su questa domanda, è come se calasse il sipario. Così finisce l’intervista con il cavalier
Emanuele Macrì, l’unico uomo al mondo con cui si parla di Orlando o Rinaldo come se fossero un
fatto vero della nostra vita quotidiana.
Ruggero Leonardi
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