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14 ottobre 2012 PAG. 12 L`assassino della stazione: dovevo

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14 ottobre 2012 PAG. 12 L`assassino della stazione: dovevo
14 ottobre 2012
PAG. 12
L'assassino della stazione: dovevo farlo
Ha seguito la moglie da Jesi, poi i sette fendenti all'amante tra la folla del primo
binario
di Mauro Giordano e Alessandro Mantovani
Un uomo e una donna in stazione. Si incontrano, si salutano, forse si abbracciano. Pochi
passi sulla banchina tra il binario 1 e il Piazzale Ovest e un altro uomo sopraggiunge alle
loro spalle. Senza dire una parola estrae un coltello da cucina, una ventina di centimetri di
lama, e lo pianta nel torace del primo. Una, due, sette volte. Al torace e all'addome.
Davanti a decine di testimoni impietriti. La vittima si accascia, in due bloccano l'omicida,
arriva anche un ferroviere e poi gli agenti della Polfer che lo portano via. «Non fuggo, ho
fatto quello che dovevo fare», sibila l'aggressore a chi lo immobilizza a terra. Spunta
anche un secondo coltello, nascosto in un giornale. La donna grida, non è l'unica in preda
al panico. Qualcuno si agita e corre. Sulla banchina resta un corpo senza vita, coperto da
un telo bianco. Migliaia di persone che affollavano altre aree della stazione a mezzogiorno
di un sabato di ottobre non si sono accorte di nulla, se non del nastro bianco e rosso usato
dalla polizia per chiudere l'area. Solo il binario 1 è stato interdetto per un paio d'ore al
transito dei treni perché non era possibile consentire ai passeggeri di scendere nell'area
transennata. È stata la gelosia ad armare la mano di Sergio Ucciero, 55 anni, lombardo di
Sondrio, responsabile del Punto Einaudi di Senigallia che serve le zone di Ancona,
Macerata e Pesaro Urbino. Per la stessa casa editrice aveva lavorato anche in Lombardia
e per cinque anni a Bologna. Alla stazione è arrivato in macchina, inseguendo la moglie, di
49 anni, che fino a ieri mattina viveva con lui in una casa tra Senigallia e Jesi. «Da due
anni eravamo come separati in casa», ha raccontato la donna al pm Antonello Gustapane,
che era di turno e si è precipitato in stazione, e agli uomini della Polfer. Erano sposati dal
2007, senza figli. Dal 2010, sempre secondo la signora, il matrimonio era fallito. Lei
pensava a una separazione legale ma non c'era stato alcun passo formale in questo
senso. Una ventina di giorni fa la donna aveva detto al marito di aver conosciuto un'altra
persona, Alessandro Porrovecchio, 53 anni, torinese, manager del consorzio Csi che si
occupa di informatica nella pubblica amministrazione. Si frequentavano da luglio. Il marito,
racconta ancora lei, non avrebbe fatto una piega. Ieri mattina gli ha detto che sarebbe
andata a Bologna per fare visita a una parente. Ucciero ha compreso, si è messo in
macchina con i coltelli, ha parcheggiato la sua Opel Meriva nei pressi della stazione, ha
aspettato e quando ha incontrato la moglie insieme al «rivale» ha fatto «quello che doveva
fare». Porrovecchio era vedovo, padre di due figlie ormai adulte. La donna, che in passato
era stata dipendente del marito ma da qualche anno era casalinga, dipinge Ucciero come
una persona pacifica, lontanissima dalla violenza. «Inorridiva quando vedevamo in tv
scene di violenza, specie contro le donne». Ucciero è stato arrestato in flagranza per
omicidio premeditato, il viaggio da Senigallia con l'arma del delitto nel cruscotto della
Meriva non fa certo pensare a un delitto d'impeto. Il resto sarà lui stesso a spiegarlo ai
magistrati. Negli uffici della Polfer, dove è rimasto per qualche ora prima di essere
trasferito nel carcere della Dozza, è rimasto calmo, tranquillo. Un freddo, si direbbe. Ha
ripetuto quel che aveva detto dal primo momento: «Ho fatto quello che dovevo fare».
14 ottobre 2012
PAG. 28
Sisma, chiudono gli ultimi campi
Restano sette tendopoli, ma entro fine mese una sistemazione per tutti in casa o in
albergo
di Claudio Visani
Tra venerdì e ieri, sette campi hanno chiuso i battenti. Due a San Felice sul Panaro, due a
Mirandola, uno a Medolla- Cavezzo, uno a San Possidonio e uno nella frazione di
Rovereto a Novi di Modena. Altri tre dovrebbero chiudere entro i primi giorni della
prossima settimana( Bomporto, Carpi e Cento). Ottocentodieci persone hanno lasciato le
tende e in gran parte sono state trasportate con i pullman agli alberghi del modenese, del
ferrarese, ma anche nel veronese, a Salsomaggiore e sulla costa romagnola. Una
“diaspora” pacifica, complessivamente accettata di buon grado, salvo qualche eccezione.
Nelle settimane successive al terremoto del 20 e 29 maggio, erano state montate 36
tendopoli e allestite 53 strutture coperte, per dare complessivamente riparo e assistenza a
15mila sfollati. Ora ne resteranno sette (due a Camposanto, due a Finale Emilia, una
ciascuno a Concordia, Mirandola e Novi) con circa duemila ospiti, che comunque
dovrebbero essere anch’esse chiuse entro il mese di ottobre.
UN TRASLO COORDINATO
«Il trasloco di questo fine settimana è avvenuto in modo ordinato e senza particolari
problemi - dice il direttore della Protezione civile regionale, Maurizio Mainetti - la gran
parte degli sfollati l’ha vissuto serenamente, anche se qua e là non è mancata qualche
protesta. Ma questo è fisiologico, ogni nucleo famigliare ha la sua problematica ed è
difficile accontentare tutti. Anche se qui, a dire il vero, ci stiamo provando. Tutti, dai
volontari alle istituzioni, si prodigano per limitare al massimo i disagi di chi una casa
ancora non ce l’ha». L’albergo è sicuramente più confortevole della tenda, ma è più
lontano «da casa», e quindi più scomodo per chi deve andare al lavoro e a scuola. Il
lavoro più impegnativo per chi governa la macchina dell’assistenza è l’organizzazione dei
trasporti. Ai lavoratori che ogni giorno devono andare e tornare dall’albergo, la procedura
commissariale ha garantito il pagamento dell’abbonamento per i mezzi pubblici. Per gli
studenti,ma anche per diversi lavoratori, sono stati predisposti servizi di trasporto ad hoc.
Mentre per i più piccini si è trovato temporaneamente posto nelle scuole dei Comuni dove
la famiglia è andata in albergo. «È stato fatto un lavoro di ascolto nucleo per nucleo spiega Mainetti - e per ciascuno si è cercata la soluzione migliore possibile. Alla fine,
prima della partenza, sono stati distribuiti i vaucer alberghieri, gli abbonamenti, i buoni
pasto». Chi non ha obblighi di lavoro o di scuola, è andato più lontano degli altri, negli
albergi di Salsomaggiore e della Riviera. Tutti, comunque, nelle intenzioni dovrebbero
soggiornare nelle strutture ricettive per non più di due o tre mesi, il tempo per allestire i
moduli abitativi per alcune migliaia di persone che una sistemazione ancora non ce
l’hanno. «L’ultimo tassello del piano casa del commissario delegato alla ricostruzione,
Vasco Errani », afferma Mainetti, considerando che la maggior parte degli sfollati ha
optato per il contributo per l’autonoma sistemazione (il Cas, che può arrivare fino a 900
euro a famiglia), in attesa della ricostruzione delle migliaia di abitazioni crollate o
gravemente lesionate. Il 10 ottobre sono scaduti i termini del bando per la fornitura dei
moduli abitativi, firmato da Errani. Nei prossimi giorni dovrebbero cominciare i lavori
urbanistici e di allestimento. L’obiettivo è completare le opere entro 60 giorni, come è
avvenuto per le scuole, e di garantire una sistemazione stabile a tutti entro Natale.
14 ottobre 2012
Link: http://gazzettadireggio.gelocal.it/cronaca/2012/10/14/news/nuova-mazzata-sulwelfare-comunale-1.5855096
Nuova mazzata sul welfare comunale
L’aumento dal 4 al 10% dell’Iva sulle prestazioni delle coop sociali graverà sui
bilanci degli enti locali per milioni
di Massimo Sesena
Una mazzata. L’ennesima che rischia di abbattersi, ancora una volta, su enti locali e
aziende sanitarie. E’ quella “nascosta” nelle pieghe della Legge di Stabilità che il governo
si appresta a portare all’esame del Parlamento e che prevede l’aumento dell’Iva dal 4 al
10% delle prestazioni socio-sanitarie svolte dalle cooperative sociali nei confronti,
appunto, di Comuni e Aziende Usl. Messa così, la misura decisa dal governo Monti si
tradurrebbe in un aumento secco del 6% di tutti i servizi (che diventerà del 7%, con il
passaggio dell’Iva all’11% nel luglio del prossimo anno), con pesantissime ripercussioni
anche sulle stesse cooperative, quelle di tipo “A”, ovvero quelle che si occupano di
infanzia, anziani, assistenza domiciliari, disabilità, tossicodipendenza.
La stangata è duplice: perché mina alle fondamenta il sistema del welfare locale che in
questi anni si è sempre di più affidato al privato sociale. Anche per una ragione di
convenienza. Una convenienza che ora rischia di non esserci più. Un effetto che sarà
presto evidente, ad esempio, sulle Farmacie comunali riunite: mesi fa, si ricorderà, proprio
per alleggerire i bilanci dell’azienda speciale Fcr, il Comune decise di riportare nel proprio
alveo alcuni servizi socio assistenziali. E probabilmente, nel farlo, aveva previsto un costo.
Che ora è destinato a salire. Per avere un’idea: il Comune di Reggio ha iscritti a bilancio
circa 25 milioni di euro di spesa sociale. Di questa spesa, circa il 70% va a pagare i servizi
erogati dalle coop sociali. Se aggiungiamo a questa spesa l’aumento dell’Iva di sei punti
percentuali abbiamo un rincaro netto di quasi due milioni di euro. «E’ una misura
pesantissima per i Comuni - diceva ieri a botta calda il sindaco di Reggio e presidente
dell’Anci Graziano Delrio - e stiamo già lavorando per predisporre un emendamento per
fare in modo che questa misura sparisca dal disegno di legge del governo». Nei prossimi
giorni, poi è possibile che i tecnici del Comune siano chiamati a verificare l’incidenza di
questo aumento sul bilancio. «Sicuramente - commenta Mauro Ponzi, presidente del
Consorzio Oscar Romero, che su Reggio opera con una decina di cooperative sociali di
tipo “A” - i costi maggiori saranno a carico degli enti locali, ma sarà inevitabile subire
ripercussioni anche per le nostre coop. Penso ad esempio alle nostre cooperative sociali
che lavorano prevalentemente nel privato, come l’Arcobaleno e la Mazzaperlini, che
lavorano sui disturbi dell’apprendimento». Invero, mentre questo aumento dell’Iva avrà
ripercussioni soprattutto sui Comuni e le Ausl, le coop sociali devono già fare i conti con
un’altra misura, assai pesante per queste realtà: è quella contenuta nella Spending
Review che impone alle aziende sanitarie il taglio del 5% sui servizi appaltati alle coop
sociali. «Con quella - dice ancora Ponzi - stavamo già cercando di fare i conti. Ora arriva
questa mazzata, che sto vivendo come una vera presa in giro: se penso che all’assemblea
nazionale delle coop sociali ho sentito il ministro Passera dire che le nostre realtà sono il
motore della crescita del Paese. Poi ho saputo che, la sera prima, il governo aveva preso
la decisione di passare l’Iva al 10%. Perché lo ha fatto? La risposta - dice il presidente del
consorzio Romero - potrebbe essere la solita: ce lo chiede l’Europa. In realtà la storia è un
po’ diversa: dopo 21 anni l’Europa si è accorta che le coop sociali hanno un regime fiscale
diverso. E ha chiesto chiarimenti. E il governo, anziché mettersi al tavolo, fornire i
chiarimenti del caso, e discuterne laicamente, si è fatto più realista del re e ha portato l’Iva
al 10%».
15 ottobre 2012
Link: http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2012/10/15/news/poveri-e-senza-dimorai-numeri-dell-emergenza-1.5860811
Poveri e senza dimora: i numeri dell’emergenza
Al convegno di Porta Aperta confronto su vecchie e nuove povertà a Modena In città
oltre duecento senzatetto. I servizi offerti, il ruolo del volontariato
di Laura Solieri
Nella “ricca” Modena sono tra 200 e 250 le persone senza dimora: questo il dato emerso
dal convegno organizzato da Porta Aperta, il centro di accoglienza che dal 1978 opera sul
territorio modenese per occuparsi dei senza tetto. «Di questi, alcuni sono cronici, mentre
una grossa fetta riguarda un numero fluttuante di persone che si spostano» ha spiegato
Patrizia Guerra, responsabile settore Politiche Sociali del Comune che era tra i relatori del
convegno insieme con Paolo Pezzana, presidente della federazione delle organizzazioni
che si occupano dei senza dimora, e Gianpietro Cavazza, presidente del centro culturale
Francesco Luigi Ferrari. Il numero dei senza dimora a Modena va confrontato con gli altri
dati (del 2011) forniti dalla Guerra durante l'incontro: Modena ha 185.699 abitanti; 29.697
minori residenti (15,99% della popolazione totale, di cui stranieri il 20,98%); gli stranieri
residenti sono 28.720 (15,46%); gli anziani residenti sono 42.107 (22,67% di cui 11,81%
ultra settantacinquenne); gli anziani che vivono soli sono 11.045. Le famiglie sono 84.714:
38,9% unipersonali, 36% con figli minori; 3,2% monogenitoriali, 2,19 la dimensione media
dei nuclei famigliari. Da una ricerca Cap del 2004 (l'ultima a disposizione) il rischio povertà
a Modena riguarda il 15% delle famiglie: le coppie con figli minori sono il 50% di questa
fascia di povertà. «La percezione della città rispetto al fenomeno dei senza dimora è la
stretta connessione con elementi di devianza e patologia, ma nel momento in cui i
modenesi si avvicinano a queste persone ne sposano subito la causa, sviluppando una
ricchezza di prossimità incredibile. È per questo che dobbiamo avere dei volti e non solo
dei numeri in testa quando parliamo di questo fenomeno - ha detto la Guerra - Dobbiamo
pensare a quali sono i punti di arrivo date le poche risorse a disposizione: per ora, i tagli al
Comune previsti saranno di 9 milioni di euro e per il nostro settore, posto che non saranno
tagli lineari, l'incidenza sarà di 3 milioni. Dobbiamo mettere in campo interventi che nel
medio-lungo periodo ci permettano di affrontare alla radice questo problema, fermo
restando che il ruolo del volontariato svolto in questo campo a Modena dalle associazioni
Porta Aperta, Misericordia e dalle varie parrocchie è fondamentale». Negli ultimi quattro
anni le persone che si rivolgono a Porta Aperta per soddisfare bisogni primari, quali
mangiare, dormire, lavarsi e curarsi, sono costantemente aumentate, a causa della crisi
economica, che ha colpito numerose famiglie, anche modenesi. Questi i dati raccolti da
Porta Aperta relativi ai vari servizi erogati: mensa (un pasto caldo al giorno): dai 13.000
pasti del 2008, passiamo ad oltre 15.000 nel 2009, quasi 20.000 nel 2010; 21.278 nel
2011; 7000 a giugno 2012; docce e servizi igienici: dai 193 (per 1.118 docce) del 2008, ai
296 (per 2.319 docce) del 2009, ai 326 (per 2.604 docce) nel 2010; 423 nel 2011 (per
2.587 docce); 237 a giugno 2012 (per 943 docce); ambulatorio medico: 1.852 visite nel
2008; 1859 nel 2009; 1.672 nel 2010; 1.693 nel 2011; 1.151 a giugno 2012 ; distribuzione
alimentari: 493 famiglie nel 2008; 736 nel 2009; 812 nel 2010; 781 nel 2011; 608 a giugno
2012; dormitorio: 467 ingressi negli ultimi 4 anni, calcolati a giugno 2012. A livello
nazionale, la ricerca Istat presentata da Pezzana, dice che in Italia sono 47.648 le persone
senza dimora: la maggioranza vive al Nord, è straniera, quasi i due terzi avevano una
casa prima di essere senza dimora, in media sono in queste condizioni da 2,5 anni, poco
più di un quarto lavora, il 61,9% ha perso un lavoro stabile, il 18% non ha fonti di reddito,
le donne sono il 13,1%. Durante l'incontro, Cavazza ha chiarito che quando si parla di
nuove povertà, si parla di ulteriori povertà che si sommano a quelle vecchie, legate
all'economia: «Le nuove povertà non sostituiscono quelle vecchie, che rimangono. Nel
lontano 1994 è nato l'Osservatorio sulla povertà che il centro Ferrari ha condotto insieme
alla Caritas per parlare delle povertà a Modena: nel 2002 con la Bossi-Fini ci fu la
“sanatoria delle illusioni”, il flusso migratorio aumentò con la povertà; nel 2003 si parlò di
povertà sistemica: nel nostro sistema di sviluppo sociale ci sono i germi che producono la
povertà. Nel 2005 affrontammo il tema dell'emergenza casa; nel 2008 il problema
dell'integrazione con gli stranieri; nel 2011 il tema del lavoro, perché oggi possedere un
lavoro non vuol dire essere fuori dalla soglia di povertà. Oltre a leggi appropriate, conformi
alla Costituzione - ha concluso Cavazza - abbiamo bisogno di porre in essere interventi
strutturali capaci di incidere sui nostri stili di vita, all'insegna di un'etica e di un'equità che
devono essere applicate ad ogni ambito».
15 ottobre 2012
Link: http://lanuovaferrara.gelocal.it/cronaca/2012/10/15/news/la-guerra-infinita-tra-aism-ezamboni-1.5860857
La guerra infinita tra Aism e Zamboni
Sclerosi multipla: la contesa scientifica ha avuto un prologo a Ferrara, ora è
diventata nazionale. In palio c'è il futuro della sperimentazione ‘Brave Dreams'
di Gioele Caccia
Non è semplice per i non addetti ai lavori addentrarsi nel labirinto di dati e conoscenze su
cui si fonda una contesa scientifica. Quelle informazioni in genere arrivano al grande
pubblico solo dopo un lungo percorso, rilanciate da un articolo giornalistico o da qualche
esperto che ne ricostruisce gli aspetti salienti in un testo divulgativo. L’eccezione è
rappresentata dalle dispute scientifiche i cui protagonisti, per una serie di particolari
circostanze, si trasformano in personaggi. Non c’è dubbio che qualcosa del genere sia
avvenuto negli ultimi tre anni a Ferrara, oggi epicentro di una durissima diatriba tra il
ricercatore ferrarese Paolo Zamboni e l’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism).
Le origini. Una storia che nasce verso la metà dello scorso decennio, quando il chirurgo
vascolare inizia ad approfondire un filone di studi sulla sclerosi multipla che si era arenato
negli anni'60. Il risultato di quella attività viene alla luce tra il 2005 e il 2006, quando il
ricercatore formula la prima ipotesi sulla possibile incidenza nella sclerosi multipla di una
patologia che definisce ‘Insufficienza venosa cronica cerebro-spinale’ (Ccsvi). La teoria
proposta dall’angiologo ferrarese, che esegue al S. Anna uno studio su 65 pazienti,
ipotizza un collegamento fra la Ccsvi (cioè l’ostruzione o malformazione delle vene della
testa, del collo e del torace), la cattiva circolazione del sangue nei distretti venosi e
l’insorgenza della sclerosi multipla (Sm).
Clamoroso annuncio. L’esito di quella ricerca viene pubblicato nel 2009 e fa molto rumore.
I pazienti si organizzano e danno vita a un gruppo di sostegno (Ccsvi-Sm) che oggi conta
più di 36mila iscritti. Molti centri scientifici nel mondo (Usa e Canada davanti a tutti)
avviano studi per testare la validità della teoria sulla Ccsvi; alcune ricerche sono in corso,
compresa la sperimentazione ‘Brave Dreams’, coordinata dallo stesso Zamboni, che ha
mosso i primi passi ad agosto proprio a Ferrara, negli ambulatori e nelle sale operatorie
dell'ospedale S. Anna. Al S. Anna si è svolta anche una parte dello studio ‘Cosmo’,
promosso e finanziato da Aism e Fism: le due Neurologie dell’azienda ospedaliera, sotto la
guida dei professori Enrico Granieri e Maria Rosaria Tola, hanno infatti aderito alla ricerca
il cui esito, presentato a Lione pochi giorni fa, ha confutato l'ipotesi di un legame fra Ccsvi
e Sm. L'Aism ora propone lo stop degli altri studi in corso, richiesta che ha suscitato
sorpresa e dubbi nel mondo scientifico. Tra questi studi c'è ‘Brave Dreams'.
I primi dissidi. La frattura fra Aism e Zamboni ha un prologo proprio a Ferrara, quando a
metà dello scorso decennio viene meno la possibilità di una collaborazione fra l’angiologo
che ha scoperto la Ccsvi e la neurologa Maria Rosaria Tola, che poi è entrata nello studio
Aism. La circostanza spinge Zamboni a guardare verso Bologna, dove lavora il neurologo
del Bellaria Fabrizio Salvi, oggi tra i suoi principali collaboratori. La rottura con
l’associazione si consuma definitivamente due anni fa, quando il chirurgo vascolare
abbandona il gruppo di ricerca Aism contestandone la metodologia (assenza di
multidisciplinarietà, formazione del personale) e si incammina su un percorso molto più
ostico che solo nel 2012 gli dà la garanzia del finanziamento della sperimentazione e, tre
mesi fa, la certezza di una sede dove svolgere la ricerca.
Guerriglia mediatica. In questi due anni la polemica fra i due gruppi di ricerca, ripresa
anche dai media, è sistematica. Aism promette a Zamboni un fondo di un milione di euro a
sostegno dei suoi studi, ma quei soldi non arrivano e alla fine è lo stesso Zamboni a
chiedere che dietro a ‘Brave Dreams’ ci siano solo finanziatori pubblici. Le schermaglie si
fanno via via più pesanti. L’associazione Ccsvi-Sm accusa il prof. Giancarlo Comi,
ricercatore aderente a ‘Cosmo’, esponente di spicco di Aism e Fism, direttore del Centro di
Neurologia del S. Raffaele di Milano e presidente della Società Italiana di Neurologia (Sin),
di aver inviato agli iscritti una lettera in cui prospetta l’esclusione dal sodalizio scientifico
degli specialisti che sostengono Zamboni.
I dubbi dell’Aism. L’Aism non nasconde le sue riserve (che hanno trovato conferma
nell’esito di ‘Cosmo’) per gli studi condotti da Zamboni: chiede al ministero della Salute di
non autorizzare ‘Brave Dreams’, sottolineando fra l’altro che l’intervento di angioplastica
comporta rischi per il paziente e citando casi avvenuti negli Usa. Tesi avversata dallo
stesso Zamboni: l’angioplastica - ribatte il chirurgo vascolare - è una procedura
consolidata e, se eseguita in modo corretto, è sicura. Lo scorso luglio il ministero della
Salute dà l’ok.
Gli ultimi sviluppi. Oggi dopo la proposta di stop agli «esami e interventi non necessari»
avanzata dall’Aism, Zamboni si appella alla «libertà di ricerca» e si accinge a difendere il
diritto di portare a termine ‘Brave Dreams’ . Sullo sfondo della partita, ma dovrebbero
essere in primo piano, si scorgono i pazienti. Quelli ferraresi, per l’adesione in blocco delle
Neurologie del S. Anna allo studio ‘Cosmo’, sono di fatto esclusi dalla sperimentazione
Zamboni: per partecipare occorre il via libera di un neurologo da cui si è in cura da almeno
due anni e a Ferrara nessun neurologo ha aderito a ‘Brave Dreams’; solo chi si è spostato
su Bologna per tempo ha avuto una chance. Molti malati seguono con preoccupazione
l’ultimo risvolto della disputa scientifica. Gli interessi in gioco sono imponenti e le notizie
non mancano. Un fronte della ricerca sta orientando la propria attenzione sulle cellule
staminali mentre una casa farmaceutica, proprio lo stesso giorno in cui è stato
pubblicizzato l’esito dello studio ‘Cosmo’, ha annunciato una nuova pillola.
I dati delle ricerche. Lo studio ‘Cosmo’, promosso e finanziato da Aism e Fism, è durato
due anni ed è costato 1.5 milioni, con 1767 casi analizzati (1165 i malati di Sm) e 35 centri
neurologici aderenti. E’ stato presentato nel congresso Ectrims, a Lione, nei giorni scorsi e
ha approfondito l’aspetto diagnostico, escludendo un collegamento fra Ccsvi e Sm (solo il
3% di compresenza delle due patologie). All’ospedale di Cona è partita lo scorso agosto,
in collaborazione con il Bellaria di Bologna, la ricerca ‘Brave Dreams’, finanziata dalla
Regione con 2.9 milioni di euro, che nel giro di due anni dovrebbe fornire risposte, con il
reclutamento a regime di 687 soggetti e il coinvolgimento di 19 centri in tutta Italia, sul
legame fra Ccsvi e Sm e sull’effetto terapeutico dell’intervento di disostruzione delle vene
attraverso l’angioplastica. L’Aism, dopo la presentazione dello studio ‘Cosmo’, ha chiesto
lo stop delle altre ricerche in corso. Una posizione che ha suscitato perplessità negli
ambienti scientifici e accademici e che è già stata definita «inaccettabile» dal rettore di
Ferrara, Pasquale Nappi.
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