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Il mestiere di architetto è un lavoro sull`attività umana. Trovo molto

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Il mestiere di architetto è un lavoro sull`attività umana. Trovo molto
Il mestiere di architetto è un lavoro sull'attività umana. Trovo molto bello fare delle cose, anche
molto semplici, che però a volte hanno effetti anche molto complicati. E' una grande avventura:
ovunque si mettano le mani, c'è qualcosa da spiegare, qualcosa da conoscere...e qualcosa che ti
sfugge continuamente. E' il mestiere dello stare al mondo, il mestiere che era di Cesare Pavese...
Il lavoro che io cerco di fare è quello di mettere in ordine dei pensieri. Così è nata l'idea di riflettere
sulla decorazione. Decorazione come momento di cultura: decor-azione, cioè un'azione decorativa.
Azione vuol dire movimento, cioè qualcosa di fisico: “movimento attraverso il decoro”. E il decoro
cos'è? E' una rappresentazione spaziale.
Qui si arriva a toccare l'enigma interessante. Perché lo stupore della decorazione è sempre
appartenuto all'architettura, ma è sempre appartenuto anche all'uomo stesso. La decorazione, infatti
è qualcosa che l'uomo si porta avanti da millenni: con metodicità, l'uomo ha sempre cercato di
trovare una spiegazione a dei simboli per necessità interiori.
Quindi la decorazione è la rappresentazione di un'idea di spazio ben precisa, legata alla divinità.
Nelle diapositive, avremo una prima parte dedicata allo spazio, poi una alla superficie, al colore e
l'ultima – che dovrebbe essere la prima – alla decorazione, con una antologia/repertorio di esempi
orientali.
Il primo termine è “stupore”. Ricordiamo le sensazioni che ci vengono entrando in una basilica,
come ad esempio quelle ravennati: è lo stupore la prima cosa che ti prende. Stupore per la qualità
dello spazio, per la simbologia complessa, per la ricchezza dei materiali, per la metodicità, per le
scelte precise. E questo genera l'atemporalità della struttura architettonica – che secondo me è il
grande valore dell'architettura – cioè la possibilità di stupirti continuamente nei secoli.
Quindi l'architettura è grande pensiero. Io sono arrivato a questa conclusione.
Non penso di avere delle grandi certezze, però continuamente vado a sbattere come una falena su
certi punti; e mi rendo conto che atemporalità vuol dire rapporto armonico, scelta precisa, rapporto
con la divinità. Il bisogno di spiritualità è un bisogno interno all'uomo; quando c'è questo bisogno di
spiegarsi perché siamo qui, quando questo sentimento è così puro, allora il pensiero diventa
tridimensionale e questo anelito è così importante che conserva questo messaggio, al di là del suo
tempo: atemporalità, attualità, divinità, centro, universo, spazio.
Questo è un meccanismo di struttura dello spazio, tipico della cultura islamica: ci sono delle matrici
simboliche, concettuali, controllate da un pensiero di cultura alta. E quando si costruisce, ci si pone
subito in relazione con questi temi: la centralità, l'universalità ecc.
Quindi, quando loro lavorano per fare della decorazione, i loro rapporti con lo spazio sono questi:
c'è una centralità che va verso l'esterno: inseguiamo lo spirito, poi questo spirito lavora sul
manifesto e gira in senso orario, così questo percorso dal corpo, all'anima, allo spirito si va a trovare
in funzione dello spazio cosmico della divinità; l'altro schema corrispondente è il contrario: dal
manifesto si va all'interno dell'uomo, dal cosmo al macrocosmo.
Questa grande relazione si svolge tra il centro dell'uomo, il suo sentimento più vero, la centralità e
l'esterno da spiegare.
Questo è molto interessante, perché è il sistema di coordinate già proposte nel secondo secolo, che
sono i movimenti delle direzioni nello spazio. E questo si applica su tutta la geometria islamica.
C'è l'alto/basso, il sinistra/destra, il sopra/sotto e sono le direzioni del corpo umano, che vengono
poi riprese da Leonardo Da Vinci.
Interessante, poi, è la connessione tra scienza e natura, che poi riprende anche Paolo Portoghesi in
quel bel libro che è “Arte e natura”: è un tema ricorrente, il tema magnifico dell'osservazione.
Tutte queste forme sono lavorate sul centro, sull'equilibrio: questo vuol dire lavorare in assenza di
gravità, in termini di meccanismo ingegneristico. Quindi togliere tutti quei pretesti di struttura in
più che determinano l'errore, togliere sempre più il superfluo e arrivare alla sintesi, a un
meccanismo più semplice, più tipico e più specializzato per riuscire a fare una cosa.
Partiamo dal vaso greco, il primo oggetto di design: secondo me, i primi vasi sono nati
dall'osservazione di forme naturali armoniche (le foglie), perché il pensiero classico è fondato
sull'osservazione.
Nell'architettura classica questa forme nascono graficamente, mentre nell'architettura islamica si
riprende l'aspetto dell'osservazione: le cose che funzionano bene in natura funzionano bene anche
concettualmente.
A questo punto, dalla struttura che avevamo visto prima comincia a nascere una struttura armonica
che crea il pattern numero uno: il cubo.
Si è lavorato molto sul rapporto tra matematica e natura.
Il pensiero islamico ha fatto suo questo pensiero e l'ha tradotto in spazio.
I colleghi cinesi, ad esempio, non lavorano in termini di shaping, di forme, di immagini, ma
lavorano in termini di energia restituita dalle forme. Riescono ancora a lavorare con il pensiero
taoista confuciano, che determina le rappresentazioni spaziali come fonti di energia.
E' questione di spazio/tempo e distribuzione di energia. Louis Kahn in questo senso è un esempio, e
lo vedremo.
In questi spazi, che sono spazi armonici, l'energia è armonica.
La decorazione, di cui vorremmo parlare, sarebbe un surplus concettuale.
Certi esempi di architettura contemporanea – come De Meuron a Tokyo – generano sensazioni di
ansia perché c'è squilibrio. C'è una grande voglia di stupire, nella forma e non nel pensiero. Negli
architetti della contemporaneità c'è un'ansietà a voler fare uno “scoop tridimensionale”.
Invece, tutta la classicità, tutto ciò che ci fa stare bene, è atemporale e credo che queste cose siano
costruite su un pensiero preciso: c'è un ordine in natura.
La decorazione, che nasce in Persia attorno all'anno 1000, fa suo il sapere greco e lo traduce in
rapporto uomo/dio. Come si rappresenta Dio? Con la cosa più bella che abbiamo: la simmetria e la
precisione.
Il filosofo, come l'architetto, cerca il più possibile di semplificare i meccanismi: ha di fronte un
universo che non riesce a spiegare, ma vuole farlo, e lo identifica con una enorme energia di cui ha
rispetto e per la quale vuole trovare un meccanismo di spiegazione simbolico e filosofico.
La grande architettura è trasfigurazione dello spazio (v. Louis Kahn).
E' inutile cercare delle composizioni complicate quando le forme più semplici consentono la
massima espressione.
Le proporzioni hanno un loro valore e non sono superflue (v. corpi platonici).
Tutti questi ragionamenti hanno a che fare con la spiritualità, col rapporto uomo/dio. Credo che
l'architettura abbia perso parte della sua forza quando si è messa al servizio della normalità: con
l'espressionismo e il romanticismo l'artista si sente libero di esprimere se stesso e perde la relazione
con l'Universo.
Esiste un ordine della natura, un ordine di costruzione cui l'uomo si è adattato: ad esempio, i livelli
di crescita di una pianta...
...oppure la molecola di acido deossiribonucleico...
...oppure una sezione del DNA.
Questo è l'ordine della natura, il modo in cui costruisce la natura. L'uomo si è adattato a questo
ordine e lo ha ripreso per le sue costruzioni.
Ora rivolgiamo l'attenzione alla superficie.
Se io faccio qualcosa da cui traspare energia, questa energia mi porta da qualche parte. Questo
riguarda tutta la simbologia dell'Eden e del giardino islamico. Questa esigenza di qualità del
pensiero è molto precisa.
Questo “senso del posto” è ciò che manca all'architettura contemporanea: un luogo dove c'è
qualcosa, un luogo dove si sente una certa energia.
Le culture esprimono sempre le stesse necessità: qualità e rapporto.
E tutto viene dalla meraviglia: come per i bambini, che anche davanti ad una cosa piccola
costruiscono un mondo. Questo stupore, questa meraviglia, è anche la condizione umana che ti fa
capire la tua imperfezione e la tua mancanza di schema. Tu senza geometria in realtà vuoi mettere a
posto l'Universo, che è un compito che non è umano.
La decorazione è un rituale. Noi siamo stimolati dall'unicità del bello, siamo strutturalmente attratti
dal bello, secondo me per simmetria. Quindi la decorazione è una grande necessità non di
sovraccarico, ma di completamento della straordinarietà di una forma che è già eccezionale. Ma è
un intervento che è inerente. Ma esiste anche una decorazione che distrugge la forma.
Qual è la differenza fra decorazione e ornamento? La decorazione è un'attività completa – decor-
azione – mentre l'ornamento è solo una parte, un qualcosa che in certi periodi è stato vissuto anche
come negativo. Secondo me non lo è: potrebbe essere una specializzazione del decoro. Ornare, in
certo senso, vuol dire mettere in ordine, quindi è un qualcosa di positivo.
La decorazione è il messaggio visivo di un concetto complesso.
Questa completezza è la cosa interessante ed è quello che ci manca adesso. C'è un senso di ansia
davanti al moderno. E' sempre esistito un unico: decorazione e spazio funzionano insieme.
E il risultato è questo, è lo stupore della decorazione.
Interessante è entrare in un meccanismo speculativo dove ognuno dà la propria lettura e spiega i
motivi delle sue convinzioni. Questa è la famosa grande cultura universale che ci manca.
Un altro concetto su cui mi sono concentrato è che la struttura è creatrice di luce. L'energia ha
dentro in sé la luce. E mi sembra straordinario pensare di fare un'architettura in termini di luce.
Ragioniamo adesso sui colori e sui sistemi di rappresentazione:
Il sistema islamico del XIII secolo era organizzato in maniera perfetta e diceva cose estremamente
interessanti. I colori, ad esempio, erano classificati in secchi e umidi.
L'architettura islamica ripropone forme della natura, forme che sono anche esoteriche.
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