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E` vero, al telefono non mi trovo a mio agio, il più

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E` vero, al telefono non mi trovo a mio agio, il più
MOLOCH
Galleria Lipanjepuntin, Trieste, 2001
Artissima, Torino, 2001 : Artcologne, Koln, 2001 : Artefiera, Bologna, 2002 : Arco,
Madrid, 2002
Moloch, antica divinità Cananea a cui venivano immolati sacrifici umani, specialmente
bambini. Moloch è poi divenuto simbolo del tiranno vendicativo che esige dai sudditi
l’obbedienza fino all’estremo e li priva di tutti i beni compresi i figli. Oggi Moloch è il
simbolo dello stato opprimente, della fabbrica – città divoratrice di uomini schiavi.
S.P.K., Sozialistisches Patienten Kollektiv, formazione di musica sperimentale dei primi
anni Ottanta. Il nome deriva da un collettivo di malati di mente tedeschi che misero
insieme un gruppo terroristico. Saltarono in aria mentre cercavano di costruire bombe nel
loro ospedale psichiatrico.
*
Morfologia dell’assenza
Nel suo più recente ciclo di opere, intitolate S.P.K. (sigla come in precedenti occasioni
legata all’ambito della musica industriale), Andrea Chiesi prosegue con lucidità e
coerenza la propria personale e attenta riflessione creativa sulla città e i suoi luoghi. Il
lavoro di ricerca sulle aree periferiche delle grandi città, soggetto primo anche delle serie
Siderale, G.R.U. e Moloch, ha seguito nel suo percorso lavori come quelli raccolti sotto il
titolo Viscera, nei quali soggetto unico e deformato delle sue opere era il corpo umano,
indagato nelle sue componenti anatomiche in quanto figura di un riversarsi all’esterno del
proprio fisiologico modificarsi, quasi in uno sciogliersi della materia. Questi aspetti di
densità profonda, tattilità e carnalità dell’immagine, si ritrovano nelle opere il cui
protagonista diviene il paesaggio delle periferie, e permettono di definire il percorso di
Chiesi come segnato da questa connaturalità fisiologica e psicologica tra corpo umano e
corpo urbano.
Il corpo urbano è per l’artista l’architettura divenuta archeologia post-industriale,
progetto di un progresso divenuto monumento di se stesso, perciò mostro insaziabile e
minaccioso che risiede ai margini della nostra contemporaneità e incombe sul nostro
destino di interazione (e integrazione) sociale. Si vedano a questo proposito la serie
G.R.U. (Grande Rumore Universale), 2000, o la più recente Moloch, 2001, dove le
gigantesche strutture che si stagliano contro gelidi sfondi privi di orizzonte e cromia, con
prospettive di sotto in su che ne potenziano il sinistro presentarsi, nel medesimo tempo si
astraggono dalla loro natura operativa e costruttiva, articolandosi in lucide e precise
geometrie, e si concretano in nuove identità atemporali di distruzione, assumendo
morfologie corporali. Oppure alle opere che ritraggono con gli stessi scorci architetture
del periodo fascista, nelle quali la spersonalizzazione della storia - ottenuta con la
cancellazione delle scritte dalle facciate degli edifici, o semplicemente attraverso quel
procedere per 'congelamento' dell'immagine consueto e caratteristico dell'operatività di
Chiesi - diviene atemporalità sorda e silente, in una purezza luminosa di volumi scanditi
dal rigore del proprio passato. La densità dell'immagine si ritrova a livello strutturale,
nell'iterazione ossessiva, nella messa a nudo degli elementi portanti - dell'architettura
come del percorso della 'vita' in essa; ma anche nella integrazione funzione decostituita memoria, cioè e su un livello emotivo, per cui l'assenza rende questi luoghi simboli di se
stessi e di sé autonomamente parlanti.
Il corpo urbano è anche il luogo, custode proprio di questa funzionalità perduta, di un
“lavoro morto” (per citare le parole dello stesso artista) che parla di una storia scomparsa
eppure presente, e resta come attore che interpreta se stesso: silenzio e assenza, temi
caratteristici e particolarmente evidenti nei lavori più recenti, ma in realtà da sempre
sottesi alla pittura di Chiesi. L'attuale dimensione di silenzio della sua opera non è infatti
altro che la risultante del "grande rumore universale": somma di tutti i respiri della
memoria, traccia di una presenza che si percepisce proprio perché non c'è più, ricordo
stesso del 'monumento'. La forma nell'opera di Chiesi è sempre morfologia: l'interesse
viene spostato continuamente su ciò che è assente (ciò che esce dalla tela, ciò che è
nell'immagine come suo passato).
Viscere e scheletri della città e delle sue strutture 'produttive' emergono nella loro verità
di luoghi dell'assenza, rovesciati all'esterno. L'ossimorico silenzio assordante che udiamo
nei paesaggi urbani dipinti da Andrea Chiesi ci giunge dalle profondità - viscerali dell'origine. Una originarietà che parla di metamorfosi del tempo in spazio: la
spazializzazione del rumore e del silenzio è infatti ciò che emerge dalle sequenze
ossessive di strutture come dai rarefatti orizzonti che ritroviamo egualmente intensi nelle
immagini di Chiesi.
Luogo per eccellenza di questo silenzio della storia e della contemporaneità (che
nell'opera di Andrea Chiesi giungono a coincidere attraverso una progressiva reciproca
assimilazione nella dimensione del mito) è la periferia urbana, contrapposta al centro,
ancora una volta a sottolineare come quella di Chiesi voglia essere sin dai suoi inizi una
pittura ‘contro’: un percorso diverso, teso alla sottolineatura dell'alterità come privilegiata
possibilità di crescita, in una connotazione radicalmente sociale e senza retorica, nella
ricerca del dialogo con la diversità, la multiformità in ombra della socialità. La sua pittura
ci presenta un mondo siderale di assenze, e di fronte ad esso tutti siamo chiamati in causa
per comprendere le ragioni di questa scomparsa che si fa attesa, e neutralizzare il mostro
assassino. L'aspetto di definizione sociale dell'opera di Chiesi appartiene a un ambito di
intervento che non diviene altro da sé: l'eteronomia dell'arte ha per lui il valore di un
legame concreto con il reale, segnatamente il reale 'alternativo', e non giunge mai a
configurarsi come utopia di esso.
La città è definita dalla sua molteplicità funzionale: nei dipinti di Andrea Chiesi queste
città nate per l’uomo mostrano il loro essersi trasformate in minaccia e luogo di perdita
della sua stessa identità. La città come luogo di relazioni intercoscienziali pare non essere
più una realtà possibile - non resta che una città 'personale': "Di questa città che nessuno
di voi conosce, mando notizie, ma non bastano mai. Ciascuno di voi forse conosce o
frequenta altri paesi; eppure in questo che dico nessuno mai potrà abitare tranne io. Di qui
appunto l'unico ma indiscutibile interesse delle informazioni; perché questa città esiste e
che possa darne precise notizie c'è uno solo." (Dino Buzzati, La città personale, in
Sessanta Racconti, Mondadori Milano, 1958). Andrea Chiesi ci parla di questa città reale
eppure nascosta alle nostre esperienze quotidiane e riposte, che non amano mettersi in
discussione e avanzano con i tappi nelle orecchie per non sentire il grande rumore
universale, il grido della memoria e del presente: e nei suoi silenzi raggelati ci porta a
leggere chiaramente questa morfologia dell'assenza, nella città della coscienza.
Francesca Pola
(Tratto dalla rivista TITOLO n. 37, inverno 2001/2002)
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