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Le aree di tensione nello spazio euro-atlantico

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Le aree di tensione nello spazio euro-atlantico
XVI legislatura
Le aree di tensione nello spazio
euro-atlantico
Contributi di Istituti di ricerca specializzati
n. 111
marzo 2009
XVI legislatura
Le aree di tensione nello spazio
euro-atlantico
A cura di Valerio Briani, dell’Istituto Affari
Internazionali (IAI)
n. 111
marzo 2009
Servizio affari internazionali
Servizio Studi
Direttore
Daniele Ravenna
Segreteria
tel. 06 6706_2451
_2451
_2629
Fax 06 6706_3588
Direttore
Maria Valeria Agostini
Segreteria
tel. 06 6706_2405
_2989
_3666
Fax 06 6706_4336
Le aree di tensione nello spazio euro-atlantico
di Valerio Briani *
Il presente lavoro offre una panoramica sui principali teatri di crisi o aree di
instabilità nello spazio euro-atlantico, fornendo anche indicazioni di prospettiva
sui possibili sviluppi futuri.
Il primo capitolo è focalizzato sul Caucaso. Le regioni prese in esame sono le due
regioni secessioniste della Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud, e la provincia
azera del Nagorno-Karabakh, contesa fra Azerbaigian e Armenia. Dopo la guerra
con la Russia, la Georgia ha scarse speranze di riacquistare il controllo su
Abkhazia e Ossezia del Sud. Le due province, auto-proclamatesi indipendenti da
tempo, hanno avuto il riconoscimento ufficiale della Russia, che le sostiene
militarmente ed economicamente. Per quanto riguarda il Nagorno-Karabakh,
Armenia e Azerbaigian hanno recentemente segnalato di voler intensificare i
negoziati per raggiungere un compromesso. Non sembra però che ci siano le
condizioni per sperare in una prossima svolta nei negoziati.
Oggetto dell’analisi del secondo capitolo è l’Europa orientale, e segnatamente la
provincia secessionista moldava della Transnistria e la penisola di Crimea in
Ucraina. I negoziati fra la Moldavia e la Transnistria sono interrotti da tempo e il
quadro negoziale definito negli anni scorsi appare ormai esaurito. Il governo
moldavo è decisamente contrario all’uso della forza per risolvere la questione, per
cui sembra possibile escludere una ripresa delle ostilità. Altrettanto calma, almeno
in apparenza, è la situazione nella penisola ucraina di Crimea, abitata in
maggioranza da russi e attraversata da fermenti secessionisti, nonché sede (in
affitto) della flotta russa del Mar Nero. L’evoluzione della situazione in Crimea è
perciò dipendente dal quadro più ampio delle relazioni russo-ucraine: un repentino
peggioramento di queste potrebbe provocare gravi tensioni tra il governo ucraino
e la minoranza russa della penisola.
Il terzo capitolo è dedicato ai Balcani. Non ci sono stati sviluppi positivi nella
relazione tra la Serbia e la sua ex provincia a maggioranza albanese, il Kosovo,
che ha dichiarato l’indipendenza ad inizio anno ottenendo il riconoscimento di
molti paesi occidentali. La mancata normalizzazione dei rapporti tra i due
impedisce l’adesione del Kosovo alle principali organizzazioni internazionali
(Onu inclusa) e ne rallenta lo sviluppo. La Bosnia-Erzegovina non si è ancora
lasciata alle spalle l’eredità della guerra civile degli anni Novanta. La classe
politica è impegnata in un faticoso e per ora parzialmente infruttuoso tentativo di
rendere più efficiente lo stato centrale. Infine, la Macedonia sembra essersi
lasciata alle spalle il pericolo di un nuovo conflitto tra la maggioranza macedone e
la minoranza albanese. Il paese è però afflitto da gravi problemi di instabilità
politica, che ne complicano processo di integrazione europea.
La risoluzione di questi conflitti (o il superamento delle varie situazioni di
instabilità) richiederebbe un’azione concertata dei principali attori della comunità
internazionale coinvolti: Stati Uniti, Unione europea e Russia. Le relazioni spesso
conflittuali tra occidentali e Russia influenzano negativamente la cooperazione
nelle aree di crisi del continente. In mancanza di un miglioramento dei rapporti tra
le grandi potenze sarà difficile aspettarsi la ricomposizione dei vari conflitti
regionali.
*
Valerio Briani è assistente alla ricerca presso l’Istituto affari Internazionali.
1
2
Indice
Introduzione
1. Caucaso meridionale
1.1 Abkhazia e Ossezia del sud
1.2 Nagorno-Karabakh
2. Europa orientale
2.1 Transnistria
2.2 Crimea
3. Balcani
3.1 Kosovo
3.2 Bosnia-Erzegovina
3.3 Macedonia
Conclusioni
3
4
Le aree di tensione nello spazio euro-asiatico
di Valerio Briani
Introduzione
Il presente lavoro offre una breve analisi dei principali teatri di crisi o aree di
instabilità nell’area euro-atlantica. Il primo capitolo si concentra sul Caucaso. Le
regioni prese in esame sono le due regioni secessioniste della Georgia, Abkhazia e
Ossezia del Sud, e il Nagorno-Karabakh, la provincia azera contesa fra
Azerbaigian e Armenia. Il secondo capitolo riguarda l’Europa orientale. Oggetto
dell’analisi è la situazione nella provincia secessionista moldava della Transnistria
e nella penisola di Crimea in Ucraina. Il terzo ed ultimo capitolo è dedicato ai
Balcani. Le aree di tensione prese in considerazione sono Macedonia, BosniaErzegovina, ed il Kosovo recentemente dichiaratosi indipendente. Segue una
breve conclusione critica.
1. Caucaso meridionale
1.1 Abkhazia e Ossezia del Sud
Abkhazia e Ossezia del Sud sono due regioni filo-russe della Georgia con forti
tendenze separatiste (la prima ha sempre puntato all’indipendenza, la seconda
all’unificazione con l’Ossezia del Nord, una repubblica della Federazione russa).
Di fatto, il governo centrale georgiano non controlla il loro territorio
rispettivamente dal 1994 e 1992. Nel corso degli anni le due regioni hanno
costituito istituzioni parastatali funzionanti (in particolare l’Abkhazia) e forze
armate di autodifesa. La breve guerra tra Russia e Georgia dello scorso agosto,
conclusasi con la rotta delle forze armate georgiane, l’aumento della presenza
militare russa in Abkhazia e Ossezia del Sud, e il riconoscimento della loro
indipendenza da parte di Mosca, sembra aver spento ogni tenue speranza di poter
recuperare i due territori alla sovranità di Tbilisi. La guerra d’agosto è l’ultimo e
più grave episodio di un processo che ha visto il Cremlino entrare in rotta di
collisione con il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che ha adottato un
atteggiamento fortemente filo-occidentale, in particolare filo-americano, ed
esplicitamente anti-russo. Gli Stati Uniti e l’Unione europea sostengono l’integrità
territoriale della Georgia, cui hanno promesso aiuti finanziari e maggiore
cooperazione dopo la guerra. Sono però divisi sull’opportunità di aprire le porte
della Nato a Tbilisi. La mancanza di una comune strategia per la Georgia,
sommata al fatto che la Russia è in una posizione di forza, limita l’influenza di
America ed Europa sugli sviluppi in Abkhazia e Ossezia del Sud.
5
Se si eccettua la comune rivendicazione separatista, tra Abkhazia e Ossezia del
Sud esistono più differenze che somiglianze. L’Ossezia del Sud è una regione
molto piccola, abitata da 70 mila persone circa (stime del 2004, le cose sono però
cambiate dopo la guerra), che si estende dalla catena montuosa del Caucaso verso
sud in territorio georgiano – una posizione geografica che limita gravemente le
opportunità di commercio. Le possibilità dell’Ossezia di divenire uno stato
autosufficiente dal punto di vista economico sono scarse. La provincia sopravvive
grazie agli aiuti della Russia. Non a caso il governo sud-osseto ha più volte
espresso la volontà di entrare a far parte della Federazione russa (della quale è già
parte l’Ossezia del Nord), anche se Mosca sembra aver messo fine a speculazioni
in questo senso riconoscendo la sua indipendenza. L’Abkhazia (216 mila abitanti
circa, stando a dati del 2003) punta invece a divenire uno stato pienamente
sovrano, ed ha cautamente cercato di distanziarsi da Mosca. Il suo presidente,
Sergey Bagapsh, considerato un moderato, sta cercando di incoraggiare la
costruzione di legami con l’Europa. L’Abkhazia beneficia dello sbocco sul Mar
Nero e di un settore del turismo in espansione, e sembra avere la possibilità di
raggiungere l’autosufficienza economica. La regione è però anch’essa dipendente
dalla Russia, in particolare nel campo della sicurezza.
Mosca fa leva sui suoi stretti legami con le autorità secessioniste per influenzare
la politica estera della Georgia. Una delle priorità del presidente georgiano
Saakashvili è l’integrazione della Georgia nella Nato, cui la Russia si oppone con
decisione. L’adesione della Georgia alla Nato sembra però fuori questione,
almeno per il prossimo futuro. Un’eventuale membership atlantica coinvolgerebbe
direttamente la Nato nei conflitti con Abkhazia ed Ossezia del Sud, e rischierebbe
di trascinarla in un confronto diretto con la Russia. La Georgia inoltre è ben
lontana dal possedere i requisiti (in termini di democrazia ed efficienza delle
istituzioni) richiesti per l’accesso. Nonostante il forte sostegno espresso da alcuni
membri (come Usa e Gran Bretagna) la Nato non ha quindi offerto alla Georgia la
partecipazione al suo programma di pre-adesione, il Membership Action Plan
(Map). Va ricordato però che l’Alleanza ha espresso in termini generali la volontà
di integrare la Georgia, senza però specificare alcuna data.
6
La recente guerra con la Russia sembra aver significativamente ridotto le
possibilità che la Georgia recuperi la sovranità su Abkhazia e Ossezia del Sud. Il
governo russo ha annunciato che aumenterà il numero di soldati che, in veste
ufficiale di peace-keepers erano già presenti sul territorio, fino a 3.500 unità circa
a regione. Non esiste al momento una base negoziale su cui discutere lo status
delle due province secessioniste. Ciò nonostante, delegati di Russia, Georgia,
Abkhazia e Ossezia del Sud si sono incontrati a ottobre e novembre a Ginevra con
rappresentanti degli Usa, dell’Ue, dell’Onu e dell’Organizzazione per la sicurezza
e la cooperazione in Europa (Osce) per discutere questioni non relative allo status
o di carattere puramente tecnico, quali il ritorno dei profughi, le misure di
sicurezza ai confini tra la Georgia e le due regioni separatiste, o gli
approvvigionamenti energetici (l’Ossezia del Sud, per esempio, è completamente
dipendente dalla Georgia per le forniture energetiche).
I paesi occidentali sostengono l’integrità territoriale della Georgia, cui hanno
promesso ingenti aiuti economici e più stretti legami di cooperazione, e hanno
invitato gli altri paesi del mondo a non riconoscere la sovranità di Abkhazia e
Ossezia del Sud (in effetti, il solo Nicaragua ha seguito l’esempio di Mosca). Va
sottolineato comunque che l’operato del governo di Saakashvili in occasione della
guerra con la Russia è stato sottoposto a numerose critiche da parte di alcuni
governi dell’Europa occidentale, incluso quello italiano. Il presidente georgiano è
stato accusato di aver agito in modo avventato fornendo alla Russia l’occasione
per intervenire (opinione rafforzata dopo la rivelazione, contenuta in un rapporto
non ancora pubblico dell’Osce, che ad aprire il fuoco per primo sarebbe stato
l’esercito georgiano). Il credito di cui gode Saakashvili presso le capitali
dell’Europa occidentale, soprattutto a Berlino e Roma, è scarso. Per quanto
riguarda gli aiuti economici, la somma complessiva promessa alla Georgia dai
donatori internazionali è superiore a quella di 2,8 miliardi di dollari considerata
indispensabile per intervenire sulle necessità più urgenti. Gli Usa hanno dichiarato
l’intenzione di elargire 800 milioni di euro in tre anni, mentre l’Ue si impegnata a
donare 500 milioni. La Nato, pur evitando di prendere posizione in merito
all’eventuale adesione della Georgia, ha istituito una Commissione Nato-Georgia,
che avrà tra l’altro il compito di monitorare il grado di allineamento della Georgia
agli standard politici (democrazia, controllo civile delle forze armate, ecc.)
comuni a tutti i membri dell’Alleanza.
Composizione etnica di Abkhazia e Ossezia del Sud
Abkhazia
Abkhazi 43,8 %, georgiani 21,3%, armeni 20,8%, russi 10,8%, altri
0,7%
Ossezia
del Sud
Osseti 66,2 %, georgiani 29 %, russi 2,1 %, armeni 1,2 %
Fonte per l’Abkhazia: Censimento governativo 2003.
Fonte per l’Ossezia: Censimento 1989.
1.2 Nagorno-Karabakh
Il Nagorno-Karabakh è una provincia dell’Azerbaigian abitata in maggioranza da
armeni. Nel 1988 l’allora Soviet del Nagorno-Karabakh chiese l’annessione della
provincia alla Repubblica socialista armena. Dopo il collasso dell’Urss, la
dichiarazione di indipendenza unilaterale del Nagorno-Karabakh provocò una
guerra tra Azerbaigian e l’Armenia, che sosteneva il diritto all’autodeterminazione
7
della provincia. La guerra, che provocò circa 25 mila morti ed un milione di
rifugiati in gran parte azeri, si concluse nel 1994 con l’occupazione armena del
Nagorno-Karabakh e di sette province azere adiacenti (non rivendicate
dall’Armenia, ma occupate per creare una zona cuscinetto). Il cessate il fuoco non
è stato seguito da un trattato di pace. La frontiera ancora militarizzata tra il
Karabakh e l’Azerbaigian è costante tetro di scaramucce militari che hanno
provocato circa cinquemila vittime tra militari e civili. Dal 2004 i negoziati di
pace e sullo status del Nagorno-Karabakh sono stati condotti con l’assistenza del
cosiddetto gruppo di Minsk (Russia, Francia e Stati Uniti) per conto dell’Osce.
Armenia ed Azerbaigian non sembrano al momento interessate ad impegnarsi
seriamente per la risoluzione del conflitto.
L’ultimo round di negoziati tra Armenia ed Azerbaigian sullo status del Karabakh,
iniziato nel 2006, non è stato ancora formalmente interrotto. Le parti non
sembrano tuttavia avere reale intenzione di concludere un accordo. I negoziati
dovrebbero svolgersi sulla base dei cosiddetti principi di Madrid, proposti dal
gruppo di Minsk nel 2006. La proposta del gruppo prevede: il ritiro delle forze
armene dal Karabakh e dalle province azere adiacenti; la smilitarizzazione degli
stessi territori, seguita dallo schieramento di una forza internazionale di
peacekeeping; infine, il rientro dei profughi fuggiti durante la guerra. Completato
il processo, sarà possibile indire un referendum in Nagorno-Karabakh per
decidere lo status della regione.
I principi di Madrid richiederebbero reali concessioni da entrambe le parti.
L’Armenia dovrebbe acconsentire al ritiro delle proprie truppe, mentre
l’Azerbaigian dovrebbe accettare il referendum che si concluderebbe
presumibilmente con la vittoria dei separatisti armeni. Il governo
dell’Azerbaigian, al contrario, aveva chiaramente segnalato nei primi mesi del
2008 di voler risolvere la situazione ricorrendo alla forza. L’Azerbaigian sta
beneficando di un boom economico derivante dai profitti dell’industria petrolifera
8
(nel 2006 il Pil azero è cresciuto del 36% 1 ). Il governo di Baku ha approfittato del
boom per raddoppiare il bilancio della difesa, con l’obbiettivo di renderlo “pari al
bilancio complessivo dell’Armenia” 2 . Il governo armeno di Yerevan può però
contare sulla protezione della Russia. Circa quattromila soldati russi stazionano in
territorio armeno (non nel Nagorno-Karabakh) dal 1995. È molto probabile che la
reazione russa al tentativo georgiano di riassumere con la forza il controllo delle
proprie entità secessioniste abbia per il momento dissuaso l’Azerbaigian dal
tentare iniziative analoghe. Garantita in questo modo la propria sicurezza, ed in
controllo del Karabakh, Yerevan probabilmente ritiene che il passare del tempo
giochi a proprio favore.
Considerata la situazione attuale è improbabile che i tentativi del gruppo di Minsk
di concludere il negoziato abbiano successo. La pacificazione della regione
sarebbe invece un interesse strategico dell’Europa. L’Azerbaigian esporta nell’Ue
grandi quantità di gas e petrolio, che arrivano in Europa attraverso gasdotti e
oleodotti non controllati dalla Russia. Una ripresa del conflitto metterebbe a
rischio la regolarità di questi approvvigionamenti energetici, aumentando
ulteriormente la dipendenza energetica dell’Ue dalla Russia. L’Azerbaigian
potrebbe giocare un ruolo importante nello sviluppo di Nabucco, il gasdotto
progettato da un consorzio europeo che trasporterà in Europa il gas proveniente
dal Caucaso.
Non è chiaro invece quanto la Russia sia interessata a risolvere definitivamente il
conflitto tra Armenia e Azerbaigian. L’attuale situazione “né pace né guerra”
obbliga entrambe le parti a ricercare l’appoggio di Mosca, massimizzando
l’influenza russa nel Caucaso. Probabilmente il Cremlino non intende permettere
un cambiamento degli equilibri nella regione che inevitabilmente andrebbe a
detrimento dell’influenza russa. La posizione della Russia sembra essere
contemporaneamente una garanzia contro la piena ripresa delle ostilità ed un
ostacolo al processo di pace.
Questa valutazione sembra essere confermata dalla recente iniziativa promossa
dalla Russia. Il 2 novembre il presidente russo Medvedev ha ospitato un incontro
tra il presidente azero Ilham Aliyev ed il collega armeno Serzh Sargsyan. Il
risultato del vertice è una dichiarazione congiunta con la quale le parti si
impegnano a proseguire i negoziati sulla base dei principi di Madrid. La
dichiarazione non propone alcun approccio alternativo né alcuna nuova iniziativa:
si limita a proseguire i negoziati in una cornice che non ha prodotto alcun risultato
negli ultimi due anni. L’iniziativa di Medvedev appare più tesa a mantenere lo
status quo e ricostruire l’immagine internazionale della Russia che a portare
avanti il processo di pace.
1
Nagorno-Karabakh: Risking war, International Crisis Group Report n. 187, novembre 2007,
http://www.crisisgroup.org/library/documents/europe/caucasus/187_nagorno_karabakh___risking_war.pdf.
2
Ibid.
9
Composizione etnica
Prodotto interno lordo (in
miliardi di dollari)
Bilancia commerciale (in Pil %)
Budget difesa (in miliardi di
dollari)
Azerbaigian
90% azeri, 2% russi, 3%
altri 5%
Armenia
98% armeni, 2% curdi,
1% altri
31,25
9,18
+47
-26
1,1
280
Dati al 2007.
Fonti: Banca mondiale, Cia World Factbook, International Crisis Group.
2. Europa orientale
2.1 Transnistria
Il conflitto in Transnistria, regione secessionista filo-russa della piccola repubblica
a maggioranza rumena della Moldavia, ha avuto origine con la fine della Guerra
fredda. La Transnistria, una sottile striscia di terra ad est del fiume Dnestr abitata
in maggioranza da russi, si dichiarò indipendente dalla Moldavia già prima della
fine dell’Urss. Dissolta quest’ultima, la Transnistria si trovò coinvolta in una
breve guerra con la Moldavia, seguita da un cessate il fuoco ufficialmente
garantito da un contingente di soldati russi in veste di peacekeepers, presenti
ancora oggi. Grazie al tacito appoggio di Mosca, le autorità dell’auto-proclamatasi
Repubblica Moldava della Transnistria, con capitale Tiraspol, hanno consolidato
nel tempo il proprio potere, creando proprie istituzioni statali e rafforzando le
proprie forze armate. La repubblica secessionista non è mai stata riconosciuta da
alcuno stato (nemmeno la Russia). Al momento, i negoziati tra le autorità moldave
e quelle separatiste sono in stallo, le parti ferme su posizioni apparentemente
inconciliabili (tre diversi round di trattative tra il 1992 e il 2007 non hanno fatto
registrare alcun progresso significativo). Il mantenimento dello status quo non è
sgradito alle autorità secessioniste, che utilizzano il limbo legale nel quale si trova
il territorio per sviluppare lucrosi traffici illegali
La risoluzione del conflitto in Transnistria è un
interesse strategico dell’Unione europea, come
riconosciuto dalla Strategia di sicurezza
europea del 2003, che pone una forte enfasi
sulla stabilità del vicinato europeo e sui rischi
legati alla diffusione del crimine organizzato.Il
conflitto ‘congelato’ tra la Moldavia e la sua
piccola provincia separatista ha infatti
contribuito alla militarizzazione della regione,
nonché ha anche favorito la diffusione di
fenomeni criminosi, in particolare traffico di
armi e merci di contrabbando.
L’Ue è impegnata nei negoziati tra i cosiddetti
5+2 (Russia, Ucraina, Osce, Moldavia,
Transnistria, più Usa e Ue come osservatori),
ma non ha colto grandi risultati. L’Ue non ha
virtualmente
alcuna
influenza
sulla
10
Transnistria, che dipende economicamente e militarmente dalla Russia. Come nel
caso di altri ‘conflitti congelati’ nell’ex spazio sovietico, la Russia sfrutta la
presenza dei suoi soldati nella zona (ufficialmente in veste di peacekeepeers) per
mantenere una certa influenza sugli sviluppi regionali.
Negli ultimi anni la Moldavia, tradizionalmente oscillante fra occidente ed
oriente, è sembrata orientata a stringere più forti legami con i paesi occidentali. Il
governo moldavo non ha fatto segreto della sua aspirazione ad entrare nell’Unione
europea, sebbene le sue prospettive di adesione siano per ora remote3. Stringendo
i rapporti con l’Ue il governo moldavo spera tra l’altro di rafforzare la propria
posizione negoziale rispetto alla Russia sulla questione della Transnistria. Ha fatto
però attenzione a bilanciare l’avvicinamento all’Unione con una politica di
dialogo verso Mosca, la cui collaborazione resta un elemento imprescindibile per
una soluzione durevole della disputa. A differenza di altre ex repubbliche
sovietiche, la Moldavia non ha espresso l’ambizione ad aderire alla Nato,
un’eventualità sgraditissima al Cremlino, che è fortemente contrario ad ulteriori
espansioni ad est dell’Alleanza atlantica. Neanche la guerra in Georgia sembra
aver inciso negativamente sui rapporti russo-moldavi. In un incontro a fine agosto
il presidente moldavo Vladimir Voronin ed il suo omologo russo Dimitri
Medvedev hanno riaffermato la loro opposizione ad una soluzione di forza in
Transnistria. Il presidente russo ha poi riaffermato l’impegno russo per la
riapertura dei negoziati fra Chisinau e Tiraspol.
I negoziati tra Moldavia e Transnistria per determinare lo status della regione sono
stati interrotti nel 2006. Un nuovo round negoziale avrebbe dovuto avere luogo
nel settembre 2008 ma è stato rinviato a data ancora da definire. Al momento non
è possibile ipotizzare una data per l’eventuale ripresa dei negoziati. La
motivazione ufficiale del rinvio è stata l’incapacità delle parti di accordarsi sul
luogo dell’incontro. La base negoziale avrebbe dovuto essere costituita da un
pacchetto elaborato ad inizio anno dalla Moldavia dopo una serie di incontri
bilaterali con i membri del 5+2 (Transnistria esclusa). La proposta del governo
moldavo prevede, tra l’altro: concessione di ampia autonomia alla Transnistria
all’interno dello stato moldavo; adeguata rappresentanza della Transnistria nel
parlamento; ritiro dei peacekeepers russi; riconoscimento dei diritti di proprietà di
cittadini ed aziende russe in Transnistria; conferma dello status di neutralità del
paese (ossia impegno a non aderire alla Nato).
Unione europea e Stati Uniti considerano il pacchetto una buona base di partenza
per il negoziato. I paesi occidentali sono particolarmente interessati al ritiro delle
truppe russe dalla Transnistria. La Russia si era impegnata in questo senso in
occasione del rinnovo del Trattato sulle forze convenzionali in Europa (Trattato
Cfe) nel 1999, ma ha successivamente riconsiderato la sua posizione e negato di
aver posto un vincolo diretto con la modifica del nuovo Trattato Cfe (che i paesi
Nato rifiutano di ratificare). Mosca è contraria alla proposta avanzata dall’Unione
europea, gli Stati Uniti e l’Osce di sostituire il contingente di peacekeepers russo
con uno multinazionale. Nel 2003 ha presentato un piano di pace che prevedeva la
3
Il quadro di relazioni tra Ue e Moldavia è invece definito dalla Politica europea di vicinato (Pev), che è
esplicitamente rivolta ai paesi vicini non candidati. L’Ue sta inoltre considerando la proposta di Polonia e
Svezia di istituire un ‘Partenariato orientale’ per rafforzare i legami con i paesi dell’Europa orientale,
Moldavia compresa.
11
permanenza del contingente russo per un periodo di transizione di circa vent’anni.
La Moldavia, sostenuta dall’Ue, gli Usa e l’Osce, ha però respinto il piano. Il
Cremlino non si è espresso sul nuovo piano di pace presentato dal governo
moldavo, ma è difficile che acconsenta al ritiro delle sue truppe in mancanza di
solide garanzie (per esempio che la Moldavia non chiederà l’ingresso nella Nato)
o significative concessioni in altre questioni, come per esempio la ratifica della
versione aggiornata del Trattato Cfe da parte dei paesi Nato.
MOLDAVIA
Popolazione
Composizione etnica
Prodotto Interno Lordo
Tasso di disoccupazione
Bilancia commerciale
4.324.450 (stima luglio 2008)
78,2% moldavi/romeni, 8,4% ucraini, 5,8%
russi, 4,4% gagauzi, 1,9% bulgari, 1,3% altre
minoranze (censimento 2004)
9,8 miliardi di dollari (stima 2007)
2,1% (circa il 25% dei moldavi in età
lavorativa sono occupati all’estero – stima
2007)
-694,7 milioni di dollari (stima 2007)
Fonte: Cia World Factbook.
2.2 Crimea
La penisola ucraina di Crimea conta un milione e 900 mila abitanti, dei quali circa
un milione di origine russa. Gli ucraini sono 600 mila ed i restanti 300 mila sono
tartari. La gran parte della popolazione di origine russa si sente più vicina a Mosca
che a Kiev, in particolare dopo che a Kiev è andata al potere una coalizione filooccidentale. Partiti politici di orientamento filo-russo, se non apertamente
separatisti, dominano le istituzioni locali. L’influenza di Mosca sulla penisola è
ulteriormente rafforzata dal fatto che il porto di Sebastopoli, in base ad un accordo
in scadenza nel 2017, ospita la flotta russa del Mar Nero. L’annuncio del
presidente ucraino Yushenko di non voler rinnovare l’accordo ha provocato più di
un malumore nella popolazione di origine russa. La situazione nella penisola non
desta al momento allarme, ma è comunque diffuso il timore che, in caso di un
grave peggioramento delle relazioni fra Ucraina e Russia, possano affiorare
tensioni tra i diversi gruppi etnici, anche dietro incoraggiamento di Mosca.
Quest’ultima, nella peggiore (e remota) delle ipotesi, potrebbe utilizzare gli
eventuali disordini come pretesto per un’azione militare a difesa dei russi di
Crimea.
12
La situazione in Crimea, nonostante le occasionali frizioni fra russi e le minoranze
ucraina e tartara, sembra per il momento stabile. Le tendenze separatiste della
popolazione russa costituiscono però una fonte latente di disordine, in particolare
da quando la ‘rivoluzione arancione’ del dicembre 2004 ha portato al potere a
Kiev una coalizione filo-occidentale. Il presidente ucraino Viktor Yushenko è
entrato più volte in contrasto con la Russia, in particolare a causa del suo aperto
obiettivo di portare l’Ucraina nella Nato. In caso di forti contrasti con Kiev, il
Cremlino potrebbe incoraggiare i separatisti in Crimea a creare disordini.
Nell’ipotesi peggiore, potrebbe sfruttare le tensioni etniche come pretesto per
intervenire militarmente (la Costituzione russa obbliga il governo a proteggere i
russi ovunque si trovino nell’ex spazio sovietico). D’altra parte, i separatisti in
Crimea sono consapevoli di non poter intraprendere alcuna iniziativa senza
l’appoggio di Mosca. La stabilità della Crimea dipende dunque dall’andamento
dei rapporti tra Russia e Ucraina.
Come detto, il principale fattore di crisi tra i due stati è l’aspirazione del governo
ucraino ad entrare nella Nato, a cui la Russia è fortemente contraria. Al momento
le prospettive di adesione dell’Ucraina sono distanti. La
Composizione
Nato, pur avendo espresso in termini generali l’intenzione di
etnica della
accettare un giorno l’Ucraina, non ha trovato sufficiente
Crimea
consenso interno per offrire al governo di Kiev la
partecipazione al programma di pre-adesione noto come
Russia 52%
Membership Action Plan (Map). Alcuni paesi dell’Europa
Ucraini 31%
Tartari 15%
occidentale, in particolare Francia, Germania e Italia, non
vogliono aprire un ulteriore contenzioso con la Russia. Per
di più, l’opinione pubblica ucraina è in gran parte contraria Fonte: Radio Free
Europe/Radio
all’ingresso nella Nato, ed il paese è ancora lontano dal Liberty
soddisfare i requisiti politico-militari necessari per
l’ingresso nella Nato. Anche gli Usa, principali sponsor dell’Ucraina, hanno
recentemente ammesso che non esistono le condizioni per un ulteriore
allargamento dell’Alleanza atlantica.
13
Il secondo fattore potenziale di crisi è l’utilizzo della base navale di Sebastopoli
da parte della flotta russa del Mar Nero, concesso in leasing dall’Ucraina alla
Russia nel 1997 per un periodo di venti anni. La base ha per Mosca un’importanza
fondamentale, considerando la rilevanza strategica del Mar Nero in termini
politici (influenza in Europa orientale e area caucasica), militare (protezione delle
coste russe e proiezione di forze nell’area rivierasca) ed economica (il Mar Nero è
un crocevia di importanti rotte commerciali, in particolare energetiche). Il
presidente ucraino Yushenko ha fatto sapere di non voler rinnovare il contratto di
affitto in scadenza nel 2017 (occorrerebbe tra l’altro una modifica della
Costituzione, che non consente la presenza di truppe straniere su suolo ucraino;
l’attuale accordo con la Russia costituisce un’eccezione). Difficile che la Russia
rinunci a Sebastopoli senza adeguate contropartite (o che vi rinunci del tutto). È
probabile che il tema di Sebastopoli rimarrà ‘congelato’ per i prossimi anni, in
quanto al momento nessuna delle parti ha interesse a provocare un crisi
prematura. Molto dipenderà dagli sviluppi interni all’Ucraina, dove le tendenze
filo-occidentali convivono con un l’orientamento filo-russo di parte dell’opinione
pubblica e di alcuni dei più importanti partiti politici.
3. Balcani
3.1 Kosovo
Il Kosovo ha dichiarato l’indipendenza dalla Serbia in modo unilaterale nel
febbraio 2008. La regione, abitata a stragrande maggioranza da albanesi, è di fatto
fuori dal controllo serbo dal 1998-99, quando periodici scontri tra forze di
sicurezza serbe e indipendentisti albanesi degenerarono in conflitto aperto ed in
operazioni di pulizia etnica. La Nato intervenne militarmente obbligando l’allora
presidente jugoslavo Slobodan Milosevic a ritirare le forze serbe dalla regione. Il
Kosovo è stato da allora amministrato dalla missione Onu Unmik con l’appoggio
della missione a guida Nato Kfor per gli aspetti attinenti alla sicurezza. Dalla fine
del conflitto la comunità internazionale ha cercato senza successo di negoziare un
accordo fra Serbia e autorità kosovare sullo status della regione. Gli Stati Uniti e
la grande maggioranza dei membri dell’Ue (22 su 27), ritenendo che l’incertezza
sul futuro avrebbe comportato rischi di riprese di violenza, hanno deciso di
appoggiare la secessione unilaterale della provincia nonostante il Consiglio di
sicurezza dell’Onu, a causa dell’opposizione della Russia, non avesse raggiunto
un accordo in merito. Ad oggi solo una cinquantina di stati ha riconosciuto il
Kosovo. Questo complica gli sforzi dell’Unione europea, che è decisa a sostituire
l’Onu come principale responsabile della situazione in Kosovo.
14
Il Kosovo si trova attualmente in un limbo legale che ne limita lo sviluppo. La sua
indipendenza è stata riconosciuta solo da parte della comunità internazionale. Il
paese quindi non può far parte dell’Onu né delle principali organizzazioni
internazionali, e difficilmente potrà accedere alle istituzioni finanziarie mondiali
(Fondo monetario internazionale, Banca mondiale).
L’indipendenza del Kosovo è stata riconosciuta solo da Membri Ue che non
circa 50 dei 192 membri dell’Onu, inclusi gli Usa, la hanno riconosciuto il
maggior parte degli stati membri dell’Ue (Italia inclusa),
Kosovo
e molti paesi balcanici (Macedonia, Montenegro,
Cipro
Albania, Croazia, Slovenia). Alcuni paesi Ue hanno
Grecia
rifiutato il riconoscimento temendo che il precedente del
Romania
Kosovo possa incoraggiare lo sviluppo di tendenze
Slovacchia
secessionistiche in casa propria. L’ostacolo maggiore ad
Spagna
un accordo in sede Onu è costituito dalla Cina ed in
particolare dalla Russia, che dispongono del potere di
veto in seno al Consiglio di sicurezza. La posizione
ufficiale di Mosca è che qualsiasi variazione dello status del Kosovo debba essere
concordata con il governo serbo. L’appoggio della Russia alla Serbia è dovuto
solo in parte ai tradizionali stretti rapporti fra i due paesi ed a solidarietà panslava.
Mosca può anche utilizzare la sua influenza nella questione del Kosovo come
moneta di scambio su altri tavoli negoziali aperti con i paesi occidentali.
La Serbia non è intenzionata ad accettare la perdita del Kosovo. Belgrado sta
cercando di impedire il consolidamento ed il riconoscimento internazionale dello
stato kosovaro, ma ha escluso il ricorso all’uso della forza. Il governo serbo
incoraggia il boicottaggio delle autorità di Pristina da parte dei serbi del Kosovo,
sostenendo finanziariamente le istituzioni parallele da questi create e gestite
(municipi, scuole, ospedali). I serbi sono circa il 7% della popolazione del
Kosovo, e costituiscono la maggioranza nell’area a nord del fiume Ibar, al confine
15
con la Serbia. Non è chiaro se l’obiettivo di Belgrado sia arrivare ad una
partizione delle aree a maggioranza serba oppure dimostrare alla comunità
internazionale l’incapacità di Pristina di controllare il territorio, scoraggiando così
ulteriori riconoscimenti. Il governo serbo ha inoltre richiesto all’Assemblea
generale dell’Onu di richiedere il parere della Corte internazionale di giustizia
sulla legalità della dichiarazione unilaterale di indipendenza. La mozione è
passata a stragrande maggioranza. Solo un pugno di paesi – gli Usa, l’Albania e
qualche micro-stato del Pacifico – ha votato contro. I membri Ue che hanno
riconosciuto il Kosovo si sono astenuti, mentre quelli che non l’hanno
riconosciuto hanno votato a favore.
Il governo di Pristina è ancora impegnato nel consolidamento delle proprie
strutture e delle proprie capacità di governo con l’assistenza della missione Onu
Unmik. Questa era stata lanciata nel 1999 per amministrare provvisoriamente la
regione e promuovere lo sviluppo di autorità locali, alle quali ha progressivamente
trasferito quasi tutte le competenze. Il mandato della missione è quindi
sostanzialmente esaurito. Unmik è caratterizzata dall’essere “status neutral”, cioè
neutrale rispetto allo status internazionale del Kosovo, e per questo è stata
accettata sia dai serbi che dagli albanesi. In Kosovo è presente anche una missione
militare a guida Nato, Kfor, composta da circa 15 mila uomini (di cui duemila
italiani), a garanzia della sicurezza nella regione. La missione Nato rimarrà
operativa fino a quando il Consiglio di sicurezza dell’Onu non ne deciderà il
ritiro.
Unmik sarà sostituita in dicembre dalla missione civile europea Eulex, composta
da circa duemila fra poliziotti, esperti di diritto e magistrati, con il compito di
assistere Pristina nel campo dell’amministrazione e della giustizia. Anche se i
membri dell’Ue non concordano sull’indipendenza del Kosovo, considerano
fondamentale per la stabilità regionale che il governo del Kosovo sia in grado di
mantenere l’ordine e contrastare la criminalità organizzata.
Per ottenere la collaborazione di Belgrado (senza la quale sarebbe molto difficile
per Eulex operare nelle zone a maggioranza serba) l’Ue ha acconsentito a che la
missione Eulex, come Unmik, fosse “status neutral”. La decisione europea, che
segue un intenso negoziato in sede Onu, ha provocato forti malumori nel governo
e nella popolazione albanese del Kosovo. Nonostante questo, sembra che i serbi
del Kosovo siano ancora riluttanti ad accettare la missione europea, considerata
legittimante per lo stato kosovaro. Eulex ha però potuto schierare forze di polizia
e agenti delle dogane nel nord del Kosovo a maggioranza serba.
KOSOVO
Popolazione
Composizione etnica
Prodotto interno lordo
Tasso di disoccupazione
Bilancia commerciale
2.126.708
88% albanesi, 7% serbi, 5% altri
4 miliardi di dollari
43%
-1411 milioni di euro*
Fonte: Cia World Factbook (stime 2007).
*Fonte: Commissione europea, Kosovo 2008 progress report.
16
3.2 Bosnia Erzegovina
La Bosnia-Erzegovina non ha ancora superato la pesante eredità del conflitto che,
dal 1992 al 1995, ha opposto serbi, croati e bosniaci musulmani (bosgnacchi)
provocando più di centomila morti e un milione e trecentomila profughi.
L’accordo di pace di Dayton del novembre ’95 ha posto fine alla guerra e ha
trasformato la Bosnia in una sorta di repubblica federale costituita da due entità: la
Federazione di Bosnia-Erzegovina (Fbih), abitata principalmente da bosgnacchi e
croati, e la Repubblica Srpska (Rs) in maggioranza serba. La costituzione inclusa
negli accordi di pace ha permesso di mettere fine alla guerra ma ha creato un
assetto istituzionale più attento a preservare gli equilibri tra le diverse fazioni che
a garantire l’efficienza della macchina decisionale. La Bosnia non è ancora in
grado di esercitare l’autogoverno ed ha bisogno di continua assistenza da parte
della comunità internazionale.
La Bosnia-Erzegovina emersa da Dayton è costituita da due entità che godono di
un ampio numero di prerogative, la Federazione croato-bosgnacca e la Republika
Srpska a maggioranza serba, governate quasi esclusivamente da rappresentanti del
gruppo etnico maggioritario. La capacità di azione del governo centrale è limitata.
La maggior parte delle cariche istituzionali a livello statale sono organi collegiali
in cui sono rappresentate le diverse comunità etniche. Questo assetto incoraggia le
tendenze nazionalistiche dei politici bosniaci, che tendono immancabilmente a
fare riferimento all’interesse del proprio elettorato a scapito di quello nazionale. Il
clima di competizione e di sospetto tra i tre popoli costituenti che ne deriva
impedisce l’esercizio di una normale attività di governo. Incapace di governarsi da
sé, la Bosnia è effettivamente ancora una sorta di protettorato internazionale.
La principale autorità del paese è di fatto l’alto rappresentante della comunità
internazionale (High representative, Hr), al momento lo slovacco Miroslav
17
Lajček, scelto dal gruppo di 55 stati ed organizzazioni che sovrintende allo
sviluppo della Bosnia dalla fine della guerra, il Peace implementation council
(Pic). L’alto rappresentante ha il potere di sollevare dall’incarico funzionari
pubblici di qualsiasi grado (incluse alte cariche istituzionali) e può imporre
provvedimenti legislativi scavalcando il parlamento. La persistente instabilità
politica ha indotto il Pic ha rivedere i piani di chiudere l’ufficio dell’Hr nel giugno
2007 e ad estenderne invece l’incarico fino a quando non verranno soddisfatte
alcune condizioni: tra le principali, il definitivo radicamento dello stato di diritto,
la risoluzione di alcune controversie relative alle proprietà dello stato e del
ministero della difesa, il raggiungimento della sostenibilità fiscale. Il Pic valuterà
nuovamente l’eventuale chiusura dell’ufficio dell’alto rappresentante nella
primavera del 2009.
L’attore esterno di gran lunga più influente in Bosnia è l’Unione europea, che
considera la stabilizzazione della Bosnia, il rafforzamento della sua capacità di
autogoverno e la sua futura integrazione in Europa come obiettivi strategici. L’Ue
è presente in Bosnia con un rappresentante speciale (lo stesso Hr, che esercita
entrambe le funzioni) e con una missione militare, Eufor Althea. La missione è
stata avviata nel dicembre 2004 ed era all’epoca la più grande missione militare
nell’ambito della Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd): circa 7000 uomini,
dei quali circa mille italiani. Althea è stata ridotta a circa 2500 uomini (414 gli
italiani) in considerazione del miglioramento delle condizioni di sicurezza.
I rapporti tra Ue e Bosnia si svolgono nell’ambito del Processo di associazione e
stabilizzazione, teso ad incrementare progressivamente la cooperazione dell’Ue
con i paesi dei Balcani in prospettiva della loro adesione. A fine giugno la Bosnia
ha compiuto un importante passo in avanti concludendo con l’Ue un Accordo di
associazione e stabilizzazione (Asa), con il quale la Bosnia si è impegnata ad
avvicinare la propria legislazione a quella comunitaria in vista della creazione di
una zona di libero scambio con l’Ue.
L’Ue ha acconsentito a firmare l’Asa dopo che le autorità bosniache hanno
adottato una serie di importanti riforme. Nel dicembre 2007 è stata approvata una
semplificazione delle macchinose procedure di voto del governo e del parlamento
statali. In aprile è stata approvata una riforma della polizia che aumenterà il
coordinamento (e auspicabilmente l’efficienza) delle forze di polizia locali,
sottraendole anche allo stringente controllo politico cui erano sottoposte. L’alto
rappresentante Lajček ha giocato un ruolo decisivo nell’intero processo.
Alla firma dell’Asa è però seguita una difficile crisi politica e istituzionale,
durante la quale le autorità della Republika Srspska serba hanno nuovamente
evocato lo spettro di una secessione. La crisi è rientrata in seguito alle forti
pressioni provenienti dall’Ue, che hanno spinto i principali partiti politici ad
impegnarsi pubblicamente a favore delle riforme. In considerazione della crisi il
Consiglio europeo ha deciso di aumentare l’impegno dell’Ue in Bosnia
approvando una nuova strategia (non ancora resa pubblica) proposta dal
commissario all’allargamento Olli Rehn e dall’alto rappresentante per la Politica
estera e di sicurezza comune (Pesc) Javier Solana.
La crisi degli ultimi mesi ha dimostrato che il coinvolgimento diretto e costante
dell’Ue, che si era fatto meno intenso in seguito alla firma dell’Asa, è ancora
18
necessario. I provvedimenti assunti recentemente in sede europea vanno quindi
valutati positivamente. Data la complessità dei problemi che la Bosnia deve
affrontare sarebbe eccessivamente ottimista aspettarsi progressi significativi in
tempi rapidi, anche con il massimo appoggio europeo. L’Ue deve mantenere alta
l’attenzione verso la Bosnia ancora per diverso tempo. Gli avvenimenti recenti
insegnano che la delicata situazione bosniaca è sempre suscettibile di repentini
peggioramenti.
BOSNIA-ERZEGOVINA
Popolazione
Composizione etnica
Prodotto Interno Lordo
Tasso di disoccupazione
4.590.310 (stima luglio 2008)
48% bosniaci musulmani, 37,1% serbi, 14,3%
croati, 0,6% altre minoranze (stima 2000)
27,7 miliardi di dollari (stima 2007)
45,5% (stima 2004)
Bilancia commerciale
-1,94 miliardi di dollari (stima 2007)
Fonte: Cia World Factbook.
3.3 Macedonia
Nel 2001 la Macedonia è stata scossa da una sollevazione dell’ampia minoranza
albanese (circa il 25% della popolazione), soggetta ad emarginazione e
discriminazioni. La rivolta è durata oltre sei mesi e ha provocato circa 150 morti.
L’intervento dell’Unione europea, appoggiata dalle Nazioni Unite e dalla Nato, ha
impedito l’estensione della ribellione e ha favorito la ripresa del dialogo fra le
parti. Il governo macedone ha concluso con i ribelli gli accordi di pace di Ohrid,
che contengono garanzie e diritti per la minoranza albanese. L’Ue ha guidato lo
sforzo internazionale per far rispettare l’accordo e facilitare lo sviluppo
economico, politico ed istituzionale della Macedonia. Il periodo degli scontri tra
macedoni e albanesi sembra essere superato. La maggiore sfida per la Macedonia
di oggi è la costruzione di un sistema politico più stabile, che dia al paese
maggiore governabilità e consenta l’integrazione nell’Ue. Sebbene la Macedonia
sia ufficialmente candidata ad entrare nell’Unione, non è ancora stata fissata la
data per l’apertura del processo d’adesione.
19
La Macedonia sembra aver superato completamente il difficile periodo della
ribellione del 2001. Da allora non sono stati registrati ulteriori episodi di violenza
interetnica. I gruppi ribelli albanesi hanno consegnato spontaneamente le armi nel
giro di un mese dalla conclusione degli accordi. Le operazioni di disarmo sono
state effettuate dalla missione Nato Essential Harvest. Un contingente molto
ridotto dell’Alleanza atlantica è rimasto in Macedonia fino al marzo del 2003,
quando è stato sostituito dalla prima operazione militare dell’Unione europea,
Concordia, conclusa alla fine dello stesso anno. L’Unione europea ha poi
schierato, in accordo con il governo macedone, una operazione di polizia
(Proxima) con il compito di addestrare ed assistere la polizia locale.
La maggiore sfida per il futuro nella Macedonia è raggiungere una maggiore
stabilità politica. Gli accordi di Ohrid hanno consentito la pacificazione della
comunità albanese ma hanno anche ridotto i poteri dell’esecutivo e complicato il
processo legislativo, rendendo più difficile governare il paese. Due gravi crisi
politiche, una nel 2004 ed una nel 2007, hanno fatto temere una ripresa degli
scontri ed hanno provocato il blocco dell’attività di governo per diversi mesi. Le
due crisi sono state risolte principalmente grazie alla mediazione degli Usa e
dell’Unione europea. Un’altra breve crisi politica ha avuto luogo dopo le ultime
elezioni politiche in giugno. Episodi di brogli ed intimidazioni hanno costretto il
governo a ripetere le operazioni di voto in diverse circoscrizioni. I due maggiori
partiti di opposizione hanno protestato con il boicottaggio del parlamento,
rientrato dopo vari mesi.
L’instabilità politica sta rendendo difficile per la Macedonia raggiungere il suo
principale obbiettivo in politica estera, ossia l’accesso all’Unione europea. La
Macedonia ha ottenuto lo status di paese candidato nel 2005, ed è attualmente
impegnata nelle difficili riforme necessarie per aprire i negoziati per l’adesione.
Non sembra però aver compiuto molti passi. Nel suo ultimo rapporto sui progressi
compiuti dalla Macedonia la Commissione europea ha ancora una volta
20
stigmatizzato la mancanza di un dialogo politico costruttivo ed ammonito i partiti
ad assumere un atteggiamento più responsabile.
Un ulteriore ostacolo all’integrazione della Macedonia è la disputa con la Grecia
sulla questione del nome costituzionale del paese (in ambito internazionale ancora
denominato Ex repubblica jugoslava di Macedonia). Atene teme che l’utilizzo del
nome Macedonia implichi una rivendicazione territoriale sull’omonima regione
greca. La disputa con la Grecia è anche l’unico ostacolo che impedisce ancora
l’ingresso della Macedonia nella Nato, altra priorità della politica estera
macedone. Skopje ha già completato tutte le riforme richieste dall’Alleanza prima
dell’adesione, ed ha partecipato con propri contingenti a diverse operazioni
alleate.
La recente formazione di un governo decisamente orientato verso le riforme e che
gode di un’ampia maggioranza parlamentare (è appoggiato dal maggiore partito
macedone e dal più grande partito albanese) fa sperare che la Macedonia possa
godere di un periodo di stabilità e di riforme. L’adesione alla Nato e l’avvio del
negoziato per l’accesso all’Ue faciliterebbero sicuramente il lavoro del governo.
MACEDONIA
Popolazione
Composizione etnica
Prodotto Interno Lordo
Tasso di disoccupazione
2.061.315 (stima luglio 2008)
64.2% macedoni, 25.2% albanesi, 3.9% turchi,
2.7% rom, 1.8% serbi, altri 2.2% (censimento
2002)
17,35 miliardi di dollari (stima 2007)
34.9% (stima 2007)
Fonte: Cia World Factbook.
Conclusioni
Le problematiche nelle varie regioni considerate in questo lavoro sono differenti.
In alcuni casi (Moldavia, Georgia, Azerbaigian) si è in presenza di un conflitto
armato (spesso ‘congelato’, cioè un conflitto senza scontri armati o con scontri
armati di bassa intensità) scaturito da istanze secessioniste in regioni abitate da
minoranze etniche. L’obiettivo delle regioni secessioniste può essere
l’indipendenza (Kosovo, Transnistria) o l’unione con vicini stati abitati da
popolazioni etnicamente affini (Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud e,
potenzialmente, Crimea). Nel caso dei paesi balcanici, dopo le guerre degli anni
Novanta non sembrano sussistere le condizioni per l’erompere di un conflitto
armato tra stati e regioni secessioniste. La minaccia alla sicurezza, qui, è
rappresentata da un’elevata instabilità politica che rallenta lo sviluppo sociale ed
economico degli stati, mettendo potenzialmente a rischio la convivenza tra i
diversi gruppi etnici.
Per quanto diversi, tutti questi conflitti hanno però alcune caratteristiche comuni.
Innanzitutto, le aree di crisi considerate in questo lavoro risentono fortemente del
contesto regionale. Un avvenimento in una determinata regione provoca
ripercussioni potenzialmente destabilizzanti nei teatri di crisi adiacenti. Ad
esempio, la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo ha suscitato
timori di una possibile secessione della Republika Srpska (una delle due entità che
costituiscono la Bosnia-Erzegovina). Pertanto, la risoluzione dei vari conflitti non
21
potrà essere un processo isolato dalla regione circostante, ma dovrà coinvolgere
direttamente tutti gli attori regionali (statali e non, interni ed esterni).
La partecipazione dei vari paesi dei Balcani (Kosovo escluso) ai programmi di
pre-adesione all’Ue implica l’impegno degli stati alla soluzione concordata delle
controversie regionali e contribuisce cosi a disinnescare potenziali tensioni. Nel
Caucaso e nell’Europa dell’est, dove il coinvolgimento in organizzazioni
multilaterali è più limitato, le dinamiche tra gli stati sono più conflittuali e le
politiche sono più improntate a logiche di politica di potenza.
Il secondo carattere comune è appunto la notevole rilevanza degli attori esterni al
conflitto, in particolare Stati Uniti, paesi europei e Russia. Ciascuno di questi
attori è in grado di esercitare un ruolo importante nelle varie regioni grazie ad
un’influenza di grado variabile da teatro a teatro ma sempre fondamentale (anche
solo per il possesso di un seggio in Consiglio di sicurezza dell’Onu). Un’azione
coordinata degli attori esterni potrebbe quindi contribuire notevolmente alla
soluzione dei vari conflitti. Le relazioni tra paesi occidentali e Russia stanno però
attraversando un periodo critico. L’azione di Russia da una parte e Stati Uniti e
paesi europei dall’altra appare spesso tesa più a garantire i propri supposti
interessi nazionali che a cooperare per attenuare le tensioni nelle regioni prese in
considerazione, che diventano ostaggio non solo delle loro difficoltà endogene ma
anche della rivalità tra gli attori esterni. In mancanza di un miglioramento delle
relazioni russo-occidentali sarà difficile aspettarsi progressi nelle aree di crisi
dello spazio euro-atlantico.
22
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25
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