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Confesso che ho cercato

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Confesso che ho cercato
PREMI
I VAL DI SOLE 2004
◆ Saranno consegnati questa
sera alle ore 21.00, in una
cerimonia presentata da Oliviero
Beha e Alma Grandin presso il
centro congressi di Folgarida
(Trento), i premi Val di Sole «per
un giornalismo trasparente». I
vincitori di questa nona edizione,
dedicata al giornalismo
d’inchiesta, sono Gian Antonio
Stella, inviato del «Corriere della
Sera», Marco Berry, conduttore
de «Gli invisibili» su Italia 1, Toni
Capuozzo, inviato del Tg5,
Roberto D’Agostino, direttore del
sito «www.dagospia.com» e
Monica Maggioni, inviata del
Tg1. La giuria, presieduta da
Albino Longhi, premierà anche
Mario Tozzi, padre Efrem Trettel,
padre Giandomenico Ziliotto,
Enrico Franco e Claudia Gosetti.
CULTURA
E SOCIETÀ
Negli aforismi
di Dino Basili l’ironia
sta nelle virgole
DI JADER JACOBELLI
diventato un luogo
comune dire che ormai
si legge poco e si guarda
troppo (il riferimento è alla tv).
Ma senza versare latte,
basterebbe che si leggesse bene,
perché la lettura non va a peso,
ma a qualità. I librini hanno così
sostituito i libroni, e quando non
sono soltanto un opportunistico
concentrato, ma una nuova
dimensione letteraria, un nuovo
«format», non c’è da
rammaricarsene. Nessuno
poetizza più lungamente come
Omero, Virgilio, Dante, ma la
poesia non è morta. Questa
rivoluzione non ha turbato Dino
Basili, giornalista-scrittore, che
per anni si è dedicato con
passione al genere aforistico
producendo frutti piccoli, ma
molto succosi, raccolti appunto
in tanti librini. «L’aforisma – e
questo è un aforisma di Sartre –
è un pensiero contratto per
renderlo più esplosivo». Con
questi precedenti è stato facile a
Basili in questo nuovo librino
(Virgola e basta, Ares, pagine
160, euro 13: i diritti d’autore
saranno devoluti al progetto
Harambee 2002, che promuove
programmi di educazione e di
alfabetizzazione nell’Africa
subsahariana) raccontare tante
cose della sua vita, della sua
molteplice esperienza
professionale, giornalistica,
radiofonica, televisiva e anche
politica, contenendola ancora
una volta in una dimensione ben
indicata dal titolo, Virgola e
basta, che è anch’esso una
professione di fede, la
rivelazione di un tono, quello
modesto, l’espressione di un
garbo che non è più consueto, la
garanzia di una discussione nel
parlare d’altro che contrasta con
le rivelazioni d’oggi, e tutto in
una misura sempre contenuta,
quasi riguardosa dell’ipo-lettore
d’oggi. È insomma una raccolta
di foglietti scritti nel tempo per
memoria quasi personale che,
così riuniti, rievocano un tratto
di vita che uno scrittore
presuntuoso avrebbe spacciato
per storia, mentre Dino Basili
propone con una sottile ironìa
ispirandosi alla famosa
preghiera di Tommaso Moro:
«Signore, dammi il senso
dell’umorismo», cioè tante
virgole, invece di punti.
E’
24
Pistoia
«Confesso
chehocercato»
La morte del noto
giornalista
e scrittore, pellegrino
in Asia tra la guerra
del Vietnam e il cuore
dell’India. Sempre
a caccia dell’anima
di popoli e luoghi
DI GEROLAMO FAZZINI
l Grande Pellegrino se n’è andato,
stavolta per un viaggio senza ritorno. Tiziano Terzani, giornalista
e scrittore, è morto mercoledì (ma soltanto ieri se ne è avuta notizia) all’età
di 66 anni. Instancabile viaggiatore e
narratore di mondi "altri", la morte
l’ha colto nella valle dell’Orsigna, dalle parti di Pistoia, nella sua Toscana.
Con il cancro Terzani si andava misurando da anni, ricorrendo sia alle
cure "occidentali" (chemioterapia e
via dicendo) sia alla medicina alternativa. E, da inesausto narratore, aveva dato voce a questo intenso duello esistenziale in Un altro giro di giostra, l’ultimo, fortunato volume, apparso nel marzo scorso per Longanesi, l’editore che ha pubblicato tutti i
suoi libri.
Con Tiziano Terzani se va qualcosa di
più di un grande esperto di Asia. Per
lunghi anni corrispondente per il settimanale tedesco Der Spiegel, nonché
autore di reportages memorabili prima per Repubblica, poi per il Corriere, Terzani rappresenta un esemplare
di giornalismo d’altri tempi. Un giornalismo secondo il quale «per capire
un Paese bisogna lasciare che ti penetri sotto la pelle».
Già, perché Terzani era un giornalista-pellegrino, mosso da un’inguaribile curiosità. La stessa che l’ha portato, oltre che a vivere in svariate metropoli di altrettanti Paesi, a raccontare
– in presa diretta – alcuni tra i periodi
più convulsi del continente asiatico,
in testa a tutti la "liberazione" di Saigon. «La mattina del 30 aprile 1975 –
scrive – avevo pianto di gioia nel vedere i carri armati dell’Esercito di liberazione entrare a Saigon (…). Dieci anni dopo, tornando, avevo pianto
di disperazione nel vedere come i comunisti avevano sprecato la loro grande, storica occasione di fare del Viet-
I
TERZANI
VENERDÌ
30 LUGLIO 2004
Pubblichiamo alcuni passi
dell’intervista a Tiziano Terzani
realizzata da Emanuela Citterio e
Gerolamo Fazzini, pubblicata su
«Mondo e missione» nel maggio
2002.
Per conoscere il mondo
dovremmo tornare pellegrini
«A un certo punto della mia vita,
mi sono accorto di non conoscere
affatto i Paesi in cui viaggiavo.
Come giornalista passavo
dall’aereo al taxi e viceversa. La
verità è che bisognerebbe tornare
a essere pellegrini. Il pellegrino è
uno che nutre rispetto per il posto
in cui va, vive nel timore di ciò che
sta incontrando».
Seguire i gesuiti
per immedesimarsi nell’altro
«Per me ogni religione vale come
cammino verso la verità, ma la
prima persona che cerco quando
arrivo in un posto è un gesuita. Se
riesco a trovarlo, mi si apre una
porta per conoscere l’anima
dell’altro. Mi hanno sempre
affascinato, i gesuiti, perché si
immergono profondamente nella
realtà in cui si trovano, la studiano,
la assimilano. Sono le più belle spie
nell’animo dell’altro»
Rispetto i missionari perché
sanno inserirsi e condividere
«Dei missionari ho un grandissimo
rispetto, perché dedicano la vita ad
annunciare quella che per loro è la
verità, ma lo fanno inserendosi in
profondità nelle culture locali e
cercando la condivisione, spesso
estrema».
IL DIBATTITO
Quelle lettere per
ribattere alla Fallaci
el volume
«Lettere contro
la guerra» (Longanesi
2002) Tiziano Terzani
ha raccolto una serie di
lettere inedite e alcune
comparse sul
«Corriere della Sera»
come risposta alla
posizione assunta da
Oriana Fallaci dopo
ll’attentato dell’11
settembre. In «Lettere
contro la guerra»,
opera di successo
presto divenuta punto
di riferimento dei
movimenti pacifisti e
capace di tener testa –
anche nelle vendite in
libreria – a «La rabbia e
l’orgoglio» della Fallaci,
Terzani osserva che
«ancor più che fuori, le
cause della guerra sono
dentro di noi. Sono
passioni come il
desiderio, la paura,
l’insicurezza,
l’ingordigia, l’orgoglio, la
vanità. Lentamente
bisogna liberarcene»,
per arrivare a vincere
la violenza attraverso la
costanza nel suo
rifiuto.
N
A lato, l’ambasciata
Usa a Saigon il 1°
maggio 1975, presa
d’assalto dai
vietnamiti in fuga.
Sopra,Tiziano Terzani;
in alto a destra, alla
marcia per la pace di
Firenze, nel 2002
nam un Paese davvero liberato».
La curiosità del giornalista di razza e
la sete di verità del pellegrino l’hanno
portato ad esplorare il cuore segreto
dell’Asia, alla scoperta dei suoi tesori, delle sue civiltà millenarie, delle sue
contraddizioni. «Come un sacro
mendicante mi sono messo a girare
nelle altre culture, facendo l’unica cosa che so fare, essere un camaleonte.
Tutta la mia vita è stata così».
Da dieci anni, insieme con la moglie
Angela, aveva scelto come base l’India «dove il vivere e il morire sembrano essere un’esperienza più antica
che in ogni altra parte della Terra». E
da Oriente assisteva al dispiegarsi di
una globalizzazione che rischia di fagocitare inesorabilmente i valori spirituali. «Mi chiedo quanto ancora potrà durare un mondo così, retto esclusivamente dai criteri incolti, disumani e immorali dell’economia.
Scorgendo l’ombra di isole lontane –
L’ULTIMA FASE
«Quando sono
sull’Himalaya
parlo con Dio»
si legge in Un indovino mi disse – me
ne immagino una ancora abitata da
una tribù di poeti tenuti in serbo per
quando, dopo il Medioevo del materialismo, l’umanità dovrà cominciare
a mettere altri valori nella propria esistenza».
È proprio Un indovino mi disse che fa
conoscere Terzani al grande pubblico. Scritto come diario di un lunghissimo viaggio, che l’autore compie con
mille espedienti pur di rispettare il
consiglio-divieto di un indovino cinese («Niente aerei per tutto il ’93»),
in realtà rappresenta una summa delle sue convinzioni dopo una lunga frequentazione dell’Asia. Mai come in
quelle pagine Terzani, pur consapevole delle irreversibili trasformazioni
in atto, mostra di subire il fascino del
misticismo asiatico.
Da lì in avanti, specie dopo la scoperta della malattia, cambia anche il suo
approccio al giornalismo: «I fatti – os-
scienza
serva – dietro ai quali un tempo correvo come a un segugio, non mi interessavano più allo stesso modo. Col
passare degli anni avevo cominciato
a capire che i fatti non sono mai tutta la verità e che al di là dei fatti c’è ancora qualcosa – come un altro livello
di realtà – che sentivo di non afferrare e che comunque sapevo non interessare il giornalismo, specie per come viene praticato».
Negli ultimi anni i media l’avevano reso una star, metà guru no global, metà
santone New Age. Confesso che qualche dubbio venne anche a me, quando lo intervistai nella primavera 2002,
mentre soffiavano i venti di guerra sull’Iraq e le sue Lettere contro la guerra
viaggiavano a gonfie vele nelle classifiche. Ricordo di aver sospettato (anche se solo per un attimo) che il Nostro giocasse a fare il "profeta laico",
mentre lui – barba fluente, camiciona bianca di foggia orientale – rispondeva serafico alle domande, seduto sui talloni nella hall di un albergo milanese.
Ma l’onestà intellettuale di Terzani affiora, cristallina, dalle sue pagine. Parafrasando Neruda, «confesso che ho
cercato» potrebbe essere la sua epigrafe. «Confesso che ho cercato»: notizie, certo. Ma anche qualcosa oltre i
fatti. Qualcosa di prossimo alla verità.
Sulle montagne dell’Himalaya
sento di parlare con Dio
«Non mi riconosco in una
religione o una chiesa, ma quando
sono fra le montagne dell’Himalaya
parlo con Dio. Qualcuno dice che
se Dio ha perso l’indirizzo
dell’Europa, lì invece sta di casa da
millenni. Un giorno ho visto
passare un vecchio dall’aspetto
nobile, avvolto in vesti color
arancione (il colore simbolo del
fuoco, che illumina la tenebra
dell’ignoranza e brucia la materia).
Quell’uomo era un vecchio serjasi,
che aveva rinunciato ai desideri
materiali per vivere una vita
ascetica. Lo seguiva un giovane
discepolo. "Dove stai andando,
marahaji?", gli ho chiesto. "I’m
looking for God", ("In cerca di
Dio"), mi ha risposto il vecchio. Le
montagne indiane riservano
incontri del genere».
L’uomo sceglie i mezzi,
ma il fine appartiene all’Altro
«Al contrario del buon Machiavelli,
fiorentino come me, non credo che
il fine giustifichi i mezzi. Sono
convinto che l’uomo abbia a
disposizione la scelta dei mezzi, ma
non del fine. Il fine delle cose
appartiene a qualcun Altro, noi
possiamo decidere quali mezzi
usare, ne abbiamo la responsabilità
e, probabilmente, se scegliamo i
mezzi giusti abbiamo la possibilità
di dare un contributo a un fine
giusto. La Ghita insegna che
ognuno deve fare quello che deve
essere fatto senza attendersi
risultati. È quest’ansia da
prestazioni, la pretesa dell’efficienza
a tutti costi ad aver rovinato la
nostra civiltà occidentale, ad averci
sottratto la poesia della vita».
Addio a Crick, con Watson «disegnò» il Dna
ORA PUNTAVA A SPIEGARE LA MENTE
A quasi ottant’anni aveva pubblicato un libro che fin
dal titolo voleva dare una sferzata alla disciplina:
«l’ipotesi stupefacente», tradotto in italiano come
«La scienza e l’anima». Francis Crick non si era
accontentato di un posto nella storia della scienza
per il Dna, voleva arrivare a svelare anche i misteri
della mente e della coscienza. La sfida che portava
avanti da due decenni al californiano Salk Institute
riguarda l’individuazione dei meccanismi cerebrali –
in una prospettiva rigidamente fisica,
riduzionistica – che stanno alla base
del pensiero e della consapevolezza.
L’idea è che un gruppo di neuroni,
sincronizzando i propri picchi a
oscillazioni di 40 hertz, produca
quello che noi chiamiamo mente
cosciente. Una spiegazione che non
ha convinto la comunità scientifica.
Ma la ricerca dei correlati neuronali
prosegue con l’allievo prediletto
Christof Koch. (A.Lav.)
DA LONDRA
ELISABETTA DEL SOLDATO
i è spento ieri in un ospedale di San Diego,
in California, Francis
Compton Crick, lo scopritore del Dna. Aveva 88 anni
S
Francis Crick
e soffriva di un tumore al
colon. Lo scienziato, di origine britannica, vinse il premio Nobel nel 1962 per aver scoperto insieme con il
collega Jim Dewey Watson
la struttura del Dna. Crick
aveva frequentato l’Universdità di Cambridge negli
anni Cinquanta. «Lo ricorderò sempre per la sua intelligenza straordinaria», ha
commentato ieri l’amico
Watson.
Le parole con cui i due
scienziati presentarono la
loro ricerca sconvolsero il
mondo della scienza: «Vorremmo proporre una struttura radicalmente diversa
per il Dna – scrissero su Nature il 25 aprile del 1953 –.
Questa struttura ha due catene elicoidali, ognuna avvolta intorno al proprio asse».
La scoperta, fatta due mesi
prima, a febbraio, non fu accolta con grande entusiasmo. Anche perché a firmare quell’articolo destinato a
rimanere nella storia erano
stati due ragazzi dall’aria
trasandata. Watson, aveva
24 anni, e Crick, ex fisico, 36
anni. Insieme lavoravano e
studiavano al laboratorio
Cavendish dell’Università
di Cambridge.
Come sia fatto il Dna e quale processo porti alla sintesi delle proteine erano gli interrogativi che tenevano
banco nei laboratori di bio-
chimica e sulle riviste scientifiche degli anni Cinquanta. Ma i due filoni di ricerca
camminavano su binari separati. Non si era ancora capito che è proprio dal Dna
che le proteine nascono.
L’articolo di Watson e Crick
– battuto a macchina dalla
sorella più giovane di Watson, Elizabeth – poneva le
basi della spiegazione. La
struttura del Dna da loro
proposta, infatti, prevede
l’accoppiamento
delle
quattro basi azotate a due a
due: l’adenina con la timina e la guanina con la citosina. «Questo – scrissero
Watson e Crick – suggerisce
immediatamente l’esistenza di un meccanismo di co-
piatura del materiale genetico».
Come la doppia elica avvolta a spirale potesse svolgersi, duplicarsi e sintetizzare
le proteine sarebbe stato
chiarito soltanto dopo alcuni decenni di sforzi. Nell’immediato, la risposta della comunità scientifica al
modello suggerito dai due
giovani di Cambridge fu improntata allo scetticismo.
Ma la scoperta della struttura del Dna nel 1962 fruttò
il premio Nobel a Watson e
Crick. E per questo i due
scienziati dovettero ringraziare anche Rosalinde
Franklin, che in un laboratorio del King’s College di
Londra aveva fotografato ai
raggi X la struttura del Dna.
Rosalinde, una chimica-fisica di 33 anni, non pubblicò mai la sua scoperta.
Quella foto tuttavia cadde
nelle mani di Watson e
Crick, e sul suo ruolo nel
condurre i due ricercatori di
Cambridge alla strada del
Nobel sono state fatte infinite ipotesi.
Alla notizia della scomparsa dello scienziato, il presidente della Royal Society,
lord May di Oxford, ha ieri
commentato: «Il contributo
di Francis Crick alla scienza
è stato straordinario. La sua
morte è una perdita enorme per la ricerca scientifica
e i nostri pensieri sono ora
con la sua famiglia».
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