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1964: aldo moro doveva morire

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1964: aldo moro doveva morire
Caso Moro
Inchieste e controinchieste
1964: ALDO MORO DOVEVA MORIRE
Un piano segreto per uccidere l'artefice del centrosinistra.
Lo aveva scoperto Mino Pecorelli.
«L'Europeo» riapre un caso clamoroso
di ENZO DI FRENNA
Aldo Moro è sopravvissuto fino a quel 9 maggio 1978,
quando le Brigate Rosse decisero la sua esecuzione. Sì,
sopravvissuto: perché Moro doveva morire 14 anni prima,
nel 1964, in pieno centrosinistra nascente, per mano di
un ufficiale dei paracadutisti, il tenente colonnello
Roberto Podestà.
È stato Mino Pecorelli a rivelare questo piano per rapire
e ammazzare il leader dc. Già, ancora Mino Pecorelli:
giornalista legato a doppio filo ai servizi segreti più
deviati, iscritto alla loggia P2 di Licio Celli,
sospettato di ricatti, ucciso con quattro pallottole in
bocca e una al cuore nel 1979. (…)
Perché tanto silenzio intorno a quel giornale?
Il piano del 1964 per eliminare Moro fu rivelato da
Pecorelli il 19 novembre 1967. Ma nessuno, dei pochi che
lesserò il suo articolo (non firmato) su Il Nuovo Mondo
d'Oggi, ne parlò e neppure smentì. Quell'articolo fu
ignorato completamente e forse deliberatamente anche
quando, 11 anni dopo, Moro fu rapito e ucciso.
La denuncia di Pecorelli nel 1967 era clamorosa, perché
si riferiva a un episodio cruciale di uno degli anni più
torbidi della storia della Repubblica: durò 204 giorni,
dal 5 dicembre 1963 al 26 giugno 1964, il primo governo
con ministri socialisti.
Presidente del Consiglio Aldo Moro, vicepresidente Pietro
Nenni, Giuseppe Saragat agli Esteri, Giulio Andreotti
alla Difesa e Paolo Emilio Taviani agli Interni. La
nazionalizzazione dell'energia elettrica aveva spaventato
i settori più moderati dell'opinione pubblica.
Anche in Vaticano c'era chi ammoniva Moro a non
esagerare, paventando chissà quali cataclismi sociali. E,
nel maggio 1964, il ministro del Tesoro Emilio Colombo
alimentò la paura con una lettera al presidente del
Consiglio (ma recapitata ai giornali prima che a Moro)
per
dipingere
a
tinte
losche
l'avvenire:
600mila
disoccupati, economia a rotoli. Quanto bastava per
intensificare
le
pressioni
sul
presidente
della
Repubblica, Antonio Segni, perché consegnasse l'incarico
di capo del governo a un altro dc più «affidabile» come
Mariano Rumor o Giovanni Leone.
Ma già il 22 gennaio di quello stesso anno un rapporto al
Sifar del generale Enrico Formisano, capo del servizio
segreto dell'Esercito, segnalava una «diffusa ostilità
degli ambienti industriali nei confronti di Moro», gli
stessi, probabilmente, che avevano letto nella nascita
dell'Enel il presagio di incontrollabili avventure
egemonizzate dai social-comunisti.
Poche notizie ma tutte riservate
E sempre il 1964 è l'anno del «piano Solo», il cosiddetto
colpo di Slato del generale Giovanni De Lorenzo, l'uomo
delle schedature illegali quando era a capo del Sifar (il
servizio segreto delle Forze armate) e poi comandante
generale dei carabinieri.
In questo clima maturò, secondo la ricostruzione di
Pecorelli, il piano per eliminare lo scomodo leader dc.
«Dovevo uccidere Moro» era il titolo della copertina di
Il Nuovo Mondo d'Oggi del 19 novembre 1967.
A quell'epoca Pecorelli aveva abbandonato la sua attività
di avvocalo e non aveva ancora fondato l'agenzia
Osservatore politico, più nota come Op, quella che
pubblicò negli Anni '70 tanti scottanti dossier politici.
Dossier che gli costarono la vita il 20 marzo 1979.
Dodici anni prima della sua morte, Pecorelli aveva ideato
il settimanale Il Nuovo Mondo d'Oggi. Poche migliala di
copie. Ma ricco di notizie «riservate». Specialmente
sulle manovre interne del Palazzo e del Sifar. Pecorelli
non firmava: risultava solo come editore. Insieme a uno
strano socio.
Il 28 luglio del 1967 il giornalista andò a Roma, nello
studio del notaio Achille De Martino, per costituire la
società Editoriale Mondo D'Oggi, insieme al socio Leone
Cancrini, commerciante, nominato amministratore unico
fino al 20 marzo 1968. I due si divisero a metà le
azioni. In seguito Cancrini lasciò la poltrona di
amministratore ad Alfonso Romagnoli, a quell'epoca
domiciliato a Roma in via Tacito 50. Cioè lo stesso
indirizzo di casa di Pecorelli. E della futura agenzia
Op, nata nel 1969.
Le pubblicazioni del nuovo settimanale iniziarono due
mesi più tardi. Nella rubrica «L'Editore dice che...»
Pecorelli anticipò i contenuti della sua linea: inchieste
sul Sifar, sugli affari dell'Alitalia, della Sip e di
alcune multinazionali americane. Scrisse articoli sulla
Cia e il Kgb. Si occupò della mafia.
Una squadra di ranger scelti uno a uno
Fino a quel titolo su Moro e al racconto riguardante il
tenente
colonnello
Roberto
Podestà.
Eccolo:
«Egli
[Podestà, ndr] sarebbe stato prescelto in base alla sua
particolare personalità militare, dopo un colloquio con
un ex ministro della Difesa, che agiva d'accordo con
altre personalità politiche. Quale parte avrebbe dovuto
avere l'ufficiale nel complotto del '64? Eliminare il
presidente del Consiglio Aldo Moro».
Scriveva ancora Pecorelli: «Podestà avrebbe comandato un
reparlo di ranger e dopo aver messo fuori combattimento
la guardia del corpo del Presidente, lo avrebbe fatto
prigioniero, trasferendolo in una località sconosciuta. I
ranger sarebbero stati prescelti all'ultimo momento. Il
colonnello era stato istruttore dei ranger italiani
durante un corso da lui stesso istituito intorno al 61».
Truppe
speciali.
Quale
struttura
militare
poteva
organizzare lecitamente una simile operazione? Podestà,
secondo quanto risulta all’Europeo, all'epoca dei fatti
operava in una caserma del Friuli-Venezia Giulia. Cioè
l'area di maggior concentramento degli uomini di Gladio,
la struttura militare clandestina rivelata da Andreotti
(provocando l'irritazione di Francesco Cossiga, allora
presidente della Repubblica) nell'agosto del 1990 e
gestita dal Sismi.
La colpa doveva ricadere su «elementi di sinistra»
«In quel tempo l'ufficiale dei paracadutisti scriveva
articoli sull'organizzazione di truppe speciali italiane,
su un giornale che era l'organo ufficiale di un partito
di combattenti fondato a Milano da un certo Giacomo
Lalli, le cui ambizioni politiche finirono per portarlo
in un luogo ben diverso da Montecitorio (...). Stando a
quello che dichiara l'ufficiale, in un giorno imprecisato
del 1964 egli fu avvicinato da un funzionario di un non
precisato ministero, il quale lo informò che alcuni alti
personaggi avevano bisogno della sua opera di soldato e
patriota. Il piano, secondo Podestà, prevedeva di
eliminare l'onorevole Moro, già d'allora presidente del
Consiglio, e di fare in modo che la colpa ricadesse su
elementi di sinistra. Purtroppo, per gli ideatori del
colpo, tutto andò a monte, perché intanto si erano venuti
a modificare alcuni presupposti per un cambiamento di
regime. I motivi del presupposlo disagio erano venuti a
cadere e inoltre era stato eletto il nuovo presidente
della Repubblica nella persona dell'onorevole Saragat».
«Chi risentì maggiormente della fine di tutti i sogni di
potere, orditi alle spalle dei nostri democratici
governanti, sarebbe stalo appunto il povero colonnello
Podestà, il quale cominciò a dar fastidio. Egli fu allora
trasferito in una zona di confine come ufficiale di
collegamento in una base Nato e da quel momento cominciò
la sua rovina (...). Nel giro di pochi mesi si immerse in
un giro vorticoso di debiti, venne denunciato e, dal
tribunale militare di Padova, condannato».
«Podestà - si legge ancora nell'articolo del Nuovo Mondo
d'Oggi - aveva una serie di cartine nelle quali erano
riportati
i
tragitti
abituali
del
presidente
del
Consiglio Moro, con tutti gli orari, il nome delle
persone a seguito, il numero preciso degli agenti della
Presidenziale
che
sorvegliavano
la
sicurezza
del
presidente. Inoltre l'ufficiale dei paracadutisti, che a
suo dire avrebbe dovuto portare a termine l'incredibile
missione, era in possesso di una serie di fotografie
della casa dell'onorevole Moro e di una lista completa di
tutte le guardie speciali che si alternavano alla
vigilanza del presidente del Consiglio. Di queste
guardie, un rapporto aggiornato in possesso di Podestà,
dava tutti i dati fisici e morali: il peso, la probabile
forza fisica, il coraggio, lo spirito di iniziativa e di
decisione.
Inoltre
esisteva
anche
un
progetto
di
corruzione di queste guardie del corpo queste guardie del
corpo».
«Una volta impadronitisi del presidente del Consiglio,
Podestà e i suoi uomini lo avrebbero condotto, come s'è
detto,
in
una
località
segreta.
L'ufficiale
dei
paracadutisti ha aggiunto, per colorire il dramma del
racconto, che durante la prigionia Moro avrebbe potuto
essere ucciso: questa eventualità veniva lasciata alla
discrezione di chi avrebbe dato ordini per lo svolgersi
delle varie fasi del colpo militare».
Ma davvero Podestà era un millantatore
Dopo l'uscita di queste notizie la società di Pecorelli
entrò in crisi. Il settimanale cessava le pubblicazioni
all'inizio dell'estate. E il 17 dicembre del '68 il
giornalista denunciò strane manovre azionarie nella sua
società, durante un'assemblea alla quale parteciparono
due nuovi soci, Vincenzo Colacino e Antonio Donati. Nel
verbale
di
quella
riunione
si
legge:
«L'avvocato
Pecorelli contesta che il Donati sia titolare di 34
quote, ma, eventualmente, di 12». Colacino, invece,
contestò la validità dell'assemblea. E fece una strana
dichiarazione: «Sussistono irregolarità nella tenuta dei
soci e risultano invitate persone che non rivestono la
qualità di socio».
Ma chi era Roberto Podestà? Un millantatore o un militare
inserito in una organizzazione clandestina? Perché fu
proprio Pecorelli a darne notizia? E perché proprio nel
'67?
Dopo la pubblicazione del fallito attentato a Moro
l'ufficiale lu espulso dall'esercito e accusato di truffa
aggravata per emissione di assegni a vuoto. Per alcuni
mesi girovagò l'Italia a bordo della sua auto, una Opel
Record targata Livorno 43062, in compagnia di una bionda
ventiduenne, Emilia Tombelli, all'epoca domiciliata a
Roma in via Germanico 7. Poi è sparito dalla circolazione
per un lungo periodo.
Oggi Podestà ha 71 anni. Vive in Piemonte. Ha una casa a
Roma. Ma è irrintracciabile. Fino a pochi anni fa abitava
in via Emanuele Filiberto 217, a casa della moglie Irma
Iannilli. Che però afferma di non avere sue notizie da
tempo: «Non so dove sia. A volte telefona. Ma perché lo
cerca?».
Neppure il figlio sa più dove si trovi
Anche suo figlio, Giorgio Podestà, avvocato civilista
presso lo studio dell'ex deputato radicale Mauro Mellini,
non sa e non vuole sapere nulla: «L'ho visto l'ultima
volta quando avevo 17 anni».
Nel 1988 Podestà è ricomparso sulla scena come direttore
responsabile della rivista Secondo Risorgimento (iscritta
al tribunale di Napoli il 20 giugno 1981), scrivendo di
forze armate. Nel comitato di redazione figurava il
generale Luigi Poli, ex capo sezione Nato dell'ufficio
Politica militare, nominato capo di Stato maggiore
dell'esercito nel 1985, eletto senatore nelle file della
Dc nel 1987.
Durante la direzione della rivista (durata circa due
anni) Podestà si è avvalso della collaborazione di alcuni
suoi amici.
Uno in particolare: Karol Kleszcynsky, 75 anni, polacco,
ex combattente, direttore della rivista Polonia in Europa
e presidente di Eurafrica, con sede a Roma in via XX
Settembre
26.
«Sì,
conosco
bene
Podestà
dice
Kleszcynsky al telefono - ma se vuole mettersi in
contatto con lui passi nel mio ufficio».
E’ sospettoso, Kleszcynsky e all'appuntamento fissato fa
marcia indietro: «Podestà l'ho conosciuto molti anni fa.
Faceva parte della divisione Folgore. Non so dove sia
adesso».
Podestà potrebbe spiegare molte cose. Innanzitutto, come
finì quel racconto sulla scrivania di Pecorelli. E poi,
in quanto militare e istruttore di corpi speciali,
Podestà conosceva Gladio? Il suo nome risulta nella lista
completa dei 3.650 gladiatori (finora sono stati resi
pubblici solo 622 nomi, perché al Sismi sono spariti i
documenti relativi agli altri componenti)?
Ma che cosa sapeva Pecorelli di Gladio
Quando Pecorelli iniziò a pubblicare Op dimostrò di
essere a conoscenza di molte trame segrete. Durante il
sequestro Moro, per esempio, pubblicò scottanti documenti
sull'attività delle Br. Riuscì a ottenere quattro lettere
segrete scritte dall'esponente democristiano durante la
sua prigionia. E avanzò il sospetto che dietro le Br ci
fosse ben altro. Nel numero dì Op del 12 settembre 1978
scriveva: «Le Br non rappresentano il motore principale
del missile: esse agiscono come motorini per la
correzione della rotta dell'astronave Italia».
Pecorelli conosceva l'esistenza di Gladio? Era questo uno
dei suoi terribili segreti? Nel numero 28 e 29 di Op
(ottobre 1978) il giornalista fece rivelazioni sul famoso
memoriale Moro: «Ci risulta che sul memoriale originale
di Moro figurino frasi come queste: "Andreotti per 30
anni ha sempre e solo pensato al suo interesse personale
e continua così.., è inoltre legato a gruppi di affaristi
e mestatori"».
Alcuni brani del memoriale Moro anticipati nel '78 da
Pecorelli sono stati ritrovati nell'ottobre del 1990 nel
covo brigatista di via Montenevoso, a Milano. Quelle
fotocopie contenevano dichiarazioni di Moro relative
all'esistenza di Gladio. Sulla vicenda i sostituti
procuratori di Roma, Franco Ionta e Nitto Palma, hanno
aperto un'inchiesta per accertare in che modo il
direttore di Op era riuscito a procurarsi il vero
memoriale. Un altro mistero.
Fonte: L’Europeo n.43, del 25 ottobre 1993
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