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Un`incredibile follia

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Un`incredibile follia
DOPO LO STREPITOSO SUCCESSO DI
UNO SPLENDIDO DISASTRO E DOPO
UNA MERAVIGLIOSA BUGIA E UN MAGNIFICO EQUIVOCO
SUBITO IN CLASSIFICA, RITORNA JAMIE MCGUIRE,
UN’AUTRICE AMATA DA 1 MILIONE DI LETTORI
Jamie McGuire
Un’incredibile follia
romanzo
Il destino ti porta lontano da me.
Ma io sono pronta a combattere.
Perché il nostro amore è unico.
Prima edizione: giugno 2015
Traduzione dall’inglese di Adria Tissoni
Titolo originale dell’opera: Happenstance (part three)
© 2015 by Jamie McGuire
ISBN 978-88-11-68883-9
© 2015, Garzanti S.r.l., Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
Printed in Italy
www.garzantilibri.it
Jamie McGuire
Un’incredibile follia
1.
Aprii di colpo gli occhi e mi guardai attorno nella stanza
buia. Ansia, sgomento e panico tornarono quando misi a
fuoco le pareti bianche e spoglie della stanza d’ospedale.
Vedere i paramedici portare via Weston in barella era stato il
momento più brutto della mia vita. Continuavo a riviverne
gli aspetti più spaventosi: l’inalatore che gli cadeva dalla
mano inerte, le sirene dell’ambulanza che correva verso
l’ospedale…tutte quelle immagini mi si sovrapponevano
nella testa.
Chiusi gli occhi cercando di scacciare il ricordo e quelle
terribili sensazioni. Il respiro ritmico di Weston e i bip
intermittenti dei monitor placarono tuttavia ogni ansia.
Era vivo. Sarebbe andato tutto bene.
Il mio corpo era steso accanto al suo, e avvertivo più che
distintamente il contatto tra la sua pelle, là dove non era
coperta dalla camiciola ospedaliera, e la mia. Era così
caldo sotto la coperta di lino che l’infermiera ci aveva dato.
Restai immobile tra le braccia del ragazzo che mi amava,
con il fianco che protestava per essere stato troppo a lungo
nella stessa posizione.
Il vago chiarore dell’alba si stava già insinuando tra le
veneziane scacciando il buio. Weston si mosse. Quanto
avrei voluto che la notte durasse un po’ di più!
Sua madre Veronica stava leggendo una rivista nella
poltrona color malva nella parte opposta della stanza.
Oltre agli occhiali neri rettangolari da lettura, per vedere
usava la torcia del cellulare.
Alzai la testa, il che la indusse a sollevare lo sguardo.
«Buongiorno», sussurrò in tono quasi impercettibile.
Non volendo svegliare Weston, l’unico modo per
ricambiare fu rivolgerle un lieve sorriso. Quando gli
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appoggiai di nuovo la testa sul petto, mi strinse di più e
fece un profondo respiro.
Veronica rise sommessamente e si trasferì sulla sedia di
legno per essere più vicina al letto. «Teneva così il suo
orsacchiotto. Quando tentavo di toglierglielo dopo che si
era addormentato, stringeva la presa.»
Accavallò le gambe e intrecciò le dita guardando il
figlio con amore incondizionato. «Un giorno, in prima
elementare, è tornato a casa e ci ha detto, impassibile:
“Io mi sposerò.”», affermò imitando Weston a sette anni.
Rise piano, persa nei ricordi. « “Quando?” gli ha chiesto
Peter e lui ha risposto: “Più in là.” “Chi è?” gli ho chiesto
allora io e lui ha detto: “Erin.” A quel tempo pensavo che
intendesse Alder, ma in seguito mi ha fatto promettere di
non raccontarti mai questa storia, così mi sono resa conto
d’essermi sbagliata.»
Restai senza fiato.
«È successo tanto tempo fa. Non credo che ora abbia
problemi al riguardo.» Guardò prima lui, poi me. «Sono
contenta che si riferisse a te, Erin. Non credo di avertelo
detto.»
«Sono solo fortunata che non sia tipo da mollare facilmente
la spugna», mormorai.
Weston si mosse di nuovo e Veronica si avvicinò per
osservarlo meglio.
«Erin?» gemette lui.
Veronica inarcò un sopracciglio e mi lanciò un’occhiata
d’intesa.
«Sono qui», dissi.
Con gli occhi ancora chiusi si chinò leggermente per
sfiorarmi i capelli con le labbra. Il sole illuminava la stanza
quel tanto da mostrare ciò che le ombre avevano nascosto
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fino a dieci minuti prima.
«Bene. Non andartene», rispose sospirando.
«Non lo farò», promisi.
«In questo caso sarà meglio che vi porti qualcosa per
colazione», intervenne Veronica alzandosi.
«Buongiorno!» esclamò l’infermiera. La sua voce suonò
troppo forte dopo tutti i bisbigli di Veronica. Indossava
una divisa di color rosa intenso perfettamente in sintonia
con il suo buonumore.
Veronica la osservò dall’angolo della stanza mentre
recuperava la borsa e le chiavi da una sedia.
Amelia aveva una massa di treccine lunghe e lucide raccolte
in uno splendido chignon sulla sommità del capo, che
aggiungeva almeno dieci centimetri al suo corpo piccolo
e rotondo.
Weston batté, assonnato, le palpebre. «Caspita, ho proprio
perso conoscenza.»
«Sono i farmaci», disse lei. «Ora ti controllerò i segni vitali
e poi aspetterò che arrivi il dottor Shuart per la visita.
Presumo che ti dimetterà oggi», aggiunse ammiccando e
indicandomi di spostarmi.
Obbedii alzandomi in fretta dal letto.
«Non andartene», protestò Weston, corrucciato.
Veronica scosse la testa, divertita. «Santo cielo, ti ha detto
che resta!»
Lui mi studiò, diffidente. Tutto il calore che avevo provato
sentendo il racconto di Veronica svanì all’istante.
«È la tua ragazza?» gli chiese Amelia in tono perlopiù
scherzoso.
Weston non distolse gli occhi da me aspettando che
rispondessi.
«Ho sentito che ha dormito per metà della notte su
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quell’orribile divano nella sala d’attesa e per l’altra metà
tutta schiacciata nel tuo letto. Le colleghe del turno di
notte l’hanno trovato adorabile. La mia schiena non ne
sarebbe stata contenta, proprio no!», osservò scuotendo la
testa al pensiero.
Il misuratore di pressione ronzò quando gonfiò il manicotto
e Weston trasalì sentendosi stringere. Amelia gli mise un
sensore sul dito e sembrò contenta dei numeri rilevati, per
me del tutto incomprensibili.
«Va tutto bene?» chiese Veronica.
Amelia annuì. «Come se non fosse mai successo niente.»
Veronica emise un lieve sospiro. «Può fare colazione?»
«Certo», rispose e gli porse un menù lungo plastificato.
«Chiamami quando avrai deciso se preferisci il porridge
acquoso o le uova stracondite.»
Dall’espressione di Weston intuii che la scelta del menù
non era propriamente allettante. Amelia se ne andò con
la stessa velocità con cui era arrivata e Veronica si mise in
fretta la borsa sulla spalla.
«Prendo io qualcosa per tutti. Farò un salto da Braum a
comprare i biscotti con la salsa.»
Weston si tirò subito su.
«Vengo con te», dissi.
«No, è meglio che resti», osservò lui.
Veronica gli si avvicinò per dargli un bacio sulla guancia,
poi afferrò le chiavi. «Chiamerò papà e gli dirò che sei
sveglio.» Guardandomi aggiunse: «Tu resti?».
Dallo sguardo di Weston capii che voleva sfruttare
l’occasione per parlarmi a quattr’occhi. Guardai Veronica
e assentii.
«Ricordati di chiamarmi se arriva il dottor Shuart», disse.
«Certo», risposi.
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Uscì in corridoio, guardò in entrambe le direzioni e girò a
sinistra, verso gli ascensori. La sua voce risultò a malapena
udibile quando salutò le infermiere nella loro postazione;
pochi istanti dopo il campanello dell’ascensore trillò
annunciando che era arrivato al piano.
Ero in piedi nell’angolo in cui mi ero ritirata quand’era
entrata l’infermiera e osservai Weston mettersi una mano
dietro la testa con un’aria indecifrabile.
«I biscotti con la salsa mi sembrano proprio una buona
idea.» Quasi a comando, lo stomaco prese a brontolarmi e
mi toccai la maglietta.
«Sei rimasta qui per tutta la notte», disse ma non era una
vera domanda.
Annuii e incrociai le braccia al petto chiedendomi cosa
volesse dirmi di tanto particolare da aver voluto attendere
che sua madre se ne andasse.
Si guardò i piedi, perso nei suoi pensieri. «Puoi anche
mentirmi, non ti porterò rancore.»
«Che c’è?» chiesi.
Nei suoi occhi comparve una profonda tristezza.
«Intendevo quello che ho detto. Anche se te ne andrai al
college e non tornerai più, i miei ricordi delle prossime
settimane non significheranno molto se non ne sarai
parte. Non voglio che faccia promesse che non puoi
mantenere, Erin…ma in questo momento direi che una
bugia mi sta bene. Mentimi pure. Facciamo questa cosa
del ballo, festeggiamo il diploma come matti e godiamoci
l’estate più bella della nostra vita. Saliamo sull’ottovolante
e spassiamocela fingendo che non finirà mai.»
«Continuiamo a improvvisare?»
Avevo abbozzato un mezzo sorriso ma lui contrasse la
mascella.
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«No», disse. «Tu sei sempre stata nei piani, e sempre ci
sarai.»
Mi avvicinai al letto e mi chinai. Fermandomi a pochi
centimetri dalle sue labbra, lo guardai negli occhi in cerca
di una promessa o del segno che potesse in qualche modo
vedere il futuro. Lui mi prese per le braccia e mi attirò a sé
coprendo quei pochi centimetri per poi sfiorarmi la bocca
con la sua.
Forse un giorno mi avrebbe lasciata ma non in quel
momento. Diciotto anni, tutta la vita davanti, e lui mi stava
chiedendo di perdermi in quell’ultima immagine della
mia infanzia, nell’estate della nostra esistenza. Ero andata
alla deriva per tutta la vita, e la sua richiesta mi spaventava
particolarmente.
Quando tuttavia diceva cose del genere, quello da cui più
volevo rifuggire era il pensiero d’essere ritrovata.
«Baby?» mormorò scrutandomi negli occhi, e il bip del
monitor accelerò un po’.
Che fosse ingenuità o un’assurda speranza pensare di vivere
in un mondo parallelo e che il nostro amore, nato alle
superiori, potesse durare per tutta la vita, non importava:
comunque, non volevo solo crederci. Volevo fidarmi di lui,
anche se fosse durata solo fino ad agosto.
«Affare fatto», risposi.
In risposta mi fece soltanto un mezzo sorriso, la mano
posata sui miei capelli arruffati. Mi avvicinò di nuovo a sé
sfiorandomi le labbra con le sue. Sentii la sua lingua in
bocca, danzò con la mia, lenta e dolce, quasi a suggellare
la promessa che ci eravamo appena fatti. Un istante dopo
mi trascinò sul letto.
Mi solleticò il collo con il naso e io ridacchiai, indifferente
al fatto che ci potessero udire. Mi teneva stretta a sé ed era
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rilassato, sollevato, forse ancora sotto l’effetto dei sedativi.
Udendo bussare alla porta ci bloccammo. Mi girai e sulla
soglia vidi il dottor Shuart con una giacca bianca e una
camicia scozzese.
«Come sta il signor Gates stamattina?» domandò entrando
con un’infermiera. «Azzarderò un’ipotesi: direi che stia
proprio bene.»
Diventai paonazza e mi ritirai sulla poltrona nell’angolo.
Weston restò imperturbabile.
«Lei è Dacia», proseguì Shuart girandosi lievemente verso
di lei.
Dacia mi fece un cenno e sorrise a Weston, poi riprese a
scribacchiare sul raccoglitore che teneva in mano. «Weston
è il nostro ultimo paziente, dottore. Ha dieci minuti per
tornare in studio per il suo primo appuntamento, quindi
non si fermi di sotto a chiacchierare. Vada dritto lì», lo
ammonì con tono materno.
Il dottor Shuart le diede le spalle e sollevò le sopracciglia.
«È una specie di generale, mi tiene in riga.»
«Qualcuno deve farlo», borbottò Dacia continuando a
scrivere.
Mentre il dottore parlava con Weston, mi appoggiai allo
schienale della poltrona e presi il telefono per mandare
un messaggio a Veronica. Discussero dei farmaci e Shuart
gli spiegò che prima di dimetterlo, dovevano sottoporlo a
un ultimo trattamento respiratorio.
Il medico e Dacia mi salutarono uscendo dalla stanza e in
quell’istante il cellulare trillò.
«Tua mamma vuole che chieda al dottore di tornare tra
quindici minuti», dissi. «A quanto pare la coda al locale è
incredibilmente lunga. »
«Ha detto proprio così?» chiese, dubbioso.
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«In realtà ha scritto “questa maledetta coda”.»
«Dacia non sarà molto d’accordo.»
«Mi sa che hai ragione», convenni infilandomi il telefono
nella tasca posteriore. Guardai l’orologio.
«Oggi lavori?», chiese.
«Ho appuntamento dalla parrucchiera con Julianne ma lo
annullerò.»
«Lo hai già annullato una volta. Vacci. E comunque
non voglio che tu mi veda alle prese con quello stupido
nebulizzatore. Mi sentirei ridicolo.»
«È solo tra un’ora. E muoio dalla voglia di assaggiare i
biscotti con la salsa.»
«Hai paura che mia mamma si incazzi se mi lasci qui da
solo, vero?» osservò con un sorrisetto furbo.
«Anche.»
Il telefono squillò di nuovo. Lo presi, lessi il messaggio e lo
posai sulle mie ginocchia.
«Chi era?» domandò Weston.
«Julianne, che mi ricordava l’appuntamento.»
In quell’istante Veronica entrò, esasperata, con due
sacchetti di plastica. Ci porse un contenitore di polistirolo
e un sacchetto con le posate e il tovagliolino.
Aperto il contenitore e afferrata la forchetta, Weston
si avventò, famelico, sul cibo. Io bisticciai con il coltello
di plastica nel tentativo di tagliare i biscotti e impiegai
due volte tanto a finirli, ma non m’importò. La salsa era
cremosa e pepata, e le mie papille gustative cantarono lodi
agli dei della cucina del sud e a chiunque avesse ideato e
perfezionato quel mix di grassi, farina e latte.
Veronica prese i contenitori vuoti e li mise nel cestino dei
rifiuti accanto alla porta.
Afferrai portafoglio e telefono.
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«Te ne vai?» chiese.
«Ha appuntamento dal parrucchiere con Julianne. Non voglio
che rinunci», rispose Weston per me.
«Certo», concordò lei. «Ti ho educato io, no?»
Mi avviai sogghignando verso la porta ma Weston si picchiettò
la guancia. Mi precipitai a dargli un bacetto ma lui si girò e mi
diede un bacio in piena bocca, trattenendomi delicatamente
per il polso per qualche istante.
Per la seconda volta quel mattino sentii le guance in fiamme
per l’imbarazzo. Uscendo evitai di incrociare lo sguardo di
Veronica.
Mentre svoltavo l’angolo, la udii rimproverare il figlio. «Non
glielo hai chiesto, vero?»
Mi bloccai e mi premetti contro il muro non lontano dalla
porta. Per un po’ ci fu silenzio e qualche istante dopo dovetti
sforzarmi per sentire la risposta.
«Gliel’ho già chiesto, mamma.»
«È ufficiale?»
«Sì, andremo al ballo.»
«E?»
«Non lo so. Non chiedermi di Erin, mamma. È strano.» Tacque
e poco dopo aggiunse: «Ad ogni modo ti ho sentito».
«La storia dell’orsacchiotto? Scusami, non ho potuto farne a
meno.»
«E quell’altra.»
«A proposito del fatto che la consideravi la tua sposa?»
Veronica borbottò qualcos’altro.
Poi Weston parlò di nuovo. «Non c’è problema. Sono contento
che lo sappia.»
«Allora è così. Ti riferivi a Easter.»
«Quello non è più il suo nome, mamma, ma sì, mi riferivo a
lei.»
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Sentii un fruscio di lenzuola.
«Spero che tu sappia quello che fai, figlio mio.»
«Smettila», la ammonì Weston.
«È solo che non voglio che vi facciate del male», replicò, sincera.
«Terrò duro finché non se ne andrà, mamma, è l’unica cosa
che posso fare.»
Lei non rispose, pertanto mi incamminai verso l’ascensore
cercando di non fraintendere quelle parole.
2.
«Mi piace», affermò Weston stappando la mia bottiglia di Fanta
Orange.
I rumori familiari della bevanda gassata e delle auto che
passavano sotto di noi mi indussero a rilassarmi completamente.
Era confortante stare seduta sull’imbottitura di denim sul
pianale del suo Chevy rosso a sorseggiare una bevanda fresca,
con il rivestimento ruvido del cassone che mi grattava le scapole.
Meglio che trovarsi con gli altri nel parcheggio del campo da
baseball.
«Mi sembrano molto corti», osservai passandomi le dita sulle
punte ondulate delle mie ciocche castane. La parrucchiera
mi aveva tagliato più di venti centimetri di capelli, eppure mi
arrivavano ancora leggermente al di sotto delle spalle.
«Sono più lucidi e vaporosi, e sembrano più scuri.»
«Tutte cose positive», commentai.
Mi premetti di più contro il rivestimento ruvido, come se in
quel modo riuscissi a memorizzare meglio i particolari. Non
credevo che si potesse essere più felici di così, e anche se il
resto della mia vita era perfetto, come in una favola, sapevo
che avrei voluto ricordare ogni secondo delle nostre serate sul
cavalcavia.
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Le lucciole volteggiavano sopra il grano che stava spuntando
nei campi ai lati del ponte. Anche al crepuscolo questi
sembravano una distesa infinita d’erba verde rigogliosa. Le
zanzare ci ronzavano attorno e noi le scacciavamo con le
mani, preferendo l’aria di una primavera insolitamente calda
all’abitacolo del furgone senza insetti.
«Porti la collana.»
«L’ho portata da Gose Jewelers dopo il parrucchiere. Tu
aspettavi ancora che ti dimettessero.»
«C’è voluta una vita», brontolò.
«Almeno stai meglio. È così, vero?»
«In forma perfetta», rispose con un luccichio negli occhi. Si
protese, le mani appoggiate sulla trapunta, e con il naso mi
indusse a piegare la testa di lato per assaporare la pelle del mio
collo.
«È salata», mormorò dopo avermi stuzzicato con la lingua.
«Allora non è buona come un gelato», osservai sorridendo.
«A dire il vero la trovo migliore», rispose spostando le labbra
sul mio orecchio. Passò tuttavia troppo in fretta alla guancia, e
ogni delicatezza svanì quando si avventò sulla mia bocca.
Mai prima avevamo fatto uso migliore del furgone, afferrando
bottoni e cerniere lampo, tirando la stoffa di qua e di là, ma
non appena il respiro di Weston divenne un po’ affannoso, mi
bloccai.
«Che c’è?» chiese sovrastandomi.
«Ansimi.»
«Ho l’inalatore», rispose sogghignando. «Sto bene, te lo giuro.»
«Questo non mi fa sentire meglio.»
Lui si rilassò e mi sfiorò la guancia con la fronte. «Ti sentiresti
meglio se facessimo con calma? O vuoi smettere?»
«Forse dovremmo aspettare almeno quarantott’ore dalla tua
esperienza di morte apparente.»
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Abbassò la testa al di là della mia spalla toccando con la fronte
il pianale. «E se ti promettessi che sto bene?»
«Come fai a saperlo? Alla partita sapevi che avresti avuto un
attacco?»
Non sollevò la testa. «L’ho ignorato.»
«E ora stai facendo lo stesso?»
«No. Non lo so. No.»
«Dovremmo aspettare.»
Fece un respiro lento, profondo e poco dopo espirò in modo
ancora più lento. «Come vuoi tu, baby. Ai tuoi ordini», disse
annuendo. Si mise a sedere e mi porse il reggiseno con un
sorriso forzato.
«Non arrabbiarti.»
Scoppiò a ridere. «Non sono arrabbiato, Erin. Te lo giuro.
Sono nel fiore degli anni ed era un po’ che aspettavo questo
momento. Settimane, diverse lunghe settimane», disse, più a se
stesso che a me. Mi porse la maglietta e si infilò la sua.
Vedendolo coprirsi il petto perfettamente scolpito, mi accigliai.
«Che c’è?» domandò fermandosi quando notò la mia
espressione.
Alzai le spalle. «Dovresti girare sempre a torso nudo. Dovrò
trovare una scusa. Magari ti porterò via tutte le magliette!»
«Non mi piace essere considerato un oggetto», replicò
sollevando il mento. «Sono un uomo!»
«Il mio uomo.»
«Questo è maledettamente vero», convenne prendendomi tra
le braccia. «E adesso?» chiese con il volto a pochi centimetri
dal mio.
Avrei voluto supplicarlo di finire quello che avevamo iniziato
ma capivo che era stanco e che probabilmente aveva bisogno
di riposare.
«A dire il vero sono distrutta», risposi mentendo. «Devo studiare
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per le verifiche del semestre. Sono indietro.
«Allora vuoi dormire o studiare?» disse inarcando un
sopracciglio.
«Tutti e due», dissi abbottonandomi gli shorts.
«Non è che mi stai facendo da mamma, vero?» domandò.
«Perché sarebbe un po’ imbarazzante e forse anche vagamente
offensivo. Ho già avuto attacchi d’asma in passato e tu non
c’eri a farmi da baby-sitter. In qualche modo sono riuscito a
sopravvivere lo stesso.»
Gli feci un sorrisetto. «Portami a casa, così il tuo ego si
ridimensionerà un po’.»
Restò a bocca aperta.
«Non ti sto facendo da mamma. Io ti amo. C’è differenza.»
«Come diavolo faccio a ribattere adesso?» disse, corrucciato.
«Non lo farai, e basta. Forza.»
Saltai giù sul calcestruzzo e lui mi seguì.
Mi accompagnò a casa tenendomi per mano. Abbassò i finestrini
e scoppiammo a ridere vedendo i miei capelli svolazzare in
tutte le direzioni. Premette un tasto della radio e il cd della
Chance Anderson Band iniziò a suonare. Weston tamburellava
Continua
in libreria
in ebook…
il pollice sul volante
e cantava
a vocee alta.
Neanche dieci minuti dopo eravamo fermi nel vialetto degli
Alderman. Mi diede il bacio della buona notte, entrai in casa e
sorrisi vedendo l’espressione di Julianne.
«Sei tornata presto», commentò, incapace di nascondere la sua
sorpresa.
«Era stanco», spiegai raggiungendola sul divano.
Sobbalzò leggermente quando mi sedetti e mi gettò un braccio
attorno al collo.
«Mi stai dicendo che è stata sua l’idea di riportarti a casa?»
«No.»
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«Lo immaginavo.»
Scoppiamo a ridere. In quell’istante il mio cellulare trillò. Era
Veronica.
Grazie.
Come Julianne, sapeva che l’idea di rientrare presto non era di
certo stata di suo figlio.
Sorrisi e le risposi mandandole una faccina ammiccante.
Weston mi aveva infine insegnato a inviare gli emoticon con il
cellulare.
«Questo sì che si chiama avere polso in amore», osservò
scherzosa Julianne.
«Lui non ne è stato contento.»
«Oh, a proposito, è pronto il tuo vestito per il ballo. L’ho ritirato
oggi da Wanda. Fa lei le modifiche per Frocks and Fashions.»
«Oh, grazie.»
«Dovresti provarlo prima di andare a letto, non si sa mai.»
«O-okay.»
«Hai sempre intenzione di andarci?»
«Sì.»
«Sei nervosa?»
«Sì.»
«Ti fidi di lui?»
«Sì.»
Continua in libreria e in ebook…
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Dopo il fenomeno editoriale di
Uno splendido disastro,
Il mio disastro sei tu, Un disastro è per sempre e
Uno splendido sbaglio
TORNA JAMIE McGUIRE CON UNA NUOVA TRILOGIA
E DUE PROTAGONISTI CHE VI FARANNO
INNAMORARE: ERIN E WESTON!
HAI GIÀ LETTO I DUE LIBRI PRECEDENTI
UNA MERAVIGLIOSA BUGIA E UN MAGNIFICO EQUIVOCO?
Jamie McGuire
Autrice di «Uno splendido disastro»
Un magnifico equivoco
Jamie McGuire
Una meravigliosa bugia
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Tutto è cambiato all’improvviso.
Tu sei la scelta sbagliata.
Ma i tuoi occhi sanno leggermi dentro.
Ho provato a dimenticarti.
Perché il tuo cuore nasconde un segreto.
Ma solo con te sono davvero felice.
«Jamie McGuire scrive un bestseller dopo l’altro.»
«Kirkus Reviews»
«Erin, anche se te ne andrai al college,
i miei ricordi delle prossime settimane
non significheranno molto se tu non ne sarai
parte. Facciamo questa cosa del ballo,
festeggiamo il diploma come matti
e godiamoci l’estate più bella della nostra vita.
Saliamo sull’ottovolante e spassiamocela
fingendo che non finirà mai.»
«Continuiamo a improvvisare?»
«No», disse. «Tu sei sempre stata nei piani,
e sempre ci sarai.»
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