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Enrico Lantelme – L`incredibile storia della canzone di Marlbrough

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Enrico Lantelme – L`incredibile storia della canzone di Marlbrough
Enrico Lantelme
L’incredibile storia della canzone di Marlbrough
Un esempio emblematico di una canzone popolare che sfugge a qualsiasi classificazione
territoriale, linguistica e storica è la notissima (anche nel nostro repertorio valligiano)
“Malbrough s’en-va-t’en guerre”. Spesso può accadere che testo e melodia di un canto
tradizionale seguano strade diverse, dando origine a significative varianti: ma in questo
caso si può ben dire che la realtà supera la fantasia, al punto che è praticamente
impossibile seguirne le tracce nel corso dei secoli. Infatti queta ben nota melodia è cantata
in Inghilterra con le parole “He’s a Jolly Good Fellow”, e in America come “We Won’t Go
Home Till Morning” oppure “The Bear Went Over the Mountain” e in tutti i casi è ritenuta un
esempio del rispettivo canzoniere nazionale. Ma la stessa melodia è popolarissima anche
in Spagna, dove tutti i bambini ne cantano una versione che inizia così:
©Enrico Lantelme 2014
L’incredibile storia della canzone di Marlbrough
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Mambrú se fue a la guerra,
¡qué dolor, qué dolor, qué pena!
Mambrú se fue a la guerra,
no sé cuándo vendrá,
do-re-mi, do-re-fa,
no sé cuándo vendrá.
Chi è questo “Mambrú”, eroe della canzone spagnola? Al di là delle apparenze, che
suggerirebbero facili soluzioni, ancora oggi questa domanda non ha ottenuto risposta.
Infatti l’incredibile storia di questa canzone sembra aver avuto inizio in Terra Santa, dove
si dice sia nata per commemorare un crociato francese, tale Mambron, morto nei pressi di
Gerusalemme.
Questa ipotesi è stata suggerita dal narratore François René de Châteaubriand il quale,
essendosi recato in Terra Santa per documentarsi prima di scrivere l’epopea in prosa “I
martiri” (1809), ne riportò alcune leggende assai diffuse in loco. Una di queste riferiva che
una canzone ispirata alle gesta del cavaliere crociato Mambron era nota in Palestina da
molti secoli.
Il componimento, secondo alcuni appartenuto alla raccolta delle “Chansons de gestes” con il
titolo di “Chanson de Mambron”, ebbe una così grande diffusione in tutto l’Oriente che la
sua melodia divenne popolarissima in Egitto e in Arabia, dove era comunemente ritenuta
essere un vecchio canto popolare egiziano. La circostanza è confermata da un curioso
aneddoto riportato anche dallo scienziato francese François Arago: durante una
conferenza tenuta al Cairo di fronte ad un uditorio egiziano, il matematico Gaspard
Monge accennò questa melodia e scoprì, con sua grande sorpresa, che i locali la
conoscevano talmente bene da unirsi a lui nel cantarla.
Pochi anni dopo. E. Cobham Brewer (1810-1897) nel suo “Dictionary of Phrase and Fable”
formula un’ipotesi diametralmente opposta sull’origine di questa canzone: infatti definisce
“Malbrouk, Malbrough, Malborough o Marlbrò, una melodia araba molto nota in tutto il
Medio Oriente, portata in occidente dai crociati”.
Come si può notare, già dalle prime notizie sembra impossibile stabilire l’origine della
nostra canzone: “Malbrough s’en-va-t’en guerre” conferma chiaramente l’inutilità di ogni
parametro razionale nella ricerca delle radici della cultura popolare. Tra l’altro, anche il
nome di “Malbrough” che identifica il protagonista del racconto nella tradizione francofona
è di origine assai incerta.
H. Davenson e M. David (1) affermano che la canzone avrebbe avuto un intento burlesco,
in quanto diffusa dopo la battaglia di Malplaquet del 1709 durante la quale pare fosse
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corsa voce della morte del condottiero inglese, per l’appunto il duca di Marlborough.
Questo nobile inglese si chiamava in realtà John Churchill, ed era figlio di un gentiluomo
di campagna impoverito dalla guerra civile: fu educato alla corte di Carlo II, dove divenne
paggio del duca di York, il futuro Giacomo II. Colonnello a soli 18 anni, nel marzo 1702, in
seguito all’ascesa al trono della regina Anna, fu nominato primo duca di Marlborough:
come comandante in capo dell’esercito inglese, capeggiò la coalizione contro Luigi XIV
durante la guerra di successione spagnola. Le sue vittorie sui francesi si susseguirono ad
un ritmo vertiginoso: 1704 (Blenheim), 1705 (Hochstaedt), 1706 (Remollieres), 1708
(Oudenaarde). Nel 1709 a Malplaquet subì pesanti perdite, ma riuscì comunque a
costringere i Francesi alla ritirata.
La storia, come vedremo, non ci è di alcun aiuto per spiegare l’origine della canzone che
parrebbe essere collegata alle vicende di questo generale inglese. Per quale motivo infatti i
Francesi avrebbero dovuto celebrare le gesta del loro più acerrimo nemico?. Tra l’altro, il
duca di Marlborough non morì affatto in battaglia, come racconta la canzone, ma diversi
anni più tardi, nel suo letto di malattia.
In ogni caso il canto è difusissimo in tutta l’area francofona da tempo immemorabile:
inoltre nel testo i riferimenti ad altri canti sono evidenti. Ad esempio una canzone del XV
secolo, ispirata alla guerra tra Francesi e Bretoni poco dopo la morte di Luigi XI (1483), si
chiude con questi versi:
Ne pleurez plus la belle
Car il est trépassé
Il est mort en Bretagne
Les Bretons l’ont tué
J’ai vu faire sa fosse
A l’orée d’un vert pré
Et vu chanter sa messe
A quatre cordeliers.
La somiglianza con il testo della canzone di Malbrough è notevole:
Aux nouvell’s que j’apporte,
Vos beaux yeux vont pleurer.
Malbrough est mort en guerre
Est mort et enterré
J’l’ai vu porter en terre
Pae quatre z-officiers.
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Altre ricorrenze interessanti si ritrovano anche nel testo della canzone ispirata alle vicende
del Principe di Orange, morto nel 1543, dove si legge:
Sa femme lui demande
Prince quand reviendrez?
Je reviendrai a Pâques
A Pâques ou à Noël
Voici Pâques venue
Et le Noël passé
Le beau prince d’Orange
N’y est point arrivé.
Anche qui la corrispondenza con i versi della nostra canzone è evidente:
Malbrough s'en va-t-en guerre,
Ne sais quand reviendra.
Il reviendra-z-à Pâques,
Ou à la Trinité
La Trinité se passe,
Malbrough ne revient pas.
Joseph Canteloube (2) notava che questo motivo poteva essere ascoltato in paesi molto
distanti fra loro : Catalogna, Piemonte, Canada, Castiglia, Inghilterra, Stati Uniti, Arabia,
Russia.
La sua diffusione in Francia, secondo una leggenda popolare molto nota, è dovuta a una
nutrice del Delfino (tale Madame Poitrine) che la portò a corte nel 1781: la regina Maria
Antonietta se ne innamorò follemente e ne decretò il successo e la fama. Ma non bisogna
dimenticare che già nel 1778 Pierre de Beaumarchais ne aveva inserito il ritornello, con le
parole “Que mon cœur, que mon cœur a de peine” nella romanza di Chérubin delle Nozze di
Figaro, da cui sarà tratto il libretto dell’omonimo melodramma musicato da W. A. Mozart.
La melodia dalla Chanson de Malbrough ebbe un periodo di grande notorietà durante la
Rivoluzione Francese. La stessa aria fu utilizzata anche da un compositore del calibro di L.
V. Beethoven in un lavoro orchestrale, La Battaglia di Vittoria. E persino Gioacchino
Rossini, nel 1820, ne scrisse un’armonizzazione per piano:
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Ancora sulle tracce di questa straordinaria melodia scopriamo che durante al prima
Guerra Mondiale i soldati francesi la cantavano con le parole “Guillaume s’en va t-en
guerre”, intendendo per Guillaume il kaiser tedesco.
E’ evidente che canzoni come questa non possono essere etichettate come si fa
normalmente con altre opere dell’ingegno umano: un’ultima traccia, forse la più
misteriosa, ci porta addirittura sulle coste dell’Australia. Qui il capitano Cook,
passeggiando sulla spiaggia con i suoi marinai un giorno dell’anno 1770, stava cantando
l’aria di “Malbrough”: gli aborigeni australiani, riconoscendone il motivo, ne rimasero
incantati ed esterrefatti.
Questa è la storia di una melodia senza confini e di un testo adottato ed adattato da mille
paesi, al di fuori del tempo e dello spazio. Una canzone di cui probabilmente non
scopriremo l’origine e la provenienza, ma che sentiremo ancora cantare, perchè il canto
tradizionale non spiega, non proclama verità, non rispetta barriere, ma tocca le corde più
segrete dell’animo umano.
Note:
(1) H. Davenson, Le livre des chansons, Parigi, Ed. du Seuil, 1957; M. David – A. M. Delrieu,
Aux sources des chansons populaires, Parigi, Belin, 1984.
(2) J. Canteloube, Anthologie des chants populaires français, Parigi, Durand, 1951.
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