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Mattina Autunnale di Lorena Nannini

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Mattina Autunnale di Lorena Nannini
MATTINA AUTUNNALE
Questa è la storia di Marco, un impiegato ordinario di un ufficio ordinario che
ordinariamente, tutte le mattine prendeva l'autobus dalla piazza davanti al condominio dove
abitava e scendeva regolarmente una fermata prima dell'ufficio dove lavorava, per fare un
po' di moto, diceva. Una storia non molto interessante, converrà il lettore, finché un mattino
non accade qualcosa di imprevisto.
Un fredda mattina autunnale, un po' nebbiosa, fu costretto da uno sciopero degli autobus a
percorrere il tragitto dalla piazza fino all'ufficio, a piedi. La nebbia che avvolgeva le cose
rendeva il paesaggio quasi surreale, da sogno e fu lì, in questo paesaggio brumoso che
cominciò il suo viaggio. Un viaggio intimo di un uomo solo su un pianeta solo in viaggio in
uno spazio enorme, forse infinito. Già infinito. Tutto era cominciato con una fluttuazione del
Nulla, dicevano gli astrofisici, ma il Nulla non fluttua.
E dove doveva portare questa fluttuazione, questa onda, questo movimento di circoli e
sfere? Tutto era circolare, galassie, pianeti, orbite o tutt'al più di forma tondeggiante, quasi
di sfera, che altro non è se non una versione tridimensionale di un cerchio. Il cerchio che
non ha inizio, né fine, e il movimento continuo di masse che si attraggono e si respingono,
ma che sono in qualche modo connesse.
E lui uomo solo e unico cosa ci faceva su quel pianeta unico? Ma era davvero unico? Lui
quell'insieme di eventi, ricordi, fatti, un punto irriproducibile nella storia, come ogni altro
essere, una combinazione di variabili che nessuno avrebbe mai potuto riprodurre.
L'irriproducibilità dell'essere, l'unicità dell'essere che quindi non è clonabile. La clonazione
può solo riprodurre uno stampo, ma non riprodurrà mai quell'incontro di variabili e di
accadimenti che fanno di un essere un individuo unico e perciò prezioso. Ognuno poteva
essere il diamante di cui l'Universo nella sua grandezza non poteva fare a meno e quindi
doveva essere rispettato, protetto, perché prezioso.
Anche il suo odiato collega di scrivania, con il quale aveva avuto più di una discussione: la
pochezza di quell'individuo, che aveva sorpreso più volte in atti molto meschini come i
furtarelli di cancelleria di poco valore, di piccoli gadget natalizi, glielo rendeva
insopportabile e nell'ultima settimana glielo aveva anche fatto notare: ne era nato un
violento alterco sedato dall'intervento del Capoufficio, che si era concluso da parte di Marco
con la minaccia di metterne al corrente il proprio avvocato. Eppure anche quell'essere, se
esisteva, poteva essere prezioso.
Avvolto nei suoi pensieri Marco non si era accorto di essere arrivato quasi alla fermata del
bus che si trovava prima del suo ufficio, dove la via piegava leggermente verso uno slargo, e
non si era neanche accorto della figura che da qualche secondo lo stava affiancando: una
figura longilinea, di un uomo, avvolto in un mantello scuro, con un cappuccio che ne
lasciava intravvedere pochi tratti: una ciocca di capelli, che dovevano essere anche piuttosto
lunghi, di colore biondo, una pelle bianca, quasi diafana e un naso sottile, leggermente
aquilino.
L'uomo gli stava accanto, quasi ad ascoltare i suoi pensieri: “Lo credi davvero?” Gli disse
con una voce calma e profonda.
“C....”esplose Marco e non si sa se quel suono gutturale era l'incipit di una imprecazione o
di una domanda: Che cosa? Chi sei?
Intanto la figura era già sparita avvolta dalla nebbia, senza lasciare alcuna traccia di sé.
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