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La nuova traduzione italiana di Essere e tempo di Alfredo Marini

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La nuova traduzione italiana di Essere e tempo di Alfredo Marini
Giornale di filosofia
Filosofia Italiana
La nuova traduzione italiana di Essere e tempo di Alfredo Marini
di Stefano Lombardi
Sommario: Il testo discute la nuova traduzione di Essere e Tempo di Martin Heidegger, ad opera di Alfredo
Marini. Non si tratta di una mera querelle fra traduttori, ma della questione che sottende il problema del tradurre
in generale e che, nel caso di Heidegger, si fa ancora più dirimente e ci coinvolge più da vicino. Questo non solo
perché, concernendo l’opera del filosofo che ha posto come nessun altro tradizione e traduzione al centro del
suo pensiero, porta a dover riflettere sulla reciproca implicazione ermeneutica di traduzione e interpretazione da
lui teorizzata, ma anche perché il problema del «trapasso dallo spirito di una lingua (Sprachgeist) in quello di un
altra» riguarda, più semplicemente, il problema pratico della traduzione e ri-traduzione di un testo, come Sein und
Zeit, la cui prima e unica traduzione italiana, quella di Pietro Chiodi, da decenni domina la prassi linguistica della
cultura filosofica italiana.
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Giornaledifilosofia.net / Filosofiaitaliana.it - ISSN 1827-5834 – Settembre 2006
La nuova traduzione italiana di Essere e tempo di Alfredo Marini
di Stefano Lombardi
«Lei dovrebbe prendere anche il testo originale, […] che non potrà mai essere tradotto»1, così Martin
Heidegger si rivolgeva in una lettera del 12 Aprile 1933 a Elisabeth Blochmann, nell’invitarla a rileggere
le Confessioni di S. Agostino, il cui «meraviglioso latino» sarebbe stato per Heidegger, una volta tanto,
intraducibile. È questo veramente un «hapax nella produzione heideggeriana», come rileva Costantino
Esposito, «in cui non solo il latino non viene tradotto, ma si teorizza esplicitamente che non debba
essere tradotto»2. Sembrerebbe dunque esistere, in questo caso, un «significato agostiniano»3 delle parole
latine, che secondo Heidegger non sarebbe possibile rendere in tedesco. Saremmo di conseguenza
autorizzati dallo stesso Heidegger, laddove ne rilevassimo l’opportunità, a poter parlare di un
“significato heideggeriano” delle parole tedesche, che sarebbe intraducibile nella nostra lingua? Se così
fosse, con una tale singularis confessione privata, non solo avrebbe egli contraddetto l’assunto di fondo
del suo impegno filosofico – il rifiuto, voglio dire, di rassegnarsi all’«individuum est ineffabile»4 – ma
avrebbe anche (si parva licet) dato credito a quanti, come François Vezin, il traduttore francese di Être et
temps, hanno teorizzato l’impossibilità di tradurre espressioni filosofiche come Dasein. Questa posizione
è l’oggetto principale delle critiche che Alfredo Marini muove nella lunga Postfazione alla sua nuova
traduzione di Essere e tempo5.
Non si tratta di una mera querelle fra traduttori, ma della questione che sottende il problema del
tradurre in generale e che, nel caso di Heidegger, si fa ancora più dirimente e ci coinvolge più da vicino.
Questo non solo perché, concernendo l’opera del filosofo che ha posto come nessun altro tradizione e
traduzione al centro del suo pensiero, porta a dover riflettere sulla reciproca implicazione ermeneutica
di traduzione e interpretazione da lui teorizzata, ma anche perché il problema del «trapasso dallo spirito
di una lingua (Sprachgeist) in quello di un altra»6 riguarda, più semplicemente, il problema pratico della
traduzione e ri-traduzione di un testo, come Sein und Zeit, la cui prima e unica traduzione italiana, quella
di Pietro Chiodi, da decenni domina la prassi linguistica della cultura filosofica italiana.
Da più di cinquant’anni, infatti, le scelte lessicali di Chiodi sono ormai, come si dice, entrate nell’uso.
Da quando apparve la sua traduzione (1953), tuttavia, la critica non ha smesso di riferirsi alla sua
versione di Essere e tempo come a una impresa “pionieristica”, “storica” e, allo stesso tempo, mal celando
l’ambiguità della lode, di sottolinearne proprio per questo le deficienze, se non gli errori. Marini stesso
non si sottrae a questa «tradizionale linea lamentosa e contraddittoria comune a tutti i traduttori da che
mondo è mondo»7, anzi è l’intellettuale italiano che da più lungo tempo e con più forza e coerenza
1
M. Heidegger – E. Blochmann, Carteggio (1918-1969), a c. di R. Brusotti, Il Melangolo, Genova 1989.
Risposta di C. Esposito, contenuta in Dialogo su Essere e tempo, a c. di C. Bonaldi ed E. Storace, Albo Versorio,
Milano 2003, p. 71. Oltre quello di Esposito, il volume raccoglie gli interventi di Marini, Sini, Vattimo, Vitiello e Von
Herrmann.
3
Ivi, p. 72.
4
Si veda, p. es., M. Heidegger, Note sulla «Psicologia delle visioni del mondo» di Jaspers, in Id., Segnavia, a cura di F.
Volpi, Adelphi, Milano 1994³, p. 467.
5
M. Heidegger, Essere e tempo, edizione italiana a cura di A. Marini con testo tedesco a fronte, Mondadori, Milano
2006, pp. CXXII-1552, d’ora in poi ET (2006). Il volume contiene: una Introduzione (L’“impulso incessante e le sue
metamorfosi, pp. IX-XXXIX) e una Postfazione (Tradurre «Sein und Zeit», pp. 1249-1402) di Alfredo Marini; una
Cronologia (pp. XLI-CXX) e un Lessico di «Essere e tempo» (pp. 1403-1498) a cura dello stesso Marini, più una
Bibliografia essenziale a cura di Riccardo Lazzari.
6
Martin Heidegger, Hölderlins Hymne ‘Der Ister’, Klostermann, Frankfurt a.M. 1984, pp.74-76.
7
A. Marini, Tradurre «Sein und Zeit», in ET (2006), cit., p. 1321. Il paragrafo in questione (IV. Esistenza, esserci,
esser-sottomano) è una rielaborazione de Il traduttore lamentoso. È impossibile tradurre Essere e tempo? (Existenz –
Dasein – Vorhandenheit), in «Enrahonar», 34, 2002, pp. 59-71.
2
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Stefano Lombardi
La nuova traduzione italiana di Essere e Tempo di Alfredo Marini
porta avanti la battaglia contro la traduzione Chiodi, non soltanto perché alcuni anni fa commise
l’«errore»8 di impegnarsi a tradurre in italiano Sein und Zeit.
Nel frattempo è cominciata nel 1975 l’edizione completa (Gesamtausgabe) delle opere del filosofo di
Meßkirch, comprese le lezioni che egli tenne prima a Friburgo in Brisgovia dal 1919 al 1923 e poi a
Marburgo dal 1924 al 1928 (oggi interamente disponibili, se si escludono i corsi del semestre estivo
1924 e del semestre invernale 1926/27), che ci mostra la genesi e la sedimentazione linguistica di quei
concetti che troviamo fissati in Essere e tempo in modo sistematico. L’inaccessibilità di questi testi
precluse a Chiodi una visione d’insieme. Per questo i traduttori che in questi anni si sono impegnati
nella versione italiana di alcune di queste lezioni universitarie (G. Auletta, G. Gurisatti, M. De Carolis,
R. Cristin, A. Marini, U. M. Ugazio, A. Fabris, G. Moretto) hanno spesso adottato soluzioni diverse o
diametralmente opposte alle scelte effettuate a suo tempo da Chiodi. Questo ha tuttavia comportato
una pletora di espressioni che fanno leva su differenti sfumature per rendere uno stesso termine,
esemplarmente resa dall’aggettivo «faktisch», di volta in volta tradotto con «fattizio», «fattuale», «fattico»
ed «effettivo». Se la «ricezione produttiva del pensiero di un filosofo in una determinata cultura
linguistica» ha importanza, il parallelismo con quella che Klaus Held individua come la «minaccia»
giapponese (in Giappone esistono infatti sette traduzioni diverse di Sein und Zeit), ossia «il fatto che le
traduzioni vengano eseguite isolatamente, che i traduttori non comunichino tra loro e non si tengano
reciprocamente in considerazione», non è molto lontana dalla realtà italiana, dove pur tuttavia si tratta
di un «produttivo Weiterdenken» e non di una «fase elementare della comprensione»9.
La situazione, per quanto riguarda Essere e tempo, risulta ancora più complicata perché oltre alla
seconda edizione del 1969 rivista dallo stesso Chiodi, che contiene mutamenti sostanziali, è da poco
uscita nel 2005 una revisione a cura di Franco Volpi. È necessario quindi fare un po’ d’ordine e
ricostruire brevemente la storia e gli assestamenti di questa traduzione.
La traduzione di Pietro Chiodi.
La prima traduzione italiana di Essere e tempo apparve, come abbiamo detto, nel 1953 ad opera del
giovane Pietro Chiodi e fu condotta sulla base della sesta edizione (1949) del testo originale10. Non
recava né introduzione né altri apparati critici (se si eccettua la breve nota bio-bibliografica posta in
apertura), ma presentava a piè di pagina delle Note del Traduttore (poche, in realtà) nelle quali si dava
ragione delle scelte di traduzione o si chiarivano i relativi termini tedeschi. Lo stesso Chiodi sottolineava
la difficoltà di rendere in italiano i concetti heideggeriani che «in quanto enucleati da un’ermeneutica
etimo-analogica (…) rende appunto come tale quasi impossibile la traduzione in un’altra lingua»11. Per
differenziare i plessi semantici facenti capo a «fundieren» e «interpretieren» da quelli attinenti a «gründen» e
«auslegen», tradotti nel medesimo modo («fondare» e «interpretare»), li distingueva graficamente ponendo
fra apici i latinismi.
8
Nella sua attività di insegnamento universitario Marini ha tenuto ripetutamente corsi su Heidegger, in particolare sul
problema del linguaggio e della traduzione in Essere e tempo, che testimoniano, oltre il valore “pubblico” che egli ha
dato al suo impegno, la lunga gestazione del suo lavoro. La citazione è tratta da Introduzione al problema del
linguaggio e della traduzione. Senso e linguaggio in Essere e tempo (1927) e in “Il linguaggio (1950), corso di Storia
della filosofia moderna e contemporanea, A.A. 1991-92, Università degli Studi di Milano, p. 1.
9
Si veda l’Intervista a Klaus Held sulla traduzione di Husserl e di Heidegger, in «Magazzino di Filosofia», 2/2000, pp.
5-17.
10
Martin Heidegger, Essere e tempo, tr. it. di P. Chiodi, Fratelli Bocca Editori, Milano-Roma 1953, d’ora in poi cit.
come ET (1953). Per notizie dettagliate sulle edizioni e traduzioni di Sein und Zeit si vedano R. Lazzari e A. Marini,
Traduttori e traduzioni di Sein und Zeit, in «Magazzino di Filosofia», 2/2000, pp. 26-24; F. Volpi, Edizioni e traduzioni
di Sein und Zeit, in M. Heidegger, Essere e tempo, nuova edizione italiana a cura di F. Volpi sulla versione di Pietro
Chiodi con le glosse a margine dell’autore, Longanesi & C., Milano 2005 [d’ora in poi cit. come ET (2005)], pp. 515521. Sulla traduzione italiana di Pietro Chiodi sono fondamentali le considerazioni di R. Lazzari, Prassi linguistica di
Heidegger e traduzione di Essere e tempo, in «Magazzino di Filosofia», 2/2000, pp. 118-129.
11
ET (1953), cit., p. 97.
3
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È in questa primissima edizione che fanno la loro apparizione quei termini che rimarranno invariati
in tutte le successive revisioni (anche dell’ultima, a opera di Franco Volpi) e che segneranno la ricezione
italiana di Heidegger, a cominciare da Dasein = Esserci (scritto con la maiuscola, al contrario di quanto
oggi si fa, giustamente, per i corsi primofriburghesi) che ne evidenzia la posizione centrale e l’uso
tecnico.
Nel 1969 uscì per i Classici della Filosofia pubblicati dalla UTET, la collana allora diretta da Nicola
Abbagnano, una seconda edizione12 della traduzione del 1953 (insieme al saggio di Heidegger L’essenza
del fondamento13), profondamente rielaborata da Chiodi (anche sulla base delle traduzioni francese e
inglese apparse nel frattempo), condotta sulla decima edizione del testo originale, recante a lato la
paginazione della prima edizione Niemeyer del 1927 e corredata ora di una Introduzione, di una Nota
Biografica, di una Nota Bibliografica e di un Glossario. Recava anche una nota su La presente edizione, oggetto
oggi di alcune critiche, in cui affermava che in questa seconda edizione aveva «cercato di porre rimedio
alle manchevolezze della prima, senza tuttavia mutare nulla dell’interpretazione concettuale e
dell’apparato terminologico allora adottato»14, cercando di «rendere il discorso più corrente» senza
abbandonare l’aderenza al testo.
Rispetto al 1953 la distinzione tipografica fra Fundament e Grund, Interpretieren e Auslegen, Temporalität e
Zeitlichkeit, viene meno colpevolmente «sia perché la differenza di significato finisce sovente per ridursi
a nulla, sia perché nelle opere successive ha perso ogni rilievo e infine per non introdurre complicazioni
lessico-semantiche non indispensabili»15. In realtà quando «temporalità» traduce «Temporalität», il termine
tedesco viene sempre riportato tra parentesi, segno che Chiodi avvertiva quindi una certa differenza fra
Temporalität e Zeitlichkeit. Questa versione venne poi ristampata nel 1978 e riedita nel 1986 senza lo
scritto L’essenza del fondamento, che successivamente non venne più edito insieme a Essere e tempo.
Non potendo qui entrare nel dettaglio di ogni singola espressione, diamo di seguito un elenco in
ordine alfabetico, meramente rappresentativo, di alcune occorrenze dei termini più significativi. Fra
parentesi si indica la pagina delle due diverse edizioni e in grassetto i termini che dal 1953 rimarranno
invariati nel tempo o la variazione del 1969.
Essere e tempo (1953)
Essere e tempo (1969)
Alltäglichkeit = quotidianità16 (p. 28)
Aufdringlichkeit = importunità (p. 87)
Auffallen = inopportunità (p. 87)
Aufsässigkeit = impertinenza (p. 87)
Aussage = asserzione (p. 167)
→ sorpresa [p. 147]
Bedeutsamkeit = significatività (p. 96)
Befindlichkeit = situazione affettiva (p. 147)
Befragtes = interrogato (p. 16)
Besorgen = prendersi cura (p. 69)
→ situazione emotiva [p. 225]
12
M. Heidegger, Essere e tempo – L’essenza del fondamento, a cura di P. Chiodi, UTET, Torino 1969, 7 tavv. ill., d’ora
in poi cit. come ET (1969).
13
Precedentemente già tradotto e pubblicato da Chiodi con il titolo Dell’essenza del fondamento, Bocca, Milano 1952.
14
ET (1969), cit., p. 43.
15
Ibidem.
16
Così Chiodi: «Ho preferito rendere con quotidianità anziché con banalità quotidiana per spogliare questa
fondamentale struttura di ogni risonanza svalutativa esplicitamente estranea al pensiero dell’A.» (ET 1953, p. 28 n.).
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Bewandtnis = appagatività (p. 96)
Daßsein = esserci o che-c’é (p. 16)
Durchschnittlichkeit = medietà (p. 56)
Durchsichtigkeit = trasparenza (p. 160)
→ che-è [p. 57]
Eigentlichkeit / Uneigentlichkeit = autenticità / inautenticità (p. 55)
Einfühlung = intuizione sentimentale (p. 138)
Entdecktheit = esser-scoperto (p. 231)
Entschlossenheit = decisione (p. 283)
vorlaufende Entschlossenheit = decisione anticipatrice (p. 317)
Entwurf = progetto (p. 158)
Erfragte = ricercato (p. 16)
Erscheinung = apparenza (p. 39)
bloße Erscheinung = pura apparenza (p. 39)
→ semplice apparenza [p. 88]
Erschlossenheit = stato-di-apertura (p. 100), apertura (p. 146)
es geht um = ne va di (p. 22)
es gibt = v’è (p. 18)
→ c’é [p. 59]
Existenz, existieren = esistenza, esistere (p. 23)
existenzial = esistenziale (p. 23)
Existenzialen = esistenziali (p. 57)
existenziell = esistentivo (p. 23)
Faktizität = effettività (p. 68)
Faktum = fatto (p. 17)
Fürsorge = aver cura (p. 135)
Gefragtes = cercato (p. 16)
Gegenstand = oggetto (p. 227)
Gegenwart = presente (p. 339)
Gegenwärtigen = presentazione (p. 339)
Gerede = chiacchiera (p. 181)
Geschehen = storicizzarsi (p. 388)
Geschichtlichkeit = storicità (p. 31)
Gewesenheit = l’esser-stato (p. 338)
Gewissen = coscienza (p. 247)
Geworfenheit = esser-gettato (p. 148)
→ il passato [p. 475]
Hinausgesprochenheit = espressione esteriore (p. 175)
Historie = storiografia (p. 404)
Historish = istorico (p. 407)
Historismus = storiografismo (p. 407)
Historizität = storiograficità (p. 31)
→ espressione [p. 261]
→ storiografico [p. 565]
→ storicismo [p. 565]
In-der-Welt-sein = essere-nel-mondo (p. 65)
In-Sein = in-essere (p. 66)
innerweltlich = intramondano (p. 78)
je meines = sempre mio (p. 54)
Jemeinigkeit = esser-sempre-mio (p. 55)
5
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Lichtung = illuminazione (p. 146)
das Man = il Si (p. 127)
Mitdasein = con-Esserci (p. 127)
Mitsein = con-essere (p. 127)
Mitwelt = con-mondo (p. 132)
Nachsicht = rilevanza (p. 136)
→ indulgenza [p. 211]
Objekt = oggetto (p. 169)
phänomenal = fenomenale (p. 47)
phänomenologisch = fenomenologico (p. 47)
Realität = realtà (p. 18)
Rücksicht = riguardo (p. 136)
Sachen selbst = fatti stessi (p. 38)
Sachgebiete = ambiti di fatti (p. 20)
Scheinen = apparire (p. 39)
Sehen = visione (p. 67)
Seiendes = ente (p. 54)
Sein zu = l’essere in rapporto con (p. 138) o esser-per (p. 230)
Sein-zum-Ende = essere per la fine (p. 258)
Sicht = visione (p. 160)
Sorge = Cura (p. 69)
Stimmung = tonalità affettiva (p. 147)
→ cose stesse [p. 85]
→ ambiti di cose [p. 62]
→ parvenza [p. 87]
→ l’essere per [213]
→ tonalità emotiva [p. 225]
Tatsächlichkeit = fatticità (p. 68)
Temporalität = temporalità (p.30)
überhaupt = in generale (p. 9)
Umgang = commercio17 (p. 80)
Umsicht = visione ambientale (p. 82)
Um-welt = mondo-ambiente (p. 79)
Um-zu = per (p. 81)
unheimlich = spaesato (p. 202)
→ visione ambientale preveggente [142]
Verfallen / Verfallenheit = deiezione / stato di deiezione (p. 189)
Verständigkeit = comprensione comune (p. 160)
Vorhandenheit = semplice-presenza (p. 18)
Vor-griff = pre-cognizione (p. 164)
Vorhabe = pre-disponibilità (p. 163)
Vorsicht = pre-veggenza (p. 163)
Weltlichkeit = mondità (p. 65)
Wesen = natura (p. 54)
Wiederholung = ripetizione (p. 64)
→ pre-visione [p. 246]
→ essenza [p. 106]
17
Così Chiodi: «Il termine tedesco Umgang (…) indica un complesso di rapporti tutti caratterizzati dall’intenzionalità e
dall’intimità. Rendo con commercio forzando il concetto in questo senso ed escludendo quindi nel modo più radicale il
significato di commercium come rapporto contingente fra due entità a sé» (ET 1953, p. 80 n.).
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wirklich = esser reale (p. 48), concreto (p. 230), attuale (p. 338)
Wirklichkeit = realtà attuale (p. 49)
Wo-für = per-che (p. 96)
Woraufhin = (ciò) quanto-a-cui (p. 98)
worin = in cui (p. 78)
Worum-willen = in-vista-di-cui (p. 97)
Wo-zu = a-che (p. 96)
→ effettivo [p.332]
→ realtà [p. 100]
→ (ciò) rispetto-a-cui [p. 163]
Zeitlichkeit = temporalità (p. 29)
zu-Ende-sein = essere alla fine (p. 258)
Zuhandenheit = utilizzabilità (p. 82)
Zu-kunft = ad-venire18 (p. 338)
Zunächst und zumeist = innanzitutto e per lo più (p. 28)
zu sein = aver da essere (p. 23)
Numerose obiezioni sono state sollevate da vari interpreti alle scelte lessicali operate a suo tempo da
Chiodi, anche a quelle della sua seconda versione si Essere e tempo, che secondo alcuni non ha migliorato
di molto la precedente, nonostante la correzione di palesi sviste. Ne vorrei di seguito ricordare alcune
da altri già formulate e sottolinearne delle altre.
Sia nella prima che nella seconda edizione Chiodi non distingue fra Gegenstand e Objekt, ambedue
tradotti con «oggetto». Heidegger li teneva fermamente distinti lungo tutti gli anni Venti (anche se forse
in Essere e tempo non così fermamente), in particolare nei corsi primofriburghesi. Tale distinzione,
ricordiamo, risale infatti a Rickert e a tutto il Neokantismo, che costituisce l’originario ambito filosofico
con cui Heidegger si confronta nei suoi primi anni.
La resa di Daßsein con «esserci», seppure con la minuscola, rischia di confondersi con «Esserci».
Non si rileva per intero la presenza dello zu sein come esistenziale, tradotto per di più in vari
modi.
«Visione» traduce Sicht invece di Schau e non viene messa in relazione con i suoi derivati e composti.
Nel § 2 di Essere e tempo Chiodi, non distinguendo in modo sistematico tra fragen e suchen, mi sembra
confonda realmente il testo oltre il dovuto. In questo paragrafo Heidegger stabilisce un parallelo fra la
situazione più generale del cercare e la modalità esistenziale del domandare. Riscrivendo «il cercare» nei
termini esistenziali del domandare egli tenta di dare una risposta alle aporie in cui la concettualizzazione
del «cercare» si è avvolta sin dal Menone platonico. Traducendo sia fragen che suchen con «cercare» si
impedisce al lettore sia di comprendere il senso dell’operazione heideggeriana, che di avvertire la
consonanza con i tre elementi del domandare in generale (das Gefragte, das Erfragte e das Befragtes) che
fanno leva sul verbo fragen. Ce ne si può rendere meglio conto osservando come le frasi «Jedes Fragen ist
ein Suchen. […]. Das Fragen hat als Fragen nach… sein Gefragtes» vengano tradotte con «Ogni posizione di
problema è un cercare. […]. Il cercare, in quanto cercare intorno a…, ha un cercato». Mi sembra che
nel dire che l’Esserci sia “il cercante” invece del più opportuno “il domandante”, si operi un indebito
spostamento essenziale.
I cambiamenti fra le due diverse edizioni sono molti, soprattutto stilistici. Valga come esempio
l’incipit di Essere e tempo, che sarà poi da confrontare con la traduzione Marini.
Die gennante Frage ist heute in Vergessenheit gekommen, obzwar unsere Zeit sich als Fortschritt anrechnet, die
»Methaphysik« wieder zu bejahen. Gleichwohl hält man sich der Anstrengungen einer neu zu entfachenden
γιγαντοµαχι×α περι⎯ τη∼ς ου̉σι×ας für enthoben. Dabei ist die angerührte Frage doch keine beliebige. [...].
Nicht nur das. Auf dem Boden der griechischen Ansätze zur Interpretation des Seins hat sich ein
Dogma ausgebildet, das die Frage nach dem Sinn von Sein nicht nur für überflüssig erklärt, sondern
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Così Chiodi: «Con un forzamento inevitabile rendo il zu del Zu-kunft con l’ad dell’ad-venire = avvenire. Resta
stabilito che detto ad ha un senso analogico di moto a e non di moto da» (ET 1953, p. 338 n.).
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das Versäumnis der Frage überdies sanktioniert. Man sagt: »Sein« ist der allgemeinste und leerste
Begriff. Als solcher wiedersteht er jedem Definitionsversuch. Dieser allgemeinste und daher
undefienierbare Begriff bedarf auch keiner Definition. Jeder gebraucht ihn ständig und versteht auch
schon was er je damit meint. Damit ist das, was als Verbogenes das antike Philosophieren in die
Unruhe trieb und in ihr erhielt, zu einer sonnenklaren Selbstverständlichkeit geworden, so zwar, daß,
wer danach auch noch fragt, einer methodischen Verfehlung bezichtig wird.
Benché la rinascita della «metafisica» sia considerata una conquista del nostro tempo, tuttavia il problema dell’essere è
purtroppo dimenticato. In tal modo si continua nell’illusione di potersi sottrarre ad una nuova e necessaria
γιγαντοµαχι×α περι⎯ τη∼ς ου̉σι×ας. Eppure la questione in oggetto non ha nulla di arbitrario. […].
Non solo. Ma sul terreno dell’impostazione greca della comprensione dell’essere, si è venuto
formando non soltanto il dogma di una pretesa inessenzialità del problema del senso dell’essere, ma
ne è stato sanzionato l’oblio. Si dice: quello di essere è il più universale e vuoto dei concetti e , come
tale, contrario ad un qualsiasi tentativo di definizione. In quanto universalissimo, e quindi
indefinibile, non abbisogna neppure di definizione alcuna. Tutti lo usano continuamente e
comprendono ciò che esso significa. Ed in tal modo ciò che agitò con la sua oscurità la filosofia
antica, si muta nella più solare delle «evidenze», sicché che colui che tutt’oggi lo fa oggetto di ricerca
viene accusato di ingenuità metodologica (ET 1953).
Benché la rinascita della «metafisica» sia un vanto del nostro tempo, il problema dell’essere è oggi dimenticato. Si crede
infatti di potersi sottrarre a una rinnovata γιγαντοµαχι×α περι⎯ τη∼ς ου̉σι×ας. Eppure non si tratta di un problema
qualsiasi. […].
Non solo: ma sul terreno degli sforzi greci per giungere all’interpretazione dell’essere, si è costituito
un dogma che, oltre a dichiarare superfluo il problema del senso dell’essere, ne legittima l’omissione.
Si dice: il concetto di «essere» è il più generale e vuoto di tutti e resiste perciò a qualsiasi tentativo di
definirlo. D’altra parte, in quanto generalissimo, e come tale indefinibile, non ha neppur bisogno di
essere definito. Tutti lo impiegano continuamente e anche già comprendono che cosa si intende con
esso. In tal modo, ciò che, per il suo nascondimento, sospinse e mantenne nell’inquietudine il
filosofare degli antichi, è divenuto chiaro e ovvio, a tal punto che colui che si ostina a farlo oggetto
di ricerca è accusato di errore metodologico (ET 1969).
Un confronto vero e proprio fra le prime due versioni richiederebbe uno studio specifico che si
soffermasse riga per riga su entrambi i testi. Basti qui ricordare quanto ha giustamente sottolineato
Lazzari:
«Come ente di questo essere egli è consegnato al suo esser-per. […] La «natura» di questo ente consiste nel suo esserper» (ET 1953, p. 54)
«Come ente di questo essere, esso è rimesso al suo aver da essere. […] L’«essenza» di questo ente consiste nel suo averda-essere» (ET 1969, p. 106)
Nel 1970 fu riedita per la Longanesi la traduzione UTET del 1969, leggermente corretta. Nella
riedizione del 1976 si aggiunse un aggiornamento bio-bibliografico a cura di Alfredo Marini.
Nel 2005, da ultimo, è apparsa, sempre per la Longanesi, una nuova edizione di questa
traduzione a cura d Franco Volpi che, rispetto alle precedenti, presenta rilevanti novità, sia tipografiche
che di contenuto. Scompare innanzitutto l’Introduzione di Chiodi, sostituita da una Avvertenza del curatore
della nuova edizione italiana. In appendice si trovano: la descrizione delle varie Edizioni e traduzioni di Sein
und Zeit nelle maggiori lingue europee; le Opere citate e menzionate in Sein und Zeit; una Bibliografia
aggiornata al 2005; un importante Glossario e una breve Biografia di Heidegger. Per la prima volta
vengono tradotte in italiano le Randbemerkungen apposte da Heidegger a margine della sua copia
personale. Le principali varianti di questa traduzione riguardano i tre termini fondamentali di Geschehen,
Lichtung e Tatsächlichkeit, resi rispettivamente con «accadere», «radura» e «fattualità».
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Stefano Lombardi
La nuova traduzione italiana di Essere e Tempo di Alfredo Marini
Alfredo Marini e la traduzione «etnica».
Per poter discutere nel dettaglio le scelte lessicali e l’impianto generale della versione di Essere e tempo
di Alfredo Marini, il quale è convinto che «nel tradurre Heidegger sia rilevante capire bene cosa egli
stesso intendesse per traduzione»19, dobbiamo allora riferirci a nostra volta alle analisi storicolinguistiche e alle giustificazioni metodologiche che lo stesso Marini, confrontandosi con altre tipologie
o modelli di traduzione e con le varie traduzioni in altre lingue straniere di Essere e tempo, espone nella
sua ampia Postfazione, nella quale viene proposto un vero e proprio modello “alternativo” di traduzione
che Marini, con termine a suo stesso dire inusitato, chiama «traduzione etnica»20.
Marini distingue inizialmente «due tipi astrattamente diversi e unilaterali di traduzione»21: la
traduzione «analogica» e quella «storica». Questa suddivisione, in una certa misura, come Marini ricorda,
ricalca la differenza individuata da Klaus Held fra traduzioni in «lingue distanti» e «lingue vicine»22.
Mentre la traduzione storica è adatta a quei linguaggi, che possiamo chiamare linguaggi tecnici (vale a
dire quelli propri di specifici ambiti scientifici o tecnici, come il linguaggio commerciale o quello
giuridico) che, per ragioni di affinità storica o di affinità oggettuale, sono traducibili in modo meccanico
tramite l’uso di un qualsiasi vocabolario, la traduzione analogica si applica a quei linguaggi che fanno
uso di parole meno comuni, e la distanza semantica della lingua di partenza obbliga in questo caso il
traduttore a cercare soluzioni espressive «analoghe» e, di conseguenza, soluzioni “creative” che lasciano
spazio ad un certo margine di arbitrarietà o di ambiguità. Le due diverse tipologie di traduzione sono in
realtà complementari: solo dopo che entrambe le modalità di traduzione siano state applicate al
medesimo testo (che contiene sempre elementi prossimi e elementi distanti dalla lingua di arrivo) ed
esaurite, il traduttore «potrà allora approssimarsi al residuo ultimo», ossia le «ultime sfumature di senso»
e gli «ultimi effetti di stile»23.
Questi sono «“ultimi” nel senso che costituiscono l’ultimo fondamento, l’orizzonte di significatività,
la ragion d’essere stessa di tutti “i significati” e di tutto “il significante” di un testo, e determinano
l’ultima consistenza del tutto e della parte: sono dunque la “prima” cosa, e l’essenziale, che il lettore
percepisce o non percepisce, e che deve essergli offerta»24. Il senso dell’impegno che chiamerei “civile”
che ha mosso Marini risiede nell’attenzione per il lettore “comune”, in particolare per quello italiano,
nella volontà, forse la pretesa, di essere giudicato da lui soltanto, e non esclusivamente dalla comunità
scientifica formata dagli esperti heideggeriani, e nel sentire la responsabilità «anche nei confronti del
traduttore giapponese»25: «in questa traduzione non si cerca di “rendere” questo o quell’effetto per il
plauso di presunte expertises orecchianti, né si fanno inutili acrobazie per attirare chi orecchio non abbia:
si traduce sistematicamente la parte e il tutto in modo che lo studioso neolatino (…) e, con lui, lo
studioso internazionale (…) che faccia riferimento alla tradizione greco-latina, possa fidarsi di questo
testo come dell’originale»26.
Questo modo di intendere lo scopo del tradurre può non piacere a più d’uno, avendo alle spalle quel
vecchio ideale di dovere sociale, che da sempre si oppone a una presunta necessaria aristocraticità della
filosofia: «Sognamo (…) di dare a tutti ciò che è di pochi? Ebbene, sì! (…) Heidegger deve poter essere
capito da tutti gli italiani che lo desiderano (…) senza costringerli a imparare il tedesco (…), e ciò
nell’unico modo conosciuto: quello di offrire una versione “affidabile”. E questa parola significa: “sulla
quale si possa lavorare intellettualmente come se fosse l’originale”»27. A sua volta questa visione si
19
A. Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1289.
Cfr. A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1288-1307. Quest’idea era già stata precedentemente avanzata da
Marini nel saggio dal titolo Martin Heidegger. Traduzione impropria, essenziale, storica ed… etnica, in «Magazzino di
Filosofia», cit., pp. 107-117, che, rielaborato, è ora confluito nel par. III. della sua Postfazione.
21
Ivi, p. 1251.
22
Si veda l’Intervista a Klaus Held sulla traduzione di Husserl e di Heidegger, cit.
23
A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1252.
24
Ivi, p. 1253.
25
Ivi, p. 1268.
26
Ivi, pp. 1266-1267.
27
A. Marini, La nuova traduzione di ET, «Magazzino di filosofia», cit., pp. 17-26, p. 23.
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oppone però a quel modo di tradurre che, invece di provare a eliminare solamente gli ostacoli fuorvianti
per una retta comprensione, si preoccupa di fornire traduzioni-interpretazioni che presumibilmente
facilitino il lettore, per questo «Il segno più evidente della inadeguatezza della nostra vecchia traduzione
(…) sta per noi soprattutto nelle scelte ingenuamente “esplicative” e “interpretative” (…) e al non
rispetto delle “proporzionalità”, dei gradi di senso, delle differenti espressioni»28. Non solo quindi «la
nostra traduzione di Sein und Zeit non deve cercare di calare nel mondo della filosofia italiana il risultato
della nostra comprensione e interpretazione di Essere e tempo ma solo di rimuovere gli ostacoli per
rendere attiva l’appartenenza effettivamente già esistente di quel testo alla nostra disponibilità»29, ma lo
scopo principale consiste nel fatto che «la nostra traduzione di Essere e tempo deve permetterci di
assimilarne tutti i frutti e di andare produttivamente oltre: questo è possibile solo traducendolo
veramente e nella sua verità in un italiano nel quale (…) gli italiani possano “pensare”»30.
Questa è quindi la posta in gioco di Marini: permettere al lettore italiano che ignori il tedesco di
riprodurre nella propria lingua la complessità della galassia di riferimenti intra- ed extratestuali di
un’opera come Essere e tempo: «Una buona traduzione filosofica non deve soltanto contribuire a
unificare, armonizzare e stabilizzare termini e concetti di una grande proposta di pensiero nell’alveo
della tradizione terminologica, che è internazionale, ma anche in quello della lingua italiana e, nel fare
questo, deve restituire nella nostra lingua non solo il lessico, ma tutte le proporzioni formali ed
espressive del testo»31.
In questo modo non si rischia, tuttavia, di introdurre il lettore in un sistema di riferimento
totalmente altro, ossia di spostare il centro della riflessione da una lingua a un’altra e di renderlo
meramente analogo e così per principio estraneo? Il rischio è ben presente a Marini: se ammettiamo che
in Essere e tempo Heidegger attui, nella sua lingua, un’esperienza essenziale del linguaggio «cosa vorrebbe
dire tradurre questa esperienza (…) in italiano? Mettere il lettore italiano nelle condizioni di fare, nella
propria lingua, lo stesso tipo di esperienza? O piuttosto metterlo nelle condizioni di comprendere, da
lontano, proprio quella esperienza, che però solo un filosofo tedesco (…) avrebbe potuto fare nella sua
lingua? (…) Se l’esperienza è essenziale la traduzione dovrà cercare di esserlo anch’essa»32. Una tale
operazione è in realtà una chimera culturale: «la traduzione essenziale è come tale impossibile, lo sforzo di
una traduzione essenziale darebbe un’altra esperienza essenziale, ma questa volta con la propria lingua e
non con quella dell’originale»33. Questo è tuttavia il pegno che, in una certa misura, bisogna pagare se si
vuole restituire la possibilità di pensare Essere e tempo in italiano, «e cioè come (…) una “traduzione
storica” che fonda nella nuova lingua un nuovo evento storicamente decisivo (…). Ma, anche qui,
bisogna vedere se essa si affermerà o no storicamente attraverso tutta una nuova civiltà, anche
multilingue. Se, invece, si afferma oggi stesso nella propria patria italiana o in altre, supponiamo
neolatine, come esempio di possibilità trasferibili, allora essa sembra poter essere una “traduzione
etnica” (…), in sostanza quello che avete sempre pensato ogni volta che avete detto “traduzione”»34.
«Essa, nel caso italiano (…), è perfino in questo caso in grado di riprodurre, non per analogia ma per
filo e per segno, tutte le movenze del linguaggio e della cultura tedesca»35.
Ciò è infatti possibile solo perché «Sein und Zeit è già un testo per gli italiani»36, in quanto «la
tradizione terminologica del pensiero che Essere e tempo si occupa di trasformare e ricostruire è la
nostra»37 e questo solo perché sia l’italiano che il tedesco sono delle propaggini di quella koiné linguisticoculturale ellenistico-romana, differenziatasi in epoca moderna, che intersecano tuttavia una medesima
area, quella del latinum, che solo in seguito, attraverso il vulgare latino e il Deutsch (ossia il volgare)
germanico porteranno alle odierne lingue nazionali: «Tradurre Heidegger», infatti, «per noi in
28
Ivi, p. 24.
A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1265.
30
Ivi, p. 1307.
31
A. Marini, La nuova traduzione di ET, cit., p. 23-24.
32
A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1300
33
Ivi, pp. 1300-1301.
34
Ivi, p.1301.
35
Ibidem.
36
Ivi, p. 1265.
37
Ivi, p.1302.
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particolare, induce a convergere verso una poco indagata linea di confine che rappresenta l’incontro
storico al limes imperiale tra il tedesco e il latino»38; «il tedesco di Heidegger», infatti, «in questo suo
arretrare ritrova spesso (…) proprio il continente semi-sommerso dell’antico patrimonio di imprestiti
altotedesco, i calchi lessicali, sintattici e culturali dal greco-latino, dal latino o dai volgari latini (…), le
cosiddette “coniazioni analogiche”»39.
Bisogna quindi ricostruire anche nella lingua d’arrivo, l’italiano, quell’esperienza essenziale col
linguaggio dell’Occidente che Heidegger, in rapporto al tedesco, vuole approfondire. «Qui (…) il
tedesco e l’italiano (…) sono sullo stesso piano»40 e in questo caso l’analogia sarà tale solo nel senso che
entrambe le lingue muovono «verso l’ignoto di un senso inaudito (…). È questa la terra promessa del
senso dell’essere come tale. E ciascuna lingua ci deve andare con le proprie gambe»41.
Questo è il fine ultimo che Marini vorrebbe perseguire; esso non riguarda né il «rapporto “storico”
effettuale (il “già tradotto”) né quello “analogico” possibile (il “da tradurre”)»42, quindi né la traduzione
storica né quella analogica, ma riguarda «la terza e suprema componente che le divide e le unisce:
l’analogicità globale del loro parallelo riferimento a una significatività “filosofico-storica” definibile solo
in “significati” capaci di riassumere la totalità del significante (…), quella relativa al “senso dell’essere in
quanto tale”»43. Solo una volta che si sia raggiunto un tale «livello superiore», sarà allora possibile che «il
massimo di fedeltà al testo coinciderà col massimo di libertà della versione italiana (…). Dove la
traduzione culmina, lì essa anche termina. E dove la traduzione termina, termina anche il testo e la
comprensione di esso: comincia il pensiero, comincia la scrittura»44.
A questo punto si può comprendere e giustificare la scelta sistematica della traduzione di Marini, che
rappresenta forse la sua maggiore novità rispetto alle precedenti versioni. Questa sistematicità si basa
sulla considerazione che «la scelta di arretrare a un termine latino (…) in tedesco ha un valore che,
sistematicamente, può essere suggerito in italiano arretrando dal latino al greco»45. Questo vuol dire che
quando in Essere e tempo al posto del termine tedesco viene usato il corrispettivo termine di ascendenza
latina, come «temporal» al posto di «zeitlich» (ossia lo spostamento che corrisponde alla differenza
fondamentale fra la temporalità dell’Esserci e la temporalità dell’essere, da Chiodi non adeguatamente
restituita in italiano) si debba e si possa rimarcare la diversità fra la coppia di termini anche in italiano,
operando un analogo “indietreggiamento” che nella nostra lingua significa operare uno spostamento dai
termini italiani, per la maggior parte di origine latina, a termini di origine greca; in questo caso «zeitlich»
viene reso con «temporale» e «temporal» con «chronico». Di contro, «quando il testo approfondisce il
senso corrente di un termine tedesco con una precisa allusione o analogia col greco o col latino,
operiamo un analogo approfondimento ricorrendo senz’altro al latino»46, traducendo per esempio
«Sicht» con «spectio», «holen» con «petere» o «um» con «circum».
È precisamente in questo senso che si può parlare di analogia non solo fra due lingue o linguaggi, ma
anche fra due pensieri e in questo consiste la sfida che Marini vuole proporre al lettore italiano. Pensare
Essere e tempo vuol dire non solo confrontarsi con la filosofia di Heidegger, ma soprattutto ripetere nella
nostra lingua gli approfondimenti linguistici che Heidegger opera in tedesco.
Vale la pena, da ultimo, di ricordare che «non è però esigenza intelligente quella di chi pretende dal
traduttore che gli risparmi le difficoltà delle formulazioni teoriche di Heidegger: dopo averle superate
con propria fatica, il traduttore non canta vittoria, ma le restituisce silenziosamente (non umilmente) al
lettore e le lascia tutte a lui dipanare, come una catena complessa di piccole macchinette-rompicapo di
cui abbia prima verificato il funzionamento, curando solo di non creare nuovi e inutili imbrogli almeno ai
primi livelli delle reti complesse e dei flussi capillari di senso, di cui è intessuto un testo vivo e vitale»47
38
Ivi, p. 1267.
Ivi, p. 1271.
40
Ivi, p. 1259.
41
Ibidem.
42
Ibidem.
43
Ibidem.
44
Ivi, p. 1260.
45
Ivi, p. 1277.
46
Ivi, p.1280.
47
Ivi, pp. 1274-1275.
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Confronto fra la traduzione Chiodi e la traduzione Marini.
Fatte queste precisazioni, mi sembra che i meriti della nuova versione di Marini siano principalmente
due: la sua maggiore consonanza con l’originale, ossia l’aver rispettato il periodare e lo stile di Heidegger,
e la sua organicità terminologica.
Per quanto riguarda lo stile, si confronti la seguente traduzione dell’incipit di Essere e tempo con le
precedenti:
Questa domanda è oggi caduta nell’oblio, anche se il nostro tempo crede di aver fatto un passo avanti riportando in
onore la «metafisica». Nonostante la quale, del resto, ci si ritiene esentati dalle fatiche che comporterebbe scatenare una
nuova γιγαντοµαχι×α περι⎯ τη∼ς ου̉σι×ας. Eppure la questione toccata non è frivola. […].
Non solo. Sulla base dei tentativi greci di interpretare l’essere, si è consolidato un dogma che non solo dichiara
superflua la domanda circa il senso dell’essere, ma ne sancisce altresì l’omissione. Si dice: «essere» è il concetto più
generale e più vuoto. In quanto tale si oppone a qualunque sforzo di definizione. Tutti ne fanno costantemente uso e
sanno benissimo di volta in volta ciò che con esso intendono dire. In tal modo ciò che, restando al coperto, aveva
gettato l’antico filosofare nell’inquietudine e ve lo aveva inchiodato, è ormai ovvio e chiaro come il sole, al punto che a
chi ancora si ponesse domande in proposito verrebbe imputato un errore di metodo. (ET 2006, p. 23)
La maggiore organicità terminologica si può cogliere guardando le principali varianti della traduzione
di Marini riportate di seguito, raggruppate per gruppi concettuali e confrontate con le rispettive voci
della traduzione di Chiodi recentemente rivista da Franco Volpi. I termini che in entrambe le traduzioni
sono tradotti nello stesso modo sono riportati in grassetto.
Essere e tempo (2006)
Essere e tempo (2005)
Sicht = spectio48
Umsicht = circospectio
Durchsichtigkeit = perspicuità
Rücksicht = rispetto
Nachsicht = occhio di riguardo
Vorsicht = pre-spezione
Vorhabe = pre-possesso
Vorgriff = pre-cezione
visione
visione ambientale preveggente
trasparenza
riguardo
indulgenza
pre-visione
pre-disponibilità
pre-cognizione
Sein = essere
Dasein = esserci
Seiendes = ente
Seiendheit = essere essente
In-de-Welt-sein = essere-nel-mondo
Sein zu = essere-a
Seyn = esse
Essenz = essenza
Existenz = esistenza
Esserci
enticità
essere-per
Essere
48
«Traduciamo la famiglia di parole derivate da Sicht- (…) recuperando la radice participiale latina ‘spectio’ (…), con
l’intenzione di restituire il senso radicale della Sicht- attraverso il ricorso sistematico alla radice latina che più
opportunamente le corrisponde. La maggior parte delle traduzioni disperde invece questo comune nesso etimologico»
(ET 2006, p. 1486).
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Wesen = essenza/essenziare
Anwesenheit = ad-essenza/presenzialità49
essenza
presenza
Sorge = cura
Besorgen = pro-curare
Fürsorge = prendersi cura50
Cura
prendersi cura
aver cura
Faktum = factum51
Faktizität = fatticità
Tatsächlichkeit = fattualità
faktisch = fattizio
Realität = realità52
Wirklichkeit = realtà effettuale
fatto
effettività
effettivo/di fatto/fattuale
realtà
realtà/realtà effettiva
Wiederholen = ripetere / riportare nella competenza
Überholen = superare la competenza
Schicksal = destino
Geschick = mandato comune
Geschichte = storia53
Geschichtlichkeit = storicità
Weltgeschichte = storia universalmondana
Geschehen = accadere54
Historie = istorìa
ripetere
superare
sorte/destino individuale
destino
storia universale
storiografia
Gefragtes = chiesto
Erfragtes = richiesto55
cercato
ricercato
49
«Anche se nella lingua comune i termini Anwesen, Anwesend, Anwesenheit si traducono ‘presenziare, presenziante,
presenzialità’, noi rinunciamo ponderatamente a usare le articolazioni semantiche di ‘presenza’ per tradurli e scegliamo
l’ambito dell’‘essenza’, poiché dal punto di vista ontologico il senso di ουσία come ‘essenza’ prevale sul senso di
ουσία come ‘proprietà’» (ET 2006, p. 1442).
50
«Traduciamo Sorge e Besorgen con ‘cura’ e ‘pro-curare’. Poiché Sorge è storicamente traduzione del latino cura,
come Besorgen lo è del latino procurare, segnaliamo con il trattino il carattere di ‘esistenziale’ del Besorgen nonché la
composizione di Besorgen che rende transitiva la Sorge quotidiana; mentre, se il riferimento di Fürsorge (che rendiamo
con ‘prendersi cura’) alla previdenza sociale è più che trasparente, è altrettanto evidente che la modalità della Sorge
come Fürsorge indica parimenti un esistenziale e non un’istituzione storica derivata dal compromesso tra la
Sozialdemokratie della II Internazionale e la politica di Bismarck» (ET 2006, pp. 1429-30).
51
«‘Factum’ è una definizione ontologica che ha lo scopo di distinguere l’esser-sottomano di un uomo da quello di una
cosa, ma, insieme, di sottolineare il deposito destinale che accomuna uomini e cose. Manteniamo il termine latino così
com’è e scartiamo ‘effettività’ (che usiamo come variante di effettualità, realtà effettuale) perché contiene (oltre al
senso generale della differenza modale reale-possibile) quello di ‘risultato di un’azione empirica’, e perché non s’addice
a qualcosa ‘che non è mai reperibile’» (ET 2006, p. 1447).
52
«Traduciamo il termine Realität con ‘realità’ e non con ‘realtà’ per preservare l’allusione alla radice latina ‘res’,
motivo per cui Heidegger solitamente preferisce, tra i termini non di ascendenza romanza, Ding-lichkeit rispetto a Wirklichkeit. Inoltre così facendo riserviamo la variante ‘realtà’ al nesso ‘realtà effettuale’ (…)» (ET 2006, p. 1473).
53
«Il nesso etimologico tedesco tra Schicksal, Geschick e Geschichte (…) fondato sul senso di ‘mandare’, non include
Erheben, Sich überliefern (‘tradizione’, ‘tramandare’). La scelta di ‘mandato comune’ per Geschick ci permette di
rendere visibile in italiano il nesso destinazione/mandato includendovi il significato di ‘tramandato’, ‘tradizione’ ma
non il termine centrale ‘storia’ (…)» (ET 2006, p. 1435).
54
«Chiodi, traducendo Geschehen con ‘storicizzarsi’, aveva forzato in un senso troppo compromesso con uno
‘storicismo’ ovvio, che per Heidegger è ormai solo una suggestione metodologica neokantiana (…)» (ET 2006, p.
1435).
55
«Per corrispondere alla struttura formale della domanda che apre Essere e tempo con una terminologia omogenea
ricorriamo, solo qui e solo a questo livello formale, alla radice di chiedere (‘chiesto, richiesto, inchiesto’, più fluida
della alternativa ‘quesito, inquisito, requisito’)» (ET 2006, p. 1437).
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Befragtes = inchiesto
interrogato
Auffälligkeit = vistosità
Aufdringlichkeit = urgenza
Aufsässigkeit = impertinenza
sorpresa
importunità
Sein-zum-Tode = essere-alla morte
Zu-Ende-Sein = essere alla-fine
Sein zum Ende = essere-alla fine
Erschlossenheit = schiusura
Entschlossenheit = risolutezza56
vorlaufende Entschlossenheit = risolutezza precorritrice
Stimme = voce
Ruf des Gewissens = chiamata della coscienza morale57
Vorhandenheit = essere-sottomano
Zuhandenheit = essere-allamano58
Welt = mondo
Weltlichkeit = mondanità59
weltlich = mondano
Weltmäßigkeit = mondità
Entweltlichung = smondanizzazione
innerweltlich = intramondano
Umwelt = mondo-circostante60
Zeug = uso-per61
Bewandtnis = opportunità62
essere-per-la-morte
essere alla fine
essere-per-la-fine
apertura
decisione
decisione anticipatrice
chiamata della coscienza
semplice presenza
utilizzabilità
mondità
conformità al mondo
demondificazione
mondo-ambiente
mezzo
appagatività
56
«Nella nostra traduzione abbiamo voluto distinguere nettamente la condizione esistenziale della ‘risolutezza’
(Entschlossenheit) con l’atto esistentivo, ancora psicologicamente riferito all’“io” della ‘decisione’ (Entscheidung) (…).
Ciò implica che non si possano confondere nemmeno l’‘anticipazione’ (Vorwegnahme) di un aver da-essere (…) col
‘precorrimento’ (Vorlaufen) del futuro che accetta con chiara coscienza ogni fase in vista del suo senso conclusivo» (ET
2006, p. 1477)
57
«‘Coscienza’ nell’italiano corrente ha il senso immediato del tedesco Bewußtsein (‘esser cosapevole’ o
‘consaputezza’), cioè un senso puramente cognitivo. Nelle locuzioni ‘voce della coscienza’, come in ‘buona coscienza’
o in ‘mancanza di coscienza’, l’equivalente tedesco è però Gewissen (…)» (ET 2006, p. 1498).
58
«Traduciamo Zuhandenheit con ‘esser allamano’ e di conseguenza Vorhandenheit con ‘esser sottomano’,
valorizzando in entrambi i casi la radice hand (mano), mentre riserviamo i termini ‘utilizzare’ e ‘impiegare’ e le loro
declinazioni sostantivali rispettivamente a gebrauchen e verwenden. Per la resa del concetto di Zuhandenheit [sic] altri
hanno fatto ricorso all’ambito semantico della ‘presenza’ e della ‘presenzialità’ (…): qui abbiamo riservato i termini
afferenti all’ambito lessicale del ‘presente’ e della ‘presenza’ ai modi temporali della cura e del chi dell’esserci» (ET
2006, p. 1412). Al posto della seconda occorrenza di «Zuhandenheit» si deve ovviamente leggere «Vorhandenheit».
59
«Il sostantivo Weltlichkeit corrisponde all’aggettivo weltlich; questo termine, nella lingua comune, prevede anche
l’accezione morale e valoriale, che invece Heidegger esclude dalla sua neutra trattazione ontologica. Proprio per
escludere qualunque fuorviante sfumatura i senso morale, Chiodi aveva optato per la traduzione ‘mondità’. (…) meno
sensibili alle condanne teologiche e considerando che Heidegger insiste nell’uso puramente descrittivo di termini
carichi di ‘malizie teologiche’ (…) intendiamo ‘mondano’ come aggettivo di mondo e di mondanità» (ET 2006, p.
1455).
60
«L’opzione di Chiodi – ‘mondo ambiente’, che trova diversi riscontri nelle altre traduzioni – si ispira al termine
francese milieu, e contiene quindi un’allusione al concetto di ascendenza-positivista-naturalista che non è pertinente alla
concettualizzazione heideggeriana» (ET 2006, p. 1457).
61
«(…) questo essere puramente relazionale (…) non è un oggetto né un oggetto d’uso (…) e meno che mai un arnese,
un attrezzo (…) o un ‘mezzo’» (ET 2006, p. 1495).
62
«Bewandtnis è un termine dalla resa problematica (…); noi traduciamo con ‘opportunità’, recuperando la struttura
etimologica latina ‘ob-portunus’ (letteralmente, “vento favorevole che spinge verso il porto”). Chiodi sceglie per
Bewandtnis e le sue forme correlate ‘appagatività’ (…). La nostra scelta permette forme più fluide (…)» (ET 2006, p.
1463).
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Bedeutsamkeit = significatività
Woraufhin = in-vista-di-cui63
Worum-willen = in-grazia-di64
rispetto-a-che
in-vista-di-cui
Auslegung = spiegazione
Interpretation = interpretazione65
Aussage = enunciato66
Sprache = linguaggio
interpretazione
asserzione
Zeitlichkeit = temporalità67
Temporalität = chronicità
Innerzeitigkeit = intratemporizzazione
Vergangenheit = passato
Gewesenheit = esser-stato
Gegenwart = presente/presenza
Gegenwärtigen = presentare
Zukunft = avvenire/futuro68
temporalità
intratemporalità
esser-già-stato
presente
Geworfenheit = dejezione69
Entwurf = projezione / progetto70
Verfallen = scadimento
Stimmung = tonalità
Gestimmtsein = intonazione
Befindlichkeit = trovarsi
Verstehen = comprendere
Rede = parlare71
gettatezza
progetto
deiezione
tonalità emotiva
umore
situazione emotiva
comprensione/comprendere
discorso
63
«Woraufhin (auf etwas hin) esprime direzione, meta, prospettiva, orientamento (…). Inoltre la dipendenza assoluta di
questo esistenziale dalla comprensione induce a correlarlo alla ‘spectio’» (ET 2006, pp. 1483-84).
64
«Worum-willen è la categoria aristotelica dello ου ένεκα: traduciamo con ‘in-grazia-di-cui’ (um-willen è traduzione
tedesca dell’ablativo latino ‘gratia’)» (ET 2006, p. 1452).
65
«(…) noi traduciamo sempre auslegen, Auslegung con ‘spiegare’, ‘spiegazione’ e Interpretation con ‘interpretazione’
seguendo il criterio di Heidegger il quale riserva il termine tedesco alla dimensione ontico-esistentiva, empirica o
fenomenologica, quello di origine latina alla dimensione propriamente ontologico-esistenziale, trascendentale,
aprioristico-concettuale dello stesso seinsgeschichtlichen Ereignisses (ontoaccadimento, evento o approprio
ontostorico)» (ET 2006, pp. 1489-90).
66
«Preferiamo tradurre Aussage con ‘enunciato’, ‘enunciazione’, anziché col più corrente ‘asserto’, ‘asserzione’ perché
in questo termine risuona quello che Heidegger chiama ‘significato primario’, il ‘nume’, che è un riferimento diretto al
δηλου̃ν e alla di-mostrazione fenomenologica; ‘asserire’ contiene piuttosto un’allusione al ‘sermo’, alla ‘serie’, ovvero
un riferimento al discorso e alla dimostrazione argomentativi» (ET 2006, pp. 1438-39).
67
«Per rendere la distinzione tra Zeitlichkeit e Temporalität abbiamo scelto rispettivamente ‘temporalità’ e ‘chronicità’
(…). Nel fare questo abbiamo applicato altresì l’espediente generale di arretrare verso il latino quando l’originale arretra
verso il tedesco arcaico, verso il greco quando l’originale arretra verso il latino» (ET 2006, p. 1424).
68
«Per la traduzione di Zukunft adottiamo sia il termine ‘avvenire’ che il termine ‘futuro’; traduciamo uneigentliche
Zukunft con ‘futuro inautentico’ mentre eigentliche Zukunft con ‘autentico avvenire’, per salvare (anche grazie alla
radice verbale ‘venire’) il riferimento esplicito all’Auf-sich-zukommen (venire-a-sé)» (ET 2006, p. 1416).
69
«Per Geworfenheit rinunciamo a ‘gettato, gettatezza’ perché non accettiamo la suggestione teologico-morale (che
invece l’esistenzialismo accoglie) che interpreta l’esistenza come caduta, scarto, rifiuto, immondezza, peccato (…). Noi
la intendiamo piuttosto come la versione analitico esistenziale del concetto diltheyano, weberiano, husserliano e
hartmanniano di ‘possibilità reale’ o ‘effettuale’. La ‘dejezione’ è infatti il regolare deposito delle esperienze descritto
da Dilthey e da Husserl (…)» (ET 2006, p. 1434).
70
«Traduciamo Entwurf con ‘progetto’ quando è il titolo problematico per dejezione/projezione, con ‘projezione’
(simmetrico di ‘dejezione’) quando Entwerfen è un momento fenomenologico del progetto: quello della comprensione
che si temporalizza a partire dal futuro» (ET 2006, p. 1434).
71
«Traduciamo con ‘trovarsi’, ‘comprendere’, ‘parlare’ le tre forme in cui l’esserci è, cioè ‘vive’, il proprio ci (…). Così
facendo adottiamo la forma dell’infinito per tutte e tre le funzioni esistenziali del ci (che sono capacità, facoltà,
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Phänomen = fenomeno
Schein = apparenza
Erscheinung = manifestazione
parvenza
apparenza
Mitsein = con-essere
Mitdasein = con-esserci
Miteinandersein = esser-‘l’un con l’altro’
essere-assieme
Zu-sein = da-essere
Jemeinigkeit = esser-via-via-sempre-mio
es geht um = importa di
avere da-essere
essere sempre mio
ne va
Schuld = colpa
Schuldig-sein = essere in debito 72
essere colpevole
Einfühlung = empatia
Lichtung = chiarìta73
radura/apertura nella radura
formale Anzeige = indicazione formale
vorläufige Anzeige = indicazione provvisoria
chiarificazione provvisoria
Non potendo discutere nel dettaglio tutte le scelte lessicali, che si discostano profondamente da
quelle di Chiodi, prenderemo brevemente in esame le principali. C’è da notare innanzitutto che la prima
proposta organica di traduzione alternativa venne proposta da Marini già nel 1982 nella antologia
heideggeriana da lui curata74: alcune scelte terminologiche risalgono a quel testo, altre invece sono state
introdotte successivamente o dovute a ripensamenti. Per esempio, il termine Bewandtnis, viene tradotto,
invece che con «appagatività», come fa Chiodi, con «opportunità», che «avrà primariamente il senso
etimologico di “orientazione favorevole” (come di vento che spinge verso il porto e non alla deriva) e
quindi di “orizzonte di senso” (BeDEUTsamkeit) entro il quale si può “convenire” su qualcosa»75.
Precedentemente Marini aveva difatti usato il termine «convenienza» per rendere Bewandtnis76.
Marini ricorre al concetto di “famiglia di parole” per individuare quello che può considerarsi il vero e
proprio vulnus della traduzione di Chiodi. Un caso particolare è quello del verbo holen: infatti «mentre il
nesso tra “superare”, “recuperare” e “ripetere” (secondo la promiscuità della traduzione Chiodi) non è
perspicuo, lo è invece nell’originale tedesco quello tra überHOLen (futuro), einHOLen (presente) e
wiederHOLen (passato) che si riferiscono chiaramente alle modalità del tempo»77. Da questo Marini ne
potenzialità), anche per ragioni di simmetria e di flessibilità nei contesti» (ET 2006, p. 1425). «Escludiamo dalla nostra
traduzione i termini ‘discorso’, ‘discorrere’ perché Rede (…) non è il linguaggio (…) ma il suo più originario
fondamento esistenziale (…)» (ET 2006, p. 1466).
72
«Tra i due sensi correnti di Schuld (originariamente ‘debito’, poi ‘colpa’) il più prossimo all’etimo tedesco, al senso
ontologico del carattere di ‘non’ e, insieme, il più ricco di connotazioni descrittive non è la colpa giuridica o morale, ma
il debito come mancanza e negatività» (ET 2006, p. 1432).
73
«Traduciamo Lichtung (…) con ‘chiarita’, il termine italiano più vicino al francese clairière, da Heidegger indicato
come possibile fonte latina per Lichtung (…). Abbiamo escluso ‘radura’, il cui carattere descrittivo è più povero di
‘chiarita’, termine che contiene invece il triplice significato di ‘chiaro’, ‘rado’ e ‘leggero’» (ET 2006, p. 1421).
74
M. Heidegger, Il senso dell’essere e la «svolta», a cura di A. Marini, La nuova Italia, Firenze 1982.
75
A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1273.
76
Cfr. M. Heidegger, Il senso dell’essere e la «svolta», cit., p. 164.
77
A Marini, Tradurre «Sein und Zeit», cit., p. 1331.
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Stefano Lombardi
La nuova traduzione italiana di Essere e Tempo di Alfredo Marini
deduce «l’opportunità di impiegare la radice latina di “petere” per tutto il sistema, rendendolo perspicuo
come è in tedesco»78, per questo i tre termini vengono tradotti con «ripetere» (wiederholen), «includere
nella competenza» (einholen), «superare la competenza» (überholen).
Un ultima notazione va fatta riguardo ai termini Vorhandenheit e Zuhandenheit che sono ormai entrati
nell’uso, tramite la traduzione di Chiodi, come «semplice-presenza» e «utilizzabilità». I due termini sono
chiaramente speculari e si rimandano l’un l’altro, anche perché, a livello concettuale, il primo è una
modificazione teoretica del secondo. Chiodi, traducendoli in quel modo, non solo inserisce una
determinazione temporale che non è immediatamente evidente nel tedesco (e, facendo questo, tutt’al
più interpreta e anticipa le argomentazioni heideggeriane) ma impedisce di percepire il loro intimo
rimando. Sebbene la traduzione che ne dà Marini sia criticabile in un altro senso (mantenendo un
riferimento alla «mano» che non sempre Heidegger vuole sottolineare), la specularità concettuale è però
rispettata dai termini «sottomano» e «allamano».
Per concludere, bisogna rilevare come in alcuni casi si generino dei veri e propri incroci fra le due
traduzioni, come accade per esempio per il termine «mondità», che nella versione di Chiodi traduce
«Weltlichkeit» e in quella di Marini «Weltmäßigkeit». Questa situazione non può che generare confusione e
non potrà forse mai essere risolta, se non nel caso (ideale) in cui la maggior parte dei traduttori sia
finalmente d’accordo su quale debba essere decretato il termine di volta in volta più “adatto” a rendere
le parole di Heidegger.
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dirizzo
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riprodotti.
78
Ivi, p. 1332.
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