...

Il lavoro che avrebbe voluto fare

by user

on
Category: Documents
0

views

Report

Comments

Transcript

Il lavoro che avrebbe voluto fare
usare la propria testa per progettare il futuro
Il lavoro che avrebbe voluto fare
Francesco Piccolo
leggere
scrivere
TESTO NARRATIVO
livello di difficoltà
Francesco Piccolo
(Caserta, 1964)
È uno scrittore e sceneggiatore italiano, collaboratore del
quotidiano “La Repubblica” e
del D.A.M.S della terza Università di Roma. Ha scritto
romanzi e raccolte di racconti, tra cui ricordiamo Storie di primogeniti e figli unici,
La separazione del maschio,
L’Italia spensierata.
Il protagonista del racconto viene considerato dalla famiglia uno
“sfaticato”, cioè un fannullone. Ma un giorno, casualmente, scopre
che non voler apparecchiare la tavola non ha nulla a che fare con
l’essere uno scansafatiche. La scoperta lo aiuterà ad acquisire una
nuova consapevolezza di sé e una maggiore autostima, che gli
consentiranno di comprendere le proprie aspirazioni e di guardare
con entusiasmo al futuro. Un futuro non certo da sfaticato!
Gli dicevano sempre che era uno sfaticato. Sei uno sfaticato, sei proprio uno sfaticato. La madre, specialmente: lo vedi che sei uno sfaticato?
Litigavano tutti i giorni all’ora del pranzo. Perché gli chiedeva di apparecchiare, gli diceva. E quando glielo diceva, lui stava già facendo
un’altra cosa, una cosa importante, era impegnato, non poteva darle
retta. Non poteva apparecchiare. Lei si arrabbiava. Lo vedi che ho ragione, che sei uno sfaticato?
Questo. Tutti i giorni all’ora del pranzo.
Allora la madre lo chiedeva a un altro dei figli. Anche se era compito
di quello sfaticato.
Ma lui ora non ce la faceva più, questa era la verità. Lo aveva fatto per
lungo tempo, secondo i patti. Aveva apparecchiato la tavola tutti i
giorni, con la cura e i criteri che gli aveva insegnato lei. Toglieva il
vaso e il centrotavola e poi gli altri oggetti che stavano sulla tavola e li
metteva sul ripiano del mobile. Dal primo cassetto dello stesso mobile prendeva la tovaglia e con un gesto ampio e ogni volta più sicuro
e veloce la faceva volare, fino a quando si posava morbidamente sul
ripiano. Poi la aggiustava negli angoli per ottenere la stessa lunghezza
su ogni lato. Con le mani premeva forte sulle pieghe, cercando di stirarle il più possibile. Poi metteva i piatti: il piatto piano e sopra il
piatto fondo. Il bicchiere dell’acqua vicino al piatto verso il centro
della tavola e il bicchiere del vino, più piccolo, alla destra dell’altro
– ma solo per i genitori: per sé e per i fratelli metteva soltanto il bicchiere più grande. Le due forchette – o una forchetta e un cucchiaio,
se era giorno di minestra – alla sinistra del piatto. Il coltello alla destra, sopra il tovagliolo piegato con cura a forma di triangolo. Quindi
tagliava il pane, a fette sottili come piaceva a tutti, e lo aggiustava in
un cestino di vimini ricoperto da un tovagliolo di carta. Posava il cestino al centro della tavola e vicino metteva la bottiglia dell’acqua e la
bottiglia del vino. Infine in un angolo vuoto, metteva un aggeggio di
vetro con olio, aceto, sale e pepe. Ogni movimento era ordinato ed
elegante, anche quando era diventato meccanico per l’abitudine.
L’eleganza era dettata da una logica. Ed era pure bella la tavola apparecchiata a quel modo. Però.
Però, quando aveva finito, la madre urlava: “A tavolaaa!” e lui si ve-
ANDREA BARABINO NICOLETTA MARINI, Le pietre bianche © SEI, 2010
di
ANDREA BARABINO NICOLETTA MARINI, Le pietre bianche © SEI, 2010
APPROFONDIAMO IL GENERE
PENSO CON
LA MIA TESTA
deva assalito dal padre, dai fratelli che rumorosamente spostavano le
sedie, spiegavano i tovaglioli facendo saltare il coltello – ogni volta,
ogni volta, mai nessuno che togliesse il coltello prima di prendere il
tovagliolo, mai, lo tiravano da sotto e il coltello saltava e spesso cadeva a terra; riempivano i bicchieri fino all’orlo, facendo cadere
chiazze d’acqua o piccole gocce di vino rosso e non rimettevano le
bottiglie dove si era già formato il cerchio segnato dal fondo, mai,
mai, ogni volta facevano cerchi nuovi; con i gomiti, poi, increspavano
la tovaglia e per il fastidio la tiravano chi da una parte chi dall’altra. E
pure la madre ci si metteva: portava la pentola a tavola, in quella posizione che non era mai cambiata, piegata in avanti e con passo corto e
veloce, urlando di spostare quel piatto, il cestino del pane, la bottiglia
del vino; fate spazio, fate presto che scotta; e la pentola scottava per
davvero, fumava e si vedeva, bisognava far presto, sembrava ogni volta
che fosse sul punto di cedere e lasciarla cadere a terra. E ce la facevano
sempre per un soffio a farle spazio, a giudicare dal modo in cui lei lasciava cadere la pentola sulla tavola, soffiando con forza sulle mani e
trattenendo imprecazioni.
Venti secondi dopo averlo terminato, il suo lavoro era sparito e nessuno ne teneva conto. Perché era proprio così che doveva andare. E il
giorno dopo avrebbe dovuto ricominciare da capo. Con cura ed eleganza.
Così, un giorno, poco prima dell’ora in cui la madre lo avrebbe chiamato ad apparecchiare la tavola, si mise a fare un’altra cosa. E quando
la madre lo chiamò rispose che era impegnato e non poteva apparecchiare. Da quel giorno, fece così tutti i giorni. Lo vedi che ho ragione,
urlava la madre, lo vedi che sei uno sfaticato? Ma del resto glielo aveva
sempre detto, fin da piccolo, e sapeva che avrebbe continuato a dirlo.
Quindi, non è che ci facesse più caso.
Poi, un pomeriggio che gli era sembrato un pomeriggio qualsiasi, scoprì di non essere uno sfaticato.
Accadde una cosa piccola, in un corridoio stretto di un ospedale appena rimesso a nuovo. Non importa quale ospedale, in quale strada
della città. Non importa se fosse andato a trovare un amico vittima di
un incidente o un parente appena operato. Non importa. Era un corridoio bianco, appena riverniciato, con quell’odore che prende allo
stomaco, con porte tutte da un lato e finestre dall’altro. L’odore di
vernice dava al corridoio un aspetto più candido, se non fosse stato
per minuscole macchie bianche, che chiazzavano i bordi delle porte
grigie. E se non fosse stato per un cavo elettrico penzolante. Quei
cavi che rimangono fuori dalle combinazioni senza un motivo apparente. Le porte macchiate non importano. Il cavo sì. Quello importa.
Perché appena entravi nel corridoio, da una parte o dall’altra, o se
uscivi da una qualsiasi delle porte grigie, lo vedevi. Non potevi fare a
meno di farci caso. Penzolava ed era l’unica cosa fuori posto in quel
corridoio; sì, anche le macchie di vernice bianca sulle porte grigie,
ma erano piccole e dovevi cercarle, insomma potevi non farci caso. Al
cavo penzolante, ci facevi caso. E tutti quelli che lo vedevano, i pa-
renti o gli amici dei ricoverati, i ricoverati stessi che in barella e con
la flebo o la maschera d’ossigeno andavano in sala operatoria o nel
reparto di radiologia – anche loro lo vedevano, e anzi loro di più perché spinti su una barella, per forza di cose guardavano in alto – tutti,
proprio tutti pensavano, anche solo per un attimo pensavano: “Bisognerebbe mettere a posto quel cavo”. Il primario si fermava a fare il
punto della situazione nel bel mezzo del corridoio, con medici e infermieri che lo accerchiavano, e diceva: “E poi trovate qualcuno che
metta a posto quel cavo”. Gli infermieri lo riferivano all’inserviente
di reparto, che però ci aveva già pensato, e ogni volta che attraversava
il corridoio diceva tra sé e sé: “non devo dimenticare di mettere a
posto quel cavo”. Poi si sa, il tempo passa; e le giornate passavano,
l’inserviente di reparto se lo scordava; lo ricordava soltanto ogni volta
che lo vedeva, ma una volta non aveva la scala a portata di mano,
un’altra aveva da fare, un’altra ancora era così nervoso che figurati se
poteva mettersi a pensare a un cavo elettrico; e rimandava. Perché se
pure dava nell’occhio quel cavo penzolante nel corridoio appena riverniciato, non era poi una cosa importante, o impellente. Si poteva
lasciar perdere, insomma. Del resto anche il primario, che pure era
un tipo che si arrabbiava facilmente, ripassando in quel corridoio non
alterava la voce quando diceva quasi per abitudine: “Vi ho detto di
rimettere a posto quel cavo”. Gli infermieri lo riferivano di nuovo all’inserviente del reparto, ma quando lo incontravano nel corridoio.
Altrimenti lasciavano perdere.
Appena fuori dal corridoio, vide una signora con un camice azzurro
che puliva i vetri di una finestra. Accanto, teneva una scala. La scala
serviva per pulire i vetri più in alto. Chiese la scala alla signora.
Gliela riporto subito, disse. La aprì sotto il cavo penzolante. Salì.
All’inizio con cautela, poi, quando vide che la scala teneva, con decisione. Prese il cavo. Non se la sentiva di sradicarlo, aveva paura
che potesse succedere qualcosa. Allora lo infilò nello spazio del passante che teneva gli altri fili lungo il muro. Così. Forzò un po’.
Tirò. Il cavo non penzolava più. Scese e riportò la scala alla signora.
Grazie, disse.
Ora non è che pensava che fosse una cosa definitiva – lo era abbastanza, voleva dire, non del tutto – del resto lo sapeva che non ce
n’erano di cose del tutto definitive. Però.
Però sarebbe durato, ecco. Forse fino alla prossima rimozione dei
cavi, forse fino alla prossima riverniciatura del corridoio. Dell’ospedale, anzi. Probabilmente. Quel piccolo lavoro – questione di un attimo: era salito sulla scala, aveva infilato il cavo nel passante e aveva
tirato – sarebbe durato anni. Anni in cui nessuno sguardo in quel
corridoio sarebbe stato infastidito da un cavo penzolante. Anni. Gli
sembrava di aver fatto una buona cosa. Gli sembrava di non essere
uno sfaticato e non gli importava se non lo era più o se non lo era
mai stato. Durante il resto della giornata sentì sempre sotto il palato
un sapore buono, che ogni tanto scendeva in gola e poi la gola si liberava di intoppi e accoglieva aria. Sentiva aria qual giorno. E poi
ANDREA BARABINO NICOLETTA MARINI, Le pietre bianche © SEI, 2010
usare la propria testa per progettare il futuro
APPROFONDIAMO IL GENERE
PENSO CON
LA MIA TESTA
anche nella mente c’era qualcosa di nuovo: se si distraeva, attratto
dai gesti quotidiani, la mente lo richiamava come se ci fosse bisogno
di ricordare, e lui si fermava a cercare cosa doveva ricordare. E allora gli veniva: il cavo. Il fatto del cavo. Quello. E subito dopo sentiva quel sapore buono sotto il palato. Quella notte dormì bene.
Proprio bene.
Il giorno dopo, quando si svegliò, decise che era quello il genere di
lavoro che avrebbe voluto fare. No, non mettere a posto cavi penzolanti, non solo quello almeno: si sarebbe prodigato per mettere a
posto delle cose definitivamente, e se non definitivamente, almeno
per un po’ di tempo – per un bel po’ di tempo, tanto che non fosse
possibile quantificare. Così. Se gli avessero detto: quel cavo va tirato
su per tre anni, o anche per cinque, probabilmente avrebbe lasciato
perdere. Non poteva sopportare di sapere che un certo giorno di cinque anni dopo, un giorno anche lontano ma preciso, il suo lavoro sarebbe stato invalidato. Non gli stava bene. Non lo doveva sapere per
quanto tempo sarebbe durato quel lavoro, perché se non lo avesse saputo, avrebbe potuto pensare, credere, sperare che durasse per sempre. E se non per sempre, per chissà quanti anni. Questo doveva pensare per fare un lavoro del genere.
La tavola, l’apparecchiasse un altro. La spesa al supermercato, andasse
a farla un altro. E la madre pensasse pure che era uno sfaticato. Ma
non l’avrebbe convinto a girare per i corridoi di un supermercato per
comprare, comprare e comprare, riempire buste e buste di roba che
dopo qualche giorno andava ricomprata perché era stata consumata.
Tutta. Questo no.
ANDREA BARABINO NICOLETTA MARINI, Le pietre bianche © SEI, 2010
adatt. da F. Piccolo, Storie di primogeniti e figli unici, Feltrinelli
attività
LEGGO E COMPRENDO
1 Come è considerato, soprattutto dalla madre,
il protagonista?
2
Perché, a un certo punto, il ragazzo decide di non
apparecchiare più la tavola?
3
Con quale stratagemma riesce a sottrarsi a questo compito?
4
Che cosa succede un giorno al ragazzo, in un
ospedale? Riassumi brevemente la sua esperienza.
Che genere di lavoro piace al ragazzo?
Attività divertenti
Piccoli lavori effimeri, come mettere tavola
Lavori duraturi, i cui effetti si mantengono per
anni
Attività sportive
6 Quando il ragazzo scopre quale genere di lavoro
gli dà soddisfazione, come si sente? Come dorme quella notte?
7 Quale decisione prende il ragazzo per il suo futuro? Sottolinea l’informazione nel testo.
5
usare la propria testa per progettare il futuro
8
Quale caratteristica del lavoro che il ragazzo
comprende di voler fare glielo fa preferire ai compiti affidatigli dalla madre?
COMPRENDO E ANALIZZO
9 Com’è il narratore del brano?
Interno
Esterno
10 Quale tipo di focalizzazione compare nel testo?
narratore definisce “piccola“ la cosa che
succede al protagonista un giorno all’ospedale. A tuo giudizio si tratta davvero di una
cosa “piccola“? Spiega le ragioni della tua risposta.
ORA SCRIVO IO
13 Quale attività, quale lavoro ti piacerebbe svol-
gere in futuro? Questo lavoro coincide con
quello che i tuoi familiari ritengono sia giusto per te? Racconta.
14 Descrivi
un’attività che non vorresti mai
svolgere, neppure se fossi pagato... a peso
d’oro!
11 Il
12 Qual
è il significato del racconto?
Dobbiamo scoprire da soli quello che vogliamo per il nostro futuro
Bisogna ubbidire sempre alla propria
madre
Non bisogna recarsi negli ospedali, soprattutto da soli
Per capire che cosa ci piace, occorre guardare quello che fanno gli altri e adeguarsi
LESSICO LESSICO LESSICO LESSICO LESSICO LESSICO
Un mondo di parole
15 Risali al termine da cui hanno origine le parole se-
guenti.
• Sfaticato fatica
• Arrabbiarsi ..........................................................................
• Terminare ....................................................................................
• Macchiato ...........................................................................
• Primario ..............................................................................
• Riverniciatura ......................................................................
• Quantificare ......................................................................
• Invalidato ............................................................................
Gioco di squadra
Un altro allievo le commenti esprimendo il suo parere in riferimento alle risposte del compagno (per esempio se sono prevedibili oppure inaspettate ecc.).
• Mi sento più portato per
attività artistiche
attività pratiche
comunicazione e spettacolo
sport
attività teoriche e riflessive
altro ..........................................................................................................................................
• Il mio hobby preferito è ....................................................................................................................................................................................
........................................................................................................................................................................................................................................
• I miei punti di forza sono .....................................................................................................................................................................................
........................................................................................................................................................................................................................................
........................................................................................................................................................................................................................................
• I miei lati deboli sono .......................................................................................................................................................................................
........................................................................................................................................................................................................................................
........................................................................................................................................................................................................................................
ANDREA BARABINO NICOLETTA MARINI, Le pietre bianche © SEI, 2010
16 Ciascuno di voi risponda al seguente questionario. Al termine, chi vuole legga ad alta voce le sue risposte.
Fly UP