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Introduzione - Matteo Motterlini

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Introduzione - Matteo Motterlini
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Introduzione
Nelle scelte economiche spesso ci inganniamo. Un po’
come Charlie Brown che rimane confuso e interdetto
quando incontra la ragazzina dai capelli rossi, anche la
nostra testa è spesso «calda e stupida». Quando si tratta
di risparmiare, spendere e investire non siamo quei razionali e fulminei calcolatori di «utilità» che popolano i
modelli matematici dei libri di economia. Anzi, il particolare computer che ci portiamo a spasso tra le orecchie
ha un processore molto lento, poca memoria e più bachi
di quanto siamo disposti ad ammettere. Come se non
bastasse, nella vita di tutti i giorni proviamo gioia, paura, rabbia, gelosia, invidia, disgusto, e molti altri sentimenti che condizionano le nostre decisioni in modo ben
poco calcolato.
Nulla di male. Purché lo si sappia. E non c’è modo
migliore per acquistare una simile consapevolezza che
mettersi alla prova. Cosa che il lettore potrà fare nelle
prossime pagine, misurandosi con una serie di piccoli
esperimenti, casi concreti, test, problemi e rompicapo
che illustrano paradossi e anomalie ricorrenti nelle nostre scelte economiche quotidiane. È un invito a capire
come siamo fatti, a investigare i nostri processi cognitivi
e il funzionamento del nostro cervello. Ovviamente con
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la speranza che si possa imparare a usarlo meglio; per
poter decidere con maggiore discernimento, per esempio, o semplicemente per diventare consumatori più
smaliziati.
Alcuni degli errori che commettiamo sono la regola e
non l’eccezione. Essi sono, cioè, sistematici e una volta
smascherati è possibile evitare di ricascarci. Ti sei mai
chiesto per esempio perché spendiamo diversamente i
soldi dello stipendio e quelli della tredicesima? Il fatto è
che – lo vedremo nella Prima parte – abbiamo la propensione a svolgere «conti mentali» separati, ad attribuire cioè agli stessi euro un valore monetario diverso a
seconda di come sono entrati nelle nostre tasche e di come stanno per uscirne.
Simili errori sono ostinati e insidiosi, e ci portano,
proprio come le illusioni ottiche, a credere vere delle impressioni false. Sia le illusioni visive sia quelle cognitive
sono indotte da processi automatici e spontanei attraverso i quali decodifichiamo la realtà in maniera rapida
e intuitiva, ma anche approssimativa e fuorviante. Di
fronte a uno stesso problema può così accadere che si
prendano decisioni diametralmente opposte a seconda
di come ce lo rappresentiamo o di come, magari strumentalmente, ci viene presentato. Altrimenti perché
preferiremmo uno yogurt magro al 95 per cento invece
che con il 5 per cento di grassi, o un maglione all’80 per
cento puro cachemire invece che 20 per cento misto lana? In modo analogo, siamo diversamente sensibili al rischio a seconda che questo ci prospetti delle vincite
piuttosto che delle perdite. Le seconde ci bruciano infatti molto più di quanto le prime ci gratifichino e pur di
evitarle facciamo l’impossibile: diventiamo a tal punto
audaci e disposti all’azzardo da compiere scelte autolesionistiche.
Viviamo nell’incertezza e nell’incertezza ci troviamo a
prendere quotidianamente delle decisioni, ma non sem12
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pre queste sono le più avvedute, neppure quando vestiamo i panni di un esperto promotore finanziario o di un
medico. Come potrai constatare leggendo la Seconda
parte, la nostra percezione del rischio è infatti volubile,
e il modo in cui intendiamo dati, proporzioni, percentuali e statistiche è facilmente influenzabile. I numeri sono tutt’altro che freddi e oggettivi per la nostra mente
che, non di rado, li colora di emozioni con esiti tanto irrazionali quanto sorprendenti. A tradirci inoltre è la nostra attitudine a credere di sapere cose che invece non
sappiamo affatto, e ad attribuirci competenze e capacità
superiori a quelle di cui effettivamente disponiamo. È la
trappola della sicumera. Ci inciampiamo per esempio
quando ascriviamo la responsabilità dei nostri insuccessi alla sfortuna, ma ci prendiamo tutto il merito dei successi; oppure quando vediamo solo quello che vogliamo
vedere, aggrappandoci a certezze e pregiudizi anche
quando questi, a ben guardare, contrastano con l’evidenza dei fatti.
Il processo attraverso il quale maturano le nostre scelte è stato oggetto di indagini sorprendenti e appassionanti da parte di psicologi cognitivi, neuroscienziati ed
economisti sperimentali. Le loro ricerche non si sono limitate a mettere in risalto l’inadeguatezza di una teoria
economica che fa dipendere ogni decisione dal perseguimento della massima utilità per chi le prende. Esse ci
permettono anche di capire in quale modo tendiamo a
essere irrazionali e soprattutto per quali ragioni. Da questo punto di vista, il Premio Nobel per l’economia attribuito nel 2002 a uno psicologo come Daniel Kahneman,
l’eroe dichiarato di questo libro, sancisce un’inversione
di rotta.
Sarà anche calda la nostra testa, ma c’è un metodo
nella sua stupidità. Gli errori che compie infatti sono
pervasivi, ricorrenti e prevedibili. Sono insomma l’esito
di una logica diversa da quella matematica, ma non me13
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no sistematica, che segue percorsi mentali (o euristiche)
messi a fuoco da una fitta schiera di ingegnosi esperimenti. Ne scaturisce una «piccola galleria degli errori (o
orrori) economici», la quale trova spiegazione in una
sorta di inconscio cognitivo che contribuirebbe a filtrare
la realtà e a determinare le nostre reazioni.
L’ipotesi è avvalorata da una serie di studi sul cervello
e sulla neurobiologia della razionalità di cui ci occupiamo nella Terza parte. Tali ricerche, nelle quali ci si è in
genere avvalsi di strumenti che permettono di monitorare l’attività cerebrale e di visualizzarla, suggeriscono che
le nostre decisioni siano il prodotto di un’incessante negoziazione tra processi automatici e processi controllati,
tra affetti e cognizione o, più volgarmente, tra passioni e
ragione – e del gioco di sinapsi delle aree cerebrali corrispondenti.
I due processi possono facilmente essere in competizione, come quando compiamo una scelta irrazionale
cadendo in qualche trappola cognitiva. A guidarci allora è quel piccolo omuncolo (euristico) che si agita e
sbraita dentro di noi senza lasciarci la tranquillità per
riflettere. Oppure quando ci buttiamo su un vasetto di
Nutella ben sapendo che ci converrebbe rispettare la
dieta. Spinti dai nostri impulsi viscerali sacrifichiamo
così un po’ del nostro benessere futuro per un piacere
immediato. Eppure vedremo che l’omuncolo che è in
noi non sempre è d’ostacolo alle nostre scelte. Per
prendere una decisione «giusta» non basta infatti sapere quel che si dovrebbe fare, ma occorre anche che il
corpo ce lo faccia «sentire». Come se gli strumenti della razionalità avessero bisogno di un’assistenza speciale
per mettere in atto i loro piani: un po’ di passione che
li aiuti!
Forse, se la nostra mente fosse governata esclusivamente da processi di tipo riflessivo e deliberato, e il nostro cervello costituito dalla sola corteccia prefrontale
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(quella parte cioè che ci distingue dai rettili e dagli altri
mammiferi, dove hanno sede le attività cognitive superiori), allora l’economia tradizionale sarebbe una buona
teoria delle nostre scelte reali. Ma in questo caso, più
che abitanti del pianeta Terra, saremmo degli extraterrestri. Magari vulcaniani dalle orecchie a punta, dotati di
una notevole mente matematica, e del tutto incapaci di
provare emozioni: proprio come il dottor Spock, il personaggio della serie televisiva Star Trek. Ma per fortuna
la vita non si consuma sullo schermo piatto di un televisore, e la nostra economia emotiva è molto più ricca, varia, viva, astuta, bizzarra, estrosa e divertente di quella
che si trova sui libri di testo. Le vie dei circuiti neurali
sono infinite, e possono dispensarci lezioni diverse a seconda delle circostanze. Raramente si tratta di lezioni
scontate: ma questo lo scopriremo solo alla fine.
MM
Dagnente, 4 settembre 2006
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