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XXI Rapporto sulle migrazioni 2015

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XXI Rapporto sulle migrazioni 2015
COMUNICATO STAMPA FONDAZIONE ISMU
XXI RAPPORTO SULLE MIGRAZIONI 2015
Giovedì 3 dicembre 2015 – ore 9.00-12.20
Centro Congressi Fondazione Cariplo, via Romagnosi 8, Milano
La Fondazione Ismu stima che al 1° gennaio 2015 la popolazione straniera in Italia ha raggiunto 5,8 milioni di presenze (regolari
e non), con un aumento di 150mila unità (+2,7%) rispetto all’anno precedente in cui gli immigrati erano quasi 5,6 milioni. Nel
corso dell’ultimo biennio le dinamiche del fenomeno migratorio presentano significative novità, sia a causa dei perduranti effetti
che la crisi economica continua ad avere sul mercato del lavoro, sia a causa dei cambiamenti geo-politici e dei conflitti che
stanno investendo le regioni del Medio Oriente. Il primo elemento di novità è dato dall’elevato numero di migranti e di
richiedenti protezione internazionale arrivati via mare nel nostro Paese che nel 2014 hanno raggiunto la cifra record di 170mila
unità1, contro le 43mila del 2013. Scenario che è ulteriormente cambiato nel corso del 2015: a causa della pericolosità della tratta
Libia-Italia i flussi di migranti si sono diretti principalmente verso la Grecia che ha registrato, dal 1° gennaio fino al 20 novembre
2015, 715mila arrivi, contro i 143mila dell’Italia.
L’aumento degli arrivi ha determinato un cambiamento significativo anche dal punto di vista della composizione dei flussi che si
riflette in un incremento rilevante di richiedenti asilo che nel 2014 sono cresciuti esponenzialmente arrivando a totalizzare
65mila domande (a queste vanno aggiunte le 61.545 domande presentate tra il 1° gennaio e il 10 ottobre 2015). Se da un lato
cresce il numero di richiedenti asilo, dall’altro continuano a diminuire i flussi per lavoro (-84% dal 2010). Altro elemento di forte
novità è il costante aumento delle acquisizioni di cittadinanza italiana, in particolare tra i minori di 15 anni: nel biennio 20132014 sono 231mila gli stranieri che sono diventati italiani (130mila solo nel 2014, mentre nel 2012 erano poco più di 60mila).
Cresce anche il numero degli italiani residenti all’estero (nel 2014 erano 5 milioni). Il fenomeno dell’irregolarità, pur registrando
una leggera ripresa, rimane comunque a un livello fisiologico (l’incidenza è inferiore al 7%): al 1° gennaio 2015 Ismu stima che
non abbiano un valido titolo di soggiorno 404mila stranieri (contro i 350mila alla stessa data dell’anno precedente). Sul fronte
lavorativo si registra un aumento dell’occupazione straniera: infatti dopo un lieve calo nel I trimestre 2015, il numero di occupati
stranieri è tornato a crescere nel II trimestre, portando a un saldo positivo di 50mila unità rispetto allo stesso periodo del 2014.
Gli stranieri hanno superato la soglia del 10% del totale degli occupati.
Sono questi alcuni dei principali dati del XXI Rapporto sulle migrazioni 2015, elaborato dalla Fondazione Ismu
(Iniziative e studi sulla multietnicità) e presentato il 3 dicembre 2015 a Milano.
Al convegno, moderato dal vicedirettore del Corriere della Sera Venanzio Postiglione, hanno partecipato Mariella Enoc,
Presidente della Fondazione Ismu; Vincenzo Cesareo, Segretario Generale della Fondazione Ismu; Fabrizio Spada, direttore
Rappresentanza Commissione europea a Milano; Ernesto Galli della Loggia, professore emerito di storia contemporanea; Gian
Carlo Blangiardo, Responsabile Settore Monitoraggio Fondazione Ismu; Valeria Setti, Unità di Migrazione Legale e
Integrazione alla Direzione Generale Migrazione e Affari Interni della Commissione Europea; Federico Soda, Direttore per il
Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM); Stefano Manservisi, Capo di gabinetto dell’Alto
Rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.
Nel corso del convegno sono state assegnate due targhe Ismu, una a Save the Children, l’altra a Nawal Soufi.
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Si fa presente che, come è noto, molti di essi hanno poi proseguito la loro traiettoria migratoria verso altri paesi, soprattutto nel
Nord Europa.
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1) MIGRAZIONI IN ITALIA E IN EUROPA: UN NUOVO SCENARIO2
Le dinamiche del fenomeno migratorio in Italia stanno subendo molteplici trasformazioni sia a causa dei perduranti effetti che la
crisi economica continua ad avere sul mercato del lavoro, sia a causa dei cambiamenti geo-politici e dei conflitti che stanno
investendo le regioni del Medio Oriente e dell’Africa Sub-Sahariana. Il XXI Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu si
sofferma ad analizzare i cambiamenti in atto, cercando di tracciare i contorni della nuova fase delle migrazioni verso l’Italia e
verso l’Europa.
Quanti sono gli immigrati in Italia. Al 1° gennaio 2015 la popolazione straniera in Italia è stimata da Ismu in 5,8 milioni
(regolari e non), con un aumento di 150mila unità (+2,7%) rispetto all’anno precedente in cui si contavano quasi 5,6 milioni di
presenti. Un incremento che per due terzi è dovuto alla componente regolare e per un terzo a quella irregolare. Essi
rappresentano il 9,5% di quella che è indicata da Eurostat come popolazione abitualmente residente in Italia.
Sbarchi sempre più numerosi. Il primo elemento di cambiamento rispetto al passato è l’elevato numero di migranti e di
richiedenti protezione internazionale arrivati via mare nel nostro paese negli ultimi due anni. In totale nel biennio 2013-2014 gli
sbarcati sulle nostre coste sono stati 213mila (mentre nel 2012 erano stati meno di 20mila). Nello specifico nel 2014 i migranti
approdati sulle nostre coste sono stati 170mila (come è noto molti di essi hanno poi proseguito la loro traiettoria migratoria verso
altri paesi, soprattutto nel Nord Europa), cifra record determinata dal fatto che lo scorso anno l’Italia è stata il principale paese di
arrivo per i migranti giunti dal Nord Africa. Nel corso del 2015 però lo scenario delle migrazioni è ulteriormente mutato: a causa
infatti della pericolosità della tratta Libia-Italia i flussi migratori hanno deviato le rotte, dirigendosi maggiormente verso la
Grecia per poi risalire l’Europa tramite i Balcani. Tra il 1° gennaio e il 20 novembre 2015 hanno raggiunto via mare l’Europa
863mila migranti, l’83% dei quali è approdato in Grecia (715mila arrivi, principalmente da Siria e Afghanistan), mentre l’Italia
ne ha accolti 143mila provenienti principalmente da Eritrea, Nigeria e Somalia. In questo contesto l’Italia, oltre che Paese di
approdo, sta assumendo, in modo più consistente, il ruolo di Paese di transito dei flussi dal Mediterraneo verso il Nord Europa. Il
2014 e il 2015 sono stati anni record anche per il numero di morti nelle acque del Mediterraneo: dal 1° gennaio al 24 novembre
2015 sono 3.548 le persone che hanno perso la vita in mare (nel 2014 3.300).
Minori non accompagnati. Sono stati 13.026 nel 2014 i minori non accompagnati arrivati via mare in Italia, per la maggioranza
eritrei (3.394), egiziani (2.007) e somali (1.481). Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2015 ne sono arrivati altri 10.820. E proprio in
tema di minori non accompagnati, Fondazione Ismu sta collaborando alla realizzazione di un’importante iniziativa che ha come
ambito di azione la ricezione e accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, promossa dalla Fondazione Cariplo e da altre
fondazioni italiane ed europee.
Aumentano i richiedenti asilo. L’aumento degli sbarchi ha comportato anche un incremento dei richiedenti asilo. Il numero
delle richieste è tornato a crescere in maniera consistente: le domande presentate nel 2014 sono state 65mila. Tra il 1° gennaio e
il 10 ottobre 2015 se ne registrano 61.545.
Diminuiscono gli ingressi per motivi di lavoro. I flussi di ingressi nel nostro paese per motivi di lavoro sono in continua
diminuzione. Dal 2010 gli ingressi di non comunitari con permesso per motivi di lavoro sono calati dell’84%. Una diminuzione
determinata in primo luogo dagli effetti di lungo corso della crisi economica, a causa della quale l’Italia non costituisce più una
destinazione attraente dal punto di vista occupazionale.
Più famiglie e meno single: l’immigrazione diventa sempre più stanziale. I permessi di soggiorno per motivi familiari
rappresentano il 40% degli ingressi nel 2014. Ismu stima che al 1° gennaio 2015 il numero di famiglie composte da 3-4 persone
sia superiore al numero dei single (674mila contro 540mila). Tali cifre dimostrano che la popolazione straniera che vive in Italia
è sempre più radicata sul nostro territorio. Elaborazioni Ismu su dati Istat del 2011-2012 mostrano che 4 stranieri su 5 sono
inseriti in un nucleo familiare (inteso come un insieme formato da almeno una coppia con eventuali figli o da un genitore con
figli). Le coppie con figli rappresentano il 59,6% dei residenti, quelle senza prole il 10,6%. I single incidono mediamente per il
21,6% e sono più presenti nelle grandi città: a Napoli sfiorano il 40%, a Milano il 34,9% e a Roma il 33%. Per quanto riguarda le
cittadinanze è interessante notare che a detenere il primato per la quota di coloro che vivono in coppia con figli sono gli egiziani
con il 74,5% dei residenti e i cinesi con il 73,2%, mentre il collettivo con più single risulta essere quello ucraino (46,3%). Il 10%
dei minori di 18 anni vive con un solo genitore (in 4 casi su 5 si tratta della madre). La percentuale sale al 15% a Milano e al
20% a Roma e Napoli. Nella Capitale 1 minore ogni 6 vive unicamente con la madre, mentre a Napoli il rapporto sale a 1 ogni 7
e a Milano a 1 ogni 8.
Immigrati sempre più integrati. Crescono i residenti con permesso di soggiorno di lungo periodo, a conferma di un maggiore
radicamento della popolazione straniera in Italia. Nell’ultimo quadriennio la percentuale di cittadini stranieri extracomunitari,
che sono in possesso di un permesso di lungo periodo, ha superato la soglia simbolica del 50%. I dati al 1° gennaio 2015
mostrano come il 57,2% dei soggiornanti non comunitari regolari detenga un permesso di lungo periodo (erano il 46,3% nel
2011). La quota di lungo soggiornanti risulta particolarmente alta tra albanesi (68,9%), marocchini (65,3%) ed egiziani (57%).
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Alcuni dati riportati nel comunicato stampa possono differire da quelli pubblicati nel XXI Rapporto sulle migrazioni 2015. I dati del
comunicato infatti sono stati riaggiornati in base a quelli diffusi dalle diverse fonti a novembre 2015, mese in cui il XXI Rapporto è
andato in stampa.
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Aumentano le acquisizioni di cittadinanza. Il miglioramento sul fronte dell’inclusione nella società italiana degli immigrati è
testimoniato anche dalla continua crescita delle acquisizioni di cittadinanza in particolare di quelle riconducibili a interi gruppi
familiari. Nel biennio 2013-2014 231mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana (di cui 130mila nel 2014, mentre nel
2012 erano poco più di 60mila). Tra il 2008 e il 2013 circa 1 nuovo italiano ogni 4 (24,2%) era in età inferiore ai 15 anni, con
una punta del 30,1% nel 2013 (ultimo anno disponibile).
Emigrazione: un fenomeno in crescita tra gli italiani. Gli effetti della crisi nel nostro paese si fanno registrare anche
nell’ambito dell’emigrazione. È cresciuto infatti il numero degli italiani residenti all’estero (erano oltre 5 milioni nel 2014,
mentre nel 2012 erano 4.662.213).
Irregolari. Il fenomeno dell’irregolarità, pur registrando una leggera ripresa, rimane comunque a un livello fisiologico
(l’incidenza infatti è inferiore al 7%, mentre nel 2008 era del 16,1%). Al 1° gennaio 2015 Ismu stima che non abbiano un valido
titolo di soggiorno 404mila stranieri (contro i 350mila alla stessa data dell’anno precedente).
Provenienze. Anche per il 2014 si conferma lo schiacciante primato dei romeni, che rappresentano il 22% dei residenti, seguiti
da albanesi (10,1%) e marocchini (9,2%). La crescita più consistente, tra le nazionalità maggiormente rappresentate, riguarda gli
egiziani (+8%), seguiti da nigeriani (+6,5%), pakistani (+6,2%) e srilankesi (+5,8%). Mentre, sul fronte opposto, moderati
segnali di decremento di rilevano per marocchini e tunisini (-1,3%) e per albanesi e indiani (-1,1%).
Religioni. I musulmani rappresentano meno di un terzo del totale degli stranieri (29%, pari a un milione e 700 mila unità). Poco
più di un terzo invece è rappresentato da cristiani (per metà cattolici, ma in misura crescente anche ortodossi o di altre
confessioni come quella copta).
Più donne che uomini. Al primo gennaio 2015 si registra una leggera supremazia femminile (le donne sono il 52,7% del totale,
con punte del 79% tra gli ucraini).
Aumentano i minori. Dal 2005 al 2015 il numero di minori stranieri è raddoppiato, passando da 503mila unità a 1 milione e
85mila. Nello stesso arco temporale è aumentata anche la loro incidenza: mentre nel 2005 i minori rappresentavano il 20,7% del
totale dei residenti stranieri, nel 2015 rappresentano il 21,6%.
Anzianità dei residenti. Uno straniero ogni 16 è presente nel nostro paese sin dalla nascita (per la maggior parte si tratta di
soggetti con meno si 6 anni), mentre quasi la metà dei presenti (45,7%) è arrivata prima del 2003. I due terzi dei residenti
stranieri sono giunti in Italia da maggiorenni.
Uno sguardo agli scenari futuri. I più recenti sbarchi fanno pensare che stiamo assistendo a una nuova e crescente pressione dei
flussi migratori dal Sud del Mondo. Oggi a sud del Sahara vivono 962 milioni di persone, destinate a diventare 1,2 miliardi tra
dieci anni, e 1,6 tra altri 10. Secondo le ultime previsioni delle Nazioni Unite, in quell’area i 20-39enni cresceranno di 203
milioni nell’arco di un ventennio e, se non troveranno sufficienti occasioni di lavoro in loco, è possibile che si dirigano in
Europa, di cui l’Italia è il naturale avamposto.
2) LAVORO
Anche nel 2014 si è registrato un incremento degli occupati stranieri che sono aumentati di 111mila unità per un totale di
2.294.120, a fronte di una diminuzione (più lieve rispetto agli anni passati) dell'occupazione autoctona (-23mila). Dopo un lieve
calo nel I trimestre 2015, il numero di occupati stranieri è tornato a crescere nel II trimestre, portando a un saldo positivo di
50mila unità rispetto allo stesso periodo del 2014. Anche l’occupazione autoctona segnala un saldo positivo (+129mila) rispetto
allo stesso periodo dello scorso anno, raggiungendo quota 20.136.000. Se ne evince che gli stranieri hanno superato la soglia del
10% del totale degli occupati. Tuttavia, l'andamento dei tassi di occupazione conferma il trend negativo che ha visto
progressivamente contrarsi l'incidenza degli stranieri occupati e con essa il gap rispetto agli italiani. Se prima dell'inizio della
crisi gli stranieri godevano di tassi di occupazione più elevati rispetto agli italiani, questo vantaggio si è man mano ridotto
nell'arco degli ultimi 10 anni. Mentre infatti nel 2005 il tasso di occupazione degli stranieri era del 65,5% e quello degli italiani
del 57,2%, nel 2014 si è passati rispettivamente al 58,5% e al 55,4%. Gli ultimi dati disponibili (secondo semestre 2015) ci
segnalano che il tasso di occupazione degli stranieri si attesta al 59,2% (ovvero in lievissima diminuzione rispetto allo stesso
periodo dell’anno precedente), mentre il tasso di occupazione degli italiani è stato pari al 56% (+0,6 punti percentuali rispetto al
secondo trimestre 2014). Si conferma dunque la tendenza a colmare il gap: gli stranieri hanno tassi di occupazione sempre più
“simili” a quegli degli italiani.
Gli immigrati hanno un tasso di attività più alto rispetto agli italiani. La popolazione straniera registra nel 2014 un alto tasso
di attività rispetto alla popolazione italiana (70,4% contro il 63,2%). Il gap, positivo per gli stranieri, rimane inalterato anche
guardando agli ultimi dati disponibili: nel secondo trimestre 2015 il tasso di attività della popolazione straniera si è attestato al
70,7%, mentre quello della popolazione italiana è stato pari al 63,5%.
L'alto tasso di attività degli stranieri in realtà nasconde alcuni aspetti critici. Disaggregando infatti i dati per fasce di età, i tassi di
attività rivelano per la componente giovanile, un vantaggio solo apparente, che si spiega con la fuoriuscita precoce dei giovani
stranieri dal sistema formativo (il tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione è pari al 34,4% tra gli
extracomunitari, contro il 13,5% tra i giovani italiani). Quindi sebbene i figli degli immigrati abbiano tempi più rapidi di
transizione tra la scuola e il lavoro (perché fortemente concentrati nella formazione professionale), incontrano poi maggiori
difficoltà a stabilizzare la loro condizione occupazionale, hanno tassi di disoccupazione più elevati rispetto ai figli di italiani nella
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stessa fascia di età, sono sottorappresentati nei lavori qualificati e sono più esposti al rischio di overqualification.
Oltre il 70% degli inattivi è costituito da donne. Gli stranieri inattivi sono 1,2 milioni, dei quali oltre il 70% è costituito da
donne. Esse sono escluse dal mercato del lavoro principalmente per la difficoltà che trovano nel conciliare l'impegno lavorativo
con la necessità di accudire i figli o persone non autosufficienti. Inoltre la condizione di Neet (giovani non impegnati nello
studio, né nel lavoro e né nella formazione) è particolarmente diffusa tra le giovani donne immigrate, fino a raggiungere
incidenze altissime in alcune comunità: quasi 8 donne su 10 nel caso del Bangladesh, quasi 7 su 10 nei casi del Pakistan,
Marocco ed Egitto.
Cresce la disoccupazione. Anche la disoccupazione continua a crescere tanto da raggiungere nel 2014 la cifra di 465.700 unità
(11mila in più rispetto all’anno precedente), corrispondente a un tasso del 16,9% (17,4% per gli extra-Ue).
Sempre più l’Italia si trova così a condividere con gli altri grandi paesi europei la duplice sfida rappresentata da un lato dagli
immigrati che perdono il loro lavoro (anche perché spesso occupati in settori maturi e avviati al declino) e dai nuovi immigrati
che faticano a trovarne uno (anche perché entrati attraverso procedure, come il ricongiungimento familiare e la richiesta di
protezione, che non selezionano gli immigrati in base alle loro capacità professionali e all’occupabilità).
Sono poche le possibilità di carriera anche per gli immigrati più istruiti: solo l’1% occupa posti dirigenziali. Oltre il 70%
degli stranieri è impiegato come operaio e meno dell’1% come dirigente o quadro. Se poi ci limitiamo a considerare coloro che
hanno un livello di istruzione universitario, solo il 35,7% degli stranieri (rispetto all’83% di italiani) svolge professioni
intellettuali e tecniche, mentre il 23,2% svolge un lavoro manuale non specializzato (collocazione pressoché inesistente tra gli
italiani con analogo livello di istruzione). I dati dimostrano che la maggior parte degli immigrati che si stabilizzano in Italia
segue un percorso di mobilità discendente con poche possibilità rispetto alla posizione ricoperta prima di emigrare e con poche
possibilità di fare carriera: dopo il primo lavoro quasi la metà degli stranieri non ne trova uno migliore, solo il 29,7% raggiunge
un gruppo professionale superiore a quello di partenza, mentre il 23,6% (il 26,1% delle donne) transita in un gruppo
professionale addirittura inferiore a quello iniziale. Anche questi sono indicatori di un mercato del lavoro che premia più la
adattabilità a svolgere lavori di basso profilo che non il capitale umano degli immigrati.
Bassi livelli di istruzione e qualificazione. Si rafforza l’immagine dell’Italia come di un paese che attrae soprattutto
manodopera poco qualificata: il 42% degli stranieri infatti ha un livello di istruzione basso, il 45% medio, il 12% alto, contro una
media europea (calcolata su 27 paesi), rispettivamente del 25%, 44%, 31% (dati 2010). L’immigrazione nel tempo è divenuta il
bacino di reclutamento normale per tutta la fascia di lavori poco qualificati, concorrendo in questo modo ad alimentare un
processo di complessivo peggioramento delle condizioni di lavoro. Non a caso gli stranieri altamente qualificati hanno tassi di
occupazione inferiori a quelli dei nativi.
Redditi: 4 immigrati su 10 guadagnano meno di 800 euro al mese. La popolazione immigrata presenta una ridotta capacità di
reddito. In 4 casi su 10 gli stranieri percepiscono una retribuzione (o comunque dichiarano di percepire) non superione agli 800
euro e soltanto nello 0,6% dei casi arrivano a guadagnare 2.000 euro. Tutto ciò si traduce, evidentemente, in una ridotta capacità
di contribuzione fiscale che ne svilisce il potenziale contributo all’equilibrio dei conti pubblici.
Aumentano i lavoratori stranieri nel settore agricolo. Nell’ambito del comparto agricolo gli immigrati nel 2014 hanno
superato il 14% del totale degli occupati, ovvero circa il triplo dell’incidenza registrata agli albori della crisi. Sempre nel 2014 gli
immigrati impiegati stagionalmente sono stati 300mila. Ma al di là degli aspetti virtuosi ricordiamo che il settore presenta non
poche criticità, quali la sottoretribuzione (soprattutto al Sud) rispetto ai minimi sindacali e l’ampio impiego di lavoratori senza un
regolare contratto.
Imprenditoria immigrata. Nel 2014 le imprese con un titolare nato in un paese extraUe hanno raggiunto la quota di 335.452
unità, il 7% in più dell’anno precedente. Il tasso di creazione imprenditoriale da parte degli immigrati rimane quindi positivo
nonostante la crisi economica. Ma le iniziative imprenditoriali degli immigrati hanno in qualche modo accentuato le ataviche
debolezze del sistema delle microimprese italiane, alimentando spinte al ribasso tanto dei prezzi offerti quanto dei margini di
guadagni. In molti casi infatti si tratta di ditte individuali, con il rischio che dietro le cifre si celino ampi volumi di “false partite
Iva”.
Diverse: un progetto per reinventare l’approccio italiano ed europeo all’immigrazione. Anche il Rapporto di quest’anno ci
consegna un quadro della partecipazione degli immigrati al mercato del lavoro italiano appiattito verso il basso, tanto da
accentuare i tradizionali limiti dell’approccio europeo. Nella direzione di promuovere la valorizzazione della componente
immigrata come potenziale risorsa per lo sviluppo economico, sociale e civile delle società europee si è mossa Diverse, Diversity
Improvement as a Viable Enrichment Resource for the Society and the Economy (www.ismu.org/2015/03/progetto-diverse-3/),
un’iniziativa internazionale di ricerca-intervento diretta dal Centro di ricerca WWELL dell’Università Cattolica e realizzata in 10
paesi europei, in collaborazione con 14 enti partner tra i quali la Fondazione Ismu. Diverse ha provato così a “svecchiare” il
modello europeo di integrazione, ancora prigioniero della figura del “lavoratore ospite”, trasformando la diversità da problema
da gestire in risorsa strategica per lo sviluppo economico e sociale delle società europee. Per un approfondimento consulta la
scheda Diverse contenuta nella cartella stampa.
Certamente l’immigrazione ha concorso alla tenuta dei tassi di attività e di occupazione controbilanciando gli effetti di una
popolazione “vecchia” e di un’ampia componente di inattivi, ha rappresentato inoltre un fattore di contenimento della
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contrazione del numero di occupati, continuando, anche negli anni più bui della recessione, a occupare nuovi posti di lavoro. Ma
la straordinaria crescita dell’occupazione immigrata rappresenta solo una faccia della medaglia: l’immigrazione infatti ha
rafforzato due piaghe ataviche del mercato del lavoro italiano, rappresentate dal dualismo Nord-Sud e dalla forte porosità tra
economia formale ed economia sommersa. Da Nord a Sud molti settori di impiego si giovano della folta presenza di immigrati
impiegati integralmente o parzialmente in nero e fanno ampio ricorso a soluzioni contrattuali al limite della legalità. In definitiva
l’occupabilità degli immigrati pare in buona misura costituirsi grazie ai particolari tipi di impiego che svolgono, con evidenti
implicazioni in termini di processi discriminatori e di insufficiente crescita della produttività. Da tutti i dati presentati emerge la
necessità di promuovere un salto di qualità nell’impiego del lavoro immigrato, che da manovalanza a buon mercato deve passare
a essere considerato un bacino di capitale umano e professionale sempre più strategico alla luce dei trend demografici del paese.
3) GLI ALUNNI STRANIERI E IL SISTEMA SCOLASTICO ITALIANO
Gli alunni stranieri in Italia hanno raggiunto nell'anno scolastico 2014/2015 quota 805.800 (secondo il Notiziario su Gli alunni
stranieri nel sistema scolastico italiano a.s. 2014/15 – ottobre 2015). In attesa della pubblicazione del nuovo Rapporto
Miur/Ismu 2014/15, si presentano alcune elaborazioni sugli ultimi dati Eurostat e OCSE.
Dispersione scolastica: tra gli stranieri è del 34,4%. Elaborazioni Ismu su dati Eurostat rivelano che la quota di coloro che
abbandonano precocemente gli studi tra la popolazione straniera che risiede in Italia rimane ancora troppo alta (superiore alla
media europea). La percentuale di giovani ESL (Early school leaver), tra i 18 e i 24 anni, nati all'estero, che non è in possesso di
un titolo di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale e che non è inserita in percorsi scolastico formativi, è
infatti più che doppia rispetto ai nativi: nel 2013 fra i nativi si riscontra il 14,8% di ESL, mentre fra i non nativi la percentuale
sale a 34,4% (tra le cause: deprivazione economica, basse aspettative scolastiche, scarso aiuto delle famiglie nello studio,
relazioni conflittuali con i compagni). Su questo fronte quindi è necessario intervenire con misure concrete a favore di una
generazione che rischia di essere assente dall'istruzione, dalla formazione, e spesso anche dal lavoro.
Tra gli alunni stranieri c'è un alto tasso di 15enni con scarse competenze in lettura, matematiche e scienze. In base
all'ultima rivelazione Pisa 2012, in Italia il tasso di 15enni che non riescono a raggiungere un livello sufficiente nella lettura, in
matematica e in scienze (detti Low achievers) è più alto tra gli stranieri che tra i nativi. La quota più alta di low achievers si
ritrova nel gruppo degli stranieri in matematica (43,65%, contro il 22,86% degli italiani), seguiti da coloro che hanno scarse
competenze in lettura (41,26%, contro il 17,34% dei nativi) e in scienze (37,62%, contro il 17% dei nativi).
Integrazione scolastica degli alunni stranieri: l'Italia è indietro. Dall'analisi dei risultati del Mipex (Migrant Integration
Policy Index)3, la ricerca (di cui Fondazione Ismu è partner italiano) che mette a confronto le politiche di integrazione in 38
nazioni anche nell'ambito dell'istruzione dei figli di immigrati, è emerso che l'educazione rimane uno dei maggiori punti deboli
della maggior parte dei paesi presi in esame, nessuno dei quali raggiunge un punteggio dell'indice superiore a 80 punti (soglia
che si riferisce a politiche con indirizzo “chiaramente favorevole ai migranti”). Nel 2015 l'Italia presenta politiche/leggi
leggermente sfavorevoli nei confronti della formazione degli immigrati, collocandosi al 23° posto della classifica (il punteggio
ottenuto è di 34 su 100). Tra il 2010 e il 2014 le politiche di integrazione scolastiche in Italia sono peggiorate, probabilmente
anche per la grande crisi economico-finanziaria, tant'è che in questi 4 anni il nostro paese è passato dal 19° posto al 23°. Gli
studiosi di Mipex sottolineano la difficoltà che ha la scuola italiana nel considerare e rispondere ai bisogni dei differenti target di
allievi stranieri, oltre all'assenza di misure per inserire nel sistema formativo i neo-arrivati più svantaggiati e ai problemi
dell'accesso e della permanenza all'università dopo i 18 anni. La debolezza maggiore del sistema italiano sembra collegarsi alla
difficoltà di considerare questi allievi un'opportunità per tutti gli studenti.
4) SALUTE
Meno ricoveri rispetto agli italiani. Rispetto agli italiani gli immigrati ricorrono in misura inferiore ai ricoveri ospedalieri sia
per quelli ordinari, sia in day hospital (Ministero della salute 2014). Le uniche eccezioni sono rappresentate dai ricoveri per
malattie infettivo-parassitarie e per ricoveri legati a complicazioni nella gravidanza e nel parto. Il ricorso all’ospedalizzazione dei
cittadini provenienti da Paesi a forte pressione migratoria (Pfpm) è dovuto soprattutto a questioni biologiche (gravidanza, parto o
interruzione di gravidanza), oppure all’attività lavorativa (traumi). Da una ricerca4 condotta dall’Organizzazione mondiale della
sanità è emerso che nel 2014 tra gli immigrati provenienti da Pfpm l’incidenza tumorale sembra essere più bassa rispetto agli
italiani (ad eccezione di quelli del fegato e della cervice uterina). La prevalenza di patologie croniche è da legarsi all’aumento
dell’età (è il 27% tra i 50-69enni) ed è maggiore tra chi ha difficoltà economiche (17%).
Aumentano i ricorsi al pronto soccorso. I ricoveri d’urgenza sono numerosi tra gli immigrati (soprattutto tunisini e marocchini)
non residenti, che vi fanno ricorso per una scarsa conoscenza delle procedure ordinarie (dati Istat 2014). Le condizioni
economiche particolarmente svantaggiate degli ultimi anni, oltre alle difficoltà burocratiche e comunicative, hanno portato a un
incremento dei ricorsi al pronto soccorso in sostituzione ai percorsi di cura ordinari. Le difficoltà comunicative possono
costituire un vero e proprio ostacolo alla fruizione dell’assistenza e alla cura da parte degli immigrati: tra gli stranieri con più di
3 La ricerca è stata presentata il 3 giugno 2015 a Milano.
4 Malattie croniche e migranti in Italia. Rapporto sui comportamenti a rischio, prevenzione e diseguaglianze di salute.
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14 anni, 14 su 100 dichiarano di avere difficoltà a spiegare al medico i sintomi del proprio malessere, 15 su 100 dichiarano
inoltre di faticare a comprendere quanto detto dal medico (dati Istat 2014). Per gli aspetti burocratici: 12 stranieri su 100 in età
superiore ai 14 anni dichiarano di avere difficoltà nello svolgimento delle pratiche necessarie per accedere ai servizi e alle
prestazioni sanitarie (con punte di 20 su 100 tra i cinesi). Infine il 16% degli stranieri con più di 15 anni dichiara di avere
difficoltà ad effettuare visite o esami perché gli orari sono difficilmente compatibili con il lavoro.
Il 76% degli stranieri dichiara di sentirsi bene. Gli immigrati hanno una percezione migliore della propria salute rispetto agli
italiani. Secondo la ricerca Passi, che ha rivelato la percezione di salute in Italia tra il 2008 e il 2013, la maggior parte degli
stranieri Pfpm intervistati (76%) ha giudicato in modo positivo il proprio stato di salute, dichiarando di sentirsi bene o molto
bene, contro il 20% che ha detto di sentirsi discretamente e solo il 4% ha risposto in modo negativo (male o molto male).
Depressione: il 6% degli stranieri provenienti da paesi a forte pressione migratoria ne è affetto. Il 6% degli stranieri Pfpm
ha sintomi di depressione5. A soffrirne di più sono nordafricani e latinoamericani. Tra le persone meno istruite, tra le donne e
nelle persone con difficoltà economica, la presenza di sintomi depressivi è più elevata per gli stranieri Pfpm che tra italiani. Solo
la metà degli stranieri con sintomi depressivi cerca aiuto: la maggior parte si rivolge a un famigliare o a un amico e non a un
medico.
Gli stranieri fumano meno degli italiani. I fumatori sono di più tra gli italiani che tra gli stranieri Pfpm. La quota di fumatori
però è più elevata tra gli stranieri, quando si tratta di uomini adulti, e tra coloro che hanno un basso livello di istruzione e nessuna
difficoltà economica. All’aumentare degli anni di presenza in Italia, il numero di ex-fumatori e di non fumatori si avvicina a
quello degli italiani6.
Il consumo eccessivo di alcol è più diffuso tra gli stranieri che hanno difficoltà economiche. Premesso che gli italiani
consumano (in dosi non eccessive) più bevande alcoliche rispetto agli stranieri, quando si considera il consumo di alcol a
maggior rischio (in grandi quantità) sono gli stranieri Pfpm a prevalere sugli italiani. Inoltre tra gli stranieri Pfpm il consumo di
alcol considerato rischioso è più diffuso tra chi ha problematiche economiche7.
Criticità. Negli ultimi anni stiamo assistendo a una politica di spending review nella sanità pubblica italiana, tant’è che per il
triennio 2015-2017 si prevede un risparmio totale di 10 miliardi di euro. Tale politica di razionalizzazione potrebbe avere delle
conseguenze anche sulla popolazione immigrata. Infatti, anche se la nostra normativa in materia sanitaria è inclusiva e
universalistica pure nei confronti degli immigrati (regolari e non), non mancano delle eccezioni. Recentemente è stata messa in
luce la tendenza di alcuni ospedali italiani (si registrano casi a Milano e ad Ancona) a non erogare prestazioni sanitarie agli
immigrati irregolari, preferendo indirizzarli verso servizi sanitari offerti dal terzo settore e dal volontariato, nella convinzione che
curare gli immigrati contribuisca a pesare eccessivamente sulla spesa pubblica sanitaria, fatto che però è stato confutato da
numerose ricerche empiriche.
Si fa notare che il XXI Rapporto sulle migrazioni 2015 tratta anche altre tematiche di attualità: dalla questione Rom in Italia e
in Europa, alla relazione tra sindacati e immigrati, oltre ad affrontare altri aspetti connessi allo scenario internazionale attuale,
quali le migrazioni nel Mediterraneo; la protezione internazionale; banlieues, islam e radicalizzazione.
Per informazioni:
Ufficio stampa Ismu
Francesca Serva
Via Copernico, 1 – 20125 Milano
335.5395695
[email protected]
www.ismu.org
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Fonte: Malattie croniche e migranti in Italia. Rapporto sui comportamenti a rischio, prevenzione e diseguaglianze di salute.
Fonte: Malattie croniche e migranti in Italia. Rapporto sui comportamenti a rischio, prevenzione e diseguaglianze di salute.
Fonte: Malattie croniche e migranti in Italia. Rapporto sui comportamenti a rischio, prevenzione e diseguaglianze di salute.
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